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Il nero degli occhi

Il nero degli occhi

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Il nero degli occhi

Länge:
910 Seiten
13 Stunden
Herausgeber:
Freigegeben:
Apr 12, 2016
ISBN:
9788898980888
Format:
Buch

Beschreibung

"Se riesci a trovarmi e, soprattutto, a sopravvivere, prima che io abbia ucciso 13 volte, te la restituirò. Già siamo a quota uno. Ti consiglio di non perdere più tempo." Questa la sfida dell'assassino. Un gioco crudele alla cui sadica logica bisogna sottostare, altrimenti la donna amata morirà: Lelia, il suo angelo e sua unica ragione di vita. E tutto perchè lui, il serial killer di Detroit, li ha seguiti nelle bianche nevi dell'Alaska, esigendo un tributo di sangue per chiudere il conto con un misterioso passato. La violenza e il terrore li investirà con la stessa ferocia della bora artica. Edward sarà costretto a mettere in gioco la propria vita e a scendere a compromessi ai quali non avrebbe mai pensato di dover sottostare, pur di salvare sua moglie. Violenza, angoscia e follia faranno da sfondo a una caccia all'uomo in cui i confini tra cacciatore e preda sono molto sfumati. Edward dovrà percorrere la sua strada fino in fondo, contro ogni sfida del killer, contro gli orribili incubi che lo tormentano e, soprattutto, contro le sue paure più profonde.
Herausgeber:
Freigegeben:
Apr 12, 2016
ISBN:
9788898980888
Format:
Buch

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Il nero degli occhi - Sergio Amato

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Collana Rosso e Nero

Il nero degli occhi

di Sergio Amato

Proprietà letteraria riservata

©2016 Edizioni DrawUp

Latina, Italia

Progetto editoriale: Edizioni DrawUp

Direttore editoriale: Alessandro Vizzino

Grafica di copertina: AGV per Edizioni DrawUp

I diritti di riproduzione e traduzione sono riservati.

Nessuna parte di questo eBook può essere utilizzata, riprodotta o diffusa, con qualsiasi mezzo, senza alcuna autorizzazione scritta.

I nomi delle persone e le vicende narrate non hanno alcun riferimento con la realtà.

ISBN 978-88-98980-88-8

1

L’alba a volte è crudele; spezza i sogni e getta in un baratro insondabile. Io non so ancora perché sono qui. Non so nulla, ma quel che so, quello che ho imparato in questi anni, è che la tenebra ti può avvolgere anche per tutto un intero giorno...

Lelia schiuse gli occhi a quel giorno denso di nubi e subito lo vide, vide i suoi occhi persi nei propri e, con una voce flebile flebile per via del sonno, disse: «Siamo arrivati, amore?»

Lui, con immensa dolcezza, le rispose: «Sì, angelo mio, siamo quasi arrivati.»

Subito riecheggiò per tutto l’aereo l’avviso di allacciare le cinture di sicurezza e di prepararsi all’atterraggio.

«Tu dici che è stata la scelta giusta; se avessimo fatto uno sbaglio?» gli chiese lei con voce affranta.

«No, piccola, ne sono sicuro; è qui che potremo essere felici. Quella vita non faceva per noi.»

Nel frattempo l’aereo atterrò generando un boato d’inferno. Lelia si aggiustò i capelli più neri del buio e si stropicciò un po’ gli occhi verdi smeraldo, ancora intorpiditi dal lungo sonno. «Amore! Prendi i bagagli.»

La voce di Lelia era così dolce per Edward che, ogni volta che la sentiva, era come se il richiamo di mille sirene si diffondesse in un solo attimo nella sua anima. Così Edward iniziò con solerzia a prendere i pochi bagagli che erano riposti nel vano sopra i loro sedili. «Inizia a scendere mentre io finisco di sistemare qui» le disse.

«Va bene» rispose con la sua solita dolcezza.

Mentre Lelia si avviava verso l’uscita, un’hostess si avvicinò a Edward.

«Crede che ci troveremo bene a vivere qui?» le chiese lui. «Dipende dalle vostre aspettative; se volete una vita tranquilla, di certo non c’è posto migliore.

L’Alaska ha un fascino difficile da spiegare a parole.» Così rispose l’hostess guardandolo nei neri occhi. «Spero proprio che ci troveremo bene io e mia moglie» aggiunse Edward.

«Glielo auguro, signore. Buona permanenza in Alaska.»

«Grazie, signorina» disse, indossando subito dopo la sua giacca e incamminandosi verso la scaletta dell’aereo. Che la temperatura fosse glaciale lo si sentiva fin da dentro l’aereo. Il freddo era pungente persino per un tipo atletico come lui. Edward, infatti, aveva un fisico abbastanza forte, pur non essendo eccessivamente alto, circa 1.75. Aveva dei capelli lunghi e neri che gli scendevano fino alle spalle. Gli occhi erano dello stesso colore della chioma, ma erano di un’intensità tale da affascinare o intimorire le persone su cui erano diretti.

Edward iniziò a scendere dalla scaletta. Non appena mise il viso fuori dall’aereo, lo trafisse un vento gelido che lo fece quasi, istintivamente, tornare

indietro. Vinse questo impulso e scese gradino per gradino la scala, portando alla mente l’immagine di Lelia. Appena poggiò i piedi a terra, lo accolse in lontananza la figura di alcune montagne innevate; com’erano belle nella loro imponenza, lugubri e spettrali mentre la remota foschia le faceva brillare nel morente bagliore della sera, ormai prossima.

Lei era lì, a soli quindici passi da lui, col vento che faceva danzare i suoi capelli di tenebra, col suo sguardo dolce che lo fissava. Edward la raggiunse.

Il vento era impetuoso, l’intero aeroporto ne era pervaso...

«Ma dov’è? Dovrebbe essere qui, dannazione!» imprecò Edward.

«Calmati, caro, sono sicura che presto si farà vivo, del resto gli abbiamo già inviato un anticipo per il passaggio in auto, non può piantarci in asso» disse quasi sussurrando Lelia.

«Lo spero proprio, anche perché non conosco una sola strada di questa città.» Ed era vero; Edward si era limitato a comprare i biglietti aerei su internet e, prima d’allora, non era mai stato in Alaska, tanto meno nella città di Anchorage, nella quale il loro aereo era appena atterrato.

In lontananza apparve ben presto una figura, avvolta dal vento e dalla pioggia. Era un ragazzo alto, magro e dai lineamenti sottili. I suoi capelli di platino facevano da contorno a due occhi azzurri che sembravano zaffiri nel pallore del suo viso. Era molto giovane, neanche 20 anni, non molto più piccolo di Lelia, reggeva con una mano un ombrello e con l’altra un cartello sul quale a caratteri rossi c’era scritto: signori Dalton.

Non appena la bionda figura fu più visibile, Lelia lanciò un lamento.

«Che hai, tesoro?» chiese Edward con apprensione.

«Devo correre in bagno, amore, non ce la faccio, mi sento male.»

Neanche il tempo di capire e già Edward la vide correre, portando via quel suo corpo fragile e delicato.

«Lelia! Lelia! Torna qui! Dove stai andando? Che ti succede…?» Intanto sopraggiunse il ragazzo biondo con due occhi che trasmettevano preoccupazione.

«Cosa sta succedendo? Per caso è lei il signor Dalton?» chiese il giovane sconosciuto.

«Sì...»rispose Edward, ancora in apprensione per sua moglie.

«Ma per caso era sua moglie quella che stava chiamando poco fa?»

«Sì, si è sentita male ed è corsa via, non so cosa le possa essere successo, devo raggiungerla, aspetti qui, la prego» disse sconvolto al misterioso giovane, mentre i suoi occhi cercavano di farsi strada nella grigia foschia che sembrava aver inghiottito Lelia.

«Sicuro, stia tranquillo, vedrà che non è niente di grave. Io vi aspetterò all’uscita dell’aeroporto e poi vi accompagnerò alla vostra nuova casa, come avevate pattuito con mio padre, del resto.»

«D’accordo, a dopo allora.» Corse via nella pioggia, che ormai l’aveva completamente bagnato. L’umida foschia della tempesta avvolse nel giro di pochi metri l’esile sagoma del ragazzo, che Edward si lasciò presto alle spalle.

Edward corse, corse con i fulmini in lontananza e le nere nubi sopra di lui.

Corse stando attento a non scivolare.

