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16/03/13

Inferno Canto I - La Divina Commedia

La Divina Commedia

IL POEMA

L'A UTORE

PERSONA GGI

LUOGHI

CRONOLOGIA

FONTI

FORUM

Inferno, Canto I
Ahi quanto a dir qual era cosa dura, esta selva selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinova la paura!

Ed una lupa, che di tutte brame sembiava carca ne la sua magrezza e molte genti f gi viver grame...

"A te convien tenere altro viaggio," rispuose, poi che lagrimar mi vide, "se vuoi campar d'esto loco selvaggio..."
Da n t e e le t r e fier e (G. St r a da n o, 1 5 8 7 )

Argomento del Canto


Dante si smarrisce nella selva oscura. Incontra le tre fiere: lonza, leone, lupa. Viene soccorso da Virgilio, che lo guider in un viaggio attraverso Inferno e Purgatorio, mentre Beatrice lo guider in Paradiso. Profezia del veltro. la notte tra gioved 7 aprile (o 24 marzo) e venerd 8 aprile (o 25 marzo) del 1300.

Dante si smarrisce nella selva (1-30)


La notte del 7 aprile (o 24 marzo) dellanno 1300, dunque a trentacinque anni di et, Dante si smarrisce in una selva oscura e intricata, impossibile da descrivere tanto angosciosa. Lui stesso non sa dire come c finito, poich era pieno di sonno quando ha perso la giusta strada: a un tratto per, mentre sta albeggiando, si ritrova ai piedi di un colle, dalla cui vetta vede spuntare i primi raggi del sole. Questo, oltre al fatto che primavera, gli rid speranza e lo spinge a tentare la scalata del colle, dopo essersi riposato per qualche istante e aver ripensato al pericolo appena corso (come un naufrago che guarda le acque in tempesta dalle quali appena scampato). Il poeta inizia quindi a salire la china del colle, ma con grande fatica e incertezza.

Compaiono le tre fiere (31-60)


Mentre sta salendo il colle, gli appare improvvisamente una lonza dal pelo maculato, assai agile e snella, che lo spinge pi volte a tornare indietro. Allinizio lora del mattino e la stagione mite gli danno speranza di poterne avere ragione, ma subito dopo compare un leone, che gli viene incontro con fame rabbiosa e sembra far tremare laria, e una lupa famelica, tanto magra da sembrare carica di ogni bramosia. Questultima incute molta paura in Dante, che perde ogni conforto e lentamente scende verso il basso, nella zona non illuminata dal sole.

Presentazione di Virgilio (61-90)


Dante sta tornando verso la selva, quando intravede una figura nella penombra, appena visibile nella poca luce dellalba. Intimorito, supplica lo sconosciuto di
W . Bla k e, Da n t e n ella selv a

avere piet di lui e gli chiede se sia un uomo in carne ed ossa oppure lanima di un defunto. Laltro risponde di non essere pi un uomo in vita, ma di avere avuto i

genitori lombardi e di essere originario di Mantova. Si presenta come Virgilio, il poeta latino vissuto al tempo di Cesare e Augusto, ovvero durante il paganesimo, e che ha cantato le gesta di Enea nel poema a lui dedicato. Virgilio rimprovera Dante perch sta scivolando verso il male della selva, mentre dovrebbe scalare il colle che principio di felicit. Dante risponde a sua volta con ammirazione, dicendo a Virgilio che lui il pi grande poeta mai vissuto e dichiarando che il suo maestro e modello di stile poetico. Si giustifica indicando la lupa come la

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bestia selvaggia che gli sbarra la strada, pregando Virgilio di aiutarlo a superarla.

