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MARCO TRAINITO

IL CODICE DARRIGO
DallOrca alla Placenta Hatshepsut

INDICE
PARTE PRIMA
LORCA E IL MARE IMMANE DEL MALE
PREMESSA
CAPITOLO 1
Genesi e vicenda editoriale
CAPITOLO 2
La fabula e lintreccio
CAPITOLO 3
Liper-lingua del romanzo
CAPITOLO 4
Genealogia culturale e simbologia dellOrca
4.1. Il titolo
4.2. LOrca, Omero e lOrco
4.3. LOrca, Moby Dick e il Leviatano
CAPITOLO 5
Nota sulla prima connotazione dellanimale
nel passaggio da I fatti della fera a Horcynus Orca
CAPITOLO 6
Le piume dellAngelo. Bufalino e il corpo-a-corpo
della cultura siciliana con Horcynus Orca

APPENDICE.
Due gocce nel mare di Horcynus Orca: la Gela di DArrigo

PARTE SECONDA
IL METODO LAICO. IDENTIT APERTA E MEMORIA PLURIMA
DELLOCCIDENTE IN CIMA DELLE NOBILDONNE
PROLOGO
CAPITOLO 1
Hatshepsut e lOccidente
CAPITOLO 2
Pitagora e il magico numero sette per tre
CAPITOLO 3
Di metamorfosi in metamorfosi
EPILOGO
RIFERIMENTI ICONOGRAFICI

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

PREFAZIONE
4

Questo volume costituisce una riedizione, rivista


e notevolmente ampliata, de Il mare immane del male.
Saggio su Horcynus Orca di Stefano DArrigo, pubblicato per la prima volta nel 2004 dalla casa editrice Cerro
Edizioni di Gela. I motivi che mi hanno spinto ad approntare una nuova edizione accresciuta del saggio sul grande
romanzo di DArrigo sono sostanzialmente due. Il primo
che la limitata tiratura de Il mare immane del male
andata esaurita e risulta ormai difficilmente reperibile. Il
secondo legato al fatto che nel marzo 2006 uscita
presso Rizzoli una nuova edizione del secondo e ultimo
romanzo di DArrigo, Cima delle nobildonn (1985), che
d forma, insieme al romanzo sullOrca, allormai leggendario dittico narrativo dello scrittore siciliano. In occasione di questo ritorno nelle librerie, dopo oltre
ventanni, del mirabile romanzo della placenta, ho
scritto un saggio su di esso che ho letto a un Convegno
sulla laicit e sulle radici culturali dellOccidente tenutosi a Piombino il 28 aprile 2006 cui sono stato invitato
a partecipare insieme a Giulio Giorello. In esso offro una
lettura attualizzata di Cima delle nobildonne alla luce del
recente dibattito sulle radici dellEuropa e dellOccidente,
e mostro come in esso DArrigo ci aiuti a comprendere
laicamente la ricca e complessa stratificazione storicoculturale della nostra identit, che alcuni fondamentalisti

occidentali (teocon, teodem, atei devoti e/o neoguelfi)


vorrebbero semplificare, mutilare e tradire in nome di una
presunta essenza ebraico-cristiana della nostra civilt.
Trattandosi di uno scritto che completa la mia
analisi del codice DArrigo intrapresa nel volumetto su
Horcynus Orca, ho pensato di ripubblicare insieme i due
saggi in un unico volume, che ha un impianto e un titolo
diversi rispetto al precedente. Il mare immane del male,
con alcune modifiche e aggiunte, costituisce ora la Prima
Parte del presente volume, mentre il saggio su Cima delle
nobildonne ne costituisce la Seconda Parte.
Il Codice DArrigo che nel titolo, oltre ad alludere a Codice siciliano, la prima e ultima raccolta di versi
di DArrigo, riecheggia ironicamente il famigerato romanzo sul fasullo codice segreto Leonardo da Vinci
il mio omaggio esegetico definitivo a uno scrittore che,
pur essendo tra i pi grandi in assoluto del 900 europeo,
ancora incredibilmente troppo ignorato persino nella
sua stessa Sicilia.

PARTE PRIMA
LORCA E IL MARE IMMANE DEL MALE

A mio padre Emanuele (1924-2008),


che dopo l8 settembre, diciannovenne
soldato semplice allo sbando del fu
Regio Esercito, percorse a piedi lItalia da Conegliano Veneto, attravers lo Stretto ai primi di novembre grazie a un barcaiolo e fece infine ritorno
a Gela, da pochi mesi liberata.

PREMESSA
10

In occasione della riedizione Rizzoli di Horcynus


Orca (ottobre 2003), quasi trentanni dopo la prima edizione Mondadori, il noto critico letterario George Steiner
ha scritto: Nulla pi frustrante, per un lettore appassionato, di trovare un libro che per lui travolgente, un
capolavoro, e scoprire che quasi nessuno lo conosce e
che non facile persuadere gli altri a condividere il piacere che gli d. Come pu essere che un libro che lo colpisce profondamente, che trasforma il suo panorama interiore, rimanga oscuro e, in larga misura, non letto? O
che i colleghi, gli amici a cui comunica il suo entusiasmo
rimangano scettici o addirittura rispondano in modo negativo? Il titolo mi affascin molto (...). Se ben ricordo,
fu a Torino, dove davo una conferenza molti anni fa, che
le enigmatiche, ossessive parole, Horcynus Orca, mi colpirono per la prima volta. (...) Gli incontri con i libri che
ci cambiano la vita, che rieducano la nostra sensibilit
sono ambigui come le relazioni intime. Da un lato desideriamo fortemente mantenerli privati, per noi stessi.
Dallaltro vogliamo condividere la nostra fortuna, il nostro appagamento con gli altri.1
La cosa che fa pi impressione in queste parole
che a pronunciarle sia uno studioso straniero, il quale,
1

Steiner 2003: 33.

11

come confessa nello stesso articolo, pur avendo una certa


dimestichezza con la lingua italiana, pu comprendere
solo in piccola parte la lingua, impervia anche per un
lettore italiano non-siciliano, di Horcynus Orca. Ma evidentemente, come in questi ultimi anni hanno dovuto arrendersi a constatare i critici letterari pi esigenti di
fronte alla fortuna delle opere di Andrea Camilleri oltre i
confini della Sicilia, la forza della letteratura risiede nella capacit dei grandi scrittori di comunicare il loro
mondo poetico anche al di l delle barriere linguistiche,
posto che ci siano dei lettori disponibili a cooperare in
una decodifica interpretativa che vada oltre la mera lettera della codifica dellautore: I dizionari, prosegue
Steiner, sono una delle mie buone abitudini e mi furono
daiuto. Ma spesso mi trovai, matita in mano, a leggere e
rileggere la stessa pagina nello sforzo di capire; consapevole che molto di quel che cera scritto mi sarebbe rimasto oscuro. Non importa. Il moto oceanico della storia, il fantastico potere dellintreccio di motivi arcaici
mitologici e della feroce realt della Seconda Guerra
Mondiale, la capacit di DArrigo di dare una vita violenta e lirica agli elementi del tempo e del paesaggio, del
mare e della terra, mi fecero superare ogni barriera linguistica e grammaticale.2
2

Ibidem. Per una discussione di questo problema in relazione a Camilleri si veda linteressante Introduzione di Antonio Buttitta (che non
a caso cita Steiner) alla raccolta di saggi di autori vari che costituisce

12

Nei giorni in cui mi aggiravo, solitario e stupefatto, nei meandri di questo romanzo unico nel panorama
letterario del Novecento, ho vissuto in prima persona il
disagio e la frustrazione del lettore appassionato di
cui parla Steiner, acuiti per di pi dal fatto di vivere nella terra che ha dato a Stefano DArrigo non solo i natali,
ma anche lhumus storico, antropologico, linguistico e
topografico per la sua opera di una vita. Ecco perch ho
deciso di scrivere qualcosa intorno a questopera immensa e ancora colpevolmente poco frequentata persino da
chi, come i siciliani, hanno il privilegio culturale e linguistico di poterla apprezzare fino in fondo (o quasi) nella sua miracolosa ricchezza espressiva.
Quello che qui presento non uno scritto accademico (sono gi abbastanza gli studi specialistici, come
saggi e tesi di laurea, dedicati a questo romanzo e sepolti
nelle nicchie polverose di alcune Universit), ma una
sorta di diario di viaggio che sotto lo sforzo del rigore
espositivo e dellaccuratezza delle osservazioni paesaggistiche vuole far risuonare soprattutto lemozione della
ricerca e lo stupore della scoperta. Esso, dunque, si presenta sia come una introduzione al romanzo per i non
il volume Il caso Camilleri. Letteratura e storia (2004), pp. 11-17
(cfr. in particolare p. 13). In uno dei saggi contenuti nel volume, Teatri siciliani della storia. Da Sciascia a Camilleri di Nino Borsellino
(pp. 48-53), poi, si trovano delle interessanti osservazioni su Horcynus
Orca, definito lopus magnum, la massima realizzazione creativa della sicilianit (cfr. in part. pp. 51-52).

13

specialisti (al fine di agevolare il lettore ignaro


dellopera, ho fornito non solo tutte le informazioni di
contorno essenziali a una retta comprensione contestuale, ma anche una sintesi piuttosto ampia e ricca di dettagli della fabula) sia come un tentativo di indicare alcune
piste di lettura finora intentate o solo accennate da qualche studioso, e in tal senso assume laspetto di un vero e
proprio saggio in cui sono avanzate ipotesi interpretative
del tutto inedite.
Entrare in questopera che incute timore per la
mole (1257 pagine nella prima edizione Mondadori del
1975, 1082 in quella Rizzoli del 2003), per la lingua inaudita in cui scritta (per questo aspetto assimilabile
forse solo alla Hypnerotomachia Poliphili di Francesco
Colonna, 1499, e al Finnegans Wake di James Joyce,
1939) e per la potenza visionaria e simbolica (al punto
che un amico di DArrigo come Camilleri ha potuto scrivere nel 2000, in occasione della prima edizione de I fatti
della fera, di essere rimasto letteralmente atterrito gi
solo dalle cento pagine anticipate sul Menab nel
19603), davvero come entrare nel labirinto del Minotauro, perch le infinite svolte narrative e gli snervanti
indugi sintattico-espressivi non sono che una iniziazione allincontro col Mostro protagonista, che far la sua
prima apparizione esattamente nel cuore dellopera (poco oltre linizio della seconda met) e da quel momento
3

Cfr. Camilleri 2000.

14

accompagner il lettore in un viaggio di ritorno allucinante che luscita non pi dal labirinto del testo, ma
dalla vita tout-court: quella di Ndrja Cambra, quella
della Storia, quella del Mondo, e quella dellOrca stessa,
la cui morte simbolo e correlato oggettivo del finimondo esistenziale, storico e cosmico annunciato dal
romanzo. Ecco perch, alla fine del viaggio, il lettore navigato ha come limpressione che questo Minotauro ricordi non tanto quello del mito, quanto piuttosto quello
di Borges, cio quellAsterione il quale, anzich giovani
vittime sacrificali, aspetta nella sua casa dalle infinite
porte larrivo di un redentore, ovvero di qualcuno che lo
liberi da se stesso e dal suo destino di morte, al punto che
lancora incredulo Teseo, dopo averlo ucciso, potr dire
ad Arianna le stesse parole di piet perplessa che vorrebbe pronunciare il lettore dopo essere giunto finalmente al termine di Horcynus Orca: Il Minotauro non s
quasi difeso.4

Jorge Luis Borges, La casa di Asterione, in LAleph (1949), tr. it.


in Borges 1984, vol. I: 821.

15

16

CAPITOLO 1

GENESI E VICENDA EDITORIALE

ormai consuetudine iniziare ogni discussione


su Horcynus Orca partendo dalla genesi e dalla decennale vicenda editoriale di questo grande romanzo, perch
queste, divenute ormai quasi leggendarie, non solo costituiscono per molti versi un unicum nella storia della letteratura contemporanea, ma offrono anche una prima e insostituibile chiave di accesso a questo monstrum narrativo.
Stefano DArrigo (Al Marina, Messina, 1919
Roma, 1992), laureatosi in Lettere a Messina con una tesi
su Hlderlin, svolse servizio come sottotenente a Palermo
durante la seconda Guerra Mondiale fino allo sbarco alleato. Dopo unaltra parentesi a Messina, si stabil a Roma
nel 1946, dove si dedic al giornalismo e alla critica
darte, frequentando pittori e mercanti darte.
Intorno alla met degli anni 50 DArrigo passa
allattivit letteraria scrivendo un libro di versi, Codice

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Siciliano1, e cimentandosi in unopera di narrativa di ampio respiro, La testa del delfino, scritta di getto in quindi-

Cfr. DArrigo 1957 (19782). Questopera prima nel 1958 vinse il


Premio Crotone, della cui giuria facevano parte, fra gli altri, Ungaretti,
Debenedetti e Gadda. Come ha avuto modo di avvertire lo stesso
DArrigo, essa contiene in nuce diversi motivi che poi confluiranno
nel grande romanzo. Gi nel 1950 (anno in cui comunica alla moglie
Jutta Bruto lintenzione di dedicarsi a unopera narrativa di ampio respiro), nella presentazione del catalogo - da lui curato - relativo a una
mostra del pittore Giovanni Omiccioli, DArrigo non solo fornisce un
ritratto accorato della dura vita dei pescatori di Scilla - veri ulissidi
(perch discendenti, forse, dei compagni delleroe omerico buttatisi in
mare per seguire il canto delle sirene) che inseguono instancabilmente
il pesce e placano la fame come in un pauroso viaggio di conoscenza - che ricorda da vicino quello dei futuri pellisquadre di Cariddi,
ma forgia addirittura il famoso endecasillabo con cui si chiuder, venticinque anni dopo, Horcynus Orca: circoscritta ma disperata, vasta
avventura quotidiana di questi pescatori che remano chini e assorti, in
un gesto severo e immutabile, in un tentativo continuamente ripetuto
di condurre limbarcazione dentro, pi dentro dove il mare mare
(DArrigo 1950: 7-8, corsivo mio). E una delle poesie di Codice siciliano, Sui prati, ora in cenere, di Omero (in op. cit., pp. 28-31), oltre
a presentare il tema del reduce dalla guerra che torna sconfitto ripensando alla madre (esattamente come sar per Ndrja Cambra), contiene in chiusura una variante dellendecasillabo di cui si detto, ancora
una volta in un contesto marinaresco: desidero tornare spalla a spalla
/ coi miei amici marinai che vanno / sempre pi dentro nei versi, nel
mare (corsivo mio). Giuseppe Pontiggia ha raccontato che lo stesso
DArrigo gli disse di aver tratto in parte lendecasillabo da una lirica
di Alfonso Gatto, Allalba (in Gatto 1973), dove si legge: Dentro
pi dentro dov largo il mare. Cfr. lintervista a Pontiggia in Gatta (a

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ci mesi tra il 1956 e il 1957. Questopera, ancora inedita,


il primo abbozzo di quel romanzo che poi, dopo infinite
riscritture e ampliamenti protrattisi per quasi ventanni,
diventer Horcynus Orca.
Nel corso del 1958 DArrigo sottopone a una
prima revisione il testo de La testa del delfino e ne manda
un paio di brani al Premio Cino del Duca, che si aggiudica (la premiazione avverr il 23 aprile 1959). Questo avvenimento cambia la sua vita, perch tra i giurati c Elio
Vittorini, il quale si dimostra entusiasta del work in
progress2 e chiede a DArrigo di pubblicare i due brani
dellopera sul Menab, che egli dirigeva insieme a Italo
Calvino, mentre Mondadori gli propone un contratto per
la pubblicazione integrale. DArrigo accetta entrambe le
offerte e si rimette a revisionare ulteriormente il testo,
due capitoli del quale (un centinaio di pagine) appaiono
lanno dopo sul terzo numero del Menab col titolo I
giorni della fera, non senza disappunto dellautore, il
quale non accett che il suo testo, scritto in uno strano

cura di) 2002: 17, nonch le osservazioni al riguardo in Gioviale 2004:


61-62.
2
Qualche mese prima, contattato tramite Renato Guttuso, amico di
DArrigo, Vittorini ne aveva letto alcune parti che gli erano molto piaciute, e questo fatto costitu un grosso stimolo a proseguire il lavoro
per il commosso lettore di Conversazione in Sicilia, come DArrigo
ebbe a scrivere l11 febbraio 1959 in una lettera allamico e alter ego
Cesare Zipelli (cit. in Cedola 2000: XLI)

19

miscuglio di italiano e dialetto siciliano, fosse accompagnato da un Glossario a cura della redazione.3
Nel frattempo DArrigo, che dopo luscita
dellestratto sul Menab si vede arrivare offerte da Einaudi, Garzanti e Feltrinelli (cosa allora inaudita per un
autore pressoch sconosciuto e alla sua prima prova narrativa), rivede ulteriormente il romanzo da consegnare
per contratto a Mondadori in tempi brevi. Il titolo provvisorio, come si apprende dal carteggio, ora I fatti della
fera, e il dattiloscritto definitivo (1305 cartelle) viene
finalmente mandato alleditore nel settembre 1961. Sembra fatta, perch subito dopo la casa editrice manda a
DArrigo le bozze, che per contratto devono essere corrette in un mese circa, e DArrigo cos sicuro di farcela
che rifiuta laiuto di alcuni collaboratori di Mondadori,
3

In occasione di questa pubblicazione emerge gi in tutta la sua evidenza il difficile carattere di DArrigo, il quale, convinto della natura
autoreferenziale e autosufficiente della lingua del suo romanzo e
quindi resto ad essere considerato uno scrittore che usa in maniera
occasionale ed estrinseca il dialetto, si rifiuta di compilare un glossario dei termini dialettali accompagnati dalla traduzione in italiano,
cos come richiestogli dalla redazione. A luglio manda persino un telegramma a Calvino per chiedergli di avvertire i lettori, nel caso avessero deciso di pubblicare comunque il glossario (che intanto qualcuno
- forse addirittura Guttuso, come ipotizza lo stesso DArrigo in una
lettera a Zipelli - aveva approntato e che la redazione si era premurata
di sottoporre alla sua visione e approvazione), che egli si era opposto
alla sua realizzazione rifiutandosi anche di compilarlo in prima persona. Cfr. Cedola 2000: XLIII-XLIV.

20

come Niccol Gallo e Walter Pedull, i quali avevano


trascorso qualche pomeriggio con lui per effettuare una
lettura comune, e promette che in massimo quindici giorni avrebbe restituito le bozze corrette. Com noto, ci mise quasi quindici anni, e il libro usc finalmente nel 1975
con una mole poco meno che doppia e con un altro titolo
ancora, questa volta quello definitivo: Horcynus Orca.
Questo lavoro di tormentosa revisione ha ormai
assunto i colori della leggenda. Da chi ebbe modo di frequentarlo in quegli anni egli ricordato come un uomo
totalmente posseduto dal demone dellarte e dedito notte
e giorno, anche a costo della salute, a uno sforzo creativo
rivolto soprattutto allinvenzione di una nuova lingua
che affondasse le sue radici ultime nel magma delle numerose lingue (dialettali e non) di cui lo Stretto di Messina stato punto dincontro e di filtraggio. Non bastando
pi i margini dei fogli a contenere le aggiunte e le riscritture, DArrigo incolla ai lati dei fogli delle strisce scritte
con una biro a quattro colori (nero, blu, verde e rosso) e
appende questi aquiloni colorati a un filo che attraversa
la stanza.
Nelle recensioni che precedono e seguono
luscita del romanzo ci si sofferma persino su particolari
bizzarri, che comunque danno il senso del caso e della
sua costruzione mediatica: DArrigo si reso quasi inaccessibile per potersi dedicare alla grande opera di cui egli
stesso per primo percepisce il valore, lavora fino a quattordici ore al giorno, mangia pochissimo e si nutre soprat-

21

tutto di bab al rum e granita al caff. Ma per avere


unidea meno aneddotica del reale clima di attesa creatosi, nella cultura letteraria italiana di quegli anni, intorno
al romanzo fantasma (clima favorito anche dal grande
battage pubblicitario sul capolavoro in gestazione e dai
continui annunci di una imminente pubblicazione), basti
considerare che Calvino, scrivendo il 15 giugno 1972 ad
Anna Scriboni in occasione di una progettata e mai realizzata antologia in spagnolo del Menab per il pubblico dellAmerica Latina, segnalava alla studiosa
lopportunit di tener conto del mitico Stefano DArrigo
che da anni sta per finire un romanzo di cui si parla come
del Joyce italiano e di cui si conoscono solo le pagine
pubblicate sul Menab 3 e da allora il caso che tiene la letteratura italiana col fiato sospeso4.
Una riprova delleterna insoddisfazione di
DArrigo data dal fatto che allultimo momento (cio
due mesi prima del via libera del 24 ottobre 1974),
quando le bozze di Horcynus Orca sono quasi completamente corrette, egli decide di sostituire in tutto il romanzo prendere con pigliare e preso con pigliato.
Ma cosa fece DArrigo alle bozze in tutto questo
tempo, nel corso del quale viaggiavano a pezzi avanti e
indietro tra casa sua e la Mondadori e venivano modificate di continuo? Da quando, nel 2000, la Rizzoli ha pubblicato il dattiloscritto del 1961 col titolo I fatti della fera
4

In Calvino 2000: 1168.

22

(nellambito del piano di una riedizione delle opere di


DArrigo a cura di Walter Pedull), possibile farsi
unidea precisa del-limmane lavoro di revisione stilistica
e linguistica, integrazione e ampliamento svolto da
DArrigo, che tra laltro gli cost la salute fisica e in
qualche modo anche quella mentale (la mia mente
forse non sar mai pi una mente ma io vorrei solo
che ce la facesse giusto giusto per mettere ordine alle
ultime pagine del mio libro e chiuderlo, chiudere, scriveva gi alla fine del 1966 allamico Zipelli5).
Rispetto al dattiloscritto originario, Horcynus
Orca, come detto, si presenta molto accresciuto (dei due
terzi circa). Questo ampliamento, per, non dovuto tanto allaggiunta di nuovi episodi alla trama principale
(anzi, ce ne sono due in meno, e non di poco conto6), per5

Cfr. Cedola 2000: XLV.


Cfr. I fatti della fera, pp. 49-50 e 573-575 rispettivamente con le pp.
74 e 774 di Horcynus Orca. Sbaglia, dunque, Siriana Sgavicchia allorch scrive che Nel passaggio da FF a HO viene eliminato un solo
episodio: lincontro di Ndrja con lo juvenello duna quindicina
danni (Sgavicchia 2000: XLVII, nota 3). Nel primo episodio, durante il suo viaggio lungo la costa calabrese, allaltezza del Golfo di
SantEufemia, Ndrja incontra uno juvenello duna quindicina
danni, il quale, dovendo portare una misteriosa parola a qualcuno
di Filadelfia entro mez-zogiorno, sembrava inseguito dal sole e pregava questultimo di non sorgere e comunque di non correre troppo in
fretta. Nel secondo, in occasione della mareggiata provocata dallOrca
morente, a causa della quale si riversarono a riva rifiuti di ogni tipo,
dei ragazzini chiamano Ndrja perch nella carogna di una fera arenata
6

23

ch la fabula e lintreccio sono in massima parte identici


nelle due versioni. Che cos cambiato allora? I primi
nove decimi circa dei Fatti (602 pagg. su 660) risultano
diluiti e ampliati di oltre 200 pagine in Horcynus (per
lesattezza 226), e ci dovuto a una riscrittura di gran
parte del testo in una lingua e in uno stile pi uniformi
(nei Fatti le differenze tra italiano e dialetto stretto sono
pi marcate e segnalate da accorgimenti grafici, come il
corsivo e i doppi apici, mentre in Horcynus il narrato
uniforme anche graficamente e infinitamente pi denso, e
molto dialetto risulta italianizzato), nonch a un accrescimento di quasi tutti gli episodi principali e di quasi tutte le digressioni narrative. Nelledizione di Horcynus del
2003, alla pagina 602 dei Fatti corrisponde la pagina 828
(limpaginazione identica e comprende 44 righe per pagina), ma a questo punto c il grande innesto di 165 pagine, il famoso ed estremamente complesso monologo
delirante del protagonista sullo sperone davanti allOrca
priva di pinna dorsale credono di riconoscere Manuncularais, la cui
storia del duello con Caitanello era ormai proverbiale in paese; dopo
una certa indecisione amletica (egli non sa se meglio lasciare al padre il ricordo intatto di Manuncularais vivo e umiliato o dargli la soddisfazione di vederlo morto), Ndrja fa vedere la carogna a Caitanello,
il quale, seppure con qualche dubbio, la riconosce come quella di Manuncularais e riceve i complimenti di tutti gli altri pescatori (evidentemente, nel passaggio dai Fatti a Horcynus, DArrigo scelse
lalternativa scartata da Ndrja, eliminando radicalmente tutto
lepisodio).

24

morente (cui DArrigo lavor soprattutto tra il 1968 e il


1972), dove il tempo interiore sembra uneternit rispetto ai pochi minuti del tempo esteriore trascorso nel racconto. Le restanti 89 pagine di Horcynus risultano, infine,
molto simili alle corrispondenti 58 pagine de I fatti, cui si
riagganciano (con qualche aggiunta che allude a quanto
accaduto nel monologo) nello stesso punto in cui il dattiloscritto era stato lasciato e quasi con le medesime parole: la ripresa, in tal modo, torna indietro di qualche minuto rispetto al tempo trascorso durante il monologo e riracconta dal-lesterno in circa sette pagine lo stesso lasso
di tempo che in precedenza il lettore ha vissuto
dallinterno della mente vorticante del protagonista (nei
Fatti, quindi, questa sorta di piega nel tempo della narrazione non c, perch la successione temporale perfettamente lineare).
La pubblicazione del romanzo nel 1975, tuttavia,
non ha interrotto il labor limae di DArrigo, il quale
tornato sul testo fino alla morte (avvenuta il 2 maggio
19927) apportandovi ulteriori modifiche, seppur lievi,
7

Nel 1985 DArrigo pubblic, sempre con Mondadori, il suo secondo


(e ultimo) romanzo, Cima delle nobildonne, unopera profondamente
diversa dalla prima, non solo per la lingua, molto pi accessibile (anche se alta e specialistica), ma soprattutto per le dimensioni (sono
solo 200 pagine circa). Prendendo spunto da una connessione del
faraone donna Hatshepsut (il cui nome significa appunto la pi nobile
tra le donne) con la placenta, sostenuta dal professor Planika,
DArrigo immagina che un gruppo di medici scopre che la premadre

25

tant vero che la riedizione del 2003 reca nellaletta di


copertina la dicitura nuova edizione con le ultime inedite correzioni dautore.
Da quanto detto fin qui, risulter chiara
limportanza di avere finalmente a disposizione lUrtesto di Horcynus, perch, come gi si visto negli ultimi
anni8 e come si vedr meglio negli anni a venire, la lettura comparata dei due testi permette a filologi ed esegeti di
entrare nel laboratorio creativo di DArrigo e di fare piena luce finalmente sulle complesse strategie linguisticoespressive, narrative e filosofiche che in quasi tre lustri di
incessante lavoro hanno portato lautore a concepire
unopera profondamente diversa dalla precedente, sotto la
superficie della trama comune, e di valore letterario tale
da porsi tra i capolavori assoluti della narrativa moderna.

delluomo, cio la Placenta-Hatshepsut, contiene elementi assassini, i


Seminomi Killers, cellule anarchiche placentari in feto, a riprova
che la morte intrinsecamente legata alla vita sin nelle sue radici ultime (e prime). In tal senso, Cima delle nobildonne tematicamente
speculare rispetto a Horcynus Orca, perch, mentre il grande romanzo
trovava i germi della vita nella morte trionfante (si pensi alla cicirella nella ferita dellOrca), ora il germe della morte ad essere trovato
nella placenta della vita. [Unampia analisi del romanzo costituisce
la seconda parte del presente volume].
8
Il primo studio comparato quello di Baldelli 1975, dove per il
termine di paragone costituito dai due capitoli usciti sul Menab
col titolo I giorni della fera; ma cfr. anche Sgavicchia 2000: XLVIILX, nonch il pi recente La Forgia 2002.

