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INVITO ALLA SOBRIET FELICE Collana: Sviluppo, Ambiente, Pace diretta da GRAZIANO ZONI Gianfranco Bologna - Francesco Gesualdi

Fausto Piazza - Andrea Saroldi INVITO ALLA SOBRIET FELICE Come vivere meglio consumando meno Presentazione di ALEX ZANOTELLI EDITRICE MISSIONARIA ITALIANA 1 a edizione: aprile 2000 2 a edizione: settembre 2000 (c) 2000 EMI della Coop. SERMIS via di Corticella, 181 40128 Bologna Tel. 051/32.60.27 - Fax 051/32.75.52 web:http://www.emi.it e-mail: sermis@emi.it

INDICE Presentazione (Alex Zanotelli) Prefazione Parte prima DOVE SIAMO I. A che punto la salute del nostro pianeta Una situazione eccezionale Il mito della crescita Il peso dei nostri consumi Gli effetti II. A che punto il nostro benessere Nascita del consumismo Alle radici del consumismo: il capitale e il mercato Alle radici del consumismo: la libert e il limite Il fallimento del consumismo III. A che punto il benessere degli altri popoli Vita a Dim-el-Pur Lo squilibrio Nord/Sud Il Nord sfrutta il Sud I meccanismi dello sfruttamento IV. A che punto il benessere dei nostri figli Pierino-l'amministratore Le aspettative dei giovani e la realt La competizione assurda

Il problema del lavoro Dilatazione dello spazio e contrazione del tempo La moltiplicazione degli stimoli La paura del futuro Ampliare la prospettiva Parte seconda DOVE VOGLIAMO ANDARE V. Quale natura vogliamo Un consumo insostenibile Il ''sogno americano'' non si pu realizzare in tutto il pianeta Cosa la sostenibilit Per una societ meno insostenibile Un'Italia meno insostenibile VI. Quale benessere vogliamo Il superamento del limite Quale libert dai bisogni La gratuit Oltre l'altruismo Tempo di lavoro, tempo di vita Sobriet e vita: il senso Etica della sobriet Il bene comune e la sobriet Sobriet e felicit Ritrovare il pensiero VII. Quale giustizia fra i popoli Sviluppo insostenibile Concorrenza per gli spazi ambientali Concorrenza per le risorse Concorrenza per il cibo Concorrenza per la terra Razionare gli spazi ambientali Razionare le risorse Cambiare le regole economiche VIII. Quale futuro per i nostri figli Il giudizio di Anubi Le due rivoluzioni necessarie Inserirsi nelle contraddizioni Consumi e occupazione Idee guida La cultura della convivialit Parte terza I PERCORSI IX. Conoscere per cambiare Utilizzare sempre il proprio cervello Prendersi cura Lo spazio ambientale L'impronta ecologica X. Cambiare le regole

L'economia del limite Ritorno alla programmazione Programmazione a rete Evviva l'economia locale Un po' convinti, un po' costretti Le ecotasse Meno spazio al denaro Il ''fai da te'' per la piena occupazione Scambio di lavoro contro lavoro Non tasse, ma disponibilit di tempo La societ delle tre economie Spunti per un programma di transizione Lotta allo strapotere delle multinazionali XI. Cambiare i comportamenti I comportamenti personali I cantieri di sperimentazione Influenzare la societ La strategia lillipuziana Bibliografia minima APPENDICE: Manifesto della Rete di Lilliput per un'economia di giustizia Indirizzi utili

Presentazione Non facile per me prendere la penna nel caos di Korogocho, questa enorme baracco poli (100.000 ab.) alla periferia di Nairobi. Ma quando ho ricevuto l'invito a s tendere la presentazione di questo libro, ho sentito che non potevo dire di no. Per l'amicizia che mi lega agli Autori di questo libro, come ai loro rispettivi gruppi di appartenenza. Infatti, anche se da oltre dieci anni vivo nei sotterran ei della vita e della storia, mi sento parte integrante del mondo della resisten za dentro la societ civile italiana. Che gioia ho provato quando ho sentito che i mille rivoli della resistenza aveva no deciso di fare rete. La nascita della rete lillipuziana un passo avanti stori co perch il vasto arcipelago della resistenza diventi soggetto politico. Seattle ci ha insegnato che se ci mettiamo in rete e se uniamo le nostre forze, possiamo dimostrare che l'Impero del denaro, anche se si sente onnipotente, solo un Impero di carta! Scrivo da questa citt assurda, specchio di un mondo costruito sull'ingiustizia (s econdo le ultime statistiche della Banca Mondiale, 1,3 miliardi di persone vivon o con meno di un dollaro al giorno e due miliardi di persone vivono con meno di due dollari al giorno). Nairobi infatti una citt di quasi 4 milioni di abitanti d ei quali il 60% (oltre due milioni di abitanti) costretto a vivere nell'1,5% del la terra totale della municipalit. Forse nessuna citt al mondo vive una tale contr addizione. Le bestie feroci nei parchi del Kenya (per i casti occhi di pochi tur isti) sono trattate meglio degli uomini. E la situazione economica dei baraccati diventa sempre pi pesante. Il processo di impoverimento qui visibile a occhio nu do. Sempre pi bambini non riescono ad entrare in prima elementare (in alcune zone siamo arrivati al 45%). Costa troppo! Sempre meno possono permettersi il lusso di essere curati in un ospedale. Costa troppo! Molti non riescono neanche pi a se ppellire i loro morti a Langata. Costa troppo! Questo anche quanto avviene su scala mondiale dove un sistema economico permette al 20% del mondo di vivere da nababbi consumando l'85% delle risorse disponibil

i a scapito dell'80% del pianeta! Questo sistema economico disposto a sacrificar e 20-30 milioni di persone che muoiono per fame ogni anno mentre buttiamo al mac ero cos tanto cibo! A questo sistema di morte dobbiamo avere il coraggio di dire no. E lo dobbiamo d ire con gesti, atti, azioni propositive... Il pi importante per me certamente l'i nvito a consumare meno. Solo se il 20% del mondo consumer di meno, l'altro 80% po tr tornare a sperare. Il rapporto di Wuppertal stato tranciante a questo livello con il popolo tedesco (a presto, mi dicono, anche un rapporto Wuppertal per l'It alia!). Solo rimettendo in questione il nostro stile di vita ci sar speranza per i poveri. ''Consumare meno per vivere meglio'', per vivere tutti, aggiungo io! Per fare qu esto c' bisogno di una ''rivoluzione culturale'' di dimensioni planetarie. Forse sar la storia a imporcela come unica scelta, se vogliamo sopravvivere. Molti scie nziati infatti, Lester Brown in testa, affermano che se l'umanit non cambia rotta entro 50-60 anni, sar troppo tardi, dato che avremmo gi intaccato l'ecosistema. C' bisogno di un'autentica ''rivoluzione culturale'' che nasca dal cuore, che par ta dalla convinzione profonda che l'abbondanza non sinonimo di felicit. Deve nasc ere una coscienza nuova. Ma deve nascere dalla coscienza confrontata con gli imp erativi storici. Dobbiamo tutti arrivare a capire che uno stile semplice di vita far fiorire nuove possibilit di essere uomini e donne. questo il Vangelo di Ges, l a ''buona novella'' annunciata alla gente di Galilea. Purtroppo questo Vangelo n on l'abbiamo voluto tradurre in prassi economica, politica e sociale! Francesco d'Assisi l'ha rilanciato nel cuore dell'Europa che si preparava ad ent rare nel Rinascimento e nel grande boom economico. Ma Francesco, come Ges prima, stato rifiutato da tutti, dalla sua stessa Chiesa (che poi lo ha messo sugli alt ari!). toccato a un ind, Gandhi, rilanciare il messaggio nel ventesimo secolo. Un messag gio chiaro, tagliente, a favore della semplicit di vita... Ad un giornalista che gli chiedeva se sarebbe riuscito, ottenuta l'indipendenza, a portare l'India all o stesso livello economico dell'Inghilterra, Gandhi rispose: ''Ma se ci sono vol ute le risorse di mezzo pianeta per l'Inghilterra, di quanti pianeti avr bisogno l'India?''. Questo concetto stato divulgato negli anni Settanta da un grande afr icano, A. Tevoedjr, nel suo libro: Povert, ricchezza dei popoli, dove definisce la povert come ''lo stato di uno che ha il necessario, ma non il sovrappi''. il vang elo della sobriet. Mi piace questo vocabolo soprattutto se legato alla parola ''f elice'' (personalmente preferisco la ''povert'', cos cara a Ges e a Francesco, ma o ggi purtroppo ha assunto un'accezione negativa!). una sobriet che rende felici, g ioiosi..., che fa sprigionare il meglio che c' nell'uomo. La sobriet, quindi (detta oggi anche ''principio di sufficienza''!), non solo com e esigenza di giustizia e di salvaguardia del pianeta, ma come esigenza di vita della persona. La dimensione estetica della sobriet: la semplicit di vita ti liber a, ti riporta alle cose essenziali, alla ricchezza delle persone, alle relazioni interpersonali (la ''teologia dei volti'' di Lvinas). La pi grande gioia della solidariet il poter condividere con gli altri beni che no n si consumano, da un cielo stellato a un'amicizia, a un bimbo, a una festa. il calore umano, l'affetto, il benvenuto (karibu!) che sperimenti come gioia profon da in questa Korogocho. Qui infatti la Vita che pulsa, nonostante la morte che c i circonda. qualcosa che non sperimenti nell'Impero! Il benessere (meglio beneav ere!) ci rende tristi, chiusi, menefreghisti, ci rende cose... Ci ''cosifica'' p erch adoriamo la ''Cosa Nostra'', il denaro! Tutto questo ormai lampante. Non c' b isogno di profeti che ce lo ripetano. C' bisogno di comunit, di gruppi che diventi no profezia; c' bisogno di ''profezia collettiva''. Sia perch da soli non si pu fac ilmente resistere al ''discreto fascino della borghesia'', sia perch tutto questo deve incarnarsi in comunit o societ alternative. Per fare questo c' bisogno di una profonda spiritualit (non certo stile New Age!). Un tale movimento di base non pu avere futuro senza un grosso spessore di spirit ualit impegnata, cos come la definisce il teologo dello Sri Lanka, A. Pieris: ''Ch iunque definisce spiritualit la ricerca di Dio (e sono d'accordo), non pu dimentic arsi dei due assiomi biblici: l'inconciliabilit tra Dio e la ricchezza e l'allean za irrevocabile tra Dio e i poveri. Se l'inconciliabilit Dio-Mammona situata nell

'ambito dell'alleanza di Dio con i poveri - cio nella parzialit di Dio verso gli o ppressi che sono i rifiuti dell'esistenza mondiale che accumula beni e denaro allora un Dio neutrale sarebbe ingiusto e violerebbe la sua stessa alleanza. Dio invece assume la lotta dei poveri come sua, cos che diventa la lotta contro i po tenti, i superbi, i ricchi (Luca 1,51-53). Noi diventiamo uno con Dio (non quest o il fine della mistica?) nella misura in cui la nostra povert ci spinge a sentir e la passione di Dio per i poveri come la nostra stessa missione''. Senza questa profonda spiritualit non sar facile sostenere un movimento di resiste nza nel cuore dell'Impero. Le comunit di resistenza (profezia collettiva) dovrann o ritrovare una robusta spiritualit ecumenica che sar alla base del loro impegno d i resistenza alla Bestia. Per questo ritengo molto bella la confluenza di quattr o filoni importanti di resistenza all'Impero: il movimento ecologico (WWF), il f ilone ''economico-politico'' (Nord/Sud), quello familiare (Bilanci di giustizia) e poi il mondo missionario. Fino a poco tempo fa, ognuno filava per la sua stra da. Oggi ogni filone sente l'importanza di lasciarsi influenzare da altre esperi enze che stimolano ad un impegno pi globale. Trovo una grande ricchezza la confluenza di queste quattro anime del movimento d i resistenza in Italia. Sento che questo solo l'inizio di un cammino che porter l ontano. Desmond Tutu, il Nobel sudafricano per la Pace, lo definisce ''il popolo di Dio dell'arcobaleno''; il compianto Tonino Bello lo definiva ''la conviviali t delle differenze''. questa la strada su cui bisogna camminare. Non si tratta so lo di fare rete, si tratta di scoprire le ricchezze del compagno di traversata, del suo gruppo, della sua spiritualit. Ognuno grazia per il fratello, ogni comunit grazia per un'altra. ''Nessuno possie de la verit, ognuno la ricerca - diceva il compianto vescovo di Orano (Algeria), Claverie -, ci sono certamente verit oggettive, ma che vanno al di l di tutti noi e alle quali non si pu accedere che attraverso un lungo cammino e ricomponendole poco a poco, prendendo dalle altre culture e da altri gruppi umani quello che al tri hanno acquisito, hanno cercato, nel loro cammino verso la verit''. Parole sac rosante soprattutto perch dette da un vescovo che le ha pagate con il sangue. ''N on si possiede la verit, - affermava Claverie - io ho bisogno della verit degli al tri''. Mi sembra essere questa la base per una spiritualit ecumenica che faccia da motor e per la rete lillipuziana, per l'arcipelago della resistenza. Quello che abbiam o in questo libro un primo annuncio di cose a venire. Vorrei solo sottolineare l'importanza del contributo del mondo missionario purch rimanga fedele al suo carisma: l'identificazione con il Crocifisso trafitto dai chiodi dell'imperialismo romano, e con tutti i crocifissi della storia, oggi pi c he mai. stata questa identificazione con i crocifissi di Korogocho che ha cambia to radicalmente la mia vita. stata questa esperienza che mi ha obbligato a ripen sare il mio stile di vita per assumere una sobriet che ti rende pi felice, pi pieno . I poveri sono stati i miei maestri e mi hanno aiutato a rileggere le Scritture , a far scaturire una nuova spiritualit che A. Pieris riassume cos: ''La ricchezza un male solo se accumulata. Anche il pane un peccato contro il Corpo di Cristo, se consumato da pochi, mentre gli altri hanno fame (1 Cor 11,21,27). Ma quando spezzato e condiviso, il Suo corpo, che noi mangiamo e diventiamo. Se la ricchez za condivisa secondo il bisogno, cos che non ci sia alcun bisognoso (Atti 4,34-35 ), cessa di essere Mammona. Diventa sacramento. Per cui l'insegnamento dei Padri della Chiesa (Crisostomo, Ambrogio, Agostino): se alcuni sono poveri perch altri hanno acquistato o ereditato di pi, e questo di pi rimane propriet rubata finch non condivisa con i poveri''. Mentre io continuer a camminare con i crocifissi della storia, chiedo a voi di im pegnarvi nel cuore della Bestia per costruire un mondo dove tutti possano seders i alla mensa, a fare Giubileo! ALEX ZANOTELLI Prefazione

L'invito alla sobriet contenuto in questo libro vale per noi, gente del Nord del mondo e per quei pochi che nel Sud riescono a uguagliare - e magari anche a supe rare - i nostri standard di consumo. Siamo, in molti ambiti, ''intemperanti, smodati, eccessivi, ingordi'', aggettivi che i dizionari danno come contrari di ''sobrio''. Consumiamo troppo e alla leg gera, senza pensare alle conseguenze. Alla base dell'invito non c' per soltanto una sollecitazione etica: c' anche una so llecitazione estetica e la riscoperta di una convenienza e di una razionalit. Ess ere sobri bello e porta al vero benessere. Lo hanno detto i saggi di ogni epoca, di ogni cultura e religione. I loro messag gi acquistano oggi una valenza del tutto nuova, di fronte alle sirene allettanti e quasi irresistibili del consumismo di massa. L'invito alla sobriet non si pone, per, nell'orizzonte della rinuncia, della ''vir ile'' sopportazione di ogni necessit, ma piuttosto nell'orizzonte di una sana e l enta degustazione di ogni bene, di ogni bellezza, di ogni relazione positiva che la natura e la vita ci offrono. Si parla di ''sobriet felice'' proprio per sotto lineare la corrispondenza fra minori consumi e migliore bene complessivo delle p ersone. La sobriet cos diventa appetibile, gustosa e da scelta individuale si fa ( o dovrebbe farsi) orientamento sociale, cio costume e cultura. Sappiamo bene che il cammino in questa direzione incontra una formidabile resist enza nella mentalit diffusa, secondo la quale ''pi si ha, pi si ''; e, soprattutto, in un sistema economico che del consumo quantitativo fa l'asse portante del suo funzionamento. Ma questa resistenza incomincia a indebolirsi, perch ci si rende conto sempre di pi che una crescita economica che non tiene conto delle risorse disponibili, del degrado ambientale, delle abissali disparit nelle condizioni di vita degli indivi dui e dei popoli, dei beni sottratti alle future generazioni, una crescita di ma lessere pi che di benessere. ormai evidente che uno sviluppo misurato con il para metro monco e grossolano del PIL (Prodotto Interno Lordo) sta portando il pianet a Terra con tutti i suoi abitanti verso il baratro. Il baratro cos vicino che si comincia a vedere e a sperimentare. L'opinione pubblica percepisce i pericoli e vive il malessere in tanti episodi di vita quotidiana (dal traffico, alle malatt ie, alla criminalit...), per cui difficile nascondere del tutto le cause e contin uare a produrre, pubblicizzare, commerciare e consumare come se nulla fosse!

