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Amari spicchi d'arancia

Amari spicchi d'arancia

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Amari spicchi d'arancia

Länge:
192 Seiten
2 Stunden
Freigegeben:
Jul 16, 2018
ISBN:
9788833281292
Format:
Buch

Beschreibung


Il romanzo narra la storia di una donna, scelta in fasce per essere cavia in un esperimento pseudoscientifico che consisteva nel testarla, lungo gli anni, sottoponendola a violenze , frustrazioni e usurpazioni da parte di un gruppo di persone che lei, nel corso della vita, impara a distinguere. Da qui il romanzo si sviluppa sulla crescita e sulla presa di coscienza della protagonista, che di volta in volta , cerca di comporre l' orrenda verità e naturalmente reagisce e vive parallelamente ai suoi aguzzini, della cui esistenza e operato, chiunque altro è all'oscuro. Contestualmente ai fatti , scorre la sua vita , la sua storia d'amore, di crescita personale, di ribellione e infine il riscatto dal sistema degenere di cui è stata vittima. Nel procedere lungo gli eventi, affiancata da persone con cui a mano mano crea forti trame di empatia e confidenza, riesce a scardinare questo gruppo di servizi deviati, responsabili appunto dei tanti soprusi perpetrati a lei e alle persone che le ruotano intorno e raccogliendo le prove necessarie a smascherarli. Nel contempo, diventata madre, si impegna a proteggere a caro prezzo la vita del figlio, dal quale dovrà anche staccarsi, proprio per garantirgli un futuro libero dai suoi persecutori. Il libro si snoda attraverso il coinvolgimento emotivo di tutti i personaggi che prendono parte alla storia, diventando parte del destino della figura centrale, in un contesto storico che dagli '20, arriva fino agli ultimi decenni del secolo scorso.
Freigegeben:
Jul 16, 2018
ISBN:
9788833281292
Format:
Buch

Über den Autor


Buchvorschau

Amari spicchi d'arancia - Federica Piera Amadori

Cover

I

Avevo tre anni, periodo intorno al quale credo si formi la memoria, quando decisero di eliminare mio padre.

Catalogarono l’episodio con la sigla EVA\2-2-24\E002\It, poi rimasero a guardare.

In verità non ho tanti ricordi di quel periodo e, se dovessi dire la verità, rammento solo che mostravo al ritratto di papà le mie scarpette nuove e la bambolina di pezza. L’atmosfera e i colori di quella casa, però, li porto ancora oggi nel cuore.

Per quanto riguarda EVA/ 2-2-24/E001/It, circa il senso di abbandono che prova un bimbo di pochi mesi strappato alla sua mamma, grazie a Dio non ne ho memoria alcuna, so soltanto che mi restituirono ai miei una volta che i loro studi furono compiuti.

Rimangono per me un mistero le modalità di quel breve sequestro, mentre il resto è tutto nero su bianco. Ogni volta che decidevano che fosse giunto il momento per una nuova sperimentazione, trascrivevano infatti per filo e per segno nel mio fascicolo le loro interpretazioni e il resoconto della mia disperazione, e più volte, nel corso degli anni, sono stata obbligata a leggere il contenuto di questa o quella cartella e a visionarne le fotografie allegate perché potessero osservare la mia reazione.

Il dolore era sempre assoluto.

Dopo quattro anni dall’assassinio di mio padre – uno dei periodi di tregua più lunghi che mi abbiano mai concesso – mi tolsero del tutto la gioia di vivere e, anche se ogni volta sono poi risorta, quel che accadde nel Natale del 1931 mi resterà dentro per sempre.

Quel giorno la mamma era in sala da pranzo e preparava la tavola, mentre la nonna, con la sua solita costanza, rigava gli gnocchi appena impastati passandoli su di una forchetta. Io, uragano sempre attivo come ogni bimbo di quell’età, in quel momento stavo ballando e saltando al ritmo di una musica che nessun altro poteva sentire, musica brutalmente interrotta dall’irruzione nel nostro appartamento di tre uomini armati di spranghe e bastoni che usarono ogni tipo di violenza verso le due donne, premurandosi che io capissi il più possibile di quello che stava accadendo. Struggimento davvero inconsolabile fu il dolore che provai nel percepire che le poverette soffrivano più per la mia condizione che per la loro.

