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La scienza svanirà.

Studiare & insegnare no?


Nelle 13 lettere del corpus paulinum è utilizzato mantháno, "imparare", almeno in Rom 16,17; 1Cor 4,6;
14,31.35; Ef 4,20; Fil 4,9.11; Col 1,7; 1Tm 2,11; 5,4.13; 2Tm 3,7.14; Tt 3,14; invece il sostantivo concreto
"discepolo" o astratto "apprendimento" è assente. Paolo, o chi scrive in suo nome, utilizza poche volte e
non sempre positivamente il termine "maestro" (Rm 2,20; 1Cor 12,28s; Ef 4,11; 1Tm 2,7; 2Tm 1,11; 4,3);
tuttavia termini correlati allo studio, all'insegnamento e ad una sana disciplina, come pure alla "scienza" o
"conoscenza", e alla "dottrina", qualificati positivamente come "sana dottrina" o "conoscenza della verità",
sono molto frequenti, soprattutto in lettere più "pastorali". Paolo scrivendo istruisce e insegna da studioso
delle Scritture e soprattutto come conoscitore in prima persona di Cristo. Considera importante sia
l'apprendimento che l'insegnamento della verità (cfr. Rm 1,18.25; 2,2.8.20; 3,7; 9,1; 15,8; 1Cor 5,8; 13,6;
2Cor 4,2; 6,7; 7,14; 11,10; 12,6; 13,8; Gal 2,5.14; 5,7; Ef 1,13; 4,21.24s; 5,9; 6,14; Fil 1,18; Col 1,5s; 2Ts
2,10.12s; 1Tm 2,4.7; 3,15; 4,3; 6,5; 2Tm 2,15.18.25; 3,7s; 4,4; Tt 1,1.14), che per lui coincide con il vangelo,
unica parola necessaria alla fondazione e alla crescita di una chiesa concepita come convocazione delle
nazioni nell'unità del corpo di Cristo.

Testi paolini
Non riporto qui tutti i testi o concordanze su questi temi, spesso bene intrecciati in uno stesso versetto.
Non riporto, per esempio, quanto Paolo afferma sull'attività dello "scrivere" o del "leggere" le Scritture e le
sue stesse epistole (cfr. 1Cor 4,14; 9,15; 14,37; 2Cor 1,13; 3,2.15; 9,1; 13,10; Gal 1,20; 6,11; Ef 3,4; Fil 3,1;
Col 4,16; 1Ts 4,9; 5,1.27; 2Ts 3,17; 1Tm 3,14; Fm vv. 19.21).

Mi limito a registrare, fuori contesto, a mo'di concordanze, alcune affermazioni più esplicite sulla necessità
di imparare e d'insegnare correttamente, una dottrina vera. Queste frasi, spesso incomplete, vanno
ricollocate nel loro contesto immediato per essere spiegate a partire dalla singola lettera in cui compaiono.

Nella rilettura di questi testi suggerisco di osservare le unità polirematiche, gli imperativi, i nomi impliciti se
non esplicitati dei luoghi e soprattutto dei personaggi coinvolti, le contrapposizioni o antitesi che
sottendono conflitti, per tentare di ricostruire, a partire dalla filologia, non solo la trasmissione del testo o
la sua autenticità paolina, quanto il contesto sociale, storico e culturale di ogni affermazione, mirando a
ricostuire, canonicamente, quella "scienza" o dottrina di Paolo che è teologica prima di essere etica o
ecclesiale.

in Romani
1,28
E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa d'una intelligenza
depravata, sicché commettono ciò che è indegno, 2,18 del quale conosci la volontà e, istruito come sei dalla
legge, sai discernere ciò che è meglio, 2,21 ebbene, come mai tu, che insegni agli altri, non insegni a te
stesso? Tu che predichi di non rubare, rubi? - 3,20 Infatti in virtù delle opere della legge nessun uomo sarà
giustificato davanti a lui, perché per mezzo della legge si ha solo la conoscenza del peccato. - 6,17 Rendiamo
grazie a Dio, perché voi eravate schiavi del peccato, ma avete obbedito di cuore a quell'insegnamento che
vi è stato trasmesso - 10,2 Rendo infatti loro testimonianza che hanno zelo per Dio, ma non secondo una
retta conoscenza; 10,19 E dico ancora: Forse Israele non ha compreso? Già per primo Mosè dice: Io vi
renderò gelosi di un popolo che non è popolo; contro una nazione senza intelligenza susciterò il vostro
sdegno. - 11,33 O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono
imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! 12,7 chi ha un ministero attenda al ministero; chi
l'insegnamento, all'insegnamento; 15,4 Ora, tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per
nostra istruzione, perché in virtù della perseveranza e della consolazione che ci vengono dalle Scritture
teniamo viva la nostra speranza. 15,14 Fratelli miei, sono anch'io convinto, per quel che vi riguarda, che voi
pure siete pieni di bontà, colmi di ogni conoscenza e capaci di correggervi l'un l'altro. 16,17 Mi raccomando
poi, fratelli, di ben guardarvi da coloro che provocano divisioni e ostacoli contro la dottrina che avete
appreso: tenetevi lontani da loro.

