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Figlio di un Sol minore

Figlio di un Sol minore

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Figlio di un Sol minore

Länge:
333 Seiten
5 Stunden
Herausgeber:
Freigegeben:
Jun 28, 2017
ISBN:
9788893690782
Format:
Buch

Beschreibung

Matteo è sposato e sta attraversando uno dei momenti più difficili della sua vita; il matrimonio con Elisa sta andando a pezzi anche per colpa di un figlio che non arriva. Roberto è un single per scelta, donnaiolo incallito, pronto a tutto per salvaguardare la sua libertà e il suo stato civile. In comune con Matteo ha la passione per la musica, il lavoro e l'amicizia, che dura da una vita. L'improvvisa apparizione di una misteriosa e bella donna riporta però alla luce un episodio del loro passato accaduto quasi trent'anni prima e mette in moto una giostra di eventi che rischia di stravolgere per sempre le loro vite e quelle delle persone a loro più care. Sullo sfondo di una calda estate toscana, tra le spiagge affollate della costa e un'intrigante Firenze, i destini dei personaggi si fondono in un intreccio che potrà essere dipanato solo facendo finalmente i conti con le proprie coscienze. In un turbinio di situazioni comiche, romantiche, talvolta drammatiche, agiranno in uno spazio ristretto dove, per ogni decisione presa, ci saranno inevitabili conseguenze per gli altri. Ad accompagnare l'intera vicenda, la musica dei Pink Floyd.
Herausgeber:
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Jun 28, 2017
ISBN:
9788893690782
Format:
Buch

