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PV C’è tutto.

Mi ha emozionato leggerlo perché l’ho visto


l’antropologia entrare dentro la vita, che è quello che sogno di
insegnare. Grazie. 30 e lode.

MASSIMILIANO CROCE - MATR. 121029

CORSO DI LAUREA SPECIALISTICA IN

STORIA E CONSERVAZIONE DEI BENI ARTISTICI E ARCHEOLOGICI

ANTROPOLOGIA SOCIALE. PROF. VERENI.

DIALOGO INTORNO

ALL’ANTROPOLOGIA SOCIALE
1
DI

MASSIMILIANO CROCE

L
a stradina dei Dattoli, che conduce alla
Madonnina, quel giorno era ancora più
suggestiva: le foglie marrone chiaro dei grandi
alberi di quercia cadute in terra, il vento fermo dietro la
cortina fitta delle nuvole, il fresco del giorno invernale
davano al luogo un’aria ancor più suggestiva. Proprio così
la immaginavo quando pensavo al momento in cui al
professore Appadurai avrei mostrato quel posto così
annoso e così surreale.
Procedevamo in silenzio mentre con lo sguardo
cercavo di cogliere dal paesaggio suggerimenti per
intraprendere un buon discorso, ma quel che scorgevo era
ciò che volevo lui non vedesse: le buste della spazzatura
sotto il viale, abbandonate dai soliti imbecilli dopo le
abbuffate di Natale e Capodanno. Quei sacchetti
d’immondizia mi fecero però pensare agli zebù che io ed
Emily vedemmo durante il viaggio di nozze a Zanzibar:
cercavano il cibo tra i rifiuti proprio come i gatti randagi lo

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fanno qui da noi; l’Africa mi suggerì quindi il problema del
Kenya, per cui esordii proprio con il parlare di questo:
- Ha visto, professore, cosa sta accadendo in Kenya?
Sembra che tutto ad un tratto l’odio di una parte della
popolazione sia esploso ai danni di un’altra.
- Vede – disse il professore guardando il cielo con le
mani dietro la schiena – la situazione è abbastanza
complessa – la pausa mi sembrò così lunga da farmi
cercare le parole per rompere il silenzio, quand’ecco
che riprese a parlare – è proprio vero che si tratta di
odio, ma più che di esplosione io parlerei di
implosione.
- In che senso – dissi con aria attonitamente interessata.
- Il termine esplosione – riprese il professore – potremmo
associarlo alla sfera ideologica del primordialismo, a
quell’idea, cioè, che atti di questo tipo siano
riconducibili ad un condiviso, puro e semplice
sentimento etnico; io invece credo che non si tratti di
una mera pratica atavica. In realtà – aprì le braccia e
mise le mani a paletta, facendomi venire in mente la
grande statua di Rio de Janeiro – le violenze etniche si
alimentano attraverso semplici processi sociali, quali la
comunicazione, l’interpretazione ed il commento che, a
lungo termine, associati alla frustrazione economica,
alla manipolazione politica, alla paura di minacce

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esterne per la propria religione ed all’aspirazione
all’autogoverno, possono sfociare nelle ferocie che
abbiamo visto in questi giorni.
- E quali potrebbero essere – dissi io, dopo aver
ascoltato con attenzione le sue parole – questi processi
sociali che in Kenya hanno innescato simili barbarie?
- Dobbiamo partire dal presupposto – disse il professore,
mentre con slancio afferrava una ghianda da un albero
di quercia – che per un’attenta analisi, non bisogna
fissare lo sguardo sulle culture e le differenze di queste
in termini sostanziali, ma bisogna guardare all’azione
umana, perché proprio le emozioni naturali provate
dall’uomo, sono alla base di questi conflitti. Per
approfondire poi il nesso tra azione dell’uomo e
violenza etnica, occorre far riferimento a quei
processi detti di transvalutazione e focalizzazione.
Ecco, pensai, arrivano i paroloni: bisogna sempre stupire
lo studente con un linguaggio prettamente tecnico.
- Questi due termini – riprese subito, come se mi avesse
sentito – indicano in sostanza: il primo, quel processo
per cui gli incidenti e le dispute locali vengono
progressivamente spogliati dai loro particolari
contestuali, mentre il secondo, indica il processo
parallelo di assimilazione dei dettagli sotto una causa o
un interesse più ampio, collettivo. Ora, per ritornare al

