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Alessandro Nero - I canti di Efestione

Alessandro Nero - I canti di Efestione

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Alessandro Nero - I canti di Efestione

Länge:
399 Seiten
5 Stunden
Herausgeber:
Freigegeben:
Oct 9, 2018
ISBN:
9788825407082
Format:
Buch

Beschreibung

Fantasy - romanzo (340 pagine) - La spada di Alessandro
La magia di Filolao
Giganteschi Costrutti divini
E l’Ecumene in fiamme!

Inseguire il proprio sogno oltre ogni limite, essere il migliore tra i migliori a ogni costo. In un Ecumene sferzata dalle magie arcane di Filolao di Crotone, albeggia fulgida la stella di Alessandro, figlio di Olimpiade d’Epiro e Filippo di Macedonia. Efestione narra le imprese del ragazzo sognante, il condottiero, il re e l’uomo tormentato nel suo viaggio verso territori misteriosi e inesplorati, affrontando terribili manifestazioni che non sembrano appartenere a questa realtà. Nessun sacrificio è troppo grande pur di raggiungere i confini del mondo conosciuto e realizzare la propria ossessione e il fato promesso dall’Oracolo di Siva.
Con il saggio breve Il leone di Macedonia, di Francesco La Manno

Davide Camparsi vive a Verona, dove lavora come architetto. Esordisce nel racconto nel 2013 col racconto Perché nulla vada perduto che vince la XIX edizione del Trofeo RILL. Successivamente partecipa con successo a vari concorsi e selezioni per narrativa breve, vincendo anche nuovamente il RiLL nel 2015 con Non di Solo Pane, tradotto in spagnolo per la pubblicazione su Visiones 2016.
Complessivamente, dal 2013 pubblica una trentina fra racconti e novelle in e-book e antologie di genere da Dunwich Edizioni, Edizioni Il Foglio, Nero Press, Hypnos Edizioni, Edizioni Della Vigna, Tabula Fati, dBooks, Edizioni Pendragon, I Doni delle Muse, Esescifi, EF Libri, Letteratura Horror.
Dopo aver esordito con Delos Digital con L’angelo dell’autunno, finalista al premio Odissea, nel 2017 ha pubblicato la novella Tre di nessuno (ed. Il Foglio) ed Edizioni RiLL ha raccolto i suoi racconti nel volume Tra cielo e terra.
Herausgeber:
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Oct 9, 2018
ISBN:
9788825407082
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Buch

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Alessandro Nero - I canti di Efestione - Davide Camparsi

9788825403015

Il leone di Macedonia

di Francesco La Manno

Prologo

Dopo alcuni anni di oblio, sono tornate alla ribalta anche in Italia le pubblicazioni che richiamano le atmosfere esotiche e avventurose dello sword and sorcery di matrice americana, nate negli anni ’30 del secolo scorso dalla penna di Robert E. Howard.¹

A dispetto di ciò, nel nostro Paese si delinea un differente filone di fantasia eroica² dato che si adotta un’ambientazione mediterranea, assai poco sviluppata dai precedenti scrittori anglosassoni. In queste vicende non ci troviamo sempre dinanzi a eroi nerboruti, archetipi del superuomo nietzschiano,³ ma spesso abbiamo a che fare con ladri, cialtroni, assassini, strateghi e imbonitori che prediligono l’astuzia alla brutalità della spada e che possono essere comparati all’Ulisse di Omero.⁴

Per fare alcuni esempi di questi romanzi, mi vengono in mente La legione occulta dell’impero romano⁵ di Roberto Genovesi, Demon Hunter Severian⁶ di Giovanni Anastasi (pseudonimo di Luca Tarenzi), Eternal War⁷ di Livio Gambarini, Dal bronzo e dalla tenebra⁸ di Andrea Atzori, Cesare il conquistatore⁹ di Franco Forte, Alasia¹⁰ di Max Gobbo, Arabrab di Anubi¹¹ di Alessandro Forlani e Pirro il distruttore¹² di Angelo Berti.

Con mio grande piacere, anche Delos Books ha deciso di seguire questo percorso pubblicando Alessandro Nero di Davide Camparsi, ebook affascinante ma difficilmente imbrigliabile in un solo genere letterario. Ne discende pertanto la necessità di una disamina approfondita.

La storia

Nel 356 a.C. nasce uno dei più grandi strateghi militari di ogni epoca: Alessandro Magno. Figlio di Filippo di Macedonia e di Olimpiade (principessa d’Epiro). Alessandro viene educato all’arte della guerra e gli viene assegnato come precettore Aristotele, con il quale ha la possibilità di studiare diversi anni a Mieza.¹³

A seguito dell’assassinio del padre (per mano di Pausania), nel 336 a.C., Alessandro sale al trono anche se è costretto a intraprendere subito diverse azioni militari volte da un lato a rendere sicuro il confine settentrionale, sconfiggendo i Triballi, e dall’altro a sedare la rivolta di Tebe, distruggendo la città e vendendo come schiavi i cittadini superstiti.