Profezia del veltro (91-111)


Virgilio riprende la parola spiegando a Dante che, se vuole salvarsi la vita, dovr intraprendere un altro viaggio. Infatti la lupa animale particolarmente pericoloso e malefico, incapace di soddisfare la propria fame, che uccide chiunque incontri. Virgilio profetizza poi la venuta di un veltro, un cane da caccia che uccider la lupa con molto dolore e la ricaccer nellInferno da dove uscita. Costui non sar interessato alle ricchezze materiali ma ai beni spirituali, e la sua patria non sar nessuna citt in particolare. Egli sar la salvezza dellItalia, per la quale gi altri personaggi hanno dato la vita, come i troiani Eurialo e Niso, la regina dei Volsci Camilla, il re dei Rutuli Turno, tutti cantati dallo stesso Virgilio nellEneide.
G. Dor , Da n t e e la lon za

Il viaggio di Dante (112-136)


Virgilio conclude dicendo a Dante che dovr seguirlo in un viaggio che lo condurr nei tre regni dellOltretomba: dapprima lo condurr attraverso lInferno, dove sentir le grida disperate dei dannati; poi lo guider nel Purgatorio, dove vedr i penitenti che sono contenti di espiare le loro colpe per essere ammessi in Paradiso. Qui, per, non sar Virgilio a fargli da guida: egli non ha creduto nel Cristianesimo, quindi Dio non pu ammetterlo nel regno dei Cieli. Sar unaltra anima, pi degna di lui, a guidare Dante in Paradiso, ovvero Beatrice. Dante risponde a Virgilio pregandolo di fargli da guida in questo viaggio, poich ansioso di vedere la porta di san Pietro e le pene dei dannati. Virgilio inizia a muoversi e Dante lo segue.

P. Della Qu er cia , Da n t e e V ir g ilio

Interpretazione complessiva
Il canto I dellInferno di introduzione allintero poema, presenta quindi la situazione iniziale e spiega le ragioni del viaggio allegorico: Dante vi compare nella duplice veste di personaggio reale, che in un determinato momento storico si smarrisce in una selva (a met della sua vita, quindi nell'anno 1300 quando stava per compiere 35 anni), e in quella di ogni uomo che in questa vita chiamato a compiere un percorso di redenzione e purificazione morale per liberarsi dal peccato e guadagnare la beatitudine. Sul piano allegorico, dunque, la selva rappresenta proprio il peccato (essa infatti descritta come selvaggia e aspra e forte, spaventosa al solo ricordo e poco meno amara della morte stessa), mentre su quello letterale un luogo in cui chi compie un viaggio rischia realisticamente di smarrirsi per essere uscito dalla diritta via, per cui i lettori del tempo di Dante potevano trovare familiare un paesaggio simile (all'epoca le zone boscose erano assai estese e selvatiche, come per esempio in Maremma: cfr. Inf., XIII, 7-9). Altrettanto realistici gli altri elementi del paesaggio simbolico, a cominciare dal colle che allegoricamente raffigura la via alla felicit terrena, cio al possesso delle virt cardinali (fortezza, temperanza, prudenza e giustizia) per le quali la ragione umana sufficiente, e che Dante tenta inutilmente di scalare vedendo sorgere il sole dietro la sua vetta (esso rappresenta la via verso la salvezza, oltre all'ovvia considerazione che il nuovo giorno dissipa le paure della notte e ridona al poeta nuova speranza). Le tre fiere che sbarrano il passo al poeta e lo ricacciano verso la selva sono invece le tre principali disposizioni peccaminose: la lonza la lussuria, il leone la superb ia, la lupa lavarizia-cupidigia, secondo una tradizione gi attestata dai commentatori medievali, e anch'esse ovviamente rappresentano tre animali selvaggi che non erano certo impossibili da incontrare in un effettivo viaggio attraverso una foresta (tranne naturalmente il leone, ma nulla conferma che il viaggio dantesco avvenga in Italia e d'altronde vari interpreti hanno ipotizzato che questi luoghi si trovino in realt nei pressi di Gerusalemme, sotto la quale si spalanca la voragine infernale). Pi pericolosa la lupaavarizia, radice di tutti i mali e per Dante causa prima del disordine politico e morale che regnava in Italia allinizio del Trecento, di cui simbolo del resto anche la selva, mentre va ricordato che in molti passi del poema egli si scaglia con forza contro la corruzione del mondo politico ed ecclesiastico del suo tempo, causata principalmente proprio dall'avidit di denaro. La lupa si rivela un ostacolo insuperabile e Dante lentamente scivola nuovamente verso la selva, cio il peccato. La seconda parte del Canto vede come protagonista Virgilio, che sar la prima guida di Dante nel viaggio ultraterreno e che allegoria della ragione umana dei filosofi antichi, guida sufficiente a condurre luomo al pieno possesso delle virt cardinali: egli giunge in soccorso del poeta in modo inaspettato, come un'apparizione spettrale, tanto che Dante gli chiede timoroso se sia omb ra od omo certo. La risposta del poeta latino una vera e propria prosopopea, un'elegante auto-presentazione in cui Virgilio non fa direttamente il proprio nome (sar Dante a citarlo al termine delle sue parole) e si manifesta come l'autore dell'Eneide, il poema che era considerato il capolavoro della letteratura latina e il cui protagonista, Enea, centrale nella tradizione classico-cristiana, in quanto fondatore della stirpe romana e, indirettamente, di quella Roma che sar centro dell'Impero e della Chiesa. Virgilio rimprovera Dante del fatto che non sale il dilettoso monte che principio di ogni felicit e il poeta fiorentino risponde indicando Virgilio come il suo maestro, colui da cui ha tratto l'alto stile tragico che gli ha dato la fama, invocando poi il suo aiuto contro la lupa-avarizia che lo riempie di terrore e costituisce uno sbarramento insuperabile: la successiva risposta di Virgilio si divide in due parti, la prima delle quali dedicata alla profezia del veltro che ricaccer la lupa nell'Inferno da dove uscita (per le molte interpretazioni di questo personaggio si veda oltre), la seconda al viaggio nell'Oltretomba che Dante dovr affrontare se vuole scampare da questo loco selvaggio, e in cui sotto la sua guida visiter Inferno e Purgatorio, mentre se vorr visitare anche il Paradiso dovr attendere la guida di Beatrice, in quanto Virgilio pagano e non quindi ammesso nel regno di quel Dio che non ha conosciuto. Allegoricamente Beatrice raffigura la grazia santificante e la teologia rivelata, che sola pu portare l'uomo alla salvezza, mentre affermata fin dall'inizio l'insufficienza della ragione naturale, che in grado di condurre l'uomo al possesso delle virt cardinali e a una condotta onesta, ma non di arrivare alla beatitudine eterna: questa l'ossatura allegorica dell'intero poema e la cosa diverr chiara gi dal Canto II, in cui Virgilio rievocher l'incontro con Beatrice nel Limbo e spiegher che il viaggio di Dante voluto da Dio, dunque non folle in quanto non