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punto di partenza, questi due processi rappresentano
l’azione esecutiva, se vogliamo, l’effettivo
comportamento delle folle durante la fase di violenza
etnica, mentre a monte vi è una fase, diciamo così,
preparatoria.
- Si tratta di eventi scatenanti? – risposi io
frettolosamente per far capire il mio interessamento
alla discussione.
- Si proprio così. – rispose lui fermandosi a guardare un
ulivo chino sul margine della strada – A questi eventi
possiamo però, per comprenderne meglio le
dinamiche, dare il nome di cascate. In sostanza queste
cascate altro non sono che fattori esterni e scatenanti
e quindi determinanti nel costituirsi di una turbolenza
etnica. Per cui, un particolare avvenimento, come ad
esempio il vilipendio alla religione o un attentato
terroristico, possono innescare un fenomeno di
violenza etnica di vaste proporzioni. Più in generale
potremmo dire che si tratta, il più delle volte,
dell’ostinazione a realizzare uno stato nazionale
moderno nel momento in cui quello stesso stato
nazionale ha fatto circolare l’idea che la diversità
culturale sia di rilievo assoluto. A questo punto
divampano i diversi focolai, che vanno ad alimentarsi
vicendevolmente; per fare degli esempi concreti:

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appartieni ad un diverso credo religioso, allora
incendio il tuo tempio; fai parte di una minoranza
etnica, allora ti isolo; offendi la mia cultura, allora ti
uccido.
- Quelle che lei chiama cascate – ripresi io – come
potrebbero configurarsi nella dinamica delle ostilità
scoppiate in Kenya?
- Semplice – rispose il professore con aria sicura –
queste cascate possiamo interpretarle, per analogia, in
questo modo: Kibaki, rappresentante dell’etnia kikuyo
ha ottenuto oltre il 90% dei voti nei territori attorno al
Monte Kenya, allo stesso tempo anche Odinga, a capo
dell’etnia luo, seconda per importanza nel paese, ha
avuto il 90% delle preferenze nella provincia del lago
Vittoria; le rivalità tra le due etnie sono andate via via
accrescendo, anche successivamente all’indipendenza
ottenuta da Londra nel 1963; da allora i kikuyo hanno
occupato le principali cariche politiche e i più
importanti incarichi economici del governo,
alimentando il risentimento delle altre etnie; durante la
campagna elettorale Odinga si è presentato come il
paladino dei più poveri contro il corrotto Kibaki, fautore
dello sviluppo economico del Paese che non ha però
favorito una redistribuzione delle ricchezze, e ciò, date
le condizioni di estrema indigenza in cui vivono

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migliaia di persone, ha costituito uno dei fattori
maggiormente scatenanti della violenza. La
focalizzazione e la transvalutazione, in questo caso,
hanno assorbito le loro energie da macroeventi e
processi, ovvero cascate, che collegano la politica
globale alla micropolitica della realtà quotidiana.
Il viale alberato lasciava spazio alla veduta delle
prime antiche case di pietre e mattoni, mentre
s’intravedeva, in lontananza, la parte alta del casino:
malconcio e fiero come Lancillotto dopo aver salvato
Ginevra dai briganti del Meleagant. Ogni cosa era come
doveva essere: le oche di Marietta razzolavano operose
sull’aia, la galline si rincorrevano sbandando sul pietrisco,
mentre il buco della stalla era come al solito occupato dal
muso del porco che si confondeva con il rosso dei mattoni.
Gli proposi di attraversare l’aia, che con gli anni era
diventata il nostro campo di calcetto, perché potesse
ammirare il panorama dei Dattoli in tutta la sua dovizia. Nel
mezzo del campo c’era ancora la trave di legno che il
nonno di Camillo ci aveva prestato per allestire la porta.
Camillo era molto bravo a giocare a pallone, era il nostro
idolo nella squadra del Dattlin; l’avevamo chiamata così su
proposta di un insegnante di inglese che un giorno passava
di lì per accompagnare i suoi figlioletti al catechismo.
Quando giocavamo contro l’Arcavacata Camillo riusciva a

