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Percorsi di Archeologia

Il complesso di Via dei Cristallini a Napoli
Inviato da Manuela Pragliola venerdì 25 luglio 2008 Ultimo aggiornamento sabato 26 luglio 2008

Architettura funeraria a Napoli

A Napoli, le tombe monumentali greche e romane si distribuiscono in un’area ben circoscritta, immediatamente all’esterno della cinta muraria a nord-est, nel quartiere della Sanità, a Via S. Giovanni a Carbonara, S. Maria Antesaecula, ad eccezione di quello rinvenuto presso S. Maria la Nova, che in quella zona rimane ancora oggi un elemento isolato. Ad un unico settore della necropoli appartengono, invece, gli ipogei rinvenuti a via Foria, via Cristallini e vico Traetta, disposti ai lati di una strada extraurbana lungo una direttrice in asse con la porta San Gennaro[1]. L’omogeneità tipologica di queste tombe sembra dimostrare che i banchi di tufo (nei quali sono scavate) non sono sfruttati casualmente, ma ricercati, ciò documenta, dunque, l’esistenza di una gerarchia nella distribuzione topografica delle necropoli neapolitane[2]. Questi complessi furono rinvenuti, in diverse occasioni, dal 1685 fino ad epoche recenti. Nel 1888, dopo che il comm. Ruggiero aveva portato alla luce il sepolcreto nel vico Traetta ai Vergini, le esplorazioni continuarono verso porta S. Gennaro. Il 20 Ottobre del 1888 a spese del barone Giovanni Di Donato (dei baroni di Castel tizzano) iniziarono le indagini sotto il suo palazzo in Via Cristallini, 133. Nel maggio del 1889 si diede inizio all’esplorazione di due ambienti venuti in luce, alla profondità di m 11,00 in un cavo aperto prima (che era chiamato “discesa giù nel monte”) il quale aveva toccato il muro divisorio di due camere, rompendo anche parte delle volte di esse[3]. Iniziarono, allora, i lavori di sterro della terra alluvionale che copriva le celle funebri, che continuarono fino al 1896. Furono, così, rimesse in luce 4 camere contigue completamente scavate nel tufo, a deposizione plurima e indipendenti l’una dall’altra (Fig. 1). Il barone Di Donato, riconoscendo l’importanza del monumento, fece costruire una scala e un corridoio che portava alle porte d’ingresso delle singole camere, ma che ha distrutto probabilmente gli accessi originari[4], che, come dimostrano alcuni particolari, erano indipendenti (in contrasto con la tesi proposta dalla Elia, secondo la quale erano organizzati attorno ad un protiro comune[5]). Le fronti degli ipogei erano scandite da una porta centrale, fiancheggiata da due semicolonne scanalate su alto dado, anch’esse scavate nel tufo. Sulla parte superiore della facciata, alcune tracce al di sopra dell’architrave farebbero ipotizzare la presenza di un timpano (Fig. 2). Le tombe sono costituite da un vestibolo e un ipogeo ad esso sottoposto, non in asse tra loro. Il vestibolo, ha il pavimento occupato dalla scala d’accesso che porta all’ipogeo, che costituisce la vera e propria camera funeraria (Fig. 3). L’osservazione della facciata sembra escludere l’ipotesi che si tratti di ipogei. La disposizione a due piani e la scelta di riservare solo la camera inferiore al defunto, conferma l’ipotesi che le camere superiori servissero solo da fronte monumentale e valorizzava l’effetto scenico del tufo. L’attuale situazione, che vede il complesso sottoterra, può essere spiegato con l’innalzamento del livello di questa zona. Da sempre, infatti, questa zona è interessata dalla cosiddetta “Lava dei Vergini” (colate di fango e di detriti, provenienti dall’erosione della coltre piroclastica che ammanta le colline circostanti). L’aspetto interno delle camere funerarie, si presenta omogeneo: sono scavate nel tufo, tutte organizzate per l’inumazione entro sarcofagi scolpiti o dipinti, notevole è l’omogeneità anche dell’apparato decorativo, e della suppellettile. La prima tomba che si incontra scendendo la scala costruita dal barone è la cosiddetta tomba C, che si distingue dalle altre per la complessità e la ricchezza dell’apparato decorativo. L’ingresso del