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affrontato col solo ausilio della ragione dei filosofi che Virgilio rappresenta. La scelta di questo personaggio come guida nella prima parte del viaggio stata molto discussa, in quanto Dante avrebbe potuto scegliere un filosofo come Aristotele o un personaggio storico come Catone Uticense, ma Virgilio nel Medioevo era ritenuto un pensatore al pari degli altri grandi filosofi antichi, inoltre si riteneva che avesse intravisto alcune verit del Cristianesimo e le avesse preannunciate nelle sue opere (specie nella famosa Egloga IV: cfr. Purg., XXII, in cui Stazio dichiara di essere diventato cristiano grazie alla lettura di quei versi); egli era anche il principale scrittore dell'et di Augusto, sotto il cui Impero il mondo aveva conosciuto pace e giustizia, indispensabili secondo il pensiero medievale affinch potesse diffondersi il Cristianesimo, per cui l'autore dell'Eneide era in realt una scelta quasi obbligata come maestro e guida di Dante nel viaggio attraverso i primi due regni ultraterreni. interessante inoltre osservare che dopo questo primo incontro fra discepolo e maestro si creer un rapporto di reciproco intenso affetto, per cui Virgilio accudir Dante come un figlio e questi ricambier le cure con profondo rispetto e deferenza, fino al momento della separazione in cui Dante si abbandoner a un pianto disperato (Purg., XXX, 40 ss.). Il Canto si chiude con Dante che, pieno di speranza e di buoni propositi, si accinge a seguire la sua guida per giungere nei luoghi che gli ha preannunciato, salvo poi (all'inizio del Canto seguente) venire assalito da dubbi e timori, che Virgilio fugher raccontando del suo incontro con Beatrice.

