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Alina: Autobiografia di una schiava

Alina: Autobiografia di una schiava

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Alina: Autobiografia di una schiava

Länge:
362 Seiten
5 Stunden
Herausgeber:
Freigegeben:
Feb 11, 2015
ISBN:
9788898017966
Format:
Buch

Beschreibung

‹‹Cosa vedi?›› mi chiese ironica. ‹‹Prostitutka... ›› balbettai in ceco, guardando l’irriconoscibile figura riflessa. ‹‹ Ottimo, è quello che sarete da questo momento in poi›› rispose ancora più soddisfatta, intuendo quello che avevo detto nella mia lingua. ‹‹Volete vedere il vostro tatuaggio?›› chiese poi. ‹‹Potete scoprire la garza e dargli un’occhiata.›› Scoprii lentamente la garza, osservando il disegno tatuato sulla mia pelle: una piccola farfalla dai molti colori sgargianti. Sarebbe stata anche graziosa, se non avessi intuito da subito il tetro significato che aveva. ‹‹Perché disegno?›› balbettò in uno strano italiano Miriam, osservando la sua farfalla, identica alla mia. ‹‹Indica a chi appartenete ora.›› Trentamila euro. Ecco quanto valevano il mio corpo e la mia anima. Ecco il prezzo speso per assoggettare la mia esistenza a una macabra schiavitù. Il mio corpo è diventato una macchina esterna a me, capace di produrre piacere agli altri, mentre io sto lì, ad aspettare che quelle bestie finiscano di scoparselo, osservando la scena come se quel corpo non fosse il mio.
Herausgeber:
Freigegeben:
Feb 11, 2015
ISBN:
9788898017966
Format:
Buch

Über den Autor


Buchvorschau

Alina - Giovanni Garufi Bozza

prostituta!››

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C’era un tempo in cui dormivo...

Tornavo a casa stanca, affannata, senza alcuna voglia, se non quella di buttarmi sul letto e far riposare il mio corpo; riuscivo però a dormire, senza essere attanagliata da incubi e paure. Senza che la tentazione salisse e invadesse completamente le mie membra, arrivando persino a farmi gridare per quella dannata sostanza.

C’era un tempo in cui ero una normale ragazza di diciassette anni...

Poi cambiò tutto.

Mi chiamo Alina e ho diciannove anni. Sono nata a Drochia, in Moldavia, ma ho vissuto a Praga da quando avevo due anni, e mi piace dire di essere nata lì. Parlo il moldavo, il ceco, l’inglese e l’italiano. I miei nonni erano rispettivamente di Roma e di Drochia; mia madre visse per lungo tempo a Londra, prima di tornare in Moldavia e conoscere mio padre, nativo di Praga, città in cui si trasferirono due anni dopo la mia nascita. Mi hanno sempre definito la figlia d’Europa, per la moltitudine di lingue che parlavo e di etnie che scorrevano nel mio sangue.

La mia storia inizia proprio a Praga, in una sera del gennaio di due anni fa, sul ponte Carlo V. Adoravo quel ponte, così romantico e illuminato, che collegava il lato vecchio e il lato nuovo di quella città meravigliosa. Mi incantavo ogni sera a guardare la Vltava scorrere sotto di me, il cielo, i riflessi dei merletti della città, i tanti turisti che scattavano foto, gli artisti che riempivano il ponte con la loro musica e con i loro ritratti. Mi soffermavo lì per recuperare le forze, prima di iniziare a lavorare.

In quel periodo le mie giornate erano interminabili e ricche di impegni. Alle undici di mattina mi recavo in un noto ristorante cittadino, dove servivo ai tavoli fino alle cinque del pomeriggio, orario in cui staccavo e andavo alla scuola serale, per cercare di conseguire un diploma. Da lì uscivo e dopo una cena veloce mi recavo in una grande discoteca di quattro piani, sita proprio vicino alla Vltava e al ponte Carlo V, dove ballavo come cubista fino a tarda notte. La mattina mi svegliavo presto per studiare e ricominciavo il pesante giro, tutti i giorni, senza sosta.

Quel momento sul ponte era l’unico che sentissi veramente per me ed era difficile rinunciarvi. Non c’era un vero ricordo che mi legasse a quel luogo, lo trovavo solo incantevole e lo avevo reso egoisticamente mio, un luogo in cui anelare ai miei sogni durante le interminabili giornate e dove concedermi un breve break, prima di entrare nel chiassoso locale e muovere il corpo a ritmo, davanti a una folla di gente di diversa nazionalità, per ore ed ore.