Dopo essersi allontanato dalla pista su cui il suo aereo, pochi minuti prima, era atterrato, entrò in quello che, a quanto ne sapeva, era l’ottavo aeroporto degli U.S.A. per dimensioni.

L’aria all’interno era glaciale, non meno dell’esterno, dove una sottile nebbiolina stava lentamente soffiando dall’oceano poco distante. Si guardò attorno, ancora confuso, l’angoscia iniziava a scavargli dentro come un branco di tarme affamate.

Che cosa era preso a Lelia?

«Scusi...» Edward fermò un inserviente, intento a lustrare il pavimento. «Mi può indicare dov’è la toilette?»

L’inserviente indicò con la mano davanti a sé, indicando una serie di scale che scivolavano all’improvviso verso il piano sotterraneo dell’aeroporto.

Edward vi si diresse, correndo e facendosi strada tra la disarmante solitudine dell’aeroporto, che sarebbe stato completamente deserto se non fosse stato per l’inserviente e un altro signore in tenuta elegante che si dirigeva al deposito bagagli.

Evidentemente l’autunno inoltrato non richiamava i turisti, i quali erano sicuramente più invogliati a trascorrere una vacanza in Alaska nelle stagioni più calde. Lui, però, non era lì per una semplice vacanza e, ad ogni passo che la sua affannosa corsa lo spingeva a compiere, il vero motivo di quel viaggio iniziava a riemergere nei suoi pensieri, ma per fortuna c’era l’ansia a distrarlo. La stessa ansia che, proprio quando aveva iniziato a scendere il primo degli innumerevoli gradini che lo avrebbero condotto alla toilette dell’aeroporto, gli aveva fatto estrarre il cellulare dal taschino della sua giacca.

«Rispondi, maledizione!» Niente, il cellulare chiamava a vuoto.

Intanto era giunto davanti al bagno delle signore. Vi entrò, senza nemmeno preoccuparsi di poter essere visto. Aveva problemi ben più seri in quel momento. Cosa le aveva preso? Lui non sopportava di averla lontana da sé, non lo tollerava. E, ogni volta che questo succedeva, era come se qualcuno gli infilasse la testa in un secchio d’acqua sporca e gliela tenesse a forza a mollo, con il deliberato intento di farlo soffocare. Era proprio così che si sentiva in quel momento: in procinto di soffocare.

Arrivò nei bagni delle signore, li setacciò per bene, ma niente; lei non era lì.

La preoccupazione intanto prendeva sempre più la sua anima e l’ansia iniziava a lacerarlo. Cosa poteva esserle successo per correre via in quel modo? Non era la prima volta che Lelia accusava quei malori, già altre volte era successo che venisse colta da improvvisi quanto inspiegabili mal di testa, oppure da attacchi di nausea, ma prima di allora non si era mai comportata in quel modo, scappando da lui, senza nemmeno dargli uno straccio di spiegazione. E ora lui era lì, solo e confuso. Non gli rimaneva che tornare sui suoi passi. Una volta risalite le scale, si diresse verso le scale mobili che si trovavano sul versante opposto dell’edificio. Vi si diresse correndo, mentre alle sue spalle il grande tabellone, elettronico su cui erano scritti tutti gli orari d’arrivo e di partenza degli aerei cambiava improvvisamente schermata, colorandosi di un rosso elettrico.

Giunto davanti alle scale mobili, le salì a due a due, dirigendosi al piano superiore. Una volta in cima, si guardò attorno e poi in basso, cercando di sfruttare la sua posizione sopraelevata per avere un campo visivo più amplio.

Ma nemmeno questo gli valse a nulla; l’aeroporto era immenso e di Lelia non c’era nemmeno l’ombra. Se le sue vene non fossero state corrose dall’adrenalina e dall’angoscia, forse gli sarebbe venuto in mente di riprovare a chiamarla al cellulare. Ma la frenesia non gli dette tregua.

Ridiscese le scale col cuore nella tempesta. Una tempesta ben più implacabile di quella che imperversava fuori di lì. Si guardò attorno, ancora nulla. L’intero aeroporto, adesso, gli appariva come un’enorme belva pronta a inghiottirlo.

A quel punto risalì nuovamente le scale mobili con l’intento di chiedere agli addetti dell’aeroporto di fare un annuncio con gli altoparlanti.

Di lì a poco per tutto l’edificio riecheggiò l’annuncio: La signora Lelia Dalton è pregata di presentarsi alla biglietteria del primo piano. L’annunciò si ripeté per un’ora ogni dieci minuti, ma niente. Il tempo scorse avvelenato dall’angoscia e da mille pensieri paranoici, i quali presero a susseguirsi implacabili, mentre Edward era arrivato già al trentesimo tentativo di chiamata. Nulla, solo il nulla oltre quell’angoscia. Semplicemente un incubo, nero e acuminato come l’averla lontana, e proprio questa tortura atroce, che era essere separato da lei in quel modo, iniziò a plasmare nella sua mente una semplice quanto elementare frase, intessuta con le esperienze di un’intera vita, la stessa vita che Edward si era ripromesso di cancellare venendo lì, in quella remota e splendida terra, in Alaska. Una frase madida di preoccupazione e che, semplicemente, diceva: Di nuovo, con un ritmo che, via via che i secondi sfociavano in minuti, con l’inclemenza degli avvoltoi, assomigliava sempre più a un’ossessione incalzante.

Mentre era seduto su una panchina del primo piano, come le gocce di sudore che si addensavano sulla sua fronte pallida di paura, la sua mente esasperata naufragò per un attimo sull’esile immagine di quel ragazzo gentile che gli era venuto incontro un’ora prima, poco dopo essere sceso dall’aereo. Edward ricordò che il ragazzo gli aveva detto che lo avrebbe aspettato all’uscita dell’aeroporto, forse aveva visto Lelia.

Si avviò verso l’uscita, sperando di trovare quel ragazzo dagli occhi azzurri.

Ancora non riusciva a capire cosa potesse essere accaduto a Lelia e in lui iniziarono a farsi avanti diverse ipotesi: l’impatto diretto con il clima gelido dell’Alaska, i primi sintomi di un’influenza oppure un malore dovuto al lungo viaggio in aereo. D’altra parte Detroit dista parecchio da Anchorage, la capitale dell’Alaska, dello Stato che molti americani chiamano l’ultima frontiera. L’aveva sentito dire a tanti tante volte: Caos, smog, stress, traffico e criminalità sono solo un brutto ricordo in una terra come quella. Lì c’è solo l’eterna quiete della natura, null’altro. Edward aveva sentito di come l’Alaska fosse diverso da qualsiasi altro luogo sulla faccia della terra, di come fosse possibile iniziare una vita del tutto diversa. Una vita che di certo sarebbe stata disprezzata dagli schiavi dei ritmi cittadini, da coloro che per Edward erano ormai più simili a ombre che a persone, ma che, di sicuro, faceva per Edward e per Lelia. Una vita persa nella quiete dei ghiacci eterni.

Purtroppo, però, i suoi sogni erano adesso adombrati da mille paure, dagli spettri di un passato che il gelo di quella nuova terra non era ancora riuscito a gettare nell’oblio.

Erano state tante le promesse che Lelia ed Edward si erano fatti, ma la più importante era quella di ricominciare una nuova vita insieme, ricca di gioia e amore. Edward ricordò lo sguardo di lei, il giorno prima della partenza: era dolce ma al contempo deciso, forte di una volontà indescrivibile, uno di quegli sguardi che per un attimo ti catturano l’anima e imprimono in essa un ricordo indelebile. Richiamò alla mente quei giorni, così lontani, così struggenti nella loro inafferrabile intensità, ancora così vivi nella sua anima. D’improvviso gli apparve davanti agli occhi, offuscando quel tetro attimo di angosciosa apprensione, anche se per un solo attimo. E così rivide d’un tratto il freddo delle strade cosparse di mille foglie gialle e rosse. Già... tutte quelle stradine attorno alla sua casa a Detroit; forse il quartiere in cui viveva Edward era l’unico dove si poteva stare un po’ tranquilli.

A Lelia piaceva tanto lasciarsi dondolare sull’altalena del parco vicino al vecchio condominio in cui abitavano. Poteva stare su quell’altalena anche ore e ore e a nulla valevano le parole di lui che le diceva con un accenno di rimprovero: «Non sei un po’ troppo grande per dondolarti su un’altalena come una bimba?» Ma lei non lo ascoltava, anzi gli rispondeva sempre a tono: «Smettila di seccarmi; vieni qua a spingere, stupido. Non si è mai troppo grandi.»