Über den Autor


Buchvorschau

Figlio di un Sol minore - Gianluca Piscopo

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Capitolo 1

Il ristorante-disco club Eden era ormai in piena attività, ma già poche settimane dopo la sua apertura, a giugno, le premesse per un’altra proficua stagione d’incassi sembravano avere trovato conferma. Le previsioni meteo avevano annunciato un’estate davvero degna di questo nome e i turisti avevano cominciato ad arrivare in gran numero sulla costa toscana per godere delle bellezze e delle attrazioni di un territorio davvero unico. Giungendo al locale si capiva già dal parcheggio esterno, un vasto uliveto nel quale erano stati ricavati i posti auto, che anche quella sarebbe stata una serata da tutto esaurito; la processione di fanali e fanalini che giravano senza sosta e senza speranza tra gli ulivi, alzando un gran polverone alla ricerca di un parcheggio, ne era un chiaro segnale. All’interno della struttura i tavoli dell’elegante zona ristorazione erano tutti occupati grazie alla politica dei proprietari di tenere i prezzi un po’ più bassi rispetto alla media degli altri locali simili della zona, pur riuscendo a mantenere ugualmente una buona qualità del cibo e del servizio. Dal ristorante, rialzato rispetto al piano stradale, si usciva sul retro attraverso una grande vetrata rettangolare e da qui, scendendo una scalinata che curvava morbidamente verso sinistra, si poteva accedere a un vialetto ben curato e sobriamente illuminato che conduceva, con una breve passeggiata, all’ampia superficie del giardino interno. Questa zona, circondata da un alto muro di cinta seminascosto da una rigogliosa vegetazione esaltata da faretti colorati piazzati qua e là in basso tra le piante, era attrezzata per trasformarsi agevolmente, all’occorrenza, da pista da ballo a spazio per l’esibizione di gruppi musicali. Era in grado di contenere tranquillamente alcune centinaia di persone, la maggior parte delle quali sedute su sedie di plastica bianca; le altre, solitamente, si sistemavano in piedi lungo il perimetro del giardino. Quella sera l’atmosfera era particolarmente calda e non solo per l’aria appiccicosa di scirocco di quei giorni di luglio; in cartellone c’era l’esibizione degli Echo Machine, una tribute band dei Pink Floyd formata da musicisti locali, ma che stava riscuotendo un discreto successo tra gli appassionati di musica anche nel resto della Toscana, non solo nella zona intorno a Marina di Lecceta. L’esibizione stava ormai volgendo al termine; erano state quasi due ore di spettacolo filate via veloci tra gli applausi intensi e spontanei dei numerosi fan del mitico gruppo inglese. Molte altre persone, semplici curiosi e avventori del locale, erano state richiamate nella zona dedicata ai concerti dell’Eden da quelle atmosfere musicali così particolari e suggestive e poi, come ipnotizzate, erano rimaste ad assistere allo show fino alla fine. Brani storici come Shine on you crazy diamond, Wish you were here, Echoes, Money, Time, avevano strappato più di un ululato di approvazione del pubblico; le mani avevano battuto all’unisono e a ritmo sulle note di Another brick in the wall, un pezzo che praticamente tutti i presenti avevano certamente ascoltato almeno una volta nella loro vita. Anche i giochi di luci e le immagini proiettate sullo schermo circolare alle spalle dei musicisti, per ovvi motivi una versione in scala ridotta di quello originale, avevano contribuito alla buona riuscita del concerto, il primo che gli Echo Machine avevano in programma per quell’estate. Gli accordi e le parole della maestosa Comfortably numb, il brano che chiudeva sempre i loro spettacoli, stavano risuonando forti nelle orecchie dei presenti quando arrivò l’assolo finale. Quello era forse il momento preferito dei fan dei Pink Floyd di tutto il mondo e, sicuramente, lo era anche per Matteo, il chitarrista solista e cantante del gruppo toscano. Quella era una parte musicale sulla quale, più di ogni altra, fin da ragazzo si era letteralmente scorticato i polpastrelli delle dita per ore e ore per cercare di replicarla sempre meglio e sempre più fedelmente possibile all’originale. Ovviamente, era perfettamente in grado di suonare anche una versione un po’ più personale di quell’assolo, improvvisando qua e là durante i fraseggi, uscendo e rientrando nell’armonia a suo piacimento, ma quello era un pezzo talmente conosciuto e amato dai fan che a Matteo quasi dispiaceva di suonarlo in un altro modo che non fosse quello identico alla versione incisa sul mitico album The Wall. Col passare degli anni, poi, la sua costanza nell’esercitarsi e una naturale predisposizione verso la sei corde gli avevano fatto raggiungere un ottimo livello qualitativo; era diventato un bravo chitarrista e finalmente ormai poteva suonare quella musica che tanto amava letteralmente a occhi chiusi e quasi senza nessuno sforzo, scivolando agile su ogni tasto del manico consumato della sua Stratocaster nera. Le sue dita cercavano e trovavano senza esitazione tutte le note delle scale musicali sulle quali era costruito il solo, appoggiandosi sul letto di accordi che Paolo, l’altro cantante e chitarrista ritmico del gruppo, gli porgeva con uguale perizia. Roberto, alla sua destra, rinforzava il tutto con una linea di basso fluida e possente, coadiuvato nella sezione ritmica dalla batteria sempre precisa e senza fronzoli di Alessio. Sergio, seminascosto nel suo angolo di palco in uno spazio delimitato da un quadrato di tastiere, riempiva, accarezzava e confezionava il resto con i suoi tappeti sonori delicati, ipnotici, talvolta quasi sensuali. A sottolineare proprio quest’ultimo aspetto, in maniera certamente non del tutto inconsapevole, contribuivano infine le due giovani e bravissime coriste: Federica e la sua migliore amica Marcella, figlia quest’ultima di Paolo il chitarrista. Erano due belle ragazze che, fasciate in abitini assai aderenti, con movenze sinuose da pitone e perfettamente coordinate, contribuivano a rendere il quadro completo sia dal punto di vista musicale che da quello puramente scenografico. Mentre il suono pesantemente distorto delle chitarre esplodeva dagli amplificatori e si riversava verso gli spettatori, investendoli come un torrente in piena, Matteo, con la testa leggermente piegata all’indietro, completamente perso nell’estasi della sua performance, aprì per qualche istante gli occhi che, come faceva di abitudine mentre suonava, aveva tenuto chiusi per lunghi tratti, quasi ad assaporare meglio ciò che le sue mani producevano. Lentamente, sempre mentre le dita saltellavano veloci di corda in corda, si voltò a destra e a sinistra per cercare gli sguardi dei suoi compagni; i sorrisi che ricevette in cambio stavano a significare che anche loro evidentemente erano soddisfatti di come stava suonando la band. Poi rivolse lo sguardo davanti a sé, verso il pubblico. Riuscì a percepire, nel poco tempo in cui i faretti colorati glielo permettevano quando squarciavano ritmicamente il buio della platea, che questa era tutta esaurita e che c’era gente in piedi dovunque. Buttò una rapida occhiata in basso verso il manico della chitarra perché stava arrivando un fraseggio piuttosto difficile da eseguire e poi, superato indenne l’ostacolo, tornò a rivolgere la sua attenzione verso la gente seduta davanti a sé, ma, questa volta, lo sguardo gli cadde sugli spettatori delle prime file e, nel fare questo, incrociò gli occhi di una donna bionda seduta in seconda fila proprio di fronte al palco. Per la verità, non era la prima volta che gli accadeva quella sera perché l’aveva casualmente notata già pochi minuti dopo l’inizio del concerto e gli era sembrato evidente che la donna si stesse divertendo molto: cantava, rideva e si agitava continuamente sulla sua sedia, facendo ondeggiare le braccia alzate in aria e battendo le mani a tempo. Da quel momento in poi, tutte le volte che il suo ruolo di chitarrista e di cantante glielo avevano permesso, quando cioè toccava a Paolo a cantare e lui era impegnato in parti di chitarra non troppo complicate, Matteo aveva scrutato tra i volti degli spettatori vicini al palco alla ricerca di quello della donna, e lei, quasi in ogni occasione, aveva sostenuto il suo sguardo sorridendogli mentre cantava a squarciagola. Le poche volte in cui Matteo l’aveva sorpresa a guardare in qualche altra direzione aveva notato che la sua attenzione era stata attirata da Roberto che invece, come suo solito, suonava con la testa china sul basso, con aria, solo apparentemente, assente e distaccata da ciò che gli stava accadendo intorno. A mano a mano che il concerto era andato avanti, però, a Matteo non era sfuggito il particolare che la bionda avesse mutato un po’ il suo atteggiamento; si era come calmata e stava seduta molto più composta al suo posto, cantando e ridendo solo ogni tanto e scambiando qualche parola con una sua vicina di posto, forse un’amica. Inoltre era palese che adesso alternava sempre più spesso lo sguardo tra lui e Roberto e lo faceva in maniera così evidente, nervosa e insistente che Matteo, nel fare queste osservazioni mentre suonava, per poco non commise un clamoroso errore mancando una corda. Si salvò solo grazie alla sua esperienza e abilità e il pubblico nemmeno se ne accorse. Se ne accorse invece Roberto che sollevò la testa dallo strumento sorridendogli e poi gli disse qualcosa. Matteo, avvolto dal frastuono che c’era sul palco, riuscì solo a leggere il labiale di Roberto che diceva inequivocabilmente: «Sei proprio una fava!»