La profezia del veltro


una delle pi note e oscure della Commedia, evocata da Virgilio che preannuncia la venuta di questo misterioso personaggio destinato a cacciare e uccidere la lupa-avarizia dallItalia e dal mondo (il veltro era propriamente un cane usato durante le battute di caccia, dunque perfettamente in grado di mettersi sulle tracce di un animale selvaggio: cfr. Inf., XIII, 126, come veltri ch'uscisser di catena). Su di lui sono state avanzate le pi disparate ipotesi, che per, tralasciando le pi fantasiose, si riducono a un papa (forse un francescano: il feltro potrebbe alludere al panno del suo saio), a un imperatore (Arrigo VII di Lussemburgo?), a un signore italiano (Cangrande della Scala?). La questione complicata anche dall'incerta cronologia della composizione di questo Canto, per cui si obietta che se Dante scrisse questi versi intorno al 1307 ( questa l'ipotesi pi accreditata, mentre altri pensano addirittura che abbia iniziato la Commedia prima dell'esilio) era in effetti troppo presto perch potesse pensare ad Arrigo VII, che scese in Italia solo nel 1310-1313, ma anche a Cangrande, che all'epoca aveva appena sedici anni e che il poeta incontr molto pi tardi. Del resto innegabile che l'elogio a Cangrande messo in bocca all'avo Cacciaguida in Par., XVII, 76 ss. presenti molti punti di contatto con questa profezia e fa propendere per tale identificazione, ma occorrerebbe pensare che Dante abbia rimaneggiato il Canto in un secondo momento e di questo non c' alcuna conferma diretta nella tradizione manoscritta. Non poi da escludere che il veltro non fosse da identificare con un personaggio in particolare e che la profezia sia volutamente ambigua proprio per essere indeterminata, caso non certo unico nel poema dantesco; chiunque fosse il veltro, Dante si aspettava da lui un profondo rinnovamento sociale e politico in grado di riportare la giustizia troppo spesso calpestata dagli ecclesiastici corrotti e dagli uomini politici, che poi la situazione di degrado morale e disonest che il poeta denuncia a pi riprese nella Commedia, sempre con parole di ferma condanna. Tale profezia si ricollega forse a quella del DXV contenuta nel Canto XXXIII del Purgatorio, dove si dice che un messo di Dio uccider la prostituta che simboleggia la Chiesa compromessa con la monarchia di Francia: molti interpreti hanno sostenuto l'identificazione di questo DXV con Arrigo VII e con lo stesso veltro, per quanto di ci non vi sia alcuna prova certa, ma evidente che entrambe le profezie hanno in comune il carattere oscuro ed enigmatico e preannunciano quella palingenesi della societ che Dante si attendeva, e nella quale manifesta una fede incrollabile in pi di un passo del poema.

