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Alexis

Alexis

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Alexis

Länge:
174 Seiten
2 Stunden
Herausgeber:
Freigegeben:
Jan 12, 2018
ISBN:
9781507184967
Format:
Buch

Beschreibung

Dal lavorare in un Burger King all'essere una famosa pittrice in Grecia. Dallo stare sola all'incontrare l'amore.

Alba viveva una vita prestabilita, di quelle in cui gli altri decidono per te e tutto arriva senza che lo scelga.

Ma Alba crede nel Karma

Una sera, quella forza misteriosa gli piomba addosso con forza e Alba abbandona la sua casa per trasferirsi in Grecia senza soldi e senza nessun piano. Lì scopre la gioia di essere se stessa e si trasforma in una pittrice che ha tutto: successo, denaro, amici...

E l'amore?

Questo è più complicato, il Karma mette in gioco Alexis, un milionario dagli occhi color del mare e tanto dolce e affascinante quanto misterioso. Il Karma, Alba y Alexis iniziano il gioco...

Avviso: questo è il primo libro della duologia ALEXIS

Herausgeber:
Freigegeben:
Jan 12, 2018
ISBN:
9781507184967
Format:
Buch

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Alexis - Anaïs Wilde

VENTI

PROLOGO

Dicono che la vita sia energia pura e che all'energia piaccia il movimento.

Dicono che basti iniziare a muoversi perché la vita si metta a ballare con te, cominciando a spostare tutta una serie di eventi che modificheranno per sempre il tuo cammino, il tuo destino.

Dicono che se ignori il destino ti si rivolterà contro e ti colpirà con tutta la forza del caso.

Non ho mai creduto in niente di tutto questo. Di fatto, una volta l'ho sentito e l'ho cancellato dalla mia mente. Per molti anni ho vissuto nell'immobilità più assoluta, lasciandomi trascinare dalla corrente.

Fin quando, un giorno, qualcosa è cambiato in me.

Fino a quel momento in cui feci il primo passo e un piccolo movimento scatenò un fiume di conseguenze.

CAPITOLO UNO

Alla fine lo avevo fatto, avevo abbandonato la mia piccola vita ad Albacete e mi ero imbarcata in un'avventura senza biglietto di ritorno. Tutti dicevano che ero completamente pazza... Beh, suppongo che fosse ciò che avrebbero detto se invece della grandissima bugia che avevo raccontato avessi detto la verità.

Mi accompagnarono alla stazione degli autobus. Sapete: mio padre, mia madre, mio fratello, i miei zii e Marta, mia amica da tutta la vita. Mi salutarono tra abbracci e lacrime. I più grandi diedero la colpa al governo. Mio padre lo fece con rabbia, mia madre con gli occhi come due cascate. Marta mi strizzò l'occhio e mi disse di non preoccuparmi.

«Che fortuna che hai!» mi sussurrò all'orecchio abbracciandomi. «Mi piacerebbe essere al tuo posto.»

La verità è che non avevo dubbi su questo. Anche se Marta avesse saputo che mi stavo lanciando nel vuoto senza paracadute né rete, anche così, avrebbe voluto essere al mio posto. Ma Marta era Marta, pazza, disinibita, coraggiosa... E io ero io. Alba, quella che non avrebbe mai rotto un piatto.

Alla fine, alla stazione tutti pensavano che andassi a Madrid, dove avrei preso un volo per Atene per iniziare un meraviglioso lavoro in cui, finalmente, sarebbero state valorizzate tutte le mie capacità.

A dire il vero, capacità ne avevo, sì. Parlavo tre lingue, avevo terminato con successo il master che era costato tanto denaro ai miei genitori e si poteva dire che ero una ragazza che lavorava sodo. Ero instancabile, tenace, puntuale e precisa. Alla fin fine una gioia per il mercato lavorativo. Però i mesi passavano e la realtà era che non riuscivo a trovare un vero lavoro. Avevo coperto un congedo per maternità in un call center, avevo passato alcuni mesi prendendo gli ordini in una catena di pizzerie con consegne a domicilio e due estati servendo ai tavoli in una terrazza. Questa era la mia esperienza lavorativa. Una laurea, un master e tre lingue mi erano serviti a questo. Beh, per questo e perché NON mi dessero molti altri lavori per un eccesso di preparazione.

Sapevo che in Spagna c'erano milioni di giovani come me. Con tanti studi da fermare un treno e che guardavano la vita passare dalla fila dei disoccupati. Comunque il mio caso era diverso da quello della maggioranza. Io non davo la colpa al governo, né alla crisi, né al prezzo del petrolio, né a niente di tutto ciò che faceva emigrare mezza Spagna per guadagnarsi la vita. Chiamatemi pazza, ma qualcosa dentro di me mi diceva con chiarezza che il mio era karma. Sì, karma puro e semplice.

