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Il Dio malvagio

Il Dio malvagio

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Il Dio malvagio

Länge:
308 Seiten
4 Stunden
Herausgeber:
Freigegeben:
Feb 28, 2013
ISBN:
9788898017447
Format:
Buch

Beschreibung

La vita di Filippo scorre placida in un fiume di situazioni senza spessore. Per lui, uomo senza interessi, le acque si muovono esattamente nella direzione desiderata, ma

tutto sta per cambiare. Nella vita di un essere umano ci sono talvolta eventi che causano stravolgimenti totali. Per Filippo tale evento avrà un nome: Tobias. Un uomo che sembra sbucare da un remoto passato, per andarsi letteralmente a schiantare sul presente del protagonista. Quell'uomo si rivelerà un ponte verso un Dio grande

e spietato. Filippo non potrà far altro che attraversare quel ponte, fino a essere inghiottito da un destino molto più grande di lui. Scoprirà infatti suo malgrado che, per un uomo, arrivare a toccare un Dio è un’esperienza tutt'altro che piacevole.
Herausgeber:
Freigegeben:
Feb 28, 2013
ISBN:
9788898017447
Format:
Buch

Über den Autor


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Il Dio malvagio - Umberto Pagotto

Il Dio malvagio

di Umberto Pagotto

Proprietà letteraria riservata

©2012 Edizioni DrawUp

Latina (LT) - Viale Le Corbusier, 421

Email: redazione@edizionidrawup.it

Sito: www.edizionidrawup.it

Progetto editoriale: Edizioni DrawUp

Direttore editoriale: Alessandro Vizzino

   Grafica di copertina: RDM per Edizioni DrawUp

   Editing: Ciro Pinto

I diritti di riproduzione e traduzione sono riservati.

Nessuna parte di questo libro può essere utilizzata, riprodotta o diffusa, con qualsiasi mezzo, senza alcuna autorizzazione scritta.

I nomi delle persone e le vicende narrate non hanno alcun riferimento con la realtà.

EPub: Isbn 978-88-98017-44-7

A mia figlia Nausicaa,

un’opera che nessun libro potrà mai eguagliare

Nota dell’autore (backstage)

Era ormai da tempo che pensavo di scrivere un romanzo. Ricordo infatti di aver cercato più volte un corso di scrittura creativa, poi un bel giorno mi sono stufato di cercare e ho cominciato a scrivere.

Pagina dopo pagina è uscito un romanzo, a mio modesto parere affascinante, dove ho messo me stesso, i miei libri, le mie passioni e, naturalmente, la mia immaginazione.

La storia narrata è stata creata appositamente, e difficilmente ammetterà una seconda puntata, ma mentre scrivo queste righe ho già in mente un altro racconto dal titolo Il manufatto.

Ripensando alla storia di questo romanzo mi scopro a sorridere.

Come tutti prima o poi sono costretti a scoprire, spesso le cose non vanno come ci si immagina, il destino non è infatti soggetto nemmeno agli Dei, come afferma il protagonista di questo romanzo.

Dovete sapere che inizialmente (e con inizialmente intendo qualche anno fa) pensavo di essere portato a scrivere racconti di fantascienza pura, stile Star Wars per intenderci, avevo anche in mente una storia di androidi, poi invece ho scoperto che sono portato a giocare con le emozioni.

Ci tengo a precisare che la mia passione per la fantascienza e la tecnologia rimane intatta, ma più che puntare su vicende esterne alle persone, come astronavi, mostri alieni, eccetera, ho voluto puntare sui cambiamenti e le vicende interiori dei vari protagonisti.

Ad esempio, uno dei punti su cui ruota questo libro è il concetto di Dio, e questo pensiero vuole essere anche una sorta di tributo al romanzo Imperatore Dio di Frank Herbert e al suo Dio spietato.

Come leggerete, il Dio Rōnin ha il massimo impatto sull’anima, o sulla psiche se preferite, delle persone e nel contempo ha ben poco a che fare con il mondo materiale, ma non per questo è meno importante, anzi per gli interessati diventa essenziale quanto l’universo intero.