Edward dapprima non si avvicinava, assumendo un’espressione quasi offesa.

Lei però sapeva come prenderlo e bastava che lo guardasse con quegli occhi che sembravano due splendide stelle.

Ogni volta che gli occhi di lei si posavano su di lui, il ragazzo sentiva un calore così intenso che non si potrebbe provare a descriverlo a parole, neanche se si avessero mille anni di tempo per farlo. E poi, quando lei lo abbracciava, era come se ogni dubbio, ogni angoscia, ogni minima paura si dissolvessero in un secondo d’eterna dolcezza.

Di certo lui non immaginava fosse possibile vivere senza di lei e, ora che l’aveva persa, gli sembrava che anche una parte di lui, la migliore, fosse stata smarrita; questa sensazione lo logorava.

Piccola mia, cosa ti è successo? Dove sei? pensava tra sé e sé.

Mentre Edward era perso nelle sue paure, attendendo disperatamente che quell’incubo finisse, si avvicinò in silenzio il ragazzo biondo che aveva aspettato i signori Dalton all’uscita dell’aeroporto. Gli corse incontro con l’espressione arsa da una strana forma di entusiasmo, rispettosa e allo stesso tempo sinceramente altruista.

«Signore! È mezz’ora che l’aspetto... ha ritrovato sua moglie?» gli chiese il giovane.

Non ci fu bisogno che Edward parlasse perché il ragazzo capisse la situazione; il viso di Edward, logorato dall’angoscia, era più eloquente di qualsiasi parola.

Gli incubi a volte ti colgono nel pieno del giorno, non te ne accorgi neanche e di colpo tutta la luce del sole rivela tutto attorno a te un’ombra implacabile...

questo pensava Edward mentre il cielo niveo dell’Alaska, fuori dall’aeroporto, ruggiva come una belva ferita, svanendo nell’argentea foschia serale.

«Forse dovremmo rivolgerci al personale dell’aeroporto...» accennò timidamente il ragazzo.

«Ho già provveduto, non hai sentito l’annuncio?»

«No, non ci ho fatto caso... Comunque io non l’ho trovata, almeno non mi è parso, non ho avuto il tempo di guardare in faccia sua moglie, perciò mi è risultato abbastanza arduo cercarla» disse, con tono di voce quasi rammaricato.

«Capisco...»

«Forse dovremmo riprendere le ricerche...»

Edward fece cenno di sì con la testa e i due si avviarono alla ricerca di Lelia, rivolgendo maggiore attenzione al piano superiore e chiedendo ai membri del personale che, di volta in volta, incontravano. Ma tutto ciò non li portò a nulla, se non a tornare esattamente nello stesso punto da cui erano partiti. Edward si abbandonò sopra la stessa panchina su cui si era seduto una ventina di minuti prima. Lo sguardo annegato nell’ansia.

«Sinceramente, non capisco...» diceva a bassa voce il ragazzo dai capelli di platino.

Era passata un’ora e venti e di Lelia non c’era traccia.

«Signore, con tutto il rispetto, se lei permette, forse potremmo chiedere aiuto alla polizia... magari è inconsapevolmente uscita dall’aeroporto, perdendosi tra le strade di Anchorage» disse esitante il ragazzo, forse intimorito dallo straniero.

Edward lo guardò con due occhi che trasmisero al ragazzo un acceso quanto ingiustificato disprezzo.

«E perché sarebbe dovuta uscire dall’aeroporto?»

«Non lo so... ho detto per dire, fatto sta che qui non c’è.»

«Perché non l’abbiamo trovata, questo stramaledetto posto è immenso.»

«Ma è passata più di un’ora e, se sua moglie sta male come lei mi ha detto, allora potrebbe aver bisogno di sostegno immediato.»

Aveva ragione, e questo faceva ancora più male a Edward.

«Ci siamo già rivolti al personale dell’aeroporto, non ci rimane che aspettare.» Il tono di voce di Edward e più che altro il suo sguardo furono sufficienti affinché il ragazzo non controbattesse a quell’ultima affermazione.

Il gelo scese tra i due; nessuno aveva voglia di parlare.

Edward stava lì, fermo su una panchina vicina l’uscita dell’aeroporto, in un silenzio di tenebra. Ogni tanto il suo guardo si posava sul cellulare, anch’esso silenzioso, che, inerte, si trovava di fianco a lui, poggiato sulla sua stessa panchina. La bufera che, all’esterno, si abbatteva spietata sulla città, certo non pareva avere pietà di lui né leniva la sua sofferenza.

Quasi un’altra ora si sciolse nell’attesa, ma di lei ancora nulla.

D’un tratto, il gelo di quegli interminabili attimi di silenzio s’infranse.

«Comunque, signore, prima non ne ho avuto l’opportunità, ma io mi chiamo Erick.»

Edward gli rivolse a malapena uno sguardo di biasimo.

Cosa voleva che gli importasse, in quel momento, del suo nome. Per quel che gli interessava avrebbe potuto chiamarsi anche Lucifero e la cosa non lo avrebbe toccato minimamente.

Erick, percependo ostilità nel silenzio di Edward, si limitò a incollare lo sguardo a terra, seguitando in quella snervante attesa.

Edward intanto fissava il suo cellulare, inerte più della gelida aria di quella sera; l’unica cosa che in quel momento sembrava rinfrancarlo dall’angoscia era il pensiero di riaverla, di riabbracciarla e di poterle, finalmente, dire nuovamente ti amo, ancora e ancora, finché la sua voce non si fosse fatta più sottile del più flebile dei venti.

Ma la bufera non aveva pietà...

Tutta l’angoscia che aveva lasciato nella sua vecchia casa, tutta l’oscurità, quella più tetra e implacabile, sembrava averlo seguito sui ghiacci eterni dell’Alaska.

Che cosa assurda... Che cosa assurda provare a fuggire da se stessi. Che vana illusione. Prima o poi capita sempre qualcosa che fa riaffiorare i nostri demoni, l’ombra c’è sempre e quando sembra non esserci, dopo il tramonto, sei nel suo regno, nel buio più nero. Ogni luce purtroppo pare effimera dinanzi alla notte.

Quale angoscia...

Eppure Edward non si era mai arreso, mai.

Ogniqualvolta gli si presentava una difficoltà, non si faceva mai vincere dallo sconforto, anche se questo all’inizio pareva essere il più forte.

Così stava lì, fermo, con lo sguardo ansioso e furioso, a fissare quel maledetto cellulare che non voleva suonare. Dannato oggetto inutile, questo pensava il misterioso straniero dalla chioma più nera della notte che lo inseguiva e che lo aveva raggiunto anche lì, in uno dei luoghi più remoti della terra.

«Signore, ormai sono passate quasi due ore, forse dovremmo rivolgerci nuovamente al personale e... se questo non dovesse ancora bastare, forse è il caso di chiamare la polizia di zona» disse improvvisamente Erick. La sua voce era più delicata del tremulo e scintillante azzurro che brillava nelle sue iridi attorno alle piccole pupille dei suoi occhi.

Per un attimo gli occhi di Edward furono invasi da una furia e da un disprezzo che fulminarono il povero ragazzo biondo, che si maledì per aver parlato.

«Se tra dieci minuti non succederà ancora nulla, andrò a parlare di nuovo con il personale alla segreteria. Quanto alla polizia, ritengo sia del tutto esagerato, almeno per il momento» disse Edward con un tono di voce che comunque non era così alterato come lasciava presagire lo sguardo glaciale di poco prima.

Erick si limitò ad annuire tacitamente.

Un altro quarto d’ora passò nello stesso modo in cui erano passati gli altri minuti da quando Lelia era sparita: nell’angoscia.

La lancinante carezza di quell’aria fredda era per Edward quasi una gioia poiché impediva alla sua anima di smarrirsi del tutto nell’ansia, un demone che non si sazia facilmente.

I venti, implacabili e ignari, alimentavano il clima di gelida tensione che ormai regnava tra lo straniero dai neri occhi e quel timido giovane biondo che ormai non avrebbe più osato parlare; Erick si limitava semplicemente a stare fermo sperando che la situazione si sbloccasse, e in verità lo sperava con tutta la sua anima, che sembrava proprio essere chiara e limpida come i suoi occhi di zaffiro. La tensione era sempre maggiore.

Edward abbassò il capo, forse appesantito dal silenzio, ormai insostenibile.

