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Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo

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Bewertungen:
4/5 (11 Bewertungen)
Länge:
544 Seiten
8 Stunden
Freigegeben:
Jan 3, 2013
ISBN:
9788854148819
Format:
Buch

Beschreibung

Cura e traduzione di Silvia Montis
Edizione integrale

Scritto negli anni dell’esilio e pubblicato postumo nel 1942 a Stoccolma dalla casa editrice Bermann-Fischer, Il mondo di ieri è l’opera più nota di Stefan Zweig, un’intensa e struggente rievocazione di quella Felix Austria di cui lo scrittore interpretò con sagacia i turbamenti. Dalla Vienna dei fasti imperiali, culla di uno straordinario fermento culturale, Zweig tratteggia il lento declino di un mondo che, con lo scoppio della Grande Guerra, cederà il passo a una nuova Europa: una terra mutilata, stravolta dall’odio e affamata dall’inflazione, le cui cicatrici indelebili costituiranno l’humus fertile su cui attecchirà la fatale parabola del nazismo. Il mondo di ieri è il testamento spirituale che Zweig consegna alle generazioni a venire, un’analisi lucida e appassionata della tragica eredità in cui affonderanno le radici del «mondo di domani»: il nostro.


Stefan Zweig
(Vienna, 1881–Petrópolis, 1942) crebbe nella Vienna di fine Ottocento, ed esordì giovanissimo sulla scena letteraria. Autore di raffinata formazione culturale e artistica, scrisse novelle, romanzi, poesie, opere teatrali, saggi letterari e biografie storiche, e conobbe uno straordinario successo mondiale tra gli anni Venti e Trenta. Dopo l’ascesa al potere del nazismo, Zweig – le cui opere furono bruciate nei roghi dei libri del 1933 – dovette rifugiarsi, essendo di origine ebrea, in Inghilterra, poi a New York e infine in Brasile. Morì suicida nel febbraio del 1942. Delle sue opere la Newton Compton ha pubblicato Il mondo di ieri, Novella degli scacchi - Paura - Lettera di una sconosciuta e Mendel dei libri - Amok - Bruciante segreto.
Freigegeben:
Jan 3, 2013
ISBN:
9788854148819
Format:
Buch

Über den Autor

Stefan Zweig (* 28. November 1881 in Wien; † 23. Februar 1942 in Petrópolis, Bundesstaat Rio de Janeiro, Brasilien) war ein österreichischer Schriftsteller. (Wikipedia)


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Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo - Stefan Zweig

tenebre!

Il mondo della sicurezza

Cresciuti in intima, raccolta quiete,

siamo gettati a un tratto nel mondo,

battuti da onde innumerevoli;

tutto ci invoglia, qualcosa ci piace,

qualcosa ci irrita, e di ora in ora

ondeggia il nostro animo eccitabile.

Siamo commossi, ma le nostre emozioni

sono travolte dal variopinto brulichio del mondo.

Johann Wolfgang von Goethe¹

Se tento di trovare una formula comoda e incisiva per l’epoca che precedette la prima guerra mondiale, il periodo in cui io sono cresciuto, spero di essere quanto più pregnante possibile dicendo: era l’età dell’oro della sicurezza. Ogni cosa, nella nostra monarchia austriaca quasi millenaria, sembrava essere stata fondata per durare nel tempo, e lo Stato stesso era il garante supremo di questa stabilità. I diritti che concedeva ai propri cittadini erano assicurati dal Parlamento, il rappresentante del popolo liberamente eletto, e ogni dovere era definito con chiarezza. La nostra valuta, la corona austriaca, circolava sotto forma di lucenti monete d’oro, assicurando così la sua immutabilità. Ognuno sapeva quanto possedeva o quanto gli spettava, cos’era permesso e cos’era proibito. Ogni cosa aveva una sua norma, un peso e una misura precisi. Chi possedeva un patrimonio poteva calcolare con esattezza quanto ricavava di interessi anno per anno, l’impiegato o l’ufficiale, a loro volta, potevano individuare nel calendario, in modo chiaro, quando sarebbero avanzati di grado o andati in pensione. Ogni famiglia aveva il suo budget preciso, sapeva quanto poteva spendere per il vitto e l’alloggio, per i viaggi estivi e gli obblighi di rappresentanza, e in più veniva sempre e scrupolosamente stanziata una piccola riserva per gli imprevisti, per il medico e le malattie. Chi possedeva una casa la considerava un asilo sicuro per figli e nipoti, fattorie e aziende venivano ereditate di generazione in generazione; quando un poppante era ancora nella culla, già gli si metteva da parte un piccolo obolo per il suo futuro, in un salvadanaio o alla cassa di risparmio. Ogni cosa, in questo enorme impero, stava ferma e immutabile al suo posto, e al grado più alto vi era il vecchio imperatore; ma se anche questi fosse morto, si sapeva (o si credeva) che ne sarebbe arrivato un altro, e nulla, in quest’ordine calcolato sin nei minimi dettagli, sarebbe mai cambiato. Nessuno credeva a guerre, rivoluzioni e sovvertimenti sociali. Tutto ciò che era radicale, estremo, violento appariva ormai inconcepibile in un’età della ragione.

Questo senso di sicurezza era il bene più alto cui potessero aspirare milioni di persone, l’ideale di vita comune. Solo con questa sicurezza la vita sembrava degna di essere vissuta, e cerchie sempre più ampie desideravano partecipare a quel bene prezioso. Dapprima furono solo i ricchi possidenti a godere di questo privilegio, ma poco a poco accorsero anche le grandi masse; il secolo della sicurezza divenne l’età dell’oro delle assicurazioni. La gente assicurava la casa contro furti e incendi, i campi coltivati contro la grandine e i danni del maltempo, il proprio corpo contro le malattie, acquistava rendite vitalizie per la vecchiaia e riponeva una polizza nella culla delle figlie femmine per la futura dote. Alla fine si organizzarono persino i lavoratori, riuscendo ad ottenere paghe regolamentate e casse di malattia; i domestici mettevano da parte un’assicurazione per la vecchiaia e versavano un obolo in anticipo per le spese del proprio funerale. Solo chi poteva guardare al futuro senza preoccupazioni era in grado di gustare appieno il presente.

In questa commovente fiducia nell’idea di poter fortificare ogni breccia dell’esistenza da ogni pericolosa irruzione del destino c’era, malgrado ogni modestia e austerità nel concepire la vita, una pericolosa presunzione. Con il suo idealismo liberale, il diciannovesimo secolo era sinceramente convinto di aver imboccato in modo infallibile la diritta via che conduceva verso il migliore dei mondi possibili. Guardava con disprezzo alle epoche precedenti, dilaniate da guerre, rivolte e carestie, come a un tempo in cui l’umanità era ancora immatura e non sufficientemente illuminata. Ora invece non era che una questione di decenni, prima che le ultime vestigia di malvagità e violenza venissero superate in maniera definitiva, e questa fede in un progresso ininterrotto e inarrestabile ebbe per quell’epoca realmente la forza di una religione; la gente credeva in questo progresso già più che alla Bibbia, e il suo vangelo appariva avvalorato in modo inoppugnabile dai miracoli quotidiani della scienza e della tecnica. E in effetti, sul finire di quel secolo dominato dalla pace, l’ascesa generale divenne sempre più visibile, più rapida, più variegata. Di notte sulle strade splendevano le lampade elettriche anziché le fioche, tremolanti lanterne, i negozi portavano il loro nuovo, seducente luccichio dalle vie del centro a quelle delle periferie, grazie al telefono le persone potevano parlarsi l’un l’altra a distanza; l’uomo sfrecciava a velocità impensate su carri senza cavalli, e già si librava in volo nell’aria realizzando il sogno di Icaro. Le comodità della vita passarono dalle case signorili a quelle borghesi, non si doveva più andare a prendere l’acqua alle fontane o sul ballatoio, né darsi pena per accendere il fornello; si diffuse l’igiene, scomparve la sporcizia. Gli uomini diventavano più belli, più forti, più sani da quando lo sport ne irrobustiva il corpo, e per le strade si vedevano sempre meno storpi, mutilati o gozzuti: e questi miracoli era stata la scienza a realizzarli, questo arcangelo del progresso. Anche in ambito sociale si fecero grossi passi avanti; anno dopo anno venivano concessi nuovi diritti all’individuo, la giustizia veniva amministrata in maniera più umana, più mite, e persino il problema dei problemi, la povertà delle grandi masse, non parve più insormontabile. Venne concesso il diritto di voto a cerchie sempre più ampie e con esso la possibilità di difendere legalmente i propri interessi; sociologi e professori facevano a gara per rendere più sano e addirittura più felice il tenore di vita del proletariato. Perché meravigliarsi se quel secolo si beava delle proprie prodezze e vedeva ogni decennio che passava soltanto come il gradino verso uno migliore? Si dava credito a ricadute nella barbarie, come le guerre tra i popoli dell’Europa, tanto quanto ai fantasmi e alle streghe; i nostri padri erano tenacemente compenetrati dalla fede nell’irresistibile forza di pacificazione della tolleranza. Erano onestamente convinti che i contrasti tra le nazioni e tra le diverse confessioni religiose si sarebbero dissolti in un comune senso di umanità, elargendo così al mondo intero i beni supremi: pace e sicurezza.

