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Professor Cirese, mi permetta d'inizia re con la domanda di rito: mito o realta del matriarcato? Credo si debba riconoscere a Bach: ofen il merito daver trovato per primo Vattestazione della discendenza in i nea materna. Ma questa per Bachofen diviene un’eta della storia: non, cio, un fatto avvenuto in Licia, in Ellade ovladdove i documenti ne diano testi monianza, ma un fatto comune al per. corso dei diversi popoli. E’ qui che crollano i meriti della scoperta di Bach ofen. Per delineare il matriarcato 0 il diritto materno o la matrilinearita come una fase generale della storia, non bastano certo singole testimonianze ideograficamente considerate. Occorre tun modello di carattere generale, Sa- ranno Lewis Henri Morgan — non quello di Ancient Society, ma quello dei Systems of Consanguinity and Affinity of the Human Family, opera tecnica — ¢ Edward Burnett Tylor — non quel- lo di Primitive Culture, ma quello di On a Method, saggetto del 1889 — a trattare l'esistenza della matrilineari con argomentazioni che sono un po’ pid forti del fatto, per Bachofen inve ce essenziale, che mater semper certa est, prova dell’anteriorita del diritto mater: no sul diritto paterno. Dungue un mito. L’opera di Bach. ofen va allora riesumata quale testo «let terario» 0, come voleva Furio Jesi, «reli- gioso»? Jesi sostiene l'impossibilita di salva- re Bachofen da se stesso, l'impossibil ta cioé d’un'operazione tesa, come si diceva un tempo, a voler rimettere in piedi la storia del mondo che invece camminava sulla testa (sto ovviamente parlando di Engels), sottraendo quindi a Bachofen idea, secondo Engels sba- aliata, che motore del cambiamento del mondo fossero le idee religiose. Secon- do Jesi toglier questo & toglier tutto Bachofen. Dice Jesi: «Non & un’anali- BACHOFEN IL MITO COME FIABA INTERVISTA CON ALBERTO M. CIRESE A CURA DI GIORGIO DE FINIS si, ma é una sorta d’espansione misti- ca puntellata suun enorme apparato erudito». Lo per la verita mi tengo leg- germente al di qua di queste conelu- sioni e dico che accetto Pespansione di cui parla Jesi, eccezion fatta per una 4s»: non espansione «mistica», ma pitt semplicemente espansione «mitica». Bachofen mi fa pensare stranamente alle favole. Se sento raccontare una fiaba, sia essa di Esopo o di Fedro, sia quel- la di Pollicino o quella del Gatto con ali stivali (e i miti, secondo Pettazzoni che s'occupd anche di Bachofen, sono «favole vere»), io non mi chiedo, e cre- do che proprio nessun altro si chieda, se & poi vero che gli animali parlano. Quel che c'importa é il fatto che la fiaba & bella e affascinante, non c’in- teressa che in qualche modo sia vera. Nessuno si domanda se le zucche si trasformino veramente in carrozze 0 se ali stivali divorino realmente le sette leghe. E, se per Bachofen la fiaba poco, io salterei a un altro estremo, 4 Dante e alla Divina Commedia, i cui versi io mi ripeto da anni senza esser- mi mai chiesto se & poi vero che al posto delle Americhe c’@ quella mon- tagna del Purgatorio, la quale scatend quell'onda che affondé la prora a Ulis- se. Né credo ci si possa indignare in qualche modo del fatto che opere di questo genere, che ci dicono cose bel- Ie, ci dicano poi anche cose che non esistono nella realta effettiva. Prendiamo, per esempio, il «mito delle foglie morte». La generazione ma- terna, la ginecocrazia (e cio’ l'effetti- vo dominio delle donne e non sempli- cemente il diritto femminile o la suc- cessione matrilineare), ha per Bach- ofen la caratteristica d’esser come le fo- glie sul ramo. Nel VI libro dell Hiade Glauco, interrogato da Diomede su quale sia la sua stirpe, risponde nella traduzione di Ettore Romagnoli: «Si- mili sono le stirpi degli uomini a stirpi di foglie. / Le foglie, queste a terra le spargono i venti, ¢ la selva / altre ne germina, ¢ torna di nuovo a fiorir pri- mavera: / cosi le stirpi umane, spunta tuna, quel'altra appassisce». Commen- to