Dopo altri cinque minuti era rimasto solo, perché Erick, dopo essersi fatto descrivere nei minimi dettagli Lelia, era andato nuovamente a perlustrare l’aeroporto.

Non c’è niente di meglio della solitudine per cullare i cattivi pensieri. E così Edward rimase nel silenzio più inerte, attendendo ciò che i suoi dubbi e le sue paure più recondite facevano ora apparire come insperato. Poi però notò qualcosa che per un attimo lenì le sue pene: tra le maglie di una ragnatela, tessuta tra gli esili rami di una piccola pianta poco distante adagiata a pochi centimetri dalla panchina su cui sedeva, si era impigliato un insetto. Le sue zampe che si agitavano nel vano tentativo di salvarsi.

Quanta pazienza hanno i ragni... si disse Edward, per poi riabbassare nuovamente il capo, ma non ebbe neanche il tempo di riassopirsi nei suoi pensieri che riecheggiò, di colpo, la melodia del suo cellulare, fino a poco prima inerte.

In un misero attimo di stupore, Edward fu colto da una frenesia indescrivibile e, con un solo gesto affrettato dall’agitazione di quell’attimo, rispose: «Pronto, pronto chi parla?»

Subito gli rispose una voce familiare: «Amore, mi senti? Sono io, scusa se prima non ho chiamato ma...» Neanche il tempo di finire la frase, che Edward, furioso, la aggredì: «Ma cosa? Cosa? Hai idea di quanto sono stato in pensiero?

Dell’inferno che ho passato? Che cosa ti è successo?»

Lelia aveva la voce quasi spezzata dal pianto.

«Amore, sono stata male, sono stata male di colpo. Avevo mal di testa e una forte nausea, sono corsa subito al bagno pensando di richiamarti al cellulare.

Come potevo immaginare che il credito fosse esaurito?»

Edward a quel punto placò la sua rabbia, anche perché il sollievo di saperla sana e salva stava rapidamente annientando qualsiasi altro sentimento.

«Va bene, amore, dopo mi spiegherai meglio, ora dimmi dove sei» le disse Edward con una voce ormai quasi del tutto rasserenata.

«Sono a casa» disse lei, come se quanto appena detto fosse assolutamente scontato.

«Cosa? A casa dove?» rispose Edward sconvolto.

«Sì, sono nella nostra casa a Neversun.»

«Ma come diavolo hai fatto ad arrivarci da sola, come ci sei arrivata fin lì?»

chiese Edward sempre più confuso.

«Mi hanno dato un passaggio, comunque non mi va di spiegarti tutto al telefono. Stai tranquillo, sto bene ora.»

«Che significa non ti va? Chi è che ti ha dato un passaggio? E soprattutto perché non sei venuta a cercarmi? Lelia!» Edward non sapeva più cosa pensare.

«Ma amore, non devi preoccuparti! Un’anziana coppia mi ha soccorso mentre stavo per svenire, gente a posto. Siccome passavano anche loro da Neversun mi hanno dato un passaggio.»

«Potevi venire a cercarmi.»

«Ma non sapevo dov’eri! Quest’aeroporto è immenso e poi, siccome Neversun non dista più di un paio d’ore da Anchorage, ho pensato che prima fossi arrivata, prima avrei potuto chiamarti e tranquillizzarti, invece che perdere tempo a cercarti.»

Edward per un attimo tacque.

«È stata un’idea stupida, potevi farti scortare da un membro del personale fino alla segreteria dell’edificio centrale, non hai sentito l’avviso?»

«No... ero troppo stordita.»

«Io proprio non so come ragioni in certi momenti. Avresti dovuto prevedere che sarei morto di paura.»

«Scusami, amore, scusami...»

Ma la gioia di saperla sana e salva iniziò lentamente a sciogliere i nodi di angoscia che soffocavano i polmoni di Edward, il quale parve rasserenarsi, anche se di poco.

«Va bene, amore, l’importante è che tu stia bene; sto arrivando. Ti amo, sei il mio angelo» disse Edward, ancora confuso e con la testa stipata fino al limite massimo di dubbi.

«Anch’io ti amo, ti prometto che appena arrivi ti farò dimenticare tutto. Ti amo, ti amo tanto, sei la mia vita. Non dimenticarlo mai che sei la mia vita, senza di te io non sono niente.»

«Anche tu sei la mia vita. Sto arrivando, amore. A presto» disse Edward per poi riattaccare subito dopo. Quanto di più simile alla pace tornò nuovamente nel suo animo e il suo sguardo si posò sulle lontane cime innevate che facevano da sfondo a quel meraviglioso paesaggio. Erano così meravigliose...

Persino il vento della bufera adesso sembrava sussurrargli la quiete.

Di lì a poco però a riportarlo alla realtà ci pensò la voce di Erick: «Signor Dalton, non l’ho trovata.»

«Lo so.»

«E come fa a saperlo, se è lecito?» chiese il ragazzo che, anche se stupito, manteneva comunque il suo consueto tono garbato.

«Mi ha chiamato al cellulare, è a Neversun, nella tua città, e non chiedermi come sia possibile perché non so né chi ce l’abbia portata né con quali mezzi ci sia arrivata. L’unica cosa che mi interessa adesso è raggiungerla, quindi andiamo» disse Edward mentre il tempo attorno a loro si acquietava sempre più.

«Sono molto confuso, signore, ma come ha fatto ad arrivare a Neversun? Io non capisco.» L’espressione interrogativa di Erick era rivolta a Edward che, irritato, gli rispose: «Dice che le hanno dato un passaggio, ma nemmeno io so ancora i dettagli, fatto sta che è lì che si trova adesso; avanti, andiamo, ho fretta di raggiungerla.»

Erick calò la testa e gli fece segno di seguirlo fino alla sua macchina, decise che era più conveniente non farsi domande su quella strana coppia di Detroit.

Anche se placata, la bufera tesseva ancora la sua trama di ventoso gelo attorno la città di Anchorage...

La vecchia jeep li stava aspettando poco fuori l’aeroporto, un veicolo dal grigio sbiadito e con la carrozzeria piena dei segni che i numerosi viaggi gli avevano inferto.

«Eccola qui, signore; certo magari non sarà una fuoriserie, ma è affidabile e sicura. Prego, salga pure.»

Edward salì sul veicolo, al riparo dal vento che era tornato a ruggire feroce, portando nuove nubi, scure e tetre.

Dentro il veicolo c’era una temperatura non di molto superiore a quella esterna. Erick non tardò ad accorgersi degli impercettibili brividi di freddo del suo passeggero e accese il riscaldamento.

«Non tema; presto il freddo se ne andrà e non stia in pensiero per sua moglie: Neversun non dista molto, arriveremo in un paio d’ore. Sono certo che vi troverete bene» disse il ragazzo con un tono sinceramente cortese. Edward rispose in maniera spartana.

«Lo spero.»

Poi, nonostante la temperatura della macchina stesse lentamente salendo, tra loro due piombò il gelo e non furono molte le parole che si scambiarono per quasi tutta la durata del viaggio. La stanchezza iniziò a prevalere in lui, il sonno iniziò a irretirlo, pian piano, come una piovra avvolge la sua preda; la stringe e non gli lascia scampo.

Ben presto la sua coscienza fu pervasa dalla placida nebbia del sonno...

Edward si ritrovò di colpo in un campo di grano, dorato e assolato, era così meraviglioso...

Camminava, non faceva altro che camminare, passeggiava tra le spighe dorate e incolte gioendo del sole che lo bagnava coi suoi raggi. Poi una voce...

Così dolce...

Un angelo...

Si voltò verso la fonte della voce e la vide.

Era ammantata di una luce sublime e con quegli occhi smeraldo che invocavano solo amore, pronti a dare nient’altro che felicità. Lelia stava lì a guardarlo, senza però parlare, sorrideva.

Poi, rapidamente, come un fulmine squarcia il cielo, il sorriso divenne una smorfia di terrore. Il suo sguardo era fisso verso qualcosa alle spalle di Edward.

Questi, allarmato, si girò subito, ma non vide nulla, solo il silenzio. Allora si rigirò subito verso Lelia, ma una volta girato lei non c’era più.

Il panico lo avvolse senza pietà.

Corse fra le spighe di grano, senza però trovarla.

Correva in ogni direzione, ma lei non c’era.

Ben presto si accorse che le spighe di grano si stavano rapidamente annerendo e che il sole si stava eclissando fino a che Edward non si trovò del tutto al buio.