La scelta di lavorare era dettata da esigenze economiche assai precarie. I miei genitori morirono quando avevo undici anni e per diverso tempo fui accudita da mio zio, fratello di mia madre; la sua salute purtroppo non era delle migliori, per tutto l’alcol che ingurgitava ogni sera, e i suoi lavori occasionali come operaio non erano sufficienti a mantenerci entrambi. Avevo bisogno di un doppio lavoro per pagare le bollette, il cibo e tutto il resto. Tuttavia non volevo rinunciare allo studio e per questo pagavo una scuola serale.

Sognavo di andare via, in un posto migliore, sognavo un Paese dalle mille opportunità, come l’Italia. O almeno credevo fosse così, seguendo nel poco tempo libero qualche canale italiano, che il mio vecchio televisore riusciva a trasmettere. Soldi regalati attraverso giochi banali, ballerine e modelle stra-pagate: un sogno per una come me che doveva lavorare dalla mattina alla sera e che conosceva molto bene la lingua di quel Paese.

Chi avrebbe mai immaginato che quel sogno, un giorno, sarebbe diventato un terribile incubo?

Quella sera, come le altre, ballai sul cubo, sentendo addosso gli sguardi morbosi dei tanti avventori che si muovevano sotto il mio piccolo palcoscenico. Alcuni mi sorridevano, altri mi lanciavano baci, altri ancora delle occhiate fameliche, quasi spogliandomi con gli occhi, arrivando persino a sbirciare sotto la mia minigonna. Come ogni sera ballai a occhi chiusi, allontanando la mia mente da quegli sguardi e da quel luogo. Era la migliore difesa che avessi in quelle situazioni: chiudere gli occhi e vagare con la mente, spostandomi verso posti lontani, città sconosciute, situazioni nuove. Ricordo che quella sera pensai intensamente a un grande prato verde, che si estendeva fino all’orizzonte e sembrava non avere mai fine, un luogo incantato e silenzioso.

Le immagini che riuscivo a creare in quelle divagazioni diventavano così vere, che tutto spariva intorno a me e le ore iniziavano a correre veloci, distraendomi dalla pesantezza di quel lavoro frustrante; il silenzio di quel prato riusciva addirittura a coprire la musica assordante delle casse della discoteca.

Quella sera, però, fui bruscamente riportata nella realtà da una mano che mi premette più volte sulla gamba. Mi chinai verso il buttafuori che mi aveva strappata dalla mia illusione.

‹‹Alina, il capo vuole vederti!›› mi urlò per farsi sentire in quella confusione.

‹‹Va bene, dopo ci passo!››

‹‹Non dopo, subito!››

Scesi dal cubo e mi feci largo tra la gente, per uscire dalla sala e salire ai piani superiori, seguendo il buttafuori fino alla porta di Ivan, il mio capo, proprietario sia del ristorante che della discoteca. Era stato un grande amico di mio padre, che aveva conosciuto a Londra, dove però aveva ottenuto molto più successo e soldi di lui, e in virtù di quell’amicizia mi aveva accettata nei suoi locali, quando la fame e la condizione di orfanità mi avevano spinta a chiedergli lavoro. Mi aveva accolta di buon grado, nonostante la mia giovane età.

‹‹È permesso?›› chiesi entrando.

Ivan si alzò dalla sua imponente poltrona nera e con un gran sorriso mi venne incontro. Non era solo, nell’ufficio c’erano altre due persone: un tipo alto e magro, con i capelli neri e corti e gli occhi verdi e un uomo più robusto e piazzato, pelato e con la faccia arcigna. Quello che mi colpì fu l’enorme cicatrice che aveva sulla guancia.

‹‹Vieni Alina, ti presento due persone. Lui è Marco e viene dall’Italia e lui è Igor, il suo assistente.››

Il ragazzo dagli occhi verdi si alzò dalla poltrona su cui era seduto e sfoggiandomi un sorriso affascinante mi tese la mano, dicendomi in ceco:

‹‹È un piacere conoscerti, io sono Marco.››

‹‹Puoi parlarle tranquillamente italiano›› si intromise Ivan, ‹‹ lei lo parla perfettamente.››

‹‹Ma dai?›› mi fece Marco cambiando lingua. ‹‹ Fammi sentire come lo parli.››

‹‹Ecco, non lo so proprio bene bene, ma me la cavo!›› risposi io, titubante.