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segnare sempre tre o quattro goal, anche se di fatto ne
prendevamo almeno dieci o dodici. Con gli anni volle unirsi
al gruppo dei ragazzi più grandi d’Arcavacata, quelli che se
ne stavano davanti al Bar di Vittorio con le mani in tasca
anche quando faceva freddo e che s’intendevano con un
solo sguardo; ridevano fino a notte fonda, nella piazzetta
del Cuticchio, per cose che solo tra di loro sapevano, dopo
che al sabato sera avevano fatto a gara con le impennate
in motorino. Noi dei Dattoli non eravamo proprio
considerati, anche se Don Pierino a messa aveva detto che
appartenevamo ad un’unica comunità. Quando alla
domenica mattina Camillo andava al Cuticchio per sentirsi
uno di loro, pur impegnandosi a far uscire la voce, mentre
con serietà da liceale cercava di porre l’attenzione su
qualche problema sociale, nessuno l’ascoltava, e se
qualcuno distrattamente si trovava a guardarlo girava il
volto dall’altra parte prima che finisse di parlare.
Ma venne l’estate e con essa il torneo di calcetto.
Per prepararci, al pomeriggio, dopo esserci “gasati” con
Holly e Benji, giocavamo fino a quando non si
accendevano i lampioni della strada. Un giorno Camillo
non venne a giocare; si presentò solo a sera,
accompagnato da Silvio, il capitano dell’Arcavacata. Silvio
rimase in macchina ad ascoltare la cassetta dei Guns n’
Roses mentre Camillo si avvicinò abbozzando un sorrisino

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imbarazzato. “Ragà – disse – mi hanno preso a giocare
nell’Arcavacata”. Camillo segnò i goal più importanti e
spettacolari del torneo, facendo piazzare l’Arcavacata al
secondo posto. Noi finimmo al penultimo; Camillo venne
sostituito da Romildo, un diciassettenne, figlio di papà, che
non segnò neppure quando in porta c’era Francesco Mani
Bucate. Dopo il torneo, quando la sera passavo col
motorino per andare a prendere il pane, lo vedevo sempre
più spesso scherzare con Silvio e gli altri del Cuticchio;
qualche volta mi fermavo per salutarlo e notavo che tutti
approvavano qualsiasi cosa egli dicesse e ridevano insieme
a lui anche quando non c’era da ridere.
Il cane di Marietta era ormai ad un passo dal
professore, scodinzolando così forte da far sollevare le
zampe posteriori dal terreno. Il professore iniziò ad
accarezzarlo in modo così energico da fargli alzare la
polvere dal pelo rossastro. La concitazione andava sempre
più incalzando, tant’è che per non restarmene lì come un
fesso, iniziai a raccontare la storia del Dattlin, di Camillo e
del torneo di calcetto. Il professore iniziò ad annuire sempre
più spesso, regalando via via al cane solo gesti convenuti.
Stranamente la sua attenzione a quel racconto aumentò a
tal punto che iniziai a cadenzare con perizia gli episodi,
creando anche qualche attimo di suspense. Sul finire della
narrazione il cane si ritrovò solitario a rosicchiare un

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legnetto, mentre il professore se ne stava ad ascoltarmi
con le braccia conserte ed una mano sul mento.
- Bene – dissi io – spero che questo racconto le sia
piaciuto.
- Altrochè – rispose lui con tono riflessivo – la sua
testimonianza rientra in una dinamica sociale molto
rilevante.
- Sarei molto curioso – proposi io – di ascoltare la sua
rielaborazione del racconto in chiave antropologica.
- Ci proverò. – rispose il professore sorridendo –
Dobbiamo però partire da alcuni concetti di base,
indispensabili per analizzare al meglio la questione. La
cultura globale, attraverso cui gli individui immaginano
e costruiscono la propria identità, si muove in diverse
direzioni e a diverse velocità ed intensità. Questi
movimenti costituiscono dei flussi disgiunti ai quali
daremo il suffisso di orama, da panorama. Entrando
ancor più nello specifico andremo ad indicare i cinque
flussi costitutivi con il nome di: etnorama, riferendoci
alle migrazioni e alle diaspore umane; mediorama, per
indicare il flusso dei simboli; tecnorama, il movimento
delle energie tecnologiche; finanziorama, per il
movimento del denaro e ideorami per i flussi di idee.
Ora, forse dal punto di vista di Don Pierino questa
contrada, e la più grande Arcavacata, potevano di fatto