A seguito di ciò, Alessandro, assurto al ruolo di capo supremo della Lega Ellenica, decide di avviare una guerra contro i Persiani per vendicare l’onta subita durante l’invasione della Grecia e la distruzione dell’acropoli di Atene. Di conseguenza prepara un esercito composto da 40.000 uomini, di cui 5.000 cavalieri, e con 160 navi sbarca nella Troade al fine di dare corso ai suoi piani di conquista.

Durante la battaglia di Isso del 333 a.C., il Macedone ottiene la più importante vittoria di tutta la guerra poiché, nonostante in evidente inferiorità numerica (40.000 macedoni contro 100.000 persiani), riesce a prevalere sul nemico e si appropria di un immenso bottino tra cui la madre, la moglie e le due figlie dell’imperatore Dario. A questo punto, gli si apre la strada per la Siria, la Fenicia e l’Egitto, che sottomette senza alcun problema.

Successivamente, dopo aver oltrepassato il Tigri e l’Eufrate, Alessandro giunge nella piana di Gaugamela, dove lo attende Dario con un esercito soverchiante in fatto di numero. Tuttavia, l’impeto del Macedone e la tenacia di Parmenione che blocca la cavalleria persiana, permettono di ottenere un’ulteriore, clamorosa vittoria e di conquistare Babilonia e Persepoli. Frattanto, Dario viene deposto dai suoi generali e ucciso da Besso, satrapo di Battriana e Sagdiana.

Nonostante abbia sconfitto definitivamente l’impero persiano, Alessandro non si sente ancora pienamente realizzato, in quanto il suo vero obiettivo è quello di conquistare l’intero Ecumene. Di conseguenza, arma un ulteriore esercito e si appresta a invadere l’India. Passato l’Idaspe, nel 326 a.C., sconfigge in una battaglia campale Poro, re dei Paurava, e continua a spingersi verso il misterioso oriente. A questo punto però l’esercito è stanco, frustato dopo anni di continue guerre e lontano dalla propria terra natia. La fiera opposizione dei suoi generali induce Alessandro a interrompere la sua campagna di militare.

Quando la situazione pare essersi stabilizzata, nel 323 a.C. una violenta febbre colpisce il Macedone che muore improvvisamente a soli trentatré anni, lasciando un impero immenso che verrà smembrato dai suoi comandanti dando vita alle guerre dei Diadochi.

Ucronia

Questi sono i fatti storici di cui tutti siamo perfettamente edotti, ma cosa sarebbe accaduto se Alessandro Magno non fosse perito? A tale domanda prova a rispondere Davide Camparsi che, narrandoci la vicenda in prima persona e dal punto di vista di Efestione, ipotizza che il condottiero Macedone non muoia e continui nel suo cammino di conquista verso l’Oceano Estremo.

È evidente che ci troviamo nel campo dell’ucronia, termine che indica quel peculiare genere letterario nel quale vengono narrati avvenimenti di storia alternativa, mai verificatisi nella realtà.¹⁴ Al contrario, nel romanzo storico i fatti sono perfettamente aderenti al passato, che risulta immutabile.¹⁵

Oltre all’ottimo lavoro di documentazione e ricerca dell’Autore, che ci permette di visualizzare in maniera plastica gli ameni lidi mediterranei, i giardini pensili di Babilonia e le battaglie campali tra gli eserciti, abbiamo la possibilità di viaggiare attraverso l’antico Regno di Magadha e gli esotici Regni Combattenti di Wei, Qi, Han e Yan.

Volgendo lo sguardo al profilo psicologico di Alessandro, questi ci viene descritto da Efestione come un condottiero dotato di un acume e un’audacia fuori dall’ordinario, bramoso di conquistare tutto il mondo allora conosciuto. Ma non vi è solo tale circostanza a indurre il Macedone a proseguire nel suo viaggio, in quanto Alessandro ha l’ambizione di unire tutti i popoli del mondo sotto il suo governo allo scopo di eliminare guerre e di promuovere la fratellanza e il sincretismo tra i popoli. Il che ovviamente non può non attirargli le inimicizie dei suoi più importanti generali che ordiscono continuamente complotti per ucciderlo.