Il grosso omone pelato era rimasto in silenzio fino a quel momento, seduto su una sedia, in disparte.

‹‹Igor?›› lo rimproverò Marco. ‹‹ Non ti presenti alla signorina?››

Si alzò contrariato e mi tese la mano, accennando un crudo sorriso. Gliela strinsi con un leggero imbarazzo e mi girai verso il mio capo, chiedendogli:

‹‹Ivan, perché mi hai fatta chiamare?››

‹‹Prima di tutto perché è giorno di paga e poi perché volevo presentarti questi due signori.››

‹‹E come mai questa idea?›› ribattei io, non capendo il motivo di quelle presentazioni.

‹‹Vedi, Marco gestisce una catena di ristoranti in Italia. È qui in vacanza, per sperimentare nuove ricette, per così dire, locali. Ho pensato di presentartelo, visto che hai sempre detto di voler andare in Italia un giorno o l’altro.››

‹‹Ti ringrazio… Ma adesso sarebbe prematuro…›› balbettai, colpita da quella inaspettata considerazione.

‹‹Sai, io ho bisogno di qualche cameriera nel mio nuovo locale di Roma›› mi spiegò Marco, ‹‹ e Ivan pensa che tu sia abbastanza adatta a questo lavoro, così mi ha proposto di conoscerti.››

‹‹Non credo che una straniera andrebbe bene in un ristorante di Roma…››

‹‹E perché no? Le italiane sono troppo esigenti, anche in termini economici. Mentre a te potrei offrire vitto, alloggio e una paga discreta. Sei già del mestiere e parli benissimo l’italiano. Tutto ciò ti rende semplicemente perfetta!›› ribatté Marco, squadrandomi velocemente dalla testa ai piedi. Notai che anche il suo amico non mi staccava gli occhi di dosso.

‹‹Pensaci, Alina›› incalzò Ivan, ‹‹ potresti anche studiare in Italia: una scuola vera, capisci? In un Paese dalle mille possibilità. Non è quello che hai sempre sognato?››

Non sapevo cosa rispondere. L’offerta era allettante, ma era stata proposta all’improvviso e così su due piedi non avevo idea di cosa rispondere.

‹‹Ti ringrazio per l’offerta, Marco. Diciamo che ci penserò su. Ora torno al lavoro. Va bene, Ivan?››

Il mio capo parve turbato dalla risposta. Ad ogni modo, dopo aver dato una rapida occhiata a Marco, mi diede il permesso di uscire.

L’Italia! L’avevo sognata da quando ero piccola e ora mi era stata improvvisamente offerta! Mi tremavano le gambe dall’emozione, ma non ero riuscita a dare una risposta affermativa. Sembrava quasi un sogno poter lasciare la povertà in cui vivevo e trasferirmi in un posto meraviglioso come Roma!

E i sogni realizzati troppo in fretta prima o poi si pagano.

Mia madre diceva sempre: ‹‹ Sogna, Alina! E non smettere mai di farlo. Ma nel sognare resta con i piedi per terra, perché a sognar troppo e a cercar di raggiungere le nuvole, si rischia di cadere e di farsi molto male.››

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Uscii dalla discoteca verso le cinque, come ogni mattina, dopo aver salutato le altre cubiste ed essermi cambiata con abiti più pesanti, così da affrontare le fredde strade innevate. Tornai a casa mentre il cielo iniziava a schiarirsi con l’aurora.

Entrata nel mio appartamento, trovai lo zio addormentato sul tavolo, con il bicchiere vuoto in mano. La puzza di alcol e la scena deprimente erano le stesse di ogni santo giorno. Lo svegliai con calma e, addossatomi il peso del suo grosso corpo, lo condussi alla sua stanza, stendendolo sul letto.

Mi lavai e mi misi a dormire. Una notte come tante altre, in apparenza, ma una persona conosciuta quella notte avrebbe segnato per sempre la mia vita.

La mattina seguente mi svegliai verso le dieci, tramortita come a ogni risveglio degli ultimi mesi. Tuttavia non potevo permettermi di tardare o di evitare un’altra pesante giornata di lavoro, di studio e di nottata in discoteca. Chissà se andando in Italia avrei smesso di fare questa vita così faticosa?, continuai a chiedermi mentre mi lavavo e mi preparavo per uscire.