Note e passi controversi


Il v. 1 stato interpretato da alcuni come in quella met della vita che si trascorre domendo (Dante racconterebbe una visione avuta in sogno), ma l'autore si rif quasi certamente a un passo biblico (Isaia, 38, 10) dove si dice in dimidio dierum meorum vadam ad portas Inferi, cio andr presso la porta dell'Inferno a met dei miei giorni. Dante stesso, in Conv., IV, 23 descrive la vita umana come un arco che inizia a declinare dopo i 35 anni di et, senza contare che descrive il suo viaggio come realmente avvenuto (egli andato sensib ilimente nell'Aldil). In Ps., LXXXIX, 10 si legge inoltre che dies annorum nostrorum... septuaginta anni (la vita dell'uomo dura settant'anni), per cui evidente che Dante intende collocare il suo viaggio nella primavera dell'anno 1300. Al v. 5 selva selvaggia una paronomasia di forte sapore guittoniano. Il sonno citato al v. 11 quello della ragione che conduce al peccato, come spesso indicato nelle Scritture. Il pianeta del v. 17 ovviamente il Sole. Nel v. 27 il che pu avere valore di soggetto o di compl. oggetto, quindi il senso pu essere la selva, che non lasci vivere nessuno oppure la selva, che nessuna persona vivente pot ab b andonare. Pare pi probabile la prima interpretazione, nel senso che il peccato provoca la morte dell'anima portando alla dannazione. Il v. 30 stato variamente interpretato, ma forse Dante indica semplicemente che, tentando di scalare il colle, il piede pi basso quello pi saldo e quindi l'ascesa alquanto incerta. Altri pensano che il piede pi basso sia il sinistro, simbolo degli appetiti materiali che frenano Dante sulla strada della salvezza (le due ipotesi non si escludono a vicenda). I vv. 37-40 indicano che l'alba e il Sole in congiunzione con la costellazione dell'Ariete, quella che era con lui al momento della Creazione fissata tradizionalmente in primavera: l'equinozio primaverile era considerato momento favorevole, quindi anche per questa ragione Dante si riconforta (l'indicazione permette inoltre di collocare il tempo dell'azione tra marzo e aprile del 1300, come successivamente verr meglio precisato). Le rime ai vv. 44, 46, 48 (-esse / -isse) sono siciliane ed dunque da respingere la lezione venesse di alcuni mss. La similitudine ai vv. 55-57 di solito riferita all'avaro, ma alcuni hanno pensato al giocatore, che si rattrista quando perde tutti i suoi guadagni. Il v. 63 (chi per lungo silenzio parea fioco) pu significare qualcuno, che a causa del lungo silenzio della luce (penombra) si scorgeva a malapena, oppure qualcuno, che a causa di un lungo silenzio (poetico) non aveva pi voce. Questa seconda ipotesi alluderebbe al fatto che, dopo Virgilio, nessuno scrisse un poema paragonabile all'Eneide, quindi il poeta latino aveva perso autorevolezza. Le due interpretazioni possono coesistere. Ai vv. 68-69 Virgilio si presenta come originario di Mantova (era nativo di Andes, un piccolo villaggio vicino alla citt sul Mincio) e indica i genitori come lomb ardi, con un anacronismo in quanto il termine Lombardia (che ai tempi di Dante alludeva a tutta l'italia settentrionale) non esisteva ai tempi dell'antica Roma. I vv. 73-75 alludono in modo perifrastico ad Enea, figlio di Anchise e protagonista dell'Eneide. Ilion l'altro nome di Troia. Noia e gioia (vv. 76, 78) derivano dal provenzale e hanno significato assai pi ampio che nella lingua moderna: il primo indica la piena e

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perfetta felicit, il secondo l'angoscia e la pena del peccato. Al v. 84 il volume sicuramente l'Eneide. Lo b ello stilo che ha fatto onore a Dante lo stile alto e tragico di quel poema, che Dante ha gi usato nelle canzoni dottrinali composte in precedenza e destinate ad essere commentate nel Convivio. Gli animali (v. 100) cui detta accoppiarsi la lupa-avarizia sono gli uomini e non i vizi, come fu inteso da alcuni. Il peltro (v. 103) era una lega di piombo e stagno usata per forgiare le monete, quindi Virgilio dice che il veltro non sar avido n di terre n di ricchezze. Sapienza, amore e virtute (v. 104) indicano le tre Persone della Trinit, ovvero Figlio, Spirito Santo e Padre. Il v. 105 (e sua nazion sar tra feltro e feltro), riferito al veltro, stato variamente interpretato: pu riferirsi al feltro delle bandiere (la sua origine non sar da una citt in particolare), al feltro che foderava l'interno delle urne dov'erano votati i magistrati comunali (un podest?), al panno del saio francescano (un papa di quell'Ordine?), a Feltre e Montefeltro (Cangrande della Scala, il cui territorio era compreso fra quelle citt). Ai vv. 107-108 Virgilio ricorda alcuni personaggi dell'Eneide: Camilla, la regina dei Volsci alleata di Turno e uccisa dall'etrusco Arunte (XI, 758 ss.); Eurialo e Niso, i due giovani guerrieri troiani uccisi dai Latini mentre cercano di portare un messaggio ad Enea (IX, 177 ss.); lo stesso Turno re dei Rutuli, principale nemico di Enea e da lui ucciso nel finale del poema (XII, 936 ss.). Tutti sono ricordati come valorosi soldati caduti per il bene dell'Italia e, curiosamente, Turno viene citato tra i due amici Eurialo e Niso, mentre interessante notare che due di loro sono troiani, gli altri due nemici di Enea (evidentemente tutti hanno partecipato alla costruzione della nazione italica, anche se schierati su fronti opposti). Nel v. 117 il verbo grida pu avere il senso di invoca, oppure di impreca contro: nel primo caso, pi probabile, significa che ogni dannato invoca la seconda morte, il definitivo annichilimento dell'anima; nel secondo, vuol dire che ogni dannato impreca contro la seconda morte, intesa come la dannazione. Il v. 127 crea un'analogia tra Dio e l'Imperatore sulla Terra, che impera (cio estende la sua autorit) in ogni luogo ma regge (governa) propriamente solo nel proprio territorio: Dio ha autorit su tutto l'Universo e governa solo nell'Empireo. La porta di san Pietro (v. 134) stata intesa come la porta del Paradiso, m a secondo altri quella del Purgatorio descritta in Purg., IX e presidiata dall'angelo guardiano che detto vicario di Pietro.