I frutti saporiti della sobriet Insistere per sul fatto che un'inversione di tendenza necessaria per salvare la T erra e la giustizia non sufficiente. Prima di tutto perch bisogna saper passare d all'ammonimento alla proposta, bisogna cio saper indicare un nuovo cammino: formu lare progetti economici, politici, sociali alternativi (la fortuna avuta da Zuku nftsfahiges Deutschland, dell'Istituto di Wuppertal (1), sta proprio nella sua ca pacit progettuale); in secondo luogo, perch sull'angoscia del futuro non si costru isce niente. Anzi, la paura produce spensieratezza dissipativa: ''... chi vuol e ssere lieto sia - del doman non v' certezza!''. ben noto agli psicologi che l'ang oscia infantile e adolescenziale possono avere come sintomo ed effetto secondari o anche la bulimia. E la ''bulimia consumistica'' dei popoli ricchi pu in parte e ssere spiegata anche con l'angoscia da fine del proprio mondo. Bisogna allora mostrare sempre pi e sempre meglio come la minore disponibilit di c erti beni, il ''vivere nei limiti'', l'accettare anche un rallentamento nello sv iluppo delle proprie condizioni di vita, produce spesso frutti belli e saporiti: quando si pu, camminare meglio che correre, non solo perch stanca meno, ma perch p ermette di vedere, osservare, gustare il terreno che si attraversa. L'esempio ci aiuta a capire che la ''sobriet felice'' il recupero di spazi di vit a che il mito moderno del ''pi, pi in fretta, pi lontano'' ci aveva sottratto. Nell a nostra societ la gioia spesso soffocata dall'eccesso. Se il banchetto della vit a offre troppo, non c' solo il pericolo della saziet e della pinguedine, ma anche quello, ben pi grave, dell'attenuazione e perfino della perdita del gusto. L'ingo

rdo, nella fretta della sua voracit, perde il senso dei sapori. L'uomo d'oggi ris chia di perdere il gusto della vita: che gusto anche di piccole cose, di lavoro creativo, di relazioni umane distese, di bellezza in tutte le sue forme e manife stazioni. La struttura del libro Il libro a pi mani, ma lo abbiamo concepito insieme; e muovendoci in una stessa o ttica - quella sopra accennata - abbiamo distribuito la trattazione in tre parti : dove siamo; dove vogliamo andare; i percorsi. Il senso della divisione chiaris simo: un'analisi della situazione; l'indicazione di alcune mte; un tracciato di i tinerari per un cambiamento necessario, urgente e che parte da ciascuno di noi. All'interno della prima e della seconda parte si ripete uno stesso schema: la vi ta del pianeta, la nostra, quella dei popoli del Sud, quella delle nuove generaz ioni. Gi di per se stesso lo schema rivela e sottolinea un assunto del libro: i p roblemi ecologici sono in stretta relazione con quelli della qualit della vita e con quelli della giustizia nei rapporti Nord/Sud e verso le giovani generazioni. La terza parte del libro ha un'articolazione diversa: parte dalla proposta di nu ovi percorsi conoscitivi (informazione, pedagogia, filosofia) per arrivare a nuo ve regole nei rapporti tra i popoli e a nuovi comportamenti nella vita di ogni p ersona (i ''nuovi stili di vita'' ispirati alla sobriet). Il libro non ha scopi di approfondimento scientifico n tecnico o filosofico. Vuol essere solo una persuasiva visione di insieme, un invito, appunto, rivolto con semplicit, ma anche con profonda convinzione, ai lettori, perch abbraccino la ''so briet felice'' come una forma di liberazione dai troppi meccanismi che stanno dis truggendo la Terra, il futuro e la nostra pace. NOTE (1) In italiano: Futuro sostenibile, EMI, Bologna 19982. GLI AUTORI GIANFRANCO BOLOGNA, naturalista e ambientalista, segretario generale del WWF in Italia, segretario generale della Fondazione Aurelio Peccei (sezione italiana de l Club di Roma), ha scritto numerosi libri, tra i quali Pianeta Terra e Nelle no stre mani (ed. G. Mondadori). Da 13 anni curatore del notissimo rapporto State o f the World, realizzato dal Worldwatch Institute. Collabora con numerosi giornal i e riviste, come ''La Stampa'' e ''L'airone''. Tiene seminari e corsi sulla sos tenibilit in varie Universit e altri centri di formazione. Presso l'Universit di Ca merino (MC) titolare di un corso di specializzazione nella gestione delle risors e naturali. FRANCESCO GESUALDI, gi alunno di Don Milani alla Scuola di Barbiana, fondatore e coordinatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo, che a Vecchiano (Pisa) sperim enta nuovi stili di vita, porta avanti in Italia il tema del consumo critico, pr omuove campagne di pressione nei confronti di Nike, Chicco/Artsana, Chiquita e v erso il Parlamento italiano per ottenere una legge sulla ''sostenibilit sociale'' dei prodotti. Ha pubblicato, come coordinatore del Centro, opere diffusissime, come Lettera a un consumatore del Nord, Nord/Sud: predatori, predati e opportuni sti, Sulla pelle dei bambini, Guida al consumo critico, Ai figli del pianeta (tu tti con la EMI), Boycott! (Macroedizioni), Manuale per un consumo responsabile ( Feltrinelli). FAUSTO PIAZZA ha promosso a Brescia la Consulta comunale per la Pace e i Diritti dei Popoli; aderisce alla Rete Radi Resch di solidariet internazionale; partecipa all'Operazione ''Bilanci di Giustizia''; socio dell'Associazione ''Cantieri Soc iali''. Da alcuni anni suona le percussioni con il Grande Coro Insieme, gruppo m

usicale che canta i temi della Pace e della Solidariet. Dal 1992 membro del grupp o redazionale di ''Missione Oggi''. Su questa rivista e su altre ha scritto nume rosi articoli. ANDREA SAROLDI vive a Torino dove referente dell'Operazione ''Bilanci di Giustiz ia''. Si occupa della Rete di Lilliput, ideata da P. Zanotelli. Porta avanti il discorso dei Gruppi di Acquisto Solidali per dare forza e concretezza sociale al consumo critico. Ha pubblicato insieme al CoCoRiC (Consumatori Coscienti Ricicla nti Compatibili) Giusto Movimento. Piccola guida al paese inesplorato dei nuovi stili di vita (EMI, Bologna). Gli Autori ringraziano vivamente FRANCESCO GRASSELLI sia per l'impulso dato alla nascita di questo volume che per il coordinamento del lavoro e per alcuni contr ibuti specifici.

Parte prima DOVE SIAMO Occhio non vede, cuore non duole ... A migliaia di chilometri di distanza da questa stanza uomini e bambini schia vizzati sottopagati diritti negati derubati dell'infanzia in qualche capannone i n un paese dell'Estremo Oriente lavorano e producono le griffes dell'Occidente e qui non si sa niente perch sta bene a tanti tacere verit che sono atroci e alluci nanti pilastri di un'economia vincente dal volto appariscente che crea la sua ri cchezza con la sofferenza di un sacco di gente. E quanti dovranno soffrire quante mucche impazzire quanta aria velenosa bisogner respirare quanti cibi avvelenati bisogner divorare quante malattie ancora per int eresse non si potranno curare prima che qualcuno pensi che cos non va bene. Ma il nemico si infiltrato dentro al sangue che ci scorre nelle vene nei sorrisi compiacenti di politiche fatte di parole all'insegna di ''occhio non vede cuore non duole'' Il nemico ha il volto sorridente cravatta e doppio petto intorno ai grandi tavol i fa incetta di rispetto e di sorrisi strette di mano accordi tra potenti che no n guardano lontano... [Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti]

Capitolo primo A che punto la salute del nostro pianeta di GIANFRANCO BOLOGNA La salute degli abitanti della Terra inscindibile da quella del pianeta stesso. Lester Brown ed Eduard Wolf Una situazione eccezionale Dalle conoscenze che abbiamo sinora acquisito sappiamo che lo straordinario pian eta sul quale viviamo dovrebbe avere un'et di 4,6 miliardi di anni; su di esso da almeno 3,8 miliardi di anni presente e si perpetua il fenomeno della vita. Si t

ratta di un fenomeno difficile da definire a livello scientifico, che per present a alcune caratteristiche essenziali quali la possibilit di sostenersi utilizzando le capacit derivanti dalla nutrizione, dall'assimilazione, dalle reazioni energe tiche della fermentazione e della respirazione; la possibilit di propagare la vit a stessa attraverso i meccanismi di riproduzione; e la possibilit di autoregolars i grazie ai meccanismi di coordinamento, sincronizzazione, regolazione e control lo delle reazioni d'insieme. Il vivente quindi una struttura che si automantiene reagendo alle perturbazioni e ricorrendo alla materia ed all'energia esterne pe r autoalimentarsi. Ebbene, anche la specie umana una specie vivente come i miliardi di specie che s i sono avvicendati sul nostro pianeta e come le diverse decine di milioni che si suppone dividano con noi questa eccezionale avventura di vita in questo periodo di tempo. Secondo illustri studiosi del fenomeno delle estinzioni, come David R aup dell'Universit di Chicago, nelle epoche passate sarebbero esistite tra i cinq ue e i cinquanta miliardi di specie, mentre secondo illustri studiosi dell'attua le biodiversit, come Edward Wilson della Harvard University, oggi sarebbero prese nti sul nostro pianeta da 10 a 100 milioni di specie. Siamo tutti ben consapevol i che la nostra una specie che presenta una straordinaria evoluzione del sistema nervoso, che l'ha messa in condizione di intervenire in maniera variegata e anc he molto pesante sugli equilibri dinamici che la vita stessa ha evoluto. Oggi vi un unanime riconoscimento che la nostra specie divenuta, con ogni probab ilit, l'agente di maggiore sconvolgimento per gli attuali ambienti naturali e il resto della vita sulla Terra. L'ecologa Jane Lubchenco, della Oregon State University, ha scritto che stiamo c ambiando il mondo come non mai stato cambiato prima, a ritmi pi veloci e su scala pi grande, ma non conosciamo le conseguenze del nostro comportamento; si tratta infatti di un esperimento imponente di cui non siamo in grado di conoscere il ri sultato. La comunit scientifica internazionale si trova d'accordo sul fatto che non abbiam o nessuna prova che precedentemente alla comparsa della specie umana, si siano v erificate situazioni in cui altre specie viventi abbiano cos profondamente modifi cato gli ambienti naturali, distruggendoli, devastandoli ed eliminando una quant it straordinariamente alta di altre specie viventi in tempi molto ristretti rispe tto a quelli in cui normalmente operano i meccanismi della vita. Sappiamo tutti molto bene che nel lungo periodo in cui la vita si andata evolven do sul pianeta Terra si sono succeduti grandi sconvolgimenti e modificazioni not evoli delle situazioni preesistenti. Basti pensare a ci che ebbe luogo due miliar di di anni fa, quando la presenza dell'ossigeno nell'atmosfera terrestre pass da una concentrazione dello 0,0001% fino a giungere al 21%, consentendo la diffusio ne delle prime cellule eucariote (provviste cio di nucleo); oppure alle cosidette cinque grandi estinzioni di massa che sono state documentate dai paleontologi a partire dalla fine del periodo Ordoviciano, intorno a 440 milioni di anni fa, f ino a quella pi recente verificatasi alla fine del periodo Cretaceo, circa 66 mil ioni di anni fa e che vide la scomparsa dei grandi rettili definiti dinosauri. Ormai sappiamo che il nostro pianeta ''vive'' in un costante equilibrio dinamico ma, contemporaneamente, siamo sempre pi consapevoli della straordinariet degli ef fetti del nostro pesante intervento sul mondo della natura, intervento che ormai dimostra chiaramente di ritorcersi contro noi stessi, in quanto la nostra azion e sta pesantemente indebolendo la capacit stessa di reazione e rigenerazione dei sistemi naturali e la loro capacit ricettiva e di ''metabolizzazione'' di un'inge nte quantit di rifiuti solidi, liquidi e gassosi. Il grande ecologo Eugene Odum ha scritto, nel suo Principi di ecologia: ''Durant e l'evoluzione del sistema nervoso centrale la mente umana diventata gradualment e il meccanismo pi potente per quanto riguarda la capacit di modificare gli ecosis temi. Il ruolo dell'uomo sta diventando cos importante come ''agente geologico'' che Vernadsky ha suggerito che si parli di noosfera (dal greco noos, mente) per indicare il mondo dominato dalla mente umana che gradualmente sostituir la biosfe ra, cio il mondo in naturale evoluzione che esistito per miliardi di anni. Questa filosofia pericolosa, perch presuppone non solo che l'uomo sia abbastanza saggio da comprendere le conseguenze delle sue azioni, ma che sia capace di sopravvive

re in un ambiente completamente artificiale''. Il genere umano da cui si originata la nostra specie presente su questo pianeta, secondo le pi moderne ricerche di paleoantropologia, da circa 4,4 milioni di ann i (una cifra davvero irrisoria se paragonata ai 3,8 miliardi di anni in cui pres ente il fenomeno vita ed ai 4,6 miliardi di anni che sono stimati come et per la Terra). La nostra specie, Homo sapiens, ha all'incirca un centinaio di migliaia di anni di vita. Siamo ben consapevoli che soprattutto negli ultimi 200 anni che l'impatto della specie umana sugli equilibri dinamici della vita ha raggiunto u n livello tale da farci seriamente preoccupare per il nostro stesso futuro. L'Homo sapiens oggi senza dubbio l'elemento determinante e pi continuativo delle modificazioni in atto in tutti gli ambienti naturali e in tutti i sistemi della vita dell'intero globo. Il suo impatto sulla natura ha raggiunto dimensioni e ca pacit tali ed ha luogo in tempi cos rapidi da far impallidire qualsiasi confronto con situazioni passate. Ovviamente al tempo in cui la nostra specie praticava la caccia e la raccolta i nostri effetti sul pianeta erano assai limitati, non minacciavano eccessivamente le altre specie e ancor meno interi ecosistemi. Negli ultimi due secoli la vari et, l'intensit e l'impatto delle attivit umane ha raggiunto un punto tale da metter e in discussione l'abitabilit stessa del pianeta. Vi ormai un'ampia consapevolezza che l'impatto della nostra specie stia eccedend o il patrimonio naturale disponibile nonch la capacit recettiva dell'ambiente stes so nel metabolizzare i nostri rifiuti. Abbiamo, con ogni probabilit, gi raggiunto i limiti di sfruttamento del nostro pianeta. La nostra Terra, pur avendo attrave rsato ere ed epoche che ne hanno sconvolto la configurazione, presenta sempre un a superficie complessiva di poco pi di 500 milioni di chilometri quadrati. Le ter re emerse nelle epoche recenti (all'incirca 10 milioni di anni fa) si sono andat e configurando con una superficie di circa 150 milioni di chilometri quadrati. D a quel che sappiamo, sulla base delle ricerche geologiche che hanno consentito d i provare la cosiddetta deriva dei continenti (teoria secondo la quale i contine nti si sono spostati lentamente nel tempo sulla superficie terrestre), circa 220 milioni di anni fa esisteva una sola massa continentale, che gli studiosi defin iscono Pangea, in un vasto oceano, chiamato Pantalassa. Duecento milioni di anni fa la nascita di un altro oceano, detto Tetide, divise Pangea in due ampie aree , definite Gondwana e Laurasia; successivamente, circa 135 milioni di anni fa, G ondwana si divise in quelle che oggi sono l'Africa e l'America meridionale mentr e quello che oggi l'Oceano Atlantico si fece strada fra i due continenti (e quel la che oggi l'India si and spostando verso l'Asia). Solo intorno ai 10 milioni di anni fa le terre emerse hanno assunto la struttura che poi si mantenuta fondame ntalmente fino ad oggi. Il mito della crescita Ebbene, le dimensioni della Terra sono rimaste quel che sono e noi invece siamo andati espandendoci in maniera impressionante sia in numero che in quantit di imp atto e produzione di scarti. La nostra popolazione ha impiegato dall'inizio della sua presenza come specie, q uindi da un centinaio di migliaia di anni al 1825 circa, per raggiungere un mili ardo di individui. Dal 1825 alla fine del secondo millennio ha raggiunto i sei m iliardi di individui, quindi si moltiplicato di ben sei volte. Secondo le pi rece nti proiezioni delle Nazioni Unite (che ormai vengono rivedute ogni due anni: l' ultima revisione del 1998) dovremmo essere 8,9 miliardi di individui intorno al 2050, pi di 3 miliardi rispetto ad oggi. Circa il 60% della prevista crescita della popolazione dovrebbe aver luogo in As ia, che passerebbe dai 3,4 miliardi di abitanti del 1995 a pi di 5 miliardi nel 2 050. La popolazione della Cina passerebbe dagli attuali 1,2 miliardi a 1,5 milia rdi, mentre l'India passerebbe dai 930 milioni al miliardo e 53 milioni. La popo lazione del Medio Oriente e del Nord Africa dovrebbe pi che raddoppiare mentre qu ella dei paesi subsahariani triplicherebbe. La Nigeria da sola dovrebbe avere un a popolazione di 339 milioni di abitanti, pi dell'intera popolazione che aveva l' Africa solo 35 anni fa.

Il tasso annuale di crescita della popolazione passato dall'alto livello del 196 3, che era del 2,2%, a quello dell'1,4% del 1997. Questo dato globale nasconde p er variazioni regionali molto significative: i paesi in via di sviluppo crescono molto pi di quelli industrializzati, 1,7% rispetto allo 0,3%. Nei paesi dell'Afri ca subsahariana il tasso annuale di crescita ancora molto alto, 2,7%. La crescita dell'economia mondiale (come produzione di beni e servizi) passata d ai poco pi di 5.000 miliardi di dollari nel 1950 a pi di 39.000 miliardi di dollar i nel 1998, con un aumento di pi di sei volte. Dal 1990 al 1997 era cresciuta di 5.000 miliardi di dollari, uguagliando la crescita economica avvenuta dall'inizi o della civilizzazione fino al 1950. Scriveva Aurelio Peccei, indimenticabile fondatore e presidente del Club di Roma , nel suo libro Cento pagine per l'avvenire (1981): ''(la Banca Mondiale) ha com inciato a pubblicare dei rapporti sullo sviluppo nel mondo nel 1978. Il primo ri guardava il periodo 1975-85. Vi si legge che una crescita annuale del prodotto i nterno lordo del 4,2% per i paesi industriali e del 5,7% per i paesi meno svilup pati indispensabile affinch l'economia possa soddisfare le nostre attuali aspetta tive; e da l si passa a considerare, implicitamente, questo postulato come realiz zabile. Ora, con un simile ritmo, l'economia mondiale raddoppierebbe in 15 o 16 anni, e in un secolo risulterebbe moltiplicata per 60. Nonostante l'assoluta pri orit che diamo all'economia, queste sono ipotesi che non dovrebbero essere usate neppure come argomentazione dialettica''. Ha scritto Herman Daly in una delle sue opere pi famose, Lo stato stazionario, de l 1977: ''Pochissimi mettono in discussione la desiderabilit o la possibilit di un 'ulteriore crescita economica. In verit, la crescita economica l'obiettivo pi univ ersalmente accettato nel mondo. Capitalisti, comunisti, fascisti, socialisti vog liono tutti la crescita economica e si sforzano di renderla massima. Il sistema che cresce al tasso pi alto considerato il migliore. Il fascino della crescita ch e su di essa si fonda la potenza della nazione e rappresenta un'alternativa alla ridistribuzione come mezzo per combattere la povert''. Dal 1950 al 1997 l'uso del legname triplicato, quello della carta sestuplicato, il pescato cresciuto di quasi cinque volte, il consumo di cereali quasi triplica to, l'utilizzo di combustibile fossile quasi quadruplicato e gli inquinanti dell 'aria e dell'acqua si sono moltiplicati diverse volte. In realt sta avvenendo che la nostra crescita materiale e quantitativa si sta continuando ad espandere men tre gli ecosistemi dai quali dipendiamo non lo possono fare, creando di fatto un a situazione di profondo squilibrio che potr solo peggiorare se non si interviene drasticamente e con convinzione. Il peso dei nostri consumi La capacit di carico (detta anche ''capacit portante'', dall'inglese Carrying Capa city) un concetto molto utilizzato nelle scienze ecologiche e ambientali, per va lutare qual la massima popolazione di una determinata specie animale o vegetale che un ecosistema pu sopportare a tempo indefinito senza ridurre la produttivit de ll'ecosistema stesso. Generalmente la capacit di carico si esprime come numero di individui per ettaro o chilometro quadrato e dipende dal modo in cui la specie analizzata utilizza la capacit dell'ecosistema di produrre cibo, assorbire gli sc arti prodotti, offrire altre risorse utili per la vita delle specie come, ad ese mpio, luoghi atti alla nidificazione. Se consideriamo animali e piante, le modalit di utilizzo delle risorse degli ecos istemi sono tipiche della specie e possono variare, generalmente non molto, da i ndividuo a individuo. Nel caso della specie umana le modalit di utilizzo delle ri sorse variano enormemente da luogo a luogo e nel tempo, con lo sviluppo delle ca pacit tecnologiche, le trasformazioni dell'organizzazione sociale e produttiva de lle societ ed il mutare dei bisogni. Inoltre con l'utilizzazione del commercio, l a specie umana attinge alla produttivit di ecosistemi lontani dal luogo in cui pr esente una certa comunit umana, per cui la capacit di carico, espressa nei termini di individui per unit di superficie, diventa veramente difficile da calcolare e perde della sua significativit. Gi nel 1971 il famoso ecologo Paul Ehrlich e lo studioso di problemi energetici J