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costituire un’unica comunità. In realtà il Paese, con la
sua centralità della piazzetta, dove i ragazzi formano
un gruppo e quindi un’entità culturale, vede la
campagna dei Dattoli con aria di superiorità,
ravvisando in essa la mancanza di una tradizione
culturale egemone. Il povero Camillo, conscio di ciò,
cercò, malgrado la timidezza, di penetrare nel gruppo
di Silvio per farvi parte, ma non vi riuscì. Aveva però un
asso nella manica: sapeva giocare a pallone. Di sicuro
la scelta di non disputare il torneo con la squadra dei
suoi amici di sempre non è stata cosa facile, allo stesso
tempo però era consapevole che giocando e vincendo
per la squadra di Silvio avrebbe potuto diventare
finalmente uno di loro, e così è stato. Vede – aggiunse
il professore rallentando di colpo il ritmo del discorso –
lo sport dà vita ad una sorta di solidarietà che travalica
la classe, ed è per questo che Camillo, solo perché
utile alla squadra, è stato accolto pur provenendo da
un contesto culturale inferiore. Ritornando ai flussi di
cui abbiamo appena parlato, avendo analizzato la
questione, possiamo affermare che ci troviamo
dinnanzi ad un tipico esempio di correlazione tra flussi,
dove uno condiziona l’altro, andando così a delineare
una gerarchia tra di essi. Nello specifico è opportuno
parlare di intreccio tra un mediorama ed un ideorama.

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Il primo è rappresentato da tutti quei messaggi
simbolici, come il senso di appartenenza ad un gruppo,
la complicità di una classe e la chiusura a soggetti
esterni, che hanno entusiasmato e coinvolto
emotivamente Camillo; il secondo riguarda le soluzioni
cercate per entrare a far parte di quel modello di
categoria comunitaria: la frequentazione della
comitiva; il cercare di coinvolgere gli adepti con seri
discorsi di carattere sociale ed in ultimo la scelta di
preferire la loro squadra alla vostra, cercando così di
divenire, come effettivamente si è verificato, membro
legittimo ed insostituibile del gruppo stesso. In realtà
questi due flussi sono meglio assoggettabili a
dinamiche sociali più complesse e di proporzioni
maggiori, intendendo per mediorami quelle immagini
del mondo create dai media, ovvero dalla pubblicità,
dai giornali, dalla televisione, dalla cinematografia
ecc.; per ideorami invece le ideologie degli stati e le
contro ideologie di movimenti che tendono alla
conquista del potere statale o ad una parte di esso.
La descrizione del professore, pur essendo stata
molto dettagliata necessitava di una riflessione maggiore,
per cui, anche se diedi ad intendere di aver compreso tutto
perfettamente, in realtà mi ripromisi di ritornare sul
discorso una volta a casa, magari cercando delle analogie

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che riguardassero qualche episodio della mia vita,
andandone a parlare poi con mia moglie, ma non per far
sfoggio delle acquisite conoscenze antropologiche, quando
per dimostrare a me stesso d’aver capito.
Attraversato il campo, sull’argine del dirupo il
vento soffiava sul bavero del cappotto color cammello del
professore. Le rovine e le case abbandonate alle nostre
spalle, davanti a noi l’uliveto sconfinato disposto a file
parallele, le querce ordinate e l’orto di mio padre che si
distingueva per il colore più scuro della terra lavorata, mi
facevano sentire fiero di quel posto, come non lo ero mai
stato, mentre il professore si distraeva guardandosi le
scarpe sporche di terra. Decisi allora di tirar fuori la carta
vincente che mi ero preservato: mostrargli il casino e
magari gli ultimi contadini che lo abitavano: di sicuro non
avrebbe mai creduto che quel posto così muto e solingo
contenesse anche delle vite umane.
Vicino alla Madonnina l’erba era alta e piegata dal
freddo dell’inverno, come piegata all’indietro era pure la
colonnina dell’edicola fatta erigere dai padri missionari nel
‘54; davanti al volto eroso di Maria, i fiori rinsecchiti,
miseramente reclinati sul bicchiere adibito a fioriera,
davano il senso di un luogo non più degli uomini ma del
vento.