La luce si spense negli occhi di mia madre nello stesso istante in cui le sue labbra mi mandavano l’ultimo bacio, e io, a quel punto, svenni.

Quando mi risvegliai, la sensazione che provai fu quella di essere incompatibile con la vita, come un cuore che fosse stato cavato fuori dalla gabbia toracica. Per diversi giorni non mangiai, tanto che le suore che mi avevano accolta furono costrette a farmi ricoverare perché i medici mi rimettessero in forze.

Tornata all’istituto delle religiose, colpita da lalofobia per il forte choc subito, trascorsero molti mesi prima che pronunciassi una sola parola. Quando lo feci fu con l’unica suora capace lì dentro di comunicare veramente col cuore e che, paziente, si era messa al servizio della mia causa, cambiando con il suo sconfinato affetto l’andamento della mia esistenza.

Si era fatta chiamare suor Maria Anna, come la mamma e la nonna di Gesù. Mamma e nonna: proprio come la famiglia che mi era stata tolta.

Il delicato riguardo della sua presenza fedele è stato uno dei rarissimi doni che la vita mi abbia riservato e, come tutte le cose rare, preziosissimo, perché fonte di quel coraggio che può scaturire solo dall’aver sconfitto le proprie paure.

Con lei imparai che si possono tollerare con animo tranquillo le avversità della vita senza per questo essere arrendevoli, e feci della forza e della pazienza due alleate insostituibili. Avevo solo otto anni e un’esistenza sospesa tra infanzia e maturità.

Il 4 novembre 1933 la madre superiora mi convocò nel suo studio per presentarmi ai miei genitori adottivi. Benché potessero scegliere tra tutte le ospiti dell’orfanotrofio, dissero subito che ero io quella che volevano, e che per avermi sarebbero stati pronti a versare una considerevole oblazione a favore dell’istituto, cosa che la priora non si fece ripetere due volte.

Quel primo incontro fu felice e, nonostante il dispiacere per il distacco da suor Maria Anna, l’idea di riavere finalmente una famiglia che mi amasse rendeva irrilevante qualsiasi altra questione, tant’è fui io a chiedere di partire già la mattina seguente.

Il viaggio in treno, da sola, da Savona a Genova mi regalò lo spettacolo dei paesaggi che apparivano e scorrevano fino a svanire, per poi riaccendersi di colori e del mio entusiasmo ogniqualvolta il convoglio rallentava la sua marcia. Sembrava un sogno: il fascino della natura stretta tra i monti e il mare era tale da non lasciare posto ai miei timori.

Puntuale, il treno si fermò alla stazione Brignole a Genova e il bigliettaio, come gli avevano chiesto le suore, mi fece scendere per poi accompagnarmi fin da quei miei nuovi genitori che, evitando la folla, mi aspettavano in disparte.

Ricordo che in un primo momento rivolsi la mia attenzione alla donna, che indovinai subito sottomessa al marito, un po’ anonima e ovvia, ma, come tutte le persone semplici, dolcissima; la sua figura appesantita, avvolta in un soprabito dai toni grigio-azzurri che contribuivano a renderla invisibile, restava in secondo piano rispetto a quella del consorte, come a volerne ribadire l’autorità.

Per quanto riguarda lui, non riesco a ricordare le sensazioni che mi suscitò al primo impatto, perché l’enorme sofferenza e il raccapriccio che mi procurò in seguito alterano ancora oggi il mio stato emozionale, tanto da non permettermi di essere fedele ai fatti. Voglio semplicemente illudermi che quella bestia non mi sia piaciuta dal primo istante.

Tornavo così a essere la cavia k\0127 e la loro ricerca etologica riprendeva, pronta a studiare l’insieme di reazioni che gli stimoli che mi avevano riservato avrebbero prodotto. Era una specie di selezione, per mezzo della quale o sarei sopravvissuta e sarei diventata un caso, o sarei morta suicida e mi avrebbero sostituito.