Il Dio che si incontra nelle pagine di questo manoscritto è un qualcosa di alieno, perché troppo grande rispetto all’uomo, sono incontri dove l’essere umano esce chiaramente sconfitto, senza nessuna possibilità di contare più di un singolo granello di sabbia in una spiaggia sconfinata, sono incontri dove le preghiere si rivelano semplicemente inutili, perché inascoltate.

Come dicevo all’inizio, nel libro ci sono anche le mie passioni, come

ad esempio la lettura, e forse anche andando un po’ contro la struttura classica dei romanzi che si trovano normalmente in libreria, ho voluto dare i riferimenti di tutto ciò che scrivevo, nel senso che i libri sono spesso citati, insieme all’autore.

Ho fatto questo perché, personalmente, se leggo di un libro che in qualche modo stuzzica il mio interesse, trovo frustrante non riuscire a trovarne una copia soltanto per mancanza di dati.

In definitiva, in questo romanzo ho messo tanto di me, solo io so dove finisce la fantasia e dove inizia la realtà. In effetti la filosofia che ho seguito è descritta appieno nella frase di Michael Connelly che recita: Meglio scrivere per se stessi e non avere pubblico, che scrivere per il pubblico e non avere se stessi.

Così ho scritto questo libro solo badando a ciò che avevo dentro e non a ciò che dovevo far vedere.

Devo dire che scriverlo è stata un’esperienza affascinate, ho scoperto che, nell’atto della creazione, l’intensità di un’emozione inventata è pari all’intensità data da un ricordo di un’emozione vera.

Dato che il romanzo l’ho concepito in un periodo della mia vita molto difficile e privo di emozioni, devo ammettere che scriverlo è stato molto d’aiuto per me, è stato come vivere una seconda vita, una vita intensa e appagante, per quanto inventata.

Ho anche scoperto che i personaggi di un libro sono dotati di un’anima, una specie di volontà propria a cui nemmeno l’autore può sottrarsi, poiché l’autore non è un Dio assoluto nei confronti delle proprie creazioni, ma una sorta di Dio greco che deve avere a che fare con il fato e con la personalità dei personaggi stessi. L’autore è come un pastore che guida un gregge di pecore in una data direzione, senza avere un controllo reale sulla destinazione dei singoli capi.

Per fare un esempio, il romanzo ha inizio con un personaggio volgare e senza interessi, che è stato per me difficile costruire, dato che la sua anima non corrispondeva affatto alla mia. Mi ha tentato più volte l’idea di modificare velocemente tale personaggio in qualcos’altro, ma mi sono reso conto che non era possibile, ormai era stato creato con la sua anima e con la sua personalità, era necessario fargli fare il suo corso, alterarlo sarebbe stato come snaturarlo, sarebbe stato come farlo diventare qualcosa di diverso, uccidendo quello che c’era prima.

Dopo un po’ però, quando lentamente il protagonista veniva mutato dagli eventi, man mano che la trasformazione plasmava il nuovo Fil, per me è stato più facile scrivere.

Il romanzo è a suo modo realistico. I demoni che abitano l’anima del protagonista, come l’ansia o semplicemente il lento disgregarsi della sua mente, sono qualcosa che chi ha incontrato entità simili è in grado di confermare molto bene.

Prima di finire volevo svelare un’altra piccola curiosità: la copertina l’ho disegnata io stesso, è ricavata dalla fotografia a cui mi sono ispirato per realizzare la descrizione di Rōnin nella discoteca. Quello è, in tutto e per tutto, l’aspetto del Dio per il protagonista.

La copertina di un libro è infatti importante, quasi sempre è l’unica immagine dell’intero romanzo, e quando, nel bel mezzo della lettura, se ne guardano i particolari e si scorgono delle incongruenze con le parole del testo, se ne rimane in qualche maniera delusi.