26

Al momento delluscita del romanzo, per, la critica non unanime nel giudizio sul valore dellopera.
Leccessiva attesa, lenorme mole, la lingua difficile per
i non siciliani o comunque per i non specialisti di linguistica (o meglio di dialettologia connessa allantropologia, come precisa Salvatore Trovato parlando del
lettore ideale del romanzo9), sono forse allorigine, insieme o separatamente, di alcune stroncature che oggi
appaiono ingenerose e assolutamente superate. Ad esempio, Enzo Siciliano intitola la sua recensione QuestOrca
la cucino in fritto misto10; Pietro Citati parla di un bellissimo libro rovinato dallincon-tinenza dellautore11;
Paolo Milano, infine, sostiene che il capolavoro non
c12. I consensi, per, sono pi numerosi: Lorenzo
Mondo scrive che con DArrigo la letteratura assume il
valore di unesperienza assoluta, totalizzante13; Geno
Pampaloni parla di un capolavoro grandioso, sofferto,
solenne, disperato14; Giuliano Gramigna esalta in Horcynus Orca il lungo viaggio fra mito e romanzo15. Discorso a parte merita Walter Pedull, il quale sin da prima
9

Cfr. Trovato 2002: 67.

10

Siciliano 1975.
Citati 1975.
12
Milano 1975.
13
Mondo 1975.
14
Pampaloni 1975.
15
Gramigna 1975.
11

27

della rivelazione ufficiale dello scrittore sul Menab


il pi strenuo difensore della grandezza di DArrigo
narratore16. In una serie di articoli usciti tra il febbraio e
laprile 1975 sullAvanti! (e poi in tutti i saggi successivi, fino a quelli introduttivi a I fatti della fera e alla riedizione 2003 di Horcynus Orca), Pedull combatte appassionatamente le stroncature affrettate difendendo la
leggenda e limpresa memorabile di DArrigo.

16

Cfr. gi Pedull 1960.

28

CAPITOLO 2
LA FABULA E LINTRECCIO

Ma di cosa parla Horcynus Orca? Raccontare la


nuda fabula implicita di questo romanzo totale su cui
hanno messo le mani non tanto, come si diceva una volta,
e cielo e terra, ma terra e mare, ovvero solo il mare e
labisso di mistero che esso cela in s in quanto origine e
fine di tutto ci che vitale, e quindi luogo in cui si celebra leterno ciclo della vita e della morte, come gi sapeva bene il primo filosofo non difficile, perch si tratta
di riassumere alcuni fatti avvenuti princi-palmente
nellarco di otto giorni, dal primo all8 ottobre 1943. Naturalmente nel romanzo si trovano diverse puntate narrative al tempo precedente, da quello pi recente, come
nellampio racconto delluccisione del soldato tedesco da
parte degli scugnizzi di Napoli, avvenuta il 29 settembre
(cfr. pp. 535-547), a quello pi lontano, come nel rapido
racconto della sparizione, nellagosto del 1860, del
quattordicenne Simone Gaspiroso che poi sarebbe riapparso da vecchio con una stranissima teoria ittiologica

29

sulla dipartita dellanima dopo la morte dietro le truppe


garibaldine di passaggio per lo sbarco in Calabria (cfr.
pp. 355-357). Quello che segue, pertanto, un sommario
il pi possibile dettagliato delle vicende principali, disposte nel loro naturale ordine cronologico.
Sbandato dopo l8 settembre, il ventiduenne marinaio della fu regia Marina Ndrja Cambra, novello
Ulisse, parte da Napoli il primo di ottobre per fare ritorno
al suo paese natale, Cariddi, un villaggio di pescatori situato sullestrema punta settentrionale della Sicilia. Durante i quattro giorni del viaggio, Ndrja accompagnato
contro la sua volont da quattro altri soldati sbandati, il
catanese Boccadopa, che ha una gamba sola, Portempedocle, Montalbanodelicona e Petraliasottana, i quali lo
considerano il loro Mos per lattraversamento dello
Stretto. Lungo il percorso, Ndrja cerca spesso di isolarsi
dai suoi petulanti accompagnatori e ha degli incontri (sulle cui esatte coordinate temporali il testo tace) con figure
particolari che simbolicamente gli rivelano in un climax
ascendente lo stato di degradazione e di ribaltamento dei
valori del suo mondo natale. Prima incontra le femminote del giardino darance, le quali, cosa inaudita, invertono la loro consueta rotta verso sud e la Sicilia (dove prelevano il sale di contrabbando) e vanno verso Napoli in
cerca di un uomo che, accoppiandosi con una di loro,
linebetita Cata, la liberi dallo stato di incantesimo in cui
caduta per non aver potuto consumare il matrimonio a

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causa della chiamata in guerra del marito; e


allimprovviso, con un lamento funebre e sboccato, esse
gettano il tribolo sui ferrib (ferry-boat), che prima
di essere distrutti dalla guerra erano non solo i loro mezzi
di trasporto ma anche i loro amanti, dal momento che,
ogni tanto possedute sessualmente alle spalle da anonimi
macchinisti nelle sale-macchine, preferivano pensare che
fosse la stessa nave personificata ad amarle furtivamente.
Poi incontra le due femminelle di Amantea, madre e
figlia di un certo Sas Liconti, il quale impazzito e, ridotto a uno straccio e turlupinato dagli inglesi, se ne sta a
Cannitello davanti allo Stretto sognando un trasbordo e
mostrando una misteriosa fotografia ai passanti, per cui le
due donne vanno e vengono per portargli il ricambio dei
vestiti. C poi un ex-pescatore che, avendo dovuto consegnare la barca ai tedeschi che la usarono per disperdere
in mare i corpi di alcuni soldati italiani da loro uccisi e
avendo sognato un mare trasformatosi in neve e blocchi
di ghiaccio, si ridotto a caricare su un cavallo e a smerciare carne di carogna di delfino spacciato per tonno e
acqua di mare spacciata per acqua purgativa. Infine
Ndrja si imbatte nel vecchio spiaggiatore che, vestito
con pezzi di divise di tutte le guerre (affinch chiunque lo
trovi morto lo riconosca e onori come un soldato di qualsiasi nazionalit), lo istruisce sulla natura ferina e divina
delle femminote e sul modo di ottenere i loro favori e il
trasbordo, esponendogli anche una gnoseologia basata sul

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vistocogliocchi anzich sul sentitodire, finch si scava un letto-bara sulla sabbia in attesa della morte.
Dopo i quattro giorni di marcia lungo la costa calabrese, Ndrja arriva la sera del 4 al paese delle Femmine (Bagnara). Qui dovr trovare una barca per il trasbordo clandestino sulla costa siciliana, dato che non pu
scendere oltre verso Scilla e Villa perch lo Stretto e il
traghettamento sono controllati dagli inglesi. Il paese delle Femmine infestato da un tanfo pestilenziale derivante
dal particolare trattamento da parte delle femminote della
digustosa carne di fera (delfino), lunico animale, eterno nemico dei pescatori per la strage di pescespada e di
reti che compie per puro divertimento, che si riesca a trovare a riva, morto o per le mine o per indigestione. Mentre i compagni entrano nelle case delle femminote per
mangiare e bere (ci che provocher loro una diarrea terrificante e una sbornia soporifera), Ndrja va sulla spiaggia e la vista del cimitero dossa di fere gli suscita sogni,
ricordi e visioni dal forte significato simbolico e prefigurante (come il sogno delle fere trentenarie che vanno dignitosamente, cio da delfini, a morire carbonizzate
nelle cavit ardenti di Vulcano, cui segue il sogno di lui
che porta la buona novella ai diffidenti pescatori di Cariddi, i quali vi leggono invece la sua degenerazione culturale e quasi la sua depravazione omosessuale dovute
alla guerra e alla vita militare). A questo punto, una delle
femminote, la misteriosa Ciccina Circ, insieme una sirena (secondo una teoria di Mim Nastasi, non a caso un

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paralitico, le femminote e le fere sono discendenti delle


sirene omeriche: cfr. pp. 122 e 558-568), una sibilla (parla spesso per enigmi e gli fa unambigua profezia: cfr. p.
328), una Calipso (cerca di convincerlo a non tornare dalla sua Penelope, che come tutte le femminelle di casa
sta col culo eternamente seduto e tiene in mano un capo
del filo legato alla caviglia del marito in viaggio: cfr. p.
341) e una maga incantatrice come Circe (ha le fere incantesimate al suo servizio e trasforma gli uomini in
porcelloni nel modo in cui pu farlo una prostituta: cfr.
pp. 284 ss. e 1048), lo trova e lo porta sulla sua barca a
Cariddi in un viaggio notturno tra fere e carcasse di soldati che una specie di discesa agli inferi. Tra le altre cose, durante il trasbordo Ndrja apprende che Ciccina Circ usa il corteo incantato di fere soprattutto al fine di
spazzare i corpi galleggianti dei soldati morti, la cui vista
dalla barca lei aborrisce, perch le ricordano il suo Baffettuzzi morto in guerra.
Arrivato a casa, dopo essersi accoppiato sulla
spiaggia con lardente femminota per disobbligo (per
dove, come e quando volle lei, p. 329), Ndrja ha un
lunghissimo colloquio notturno col padre Caitanello, il
quale, come il Laerte omerico, riconosce il suo Ulisse solo dopo avergli visto sul polso sinistro la cicatrice della
ferita procuratagli anni prima da una traffinera, la particolare fiocina usata per lanzare il pescespada. Caitanello, per, in preda a un delirio che lo spinge a evocare
lo spirito della moglie Amalia, detta lAcitana (perch di

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Acireale), morta da circa 15 anni, mentre, come le femminote, tratta con aceto la ventresca di una fera spargendo un fetore intollerabile nella cameraperdormire.
Nelle interminabili due parolette con cui lo tiene sveglio, dispiegate in nove quadri da cantastorie, il padre
racconta al figlio gli ultimi avvenimenti che, dal mese di
agosto, sono accaduti a Cariddi e che lo hanno spinto a
rinchiudersi in casa da giorni per risentimento nei confronti della comunit: 1) il sole infernale del 17 agosto; 2)
il nefasto accoppiamento del sole con la guerra, che ha le
fattezze di una vecchia e laida prostituta; 3) larrivo di
unorda di cetacei che assedia lo Stretto e 4) fa una Roncisvalle di pescispada; 5) unintera famiglia, padre, madre
e tre figli, saltata in aria nel sonno per una bomba daereo
straviata; 6) il suicidio in mare di un gruppo di anziani
pescatori guidati dal No dei cariddoti, il vecchio Ferdinando Curr, che, in occasione del terribile cataclisma
che sconvolse Messina il 28 dicembre 1908, aveva salvato donne e bambini caricandoseli sulle spalle e portandoli
sulle alture; 7) la Ferame, ovvero la fame con la faccia
di fera; 8) il suo ritrovamento di sei cadaveri di fascisti
mitragliati dagli aerei inglesi mentre banchettavano con
una testa di fera al centro della tavola; 9) la sua bravata
notturna in cui va a sfidare da solo su una barca un grosso
cetaceo, Manuncularais, cui riesce persino a tagliare, con
un pugnale volatogli dalla mano, la punta della pinna
dorsale prima di essere ributtato a riva nellindif-ferenza,
per lui offensiva, dei suoi compaesani per limpresa.

34

Nel corso del giorno seguente (domenica 5 ottobre), Ndrja apprende la grossa novit: da quattro giorni
(cio dal giorno della sua partenza da Napoli),
unimmensa Orca, puzzolente di carne morta per via di
una piaga enorme sul fianco sinistro, si stabilita nelle
acque dello Stretto e nella sua agonia carica di presagi di
morte arrivata persino a sfamare i cariddoti con i banchi
di cicirella (anguille nate da poco) sollevati in superficie nel corso dei suoi inabissamenti notturni. Nel pomeriggio Ndrja va a trovare la sua Penelope, la giovane zita Marosa, la quale lo ha atteso promettendo a Dio di ricamare tutti i pesci del mare in cambio del suo ritorno e
tenendosi pronta a disfare ogni volta i ricami (quando Dio
si fosse distratto), nel caso avesse esaurito il catalogo dei
pesci conosciuti. La sera di quello stesso giorno, il futuro
suocero Luigi Orioles, la guida spirituale della comunit
di pescatori, lo invita a recarsi lindomani a Messina per
verificare la situazione e soprattutto per informarsi se
possibile, ora che i nazifascisti sono stati cacciati
dallIsola, ordinare una palamitara, la barca vitale per
la loro economia basata sulla pesca.
Lindomani (luned 6), Ndrja scende verso Messina con il fratello di latte Masino, e lungo la strada,
dopo aver incontrato solo desolazione e distruzione in un
paesaggio popolato da donne che espongono i ritratti dei
loro uomini partiti in guerra e non ancora tornati, incontra
il Maltese, lo sbrigafaccende del Town-Major di Messina, un personaggio ambiguo (soprattutto sessualmente)

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che in compagnia di un losco scagnozzo va in giro in carrozza per reclutare, dietro compenso di 500 lire, tredici
giovani messinesi da impiegare in una regata contro gli
angloamericani prevista per il sabato successivo nel porto
di Messina. In un primo momento Ndrja, nonostante il
Maltese, evidentemente attratto dalla sua prestanza fisica,
gli offra addirittura mille lire, non fa molto caso
allofferta, anche se in cuor suo si chiede se quei soldi
basterebbero come anticipo per una palamitara. Nel frattempo, a Cariddi, attratti dalla prospettiva di smerciare la
carne dellOrca spacciandola per tonno, due rigattieri si
presentano con unex Camicia Nera, Dumdum (noto in
Abissinia per la sua cinica destrezza nel maneggiare le
bombe), assoldato per finire lOrca con le sue bomboatte. Il feroce individuo, dopo vari tentativi andati a vuoto,
riesce a colpirla riaprendole lo squarcio sul fianco sinistro, mentre le fere, intuita la vulnerabilit e la cecit
dellOrca, architettano un piano dattacco per mozzarle la
coda.
Venne marte e marte veramente fu per
lorcaferone (p. 758). Il 7 ottobre il gior-no pi lungo,
sia sul piano della narrazione sia su quello degli avvenimenti. Allalba, le fere attaccano in massa lOrca e la
scodano in uno scontro epico, nonostante il suo carattere
maganzese e roncisvalloso. A questo punto, essendo
certa la sua morte, i pescatori discutono lungamente sul
da farsi, e alla fine prevale lidea, degradante per la loro
etica ma vitale per la loro economia, perch ridotti in mi-

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seria dalla guerra, di smembrarla e utilizzarla tutta sia


come cibo da svendere sia come fonte di materia prima
per costruire oggetti vari con le sue ossa, cos come fanno
gli abitanti del Mare di Bering, di cui il signor Cama mostra due foto in cui li si vede allopera mentre squartano e
lavorano le parti delle orche. A Ndrja, che pure non disdegna la proposta ( lui stesso ad avanzarla per primo
senza troppa convinzione, solo perch spera di vedere i
pescatori impegnati in un dignitoso daffare di mente e
di mano dopo la lunga inattivit forzata), il modo in cui i
suoi compaesani si entusiasmano allidea del guadagno
facile sembra un segno tragico del declino e della fine
della loro forma di vita secolare fatta di lavoro duro ma
onesto. A sbloccare la situazione, mentre i cariddoti si
trovano sullo sperone per assistere dallalto allagonia
dellOrca, arriva lo zatterone inglese con a bordo il Maltese e il suo scagnozzo, il quale sbarca per cercare di
convincere Ndrja ad accettare la proposta del suo capo.
Nonostante le insolenze dello scagnozzo, il quale allude
alle tendenze sessuali del Maltese e quindi alla ragione
vera del suo interessamento al giovane cariddoto, Ndrja
vede nel Maltese una possibile fonte di aiuto per i pescatori sia per le mille lire della regata da impegnare nellacquisto della barca sia perch gli pu chiedere di farsi
da tramite con gli inglesi affinch questi rimorchino
lOrca arenandola sulla loro riva. La sua decisione, per,
matura attraverso un delirante e interminabile monologo
in cui la sua mente annega in un vortice di pensieri guida-

37

ti dalle associazioni fonomorfologiche e semantiche prodotte dalle parole biascicate da Luigi Orioles, che ai suoi
occhi visionari si erge a simbolo della decadenza e della
mutazione antropologica di tutta la comunit (la quale nel
frattempo mormora alludendo volgarmente ai favori sessuali che lui chiamato a concedere al Maltese per salvare la patria, p. 946). Riecheggiando nella sua mente
ipereccitata e amareggiata la frase Si fece lontana la barca, Ndrja e le parole sempre pi atomizzate e ricomposte barca, bara e arca (addirittura oreocchiate, in
una complessa triangolazione psicologico-percettiva di
echi, sulla bocca di un secondo anziano pescatore seduto
sotto la Lanterna Vecchia del Faro), Ndrja scende negli
abissi della sua psiche e della sua memoria, da cui ripesca
quasi tutte le figure simboliche incontrate nei giorni precedenti, nonch molti ricordi dinfanzia, e ha visioni che
sono allegorie della fine del suo mondo. Alla fine si rende
conto che quelle parole che si implicano a vicenda sono
intercambiabili e rimandano sempre e comunque alla
morte (La barca della vita si scopre sempre pi arca,
sempre pi bara che va incontro alla morte, p. 985), visto che lunica arca di salvezza a loro disposizione
lOrca (ora detta orcarca, ibidem), ovvero la Morte
stessa, per giunta morta e incarognita.
Intanto il Maltese sbarca e va di persona a chiedere a Ndrja di partecipare alla regata, e questi accetta
chiedendogli per, e ottenendo, di far arenare lOrca con
lo zatterone. Quando la carogna dellOrca, che nel frat-

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tempo morta, portata a riva, la comunit sembra rinascere a nuova vita nellentusiasmo di intraprendere
lopera di smembramento dellanimale in una sorta di
banchetto macabro, e Ndrja, prima di imbarcarsi con
Masino (il suo ingaggio un altro favore che egli chiede
al Maltese) sullo zatterone che lo porter a Messina, va a
salutare Marosa, la quale nel frattempo, distrutta dal dolore per la nuova partenza dellamato, ha cominciato a
ricamare in nero il suo cuore, sicch lui, come scherzoso
pegno damore che per si trasforma in gesto sacrificale e
presago della sventura, le offre in dono il suo petto da infilzare con lago nella posa dellEcce Homo.
Durante la sosta al Faro, da cui dovr ripartire per
Messina a bordo di un camion con gli altri dieci sbarbatelli reclutati per la regata, Ndrja incontra di nuovo
Boccadopa e Portempedocle, i quali ottengono un passaggio do-po unequivoca contrattazione con lo scagnozzo. Nello stesso momento sente provenire dalla casermetta degli inglesi sulla piazzetta del porticciolo il frastuono
di un baccanaletto, e presto scopre che il coro di soldati
festaioli che cantano Rosamunda accompagnato dal
suono della campanella di Ciccina Circ, di cui lui serba
un ricordo struggente perch glielaveva vista usare durante il trasbordo notturno per alloppiare le fere. Per
Ndrja, che nella sua mente visionaria ha idealizzato, innamorandosene, la figura della femminota facendone una
sorta di maga incantatrice e passionale, un colpo duris-

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simo dover rendersi conto che Ciccina Circ si guadagna


da vivere facendo la prostituta dei soldati inglesi.
Arrivati a Messina, i ragazzi sono alloggiati nei
locali puzzolenti e semidistrutti dalle bombe della Casa
Littoria, e, durante la notte, dopo aver assistito alla morte
di un contrabbandiere di sigarette entrato nella Casa ferito al collo da una sentinella inglese, gli sbarbatelli fuggono terrorizzati lasciando Ndrja e Masino da soli.
Allalba di mercoled 8, Ndrja e Masino si ritrovano a vagabondare per le strade di una Messina dilaniata
dalla guerra, e decidono di recarsi con un passaggio a Galati Mamertino per informarsi dal maestro dascia Armando Raciti sul prezzo di una palamitara. Qui i due trovano uno spettacolo penoso: Armando Raciti, il pi esperto maestro dascia per le palamitare, inebetito da
una paralisi e la moglie, per tenerlo in vita, costruisce le
barche con legni qualsiasi dandogli lillusione di essere
lui a guidarla nellopera.
Tornati a Messina, Ndrja e Masino ritrovano gli
sbarbatelli (che avevano ricevuto ospitalit nella sede
del Movimento Indipendentista Siciliano) e il Maltese, il
quale, pur avendo rinunciato a procurare al Town-Major
la squadra messinese per la regata, convinto da Ndrja a
ricredersi e a tentare limpresa. Recatosi col Maltese al
mare secco di San Ranieri, uno spicchio dacqua bassa
davanti al porto di Messina delimitato sul lato del mare
dalle navi da guerra alleate, non appena Masino ritorna
con gli sbarbatelli, che nel frattempo andato a recupe-

40

rare sottraendoli allin-dottrinamento dei separatisti,


Ndrja, preso dallentusiasmo e dalla speranza di poter
riscattare la comunit dei pescatori, comincia subito gli
allenamenti sulla lancia a loro destinata. Ma ormai sera,
e poich la lancia, sulla quale la squadra guidata da
Ndrja voga in preda a una felicit inebriante e liberatoria, si avvicina troppo alla prua di una portaerei, la sentinella fa partire un colpo e la pallottola colpisce Ndrja in
mezzo agli occhi mentre alza lo sguardo come se volesse
intercettarla volontariamente. Distrutti dal dolore, gli
sbarbatelli, guidati ora da Masino, proseguono tristemente la loro corsa verso il mare aperto per riportare il
corpo di Ndrja a casa, su quella barca rubata che per
lui diventata bara e che forse sar la vera arca di salvezza per i cariddoti ridotti a banchettare con lOrca.
Questa, ridotta allessenziale (sono moltissime le
microstorie inserite nelle digressioni), la fabula implicita
del romanzo, che per la narrazione esplicita
nellintreccio annodando la successione temporale nei
modi tipici dellepos. Il romanzo, infatti, inizia in medias
res con larrivo del protagonista, la sera del 4 ottobre, nel
paese delle Femmine, e recupera via via il tempo precedente con una complessa trama di analessi, affidate ora al
ricordo e al racconto del protagonista e di altri personaggi
ora ai flashback del narratore stesso.
Pur essendo di una vastit e di una difficolt di
lettura a volte scoraggianti (soprattutto per via della par-

41

ticolare lingua in cui scritto, come vedremo), il romanzo non presenta alcuna suddivisione in capitoli titolati dallesterno che possano consentire pause di riposo al
lettore o fornire appigli di ritmo per la lettura: il testo si
snoda ondeggiando e rifluendo in un unicum narrativo di
rara densit, simulando laspetto del mare dello Stretto in
rema, con i suoi bastardelli, i suoi spurghi e i suoi
rifiuti (cio le correnti secondarie che si dipartono dai
flussi e dai riflussi della corrente principale del mare in
rema nellalternarsi delle maree). Il mare del testo, in tal
modo, procede avanzando e retrocedendo, e la corrente
della narrazione principale si spezza e rallenta producendo correnti secondarie costituite dai ritorni del narratore, dalle digressioni e dalle rievocazioni del passato da
parte dei vari personaggi, ai quali spesso, in un uso calcolatissimo e abbondante del discorso indiretto libero, il
narratore cede la parola.
Le suddivisioni dellopera sono tutte interne alla
narrazione, e quella principale, che grosso modo divide in
due il testo, costituita dai due momenti del nostos del
protagonista e della sua ripartenza verso la morte. Sul piano puramente tipografico il romanzo diviso in tre parti segnalate dal semplice cambio di pagina, che approssimativamente rispettano la partizione suddetta: la prima
parte (dallinizio a p. 343) va dallarrivo al paese delle
Femmine allarrivo a casa sulla barca di Ciccina Circ; la
seconda (pp. 343-616) tutta incentrata sul-lincontro col
padre, dal suo diffidente riconoscimento del figlio al

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suo lunghissimo racconto da cantastorie degli ultimi avvenimenti accaduti a Cariddi (come si vede, le prime due
parti coprono solo le circa dodici ore che vanno dal tramonto del 4 allalba del 5 ottobre, ma sono anche quelle
che contengono quasi tutte le analessi); la terza (pp. 6171082), dopo la rapida presentazione del-lOrca e la segnalazione della concomitanza tra il suo quarto risveglio nel
mare dello Stretto e larrivo di Ndrja, torna indietro nel
tempo alla sera del primo ottobre (giorno dellarrivo
dellOrca, ma anche della partenza di Ndrja da Napoli)
per il riesumo di tutti i fatti del ferone, e tocca uno
per uno in sequenza tutti i giorni fino all8 (se si esclude
quella, cui gi si fatto cenno, allaltezza del raccordo tra
la fine della narrazione in soggettiva del monologo sullo sperone e la ripresa della narrazione oggettiva, c in
tutta la terza parte una sola piega vera e propria
allaltezza della tarda sera di domenica, cio lanalessi sul
primo incontro tra Ndrja e Marosa, avvenuto il pomeriggio prima). Allinterno di ciascuna parte, il flusso della
narrazione scandito in paragrafi (69 nella prima, 58
nella seconda e 89 nella terza) di lunghezza molto variabile (dalle poche righe, come quello di p. 547, alle parecchie pagine), segnalati da doppi spazi bianchi che non
sempre separano nettamente i segmenti narrativi o gli episodi: in alcuni casi, infatti, un unico episodio comprende pi paragrafi (cfr. ad es. il lungo episodio
dellincontro con le femminote nel giardino, pp. 8-46),
mentre in altri si passa da un episodio allaltro allinterno

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dello stesso paragrafo (cfr. ad es. il passaggio dallo stesso


episodio alla ripresa del viaggio lungo la Calabria da parte del gruppo, p. 46).
Laddensamento sistematico della narrazione in
Horcynus Orca, che ha una finalit estetica ben precisa
(la simulazione dellacqua del mare dello Stretto, ad esempio) ed un risultato tardo della lunga fase di elaborazione, risulta ancora pi chiaro e significativo se si d
unocchiata a I fatti della fera, dove, pur non essendoci
divisione in capitoli, non solo abbondano gli a capo e i
discorsi diretti (in per-centuale), ma in una occasione
compaiono persino dei titoli. Questo accade nel lungo
racconto da Mille e una notte di Caitanello al figlio, che
nei Fatti suddiviso in nove quadri preceduti ognuno
da una breve sintesi del con-tenuto in stampatello, nello
stile dei cappelletti che precedevano i canti di certi poemi
o romanzi epico-cavallereschi17 o delle didascalie che
17

Il ciclo carolingio, dalla Chanson de Roland al-lOrlando furioso,


onnipresente nel romanzo, sia con certi termini divenuti antonomastici, come maganzese, durlindana e Roncisvalle, a sua volta declinato in roncisvallato, roncisvalloso, roncisvallare, ecc., sia
con certi nomi di personaggi elevati al rango di figure emblematiche
nella cultura popolare ed usati qui per analogia pi o meno ironica,
come Orlando morente a Roncisvalle (per Luigi Orioles e il vecchio
Cannadastendere che cedono alla morte civile: cfr. pp. 952-953),
Astolfo (per Caitanello che sfida la Morte e va direttamente nella
Luna a ripigliare lo spirito dellAcitana: cfr. pp. 343 e 360), Malagigi
(per Caitanello che come il mago di Carlomagno chiama a raccolta le
fere nel suo racconto come fossero potenze infernali: cfr. p. 448), Fer-

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accompagnavano i quadri del cartellone del cantastorie o


degli spettacoli dellOpera dei Pupi (che DArrigo cita
spessissimo e di cui era particolarmente appassionato). Si
veda ad esempio il titolo del nono e ultimo quadro:
QUADRO IN CUI SI VEDEVA CAITANELLO CAMBRA CHE
SE LA PENSAVA ALLA COATTA E FACEVA, SPRUDENTISSIMO ASTOLFINO, LA GRANDE SBLASATA DI ANDARE NEL
CAMPO DAGRAMANTE OVVEROSSIA USCIRE SOPRA QUEL
18
MARE DI FERE RONCISVALLOSE. Questi titoli, quasi
fossero elementi paratestuali nocivi al continuum del narrato, in Horcynus sono stati eliminati e cos tocca al lettore orientarsi nella scansione delle scene del complesso
cartellone dipinto da Caitanello nel suo contare (cfr.
p. 422; non a caso il termine originario qui usato da
DArrigo nei Fatti era cantare: cfr. p. 333).
Si aggiunga, infine, il fatto che uno degli aspetti
linguistico-espressivi pi salienti del passaggio dai Fatti a

ra (per Caitanello cui appare lo spirito della moglie: cfr. p. 414),


Bradamante (per Marosa che atterra Ndrja nel duello erotico: cfr. p.
714), Agramante (per Manuncularais, il grosso cetaceo sfregiato da
Caitanello: cfr. p. 488), Rodomonte (per la Grantesta di Mussolini,
un fassimile di quella di Rodomonte: cfr. p. 23; o per Ndrja che
aggredisce lo scagnozzo del Maltese: cfr. p. 892), ecc.. Per non dire
dellepisodio dellOrca uccisa e arenata da Orlando (cfr. in part. XI,
36-44, dove lOrca anche detta la fera: 36, v. 4), legato, tra laltro,
a quello dellOrco in Boiardo (cfr. Innamorato, III, 27).
18
I fatti della fera, p. 370; cfr. il luogo parallelo di Horcynus Orca, p.
480.