Matteo lo ignorò elegantemente e tornò a pensare solo alla musica. Il concerto poi era andato avanti e ora, arrivata la fine del maestoso assolo, era il momento di chiudere l’ultimo pezzo. Suonò con un deciso colpo di plettro l’ultimo accordo e lo tenne a lungo sospeso sfruttando il sustain della distorsione; guardò poi rapidamente e in successione i suoi compagni e, dopo avere sollevato in alto la chitarra, il segnale convenzionale di chiusura, l’abbassò con un gesto deciso e teatrale e la musica di colpo cessò. Anche le luci si spensero nello stesso istante e si riaccesero solo dopo pochi secondi per illuminare il palco e gli Echo Machine. Il pubblico si alzò in piedi per tributare al gruppo un lungo, caloroso e meritato applauso e i musicisti, posati gli strumenti, si disposero tutti in fila sul fronte del palco per gustarsi meglio quel piccolo momento di gloria e per ringraziare a loro volta gli spettatori. Matteo, stretto tra Paolo e Roberto, aveva appoggiato le braccia sulle loro spalle e, tutti e tre insieme, salutavano la gente con brevi inchini; Sergio e Alessio ricambiavano con ampi gesti e con grandi sorrisi i saluti che i molti amici presenti in platea stavano tributando loro. Anche Federica e Marcella si tenevano strette e regalavano, felici, baci agli spettatori, lanciandoli in giro dalle loro bocche a forma di cuoricino. Matteo, appena si erano riaccese le luci del palco, aveva immediatamente guardato verso il posto occupato fino a poco prima dalla donna bionda, ma la sedia adesso era vuota; non l’aveva vista andare via e un po’ gli dispiaceva. Poi, lentamente, le luci del grande giardino si erano accese e la gente aveva cominciato a lasciare la platea e a dirigersi verso il bar, dove il ghiaccio dei mojito tintinnava allegramente nei bicchieri. I ragazzi del gruppo, esauriti gli ultimi saluti e scattato l’ultimo selfie con gli amici e compaesani accorsi per l’occasione ad ammirarli, avevano iniziato celermente a smontare le attrezzature. Non erano certo degli artisti famosi al punto da potersi permettere un service che si occupasse di fare quel lavoro al posto loro, fatta eccezione per un paio di ragazzi, i fidanzati delle due coriste, che si prestavano volontariamente dopo ogni spettacolo a dare una mano per smontare il palco, le luci e tutte le altre varie attrezzature. Non era un favore comunque disinteressato; in cambio, infatti, potevano viaggiare col gruppo e stare sempre accanto alle loro ragazze anche quando gli Echo Machine suonavano in località lontane da Marina di Lecceta. Matteo stava arrotolando meticolosamente il cavo di una chitarra, sudato e attaccato da più parti da un’orda di fameliche zanzare, quando un’improvvisa e sconosciuta voce femminile alle sue spalle lo fece sussultare.