Poi, per parecchio, il nulla. Tutto sembrava tacere nell’oscurità.

Poi, infine, una voce, incomprensibile e oscura più delle tenebre che lo accerchiavano, gli sibilò qualcosa all’orecchio. Edward non capì cosa diceva, ma il terrore si impadronì di lui.

Edward si risvegliò di colpo e si rese conto di aver fatto un incubo. Ancora scosso dalla recente esperienza onirica, si stropicciò gli occhi con i pensieri che, lentamente, riprendevano la giusta locazione nella sua mente.

Accanto a lui, Erick era intento a guidare e non s’era ancora accorto del suo risveglio.

In quell’istante, dal finestrino di fianco a Edward, si scorgeva un paesaggio da fiaba: un immenso prato di erbe rade si stagliava per chilometri fino a incontrarsi con l’orizzonte, tradendo la presenza del vento col loro calmo, ma costante agitarsi. A dominare erano il giallo e il verde chiarissimi, interrotti raramente da qualche albero basso dalla chioma più scura o da alcuni sporadici cespugli. Sopra, incontrastato, l’azzurro del cielo, ormai rasserenato e che non mostrava più neanche le tracce del temporale che aveva accolto Edward poche ore prima. Ora si potevano facilmente ammirare gli imponenti stormi di uccelli che, con la loro estensione, davano quasi l’illusione di poter oscurare il sole, ormai limpido e caldo.

Se si faceva particolarmente attenzione, si potevano scorgere gli uccelli che volavano più bassi. Ad Edward parve, in più di un’occasione, di intravedere un uccello rapace che si lanciava in picchiata verso il suolo, sicuramente alla ricerca di prede, ma non ne ebbe mai la certezza e sospettò che quella immagine fosse un parto della sua mente ancora ammaliata dall’inquieto sonno di prima.

Rivolse la sua attenzione al giovane ragazzo accanto a lui, ancora totalmente assorto nella guida.

Pensò a come era stato disponibile nei terribili frangenti della sparizione di Lelia e, ora che la tempesta di emozioni negative si era spenta col suo risveglio, ne apprezzò la gentilezza. Ripensò che non era stato molto cortese e pensò che doveva rimediare. Nel frattempo Erick si era accorto che il suo passeggero si era svegliato.

«Si è svegliato finalmente. È da almeno due ore che dorme, spero abbia dormito bene, signore.»

«Sì, benissimo. Se permetti, vorrei approfittare per scusarmi, non sono stato un maestro di cortesia prima, spero che tu ti sia reso conto della situazione.»

«Non si dia pena, mi sono perfettamente reso conto della situazione, dev’essere stato terribile per lei.»

«Dammi del tu, e comunque sì, è stato un vero incubo» rispose Edward. Per qualche secondo ritornò il silenzio tra Erick e il misterioso straniero, ma, poco dopo, il ragazzo riaprì bocca.

«Vedrai che ti troverai benissimo nella tua nuova casa. Non potevi scegliere un posto più bello, è un incanto solo a vederlo e poi è vicino alla nostra cittadina; tu e tua moglie potrete contare in ogni momento sulla nostra comunità. Siamo poche anime, ma siamo molto uniti tra di noi.»

Edward provò un’istintiva tenerezza per Erick e, anche se non lo avrebbe mai ammesso, ne invidiò quella innata gentilezza e disponibilità verso il prossimo. Frattanto il tempo si fece di nuovo uggioso. Il vento sibilò di nuovo la tempesta, mentre l’aria fu pervasa dalle impercettibili gocce di una pioggia finissima.

Nulla del paesaggio sfuggiva alla pioggia...

«Com’è strano il tempo» mormorò fra sé Erick. Edward pensò che avesse ragione, anche se non lo disse. I suoi pensieri si perdevano nel lento ma inesorabile precipitare della pioggia, e avrebbe ceduto nuovamente al sonno se le parole di Erick non lo avessero strappato dal torpore in cui stava cadendo.

«Cosa ti ha spinto a venire qua giù? Sempre se posso chiederlo.»

«La vita a Detroit si era fatta insopportabile per noi, lì non riuscivamo più a vivere» rispose Edward, distogliendo lo sguardo da quel grigio paesaggio dominato dalla pioggia.

Erick, incuriosito ancora di più dalla laconica risposta del suo passeggero, gli rivolse una nuova domanda.

«Cosa vi è successo di così grave da prendere una decisione simile? Perché lì non riuscivate più a vivere?»

Edward rivolse nuovamente i suoi occhi nerissimi alla pioggia, ignorando Erick che, vedendosi ignorato, capì d’essere stato inopportuno.

Il silenzio riprese nuovamente il dominio della vecchia jeep, mentre all’esterno la pioggia era mutata in un vero e proprio temporale.

Ovunque attorno a loro riecheggiarono i tuoni...

La vecchia jeep si inoltrò coraggiosamente su quella strada scossa dalla bufera ancora per due ore, fino a che Edward non scorse in lontananza una cittadina, anch’essa sovrastata dal temporale, spietato e invincibile.

«Tra un quarto d’ora vedrai la tua casa» disse con entusiasmo Erick.

Continuarono in direzione di Neversun per una decina di minuti per poi arrivare ad un bivio. Imboccarono la strada di sinistra. Dopo qualche minuto, dal suo finestrino Edward scorse una fattoria e in lontananza un’altra casa; proseguendo vide anche due piccole serre e dei campi. Che fossero di grano?

Nel chiederselo provò un timore irrazionale, dovuto al sogno di poco prima.

Qualche minuto dopo, la jeep si fermò dinanzi a una casa tinta quasi interamente di bianco.

La casa era ammantata dalla bufera e ogni sua parte era pervasa dall’eco della tempesta...

«Siamo arrivati, ora magari non la apprezzi con questo brutto tempo, però ti assicuro che è una delle più belle case della zona.» E in effetti lo era: era molto amplia, a due piani, senza considerare la soffitta che era anch’essa relativamente grande, sul davanti vi erano due finestre da cui in lontananza si scorgeva Neversun, le finestre sui lati e sul retro si affacciavano invece sulla natura incontaminata. Inoltre la casa aveva, davanti l’entrata posteriore, un giardino abbastanza grande, circondato da una palizzata di legno. Alla destra dell’abitazione vi era una stalla in disuso, mentre alla sinistra si trovava una piccola casa di legno, probabilmente riserbata agli attrezzi e ai macchinari agricoli.

«La fattoria che hai visto venendo qui è del signor Lester. È un anziano contadino che vive con la moglie. Qua vicino poi vivono i Fammers, che sono i proprietari di quelle serre, e Adam Lenish. Potete fare tranquillamente affidamento sui Fammers e i Lester, sono brave persone e non esiteranno ad aiutarvi qualora ne abbiate bisogno.»

«E l’altro?» chiese Edward.

«Adam vive isolato rispetto alle altre due famiglie e poi...»Erick non finì la frase.

«Poi cosa? C’è qualcosa che dovrei sapere?» domandò Edward lievemente preoccupato.

«No nulla, è solo che non è un tipo tanto disponibile e non ama la compagnia delle altre persone. Quindi, se posso darti un consiglio, per qualunque cosa cerca di non rivolgerti mai a lui» si affrettò a rispondere Erick.

«Nella vecchia stalla c’è una Camaro; forse è un po’ vecchia, ma certo è affidabile, usala domani per venire in città. Mi raccomando, domani a mezzogiorno.»

Appena finì di parlare, il ragazzo porse a Edward le chiavi dell’auto e dell’abitazione.

«Perché domani dovrei venire a Neversun?» chiese a Erick, fissandolo dritto negli occhi.

«Il sindaco, cioè mio padre, vorrebbe darvi il benvenuto. Ci teniamo che il vostro soggiorno qui sia sereno» rispose Erick con la sua consueta gentilezza.

Edward provò un senso di strana gratitudine per quel giovane, una gratitudine che mal celava il suo stupore nei confronti dell’atteggiamento sinceramente gentile di quel giovane.

«Grazie, io e mia moglie non mancheremo. Ora vado, a domani.»

«Tua moglie è dentro, vero?» chiese di colpo Erick.

«Presumo di sì, anche se non capisco chi l’abbia potuta far entrare e comunque dovrebbe averci sentito arrivare. Perché non si affaccia perlomeno dalla finestra?» disse Edward con un tono di voce lievemente adirato.

«È possibile che le abbia aperto John Fammers; sai, lui ha una chiave di questa casa. Anche il signor Lester ne ha una e comunque tua moglie sicuramente non ci ha sentito per via della pioggia.»