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Horcynus consiste in una sistematica dilatazione del respiro sintattico dei periodi, nel senso che il discorso indiretto e quello indiretto libero del narrato non solo risultano considerevolmente pi ampi nel complesso, ma gi i
singoli periodi si fanno generalmente molto pi lunghi e
si snodano in una trama articolatissima di frasi incidentali
e di subordinate incassate luna dentro laltra, al punto
che in alcuni casi si arriva a una tale lunghezza che il lettore ha la sensazione di smarrirsi ed costretto pi volte a
tornare indietro per ritrovare il filo del senso principale
del discorso. Tanto per fare un esempio, quando Ndrja,
verso la fine del romanzo, si trova sul camion che lo porter a Messina e sente il mbmbmb della stampella
di Boccadopa, per descrivere la ridda di ricordi inquietanti che questo rimbombo sinistro gli evoca (lultima volta
lo aveva sentito dalla spiaggia del paese delle Femmine,
poco prima che Boccadopa e Portempedocle stramazzassero a terra schiantati dal falso vino e dal mal di stomaco), DArrigo costruisce un periodo estremamente complesso che da un punto fermo allaltro si estende per ben
65 righe, e prima della capo seguito da altri due periodi, di cui il primo di 18 e il secondo di 8 righe (cfr. pp.
1037-1039). Nei Fatti, tra il momento in cui Ndrja sente
il rimbombo e il momento in cui sente la voce di Boccadopa, passano appena 4 frasi, lunghe, nellordine, 2, 3,
2 e 5 righe, e dopo le prime due c gi la capo (cfr. pp.
629-630).

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CAPITOLO 3
LIPER-LINGUA DEL ROMANZO

La novit e loriginalit di Horcynus Orca stanno, com noto, nella sua particolarissima tessitura linguistica, perch DArrigo ha letteralmente inventato una
nuova lingua, affinata e portata a capacit espressive prima impensabili nel periodo della revisione delle bozze de
I fatti della fera.
Sulla filosofia del linguaggio, ovvero sullestetica
dellespressione che informa di s ogni singolo atomo
linguistico del romanzo, lo stesso DArrigo a fornirci le
informazioni pi illuminanti in unintervista rilasciata nel
1985:
Ho costantemente cercato di fare coincidere i fatti
narrati con lespressione, la scrittura con locchio e
con lorecchio, rifiutando qualunque modulo che mi
apparisse parziale, astratto o intuitivo, cio non completo e assoluto. Non ho rinunciato a nessun materiale
linguistico
disponibile
perch
sono
partito
dallobiettiva sicurezza che i luoghi della mia narrazione luoghi topografici ma soprattutto luoghi del te-

47

sto restino un fondamentale punto dincontro e filtraggio delle lingue del mondo. Naturalmente, ogni
volta che ho adoperato neologismi o semantiche inedite mi sono preoccupato di fornire immediatamente il
corrispettivo metaforico, di scrivere, riscrivere, rifondare il periodo e mirare il vocabolo finch non giudicavo davere raggiunto lespressione completa: fino al
momento in cui guadagnavo la certezza che il risultato
ottenuto fosse quello giusto e definitivo, che la totalit
lessicale, sintattica e semantica fosse realizzata, che,
sulla pagina finita, la scrittura parlasse.19

Da questo passo, ma anche da una lettura passabilmente attenta dellopera, risultano confutate quelle descrizioni superficiali della lingua di Horcynus Orca (che
spesso capita di leggere) che la presentano come una
struttura costituita da vari livelli sovrapposti: quello del
dialetto, quello dellitaliano comune, quello dellitaliano
letterario o colto e infine quello dei neologismi. In realt
la lingua del romanzo un tuttuno denso e autosufficiente, e suddivisioni come quella precedente non descrivono
minimamente lo stato delle cose, ma possono al massimo
costituire delle semplificazioni astratte e con funzione puramente didascalica. Quello che invece si dovrebbe dire
che la lingua di Horcynus Orca si configura come una
iper-lingua che nellinsieme molto pi della somma
delle suddette parti.
19

In Lanuzza 1985: 134-135; cit. in Cedola 2000: XLIII, nota 7.

48

Per illustrare in che senso quella di Horcynus


uniper-lingua, baster fare un confronto per contrasto
con quella che si pu chiamare linter-lingua di Andrea
Camilleri, un altro autore siciliano che fa largo uso di espressioni e costrutti dialettali e che era amico e grande
estimatore di DArrigo. A tal proposito prender a modello lincipit de La presa di Macall (ma basterebbe
prendere qualsiasi altra opera a caso), solo perch si tratta
di un romanzo ambientato nella Vigata del 1935, con la
guerra di Mussolini in Abissinia sullo sfondo20:
Venne arrisbigliato, a notti funna, da un gran catunio
di vociate e di chianti che veniva dalla cmmara di
mangiari. Ma era cosa stramma ass pirch tanto le vociate quanto i chianti erano assufficati, squasiche chi
stava facendo catunio non vulisse fari sentiri il catunio
che stava facendo.21

Come si vede, Camilleri usa un impasto linguistico che non pi pienamente dialettale ma non anco20

Al 1935, e ai transiti nello Stretto delle navi fasciste dirette in Abissinia, legata unimportante analessi del romanzo, cio lepisodio
dellEccellenza fascista che prima ordina dalla sua nave ai pescatori
cariddoti di lasciare andare la fera da loro catturata e spubblicata per
vendetta, poi impone loro di chiamarla delfino e di adorarla come
un fanciullo divertente, elegante, bello, puro, vergine e martire, e infine fa il tiro al bersaglio scaricando in testa allanimale i sei colpi del
caricatore del suo moschetto: cfr. pp. 178-184.
21
Camilleri 2003: 9.

49

ra nemmeno italiano, perch litalianizzazione solo


parziale (si noti ad esempio loscillazione nella morfologia del verbo fare, usato nella forma italiana al gerundio e nella forma dialettale allinfinito). In tal modo, la
lingua di Camilleri risulta, sul piano delle potenzialit
espressive, al contempo pi potente del dialetto (che ad
esempio non conosce luso di nessi sintattici articolati
come tanto quanto), e pi debole del-litaliano, perch
in tale lingua esso limitato nella morfologia (in dialetto siciliano, ad esempio, notti una parola monomorfemica, perch invariante rispetto al numero, mentre in
italiano notte bimorfemica, perch varia nel numero),
nel lessico (non tutte le parole italiane vi possono ricorrere) e nella sintassi (non un caso che i costrutti frasali
della prosa di Camilleri siano generalmente molto brevi e
semplici). Ecco perch questa lingua inventata pu
essere chiamata inter-lingua, senza che questo ovviamente implichi un giudizio di valore, dal momento che
essa perfettamente corrispondente agli scopi espressivi
e di poetica di Camilleri, il quale insegue esplicitamente
lideale regolativo di una mimesi il pi possibile icastica
della struttura linguistico-co-gnitiva e dellorizzonte
simbolico-culturale dei personaggi del suo mondo narrativo (costituito da una serie di ideal-tipi di una certa Sicilia nelle sue varie fasi storiche dal 700 a oggi)22.
22

Per me il dialetto, meglio sarebbe dire i dialetti, sono lessenza vera dei personaggi. () Nel romanzo storico, un certo lavoro di ricerca

50

Loperazione linguistico-espressiva di DArrigo,


il quale muove da unansia di totalit e mira con Horcynus Orca a costruire un libro-mondo, totalmente diversa, ed orientata invece a un potenziamento inaudito
della lingua italiana. Ecco perch nel suo caso sarebbe
opportuno parlare di una iper-lingua, costruita a partire
da un innesto sullitaliano e sulle sue regole morfologiche (derivazione per affissi, composizione, assimilazione, incrocio) di una serie di radici attinte dal dialetto e
talune volte anche da altre lingue, come il francese (vista
la ben nota contiguit tra largot e certe forme dialettali
siciliane), e da una sistematica sussunzione di queste ultime, attraverso la decantazione nellitaliano medio, nelle
sfere pi sofisticate dellitaliano letterario di ogni tempo.
Questo spiega, ad esempio, come sia possibile trovare in
Horcynus termini dialettali italianizzati (come almo,
desio, periglio, saffrontava, improsatura, incalmierarsi, alquandalquando, tangeloso, ecc.) 23 e
neologismi di grande carica espressiva (trionfera, delfifera, Ferame, Famera, dolidoli, ecc.) e avere
indispensabile: se devo raccontare un contadino siciliano del 700,
ho bisogno di capire come parlava ai suoi tempi. E mentre cerco di
capirlo, il personaggio comincia a prendere forma; nasce, quasi, dalle
parole che deve dire. () La sua lingua il suo pensiero (in Sorgi
2000: 120-121).
23
Per una analisi morfologica e semantica di alcuni di questi termini
(e di altri ancora) si vedano Trovato 1996, Trovato 2001, Trovato
2002 e Trovato 2007.

51

nello stesso tempo la sensazione di leggere un testo di


poesia o di prosa darte dei secoli scorsi (si pensi a una
frase come la seguente, in cui parla un vecchio pescatore
ma anche come se parlasse un eroe in un verso epico:
Si spronano allora gli uomini in periglio, pp. 706-707).
Per fare un esempio semplice ma pi dettagliato
di come funziona questo meccanismo di costruzione linguistica, si consideri il passo seguente (dove si sta parlando di una giovane femmina di delfino, Mezzogiornara, che gioca e amoreggia col piccolo Caitanello):
Le stecchette, da vera femminella svergognata, le
usava gi come quelle di un ventaglino, ditando e sditando la manuncula. Prima, gli dava quasi a intendere
che saffrontava di lui, poi, la sfrontata, se nusciva a
fargli locchiolino, la cascamorta, frascheggiandogli e
cernendosi tutta, con tutto il suo flessuoso pi flessuoso di coda in primis col culo a mandolino (pp. 226227; corsivo mio).

Consideriamo solo il termine messo in corsivo e


notiamo innanzi tutto che esso, secondo uno stilema frequentissimo nel romanzo, crea un gioco di parole con
sfrontata. Ma che cosa significa saffrontava? Un
lettore non siciliano, o che comunque non pu cogliere
immediatamente il significato che ha in dialetto il verbo
italianizzato affrontarsi (omografo al verbo riflessivo
reciproco dellitaliano comune che significa scontrarsi,
confrontarsi in una competizione, ecc.), pu consultare

52

il dizionario e scoprire che nellitaliano letterario antico


affrontarsi significava offendersi24, entrando cos,
seppure molto parzialmente, nellarea semantica del verbo usato da DArrigo, che precisamente vuol dire vergognarsi, arrossire di vergogna (dal siciliano affruntrisi, fruntrisi, ecc., a seconda delle varie micro-aree
linguistiche). In questo modo il suddetto gioco di parole
con sfrontata coinvolge non solo il puro aspetto fonomorfologico, ma anche quello semantico, perch affrontato e sfrontato sono due termini dal significato opposto,
e per di pi questa coppia di contrari ignota alla lingua
italiana. In una sorta di corto circuito morfo-semantico,
saf-frontava attraversa, come si vede, tutti i livelli
dellitaliano, da quello dialettale a quello letterario, passando per quello comune.
Questo piccolo esempio (ma se ne potrebbero
fare decine) dimostra in maniera lampante che la lingua
di DArrigo, costruita a partire da una mescolanza di dialetto (o di dialetti, perch c anche il calabrese) e italiano, si configura come una terza lingua che ha maggiori
potenzialit espressive sia del dialetto che dellitaliano
(contrariamente a quanto avviene in Camilleri), e in

24

Cfr. ad es. la seguente ricorrenza in Goldoni: La signora Sabina


non mi vuol pi. Dopo che le ho parlato di donazione, s affrontata,
s fieramente sdegnata, e non ha pi voluto nemmeno vedermi (Il
ritorno dalla villeg-giatura, atto I, scena 4, 32; corsivo mio).

53

quanto tale pu benissimo essere definita una iperlingua.


Tutto ci spiega anche perch DArrigo pu
permettersi di riabilitare, nella sua prosa baroccheggiante, sofisticatamente involuta e magmaticamente densa, le
pi artificiose figure morfologiche, sintattiche e semantiche della retorica antica con una stupefacente disinvoltura e naturalezza, al punto che, oltre ad allitterazioni, paronomasie, calembour, ossimori, pleonasmi, chiasmi, sinestesie e metafore ardite, il lettore pu incontrare persino un paio di accusativi di relazione senza avere alcuna
impressione di leziosa forzatura.25
Un discorso a parte merita quello che forse il
pi concettoso e straordinario ircocervo lessicale inventato da DArrigo, cui affidato un ruolo espressivo molto importante in una vasta sezione del romanzo. Si tratta
del termine oreocchio, da cui seguono per derivazione
25

Significativamente sono due donne a usarli (la fem-minota Jacoma


Facciatagliata, mentre parla come una sensale con Ndrja che rifiuta
Cata, e lAcitana, mentre si rivolge al marito Caitanello), in contesti di
seduzione erotica: tornate cos lordo, selvaggio e infamato la persona, che una cristiana tutta in sensi nemmeno con una canna vi toccherebbe (p. 15, corsivo mio); Avvampo a dirvelo, ah che sfacciata che
sono, ma fate che vi sbroglio a uno a uno questo gomitolo di sospiri e
poi ripigliate mare, se dovete, ma ormai, rianimato gli spiriti e le forze. Eh, Granvisire, per sfrontata mi pigliate? (p. 383, corsivo mio).
interessante notare, inoltre, che di queste due ricorrenze solo la seconda era gi presente ne I fatti della fera (cfr. p. 297).

54

anche oreocchiamento (che ricorre solo una volta, a p.


977) e oreocchiare, variamente declinato. Il termine
spiegato a pagina 942 e domina le restanti 50 pagine
del monologo di Ndrja sullo sperone, anche se la sua
prima ricorrenza si ha a pagina 150 (quando Ndrja sogna i pellisquadre che fanno strame della sua rivelazione
sulla morte dei delfini nel ventre di Vulcano, precedentemente vista in un sogno a occhi aperti), e unultima
volta ricorre verso la fine, a pagina 1045 (quando Ndrja
immagina il quadro di Ciccina Circ che si prostituisce
agli inglesi nella casermetta, partendo dal semplice suono che manda la sua campanella). Prima facie il termine
ricavato da un semplice incrocio morfologico tra orecchio e occhio, ma DArrigo precisa che in esso ha
parte anche la bocca (ore-), ed esprime una complessa
situazione psicologico-percet-tiva che tipica della propensione visionaria di Ndrja. Nel suo significato pi
pieno, questo termine indica quella particolare triangolazione di echi percettivi per cui, quando il soggetto A
pronuncia una parola, il soggetto B, che gli sta a fianco,
da un lato la orecchia direttamente dalla bocca di A, ma
dal-laltro la occhia sulla (e la orecchia dalla) bocca di
un terzo soggetto C posto a una certa distanza di fronte
ad A. Sullo sperone, infatti, quando Luigi Orioles sillaba
e biascica le parole barca, bara e arca, Ndrja, che
gli sta a fianco, mentre con un orecchio le sente direttamente dalla sua bocca, con laltro le sente (e con gli occhi le vede) come se provenissero dalla bocca del vec-

55

chio Cannadastendere, sdraiato pi in basso sulla riva


sotto la Lanterna. In questo modo Ndrja pu vedere Luigi Orioles riflesso nella figura degradata e quasi morente
del vecchio, e vaticinarne la sconfitta individuale, sociale
e antropologica ( questo il senso di morte civile, di
finimondorioles che sconvolge Ndrja quando scopre
la degradazione del suo mondo, ridotto a mendicare la
carogna dellOrca: cfr. pp. 952 e 966-967). Ma il termine
ha anche altre due sfumature di significato, diciamo pi
deboli o degenerate rispetto allo schema descritto sopra, e sono quelle che emergono nelle sue due ricorrenze
fuori dal contesto del monologo sullo sperone. Nel primo
caso, durante il sogno Ndrja vede e sente che i pescatori
sillabano qualcosa, ma ci dovuto al fatto che essi
stanno leggendo dalla sua bocca, e questo qualcosa, a
oreocchio della memoria, gli risuona nella mente identico allordine di gettare a mare il delfino che
lEccellenza fascista aveva impartito ai pescatori nel corso del casobello del 1935 (e Ndrja prova vergogna nel
rendersi conto di mostrarsi ai pescatori cos degenerato
da copiare il linguaggio autoritario e il tono di un gerarca
fascista). Nel secondo caso, Ndrja immagina una scena
che avviene dentro un locale chiuso oreocchiandola sui
dindin di una campanella, nel senso che vede con gli
occhi della mente una situazione a partire da un semplice
stimolo acustico (e qui, com evidente, sparito ogni
riferimento alla bocca).

56

CAPITOLO 4

GENEALOGIA CULTURALE
E SIMBOLISMO DELLORCA

4.1. Il titolo
La prima questione da affrontare riguardo
allOrca e al suo significato nel romanzo concerne la particolare denominazione scelta da DArrigo nel titolo, perch il grande mistero che circonda lanimale comincia
proprio da l.
Se abbastanza noto che il nome zoologico
dellOrca Orcinus Orca (o Orcynus Orca), meno
noto il fatto che lespressione Horcynus Orca non ricorre mai nel romanzo (per essere pi precisi non ricorrono mai per esteso neppure le espressioni Orcinus Orca e Orcynus Orca). Per i pellisquadre di Cariddi
(vale a dire i pescatori, cosiddetti perch hanno la pelle
ruvida come quella dello squadro, cio lo squalo, che a
sua volta prende il nome da squadrare, ovvero lisciare e

57

pareggiare il legno ruvido con la cartavetrata: pelli, insomma, come la cartavetrata, ma pi che pelli, caratteri,
p. 254), lOrca il ferone, cio la grossa fera, perch
con la fera essa condivide una caratteristica fisica ben
precisa (oltre naturalmente a quella comportamentale
della ferocia): la coda piatta invece che di taglio (p.
618). Quando per il navigato signor Cama, basandosi
sul suo inseparabile manuale di cetologia illustrata, spiega loro che lanimale arrivato nello scille cariddi
unOrca, dice via via che essa lorcinusa, lorca orcinusa, lorcynus (questultima espressione ricorre solo una volta, mentre le altre verranno poi ripetute spesso),
per far capire che gi nel suo nome (omen nomen)
scritto il suo destino di animale assassino, creato da Dio
solo per ammazzare gli altri e impersonare cos la stessa
Morte (cfr. pp. 657). Per il resto, lOrca, quando non
detta semplicemente orcinusa, connotata nei modi pi
svariati nelline-sauribile suppurazione linguisticomorfologica del romanzo, ogni volta per sottolinearne
una sfumatura diversa, ma comunque legata alla ferocia,
alla morte e alla putrefazione: oltre ai frequentissimi orcaferone (da orca+ferone) e orcagna26 (da or26

In questo incrocio difficile non scorgere unallusione, da parte di


DArrigo (esperto e critico darte), allartista fiorentino Andrea di
Cione, detto lOrcagna, attivo intorno alla met del XIV secolo, che
tra altre cose affresc nella chiesa di Santa Croce tre grandi storie con
Il Giudizio, il Trionfo della Morte e lInferno (di cui sopravvivono
oggi solo alcuni frammenti delle ultime due). Tutto Horcynus Orca, in

58

ca+carogna), troviamo anche, occasionalmente, porca


(cfr. ad es. p. 667 e p. 801), orcarogna (da orca+carogna +rogna: cfr. p. 801), orcassa (da orca+carcassa: cfr. p. 955), orcassale (da orca+car-cassa+sale:
cfr. 967), orcarca (da orca+arca: cfr. p. 985).
Ma perch, allora, quella H nella denominazione dellanimale che compare nel titolo? Secondo Walter
Pedull, che uno dei massimi esperti su DArrigo, poich la H fa s che leggendo solo le iniziali (HO) si ha
quasi la formula chimica dellacqua, DArrigo ha voluto
segnalare unidentificazione dellOrca col mare sulla base del binomio vita/morte. Citando Savinio, secondo il
quale uno dei probabili etimi di Mare, e proposto come
tale da Curtius, il sanscrito Maru che significa deserto e
propriamente cosa morta, dalla radice Mar, morire, Pedull suggerisce che in tal modo gi nellespressione
Horcynus Orca c tutto il senso profondo della comfondo, non altro che un infernale Trionfo della Morte da Giorno del
Giudizio per il mondo intero, attraverso lo specimen di Cariddi. Nel
dettaglio, giocando con abili calembour DArrigo fa esplicito riferimento a questo tema dellarte sacra in occasione della descrizione,
nellottavo quadro di Caitanello, della scena da monumento ai
morti in guerra (p. 473) in cui si vedono i sei marinai italiani seduti
morti attorno a un tavolo che ha al centro una testa beccuta di fera
(p. 474): Non era un trionfo di fera, una trionfera? () se andavano
avanti di quel passo, in ogni famiglia di Cariddi, finiva che banchettavano con la morte al centro della tavola, la morte in sembiante di fera
(). Eh, non era questo forse il senso di quella visione mortifera, ovverossia a morti e fera? (p. 475).

59

plessa simbologia del romanzo, in cui mare, Orca, vita e


morte costituiscono i termini intercambiabili di una circolarit metafisica che si riproduce a ogni livello.27 Questa
ipotesi ampiamente giustificata dal testo, perch
DArrigo insiste spesso non solo sullOrca come fonte di
vita e di morte (pur essendo per definizione la Morte, il
Tiranno, il Minotauro, il Leviatano, ovvero il drago,
come dice a un certo punto Luigi Orioles a p. 655, essa
anche donatrice di cibo vitale per gli affamati pescatori,
sia perch da viva porta loro la cicirella, esplicitamente
vista come una vera manna28, sia perch da morta offre
tutta se stessa come cibo e materia prima di oggetti duso
quotidiano), ma anche sul mare come luogo in cui i pescatori svolgono il loro eterno ciclo di vita (la pesca, il
lavoro) e di morte (la carestia, la morte per acqua29, ecc.).
27

Cfr. Pedull 2000: XXV e Pedull 2003: VII.


Con la significativa e inquietante differenza, per, che quella manna () gli veniva dallorca, dallabisso di mare invece che
dalleccelso dei cieli (p. 662; cfr. anche p. 664). In effetti la cicirella
vitale per la loro alimentazione, che fino a quel momento era quasi
esclusivamente a base di favetta secca con la papuzza, cio con la
farfalletta (era il cibo per muli e cavalli abbandonato dai fascisti in
fuga dalla Sicilia dopo lo sbarco degli alleati: cfr. p. 469 e p. 704).
29
Pedull (2003: XV) racconta che DArrigo gli citava spesso Morte
per acqua (1952) di Raffaello Brignetti, ma non si pu non menzionare anche la breve sezione IV de La terra desolata (1922) di Eliot, intitolata proprio La morte per acqua: Phlebas il Fenicio, morto da
quindici giorni,/ Dimentic il grido dei gabbiani, e il fondo gorgo del
mare,/ E il profitto e la perdita./ Una corrente sottomarina/ Gli spolp
28

60

In un passo-chiave, infatti, lanimalone definito un


essere dellaltromondo, per il quale vita e morte facevano
una cosa sola, e lui aveva, contempo, tutte e due le cose
insieme e nessuna delle due (p. 668), ed , questa, una
caratterizzazione che si pu benissimo adattare al mare,
inteso come elemento originario, principio e fine di tutte
le cose, sin dallalba del pensiero occidentale. Per non
dire che nella serie di visioni apocalittiche che ha sullo
sperone, Ndrja prima vede lo Stretto ridotto a un deserto
di sale, dal quale i pescatori tirano a riva lorcassale
(cio la carcassa di sale del-lOrca), e poi vede lOrca
stessa ricostituirsi, riprendere lantico aspetto, agitarsi furiosamente, rigenerare da s il mare liquefacendosi dalla
lossa in mormorii. Come affiorava e affondava/ Pass attraverso gli
stadi della maturit e della giovinezza/ procedendo nel vortice./ Gentile o Giudeo/ O tu che volgi la ruota e guardi sopravvento, / Considera
Phlebas, che un tempo fu bello e alto come te (in Eliot 1989: 275). In
Horcynus Orca c la macabra descrizione di un cadavere sfigurato,
per un attimo restituito alla vista dal mare, che ricorda molto da vicino
il passo di Eliot sin dallinizio: Quel mareggiare fuori natura ()
port fuori pure, pace allanima sua, quello che restava duno sventurato cristiano, forse tedesco, forse italiano, forse inglese, forse americano: tanto, ormai, che differenza faceva? (p. 773). Senza contare
che, nel monologo sullo sperone, Ndrja interpreta la passione dei pellisquadre per la carogna dellOrca come un segno apocalittico della
fine del loro mondo e vede Cariddi come una terra desolata a causa
della presenza del Leviatano in decomposizione, notoriamente fonte di
sterilit sociale e naturale (e la parola desolazione ricorre proprio in
questa occasione: cfr. p. 877. Ma cfr. gi p. 470, ultimo capoverso del
settimo quadro di Caitanello: Cariddi pigli laspetto desolato).