«Ciao! Complimenti! Siete davvero bravi.»

Matteo continuò in ginocchio e a testa bassa ad arrotolare il cavo e rispose un po’ stancamente.

«Grazie. Troppo gentile, ma...» poi si voltò leggermente nella direzione da cui era arrivata quella voce e la frase gli morì sulle labbra. In piedi dietro di lui, appoggiata con i gomiti al palco che gli arrivava quasi fin sotto il mento, c’era la donna bionda che aveva osservato per tutta la sera. Matteo buttò per terra il cavo e si alzò di scatto in piedi, poi, con un saltello che non riuscì a nascondere qualche problema alle cartilagini dei suoi ginocchi da quarantaseienne, scese dal palco e si avvicinò alla donna.

«Oh ciao. Grazie ancora, davvero» disse Matteo e le tese la mano. «Sono contento che lo spettacolo ti sia piaciuto.»

Lei ricambiò con decisione la stretta di mano accompagnando il gesto con un sorriso appena accennato.

«Sì, è stato davvero molto bello. Avete suonato benissimo e poi bella anche la scenografia, le luci... sembravate davvero i Pink Floyd!»

 «Sì, magari...» rispose Matteo con un certo imbarazzo, ma anche con malcelata soddisfazione e, intanto, cercava di indovinare a quale lingua appartenesse il leggerissimo accento straniero che aveva colto nelle sue parole. «Comunque siamo contenti anche noi. La serata è andata bene e considerando che era la prima esibizione di questa stagione... sai alla prima uscita, di solito, c’è sempre qualcosa che va storto.»

«Meglio così allora. Vuol dire che sono stata proprio fortunata stasera a venire al vostro concerto.» Lo disse piantando i suoi occhi verdissimi in quelli stanchi di Matteo e infilando le mani nelle tasche della minigonna di jeans che indossava sopra due belle gambe abbronzate. Due seni notevoli intanto ballonzolarono allegramente un paio di volte, liberi sotto la maglietta attillata. Poi proseguì: «Scusa, non mi sono neppure presentata... io sono Wendy e tu sei Matteo, vero? Non ho fatto molta attenzione ai vostri nomi quando vi siete presentati durante lo spettacolo.»

«Già, proprio così... quello laggiù invece è Daniele, quello che smonta le tastiere è Sergio e quell’altro laggiù è Alessio. Quello abbracciato alla corista, che tra l’altro è sua figlia, è Carlos... cioè, si chiama Paolo, ma lo abbiamo soprannominato Carlos per via della sua somiglianza con Santana... non ti sembra uguale?»