Pertanto, finché mi sarà possibile, cercherò di far sì che le copertine dei miei romanzi siano il più coerenti possibile con il contenuto dell’opera.

Ringraziandovi per il vostro interesse, vi saluto e vi auguro buona lettura.

Capitolo 1: Filippo

Il sole entrava dalla finestra della camera impietoso come un proiettile sparato da un cecchino e colpiva Filippo in un punto imprecisato che stava fra le sue orecchie.

La testa gli sembrava sul punto di scoppiare, la sbronza della sera prima doveva essere stata dannatamente bella, peccato che Fil non ricordasse nulla, nemmeno che cosa avesse bevuto e soprattutto se avesse bevuto.

Sebbene avesse gli occhi chiusi quella luce rossa che vedeva attraverso le palpebre era quasi insopportabile, si fece forza e si alzò, anche perché lo sapeva che la sveglia stava per suonare e la cosa non lo rallegrava affatto; era decisamente meglio alzarsi subito e spegnerla, piuttosto che subire una sorta di trapanazione del cranio in diretta da quel dannato arnese che la gente, lui compreso, aveva l’abitudine di tenere con grande incoscienza sopra il comodino.

Appena alzato guardò l’oggetto infernale e disse, non senza provare una fitta di dolore alla testa: ‹ Guarda bella che domani vado a comperare una radiosveglia e per te sarà la fine› poi pensò che era la quinta o sesta volta che diceva o pensava una cosa simile ma alla fine nulla era accaduto, c’erano sempre altre cose da fare o peggio non c’erano stati contanti da spendere.

Così si diresse in bagno passando davanti alla porta della cucina, si fermò un attimo, sul tavolo c’era una lattina di coca vuota e i resti di una pizza, in effetti erano l’unica cosa che ricordasse di aver mangiato e bevuto, guardandoli pensò: ma la sbronza allora dove cavolo l’ho presa?

Poi concluse che in effetti non era importante.

Per Fil poche erano le cose importanti, oltre a divertirsi naturalmente, il suo sport preferito era quello di rimanere al verde, e se non si sbrigava ad andare al lavoro rischiava di rimanere al verde per un bel pezzo.

Fil faceva l’elettricista in una scassatissima ditta che lo veniva a recuperare davanti a casa con un furgone altrettanto scassato, pieno di colleghi e attrezzi.

Fece colazione ingollando un trancio rinsecchito di pizza avanzata e bevendo un caffè riscaldato al microonde molto simile al petrolio grezzo, si lavò, si vestì e si avviò giù per le scale; il mal di testa andava scemando, probabilmente il caffè stava facendo la sua azione.

Scendendo verso la strada si accorse, come fosse la prima volta, di un

raggio di sole che colpendo un chiodo sul muro creava un’ombra lunghissima, dilatando la forma del chiodo come una lente, ma solo verso un asse lasciando invariata la sua larghezza, Fil osservò questo fenomeno e si perse in un pensiero che cercava di indagare il fatto, senza però concretizzarsi né in una domanda né tantomeno in una risposta.

Nelle scale risuonò il rumore del clacson del furgone distogliendolo dai suoi pensieri, ma in quel momento si sentiva strano: era come se nella sua testa si fossero create nuove strade che i pensieri percorrevano per la prima volta, ma ancora una volta decise che in effetti non era importante e salì sul furgone.

‹ Ciao Filo, niente ritardo oggi? Come mai?›

Era Roberto a parlare, un ragazzo magrissimo, suo compagno di lavoro, da tutti chiamato inspiegabilmente Cec, a quella domanda Fil si seccò: ‹ Pensa ai cazzi tuoi che ne hai già abbastanza Cec.›

Marco l’autista, senza girarsi, intervenne: ‹ Sì, Cec lascialo stare, per una volta che non dobbiamo aspettarlo, e poi adesso dobbiamo stare attenti, è diventato un killer professionista perciò dobbiamo trattarlo con rispetto.›

Fil che si era già messo comodo per dormire durante il tragitto, si destò: ‹ Che cavolo stai dicendo?›