La mia vita non valeva l’immondizia gettata nel secchio.

II

Il nostro appartamento si trovava nella zona di Caricamento, al secondo piano di una palazzina la cui facciata principale era decorata con l’illusione ottica di finte architetture. Mi divertì molto quando capii l’inganno.

Affascinata da quest’arte che in Liguria è consuetudine, più volte mi soffermai a osservare il punto in cui il pittore aveva dato il tocco di luce, come l’aveva sfumato e dove aveva fatto cadere l’ombra che l’aggetto di un fregio avrebbe creato qualora fosse stato reale.

Altra tipica usanza genovese, l’entrata dell’alloggio dava direttamente nella sala, della quale ricordo il morbido sofà imbottito in piuma d’oca, rivestito di una stoffa a grandi righe verticali azzurre e crema; il bianco dei muri interrotto solo da una serie di quadretti intagliati nel legno; e, soprattutto, il vecchio scrittoio in noce dove Caterina mi faceva fare i compiti e mi leggeva le fiabe. C’erano poi due stanze da letto arredate in modo semplice ma decoroso, che rivelavano il carattere della padrona di casa e un cucinino con un grande lavello, di marmo bianco come il piano del tavolo.

Il giorno del mio arrivo, su quella tavola c’erano gli gnocchi pronti per essere buttati nell’acqua bollente, che mi fecero subito pensare alla nonna con la forchetta in mano; c’era inoltre uno sformato di melanzane e pomodori che a mangiarlo, abituata alla cucina scipita delle suore, mi portò tra le stelle.

Ricordo che mi resi conto in quel momento a quanto poco mi sarebbe bastato per alleggerire la mia malinconia; di quanta voglia avessi di essere, se non felice, almeno serena, quando invece, di lì a poco, nelle notti silenziose di una camera sconosciuta, la mia angoscia sarebbe tornata a rammentarmi la sofferenza già provata.

Il primo mese trascorse in tutta tranquillità. Un professionista aveva commissionato a Oreste sei raffinatissime sedie, che poi il tappezziere avrebbe completato e consegnato all’ordinante entro Natale. I tempi dunque stringevano, e il fatto che il suo lavoro di falegname lo tenesse impegnato lo rendeva mansueto, dato che la sera rincasava talmente stanco da dover rimandare ad altra data le attenzioni che avrebbe invece dovuto rivolgermi.

Purtroppo per me era un uomo dalla personalità complessa; spietato, ma al tempo stesso dotato di un’intelligenza così viva da renderlo perfetto per il compito che gli avevano assegnato.

Erano a conoscenza delle sue preferenze sessuali, più e più volte avevano spiato la bramosia con cui osservava le bambine giocare col cerchio davanti alla sua bottega e con quanta cura tenesse le mani occupate nelle tasche dei calzoni mentre lo faceva; erano altresì convinti che la scomparsa della piccola Clementina, il cui corpicino era stato ritrovato otto anni prima, privo di vita e di ogni indumento, sulle alture del Righi, fosse opera sua, sebbene la polizia ordinaria non fosse mai stata in grado di provarlo.

Era la persona giusta al momento giusto, per questo gli avevano procurato i documenti per il mio affido; gioia insperata per Caterina, la quale vedeva così esaudito il suo maggiore desiderio senza che neanche lontanamente potesse immaginare la cospirazione che c’era dietro; e manna dal cielo per lui, che avrebbe in tal modo sfamato la sua libido senza correre alcun rischio e, non solo, anche con un compenso. Due piccioni con una fava, si disse, e per quel che riguardava Caterina, qualora non fosse stato in grado di tenerla all’oscuro, l’avrebbero eliminata.

In tal caso, i piccioni per Oreste avrebbero potuto essere addirittura tre...