È facile per noi oggi, che abbiamo cancellato da un pezzo la parola sicurezza dal nostro vocabolario al pari di una chimera, sorridere dell’ottimistica illusione di quella generazione resa cieca dagli ideali, convinta che il progresso tecnico dell’umanità dovesse per forza avere come conseguenza un non meno rapido miglioramento morale. Noi, che nel nuovo secolo abbiamo imparato a non lasciarci più sorprendere da alcuno scoppio di bestialità collettiva, noi che ogni nuovo giorno ci aspettavamo eventi più empi e scellerati del precedente, siamo molto più scettici a proposito di una perfettibilità morale del genere umano. Noi che siamo stati costretti a dar ragione a Freud, quando dice che nella nostra cultura, nella nostra civiltà vede soltanto un sottile diaframma che può essere sfondato in qualsiasi momento dagli impulsi distruttivi del mondo sotterraneo, ci siamo dovuti abituare a vivere sentendoci mancare la terra sotto i piedi, senza diritti, senza libertà, senza sicurezza. Da lungo tempo ormai abbiamo rinunciato alla religione dei nostri padri, alla loro fede in un rapido e costante progresso dell’umanità; a noi, così crudelmente illuminati, quel precipitoso ottimismo appare banale a fronte di una catastrofe che, in un sol colpo, ci ha catapultato indietro di mille anni sulla via degli sforzi del genere umano. Ma se anche i nostri padri obbedirono soltanto a un’illusione, essa era pur sempre molto più nobile e bella, molto più umana e feconda dei vuoti slogan di oggi. E a dispetto di tutte le delusioni e le esperienze accumulate, c’è qualcosa in me che misteriosamente non riesce a staccarsi da quella fede. Ciò che un essere umano ha assorbito dall’atmosfera del proprio tempo negli anni della fanciullezza continua a rimanere in lui. E malgrado ciò che ogni giornata mi urla nelle orecchie, malgrado ciò che io stesso e innumerevoli miei compagni di destino abbiamo subìto in termini di umiliazioni e sventure, non riesco a rinnegare del tutto la fede della mia giovinezza – che un giorno, nonostante tutto, il genere umano riprenderà la sua corsa verso il progresso. Perfino dal baratro di orrore in cui siamo precipitati, nel quale oggi brancoliamo tentoni, semiciechi, con l’animo sconvolto e straziato, perfino da quaggiù continuo ad alzare lo sguardo verso le costellazioni che splendevano nel cielo della mia infanzia, e mi consolo con la fede innata che questa ricaduta, un giorno, sembrerà soltanto un intervallo nel ritmo eterno dell’eterno progredire.

Oggi, dopo che la grande bufera lo ha ridotto in cenere, sappiamo definitivamente che il mondo della sicurezza era un castello di sogni. Eppure i miei genitori lo hanno abitato come una casa di pietra. Mai una tempesta o anche solo un’impetuosa ventata ha fatto irruzione nella loro tiepida, comoda esistenza; è vero, essi avevano in più una tutela particolare: erano persone agiate, che divennero poco a poco sempre più ricche, e questo fatto, in quei tempi, fortificava senz’altro vetri e mura contro ogni bufera. Il loro modo di vivere mi appare talmente tipico della cosiddetta buona borghesia ebraica – la quale seppe regalare valori fondamentali alla cultura viennese ricevendone in cambio la totale distruzione – che, riferendo delle loro quiete, silenziose esistenze, so di raccontare in verità qualcosa di più grande: in quel secolo di valori garantiti, a Vienna hanno vissuto allo stesso modo dei miei genitori altre dieci o ventimila famiglie.

La famiglia di mio padre era originaria della Moravia. Là, in piccoli villaggi rurali, le comunità ebraiche vivevano in perfetta armonia con la comunità agricola e la piccola borghesia, ignorando del tutto il senso di oppressione e la versatile e impaziente smania di arrivare degli ebrei galiziani e orientali. Energici e irrobustiti dalla vita di campagna, percorrevano il loro cammino con serena sicurezza, così come i contadini attraversavano i campi della loro terra natia. Emancipatisi ben presto dall’ortodossia religiosa, divennero appassionati seguaci della religione del tempo, il progresso, e nell’èra del liberalismo politico mandarono alla Camera i deputati più autorevoli. Trasferendosi a Vienna dalle campagne, si assimilarono con stupefacente rapidità alle più alte sfere culturali, e la loro ascesa personale si legò in modo organico al generale slancio dei tempi. Anche in questa forma di transizione la mia famiglia fu in tutto e per tutto tipica. Mio nonno paterno lavorava come commerciante di manufatti. Poi, nella seconda metà dell’Ottocento, ebbe inizio in Austria la fioritura industriale. I telai e i filatoi meccanici importati dall’Inghilterra determinarono uno sbalorditivo abbassamento dei prezzi rispetto alle vecchie tessiture a mano, grazie alla razionalizzazione del processo produttivo, e i commercianti ebrei, con il loro spirito d’osservazione imprenditoriale e la loro visione d’insieme internazionale, furono i primi in Austria a riconoscere la necessità e le potenzialità di un cambiamento di rotta verso una produzione di tipo industriale. Fondarono così, per la maggior parte con un ridottissimo capitale, delle fabbrichette improvvisate, alimentate dapprima soltanto con l’energia idrica, che poi crebbero poco a poco sino a costituire la potente industria tessile boema dominante in tutta l’Austria e nei Balcani. Mentre mio nonno, tipico rappresentante dell’epoca precedente, si era limitato al commercio di prodotti finiti, mio padre entrò con passo deciso nei tempi nuovi, fondando a trentatré anni una piccola industria tessile nel Nord della Boemia, che potenziò nel corso degli anni, con calma e prudenza, sino a trasformarla in un’azienda di tutto rispetto.