«Vuoi dire che degli estranei sono in possesso della chiave di casa mia?»

esclamò Edward totalmente spiazzato da questa notizia.

«Non ti preoccupare, sono brave persone, ma se la cosa ti infastidisce non avranno certamente problemi a consegnarti le loro copie.»

«Senti, ma come è possibile?» chiese Edward con allarmata curiosità.

«È una lunga storia, a te basti sapere che la casa è appartenuta alla sorella di John Fammers che a sua volta è il fratello della moglie di Artur Lester, il contadino. Quando Agata morì, i due si contesero questa casa per anni, ma poi, molto di recente a dire il vero, hanno preso la saggia decisione di venderla e di dividere in parti uguali i profitti. È stata sicuramente la scelta più saggia e infatti le due famiglie si sono molto riavvicinate ultimamente. È stato mio padre ad occuparsi della vendita, per evitare che tra le due famiglie nascessero altri dissapori.»

«Capisco» concluse laconicamente Edward, impaziente di rivedere Lelia.

«A domani e, mi raccomando, stai tranquillo. Non hai nulla di cui preoccuparti» disse Erick con un sorriso che gli illuminò il volto.

Edward salutò e uscì dalla vecchissima jeep. Appena fuori, superò di corsa, per non bagnarsi, i pochi metri che lo separavano dall’entrata della sua nuova casa. Infilò celermente la chiave nella serratura ed entrò, finalmente al riparo dal temporale.

Un buio inerte lo accolse nella vecchia casa...

Oltrepassata la soglia, Edward si ritrovò quasi del tutto nell’oscurità.

Grazie alla rara luce che i suoi occhi stentatamente riuscivano a captare, intravide una casa invasa dalla polvere, dalla sporcizia e dal caos, o per lo meno in tale stato gli apparve il salotto. Mentre cercava di trovare l’interruttore della luce, chiamò sua moglie: «Lelia, amore, sono arrivato.»

Il nulla a rispondergli.

«Lelia, sono arrivato, dove sei?»Ancora il silenzio.

Edward urlò, pervaso da un misto d’ira e ansia.

«Lelia, insomma rispondi, Lelia!»

Si risentì prendere dall’ansia, gli sembrò che i suoi incubi prendessero forma davanti a lui, gli parve che germogliassero dalle ombre di quell’assurda casa.

Nell’agitazione notò delle candele sparse su un tavolino, che si trovava ai lati di un grande divano. Edward prese una candela, trasse un fiammifero dalla scatoletta semiaperta sul tavolo e diede fuoco alla bianca cera.

Con la stessa velocità con cui si sprigionò la luce della piccola fiammella sulla candela, la sua ombra e quella degli oggetti circostanti si proiettarono sui muri e sul pavimento della vecchia dimora.

Mentre saliva le alte scale, Edward seguitò a chiamare il nome di Lelia.

Arrivato in cima proseguì dritto, camminando per un lungo corridoio; se non fosse stato per la flebile fiamma della candela, si sarebbe trovato completamente al buio.

«Lelia, insomma rispondi, se è uno scherzo non mi sto divertendo.»

Lungo i lati del lungo corridoio vi erano cinque stanze, rispettivamente due sul lato sinistro e tre sul lato destro.

Edward aprì le prime quattro, ma queste erano vuote, in balia della polvere; nessuna traccia di Lelia.

Edward era terrorizzato e non sapeva come comportarsi.

Si avvicinò alla quinta porta, l’ultima in fondo sulla destra.

Per mezzo secondo pregò con tutta la forza della sua anima di trovare Lelia lì dentro, ma poi, per l’altro mezzo secondo si ricordò che lui non pregava e che non ci aveva mai creduto.

Poggiò la sua mano tremante sulla fredda maniglia di quella vecchia porta e, nel farlo, una parte di lui non poté fare a meno di pregare, anche se Edward non riusciva a capire esattamente a chi fossero rivolte quelle suppliche.

Dopo un attimo d’esitazione afferrò con decisione la maniglia e aprì la vecchia porta.

All’interno della stanza solo vecchi mobili impolverati e una puzza di chiuso che lo fece trasalire.

Di Lelia non c’era neanche l’ombra, nulla che testimoniasse il suo passaggio.

Edward sentì il terrore divorargli l’anima e, mentre i suoi battiti acceleravano, si sentiva sempre più spiazzato dagli eventi.

Era la seconda volta quel giorno che gli sfuggiva e nulla, per Edward, poteva essere più terribile.

Era come trovarsi in fondo a un mare di incubi dal quale non si spera di riemergere.

Temeva quasi d’essere stato maledetto. Com’era possibile che fosse scomparsa di nuovo? Che cosa era potuto succedere?

Ma forse, venne in mente ad Edward, che cosa non era la domanda giusta da porsi, forse la domanda più corretta era: chi?

Chi c’era realmente dietro a tutto questo? Forse la stessa persona che aveva dato un passaggio a Lelia fino a Neversun dall’aeroporto?

Forse Lelia s’era semplicemente persa e presto sarebbe arrivata.

Decine di ipotesi, alcune delle quali al limite della paranoia, gli sopraggiunsero in mente.

Mentre Edward si dannava cercando di capire cosa fosse successo, pensò bene di ritornare al piano di sotto e cercare l’elenco telefonico per chiamare Erick.

Scendendo notò che la fiamma della candela da flebile s’era fatta morente, motivo per il quale si affrettò ancor di più a scendere le scale.

Una volta giù, cercò nella vecchia libreria se trovava qualcosa, tentando, nel frattempo, di placare i mille pensieri che si agitavano nella sua testa.

La cosa migliore adesso è che stia calmo e pensi a cosa fare, se mi faccio prendere dalla paura è finita.

Ma la paura, forse è vero, la puoi ignorare per un po’ di tempo, ma non la puoi zittire così facilmente; i suoi sibili colpiscono anche nel silenzio. Perciò, per quanto la sua parte fredda e razionale si sforzasse di prevalere, non gli riuscì di far tacere le sue ansie più profonde e i suoi timori. Timori che certo, malgrado ci avesse provato, non era riuscito a lasciare all’aeroporto di Detroit.

E se fosse di nuovo...? si chiese, non riuscendo più a reprimere questo pensiero che riemerse con forza travolgendo ogni suo residuo baluardo di sicurezza.

Non è possibile, sicuramente Lelia si è confusa e si è fatta lasciare al domicilio sbagliato. Può capitare, ma di certo non può essere successo di nuovo e soprattutto non qui, si disse cercando con tutte le forze di convincersi a stare calmo.

Nel momento stesso in cui la sua agitazione aveva raggiunto l’apice, Edward trovò l’elenco telefonico.

Dopo aver preso il piccolo libro impolverato, si sedette sul vecchio divano nel mezzo della stanza e iniziò a sfogliare le sue pagine.

Non si ricordava del cognome di Erick, ma si ricordava che suo padre era il sindaco di quel luogo dimenticato da Dio. Cercò nome per nome, sperando che accanto fosse riportata la parola sindaco. L’elenco era di poche pagine, ma era arrivato quasi alla fine e ancora non aveva trovato quello che cercava; poi tutto a un tratto lo vide. Finalmente, ora lo chiamo!

Manco il tempo di pensare questa frase, che la calma fu interrotta dal rumore improvviso di una porta che si apriva: il vento esplose da quella porta denso dei sospiri della notte...

«Chi c’è? C’è qualcuno?» Edward afferrò una lampada posta sul tavolo dinanzi al divano.

Era rotta e non funzionava più, ma in questo caso si sarebbe potuta rivelare utile.

La afferrò e la tenne stretta con forza, con l’adrenalina che gli saliva fino al cervello. Non sapeva cosa sarebbe apparso da dietro l’angolo.

Qualunque cosa apparirà io l’affronterò, io non ho paura. Di questo si auto convinse, in quegli eterni attimi di terrore, ma, come sempre, non riusciva a mentire a se stesso. Ormai lo sapeva, ci sarebbe stata sempre una parte, nel profondo del suo essere, che non sarebbe mai riuscito ad ingannare. Tuttavia sapeva di dover essere forte e non indietreggiò.

D’improvviso sentì la porta chiudersi e, subito dopo, il rumore di passi leggeri scandire la ferma aria della notte.

Edward non indietreggiò, anche se il terrore lo possedeva.