vestibolo superiore è costituito da un’alta porta di tipo dorico, coronata da un architrave modanato, le cui modanature scendono fino agli stipiti (parzialmente costruiti in blocchi). La porta è fiancheggiata da due colonne scanalate su base ionico-attica, addossate, poggianti su di un alto dado parallelepipedo col bordo superiore anch’esso modanato. Queste dovevano costituire un’imponente facciata monumentale, insieme ad altri elementi architettonici andati perduti. Il vestibolo doveva essere aperto verso l’esterno e si distingue dagli altri per la presenza sulla parete di fondo di un doppio banco, che reca scolpita, a rilievo, nel tufo, sul davanti una trapeza (che allude alla funzione dell’ambiente come stanza cerimoniale) e per la copertura che, a differenza delle altre, doveva essere a doppio spiovente, con le travi di sostegno a rilievo appoggiate ad una cornice modanata, rifinita in basso da una decorazione a dentelli, e da una fascia a rilievo che girano sulle pareti e intorno ai triangoli della parete di fondo, e di quella d’ingresso, al centro dei quali è un incasso circolare, con tracce di decorazione a rilievo (Fig. 4). Tutto ciò, doveva essere evidenziato dal colore, la fascia a rilievo conserva tracce di una decorazione a girali. Sulle due pareti laterali è ancora visibile (a destra) una decorazione pittorica costituita da una corona centrale tra due corone di bende rosse e blu. In quest’ambiente non è stata trovata alcuna traccia di incassi per una porta di chiusura, il che sembra confermare l’ipotesi che la tomba si dovesse affacciare ad una strada e dovesse essere ben visibile all’esterno: una visibilità cercata ed espressiva[6]. L’entrata dell’ipogeo, cui si accede mediante una gradinata di 11 scalini (sempre intagliati nel tufo e dipinti di rosso), fu trovato chiuso da due grossi macigni a forma di imposte, ma senza cardini, alti m 2 e larghi m 0,70. Nelle pareti laterali furono praticati due cassonetti della stessa misura dei macigni, capaci di contenerli nel loro vano, così
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quando si apriva l’ipogeo, questi due macigni si giravano e si ripiegavano nei vani dei cassonetti (Fig. 5), senza ingombrare la scala: all’interno la porta è di tipo dorico ed è incorniciata sugli stipiti e sull’architrave da una ricca decorazione in stucco recante tracce di pittura. La cornice aggettante, che corre intorno all’imposta della volta, è variamente sagomata ed ornata da una fascia di astragali e dentelli. Poggiati su di essa furono rinvenuti, mele, melograni, pere a grandezza naturale in terracotta[7]. Dalla volta pendeva, sospesa ad una catenella, una lucerna bilicne in bronzo. Il pavimento in cocciopesto, con incluse tessere di calcare bianche, presenta al centro una decorazione a stella (Fig. 6). Disposti lungo le pareti e scavati nel tufo vi sono otto sarcofagi (tre su ciascuno dei lati e due su quello di fondo) che hanno forma di kline, con due cuscini messi al capo dei letti e con il materasso (Fig. 7). All’interno furono trovate poche ossa e sul fondo, da un solo lato, un pozzetto profondo m3, in alcuni vi erano anche alcune olle di terracotta ripiene di cenere. I piedi dei letti presentano una decorazione a rilievo costituita da doppie volute ioniche, dipinti con palmette in giallo e rosso; un riquadro incorniciato di giallo contiene una serie di quadratini rossi ed azzurri e crea l’illusione di gemme o incrostazioni a rilievo (Fig. 8). Le sbarre dei letti sembrano rosse e gialle, i materassi e i cuscini, invece, azzurri, come tutto il campo sotto le klinai. La decorazione delle pareti è coordinata alla distribuzione delle klinai: queste, infatti, sono divise dalle paraste, quattro delle quali sono nei quattro angoli, una nel centro della parete di fondo, e due in quelle laterali; le paraste angolari hanno palmette nei capitelli, perché potevano essere più facilmente divise a metà, per seguire la loro piegatura; quelle delle pareti hanno una testa di Medusa. Tra esse, lungo le pareti lunghe sono