Questa strategia di espansione, improntata alla cautela nonostante una congiuntura economica favorevole in maniera a dir poco allettante, apparteneva appieno allo spirito del tempo. Corrispondeva inoltre, e in modo assai singolare, all’indole riservata e affatto curiosa di mio padre. Egli aveva fatto suo il credo della sua epoca: "safety first; gli stava molto più a cuore avere un’azienda solida – anche questo uno dei termini prediletti di quel periodo – con un capitale proprio, anziché ampliarla in un’impresa di grosse dimensioni ricorrendo a un credito bancario o a delle ipoteche. Per tutta la vita il suo unico orgoglio fu che nessuno aveva mai visto il suo nome su un titolo di debito o una cambiale, ma soltanto sulla pagina dell’avere della sua banca – ovviamente sempre la più solida, la banca dei Rothschild, la Kreditanstalt. Qualsiasi guadagno che presentasse anche la più lieve ombra di rischio gli ripugnava, e durante tutta la sua esistenza non partecipò mai a un’impresa altrui. Se nonostante ciò egli continuò ad arricchirsi sempre di più, non fu assolutamente grazie a speculazioni temerarie o a operazioni particolarmente lungimiranti, ma derivò piuttosto dal suo attenersi al metodo generale di quell’epoca cauta: utilizzare solo una modesta porzione delle entrate, ingrossando così anno dopo anno il capitale di una somma sempre maggiore. Come quasi tutta la sua generazione, mio padre avrebbe considerato un pericoloso scialacquatore chiunque sperperasse con animo prodigo metà del suo reddito, senza – altra espressione onnipresente in quei tempi di sicurezza – pensare al futuro". In quegli anni di crescente prosperità, in cui per giunta lo Stato non intaccava neppure i patrimoni più ingenti se non con una misera percentuale di tasse, e i titoli statali e industriali fruttavano interessi di tutto rispetto, qualsiasi possidente desideroso di arricchirsi riusciva a realizzare il proprio obiettivo con un atteggiamento in realtà del tutto passivo, vale a dire limitandosi a mettere da parte i propri guadagni. E ne valeva la pena: a differenza difatti di quanto accadde poi durante l’inflazione, il risparmiatore non veniva ancora derubato, né il prudente raggirato, e proprio i più pazienti, refrattari a ogni speculazione, ottenevano i ricavi più alti. Grazie a questa adesione al sistema generale del tempo mio padre poté essere considerato un uomo molto ricco già a cinquant’anni, persino secondo gli standard internazionali. Ma il tenore di vita della nostra famiglia assecondò con estrema titubanza il rapido incremento del patrimonio. Poco a poco ci si concesse qualche piccola comodità in più: traslocammo da un appartamento piccolo a uno più grande, in primavera si noleggiava una carrozza per le uscite pomeridiane, si cominciò a viaggiare in seconda classe con il wagon-lit, ma solo a cinquant’anni mio padre si accordò finalmente il lusso di una vacanza di un mese a Nizza con mia madre durante l’inverno. Nell’insieme, il principio di fondo rimase lo stesso: godersi la ricchezza nel possederla e non nel mostrarla; ormai milionario, mio padre non aveva mai fumato un lussuoso sigaro d’importazione, ma solo e unicamente – così come l’imperatore Francesco Giuseppe il suo economico Virginia – il semplice Trabucco di monopolio, e giocando a carte puntava sempre piccole somme. Si attenne in maniera inflessibile al credo della moderazione, restando fedele alla sua vita comoda ma discreta. Sebbene infinitamente più istruito e raffinato della maggior parte dei suoi colleghi – suonava magnificamente il pianoforte, scriveva bene e con chiarezza, parlava inglese e francese –, rifiutò sempre con ostinazione ogni carica e onorificenza, non desiderando né tantomeno accettando titoli o gradi che spesso gli vennero offerti in virtù della sua posizione di grande industriale. Non aver mai chiesto nulla a nessuno, non esser mai stato costretto a dire per favore o grazie – quest’orgoglio segreto per lui significava molto più di qualsiasi parvenza esteriore.

Prima o poi nella vita di ognuno giunge il momento in cui nell’immagine della propria indole ci si imbatte di nuovo nel proprio genitore. E quel tratto caratteristico di mio padre, quella tendenza al riserbo, a un’esistenza anonima inizia a svilupparsi anche in me, sempre più forte anno dopo anno, benché una simile inclinazione sia in fondo in contrasto con la mia professione, che rende quasi necessariamente pubblici nome e persona. Per uno stesso orgoglio segreto, tuttavia, anch’io ho sempre rifiutato qualsiasi forma di riconoscimento esteriore: non ho mai accettato un titolo, un’onorificenza, la presidenza di una qualsiasi associazione; non ho mai fatto parte di un’accademia, di un consiglio direttivo, di una giuria; già l’idea di sedere a un banchetto è per me motivo di tormento, e il solo pensiero di dover chiedere qualcosa a qualcuno – anche se la mia richiesta è a beneficio di terzi – mi inaridisce le labbra prima ancora di aprirle. So quanto siano anacronistici scrupoli del genere in un mondo in cui si può restare liberi solo ricorrendo all’astuzia e alla fuga, e nel quale, come disse nella sua saggezza il nostro padre Goethe, «titoli e onorificenze riparano da molti urtoni tra la folla». Ma è mio padre in me, è il suo orgoglio segreto a trattenermi, ed io non sono capace di opporgli resistenza; giacché gli sono debitore dell’unico bene che forse sento come realmente sicuro: il senso della libertà interiore.

Mia madre, il cui nome da ragazza era Brettauer, vantava tutt’altra origine, molto più internazionale. Era nata ad Ancona, e l’italiano era stata la lingua della sua infanzia tanto quanto il tedesco; persino anni dopo, se parlava con la madre o con le sorelle di qualcosa che i domestici non dovevano sapere, ricorreva con disinvoltura all’italiano. Il risotto e i carciofi (allora molto rari), così come altre pietanze caratteristiche della cucina meridionale mi furono familiari sin dalla prima giovinezza, e ogni volta che andai in Italia – anche a distanza di anni – mi sentii subito a casa dal primo istante. La famiglia di mia madre, tuttavia, non era italiana, ma volutamente internazionale; in origine proprietari di una banca, i Brettauer – seguendo l’esempio delle più grandi famiglie di banchieri ebrei, seppur in dimensioni molto più ridotte – si erano presto sparpagliati in tutto il mondo dalla natia Hohenems, una piccola località al confine con la Svizzera. Alcuni si erano stabiliti a San Gallo, altri a Vienna e a Parigi, mio nonno in Italia, uno zio a New York, e questi contatti internazionali avevano dato loro una certa finezza di modi, una maggior apertura mentale e un discreto orgoglio familiare. In famiglia non c’erano più piccoli commercianti o mediatori di poco conto, ma soltanto banchieri, direttori, professori, medici e avvocati, e tutti parlavano più lingue: ricordo ancora con quale naturalezza a casa della mia zia di Parigi si passava da una lingua all’altra a tavola. Era una famiglia che si teneva in grande considerazione; e quando una ragazza del ramo più povero era in età da marito, l’intera parentela si mobilitava per mettere insieme una dote consistente, solo per evitare che facesse un matrimonio in basso. Mio padre era naturalmente rispettato in quanto grosso industriale, ma mia madre, sebbene legata a lui dal più felice dei matrimoni, non avrebbe mai tollerato che si ponessero sullo stesso piano la parentela del marito e la propria. Quest’orgoglio di far parte di una buona famiglia era saldamente radicato in tutti i Brettauer, e negli anni successivi, se qualcuno di loro voleva darmi prova di particolare benevolenza, mi diceva con tono condiscendente: «Sei proprio un vero Brettauer!», quasi volesse dire, con quelle parole di approvazione: Sei proprio cascato dalla parte giusta.