Karma per non aver ascoltato quella vocetta interiore che mi parlava da quando ero piccola. Quella che a due anni mi ordinò di fare il murale con i pastelli a cera nel corridoio d'ingresso del piccolo appartamento in cui vivevo con i miei genitori e con mio fratello Carlos. Quell'impulso che mi portò anni dopo a dipingere il mio zaino, le mie scarpe e il banco di scuola... Comunque credo che abbiate capito. Non riuscivo a smettere di dipingere, semplicemente. Non ero come la maggior parte delle persone, quelle per cui un tavolo è un tavolo e un lenzuolo bianco è solo un pezzo di stoffa che si usa per il letto. Sono nata con degli occhi abituati a vedere tele su tutte le superfici vuote. Odio il vuoto. Credo che sia qualcosa di innaturale. Non lo avete notato? Anche la natura lo odia. Copre tutto con erba e fiori, spuntano piante nei posti più insospettati. Cammini per la strada e ti rendi conto che c'è erba che fa qualsiasi cosa per aprirsi una strada tra le pietre, nei bordi dei marciapiedi o intorno allo scarico dell'acqua di una grondaia.

Come la natura, io esprimevo quell'enorme mondo interiore che traboccava, in tutti gli spazi liberi che incontravo. Parlavo poco, disegnavo molto. A colori, se avevo la fortuna di avere pastelli a cera, pennarelli o qualsiasi altro tipo di pittura. In bianco e nero, se potevo contare solo con un pezzo di carboncino, come successe quell'estate dopo il barbecue di famiglia. Quando mio zio Paco insistette gridando che se aveva pitturato di bianco la facciata della sua casa era perché voleva che restasse così. La famiglia intera guardò la mia opera con tanta riprovazione che restai di ghiaccio, carboncino in mano.

La sgridata fu spettacolare, poi mi diedero una spazzola, del sapone e un secchio d'acqua. Mentre i bambini della mia famiglia giocavano ad acchiapparella io fui costretta a far sparire quella che consideravo la migliore opera della mia vita. Non per niente, ma quel murale spontaneo sulla facciata della casa di mio zio Paco era una meraviglia. Folletti, case a fungo... alla fine, mi arresi. Quello fu esattamente il momento in cui misi un freno alla mia creatività. Non importava quanto mi urlasse dentro la voglia di dipingere o di disegnare qualcosa, io la ignoravo.

Karma.

Il karma mette tutto a posto.

Ci sono libri che dicono che devi seguire il tuo destino, altrimenti ti si rivolterà contro e lo farà con furia. Il tuo destino è in ciò che ti piace fare, ciò che ti fa dimenticare il passare delle ore, ciò che fa saltare di gioia il tuo cuore. Questo è quello che ci spiegano i libri sul karma.

Ma io non gli diedi retta. Mi concentrai sugli studi, feci tutti i miei compiti e mi comportai come la brava bambina che dovevo essere. Passarono i Natali, i Re Magi si impegnarono a lasciarmi sotto l'albero sempre cose utili, come jeans, scarpe sportive o uno zaino per la scuola. Io li accettavo con un sorriso tanto forzato che mi facevano male le mascelle, ma nessuno sembrava accorgersene.

E arrivai all’Università.

Belle Arti?

No, naturalmente no. Economia e commercio.

Cosa aveva a che fare il mondo degli affari con me?

Perché lo comprendiate veramente ve lo spiegherò con un paragone: quanto una lumaca con un rinoceronte.

Sì, ma tutto ha una spiegazione. Visto che il mondo non era capace di apprezzare la mia arte, almeno potevo trovare consolazione nel vedere la felicità negli occhi delle persone a cui volevo bene. Quel brillio che emanava dagli occhi dei miei genitori, dei miei nonni, e anche dei miei zii, era la cosa più simile all'ammirazione per un quadro che avessi mai visto. Molto presto nella mia vita, passai dal disegnare paesaggi a disegnare sorrisi sul viso delle persone che avevo intorno. Mi faceva stare bene far felici gli altri.

Decisi di fare della mia vita un'opera d'arte. Volevo trasformarmi in uno di quei quadri che tutti vogliono avere nel proprio salone. Mi concentrai con tanto sforzo nel compito, che per un attimo credetti che il mondo degli affari fosse tutto ciò che avevo sempre sognato, che io stessa fossi un'azienda con i piedi e che non ci fosse nient'altro che potesse rendermi più felice. Ignorai gli uomini, quello era uno dei requisiti che mi ero auto-imposta. Beh... non è che fossi vergine, ma c'è anche da dire che persi la verginità accidentalmente.