Sentii a un tratto delle voci provenire dalla cucina. Mi diressi lì per vedere chi ci fosse in casa: sia io che mio zio non avevamo amici o parenti stretti, che si prendessero la briga di venirci a trovare, perciò la presenza di altre persone nel nostro piccolo appartamento era quanto mai insolita.

Mi affacciai all’uscio e trovai con mia grande sorpresa mio zio intento a parlare con tre volti familiari: quello di Ivan, di Marco e di Igor! Che ci facevano lì?

‹‹Alina!›› esclamò mio zio, vedendomi. ‹‹Vieni, non stare lì, siediti con noi.››

‹‹Perché siete qui?›› chiesi insospettita a Ivan, accomodandomi.

‹‹Ci ha invitati tuo zio›› rispose lui, con un sorriso.

‹‹Vedi Alina›› fece mio zio dolcemente, ‹‹non è un caso che questi signori siano venuti da te ieri sera. Li ho incontrati qualche giorno fa in un bar, mentre facevo una pausa dal lavoro…››

‹‹A bere, presumo›› lo interruppi seccata.

Il problema dell’alcol era diventato davvero serio per lui. Mio zio mi aveva accolta con dolcezza da quando i miei genitori erano morti in quel brutto incidente stradale e solo allora avevo saputo del suo problema. Fin da quando ero piccola, lo avevo sempre visto come una persona amorevole e affettuosa nei miei confronti. Ricordo che quando la mia famiglia si riuniva per qualche festa e lo vedevo arrivare, gli correvo incontro e lui mi prendeva tra le sue braccia forti, chiamandomi la sua principessa. Non capivo perché i miei genitori lo trattassero sempre con freddezza e compassione. Poi, andando a vivere con lui, tutto era diventato chiaro: da anni non riusciva a smettere di alzare il gomito e aveva prosciugato tutti i suoi soldi per procurarsi quella droga liquida. Provavo una tenerezza infinita nel vederlo ballare ubriaco nella stanza oppure addormentato, sommerso dal tanfo della sua stessa sbornia. Inizialmente avevo timore che potesse diventare violento, dopo le decine di bicchieri che ingurgitava, anche se non aveva mai osato alzarmi le mani addosso, anche nella perdita di senno più completa.

Non riuscivo più a vederlo così e a sopportare che mi rubasse di nascosto i pochi soldi sudati o i pochi gioielli che avevo, per comprare le sue bottiglie. Ogni volta che lo rimproveravo o gli urlavo contro, si accasciava per terra e scoppiava a piangere, chiedendomi scusa o promettendomi che avrebbe smesso, che avrebbe cercato un lavoro stabile, per far stare bene entrambi e farmi così faticare di meno, ma poi ci ricascava e non riuscivo a trovare un modo per aiutarlo.

Quando lo interruppi in quel modo secco, mi sorrise di nuovo, dolcemente, e continuò a dirmi, fingendo di non sentire:

‹‹Ho sentito i loro discorsi, che cercavano una ragazza per lavorare in un ristorante di Roma e gli ho parlato di te.››

‹‹E ci interessa assumerti!›› precisò Marco, sfoggiando un grosso sorriso.

‹‹È la tua occasione Alina, non fartela sfuggire›› disse poi Ivan, tutto serio.

‹‹Alt, frenate!›› esclamai io. ‹‹Si può sapere che succede qui? Sembra una congiura per allontanarmi da questa città!››

‹‹Vedi, tesoro›› sussurrò mio zio, ‹‹io qui non posso più tenerti. Non ho niente da offrirti di buono, se non le mie sbornie. Io sono un fallito e sto rischiando di rovinare anche la tua vita. Non è giusto che lavori dalla mattina alla sera per mantenerci entrambi. Io… io non so se riuscirò mai ad uscire dal mio problema… ma non voglio pesare su di te… e quando ho sentito questi signori parlare dell’Italia, proprio del Paese che sogni da quando sei bambina… ti ricordi quando ascoltavi affascinata le storie di tua nonna su Roma, sugli imperatori e sui Papi? Dicevi di voler vivere per sempre lì… Beh, insomma, quando li ho sentiti parlare dell’Italia e proprio di Roma, ho pensato che per te ci potesse essere una porta aperta, un’opportunità da non gettare via! Ho concordato con loro che ti avrebbero fatto studiare lì mentre lavoravi, così che un giorno, chissà? Magari diventerai un ricco avvocato o un’attrice famosa! Bella come sei, tesoro mio! Ti aspettano infinite strade, molte di più che restando qui a fare questa vita. ››

‹‹Dovresti pensarci bene, Alina›› disse ancora Ivan.