Il soprannaturale e le religioni antiche

All’interno di questa ambientazione, Davide Camparsi inserisce eventi soprannaturali in maniera precisa e oculata, che contribuiscono ad assegnare maggiore fascino all’opera in discussione. In particolare, l’elemento di maggiore rilievo è l’invenzione dei Costrutti, mostri enormi creati con ammassi di carne, fango, cuoio, ossa, legno, ferro, metallo e altri materiali; essi vengono evocati dai canti dei rapsodi, che sono versati nella filosofia matematica e nelle segrete frequenze della Musica delle Sfere. A ben vedere, però, queste oscure arti non sono conosciute dal volgare quisque de populo, ma sono appannaggio di sacerdoti istruiti per anni, con dovizia e pazienza.

I Costrutti vengono utilizzati sia per svolgere lavori assai gravosi, sia per combattere in battaglia, creando scompiglio e orrore tra le truppe. Leggendo le descrizioni di queste creature, non può non balzare alla mente il golem, mostro di argilla animato dai cabbalisti che applicano i rituali contenuti nello Sefer Jetzrah, ovvero il Libro della Vita.¹⁶ Al riguardo, in ambito di narrativa dell’immaginario, l’autore che ha reso popolare in Occidente questo mostro è stato Gustav Meyrink, il quale ci dice che:

La prima versione della storia risale, dicono, al diciassettesimo secolo. Si dice che un rabbino, servendosi di un’antica formula, avesse costruito un uomo automatico e gli avesse fatto suonare le campane della vecchia sinagoga ed eseguire altri lavoretti del genere. Ma non aveva fatto un vero e proprio uomo; era piuttosto una specie di pianta animata, per così dire. E la sua vita, o quel che fosse ˗ si racconta ˗ derivava da una ricetta magica che gli veniva messa tra i denti ogni giorno, e che calamitava ciò che si chiamava la libera forza siderale dell’universo.¹⁷

Tornando al romanzo, la peculiarità dei Costrutti risiede nel fatto che essi possono anche diventare il simulacro delle divinità. Infatti, negli imperi orientali, gli stregoni hanno la capacità di richiamare i loro numi e di racchiuderli in questi esseri attraverso truculenti sacrifici. Peraltro, i Costrutti assumono un aspetto ancor più repellente perché le parti di persone (o animali) di cui sono composti non di rado sono ancora in vita e chiedono di essere uccise per trovare requie.

Occorre evidenziare che nell’economia del romanzo viene data grande rilevanza proprio al sacrificio rituale. A livello antropologico esso viene definito come:

un atto religioso che, mediante la consacrazione della vittima, modifica lo stato della persona morale che lo compie e lo stato di certi oggetti di cui la persona si interessa.¹⁸

Alessandro fa ricorso più volte a questi atti liturgici per chiedere aiuto alle proprie divinità mediante riti di natura espiatoria, di grazia e interrogativa.¹⁹ Essi risulteranno fondamentali per permettergli di prevalere sui suoi nemici ed evitargli tragiche disfatte.

Nondimeno, gli dei ellenici sono capricciosi, e non tutti lo favoriscono. Tra essi Dioniso risulta il più presente, sempre in bilico tra il bene e il male. Figlio di Zeus e di Semele,²⁰ inventore del vino e conquistatore di immensi territori che vanno dalla Grecia all’India, ha assoggettato al suo culto numerose popolazioni.²¹ Nella vicenda in argomento compare in più occasioni, talvolta anche attraverso la possessione demoniaca di alcuni innocenti, riferendo ad Alessandro dettagli enigmatici del suo futuro senza mai esporsi troppo.

Alessandro Nero

Come si è dianzi affermato, apprendiamo tutte le vicende attraverso gli occhi di Efestione, che narra in prima persona le avventure di Alessandro. Il Leone di Macedonia ci viene descritto come un eroe ineguagliabile in fatto di acume militare e di audacia in battaglia, privo di qualsivoglia paura della morte.

Tuttavia, i suoi successi nelle guerre comportano scelte difficili e un continuo conflitto psicologico che condurranno il nostro sull’orlo della follia. Non di rado, infatti, si trova costretto a decretare sommarie condanne di morte nei confronti dei suoi amici e generali, che hanno tentato di spodestarlo. Il peso del comandare una truppa di veterani (taluni già in forza con il padre Filippo) e del conciliare una miriade di differenti popolazioni e culture sotto il suo dominio pone ad Alessandro non poche difficoltà.

Sul versante sentimentale, benché il sovrano Macedone abbia diverse mogli, l’amore più grande resta sempre quello per Efestione, lo ricambia in maniera totale. È bene evidenziare che questo è uno dei pochi casi nei quali a un guerriero di sword and sorcery viene attribuita una storia d’amore omosessuale.²² Nella stragrande maggioranza dei libri di fantasia eroica, infatti, si hanno barbari bramosi di concupire donne procaci.