ohn Holdren cercarono di identificare meglio l'impatto ambientale provocato dall a specie umana. Essi individuarono un'equazione che fu successivamente migliorat a e ritoccata da loro stessi e dal biologo Barry Commoner. Tale equazione indivi dua l'impatto sull'ambiente da parte della specie umana come il prodotto di tre fattori che possiamo esprimere nel seguente modo: I = P x A x T Impatto (I) = Popolazione (P) x Quantit di beni e servizi consumati pro capite (A dall'inglese Affluence che sta per affluenza, stile di vita) x Necessit di energ ia e materiali per unit di beni e servizi prodotti (T, che sta per tecnologia). L'impatto, e cio il ''peso ecologico'' della popolazione umana, dipende quindi: a ) da un fattore demografico, cio dalle dimensioni della popolazione; b) da un fat tore legato agli stili di vita, alle modalit della nostra esistenza ed al funzion amento dei processi economici; c) da un fattore legato alla tecnologia e all'organizzazione del sistema di prod uzione di beni e servizi. L'equazione dell'impatto, lungi dal voler matematizzare aspetti estremamente com plessi riguardanti la nostra struttura sociale ed economica e il nostro interven to sulla biosfera, ci aiuta molto nel suggerire quali approcci possono essere ad ottati per conseguire quelle diminuzioni del nostro impatto sui sistemi ecologic i, dalle quali dipende la nostra stessa sopravvivenza. Da tale analisi si deduce che: - importante cercare di contenere la popolazione umana; - importante analizzare la quantit di beni e servizi consumati da ogni essere uma no, considerando con attenzione quanti beni e servizi materiali sono sufficienti per il nostro star bene e ridurre quindi la quantit per coloro che hanno troppo; - importante promuovere, studiare e applicare tecnologie pi efficienti (che vuol dire in pratica usare meno energia e materie prime per unit di prodotto, avere me no impatto diretto sugli ecosistemi e produrre meno rifiuti in tutto il ciclo ec onomico); organizzare la produzione e la distribuzione di beni e servizi cos da m inimizzare l'utilizzo di energia e materiali; costruire sistemi economici meno d ipendenti dalla crescita materiale. Per diminuire il nostro impatto sull'ambiente necessario intervenire su tutti e tre i fattori che contribuiscono a produrre l'equazione dell'impatto. Certo che le diverse comunit umane possono intanto avviare politiche che privilegino l'una o l'altra delle opzioni aperte per contenere e diminuire il loro ''peso ecologic o'' sui sistemi ambientali. Molti paesi poveri possono agire su P e su T, avendo bisogno di incrementare A, i paesi con economia in transizione possono avere un grande potenziale in T e po ssono considerare obiettivi ragionevoli per A, i paesi pi ricchi devono lavorare alacremente per diminuire A ed operare a fondo su T. Gli effetti Il nostro pesante intervento sui sistemi ambientali sta producendo effetti veram ente preoccupanti tanto che nel 1992 la comunit scientifica internazionale ha pro dotto, tra l'altro, uno statement intitolato Population, Growth, Resource Consum ption and a Sustainable World, congiuntamente firmato da due tra le pi autorevoli e prestigiose accademie scientifiche del mondo: la Royal Society inglese e la N ational Academy of Sciences statunitense. Il documento afferma con chiarezza, tra le altre cose, che ''se le attuali previ sioni di crescita della popolazione si dimostreranno esatte e se le modalit dell' attivit umana sul nostro pianeta resteranno inalterate, possibile che la scienza e la tecnologia non siano in grado di impedire il verificarsi di un degrado irre versibile dell'ambiente o il perpetuarsi di una condizione di povert per gran par te del mondo''. Il documento conclude affermando che: ''...il futuro del nostro pianeta in bilic

o. Uno sviluppo sostenibile pu essere raggiunto ma soltanto se il degrado irrever sibile dell'ambiente sar fermato in tempo. I prossimi trent'anni saranno cruciali ''. Consideriamo alcuni dati significativi che ci segnalano i drammatici effetti del nostro intervento sulla biosfera: - un dato molto preoccupante riguarda le stime che gli ecologi hanno analizzato circa la quantit dell'intero ammontare dell'energia che gli organismi vegetali de l nostro pianeta assorbono dal sole e rendono disponibile per far funzionare tut ta la biosfera e di quanto tale energia viene consumata direttamente, distrutta o trasferita indirettamente verso i suoi sistemi artificiali da parte della nost ra specie. Le stime sino ad oggi prodotte ci dicono che il 40% della cosiddetta Produttivit Primaria Netta (PPN) delle terre emerse e il 25% di quella complessiva del piane ta intero (tenendo conto anche degli oceani) appunto consumata direttamente, dis trutta o trasferita indirettamente ai nostri sistema artificiali, dalla nostra s pecie. Prevedendo che la nostra popolazione possa raggiungere fra gli 8 e i 10 miliardi entro i prossimi decenni (secondo le ultime previsioni delle Nazioni Unite dovr emmo raggiungere gli 8,9 miliardi nel 2050) si potrebbe ipotizzare una preoccupa nte crescita della PPN assorbita dall'economia umana (che potrebbe raggiungere p ercentuali del 60-80%). Probabilmente nessuno oggi in grado di affermare con cer tezza cosa potrebbe significare questo dato; certo che la PPN rappresenta l'ener gia che mantiene decine di milioni di specie viventi sul pianeta e i processi ec ologici che queste conservano. - Il livello di anidride carbonica presente nella nostra atmosfera oggi del 30% pi elevato rispetto all'epoca preindustriale e quello di metano del 145%. Si trat ta di elementi che provocano un aggravamento del cosidetto effetto serra natural e. La comunit scientifica internazionale ormai non ha pi dubbi nell'attribuire all e attivit umane questi incrementi, come quelli di un aumento di 0,6 o C della tem peratura media terrestre avvenuti negli ultimi cento anni. L'Intergovernamental Panel on Climatic Change, la struttura delle Nazioni Unite che riunisce oltre 2. 500 specialisti del clima, prevede un raddoppio della concentrazione di anidride carbonica nell'atmosfera e un incremento della temperatura media terrestre tra 1 o e 3,5 o C entro il 2100. Si tratterebbe della pi veloce variazione climatica avvenuta dalla fine dell'ultima glaciazione. - Lo strato di ozono presente nella stratosfera stato fortemente alterato e rare fatto dalle emissioni di gas CFC e di altri composti alogenati. Tale fenomeno de stinato a permanere e, con ogni probabilit, a intensificarsi per l'inerzia della diffusione dei gas distruttivi dell'ozono immessi nell'atmosfera e per il perman ere delle emissioni, bench molto diminuite. Gli scienziati attribuiscono all'incremento dei raggi ultravioletti dovuti alla rarefazione dello strato di ozono una potenziale diminuzione della produttivit de lle piante terrestri e del fitoplancton marino, oltre ad una serie di effetti sa nitari preoccupanti (come l'incremento dei tumori della pelle). - Le analisi del Global Assessment of Soil Degradation (GLASOD) del Programma Am biente delle Nazioni Unite (UNEP) ci informano che un terzo dei terreni agricoli (sui 550 milioni di ettari) soggetto a degrado per cattive pratiche agricole e che un quinto delle zone a pascolo (sui 680 milioni di ettari) soggetto a perdit e di produttivit. La tendenza all'incremento della produzione alimentare pro-capi te, che era continuata fin dagli anni Cinquanta, si invertita dalla met degli ann i Ottanta. La produzione pro-capite di cereali diminuita dell'11% tra il 1984 e il 1993. - La disponibilit di acqua di qualit sar sempre pi un grave problema per il nostro f uturo. Le falde idriche sono in preoccupante calo in molte regioni del globo, co mprese alcune delle maggiori zone di produzione alimentare come il Punjab indian

o, le grandi pianure degli Stati Uniti, la Cina settentrionale, l'Europa meridio nale, il Medio Oriente e l'Africa settentrionale. Gran parte dei fiumi pi grandi sono stati completamente sfruttati. L'inquinamento ha reso inutilizzabili vaste riserve idriche. Le potenzialit di incrementare le superfici irrigue sono molto s carse e le forniture di acqua potabile sono in crisi in molte aree del mondo. - In 13 delle 15 zone pi importanti per la pesca le quantit di pescato stanno dram maticamente diminuendo e almeno il 70% degli stock ittici a livello planetario s ono in declino, e in alcuni paesi quasi prossimi all'estinzione commerciale. Il pescato pro-capite diminuito del 7% tra il 1989 e il 1993. - Lo straordinario ambiente delle foreste tropicali viene distrutto ad un ritmo calcolato sui 170.000 chilometri quadrati l'anno, mentre le foreste temperate e boreali subiscono un crescente degrado a causa dello sfruttamento eccessivo. Gli scienziati ritengono che non sia pi del 10% la superficie degli ecosistemi terre stri ancora in condizioni di naturalit. - La ricchezza della vita sulla Terra, la cosiddetta biodiversit, sottoposta ad u na straordinaria pressione che porta all'estinzione un numero imprecisato di spe cie (qualche autorevole scienziato ha calcolato che ogni giorno possono estingue rsi fino a 40 specie). L'ordine di grandezza delle specie che si estinguono si r itiene sia tra le migliaia e le decine di migliaia l'anno. Si tratta di un ritmo migliaia o decine di migliaia di volte superiore a quello naturale al di fuori di periodi di estinzioni di massa. Si ritiene che circa un quinto della diversit biologica del pianeta potrebbe scomparire nei prossimi 20-30 anni.

Capitolo secondo A che punto il nostro benessere di FAUSTO PIAZZA Il fenomeno del consumo di massa non stato spontaneo e non neppure un inevitabil e sottoprodotto dell'insaziabilit della natura umana. invece abbastanza vero il c ontrario. J. Rifkin Come molte persone che per lavoro hanno necessit di calcolare, scrivere o comunic are, sono un ''computer-dipendente''. Farei molta fatica a riprendere in mano ca rta, penna e matita e rinunciare, per esempio, alla comodit di farmi controllare la correttezza ortografica del testo mentre lo sto digitando, oppure alla libert di poter modificare parole e frasi senza dover ricorrere a continue annotazioni e cancellature. Il computer mi consente di fare cose che, senza di esso, non mi riuscirebbero altrettanto facilmente o, in alcuni casi, non mi riuscirebbero aff atto. Diventa perci una specie di prolungamento delle mie facolt, che, una volta s perimentato, si rivela altamente desiderabile o addirittura indispensabile: in a ltre parole, si costituisce come ''bisogno''. Amplia le mie possibilit, dunque, m a al tempo stesso mi rende incapace di fare a meno di questo ampliamento. Ho portato questo esempio perch sono reduce da una disavventura informatica che m i ha fatto prendere coscienza di quanto io sia legato all'uso di questo strument o. Ma chiunque potrebbe sostituire al computer qualsiasi altro (l'automobile, la videocamera, il telefonino, ecc.) e ritrovarsi nello stesso rapporto di dipende nza, che ha del paradossale: il nostro spazio di libert si allarga, ma contempora neamente si restringe; possiamo superare alcuni dei nostri limiti, ma a patto di sottostare a una nuova limitazione. questa una chiave di lettura che tenter di a pplicare all'intero modo di vivere, centrato sul consumo, di noi che abitiamo l' emisfero ricco del mondo. Prima, per, bisogner capire la genesi di questo comporta mento consumistico e la sua relazione con l'economia nel suo complesso.

Nascita del consumismo Alcuni anni fa un'associazione statunitense (1) ha avuto l'idea di fotografare t renta famiglie di altrettanti Paesi, ricchi e poveri, davanti alle proprie abita zioni e circondate da tutti i loro averi. Il risultato visivo sconcertante: ment re una famiglia giapponese di quattro persone, di cui due bambini, occupa con le sue masserizie accatastate diverse decine di metri quadri, una haitiana di sei, anch'essa con due bambini ma pi grandi, dispone solo di quattro sedie, un tavolo , una piccola credenza, due letti e alcuni rudimentali attrezzi agricoli. Se pro viamo a immaginare di quanto spazio avremmo complessivamente bisogno noi per rad unare tutto quello che possediamo, credo che in media saremmo molto vicini alla famiglia giapponese, ma ci non significa che ci basti. A questo punto, a parte og ni considerazione sull'evidente squilibrio nelle condizioni di vita (2), sorge spontaneo domandarsi come mai i nostri ''bisogni'' di beni e servizi sul mercato siano tanto dilatati da apparire limitati solo dalla consistenza del nostro reddito. Non una risposta soddisfacente che ci sia il risultato della crescita dell'econom ia che, comportando pi occupazione a pi alti salari, ha determinato un accrescimen to del potere d'acquisto delle famiglie tale da risultare eccedente rispetto al soddisfacimento dei bisogni essenziali. Si pu infatti obiettare che a fronte di u n reddito maggiore non detto che debbano realizzarsi per forza maggiori consumi: potrebbero invece affermarsi il risparmio (3) o la richiesta di riduzione dell'orario di lavoro (4). Guardiamo il problema da un altro punto di vista: se non c' qualcuno che compra l e merci e i servizi in vendita, la produzione non pu aumentare o deve addirittura diminuire e la crescita si trasforma in stagnazione o recessione. Ci significa c he, a meno di non trovare nuovi acquirenti, diminuiscono o si azzerano i profitt i di chi ha investito capitali nell'attivit economica e la ricchezza complessiva disponibile per tutti segue analoga sorte, ma cos il meccanismo dell'economia che conosciamo si inceppa. Questo fenomeno fu avvertito come un pericolo negli Stat i Uniti gi negli anni Venti. Era agli inizi il cosiddetto ''fordismo'' (5), cio un modo di organizzare le attivit produttive in base all'idea che ''il produttore p u produrre il proprio mercato abbassando costantemente i costi di produzione, e q uindi i prezzi'', in modo da distribuire ''i costi fissi'' (in macchine, in impi anti ecc.) ''su un numero crescente di unit di prodotto [...], cos da intercettare fasce sempre pi ampie di potenziali consumatori''. Ne risultava, quindi, una ''p roduzione di massa di beni di consumo durevoli standardizzati e destinati preval entemente al mercato interno''. Il fordismo generava un ''circolo virtuoso'' tra produzione crescente a costi decrescenti, basata sulle economie di scala, e con sumo crescente a prezzi decrescenti, ''basato su dinamici livelli salariali (6)' '. Lo stesso Ford era cos riuscito a trasformare l'auto ''da oggetto di lite in pr odotto per il consumo di massa'' offrendolo ''a categorie sociali che mai avrebb ero pensato di poterselo permettere (7)''. Tuttavia, a seguito della progressiva meccanizzazione, introdotta proprio per aumentare la produttivit ed abbattere i costi, si generava contemporaneamente una riduzione della mano d'opera ed un aum ento della produzione immessa sul mercato e si cominciavano a intravedere i prim i segnali di una crisi da sovrapproduzione. La soluzione adottata fu quella di i nvestire risorse per trasformare l'americano medio, parsimonioso e propenso al s acrificio, ''da investitore nel futuro a consumatore nel presente (8)''. Vennero ideate le prime strategie di ''marketing'' volte alla ''creazione organizzata d ell'insoddisfazione (9)'', in modo da indurre il consumatore a vol ere beni e servizi che non aveva mai desiderato prima. In particol are, il comportamento dei ricchi e i simboli d ella loro agiatezza vennero proposti come modello alle classi inferiori, allo sc opo di far apparire il lusso dei primi come una necessit (un ''bisogno'') (10) pe r chiunque. Gli stessi aumenti di reddito concessi ai lav oratori divennero in t al modo funzionali, come si detto, all'es pansione dei consumi. Quanto questa strategia si sia nel tempo rivelata vincente sotto gli occhi di ci

ascuno di noi. Il modello stato esportato in tutto il mondo, cominciando dall'Eu ropa, e ancora oggi la popolazione statunitense quella che in assoluto consuma p i di tutte (11). La pubblicit progressivamente divenuta una forma di comunicazione in cui il contenuto informativo (ci che concretamente si propone di acquistare) irrilevante rispetto al contenuto simbolico (le emozioni che l'acquisto suggeris ce di poter soddisfare) (12), tanto che infine si quasi evoluta in una nuova for ma d'arte (13). D'altra parte, l'insieme dei mezzi di comunicazione di massa, sp ecie di quelli audiovisivi, ha contribuito in modo sempre pi determinante alla na scita e alla diffusione delle mode e dei modelli di comportamento, amplificando l'effetto persuasivo dei messaggi pubblicitari espliciti. Si pu affermare, dunque, che la crescita dell'economia stata possibile, almeno a partire da un certo punto in avanti (14), grazie alla dilatazione dei bisogni, c he ha garantito a sua volta il necessario sbocco ai beni e ai servizi prodotti i n quantit crescente. proprio il fenomeno di questa dilatazione che, sul piano del comportamento, ha preso il nome di ''consumismo''. Sarebbe per ingenuo sostenere che tutto sia frutto solo di un disegno consapevole ordito dai detentori del po tere. A stimolare la propensione illimitata al consumo hanno concorso almeno alt ri due fattori, uno economico e uno antropologico: da un lato la stessa logica i nterna al funzionamento dell'economia e i principi etici ad essa sottesi, dall'a ltro l'insofferenza verso ogni forma di limitazione della propria libert. Alle radici del consumismo: il capitale e il mercato L'economia di cui stiamo parlando non una qualsiasi forma di attivit organizzata volta al soddisfacimento di ci che necessario per la vita, ma quella concreta for ma storica di tale attivit, in cui noi siamo inseriti, che prende il nome di econ omia capitalista di mercato perch due sono gli elementi che la contraddistinguono : il capitale e il mercato. Per quanto riguarda il primo, il termine indica la situazione in cui, dall'incon tro di chi ha bisogno di un bene o di un servizio (la ''domanda'') con chi in gr ado di fornirlo (l'''offerta''), dopo una contrattazione in cui ciascuno cerca d i rendere massimo il proprio vantaggio, il bene o il servizio viene scambiato co ntro un prezzo in denaro, che rifletter i rapporti di forza esistenti in quel mom ento tra i soggetti coinvolti (15). Tutte le volte che mettiamo piede in un qual siasi esercizio commerciale, o che comunque abbiamo a che fare con un acquisto o una vendita, sappiamo che queste sono le regole del gioco e siamo portati a cre dere che sia perfettamente normale comportarsi cos. Gi Aristotele, tuttavia, nel capitolo introduttivo della Politica, osservava che un bene ha un valore diverso a seconda che venga utilizzato per un determinato s copo o venga invece barattato con un altro o venduto per ricavarne denaro. Nel p rimo caso si ha un ''valore d'uso'', cio la qualit intrinseca di un prodotto del l avoro (p. es. una scarpa che fa il servizio di ''scarpa''), nel secondo un ''val ore di scambio'' tra beni di utilit uguale, eventualmente espresso in termini di denaro per sostituire il baratto. Su questa base, Aristotele poneva una distinzi one tra oikonoma e chrematistik, intendendo con la prima l'attivit tesa a soddisfar e i bisogni di una famiglia o della comunit e con la seconda quella finalizzata s ia al commercio sia al prestito a interesse come fonti di profitto (16). Secondo lui, era stata l'introduzione del denaro come mezzo per facilitare gli scambi e sostituire il baratto a generare gradatamente entrambe le forme dell'attivit leg ata al profitto. Queste ultime erano da considerarsi innaturali e pericolose per la coesione sociale, perch comportavano l'accaparramento da parte di alcuni, a d anno degli altri, dei benefici derivanti dal commercio. In conclusione, Aristote le giudicava che chi perseguiva l'arricchimento personale non aveva capito cosa significhi una ''vita buona'', cio una vita legata alla comunit in cui si inseriti , e avrebbe finito per distruggere se stesso come il mitico Re Mida Da questa br eve sintesi emerge che il comportamento economico che siamo abituati a considera re normale - la massimizzazione della propria ricchezza, anche a scapito di quel la altrui, sotto forma sia di capacit d'acquisto sia di profitto - era stato indi viduato nei suoi tratti essenziali e giudicato negativamente pi di duemila anni f a, perch non orientato al bene comune. Da dove ci viene, allora, questa percezion