Questa sorta di nobiltà, che parecchie famiglie ebree si attribuivano di propria iniziativa, ora divertiva e ora irritava me e mio fratello sin da quand’eravamo bambini. Ci capitava sempre di sentire che quella era gente fine e quell’altra gente bassa, per ogni amico si verificava se provenisse o meno da una buona famiglia, analizzando le origini del patrimonio e del parentado sino all’ultimo dei consanguinei. Questa classificazione continua, che costituiva in realtà l’argomento principale di ogni conversazione mondana e familiare, ci appariva all’epoca oltremodo snob e ridicola, dal momento che, quando si tratta di famiglie ebree, la questione si riduce a chi è uscito prima e chi dopo dallo stesso ghetto, spesso con una differenza di appena cento o cinquant’anni. Solo anni dopo ho compreso che il concetto di buona famiglia, che a noi ragazzi appariva come un’artificiosa farsa pseudoaristocratica, esprime in realtà una delle tendenze più intime e misteriose della natura ebraica. In generale si ritiene che la vera meta dell’esistenza di un ebreo sia quella di arricchirsi. Niente di più sbagliato. Diventare ricco rappresenta per un ebreo soltanto un gradino intermedio, un mezzo per giungere al vero fine e in nessun caso la sua meta interiore. Il suo reale desiderio e ideale immanente è l’ascesa al mondo intellettuale, a una sfera culturale più alta. Questa supremazia delle aspirazioni intellettuali sul mero materialismo trova espressione già nell’ebraismo ortodosso orientale, in cui si delineano con maggior intensità sia le debolezze sia i punti di forza dell’intera razza: agli occhi della comunità, il religioso, l’erudito della Bibbia è mille volte più importante del ricco possidente; e perfino l’uomo più agiato preferirebbe dar la figlia in moglie a un uomo di intelletto povero in canna che a un commerciante. Nel mondo ebraico, questo primato della sfera intellettuale attraversa in maniera uniforme tutti gli strati sociali; perfino il più misero dei venditori ambulanti, che trascina le sue povere mercanzie nel vento e nella pioggia, tenterà di mandare a studiare almeno uno dei suoi figli, sia pure a prezzo di immani sacrifici. Allo stesso modo è considerato un onore per tutta la famiglia che almeno uno dei suoi componenti si dedichi a interessi intellettuali, diventando un professore, un erudito, un musicista, come se questi, con il proprio lavoro, potesse nobilitare tutti gli altri. Vi è qualcosa nell’ebreo che tende inconsciamente ad affrancarsi dalla componente meschina, moralmente ambigua, ripugnante e assai poco spirituale insita in ogni commercio, in tutto ciò che è mero affare, per elevarsi nella sfera più pura dell’intelletto, quasi egli volesse – per dirla con Wagner – redimere se stesso e la propria razza dalla maledizione dell’oro. Quasi sempre, perciò, l’aspirazione alla ricchezza tra gli ebrei si esaurisce nel giro di due, massimo tre generazioni, e proprio le dinastie più potenti vedono i loro rampolli recalcitranti all’idea di subentrare nelle banche, nelle fabbriche, nella attività fiorenti e ben avviate dei loro genitori. Non è un caso che un Lord Rothschild sia divenuto ornitologo, un Warburg storico dell’arte, un Cassirer filosofo, un Sassoon poeta; tutti loro hanno obbedito allo stesso impulso: affrancarsi da ciò che rende l’ebraismo angusto e di vedute limitate, dal semplice, freddo guadagno – e forse in questo anelito trova espressione anche il segreto struggimento di staccarsi, attraverso la fuga nell’intelletto, dall’elemento prettamente ebraico, per fondersi in quello universalmente umano. Il concetto di buona famiglia implica pertanto molto più del semplice prestigio sociale; indica un ambiente ebraico che si è liberato o è in procinto di liberarsi da tutti i difetti, le meschinità e le angustie cui l’aveva costretto la vita nel ghetto, assimilando un’altra cultura e laddove possibile una cultura universale. Il fatto che questa fuga nel mondo dello spirito abbia provocato uno sproporzionato sovraffollamento in tutte le professioni intellettuali, rivelandosi fatale agli ebrei non meno della loro precedente limitazione agli interessi materiali, costituisce senz’altro uno degli eterni paradossi del destino ebraico.

Non vi era forse città europea in cui questa pulsione verso il mondo culturale venisse vissuta con tanta passione come a Vienna. Proprio perché la monarchia austro-ungarica non manifestava da secoli ambizioni politiche né conseguiva grandi successi militari, l’orgoglio patriottico si era riversato nel desiderio di una supremazia culturale. L’antico impero degli Asburgo, un tempo dominatore dell’Europa, aveva perduto da tempo province importantissime e preziose, tedesche e italiane, fiamminghe e vallone; intatta nel suo antico splendore era rimasta la capitale, asilo della Corte, vestale di una tradizione millenaria. Erano stati i Romani a erigere le prime pietre di quella città, come castrum, un avamposto che doveva proteggere la civiltà latina dall’avanzata dei barbari, e, appena mille anni dopo, l’assalto degli Ottomani contro l’Occidente si era infranto contro le mura di quella fortezza. Di qui erano passati i Nibelunghi, qui avevano brillato le immortali Pleiadi della musica, illuminando il mondo col loro fulgore: Gluck, Haydn, Mozart, Beethoven, Schubert, Brahms e Johann Strauss; qui erano confluite tutte le correnti della cultura europea. A Corte, fra la nobiltà e fra il popolo, il tedesco era fratello di sangue dello slavo e dell’ungherese, dello spagnolo, dell’italiano, del francese e del fiammingo, e la vera genialità di questa città musicale fu riuscire a fondere in modo armonico questi contrasti in qualcosa di nuovo e caratteristico, nell’elemento austriaco e viennese. Città assimilatrice in cui era diffusa una particolare sensibilità, Vienna traeva a sé le forze più disparate, per poi allentarle, distenderle, ammorbidirle; era semplice vivere là, circondati da quell’atmosfera di tolleranza spirituale, dove ogni abitante veniva educato senza saperlo ad essere internazionale e cosmopolita, un cittadino del mondo.