‹‹Ivan, tu che c’entri con tutto questo? ›› chiesi, guardandolo.

‹‹Tuo zio mi ha chiesto di aiutarlo a pianificare il viaggio e la tua sistemazione. Ho accettato di buon grado, vista l’amicizia che mi legava a tuo padre e visto anche che ho scoperto che le persone con cui aveva parlato tuo zio, io le conoscevo molto bene! Marco è una persona con cui intrattengo rapporti di lavoro da tanto tempo. Sai, tra ristoratori ci si aiuta spesso. Puoi fidarti di lui, è una persona molto seria e professionale e so che con lui saresti in buone mani.››

‹‹Mi sembra di capire che avete già deciso per me›› risposi aspra. Non sopportavo l’idea di essere stata messa al corrente solo alla fine di tutta quella faccenda.

‹‹No, tesoro, non è così!›› esclamò mio zio supplichevole. ‹‹Pensiamo solo che sia il meglio per te.››

‹‹Signori›› esordì allora Marco, ‹‹credo che questa ragazza sia troppo sotto pressione con tutti noi attorno, seduti qui a cercare di convincerla. Forse sarebbe il caso che ci lasciaste soli, così che io e lei possiamo parlare di affari.››

Gli altri obbedirono, con mio grande sollievo. Effettivamente, Marco aveva capito appieno il mio stato d’animo. Uscì anche Igor e non potei fare a meno di fissare ancora la sua orrenda cicatrice e il suo sguardo truce.

‹‹Non devi temerlo›› fece Marco, quasi leggendomi nel pensiero, ‹‹Igor sembra burbero ma in realtà è una pasta d’uomo.››

Parlava in italiano, forse per sondare la mia padronanza della lingua.

‹‹Come si è procurato quella cicatrice sul viso?››

‹‹Diciamo che si è ritrovato a difendere una ragazza dalla grinfie di uno, purtroppo quello stronzo era armato e lo ha ridotto così. Come vedi Igor è un gentiluomo, al di là dell’aspetto. Ma veniamo a noi, vuoi?››

‹‹Va bene.››

‹‹Cos’è che non ti convince di tutta questa proposta? Se davvero vuoi venire in Italia, è la tua grande occasione.››

‹‹È che mi state proponendo tutto troppo in fretta e io ho alcuni dubbi…››

‹‹Capisco. Me li vuoi confidare?››

‹‹Se proprio ci tieni. Primo: io non ti conosco, perciò come posso fidarmi a venire a vivere da te?››

‹‹Non vivresti con me, ma in un appartamento con altre ragazze che lavorano per me›› precisò Marco, ‹‹quanto al fatto che non mi conosci, hai perfettamente ragione, ma la mia amicizia con Ivan e la fiducia di tuo zio mi sembrano le migliori garanzie, non trovi?››

Annuii. In effetti non avevo nulla da obiettare in merito.

‹‹Secondo: non ho mai viaggiato in vita mia, come posso affrontare un cambiamento così drastico?››

‹‹Nulla ti vieta di tornare qui, se lo desideri. Il contratto può essere stracciato in qualunque momento. Potrei anche prenderti in prova per qualche tempo, così che tu abbia la possibilità di inserirti.››

Anche questo mi sembrava ottimo.

‹‹Terzo: devo ancora diplomarmi.››

‹‹C’è un’ottima scuola di lingue nel quartiere dove vivresti. Latino a parte, non dovresti avere problemi a passare con buoni voti gli anni che ti mancano. Conosci bene diverse lingue.››

‹‹Le so parlare ma non scrivere...›› obiettai io.

‹‹Motivo in più per studiarle meglio, allora.››

Anche su questo aveva ragione.

‹‹Quarto: mio zio. Non posso lasciarlo solo.››

‹‹Mi ha confidato che non ce la fa più a vederti sacrificare per lui. Dovresti rispettare la sua volontà, Alina, in fondo è adulto e ha vissuto da solo con i suoi problemi di alcol anche prima che tu venissi ad abitare con lui. E poi con me guadagneresti molto di più che con Ivan e potresti inviargli parecchi soldi per aiutarlo. Farei venire anche lui in Italia, se potessi, ma non ho una camera a disposizione per lui e sinceramente sono un uomo d’affari e non una dama di carità.››

‹‹A proposito di questo, chi te lo fa fare? Perché vuoi proprio me, con tutte le ragazze che ci sono in giro, di certo molto più in gamba?››

‹‹Ragazze che parlano italiano e inglese alla perfezione e che già sanno servire ai tavoli? Oh sì, hai ragione, ce ne sono a non finire nel mio Paese!›› rispose beffardo.