e di normalit? La risposta sta in una celebre pagina di Adam Smith, considerato il fondatore de lla teoria economica classica. Riprendendo in parte idee di altri pensatori dell 'epoca (18), egli scriveva che ''L'uomo ha quasi sempre bisogno dell'aiuto dei s uoi simili e lo aspetterebbe invano dalla sola benevolenza: avr molta pi probabili t di ottenerlo volgendo a suo favore l'egoismo altrui e dimostrando il vantaggio che gli altri otterrebbero facendo ci che egli chiede. [...] Non certo dalla bene volenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pra nzo, ma dal fatto che essi hanno cura del proprio interesse. Noi non ci rivolgia mo alla loro umanit, ma al loro egoismo e con loro non parliamo mai delle nostre necessit, ma dei loro vantaggi Inoltre, ''Ogni individuo si sforza continuamente di trovare l'impiego pi vantaggioso possibile per qualunque capitale di cui possa disporre. In effetti, al suo proprio vantaggio che egli mira, e non a quello de lla societ. Ma la considerazione del suo proprio vantaggio lo porta naturalmente, o meglio necessariamente, a preferire l'impiego pi vantaggioso per la societ (20) ''. Come si vede, bene comune e interesse privato in Smith non erano in contrasto, p erch il primo veniva ritenuto di fatto non direttamente perseguibile, ma ottenibi le solo come effetto della ricerca del secondo, anche se nel pi debole significat o di interesse comune. il cosiddetto utilitarismo, secondo cui la morale stessa fondata sull'interesse individuale. Su questa base diventava possibile calcolare razionalmente costi e benefici e da qui deriv l'importanza assegnata alle attivi t economiche nello spazio del mercato, in cui il comportamento degli attori era, secondo questa prospettiva, guidato da quel calcolo. Se la nozione di bene, e di bene comune, si risolve in quella di utile individuale, evidente che l'unico li mite che si pone al suo perseguimento sar la concorrenza degli altri soggetti tes i al medesimo scopo: la competitivit il rovescio della medaglia dell'utilitarismo . Attraverso la concretezza dell'agire in un sistema economico ispirato a questi principi, abbiamo finito con l'assimilarli, ricavandone la percezione di normal it che, come dicevo, ci accompagna quando siamo attori nel mercato. Nella pagina che ho riportato ci siamo imbattuti anche nel ''capitale'', l'altro elemento che contraddistingue il nostro tipo di economia. Secondo Smith, ''quan do i fondi che un uomo possiede sono appena sufficienti per mantenerlo [...] rar amente egli pensa di trarne un reddito'' che '' tratto, in questo caso, esclusiva mente dal suo lavoro. Questa la condizione della maggior parte dei poveri che la vorano in tutti i paesi. [...] Ma quando possiede fondi sufficienti per mantener lo per mesi o anni, naturale che egli cerchi di trarre un reddito dalla maggior parte di essi, riservando per il suo consumo immediato soltanto quanto basta a m antenerlo finch questo reddito non cominci ad entrare. [...] La parte [di fondo] da cui si attende di trarre questo reddito si chiama propriamente il suo capital e (21)''. Anche oggi il capitale, secondo l'uso corrente, consiste in ricchezza monetaria ''investita in un'impresa commerciale, industriale, bancaria e simili, o in beni mobili o immobili, allo scopo di produrre un reddito o un interesse Analogamente ai diritti e ai doveri un tempo connessi con l'investitura di un ca valiere medioevale, al denaro ''investito'' veniva e viene data la consegna di p rodurre altro denaro attraverso un qualunque utilizzo nelle attivit di mercato, c he abbiamo visto consistere nello scambio di beni e servizi. Ponendo M = merce e D = denaro, si pu dire, schematizzando, che dal modello M -> D -> M, in cui il f ine il valore d'uso di ci che si scambia, lo scambio il mezzo ed il denaro ha la funzione di agevolarlo (23), si passa al modello D -> M -> D1 , dove il fine l'a umento del denaro messo inizialmente in circolo e il valore d'uso resta assorbit o in quello di scambio, che resta un mezzo (24); quest'ultimo poi pu addirittura sparire, come nelle transazioni finanziarie , in cui il modello diventa D -> D1 . L'evidente inversione mezzi-fini che si viene a realizzare, anche se considerata ''naturale'' da Smith, esattamente quella gi prevista con lungimiranza e condann ata come ''innaturale'' da Aristotele. Essa ha tra le sue conseguenze - ed quell o che in questo momento ci interessa - che ogni singolo processo di accumulazion e tendenzialmente infinito, proprio perch, essendo fine a se stesso, ha natura ci rcolare (25). Un tale ciclo potr venir limitato solo da processi analoghi con ess

o in competizione, che per avranno l'effetto di accelerarne il movimento per sost enere la concorrenza; in questo modo, la tendenza dei processi di accumulazione nel loro insieme rester infinita (26). Inoltre, anche senza affrontare la controv ersa questione se il modo con cui il capitale aumenta sia in se stesso iniquo (2 7), nella sua spinta illimitata alla crescita mi sembra riaffiori il fondamento utilitarista dell'agire economico. Quando ci che bene per se stessi sequestra ogni altro possibile significato di '' bene'' (28), come se l'individuo fosse incapace di porre freno all'espansione de l proprio ego e, anzi, non comprendesse per quale ragione lo dovrebbe fare. l'id ea stessa di libert, quale si venuta sviluppando a partire dalla rivoluzione borg hese ed entrata nel sentire comune di noi occidentali, che appare intimamente co nnessa con questo egocentrismo illimitato. Essa assume come scontato che la sogl ia di libert di cui possiamo usufruire come individui possa e debba essere sposta ta sempre pi in l, in una sostanziale equivalenza tra ''pi'' e ''meglio''. Alle radici del consumismo: la libert e il limite Siamo cos giunti al fattore di stimolo della propensione illimitata al consumo ch e definivo antropologico (29). Una libert tendenzialmente illimitata ci rimanda, infatti, all'idea e all'esperienza che abbiamo del limite. Esso segna fin dal co ncepimento la nostra esistenza: non siamo noi a decidere di venire al mondo, anz i, prima di allora semplicemente non siamo. Ci accompagna durante tutta la vita, rendendosi presente in ogni sofferenza, che ci ricorda che siamo vulnerabili, i n ogni scelta, che sempre un delimitare un percorso tra possibili alternative, p erfino nella conoscenza, che riesce ad essere tanto pi precisa quanto pi ne delimi tiamo l'oggetto. Alla fine ci viene incontro nelle sembianze della morte, limite estremo, che fissa come in una fotografia ci che di noi stato e che ormai non pi. E tuttavia, durante tutta la vita, ci accompagna anche l'esperienza fortissima del desiderio di superare il limite che sentiamo come afflizione: non a caso, in fatti, attribuiamo sempre una connotazione negativa ai termini ''limite'' e ''li mitato''. il desiderio di libert. Quanti, come me, amano la montagna sanno che gioia si prova quando, dopo una sal ita faticosa, all'improvviso ci si presenta lo spettacolo meraviglioso di monti e valli che si susseguono a perdita d'occhio. Io credo che la gioia derivi, in p arte, dalla consapevolezza di essere riusciti a superare le difficolt del sentier o, cio di aver affermato, una volta di pi, la capacit che abbiamo di non restare co nfinati negli spazi che sembrerebbero invalicabili per le nostre forze. Pi ancora , credo che la gioia sia legata alla visione stessa di un orizzonte che spazza v ia, per un momento, ogni prospettiva angusta cui siamo costretti quando viviamo a quote pi basse. Questa, per me, forse perch mi appartiene, l'esperienza pi intens a in cui si rivela che abita dentro di noi un moto interiore che chiamerei desid erio di infinito (30) e che, nella nostra cultura, si esprime in desideri di lib ert. L'orizzonte segna il confine di ci che possiamo vedere, ma insieme attira la nostra curiosit su ci che potremmo trovare al di l di esso e ci spinge a muoverci p er saperlo. Dopo averlo fatto, ci che ci appare semplicemente un nuovo orizzonte, certo diverso e magari pi ampio, ma pur sempre limitato. Cos il movimento riprend e e poi ancora ed ancora, descrivendo anche qui un cerchio senza fine con cui, n ella moltiplicazione delle prospettive, tentiamo di annullare la parzialit della visione. In questo andare ognuno agisce per s, perch ciascuno genera con lo sguard o il proprio orizzonte. La metafora ci suggerisce che la libert dal limite che ce rchiamo dunque la nostra propria e individuale libert e che il tentativo, per que sta via, destinato a fallire. Il desiderio di infinito, con cui bisogna fare i c onti, non pu essere soddisfatto dalla negazione del limite. Si spiega allora come mai ''il consumismo pu essere descritto come quello specifi co stile di consumo che appare caratterizzato da un'incontenibile propensione pe r il nuovo: soddisfatto un desiderio, l'individuo subito ne sente nascere molti altri, cos da trovarsi coinvolto in un processo praticamente senza fine, nel qual e soddisfazione e insoddisfazione sembrano alternarsi senza sosta (31)''. Le for ze che, come si diceva, spinte dalla sete di guadagno hanno pensato di organizza re l'insoddisfazione, hanno semplicemente impresso un'accelerazione ad un movime

nto gi presente nelle persone. Se il proprio utile il solo nostro movente, la log ica di funzionamento dell'economia capitalista di mercato, che su di esso si bas a, diventa la nostra unica logica ed all'interno di essa che si afferma la negaz ione del limite che ho cercato di indicare. La crescita continua del capitale e l'espansione continua dei consumi sono legate fra loro non solo da una funzione circolare, - nel senso gi incontrato che la prima rende possibile la seconda che rende possibile la prima ecc. - ma anche dall'unica finalit utilitarista che le g overna. Che queste non siano riflessioni campate per aria, anche se senza pretese n di co mpletezza n di scientificit, mi sembra lo dimostri il fatto che le cose sono andat e proprio cos. Il mercato, il luogo dello scambio per denaro, ha esteso oggi i pr opri confini al mondo intero, in un processo chiamato globalizzazione, e ha fini to per diventare il modello su cui organizzare la stessa societ, di cui prima era sempre stato solo un particolare settore. Non esistono pi ambiti sottratti alla sua logica, per cui possibile fare mercato, cio trarre profitto, di qualsiasi cos a, anche della vita stessa (32). L'idea di bene comune si scolorita fino a perde re di significato concreto e, anzi, la parola stessa bandita dal vocabolario eti co d'uso comune. Chi si azzarda a riproporla bollato come ''buonista'', con un s ignificato che oscilla tra utopista ingenuo o in malafede. L'Utile l'unico e ver o dio. Inoltre, anche il passaggio dal sistema fordista di cui si accennato a quello at tuale, cosiddetto ''post-fordista'', mi sembra rafforzi le considerazioni fatte. Sul fordismo incombeva una ''presenza assente'', quella della natura e delle su e risorse, credute inesauribili. A partire dalla seconda met degli anni '70, la p resa di coscienza che, invece, le risorse sono disponibili in quantit limitate ha messo in crisi il modello, perch non si poteva pi pensare che fosse possibile aum entare infinitamente la produzione. La soluzione avrebbe potuto essere quella di rivederlo completamente secondo i criteri di sostenibilit ed equit che vengono in dicati nella seconda parte del libro. Ferme restando, invece, le finalit dell'eco nomia che ho descritto, e a causa di esse, si semplicemente preso atto della sit uazione, rimodulando il modello per adattarlo ad un'epoca di crescita lenta. La conseguenza stata che si intervenuti per snellire la produzione da tutti i costi non strettamente necessari e sostenere la domanda di beni e servizi mediante un a forte differenziazione qualitativa dei prodotti offerti, in modo da salvaguard are i profitti. Tradotto in concreto, ci ha significato, sul versante produttivo, ridurre la quantit di materie prime ed energia per unit di prodotto (non compless ivamente), ma pi ancora avere ''esuberi'' di mano d'opera ed esigenze di ''flessi bilizzare'' il rapporto di lavoro, in modo da farlo corrispondere, come le scort e di magazzino, alla variabilit delle vendite sul mercato; inoltre ha incrementat o la tendenza a sostituire il lavoro con macchine intelligenti, dall'uso flessib ile per progetto, oppure a trasferire la produzione in luoghi dove il costo del lavoro e le garanzie per i lavoratori siano i pi bassi possibili. Sul versante de l consumo, ci ha significato, parallelamente, un accentuarsi della pressione cons umista sulla parte di popolazione mondiale dotata di un reddito sufficiente e l' esclusione degli altri dal circuito economico, senza prospettiva di rientro. I c apitoli successivi gettano una luce vivida su questo quadro di dissesto socioamb ientale. Il fallimento del consumismo Se, dopo aver tentato di chiarire cosa si cela dietro la corsa all'acquisto in t ermini etico-economici, ritorniamo a riflettere sulla nostra esperienza di consu matori, come s' fatto all'inizio, scopriamo che ''ognuno messo brutalmente di fro nte al fatto che esiste uno scarto incolmabile, e crescente, tra le possibilit ch e egli potr cogliere e la sua disponibilit di risorse'', anzitutto quelle di tempo . Per me, qualche volta, la consapevolezza di non riuscire, o di non potere, far e tutto quello che riterrei importante costituisce un vero incubo, nonostante cr eda di essere sulla strada che porta fuori dall'atteggiamento consumista. La ste ssa stesura di queste pagine ha significato notti insonni e sere di clausura. Il

fatto che, da un lato, normalmente un terzo del nostro tempo viene assorbito da l lavoro e quello che resta, cosiddetto ''libero'', va diviso pi o meno a met tra il sonno e tutto il resto. A fronte del moltiplicarsi delle opportunit, diventa i nevitabile fare delle scelte. ''L'accrescersi dei mezzi di cui si dispone destin ato ad accompagnarsi dunque con un acuto senso di insoddisfazione per le occasio ni perdute'' (33). Si vorrebbe, di nuovo, andare al di l dell'orizzonte dato, in questo caso temporale, ma invano e ci fonte di frustrazione. Se, poi, le risorse monetarie risultano insufficienti per acquistare tutto ci che desideriamo, molto reale il rischio che si precipiti in un ciclo perverso in cui si lavora di pi (st raordinari, secondo lavoro ecc.) per avere pi beni e servizi di cui si riuscir ad usufruire di meno, per mancanza di tempo, accumulando insoddisfazione che far lav orare di pi ecc. Esiste poi anche un'altra causa che erode la soddisfazione cercata per questa vi a. Rifacciamoci ancora all'immagine delle automobili veicolata dalla pubblicit: n on un caso che le strade in cui si muovono siano immancabilmente vuote. L'utile che ci pu derivare dal loro utilizzo tanto maggiore quanto meno ce ne sono in cir colazione, come facile osservare quando, alla guida di un mezzo magari capace di alta velocit, ci troviamo ad andare in coda a passo d'uomo per alcuni chilometri . Il rovescio della medaglia dell'utilitarismo, la competizione, presente anche nel consumo. In questo caso, essa spinge a nuovi e maggiori acquisti per ristabi lire ogni volta la distanza tra noi e gli altri, ma il vantaggio conseguito vien e inevitabilmente annullato dall'analogo comportamento altrui. In questo modo au menta ogni volta sempre pi il divario tra l'impegno necessario per procurarsi le risorse monetarie da destinare all'acquisto e la soddisfazione che se ne ricava (34). Pi ancora, quella che a noi pare libert di scelta, resa possibile dall'abbondanza e dalla variet di ci che il mercato offre, in realt si rivela essere solo una sovra nit limitata. Infatti nello scambio mercantile vige la ferrea logica dell'interes se, che si esprime invariabilmente in un contratto fra le parti del tipo: se io voglio qualcosa, sono obbligato a pagarti un prezzo e se io pago un prezzo tu se i obbligato a darmi qualcosa. Come si vede, l'unica libert che si ha, in questo c aso, sarebbe appunto quella di non volere qualcosa (35), ma ci comporterebbe l'us cita dallo spazio del mercato, in cui si entra proprio perch qualcosa si vuole. S e, come ci si vuol far credere (e siamo disposti ad accettare), il mercato pu sod disfare ogni desiderio, non ne vorremo certo uscire e ne rimarremo prigionieri. Ci costituiremo come soggetti di bisogno, cio come incapaci-di-fare-a-meno-di, ne lla stessa misura in cui, mediante l'acquisto, ci sembrer di liberarci dal bisogn o, cio dal limite espresso negativamente come mancanza-di. Siamo cos tornati all'o sservazione da cui sono partito all'inizio. Il tentativo stato quello di mostrar e i tratti di uno stesso quadro in cui sono inseriti sia il mal-essere che, come un parassita, si annida dentro al nostro benessere, sia la sottrazione d'essere ai danni della natura e dei poveri, pi avanti descritta, che ne costituisce la c ondizione di possibilit. L'indicazione che se ne pu ricavare, e che costituisce la ragione di questo libro, che per affermare una libert autentica necessario allon tanare i fumi dell'alcool consumistico e ritornare ad una condizione di sobriet, che in primo luogo vuol dire capacit di disporre del bisogno, che incatena al mer cato e nel mercato. Capacit di accettare, prima ancora che riconoscere i limiti d ella biosfera, il limite che riguarda ciascuno di noi. Riguadagnare un senso del bene che sia comune non come pura somma di interessi individuali. Perch non si p ossa pi immaginare di scrivere un racconto come quello di Gopi, che troverete pi a vanti, n come quello con cui avevo iniziato queste riflessioni prima di cancellar le per errore dal computer, e che riscrivo qui sotto. L'orario di lavoro terminato: Marco, finalmente, esce per tornarsene a casa. Dop o aver preso posto nell'automobile, parcheggiata poco lontano in mezzo a tante a ltre, si immerge nel traffico, intenso come sempre a qualsiasi ora del giorno. S pesso procede a velocit ridotta e per giungere a casa costretto a impiegare un te mpo molto pi lungo di quanto sarebbe realmente necessario. Quando finalmente varca la porta del suo appartamento, Anna, la moglie, sta vuot

ando sul tavolo della cucina le borse di plastica del supermercato in cui, di ri torno dal lavoro, passata a fare la spesa. Non ha ancora avuto il tempo di togli ersi le scarpe, perch i surgelati vanno messi subito nel congelatore. Un saluto frettoloso, poi lui va a cambiarsi per mettersi pi comodo mentre lei co mincia a preparare per la cena, aprendo un paio delle confezioni di surgelati ap pena acquistate e tirando fuori da un armadietto una busta di minestra pronta. Nella sua stanza, Andrea, il loro unico figlio, studente alle superiori, non li ha sentiti nemmeno entrare: al telefono con un amico e tiene lo stereo a tutto v olume. da quando uscito per andare a scuola che non vede i suoi; per il pranzo s i arrangiato scaldando qualcosa che la madre gli ha lasciato dal giorno prima. Quando la cena pronta, Marco costretto a bussare per chiamare il figlio. A tavol a, la conversazione non molto animata: tutti e tre sono presi dalla televisione, che trasmette un programma di giochi a premi. Solo nelle pause pubblicitarie la conversazione sembra riprendere, ma per poco, perch capita sempre che ci sia uno spot che piace e che distrae qualcuno nel bel mezzo di una frase, che rimane a met. Terminata la cena, Anna riordina il tavolo e riempie la lavastoviglie, mentre la televisione manda in onda un telefilm che, poi, lei si fermer a guardare. Marco affonda nella poltrona davanti al televisore del soggiorno, col telecomando in m ano per dribblare la pubblicit passando da un canale all'altro: alla fine riuscir a non vedere un solo programma per intero. Andrea se ne torna in camera sua per finire i compiti, ma poi si lascia prendere dalla tentazione di superare un nuov o livello dell'ultimo videogame installato nel computer. Al termine della giornata, per tutti giunge infine il meritato riposo. Anna cost retta a prendere una pasticca, un piccolo aiuto per non passare qualche ora a sc rutare il soffitto con gli occhi che ostinatamente non vogliono chiudersi. Domani un altro giorno, ma non come gli altri: sabato, il giorno dedicato allo s hopping. Anna e Marco potranno finalmente concedersi quei piccoli lussi che rend ono pi sopportabile un lavoro poco gratificante. Passeranno il pomeriggio al cent ro commerciale, fermandosi a cena al ristorante di una celebre catena di fast fo od. Andrea, invece, che ormai autonomo, andr con il suo scooter grintoso, in compagni a degli amici, a ''cuccare'' tra le ragazze del quartiere, e alla sera tutti in birreria, dove fanno vedere gli ultimi videoclip, c' un sacco di musica e... s, ca pita anche che giri ''roba'' pesante, da sballo, ma per ora a lui non interessa, anche se si fa fatica a mandare gi ''questa vita di merda'', senza futuro. NOTE (1) P. Menzel, Material World: a global family portrait, Sierra Club Books 1995, cit. in M. Dinucci, Il sistema globale, Zanichelli, Bologna 1998, pp. 96-97. (2) Si veda per questo il capitolo terzo. (3) Per assicurare consumi futuri per s o per i figli, anche in assenza di un red dito sufficiente; questo era l'atteggiamento comune almeno fino alla generazione dei primi anni del secolo. (4) Per liberare, a parit di consumi ottenuti mediante il salario e ritenuti suff icienti, pi tempo da dedicare ad attivit diverse, estranee alla logica di mercato (v. capitolo sesto). (5) Da Henry Ford, fondatore della omonima fabbrica di automobili, che per primo sostenne e oper le strategie descritte, p.es. introducendo in fabbrica la catena di montaggio. (6) M. Revelli, La sinistra sociale. Oltre la civilt del lavoro, Bollati Boringhi eri, Torino 1997, p. 41. V. anche G. Lunghini L'et dello spreco. Disoccupazione e bisogni sociali, Bollati Boringhieri, Torino 1995, p. 22 ss.; Lunghini spiega c he se la produzione cresce come la produttivit, e se il mercato prevalentemente i nterno, soltanto con una politica di alti salari la produzione e dunque i profit ti possono essere realizzati". (7) M. Revelli, ibidem. A titolo di esempio, la Ford mod. T costava nella prima met degli anni Venti 290 dollari, meno di tre mensilit di salario di un operaio Fo