L’arte di adattarsi, delle transizioni delicate e armoniche, era già visibile nell’aspetto esterno della città. Cresciuta lentamente nel corso dei secoli, e sviluppatasi in maniera organica a partire da un nucleo interno, Vienna, con i suoi due milioni di abitanti, era abbastanza popolosa da offrire tutti i lussi e le varietà di una metropoli, senza essere però così sproporzionatamente grande da risultare scissa dalla natura come Londra o New York. Le case ai margini della città si specchiavano nelle correnti impetuose del Danubio, affacciandosi su immense distese o perdendosi in mezzo a campi e giardini, o ancora, circondate dai boschi, si inerpicavano per dolci pendii lungo le ultime propaggini di verde delle Alpi: si percepiva a stento dove finisse la natura e cominciasse la città, perché l’una si fondeva nell’altra senza resistenze o contraddizioni. Al suo interno però si avvertiva che la città era cresciuta simile a un albero, aggiungendo anello ad anello; ma anziché da antichi bastioni, il nucleo più prezioso e interno era cinto dalla Ringstraße con le sue case adorne. Lì, gli antichi palazzi della Corte e della nobiltà rievocavano la storia della città con la loro stessa presenza; laggiù, dai Lichnowsky, aveva suonato Beethoven, lì Haydn era stato ospite degli Eszterházy, là, nella vecchia università, avevano risuonato per la prima volta le note della Creazione di Haydn, la Hofburg aveva visto succedersi generazioni di imperatori, così come il Castello di Schönbrunn aveva assistito al passaggio di Napoleone, e nello Stefansdom i principi della cristianità si erano inginocchiati insieme in preghiera, rendendo grazie a Dio per aver salvato l’Europa dai turchi, mentre l’università aveva ospitato tra le sue mura numerosi luminari della scienza. In mezzo, infine, si ergeva maestosa e fiera la nuova architettura, con i suoi sfarzosi viali e i negozi scintillanti. Ma anche qui il vecchio non contrastava con il nuovo, così come non vi era contrasto tra le pietre delle case e il verde della natura. Era splendido vivere in quella città pronta ad accogliere ogni cosa straniera e a donarsi con generosità, come se fosse più naturale godersi la vita nella sua aria lieve, traboccante di gioia e allegria come quella di Parigi. Vienna era, si sa, una città gaudente: ma d’altro canto, cos’è la cultura se non un trarre con le lusinghe dalla rozza materia della vita, attraverso l’arte e l’amore, ciò che essa ha da offrirci di più bello, di più tenero, di più raffinato? In questa città, dove si era gourmet in ambito culinario, e ci si preoccupava parecchio di un buon vino, di una birra fresca e frizzante o di dolci ghiotti e torte saporite, si era esigenti anche in altri gusti più sottili. Fare musica, ballare, recitare a teatro, saper conversare, comportarsi con garbo e con gusto erano tutte attività che a Vienna venivano coltivate come una vera arte. Per il singolo come per la comunità ad essere preponderante non era la vita militare né quella politica o economica; la prima occhiata che il viennese medio gettava ogni mattina al giornale non era riservata alle discussioni alla Camera o alle notizie dall’estero, bensì al programma del teatro, che rivestiva per la vita pubblica un’importanza a stento comprensibile in altre città. Il Burgtheater difatti – il teatro di Corte – era per il viennese e per l’austriaco molto più di un semplice palcoscenico sul quale gli attori portavano in scena delle pièce; era il microcosmo che rispecchiava il macrocosmo, il variopinto riflesso della società, l’unico, vero cortegiano per il buongusto. Nell’attore di Corte lo spettatore aveva un esempio di come ci si vestiva, si entrava in una stanza, si faceva conversazione, delle parole di cui era lecito servirsi a un uomo di classe e di quelle che era meglio evitare; ben lungi da essere un semplice luogo di intrattenimento, il palcoscenico del teatro di Corte rappresentava una guida plastica e parlata delle buone maniere, della giusta dizione, e un nimbo di rispetto circondava come un’aureola tutto ciò che avesse anche il più lontano rapporto con esso. Il presidente della Camera o il più ricco magnate poteva girare per le strade di Vienna senza che nessuno si voltasse a guardarlo; ma tutti, dalla commessa al vetturino, riconoscevano un attore di Corte o una cantante d’opera; se a noi ragazzi capitava per caso di veder passare una di quelle celebrità (di cui tutti collezionavamo i ritratti e gli autografi), ce lo raccontavamo inorgogliti, e questo culto della personalità dalle tinte quasi religiose si spingeva tanto in là da trasmettersi anche all’ambiente circostante: il parrucchiere di Sonnenthal, il cocchiere di Josef Kainz erano persone di riguardo ai nostri occhi, invidiate in segreto; i giovani damerini andavano fieri di vestirsi dallo stesso sarto. Ogni anniversario, ogni funerale di un grande attore si trasformava in un evento che metteva in ombra qualsiasi avvenimento politico. Essere rappresentato al Burgtheater era il sogno proibito di ogni scrittore viennese, perché rappresentava una sorta di nobiltà vitalizia e comprendeva una serie di privilegi, come biglietti gratuiti e inviti alle cerimonie ufficiali; si diventava per l’appunto ospiti della casa imperiale, e ricordo ancora la solennità con cui avvenne la mia iniziazione. La mattina il direttore del Burgtheater mi aveva invitato nel suo ufficio, per comunicarmi – dopo avermi fatto le congratulazioni di rito – che la mia opera era stata accettata; la sera, quando tornai a casa, trovai il suo biglietto da visita. Egli mi aveva cioè restituito formalmente la visita, a me, un ventiseienne: in quanto autore del palcoscenico di Corte ero divenuto in automatico, per il solo fatto di esservi stato accolto, un gentleman che il direttore dell’istituzione imperiale doveva trattare alla pari. E ciò che accadeva a teatro toccava di rimbalzo ogni viennese, persino chi non era coinvolto per vie dirette. Ricordo per esempio dalla mia prima giovinezza che un giorno la nostra cuoca si precipitò di colpo nella stanza con gli occhi colmi di lacrime: le avevano appena detto che Charlotte Wolter – l’attrice più famosa del Burgtheater – era morta. L’aspetto grottesco di quel dolore inconsolabile era che la buona signora, anziana e semianalfabeta, non aveva mai messo piede di persona nell’elegante arena di Corte, né aveva mai visto in vita sua Charlotte Wolter, in scena o fuori; ma una grande attrice nazionale era a Vienna parte del patrimonio collettivo in maniera così sentita che persino la persona più estranea viveva quella morte come una catastrofe. Ogni perdita, ogni distacco di un amato cantante o artista si trasformava inesorabilmente in un lutto nazionale. Quando venne demolito il vecchio Burg­theater, nel quale erano risuonate per la prima volta le note delle Nozze di Figaro di Mozart, l’intera società viennese si era riunita nelle sue sale con aria commossa e solenne; non appena era calato il sipario, tutti si erano precipitati sul palco per portarsi a casa a mo’ di reliquia almeno una scheggia del tavolato, delle scene calcate dal loro artista prediletto, e persino a distanza di decenni si continuarono a vedere in moltissime case viennesi quegli umili pezzetti di legno custoditi in cassette preziose, come nelle chiese i frammenti della Santa Croce. Noi stessi, d’altro canto, non ci comportammo in modo molto più ragionevole quando venne abbattuta la cosiddetta Sala Bösendorfer.

Di per sé questa piccola sala da concerto, riservata unicamente alla musica da camera, era un edificio del tutto insignificante, privo di valore artistico, che in passato aveva ospitato un maneggio del principe Liechtenstein ed era stata riadattata a uso musicale senza alcuno sfarzo, corredandola di un’armatura in legno. Ma aveva l’acustica di un vecchio violino, ed era un luogo sacro per gli amanti della musica, perché vi avevano suonato Chopin e Brahms, Liszt e Rubinstein, e vi avevano debuttato molti dei più celebri quartetti. E ora la sala doveva far spazio a un nuovo edificio, una squallida costruzione funzionale: una cosa inconcepibile per noi che vi avevamo trascorso ore indimenticabili. Quando risuonarono le ultime note di Beethoven, suonate più magistralmente che mai dal quartetto Rosé, nessuno di noi lasciò il suo posto. Urlammo e applaudimmo, mentre alcune signore singhiozzavano commosse, nessuno era disposto ad accettare che quello fosse un addio. Per mandarci via spensero le luci in sala. Nessuno dei quattro o cinquecento fanatici si allontanò dal suo posto. Restammo lì mezz’ora, un’ora, come se, con la nostra sola presenza, potessimo salvare quell’antico luogo sacro. E come abbiamo lottato da studenti, con petizioni, manifestazioni, articoli, perché non venisse demolita la casa in cui era morto Beethoven! Ognuna di quelle storiche dimore viennesi era per noi un pezzo della nostra anima che ci veniva strappato dal corpo.

A Vienna questa sorta di fanatismo per l’arte e in particolar modo per il teatro era diffuso in tutti i ceti. In virtù della sua tradizione secolare, Vienna era una città suddivisa nettamente in classi sociali e al tempo stesso – come scrissi una volta – meravigliosamente orchestrata. Il podio continuava ad essere dominio esclusivo della casa imperiale. La Corte era il centro della sovranazionalità della monarchia, non solo da un punto di vista spaziale, ma anche da quello culturale. Eretti intorno alla Corte, i palazzi dell’alta nobiltà austriaca, polacca, cèca e ungherese costituivano in un certo modo un secondo bastione. Poi veniva la buona società, rappresentata dalla piccola nobiltà, dagli alti funzionari, dall’industria e dalle antiche famiglie, e a seguire la piccola borghesia e il proletariato. Ognuno di questi ceti viveva chiuso in se stesso e addirittura nel proprio quartiere (Bezirk): l’alta nobiltà nei suoi palazzi nel cuore della città, la diplomazia nel terzo Bezirk, l’industria e i commercianti nei pressi del Ring, la piccola borghesia nei Bezirk interni, dal secondo al nono, e il proletariato in quelli più periferici; tutti costoro però si incontravano e si fondevano a teatro e per le grandi festività, come la sfilata dei carri fioriti al Prater, dove centomila persone acclamavano con entusiasmo l’alta società negli equipaggi sontuosamente adorni. Tutto ciò che regalava musica o colori era motivo di festa: le processioni religiose come quella del Corpus Domini, le parate militari, la cerimonia della "Burgmusik; perfino le esequie avevano un seguito entusiasta, ed era ambizione di ogni vero viennese assicurarsi un bel funerale" con un sontuoso corteo e parecchi accompagnatori: il viennese trasformava persino la propria morte in uno spettacolo. In questa predisposizione per tutto ciò che era colorato, festoso, squillante, in questo amore per lo spettacolo e la teatralità come specchio della vita – a prescindere che avesse luogo nella realtà o su un palcoscenico – l’intera città si ritrovava unita e concorde.