Testo
Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ch la diritta via era smarrita. Ahi quanto a dir qual era cosa dura esta selva selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinova la paura! Tant amara che poco pi morte; ma per trattar del ben chi vi trovai, dir de laltre cose chi vho scorte. Io non so ben ridir comi vintrai, tantera pien di sonno a quel punto che la verace via abbandonai. Ma poi chi fui al pi dun colle giunto, l dove terminava quella valle che mavea di paura il cor compunto, guardai in alto e vidi le sue spalle vestite gi de raggi del pianeta che mena dritto altrui per ogne calle. Allor fu la paura un poco queta, che nel lago del cor mera durata la notte chi passai con tanta pieta. E come quei che con lena affannata, uscito fuor del pelago a la riva, si volge a lacqua perigliosa e guata, cos lanimo mio chancor fuggiva, si volse a retro a rimirar lo passo che non lasci gi mai persona viva. Poi chi posato un poco il corpo lasso, ripresi via per la piaggia diserta, s che l pi fermo era sempre l pi basso. Ed ecco, quasi al cominciar de lerta, una lonza leggiera e presta molto, 30 27 24 21 18 15 12 9 6 3

Parafrasi
A met del percorso della vita umana (all'et di 35 anni), mi ritrovai per una oscura foresta, poich avevo smarrito la giusta strada.

Ahim, difficile descrivere com'era quella foresta, selvaggia, inestricab ile e tremenda, tale che al solo pensiero fa tornare la paura. cos spaventosa che la morte lo poco di pi: ma per descrivere il b ene che vi trovai dentro, dir quali altre cose ho visto in essa.

Non sono in grado di spiegare come vi sia entrato, tanto ero pieno di sonno nel momento in cui lasciai la giusta strada.

Ma dopo che fui arrivato ai piedi di un colle, l dove finiva quella valle che mi aveva rattristato il cuore di paura, alzai lo sguardo e vidi la sua vetta gi illuminata dai raggi del sole, che conduce ogni uomo sulla giusta strada.

Allora si plac un poco la paura che avevo avuto nel profondo del cuore, quella notte che trascorsi con tanta angoscia.

E come il naufrago che col respiro affannoso, gettato dal mare sulla riva, si volta e guarda alle acque pericolose da cui scampato, cos il mio animo, che ancora era in fuga, si volt indietro ad osservare il passaggio che non lasci mai passar vivo nessun uomo.

Dopo che eb b i riposato un poco il corpo stanco, ripresi a camminare lungo il pendio deserto del colle, in modo tale che il piede pi saldo era sempre quello pi b asso. Ed ecco che apparve, quasi all'inizio della salita, una lonza snella e molto agile, ricoperta di pelo maculato; e non si allontava di fronte a