rd e quasi un quarto del prezzo iniziale del 1908. (8) J. Rifkin, La fine del lavoro, Baldini & Castoldi, Milano 1997, p. 48. (9) Ibidem, p. 49. (10) Interessante notare come dalla definizione principale del termine mancanza di qualcosa che sia indispensabile o anche solo opportuna, o di cui si senta il desiderio", derivi il significato di indigenza, povert: essere nel bisogno". Da q uesto punto di vista, il consumismo potrebbe definirsi come la promessa di super are, nell'orizzonte del mercato, una povert psicologica" che esso stesso alimenta e che non necessariamente coincide con quella socio-economica. (11) Le emissioni di CO2 dovute al consumo di energia da combustibili fossili, p er esempio, sono di 20 tonnellate pro-capite all'anno per uno statunitense, cont ro 12 di un tedesco, 9 di un giapponese e 0,8 di un indiano; cfr. Wuppertal Inst itut, Per una civilt capace di futuro, EMI, Bologna 1996, p. 9. (12) Un esempio per tutti: quanti sono gli spot di autovetture che le ritraggono nelle loro reali condizioni di impiego e si limitano ad informare sulla loro bo nt tecnica? Solitamente si vedono utenti-tipo (uomini virili" in compagnia di bel le donne per auto sportive, famigliole con due figli piccoli _ e non di pi _ per le familiari ecc.) percorrere strade invariabilmente vuote, che suggeriscono un' idea di libert di movimento che sar ben difficile riuscire a sperimentare in concr eto. Per non parlare, poi, dello stuolo di rospi che, grazie al passaggio tra gl i interni di un'automobile, viene trasformato in un gruppo di principi nudi... (13) E' emblematico il recente caso dello spot Omnitel, che ha lanciato nel mond o dello spettacolo una modella sconosciuta e ha addirittura ispirato la stesura di un romanzo (la cui pubblicazione stata sponsorizzata dalla Omnitel stessa). (14) Sull'evoluzione dell'economia capitalista dalle sue origini nell'Europa del tardo Medioevo fino ai nostri giorni, vedere G. Arrighi, Il lungo XX secolo, Il Saggiatore, Milano 1999. (15) Secondo la ben nota legge della domanda e dell'offerta, appunto, se la prim a alta e la seconda scarsa, chi vende pu mettere gli acquirenti in concorrenza tr a loro per obbligarli ad accettare il prezzo pi alto possibile, mentre, in caso c ontrario, chi compra a mettere in concorrenza i venditori per ottenere il prezzo pi basso possibile. V. in proposito A. Smith, La ricchezza delle nazioni, Newton Compton, Milano 1995, pp. 100-102. (16) G. Caligaris, Valori, etica ed economia, in AA.VV., Capitali coraggiosi Ed. AlfaZeta, Parma 1996, p. 23. V. anche H. Dussel, Etica comunitaria, Cittadella Editrice, Assisi 1988, p. 127 ss. e K. Polanyi, La grande trasformazione, Einaud i, Torino 1974, pp. 70-71. (17) Il mito racconta che il Re, gi ricco ma avido di ulteriori ricchezze, chiese agli di il dono di trasformare in oro tutto ci che avesse toccato. Essendo stato esaudito, quando credeva di aver raggiunto la felicit si accorse di non poter por tare alla bocca pi nulla di commestibile e mor di fame. (18) S. Cremaschi, Il commercio, le passioni, la virt. Discussioni su etica ed ec onomia fra Seicento e Settecento, in AA.VV., La porta stretta. Etica ed economia negli anni '90, Franco Angeli, Milano 1993. (19) A. Smith, La ricchezza delle nazioni, cit., I.2, p. 73. (20) Ibidem, IV.2, p. 383. (21) Ibidem, II.1, p. 261; sottolineatura mia. (22) Cfr. G. Devoto - G.C. Oli, Il dizionario della lingua italiana, Le Monnier, Firenze 1998. (23) In M .108 D .108 M tutti e due gli estremi hanno la stessa determinatezza di forma economica. Sono entrambi merci e merci della stessa grandezza di valore. M a sono al tempo stesso valori d'uso diversi dal punto di vista qualitativo e il processo ha per suo contenuto lo scambio sociale'': F. Engels, Riassunto del Cap itale'', Newton Compton, Milano 1977, p. 31. (24) Una somma di denaro pu distinguersi da un'altra solamente per la sua grandez za; D .108 M .108 Dl1 ha le sue premesse, quindi, solo nella diversit quantitativa d egli estremi''. _ Ibidem. (25) Gli economisti parlano infatti di ciclo economico'', ciclo dell'accumulazio ne'' ecc. (26) Da ci si capisce perch un'economia (capitalista di mercato) considerata in bu

ona salute solo se in crescita, cio solo se genera continuamente maggiore ricchez za (monetaria). Inoltre si spiega come sia possibile che nelle mani di alcuni si concentrino ricchezze talmente grandi da eccedere ogni ragionevole possibilit da parte loro di godere del loro utilizzo. (27) Secondo Marx, che riprende la teoria classica, il valore di un prodotto equ ivale alla quantit di lavoro necessario per produrlo, quindi se il fine dell'econ omia l'aumento del capitale sar necessario destinare allo scopo una parte della r icchezza generata dal lavoro, con ci sottraendola al lavoratore che ne il legitti mo proprietario. Per questa interpretazione v. F. Engels, Riassunto del Capitale '', cit., p. 35 ss. _ E. Dussel, cit., p. 125 ss. Per una presentazione invece c omplessiva della questione v. E. Chiavacci, Teologia morale e vita economica, Ci ttadella Editrice 1985, p. 56 ss. (28) E' curioso come la parola bene'' sia usata in economia, al plurale beni'', per distinguere quelle merci che hanno un contenuto materiale da quelle che non ce l'hanno, i servizi''. In quest'uso linguistico mi sembra di poter rintracciar e ancora una volta la riduzione del bene all'utile o, al contrario, l'estensione della razionalit del mercato ad ogni altro ambito. (29) V. p. 33. (30) Mi spinge a pensarlo anche il fatto che le religioni, in genere, collochino in alto il luogo privilegiato dell'incontro con il divino. Vedo una forte corre lazione tra l'idea che la divinit non sia affetta dalle limitazioni umane e quell a che, sulla montagna, l'uomo stesso sia un po' meno limitato, riducendo cos la d istanza, non solo fisica, che lo separa dalla stessa divinit. (31) A. Castegnaro (a cura), Il prezzo del consumo, EDB, Bologna 1994, p. 24. (32) Si pensi, p. es., alla brevettazione delle specie vegetali geneticamente mo dificate per germinare una sola volta, in modo da obbligare gli agricoltori a ri fornirsi continuamente dal produttore anzich conservare una parte del raccolto pe r la semina, come si sempre fatto da che l'uomo coltiva la terra. (33) A. Castegnaro, Il prezzo del consumo, cit., pp. 36-37. (34) V.F. Hirsch, I limiti sociali dello sviluppo, Bompiani, Milano 1981. (35) A meno di violare consapevolmente le norme che governano il mercato, compie ndo un furto o una truffa; in tal caso non se ne uscirebbe, ma si verrebbe comun que relegati ai margini, nell'illegalit. (36) V.I. Illich, Bisogni, in W. Sachs (a cura), Dizionario dello sviluppo, Ediz ioni Gruppo Abele, Torino 1998.

Capitolo terzo A che punto il benessere degli altri popoli di FRANCESCO GESUALDI In questi anni ho visto i volti delle vittime, delle nostre vittime, delle vitti me della violenza, che non solo quella dei fucili, ma anche quella economica. No i spesso non riusciamo a capire perch non vediamo le vittime in faccia e non ne s entiamo il grido. Alex Zanotelli Vita a Dim-el-Pur Anche per quel giorno, il sole era tramontato. Gopi si avviava verso casa. Sping eva avanti le vacche e in spalla l'aratro e il giogo. I rumori dei trattori, o a ltri mezzi a motore, a Dim-el-pur non danno noia. Gopi ha mezzo ettaro di terra. Ne coltiva una buona parte a riso e il resto a canna da zucchero. Le coltivazio ni sono concentrate nei mesi da maggio a dicembre. Praticamente il periodo delle piogge e quello subito successivo. Poi ci sono quattro mesi di secca assoluta e d eccetto il pezzetto che coltiva a ortaggi, finch il sole non brucer anche quello , per quel periodo il terreno rimane incolto. Diventa duro come un masso e per p

oterci coltivare bisognerebbe avere canali di irrigazione che nella zona non ci sono. Quando arriva a casa la sera, Gopi trova sempre lo stesso quadro: il piccolo Nim ai nudo seduto per terra, ormai incapace perfino di piangere, tanto l'ha fatto t utto il pomeriggio. Fa una nenia che sa mezzo di lamento, mezzo di cantilena, ri petuta per forza d'inerzia. Sua moglie Sabia affaccendata a preparare il riso pe r la cena, ma contemporaneamente grida ordini ai figli pi grandi: di accendere il fuoco, di andare a prendere la capra, di lavare Nimai, di accendere la lampada a olio, di preparare le verdure. Nimai non ce la fa pi e senza riso e senza latte , dopo un ultimo pianto, finalmente si addormenta sulla stuoia, nello spazio ant istante alla capanna. Dopo un'ora la cena pronta: il solito riso bollito, questa sera con contorno di zucche. Dopo mangiato la figlia maggiore rigoverna: con un a buona dose di paglia, cenere e acqua di pozzo i piatti di ottone vengono lustr i che mai. Quanto alle posate, non ci sono problemi: si mangia con la mano destr a. Dalle altre famiglie non viene pi nessun rumore. Sono gi tutti sdraiati. Solo i n lontananza si sentono i lamenti degli sciacalli e il gracchiare delle rane in amore. Anche la famiglia di Gopi tira fuori la stuoia e si addormenta accanto a Nimai. Al mattino, al primo albeggiare, Nimai d la sveglia. Nessuno mette tempo in mezzo per alzarsi. Quella l'ora dello svuotamento degli intestini e ognuno, col suo p entolino dell'acqua in mano, si avvia verso i campi. Chi tardi arriva, male allo ggia! A igiene personale effettuata, si pulisce la casa. Tutte le donne vi sono occupate: Sabia e le figlie. La casa consiste in una sola stanza con muri di fan go e un enorme tetto di paglia. Praticamente tutta la vita si svolge fuori casa. La casa serve per dormirci d'inverno e riporvi il riso. Via via ognuno prende l a sua colazione: l'acqua del riso della sera precedente con qualche chicco dentr o. Gopi, dopo la colazione si avvia al campo. Zefira che ha dieci anni, si prend e cura di Nimai e della ricerca della legna per la giornata. Altap che ha dodici anni penser alla capra e ad aiutare il babbo se ne ha bisogno. Sabitri che ha so lo otto anni, per quest'anno andr a scuola: due ore al giorno. Poi, chiss? Dipende da tante cose: se la mamma non scodella un altro fratellino, se non succedono d isgrazie in famiglia. Com' appena successo alla famiglia accanto: il figlio maggi ore ha cominciato ad irrigidire le gambe e le braccia, a inarcare il busto. I pa renti hanno capito subito di che si trattava, ma per non avere la coscienza spor ca l'hanno caricato su un carro di buoi e dopo due ore di stradicciola polverosa e piena di buche sono arrivati a un piccolo centro sanitario. Ma... non c' stato niente da fare. Il sanitario l'ha rimandato a casa senza neanche toccarlo: teta no. Oggi giorno di mercato e Gopi, come tutti gli altri, non pu mancare. Per questo t orna a casa un po' prima. Desina: riso bollito e peperoncini. Poi prende sei uov a che gli ha fatto la gallina e va al mercato: due ore a piedi, ma a Gopi non me ttono pensiero. Il peggio che ha dovuto mollare le sue uova per 30 lire di meno, su un importo totale di 150 lire. Per questo ha deciso di rinunciare anche al m ezzo etto di pesciolini che intendeva comprare per la cena della sera. Far la sor presa ai suoi bambini la settimana prossima. Lo squilibrio Nord/Sud Questo racconto non una storia di altri tempi. una storia dei nostri giorni, del pianeta terra. la condizione di vita dei pi, ma ci fa meraviglia perch viviamo fu ori dal mondo. Come i principi del passato, che nel chiuso delle loro tenute pensavano che tutt i vivessero nell'agiatezza, mentre i contadini fuori dalle mura vivevano di sten ti e di fatica, cos anche noi, nel chiuso del nostro consumismo, pensiamo che tut ti vadano in automobile, che mangino 4.000 calorie al giorno, che abbiano un fri gorifero, un televisore, la lavatrice, la lavastoviglie, il forno a microonde, u n guardaroba pieno di vestiti inutili, che dispongano di corrente elettrica in q uantit. La realt che questa condizione riservata solo al 20% dell'umanit, quasi tutta conc entrata in Europa occidentale, in America del Nord, in Giappone, in Australia. I

l resto della popolazione mondiale, cio i quattro quinti, vive in una condizione simile a quella di Gopi o addirittura peggio. Secondo le statistiche della Banca mondiale, infatti, Gopi classificabile come povero, ma non dell'ultimo scalino. Oltre la sua c' un'ulteriore categoria che quella dei poveri assoluti, gente che vive in una condizione al limite della sopravvivenza. Chi vive nella povert asso luta non ha una casa degna di questo nome, non ha vestiti di ricambio, non ha sc arpe, non ha sapone per lavarsi, non ha la garanzia di un piatto di minestra tut ti i giorni. Gli economisti tracciano i confini della povert assoluta calcolando il reddito ne cessario per soddisfare i bisogni fondamentali. Per quanto sia difficile traccia re un valore valido per tutto il mondo, il limite di demarcazione della povert as soluta stato fissato a 365 dollari all'anno. Ma la povert assoluta molto di pi di una condizione economica. Gli orrori della povert assoluta si estendono a tutti g li aspetti della vita personale: suscettibilit alle malattie, analfabetismo, stat o di sottomissione e di totale insicurezza. Non possibile definire con precisione quanti sono i poveri assoluti, perch non es istono censimenti accurati sulla condizione economica e sociale della gente del Sud del mondo. Considerata la scarsit di dati certi, inevitabile il balletto dell e cifre. Fra le fonti ufficiali, il Rapporto sullo Sviluppo Umano del 1997 (1) a fferma che i poveri assoluti sono un miliardo e 300 milioni, ma questa cifra sal e a oltre tre miliardi se si considerano anche coloro che sono appena sopra la l inea di demarcazione. Si pu dunque affermare che il 70% della popolazione del Sud del mondo vive in condizione di povert estrema. Al di l delle divergenze sul numero di poveri assoluti esistenti nel mondo, tutti concordano nel dire che gli squilibri fra Nord e Sud sono profondissimi, tant' c he ogni abitante del Nord dispone, mediamente, di una ricchezza che 21 volte sup eriore a quella di ogni abitante del Sud. Non a caso il Nord del mondo usa pi dei due terzi dei metalli e del legname prodotti a livello mondiale, brucia il 70% di tutta l'energia prodotta nel mondo e mangia il 60% di tutto il cibo raccolto sul pianeta Prodotto consumo ord supera quello de l Sud Alluminio Carta Legno Energia Carne Fertilizzanti Cereali Acqua potabile Fonte: Durning 1994 (3) Il rovescio della medaglia dei consumi sono i rifiuti e il Nord, naturalmente, h a il primato anche in questo campo. In cima alla lista troviamo i nordamericani con 720 Kg di rifiuti annui pro-capite (4); ma neanche gli Italiani se la cavano 42% 61% 60% 48% 3 81% 76% 75% 6 5 3 86% 14 10 10 19 % consumata nel Nord Quante volte il pro-capite del N

male, con 455 Kg annui(5). Nel Sud del mondo si va da una produzione quasi null a, nelle campagne, a una produzione vicina a quella europea nei quartieri alti d elle citt. Di media, tuttavia, i cittadini di New York buttano via tre volte di p i degli abitanti di Calcutta o di Manila. Ma ancora pi preoccupante della spazzatura sono gli scarichi industriali nei cors i d'acqua e le emissioni di gas come l'anidride carbonica e i clorofluorocarburi responsabili dell'effetto serra e dei buchi d'ozono. Il Nord del mondo ha il pr imato anche di questi rifiuti sia in termini assoluti che pro-capite. Il Nord sfrutta il Sud noto che il Nord ha costruito la sua industria in secoli di sfruttamento, ma i b enpensanti tagliano corto e affermano che poich produce molto, ha diritto a consu mare molto. Il Nord, tuttavia, non consuma solo del suo. Per rendersene conto ba sta esaminare da dove vengono alcuni prodotti fondamentali. Per funzionare, il sistema industriale ha bisogno di energia, e poich il petrolio il prodotto energetico pi maneggevole e multiuso fino ad ora trovato, la societ i ndustriale si fonda sul petrolio. Il Nord oggi produce il 49% del petrolio mondi ale, ma ne consuma il 71%. Il maggior consumatore in assoluto l'America del Nord (Canada e USA) e bench sia anche un grande produttore, deve importare circa la m et del suo fabbisogno. Il consumo pro-capite di un nordamericano 31 volte pi alto di quello di un africa no. Se improvvisamente tutti i cittadini del mondo consumassero come i nordameri cani, le riserve mondiali di petrolio si esaurirebbero in 8 anni anzich in 50. Lo squilibrio nei consumi pro-capite di energia Stato o regione te USA Australia Russia Giappone Italia Medio Oriente e Nord Africa America Latina Africa sub-sahariana Asia meridionale 57 262 446 559 1194 149 124 7,4 3 2,5 0,7 0,6 Abitanti (milioni) 258 18 12,2 10 Consumo pro capi (Kg/giorno) 21,7 14,6

Fonte: Elaborazione dati World Bank, 1995 L'industria dipende da un centinaio di minerali e anche se la plastica e i micro circuiti hanno ridotto la quantit di minerali incorporati nei singoli oggetti, ne ll'insieme se ne consumano di pi perch la produzione in costante aumento. Nel 1988 il Nord ha consumato i 2/3 dell'alluminio, del rame e del piombo prodot ti a livello mondiale (6). Dunque, il consumo di metalli fortemente concentrato n elle nazioni ricche. La produzione, viceversa, diffusa su tutto il pianeta e se c onsideriamo gli otto minerali di metallo pi utilizzati, scopriamo che l'estrazion e di quasi tutti avviene per il 50% nel Nord e per il 50% nel Sud.