Già intuiva contro chi avrebbe dovuto combattere, lo sapeva e una parte di lui era contenta che, finalmente, fosse arrivato quel momento.

Non posso sempre scappare. È una vita che scappo, ma oggi non mi tirerò indietro. Finalmente ti vedrò in faccia e te la farò pagare.

La flebile luce della candela irrorava di luce quella stanza assediata dalle tenebre, illuminando, al contempo, il viso impallidito di Edward che ascoltava quei passi felpati. A Edward parve passare un’eternità, ma tutto, in realtà, accadeva in una frazione di secondo.

Un’ombra, esile e leggera, si proiettò sulla parete anticipando la sagoma del misterioso intruso.

Non appena Edward vide quella sagoma, si sentì come salvato da un incubo.

La riconobbe subito.

Lelia apparve da dietro l’angolo con quei suoi occhi che parevano due smeraldi persi nel fondo dell’oceano.

«Amore mio, sei arrivato finalmente.»

Edward lasciò cadere la vecchia lampada che si sfracellò al suolo. Stette lì immobile a guardarla mentre l’adrenalina e tutte le sue paranoie ripiegavano sconfitte in un misero attimo di dolcezza, nella dolcezza che gli donò lo sguardo e la voce di lei.

«Cos’hai amore? Sei diventato una statua di pietra forse?»

Edward non disse nulla, trovò solo la forza di correre ad abbracciarla.

In quell’abbracciò ritrovò la sua anima, perdendo le sue paure più recondite, e insieme a Lelia amò anche l’intima quiete dell’Alaska.

«Amore mio, allora ti sono mancata?» Lui non parlava, ma lei sentiva che era felice e anche lei lo era.

«Non devi lasciarmi mai più, hai capito, Lelia? Da ora in poi non dovrai lasciarmi più. Promettimelo, Lelia.»

«Va bene, te lo prometto, ma me lo dici che ti sono mancata? Dai, dimmelo.»

Lui rimase in silenzio mentre la luce della candela si faceva sempre più fioca.

«Perché devi essere sempre timido? Tanto lo so che ti sono mancata, si capisce subito.»

Rise con dolcezza. Ogni cosa di lei era dolce e, lui lo sapeva, in quegli occhi verdi si poteva trovare solo del bene, mai del male, al massimo tenera ingenuità.

«Non hai idea di quanto sono stato in pensiero. Pensavo di trovarti in casa, dove sei stata?»

«Sono andata a fare una passeggiata, mi ero seccata di aspettarti.»

Edward notò che era bagnata dalla pioggia. Se ne accorgeva solo adesso. La gioia di rivederla non gli aveva fatto capire più nulla.

«Ma amore, non hai visto che pioveva? Ti piglierai una polmonite.»

«Non fare il solito guastafeste, avevo un ombrello con me.»

«Avevi?»

«Sì, finché non mi è volato via, me la sono dovuta fare di corsa.»

Rise, mentre Edward non sapeva se arrabbiarsi o ridere a sua volta.

«Sei proprio una bambina. Non hai visto che brutto tempo c’è fuori? Non dovevi esporti a questo rischio, tanto più che oggi sei stata male, anche se ancora devi spiegarmi bene che hai avuto.»

«Ora mi sento benissimo. Sei sempre il solito.»

Stettero in silenzio per alcuni secondi.

«Allora, ti decidi a spiegarmi che cosa ti è successo oggi? Chi erano le persone che ti hanno accompagnata qui?»

«Neanche io so spiegartelo di preciso. Di colpo mi sono sentita malissimo: nausea, mal di testa, tutto improvvisamente. La nausea era fortissima, per questo sono corsa in bagno.»

«Ma io sono corso a cercarti in bagno pochi minuti dopo e non ti ho trovata, anzi in quel posto non ci ho trovato proprio nessuno.»

«Sicuramente il bagno in cui sei stato tu non era lo stesso in cui sono andata io, l’aeroporto di Anchorage non è poi così piccolo» disse Lelia ammantandolo con la consueta tenerezza del suo sguardo.

Lui le rivolse i suoi occhi neri come l’oblio e chiese con un tono a metà fra la curiosità e la preoccupazione: «Chi ti ha portato qui?»

Lo disse così, nella maniera più fredda e chiara possibile.

«Non mi ricordo bene i loro nomi. Erano una coppia di anziani signori.

Vedi, come ho detto prima, l’aeroporto di Anchorage non è affatto piccolo tant’è che, dopo essere uscita dai bagni, mi sono persa, non sapevo più come tornare da te.»

«Ti sei persa?» L’ansia nella sua voce.

«Proprio così, ho vagato per una ventina di minuti, ma ancora non stavo affatto bene, mi girava la testa più che mai.»

«Sei stata di nuovo male?»

«Sì amore, a un tratto, non so in quale punto dell’aeroporto mi trovassi, ho perso i sensi. Non so per quanto tempo sono stata incosciente, ma non penso più di qualche minuto, comunque al mio risveglio c’erano due persone anziane accanto a me, insieme a un inserviente. Questi due anziani signori mi chiesero chi fossi e dove fossi diretta.»

«Non ti ricordi proprio come si chiamassero?»

«Solo i nomi. La donna si chiamava Rose, mentre l’uomo mi pare... mi pare Lenny. Comunque, parlando gli ho detto che ero diretta a Neversun e loro mi hanno detto che dovevano recarsi lì per motivi di lavoro, per vendere della merce. Così si sono offerti loro stessi di darmi un passaggio.»

«Ma non ti è venuto in mente che ti stavo cercando? Potevi aspettare che ti trovassi invece di affidarti a dei perfetti estranei.»

«Amore, mi ero persa, ho pensato che tanto nel giro di un paio d’ore ci saremmo rivisti nella nostra nuova casa e poi...»

«Cosa?»

«E poi erano due persone davvero per bene; io non mi sbaglio mai sulle persone, lo sai.»

Edward sospirò.

«Lo so, però spesso sei troppo buona, vedi del bene anche quando questo non esiste.»

Lelia gli rivolse uno sguardo che Edward stentò a decifrare, ma subito capì di averla ferita.

«È forse un crimine vedere del buono nelle persone? E anche se m’inganno e alla fine il bene che vedo negli altri è solo un’illusione, preferisco vivere prigioniera di una bella menzogna piuttosto che come te. Tu vedi sempre il lato peggiore degli altri, invece devi capire che ci sono tanti aspetti del carattere di una persona, non puoi vederne sempre il peggiore.»

Edward non sapeva che rispondere né aveva voglia di lanciarsi in un dibattito.

«Amore, non te la prendere, la cosa importante è che siamo insieme, non voleva essere una critica, lo sai che ti amo.»

Ed era vero. Era la cosa più vera della sua vita.

«Lo so, amore.»

Lo strinse e per qualche attimo tacquero entrambi.

«Era di quei signori il cellulare con cui mi hai chiamato?» chiese all’improvviso Edward, con un tono di voce assai più dolce rispetto a poco prima.

«Sì, il mio aveva esaurito il credito, te l’ho detto.»

La stanza, nel frattempo, era piombata nell’oscurità più totale perché la piccola fiamma della candela, senza nessuno che la rinnovasse, si era poco a poco estinta.

Ogni tanto la luce dei lampi accendeva il verde degli occhi di Lelia.

Era così bella...

«Ho avuto paura» disse Edward, col buio che quasi sembrava coprire la sua voce.

«Amore, non dovevi, non è successo nulla di così grave.»

Per un attimo di nuovo il silenzio.

«Ho temuto che fosse successo di nuovo. Che fosse tornato.»

Lelia non rispose subito, ma, se l’assenza di luce non gliel’avesse impedito, Edward avrebbe scorto sul volto di lei l’inquietudine più nera.

«Ormai è il passato, è stupido vivere nel passato, me lo hai detto tu una volta, ricordi?»

«Sì, lo ricordo» rispose mestamente lui.

«E mi hai detto anche che il passato deve servire a non ricommettere gli stessi errori, non a tormentarci nel presente. Io ti ho ascoltato e adesso vivo per il mio futuro, per il nostro futuro. Il passato l’ho lasciato nell’angolo più remoto di me stessa. Ti prego: non essere tu a farmelo rivivere.»

Lui la strinse a sé mentre tutt’attorno si insinuava il rumore della pioggia artica.

«Da oggi inizia per noi una nuova vita. Riusciremo a essere felici.»

Lei lo guardò e sorrise; anche se lui non poteva vedere il suo viso, sentiva ugualmente il suo calore.