Ridere della teatromania del viennese – che davvero, nella sua frenesia di seguire i propri beniamini sin nei più trascurabili dettagli della vita privata poteva talvolta degenerare nel grottesco – non era affatto difficile; e in effetti può darsi che la nostra indolenza tutta austriaca in politica, la nostra arretratezza nell’economia rispetto al vicino e risoluto impero tedesco fosse in parte dovuta a questa esagerata propensione ai piaceri della vita. In ambito culturale, tuttavia, la sopravvalutazione dell’arte diede un risultato davvero singolare: generò in prima battuta uno smisurato rispetto per ogni manifestazione artistica, e in seguito, nel suo esercizio secolare, una competenza senza paragoni, che permise agli artisti viennesi di raggiungere un livello di eccellenza in tutti i campi artistici. Un artista, infatti, si sente sempre più a proprio agio e più vivamente ispirato là dove viene apprezzato o addirittura sopravvalutato. E l’arte riesce sempre a conquistare vette inaspettate là dove si trasforma in una ragione di vita per un intero popolo. Come nel Rinascimento Roma o Firenze avevano attirato al proprio seno pittori e artisti per formarli e condurli alla grandezza – poiché ciascuno di loro sentiva di dover superare se stesso e gli altri in una costante competizione di fronte all’intera città –, così anche a Vienna i musicisti e gli attori erano consapevoli dell’importanza che rivestivano agli occhi dei suoi abitanti. All’Opera o al Burgtheater nulla passava inosservato; subito ci si accorgeva di ogni nota sbagliata, di ogni attacco impreciso, subito si criticava qualsiasi disattenzione in una battuta; e questo controllo non veniva esercitato solo dai critici di professione durante le prime, bensì giorno per giorno dalle orecchie smaliziate del grande pubblico, affinate dal continuo raffronto. Mentre in campo politico, amministrativo o etico tutto procedeva con grande rilassatezza, e si era noncuranti, persino superficiali di fronte a qualsiasi negligenza, e indulgenti di fronte alle trasgressioni, nelle questioni d’arte il viennese non conosceva pietà: lì era in gioco l’onore della città. Ogni attore, ogni cantante doveva dare ininterrottamente il meglio di sé – o era perduto. Era splendido essere uno di quei beniamini a Vienna, ma non era semplice restarlo; un calo, un moto di stanchezza non veniva perdonato. E la consapevolezza di questa sorveglianza continua e impietosa costringeva ogni artista a dare il massimo, conferendo all’insieme un livello straordinario. Ciascuno di noi ha ereditato da quegli anni giovanili una misura severa, inesorabile per le interpretazioni artistiche, che ha portato con sé per tutta la vita. Chi ha conosciuto la ferrea disciplina che regnava all’Opera con Gustav Mahler, implacabile fin nei minimi dettagli, o il misto naturale di brio e perfezione maniacale della Filarmonica, oggi difficilmente può restare davvero soddisfatto di un’esecuzione musicale o di una rappresentazione teatrale. In questo modo, però, abbiamo anche imparato ad essere severi con noi stessi; un determinato livello era e rimase per noi esemplare, un livello che di rado, in pochissime città del mondo, poté essere inculcato a degli aspiranti artisti. Ma questa consapevolezza del giusto élan artistico si estendeva fino al popolo: persino il borghesuccio che sedeva all’osteria pretendeva buona musica dall’orchestrina così come buon vino dall’oste, e al Prater tutti sapevano con esattezza quale banda militare avesse più slancio, se i tedeschi o gli ungheresi; chi insomma viveva a Vienna respirava nell’aria il senso del ritmo e lo faceva proprio. E così come questa musicalità trovò espressione in noi scrittori in una prosa particolarmente curata, il senso del ritmo si impose anche nella vita di tutti i giorni, nell’atteggiamento tenuto in pubblico.

Un viennese privo di sensibilità artistica e di amore per la forma era impensabile nella cosiddetta buona società, ma perfino negli strati più bassi della popolazione si attingeva in maniera istintiva al senso del bello già dal paesaggio, dall’atmosfera spensierata; non si era veri viennesi senza questo amore per la cultura, senza questa sensibilità critica e al tempo stesso gaudente per la sacra superficialità della vita.

Per gli ebrei, adattarsi al popolo o al paese in cui vivono non rappresenta soltanto una protezione esterna, ma una profonda esigenza interiore. È la nostalgia di una patria, di pace, di riposo, di sicurezza, di non estraneità a spingerli a fondersi con passione con l’ambiente che li circonda. E mai, tranne che nella Spagna del Quattrocento, si verificò una fusione così fruttuosa e felice come in Austria. Insediatisi da più di duecento anni nella capitale dell’impero, qui gli ebrei trovarono una popolazione spensierata, incline alla conciliazione e alla tolleranza, nella quale tuttavia, sotto la superficie di rilassata noncuranza, albergava il loro stesso profondissimo istinto per i valori estetici e intellettuali, tanto cari alla comunità giudaica. E questo valeva soprattutto per Vienna; in questa città gli ebrei trovarono addirittura una missione personale. Durante l’ultimo secolo l’arte aveva infatti perduto in Austria i suoi tradizionali mecenati: la casa imperiale e l’aristocrazia. Mentre nel Settecento Maria Teresa faceva istruire le figlie nella musica da Gluck, Giuseppe II discuteva da intenditore con Mozart delle sue opere, e Leopoldo III si dilettava a comporre, i successivi imperatori d’Austria, Francesco II e Ferdinando, non avevano mostrato più alcun genere di interesse per le questioni artistiche, e il nostro imperatore Francesco Giuseppe – che dall’alto dei suoi ottant’anni non aveva mai né letto né preso in mano un libro, a esclusione di qualche libello di schemi tattici dell’esercito – manifestava addirittura una palese antipatia per la musica. In maniera non molto diversa, l’alta nobiltà aveva abbandonato il suo antico ruolo di patrocinatrice delle arti; erano finiti i tempi gloriosi in cui gli Eszterházy accoglievano un Haydn, i Lobkowicz e i Kinsky e i Waldstein facevano a gara per ospitare nei loro palazzi la prima esibizione di Beethoven, in cui una contessa di Thun si prostrava ai piedi del grande dèmone della musica implorandolo di non ritirare il Fidelio dall’Opera². Già Wagner, Brahms e Johann Strauss o Hugo Wolf non avevano trovato il minimo sostegno presso gli antichi mecenati; e fu allora che la borghesia dovette intervenire per far sì che i concerti della Filarmonica conservassero il superbo livello di un tempo, nonché per consentire l’esistenza di pittori e scultori; e l’orgoglio, l’ambizione della borghesia ebraica fu proprio quello di poter contribuire in prima linea a conservare inalterato nel suo antico splendore il prestigio dell’antica cultura viennese. Essi, gli ebrei, amavano da sempre la città, e vi si erano acclimatati sin nel profondo dell’anima: ma solo tramite l’amore per l’arte si sentirono cittadini a tutti gli effetti, viennesi con tutti i crismi. Nella vita pubblica esercitavano un’influenza assai limitata; lo sfarzo della casa imperiale metteva in ombra qualsiasi ricchezza privata, le alte cariche del governo venivano trasmesse di mano in mano per via ereditaria: la diplomazia era riservata all’aristocrazia, l’esercito e le alte posizioni di funzionari alle antiche famiglie. E d’altra parte gli ebrei non tentavano neppure di insinuarsi per ambizione in queste cerchie privilegiate. Rispettavano con tatto e discrezione questi tradizionali privilegi come un fatto naturale; ricordo ad esempio che mio padre evitò sempre con cura di andare a mangiare da Sacher, e di certo non per parsimonia, dacché la differenza con altri grandi hotel era davvero ridicola, ma proprio per via di quell’innato senso di distanza: gli sarebbe parso inappropriato o imbarazzante sedere al tavolo accanto a quello di un principe Schwarzenberg o di un Lobkowicz. Solo nei confronti dell’arte tutti sentivano di avere pari diritti, perché arte e amore a Vienna erano un dovere collettivo: e il contributo dato dalla borghesia ebraica alla cultura viennese, attraverso la promozione e il sostegno delle arti, è stato inestimabile. Erano il vero pubblico della vita artistica della città: affollavano i teatri e le sale da concerto, acquistavano quadri e libri, visitavano le mostre, ed erano ovunque, con la loro sensibilità vivace e meno condizionata dalla tradizione, i promotori e gli alfieri del nuovo. Quasi tutti i grandi collezionisti d’arte del diciannovesimo secolo provenivano dalle loro fila, e quasi ogni esperimento artistico fu realizzato grazie al loro contributo; senza il corroborante e instancabile interesse degli ebrei, Vienna, grazie all’indolenza della Corte, dell’aristocrazia e dei milionari cristiani, che preferivano mantenere scuderie e riserve di caccia, sarebbe rimasta dietro a Berlino anche sul fronte artistico, così come la monarchia lo era rispetto all’impero tedesco sotto il profilo politico. Chiunque volesse proporre qualcosa di nuovo o fosse in cerca di un pubblico attento e interessato giungendo da fuori, doveva far riferimento alla borghesia ebraica; durante il periodo dell’antisemitismo, quando si tentò, un’unica volta, di costituire un cosiddetto teatro nazionale, non si riuscì a reperire né gli autori né gli attori né tantomeno un pubblico; dopo pochi mesi il teatro nazionale fallì miseramente, e proprio quell’esempio rese evidente un fatto chiarissimo: quella che veniva acclamata a livello mondiale come cultura viennese era in realtà sostenuta, alimentata o persino creata per la gran parte dalla comunità degli ebrei.