Facendo un passo indietro nella storia, non bisogna dimenticare, però, che nel mondo ellenico, epoca nella quale è ambientata il libro in parola, era normale che vi fossero rapporti sessuali tra uomini, laddove l’uno fosse l’insegnante e l’altro il giovane ragazzo da educare. Questo era il sistema cardine della pedagogia.²³ La distinzione non si poneva come oggi tra omosessuali ed eterosessuali, ma solo tra soggetti passivi e attivi. Ai primi appartenevano gli uomini adulti, mentre ai secondi le donne e i paides.²⁴ La pederastia era praticata sino al matrimonio e poi si prediligeva il rapporto con le donne, anche se permanevano rapporti con soggetti del medesimo sesso.

Tornando all’heroic fantasy, Richard K. Morgan risulta essere uno dei pochi autori che si è cimentato nel tema con i suoi romanzi Sopravvissuti²⁵ ed Esclusi,²⁶ dove narra le vicende di Ringil Eskiath, guerriero omosessuale e reietto.

Detto ciò, penso di aver rubato abbastanza tempo prezioso al lettore e pertanto mi congedo lasciando spazio alle avventure del Leone di Macedonia, personaggio immortale della nostra cultura greco-romana che Davide Camparsi ha saputo rinvigorire ancor di più con una trama accattivante e delle valenze fantastiche che ne faranno uno dei capisaldi della narrativa dell’immaginario italiana.


¹. Liberamente ispirato a Kinkora attribuito a MacLiag (1015 circa)

². Cfr. Sebastiano Fusco, Fantasia Eroica, in AA VV, Arcana, Sugar Editore, Milano, 1969, p. 282 e ss.

³. Cfr. Domenico Cammarota, Il mito dell’Heroic Fantasy, in Spade e Incantesimi. Il meglio dell'heroic fantasy italiana, a c. di Gianni Pilo, Fanucci, Roma, 1984.

⁴. Omero, Odissea (trad. di Aurelio Privitera), Mondadori, Milano, 2012.

⁵. Roberto Genovesi, La legione occulta dell’impero romano, Newton Compton, Roma, 2010.

⁶. Giovanni Anastasi, Demon Hunter Severian, Acheron Books, 2014.

⁷. Livio Gambarini, Eternal War, Acheron Books, 2015.

⁸. Andrea Atzori, Dal bronzo e dalla tenebra, Acheron Books, 2016.

⁹. Franco Forte, Cesare il conquistatore, Mondadori, Milano, 2017.

¹⁰. Max Gobbo, Alasia, Watson, Roma, 2017.

¹¹. Alessandro Forlani, Arabrab di Anubi, Watson, Roma, 2017.

¹². Angelo Berti, Pirro il distruttore, Italian Sword&Sorcery Books, Casale Monferrato, 2018, edizione digitale.

¹³. Cfr. Giuliu Giannelli, Alessandro III di Macedonia, in Enciclopedia Treccani, Rizzoli, Milano, 1929, p. 328.

¹⁴. Cfr. Leo Sorge, I Chip di Nostradamus. Pensieri tecnologici dal XV al XXIII secolo, Apogeo Editore, Milano, 2006, p. 34.

¹⁵. Ibidem.

¹⁶. Cfr. Ornella Volta, Golem, in Arcana, Sugar Editore, Milano, 1969.

¹⁷. Gustav Meyrink, Il Golem (Der Golem, trad. Gianni Pilo), a c. di Gianni Pilo e Sebastiano Fusco, Newton Compton, Roma, 1994, cit. p. 67.

¹⁸. Marcell Mauss, Henri Hubert, Saggio sul sacrificio (Essai sur la nature et la fonctiondu sacrifice, trad. Velleda Meneghetti Minelli), Editrice Morcelliana, Brescia, 2002, cit. p. 22.

¹⁹. Ibidem.

²⁰. Cfr. Robert Graves, I miti greci (Greek Myths, trad. Elisa Mompurgo), Longanesi, Milano, 2012, pp. 46 e 47.

²¹. Cfr. Robert Graves, op. cit., p. 92 e ss.

²². Cfr. Claudio Asciuti, Amori leciti e illeciti: fantasia eroica e omosessualità, in AA. VV, Guida alla letteratura fantastica, a c. di Claudio Asciutti, Odoya, Bologna, 2015. p. 459.

²³. Cfr. Andrea Del Ponte, Omosessualità e mondo guerriero, in AA. VV, Guida alla letteratura fantastica, a c. di Claudio Asciutti, Odoya, Bologna, 2015. p. 450.