No, non successe cadendo dalla bicicletta, anche se sarebbe stato lo stesso. Successe alla festa del paese della mia amica Marta. Lo ricordo come se fosse successo ieri. L'estate ci stava schiacciando con tutto il peso della sua noia. Quaranta gradi di noia all'ombra. Bevemmo per la prima volta. Avevo diciassette anni, Marta sedici. C'era un ragazzo che... Luis, Pedro, Fernando. Lo vedete? Tanto valeva che fossi caduta dalla bicicletta e che il mio imene fosse rimasto attaccato all'asfalto. O alla polvere della strada del paese. O a qualsiasi altra cosa fosse, meno che al membro di un ragazzo di cui non ricordo nemmeno il nome.

Come stavo dicendo bevemmo. Abbastanza. Il tipico gioco della bottiglia. Se non volevi subire le penitenze ogni volta che il collo della bottiglia ti puntava, dovevi bere. All'epoca il karma già ce l'aveva con me, ne sono convinta. Ancora non ero arrivata all'università, ma già raccontavo a tutti che il mondo degli affari sarebbe stato il mio futuro. E il karma che è ovunque, dovette sentirmi. La questione è che il maledetto collo di quella bottiglia di Coca Cola logora puntava sempre verso me. Ballai, cantai e andai a gridare porcherie davanti alla casa in cui si trovavano gli adulti. Con il cuore che mi galoppava nel petto mi affacciai alla finestra e urlai con tutte le mie forze il repertorio completo di parolacce che conoscevo in quel momento, certamente abbastanza povero. Vi ho già detto che ero una brava ragazza. Mi chinai come se ci fosse una pallottola diretta verso di me. Un uomo si affacciò, mentre mi schiacciavo contro la parete, sperando che il cornicione mi coprisse. E mi nascose. Poi iniziai a correre. Tornai dal gruppo con cui stavo giocando. Tutti stavano morendo dal ridere, meno Luis... o Pedro... o Fernando. In questo momento il suo nome non è importante. Il punto è che tutti ridevano tranne un ragazzo di cui ricordo soltanto che indossava un braccialetto di filo intrecciato. Mi guardava con occhi compassionevoli e mi raccomandò che a partire da quel momento scegliessi sempre di bere.

«Non devi renderti ancora ridicola,» disse.

La vita è una bastarda. Perdere la verginità con qualcuno di cui ricordo ciò che mi disse, ma non di cui ricordo né il nome né la faccia, mamma mia!

Bevuta. Collo della bottiglia. Bevuta. Collo della bottiglia. Bevuta. Collo della bottiglia. Fin quando arrivò il momento in cui il mio corpo non riusciva ad accettare altro alcol. Il cugino della mia amica Marta si era reso conto che gli occhi con cui mi guardava Luis-Pedro-Fernando non erano pieni di compassione, ma di desiderio. Quando per l'ennesima volta il collo della bottiglia puntava verso di me e il culo verso lui, disse forte e chiaro che la mia penitenza era andare con il suddetto soggetto  –  Luis-Pedro-Fernando-quello che è – nel fienile. Eravamo tutti alticci, anche se io più degli altri. Gli altri scoppiarono a ridere e il ragazzo dovetti darmi la mano per aiutarmi a rimettermi in piedi. Ero del tutto incapace di farlo da sola. Iniziammo a baciarci appena arrivammo in quel posto che aveva un forte odore di animali. Non mi avevano mai baciato e confesso che la sensazione mi piacque. L'alcol acuisce i sensi, ora lo so. A quei tempi non ne avevo idea. Quando il ragazzo pose le sue labbra sulle mie in quel modo così dolce e così delicato, mi sentii fluttuare. Mi sussurrò all'orecchio che era innamorato di me da tutta la vita, dalla prima volta che mi aveva visto. Vedete, lui non era mai uscito dal suo paese e questa era la prima volta che la mia amica Marta mi invitava lì; tirate le vostre conclusioni sul significato di tutta la vita. Ma beh, ci credetti. Io fluttuavo in balia della lingua del ragazzo di cui non ricordo il nome. Esplorava la mia bocca poco a poco, insegnandomi con l'esempio ciò che dovevo fare. E il calore iniziò a risalirmi per il corpo. Passammo molto tempo baciandoci. Mi fece sdraiare sulla paglia e si distese su di me, ma non andava alla cieca, né niente del genere, continuò solo a baciarmi. Per molto e molto tempo ancora.

Suppongo che avesse già un po' di esperienza, anche se non molta, data la sua giovinezza. Forse dipese dal fatto che era veramente innamorato di me. Il punto è che non si lanciò diretto alle mie tette per palparmele come se non ci fosse un domani, come se si trovasse nel bel mezzo di un naufragio e fossero l'unico salvagente disponibile. Alle mie amiche toccò quel tipo di soggetto durante le loro prime esperienze. A me no, ho avuto fortuna almeno

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