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Il cane zoppo di Marietta ci precedeva fiero con un
bastone tra i denti, quando il professore, inaspettatamente,
mi chiese come mai fossi così legato a quel posto.
La domanda fu secca ed inaspettata, ma pur
avendo mille discorsi da fare non sapevo proprio da dove
cominciare; in realtà il dubbio, su come affrontare il
discorso, nasceva dalla consapevolezza di non dover
trattare l’argomento in chiave romantica ma da un punto di
vista storico e magari antropologico.
- Questo luogo – dissi io – era una colonia contadina
insediatasi qui agli inizi del 1800. In principio, di questa
colonia, ne facevano parte diciotto famiglie, tutte alle
dipendenze di un padrone, tale Antonio Giovannelli,
originario di Napoli, il quale a suo volta gestiva il
fondo, circa quindici mila ettari, attraverso un fattore.
Il casino dei Dattoli, oltre ad ospitare la famiglia del
fattore, fungeva da centro di raccolta dei beni destinati
a Don Antonio Giovannelli: vi si conservava il grano, i
fichi, le olive, l’olio e gli ortaggi. Oggi le case dei
Dattoli sono state tutte abbandonate, anche se alcune
famiglie vi hanno abitato fino agli anni 80; la maggior
parte sono state lasciate intorno agli anni 60.
Attualmente, molti discendenti di quelle famiglie,
continuano a coltivare i terreni e soprattutto a
raccogliere le olive e i fichi, limitandosi a pagare agli

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eredi di Giovannelli solo un modestissimo canone di
affitto annuo. L’unica famiglia che abita ancora questo
luogo è quella di Peppino e Marietta: da quando il
comune ha fatto sapere di voler occupare il terreno,
per costruirvi un grande complesso sportivo, mi
chiamano spesso per raccontarmi le loro toccanti
storie e per chiedermi di impegnarmi affinché tutto
questo non vada perduto.
Il professore a questo punto mi interruppe
chiedendomi di raccontargli qualcosa in più sulle vicende
di quella gente. Ero contento di sentirmi chiedere questo,
così iniziai a riferirgli tutto ciò che mi era stato raccontato
da Marietta e Peppino; fatti che pur non essendo stati
vissuti da me in prima persona, mi avevano procurato col
tempo un vero e proprio senso di nostalgia. Gli parlai di
quando le donne a maggio andavano a ripulire il raccolto
mentre intonavano antiche canzoni; di quanto erano felici
ed uniti; dei bambini che si riunivano a giocare sotto il
casino mentre le figlie del fattore, non potendosi unire a
loro, guardavano dalla finestra, delle belle notti di Natale
quando ci si riuniva davanti al focolare a raccontar
“rumanze”.
- Mi convinsi sempre più – dissi io – che il “vecchio” dei
Dattoli dovesse divenire “antico”, e che avrei dovuto
impegnarmi affinché quel patrimonio culturale non venisse

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cancellato dal presente e dimenticato dal futuro: raccolsi le
firme per evitare che le ruspe intraprendessero i lavori di
modernizzazione; parlai più volte della questione al
sindaco e a diversi assessori del comune di Rende; chiesi
alla Soprintendenza di fare un sopralluogo tra i ruderi dei
Dattoli per dichiararli di interesse storico-culturale; fondai
un’associazione per la salvaguardia della cultura popolare
calabrese e bandii un concorso per le scuole sul tema delle
tradizioni contadine.
- Cosa intende con l’affermazione che il vecchio debba
diventare antico? – mi interruppe il professore, mentre
il cane di Marietta rincorreva un gatto veloce come un
ghepardo.
- Penso che – ripresi io, soddisfatto perché rassicurato
sul fatto che mi stesse ascoltando e perché avrei
potuto finalmente parlare della mia teoria del vecchio
e dell’antico a qualcuno che ne capiva – tutte le cose,
animate e non, ad un certo punto della loro esistenza
diventano obsolete, vecchie, quindi da buttare, da
sostituire: il giradischi è stato ormai superato dallo
stereo a CD, allora lo butto; la cinquecento è vecchia di
trent’anni, allora la rottamo e prendo il modello nuovo.
Si tratta di un momento fatale che se superato porta
alla venerabilità e all’inviolabilità dell’antico. Mi rendo
perfettamente conto che questo posto è vecchio e che,