61

coda e infine fondersi in esso, tornando ad essere una


goccia dacqua nel mare, come se il mare rivivesse dalla morte di quellessere orcinuso, rivivesse, cio a dire,
dalla morte della Morte (p. 955).
Altro discorso va fatto per la scelta della forma
con la y nella denominazione latina dellOrca, che,
come visto, non solo attestata nelluso30, ma ricorre una
volta anche nel corpo del romanzo. Rispetto alla spiegazione della H, quella della y molto pi congetturale, proprio perch non uninvenzione di DAr-rigo. Pedull31 propone una spiegazione molto complessa e affascinante. Intanto la y il simbolo matematico di
unincognita e, poich cade al centro della parola orcynus, sembra alludere alla piaga dellanimale (la sua
sezione trasversale avrebbe proprio quella forma), la cui
origine e resta misteriosa in tutto il romanzo. In biologia essa anche il simbolo del cromosoma maschile, e
ci rimanda allorigine della vita, intimamente connessa
30

Orcynus, col significato di grosso tonno, ricorre gi in Plinio, Nat.


Hist., XXXII, 149, ed una traslitterazione del greco orkynos. Un orkynes, plurale di orkys, ricorre in Aristotele e indica presumibilmente
gli Scombridi (cfr. Ricerche sugli animali, V, 543b5).
31
Cfr. Pedull 2000: XXV e XXXIV-XXXV. Per una interpretazione
alchemica della H e della Y, fondata sullidea che nel linguaggio
dellalchimia H la scala, il cammino impervio sulla via della conoscenza, il percorso di ricerca che ladepto deve compiere. Y simbolo
invece dellandroginia, condizione perfetta e attributo della divinit,
cfr. Infanti 2002: 176.

62

con la malattia e la morte, dei cui segreti lOrca depositaria (essa la Morte stessa, ma nella piaga raccoglie la
cicirella da donare ai pescatori, e la cicirella la prima
manifestazione del pi enigmatico, originario e resistente
mistero di vita di cui si parli nel romanzo: le uova
dellanguilla, alla vana ricerca delle quali un vecchio ittiologo dedica tutta la propria esistenza: cfr. pp. 131138). 32 Infine, la y una lettera greca (Y) passata al latino, e dallo stesso padre fondatore della cultura greca proviene lidea mitopoietica, poi ereditata e consolidata dai
poeti latini, di popolare di creature di inaudita ferocia la
Sicilia e il mare dello Stretto (Scilla e Cariddi, il Ciclope,
ecc.).
LOrca, dunque, in quanto Orco e Leviatano nello stesso tempo, si presenta come il luogo dincontro di
due tradizioni generalmente ritenute alternative nella cultura europea, ovvero quella classica, omerica, grecoromana, e quella ebraico-cristiana, assumendo cos laspetto di un segno simbolico mostruosamente ( il caso
di dirlo) significante. Occorrer, quindi, analizzare sepa-

32

Cfr anche il seguente passo: Quello [lOrca], arcano di morte, questo [la cicirella], arcano di vita: erano come il principio e la fine del
mare, e si erano toccati l, sotto i loro occhi, e ora erano l frammischiati, cicirella ed orca, i pescicelli della vita pullulanti nella piaga
incarognita, dentro il fianco cavernoso della morte () Il male ha bisogno del bene, no? E la morte della vita, senn la Morte stessa morirebbe per difetto duso (pp. 662-663).

63

ratamente i due aspetti di questa doppia ed esplicita genealogia culturale.


4.2. LOrca, Omero e lOrco
Sui legami di Horcynus Orca con lOdissea, col
suo eroe, con le sue creature femminili e coi suoi mostri,
non il caso di dilungarsi troppo, perch sono di una evidenza palmare ed ho gi avuto occasione di esplicitarli,
sebbene in parte (Ndrja/Ulisse; Caitanello/Laerte; Cata/Nausicaa; Marosa/Penelope; Ciccina Circ/Circe e Calipso; femminote/si-rene; e poi Scilla e Cariddi, al punto
che DArrigo chiama il mare dello Stretto lo scille cariddi sin dallincipit del romanzo, ecc.). Basti qui sottolineare soltanto che la rivisitazione del mito in Horcynus
Orca per fortemente critica e demistificante, e in tal
senso, a un livello pi profondo, Ndrja pi lontano da
Ulisse di quanto non lo sia Leopold Bloom: mentre infatti
leroe omerico, dopo unassenza di venti anni, torna dalla
guerra da vincitore e persino da maggiore artefice della
vittoria (si pensi al Cavallo di Troia), trova la moglie che
stata ad aspettarlo pazientemente e riporta lordine nel
suo piccolo regno facendo strage delle fere che infestano la sua casa, il povero nocchiero della Marina Italiana torna dopo soli due anni da una guerra persa dopo essere stato mandato allo sbando dal suo comandante che
autoaffonda la nave, trova la sua promessa zita Marosa
astiosa e sessualmente affamata come fosse sua moglie

64

da anni (e invece solo una muccusa, appena sbocciata


durante la sua assenza) e, nel tentativo di restituire al suo
mondo infestato da un ferone i valori perduti di dignit
e lavoro onesto, muore appena quattro giorni dopo il suo
arrivo mentre si sta allenando per una competizione sportiva, colpito in fronte da una pallottola sparata quasi per
caso dalla sentinella di una portaerei un po troppo nervosa.
Lespressione Horcynus Orca ci riporta per
anche al mondo latino, in cui il termine orca, fra altre cose, indica proprio lorca assassina, come si vede chiaramente in un passo di Plinio il Vecchio che suona quasi
darrighiano ante litteram (cuius imago nulla repraesentatione exprimi potest alia quam carnis inmensae dentibus truculentae, Nat. Hist., IX, 12), e rimanda naturalmente a Orcus, che il nome del regno dei morti, del
suo custode e, in senso figurato, della morte stessa.
assai significativo, daltronde, che luso figurato di Orcus per morte ricorra in Lucrezio in un luogo
del De rerum natura in cui il poeta sta tracciando il quadro macabro dei primi uomini che vivevano costantemente nel rischio di essere dilaniati da fera saecla ferarum
(cinghiali e leoni soprattutto), al punto che a quelli che
rimanevano feriti e orribilmente mutilati non restava che
invocare la morte con urla terrificanti (horriferis accibant
vocibus Orcum, V, 996).
Ma Virgilio che, in occasione della discesa agli
inferi di Enea, descrive le fauci dellOrco in un passo che

65

contiene in nuce, personificate, pressoch tutte le nefaste


conseguenze che comporta per i cariddoti la presenza
dellOrca nel loro mare (terrore, sterilit, fame, inattivit
soporifera per lo spirito, sconcia esaltazione per lo sciacallaggio, ecc.):
Davanti al vestibolo, e proprio sulla bocca dellOrco,
il Pianto ha posto il suo covo e i vendicatori Rimorsi,
i pallidi Morbi vhan casa e listerilita Vecchiezza,
la Paura e la Fame dal mal consiglio e, brutto, il Bisogno,
fantasmi a vedersi terribili, e la Morte e lAffanno:
poi, fratello della Morte, il Sonno e gli impuri Tripudii
del cuore, e sopra la soglia la Guerra, che semina morte,
e i ferrei talami delle Furie e la pazza Discordia,
che annoda i serpenti del capo con bende cruente.33

Se non si trattasse di riportare praticamente met


del romanzo, sarebbe possibile citare per ciascuna delle
personificazioni virgiliane almeno un luogo di Horcynus
Orca in cui essa descritta ampiamente, al punto che il
passo citato potrebbe concepirsi quasi come il palinsesto
su cui DArrigo ha riscritto buona parte della sua opera,
ovvero come la chiave di lettura per illuminare tutta la
componente classica della genealogia culturale
dellOrca. Da questo punto di vista, Horcynus Orca il
romanzo della disperazione, il romanzo di una catastrofe
esistenziale, storica, antropologica e cosmica senza rime33

Virgilio, Eneide, VI, 273-281, in Virgilio 1967, 1989: 221

66

dio, in cui il mondo abbandonato da tutte le divinit celesti ed lasciato in balia solo di quelle ctonie e dei loro
emissari pi feroci: i dittatori che scatenano le guerre, le
fere e, soprattutto, a riesumo simbolico di ogni forza
del male, lOrca/Orco. Tutto muore nel romanzo, inghiottito dallo sbadiglio delle fauci dellOrco: muore la forma
di vita secolare dei cariddoti, i quali, se non scelgono il
suicidio (come ha fatto Ferdinando Curr, leroico salvatore di donne e bambini nel corso del disastroso terremaremoto del 1908), possono sopravvivere solo adeguandosi a scendere a patti con i bassifondi del nuovo ordine
del dollaro e con i suoi metodi cinici e utilitaristici, i
cui profeti al livello pi basso sono figure equivoche e
parassitarie come lo scagnozzo e il Maltese; muore
Ndrja, nel tentativo donchisciottesco di arrestare la storia
nellattimo in cui essa stritola con somma indifferenza i
pi umili; e infine, a suggellare il Trionfo della Morte
sulla sua stessa manifestazione fisica pi emblematica,
muore lOrca, dopo aver dato lillusione beffarda di essere una divinit benigna apportatrice di manna, quando
invece, come ripete Luigi Orioles, la verit bruta che la
sua apparizione in superficie un effetto casuale degli
inabissamenti del mostro marino, e se mai segno di
qualcosa, segno solo dellinutile tentativo di
questultimo di andare a distruggere la vita stessa alla radice (cfr. p. 663 e p. 667).

67

4.3. LOrca, Moby Dick e il Leviatano


Al Leviatano biblico, partendo dallOrca di
DArrigo, si pu arrivare per ben due strade: una dritta,
perch, oltre a un esplicito riferimento a Giona, c
unevidente eco del famoso Giobbe XL, 25-32 e XLI, 126 (descrizione del Leviatano-coccodrillo), e una che
passa per Moby Dick, opera che come poche altre della
cultura moderna pervasa da cima a fondo da uno spirito
biblico. Cominciamo da questultima.
a) Che il grande romanzo di Melville (molto
amato da DArrigo) sia echeggiato in Horcynus Orca
un fatto assolutamente ovvio, ma qui ci interessa soprattutto vedere come il contatto con esso conduca lOrca
darrighiana verso il mostro biblico.
Il racconto del secondo avvistamento dellOrca,
avvenuto nei primi anni 20, con Ferdinando Curr che si
erge a prua dellontro, con la traffinera in pugno a fare il
dio Nettuno che sta al lungomare di Messina (p. 631) e
ardisce limpresa di lanzare lanimalone, finendo poi
per essere da questi trascinato fino a Malta con tutta la
barca e la chiumma, un evidente omaggio a Melville,
anche se il valoroso Ferdinando si dimostra di gran lunga
pi saggio del capitano Achab, poich si rende conto di
avere a che fare con un essere soprannaturale e accetta il
fallimento dellimpresa intonando persino un inno
allimmortalit dellOrca (cfr. pp. 637-638).

68

Nel terzo quadro del racconto di Caitanello


(cfr. pp. 425-446), i Cariddoti, trovandosi sullaltura
dellAntinnammare, dove si sono rifugiati per sfuggire
allafa di agosto e ai bombardamenti, ascoltano il signor
Cama che, col suo libro di cetologia illustrata in mano
(intitolato Whales Porpoises and Dolphins, cio Balene
Focene e Delfini), fornisce le notizie su denominazione
zoologica, razza, connotati e provenienza delle
roncisvallose fere forestiere che arrivano come un esercito in parata sullo Stretto, basandosi sulla forma e sul
colore cos come appaiono ai pescatori (Cama ci vede
poco da lontano, per cui gli altri guardano verso il mare e
descrivono, mentre lui ascolta e legge i riscontri sul suo
libro). Ora, questa scena grandiosa evoca inevitabilmenti
paragoni con lepica classica, e Pedull vi vede non a torto una ripresa del catalogo delle navi34 del secondo libro
dellIliade. A mio giudizio, per, sarebbe ancora pi esatto dire che in queste pagine DArrigo riprende la teicoscopia, cio la tecnica narrativa che consiste nel descrivere i capi di un esercito assediante attraverso uno o pi
personaggi che li osservano dallalto delle mura della citt35, coniugandola con il capitolo 32 di Moby Dick (Ce34

Cfr. Pedull 2000: X.


Non a caso, infatti, DArrigo dice che Cama descrive i tratti dei cetacei quasi fossero divise e insegne soldatesche, scudi scolpiti e piumaggi di elmi (p. 428). Il primo esempio di questa tecnica, poi molto
usata sia nella tragedia che nellepica, si trova nel terzo libro
35

69

tologia), dove Melville delinea lindice e il sommario di


un ipotetico trattato sistematico di cetologia in tre libri
(contenenti rispettivamente 6, 5 e 3 capitoli), dedicati
principalmente alla balena (il I), allorca (il II) e alla focena o marsovino (il III). Come si vede, difficile qui
non pensare a un ammiccamento intertestuale e non vedere nel libro di Cama una sorta di immaginaria edizione
illustrata del trattato delineato da Melville.
Ma la cosa pi interessante sta nel fatto che le varie credenze sullOrca come animale unico, onnipresente,
immortale e contiguo alla Morte per destino intrinseco,
sulle quali DArrigo insiste moltissimo, si ritrovano tutte
quasi alla lettera nel giro dei celebri capitoli 41 e 42 di
Moby Dick, intitolati rispettivamente Moby Dick e La
bianchezza della Balena. Nel primo Melville riferisce
due superstizioni da balenieri che riguardano il carattere soprannaturale della balena, ovvero la sua ubiquit nello spazio e la sua immortalit (che poi lubiquit nel
tempo). Nel secondo, avendo il compito, ben pi difficile rispetto a quello di DArrigo (il quale ha a che fare con
un animale nero e chiamato come lOrco, per cui identificare lOrca con la Morte diventa un gioco da ragazzi), di
argomentare intorno allaspetto spaventevole come la
morte di un animale bianco, Melville fa esibire Ismaele
in una dottissima dissertazione storico-antropologica sul
dellIliade, laddove Elena descrive a Priamo e agli altri anziani di Troia alcuni capi dellesercito acheo che assedia la citt.

70

rapporto che nelle varie culture umane sussiste tra il colore bianco, il terrore e la Morte (e ci vanno di mezzo pure i
poveri albini).
Abbiamo gi elementi sufficienti per ricondurre
lOrca di DArrigo, tramite Melville, entro lalveo della
cultura ebraico-cristiana, perch un animale unico, ubiquo e immortale pu essere stato creato solo da Dio e direttamente, e questo il signor Cama non si stanca mai di
ripeterlo ai pellisquadre (cfr. ad es. pp. 657-658, 666,
689, 796). Ma queste caratteristiche della sua balena,
Melville, pi esplicitamente ancora di DArrigo, le riconduceva direttamente al mitico mostro biblico, come si vede gi a partire dal fatto che lampio catalogo di citazioni
cetologiche posto a vestibolo del romanzo comincia con
ben cinque passi biblici: Genesi, I, 21; Giobbe, XLI, 24;
Giona, I, 17; Salmi, CIV, 26 e Isaia, XXVII, 1, tre dei
quali, cio il secondo, il quarto e il quinto, menzionano
esplicitamente il Leviatano.
b) Quando Cristina Schir, quella specie di gigantessa nana () che faceva unguenti e medicamenti
con le ossa di fera, tirava fuori i figli dal ventre delle madri e aiutava lanima a partirsene per dove doveva (p.
674), cos intrigata quindi con la stessa divinit (p.
675) che per lei erano le cose pi naturali di questo
mondo, quelle dellaltromondo, sostiene che lOrca ha
donato ai cariddoti la cicirella perch posseduta
dallanima protettrice del No Ferdinando Curr (suicidatosi in mare insieme ad altri vecchi pellisquadre), e il si-

71

gnor Cama, al fine di razionalizzare la fantasia superstiziosa della donna, suggerisce che forse lOrca ha inghiottito il corpo del grande vecchio della comunit, la donna
gli chiede: vossia intende dire che se lincamer nella
panciona, nel senso che laddntro vive come Giona nella
balena?; al che il Delegato di Spiaggia risponde: s,
brava, una specie di questo intendo dire, una specie
(p. 684).
Quando lOrca, ormai scodata e morente, in un
ultimo, feroce e rabbioso sussulto di vita si vendica facendo une-catombe di fere maganzesi, DArrigo d
una descrizione delle sue fauci terrificanti (si aprivano e
chiudevano pestando, sputando, inghiottendo, eruttando
carne ossa sangue, co-me una bocca di un cratere vulcanico, abitata di vampe, fosca di tenebrosi bagliori, p.
809) che non pu non richiamare alla mente il coccodrillo-Leviatano di Giobbe, XLI, 11-13: Dalla sua bocca
escono faville,/ ne sprizzano come scintille di fuoco./
Dalle sue narici esce fumo,/ come da pentola bollente e
da caldaia./ Il suo alito accende i carboni,/ e fiamma esce
dalla sua bocca.
noto che i testi biblici non sono chiari
sullesatta natura del Leviatano (Balena? Drago? Idra?
Coccodrillo?), e questo forse spiega le varianti mitiche
che gli altri testi ebraici non canonici o di commento a
quelli canonici, come i libri apocrifi, il Talmud Babilonese e i midrashim haggadici, hanno prodotto e accumulato
intorno a questo mostro originario. Seguendo lampia,

72

dettagliata e documentatissima panoramica su queste varianti che costituisce il sesto capitolo de I miti ebraici di
Robert Graves e Raphael Patai36, metter in evidenza
quegli aspetti relativi al Leviatano che ricordano pi da
vicino lOrca darrighiana.
1) In origine, pare che Dio avesse creato una femmina e un maschio di Leviatano, ma poi, per impedirne la
proliferazione, macell la femmina e castr il maschio.
Sulla solitudine e sullunicit dellOrca DArrigo, attraverso lesperto Cama, insiste molto, come abbiamo visto,
e in unoccasione rappresenta malin-conicamente lOrca
nellatto di cercare in se stessa la femmina per accoppiarsi: girava, percosdire, tornotorno alla sua immensa mole affusolata e facendo perno su se stesso, con
limponente fianco destro, nero pieno compatto, pareva
sbandare, inclinarsi e cercarsi tormentosamente sul fianco
sinistro massacrato, sfondato vuoto, con quellestraneo,
incredibile biancore di carne sfatta, per cui si aveva ogni
volta limpressione come se fossero veramente su ogni
fianco due animali diversi, e magari uno maschio e laltro
femmina, che si cercavano, bramavano din-contrarsi e
unirsi e questo accoppiamento invece, non sarebbe mai
stato possibile (p. 651).
2) Quando il Drago (un altro mostro spesso identificato col Leviatano) si vant di aver creato tutti i fiumi e
36

Cfr. Graves e Patai 1963, 1964: 53-63.

73

tutti i mari, Dio aren lui e la sua progenie e ne trafisse i


fianchi, lasciandoli in vita. Inoltre, una profezia sostiene
che il Leviatano avr un duello con Behemoth (il mostro
terrestre, ora bue ora ippopotamo, che fa da contrappeso
al mostro marino) e ne uscir con uno squarcio nel fianco prodotto dalle sue cornate. Il drago-tiranno altezzoso
che esige tributi, come abbiamo gi avuto modo di sottolineare, evocato esplicitamente da Luigi Orioles (cfr. p.
655), e qui abbiamo persino ben due spiegazioni
dellorigine della terribile e misteriosa piaga sul fianco
sinistro dellOrca. Se poi si considera che il testo lascia
ipotizzare che la piaga possa essere stata causata da una
mina o addirittura da un siluro nel corso della Grande
Guerra37, suggestivo pensare a unallusione al fatto che
il vero mostro terrestre sia luomo, il quale ha inventato
armi ben pi micidiali delle corna di un Behemoth; e
lal-leanza finale tra luomo e lOrca chiude il cerchio,
perch unaltra versione del mito vede il Leviatano e Behemoth destinati a essere compagni.
3) Alle fauci vulcaniche, di cui abbiamo detto, si
aggiunge il terribile fetore emanato dal Leviatano. Que37

Cfr. il racconto del primo avvistamento dellOrca, avvenuto quando


quellaltra guerra, quella grande, era appena conclusa (p. 624): gi
allora essa era piagata, tramortita e puzzolente (cfr. pp. 624-630). Senza contare che DArrigo nomina la corazzata e il sommergibile
come termini di paragone per la mole e la capacit distruttiva
dellOrca (cfr. p. 620).

74

sto del fetore di carogna uno degli aspetti principali dellorcagna, su cui DArrigo torna continuamente.
4) Secondo alcuni esegeti, Dio ha creato un solo essere temuto dal Leviatano, e si tratta di un piccolo pesce
che vive a branchi, il Chalkis, generalmente identificato
o con la sarda o con laringa. Una delle pagine pi
commoventi di Horcynus Orca riguarda proprio i martirii dellagonia lunga e dura dellOrca, che, ormai scodata e indifesa, attaccata e sbranata da un enorme banco
di sarde, le bazzicanti di carogne (cfr. pp. 768-770).
5) Secondo una versione del mito, Dio uccide il Leviatano legandogli la lingua con una corda e infilzandogli le mascelle, dopo averlo afferrato con un gancio e
tratto fuori dagli abissi; poi ne getta la carcassa sul fondo di una barca e la porta in giro come se andasse al
mercato. E unaltra versione aggiunge che Dio preparer un grande banchetto con le sue carni distribuendole
per le vie di Gerusalemme a un prezzo equo (affinch i
giusti che non hanno mai potuto permettersi la carne
potranno beneficiarne), e far tende e ornamenti per le
mura della citt con la sua pelle, che dureranno sino alla
fine del mondo. LOrca trainata a riva dallo zatterone
inglese con una corda legata ai suoi denti da Masino, e il
suo destino quello di risollevare le sorti dei pellisquadre, i giusti ingiustamente martoriati e ridotti alla miseria, che potranno smembrarla e svenderla al mercato del
pesce, mentre con le sue ossa e con la sua pelle potranno
fare per s e persino smerciare scarpe, coltelli, for-

75

chette, bastoni, ecc., di cui c grande penuria in giro a


causa della Guerra (cfr. pp. 789-798 e p. 1015).
Tutto ci, com evidente, apre la strada a
uninterpretazione in chiave messianica, sacrificale ed
escatologica dellintero romanzo, che lo stesso DArrigo
suggerisce a pi riprese anche in contesti che non riguardano direttamente lidentificazione dellOrca con il Leviatano ebraico. Una lettura del genere, comunque, deve
passare attraverso un parallelismo tra Ndrja, eroe-messia
sacrificale e redentore, e lOrca, mostro redento e pertanto destinato al pasto totemico con cui la comunit dei
giusti celebra la ritrovata comunione con Dio. E su questo parallelismo il testo lascia pochi dubbi.
Intanto, Ndrja sterile. Egli si accoppia, e a malincuore, almeno inizialmente, solo con la sacra prostituta
Ciccina Circ, dopo aver rifiutato di disincantare Cata e
di soddisfare le voglie di Peppinagaribalda nellepisodio
del giardino delle arance; e le sue prime frustranti esperienze sessuali, tra il 37 e il 40, sono con sireneprostitute, come la ricca bionda dello jotto, la lercia e
invaiolata trapanese del caicco appestato e infine le
femminote di Nicotera, che addirittura trasmettono lo
scolo a un suo amico (cfr. pp. 573-606). La sua inconfessata ambiguit sessuale, poi, cui spesso alludono i pellisquadre dopo il suo incontro con il Maltese, si manifesta
nella visione ricorrente della sua bocca imbrattata di rossetto rosso, simbolo di una piaga interiore non accetta-

76

ta, che molto probabilmente il desiderio inconscio di


essere donna (e ci fa da pendant alla piaga dellOrca:
cfr. pp. 151 e 920; e prefigura forse la vagina che dovr
essere creata chirurgicamente sul corpo dellermafrodito
in Cima delle nobildonne).38
Inoltre, nel suo addio a Marosa, egli offre alla ragazza, che sta ricamando il suo cuore in nero su uno
sfondo bianco, il petto nudo per farselo ricamare sulla
pelle sopra quello vero (in una posa che fatalmente ricordavala posa dellEcce Homo, p. 1023), e quando la
stringe a s le sue lacrime gli scendono sul petto come
gli lacrimasse il costato a lui (p. 1024). Con questo
DArrigo crea un rapporto diretto con lOrca, la quale,
quando trainata verso la riva legata per i denti, mostra
agli sbigottiti pellisquadre il suo ultimo mistero: una
macchia bianca a forma di cuore sul petto nero, come un
38

Dellomosessualit Ndrja ha avuto unesperienza perlomeno indiretta e traumatica al tempo in cui si trovava in servizio sulla corvetta,
perch a un certo punto ripensa con orrore allinfame Capo Tarantino,
quello che sinculava i signorini tipo Signor Monanin (p. 974); e il
Signor Monanin, lo smidollato veneziano che per culla aveva una
gondoletta imbottita e tutta foderata di trine e pizzi e aveva ricami e
svolazzi, nappe e nappine, cappotte e tendine, veli e velari per non
farlo bruciare dal sole o sporcare dalle cacatine di mosche (p. 193), si
rif violentando linguisticamente (e riproducendo cos la guerra del
fascismo contro i dialetti locali) i sottoposti come lui e Crocitto e obbligandoli a chiamare con leffeminato termine italiano delfino
lanimale che per il loro dialetto e per la loro vita la fera (cfr. pp.
194-203).

77

gigantesco neo di desio, una gigantesca insoddisfatta voglia dorca incinta, stampata sulla pelle del figlio (p.
1015).
Infine, come lOrca, che, dopo aver donato ai pescatori la manna della cicirella, offre loro in pasto tutto il
proprio corpo39, Ndrja d tutto se stesso e poi anche la
sua stessa vita per guadagnare quelle mille lire utili
allacquisto della barca, arca di salvezza per leconomia
del-la comunit, dopo essersi prodigato per ottenere che
gli inglesi arenassero lanimale morto. E il romanzo si
chiude con il quadro messianico-escatologico di lui morto
nella sua barca-bara portata come unarca dellalleanza ai
cariddoti, che nel frattempo stanno consumando il banchetto dei giusti attorno al corpo dellOrca.

39

Lallusione cristologica qui trasparente, soprattutto se si pensa


anche al fatto che lOrca, la Morte in persona, muore (e la morte della
Morte significa Vita Eterna), per cui come se in essa e con essa si
riproducesse lo schema del Dio-uomo che, secondo il credo cristiano,
muore e, risorgendo, vince la Morte, annunciando cos la Vita Eterna.
Inutile dire che la questione della validit di una simile chiave di lettura unica per il romanzo aperta.

78

CAPITOLO 5

NOTA SULLA PRIMA CONNOTAZIONE


DELLANIMALE NEL PASSAGGIO DA I FATTI
DELLA FERA A HORCYNUS ORCA

Tra le infinite riflessioni critico-esegetiche che


una lettura comparata di Horcynus Orca e de I fatti della
fera pu suscitare e che potrebbero costituire materia di
studi ben pi corposi di questa nota, ne proporr qui solo
una, che mi sembra particolarmente significativa perch
riguarda i primi tre aggettivi40 con cui DArrigo,
allinizio della terza parte del romanzo, connota, alla sua
primissima apparizione nel romanzo, lanimale, cio
lOrca, lessere cos fatalmente portato dalla propria natura a dare la morte da identificarsi con essa (Era lOrca,
quella che d morte, mentre lei passa per immortale: lei,
la Morte marina, sarebbe a dire la Morte, in una parola,
40

Per unanalisi generale della tecnica dellaggettivazione in Horcynus Orca, con tutte le sue implicazioni semantiche e strutturali sulla
topologia linguistico-espressiva del romanzo, si veda Gatta 1991: 483495.