Proprio negli ultimi anni, infatti – analogamente a quanto era accaduto in Spagna prima di un identico, tragico tracollo –, l’ebraismo viennese era divenuto artisticamente produttivo, non tuttavia in senso specificamente giudaico, ma dando vita, in un vero miracolo di assimilazione, all’espressione più intensa dello spirito austriaco e viennese. Goldmark, Gustav Mahler e Schönberg erano personaggi noti nella musica a livello internazionale; Oscar Straus, Leo Fall, Emmerich Kálmán fecero rifiorire la tradizione del walzer e dell’operetta, portandola a livelli inaspettati; Hofmannsthal, Arthur Schnitzler, Beer-Hofmann, Peter Altenberg innalzarono la letteratura viennese al rango di quella europea, livello che essa non aveva raggiunto nemmeno con Stifter e Grillparzer; Sonnenthal e Max Reinhardt rinnovarono il prestigio della città del teatro agli occhi del mondo; Freud e i grandi luminari della scienza tennero gli sguardi di tutti puntati sull’antica e gloriosa università – ovunque, come virtuosi, come eruditi, pittori, architetti e registi, giornalisti, gli ebrei si affermarono nella vita intellettuale di Vienna, ricoprendo senza dubbio ruoli di grande prestigio. Grazie al loro appassionato amore per questa città, alla volontà di assimilarsi alla cultura che li ospitava, essi vi si erano adattati splendidamente, ed erano felici di essere a servizio delle virtù dell’Austria; percepivano la propria austriacità come una missione agli occhi del mondo, e – dobbiamo ribadirlo per amor di verità – una buona parte, se non la gran parte di ciò che oggi l’Europa e l’America ammirano come espressione di una rinnovata cultura austriaca nella musica, nella letteratura, nel teatro e nell’arte applicata è stato creato dall’ebraismo viennese, che, nel suo desiderio di integrazione, raggiunse

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Rezensionen

Was die anderen über Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo denken