‹‹Però almeno sono maggiorenni e hanno il passaporto per partire›› obiettai.

‹‹Alina, forse non lo sai, ma da quando il tuo Paese è nella comunità europea potete trasferirvi in Italia, senza passaporto e senza aver bisogno di permessi di soggiorno. Basta il consenso scritto di tuo zio per farti venire via con me.››

Seppi più tardi che la storia del consenso era falsa, ma allora ero troppo piccola e ignorante per saperlo.

‹‹Hai altre obiezioni da fare? Mi sembra che ti stia offrendo una nuova vita su un piatto d’argento.››

‹‹Vorrei avere del tempo per pensarci…›› mormorai.

‹‹Forse non sei così convinta come dicevano Ivan e tuo zio. Io partirò tra qualche giorno e avrò bisogno di una risposta il prima possibile. Scusa la franchezza, ma non hai che da scegliere: essere una nullità qui o qualcosa di meglio in Italia.››

Si alzò e uscì dalla porta. Sentii che salutava Ivan e mio zio, ribadendo:

‹‹Non è convinta e io non ho tempo da perdere.››

Avevo paura.

Un sogno mi si stava aprendo davanti e l’idea di trasferirmi, ora che avevo risolto i miei dubbi, mi affascinava: niente più nottate in discoteca, niente più ore di sonno arretrate e niente più povertà. Cosa mi tratteneva ancora lì? Avevo paura di cambiare tutto in così poco tempo.

Ivan rientrò senza mio zio e si sedette accanto a me.

‹‹Lo so cosa vuoi dirmi: devo accettare.››

‹‹Posso dirtelo in due modi. Il primo, come tuo attuale datore di lavoro: io non posso più tenerti, Alina, né come cameriera né come cubista. Sto attraversando un periodo difficile e non ho soldi per pagarvi tutte. Prima o poi ti avrei detto che non potevo più tenerti, ecco perché vorrei che accettassi questa opportunità.››

‹‹E saresti venuto a licenziare proprio me?›› esclamai esterrefatta.

‹‹Per quanto tu faccia bene i tuoi lavori, pensi che la mia scelta non sarebbe ricaduta su una ragazza minorenne, che già non potrei legalmente tenere a lavorare? E soprattutto, pensi che non sarebbe ricaduta su una come te, che ha mille possibilità di cavarsela nella vita, vista la cultura e la vitalità che possiede? Pensi che le tue colleghe sarebbero in grado di fare lavori più redditizi? Se proprio devo mandare via qualcuno, preferisco chi non posso tenere per via dell’età o che ha più possibilità nella vita rispetto ad altre. Ti ho assunta perché eri senza soldi e ti amavo come una figlia, ma ora considera che se non devo dare lo stipendio a te, forse posso evitare altri licenziamenti tra le altre cameriere e cubiste. Aiuteresti anche loro.››

Non risposi, quella scelta ora mi pesava ancora di più.

‹‹Poi posso dirtelo come amico di tuo padre, che vuole il meglio per te. Pensi che insisterei tanto per una cosa, se non fossi certo che è quanto di meglio tu possa ottenere?››

‹‹Cercherò di prendere una decisione il prima possibile, Ivan.››

‹‹Me lo auguro, e ricorda che è per il tuo bene›› mi disse con un sorriso, ‹‹in questi giorni non venire a lavorare, così hai tempo di pensare e prendere una decisione consapevole»

Prese una busta e la posò sul tavolo, aggiungendo:

‹‹Questo è lo stipendio di questo mese, ieri lo hai dimenticato nel mio ufficio. Spendili tutti, mi raccomando: città nuova, guardaroba nuovo!››

Mi rivolse un altro sorriso e uscì dalla cucina. Sentii mio zio che lo salutava, ringraziandolo di essere venuto e scusandosi di non avere nulla in casa da offrirgli. Quel poco che c’era lo aveva già ingurgitato la sera precedente!

Entrò in cucina e si sedette accanto a me, prendendomi la mano e mostrandomi il suo dolce sorriso.