dipinti festoni di foglie, legate da fasce dorate, da cui pendono delle infule (Fig. 9). Sulla parete di fondo, la decorazione pittorica è costituita anche da corone sospese a lunghi chiodi e, sulla cornice, nel centro, presenta un gorgoneion entro egida, decorata da fogliame e serpi intrecciate, alta m 0,60: appartiene al tipo di “Gorgone bella”. Essa è perfettamente frontale, la fronte triangolare, gli occhi rivolti in alto e le labbra semiaperte che lasciano intravedere i denti; l’ovale del volto è incorniciato sotto il mento da due serpenti; altri escono dai capelli (Fig. 10). Sulla parete d’ingresso, ai lati della porta, vi sono due candelabri, di cui oggi rimane solo la parte inferiore, a sinistra della porta è dipinta, poi, una grande patera dorata, biansata, che reca decorata una scena: è una ierogamia di Dioniso e Arianna; mentre a destra era un’oinochoe d’argento[8]. Molto importante è un’iscrizione dipinta sulla parete destra, perché ricorda una sacerdotessa di Leucotea, di nome Aristagora, figlia di Cherea. Questa, infatti, rappresenta una testimonianza isolata del culto di Leucotea (divinità marina protettrice dei naviganti) a Napoli[9]. A sinistra della tomba C, troviamo, invece la tomba B (Fig. 11) che presenta il vestibolo con ingresso ad arco e volta a botte. Tutt’intorno, su tre lati della sala girano dei banchi che avevano probabilmente la funzione sia di sedili per coloro che venivano nella tomba per le cerimonie rituali, sia di luogo di deposizione delle offerte funerarie. La parete di fondo è divisa orizzontalmente in tre sezioni: nella parte più alta ci sono tre memorie funebri, la prima dedicata a Soroeia Seconda, l’altra ad Apollodoro figlio di Mamo, e la terza è dello stesso Mamo e rappresenta il commianto fra una figura in piedi ed una assisa; a questa è apposto il nome “Mamo”, ripetuto sopra ad una colonnina sepolcrale, e nell’epigramma che sta sotto al bassorilievo. Nella seconda fascia ci sono sette nicchiette o vuote o contenenti, alcune un’olla cineraria, altre un cippo funebre. La terza fascia ha tre bassorilievi in terracotta: il primo con una donna assisa, davanti a cui si abbracciano Amore e Psiche; gli altri due con una scena di commianto. Nella parete sinistra si vedono la memoria posta a Salvia Manlia, tre nicchiette con vasi cinerari e una quarta con una colonnina funebre. Nella parete destra vi sono altre nicchie vacue, una con vaso cinerario, e un bassorilievo in terracotta con una figura palliata. Al centro del pavimento si apre la gradinata che porta all’ipogeo sottostante con volta a botte, che fu trovato distrutto dai primi cavatori. Questo fu messo in comunicazione, mediante il cavo praticato in epoca anteriore, con la terza stanza: la tomba A (Fig. 12). Quest’ultima presenta una struttura simile alle altre. La parete di fondo è divisa in due sezioni: in quella superiore vi sono sei nicchiette, in quella inferiore vi è una nicchietta e sei scompartimenti per incastonarvi le lastre di marmo o di terracotta. Di queste solo tre sono state conservate. Alla parete sinistra vi sono due scompartimenti, in quella destra vi è una nicchia con vaso cinerario. Al centro si apre la scala che porta all’ipogeo sottostante. Nel suolo presso le pareti sono cavati dei loculi con coperchi di terracotta grezza, formati da tre tegoloni. La quarta ed ultima camera, la cosiddetta tomba D presenta, nel vestibolo, la nicchia contenente l’urna cineraria di Marco Egnazio Bebio, il cui nome è in latino sopra una tabella marmorea. Intorno all’ipogeo c’è un podio vuoto e diviso in tre loculi nei lati lunghi e due nella parete di fondo, coperti da tegoloni. In alto, al di sotto della cornice, sono ricavate trenta nicchie nelle pareti, alcune delle quali contenevano grosse scodelle con cenere, un vaso di vetro e due di bronzo. Presso la porta, addossate alle pareti, ci sono sei stele, ciascuna recante l’iscrizione con il saluto per il defunto[10]. Non ci sono elementi per fissare una cronologia precisa, ma la presenza di chiodi dipinti