²⁴. Ibidem.

²⁵. Richard K. Morgan, Sopravvissuti (The Steel Remains trad. di M. A. Struzziero), Gargoyle, Roma, 2012.

²⁶. Richard K. Morgan, Esclusi (The Cold Commands trad. di A. Bruno), Gargoyle, Roma, 2013.

I. Isso

Le onde del mare s’infrangono contro il ragazzo che ride.

Il sole dell’alba agghinda la spuma in mille riflessi abbaglianti, che costringono a socchiudere gli occhi. Effimeri gioielli per Teti e le Nereidi, già gonfie dei sacrifici della notte passata e forse, presto, anche del nostro sangue versato in olocausto al giorno che ci aspetta. Il ragazzo, quello che sembra poco più che un bambino, tuttavia, ride. Come ignaro o incosciente del fato che ci attende. Qualcuno tra gli uomini ammicca al suo indirizzo, altri gridano o imprecano, fiaccati e infreddoliti dalle piogge dei giorni precedenti. I cavalli nitriscono. Polvere si solleva ovunque, qui sulla collina, mischiandosi al cuoio e al sudore, al ferro e al bronzo. Le sarisse di corniolo con le loro punte di metallo paiono una foresta scheletrica scossa da venti nervosi. Le trombe scandiscono gli ordini nella confusione generale. Il canto modulato dei rapsodi risuona ovunque, richiamando alla vita i Costrutti al nostro seguito.

Come un gigante appena destato, l’esercito è in movimento.

Una volta oltrepassato il confine con l’Asia, Il Gran Re ci ha sorpresi marciando su Isso da nord, piombando alle nostre spalle, costringendoci a rivarcare le Porte di Siria attraverso il Passo di Beylan, riportandoci di nuovo in Cilicia.

La Colonna di Giona è proprio davanti a noi, a indicarci la via per il nemico. Sul fianco destro si stagliano le montagne della catena dell’Amano, alla sinistra il Mediterraneo.

Da nord, lungo la strada costiera, ci vengono incontro i fuggitivi, coloro che sono rimasti presi tra l’orda di Dario e l’esercito macedone. Pescatori, carpentieri, pastori, ciabattini e agricoltori, qualche mercante troppo tardo nel capire l’aria che tirava. D’altronde, questa guerra è velocità, decisioni repentine e marce forzate. I fuggiaschi passano tra le nostre fila come sabbia tra le dita, i figli stretti al petto, gli sguardi bassi, la schiena china e il piede svelto, nel timore che qualche soldato abbia la tentazione di provare la propria sarissa attraverso uno di loro, per saggiarne la robustezza. Siamo venuti a liberarli dal giogo persiano, ma la guerra è un affare sporco, checché ne dicano i canti degli aedi o le ballate sugli eroi. È sangue, non vino, quel che scorrerà oggi.

Solo il ragazzo pare ignorare questa semplice verità. O non curarsene.

La sua risata echeggia provocante tra le onde, mentre si passa le dita tra i capelli umidi, sciolti sulle spalle, come non avesse un pensiero al mondo.

Lo invidio, per un istante.

Un mendico mi si avvicina. Il soldato al mio fianco allunga la mano all’elsa dello xiphos che porta al fianco, ma con un cenno lo invito a desistere. È solo un vecchio storpio.

L’uomo si regge su una stampella, avanza saltellando sull’unica gamba che gli rimane, un movimento buffo ma faticoso; l’altra è troncata poco sotto il ginocchio. È piuttosto anziano e mi fissa senza deferenza, un gesto che mi mette di buon umore. Pare a sua volta affascinato dal ragazzo in riva al golfo di Isso, o da quel che rappresenta: l’occhio vibrante e inconsapevole di un ciclone che sta per scatenarsi da qui a poco, travolgendo e masticando tutto ciò che incontrerà sul cammino.

– È pazzo? – chiede il vecchio, indicandolo con un gesto del mento.

Avverto un fioco sorriso incresparmi il volto.

– Forse – rispondo divertito.

Il mendico borbotta qualcosa e sputa, tenendosi ben aggrappato al suo trespolo contorto. Mi manca di poco. Chissà perché, la cosa alimenta il mio ritrovato buon umore. Forse sono anch’io folle come il giovane tra le onde.

Un minaccioso manipolo di Portatori di Scudo scende il declivio della collina, incontro al mare, già in tenuta da battaglia e pronto per la marcia di avvicinamento a Dario.

– Intendete sacrificarlo a Poseidone? – domanda di nuovo il vecchio. Forse non ha perso la sua gamba in battaglia, ma per la troppa curiosità, medito.