III

La notte della Vigilia, dopo la Santa Messa, Oreste venne a trovarmi in camera mia. Disse che aveva versato delle gocce nel bicchiere di Caterina perché si addormentasse e aggiunse che, se mai avessi rivelato a qualcuno delle sue visite – e pose l’accento sul fatto che quella non sarebbe stata la sola –, l’avrebbe ammazzata nello stesso modo in cui erano state uccise la mamma e la nonna, e la colpa sarebbe stata solo mia.

Intravidi l’espressione di terrore scolpita sul mio volto rispecchiarsi nei suoi occhiali, illuminati dal pallore della luna che filtrava dai vetri, e non fui capace di liberare il grido che avevo dentro.

Le mie prestazioni dunque, in cambio della vita di Caterina. L’infanzia abbandonava così definitivamente la mia esistenza, che da allora subì un altro drastico cambiamento di rotta.

In quel momento mi sovvenne la dolcissima voce di suor Maria Anna che mi esortava a continuare a sperare e a sopportare con pazienza, ricordandomi che lei mi avrebbe sempre amata e, soprattutto, che gli ostacoli che avrei dovuto affrontare si sarebbero persi nell’infinità dell’amore di Dio. «Abbi fede che alla fine si sistema ogni cosa», ripeteva.

Così gli sporchi giochi di quell’uomo iniziarono.

La mattina seguente era Natale e Oreste, gioioso e soddisfatto, mi diede in dono un cofanetto che aveva intarsiato appositamente per me. Poi, con un innocente bacio sulla guancia, disse che nulla poteva essere pari al regalo che ero stata io per lui. Il tutto sotto lo sguardo commosso di Caterina, che mai avrebbe sperato in tanta amorevolezza da parte del marito e che, come per volerlo ringraziare, mi sollevò in piedi sulla seggiola perché recitassi a papà la poesia che avevo imparato a scuola per l’occasione. Io, invece, vomitai e trascorsi il resto delle feste a letto, dove lei si prese cura di me durante il giorno e lui nel corso della notte.

Per i mesi successivi la routine fu pressappoco la stessa. Almeno un paio di volte alla settimana il mio aguzzino veniva a scaricare la sua tensione su di me che, controvoglia, subivo passivamente il suo piacere nello sperimentare nuove fantasie. Per contro, quell’orco non smise però mai di logorarsi nell’insoddisfazione di non potermi avere completamente, in quanto, per contratto, la penetrazione gli era preclusa sino alla comparsa del ciclo mestruale e questo finì presto col diventare per lui insostenibile.

Ciò che non sopportava e per cui voleva castigarmi era il mio apparire imperturbabile e quel senso di glaciale autodeterminazione che gli trasmettevo, mentre, in realtà, io non aspettavo altro che finisse di esercitare le sue morbose coercizioni per potermi finalmente pulire la lingua, strofinandola energicamente contro la federa del cuscino. Lo schifo che il sapore di quell’uomo riusciva a suscitarmi era di un’intensità tale da non avere eguali e la disperazione che provavo dopo quegli incontri imprigionava la mia anima più di quanto non avrebbero fatto mille catene.

Il destino venne in mio aiuto quando, durante un incontro con loro, mentre relazionava libidinoso le sue performance, gli scappò detto che il desiderio di avermi era tale da non sapere per quanto tempo ancora si sarebbe potuto trattenere. Fu un automatico scacco al re: la perversione aveva scavalcato la scaltrezza e, benché si fosse reso subito conto dell’errore, non riuscì a porvi rimedio. Le mie preghiere furono così in parte esaudite, in quanto misero sul piatto della bilancia l’eliminazione di Oreste, lasciando sull’altro il peso di un passato incancellabile che avrebbe avuto ripercussioni su ogni momento del mio presente.

Oreste non fece dunque più rientro a casa e due giorni dopo, il 26 settembre 1935, il giornale locale riportò la notizia del ritrovamento nella zona di Righi del cadavere di un uomo, nudo, nell’esatto punto in cui, anni prima, giaceva il piccolo corpo di Clementina.

Quando andammo a riconoscere la salma all’obitorio dell’ospedale piangemmo tanto da non avere più lacrime. Caterina straziata

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