79

p. 618). lOrca, infatti, la grande novit, il fatto inquietante che trova Ndrja al suo ritorno a Cariddi, nonch
lassoluta protagonista fisica e simbolica del romanzo a
partire gi dal titolo.
Il processo di avvicinamento narrativo-espressivo
allOrca giunge alla esplicita, precisa e diretta denominazione dellessere nel passo appena citato (Era lOrca),
che apre il secondo paragrafo della parte terza e che nelle
due redazioni, almeno fino a immortale, identico, se
si trascura qui perch meriterebbe ben altra attenzione
lo strano uso del maschile ne I fatti della fera (dove si
aveva: Era lOrca, quello che d morte, mentre lui
passa per immortale, p. 465). Ma prima di arrivare al
nome della cosa, il testo passa attraverso tre tappe successive di denominazione semanticamente sempre pi calibrate e specifiche (novit, fatto, animale), contenute nei primi tre capoversi del primo paragrafo. La cosa
interessante che, mentre le prime due espressioni, piuttosto generiche e perci stesso abbastanza innocue, mantengono non casualmente la medesima aggettivazione
nelle due redazioni (la novit grossa, grossissima, e il
fatto immenso, allarmante), laggettivazione di animale termine ben pi importante perch finalmente indica
la natura della cosa si presenta in Horcynus Orca totalmente diversa rispetto a I fatti della fera. Infatti, mentre in Horcynus leggiamo di ... un gigantesco, misterioso, inimmaginabile animale (p. 617), se andiamo a
guardare il passo parallelo de I fatti, scopriamo che in o-

80

rigine gli attributi non solo erano quattro, e non tre, ma


erano anche totalmente diversi: ... un grande, ridicolo,
orrendo e spaventoso animale (p. 464).
Perch questo cambiamento drastico in un luogo
tanto importante del romanzo? Perch DArrigo non ha
lasciato nemmeno uno dei pri-mi attributi che aveva concepito per annunciare al lettore lentrata in scena
dellOrca? Cercher di rispondere con unipotesi interpretativa che pu forse contribuire a gettare luce su quel
mu-tamento di concezione poetico-filosofica di fon-do
che sta allorigine della radicale riscrittura de I fatti della
fera e della faticosa creazione di Horcynus Orca.
Confrontando i tre attributi dellOrca in Horcynus con i quattro originari de I fatti, si pu notare che
DArrigo, alla fine del suo labor limae, ha voluto definire
lanimale, nella sua prima apparizione, in termini tali che
lo ponessero, rispetto agli uomini e al loro mondo
desperienza ordinario, in una relazione di opposizione
totale, di alterit radicale, addirittura metafisica. Si consideri, infatti, che:
1. gigantesco allude ai Giganti, cio a quello spaziotempo mitico abitato da esseri titani-ci in cui luomo
non esisteva ancora;
2. misterioso indica che la natura dellessere incommensurabile rispetto a quella umana e animale in genere, ovvero che essa si pone al di l del campo di
applicabilit delle nor-mali categorie gnoseologiche

81

con cui luo-mo ordina e interpreta il mondo dellesperienza;


3. inimmaginabile proietta lOrca addirittura oltre i pur
vastissimi orizzonti della fantasia umana.
Tutto questo ben lontano dalla portata semantica dei primi quattro attributi. Anticipando la successiva
ampia caratterizzazione dellOrca, incentrata soprattutto
sul modo in cui essa viene percepita e vissuta dai pescatori di Cariddi, essi definiscono piuttosto lessere sulla
base di una diretta relazione fisica e psicologica con
luomo: la mole pura e semplice (grande) e laspetto
comico e grottesco (ridicolo), ma al contempo stomachevole (orrendo) e tale da incutere terrore (spaventoso).
Come si vede, queste ultime connotazioni hanno
pur sempre luomo come unit di misura e fonte e fondamento di valutazione: lanimale semplicemente
grande, ridicolo, orrendo e spaventoso rispetto
alluomo, il solo essere, tra laltro, che pu trovare ridicoli o orripilanti certi fenomeni della natura (e si noti che un
aggettivo come ridicolo, radicalmente eliminato da
DArrigo in questa prima descrizione dellanimale, torner, riferito allOrca, solo allorch essa, orrendamente mutilata dalle fere che lhanno scodata, verr descritta dal
punto di vista dei pescatori che osservano esterrefatti il
pietoso spettacolo della sua agonia: Era orrendo, ridicolo e contempo pietoso a vedersi, p. 767; cfr. il quasi i-

82

dentico luogo parallelo de I fatti: Era orrendo, ridicolo,


pietoso, p. 568).
In tal senso, come se, nel passaggio da I fatti a
Horcynus, DArrigo, nel definire lo status dellOrca, avesse abbandonato un approccio relativistico di matrice
protagorea (homo mensura rerum) per approdare a una
sorta di ontologia assolutistica in cui luomo un trascurabile accidente, un ente infimo privo di qualsiasi autorit epistemologica e autorevolezza spirituale.
A ulteriore conferma di questa ipotesi di lettura si
possono addurre due esempi davvero illuminanti.
a) Poco pi avanti nel romanzo, cio nella parte
del racconto del vecchio Giulio Vilardo in cui riferita la
seconda delle due precedenti apparizioni, nelle acque dello Stretto, dellOrca ferita a morte nel fianco sinistro e gi
puzzolente come una carogna (in quelloc-casione essa
venne donchisciottescamente affrontata e lanzata da
Ferdinando Curr e dalla sua chiumma), c un passo
che nel passaggio da I fatti a Horcynus ha subito una consistente rielaborazione che va esattamente nel senso sopra
indicato. Ecco il passo, cos come si legge nella prima redazione (limbarcazione degli imprudenti pescatori
trainata verso sud dallOrca lanzata):
Saffanner, pensavano. Si perder di lena, pi in
l di Melito non ci trainer. Ma forse lo giudicavano
da come si sentivano loro in mezzo alla sua scia puzzolente (p. 474).

83

Ed ecco lo stesso passo, cos come si presenta


invece in Horcynus:
Saffanner, pensavano. Si perder di lena, pi in
l di Melito non ci trainer. Parlavano da innocenti: lui
affannarsi? Lui perdersi di lena? Si vedeva che ancora
non ne avevano la pi lontana idea, che erano ancora
bianchi bianchi riguardo a quel fenomeno di natura.
Lo commisuravano forse con lo spada ma anche a
commisurarlo con animali assai pi scabrosi dello
spada, capidoglio o palombina, tanto per dire, o verdone, fera, smeriglio, lui restava sempre lontano, lontanissimo, troppo per poterselo figurare, il tipo, troppo per potersene fare, anche summo summo, unidea:
perch quelli erano animaluzzi al suo confronto, eppoi
non si poteva nemmeno concepirlo un confronto, a
cominciare dal fatto che quelli erano destinati fatalmente a morire, e tante volte proprio per mano sua, e
lui invece no, non moriva, lui faceva morire. Ma forse
lo giudicavano col loro metro di mortali, lo giudicavano da come si sentivano loro nella sua scia puzzolente (p. 634, corsivi miei).

b) Pi avanti ancora, in coda al monologo del signor Cama sui pro della presenza dellOrca nel mare
dello Stretto, c in Horcynus un commento del narratore
sulla futilit del teatrino dialogico messo in piedi da
Cama e da Luigi Orioles (sostenitore dei contro) che
del tutto assente ne I fatti (cfr. p. 489), dove dal monologo di Cama si passa direttamente al paragrafo successivo

84

(il cui attacco pressoch identico nelle due redazioni).


Ora, in questo commento di una ventina di righe, aggiunto ex novo, compare una caratterizzazione dellOrca (ovvero dellorcaferone, perch nel frattempo abbiamo appreso che lOrca chiamata ferone dai pescatori di Cariddi, da cui orcaferone per quel fenomeno di composizione morfologica cos tipica e onnipresente nel tessuto
linguistico del romanzo) molto simile a quella iniziale discussa qui:
nero, gigantesco, solitario, immortale
orcaferone (p. 659).

Come si vede, nellidentica struttura sintagmatica


(testa nominale preceduta da una coda di attributi) anche
larea semantica dellaggettivazione rimane del tutto coerente con quella della definizione precedente (della formula originaria de I fatti rimane solo il semplice numero
degli aggettivi), perch gli attribuiti rimandano a orizzonti metafisici che di nuovo escludono radicalmente la
presenza delluomo e del suo mondo:
1. nero, come suggerisce il testo a pi riprese (cfr. la
frase seguente, che ricorre nel monologo di Cama e
di cui, manco a dirlo, non c traccia nel luogo parallelo de I fatti: col colore nero di pece della sua
mole spariva come inghiottita in quellammasso di
tenebra immensa, abissale, p. 656), oltre a indicare

85

il colore naturale dellanimale, allude al mondo degli


abissi, alle tenebre degli Inferi, allAverno, allOrcus, appunto;
2. per gigantesco vale quanto gi detto, e a ulteriore
conferma che con questo aggettivo DArrigo vuole
alludere ai Giganti mitici si pu aggiungere che, poco
prima, il libro di cetologia illustrata con cui Cama istruisce i pescatori chiamato libro figurato di giganti marini (p. 640);
3. solitario si contrappone alla fondamentale caratterizzazione aristotelica delluomo come animale sociale,
per cui chi vive fuori dalla comunit per natura o un
abietto o un dio41;
4. immortale sancisce lirriducibile estraneit dellOrca
andando addirittura a contrapporsi nientemeno che
alla premessa maggiore universale del pi paradigmatico e indiscutibile sillogismo della logica umana.
A chiudere il cerchio di queste considerazioni, si
pu rilevare da ultimo il fatto che, laddove ne I fatti la
caratterizzazione dellOrca coincideva incidentalmente
con la nuova prospettiva estetica e concettuale guadagnata da DArrigo, essa stata mantenuta pressoch identica
41

cfr. Aristotele, Politica, I, 2, 1253a 1-5.

86

in Horcynus, come dimostra inequivocabilmente (ma si


potrebbero fare anche altri esempi) questa ennesima analoga formula definitoria che ricorre poco oltre lultima
citata:
limmensa, nera, solagna orca, che dava
morte (I fatti della fera, p. 492).
limmensa, nera, solagna, mortifera orca
(Horcynus Orca, p. 662).

qui, forse, in questa esplicita, meti-colosa e sistematica trasfigurazione dellOrca in simbolo ultraterreno e immanente insieme di morte, in divinit ctonia
che persino etimologicamente ha in s, d ed la Morte,
lorigine di quel senso di angoscia esistenziale, storica e
cosmica che pervade il grande romanzo e che inesorabilmente opprime e non lascia dormire il lettore: infatti, in
queste pagine sullOrca poste in apertura della terza parte, e poi in quelle, verso la fine, che costituiscono il grande innesto sul corpo della narrazione de I fatti della fera e
che ci proiettano nel lunghissimo e snervante delirio
mentale del protagonista sullo sperone, in cui la lingua
schiuma e vortica attorno allidea e ai veicoli (barca,
bara e arca) della morte e della dissoluzione degli
uomini di Cariddi e del loro mondo (che il mondo uscito dalla seconda guerra mondiale), in uno sconquasso che
coinvolge, scardinandoli, tutti i suoi livelli, da quello fo-

87

no-morfologico a quello lessicale, da quello sintattico a


quello semantico, da quello logico-argomentativo a quello narrativo, egli ha spesso la sensazione di venirsi a trovare nella medesima situazione di Ndrja quando ascolta
stremato e ai limiti dellincubo visionario al punto da
desiderare di essere colto dallo stesso sonno della morte
linterminabile, truce, tragicomico ed epico-cavalleresco
racconto da Mille e una notte in cui consistono le due
parolette preannunciategli dal padre.

88

CAPITOLO 6
LE PIUME DELLANGELO.
BUFALINO E IL CORPO-A-CORPO DELLA CULTURA SICILIANA CON HORCYNUS ORCA

Ritorniamo a Horcynus Orca il titolo di un


breve e intenso articolo di Gesualdo Bufalino apparso sul
Corriere della Sera del 19 settembre 1982. Loccasione
era fornita dalla riedizione Mondadori del grande romanzo di Stefano DArrigo, uscita proprio quellanno a cura e
con un importante saggio introduttivo di Giuseppe Pontiggia.
Questo capitolo conclusivo vuole essere un
commento allarticolo di Bufalino, che lautore chiamer
Codicillo a DArrigo e stamper alla fine della seconda
sezione di Cere perse.42 Le parole di Bufalino, che in
chiusura riporter integralmente, costituiscono oggi
unimportante testimonianza del rapporto della cultura
42

Cfr. Bufalino 1985, ora in Bufalino 2001: 815-1022 (il Codicillo a DArrigo alle pp. 889-890).

89

letteraria siciliana con il monstrum darrighiano, perch si


collocano in una posizione ben precisa che pu essere
meglio localizzata nello spazio delle possibilit mettendola in relazione con le posizioni assunte da altri scrittori
siciliani negli ultimi decenni. I casi esemplari che prender rapidamente in esame e che costituiscono modalit di
volta in volta diverse di confronto con quello che chiamer lAngelo sono tre: Leonardo Sciascia, Andrea Camilleri e Silvana Grasso.
Il riferimento al mito ebraico della lotta notturna
di Giacobbe con lAngelo divino (Gen., 32, 25-31) dello stesso Bufalino e chiude mirabilmente il Codicillo.
Ma se per Bufalino Giacobbe era DArrigo e lAngelo il
demone dellarte che pu ossessionare uno scrittore (come ha ossessionato DArrigo), qui rimescoler le carte e
lAngelo sar la presenza numinosa del romanzo, mentre
i Giacobbe saranno di volta in volta quelli che o hanno
accettato in qualche modo la sua sfida perturbante (come
Camilleri, Grasso e lo stesso Bufalino) o vi si sono sottratti sdegnosamente (come Sciascia).
Un discorso preliminare a parte merita per Elio
Vittorini, il quale, insieme a Italo Calvino, come abbiamo
visto nel primo capitolo, fu lo scopritore del DArrigo
narratore ben quindici anni prima delluscita di Horcynus
Orca. Vittorini chios lestratto apparso su Il Menab
con una Notizia da cui traspare, insieme alla sincera
ammirazione per lopera in gestazione e alla straordinaria
intuizione che essa potesse richiedere ancora un decen-

90

nio di mutamenti e sviluppi, tutta la perplessit dello


scrittore affermato che si vede quasi costretto a lanciare
uno scrittore sconosciuto ispirato da unestetica baroccheggiante e sperimentale lontanissima dallideale di
scrittura limpida e funzionale da lui inseguito e auspicato
per la letteratura della nuova Italia43. Ma Vittorini, purtroppo, morir prematuramente nel 1966 e non vedr mai
lesito ultimo di quellimmane lavoro di revisione conclusosi nel 1975 con la pubblicazione di Horcynus Orca.
La perplessit di Vittorini sembra condivisa tacitamente dallassoluto e rumorosissimo silenzio di Sciascia su Horcynus Orca. Non vi alcun dubbio che dagli
anni Settanta al 1989, anno della sua morte, Sciascia sia
stato lintellettuale e scrittore siciliano pi prestigioso e
influente. Eppure nei tre volumi Bompiani delle sue opere non c un solo rigo dedicato a DArrigo. Considerato
che nei suoi scritti saggistici Sciascia mostra un interesse
enciclopedico per i fatti letterari universali, e non solo siciliani (e in questo fu un emulo di Borges, tant vero che
nelle Cronachette c un prezioso pezzo borgesiano a
commento di una falsa notizia giornalistica sulla non esistenza dello scrittore argentino44), a dir poco stupefacente il modo in cui egli riusc ad ignorare la presenza
ingombrante di DArrigo. Di questo fatto ho avuto modo
43

Cfr. Vittorini 1960, ora anche in Gioviale 2004: 44-45.


Cfr. Leonardo Sciascia, Linesistente Borges, in Sciascia
1985 (ora in Sciascia 2002: 161-163).
44

91

di parlare con Matteo Collura il 19 gennaio 2007 a Milano, in occasione della presentazione al Castello Sforzesco
dellAlmanacco del Bibliofilo, cui partecipava anche
Umberto Eco (che dovevo intervistare45). Matteo Collura,
amico di Sciascia e autore di una fondamentale biografia
del Maestro di Regalpetra46, mi ha spiegato la cosa ricorrendo a una citazione rivelatrice, che individua perfettamente il genere di repulsione che Sciascia poteva nutrire per DArrigo (anche se forse non spiega del tutto il silenzio). Secondo Collura, Sciascia applicava a DArrigo
la distinzione tra lo stile di cose e lo stile di parole,
introdotta da Pirandello nel celebre discorso del 2 settembre 1920 al Teatro Bellini di Catania per gli ottantanni di Verga47 e applicata rispettivamente a varie
coppie di autori italiani tra loro pi o meno coevi, come
Dante e Petrarca, Machiavelli e Guicciardini, Ariosto e
Tasso, Manzoni e Monti, Verga e DAnnunzio. In tal
senso, secondo quanto Collura ha potuto appurare nelle
sue conversazioni con Sciascia, questultimo probabil45

Cfr. Trainito 2007.


Cfr. Collura 1996. Non superfluo osservare che DArrigo
non mai nominato neppure in questo volume.
47
Nel 1931 Pirandello ribadir il concetto in un analogo discorso alla Reale Accademia dItalia per il cinquantesimo anniversario delluscita de I malavoglia. I due discorsi sono ora
facilmente reperibili in rete, ad esempio al seguente indirizzo:
http://lafrusta.homestead.com/riv_pirandello.html.
46

92

mente infilava DArrigo nella schidionata degli scrittori


dominati dallo stile di parole, assieme a Petrarca, Guicciardini, Tasso, Monti e DAnnunzio, e per questo motivo, trattandosi di un autore lontanissimo dallidea di letteratura come impegno civile illuministico, a lui tanto
cara, avrebbe deciso di ignorarlo del tutto.
Nessun confronto, dunque: Giacobbe, qui, si
sottratto sdegnato alla lotta con lAngelo notturno.
In occasione della pubblicazione de I fatti della
fera, Andrea Camilleri intervenne su La Repubblica
con un articolo in cui raccontava la sua strana amicizia
con DArrigo e confessava la sua sconfinata e tremebonda ammirazione per Horcynus Orca. Particolarmente interessante il passaggio in cui Camilleri rievoca la storia
del Glossario voluto da Garzanti in coda a Un filo di fumo, uscito per la prima volta nel 1980: Di Stefano
DArrigo sono stato, in qualche modo, amico. Dico in
qualche modo perch Stefano aveva imprevedibili e addirittura fanciullesche impennate. Quando usc il mio secondo romanzo, Un filo di fumo (del primo ero riuscito a
non fargli sapere niente), non volevo mandarglielo per
una ragione semplicissima: mi sentivo intimorito dalla
sua grandezza. Orazio Costa, il regista mio maestro che
era un grande estimatore e amico di Stefano, glielo fece
avere. Due giorni appresso Stefano volle vedermi. Orazio mi ha dato il tuo romanzo, ma non lho ancora letto.
C prima una cosa da chiarire. Il glossario. Perch ce
lhai messo?. Lha voluto Garzanti, leditore. E lhai

93

scritto tu?. S. Io mi ero completamente scordato della


sua storia con Vittorini e non capivo dove volesse andare
a parare. Alla mia risposta affermativa mi guard in un
modo che non so ancora definire. E certamente non volle
leggere il romanzo del quale, nei successivi incontri, non
si parl mai pi48. Camilleri ha accettato la sfida
dellAngelo, ma si guarda bene dallaffrontarlo sul suo
terreno. Lo sperimentalismo linguistico di Camilleri, infatti, non ha alcuna intenzione di emulare quello di
DArrigo e il respiro della sua prosa volutamente corto,
tagliente, quasi esclusivamente referenziale. Le piume,
Camilleri, cerca di carpirgliele in un altro modo, e si tratta per lo pi di omaggi reverenziali occasionali, legati
magari a certe messe in scena (ne La presa di Macall, ad
esempio, la raffigurazione grottescamente priapicosodomitica dello spirito spartano del fascismo ricorda analoghi quadri di Horcynus Orca) o al disegno di certe
figure femminili. Il pi recente cunto di Camilleri, Maruzza Musumeci49, con quel suo recupero del mito omerico di Ulisse e delle sirene, incarnate in donne-entit talattiche come la catananna Minica, Maruzza e la figlia
Resina, costituisce tra laltro un chiaro omaggio alle
femminote darrighiane, creature ferine discendenti delle sirene omeriche, come le stesse fere (cio i delfini),

48
49

Camilleri 2000.
Camilleri: 2007.

94

secondo la teoria popolare esposta da Mim Nastasi, non


a caso un paralitico (cfr. pp. 122 e 558-568).50
Per Camilleri, dunque, la lotta con lAngelo
impari e si tramuta nellofferta devota di doni votivi.
Un peculiare corpo-a-corpo con lAngelo lo instaura invece Silvana Grasso, una scrittrice che esplora
una prosa baroccheggiante, sanguigna e carica di neoformazioni attinte dal dialetto e dalle radici greco-latine
che per certi versi si avvicina a quella di DArrigo. Alcune allusioni esplicite al romanzo sono disseminate qua e
l nelle sue opere: Morto Ror la Pttica si poteva dirla
un mostro con corpo dorcinus orca e gambe da cicogna51; Non li vidi mai i muli passarmi davanti, lo zoccolo caldo gli occhi orcinsi il vapore del fiato sul petto52. Ma in tutta la sua personalit che Silvana Grasso
ricalca limmagine di una femminota, con quella sua
esuberanza dionisiaca che ne fa una donna del tutto fuori
dal comune.
Con Silvana Grasso, come si vede, la lotta con
lAngelo si fa colluttazione e amplesso generante.
La metafora erotica del rapporto con i libri cara
a Bufalino e non a caso egli la introduce sulla soglia del
Codicillo. Bufalino condivide con Sciascia il culto del50

Per maggiori dettagli sugli echi darrighiani in Camilleri rimando a Trainito 2008: 82-87.
51
Grasso 1997: 170.
52
Grasso 2006: 31.

95

la parola levigata e alta e del periodo elegantemente articolato nel respiro apparentemente involuto, e con Sciascia e Camilleri predilige laurea brevitas, la misura
classica del tempo dei testi propri e altrui. Ecco perch
lapparizione, nel 1975, del corpo smisurato del romanzo
darrighiano, costruito con un periodare che trama ossessivamente nel testo il labirinto acquatico degli spurghi
e dei bastardelli del mare in rema dello Scille Cariddi
per introdurre e perdere il lettore nel regno dellOrcoMinotauro, lo lasci sconcertato e lo indusse ad abbandonare per insofferenza da libertino il corpo-a-corpo con
lAngelo. Ma fu una scelta di cui egli ebbe a pentirsi e
sette anni dopo lo riconobbe con grande onest intellettuale in un breve testo che anche una stupenda ripresa
contemporanea dellantico genere letterario della palinodia. Con esso, dunque, mette conto concludere:
Non ero cos da giovane, ma da qualche
tempo in qua non amo coi libri le relazioni prolungate, bens, da libertino in transito, le estasi
momentanee, le avventure in un portone. Sicch
sono uno di quelli che non hanno letto Horcynus
Orca sino alla fine.
Non tanto per debilit fisica o umana impazienza; quanto per limpressione, divenuta presto
umiliazione e rimorso, che il tempo di quelle pagine fosse diverso dal mio, e che mi bisognassero
troppe ore per educarvi lorecchio e poterne catturare la difficoltosa, gloriosa scansione. A di-

96

stanza di anni le cinque o seicento pagine delibate allora, pi le molte altre scorse, annusate, aperte direbbe lautore allorbisca, lievitano
nella memoria con una leggerezza inattesa, perdono quellantico colore di grondante e impervia
immanit, viene voglia di rivisitarle con animo
ingenuo.
Nulla di men che naturale, in questa resipiscenza: non la prima volta che sento unopera,
senza rileggerla, ringiovanire e spostarsi dentro
di me. Cos oggi esiterei meno, fra ammirazione
e sospetto, davanti allallegro subbuglio delle invenzioni linguistiche; non chiederei pi a una
macchina mitopoietica di cos alte e legittime
ambizioni una parsimonia impossibile; n cercherei la concentrazione fulminea dove era lecito
attendersi solo la coazione a ripetere e la munificenza delle mani bucate...
Il fatto che nellingegneria narrativa conta
specialmente la virt che taluno vant nel Borromini: dellornato che sappia farsi funzione, al
punto che, se mancasse, ledificio crollerebbe.
il caso dellOrca, mi sembra, e il libro ritorna
oggi per necessaria verifica. Vogliamo riaprirlo
senza pregiudizi, vincere una buona volta le resistenze della cattiva coscienza? Vogliamo provare
a dedicargli, infine, lo stesso allarme e rispetto
che se fosse tradotto dallinglese?
il meno che si deve a un ingegno di cos
malinconica e altera natura, a una dedizione e os-

97

sessione cos assolute. Dopo la lunghissima notte


di battaglia con langelo, ci accorgeremo, se gli
apriamo il pugno, che Giacobbe ha strappato al
nemico assai pi di una piuma.

98

APPENDICE

DUE GOCCE NEL MARE


DI HORCYNUS ORCA:
*
LA GELA DI DARRIGO

Per stimolare nei lettori gelesi la curiosit di leggere Horcynus Orca, che lesigua schiera di studiosi e
ammiratori - esigua perch il romanzo, oltre a intimorire
per la sua mole, oggettivamente difficile, soprattutto
per i lettori non siciliani, i quali non possono entrare nel
cuore delle miracolose invenzioni linguistiche del testo,
spesso ottenute con linnesto di molte radici dialettali sulla morfologia dellitaliano - annovera tra i capolavori assoluti della narrativa del Novecento, azzarder uno
sguardo dinsieme sul romanzo partendo dalle due ricorrenze in esso del nome della nostra citt.
Le ragioni che mi spingono a questo tentativo che
pu apparire (e per taluni versi ) bizzarro, per, ci sono,
*

Gi apparso, in forma leggermente diversa, sul Corriere di Gela


del 24 aprile 2004.