Dal Sud importiamo anche molti prodotti agricoli che si possono classificare in due grandi gruppi: le materie prime e i prodotti alimentari. Al primo gruppo appartengono le fibre tessili (cotone, sisal, juta), il caucci, l'ol io di palma e il legname. Al secondo gruppo appartengono prodotti tradizionali c ome il caff, il t, il cacao, le arachidi, le spezie. Ma la lista tutt'altro che es aurita, perch il Nord, sempre pi ricco, incalza con nuove esigenze. Ad esempio, qu ella di disporre lungo tutto l'anno di verdura fresca. Anche nel settore della c arne il Sud occupa un posto di rilievo. Ne vende agli Stati Uniti che pur essend o il pi grosso produttore del mondo non arriva a coprire il fabbisogno interno. M a ne vende anche alla CE alla ricerca di carne a basso costo da destinare alla p reparazione di cibi surgelati e in scatola. L'appetito dei consumatori del Nord naturalmente non esclude il pesce. Paesi com e il Bangladesh, l'India, il Senegal sono fra i pi grandi esportatori di gamberet ti, mentre dalla Thailandia, dalla Mauritania e dal Marocco provengono le pi gros se quantit di polpo surgelato. Il Sud del mondo non ha iniziato a esportare prodotti agricoli per scelta, ma pe r imposizione. Una via utilizzata dai colonizzatori per obbligare i contadini a produrre per l'esportazione, fu quella fiscale. In Vietnam fu imposta una tassa sul sale, sull'oppio e sull'alcool, mentre in Sudan furono tassati separatamente i raccolti, gli animali e le case. Nelle colonie francesi dell'Africa Occidenta le le pene per gli ''evasori fiscali'' comprendevano la presa in ostaggio di don ne e bambini, l'incendio delle capanne, la fustigazione e il patibolo per divers i giorni. Per procurarsi il denaro necessario al pagamento delle tasse i contadi ni erano costretti a produrre per il mercato. Ma poich il mercato interno era qua si inesistente, i contadini non avevano altra scelta che coltivare i prodotti ri chiesti dall'economia europea. Cos, milioni di contadini si spostarono dalla prod uzione di cibo a quella per l'esportazione in un regime di grande sfruttamento d ovuto ai bassi prezzi. In altri casi dovevano vendere il loro lavoro nelle piantagioni degli europei. I n effetti, dove le terre erano buone, gli europei se ne impadronivano costringen do gli abitanti originari a ritirarsi su terre pi povere e aride. Ecco l'inizio d ell'impoverimento e della fame. I meccanismi dello sfruttamento Dimostrato che la nostra ricchezza si basa sulle risorse rastrellate a livello p lanetario, si tratta di capire attraverso quali meccanismi riusciamo a risucchia re le risorse di tutto il pianeta per far funzionare la nostra immensa macchina produttiva ed alimentare la nostra voracit consumistica. Schematicamente si pu dire che le vie attraverso le quali il Nord, per il tramite delle imprese e in particolar modo delle multinazionali, si arricchisce alle sp alle della gente del Sud sono tre: il controllo commerciale, lo sfruttamento del lavoro e il debito. Vediamole brevemente una per una cominciando dal controllo commerciale. La via del controllo commerciale Sappiamo bene che il potere economico del Nord ha sempre guardato alle risorse d el Sud con molto interesse, non solo perch erano di fondamentale importanza per l a crescita industriale, ma anche perch erano occasione di grande guadagno. Ad ese mpio nel 1600 la Compagnia Olandese delle Indie Orientali guadagnava fino al 1.0 00% sui carichi di t che trasportava in Europa. Per questo noi abbiamo preso il v izio del t, del caff e del tabacco e le terre di interi paesi del Sud del mondo ha nno smesso di produrre cibo per i bisogni locali e si sono trasformati in produt tori per l'esportazione. Fino a 50 anni fa i mercanti del Nord si appropriavano in maniera quasi gratuita delle materie prime del Sud grazie alla forza militare. Oggi, invece, usano la forza economica. Per semplificare: con l'indipendenza successo che la produzione delle materie prime passata nelle mani dei contadini e delle imprese locali, ma nessuno di loro ha la struttura per farla arrivare direttamente ai paesi consum

atori. In realt essi non hanno altra possibilit che quella di vendere ad alcune mu ltinazionali che fanno il bello e il cattivo tempo. Per ogni materia prima c' un pugno di multinazionali che controlla la sua commercializzazione. Nel caso delle banane esse sono Chiquita, Dole e Del Monte. Nel caso del caff sono Nestl, Cargil l, Philip Morris. Nel caso del t la Unilever la grande padrona. Esse hanno tutto l'interesse a mantenere basso il prezzo di acquisto e per tener e a bada le variazioni nel breve periodo usano essenzialmente la speculazione, m entre per le tendenze di lungo periodo agiscono attraverso i propri governi. Ad esempio fino al 1989 per il caff esisteva un accordo intergovernativo che tendeva a mantenere il prezzo ad un livello abbastanza alto. Poi l'accordo stato abolit o e il prezzo del caff si dimezzato mandando in rovina migliaia di contadini. Ogg i, nonostante l'insistenza di tutti i paesi del Sud, non si riesce a rifare un a ccordo e gli Stati Uniti hanno abbandonato definitivamente il tavolo delle tratt ative. La via dello sfruttamento del lavoro Noi siamo abituati a pensare che i prodotti provenienti dal Sud del mondo siano solo i prodotti agricoli (caff, t, cacao, banane, ananas) e minerali come il rame, il cromo, lo stagno, la bauxite. Ma da quando le multinazionali hanno preso il sopravvento, anche molti prodotti industriali incorporano lavoro del Sud. Il fen omeno particolarmente evidente nel settore tessile, calzaturiero ed elettronico, ma coinvolge anche quello dei giocattoli, della metalmeccanica e addirittura de gli orologi. Per le multinazionali, infatti, il mondo come un unico villaggio dove i lavorato ri sono tutti in fila a chiedere lavoro e loro lo danno a quelli che a parit di m ansione chiedono il prezzo pi basso. Cos succede che molti prodotti industriali ch e noi consumiamo, contengono pezzi prodotti in diverse parti del mondo. Quelli c he richiedono pi tecnologia e pi competenza sono prodotti nel Nord del mondo, ma v ia via che cala la tecnologia e la competenza le lavorazioni si spostano nel Sud del mondo passando per l'Europa dell'Est. La convenienza per le multinazionali enorme. Ad esempio, mentre in Europa la pag a oraria di un operaio qualificato si aggira sulle 15.000 lire, in Cina di 2.250, nell'Isola di Maurizio di 1.430, in Polonia di 1. 250, in India di 650 e in Vietnam addirittura di 375 lire. Nel settore calzaturi ero una multinazionale che praticamente produce le sue scarpe quasi totalmente n el Sud del mondo la Nike. Su 500.000 persone che lavorano per lei solo 21.800 ab itano nel Nord del mondo. Gli altri 478.200 abitano nel Sud. Fino a qualche temp o fa i paesi prediletti erano la Corea del Sud e Taiwan. Ma oggi la produzione s i sposta sempre pi in Indonesia. Qui gli operai lavorano 270 ore al mese e sono p agati meno di 40 dollari al mese. Nel settembre 1992 gli operai della fabbrica P T Sung Hwa Dunia, appaltatrice della Nike, scesero in lotta per ottenere il sala rio minimo previsto dal governo, che fra l'altro copre appena il 31% dei bisogni vitali di una famiglia di quattro persone (7). Naturalmente stiamo parlando del le paghe degli adulti, perch i bambini prendono molto meno. Nelle fabbriche indon esiane la paga media di un bambino che lavora otto ore al giorno per sei giorni la settimana di 18 dollari al mese. In conclusione, su un paio di scarpe della Nike il lavoro di fabbricazione incid e solo per il 2,3%. Tutto il resto sono costi pubblicitari, amministrativi e nat uralmente profitti. Naturalmente abbiamo parlato solo dei salari da fame che prendono i lavoratori d el Sud, ma l'incendio avvenuto il 10 maggio 1993 in Thailandia, nella fabbrica d i giocattoli Kader, di propriet di una multinazionale cino-thailandese ha portato alla ribalta una situazione terrificante anche dal punto di vista della sicurez za del lavoro. Durante l'incendio hanno perso la vita 189 lavoratori e altri 500 sono rimasti feriti perch erano chiusi a chiave dentro lo stabilimento. Anche dal Guatemala giungono testimonianze incredibili, come mostra questo rappo rto apparso su ''The New Internationalist'' del novembre 1992: ''Le donne del se ttore tessile sono pagate meno di un dollaro al giorno e subiscono frequenti abu si sessuali. Nella fabbrica Lucasan, ogni 15 giorni sono messe in fila e sono co

lpite alla pancia per scoprire chi incinta. Chi lo , viene licenziata in tronco. Se le operaie tentano di organizzarsi, le fabbriche vengono chiuse e riaperte do ve il sindacato non esiste ancora. Aura Marina Rodriguez, un'attivista sindacale alle dipendenze della multinazionale Phillips Van Heusen, stata assassinata nel 1992''. Dal Messico, invece, giungono segnali di gravi dissesti ambientali. Nella region e di Matamoros, subito al di l del confine, sono state trasferite centinaia di fa bbriche statunitensi chiamate maquiladoras. Molte sono chimiche, attratte in Mes sico, oltre che dai bassi salari, anche dalla tolleranza ambientale. Gli scarich i industriali, che negli Stati Uniti dovrebbero essere trattati con metodi costo si, in Messico sono buttati direttamente nei fiumi da cui si attinge l'acqua da bere. L'aria contaminata con vari gas tossici. Risultato: fra il 1983 ed il 1991 , nella regione di Matamoros, sono nati 80 bambini anencefali, cio, senza cervell o. L'incidenza di questa malattia a Matamoros cinque volte pi alta della media na zionale. Al solito, a pagare le spese della politica del profitto sono i pi debol i. La via del debito (8) Il debito uno dei capitoli pi scellerati dei rapporti Nord/Sud ed l'insulto peggi ore subto dalle gente del Sud perch stato orchestrato dalle banche del Nord e dall e lite del Sud quasi esclusivamente per servire i loro interessi privati. La storia del debito risale al 1973, allorch le banche del Nord si ritrovarono co n molto denaro depositato dagli emiri arabi a seguito del vertiginoso aumento de l prezzo del petrolio. Ma quelli erano anni di crisi e non era facile collocare denaro nel Nord del mondo. Per questo le banche si rivolsero ai governanti del S ud offrendo ogni sorta di incentivi. Purtroppo la maggior parte dei prestiti ric hiesti non erano per lo sviluppo nazionale, ma per finanziare vuoti nei bilanci pubblici dovuti alla corruzione, per costruire opere pubbliche di prestigio o ut ili solo a dare commesse alle industrie del Nord in cambio di laute bustarelle, per finanziare la fuga dei capitali, per l'acquisto di armi. I Paesi del Sud con tinuarono a chiedere prestiti alla leggera per una diecina di anni e nel 1982 il debito del Sud era gi di 750 miliardi di dollari. All'inizio le condizioni offerte dalle banche sembravano vantaggiose perch gli in teressi erano molto bassi. Ma nel tempo aumentarono e venne il momento in cui i governanti del Sud dovettero ammettere di non essere in grado di ripagare il deb ito accumulato e si presentarono alle banche del Nord chiedendo nuovi prestiti e una serie di dilazioni di pagamento. Da quel momento cominci il vero calvario della gente del Sud perch le banche dichi ararono che avrebbero accolto le richieste dei governi del Sud solo se questi ul timi avessero accettato le regole imposte dal Fondo Monetario Internazionale (FM I). L'FMI un organismo sorto nel 1946 ed uno dei suoi compiti dichiarati quello di i ntervenire per riportare in pareggio i pagamenti con l'estero degli stati debito ri. Di fatto il FMI svolge questo compito solo con i paesi del Sud, perch gli Sta ti Uniti che sono il paese pi indebitato del mondo, non sono minimamente importun ati. Rispetto al debito, il FMI si pone solo il problema di fare riavere i soldi alle banche e ha imposto ai paesi del Sud di riorganizzare le loro economie in vista del pagamento del debito. Le scelte imposte dal Fondo Monetario Internazionale si chiamano ''politiche di aggiustamento strutturale'' e partono da una consider azione molto semplice: chi ha un debito da pagare, per riuscire a farlo, deve la vorare molto, vendere molto e consumare poco, in modo da disporre di un grande a vanzo. In altre parole, le nazioni devono produrre il pi possibile per l'esportaz ione, sfruttando ogni risorsa naturale vendibile, senza curarsi dei danni ambien tali e sociali che ne possono derivare. Inoltre, devono bloccare i salari e sval utare la propria moneta per rendere le proprie merci meno care delle altre e vin cere cos la concorrenza internazionale. Queste misure sono imposte anche per fare diminuire i consumi. Meno la gente gua dagna, meno compra. Meno vale la propria moneta, meno conviene comprare all'este

ro. Alle nazioni indebitate anche chiesto di aumentare i propri tassi di interesse p er scoraggiare sia gli acquisti a rate da parte della gente sia la richiesta di prestiti da parte delle imprese, anche se ci significa meno investimenti. Infine, richiesto ai governi di non spendere pi di quanto incassano. Di qui gli aumenti delle tasse e il taglio drastico ai loro bilanci. Le politiche del Fondo Monetario Internazionale stanno dando i loro frutti e dal 1982 al 1991 i paesi del Sud hanno ripagato al Nord 750 miliardi di dollari sol o per interessi. Se a questi si aggiungono altri 750 miliardi come rimborso di c apitale, risulta che in nove anni il Sud del mondo ha pagato al Nord 1.500 milia rdi di dollari. In effetti, il Sud del mondo, ogni mese deposita nelle casse del Nord 12 miliardi e mezzo di dollari, e perfino la poverissima Africa sub-sahari ana ogni mese versa al Nord un obolo di un miliardo di dollari. Ci nonostante il debito del Sud ancora di 1.500 miliardi di dollari! Cos siamo arrivati all'assurdo che il Sud povero finanzia il Nord ricco. Da vari anni, infatti, i capitali inviati dal Sud verso il Nord (per rimborso del debito e rimpatrio di profitti), superano quelli inviati dal Nord al Sud (per investim enti, prestiti, donazioni). Nel 1990, ad esempio, la perdita netta del Sud stata di 34 miliardi di dollari. Difficilmente si pu immaginare qualcosa di pi scandaloso del debito: accumulato pe r arricchire banche, imprese, governanti corrotti, sono ora i popoli a doverlo r estituire al prezzo di duri sacrifici. La parola d'ordine del Fondo Monetario In ternazionale ''tirare la cinghia''! E per popoli gi immersi nella miseria ci signi fica scendere al limite della sopravvivenza. In Guatemala, tra il 1986 ed il 199 0, i salari sono scesi del 30%. Il salario medio di un operaio di 105 dollari al mese, sufficiente a garantire solo il 40% dei bisogni minimi di una famiglia. Contemporaneamente, aumentata ovunque la disoccupazione. In Argentina, ad esempi o, tra il 1983 e il 1985 aumentata del 58%, perch quando si tratta di tirare la c inghia non si consuma solo di meno, ma si investe anche di meno. La politica del ''tira la cinghia'', naturalmente, si estende a tutti gli ambiti , compresi i bilanci pubblici. E poich contano pi i carri armati della gente, ad e ssere tagliati sono proprio i bilanci dell'educazione, della sanit, della previde nza sociale. Gli effetti di questi tagli sono disastrosi: ricompaiono malattie c ome la malaria, il tifo, il colera perch sono stati sospesi i servizi di igiene p ubblica e di medicina preventiva; rimonta l'analfabetismo perch sono stati sospes i i servizi scolastici di base; aumenta la fame perch sono stati sospesi gli inte rventi governativi per mantenere basso il prezzo dei generi alimentari, aumenta la repressione per soffocare la ribellione della gente. In molti casi, blocco dei salari, blocco degli investimenti, tagli delle spese p ubbliche, non vogliono dire solo impoverimento, ma morte. L'UNICEF afferma che i l debito, con le sue politiche di aggiustamento strutturale, provoca ogni anno l a morte di 500.000 bambini. I poveri del Sud pagano il debito con la morte, ma Susan George ci mette in guar dia: ''Il debito si sta ritorcendo anche contro di noi, abitanti del Nord del mo ndo''. Susan George elenca sei effetti negativi che chiama ''boomerang del debito''. 1) danni ambientali di dimensione planetaria: i Paesi del Sud, nel tentativo di ottenere sempre pi risorse da esportare permettono la distruzione delle loro fore ste e l'uso intensivo di fertilizzanti e pesticidi che avvelenano suoli, fiumi e mari; 2) invasione di droghe: molti paesi, stretti nella morsa dei bassi prezzi dei pr odotti di esportazione tradizionali (caff, cacao, cotone, ecc.) e dalla necessit d i avere valuta straniera, accettano che si espanda la produzione e l'esportazion e di droghe come cocaina, oppio e marijuana; 3) perdita di posti di lavoro: un Sud costretto a tirare la cinghia, fa meno ord inazioni al Nord con inevitabile ripercussione sull'occupazione; 4) crescita dell'immigrazione: quanto pi diventa difficile trovare un'occupazione e quanto pi diventa grave la situazione economica nel Sud del mondo, tanta pi gen te emigrer verso il Nord; 5) perdite fiscali: molte banche approfittano della difficolt di pagamento del Su

d per far risultare pi bassi i loro profitti. In molti paesi, infatti, la legge c onsente di far risultare come perdite i prestiti di difficile rientro. In questo modo, le banche dichiarano meno profitti e pagano meno tasse a discapito di tut ta la collettivit; 6) attentato alla pace planetaria: il debito provoca disagio e rivolte in tutto il Sud che prima o poi finiranno per coinvolgere anche il Nord. Giova ricordare che Saddam Hussein invase il Kuwait proprio perch non riceveva l'aiuto sperato pe r i debiti contratti facendo guerra all'Iran. Ecco la dimostrazione concreta che l'ingiustizia si ritorce anche contro i benes tanti ed ora di capire che abbiamo tutti la convenienza a costruire un mondo pi g iusto. NOTE (1) Rapporto sullo sviluppo umano: sradicare la povert. UNDP 1997, Rosenberg & Se llier, Torino 1998. (2) Rapporto sullo sviluppo umano: come ridurre le disuguaglianze mondiali. UNDP 1992, Rosenberg & Sellier, Torino 1993. (3) Ulteriori dati sulla disparit dei consumi mondiali possono essere trovati nel 9 Rapporto sullo sviluppo umano: i consumi ineguali. UNDP, 1998, Rosenberg & Sel lier, Torino 1999. (4) Rapporto sullo sviluppo umano: i consumi ineguali, cit. (5) Rifiuti e risorse, in Suppl. a Notizie verdi'', anno VIII, n. 3 (1999), ed. Forum risorse rifiuti, Venezia. (6) Lester Brown e altri, State of the World 1992, Petrini Editore, Torino 1993. (7) Vedi F. Gesualdi, Manuale per un consumo responsabile, Feltrinelli, Milano 1 999, pp. 22-35. (8) I dati riportati in questo paragrafo son ripresi da Nord/Sud. Predatori, pre dati e opportunisti (del Centro Nuovo Modello di Sviluppo), EMI, Bologna 19973. Altri dati si possono trovare in A. Castagnola, Cancellare il debito, EMI, Bolog na 2000.