con l’ombra riportata, la ricerca cromatica per riprodurre effetti di luce, l’insieme delle decorazioni portano gli studiosi a collocarla nella prima metà del III secolo a.C. Tutti e quattro gli ipogei furono utilizzati almeno fino all’età imperiale, da personaggi estranei agli originari proprietari, in quanto vi sono pitture e nicchie che di epoche successive. Anche le scritte con i nomi dei defunti dipinte o graffite sulle pareti, attestano le varie fasi delle deposizioni: al di sotto degli intonaci recanti epigrafi databili alla prima età imperiale emergono, infatti, epigrafi più antiche (Fig. 12). Alla fine del I secolo a.C. appartengono anche le lastre sia in terracotta che in marmo, che venivano sospese alle pareti, con rappresentazioni del mondo funerario[11]. Questi rilievi trovano confronti con la produzione testimoniata nelle Cicladi a conferma degli stretti rapporti commerciali che ci furono tra Napoli e la Grecia insulare, in epoca tardoellenistica. Gli oggetti rinvenuti nelle sepolture sono solo parzialmente conservati: per le fasi più antiche è attestata ceramica a figure rosse di fabbrica campana, a vernice nera, acroma a decorazione vegetale e lineare sovradipinta del tipo kemai,
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statuette fittili e uova in terracotta. Per i periodi più recenti sono attestati unguentari acromi e di vetro, ceramica a “pareti sottili”, sigillata “italica”, e di produzione napoletana chiamata “della baia di Napoli”[12]. Il complesso di via Cristallini è espressione di una caratteristica tipologia funeraria napoletana. L’architettura di questi ipogei, la volta a botte con arco a tutto sesto o ribassato, le finte facciate con le semicolonne addossate, la decorazione a dentelli delle due camere, rimanda a tombe della Macedonia, che hanno queste caratteristiche a partire dalla seconda metà del IV secolo a.C. Ma c’è una differenza sostanziale: le tombe macedoni hanno, infatti, la caratteristica di essere ricoperte da un tumulo. D’altra parte sono ancora in discussione le possibili ascendenze di questa tomba a modelli orientali. Alcuni confronti si possono fare con Cirene e Rodi, anche se le somiglianze si riducono alle semicolonne addossate. Analogamente alle tombe neapolitane, però, l’attico delle tombe rupestri cirenaiche era adibito alle cerimonie di culto, con una netta separazione della camera funeraria. Cirene, poi, è stata presa come antecedente di alcune tombe monumentali rodie, simili nell’organizzazione interna. Nelle tombe di via Cristallini è evidente in che modo l’ambiente napoletano si sia appropriato del linguaggio greco del IV secolo a.C. e lo abbia elaborato secondo elementi propri: un esempio lampante è costituito dai letti che corrono lungo le pareti, questi, infatti, sono molto simili a quelli delle tombe dipinte alessandrine, con la differenza però che in questo ipogeo non servono come kline, ma come veri e propri sarcofagi scolpiti (unico esempio in Italia meridionale). Dal punto di vista architettonico e strutturale, una ripetizione della camera a due piani è da ritrovare nel mondo etrusco. Le tombe di Tarquinia, infatti, si distinguono per i vestiboli posti quasi in superficie e ad una quota più alta della camera funeraria. Caratteristica dell’apparato decorativo interno è la sottolineatura degli elementi architettonici, rivelato anche dall’abolizione di qualsiasi zona figurata. Queste particolarità sono tipiche di alcune tombe macedoni (ad esempio Lefkandi e Dion) daune ed alessandrine. Sulle pareti sono presenti due tipi di corone: uno, appeso a chiodi, sulla parete di fondo (si tratta di offerte funerarie sostitutive a quelle che si facevano realmente nel rito funebre), che non trova confronti; l’altro è costituito da veri e propri festoni decorativi, che si alternano alle infule pendenti (come nelle tombe macedoni di Sedes e Dion della fine del IV secolo). Unico punto di possibile fantasia, è, invece, rappresentato dai piedi dei letti. La decorazione riproduce fedelmente elementi e