in 1Corinzi
1,5
perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della scienza. 1,19 Sta scritto
infatti: Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l'intelligenza degli intelligenti. 2,2 Io ritenni infatti di
non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso. 2,13 Di queste cose noi parliamo, non
con un linguaggio suggerito dalla sapienza umana, ma insegnato dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in
termini spirituali. 4,17 Per questo appunto vi ho mandato Timòteo, mio figlio diletto e fedele nel Signore:
egli vi richiamerà alla memoria le vie che vi ho indicato in Cristo, come insegno dappertutto in ogni Chiesa.
8,1
Quanto poi alle carni immolate agli idoli, sappiamo di averne tutti scienza. 8,2 Ma la scienza gonfia,
mentre la carità edifica. Se alcuno crede di sapere qualche cosa, non ha ancora imparato come bisogna
sapere. 8,7 Ma non tutti hanno questa scienza; alcuni, per la consuetudine avuta fino al presente con gli
idoli, mangiano le carni come se fossero davvero immolate agli idoli, e così la loro coscienza, debole com'è,
resta contaminata. 8,10 Se uno infatti vede te, che hai la scienza, stare a convito in un tempio di idoli, la
coscienza di quest'uomo debole non sarà forse spinta a mangiare le carni immolate agli idoli? 8,11 Ed ecco,
per la tua scienza, va in rovina il debole, un fratello per il quale Cristo è morto! 10,15 Parlo come a persone
intelligenti; giudicate voi stessi quello che dico: *…+ 11,14 Non è forse la natura stessa a insegnarci che è
indecoroso per l'uomo lasciarsi crescere i capelli, 11,17 E mentre vi do queste istruzioni, non posso lodarvi
per il fatto che le vostre riunioni non si svolgono per il meglio, ma per il peggio. 12,8 a uno viene concesso
dallo Spirito il linguaggio della sapienza; a un altro invece, per mezzo dello stesso Spirito, il linguaggio di
scienza; 13,2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la
pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 13,8 La carità
non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 13,9 La nostra
conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 14,6 E ora, fratelli, supponiamo che io venga da voi
parlando con il dono delle lingue; in che cosa potrei esservi utile, se non vi parlassi in rivelazione o in
scienza o in profezia o in dottrina? 14,14 Quando infatti prego con il dono delle lingue, il mio spirito prega,
ma la mia intelligenza rimane senza frutto. 14,15 Che fare dunque? Pregherò con lo spirito, ma pregherò
anche con l'intelligenza; canterò con lo spirito, ma canterò anche con l'intelligenza. 14,19 ma in assemblea
preferisco dire cinque parole con la mia intelligenza per istruire anche gli altri, piuttosto che diecimila
parole con il dono delle lingue. 14,26 Che fare dunque, fratelli? Quando vi radunate ognuno può avere un
salmo, un insegnamento, una rivelazione, un discorso in lingue, il dono di interpretarle. Ma tutto si faccia
per l'edificazione.

in 2Corinzi
2,14
Siano rese grazie a Dio, il quale ci fa partecipare al suo trionfo in Cristo e diffonde per mezzo nostro il
profumo della sua conoscenza nel mondo intero! 4,6 E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei
nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo. 8,7 E come vi
segnalate in ogni cosa, nella fede, nella parola, nella scienza, in ogni zelo e nella carità che vi abbiamo
insegnato, così distinguetevi anche in quest'opera generosa. 10,5 distruggendo i ragionamenti e ogni
baluardo che si leva contro la conoscenza di Dio, e rendendo ogni intelligenza soggetta all'obbedienza al
Cristo. 10,12 Certo noi non abbiamo l'audacia di uguagliarci o paragonarci ad alcuni di quelli che si
raccomandano da sé; ma mentre si misurano su di sé e si paragonano con se stessi, mancano di
intelligenza. 11,6 E se anche sono un profano nell'arte del parlare, non lo sono però nella dottrina, come vi
abbiamo dimostrato in tutto e per tutto davanti a tutti.

in Galati
1,16
di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun
uomo, 1,18 In seguito, dopo tre anni andai a Gerusalemme per consultare Cefa, e rimasi presso di lui
quindici giorni; 3,3 Siete così privi d'intelligenza che, dopo aver incominciato con lo Spirito, ora volete finire
con la carne? 6,6 Chi viene istruito nella dottrina, faccia parte di quanto possiede a chi lo istruisce.

in Efesini
1,8
Egli l'ha abbondantemente riversata su di noi con ogni sapienza e intelligenza, 1,17 perché il Dio del
Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più
profonda conoscenza di lui. 3,19 e conoscere l'amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate
ricolmi di tutta la pienezza di Dio. 4,13 finché arriviamo tutti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio
di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo. 4,14 Questo
affinchè non siamo più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina,
secondo l'inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre nell'errore. 4,21 *…+ se proprio gli
avete dato ascolto e in lui siete stati istruiti, secondo la verità che è in Gesù,

in Filippesi
1,9
E perciò prego che la vostra carità si arricchisca sempre più in conoscenza e in ogni genere di
discernimento, 2,26 lo mando perché aveva grande desiderio di rivedere voi tutti e si preoccupava perché
eravate a conoscenza della sua malattia. 3,8 Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità
della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le
considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo 4,7 e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza,
custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù.