Capitolo quarto A che punto il benessere dei nostri figli di ANDREA SAROLDI La terra non tanto qualcosa che i nostri padri ci hanno lasciato in eredit, quant o un bene che i nostri figli ci concedono in prestito. Lester R. Brown Pierino-l'amministratore Un giorno Pierino-l'amministratore riceve in cura da uno zio lontano un capitale immenso, con il compito di conservarlo, traendo la ricompensa del suo lavoro da gli abbondanti interessi di quel capitale, sufficienti a fargli condurre una bel la vita. Ma Pierino dice tra s: ''Questo capitale cos vasto! Se anche ne consumo u n po', chi si potr accorgere della differenza?''. E comincia a fare cos quel giorn o, il successivo e l'altro ancora..., abituandosi in tal modo a consumare un po' di capitale tutti i giorni. E anche se gli interessi diminuiscono insieme al ca pitale, lui non cambia le sue abitudini prodighe, sostituendo gli interessi che vengono a mancare con l'utilizzo di quote sempre pi alte di capitale! Passano gli anni e il capitale ormai ridotto all'osso. Pierino si sta spremendo il cervello per pensare alle scuse da raccontare allo zio il giorno in cui gli c hieder conto del patrimonio affidatogli, quando arriva una lettera dal paese lont

ano. La apre con apprensione e scopre che lo zio morto, lasciando i suoi beni al l'unico erede: il figlio di Pierino! Che cosa dir adesso Pierino a suo figlio? Che stato uno sciocco? Che non ha pensa to al suo futuro? Che gli ha rubato tutto? Interrogarsi sul benessere ''dei nostri figli'' significa porsi in una prospetti va storica e assumere il punto di vista delle generazioni future. Quali premesse di futuro ci sono nel presente? Se si va avanti cos, come sar la vita domani? Una societ - la sua cultura, la sua civilt, la sua ''politica'', nel senso pi alto del la parola - si giudica anche dalle prospettive che essa crea e dalle aspettative che essa ragionevolmente pone davanti ai giovani. Si sa che per i giovani avere la speranza di un futuro condizione indispensabile di vita. Togliere un futuro ai giovani o farglielo apparire come una minaccia o una catastrofe - piuttosto che come un terreno su cui costruire la propria vita - significa gettarli nel pi angoscioso non senso. Ma non quello che abbiamo fatto e stiamo ancora facendo? Le aspettative dei giovani e la realt La nostra generazione verr probabilmente ricordata come Pierino-l'amministratore, perch non siamo stati capaci di conservare per i nostri figli l'immenso capitale naturale, culturale e storico che abbiamo ricevuto in gestione. Stiamo lasciand o ai nostri figli un pianeta sotto molti punti di vista peggiore di come l'abbia mo trovato. La temperatura globale cresciuta, il buco dell'ozono si allargato, l e foreste sono state ridotte, le falde acquifere sono o inquinate o in pericolo di inquinamento, molte specie viventi sono in via di estinzione, i terreni sempr e pi erosi... e cos via. Il concetto semplice ed evidente: se consumiamo pi risorse della quantit rinnovabi le e immettiamo nell'ambiente una quantit di rifiuti superiore a quella che pu ess ere smaltita, il capitale naturale disponibile destinato a diminuire sempre pi, p eggiorando la qualit della vita che su quello si fonda. Consideriamo, ad esempio, il grafico riportato nella pagina a fianco, che mostra i risultati della simulazione svolta dall'quipe del MIT nel 1972 e aggiornata ne l 1992 (1).

(Nel testo originale sono presenti in questo punto due diagrammi non riproducibi li in questo formato. N.d.r.) La ''simulazione standard'', da I limiti dello sviluppo La societ mondiale procede quanto pi a lungo possibile seguendo la sua traiettoria storica, senza significativi cambiamenti di politica. Popolazione e produzione industriale crescono fino a che una combinazione di vincoli ambientali e relativ i alle risorse naturali toglie al settore del capitale la capacit di sostenere gl i investimenti. Il capitale industriale comincia a deteriorarsi pi rapidamente di quanto nuovi investimenti possano ripristinarlo; e allorch esso scende, anche i servizi sanitari e gli alimenti precipitano, riducendo la speranza di vita e fac endo salire il tasso di mortalit. Il grafico riporta l'andamento dei parametri che misurano il tenore di vita seco ndo i risultati della simulazione. Senza la pretesa di prevedere esattamente ci c he avverr da qui a cinquant'anni, la simulazione intende mostrare l'andamento qua litativo e la scala dei mutamenti descritti. Il risultato semplice e sconcertante: se non si interviene drasticamente sul con sumo delle risorse e, quasi di conseguenza, sul livello delle emissioni, la qual it della vita dei nostri figli sar peggiore della nostra. Il ''progresso'' ha gi fi nito la sua parabola ascendente e si gi passati sul versante del ''regresso''. Ma, quel che peggio, anche di fronte all'assottigliarsi progressivo delle risors e, la societ fa crescere le aspettative delle giovani generazioni. C' tutto un sis tema di persuasione, occulta o eclatante, che promette consumi sempre pi soddisfa

centi o addirittura esaltanti: i bambini vengono presi in ostaggio fin dalla pi t enera et dalle diverse forme di pubblicit, che mostrano mille oggetti - dai giocat toli al vestiario, dagli articoli sportivi ai prodotti musicali... - come necess ari e sufficienti alla loro felicit. Necessari, per cui il mancato acquisto/posse sso di quei beni provoca frustrazione; sufficienti, per cui l'acquisizione di qu ei beni l'orizzonte ultimo del desiderio. Mancano altre aspirazioni, altri valor i, altre forme di realizzazione di s. Si crea, quindi, un dissidio, nella psiche dei giovani, fra realt e desiderio. Il dissidio provoca malessere, disadattamento, volont di fuga: non hanno forse qui la loro radice tanti comportamenti devianti, di teppismo, di violenza, di uso di droghe, di rischio spericolato e addirittura di suicidio? Bisogner pur chiedersi perch questo tipo di comportamenti cresce con il crescere del cosiddetto ''benes sere''! La competizione assurda Messi di fronte, contemporaneamente, a minori risorse collettive e a maggiori al lettamenti individuali, i giovani hanno anche un'altra possibile scelta: quella della competizione, di una competizione che si far sempre pi aspra, perch sempre mi nori beni dovranno finire in un numero sempre pi ristretto di mani. Il sistema diventa estremamente selettivo e i giovani sono spinti a vedere la vi ta come lotta e gli altri come concorrenti. Questo genera in molti di loro un se nso di grande insicurezza, che talvolta si maschera di spavalderia irresponsabil e fino al delitto. Se una certa misura di competizione tra individui e tra gruppi salutare per la s ociet, perch tiene vive le energie e stimola la creativit, una competizione portata ai limiti distrugge la societ stessa: da una parte, infatti, si abbassa il livel lo etico, perch tutti i mezzi diventano leciti per sopraffare gli altri; dall'alt ra si moltiplica il numero degli sconfitti, che rischiano di diventare asociali o antisociali, perch la societ non in grado di offrire ad essi nuove opportunit. Dove la competizione va oltre una certa soglia, cade il consenso sulle fondament ali regole di convivenza e questa messa a rischio: la societ diventa convulsa, si frantuma in cento gruppi di interesse o di appartenenza, non si riesce pi a stab ilire un potere politico regolatore, con tutte le conseguenze che ci pu comportare . questo il tipo di societ che si profila per i nostri figli, se non cambia il mode llo di produzione e di consumo che oggi in atto. Il problema del lavoro Dove la competizione raggiunge livelli allucinanti nel mondo del lavoro. Si potr discutere se la crisi dell'occupazione un problema contingente o, invece, una co nseguenza strutturale dell'attuale sistema produttivo. Quel che certo che la dif ficolt di trovare occupazione viene sfruttata per aumentare il livello di competi zione: tra i lavoratori del Nord e del Sud del mondo, tra i residenti e gli ''im migrati'', tra le generazioni dei giovani disoccupati e degli anziani, ai quali viene ritardata l'et pensionabile, tra gli stessi giovani che domandano lavoro, a i quali vengono chieste sempre maggiori qualifiche e prestazioni a fronte di sem pre minori parametri di stipendio, di sicurezza sul lavoro, di provvidenze socia li. Lo Stato non solo non garantisce il lavoro ai giovani (che ne hanno un diritto r iconosciuto nelle Dichiarazioni univerarsali), ma consente che essi entrino in c ompetizione fra loro e con altri soggetti a favore dei datori di lavoro. La paura di non trovare lavoro, la necessit di accettare un lavoro qualsiasi, la dipendenza economica protratta forzatamente nei confronti della famiglia di orig ine, le forme di occupazione sempre pi precarie e l'accanimento nella lotta per i pochi ''posti'' disponibili tolgono spesso ai giovani d'oggi ogni slancio verso il futuro e ogni prospettiva di inserimento ''gioioso'' e impegnato nella socie t. Le grandi organizzazioni imprenditoriali stimano oggi ottimale - dal loro punto

di vista! - un tasso di disoccupazione che si avvicini al 20% (2). Questo livell o, infatti, permette loro di mantenere alta la concorrenza fra lavoratori, conco rrenza che li rende pi ''flessibili'' nelle loro richieste e nella rivendicazione dei loro diritti. Molti hanno notato in questi ultimi anni che quando in un Paese migliorano gli i ndici di occupazione la borsa invece di avere un rialzo conosce una flessione. L o strano fenomeno sembrerebbe indicare che la crescita dell'occupazione consider ata dagli investitori un parametro negativo! La cosa ha una sua logica, per quan to aberrante: l dove il mercato del lavoro pi flessibile, per effetto dell'alta di soccupazione, le imprese hanno maggiori margini di profitto e quindi i loro tito li in borsa si rafforzano. In questa situazione, quali prospettive di lavoro e di dignit sul lavoro si apron o per i giovani? Dilatazione dello spazio e contrazione del tempo I giovani di un secolo fa uscivano raramente dal ''loro mondo''. Questo coincide va, pi o meno, con il villaggio, il quartiere, la citt, la valle... Pochi i contat ti con l'esterno, pochi i viaggi, poche le forme di comunicazione. I giovani del 2000, invece, hanno come loro spazio di vita il mondo intero. Gli spostamenti r apidi e frequenti, gli incontri con persone che vengono da lontano, soprattutto i mezzi di comunicazione che portano in casa immagini e notizie da ogni punto de l pianeta (fino ad oggi la radio, i giornali, il cinema, la televisione; da oggi anche internet) gli consentono di avere il mondo come orizzonte ordinario della loro esistenza. la globalizzazione, psicologica e culturale. Sarebbe un fatto p ositivo, se essi conservassero punti di riferimento precisi. Capita invece spess o che i giovani d'oggi non riescano a dominare questo spazio, a farlo veramente proprio. Si ritrovano come ''dispersi'' in un universo che li estranea, che li f a sentire senza radici e senza orizzonte. La mancanza del limite spaziale li get ta nell'indefinito. Ne consegue un bisogno di ''raggruppamento'', di appartenenza, che spesso li vin cola in maniera eccessiva al gruppo o al ''branco''. Pur di avere un'identit e un o spazio protetto, si chiudono in un universo ristretto di segni, di comportamen ti, di idee, fino a diventare talvolta fanatici, razzisti, intolleranti del ''di verso''. Alla dilatazione dello spazio corrisponde, nell'esperienza dei ragazzi d'oggi, l a ''contrazione del tempo''. Questa negli adulti legata alla quantit delle occupa zioni e, soprattutto, al ritmo delle macchine: le macchine sono pi veloci dell'uo mo e questi si deve mettere alla loro velocit, dando alla propria vita un movimen to che non pi quello ''giusto'', quello naturale. Nei giovani, invece, la contrazione del tempo legata al bisogno di sensazioni, e mozioni ed esperienze sempre nuove, sempre diverse. C' un consumo rapido delle co se, un andare sempre oltre, senza aspettare (mancanza del senso dell'attesa), se nza fermarsi (mancanza di approfondimento, di interesse continuato). Le macchine (dal motorino al videogame, al computer) per i giovani sono strumentali a quest a ''smania'' di velocit, che ha una radice antropologica/culturale. La esaminerem o nel prossimo paragrafo, limitandoci ora ad accennare che consiste nella mancan za di ''interiorit'' e, quindi, in una specie di meccanizzazione della persona um ana. Sospesi in un mondo ''da vivere tutto'' e ''da vivere in fretta'', i nostri figl i dove troveranno le ragioni della loro esistenza, dove i loro valori, dove un b enessere disteso, una pace, una sicurezza di futuro, una profondit di relazioni s oddisfacenti? Le famiglie, che danno loro ''tutto e subito'', facendosi cinghie di trasmissione e del ''sistema'', non mancano forse di dare quei punti di rifer imento, dei quali soprattutto avrebbero bisogno? La moltiplicazione degli stimoli Le nuove generazioni sono soggette, fin dalla prima et, ad una massa enorme di st imoli. Non c' confronto con quello che succedeva anche solo cinquant'anni fa, qua

ndo si trascorrevano i primi anni di vita fra le pareti della casa e nei cortili , nei prati che la circondavano, incontrando poche persone e poche cose, quasi s empre le stesse... Oggi tanti pi oggetti li circondano, tanti pi spazi si aprono a ttorno a loro. Viaggiano molto pi presto e molto di pi, con l'automobile, in treno , magari in nave o sull'aereo! Vanno prestissimo ''al nido'' e le loro relazioni si moltiplicano, magari non cos ''calde'' come quelle che avevano in casa... Ma a questa moltiplicazione di stimoli dovuta all'ambiente e alla societ, si aggiung e quella - ed la maggiore per quantit - dovuta ad una precisa programmazione del mondo produttivo che vuole conquistare al pi presto i suoi ''clienti''. Giocattol i, arredamenti, seggiolini, pannolini, vestitini, altri arredamenti e poi musich e, canti, danze, libri, spettacoli televisivi, spettacoli cinematografici, ''eve nti'' creati apposta per loro... una valanga di sollecitazioni che si riversano sulla psiche infantile e poi su quella dei bambini, dei ragazzi, dei giovani! Qu este sollecitazioni tendono ad essere forti, perch devono catturare l'attenzione, tendono ad essere ''irresistibili'', perch devono portare all'acquisto e poi al consumo di oggetti e servizi, tendono ad essere ''concorrenziali'', perch devono vincere sollecitazioni analoghe di altre ''fonti''. C' un bombardamento continuo di stimoli che domandano risposte. Ora, la psicologia ci dice che ogni stimolo dovrebbe essere ricevuto e assimilat o in un ''campo percettivo'', entrare cio in un ''universo unitario di significat i'' e solo dopo, da questo universo, dovrebbe uscire una risposta. Ma quando gli stimoli sono troppi e troppo forti, la psiche umana tende a sempli ficare il processo, per cui non c' pi l'assimilazione, la formazione di un proprio mondo, di una propria realt interiore. Si crea un riflesso immediato stimolo/ris posta o stimolo/rifiuto, per cui la psiche umana perde in profondit, mentre acqui sta in velocit di reazione. Diminuisce l'intelligenza (l'intus legere: il leggere dentro) e quindi la capacit critica, in favore di un'efficienza nella risposta ( questo ci fa pensare alla velocit con cui i bambini usano i videogames o imparano ad usare i computer, battendo gli adulti pi svelti!). Tutto questo fa morire l'interiorit o la comprime molto. Si diventa, per usare l' espressione di Marcuse, ''uomini e donne ad una dimensione'', da un certo punto di vista perfettamente funzionali al mercato e ad un certo mercato del lavoro (a utomatico, passivo). Si perde la capacit di ''riflettere'', nel senso proprio di interiorizzare lo stimolo, di integrarlo nel proprio mondo interiore, di arricch irlo con la propria creativit. Si hanno sensazioni e percezioni sempre pi veloci, immediate, automatiche. Ci si spersonalizza. Da qui il bisogno dei giovani di sempre nuove sensazioni, di sensazioni pi forti: perch l'emozione non nasce da un vissuto profondo, ma dal contatto con sempre nu ove ''cose'' o persone ridotte a pure ''emissioni di stimoli''. Queste dinamiche hanno prodotto o stanno producendo una specie di ''mutazione an tropologica'' nelle nuove generazioni. Il problema non pi piccolo di quello della clonazione umana o di tutte le biotecnologie. Ora, vale la pena di chiedersi: su questa strada che si sviluppano le persone um ane, che si educa, che si preparano i giovani alla vita e a costruire un mondo d i relazioni soddisfacenti fra persone, con la natura, con se stessi? Non forse necessario cambiare strada e frenare la pressione del ''mercato'' sui pi delicati meccanismi della psicologia dei bambini e dei giovani? La paura del futuro La crescita continua in un mondo finito come il nostro non ovviamente possibile. Eppure noi stiamo strutturando una cultura che ha al centro questa illusione co lossale. Che cosa lasceremo cos ai nostri figli? Oggi i modelli culturalmente egemonici sono quelli dell'impresa e del divertimen to. Due modelli che sembrano distanti, ma che in realt sono funzionali l'uno all' altro: la prima, razionale ed efficiente, realizza beni e servizi perch il consum atore ci si possa immergere con il suo ''godimento''; e in questo modo crescono i consumi e i profitti! Suddividere il proprio tempo fra ore di efficienza produttiva (spesso mal toller ate, specialmente fra i pi giovani) e ore di spensierata dissipazione lascia un s

enso di vuoto e di inutilit, che scaturisce da una vita impostata in maniera schi zofrenica. La perdita di senso una della piaghe della nostra civilt. Un'altra grave carenza quella degli affetti, di relazioni profonde. I nostri fig li chiedono sempre pi la ''possibilit'' di rapporti personali, di poter realizzare qualche cosa di bello e di utile, di poter contemplare un paesaggio, gustare un sapore, respirare a pieni polmoni... In questo momento storico la preoccupazione per le future generazioni quanto mai giustificata. Ogni volta che consumiamo irrimediabilmente una quota di natura d obbiamo pensare che si tratta di una quota sottratta ai nostri figli. Ogni volta che inquiniamo, dobbiamo pensare che stiamo avvelenando il loro futuro. In un r egime di abbondanza di risorse e di spazi, questa non sarebbe una preoccupazione . Il problema che noi abbiamo la sensazione di trovarci in una situazione di abb ondanza, mentre in realt viviamo ad un livello di consumi e di emissioni che va o ltre la capacit di carico della Terra; lo stesso livello, quindi, non pu essere ga rantito ai nostri figli. Cancellando dalla nostra visione del mondo il concetto di limite, lo abbiamo olt repassato senza accorgercene. Ma cos abbiamo invaso il terreno che spettava alle future generazioni, oltre che agli altri popoli. Ampliare la prospettiva I grossi problemi che abbiamo delineato possono darci un senso di pessimismo e d i impotenza. Ci viene da pensare che noi possiamo farci poco o niente. In realt, la storia procede con passi da gigante, che sono per preparati da tanti movimenti impercettibili. Ad un certo punto il grande cambiamento accade e sembr erebbe senza spiegazioni: ma stato reso possibile da tanti cambiamenti microscop ici. Il pensiero rivolto ai nostri figli (e nipoti!) pu metterci in questa prospettiva e farci sentire anche noi agenti di cambiamento. Dobbiamo imparare a valutare l e nostre azioni e i loro effetti in questa dimensione pi ampia, potremmo dire uni versale: universale nello spazio, ma anche nel tempo. Noi lavoriamo per la stori a. Come la nostra persona la fusione di tanti elementi che si combinano in modo imprevedibile, come la nostra storia personale composta di tanti eventi che ad u n certo punto si sommano e sfociano in un risultato inatteso, cos capita per la s toria dell'umanit, nella quale confluiscono tante azioni, apparentemente slegate fra loro, per preparare svolte epocali. Si tratta di capire in quale direzione vogliamo ''spingere'' la storia. Entrando in una societ post-industriale, chiediamoci quale tipo di bellezza ci attira: se una societ leggera, che danza sulla Terra senza calpestare niente e nessuno, o u na societ opulenta, che schiaccia con il suo peso tutto ci che incontra sui suoi p assi. Se amiamo la prima, dobbiamo intraprendere la strada della sobriet e insegnarla, testimoniandola, anche alle giovani generazioni. Dobbiamo allontanarci dalla sto ltezza di Pierino-l'amministratore e avvicinarci all'accortezza di Al Baba, che u tilizza con parsimonia i tesori che ha trovato: ''Da allora Al Baba e suo figlio, che egli condusse alla grotta - e gli insegn il segreto per entrarvi, e dopo di essi la loro posterit alla quale trasmisero lo st esso segreto -, profittando della loro fortuna con moderazione, vissero in grand e splendore e onorati con le pi prestigiose cariche della citt''. NOTE (1) Ripreso da D.H. Meadows-D.L. Meadows-J. Randers, Oltre i limiti dello svilup po, Il Saggiatore, Milano 1993, p. 166. (2) Su questo tema dati ancor pi allarmanti vengono prospettati da Hans-Peter Mar tin e Harald Schumann in: La trappola della globalizzazione. L'attacco alla demo crazia e al benessere, Edition Reatia, Bolzano 1997, specialmente nel capitolo p rimo La societ 20:80'' e nel capitolo quarto: La legge dei lupi''.