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che di pel macolato era coverta; e non mi si partia dinanzi al volto, anzi mpediva tanto il mio cammino, chi fui per ritornar pi volte vlto. Tempera dal principio del mattino, e l sol montava n s con quelle stelle cheran con lui quando lamor divino mosse di prima quelle cose belle; s cha bene sperar mera cagione di quella fiera a la gaetta pelle lora del tempo e la dolce stagione; ma non s che paura non mi desse la vista che mapparve dun leone. Questi parea che contra me venisse con la testalta e con rabbiosa fame, s che parea che laere ne tremesse. Ed una lupa, che di tutte brame sembiava carca ne la sua magrezza, e molte genti f gi viver grame, questa mi porse tanto di gravezza con la paura chuscia di sua vista, chio perdei la speranza de laltezza. E qual quei che volentieri acquista, e giugne l tempo che perder lo face, che n tutti i suoi pensier piange e sattrista, tal mi fece la bestia sanza pace, che venendomi ncontro a poco a poco mi ripigneva l dove l sol tace. Mentre chi rovinava in basso loco, dinanzi agli occhi mi si fu offerto chi per lungo silenzio parea fioco. Quando vidi costui nel gran diserto, Miserere di me, gridai a lui, qual che tu sii, od ombra od omo certo! Rispuosemi: Non omo, omo gi fui, e li parenti miei furon lombardi, mantoani per patria ambedui. Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi, e vissi a Roma sotto l buono Augusto al tempo de li dei falsi e bugiardi. Poeta fui, e cantai di quel giusto figliuol dAnchise che venne di Troia poi che il superbo Iln fu combusto. Ma tu perch ritorni a tanta noia? perch non sali il dilettoso monte ch principio e cagion di tutta gioia? Or se tu quel Virgilio e quella fonte che spandi di parlar s largo fiume?, rispuosio lui con vergognosa fonte. O de li altri poeti onore e lume, vagliami l lungo studio e l grande onore che mha fatto cercar lo tuo volume. 84 81 78 75 72 69 66 63 60 57 54 51 48 45 42 39 36 33

Inferno Canto I - La Divina Commedia


me, anzi, impediva a tal punto il mio cammino che io pensai pi volte di tornare indietro.

Erano le prime ore del mattino, e il sole stava sorgendo insieme a quella costellazione (l'Ariete) che era con lui il giorno della Creazione, quando l'amore divino mosse per la prima volta quelle b elle cose; cos l'ora del giorno e la stagione primaverile mi davano b uoni motivi per sperare b ene a proposito di quella b elva dalla pelle chiazzata; ma non al punto che non mi desse paura la vista, che mi apparve sub ito dopo, di un leone.

Questi semb rava venire contro di me, con la testa alta e con fame rab b iosa, al punto che persino l'aria semb rava tremare.

Ed ecco apparire una lupa, che nella sua magrezza semb ra piena di tutti i desideri e spinse molte persone a vivere miseramente; questa mi procur una tale angoscia, col terrore che mi ispirava il suo aspetto, che persi la speranza di raggiungere la sommit del colle.

E come colui che acquista volentieri, e poi arriva il tempo in cui perde ogni cosa, per cui piange e si rattrista in ogni pensiero, cos mi rese la b elva senza pace, che venendo contro di me mi sospingeva poco a poco verso il b asso, dove non c'era il sole.

Mentre io scivolavo a valle, verso la foresta, apparve davanti ai miei occhi qualcuno che non riuscivo a vedere b ene per la penomb ra.

Quando vidi costui nel luogo deserto, gli gridai: Ab b i piet di me, chiunque tu sia, un'anima o un uomo in carne e ossa!

Mi rispose: No, non sono un uomo, lo sono gi stato, e i miei genitori furono della Lomb ardia, entramb i nativi di Mantova.

Nacqui sotto il governo di Giulio Cesare, anche se negli ultimi anni, e vissi a Roma sotto il governo del b uon imperatore Augusto, al tempo degli dei pagani. Fui poeta, e cantai di quel giusto figlio di Anchise (Enea) che fugg da Troia dopo che il superb o Ilio (Troia) fu b ruciato.

Ma tu, perch ritorni al male della foresta? Perch non scali il colle gioioso, che principio e causa di ogni felicit?

Allora tu sei quel Virgilio e quella sorgente che spande un cos largo fiume di parole? gli risposi vergognandomi.

O tu che sei luce e guida degli altri poeti, mi siano di aiuto il lungo impegno e il grande amore che mi hanno spinto a leggere la tua opera!