in Colossesi
1,9
Perciò anche noi, da quando abbiamo saputo questo, non cessiamo di pregare per voi, e di chiedere che
abbiate una conoscenza piena della sua volontà con ogni sapienza e intelligenza spirituale, 1,10 perché
possiate comportarvi in maniera degna del Signore, per piacergli in tutto, portando frutto in ogni opera
buona e crescendo nella conoscenza di Dio; 1,28 E'lui infatti che noi annunziamo, ammonendo e istruendo
ogni uomo con ogni sapienza, per rendere ciascuno perfetto in Cristo. 2,2 perché i loro cuori vengano
consolati e così, strettamente congiunti nell'amore, essi acquistino in tutta la sua ricchezza la piena
intelligenza, e giungano a penetrare nella perfetta conoscenza del mistero di Dio, cioè Cristo, - 2,3 nel quale
sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza. - 2,7 ben radicati e fondati in lui, saldi nella fede
come vi è stato insegnato, abbondando nell'azione di grazie. 2,22 Tutte cose destinate a scomparire con
l'uso: sono infatti prescrizioni e insegnamenti di uomini! 3,10 e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per
una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore. 4,6 Il vostro parlare sia sempre con grazia, condito di
sapienza, per sapere come rispondere a ciascuno. 4,10 Vi salutano Aristarco, mio compagno di carcere, e
Marco, il cugino di Barnaba, riguardo al quale avete ricevuto istruzioni - se verrà da voi, fategli buona
accoglienza -
in 1Timoteo
1,3
Partendo per la Macedonia, ti raccomandai di rimanere in Efeso, perché tu invitassi alcuni a non
insegnare dottrine diverse - 1,10 i fornicatori, i pervertiti, i trafficanti di uomini, i falsi, gli spergiuri e per ogni
altra cosa che è contraria alla sana dottrina, - 2,4 il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino
alla conoscenza della verità. - 2,12 Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all'uomo;
piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo. - 3,2 Ma bisogna che il vescovo sia irreprensibile, non
sposato che una sola volta, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, 4,1 Lo Spirito dichiara
apertamente che negli ultimi tempi alcuni si allontaneranno dalla fede, dando retta a spiriti menzogneri e a
dottrine diaboliche, 4,6 Proponendo queste cose ai fratelli sarai un buon ministro di Cristo Gesù, nutrito
come sei dalle parole della fede e della buona dottrina che hai seguito. 4,11 Questo tu devi proclamare e
insegnare. 4,13 Fino al mio arrivo, dèdicati alla lettura, all'esortazione e all'insegnamento. 4,16 Vigila su te
stesso e sul tuo insegnamento e sii perseverante: così facendo salverai te stesso e coloro che ti ascoltano.
5,17
I presbiteri che esercitano bene la presidenza siano trattati con doppio onore, soprattutto quelli che si
affaticano nella predicazione e nell'insegnamento. 6,1 Quelli che si trovano sotto il giogo della schiavitù,
trattino con ogni rispetto i loro padroni, perché non vengano bestemmiati il nome di Dio e la dottrina. 6,2
Quelli poi che hanno padroni credenti, non manchino loro di riguardo perché sono fratelli, ma li servano
ancora meglio, proprio perché sono credenti e amati coloro che ricevono i loro servizi. Questo devi
insegnare e raccomandare. 6,3 Se qualcuno insegna diversamente e non segue le sane parole del Signore
nostro Gesù Cristo e la dottrina secondo la pietà, - 6,20 O Timòteo, custodisci il deposito; evita le chiacchiere
profane e le obiezioni della cosiddetta scienza,

in 2Timoteo
2,7
Cerca di comprendere ciò che voglio dire; il Signore certamente ti darà intelligenza per ogni cosa. 2,24 Un
servo del Signore non dev'essere litigioso, ma mite con tutti, atto a insegnare, paziente nelle offese subite, -
3,1
Devi anche sapere che negli ultimi tempi verranno momenti difficili. 3,7 che stanno sempre lì ad
imparare, senza riuscire mai a giungere alla conoscenza della verità. 3,10 Tu invece mi hai seguito da vicino
nell'insegnamento, nella condotta, nei propositi, nella fede, nella magnanimità, nell'amore del prossimo,
nella pazienza, 3,15 e che fin dall'infanzia conosci le sacre Scritture: queste possono istruirti per la salvezza,
che si ottiene per mezzo della fede in Cristo Gesù. 3,16 Tutta la Scrittura infatti è ispirata da Dio e utile per
insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l'uomo di Dio sia completo e ben
preparato per ogni opera buona. - 4,2 annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non
opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina. 4,3 Verrà giorno, infatti, in cui
non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di
maestri secondo le proprie voglie,