Marco rispose: ‹ Non lo sai? Quel vecchietto che ti è caduto davanti al parco? È morto ieri sera in ambulanza, me l’ha detto Ivo il paramedico, ieri ci siamo trovati al Mocambo per bere una birra, mi ha detto che straparlava, sembrava pazzo e poi è morto.›

La mente di Fil si destò del tutto, aveva rimosso completamente il fatto dalla sua testa, in effetti il giorno prima, alle cinque del pomeriggio, mentre facevano manutenzione ai lampioni del parco, quel vecchietto gli si era parato davanti e gli aveva preso il polso con la sua mano rinsecchita e per quanto lui cercasse di staccarla, la mano del vecchio sembrava un tutt’uno con il suo braccio e pareva come di fuoco, anzi gli ricordava quella scarica elettrica che lo aveva ustionato quasi sino all’osso l’anno prima. Gli avrebbe dato volentieri un pugno giusto in faccia ma...quegli occhi, il vecchio aveva degli occhi di ghiaccio, sembravano quasi fatti di vetro e al tempo stesso erano tremendamente vivi; erano gli occhi di un capo, un capo forte e autoritario.

Fil ne era rimasto come ipnotizzato; in quel momento, ricordava, non era nemmeno riuscito a parlare, poi tutto d’un tratto quegli occhi erano spariti come fossero ricaduti dentro il vecchio e al suo posto c’erano quelli pieni di paura di un bambino, due occhi che avevano perso ogni ombra di lucidità; dopodiché la mano del vecchio si staccò dal suo braccio e

l’anziano cadde a terra, come afflosciato, in preda alle convulsioni, ma ancora cosciente.

Solo allora Fil riuscì a parlare e chiamò i suoi compagni, era stato proprio Marco a chiamare l’ambulanza mentre lui se n’era stato a guardare inebetito la scena, seduto sul marciapiede; non l’aveva detto a nessuno, ma quasi non riusciva a muovere il braccio, era come se l’avesse infilato in un quadro elettrico con i fili scoperti e aveva una fitta alla testa tremenda.

Comunque poco dopo che l’ambulanza era andata via Filippo cominciò a riprendersi e, siccome era ora di andarsene, salì sul furgone e partì con gli altri, quella sera c’era la partita di campionato così tutti avevano fretta e nessuno gli chiese più di tanto.

Ma ora veniva a sapere che quel vecchio era morto, la cosa stranamente lo turbò profondamente, non sapeva perché, ma la cosa era importante.

Con la gola secca disse: ‹ Mi stai prendendo per il culo? Non raccontare stronzate.›

Ma Marco replicò: ‹ Nessuna stronzata, è la pura verità, se non mi credi vai al Mocambo, becca Ivo e chiediglielo.›

Fil sentì le gambe molli: ‹ Sì, vai al Mocambo, così il coglione, che sarei io, paga l’ingresso e Ivo, guarda caso, non c’è, scordatelo!›

‹ Non preoccuparti, Ivo è fisso al Mocambo tutte le sere, perché sta dietro alla cameriera, la brunetta, quella con il bel culo e le tette piccole, e quando ti dico che ci sta dietro intendo che, dieci a uno, se l’è fatta più di una volta sia davanti che dietro ah ah!…›

‹ O k, ok, adesso piantala di dire stronzate, ieri quel vecchio mi ha fatto prendere un colpo e se ha tirato le cuoia, tanto peggio per lui, io non gli ho fatto niente e fanculo Ivo, il Mocambo e la sua morettina pompinara.›

‹ Uuuh, ci siamo alzati col piede sbagliato oggi, scusa, scusa scherzavo, non dico più niente.›

Filippo si girò verso il finestrino e non parlò più per tutto il viaggio, sentiva ancora la stretta del vecchio sul suo polso e se chiudeva le palpebre, vedeva gli occhi del vecchio che lo fissavano, pensò allora: fanculo, non è una cosa importante, ma era un pensiero che gli suonava falso nella testa.