«Beh, in effetti, gli assomiglia parecchio» commentò Wendy guardando un ometto con due baffoni neri e una bandana rossa intorno alla testa che stava riponendo con cura la sua chitarra nella custodia.

«E poi, quello che sta arrivando verso di noi, è Roberto, con il quale ho fondato la band parecchi anni fa ormai.»

Wendy si voltò per guardare nella direzione che Matteo le aveva indicato con un cenno del capo dandogli modo così di osservare il grosso tatuaggio, un dragone o forse un serpente, che le sbucava dal colletto della t-shirt bianca e si arrampicava lungo il collo, fino all’attaccatura dei capelli, raccolti sulla testa e tenuti fermi da mollettine colorate.

Roberto arrivò con un’andatura dinoccolata e la testa riccioluta tutta scarruffata; alto e allampanato, con un paio di occhiali dotati di una grossa montatura nera, sembrava lo stereotipo dello scienziato pazzo. Si arrestò di fronte ai due e appoggiò una mano sulla spalla di Matteo; quindi guardò prima Wendy e poi l’amico con aria interrogativa.

«Roby, questa è Wendy. È una nuova fan che, spero, abbiamo acquistato stasera e che, se non ho capito male, è anche lei un’appassionata della musica dei Pink Floyd... giusto?»

«Ciao Roberto, molto piacere. Sì, abbiamo gli stessi gusti musicali a quanto pare» rispose Wendy.

«Il piacere è tutto mio Wendy!» disse Roberto ed eseguì una rapida scansione da capo a piedi della donna. I dati che raccolse, evidentemente, lo convinsero in pieno, perché il sorriso da squalo che affiorò sulle sue labbra era più eloquente di mille parole.

«Hai un leggerissimo accento straniero... sei tedesca?» chiese Matteo.

«No, olandese. Di Amsterdam per la precisione, ma ormai vivo in Italia, a Firenze, da molti anni e credo di avere perso quasi del tutto il mio accento.»

«In effetti, parli molto bene l’italiano» aggiunse Matteo che poi proseguì mentre risaliva sul palco: «Scusa Wendy... ti spiace se mentre parliamo continuo a mettere a posto le attrezzature? Non vorrei andare via a notte fonda perché domattina devo alzarmi presto e mi aspetta una giornataccia. Magari quando ho finito possiamo andare a bere qualcosa al bar...»

«Sei da sola qua stasera o ti aspetta qualcuno?» chiese Roberto a bruciapelo entrando a gamba tesa sulle parole del suo amico.

«Non ho un fidanzato che mi aspetta, se è quello che intendi. Sono venuta in compagnia di alcune amiche per fare una settimana di vacanza in un campeggio qui vicino, il Miramare, penso lo conoscerete... siamo arrivate ieri e stamani abbiamo visto alla reception una vostra locandina del concerto di stasera e così abbiamo deciso di venire a dare un’occhiata.»

«E ne è valsa la pena?» Roberto, assolutamente incapace da sempre di resistere al fascino femminile, aveva ormai preso le redini della discussione e stava cercando, neanche troppo velatamente, di indirizzarla sul terreno sul quale si muoveva meglio; aveva fiutato una preda e ora stava eseguendo una specie di accerchiamento prima di sferrare il suo attacco.

«Direi di sì. Anzi, devo ammettere che è stato quasi uno shock...» rispose Wendy, e lo fece con un tono strano, quasi come se stesse parlando a se stessa.

«Addirittura uno shock?» la interruppe Roberto. «Accidenti, non avrei mai immaginato che questa musica arrivasse a fare questo effetto... o sono stati i musicisti a farlo?»

«Beh, diciamo un po’ tutte e due le cose.»

«Allora, per farci perdonare, ti posso offrire qualcosa da bere? Una birra, un moijto... qui li fanno davvero buoni.»

Wendy declinò l’invito educatamente, ma anche con fermezza.

«Ti ringrazio, sei davvero gentile, ma ora devo proprio andare; le mie amiche mi stanno aspettando e poi la reception del camping chiude a mezzanotte e non vorrei che ci facessero storie se arriviamo troppo tardi.»