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Leser-Rezensionen

  • (3/5)
    Knap tijdsbeeld van de periode 1890-1940 via de ogen van een gevierd Oostenrijks-joods schrijver. Natuurlijk erg geromantiseerd, want geschreven in de donkerste periode van zijn leven, vlak voor zijn zelfmoord. De hele fine fleur van de Europese cultuur passeert de revue.
  • (3/5)
    (Original Review from the German and English editions, 2002-06-05)"The World of Yesterday" has its flaws - some of the scenes that Zweig claims to have witnessed, particularly around the outbreak and conclusion of the Great War seem such extraordinary coincidences as to be barely credible. And on the subject of style, it's hard for a non-native German speaker to judge, so the opinion of Michael Hofmann - who's such a magnificent and sympathetic translator of Zweig's far greater contemporary Joseph Roth - has to carry some weight.But I can't help suspecting that Zweig's paying the price for his popularity here: the fact that his novellas were made into "women's pictures", that he was so fascinated with the past, and with the nuances of social hierarchy; that he dared suggest that the pre-1918 European order might, on reflection, have been a rather better world than what succeeded it. (It's not just Zweig; Roth's modern champions, including Hofmann, invariably play down, or appear properly embarrassed by his passionate late-flowering monarchism). Absolute anathema to "progressive" intellectuals then and now (though you can see why an Austrian Jew might have preferred the world of 1913 to that of 1938. And why an eloquent, readable advocate of those values could have had a massive inter-war following).Which is not to deny a certain "pulp" quality in some of his writing. But still, while he may not have been a great stylist, he does have an ear for the telling phrase, and - in "Beware of Pity", for example - he evokes the values, social structures, tastes and feelings of an entire vanished civilisation to wonderfully vivid effect. In my view, it's second only to "The Radetzky March" as an evocation of the moment of the Austro-Hungarian apocalypse; and as a history teacher, I recommended it to students for evoking a "feel" of the period in a way that I simply couldn't with the less readable, but more intellectually respectable, Broch or Musil.And let's face it, Zweig is hardly outselling Dan Brown in the English-speaking world. Better, surely, that he's read than not - and it'd be a shame if this academic spat deterred a single genuinely curious reader.
  • (2/5)
    The World of Yesterday was for me a very boring reading, stuffed with tediously (for style and insight) details of his friends' lifes and pages that boast Zweig's own importance and greatness. Even if Zweig was a biographer, he forgot in his autobiography the history, as if he was living in a separate world: there is almost no mention of the fall of the Empire and only few words about the Anschluss. The last part, the exile, is the best one because I can at least feel his hopelessness and despair.
  • (5/5)
    A wonderful and sad book. The writer, who was to commit suicide with his wife a short time later, writes of his youth in Vienna, the trouble that he took to avoid trouble, and the rise of the Nazis. I was curious as to why he killed himself but the book answers this: he did not wish to live at the mercy of officials who could deport him anytime.
  • (5/5)
    Stefan Zweig was born in Austria and was an important part of the European intelligencia in the early and mid 20th century. In this memoir that leans away from the personal and toward the social and historical, he tells of his experiences during the World Wars. Beautiful prose and a thoughtful, modest life--a joy to read.
  • (5/5)
    This is a wonderful book. Although titled an autobiography, it would be more accurately described as an obituary for the Europe that died when Hitler invaded Poland in 1939, having already been fatally wounded by the Great War of 1914-18.Zweig was born in 1881 and travelled extensively once he reached adulthood - initially the travel was by choice and later in order to flee persecution (he was Jewish). He lived at different times in his native Vienna, in Berlin, Paris, London, Salzburg, New York and Sao Paulo. He knew many of the key European artists and intellectuals of his time, including Freud, Mahler, Strauss, Mann, Hoffmansthal, Rilke, Verhaeren, Rolland, Joyce, Shaw and Wells.He used these contacts and his art to oppose the narrow nationalism that tore Europe apart in the 20th century. In the end, he was overcome by despair at the destruction of everything that he valued: he and his wife took their own lives in 1942, a few months after he completed this book.Highly recommended.
  • (5/5)
    A poet, novelist, dramatist and biographer, Stephan Zweig (1881-1942) was a brilliant writer, documenting both historical lives and his own. Of his non-fiction The World of Yesterday is his personal memoir of growing up in fin de siecle Austria and the early years of the twentieth century. Written the year before he died, the book is a testament to his life, a life of the mind and a life of letters. Unfortunately the last years of his life were spent as an exile from his homeland and in the year after finishing this memoir he and his wife committed suicide together.
  • (4/5)
    A strange, antique, and absorbing memoir. I had never heard of Stefan Zweig before picking up this book - but discovered he was a widely-published Viennese novelist, playwright and biographer, who was much acclaimed during the first few decades of the last century. "The World of Yesterday" is autobiographical, but selectively so - the opening chapters vividly describe his childhood and teenage years, but we learn rather less about the adult Zweig (there is, for instance, weirdly little mention of either of his wives). His intellectualism is of an old-fashioned variety, that many today would find pretentious (and he's quite fond of name-dropping). But nevertheless, this is a powerful and evocative personal portrait of the artistic, cultural and intellectual life of Europe between 1900 and 1940. As another reviewer has noted, it ultimately serves as an obituary for the Europe that died when Hitler invaded Poland in 1939. Reading "The World of Yesterday" is all the more sobering with the knowledge that, shortly after dispatching the manuscript of this book to his publisher in 1942, Zweig committed suicide. A passionate devotee of internationalism and artistic comradeship, he decided that a world in which the National Socialists dominated Europe was a world in which he could no longer live.
  • (4/5)
    A wonderful memoir but unlike most memoirs it is less the story of the author than the memoir of a time and place, that being Vienna during Zweig lifetime. At that time it was a most cultivated city and Zweig, a very rich Jew, says he experienced no antisemtism. The day he submitted this book for publication he killed himself.
  • (5/5)
    Stefan Zweig’s autobiography is a wonderful, engaging read, a vivid look at life, art, culture and society in various European cities leading up to World War II. Zweig does tend to namedrop, but he is as passionate and enthusiastic about his lesser-known friends as he is about some of the people who would go on to be the best-known thinkers and writers of the day. There isn’t as much about his personal life and works – for example, he mentions his marriage to his second wife as an aside and does not talk much about his first wife either. He doesn’t spend much time on his influences and processes for his novels, stories, and nonfiction works either. Instead, it’s about the people, cultural movements, and milieu of the period from the late 19th century up to World War II, although eventually the tumult of wars, inflation, and creeping repression becomes the main topic.The opening of his first chapter is marvelous, describing “The World of Security” from his youth. Everyone believed the Austrian government was solid and stable, people had turned from the barbarism of the past, and science and technology would continue to improve ordinary people’s lives. Everything was well-ordered and in its place, everything would continue to get better. Zweig’s very subjective view is from a contented segment of the population - wealthy, cultured Jewish families. He frequently makes notes from the present, and there is some dismay at the naivety of those days, but a bit of nostalgia also. He is more critical of the education and sexual mores of late 19th/early 20th century Vienna – he unhappily recalls the cold, uninspiring schools from his childhood and the hypocrisy of a Vienna rife with prostitution and pornography but firmly upholding the ban on young people learning about sex.Zweig, along with his fellow schoolmates, did find passion and meaning in art and literature – they were always reading and into whatever was new or different. He mentions that most of the group drifted off to normal lives later on – and that other classes had different obsessions, sports being the other one he recalled – but he gained a solid cultural background from his own studies, while learning nothing much at school. An early celebrity spotting was Hugo von Hofmannsthal, who he met as a young man. University wasn’t much different – Zweig decided to take the opportunity to pursue his interests and get into new social circles, while procrastinating on his writing and then doing it all as the deadline approached. He traveled to Berlin and hung out with bohemians – which gave rise to an interesting comment about his work –“Perhaps the very fact that I came from a solidly established background, and felt to some extent that this ‘security’ complex weighted me down, made me more likely to be fascinated by those who almost recklessly squandered their lives, their time, their money, their health and reputation – passionate monomaniacs obsessed by aimless existence for its own sake – and perhaps readers may notice this preference of mine for intense, intemperate characters in my novels and novellas.”He also started writing short pieces and poetry. In celebrity meetings, Zweig mentions his encounters with Theodor Herzl. After taking his degree, the author commenced a period of traveling and meeting new people. His descriptions of the cities are very lively, as are his portraits of his friends. This part could feel a bit like “And then I met X….then I met Y…..then I met Z”, but the writing makes it interesting. He discusses meeting Romain Rolland, Rainer Maria Rilke, and other well-known artists, but also has lots of praise for his lesser-known friends Emile Verhaeren and Leon Balzagette. He visited Paris, London, Spain, Italy, and Belgium and went even further afield, to America and India. Besides his travels and friends, Zweig’s descriptions of his hobby collecting autographs and manuscripts are interesting. His start as a playwright at first appeared auspicious, but then began to seem cursed, as various people connected to his play died.From his POV, all of Vienna was in denial about WWI until it happened. He forthrightly admits his cowardice and describes how he took a safe library job during the war. However, although many writers beat the nationalist drum and churned out propaganda, Zweig couldn’t forget his friends and knowledge of other countries and banded together with other artists to try to promote cross country communication. Many were on board with nationalism, so it ended up being mainly Zweig and a few friends exchanging letters and writing anti-xenophobic articles, although he notes that Romain Rolland did a lot of humane work. Zweig’s contribution was the play Jeremiah. Its anti-war sentiment and criticism of unchecked power became appealing towards the end of the war, when the population had lost their enthusiasm for hatred. Jeremiah was a huge success and Zweig’s popularity increased. Austria after the war had massive inflation and privation, and the author’s unhappy account of those years is very compelling. Zweig, it seems, hibernated at his house in Salzburg to eke out the post-war years. However, after that, he had a period of happiness, security, and fame.He continued to write, travel and meet with his friends. Zweig describes a couple trips to the Soviet Union and Italy. While he had many positive impressions of both places and became fast friends with Gorky, he also saw evidence of repression and growing fascism. In the Soviet Union, he gave away all his supplies – which were lacking there – and an anonymous note describing how he was under surveillance set him on alert. In Italy, he tried to help a woman whose husband had been imprisoned, with moderately positive results. His life in Salzburg was peaceful and happy. One change was the influx of society as the town became a cultural center with a prestigious festival. In this section, he also talks a little about his writing style – there are some amusing quotes about his dislike of anything long-winded.Zweig’s story could be seen as a rise and fall – if so, the pinnacle would be his 50th birthday, where he surveys his past hurdles and successes, and wonders if his life will continue on in the same contented fashion – with a slight note of dissatisfaction. He remembers his wish for some more excitement, but is not prepared for the darkness that upends his life and Europe. While he occasionally focuses on the political upheavals earlier in the book, in the final chapters, it is the main subject. At first, the author’s circle saw Hitler only as an unimportant rabble-rouser, who would likely sink without a trace any day now. But his influence soon became apparent, and Zweig’s books were banned, along with other Jewish authors.Zweig describes his intellectually stimulating collaboration with Richard Strauss, the great German composer, when he worked as the librettist of Die schweigsame Frau. The Nazis wanted Strauss on their side but didn’t like Zweig’s name on his works. There’s a long section describing the conflict, and Zweig seems to have written this part with a half-smile, recalling how he discomfited Hitler. He sat at home in Salzburg while Strauss and others battled it out. The premiere was a success, but then the whole run of performances was canceled. Things continued to go downhill, but the event that caused Zweig to leave Austria forever seems comparatively small – his house was searched by the local police. However, that was an affront unimaginable in previous times, and the author was obviously correct in his foresight.He went to England and monitored the events there, despairing at Chamberlain’s appeasement and not even celebrating when Britain declared war in 1939, as he knew he would be seen as foreign and suspect. Unsurprisingly, Zweig’s writing becomes more hopeless and unhappy towards the end – in his final visit to Vienna, he notes“But everyone I spoke to in Vienna genuinely appeared not to have a care in the world. They invited each other to parties where evening dress was de rigueur, never guessing that they would soon be wearing the convict garb of the concentration camps; they crowded into the shops to do Christmas shopping for their attractive homes, with no idea that a few months later those home would be confiscated and looted. For the first time I was distressed by the eternally light-hearted attitude of old Vienna, which I always used to love so much – I suppose I will dream of it all my life…”He ends with his plan to leave England and a down note –“And I knew that yet again all the past was over, all achievements were as nothing – our own native Europe, for which we had lived, was destroyed, and the destruction would last long after our own lives. Something else was beginning, a new time, and who knew how many hells and purgatories we still had to go through to reach it?”Zweig’s death is probably as famous as his life – he and his wife escaped the ravages of Europe, but committed suicide together in 1942. But his autobiography stands as impressive memorial to the times in which he lived.
  • (4/5)
    I was deeply impressed; history is made interesting! I rest speechless...