‹‹L’unica cosa che mi preoccupa è lasciarti qui da solo, zio...››

‹‹Non devi preoccuparti per me. Me la caverò di certo, come ho fatto finora. E se mai non dovessi farcela, saprò che il mio angioletto sta bene ed è al sicuro.››

L’ultima frase la disse mentre le lacrime gli scendevano sulle gote rugose. Non potei fare a meno di abbracciarlo forte.

Quanta sfortuna nella mia famiglia!

***

Quando fui finalmente sola nella mia stanza, mi stesi sul letto e sintonizzai la televisione sul canale italiano. C’era un altro programma in cui regalavano soldi ai concorrenti che rispondevano correttamente a una serie di domande.

Spensi.

Chiusi gli occhi, pensando a quanto sarebbe cambiata la mia vita. Tutti quella mattina avevano spinto perché partissi. Dicevano che era un’occasione d’oro e avevano ragione. Ad ogni mio dubbio, Marco aveva dato una soluzione, con un sorriso bello e rassicurante, come mai avevo visto prima. Mio zio ed Ivan si fidavano di lui, dunque perché non provare? Forse, almeno qualcuno della mia famiglia avrebbe finalmente goduto di un po’ di felicità. Avrei avuto vitto, alloggio e uno stipendio molto più alto di quello che mi assicuravano i due lavori che avevo svolto fino ad allora. Inoltre avrei potuto continuare a studiare, diplomarmi e chissà, forse anche laurearmi in una delle università di Roma, trovando poi un lavoro ancor più remunerato e prestigioso.

Decisi.

Alzai il telefono e chiamai Ivan al cellulare, dicendogli solamente:

‹‹Telefona a Marco e riferiscigli che accetto.››

‹‹Ottimo›› fu la sua unica e fredda risposta.

Come diceva sempre mio padre: ‹‹Le occasioni vanno sempre colte al volo, piccola mia, meglio un rimorso che un rimpianto…››

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Mi chiamavano la figlia d’Europa, ma non è che avessi mai viaggiato più di tanto. Quello verso l’Italia sarebbe stato il tragitto più lungo mai compiuto fino a quel momento e Marco decise di percorrerlo tutto in macchina.

‹‹Durerà parecchi giorni, ma ho molta roba da trasferire a Roma e non potrei caricarla tutta in aereo›› mi spiegò il giorno della partenza, indicando un grosso camion che ci avrebbe seguiti durante il viaggio.

Partimmo alle prime luci dell’alba, dopo qualche giorno dalla mia decisione, il tempo di fare i bagagli e i preparativi vari.

Salutai mio zio con le lacrime agli occhi. Mi sarebbe mancato, lo sapevo già. Quella mattina non proferì parola, limitandosi a un forte abbraccio e a un augurio di buona fortuna. Ebbi come la sensazione che cercasse di tenere dentro, ben celata e stretta, un’emozione troppo dolorosa da manifestare.

L’auto su cui viaggiammo era una silenziosa Mercedes nera, guidata con estrema destrezza da Igor. Passai molto tempo in silenzio, seduta sul sedile posteriore della vettura, a fissare il paesaggio che sfilava davanti ai miei occhi, avvicinandomi di chilometro in chilometro alla meta sconosciuta. Anche Marco taceva, mentre, per gran parte del viaggio, ebbi la sensazione che Igor mi spiasse dallo specchietto retrovisore, quasi trovandomi fuori posto dentro quell’auto. Il camion continuava a seguirci, tenendo a fatica il passo con la macchina veloce.

Ci fermammo dopo qualche ora a un autogrill, per rinfrescarci, pranzare e ricordarci come si camminava.

‹‹Andrea ancora non ci ha raggiunto›› borbottò Marco, riferendosi all’autista del camion.

‹‹L’ho appena chiamato, arriverà tra poco›› rispose Igor.

‹‹Io vado al bagno›› dissi ai due.

‹‹Ti accompagniamo noi›› sentenziò Marco.

‹‹Ma non c’è bisogno...››

‹‹Un autogrill non è un posto sicuro per una bella bambina come te›› rispose Igor con un sorrisetto.

Non risposi all’ironica battuta e mentre camminavamo mi limitai a chiedere:

‹‹Cosa c’è in quel camion, da non poter essere caricato in aereo?››

‹‹Fai troppe domande!›› rispose subito Igor, arcigno.

‹‹Ti sembra questo

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