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come tale, potrebbe essere cancellato per lasciare
spazio al moderno; la sfida è rivolta dunque al
superamento di questo momento critico, così da
trasmettere il mondo culturale dei Dattoli, con tutti i
suoi intriseci valori, alle generazioni future.
- La sua riflessione sul vecchio e l’antico – disse il
professore – anche se un po’ scontata, è abbastanza
verosimile. Dico abbastanza perché non sono sicuro
che si possa usare per tutte le categorie animate e
non. Però più che soffermarmi su questo volevo
prendere spunto dalla sua spiegazione riguardante il
passaggio dal modello vecchio a quello nuovo, per dire
che questo processo, rispetto al passato, oggi è di gran
lunga accelerato, e questo è dovuto alla velocità con la
quale viaggiano le informazioni, le immagini e i
simboli. Ritorniamo, in questo caso, al nostro flusso
del mediorama, dove le scelte di preferire un
qualsivoglia oggetto nuovo ad uno vecchio sono
determinate non tanto dalle intrinseche qualità del
prodotto stesso, quando dalla circolarità di nuovi
stereotipi, imposti dai media, che la gente insegue con
trasporto ormai insito alla sfera comportamentale.
Questo processo va poi ad innescare automaticamente
un altro meccanismo, quello cioè riguardante
l’incentivazione alla produzione da parte delle aziende,

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prestando continua attenzione al rinnovamento
costante del prodotto offerto. A ben vedere, abbiamo
delineato il confluire di altri due flussi: i mediorami con
i finanziorami. Per ciò che concerne la conservazione
del luogo, posso solo dire, in maniera molto esplicita e
semplicistica, che non si può conservare tutto quello
che riguarda il nostro passato, avremmo un mondo in
stallo, che vive in funzione di un tempo che non gli
appartiene. Bisogna invece vivere nel presente, con la
convinzione che il progresso culturale dell’uomo è
correlato, in modo naturale, alla ricerca, nella storia, di
tutti quegli elementi indispensabili per la sua
evoluzione, scegliendo sempre, cosa e quando, nel
momento più congeniale.
- Secondo lei allora – ripresi io, sentendomi un po’
bacchettato dalle sue parole – qual è i miglior modo di
porsi dinnanzi alla cultura popolare che rischia di
svanire?
- Molto sinteticamente – riprese subito il professore –
dico che, a mio avviso, non bisogna lasciarsi andare ai
pateticismi pseudoromantici di chi si ostina a
rimpiangere un mitico tempo antico sinonimo di totale
benessere, e neppure essere fautori di quell’idea di
modernizzazione che aborrisce tutto ciò che riguarda il
passato, tacciandolo di arretratezza, di rozzezza, di

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civiltà “miserabile” appartenuta ai propri avi, dei quali
vergognarsi e come tale da cancellare
sbrigativamente, ma analizzare il problema attraverso
riflessioni specifiche e ricerche mirate a palesare i
diversi aspetti demoetnoantropologici. Un tema
interessante, sul quale poi si potrebbe aprire un punto
di riflessione, riguarda la nostalgia per eventi non
vissuti in prima persona. Quello che lei ha raccontato
poc’anzi, si potrebbe inquadrare nella dinamica della
cosiddetta nostalgia da tavolino o nostalgia
immaginata, quella cioè che si innesca quando si viene
coinvolti emotivamente dal flusso del mediorama, più
in particolare dalla sollecitazione pubblicitaria, la quale
ha il potere di far nascere, nei consumatori, un
sentimento di perdita per una cosa mai vissuta e
quindi mai avvenuta. Tutto ciò ovviamente viene
sapientemente posto in essere per far sì che il
consumatore possa desiderare un determinato
oggetto, sentendosi, in un certo senso, emotivamente
legato ad esso.
Quest’ultimo passaggio della nostalgia non mi
entusiasmò molto, anche perché, li per lì, non riuscii a
trovare un nesso con il mio racconto sulla nostalgia per
vicende di vita non vissute.