di Bachofen: questa meravigliosa si- nilitudine, tante volte ripetuta, mai 2 stata interpretata nell'unico modo in cui ha da essere a suo avviso interpre- tata, € cio’ come espressione inconfon- dibile del fondamento del diritto ma- terno licio. E per darne spiegazione di- ce: «Non @ necessario dilungarsi per chiarire questa connessione. Le foglie dell‘albero non nascono le une dalle al: tre, ma tutte egualmente dal tronco, non la foglia genera la foglia, ma di tutte le foglie generatore il’ tronco. E cosi accade per le stirpi degli uomi ni secondo la visione del seminatore che scompare dopo aver sparso il seme nei solchi>. Bel mito infondato su un testo che non lo giustifica. A me viene in mente in modo altrettanto legit mo: «Si sta come d’autunno / sugli al- beri le foglie»; ¢ cio? Ungaretti sul Car- so nella prima guerra mondiale. Il tut to significa semplicemente che le stir. pi nascono ¢ scompaiono, non che le stirpi femminili ricadono su se stesse. Tant'é vero che — e Bachofen lo di- ce, pur negandolo — per tutta rispo- sta Glauco elenca i suoi antenati ma schili, eccezion fatta per la prima ge- 1989a - Bachofen: il mito come fiaba Mondo operaio, 42. (1989), n. 7 : 121-122 nerazione, dove indica anche la sorella di suo padre “_ E? chiaro che qui i piani sono due. Questo mito delle foglie, destinato a Hitornare — e ritorneri & qui costruito dentro la tessitura mi- tica di Bachofen, rendendo affascinante Ja macchina. Le stessa cosa, affascinan- te per un verso, ma preoccupante per altro, accade quando Bachofen, che non a caso Jesi ha descritto come pun- tellato da un’enorme erudizione (¢ la parola in questo caso non ha alcun sen- so limitativo e svalutativo), adopera, ripetendola molte volte, un'espressio- ne del dititto paterno che dice mulier familiae suae et caput et finis est (la don- nna @ il principio e la fine della sua fa- miglia), il che per Bachofen rappresenta una fimitazione che il diritto paterno avrebbe introdotto nei confronti del di- ritto materno, ma equivale anche in qualche modo alla rappresentazione di ‘questa perennita per la quale le donne non generano progenie. Ogni donna che genera @ la donna primordiale che ha generato. E’ solo il diritto maschile che introduce la seriazione ¢ la succes- sione nel tempo, quella che Bachofen chiama la «materian. L'immagine che allora viene in mente — un suscitato- ree facitore di miti induce anche un lettore povero di capacita ¢ fantasia, quale io sono, a vederne qualcuno non & tanto quella delle foglie, le quali non danno l'idea di ricadere sul tron co che le ha generate, ma vanno 2 fi nire alla terra. Credo che per rendere Punicita della madre, quell’idea per cui Croce ebbe a dire che il femminile & per Bachofed una categoria del reale, un'entita ontologica, immagine pid adeguata sia piuttosto quella del buli ‘came, del gorgogliare della pozza sor- giva in cui ogni bolla & identica e tut- tavia ricade diversa su se stessa. E que sta & anche I'immagine che si pud adat- tare esattamente al lavoro che Bach- ofen ha fatto. E’ vero che lo dobbiamo leggere tutto intero, ne dobbiamo di- sporte compiutamente, ma bisogna di- re che, per quanto riguarda la sua tesi sul matriarcato, le prime quaranta pa- gine del libro sono assolutamente suf- ficienti. Nessuna delle mille pagine suc- cessive offre una prova ulteriore rispet- to a quelle date all’inizio. E” un canta- re e ricantare non lo stesso salmo, ma Io stesso inno, @ un ripetere in una va- rieta di migliaia e migliaia di modi di- versi una forma unica. Proprio come Ie fiabe. Ma egli non si considerava il mitico cantore d'una mitica storiagpriginaria. Qual @ il rapporto tra mito'e storia in Bachofen? Per Bachofen il mito @ veritiero, per- ché dice che il matriarcato @ veramen- te esistito; ma quali sono le prove del- Pesistenza del matriarcato? Il solo fat- to che il mito ne parli! Certo, Bach- ofen non ha voluto esser un mitico can- tore e, debbo aggiungerlo, non @ stato soltanto questo. Ha voluto esser lo sto- riografo d'un’eta se si vuole in qual- che modo aurorale, cui ben s'axtaglia il prefisso ur, quale che sia il sostanti- vo cui poi s'attacca, un’eta che non ha gli stessi documenti dei quali si di- spone viceversa per epoche successive. Bachofen dice: «le mie fonti saranno i mitiv. «La tradizione mitica — scri- ve — dev'esser considerata espressio- ne genuina della norma di vita propria dell'epoca in cui sono le basi dello svi- luppo storico del mondo antico, mani festazione del modo di pensare origi- nario, diretta rivelazione storica ¢ dun- gue fonte storica autentica altamente attendibile». I] passo si pud intendere in molti modi diversi: per esempio che il mito @ certo attestazione di se stes- so € delle idee presenti nel mondo in cui quel mito operava ma non necessa- riamente di accadimenti singoli. Bach- ofen, in uno scritto che non & compre- so in questa traduzione ed dedicato al mito di Tanaquilla, del re Servio che ticeve la corona non da un uomo ma da una donna, dice: «il mito 2 la vita dei popoli vista attraverso le loro con- vinzioni religiose». Assolutamente inec- cepibile. E continua: «Ammesso cid, & certo che l'identita d'una leggenda ¢ delle sue forme, constatata in paesi re- moti I’uno dall’altro, prova una comu- nanza di cultura che resterebbe inespli- cabile, se non s’ammettesse una migra zione». Un Bachofen diffusionista? Proprio cosi, accanto a quello per al- tri versi evoluzionista. Settanta, ottan- Vanni pitt tardi, padre Smith, il pit autorevole rappresentante dell inditiz- zo che vien detto diffusionistico, avreb- be sottoscritto questa espressione di Bachofen. In queste dichiarazioni relati- ve al mito troviamo un Bachofen per un verso geniale e per laltro cosi spes- so vocato alla soluzione mitica. «La ve- ra conoscenza scientifica — scrive — non pud consistere unicamente nel ri- spondere alla domanda “che cos'é” Essa acquista pienezza solo quando sco- pre la risposta a “da dove?” e riesce a collegarla “verso dove?”, I! sapere diviene comprendere solo se coglie si- multaneamente l'origine, ill progresso ¢ la fine. Ma il principio ogni svi- luppo giace nel mitov. Come si vede, grandi intuizioni si mescolano alla con- cezione che, come dice Jesi, Bachofen ha del mito, non documento storico da studiare (naturalmente con il tipo di critica che si pud applicare ai miti e non alle iscrizioni, alle lapidi 0 ai mo- numenti), ma rappresentazione del sim- bolo, sostanza eterna del mondo. Qual 2 Vintuizione in questo passo? Bach- ofen lo scrive nel 1861. E forse si sar’ notato che egli ha utilizzato Poppos zione sapere-comprendere ¢ !'opposizio- ne spiegazione-comprensione che sara gloria del grande esponente dello sto- ricismo tedesco Wilhelm Dilthey. Ma Dilthey nel 1861 aveva ventotto anni € non era ancora a Basilea (vi arrivera nel 1866, cinque anni dopo il Mutter. rectd). Tutto sommato, allora, valeva la pe- na di ristampare «ll matriarcato»? Benedetto Croce nel 1928 scriveva: «Nonostante il pericoloso avviamento afilologico e intuizionistico 6 mistico, ¢ le arbitrarie illazioni religiose e filo- sofiche, Popera di Bachofen serba una virtt. propulsiva d'indagini nella sua esperienza originaria, nella sua nuova coscienza dell'antico e del primitivo, nell intravvedimento del diverso che es- so rappresenta rispetto allo spirito mo- derno, ¢ anche delle molteplici possi- bilita di questo diverso; per non parla- re dell'attrattiva poetica che esercita- no le sue interpretazioni (...]. E l'aue tore di quest’opera era un tempera- mento ¢ un ingegno tale da suscitare curiosita, interesse simpatia; € certa- mente non meritava d'essere trattato col disdegno di cui fu oggetto». Ve- nendo da Croce, che sta allaltro estre- mo del pensiero, non mi pare sia cosa da poco. Questo passo di certo ragio- ne all’amico — permettetemi di chia- matlo cosi — Furio Jesi nella sua vo- lonta di costruize quest’edizione ita- liana.