Il lavoro scivolò via veloce, dato che l’attività di quel giorno era manuale, tracce sul muro da fare e cavi da tirare.

A mezzogiorno andò a mangiare con Carlo, quello mentre mangia non parla neanche se lo paghi, pensò.

Appena finito il pranzo, Carlo si appiccicò al telefono con la morosa

finché non arrivò l’ora di tornare a lavoro.

La sera, durante il viaggio di ritorno in furgone, Fil si era seduto dietro e non ne fece parola con nessuno.

Comunque Filippo aveva deciso che quella sera stessa sarebbe andato al Mocambo, avrebbe cercato Ivo e gli avrebbe chiesto qualcosa della storia del vecchio.

Quando fu scaricato davanti al suo appartamento, salì le scale e infilando la chiave nel portone esterno vide per terra un maggiolino marrone che si stava lentamente allontanando; meccanicamente, come aveva fatto molte volte verso qualsiasi cosa da lui giudicata inferiore e perciò inutile, lo schiacciò con il piede, trasformando l’insetto in una macchia scura sul pavimento.

Nell’attimo in cui lo fece provò una sorta di disagio, una fitta empatica, per così dire, per la prima volta nella sua vita di adulto Fil si rese conto, anche se solo per un attimo, dell’inutilità di quella morte, la cosa lo fece infuriare, si girò e sputò nella direzione della macchia-insetto che stava sul pavimento, ma nell’attimo in cui lo fece provò una fitta tremenda alla testa che gli corse sino al polso, al che pensò: maledetto vecchio… dovevo dargli una scarpata nelle palle, altro che starci male.

Capitolo 2: La ricerca

La sera Fil si presentò al Mocambo di buonora, anche perché stava letteralmente friggendo dal desiderio di chiedere a Ivo del vecchio, ma chiedergli cosa? Non lo sapeva ancora, ma voleva sapere… qualcosa, qualsiasi cosa, sentiva solo che era importante sapere.

Si sedette al bancone e ordinò un cuba-libre che gli fu servito proprio dalla morettina amica di Ivo, la guardò, l’aveva vista altre volte ma non l’aveva mai osservata, non poté far a meno di notare che in effetti era proprio carina, un po’ piccola ma aggraziata e con un sorriso solare, Fil cercò di ricordare dove avesse visto altre volte un sorriso così, ma alla fine desisté: in effetti lui normalmente poneva la sua attenzione dai venti ai novanta centimetri più in basso in una donna.

Finalmente Ivo arrivò, lui lo chiamò al banco per nome, l’altro lo guardò un attimo come se fosse in dubbio che volesse proprio lui, ma nel locale c’era praticamente il deserto, per cui non c’erano dubbi, sì, il ragazzo al bancone cercava proprio lui.

‹ Ciao Ivo, sono un collega di Marco.›

L’espressione di Ivo passò dal dubbio a quella di uno che ha finalmente trovato una risposta: ‹ Aaah, sì ora ricordo, Filippo vero? Sei in squadra con Marco, tu sei quello del vecchio matto.›

Ebbe un tuffo al cuore: « Sì, sono proprio io, posso offrirti una birra?›

‹ Se ci tieni, fallo pure, io non rifiuto mai le offerte di questo tipo, quando mi vengono fatte› rispose Ivo ridendo.

Fil ordinando una bionda: ‹ Scusa Ivo, volevo chiederti che cazzo è capitato a quel vecchio ieri al parco?›

L’altro lo guardò perplesso: ‹ Sei venuto qui solo per saperlo?›

Fil cercando di non tradirsi, rispose: ‹ No, sto aspettando degli amici, ma quel vecchio ieri mi ha fatto prendere un colpo, così volevo solo sapere.›

‹ Il colpo gli è venuto a lui invece, non dovrei parlare di queste cose, ma tanto il tipo è morto perciò non si potrà di certo lamentare.›

Fil quasi non respirava, Ivo dopo un lungo sorso di birra continuò: ‹ Lo abbiamo caricato in ambulanza, ma appena chiuse le porte, quando le ruote del mezzo hanno cominciato a girare, quello si è messo a urlare, abbiamo dovuto legarlo stretto perché si agitava come un ossesso.›

‹ A urlare ?› chiese Fil ‹ e che diceva?›

‹ Cose senza senso, tipo: fermatevi, fermatevi, non potete portarmi via, lui è il mio Dio, il mio Dio e poi ha farfugliato qualcosa in turco o giù di lì e si è messo a urlare un nome Rōnin, Rōnin aiutami.