«Va bene Cenerentola» la prese in giro Roberto prima di tentare l’ultimo disperato affondo. «Ci sei su Facebook o su Whatsapp? Magari potrei mandarti qualche foto del concerto di stasera...»

«Sì, grazie, mi farebbe piacere. Ho una pagina Facebook della mia attività a Firenze, un centro per tatuaggi. Si chiama YouTattoo... e poi ho la mia pagina personale e Whatsapp. Non so... se vuoi segnati il numero...»

Roberto, per la foga di tirare fuori dalla tasca il cellulare per annotare il numero di Wendy, quasi se lo fece volare via dalle mani. Inserì quindi il nuovo contatto nella rubrica digitando veloce con entrambi i pollici come solo i ragazzini riescono di solito a fare e, infine, salutò la donna baciandola sulle guance. Quel pur breve e innocente contatto fisico profumato di vaniglia lo lasciò estasiato e con un sorriso stampato in faccia ora non più da squalo, bensì, piuttosto, da ebete. Wendy, prima di andarsene, fece un ultimo saluto con la mano a Matteo che aveva seguito tutta la conversazione tra Roberto e la donna tenendosi un po’ in disparte; ora, con le mani impegnate nel sollevare un amplificatore pesantissimo, poté ricambiare quel saluto solo con un goffo gesto della testa e un gran sorriso.

«Ciao Wendy! Torna a sentirci suonare qualche volta se ti capita l’occasione!» aggiunse gridando Matteo.

«Chissà... può essere» gli rispose con una strana espressione Wendy mentre si allontanava verso l’uscita del giardino dell’Eden. Matteo e Roberto continuarono a guardarla, uno la metà superiore e l’altro quella inferiore, fino a quando un’alta siepe non la nascose completamente alla loro vista.

♪♪♪

Wendy affrettò il passo sul vialetto che conduceva verso l’uscita del locale. Non aveva paura di fare tardi, come invece aveva raccontato, mentendo, poco prima a quei due uomini: piuttosto aveva necessità di raggiungere al più presto la sua auto nel parcheggio e andarsene da quel posto perché si sentiva davvero male. Prima, durante il concerto, un senso di nausea l’aveva assalita quando qualcosa che aveva visto le aveva sbattuto violentemente in faccia il suo passato, poi, una vera e propria sensazione di soffocamento le aveva stretto la gola durante tutta la conversazione che aveva sostenuto con Matteo e Roberto. Era riuscita a mantenere i nervi saldi fino a quel momento, ma ora sentiva di essere vicina a crollare. Accelerò ulteriormente il passo urtando, senza quasi accorgersene, un paio di ragazze che la mandarono senza troppi complimenti a quel paese e, finalmente, uscì dal locale. Attraversò il parcheggio polveroso fino alla sua auto e, con le mani che le tremavano, aprì a fatica lo sportello e salì a bordo. Afferrò il volante e lo strinse così forte che le nocche le diventarono bianche; si chinò poi in avanti appoggiando la fronte sullo sterzo e, nascosta dai vetri completamente bagnati dall’umidità, si lasciò andare a un pianto a dirotto. Per molto tempo aveva cercato delle risposte alle domande che spesso si era posta sulla sua vita, chiedendosi sempre come avrebbe reagito. Quella sera, inaspettatamente, il destino forse le aveva dato quelle risposte ma ora non sapeva assolutamente che cosa fare. Mentre rifletteva in questo modo Wendy sentì però che, a poco a poco, stava ritrovando il controllo di se stessa; il respiro, prima affannoso, stava tornando regolare e anche le tempie le pulsavano un po’ meno. Lentamente rialzò la testa e staccò le mani dal volante e poi, dopo essersi guardata intorno per vedere se qualcuno la stava osservando, si lasciò cadere all’indietro contro il sedile. Prese un fazzoletto di carta dal bauletto del cruscotto e si asciugò con cura gli occhi. L’ultima cosa che voleva era che le sue amiche la vedessero in quelle condizioni perché questo l’avrebbe esposta inevitabilmente a un interrogatorio serrato che, in quel momento, non era in grado di sostenere. Controllò nello specchietto se fosse in condizioni presentabili, fece un respiro profondo e uscì dall’auto. Con il cellulare inviò un messaggio a una delle sue amiche che ancora si trovavano all’interno del locale; le scrisse che era dovuta uscire perché non si sentiva molto bene e che le avrebbe aspettate fuori. Aggiunse che non era niente di cui preoccuparsi e che ora era tutto a posto. Dopo avere raccontato quest’ultima bugia si appoggiò al cofano della sua auto e rimase in attesa delle amiche, tormentata dalle zanzare e dai suoi pensieri.