in Tito
1,5
Per questo ti ho lasciato a Creta perché regolassi ciò che rimane da fare e perché stabilissi presbiteri in
ogni città, secondo le istruzioni che ti ho dato: 1,9 attaccato alla dottrina sicura, secondo l'insegnamento
trasmesso, perché sia in grado di esortare con la sua sana dottrina e di confutare coloro che contraddicono.
1,11
A questi tali bisogna chiudere la bocca, perché mettono in scompiglio intere famiglie, insegnando per
amore di un guadagno disonesto cose che non si devono insegnare. 1,13 Questa testimonianza è vera.
Perciò correggili con fermezza, perché rimangano nella sana dottrina 2,1 Tu però insegna ciò che è secondo
la sana dottrina: 2,3 Ugualmente le donne anziane si comportino in maniera degna dei credenti; non siano
maldicenti né schiave di molto vino; sappiano piuttosto insegnare il bene, 2,7 offrendo te stesso come
esempio in tutto di buona condotta, con purezza di dottrina, dignità, 2,10 non rubino, ma dimostrino fedeltà
assoluta, per fare onore in tutto alla dottrina di Dio, nostro salvatore. 2,12 che ci insegna a rinnegare
l'empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo, 2,15 Questo devi
insegnare, raccomandare e rimproverare con tutta autorità. Nessuno osi disprezzarti!

in Filemone
1,6
La tua partecipazione alla fede diventi efficace per la conoscenza di tutto il bene che si fa tra voi per
Cristo.

Per una spiritualità dello studio


Di seguito pubblico un articolo di Antonio Spadato, S.J. apparso di recente su Civiltà Cattolica
sull'importanza dello studio per i gesuiti e per altri come i domenicani o benedettini. Lo studio non somiglia
di per sé alla ricerca di cui si parla per esempio in Mt 7,3 ("cercate e troverete") con la voce di Gesù, il
Maestro ai suoi discepoli? Esiste vero contrasto tra studiare e pregare? Per Spadaro, lo studioso è l'uomo
della sintesi spirituale tra preghiera, studio e attività ministeriale, come l'insegnamento anche universitario.
Mi sembra utile suggerire una comparazione, sul tema dello studio come elemento di spiritualità e di
apostolato, con i testi sopra riportati estratti dal corpus paulinum.

È esperienza comune l’aver frequentato una biblioteca. Entrare nella sala di consultazione è come varcare una soglia tra il
mondo dei rumori e quello del silenzio. Le persone che si incontrano appaiono, in genere, concentrate su ciò che stanno
leggendo con un atteggiamento del corpo che sembra esprimere una profonda attenzione. Gli ambienti, il silenzio, la
concentrazione che si «respira» nell’aria sembrano richiamare, per certi aspetti, l’ingresso in una chiesa e la preghiera.
L’uomo che studia e l’uomo che prega sembrano assumere atteggiamenti simili. Quest’analogia è molto fruttuosa per la
riflessione e spinge a pensare naturalmente a una spiritualità dello studio. Lo studioso cristiano è fortemente sollecitato a
interrogarsi su come la sua attività e la preghiera possano convivere nella propria vita interiore. Nel secolo scorso — da A.
Gratry ad A. D. Sertillanges, da J. Guitton a P. Teilhard de Chardin ( 1) — grandi spiriti hanno scritto riflessioni acute su questo
binomio. Ma come non ricordare quel saggio straordinario di Simone Weil dal titolo «Riflessioni sull’utilità degli studi
scolastici al fine dell’amore di Dio» (2)?

Studio e preghiera

In un tempo in cui si rischia di considerare la formazione come l’«erogazione di un servizio» e lo studio come l’attuazione di
valide tecniche di apprendimento, si sente il bisogno di un supplemento d’anima che aiuti il cristiano a comprendere meglio
se e come il suo studio abbia realmente a che fare con la sua vita spirituale. Lo studio assume molti volti ed è praticato in
molteplici modi. È lo «studio dello studente, del discepolo, cioè di chi si applica a imparare, a “tesoreggiare” il sapere altrui.
Studio del ricercatore, dell’assetato di verità, ordinato allo sviluppo originale del proprio sapere: esso è lo studioso tipico.
Studio infine del docente, del maestro assorbito nella lunga preparazione silenziosa delle sue lezioni, nel lavorio ingrato di
formulazione didattica, nello sforzo di espressione intento a comunicare fedelmente la verità conquistata» (3).