incastri di una suppellettile lignea (è una decorazione di troni e di klinai del IV secolo). I capitelli (soprattutto quelli angolari), presenti sopra le paraste, si riallacciano ad una tipologia elaborata a Taranto. La testina centrale (Medusa) conferma la tradizione funeraria di queste membrature architettoniche, avvalorando l’ipotesi che l’evoluzione, in senso funerario, dell’iconografia della Gorgone si sia operata in ambiente magno-greco. A destra e a sinistra della parete i due candelabri, l’oinochoe e la patera, permettono alcune riflessioni. I candelabri erano d’argento, a stelo lungo e sottile e sorreggevano una lucerna. La parte alta (anche se non si è conservata, ma può essere ricostruita facendo confronti con la decorazione delle tombe di vico Traetta) è un semplice piattello reggilucerna. Altro elemento caratteristico è costituito dagli appiccagnoli, partenti dalla base del piattello (il tipo trova confronti con esemplari reali rinvenuti in tombe della Magna Grecia, databili al IV secolo a.C.)[13]. Nel 2003, sono cominciati i lavori di restauro della cosiddetta tomba C. L’osservazione diretta e i risultati delle indagini di laboratorio sui campioni prelevati hanno rilevato tracce di incisioni sull’intonaco fresco per definire gli spazi e per riportare il disegno preparatorio; sono state individuate velature di blu egizio sul fondo nero delle cornici della volta e del fregio. Nella camera superiore, invece, la pulitura ha chiarito la presenza di un fregio dipinto, che corre tutto intorno la parte superiore delle pareti, all’attacco dell’imposta della volta e lungo i lati dei timpani: si tratta di una teoria di coppie di grifi accosciati, ad ali spiegate, affrontati ai lati di un bocciolo, separati da maschere[14]. [1] Giampaola 1986, p. 80. [2] Baldassarre 1998, p. 95. [3] Galante 1889, p. 169. [4] Galante 1895, p. 7. [5] Elia 1931, col. 458. [6] Baldassarre 1998, p. 105. [7] De Petra 1898. [8] Baldassarre 1998, p. 109. [9] Miranda 1985, p. 298. [10] Galante 1895, p. 22. [11] Papadopoulos 1985, p. 293. [12] Giampaola 2000, p. 38. [13] Baldassarre 1998, p. 126. [14] Zevi 2003, p. 920. Le immagini inserite nel testo provengono tutte dal lavoro della Prof.ssa I. Baldassarre (Baldassarre 1998). BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE ACT Atti del Convegno di Studi sulla Magna Grecia di Taranto Baldassarre 1998 I. Baldassarre, Documenti di pittura ellenistica da Napoli, in L'Italie méridionale et les premières expèriences de la peinture hellénistique: actes de la table ronde organise par l'Ecole francaise de Rome (Rome, 18 fevrier 1994), Roma 1998, pp. 95-142. Capasso 1978 G. Capasso, Napoli greco romana, Napoli 1978, pp. 113-117.
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De Petra 1898 G. De Petra, «Di un antico ipogeo scoperto a Napoli», MAL, 1898. De Seta 1981 C. De Seta, Napoli, Roma-Bari 1981. Galante 1895 G. Aspreno Galante, «Il sepolcreto ritrovato a Napoli sotto il palazzo Di Donato in via Cristallini (memoria letta dal Mons. Gennaro Aspreno Galante)», Napoli 1895. Giampaola-Longobardo 2000 D. Giampaola - F. Longobardo, Napoli greco romana tra museo archeologico e centro antico, Napoli 2000, pp. 32-38. Giampaola 1986 Daniela Giampaola, Gli ipogei monumentali, in ACT, Napoli 1987, pp. 80-81. Miranda 1985 E. Miranda, Testimonianze epigrafiche dalle necropoli, in Napoli Antica, Napoli 1985, pp. 298-299. Miranda 1985 E. Miranda, I culti greci, in Napoli antica, Napoli 1985. NSC 1889 Notizie Scavi di Antichità Papadopulos 1985 J. Papadopulos, I rilievi funerari, in Napoli Antica, Napoli 1985, pp. 293-298. Pontrandolfo-Vecchio 1985 A. Greco Pontrandolfo – G. Vecchio, Gli Ipogei funerari, in Napoli antica, Napoli 1985, pp. 283- 293. Pontrandolfo 1993 A. Greco Pontrandolfo, Rassegna archeologica delle province di Napoli e Caserta, in ACT 1993, pp. 269-271 Zevi 2003 F. Zevi, Rassegna archeologica delle province di Napoli e Caserta, in ACT 2003, Napoli 2004, pp. 919-920

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