♪♪♪

Matteo andò verso il furgoncino del gruppo sul quale era stata caricata gran parte della strumentazione. Il resto della struttura, soprattutto il grande schermo circolare, lo avrebbero portato via il giorno dopo alcuni dei ragazzi del gruppo. In mano stringeva l’assegno che il proprietario dell’Eden, con l’espressione di uno al quale stanno strappando un figlio dalle braccia, gli aveva appena staccato come compenso per la serata. Non erano molti soldi e, dopo esserseli divisi in parti più o meno uguali, sarebbero diventati ancora meno ma, in fondo, quella per loro era solo una passione, un divertimento e, anche se comportava, talvolta, dei sacrifici e delle rinunce, andava bene così. Gli altri membri del gruppo erano già saliti quasi tutti a bordo dei mezzi che componevano quella che, ogni volta, agli occhi di Matteo ricordava più la carovana di un circo che un gruppo rock. Sul Ford Transit che avevano acquistato usato qualche anno prima Paolo fumava sul sedile anteriore con lo sportello aperto; parcheggiata di fianco, con il motore acceso per permettere al condizionatore di fare il suo dovere, c’era una Golf nera con i vetri scuri. Dentro, s’intuivano appena Federica, Marcella e i loro rispettivi fidanzati finalmente avvinghiati in abbracci rimasti in sospeso, secondo lo strambo orologio degli innamorati, troppo a lungo quella sera. Qualche metro più in là Daniele, addetto al mixer e alle luci, stava finendo di mettere nella bauliera spalancata della sua auto alcuni grossi rotoli di cavi per l’alimentazione; aveva la maglietta completamente intrisa di sudore e cominciava a essere esausto non solo per la fatica, ma anche per le squallide barzellette con cui Alessio e, soprattutto Sergio, da dentro l’auto, continuavano a bombardarlo senza tregua. Matteo detto un’occhiata in giro quasi a fare una rapida conta dei presenti e si accorse che mancava solo Roberto. Questi sbucò fuori da un angolo buio del giardino dove si trovavano seminascoste le toilette chiudendosi la cerniera dei pantaloni e, subito, apostrofò l’amico: «Allora, ce l’hai fatta a farti pagare da quello strozzino?» riferendosi a Massimo, uno dei proprietari del locale. Matteo gli sventolò sotto il naso l’assegno.

«Eccoli qua, fino all’ultimo euro.»

«Sei un grande!» lo prese in giro Roberto, «è per questo che di certe questioni pratiche è meglio che te ne occupi sempre tu. Io non ne sarei proprio capace.»

«Già. Di cose pratiche non te ne occupi, ma di donne invece...» Matteo lasciò la frase in sospeso.

«Ah, ho capito... ti piaceva l’olandesina, eh? Carina vero? Per caso sei geloso? E poi lo sai, te lo dico sempre: di donne non ne capisci niente.»

«Ti ricordo che sono sposato» ribatté Matteo con aria ironica.

«Lo so» gli rispose prontamente Roberto, «è proprio per quello che ti dico sempre che di donne non ne capisci niente!»

Era da una vita che Matteo sopportava le battute di Roberto e, ormai, non ci faceva più neppure caso. Scosse il capo e si avviò verso il posto di guida del furgone. Guidare e riaccompagnare gli amici a casa era un compito che toccava sempre a lui. Essendo l’unico quasi completamente astemio di tutto il gruppo, quella era una saggia precauzione che prendevano ogni volta per evitare di incappare, almeno chi era a bordo del furgone, in qualche spiacevole equivoco con gli etilometri della Stradale.

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