Prendiamo spunto dalla pubblicazione di un piccolo libro dal titolo Studio e Sapienza. La passione per la verità e l’assoluto
(4). Si tratta del primo di una collana che si propone di investigare il legame profondo tra studio e spiritualità. Questo primo
contributo recupera tre riflessioni di due autori che hanno vissuto nella propria esistenza tale legame e hanno provato a
comprenderlo meglio nei suoi fondamenti: p. Saverio Corradino e p. Michel Ledrus, entrambi gesuiti.
Lo studio, per il credente, è «un servizio per l’uomo, una carità ecumenica, ma nondimeno un’esperienza spirituale. Un
servizio insieme umile e alto, che richiede rigore e impegno: che esige solitudine ma non isolamento, e insieme grande
liberalità e generosità, proprio perché lo studio è sempre ricerca di senso globale, approfondimento della verità che è nel
cuore dell’uomo. In tal modo lo studioso diviene uomo della verità, uomo al servizio dell’uomo, in una dedizione talvolta
ingrata, ma che reca il segno del trascendente e dell’infinito» (5). In maniera lucida e precisa così p. Federico Lombardi,
direttore della Sala Stampa Vaticana e della Radio Vaticana, sintetizza nella sua presentazione il senso del volume, parlando
dello studio come esperienza spirituale.

Analogia o competizione?

Ciò che fin qui abbiamo dato per acquisito, cioè l’analogia tra studio e preghiera, in realtà è tutto da verificare. Nel suo
saggio, p. Ledrus constata innanzitutto che la vita di studio, «quale attività intellettuale costante, disciplinata, metodica,
dedicata al progresso del sapere, concepita e amata come servizio disinteressato e universale del progresso scientifico,
rappresenta una forma di vita interiore» ( 6). Tuttavia subito dopo afferma che tra le due «vie interiori», cioè quella dello
studio e quella della preghiera, sembra invece regnare il contrasto, l’incompatibilità, fino a ipotizzare «l’impossibilità di una
sintesi di vita interiore per lo studioso» (7).

Riportiamo il pensiero di p. Ledrus che con grande lucidità espone il problema: «Non parliamo della preghiera come
semplice dovere di vita cristiana, adempiuto con l’orazione mattutina, con l’assiduità alla Santa Messa, con le visite al
Santissimo e le giaculatorie immesse nel lavoro. L’attuazione marginale e intermittente della preghiera nella vita di studio è
senza dubbio un preliminare indispensabile, come la mescolanza giusta del carburante e di aria nel cilindro del motore.
Occorre però che questi necessari esercizi di pietà non rimangano mera cornice religiosa di una occupazione intellettuale
svolta con animo profano. Bisogna passare dalla coesistenza della preghiera e dello studio a una simbiosi, in modo da
rendere studiosa la preghiera e religioso lo studio. Il problema di vita interiore che stiamo considerando è appunto quello di
18,1
realizzare il Semper orate voluto dal Signore (Lc ), la continuità dell’orazione, la familiarità con Dio, in una doverosa
intensa applicazione allo studio, e pure allo studio profano di materie profane. In che modo si potrà mantenere come
operazione eminente del cuore l’elevazione della mente in Dio e la consapevolezza celeste, caratteristica della fede viva,
mentre si è vincolati e assorbiti da impegni scientifici? Non si è forse infiltrata in molti scienziati, anche se non privi di
sentimenti religiosi, la convinzione che bisogna, sì, pregare per la salvezza dell’anima e per le necessità dell’esistenza, ma
che lo studio, la ricerca scientifica è di competenza esclusiva del proprio ingegno e sudore? Sarebbe vanto della scienza il
non aver bisogno della preghiera!» (8). Non si tratta dunque di conciliare due realtà distinte, simili esteriormente, ma della
continuità della preghiera nell’applicazione allo studio, di qualunque tipo si tratti.

A questo punto è proprio la loro analogia che sembra contrapporre studio e preghiera. Infatti la preghiera tende «a snervare
lo studio», a distrarre, perché la prima attinge alle stesse risorse interiori del secondo, e perciò sembra loro destino quello di
contendersi il cuore dell’uomo, di soppiantarsi vicendevolmente come concorrenti. Lo studio, più di ogni altra occupazione,
richiede l’impegno di tutto l’essere umano, interiormente e senza distrazioni esteriori. È un problema di bilanciamento di
energie: studio e preghiera tendono ad assorbirle in profondità. E così, anzi, chi è intento a una occupazione manuale che
non richiede grande concentrazione può trovare facile un vero raccoglimento di preghiera. Invece, nello studio, l’attenzione
si trova impegnata e assorbita, per cui la preghiera sarebbe una distrazione.

Non solo: la competenza spesso fa insuperbire, indice di autosufficienza. E basterebbe ricordare le parole del Vangelo: «Ti
rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai
11,25
piccoli» (Mt ). Ecco dunque il nodo vero al di là di qualunque analogia estrinseca: la sintesi di vita interiore capace di
vedere la compenetrazione mutua dello studio e della preghiera in uno slancio unico, e non in una giustapposizione
esteriore. Ci si illude che la vita intellettuale, proprio perché spirituale, sia permeabile allo spirito di Dio, e quindi alla
preghiera: sì, «la vita intellettuale è spirito; ma è spirito dell’uomo; e diviene facilissimamente, quasi per spontanea
necessità, lo spirito dell’uomo nella sua autonomia, nel suo cavare tutto da se stesso, del suo non avere bisogno di nessuno.
In queste condizioni può accadere che si ricorra a Dio soltanto per avere una benedizione da fuori, quasi una specie di
medaglia che venga a premiare questo splendido prodotto dell’egoismo puro» (9). Ecco dunque che ciò che sembrava vicino
per analogia proprio perché simile appare invece opposto, alternativo.