«Amore, pensi che pioverà anche domani?»

I lampi, in sottofondo, facevano sentire tutta la furia della bufera attorno a loro.

«Non lo so, amore; ma non c’è un modo per accendere la luce?»

«Spero di sì, comunque tutti gli interruttori non funzionano, non so perché.»

«Forse c’è qualcosa che dev’essere attivato prima? Non so, un generatore forse?»

«In effetti, ora che mi ci fai pensare, c’è qualcosa del genere fuori.»

«Fuori?»

«Sì, qui accanto c’è una casetta con un coso strano, sicuramente serve per la luce.»

Edward fissò per un attimo il buio attorno a lui.

«Ora vado a vedere.» Fece per alzarsi, ma Lelia gli afferrò la mano.

«Non andare, ti bagnerai tutto, ci andrai domani. Che ti importa della luce adesso? Andiamo a letto.»

«Ci sto un attimo, sta’ tranquilla.»

Lei strinse la sua mano ancora di più.

«Ma ti bagnerai tutto, ti dico. Te lo dico perché a me è successo lo stesso.»

«Amore, ma tu stai male. A me un po’ di pioggia non farà nulla.»

«Va bene, ma torna presto, non mi va di restare sola al buio, ho paura del buio.»

Nel dire ciò gli lascio la mano.

«Torno in un secondo, tranquilla.»

Aperta la porta, ad accoglierlo c’era la sua prima notte nell’artico.

Un freddo assassino gli squarciò il petto come la lama di un carnefice, la stessa sensazione che aveva provato quando era sceso dall’aereo. La pioggia, comunque, era diminuita di intensità e la luna apparve da dietro una nube.

La piccola casa era a neanche venti metri.

I raggi d’avorio della luna facevano da sfondo all’incessante precipitare della pioggia...

Edward entrò nella piccola costruzione di pochi metri quadrati.

Come si aspettava, all’interno c’era un generatore di tensione.

Lo accese e uscì da quel luogo angusto.

Di nuovo fuori, notò una luce dal salotto di casa sua.

Lelia sarà sicuramente più tranquilla adesso, pensò tra sé, ricordando che, dacché la conosceva, aveva sempre avuto paura del buio.

Nel percorrere i pochi passi che lo separavano da casa sua, fu distratto da un suono diverso dal solito, un suono che piano piano sovrastò il frinire dei grilli e il cadere dell’acqua piovana.

Non lo riconobbe subito, ma alla fine riuscì a identificarlo: era lo scorrere di un torrente.

Incuriosito, si diresse verso la fonte del rumore e, poco dietro la sua casa, a pochi metri dal giardino sul retro, c’era un piccolo ruscello.

Edward fu felice di vederlo, pensò che abbellisse la sua nuova casa.

La pioggia intanto era del tutto cessata ed Edward si sedette su una roccia lì vicino, senza curarsi del fatto che fosse del tutto bagnata. Si soffermò a guardare l’acqua che scorreva, un’acqua inaspettatamente limpida.

Pensò a Detroit e alla nebbia di smog che la sovrastava.

Pensò che lì non ci era mai stato bene, ma poi pensò anche che, probabilmente, sarebbe stato male in qualsiasi altra città.

Si perse nello scorrere di quel rigagnolo, smarrendo per un attimo i suoi pensieri.

Vide la luna specchiarsi nell’acqua e poco dopo scorse il riflesso di se stesso.

Si soffermò a osservare i suoi occhi. Il cielo notturno era meno nero di quegli occhi.

Nell’eburnea limpidezza di quell’acqua annegò il suo passato, almeno per un po’.

Dopo pochi minuti distolse lo sguardo dall’immagine riflessa dei suoi occhi.

Si incamminò verso quella che ormai era la sua nuova casa, una casa che era molto diversa dallo squallido condominio in cui vivevano prima.

Si sentì felice di essere lì e non rimpianse il denaro speso per acquistare l’abitazione che, comunque, non era stata poi così cara.

Quale che fosse il prezzo, io da quella città me ne dovevo andare. Questo pensò Edward, mentre si apprestava a rientrare nella sua nuova dimora. Non gli importava neanche un po’ di aver lasciato il suo vecchio impiego. Del resto lui aveva sempre odiato quel noiosissimo lavoro di impiegato in banca. Non faceva per lui.

Non era preoccupato neanche dal fatto di essere un disoccupato.

Qualcosa troverò a Neversun, non ho grandi pretese. La cosa importante è essere felici e, finché staremo insieme, sarò disposto a fare qualsiasi lavoro, anche il più umile.

Così disse a Lelia per convincerla a partire. Quel giorno rivide la luce sul suo volto. Fu come osservare l’alba dopo un’interminabile notte invernale.

Per Edward il denaro non era un grande problema, come poteva esserlo per la maggior parte delle persone. Era riuscito ad accumulare una discreta somma grazie al tedioso lavoro nella sua antica città di residenza. Pertanto poteva vivere di rendita per un po’ di mesi, nonostante il mutuo della nuova casa in Alaska.

E poi c’erano i soldi che aveva accumulato Lelia col suo vecchio lavoro.

Edward pensò con nostalgia ai tempi in cui Lelia si recava al lavoro. Ripensò al suo sguardo pieno di passione, alla sua incrollabile fiducia, a quella sua straordinaria forza d’animo. Edward aveva sempre invidiato l’energia di Lelia, ma al contempo era felice di vederla realizzata. Sapeva che l’assistente sociale era il lavoro ideale per lei. Qualsiasi compito che si prefiggesse di aiutare il prossimo sarebbe stato perfetto per lei. Purtroppo però il mondo non è popolato solo da angeli.

Smise di pensare al passato e si diresse verso la sua nuova camera da letto, avendo cura di spegnere la luce del salotto che Lelia si era dimenticata accesa.

Nella stanza, leggermente illuminata da una lampada che si trovava su un comodino, sul lato destro del grande letto, Edward trovò Lelia distesa sul letto.

Il suo viso d’angelo era immerso in un sonno sereno senza incubi.

Si incantò per pochi secondi a osservarla, ma poi pensò che era tardi e che la giornata che aveva passato era stata faticosa.

Si stese sul letto di fianco a sua moglie e chiuse gli occhi.

La stanchezza si fece ben presto strada nella sua mente, sbaragliando ogni resistenza.

Piombò in un sonno profondo

Ogni barlume di coscienza venne spezzato dalle carezze di Morfeo...

D’improvviso si ritrovò in un’immensa distesa fiorita.

Migliaia di gigli splendevano attorno a lui. Erano così meravigliosi... erano bianchi più della luna... più di una nivea giornata d’autunno.

Tutto lo avvolgeva nel candore, si sentiva sicuro. Una sensazione indecifrabile. Si vide cogliere un giglio. Era il fiore più bello che avesse mai visto, però tutto a un tratto, mentre studiava ammirato i contorni perfetti di quella meraviglia, mentre era ammirato dal suo biancore accecante, inorridì.

I petali, piano piano, si stavano tingendo di rosso, un rosso intenso.

Lo stesso rosso del sangue. Tutto attorno a lui si colorò di rosso: gli altri fiori, il cielo, tutto. Gli parve che perfino i suoni si stessero tingendo di rosso.

Ogni suo senso percepiva quel colore che, sempre più, assumeva connotati diabolici. Edward si sentì sempre più svanire finché non si guardò le mani, le stesse che fino a poco prima avevano colto il meraviglioso giglio. L’orrore si impadronì definitivamente di lui quando si vide le mani completamente sporche di sangue.

Si svegliò in preda al panico col buio che l’avvolgeva completamente. Era il secondo incubo in ventiquattro ore e iniziava davvero a non poterne più.

Ancora scosso, istintivamente cercò con la mano Lelia. Appena la trovò e vide che dormiva ancora serenamente, si acquietò.

Mentre si asciugava la fronte dal sudore, notò che i primi raggi del mattino filtravano dalla finestra chiusa della stanza irrorandola con un fioco bagliore.

Rimase seduto sul materasso, ancora paralizzato dal terrore che comunque stava progressivamente scemando, insieme alle tenebre della notte, disperse dall’alba.

Lelia, di fianco a lui, era splendida. Era così meravigliosa nella sua serena tranquillità che perfino gli angeli alati del paradiso sarebbero bruciati di invidia a vederla. Mentre Edward si incantava a guardarla, ogni male spariva, scivolava su di lui come le gocce di pioggia sul liscio manto di roccia delle montagne.

Nulla aveva su di

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