99

e sono sostanzialmente due: 1) come gi detto, il mio intento qui quello di invitare i miei concittadini che amano la grande letteratura ad avvicinarsi a unopera fondamentale ancora troppo ignorata (addirittura, ahim, tra gli
stessi docenti siciliani di materie letterarie), scritta da un
siciliano e ambientata in Sicilia, in particolare nello Stretto di Messina, tra Scilla e Cariddi; 2) la costruzione
del romanzo, la cura maniacale di ogni dettaglio linguistico-espressivo e la compattezza dei rimandi interni fanno s che il suo tessuto narrativo presenti una forma ricorsiva che ricorda molto i frattali, nel senso che praticamente ogni livello micro-strutturale riproduce in piccolo
la macro-struttura generale del-lopera, per cui isolare e
analizzare due gocce nel mare di testo di questo testo di
mare (che non ha al suo interno alcuna divisione in capitoli proprio per simulare la compattezza, ondeggiante in
flussi e riflussi di correnti primarie e secondarie, spurghi, rifiuti e bastardelli, del mare in rema dello
Stretto) pu riservare le stesse sorprese conoscitive, per
quanto parziali, che lanalisi chimica di un campione
dacqua marina riserva di solito a uno studioso degli Oceani.
In tal senso, spero che la mia operazione una tra
le tante possibili, dato che il testo pieno di luoghi minori analoghi da cui si potrebbe guardare il tutto riesca a
far assaporare lintima anima dellopera con lo stesso
meccanismo di risonanza evocativa attraverso il quale un
uomo, standosene tranquillamente e pensosamente in

100

barca, pu assaporare e sentire lessenza del mare leccandosi le dita bagnate in esso.
Ebbene, come entra in gioco Gela in questo vero
e proprio Trionfo della Morte che si svolge nelle acque
dello Scille Cariddi (cos DArrigo chiama lo Stretto)?
Vi entra, a mio parere, seppure occasionalissimamente,
come luogo topografico che si configura come autentico
luogo dello spirito, perch tutte e due le volte in cui Gela
menzionata siamo in un contesto in cui il Male, quello
del corpo e quello della natura, trova un punto di singolarit in cui esso esprime al massimo la sua potenza dilagante nel mondo. (Noto di passaggio che le due occorrenze della parola Gela sono gi presenti nei luoghi paralleli de I fatti della fera, p. 452 e p. 561, e ci non irrilevante, perch nei quasi quindici anni di rielaborazione
delle bozze DArrigo cambi molte cose anche sul piano
delle indicazioni topografiche).
Nel primo caso, ci troviamo in un microepisodio
che, insieme ad altri due, rievoca liniziazione sessuale di
Ndrja durante ladolescenza, e tutti e tre costituiscono
delle digressioni minori rispetto a una digressione pi
ampia, che ha la funzione di chiarire un sogno erotico fatto dal protagonista sulla riva subito dopo lestenuante
racconto del padre seguito al loro primo incontro (questo
vertiginoso incassamento di digressioni sul passato costituisce la sostanza del tessuto narrativo del romanzo).
Lepisodio racconta di quando Ndrja e i suoi amici in-

101

contrarono sulla riva di Cariddi una trapanese lercia,


invaiolata e assetata di sesso che si era arenata col suo
caicco, nella cui stiva teneva nascosto, perch appestato e morente, il beduino che laveva rapita e deflorata.
Nel racconto da Mille e una notte (una tra le piccole perle
stilistico-narrative del romanzo) in cui rievoca le loro peripezie nel Canale di Sicilia dopo che la malattia contagiosa del beduino, il quale da parte sua non voleva cedere
al male che lo attanagliava e perci si rifiutava di mettersi
a letto, venne smascherata a Biserta dagli scaricatori di
porto, la trapanese a un certo punto dice:
Per, verso Gela lui fin di dire no, no e si sprofond
lasstto: dopo di che, a Santa Croce Camarina mi pigliai a bordo quel mozzo miserabile, e lo tenni
alloscuro delle pustole del beduino (p. 601).

Il senso letterale di questo passo, preso isolatamente, che verso Gela la malattia dellappestato si aggrava e costui costretto a mettersi a letto nella stiva. Ma
perch, ci si potrebbe chiedere, proprio verso Gela?
Che cosa c da quelle parti? Il lettore, per il momento,
non ha alcun motivo di cercare una risposta a queste domande, tanto pi se non di Gela. E se non di Gela, difficilmente si ricorder del passo citato quando, centocinquantasette pagine dopo, si imbatter per la seconda e ultima volta in questo toponimo. Ma il lettore gelese, se
non distratto, non pu evitare a questo punto di tornare

102

indietro, ritrovare loccorrenza a pagina 601 e mettere a


confronto i due passi: si accorger allora che il secondo
getta una luce inquietante sul primo, e viceversa, e che
quindi i due passi si illuminano a vicenda di una luce sinistra e rivelatrice di un senso pi profondo sotto quello
letterale.
Nel secondo caso, daltra parte, ci troviamo non
gi nella digressione di una digressione rispetto a un episodio sostanzialmente secondario (il sogno sulla riva; da
cui il ricordo delle strane teorie del vecchio Mim Nastasi
sulle Sirene omeriche, progenitrici a suo dire sia delle
fere sia delle femminote; da cui infine il ricordo delle
prime esperienze sessuali con feroci donne-sirene, tra cui
appunto la trapanese), ma nella prima pagina
dellepisodio centrale del romanzo, lepico e roncisvalloso scontro tra lOrca e le fere, che alla fine la scodano per
darle una morte lunga e ridicola. lalba di marted 7 ottobre, e DArrigo apre queste pagine lunghe e drammatiche (che costituiscono senza alcun dubbio uno dei vertici
della narrativa moderna, degne di stare a fianco delle migliori pagine di Moby Dick), con una frase secca e memorabile: Venne marte e marte veramente fu per
lorcaferone (p. 758). Poco sotto, nella stessa pagina, si
dice che lalba aveva visto nello Stretto un sinistro arrivo
di decine di branchi di fere da sud, dal Canale di Sicilia,
ed qui che, a chiusura dellimportante capoverso, riappare Gela:

103

Erano le villane del Canale, quelle rustiche e rusticazze abitu che informate del grande e memorabile
fatto che stava per succedere sullo scille cariddi, venivano a dargli anchesse la loro incalcata e affogata
allorcaferone. Queste villane, della stessa razza delle
abitu, ma brune o pi brune ancora di quelle, dun
bruno affumicato, e non tanto flessuose, quanto torciute piuttosto, non tanto snelle, sfilate, eleganti, quanto
corte e malecavate piuttosto, queste, se le abitu erano
scabrose, esse erano pessime, con la mentalit grezza
di rusticazze, il carattere tale e quale il colorito affumicato, tinto, pessimo, cio a dire, passato di nero,
mascherato col nerofumo, carattere di fere veramente
africanesche, fere che bazzicano fra Biserta e Pantelleria, fra Malta e Gela.

Ecco, dunque, cosa c verso Gela e davanti al


suo mare: c che l il male ancora pi malvagio, ancora
pi selvaggio, perch africanesco, al punto che l le fere,
emissarie della Morte, sono ancora pi fere, pi feroci,
pi ferali, e la peste, come ha sperimentato il beduino,
ancora pi peste, ancora pi pesti-fera. Ed proprio un
vento di puzze () pestifero (p. 619) che, non a caso,
la prima volta annuncia ai cariddoti larrivo dellOrca
morente sul loro mare teatro di morte.
Gi Virgilio aveva fatto dire a Enea che Gela
prende il nome da un fiume immane, cio dato che
lattributo non pu riferirsi alla portata (di certo relativamente modesta) terribile, inumano, feroce per
chiss quale misteriosa ragione, in un passo (III, 702) a

104

noi gelesi ben noto che sembra riecheggiato in quello di


Horcynus Orca in cui la trapanese passa davanti alla nostra citt andando in senso inverso rispetto al troiano: ne
spia, tra laltro, lidentico accostamento con Camarina,
anche se in successione invertita.
Dunque, verso Gela, e in associazione con
lelemento liquido, lo stesso Virgilio situava limmane,
e immane, in tutte le sue sfumature semantiche (gigantesco, misterioso, inimmaginabile, p. 617; immensa, nera, spaventevole, p. 622; nero, gigantesco, solitario, immortale, p. 659; immensa, nera, solagna, mortifera, p. 662) lorcaferone, cio il mare, perch il mare e lOrca, in una pagina grandiosa (cfr. p. 955), sono
visti con fantasia onirica da Ndrja come luno la metamorfosi dellaltra attraverso la Morte, e sono, pertanto,
la stessa Morte in due sue diverse ma commutabili epifanie. Si pu allora concludere dicendo che nella topografia
simbolica del mare di Horcynus Orca insieme luogo
geografico e luogo testuale in cui tutto muore o morente, compreso lo stesso animalone che non solo d per
natura la morte, ma ed ha la Morte nel corpo e nel nome
(orcinus / Orcus / orca ) dirigersi verso Gela significa
inoltrarsi nel cuore stesso dellimmane, ovvero, parafrasando lo stupendo endecasillabo con cui si chiude il
romanzo, andare dentro, pi dentro dove il male male.

105

106

PARTE SECONDA
IL METODO LAICO.
IDENTIT APERTA E MEMORIA PLURIMA
DELLOCCIDENTE
IN CIMA DELLE NOBILDONNE

107

108

Sono amputate radici che germogliano,


son cose antique che rivegnono, son veritadi occolte che si scuoprono: un nuovo
lume che, dopo lunga notte, spunta all'orizonte ed emisfero della nostra cognizione
ed a poco a poco savicina al meridiano
della nostra intelligenza.
[GIORDANO BRUNO, De linfinito universo et mondi, in Bruno (1584), 1985:
498 (Dialogo V)]

109

110

PROLOGO

Al fine di spiegare il motivo per cui in questa


sede non intendo dare n avvalermi di una definizione essenzialistica di termini astratti quali laicit o
laicismo, mi servir di una citazione del Libro blu
di Wittgenstein, laddove egli chiosa Platone nel corso della sua battaglia antiessenzialista condotta soprattutto contro lautore del Tractatus logicophilosophicus. In particolare, Wittgenstein fa riferimento a un passo del Teeteto dove, alla domanda di
Socrate Che cosa credi che sia conoscenza?, Teeteto risponde elencando esempi di conoscenze, come
la geometria, lastronomia, la musica, laritmetica,
larte del calzolaio e quelle degli altri artigiani. Con
questa risposta perfettamente tardo-wittgensteiniana,
per, egli delude laspettativa essenzialistica di Socrate-Platone, il quale non chiedeva una enumera111

zione di conoscenze (...) bens (...) che cosa la conoscenza in s53. Ebbene, osserva Wittgenstein,
lidea, che, per comprendere il significato di un
termine generale, si debba trovare lelemento comune a tutte le sue applicazioni, ha paralizzato la ricerca filosofica: non solo non ha riportato alcun risultato, ma ha anche indotto il filosofo a respingere, come irrilevanti, i casi concreti, lunica cosa che avrebbe potuto aiutarlo a comprendere luso del termine generale. Quando Socrate pone la domanda:
Che cos la conoscenza?, egli non considera neppure una risposta preliminare unenumerazione di
casi di conoscenza. Se io volessi scoprire quale sorta
di cosa sia laritmetica, riterrei del tutto soddisfacente aver indagato il caso di unaritmetica dei numeri
cardinali finiti. Infatti: (a) ci mi condurrebbe a tutti
i casi pi complicati, (b) unaritmetica dei numeri
cardinali finiti non incompleta, non ha lacune che
siano poi colmate dal resto dellaritmetica54.
Nello spirito di questo passo, dunque, io qui
eviter di rispondere a domande del tipo Che cos
la laicit?, ma esibir piuttosto quello che vorrei
chiamare il metodo laico, che a mio parere dovreb53
54

Platone, Teeteto, 146 c-e, in Platone 1991: 86-87


Wittgenstein [1933-1934], 1958: 30.

112

be distinguere chi, come si espresso Giulio Giorello che a sua volta citava un passo di Samuel Johnson riferito a Milton -, di nessuna chiesa55, e
pertanto non riconosce rivelazioni divine e dogmi
religiosi, n presume una gerarchia assiologica tra
fedi e credenze storiche, ma tratta ogni fede e ogni
dogma come ulteriore figura del mito, come un luogo culturale segnato da tracce esclusivamente umane
e da percorrere come un borgesiano giardino di sentieri che si biforcano e si dirigono potenzialmente in
ogni altro spazio-tempo allinterno del frattale della
mappa totale della nostra memoria. In tal senso ogni
porta daccesso vale laltra e qui io mi inoltrer nel
giardino della nostra memoria muovendo dal caso
esemplare costituito dal romanzo minore di un autore siciliano noto soprattutto per aver scritto un
grandissimo romanzo che pochissimi, per, ancora
oggi riescono a leggere: Horcynus Orca.

55

Giorello 2005: 39.

113

CAPITOLO 1
HATSHEPSUT E LOCCIDENTE

Dopo circa ventanni di oblo, nel marzo


2006 stato riedito da Rizzoli Cima delle nobildonne, il secondo e ultimo romanzo del siciliano Stefano
DArrigo (1919-1992), pubblicato per la prima volta
da Mondadori nel 1985. Con questopera, lautore di
Horcynus Orca tornava dopo dieci anni di silenzio
sfidando i lettori a riconoscerlo identico tra le righe
del totalmente altro, perch Cima delle nobildonne
un romanzo che si presenta, rispetto al primo, con
tutti i valori cambiati di segno.
Se la mole del primo era smisurata, quella del
secondo misura poco pi di un decimo di essa; se il
testo del primo era straripante e pressoch privo di
scansioni, quello del secondo contenuto entro argini tipografici ben precisi, con doppi cambiamenti di
pagina per separare le tre parti (ciascuna introdotta
114

da epigrafi a chiave) e singoli cambiamenti di pagina


per separare i ventuno capitoli totali (anche se n le
parti n i capitoli sono numerati); se la lingua del
primo era una creazione ipertrofica inaudita ottenuta
innestando radici dialettali sulla morfologia
dellitaliano, quella del secondo una prosa cristallina, alta e piena di termini specialistici; se la sintassi
del primo era sontuosa e vertiginosamente dilatata,
quella del secondo lineare e quasi cronachistica; se
la semantica del primo era espressionistica e tortuosamente allusiva e carica di risonanze a partire persino dal livello fonologico del lessico, quella del secondo quasi sempre puramente referenziale, anche
laddove la narrazione naturalistica sfocia nella visionariet e nellallegoria56; se lambientazione del
56

Naturalmente DArrigo non manca, qua e l, di avvertire implicitamente e allusivamente il lettore di avere a che fare pur
sempre con lautore di Horcynus Orca, e quindi di stare allerta
e di non fidarsi troppo dellapparente linearit espressiva del
testo di Cima delle nobildonne. Ecco perch, ogni tanto, il lettore che abbia nelloreocchio della memoria la morfologia, il
lessico e la sintassi del grande romanzo, riconosce linconfondibile voce di DArrigo anche nellasettica prosa di Cima
delle nobildonne, sia in certe neoformazioni (stranottati, p. 7;
ruminarumina, p. 91; straluciati, p. 105, ecc.) sia soprattutto in certi ritmi del periodo in cui lo stesso andamento sintat-

115

primo era limitata a una strettissima porzione geografica e antropologica dellEuropa meridionale (lo
Stretto di Messina, i pescatori), quella del secondo
spostata nellestremo Nord dellEuropa, a Stoccolma57, dove a darsi convegno sono uomini illustri per
tico a determinare le creazioni morfologiche (procedimento,
questo, che ricorre ossessivamente in Horcynus e ne costituisce, per cos dire, la cifra espressiva). Cfr. ad es. p. 62: Mattia
ne fu sbalordito. Unidea come quella venuta a un operatore
qual era Belardo, operatore-attore, operattore di razza, non poteva non sbalordire: lui stesso, quel grande operattore, proponeva labolizione della sua platea, anche se lanfiteatro era lo
stesso destinato a scomparire con ladozione dei circuiti chiusi.
57
Questa collocazione geografica del romanzo, prima facie
molto strana per uno scrittore mediterraneo, da collegare
forse alla probabile provenienza del misterioso popolo degli
arpioni, la cui sconfitta ad opera dellantichissimo Faraone
Narmer celebrata nel corteo trionfale di Hierakonopolis raffigurato nella cosiddetta Paletta di Narmer (in realt un contenitore in ardesia di prodotti cosmetici a due facce, simili alle tavolozze dei pittori). Come dice Planika ai suoi studenti, nella
Paletta sono graffite le strips che girando dalluna allaltra
faccia raccontano per immagini il corteo trionfale che 3500 anni prima di Cristo si svolse nella citt di Hierakonopolis nel
Basso Egitto in onore del Faraone Narmer che tornava dalla
memorabile vittoria ottenuta sul popolo degli arpioni, misterioso popolo marinaro, forse scandinavo, vichingo, scapolato

116

dottrina o per denaro provenienti da tutto il mondo e


da tutte le culture (i medici e chirurghi italiani,
lEmiro del Golfo, lebreo errante boemo-americano
luminare di Placentologia, lereditiera americana vedova di uno svedese, ecc.); se simboli di Morte e Vita del primo erano rispettivamente unOrca gigantesca e la minuta cicirella portata dallOrca, simboli
di Vita e Morte del secondo sono rispettivamente la
Placenta e i Seminomi Killers, cio cellule anarchiche placentari in feto; se nel primo lo sport (passione di DArrigo) si riduce alle prove tragiche di una
regata tra soldati e pezzenti dilettanti, nel secondo
assistiamo al giornalistico epicedio di sapore omerico sul declino di due leggende americane del baseball (Babe Ruth) e del football (Y.A. Tittle). E cos
via.
Questo ruolo apparente di satellite minore
svolto da Cima delle nobildonne rispetto al corpo
planetario di Horcynus Orca, ha fatto s che la sua
percezione venisse oscurata dal bagliore del primo, e
se si considera che questultimo risulta ancora accecante e inavvicinabile per i pi, si comprende anche
forse nel Mediterraneo navigando lontano dalla patria non si sa
di preciso perch (p. 20). Cfr. qui, Riferimenti iconografici,
fig. 2.

117

perch il secondo romanzo di DArrigo, che in realt


uno dei pi straordinari capolavori della letteratura
del XX secolo, sia rimasto per il grande pubblico
ancora pi misconosciuto di Horcynus Orca.
Forse, per, la riapparizione del romanzo di
Hatshepsut il nome del grande Faraone donna
della XVIII Dinastia che diede prosperit e splendore artistico allEgitto e la cui traduzione in italiano
appunto Cima delle nobildonne58 in questi nostri
tempi di declino culturale, pu segnare linizio della
considerazione che merita. Questo romanzo della
placenta (la Placenta-Hatshepsut, come vedremo),
ci spinge infatti a riflessioni cos alte e articolate che
lattuale egemonia politica in Occidente di una concezione fondamentalista di stampo neo-spiritua58

DArrigo avrebbe voluto intitolare Hatshepsut il romanzo,


ma leditore Mondadori non fu daccordo, perch, a suo dire,
nessuno avrebbe mai comprato un romanzo con quel titolo (cfr.
lintroduzione di Walter Pedull, p. XIII). Lo stesso professor
Planika progetta da trentanni una monografia sulla placenta
che non porter mai a termine e di cui restano solo lidea grafica della copertina, il titolo e il sottotitolo: Hatshepsut
(Splendore e miseria della placenta), scritto sopra una riproduzione della famosa scultura che ritrae lindomabile fanciulla
seduta sul trono dei Faraoni (p. 29 e p. 33). Cfr. qui, Riferimenti iconografici, fig. 1.

118

listico (teo-con in America e clericale in Italia), che


pretende di imporre a tutti radici e identit ebraicocristiane, appare in tutta la sua miseria intellettuale:
nientaltro che una operazione di ipersemplificazione della storia dellOccidente subordinata a scopi di
puro colonialismo ideologico di stampo neoguelfo.
Con una voce laica che ci giunge da una lontananza di appena due decenni, ma che per sembra
provenire da un tempo remotissimo se ascoltata
dallinterno dellodierno fragore mediatico della
chiacchiera astorica e servile intorno a Bush e Ratzinger (e ai loro pi popolari megafoni ideologici
italiani: Oriana Fallaci e Marcello Pera), DArrigo
sembra davvero poterci rinfrescare lo spirito ponendoci di fronte, nel giro di un romanzo di fulminea
brevit e rapidit, a tutta la complessa stratificazione
della nostra identit di occidentali. Al punto che un
intervento di chirurgia plastica e ginecologica in una
sala operatoria di Stoccolma per la creazione di una
neovagina a una fanciulla araba affetta da ermafroditismo, e una lezione universitaria di placentologia
con diapositive raffiguranti la Paletta dellantico Faraone Narmer, che tra i segni del suo trionfo esibiva
la propria placenta mummificata dal padre, risuonano delleco di una infinit di voci, pratiche e figure
119

di ogni tempo: dal Creatore biblico alla dea indiana


Kal, dal Pitagora della metempsicosi e del culto della scienza allErmafrodito delle metamorfosi ovidiane, da Prometeo allarte egizia della mummificazione, dal regno di Hatshepsut al Ramo doro di Frazer,
dallermetismo antico a quello rinascimentale di
Bruno. Per non parlare dellepisodio della visita di
Mattia alla casa di Irina, in cui la polvere del tempo
morto immobilizza un mondo di dolori e di orrori
privati che per essere compreso in tutte le sue risonanze culturali e cultuali richiede uno sguardo esegetico che sappia estendersi dalla psicoanalisi di
Freud indietro fino alle riflessioni sulla morte come
prigiona eterna contenute, come ha recentemente
ribadito Giorello59, nella saga di Gilgamesh60,

59

Cfr. Giorello 2004: 170-176.


Cfr. La saga di Gilgamesh, di Giovanni Pettinato, Milano,
Rusconi, 1992, Tavola X, righe 18 e 20, p. 214: Il prigioniero
e il morto come si somigliano lun laltro!/ () luomo primordiale un uomo prigioniero. Alla luce di Frazer 1922:
62-63 (riportato pi avanti nel testo) e delle osservazioni di alcuni studiosi della soteriologia antico-mesopotamica relative a
questo passo del Gilgamesh, riportate in Giorello 2004: 241
(note 138 e 139), si potrebbe ragionevolmente affermare che la
placenta in formalina scoperta da Mattia nella casa di Irina
60

120

lantichissimo poema eroico mesopotamico anteriore


persino alla Bibbia, ai poemi indiani e a quelli omerici.
Ecco come lautore stesso, in una conversazione telefonica con Pedull (da questultimo riportata nellampio saggio introduttivo che accompagna
la nuova edizione del 2006), definiva il romanzo:
non un romanzo storico, c anche un po di storia, s, parecchio Egitto, qualche leggenda ebraica,
degli arabi in prima fila, un paio di americani, ma
non la loro storia, semmai la nostra, fatta di ogni
nostro passato, compresi loro (p. VIII). In tal senso,
Cima delle nobildonne, che non ha una trama unica,
perch si sviluppa per quadri visionari apparentemente privi di sutura ma intimamente legati da fittissimi rimandi mitici, simbolici e persino onirici (che
qui potremo esplicitare solo in parte), il romanzo
della Memoria, di ogni memoria, da quella biologico-genetica a quella mitica, da quella storica a quella
individuale e psichica. Ed solo al fondo del paziente lavoro di decifrazione del mosaico culturale in esso disseminato che il lettore vede un riflesso di se
stesso, ovvero della propria identit di occidentale,
una perfetta rappresentazione magico-totemica di questo
uomo primordiale prigioniero della morte.

121

prodotto estremo di una vicenda millenaria e plurima


di storie, miti e archetipi, la cui abbondanza, parafrasando lultimo Feyerabend61, nostro compito riconquistare e custodire contro limperante tentativo
di ridurci a opera mutilata (come il placentologo
del romanzo) da parte di chi ha occhi solo per vedere
luomo a una dimensione. Quella ebraico-cristiana,
appunto.

61

Cfr. Feyerabend 1999. Per una coincidenza oltremodo singolare, in questo libro postumo, e in particolare nel quarto capitolo della prima parte, intitolato Brunelleschi e linvenzione della prospettiva, Feyerabend riporta e discute brevemente, tra
laltro, il recto della Peletta di Narmer per sottolineare il carattere animato, cio figurativamente ricco (in contrapposizione
a certe astratte e matematiche stilizzazioni delle estetiche
dellarte figurativa successiva), del falco-simbolo del Faraone
(cfr. Feyerabend 1999: 127-128). Il verso della Paletta, invece,
illustrato fumettisticamente e con lausilio di diapositive da
Planika nella sua prima lezione di Placentologia, il nucleo
ispiratore di Cima delle nobildonne (cfr. soprattutto pp. 17-23 e
89).

122

CAPITOLO 2
PITAGORA
E IL MAGICO NUMERO SETTE PER TRE

Il mio problema sta in questo: un numero


mi perseguita. Da sette anni questo numero mi segue
ovunque, si infila nelle mie faccende pi strettamente private, mi balza addosso dalle pagine dei giornali. Questo numero assume una quantit di travestimenti: si presenta ora pi grande, ora pi piccolo del
normale, pur non alterandosi mai tanto da essere irriconoscibile. La costanza con cui questo numero mi
affligge ben diversa da un fatto casuale. Alla base
di tutto c una precisa intenzione, qualche norma
che ne comanda le apparizioni. Cos ironizzava G.
Miller nel suo famoso articolo del 1956 sul magico
numero sette pi o meno due, il numero proprio
della memoria cognitiva umana (a breve termine)
che esprime il limite, da lui scoperto, della capienza
123

del nostro memory span nel processo di elaborazione


simultanea di pezzi (chunks) di informazioni.
Qualcosa di simile mi accade ogni volta che penso a
Cima delle nobildonne, perch in esso il 7 e il 3, due
numeri ben noti a ogni numerologia, da quella pitagorica a quella ebraico-cristiana, fino a quella magico-ermetica, sembrano spuntare da tutte le parti e a
ogni livello, dal dettaglio testuale minimo alla stessa
articolazione strutturale generale del romanzo62.
62

Forse qui il caso di rilevare che i principali fatti della placenta si svolgono nellarco di alcuni giorni del mese di giugno
del 73 (ad eccezione di unanalessi sulla prima lezione di
Placentologia, avvenuta un anno prima, e su un ulteriore incontro tra Planika e gli studenti, due mesi dopo la prima lezione,
cui sono dedicati i capp. 2 e 3 della prima parte, pp. 17-33).
Lanno non mai indicato esplicitamente, ma pu essere facilmente dedotto, perch sappiamo che Planika e il fratello sono nati il 15 ottobre 1913 (cfr. p. 93 e p. 95) e che Planika
muore a sessantanni (cfr. p. 95 e p. 113). Per quanto riguarda
il mese, esso esplicitamente menzionato (ad es. a p. 73). Per
stabilire i giorni bisogna fare invece dei riferimenti incrociati
tra i diversi e slegati episodi narrati sulla base delle pochissime
coordinate temporali fornite da DArrigo. Facendo un po di
conti, si pu con ogni probabilit stabilire che i fatti vanno da
un venerd (giorno in cui un allievo comunica accidentalmente
a Planika la notizia della scoperta dei K-Seminomi, riportata su
Index Medicus) al gioved successivo (giorno finale in cui Mat-

124

La predilezione di DArrigo per le strutture


ternarie ben nota sin da Horcynus Orca (nel cui
mare di testo appena percepibile una scansione in
tre grandi sezioni), e pertanto, seguendo la raccomandazione di Fernando Gioviale63, eviter di attribuire ad essa significati seriamente esoterici, o che
comunque vadano troppo oltre una sana e ovvia eco
dantesca, e quindi trinitaria. In Cima delle nobildonne, chiaramente scandito in tre parti (segnalate, come gi accennato, da epigrafi), il numero 3 disseminato in contesti molto diversi, che talvolta alludono alla trinit cristiana: Belardo e le due strumentiste, allinizio del romanzo, mentre operano
lermafrodita Amina, la Moglie Giovane dellEmiro,
per crearle la neovagina, sono chiaramente raffigurati, tra laltro, come un Creatore uno e trino con sei
tia va a trovare Irina allospedale dopo lintervento radicale subito dalla donna). Per quanto riguarda gli altri fatti principali,
lintervento di neovagina avviene il sabato, la morte e la scoperta da parte di Mattia del corpo di Planika avvengono la domenica, mentre lintervento su Irina, il primo incontro tra lei e
Mattia e tra Mattia e Margot, la visita di Mattia alla casa di Irina e la morte di Margot avvengono il luned (cfr. ad es. le indicazioni temporali disseminate nelle pagg. 74, 123, 127, 133 e
165).
63
Cfr. Gioviale 2004: 149.