Scuoto la testa. – Un carro e quattro cavalli sono già stati offerti alla Notte e agli Dei, lo scorso tramonto. Ora è tutto nelle nostre mani.

Il vecchio si lascia sfuggire un fischio di ammirazione per quel dono sontuoso. Tuttavia pare ancora scettico.

– Ho scorto la polvere sollevata dall’esercito del Gran Re, a nord, lungo la costa – dice, volgendo il capo in quella direzione. A un tratto sembra farsi più piccolo, meno spavaldo, e tutto il mio buon umore svanisce come bruma primaverile sulle montagne della Macedonia. – Un muro grigio che offuscava il sole. Dicono che quattrocentomila uomini lo seguano, che diecimila Immortali gli facciano da corona. A Tarso ha fatto tagliare le mani a tutti i guerrieri che si stavano riprendendo dalle ferite degli ultimi scontri. C’è anche chi sussurra che i suoi Magi siano a conoscenza di canti diversi, sequenze segrete e blasfeme, in grado di riportare in vita i morti. –

Stringo i denti in una smorfia aspra, torno a guardare il ragazzo che sta guadagnando la riva. I Portatori di Scudo sguainano le spade. Il metallo nudo ferisce gli occhi.

– Sei sicuro che un altro sacrificio non sia necessario? – insiste il vecchio con voce rauca. – Molti cadranno, oggi. Se quel ragazzino è folle, se gli Dei l’hanno toccato, forse farà loro piacere riaverlo indietro. Un buffone divertente potrebbe mitigare la sete di sangue mortale.

Mi volgo di nuovo verso il mendico, turbato. Le sue parole hanno lo stesso suono affabile e sinuoso di Dioniso, il giovane e obliquo figlio di Zeus. Lo scruto incerto. Il Dio ama giocare tiri simili, soprattutto in momenti come questo. Tuttavia, l’ignoranza dello storpio mi appare troppo genuina, priva di malizia. Dietro quegli occhi che spiccano attraverso un viso cotto dal sole, scorgo solo un uomo vecchio e spezzato, cui non importa più molto tenere a freno la lingua, quando invece sarebbe saggio farlo.

Trombe e uomini in marcia fanno tremare la terra alle nostre spalle. Al canto marziale dei rapsodi, i Costrutti trascinano le salmerie lungo il sentiero che conduce al passo roccioso della Colonna di Giona.

Il tempo sta per compiersi. È l’ora.

Il ragazzo è in piedi sulla riva, nudo.

Un Ipaspista, un Portatore di Scudo, gli si fa incontro. Gli altri sollevano le spade verso l’alto, inclinando gli aspis in direzione di Apollo. Il sole che si rifrange sugli scudi argentati abbaglia. Alcuni Eteri a cavallo li raggiungono. Dal grosso dell’esercito si levano grida che coprono i comandi delle trombe e i canti sottili dei rapsodi.

Il vecchio mendico stringe gli occhi, perplesso.

No, Dioniso non si cela affatto dietro le forme emaciate di quest’uomo: la sua confusione è troppo genuina. Il sollievo scioglie parte della tensione che provo.

Il ragazzo afferra un panno dalle braccia del soldato che gli si para di fronte e si asciuga la pelle nuda e gocciolante, si strofina la chioma ribelle con gesti aggraziati, come avesse tutto il tempo del mondo, a disposizione. L’uomo in armi lo sovrasta di un’intera testa, ma lui non ne pare intimidito, anzi, gli stringe il braccio in un gesto cordiale. L’altro sorride, lieto che il ragazzo conosca il suo nome. Si volta e con un cenno chiama a sé un secondo compagno, che cede al ragazzo la panoplia da battaglia: la linothorax, l’armatura sacra, e la lancia, entrambe benedette da Dioniso in persona sulla tomba di Achille; la tunica, il gonnellino a frange di cuoio, i sandali e il mantello macedone.

Il ragazzo se li infila svelto, senza aiuto.

Ogni indumento nasconde il fanciullo che fino a qualche istante fa rideva tra le onde, e fa sorgere l’uomo. È una metamorfosi che lascia ammaliati, storditi. Persino il fragore e la confusione dell’esercito alle mie spalle rimane affascinato da questo spettacolo. Ammutolisce in un ronzio di sussurri, bisbigli, ammirazione e… amore.

Il ragazzo afferra l’ultimo indumento del suo vestiario e lo indossa.

La leontè di Eracle gli cinge il capo, una testa di leone ruggente; zanne che ne incorniciano il viso imberbe, digrignate contro il mondo intero.

Ora il soldato pare più piccolo; il fanciullo, l’uomo che gli sta davanti, un gigante.