‹ E poi?› chiese lui con il cuore che gli sembrava stesse per saltargli in mano.

‹ E poi, e poi è schiattato, gli è venuto un colpo, non c’è stato niente da fare, l’abbiamo defibrillato, gli abbiamo dato l’ossigeno, l’adrenalina ma quello era già pronto per il cappotto di legno che si mette in cimitero.›

Fil si sentì come se avesse preso un calcio nello stomaco, ma trovò la forza per chiedere ancora: ‹ Si sa chi era?› ‹ Macché, era pulito, non aveva nessun documento, niente portafoglio, niente di niente, solo una medaglietta antica in oro con la scritta Tobias. › Fil riuscì a controbattere con l’ultimo fiato che aveva: ‹ Forse era quello il suo nome.›

Ma Ivo lo smentì: ‹ No, impossibile, quella era una medaglietta antica, avrà avuto trecento anni, me lo ha detto il magazziniere dell’ospedale che è un mezzo numismatico, figurati che gli sta facendo la tira per averla, appena scaduti i tempi legali per la richiesta da parte dei parenti.›

Fil non riusciva più a parlare, ma Ivo non parve accorgersene anche perché la bella morettina era tornata e a quel punto il resto del mondo per lui era diventato poco più che un dettaglio.

Fil con una scusa si allontanò da Ivo e si sedette a un tavolino in un angolo appartato del locale, aveva le gambe che non lo reggevano, ordinò prima due vodka poi altre due e alla fine si riprese, uscì dal locale e si avviò verso la macchina, si sentiva di nuovo in forma e, come spesso gli accadeva, decise che la cosa non era importante, e si avviò verso casa.

Per arrivarci, passava per una statale ricca di prostitute e, come d’abitudine, ne caricava una in macchina e consumava una prestazione; quella sera non faceva eccezione. Vide una tipa che riteneva passabile, con i capelli lunghi, si fermò, abbassò il finestrino e le chiese quanto volesse, lei rispose: ‹ Trenta, bocca e figa.›

La fece salire e lei lo guidò nei pressi di una casa abbandonata e lì Fil cominciò a spogliarsi dalla vita in giù chiedendole come si chiamasse.

«Andrea. Bello, che ne dici di darmi i soldi prima?› Fil aveva dimenticato che bisognava pagare sempre prima, ma lui era un tipo di parola in queste cose e allora si scusò e le porse tre banconote da dieci euro.

‹ Grazie e tu come ti chiami?›

‹ Marco.› mentiva sempre sul suo nome alle prostitute.

‹ Andrea, non sei italiana, da dove vieni?›

‹ Ecuador› disse lei, e cominciò a sfilarsi gli slip. La tipa era una ragazza sui trent’ anni, capelli lunghi, curve abbondanti, calzava degli stivali sintetici bianchi, una giacca jeans con un corpetto sotto e una minigonna nera, era abbastanza carina per essere una che batteva, ma aveva la faccia di chi odiava il mestiere o i clienti, o un po’ e un po’.

Sfilatasi un tanga nero, estrasse dalla borsa un profilattico, lo aprì,

glielo infilò con consumata esperienza e cominciò a lavorare di bocca.

Fil non riusciva a rilassarsi, o a concentrarsi come si usa dire, di solito a questo punto era già su di giri, ma quella notte tutto gli sembrava sbagliato, vuoto, il rumore che la tipa faceva con la bocca lo infastidiva, la fermò e le disse:‹ Fammi entrare ora.›

Lei si distese sul sedile a fianco e alzò le gambe, nella penombra dell’auto si vedeva bene il suo sesso pronto per essere penetrato, con un ciuffetto di peli volutamente salvati dall’azione del rasoio, appena sopra la fenditura.