L’offerta e la sintesi

Lo studioso che è uomo spirituale va alla ricerca di una sintesi profonda, che faccia sì che preghiera e studio siano
virtualmente indistinti come l’equilibrio non si distingue dal camminare, né il movimento uniforme del treno si distingue
dagli spostamenti del viaggiatore nel compartimento, per usare due immagini efficaci di M. Ledrus. Egli è interessato alla
preghiera propriamente detta dello studioso, ne afferma l’importanza e persino la descrive, provando a comprenderne le
caratteristiche generali. Parla di una preghiera «sobria, disadorna, ellittica», tendenzialmente poco portata alla devozione
sentita, all’emozione religiosa, alla facondia intima affettiva e commossa. L’uomo di studio, a suo avviso, «ha parecchio
dell’anacoreta» (10).

La richiesta di una sintesi supera sia la preghiera posta accanto al lavoro, nei momenti liberi, sia il livello della santificazione
delle attività e del lavoro intellettuale, già di per sé estremamente importante: non basta esercitare la propria professione e
«avvolgerla» di intenzioni buone e spirituali perché quell’impegno secolare si trasformi in preghiera. L’obiettivo deve essere
quello di scendere ancora più in profondità. Ledrus trova nell’«offertorio», nell’offerta del mondo a Dio un livello importante
e superiore di sintesi: «Ora nell’offertorio universale, la parte dello scienziato è di primo rilievo. Il mondo elaboratamente
conosciuto dalla scienza si offre a lode di Dio molto più degnamente che non un mondo tuttora caotico, ignorato nei suoi
ordinamenti, a modo di materia grezza» (11). Lo studio che mette in luce i tesori della creazione in qualche modo «somiglia
alla consacrazione per il pane dell’offertorio» ( 12). Dio è «punto di convergenza» (13): «Sia che si trovi chinato sul tavolino con
la penna in mano, sia che si trovi in raccoglimento all’inginocchiatoio, lo scienziato cristiano serve un solo Maestro e lo serve
a norma del Primo Comandamento, con tutto il cuore non meno che con tutta la mente» ( 14).

Parlando del binomio tra ricerca scientifica, intesa in senso ampio, e preghiera, è necessario ricordare il gesuita Pierre
Teilhard de Chardin. Egli ha sempre incarnato una dialettica intensa, ora serena ora inquieta, tra la sua professionalità di
studioso fino in fondo e la sua testimonianza profetica vissuta in spirito di preghiera.

La sua esperienza resta un riferimento col quale confrontarsi. Fra l’altro, egli dedica una sua conferenza parigina del 1921 dal
titolo «Scienza e Cristo» a esporre — come scrive nel sottotitolo del testo — alcune «osservazioni su come lo studio
scientifico della materia possa e debba servire a elevarsi fino al centro Divino» (15). La sua tesi è che lo studio, per il fatto di
essere analitico, «ci fa dapprima procedere in senso inverso rispetto alle realtà divine», poi però proprio questa
penetrazione scientifica ci invita a fare inversione di marcia, «e ci risospinge, in forza di una intensa propensione naturale,
verso il Centro unico delle Cose, il quale è Dio Nostro Signore» (16).

Sentendosi mosso da un appello del Superiore Generale del suo Ordine, Teilhard si chiede: «Perché è importante, proprio
per noi gesuiti, partecipare alla Ricerca umana fino a penetrarla e impregnarla della nostra fede e del nostro amore per
Cristo?». La sua risposta è: «Perché la Ricerca è la forma sotto la quale si dissimula e opera più intensamente, nella Natura
attorno a noi, il potere creatore di Dio. *…+ Dunque, il posto di noi sacerdoti è esattamente al punto di emergenza di ogni
verità e di ogni nuova potenzialità: perché Cristo dia forma ad ogni crescita dell’Universo in movimento, attraverso l’Uomo»
(17). Qui il pensiero di Teilhard si fa luminoso e vede il sacerdote au point d’émergence de toute puissance nouvelle. S.
Corradino, estendendo la riflessione a ogni coscienza cristiana, afferma che essa sa «cogliere il momento in cui, per
convergenza di affioramenti diversi, viene alla luce una conquista nuova: la cultura impegnata come servizio per il mondo, e
quindi nutrita di vigilanza cristiana, ha sempre il senso delle novità essenziali che stanno maturando nel mondo di oggi» ( 18).
La ricerca dunque non resta chiusa in se stessa.

La preghiera, secondo Teilhard, è comunione profonda con tutto il mondo, con l’itinerario dell’universo umano e pre-
umano, che egli coglieva come studioso e ricercatore di paleoantropologia. Il nucleo di tale atteggiamento è «l’incontro con
il Signore e con tutto quanto per mezzo del Signore affiori con nuova consistenza, si accomuni in modo nuovo, si colleghi e si
scambi, si ritrovi trasfigurato dalla luce di Dio» ( 19). Sembra quasi che per il credente, a questo punto, la preghiera sia alla
base, a fondamento dello studio e della ricerca scientifica, non solamente qualcosa che l’accompagna o che la segue come
suo vertice e compimento. È l’unione con Cristo, col «punto Omega», secondo l’espressione teilhardiana, che muove e
spinge alla ricerca intellettuale e allo studio analitico.