125

braccia e sei mani (p. 12); lEmiro, che assiste


dallanfiteatro allintervento chirurgico, accompagnato da tre del numero imprecisato di Mogli Anziane (cfr. pp. 7-8), la cui funzione si scopre in uno
dei momenti pi scabrosi e grotteschi del romanzo
(cfr. pp. 59-60); lapocalittica scoperta (p. 75) dei
K-Seminomi, di cui riferisce lIndex Medicus, simultanea e una e trina (p. 81; cfr. p. 75), perch i
tre innominati scienziati, A, B, e C, hanno lavorato
ciascuno isolatamente e allinsaputa degli altri due;
quando il Professor Planika, il placentologo cultore
della Placenta-Hatshepsut (da lui cos chiamata per
analogia con la donna Faraone i cui graffiti vennero
raschiati dal figliastro Thutmosi III quando le successe al trono), sconvolto dalla notizia della scoperta
del carattere assassino e matrigno della premadre
(p. 33), ha una visione a occhi aperti dei tre scienziati che volano sul cielo di Stoccolma come figure di
Chagall (p. 106), li considera i tre Cavalieri
dellApocalisse annientatori di Hatshepsut Placenta
(p. 104), con significativa infedelt allorigi-nale,
perch noto che i cavalieri dellApocalisse sono
quattro (cfr. Apoc., 6); il numero sulla maglia di Babe Ruth, il leggendario astro del baseball nella cui
foto su Life Magazine, che fissa per sempre il
126

momento trionfale del suo addio allattivit agonistica, Planika scorge un modello lontano del suo
stesso momento cruciale, il 3 (e qui non c invenzione da parte di DArrigo, perch quella foto e
la foto di Y.A. Tittle, che ritrae il momento del suo
sprofondare sconfitto nellumano, esistono davvero64); infine, su uno straordinario gioco di parole
(Vergine padre, figlio di tua figlia) con il primo
verso del canto trentatreesimo della terza cantica
dantesca, quello della visione del mistero trinitario,
basata una pagina memorabile in cui Mattia, nel
prendere in braccio il suo Professore morto (in tal
senso un Padre spirituale), atteggiandosi a Madre (in
tal caso il Padre diventa Figlio e il Figlio Madre,
cio Figlia), per trasportarlo dal divano al letto, ha
limpressione di riprodurre la Deposizione (cfr. p.
128).
Ma linsistente apparizione del 7, numero
magico da sempre, dal Genesi allApocalisse, da
Pitagora65 al sapere ermetico, fino allodierna psicologia cognitiva, a indurre il lettore nella tentazione di
deragliare verso elucubrazioni esegetiche di carattere
numerologico. Non star qui a ricapitolare tutte le
64
65

Cfr. qui, Riferimenti iconografici, figg. 4 e 5.


Cfr. ad es. Apuleio, Metamorfosi, XI, 1.

127

fantasiose credenze cabalistiche, pitagoriche e magico-alchemiche legate a questo numero, su cui c


una vasta letteratura trash: mi baster accennare solo
a quelle riecheggiate ironicamente da DArrigo e che
risuonano nella costruzione pitagorica di Cima delle nobildonne.
La prima e pi evidente allusione ai sette
giorni della creazione biblica. Sin dallinizio la creazione chirurgica della neovagina definita levento
delluomo che mette mano dove solo il Creatore, anche se distrattamente, lha messa (p. 7). Tuttavia lo
stesso Belardo, il chirurgo, ironizza su questa corrispondenza: noi recitiamo la parte di pseudi creatori
illusi di creare quello che il Creatore non cre. Sicch, pseudo lermafroditismo della paziente, pseudi
noi, lo stesso dramma si risolve fatalmente in un trionfo dello Pseudo con la maiuscola (p. 38). In particolare si tratta di ripetere la creazione di Eva a partire da Adamo, ma questa volta non si usa solo la costola delluomo, bens tutto il suo corpo, perch
allessere pseudo-maschile, mancante di utero, tube,
ovaie e vagina, viene costruita questultima solo
perch soddisfi sessualmente lEmiro. Lintervento,
cominciato alle sette (cfr. p. 7), dura quasi sette ore
(cfr. p. 70), e il risultato una fanciulla generata arti128

ficialmente (quindi, propriamente, non generata da


genitori naturali) e a sua volta incapace di generare.
Questo fatto fa pensare a unaltra presunta virt del
numero 7, detto per questo numerus virginalis:
allinterno della sacra decade pitagorica, infatti, esso
lunico numero a possedere contemporaneamente
la caratteristica di non essere generato ( infatti un
numero primo) e di non generare (moltiplicato per
qualsiasi altro numero naturale da 1 a 10, rid o se
stesso o un numero maggiore di 10). Senza contare
che, in quanto ottenuto dalla somma di 3 e 4, il 7
considerato simbolo della riunificazione del maschile e del femminile (lErmafrodito), nonch della Trinit (lessere triplice, composto da Belardo e dalle
due strumentiste, che crea chirurgicamente la neovagina) e dei quattro antichi elementi del mondo fisico:
acqua, terra, aria e fuoco (il corpo di Amina).
Se consideriamo ora il 7 dellApocalisse, ossessivamente declinato (il libro coi sette sigilli, le
sette trombe, i sette angeli, le sette coppe, i sette flagelli, le sette visioni di Giovanni), ci accorgiamo che
anchesso trova almeno una corrispondenza significativa (si gi visto che essa esplicitamente citata
in relazione alla scoperta dei Seminomi placentari).
Cima delle nobildonne, in effetti, per certi versi
129

una fenomenologia della visione, in tutte le sue possibilit: reale, fantastica, simbolica e onirica. Ebbene, Planika e il figlio spirituale Mattia (come gi
Ndrja e il padre Caitanello in Horcynus Orca) rivelano nel corso del romanzo una grande propensione
a cadere in una febbrile attivit visionaria (p. 101
e p. 103), e se sommiamo le loro apocalittiche visioni-chiave ci accorgiamo che esse sono sette (le prime cinque di Planika e le ultime due di Mattia): 1) la
Leggenda Cassidica dei quattro Rabbi, in quella
cio che come la sacra metafora sul progressivo
smarrimento della fede e della via del Tempio in
mezzo al popolo ebraico, metafora che era tutto
quello che di ebraico un ebreo sradicato ed errante
quale lui in fondo era, si portava appresso come per
farsene un rimprovero per il resto dei suoi giorni
(pp. 101-102); 2) i tre Cavalieri dellApocalisse che,
come folli folletti folleggianti, svolazzano sul cielo di Stoccolma e piombano come falchi piuttosto
grotteschi in quellabbigliamento ibrido di camici e
pezzi di frac per ghermire i fetini che sembrano
librarsi dal ventre di donne che, pur avendo abortito,
vanno in giro spingendo carrozzine vuote (pp. 104106; queste prime due visioni sono a occhi aperti);
3) il sogno del Seminoma antropomorfo che tiene il
130

Professore sotto tiro da sessantanni (cfr. p. 113); 4)


il sogno dei campi di baseball e football americano
in cui, tra laltro, si svolge una strana partita mitologica: un grande battitore, che ha per mazza un cordone ombelicale, va colpendo infallibilmente qualcosa che non una palla ma una placenta artificiale,
lanciata da un Mercurio con le alette ai piedi librato
a mezzaria e ricevuta fulmineamente da un Giove
dotato di guantone e piazzato su una tribunetta (cfr.
pp. 113-115); 5) la contemplazione delle foto reali e
allegoriche dei due eroi dello sport nel loro momento cruciale (cfr. pp. 117-122); 6) la scoperta
della placenta del figlio perso di Irina nel vaso di
formalina (cfr. pp. 158-160); 7) il sogno del trionfo
di Planika-Narmer a Hierakonopolis con Mattia e Irina nel ruolo dei suoi genitori (cfr. pp. 167-168).
Per chiudere il cerchio, ricordiamoci che il
romanzo della placenta anche il romanzo della
memoria, di ogni memoria, dallinizio alla fine.
Allinizio, pensando al suo popolo e al fatto che ogni
figlio avr la sua placenta custodita nellapposito
Museo in costruzione nellEmirato del Kuneor sul
Golfo del Petrolio, lEmiro si immedesima in ogni
suo successore che potr dire: questa la placenta
col mio imprinting, col ricordo di mio padre nella
131

mia memoria fetale di figlio (p. 14). (Si noti la ricorrenza del lorenziano imprinting nozione famosa delletologia, poi passata alla psicologia
dellappren-dimento , la cui intuizione storica secondo Planika risale alloscuro padre di Narmer, il
quale, pur essendo un nessuno, ebbe la divina divinazione di mummificare la placenta del figlio che
inaspettatamente sarebbe diventato Faraone: cfr. p.
26). Nel corso dellintervento, quando finalmente
Belardo comincia come una talpa a scavare il tunnel
nel corpo di Amina, Mattia vorrebbe allontanarsi, se
non col corpo, almeno con la mente, e guardando
lEmiro al suo fianco pensa tra a s: S, noi potremmo andarcene, oppure restare fisicamente e andarcene coi nostri pensieri e pensare, meditare, ricordare, specie se posiamo gli occhi su una persona
che conosciamo e che qui presente con noi. Allora,
assieme agli occhi poniamo mente, la ricordiamo e
ci ricordiamo di noi ricordandola, quando dove e
come fu che il nostro comune ricordo ebbe inizio
(p. 50). Quando Planika, deluso e ridotto a un torso mutilato dalla sconvolgente notizia della scoperta dei suoi tre colleghi, che comporta la fine del suo
culto di Hatshepsut, si trova solo nella sala riunioni
dellIstituto di Placentologia, si abbandona alla rie132

vocazione di quattro citazioni mediche sui Seminomi per rendersi conto dello stato del problema da cui
sono partiti i tre scienziati per la loro scoperta dei KSeminomi della placenta, seminati nel feto a futura
memoria di morte per cancro: A capo chino, come
leggesse nellIndex che teneva chiuso sulle gambe le
citazioni della scoperta una e trina dei colleghi cacciatori di farfalle, si lasci andare, vagolando con la
mente, su questa via come per una caccia a ritroso di
citazioni, di parti smembrate, di frammenti di citazioni (da Index Medicus? Da Current Contents? Da
Excerpta Medica?) de Seminomibus, citazioni e
frammenti di citazioni che messe confusamente, mutilatamente insieme dalla sua memoria di torso,
prendevano significati da fantascienza, allarmanti e
angosciosi (p. 81). Alla fine del romanzo Irina, dopo aver subito un intervento radicale, parla al citofono con Mattia e, tra laltro, gli dice: Non faccio
che ricordare qui (p. 172). Ebbene, se ora ci solleviamo al di sopra del testo e ne osserviamo
larticolazione complessiva, ci accorgiamo che i
ventuno capitoli, distribuiti nelle tre parti con una
media ovviamente di sette capitoli per parte
(7x3), sono raggruppati di fatto nel seguente modo:
9 nella prima, 5 nella seconda e 7 nella terza. E que133

sta sequenza numerica corrisponde rispettivamente


allestre-mo superiore, allestremo inferiore e al punto medio di un intervallo (span) definito dalla formula sette pi o meno due, ancora il magico numero di Miller per la nostra Memoria.

134

CAPITOLO 3
DI METAMORFOSI IN METAMORFOSI

La presenza di Pitagora in Cima delle nobildonne non si esaurisce certo nelle risonanze numerologiche appena messe in luce. Il romanzo, infatti, a
partire da alcuni degli esiti pi alti della scienza medica moderna (la chirurgia plastica e lembriologia),
mostra come in essi, e quindi in tutti noi, figli
dellet della scienza, siano ancora vive e pienamente in opera tutte insieme le figure del mito di ogni
tempo. I dispositivi concettuali per mettere in atto
questo movimento nello spazio e nel tempo della
storia umana sono fondamentalmente due: la metempsicosi e la metamorfosi. Queste nozioni, com
noto, trovano il loro snodo cruciale in Pitagora, semileggendaria figura per eccellenza del viaggio nello spazio e nel tempo, e quindi della mediazione cul135

turale, ovvero del ricevere e dello smistare in forma


nuova. Fu poi in Egitto () indi fu presso i Caldei
ed i Magi. Successivamente in Creta con Epimenide
entr nellantro di Ida, ma anche in Egitto entr nei
santuari ed apprese gli arcani della teologia egizia.
() Eraclide Pontico riferisce che Pitagora diceva di
se stesso che una volta fu Etalide e che si credeva figlio di Ermes e che Ermes gli consent di scegliersi
ci che volesse, eccetto limmortalit. Egli chiese di
avere, tanto vivo che morto, il ricordo di quanto accadesse. E pertanto in vita ebbe memoria di tutto, e,
dopo morte, conserv la stessa memoria. () Dicono sia stato il primo a rivelare che lanima, secondo
un ciclo di necessit, si leghi ora ad un essere vivente, ora ad un altro; ed il primo pure ad introdurre in
Grecia misure e pesi, come dice Aristosseno il Musico; e primo ad identificare Vespero con Lucifero,
come dice Parmenide66. Matematico, mago, astronomo, scienziato, memore di tutto, saggio che ha
appreso da Ermes i limiti mortali delluomo (come
Gilgamesh li aveva appresi da Utanapishtim, il No

66

Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, ed. Laterza 1987, vol. 2,


libro VIII, 3-4, pp. 321-322 e 14, p. 325.

136

sumerico67), Pitagora in Ovidio anche il cosmogono eracliteo che spiega il divenire del Tutto come
processo incessante che passa di metamorfosi in metamorfosi. Nei ben 418 versi su 879 totali (60-478)
che gli sono dedicati nel XV e ultimo libro delle Metamorfosi, Pitagora la prosopopea della sapienza
stessa, quasi la prospettiva del Sapere Assoluto in
quella vera e propria Fenomenologia delle forme
dello Spirito che il poema ovidiano, per cui nel suo
lunghissimo discorso egli pu ridire il Tutto: condanna labitudine degli uomini a cibarsi degli animali; illustra la trasmigrazione delle anime e la sinfonia
eraclitea del divenire cosmico68; spiega la metamorfosi della crosta terrestre, la generazione spontanea
della vita da altre vite, levoluzione degli esseri viventi, il nascere il crescere e il perire delle grandi
67

Cfr. La saga di Gilgamesh, cit., Tavola X, righe 303-325, p.


214, e in part. righe 21-24: gli Anunnaki, i grandi di, sedettero a congresso; / Mammitum, colei che crea i destini, ha decretato assieme a loro il destino: / essi hanno stabilito morte e vita;
/ i giorni della morte essi non hanno contato a differenza di
quelli della vita.
68
Omnia mutantur, nihil interit: errat / spiritus eque feris
humana in corpora transit / inque feras noster, nec tempore
deperit ullo (vv. 165 e 167-168); cuncta fluunt, omnisque
vagans formatur imago (v. 178).

137

citt; ricorda per bocca di Eleno la profezia di questi


a Enea sulla futura grandezza di Roma e infine chiude ritornando alliniziale prescrizione di non cibarsi
di animali, perch in essi potrebbe dimorare lanima
di un uomo.
Quando Margot si avvicina a Mattia per farsi
riconoscere come la cagna di Irina, che lui sta cercando su richiesta della donna ricoverata in Ospedale e in procinto di subire un intervento chirurgico, lo
scruta cogli occhi di una persona che chiss quando, per ragioni sue, sera trasformata in cane per non
farsi riconoscere, ma ora soffriva della trasformazione (p. 147). Ma la cagna Margot, che alla fine, morendo, riacquister in Mattia la forma umana, sembra
a sua volta la reincarnazione di un altro cane famoso, Kytmyr, che veglia sul sonno secolare dei dormienti nella leggenda cristiana dei sette dormienti di
Efeso, ripresa e riadattata, in un raro esempio di contaminazione tra tradizione popolare cristiana e musulmana, in quella specie di Mito della caverna
islamico contenuto nella sura XVIII del Corano. Su
questo mito coranico, poi, si basa una celebre opera
teatrale del drammaturgo egiziano Taufiq al-Hakim,
La gente della caverna (1933), rappresentata nel
1956 nel chiostro di Monreale (la nonna di Mattia,
138

lAmericana, noto di passaggio, di Palermo: cfr.


p. 165); e non superfluo ricordare che alla sura
XVIII del Corano e al dramma di Hakim si ispirer
Andrea Camilleri, amico di DArrigo, per Il cane di
terracotta69. Come spiega El Madani al Commissario Montalbano, il cane della caverna divenne il custode della corrispondenza70 e, precisa il Corano
(XVIII, 18), se ne stava alla porta, le zampe anteriori distese71. Ebbene, quando Margot, custode
della placenta in formalina del figlio perso da Irina e
del tempo immobilizzato che regna polveroso nella
casa della donna, conduce Mattia oltre la soglia di
quella sorta di regno dei morti, non appena inizia la
musica del carillon collegato con lapertura della
porta, si tese tutta, lunga lunga, dal muso alla coda,
e non si mosse pi dalla soglia, come se quel motivo, scaturito dalla porta che si apriva, la pietrificasse (p. 153).

69

Cfr. Camilleri 1996: 224-226, nonch la Nota dellautore,


p. 275.
70
Camilleri 1996: 225.
71
Il Corano, XVIII, 18, ed. it. con introduzione, traduzione e
commento di Federico Peirone, Milano, Mondadori, 1979
(ried. CDE, p. 412).

139

Cima delle nobildonne tutto un grande gioco di reincarnazioni e metamorfosi, al punto che ognuno dei personaggi principali la ricapitolazione
di ogni passato culturale, la complicazione (nel
senso ridotto allumano della complicatio divina di
Teodorico di Chartres e di Nicola Cusano) di tutte le
radici storiche in una identit sempre aperta e plurima.
Belardo che opera Amina forma reincarnata
e trasformata del dio biblico che crea Eva da Adamo. Del dio Knum, specie di Mercurio egizio (p.
88) con testa di pecora, che modella corpi su un tornio da vasaio nel cosiddetto Fregio della Vita e della
Morte, mentre alle sue spalle il dio Toth, con testa di
avvoltoio, segna la data di morte di ogni bambino
svasato con una intacca su un bastone di bamb
(p. 91)72. Dellambigua Kal indiana, divinit con
sei braccia (come il corpo unico costituito da Belardo e dalle due strumentiste) insieme benigna
(lintervento di neovagina nasce da un atto damore
di Amina per lEmiro, e Belardo lo rende visibile e
concreto) e maligna (nel corso della descrizione
dellintervento ricorre ossessivamente una insolita
72

Cfr. qui, Riferimenti iconografici, fig. 3.

140

derivazione verbale e nominale dellaggettivo cruento, a sua volta metamorfizzata nelle sue varie
possibilit morfologiche: cruentare, cruentata,
cruentate, cruentazione: cfr. pp. 39, 47, 55, 57,
59, 63, 69, 71). Del Prometeo che crea luomo e lo
fornisce di memoria, scienza e tecnica, o che lo ricrea con pezzi di altri corpi, come nel Frankenstein
di Mary Shelley (non a caso si legge Prometeo moderno nel sottotitolo). E infine (infine?) di Gerione,
mostro triforme con sei braccia, noto soprattutto per
essere stato ucciso da Ercole nella decima fatica, ma
che, secondo certe interpretazioni antropologicoculturali, data la sua collocazione nellestremo Occidente (presso Cadice), dove alcuni situavano
lingresso del regno dei morti, da considerare come
pastore di morti73, al pari di ogni altro medico, stregone o sciamano, o di ogni levatrice e guaritrice popolare, come ad esempio la Cristina Schir di Horcynus Orca, quella specie di gigantessa nana ()
che faceva unguenti e medicamenti con le ossa di fera, tirava fuori i figli dal ventre delle madri e aiutava

73

Cfr. Guidorizzi 1995: 243-244 (aggiunta alla nota 142 di


Frazer ad Apollodoro, Biblioteca, II, 5,10).

141

lanima a partirsene per dove doveva (p. 674)74, e a


tal punto parlava intrigatissima con la stessa divinit (p. 675) che per lei erano le cose pi naturali di
questo mondo, quelle dellaltromondo (p. 681).
Questa entit dal corpo triplice che esegue
lintervento anche di natura esplicitamente androgina, perch il suo lavoro di rammendo di pelle (p.
11) ha un risvolto al femminile (p. 12), essendo un
tipico lavoro donnesco (p. 13). Landroginia, poi,
come nota Schwarz75 ripreso da Anna Infanti76 per
tentare una lettura in chiave alchemica di Horcynus
Orca , nellimmaginario alchemico la vera e obliata condizione delluomo immortale e creatore,
cio divino. Ma lalchimia unarte ermetica di metamorfosi artificiale, e il sapere ermetico, com noto, ci riconduce ancora una volta allEgitto e ad Ermes, il quale, tra laltro, considerato sin da Omero77 un traghettatore di anime nelloltretomba, sicch
il suo attributo di pastore di greggi78, ovvero di mor74

Per la numerazione delle pagine di Horcynus Orca si fa riferimento alla nuova edizione Rizzoli del 2003.
75
Cfr. Schwarz 2000: 139.
76
Cfr. Infanti 2002: 176.
77
Cfr. Odissea, XXIV, 1-10.
78
Cfr. Esiodo, Teogonia, 444-445.

142

ti, lo accomuna a Gerione, e il cerchio si chiude.


Non stupisce allora che nella sala operatoria
dellOspe-dale di Stoccolma, in cui siamo introdotti
in apertura del romanzo, ci sia la reincarnazione di
Ermafrodito, il figlio di Ermes e Afrodite (cio della
Morte e dellAmore) ucciso a quindici anni nella sua
mascolinit (anche Amina, affetta da pseudo ermafroditismo maschile, solo unadolescente: cfr. p. 8)
e reso bisessuale dalla ninfa Salmaci, che per amore
gli si avvinghi addosso cos selvaggiamente da
fondersi con lui79. Amina, cos, ricreata, cio fatta
morire come pseudo ragazzo (il suo sonno anestetico
sembra infatti eterno: cfr. pp. 48, 55 e 70) e risvegliata come pseudo ragazza, dal connubio tra la
scienza medica (ermetica per eccellenza, per via anche della sua contiguit con la Morte) e lAmore,
quello dellEmiro per lei e di lei per lEmiro, cos intenso da non temere un sacrificio che comporta la
necessit di cruentare un corpo.
Dal punto di vista del discorso che qui stiamo
intessendo, la figura culturalmente complicata
dellEmiro estremamente significativa. Egli naturalmente un arabo, ma in quanto ricco Emiro del
79

Cfr. Ovidio, Metamorfosi, IV, 285-388.

143

Golfo del Petrolio, non rinnega le sue antiche radici mesopotamiche (come rivela il suo culto mistico
della scienza) ed anche molto occidentalizzato,
tant vero che non solo va a Stoccolma per fare operare Amina, ma intende addirittura costruire il
Museo della Placenta del Kuneor con marmi di Carrara e, anzich vicino alla Moschea (cfr. p. 68), al
confine col campo di golf, lato mare, tra il Palazzetto
dello Sport e il Palazzo del Ghiaccio, in vista dello
stadio di calcio (p. 13), come aveva detto a Mattia
nel corso di una telefonata (e si noti il suo linguaggio da operatore turistico che recita a memoria le parole di un dpliant). Ma perch vuole costruire un
Museo della Placenta? Perch, da quando ha appreso
da Mattia, inizialmente tramite Belardo, la storia di
Narmer e linterpretazione della Paletta del trionfo di
Hierakonopolis, si convinto di essere la reincarnazione del padre del Faraone (cfr. pp. 65-66), e pertanto vuole che ogni suo suddito, futuro emiro, abbia
la sua placenta a portata di mano, col suo nome e la
sua data di nascita, in una celletta di vetroflex della
Placentateca, affinch un giorno possa portarla in
trionfo accanto al braccio della gru che pompa il
greggio, che la prima, vera Insegna della sua Dinastia (p. 14).
144

Metamorfosi e reincarnazione, esplicitamente


evocate in relazione rispettivamente a Margot e
allEmiro, come visto, coinvolgono un po tutti nel
romanzo e in particolare esplodono in una sorta di
fuoco dartificio caleidoscopico con Planika e soprattutto con Mattia. Morte, reincarnazione e nostalgia dellOrigine (la madre, o la premadre, cio la
placenta, che la fonte e il sicario della vita) segnano la vita del Professor Amadeus Planika, sin dalla
nascita: Amadeus, non sapeva da quando, sentiva
di non farcela pi a resistere al richiamo del suo gemello monocoriale, che ancora a sessantanni lo tratteneva a uno stato di fetalit che era tuttuno stadio di
fatalit. Perch, fra i due gemelli, luno, Wolfgang,
primo nato, anche se nato morto, anzi proprio per
questo forse, tirava a s da tutti quegli anni laltro, il
nato vivo, Amadeus, e questo, col suo rimorso di sopravvissuto che mai gli dava tregua, si offriva docilmente, inertemente, come cosa sua, del fratellino,
a farsi tirare verso il suo stato di morto, accanto a s,
in quella minuscola tomba del Cimitero ebraico di
Praga (pp. 95-96). Ma che relazione c tra il rimorso del sopravvissuto di Planika per il fratello
gemello nato morto e il suo culto magico e scientifico per la placenta? La risposta a questa domanda re145

lativa al vissuto privato di un uomo giace nel fondo


della memoria antropologico-culturale degli uomini,
nel loro stesso inconscio collettivo popolato di miti e
credenze magiche di ogni sorta. Essa, poi, chiaramente leggibile nelle pagine del Ramo doro ( 3 del
III capitolo delledizione ridotta in volume unico del 1922) cui lo stesso Planika allude allorch,
mostrando agli studenti del suo corso di Placentologia un grande volume rilegato in rosso fiamma (p.
27), cio The human placenta di Boyd e Hamilton
(1970), ricorda di passaggio lespressione External
Soul usata da Frazer per indicare la placenta (cfr. p.
28). Scrive infatti Frazer: I Baganda [popolo
dellAfrica centrale] credono che ogni persona nasca
con un doppio, e identificano questo doppio con la
placenta, che considerano un secondo figlio80. E
dopo unulteriore carrellata sulle pi svariate pratiche magico-simpatetiche relative alla placenta (alcune delle quali citate indirettamente nel romanzo: cfr.
p. 33), Frazer conclude: Le credenze e le abitudini
relative alla placenta () presentano un notevole parallelismo con la diffusa dottrina dellanima trasferibile o esterna (). pi che lecito, quindi, supporre
80

Frazer 1922: 62.

146

che queste analogie non siano dovute a pura e semplice coincidenza, ma che il cordone ombelicale o la
placenta ci forniscono una base materiale (non necessariamente lunica) per la teoria e la pratica
dellanima esterna81. Lanima esterna, quindi, va
custodita, ed dal tipo di cura che se ne ha che, secondo certe credenze, dipende il destino del nato.
Ecco perch, secondo Planika, la mummificazione
da parte del padre della placenta di Narmer un
monumento dellintuizione umana dellimprinting,
cio di qualcosa che sarebbe stato scoperto millenni
e millenni dopo (p. 26). Ed ecco perch il padre di
Planika, tramite lostetrico dottor Eliah, aveva consegnato la placenta del tragico parto gemellare della
moglie al dottor Lazarik, lo sfortunato ricercatore
praghese (destinato a essere deportato dai nazisti e a
finire in una fossa comune ceca) impegnato nel vano
tentativo di scoprire, attraverso lo studio delle placente, il Chorion Frondoso o Albero della Vita, cio
labbozzo precursore e capostipite della placenta
(p. 28. Cfr. pp. 98-99). Custodita insieme al ricordo
del fratello morto nel laboratorio di un placentologo
met scienziato e met stregone (p. 99), cui spesso
81

Frazer 1922: 63.