Il vecchio accanto a me trattiene il fiato. Mi sfugge un vago sorriso compiaciuto di cui non mi rammarico nemmeno un poco. È un piacere immaginare la sua lingua secca in gola, adesso.

Il ragazzo alza la lancia sacra in direzione dell’esercito in marcia, verso di me.

Il fragore delle grida di risposta è come un tuono, le sarisse ronzano nell’aria tersa simili a sciami di api impazzite, le spade battono contro gli scudi facendo tremare tutta la costa.

Per due volte ancora lo xiston balena contro l’orizzonte, sopra il capo del giovane; l’esercito risponde con ruggente esultanza: una fiera selvaggia che non aspetta altro che di essere spronata all’assalto.

Devo attendere che il frastuono cali d’intensità per rendermi conto che il vecchio non ha ancora perso la voglia di chiacchierare. Sembra più fragile, però, e provo una vaga pena per lui. Il tempo della gloria, se mai gli è stato concesso, è trascorso. È solo uno storpio adesso, che si trascina in attesa della fine. Polvere che presto sarà spazzata dal vento.

– Chi sei tu? – mi chiede. Mi pare di scorgere una certa deferenza nel tono, finalmente.

– Il ragazzo… – continua. La voce gli trema. – Il folle che rideva tra le onde… L’esercito lo acclama… lo ama. Chi è?

Alcuni soldati conducono il mio stallone già adorno della propria gualdrappa, scalpitante.

Salgo e afferro l’elmo che un altro mi porge, la lancia di corniolo e la spada: lo xiston e la makhaira. Stringo le ginocchia contro il fianco della bestia, per tranquillizzarla.

Anche il ragazzo è montato a cavallo del proprio destriero e cavalca lungo la spiaggia, su e giù per la riva, spronando l’esercito in un parossismo di assordante esaltazione.

Non ho idea se il vecchio colga o meno la mia risposta.

Che importa?

Siamo scesi dalle montagne della Macedonia con Filippo, abbiamo sottomesso Sparta e Tebe, pacificato le terre fino al Danubio, costretto Atene a finanziare questa guerra di liberazione per vendicare la Grecia, sconfitto i Satrapi persiani al Granico, tutto solo per trovarci qui, oggi, dinanzi al Re dei Re. E sfidarlo.

– Il mio nome è Efestione – grido, per sovrastare il fragore di quarantamila macedoni in armi.

Dalla riva il ragazzo mi scorge, sorride di nuovo al mio indirizzo, mi fa cenno di raggiungerlo e poi sprona la propria cavalcatura alla testa dell’esercito in marcia.

Sorrido anch’io, non posso trattenermi.

– Il mio nome è Efestione – grido ancora, più forte.

– E quello è il nostro re.

Tutto l’esercito scandisce il suo nome, come se invocasse il Dio della Battaglia per condurlo alla guerra.

Alessandro! Alessandro! Alessandro!

Procediamo al passo, per tenere il ritmo della fanteria oplita in difficoltà su questo terreno sconnesso.

La nostra cavalleria leggera è già corsa in avanscoperta. Vedette veloci che fanno spola avanti e indietro tra noi e il fronte che si avvicina sempre più, recando informazioni importanti. È quasi certo che la battaglia si combatterà in prossimità del fiume Pinaro.

Alessandro cavalca al mio fianco.

Con la leontè a cingergli il capo, pare davvero una belva ansiosa di gettarsi nella mischia. La ricerca della gloria, essere il migliore dei migliori: null’altro conta per il mio Re. Tra i giardini di Pella, nel canto degli aedi, ha nutrito i propri sogni d’adolescente con una fame ardente. Tutti ascoltavamo con divertimento le gesta degli Eroi, persino le dotte dissertazioni di Aristotele sui versi omerici suscitavano qualche interesse in noi che bramavamo null’altro che azione, ma per Alessandro è sempre stato diverso. A differenza di Tolomeo che amava le iperboli, la leggenda, per lui, si è sempre confusa con la verità. Con l’ispirazione.

Si volta e mi scruta, come se avesse colto i miei pensieri distanti. Piega la testa e sorride.

Nel marasma di un esercito in movimento, dove l’eccitazione e la tensione di ogni uomo sono al culmine, la paura tenta i codardi e anche i più saldi digrignano i denti per l’angoscia del fato incerto, Alessandro è invece esattamente dove desidera essere.

Cavalchiamo tra la polvere e il fiume degli uomini in marcia: il Re, i suoi sette Compagni, e l’àghema, la guardia del corpo del sovrano macedone in battaglia, comandata da Clito il Nero, sempre corrucciato in queste occasioni.