Ci limitiamo a indicare la direzione della riflessione di Teilhard e l’intima relazione che egli discerne tra vita di fede e vita di
ricerca. Tutta l’esperienza interiore di Teilhard, quella che traspare nei suoi saggi e nelle sue lettere, è «il volto di fede della
sua attività professionale. Egli sa leggere l’esistenza umana, in tutti i movimenti dello spirito e del corpo, così come lo Spirito
di Dio li spinge, li afferra, li unifica, se ne appropria: e l’esistenza si trova risolta in consapevolezza della presenza di Dio, della
comunione con Dio, della parola di Dio, dell’urgenza di Dio» ( 20). La vita interiore dunque può diventare il volto di fede della
professionalità dedita allo studio e alla ricerca.

Carisma e impegno culturale nell’Università

In questa breve nota abbiamo voluto richiamare il lettore a una rinnovata attenzione all’incontro tra studio e preghiera,
prendendo spunto da un volume che raccoglie tre saggi sul tema. Studio e sapienza presenta almeno due caratteristiche
peculiari: la prima è che il Curatore, docente di Storia del Cristianesimo all’Università «La Sapienza» di Roma, e gli Autori
appartengono a una spiritualità precisa, quella ignaziana; la seconda è che il volume nasce in ambito universitario, quello
della cappella de «La Sapienza» (Roma). Perché ribadiamo questi due aspetti, richiamando l’attenzione su di essi?

In un nostro articolo di qualche anno fa dicevamo che ogni spiritualità cristiana non è soltanto un modo di pregare, ma
anche un modo di vedere la realtà e di essere al mondo: essa dà «forma» a una vita umana e le conferisce una particolare
sensibilità, la quale si proietta anche in un certo stile di vita. In concreto, chi si riconosce in una via spirituale (benedettina,
domenicana, carmelitana, ignaziana, salesiana…) non solo vive la propria fede, ma anche la propria esperienza di vita alla
luce di un carisma particolare, coinvolgendo anche tutti gli aspetti dell’esistenza ( 21). Le diverse spiritualità cristiane perciò
hanno una ricaduta specifica anche a livello del rapporto tra la vita di studio e quella di preghiera. Vogliamo dunque
richiamare il compito specifico proprio di coloro che sono portatori di un carisma spirituale nella Chiesa. Ci limitiamo qui,
giusto a titolo di esempio, a ricordarne almeno uno, fornito nel 1995 da p. Timothy Radcliffe, allora maestro generale
dell’Ordine domenicano, dal titolo La perenne sorgente della speranza ( 22). È un testo di grande profilo, che declina il
significato e le modalità dello studio e della ricerca alla luce del carisma domenicano. Ricordiamo che anche A. D.
Sertillanges, autore del fortunatissimo libro La vie intellectuelle, del 1920, era domenicano.
La seconda osservazione riguarda il fatto che viviamo in tempi nei quali si corre il rischio di smarrire il senso dello studio e di
vederlo solamente in maniera funzionale a una occupazione lavorativa. Certamente lo studio «serve» l’uomo e lo aiuta
anche a trovare il proprio posto nel mondo come lavoratore. Il rischio però è quello di vivere lo studio in maniera
occasionale e funzionale, e non più come una forte e preziosa esperienza di vita. La presenza cristiana in un ambiente di
studio come l’Università dunque deve innanzitutto puntare non ad aggiungere attività ad altre attività, ma ad aiutare il
giovane studente a vivere in maniera cristiana la sua attività principale: lo studio. Men che meno formazione cristiana e
studio accademico possono essere considerate in competizione tra loro.

È chiaro che questo compito si scontra con molti limiti. Il mutamento strutturale e funzionale della realtà universitaria
(pendolarismo dei docenti, distribuzione dei corsi lungo l’arco dell’intera giornata senza tempi liberi fissi, moltiplicazione
delle sessioni di esame, distribuzione periferica degli istituti…) fa sì che la vita degli studenti e dei docenti sia sempre più
frammentata. Viene spesso rilevato dai cappellani universitari che tale situazione diventa particolarmente preoccupante
riguardo agli studenti dei corsi di laurea di primo livello, per i quali la «corsa» verso l’esame da sostenere diventa affannosa.
E tuttavia proprio questi sono gli anni «critici» nei quali si formano le attitudini alla ricerca e allo studio inteso come attività
dello spirito. La presenza cristiana nell’Università ha il compito di aiutare studenti e docenti a maturare una «spiritualità
dello studio», ad avere una visione del mondo e della realtà che possa fornire una motivazione alla ricerca.