147

da bambino si avvicinava nella speranza di sentire


in un giorno di vento lo stormire del Chorion Frondoso (o il vagito di Wolfgang?), la placenta di Planika ha determinato il suo destino di placentologo
sfortunato, quasi fosse una reincarnazione dello stesso Lazarik. Per gran parte della sua vita, infatti, egli
ha voluto redimere la placenta, in cui vedeva la reincarnazione di Hatshepsut, perch, come il ricordo di
questultima stato raschiato dal figliastro Thutmosi, allo stesso modo ogni placenta subisce la sorte
di essere raschiata e cancellata dagli ostetriciThutmosi una volta espulsa (cfr. p. 33). Finch, deluso dalla scoperta che la stessa placenta, tramite i
K-Seminomi depositati nel feto, causa lontana di
cancro e di morte per la creatura che ha creato, lui
a svolgere il ruolo del Thutmosi reincarnato, raschiando la placenta dalla parete della sala delle riunioni, cio staccando la gigantografia della Paletta di
Narmer e sostituendola per sfregio con una piccola
riproduzione del Fregio di Knum e Toth sulla creazione mitica delluomo (cfr. pp. 85-92). Ma un gesto inutile, perch la placenta sempre l, trionfante,
e la sua personalit, come lo ammonisce un passo
degli Excerpta Medica di Psychiatria riemerso
dalle buie profondit della [sua] mente (p. 81),
148

stata ormai trasformata in un torso, cio in


unopera mutilata, dalla delusione. Non gli resta,
allora, che abbandonarsi alle visioni allegoriche e
oniriche, scorgere, ad esempio, nel suo destino una
ripetizione per metempsicosi di quello dei due atleti
americani, e infine cedere alla morte per infarto.
Toccher a qualcun altro, al suo allievo, riscattare e
redimere il suo ricordo e la sua opera. E cos, come
Planika aveva dato senso e compimento al destino di
Lazarik inventando e coltivando il ricordo di una cosa mai avvenuta in quel vecchio laboratorio di Praga
situato fra un argentiere e un orologiaio (p. 98),
cio la scoperta da parte del povero scienziato della
struttura a stampo dalbero (p. 99) del Chorion
Frondoso, allo stesso modo Mattia dar senso e
compimento al sogno di gloria della placenta coltivato dal Professore per tutta la vita, sognando di essere suo padre e di assistere commosso al suo trionfo
a Hierakonopolis nel ruolo del Faraone Narmer e
sotto la quarta Insegna della Dinastia rappresentata
dalla sua stessa placenta (cfr. pp. 167-168).
Ma con Mattia che il gioco delle metamorfosi e delle reincarnazioni raggiunge il suo culmine.
Mattia il protagonista del romanzo non perch il
personaggio principale ma perch svolge la funzione
149

narrativa di raccordo tra i tre grandi quadri staccati


e indipendenti (nel senso proprio dei nove quadri
da cantastorie in cui si svolgevano le lunghissime
due parolette di Caitanello al figlio Ndrja in Horcynus Orca) che costituiscono la scena principale
del romanzo. Questi tre quadri sono: lOspedale
(in cui il romanzo comincia e finisce), lIstituto di
Placentologia e la casa di Irina. Mattia, infatti,
lunico personaggio ad avere possibilit di accesso
alle tre scene (la metafora teatrale esplicita e pi
volte ripresa nel corso della narrazione, a cominciare
dallincipit, allorch siamo avvertiti che Mattia,
lEmiro, le sue tre Mogli Anziane e una diecina di
studenti assistono allintervento dal-lanfiteatro sopra la sala operatoria): allOspedale durante
lintervento sia in quanto medico e amico del chirurgo, sia perch deve incontrarsi con lEmiro per dargli una risposta definitiva sulla sua proposta di dirigere la Placentateca nel Kuneor; allIstituto con
Planika e gli altri giovani medici perch allievo del
Professore; incontra Irina allOspedale e va a casa
sua con Margot perch Planika, che lui trova morto
nel suo appartamento dellIstitito, gli lascia un misterioso messaggio su una lavagnetta in cui lo informa che una certa Irina Simiodice, sua connazio150

nale (in realt sua amante e compagna di pattinaggio, pp. 166-167), lindomani sarebbe stata operata
di intervento radicale da Belardo.
Il viaggio circolare di Mattia attraverso queste tre scene insieme una discesa agli inferi e un
percorso iniziatico di conoscenza e di redenzione.
Dallo spettacolo scientifico della cruentazione chirurgica del corpo di Amina, adagiata in quella che
viene immaginosamente detta posizione litotomica,
posizione cio della pietra da tagliare, ovvero
con le gambe piegate sulladdome in modo quasi fetale, coi genitali esterni e con lano allo scoperto,
come rattrappita e sospesa nel vuoto (p. 40); a quello naturale del Professore morto dinfarto e seduto
sul divano, come fosse stato suicidato (cfr. p. 124)
da quello che aveva letto sui K-Seminomi, e quindi
dalla stessa Placenta-Hatshepsut; e da questo allo
spettacolo orrido della placenta in formalina nel portafiori di vetro col coperchio ermetico (p. 159)
poggiato sul comodino accanto al letto di Irina, Mattia compie un progressivo allontanamento iniziatico dalla condizione umana normale, che culminer
nella redenzione e nella riscoperta degli affetti pi
elementari attraverso la regressione a uno stato
preumano (o sovrumano?), addirittura canino. Pro151

prio in questultimo quadro da oltretomba, cui si accede dalla soglia del tempo immobile e morto nonscandito dalla pendola ferma (p. 154) ed esibito
nel correlato oggettivo della tavola apparecchiata da
tempo immemorabile nel vestibolo della casa, il ciclo vertiginoso delle metamorfosi viene esplicitamente evocato, e a Mattia la placenta appare inizialmente ora come lorrida testa di un serpente boa ( forse quella staccata con un morso e sputata
dal giovane pastore de La visione e lenigma di
Cos parl Zarathustra?), ora come una specie di
medusa accartocciata (allusione al mitico mostro
mitologico che pietrificava con lo sguardo e aveva
dei serpenti al posto dei capelli?). Ma il ciclo iniziato da chiss quanto tempo e non ancora finito:
la placenta nella formalina passava ormai di metamorfosi in metamorfosi, di mostruosit in mostruosit. Come la testa del serpente boa che sera formata
nel suo vuoto fetale. E come, di l, nel seno materno,
la faccia di vecchia tutta tagliuzzata di rughe, che
apparve a Mattia soprassaltandolo lattimo che sollev appena appena fra le mani il vaso dal comodino
per guardare laltra Faccia: il volto di vecchia baluginava come unapparizione onirica sottomarina nei
barlumi che emanava il tratto di cordone ombelicale
152

quasi diafano, con qualcosa di fosforescente (p.


159). Questultima visione di una faccia raggrinzita
di vecchia non pu non far venire in mente la balla
di Trimalchione, il quale raccontava di aver visto da
ragazzo la Sibilla Cumana in ampulla pendere e invocare la morte82. Il collegamento, si noti,
tuttaltro che gratuito, perch il breve passo di Petronio, com noto, compare nientemeno che come
come epigrafe nella Terra desolata di Eliot (appena
sotto la dedica a Ezra Pound), un testo che non solo
deve molto Frazer (come Cima delle nobildonne) per
esplicita ammissione dellautore, ma anche citato
implicitamente in almeno tre luoghi di Horcynus
Orca83. E questo incontro con un pallido riflesso del-

82

Cfr. Petronio, Satyricon, fr. 48.


Allinizio dellultimo capoverso del settimo quadro di Caitanello, dove si legge che a causa della guerra e della fame
Cariddi pigli laspetto desolato del paese chiuso dentro il
cordone sanitario e messo in quarantena: fumigante, pestifero,
silenzioso, funebre (p. 470); nella descrizione del cadavere
sfigurato di un soldato annegato e portato in superficie dalla
mareggiata provocata dallOrca (cfr. p. 73), che ricorda quasi
alla lettera La morte per acqua e Phlebas il Fenicio (cfr. La
terra desolata, IV); e infine nel corso del delirio sullo sperone,
allorch Ndrja commisera la desolazione (p. 877) della sua
83

153

la Sibilla Cumana nella placenta fa di Mattia un


nuovo Enea, il quale riceve proprio da lei
linformazione su quel ramo doro che gli permetter laccesso al regno dei morti, lovidiano formidabilis Orcus84.
Prima della rivelazione di questo memento
mori oggettivato nel memento morto (p. 160) della
placenta, che lo spinger dopo la morte di Margot
a incarnarsi in un cane e a trovare la redenzione
sotto questa nuova forma (forse superiore a quella
umana, come vedremo), Mattia aveva dato lavvio al
suo percorso iniziatico evocando per scherzo un altro cane, il cui nome sommamente rivelatore.
Quando per la prima volta parla con Irina
nellascensore e la donna si meraviglia che lui, pur
vivendo da solo, non ha un cane, egli cerca di trarsi
dimpaccio con un piccolo imbroglio a fin di bene
(p. 137) e le dice che s, effettivamente un cane lui
ce lha, ma non l a Stoccolma, bens in Italia. E come si chiama questo cane? Melampo (p. 136). Ora, questo nome contiene a mio parere ben tre, straterra ridotta alla carestia e alla sterilit dalla presenza pestifera
del Leviatano morente.
84
Cfr. Virgilio, Eneide, VI, 135 sgg. e Ovidio, Metamorfosi,
XIV, 113 sgg.

154

ordinari ammiccamenti intertestuali, di cui solo il


pi ovvio subito dopo reso esplicito nel testo. Infatti, cosa fa un italiano se vuole dire e subito confessare una bugia a una straniera? Naturalmente fa
Pinocchio: e infatti Melampo, come Mattia ammette
prima a se stesso e poi a Irina, altri non che il cane stupido, gabbato e fatto loro complice dalle faine (p. 136) di Pinocchio. In particolare, il cane
che, essendo morto lo stesso giorno, Pinocchio costretto, dal contadino che lha sequestrato, a sostituire come guardiano del suo pollaio85. Il riferimento
esplicito a Pinocchio, nel testo, termina qui, ma sarebbe un errore pensare che esso sia davvero concluso. Infatti, quando, alla fine del romanzo, Mattia parla al citofono dellOspedale con Irina e invece di dirle che Margot morta crede di illuderla (pur sapendo che lei che desiderava illudere lui che lei si illudeva) facendo bau-bau e pregando nello stesso momento Dio di trasformarlo in una cagna, anche
se doveva restarci per il resto dei suoi giorni (p.
175), non fa che riecheggiare ancora una volta Pinocchio, il quale ottiene la libert proprio grazie al
suo bu-bu-bu-bu con cui sveglia il contadino e gli
85

Cfr. Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio, capp. XXIXXII.

155

permette di catturare le quattro faine che ogni sette


notti, con la complicit di Melampo, rubavano sette
galline, pi unottava che costituiva la ricompensa
per il cane complice.
Come si spiega questo omaggio cos decisivo
da parte di DArrigo al libro italiano pi famoso nel
mondo? La ragione sta nel fatto che Pinocchio, sotto quella sua picaresca leggerezza e rapidit
(tanto care a Calvino, che non a caso era un grande
ammiratore del libro di Collodi), una straordinaria
ricapitolazione laica di una serie infinita di miti, favole e archetipi della cultura occidentale, come dimostrano le innumerevoli riletture antropologicoculturali, mitologiche, religiose, psicoanalitiche ecc.
cui continuamente sottoposto86. In tal senso, il riferimento ad esso nella chiave appena vista consente a
DArrigo di aprire ulteriori porte sul giardino dei
sentieri che si biforcano della mappa totale della no86

Cfr. AA. VV., Cera una volta un pezzo di legno. La simbologia di Pinocchio, Atti del Convegno organizzato a Pescia
dalla Fondazione Carlo Collodi, Emme edizioni, 1981, nonch
la bellissima recensione di Italo Calvino a questo volume, Ma
Collodi non esiste, uscita su la Repubblica nellaprile del
1981 e ora inclusa in Calvino 1995 (pp. 801-807 del primo tomo).

156

stra memoria e delle nostre radici culturali. Tanto


per dire, la Bildung di Pinocchio (a un certo punto
asino, oltre che burattino) sotto la guida della Fata
Turchina ha fatto pensare a un tipo di iniziazione che
ha un preciso parallelo nel rapporto tra lasino Lucio e la dea Iside nellundicesimo libro delle Metamorfosi di Apuleio, e questo basta a far riapparire
lombra dei misteri egizi che si estende pure su Cima
delle nobildonne, come abbiamo visto (e per un parallelismo di tal fatta si potrebbero anche aggiungere, alle coppie Lucio/Iside e Pinocchio/Fata, le coppie darrighiane Ndrja Cambra/Ciccina Circ e Mattia Meli/Irina Simiodice). Ma per rimanere a un aspetto della fabula di Pinocchio che qui ci interessa
pi da vicino, basti pensare allepisodio del Pescecane, che costituisce una ripresa in grande stile di un
topos mitico che attraversa diverse epoche e culture,
da quella ebraica (Il libro di Giona) a quella greca
(la Storia vera di Luciano), per giungere fino
allEuropa moderna (Gargantua e Pantagruel e Le
avventure del Barone di Mnchhausen). A loro volta, queste diverse figure dello stesso mito, compresa
quella che rivive nellAttila dei pesci e dei pescatori, com chiamato il Pesce-cane di Pinocchio nel
capitolo XXXIV, sono riprese tutte insieme in Hor157

cynus Orca, e in particolare nellepisodio in cui, per


spiegare il mistero del-lOrca/Orco che improvvisamente si mette a donare agli affamati pescatori di
Cariddi la manna sotto forma di cicirella, la
maga Cristina Schir sostiene che nellOrca si
reincarnata lanima del No dei cariddoti Ferdinando Curr (suicidatosi in mare con altri pellisquadre), oppure che, a limite, dopo che il valoroso e
sconfitto Ferdinando Curr si abbandon alle onde
dello Scille Cariddi, lOrca se lincamer nella
panciona, nel senso che laddntro vive come Giona
nella balena (p. 684).
Laspetto forse ancora pi interessante
dellomaggio di DArrigo a Collodi sta per
nellincredibile doppia allusione occulta che si cela
dietro il nome Melampo. Questo nome, infatti, ha
un duplice riferimento nelluniverso della mitologia greca, ed entrambi i portatori omonimi del nome hanno molte cose in comune con la trama ermetica di Cima delle nobildonne che qui abbiamo
messo in luce.
Innanzi tutto, Melampo, come riassume Robert Graves, fu il primo mortale cui vennero concessi poteri divinatori, il primo che pratic larte della medicina, il primo che edific templi a Dioniso in
158

Grecia e il primo che tagli il vino con lacqua87. A


questa figura oggi poco nota, menzionata gi in Omero88, le fonti antiche dedicano molto spazio e la
storia che la riguarda, variamente e parzialmente
ripresa da diversi compilatori e poeti89, narrata per
esteso dallo scoliasta di Omero e soprattutto da Apollodoro90. In tempi moderni, Frazer ha dedicato a
87

Graves 1955: 209. Linformazione che sia stato Melampo ad


introdurre in Grecia il culto di Dioniso (nonch luso del fallo
nelle processioni) si trova in Erodoto, II, 49, e verr poi messa
in scena, circa ottocento anni dopo Erodoto, da Nonno di Panopoli, Dionisiache, 47, 719-727. I dati su Melampo contenuti
nel passo di Erodoto che qui risultano particolarmente interessanti sono due: lintroduzione delluso del fallo nelle processioni dionisiache e il fatto che egli abbia appreso tutto questo in
Egitto. Va ricordato infatti che in Cima delle nobildonne, romanzo pieno di suggestioni dellantico Egitto, DArrigo indugia molto sulle fasi di costruzione - da parte dei chirurghi plastici che subentrano a Belardo alla fine dellintervento (tutti
maghi della medicina al pari di Melampo) - del fallo artificiale, lintruso che poi verr alloggiato nella neovagina di Amina (cfr. pp. 55-71).
88
Cfr. Odissea, XI, 291-297 e XV, 225-242.
89
Cfr. ad es. Apollonio Rodio, Argonautiche, I, 120-121; Properzio, Elegie, II, 3b, 51-54 e il gi citato Nonno, che menziona
Melampo tre volte in tutte le Dionisiache e tutte e tre nel canto
47 (535, 686,719).
90
Cfr. Apollodoro, Biblioteca, I, 9 e II, 2.

159

Melampo unintera appendice del suo commento alla Biblioteca di Apollodoro91, e Graves gli ha dedicato lintero capitolo 72 nei suoi Miti greci92. Ora,
rileggendo la storia di Melampo alla luce di Cima
delle nobildonne, si scoprono notevoli analogie tra
lantico medico guaritore conoscitore dei culti egizi,
il cui nome, Melampodes (= dai piedi neri), secondo Graves93, era quello con cui nei tempi classici
si designavano comunemente gli Egiziani stessi, e
Mattia, medico iniziato alla teologia teriomorfa
dellantico Egitto dal suo professore di Placentologia. La pi sorprendente analogia riguarda il fatto
che anche Melampo ha a che fare con un cane,
linsuperabile guardiano della mandria di Filaco (altro che il Melampo di Pinocchio!). Da indovino, Melampo sa che, non essendo Ercole, non potr rubare
91

Cfr. Frazer, Appendice IV: Melampo e la mandria di Filaco, in Apollodoro, Biblioteca, cit., pp. 519-524.
92
Cfr. Graves 1955: 209-213.
93
Cfr. Graves 1955: 213. La spiegazione del nome, secondo
la quale Melampo aveva i piedi neri perch la madre, quando
nacque, glieli lasci al sole, pur sistemando accuratamente il
bambino allombra di un albero, fornita dallo scoliasta di Apollonio Rodio, 1, 121. Cfr. Accorinti 2004: 499-501, che tra
laltro mette in luce le ambiguit di Nonno nelle menzioni di
Melampo.

160

le giovenche con la forza e che il cane lo azzanner e


lo far catturare e rinchiudere per un anno in prigione; e tuttavia si far mordere e imprigionare, ben sapendo che otterr la libert e le giovenche direttamente da Filaco come ricompensa per la guarigione
magico-omeopatica della sterilit di suo figlio Ificlo.
E non un caso che Mattia, quando confessa a Irina
che purtroppo non ha un cane, evochi proprio la
metafora della prigione allorch si rende conto che
la donna lo avrebbe legato a s affidandogli la cura
della propria cagna: fu a partire da quel purtroppo che gli sembr dessersi messo colle sue mani in
una situazione alla quale mancavano solo le sbarre
per rivelarsi una prigione. Ma quelle ormai ci avrebbe pensato la signora ad alzargliele intorno (p.
137).
La seconda allusione occulta riguarda laltro
portatore del nome Melampo. Nella mitologia, infatti, Melampo un altro cane (e non c ragione di
dubitare che lo stesso Collodi lo abbia scelto proprio
per questo), e in particolare il nome di uno dei cani
di Atteone, cui riservato il primo posto nel catalogo di Ovidio, poi ripreso e ampliato da Igino94. Ora,
94

Cfr. Ovidio, Metamorfosi, III, 206-225 sgg. e Igino, Fabulae,


181.

161

se vero che quello di Mattia un percorso iniziatico che comincia con levocazione di un cane letterario (p. 137), comporta la compagnia imprescindibile della cagna Margot e culmina nel desiderio di
trasformarsi in un cane (Margot? Melampo?), questo
riferimento al mito di Atteone, gi interpretato simbolicamente nellegiziano libro undicesimo delle
Metamorfosi di Apuleio (dove Iside si identifica, tra
laltro, con la Diana dei cretesi, abili arcieri95) e poi
ampiamente sfruttato in chiave sapienziale nei ben
pi egiziani Eroici furori di Bruno, non pu essere
casuale. Tra laltro, liden-tificazione bruniana dei
mastini e dei veltri di Atteone con le volizioni e
i pensieri dellintelletto intento alla caccia della divina sapienza96, trova un preciso riscontro in alcu-

95

Cfr. Apuleio, Metamorfosi, XI, 5.


Bruno [1585], 1999: 157 (Prima parte, Dialogo quarto). Vale
la pena qui sottolineare il ben noto fatto storico-filosofico che
con Bruno giungono alle estreme conseguenze sincretistiche
quelle contaminazioni del pensiero rinascimentale con la sapienza magica, pitagorica, neoplatonica ed ermetica, riemersa
in et moderna soprattutto grazie alle versioni latine, dovute a
Marsilio Ficino, del Corpus Hermeticum (attribuito a Ermete
Trismegisto), degli Inni Orfici (attribuiti al mitico Orfeo) e degli Oracoli Caldaici (attribuiti a Zoroastro-Zarathustra), non96

162

ni passi di Cima delle nobildonne riferiti alla bastardina Margot, cagna segugia bassottoide di razza
Drever: i suoi occhi hanno una luce ferma e agguerrita e il suo aspetto viveva in unimpressione
di forza, di scatto e di coraggio (p. 146), e a un certo punto a Mattia dette limmediata impressione, se
non era troppo dirlo, che pensasse (p. 162) e che
fosse una creatura superiore nel suo genere (p.
161)97. E se i cani di Atteone, come si legge in un
celebre passo degli Eroici furori, sono pensieri de
cose divine che vrano questo Atteone, facendolo
morto al volgo98, Margot, che la proiezione dei
pensieri apocalittici ed escatologici di Mattia dopo
lincontro con la placenta nella formalina, pensa un
suo pensiero nero, nero come la morte, che non pass molto tempo, minuti, e in mente a lei quel pensiero dovette farsi la stessa Morte che lei pensava (suicidio?) o che la pensava (disgrazia?) (p. 162). Subito dopo, infatti, come Ndrja, che, sentito lo sparo
della sentinella della portaerei inglese, fu come se
ch delle opere neoplatoniche e neopitagoriche di Plotino,
Giamblico e Proclo.
97
Espressione, questa, che ricorre per ben tre volte nella stessa
pagina 161.
98
Bruno [1585], 1999: 301 (Seconda parte, Dialogo secondo).

163

porgesse volontariamente la fronte alla pallottola,


che gli scoppi in mezzo agli occhi con una vampata
che lo gett per sempre nelle tenebre99, allo stesso
modo Margot quasi volontariamente se nera andata col suo zampetto ad attraversare la corsia tagliando la strada a quella utilitaria che laveva presa in
pieno uccidendola sul colpo (p. 162).
A questo punto, morta Margot e raggiunto il
culmine della discesa iniziatica agli inferi, Mattia
pensa di farsi morto al volgo e di raggiungere una
redenzione spettacolare insieme privata e pubblica100, per quanto vergognosa agli occhi di Belardo,
nella metamorfosi canina, invocata come sacrificio e
dono damore per linavvicinabile Irina. Sicch, come nota giustamente Gioviale, lo scioglimento di

99

Horcynus Orca, pp. 1081-1082.


Pubblica perch coram populo essendo testimoni Belardo,
imbarazzatissimo per la vergogna che Mattia stava per fare
(p. 175), lEmiro e le sue Mogli Anziane - e non perch votata
al riscatto di una comunit intera, come era stato per Ndrja,
sacrificatosi per donare ai suoi pellisquadre una nuova barca, per lui bara ma per loro arca, cio strumento di salvezza nel ritrovato lavoro onesto e dignitoso di pescatori di pesce spada, dopo la fame, linfamia e linerzia spirituale portate
dalla guerra.
100

164

Cima delle nobildonne resta un grande atto di fede,


profondamente umanistico, laico, religioso101.

101

Gioviale 2004: 201.

165

EPILOGO

Parlando dellUlisse di Joyce (il cui unico


possibile pendant nella letteratura italiana del XX
secolo , com noto, proprio Horcynus Orca di Stefano DArrigo) e citando Lakatos e Bruno, Giorello
ha scritto: Dedalus sembra invitarci a sospettare di
tutti i costruttori di dogmi loro promettono falsa
luce, mentre il vero artista mira a immergere il pubblico e se stesso nelle tenebre della verit.
Lanima del mondo non altro che la vita universale
teorizzata da Bruno, quellanima la qual gli Babiloni e Persi chiamarono ombra. Lo abbiamo visto:
grazie a questa anima buia che non si d morte secondo la sostanza, anche se, secondo certi accidenti, ogni cosa cangia di volto, e si trasmute or sotto una or sotto unaltra composizione, per una e per
unaltra disposizione, or questo or quellaltro essere
lasciando e repigliando. Il mito (quello di Ulisse,
ma non solo) un modo di far morire la morte non
166

negando, ma riconoscendo il tempo nelleterno, il


divenire nellessere, laccidente nella sostanza. Poich di tempo siamo fatti, di divenire siamo intessuti,
agli accidenti siamo destinati. Cos, il mito tramandato, tradotto e tradito nella teologia negativa
dei Babiloni, nelle dottrine segrete di Pitagora, nei
Dialoghi di Bruno, come nellopera darte che Stephen sogna di realizzare o nella scrittura della vita
cui Bloom lavora ogni istante della giornata102.
In queste pagine ho voluto mostrare ulteriori
modalit del sospetto laico nei confronti di certi
dogmi vecchi ma rivestiti a nuovo, come il dogma di
chi vorrebbe recidere le nostre radici per farne trionfare oscurantisticamente solo una (quella ebraicocristiana); ulteriori modalit di immersione nelle tenebre di unidentit quella nostra, di occidentali
102

Giorello 2004: 102-103. La citazione di Lakatos tratta da


una lettera a Feyerabend del 25 gennaio 1973, ora in Feyerabend e Lakatos 1995: 296-297. Ecco un contesto pi ampio del
passo citato da Giorello: Dopo 21 mesi ho cominciato le lezioni. Laula era strapiena e ho enunciato la confutazione definitiva di qualunque cosa tu possa mai dire in vita tua. Ho anche
sottolineato che Lucifero il nome di colui che porta la falsa
luce, mentre io li avvolgo nelle tenebre della verit (p. 297).
Le citazioni di Bruno sono tratte dalla lettera dedicatoria di De
la causa, principio e uno: cfr. Bruno [1584], 1985: 43.

167

irriducibilmente proteiforme; ulteriori modalit,


infine, di trasmissione e riformulazione del mito, cos come emergono in uno straordinario scrittore che
ancora fatica a trovare il posto che merita nel firmamento della letteratura contemporanea.
Chiudo, allora, con queste parole di Gioviale,
che nel contesto dellimpianto interpretativo da me
qui sostenuto tornano particolarmente adatte e incisive: Vincente paradosso di DArrigo che, senza
presupposti dogmatici o fedi trascendenti, crei con i
suoi due romanzi una prospettiva apocalittica attraverso la storia stessa del loro esistere e la rivelazione insita nel loro atto conclusivo: pubblico e civile
nellOrca, privato e sentimentale nelle Nobildonne.
Si tratta infine di unescatologia tutta immanente alle
cose umane, letteralmente atea (), dove Dio pu
apparire per incarnazioni e spostamenti, secondo
panteistica o epifanica necessit: per questa via si
pu pensare () a Moby Dick, ma pi forse al film
di John Huston, nel suo tenace individualismo scettico (Achab come versione moderna del dantesco
Capano?), che non allirraggiungibile romance di

168

un Melville radicato nel biblico fondamentalismo


nordamericano103.

103

Gioviale 2004: 199.

169

RIFERIMENTI ICONOGRAFICI

170

Fig. 1: Hatshepsut sul trono dei Faraoni


(New York, Metropolitan Museum)

171

Fig. 2: La Paletta di Narmer (Il Cairo, Museo Egizio)

172

Fig. 3: Riproduzione del Fregio del dio Knum e


del dio Toth (o Fregio della Vita e della Morte)

173

Fig. 4: Laddio allattivit agonistica di Babe Ruth


(New York, Yankee Stadium, 12 giugno 1948)

174

Fig. 5: Y. A. Tittle, dei New York Giants, dopo lultimo placcaggio omicida nella partita contro gli Steelers di Pittsburg (Pitt Stadium, 20 settembre 1964)

175

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