Fil si mise sopra di lei e la penetrò con estrema facilità anche perché il sesso della ragazza non oppose nessuna resistenza, dopodiché cominciò a muoversi avanti e indietro, ma gli fu subito chiaro che non sarebbe arrivato fin dove voleva, così per farsi aiutare le chiese di fargli vedere le tette, in effetti il corpetto non lasciava scoperta molta pelle, lei gli rispose che era meglio di no, allora lui pensò: stronzetta la puttana e pure sfondata.

Dopo un po’ Fil capì che non sarebbe mai venuto in quelle condizioni, allora si staccò da lei, si distese sul sedile del guidatore, e cominciò a masturbarsi da solo,dicendole: ‹ Senti fammi vedere qualcosa altrimenti mi sa che i trenta euro li ho proprio buttati, girati! Fammi vedere il tuo culetto.›

Lei obbedì e dopo un po’ Fil venne, dopodiché si ripulì, tutti e due si rivestirono e lui l’accompagnò nel punto dove era salita.

Andandosene pensò: se pensi di rivedermi stai fresca stronza, bah!

Trenta euro gettati nel cesso. Ancora non lo sapeva, ma quella sarebbe stata l’ultima volta che andava con una prostituta.

Fil diede la colpa alla tipa e all’alcool, ma una parte di lui non riusciva a spiegarsi la sensazione di vuoto che aveva provato, come se all’esperienza con la prostituta fosse mancato qualche pezzo, come se la cosa fosse in qualche modo falsa o incompleta, per cui, in definitiva gli aveva tolto tutto il piacere; guidò fino a casa , si buttò sul letto assopendosi subito, ma non dormì affatto tranquillo, fu una notte popolata di sogni strani, di luoghi sconosciuti, con gente che parlava idiomi incomprensibili.

Capitolo 3: L’inizio

Il mattino seguente si alzò e, come soprappensiero, fece un bagno caldo e ristoratore, uscito dalla vasca si sentì snebbiato, attivo, fece

colazione con dello yogurt e della frutta, un caffè, si vestì con abiti puliti e uscì ad aspettare i colleghi di lavoro.

Vista da fuori la scena poteva sembrare normalissima, ma chiunque conoscesse bene Filippo si sarebbe molto stupito della sequenza di eventi.

Intanto Fil al mattino riusciva a perdere il novanta per cento del tempo a sua disposizione in attività come rigirarsi nel letto o guardare la tv, per cui il solo fatto di arrivare in strada in anticipo era paragonabile a un evento come la neve in agosto a Roma città.

La seconda stranezza era il bagno mattutino; Fil e la vasca erano come dei separati in casa, si sopportavano a vicenda e interagivano solo quando necessario, e cioè solo quando la sera, al termine del lavoro, la necessità di lavarsi era evidente, e non sempre lui se ne accorgeva quanto gli altri che gli stavano vicino.

La terza e ultima stranezza era la colazione, si era seduto a tavola, normalmente la faceva in piedi, spesso scendendo le scale, quella mattina non aveva ingollato la prima cosa dall’aspetto vagamente commestibile che aveva trovato in casa, ma ci aveva pensato e s’era preparato qualcosa, era arrivato persino a fare il caffè; in definitiva aveva subito una sorta di trasformazione kafkiana alla rovescia, si era trasformato da uomo-scarafaggio a uomo-uomo in una sola notte.

Tutto questo Fil non l’aveva notato, quella mattina era perso in una serie di pensieri e osservazioni, il mondo gli appariva diverso, più interessante, nella sua testa cominciavano ad affiorare delle domande che però non era ancora in grado di formulare, in una parola si sentiva curioso.

La giornata lavorativa scivolò via, lavorò con più entusiasmo del solito, anzi

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