NOTE

[1] Cfr J. Guitton, Il lavoro intellettuale. Consigli a coloro che studiano e lavorano, [1951], Cinisello Balsamo (Mi), Ed. Paoline,
1991; A. D. Sertillanges, La vita intellettuale [1920], Roma, Studium, 19986; A. Gratry, Le sorgenti [1862], Milano, Città
Armoniosa, 1977; P. Teilhard de Chardin, La scienza di fronte a Cristo. Credere nel Mondo e credere in Dio [1965], San Pietro
in Cariano (Vr), Il Segno dei Gabrielli, 2002. [2+ Cfr S. Weil, «Riflessioni sull’utilità degli studi scolastici al fine dell’amore di
Dio» [1949], in Id., Attesa di Dio, Milano, Rusconi, 1996. [3] M. Ledrus, «Studio e Preghiera. Sintesi di una vita interiore», in
G. Pani (ed.), Studio e sapienza. La passione per la verità e l’assoluto, Palermo, Vittorietti, 2008, 46. [4] Cfr G. Pani (ed.),
Studio e sapienza…, cit. [5] F. Lombardi, «Presentazione», ivi, 13. [6+ M. Ledrus, «Studio e Preghiera»…, cit., 46. [7] Ivi, 47. [8]
Ivi, 47s. [9] S. Corradino, «Ricerca scientifica e preghiera in Teilhard de Chardin», in G. Pani (ed.), Studio e sapienza…, cit., 38.
[10+ M. Ledrus, «Studio e Preghiera»…, cit., 53. [11] Ivi, 66. [12] Ivi, 70. [13] Ivi, 74. [14] Ivi, 49. [15] P. Teilhard de Chardin, La
scienza di fronte a Cristo…, cit., 93. [16] Ivi, 50. [17] Ivi, 231. [18+ S. Corradino, «Ricerca scientifica e preghiera»…, cit., 41.
Corsivo nostro. [19] Ivi, 42. [20] Ivi, 31s. [21+ Cfr A. Spadaro, «La letteratura come immersione interattiva. Tra “Esercizi
Spirituali” e “Realtà Virtuale”», in Civ. Catt. 2004 II, 37-49. [22] Lo si può reperire sul sito http://www.domenicani.net (©La
Civiltà Cattolica 2009 II 23-30, quaderno 3811).

Conclusioni
La scienza è imperfetta ed effimera anche quando è solo conoscenza astratta o insegnamento di dottrine
dogmaticamente esatte, rispetto all'amore cristiano per il prossimo, che è eterno. La scienza, anche
teologica, gonfia la coscienza di chi la coltiva se non bada all'amore per chi non la possiede allo stesso
grado.

Studiare è utilizzare l'intelligenza per servire alla costruzione della chiesa che associa giudei e greci, e quindi
culture e lingue diverse. La conoscenza o sapienza o scienza è terapeutica se profuma l'umanità intera della
gloria di Dio conducendo razionalmente alla fede nell'uomo Gesù, riconosciuto come vero e definitivo
Cristo e Signore pari a Dio in dignità e "forma" (cfr. Fil 2,6.7).
È solo dunque la conoscenza del Figlio di Dio, rivelazione del Padre nostro, che conduce allo stato di uomo
perfetto, nella misura che conviene alla piena verità e maturità di Cristo. La legge invece, anche se Torah (o
"istruzione") divina, resta un pedagogo ambiguo, scritto che amministra disciplina a minorenni o a schiavi
indisciplinati (cfr. 1Cor 4,15; Gal 3,24s) o che uccide (cfr. Rm 2,27.29; 7,6; 2Cor 3,6s; Gal 6,11; 2Tm 3,15).

È necessario, con lo studio del vangelo, non restare più fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da
qualsiasi vento di dottrina, secondo l'inganno di uomini, con quella astuzia che tende a trarre nell'errore.

È il vangelo il banco di prova di ogni dottrina o insegnamento come pure per ogni discernimento o
valutazione degli effetti e delle obiezioni di una cosiddetta "scienza" di uomini. In Col 2,8 chi scrive per Paolo
o a nome di Paolo esorta, con imperativo, a prestare attenzione "che nessuno vi inganni con la sua filosofia
e con vuoti raggiri ispirati alla tradizione umana, secondo gli elementi del mondo e non secondo Cristo."

È necessario evitare di restare sempre "lì ad imparare, senza riuscire mai a giungere alla conoscenza della
verità," in quanto per il prurito di udire qualcosa di nuovo molti si sono circondati di (falsi) maestri che
insegnano per amore di guadagno disonesto "cose che non si devono insegnare". È sana e sicura la dottrina
che insegna a rinnegare l'empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo
mondo e quindi a fare sempre il bene e ad evitare il male seguendo come modello il Cristo in cui
ricapitolare tutto e tutti (cfr. anakephalaióo in Rm 13,9 e soprattutto in Ef 1,10).

Le Sacre Scritture sono utili per lo studio, l'istruzione, l'insegnamento e la formazione ad ogni opera buona,
anche se non portano direttamente alla fede in Cristo, protagonista del vangelo o della Nuova Alleanza.

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