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Intanto vidi in lontananza, con mia immensa gioia,
Marietta, mentre con un secchio di alluminio attaccato al
braccio scendeva lentamente l’irta scala del casino.
Marietta stava per ripetere il rito di sempre, e cioè quello
di andare a ritirare le uova dal pollaio, prima
dell’imbrunire, affinché la faina non se ne facesse una
scorpacciata durante la notte. Scortici, rimase immobile
sull’ultimo gradino, tirandosi un po’ su lo scialle dalla
fronte, per poter vedere meglio. Riconosciutomi si
avvicinò con uno scatto in avanti, guardando a terra per
non inciampare:
- Sei tu Massimo! – esclamò sorridendo.
- Ciao Marietta, come state? – risposi io.
- Sono contenta di vederti. E questo signore chi è? –
disse lei avvicinandosi al professore.
- Salve – disse il professore – io mi chiamo Appadurai,
piacere di conoscerla.
L’espressione di Marietta cambiò di colpo; si voltò
indietro e a gran voce chiamò il marito. Peppino uscì
dall’uscio della porta con ancora un braccio fuori dalla
giacca, mentre con una mano si aggiustava
frettolosamente il cappello; da quando aveva subito il furto
del maiale era sempre vigile sui movimenti delle macchine
e delle persone che si appressavano davanti al suo cortile.

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- Ch’è successo Mariè! – disse con voce preoccupata,
mentre scendeva le scale reggendosi con una mano al
muro di pietra.
Marietta, prima che Peppino scendesse dall’ultimo
gradino gli si avvicinò e, con voce emozionata, gli sussurrò:
- Massimo ha portato quello degli appalti rurali.
Capii subito che c’era stato un malinteso riguardo
al nome del professore, ma dato che ero sicuro d’aver
sentito solo io quella frase bisbigliata, un po’ divertito della
cosa, non dissi nulla per evitare l’equivoco. Peppino si
avvicinò al professore, come se io fossi una cosa scontata,
e gli strinse forte la mano dicendo:
- Ingegné, cercate di aiutarci, siamo stati tutta una vita
qui a buttare il sangue nelle terre, ora però vogliamo
quello che ci spetta, la buonuscita. Potremmo vivere
nelle case che abbiamo costruito ai nostri figli, ma
facciamo il sacrificio di continuare a stare in questo
brutto posto solo per avere il riconoscimento dei nostri
diritti.
- Altrimenti chi ci starebbe qui – intervenne Marietta –
abbiamo trascorso solo brutti giorni, fatti di duro lavoro
e miseria.
Mi sentii crollare il mondo addosso: tutte quei bei
fatterelli, quelle storie di vita sana e felice, proprio non
riuscivo a crederci.

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Il professore intanto cercò di svincolarsi annuendo
sistematicamente ad ogni loro richiesta, cosicché, in ultimo
li rassicurò, dicendo loro di stare tranquilli, perché primo o
poi tutto sarebbe andato per il meglio. Ci salutarono
calorosamente, ma di più al professore, scrollandolo
energicamente come si fa con un parente che sta per
intraprendere un lungo viaggio.
Nel far ritorno al ristorante “Antica Dattoli”, (avevo
dato io quel nome al locale di mio fratello), per un po’ non
proferimmo parola, quand’ecco che il professore disse:
- Ora di sicuro la dinamica della nostalgia immaginata e
della pubblicità le sarà molto più chiara.
Di colpo intesi le parole del discorso relative a
quell’argomento, e mi rattristai molto, sentendomi un
oggetto pubblicitario nelle mani di Peppino e Marietta. Si
erano serviti della mia sensibilità, della mia cultura e
anche della mia associazione culturale per sostenere una
loro causa.
Mi tirai su pensando ad un’immagine divertente:
- Provi ad immaginare – dissi al professore sorridendo –
Peppino e Marietta seduti dietro ad una scrivania, con
il sigaro in bocca, intenti a pianificare le loro strategie
pubblicitarie – ridemmo.
Le case vecchie dei Dattoli erano ormai alle nostre
spalle, come lo era pure il cane zoppo di Marietta, che ci

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seguiva a distanza. L’imbrunire dava al luogo ancor più il
senso di profonda solitudine e di abbandono, mentre le
foglie secche delle querce si rotolavano nella brezza della
sera.
Non lo dissi apertamente, ma dentro di me ero
molto grato a quell’uomo, perché da quell’incontro, molte
cose della realtà quotidiana avrei iniziato a percepirle in
modo diverso.
Una volta a casa, dopo aver addormentato Sofia
con la musichina dei Teletubbies, decisi di scrivere tutto sul
mio diario, per non dimenticare niente di quanto avevo
imparato quel giorno:
- La stradina dei Dattoli, che conduce alla Madonnina…

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