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Tu se lo mio maestro e l mio autore, tu se solo colui da cu io tolsi lo bello stilo che mha fatto onore. Vedi la bestia per cu io mi volsi; aiutami da lei, famoso saggio, chella mi fa tremar le vene e i polsi. A te convien tenere altro viaggio, rispuose, poi che lagrimar mi vide, se vuo campar desto loco selvaggio; ch questa bestia, per la qual tu gride, non lascia altrui passar per la sua via, ma tanto lo mpedisce che luccide; e ha natura s malvagia e ria, che mai non empie la bramosa voglia, e dopo l pasto ha pi fame che pria. Molti son li animali a cui sammoglia, e pi saranno ancora, infin che l veltro verr, che la far morir con doglia. Questi non ciber terra n peltro, ma sapenza, amore e virtute, e sua nazion sar tra feltro e feltro. Di quella umile Italia fia salute per cui mor la vergine Cammilla, Euralo e Turno e Niso di ferute. Questi la caccer per ogne villa, fin che lavr rimessa ne lo nferno, l onde invidia prima dipartilla. Ondio per lo tuo me penso e discerno che tu mi segui, ed io sar tua guida, e trarrotti di qui per loco etterno, ove udirai le disperate strida, vedrai li antichi spiriti dolenti, cha la seconda morte ciascun grida; e vederai color che son contenti nel foco, perch speran di venire quando che sia a le beate genti. A le quai poi se tu vorrai salire, anima fia a ci di me pi degna: con lei ti lascer nel mio partire; ch quello imperador che lass regna, perchi fu ribellante a la sua legge, non vuol che n sua citt per me si vegna. In tutte parti impera e quivi regge; quivi la sua citt e lalto seggio; oh felice colui cu ivi elegge! E io a lui: Poeta, io ti richeggio per quello Dio che tu non conoscesti, a ci chio fugga questo male e peggio, che tu mi meni l dovor dicesti, s chio veggia la porta di san Pietro e color che tu fai cotanto mesti. 132 129 126 123 120 117 114 111 108 105 102 99 96 93 90 87

Inferno Canto I - La Divina Commedia


Tu sei il mio maestro e il mio modello; tu sei il solo da cui io trassi il b ello stile che mi ha reso celeb re.

Vedi la b elva che mi ha fatto voltare; aiutami da lei, famoso sapiente, poich essa fa tremare ogni goccia del mio sangue.

Tu devi compiere un altro viaggio, mi rispose dopo avermi visto piangere, se vuoi salvarti da questo luogo selvaggio.

Infatti, la b elva che ti fa urlare non lascia passare nessuno per la sua strada, ma lo impedisce al punto di ucciderlo.

E ha un'indole cos malvagia e malefica che non pu mai soddisfare la sua b ramosia, e dopo ogni pasto ha pi fame di prima.

Sono molti gli animali a cui si accoppia, e saranno sempre di pi, finch arriver il cane da caccia (veltro) che la far morire con dolore. Costui non b ader alle ricchezze materiali, ma solo a quelle spirituali e la sua nascita avverr tra feltro e feltro.

Sar la salvezza di quell'umile Italia, per cui morirono in b attaglia Eurialo e Niso, Turno, la vergine Camilla.

Costui le dar la caccia per ogni citt, finch l'avr rimessa nell'Inferno da dove l'invidia (del demonio) la fece uscire per la prima volta.

Perci io penso e giudico per il tuo b ene che tu deb b a seguirmi, e io ti far da guida; e ti porter via di qui per guidarti in un luogo dell'Oltretomb a, dove udirai le grida disperate e vedrai le antiche anime dei dannati, ciascuno dei quali invoca la morte definitiva.

E poi vedrai coloro che sono contenti di sub ire pene (i penintenti del Purgatorio), perch sperano un giorno di raggiungere i b eati del Paradiso. E se poi tu vorrai salire a visitare questi ultimi, allora ci sar un'anima pi degna di me per farti da guida: quando me ne andr, ti lascer con lei. Infatti, quell'imperatore (Dio) che regna lass, non vuole che io entri nella sua citt, in quanto fui rib elle alla sua legge (fui pagano).

Dio ha autorir in tutto l'Universo e in Paradiso governa; qui c' la sua citt e il suo altro trono; oh, felice colui che sceglie per risiedere in quel luogo! E io gli dissi: Poeta, in nome di quel Dio che non hai conosciuto e affinch io fugga questo male e altri peggiori, ti chiedo ti condurmi l dove hai detto, cos che io veda la porta di San Pietro e coloro che descrivi tanto miseri.

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