Alessandro scruta ogni angolo dell’orizzonte che si para davanti a noi, tra il Mediterraneo a sinistra e la catena dell’Amano, alla nostra destra. Lo conosco: sta valutando ogni dettaglio, ogni possibile strategia che ci conduca alla vittoria, a prevalere sul nemico. Se davvero Dario ha con sé quattrocentomila uomini, una cifra che pare impossibile anche per il Signore dell’Asia, il campo ristretto potrebbe rivelarsi il nostro unico vantaggio.

Quasi mi sfugge una risata. Quarantamila macedoni contro quel numero che anche dimezzato sarebbe comunque esorbitante, senza contare le voci superstiziose sulle arcane conoscenze dei Magi d’Oriente: questa non sarà una battaglia, ma un bagno di sangue e follia.

Mi guardo intorno anch’io, in cerca dei rapsodi che marciano poco distanti, modulando il canto secondo le segrete frequenze della loro casta. Un gruppo di quattro giovani spinge avanti il proprio Costrutto, impegnato nel trascinare un carro carico di lance e sarisse di riserva, buon legno di corniolo della nostra amata terra. Mentre li osservo, ben consapevole che la nostra magia non ha alcuna utilità in battaglia, se non di supporto alle truppe, uno dei giovani avverte il mio sguardo su di sé, si distrae e inciampa, trascinando nella caduta un compagno. Il canto dei rapsodi si frantuma, la sequenza matematica si spezza. Il Costrutto, un grumo di legno, metallo, cuoio e roccia in forma solo vagamente umana, ha un sussulto, trema, si piega su un ginocchio, poi frana a terra, scomponendosi nella miriade di frammenti ora di nuovo inerti che lo compongono. Il capocoro è livido di rabbia, impreca e poi leva la verga contro il rapsodo, che avvampa e spalanca gli occhi.

È poco più di un fanciullo, forse questa è la sua prima battaglia, ma deve essere dotato di talento se accompagna già un coro dell’esercito. L’inesperienza e la tensione devono avergli giocato un brutto tiro. Per un istante mi dolgo d’aver causato la sua caduta, seppur involontariamente, ma poi scuoto il capo: la battaglia non ha misericordia per alcuno, coraggioso o codardo. La battaglia raramente perdona gli errori. È meglio che il giovane lo impari al più presto, se vuole avere qualche possibilità di sopravvivere al giorno.

Alessandro deve aver seguito la scena, come me. Poche cose sfuggono al suo sguardo d’astore. Con un cenno della mano induce il capocoro a trattenere la verga e frenare la collera.

– Non importa cadere, non sarà questo a ucciderti – dice al giovane, non senza calore nella voce. – Ma ora alzati, riprendi il tuo dovere. Solo tenere il viso nella polvere ti condurrà alla rovina. Il Re di Macedonia ha bisogno anche di te, oggi.

Il ragazzino fissa Alessandro con uno sguardo che esprime un’ammirazione sconfinata. Il sovrano gli ha rivolto la parola, ha esortato il suo aiuto. Con il polso sudicio si asciuga il filo di lacrime che appena un istante prima minacciava di trasformarsi in un pianto vergognoso. Scatta in piedi con una prontezza che strappa una risata a Perdicca, accanto a me. Allunga una mano e aiuta il proprio compagno a rialzarsi a sua volta. Il capocoro ripone la verga nella cintura, intona la prima sequenza musicale. La frequenza segreta che da vita ai Costrutti.

Le voci dei rapsodi si uniscono nel coro magico. Il canto, prima acuto e poi frenetico, fa vibrare i frammenti di cuoio, legno, pietra e metallo sparsi a terra. La materia inanimata ha un brivido, si coagula su se stessa sotto il comando del potere misterioso della matematica filosofica. Un impasto grezzo, ma sempre più chiaro, umanoide, torna a donare forma e vita al Costrutto. Il gigante si rialza crepitando, spargendo schegge di roccia e faville metalliche nell’aria del mattino.

Il canto dei rapsodi diviene più sciolto, sicuro.

Il Costrutto si solleva in tutta la sua imponente altezza, gettando un’ombra di confortevole potenza che arriva quasi a lambirci.

Il capocoro riprende la marcia, il Costrutto afferra il carro e lo trascina lungo il sentiero, grazie alla sua forza considerevole.

Da quando la filosofia matematica ha scoperto le prime segrete frequenze della Musica delle Sfere e Filolao ne ha codificato i canti originali, l’arte dei Costrutti si è diffusa per tutta l’Ecumene. La materia inanimata si è piegata come argilla nelle mani del vasaio, permettendoci di erigere strade, ponti, acquedotti e città quali non se n’erano mai

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