Parte seconda DOVE VOGLIAMO ANDARE [...] Mesaje Dopo l'era industriale da noi... ci sono stati i grandi processi. Max Che processi? Mesaul Chi fabbricava prodotti nocivi per la salute degli umani, degli animali e delle piante stato accusato di genocidio e crimini contro il pianeta. Max Ah, s? Chi? Mesaje Le industrie agro-alimentari e chimiche, i fabbricanti di armi, tabacco e alcool... le industrie farmaceutiche e nucleari, i costruttori di automobili, gli architetti... medici e politici che si erano arricchiti lasciando fare. Max Migliaia, eh? Mesaul stata la guerra civile, e poi, il boicottaggio. Max Boicottaggio? Mesaje Tutto quello che era stato nocivo per la salute non si comprava pi o si buttava. Mesaul Fu l'arma vincente: senza vendite, niente potere. L'esercito e la polizia erano impotenti. Mesaje Come stata chiamata quell'epoca? Mesaul Ehm, il Caos pre-Rinascimento. Max Allora c' stato un Rinascimento... Mesaul Ah, certo. Pianeta Verde, film di Coline Serreau, Francia 1996 Dialoghi italiani di Frances co Marcucci

Capitolo quinto Quale natura vogliamo di GIANFRANCO BOLOGNA Detto semplicemente, il sistema economico mondiale incapace di affrontare insiem e il problema della povert e quello della prevenzione ambientale. Curare i mali e cologici della Terra separatamente dai problemi legati a situazioni debitorie, s quilibri commerciali, sperequazioni nei livelli di reddito e di consumo come cer care di curare una malattia cardiaca senza combattere l'obesit del paziente e la sua dieta carica di colesterolo: non esiste possibilit di successo finale. Sandra Postel Un consumo insostenibile Ci abbiamo messo pi di quattro milioni di anni, dalla comparsa delle prime forme di Ominidi, a raggiungere, come specie Homo sapiens, il numero di un miliardo di abitanti. Ci avvenuto nel 1825 circa. Il secondo miliardo lo abbiamo raggiunto n el 1930, 130 anni dopo. Poi, dopo soli trent'anni, nel 1960 abbiamo raggiunto il terzo miliardo, e dopo soli 14 anni, nel 1974, il quarto miliardo. Tredici anni dopo, nel 1987, abbiamo raggiunto quota cinque miliardi. Dodici anni ancora e i

l 12 ottobre 1999 le Nazioni Unite ci hanno avvertito che avevamo ormai raggiunt o i 6 miliardi. Le previsioni dell'ONU ci dicono che nei prossimi cinquant'anni dovremmo raggiungere gli 8,9 miliardi di esseri umani. Sappiamo benissimo che questo quantitativo straordinario di esseri umani preme s ulle risorse naturali in maniera molto differenziata. Un quinto della popolazion e mondiale possiede ormai l'85% dell'intero prodotto globale. Sappiamo che allo stesso tempo aumenta sempre di pi il numero di persone cos povere da non essere in grado di soddisfare i propri bisogni primari: nutrirsi e procurarsi un riparo. Nonostante la crescita del prodotto globale lordo, che ha ormai raggiunto i 29.0 00 miliardi di dollari, si calcola che un miliardo e 300 milioni di persone sian o nelle drammatiche condizioni di necessit sopra descritte. La nostra pressione sulla natura e sulle risorse, il loro crescente consumo e la crescente produzione di scarti ci fanno pensare che, con ogni probabilit, abbiam o gi sorpassato i limiti naturali. In questo quadro gli scenari di incremento nei consumi che si vanno profilando non possono non incrementare le gi forti preoccu pazioni per il nostro futuro. In alcuni paesi di nuova industrializzazione, come la Cina e l'India (con popola zioni rispettivamente di un miliardo e 200 milioni e di 950 milioni), l'aumento dei redditi per alcune fasce di popolazione, dovuto alla crescita economica, con duce sempre pi persone a livelli di consumo pi elevati. Quando l'Europa occidentale avvi il periodo di rapida modernizzazione, dopo la se conda guerra mondiale, creando una moderna economia dei consumi ed incrementando i consumi di prodotti animali ottenuti con l'impiego dei cereali, aveva una pop olazione di 280 milioni di persone. L'America settentrionale che sperimentava una crescita analoga, aveva 160 milion i di abitanti. Oggi la parte del Sud-Est asiatico, dove la crescita economica de ll'ultimo decennio particolarmente forte e che va dal Pakistan al Giappone, pres enta una popolazione di 3,1 miliardi di abitanti, un po' pi della met della popola zione mondiale. Se escludiamo il Giappone (che ha 130 milioni di abitanti) l'eco nomia di questa regione cresciuta dell'8% circa annuo dal 1991 al 1995, molto pi rapidamente dell'Europa occidentale e del Nord America. Non esiste un precedente storico che abbia riscontrato una simile quantit di persone che fanno salire la loro posizione nella catena alimentare in consumi pi ampi. L'automobile, certamente il mezzo che pi di ogni altro ha trasformato gli stili d i vita, condizionando persino la tipologia di crescita delle aree urbane nonch tu tte le infrastrutturazioni territoriali collegate, provocando inquinamenti e deg rado della salute complessiva, sempre pi il simbolo del consumo. Oggi circolano sul pianeta pi di 500 milioni di automobili, con una produzione an nua di circa 40 milioni. Nel 1950 avevamo solo 53 milioni di automobili, nel 196 0, 98 milioni, nel 1970, 194, nel 1980, 320 e nel 1990, 445. Le proiezioni relat ive alla crescita del parco automobili a livello mondiale sono estremamente preo ccupanti. Secondo il World Energy Council gi nel 2020 potrebbero essere un miliar do e duecento milioni e nel 2060 ben due miliardi e mezzo. In diversi paesi asia tici il mercato dell'automobile si sta ampliando significativamente spinto ovvia mente dalle grandi multinazionali del settore. Sin dall'inizio del secolo, partendo dagli Stati Uniti d'America il mondo si tro vato cos ad avviarsi sul percorso del ''vangelo del consumo di massa'' che oggi p rosegue imperterrito, ancor pi facilitato dalla globalizzazione dei mercati, dall a libera circolazione delle merci e del denaro che incrementa il numero dei pove ri sempre pi poveri e riduce quello dei ricchi sempre pi ricchi; continuando ad ag ire sempre pi pesantemente sugli equilibri dinamici della natura. Jeremy Rifkin nel suo interessante La fine del lavoro, riferendosi a ci che avven iva intorno agli anni Venti negli Stati Uniti con una situazione di produzione e ccessiva e di una domanda insufficiente, ha scritto: ''Il mondo delle imprese sp erava, convincendo chi aveva ancora un lavoro a consumare di pi e risparmiare di meno, di vuotare i propri magazzini e di mantenere l'economia americana in cresc ita. La crociata per trasformare i lavoratori americani in consumatori di massa diven ne nota come il vangelo del consumo''. E bene fa lo stesso Rifkin a ricordare ci che apparve nel rapporto del Commitee on Recent Economic Changes voluto dall'all

ora presidente statunitense Herbert Hoover e pubblicato nel 1929: ''Questa ricer ca ha dimostrato, in maniera conclusiva, ci che un tempo veniva considerato teori camente vero: i desideri sono insaziabili; ogni desiderio soddisfatto apre la st rada a un nuovo desiderio. La conclusione che, di fronte a noi, si aprono panora mi economici sterminati e che la soddisfazione di nuovi desideri creer immediatam ente desideri sempre nuovi da soddisfare. [...] Attraverso la pubblicit e altre t ecniche di promozione si data una sensibile spinta alla produzione. [...] Parreb be che si possa procedere con un crescente attivismo. [...] La nostra situazione fortunata e il momento di inerzia notevole''. Era solo il 1929! Il ''sogno americano'' non si pu realizzare in tutto il pianeta Il modello consumistico che vede negli Stati Uniti d'America la sua massima espr essione oggettivamente irreplicabile in tutti gli altri Paesi del mondo, venendo chiaramente a collidere con i limiti biofisici del nostro pianeta. Una famiglia media americana possiede minimo due automobili, spesso tre o quattr o. La dipendenza dall'automobile ha virtualmente precluso l'avvio di modelli di consumo, anche del territorio, pi sostenibili. Nell'area di Washington, ad esempi o, il 78% di tutti gli spostamenti hanno luogo verso destinazioni suburbane non servite da trasporto pubblico. Un americano medio nell'arco della sua vita consu ma circa 540 tonnellate di materiali da costruzione, 18 tonnellate di carta, 23 tonnellate di legno, 16 tonnellate di metalli, e 32 tonnellate di composti chimi ci organici. Ci pu equivalere, in termini di materiali, al consumo di otto automob ili ogni anno per un arco di vita di circa 75 anni. Il livello di consumo medio degli americani incrementato drammaticamente nell'arco del ventesimo secolo. Per fare un esempio, in appena cinque anni, dal 1983 al 1987, 180 milioni di statun itensi hanno acquistato 85 milioni di televisori a colori, 51 milioni di forni a microonde, 48 milioni di videoregistratori e 36 milioni di refrigeratori. In media, un cittadino statunitense passa da tre a quattro volte pi ore per fare shopping del suo equivalente europeo. Seguendo i trend attuali si prevede che en tro il 2050 il 75% della popolazione statunitense sar obesa, con tutti i problemi sanitari che ci comporta. Gli statunitensi passano un 40% del loro tempo guardan do programmi televisivi, e vedono quindi, in media, 25.000 messaggi commerciali ogni anno. Un bambino nato oggi si prevede che vedr nell'arco della sua vita (con un'aspettativa fino a 75 anni) 1,75 milioni di messaggi commerciali. Il ''sogno americano'' evidentemente non si realizzato per tutta la popolazione statunitense. Almeno un americano su venti cos povero da non aver accesso ad una dieta sufficiente. Almeno 23 milioni di americani vivono con programmi alimentar i di emergenza ed un totale di 60 milioni vivono un'esistenza insicura, con lavo ri in nero e sotto pagati. Il denaro concentrato nel 5% della popolazione fortem ente ricca, che era proprietaria del 16% della richezza americana totale nel 197 5, mentre oggi lo del 21%. La Cina si sta avviando ad avere una popolazione di 1,3 miliardi di persone. Le riforme economiche avviate da Deng Xiaoping nel 1978 hanno ottenuto un grande su ccesso e per gli scorsi quindici anni la Cina ha avuto l'economia in crescita ma ggiore a livello mondiale. Il prodotto nazionale lordo si pi che quadruplicato. T ra il 1979 e il 1997 la Cina ha attratto un quarto degli investimenti stranieri mondiali. Circa 200, delle 500 maggiori multinazionali a livello mondiale, si so no stabilite in Cina. Con poco meno di un quinto della popolazione mondiale l'impatto dei cinesi sul c onsumo delle risorse globali si accrescer drammaticamente. Oggi il consumo di ene rgia primaria dei cinesi si aggira intorno ai 23 gigajoules (GJ) pro-capite che solo il 7% del consumo americano (320 GJ pro-capite). Ma il consumo cresce e cre scer, utilizzando sempre pi combustibili fossili, come il carbone, che producono m olta anidride carbonica e incrementeranno ulteriormente l'effetto serra naturale . Oggi il consumo di carbone in Cina di 420 milioni di tonnellate l'anno. Si pre vede che raddoppier entro il 2010 e triplicher entro il 2030. Come parte delle strategie di modernizzazione il governo cinese ha identificato la fabbricazione di automobili, il settore petrolchimico e quello delle telecomu nicazioni e dei computer come elementi chiave per il futuro. Secondo alcune prev

isioni si ritiene che il parco automobili in Cina possa crescere di quasi 400 mi lioni di vetture entro il 2030, in pratica un raddoppio del parco automobili mon diale sempre che non vi sia nessuna crescita negli altri Paesi; fatto impossibil e, considerato che in molti altri Paesi, come India e Brasile, si prevedono sign ificative crescite di automobili. Cosa la sostenibilit Da tempo la comunit umana ha preso coscienza che impossibile continuare a espande re l'uso di energia e di materie prima, la trasformazione profonda del territori o, la distruzione delle reti della vita e la produzione di rifiuti. La capacit de l nostro pianeta di sostenerci ha dei limiti, cos come vi sono limiti alla capaci t di assorbire gli scarti. Il 1972 stato un anno particolarmente significativo da questo punto di vista. Le Nazioni Unite promossero la conferenza mondiale sull'ambiente umano a Stoccolma , per la quale fu elaborato il rapporto di Barbara Ward e Ren Dubos, Una sola Ter ra. Il Club di Roma aveva gi scatenato un dibattito senza precedenti sui limiti d ella nostra crescita materiale e quantitativa in un mondo finito, pubblicando il rapporto I limiti dello sviluppo (1968). Barbara Ward e Ren Dubos cos scrivevano nel loro rapporto: ''La conferenza delle N azioni Unite sull'ambiente umano arriva dunque in un momento assai critico. Ora che l'umanit sta completando la colonizzazione del pianeta, imparare a gestirlo c on intelligenza diventa un imperativo urgente. L'uomo deve assumersi la responsa bilit di gestore della Terra. E gestire significa amministrare per conto d'altri' '. Una lunga serie di studi e ricerche miglior la conoscenza dell'interazione tra sp ecie umana e ambiente e degli effetti prodotti. Analisi e ricerche andavano nella direzione di individuare percorsi di sviluppo sociale ed economico delle comunit umane che potessero essere compatibili con le esigenze della tutela ambientale. Il termine ecosviluppo circolava gi prima della conferenza di Stoccolma. Nel 1987 a conclusione del suo lavoro, la Commissione Internazionale Indipendent e sull'ambiente e lo sviluppo (definita commissione Brundtland dal nome del prim o ministro norvegese che la presiedeva, Gro Harlem Brundtland) pubblic il suo rap porto: Il futuro di noi tutti. Questo rapporto diede dignit alla terminologia, ch e gi si era diffusa, di sviluppo sostenibile, che il rapporto stesso defin ''uno s viluppo che soddisfa le necessit attuali senza compromettere la possibilit per le generazioni future di soddisfare i propri bisogni''. Da allora e soprattutto con la conferenza delle Nazioni Unite sull'ambiente e lo sviluppo tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992, il concetto di sviluppo sostenibil e divenuto centrale nell'agenda politica mondiale. Il documento dell'Agenda 21 a pprovato a Rio un ampio catalogo delle politiche da mettere in atto in tutti i P aesi per avviarli sulla strada di uno sviluppo sostenibile. La Commissione mondi ale sullo sviluppo sostenibile presso le Nazioni Unite, anch'essa approvata a Ri o, si riunisce ogni anno per monitorare i progressi di tutti i Paesi verso la so stenibilit e per approfondire metodologie e necessit dell'applicazione dell'Agenda 21. veramente difficile definire la sostenibilit ed quindi giusta la preoccupazione d i molti nel vedere questo concetto cos importante utilizzato con scopi diversi e spesso impropriamente, tanto da giustificare spesso azioni e iniziative che di s ostenibile non hanno nulla. La difficolt nasce da vari motivi. Innanzitutto il termine si applica ad una real t molto dinamica e ancora poco nota, come l'interazione tra i sistemi naturali e la specie umana con tutto il suo complesso impatto, dovuto alle straordinarie ca pacit del suo sistema nervoso. del tutto evidente quindi che quando arriviamo a d efinire un nostro intervento come sostenibile, lo facciamo solo sulla base di qu anto siamo in grado di conoscere al momento. Non possiamo avere nessuna garanzia di sostenibilit a lungo termine, infatti troppi sono i fattori a noi ignoti o im prevedibili. Quindi importantissimo avere un approccio conservativo in tutte le azioni che possono recare danno all'ambiente, fondamentale studiare le azioni ch

e possono pregiudicare l'ambiente, analizzare con attenzione gli effetti percepi bili di queste azioni ed essere reattivi e rapidi nel trarre esperienza dagli er rori. Inoltre, non possiamo affiancare il termine sostenibile, come invece ha fatto va rie volte il rapporto Brundtland, a termini come quello di crescita. Crescita so stenibile una vera contraddizione in termini: nulla che sia materiale pu avere un a crescita infinita. Una definizione pi corretta di sviluppo sostenibile, che man tiene comunque ampi margini di incertezza, ci sembra quella proposta dall'intere ssantissimo rapporto Caring for the Earth. Strategy for Sustainable Living (Pren dersi cura della Terra. Strategia per un vivere sostenibile) pubblicata nel 1991 dal Programma Ambiente delle Nazioni Unite (UNEP), dalla World Conservation Uni on (IUCN) e dal World Wide Fund for Nature (WWF). Il documento definisce lo svil uppo sostenibile come il miglioramento della qualit della vita mantenendosi nei l imiti della capacit di carico degli ecosistemi che ci sostengono. Ci sono dei principi importanti che sottendono il concetto di sostenibilit. Molti importanti rapporti ne hanno diffusamente parlato. Prendersi cura della Terra n e elenca nove, tutti molto importanti: 1) rispettare ed aver cura di tutte le forme di vita: questo principio esprime i l dovere del rispetto e dell'interesse per gli altri popoli e le altre forme di vita, ora e nel futuro. un principio etico e vuol dire che non si deve avere svi luppo a spese di altre genti o delle generazioni future. Il nostro scopo quello di dividere equamente i costi e i benefici dell'uso delle risorse e della conser vazione ambientale tra differenti comunit e gruppi di interesse, tra poveri e ric chi, tra la nostra generazione e quelle che verranno dopo di noi. 2) migliorare la qualit della vita: scopo principale dello sviluppo migliorare la qualit della vita. un processo che permette agli esseri umani di realizzare le l oro potenzialit, acquistare fiducia in se stessi e condurre una vita piena e dign itosa. La crescita economica una componente dello sviluppo, ma non pu costituire un fine in se stessa n pu essere considerata infinita. 3) conservare la forza vitale e la diversit biologica della Terra: necessario pro teggere i sistemi di sostegno della vita, conservare la diversit biologica ed ass icurare un uso sostenibile delle risorse rinnovabili. 4) ridurre al minimo lo sfruttamento delle risorse non rinnovabili: minerali, pe trolio, gas e carbone non sono risorse rinnovabili rispetto ai tempi delle nostr e generazioni. Si pu ''prolungare la loro vita'' grazie ad esempio, al riciclaggi o, all'efficienza nei processi produttivi, ai risparmi, alla manutenzione ecc. 5) rimanere nei limiti delle capacit di carico della Terra: difficile fornire una definizione precisa ma ci sono limiti ben definiti, e spesso a noi poco noti, a lla capacit di carico degli ecosistemi e all'impatto che gli ecosistemi e la bios fera nel suo insieme possono sopportare senza deteriorarsi pericolosamente. Ques ti limiti possono variare da regione a regione e il peso dell'impatto dipende da quante persone vivono in quella zona e da quanto cibo, acqua, energia e materie prime usano e quanti rifiuti producono. Come ben sappiamo, poche persone che co nsumano molto possono produrre un impatto equivalente a molte che consumano poco . 6) cambiare atteggiamenti e abitudini personali: per adottare i principi etici c he portano ad un sistema di vita sostenibile la gente deve riconsiderare i suoi valori e cambiare i suoi comportamenti. La societ deve promuovere dei valori che sostengano una nuova etica e scoraggino invece i comportamenti incompatibili con uno stile di vita sostenibile. La sufficienza, la sobriet e la felicit nella sobr iet sono valori essenziali per i nuovi stili di vita necessari alla sostenibilit. 7) consentire alle comunit di aver cura del proprio ambiente: le comunit e i grupp i di cittadini costituiscono il mezzo pi facilmente accessibile per far svolgere azioni di valore sociale e per esprimere il proprio impegno. Comunit ben informat e e dotate di potere possono contribuire a prendere le decisioni che le riguarda no e giocare cos un ruolo indispensabile nella creazione di una societ con salde b asi di sicurezza e sostenibilit. 8) prevedere un quadro di riferimento nazionale per l'integrazione di sviluppo e conservazione: tutte le societ se vogliono progredire in modo razionale, hanno b isogno di una base di informazione e conoscenze, una struttura di leggi, istituz

ioni e politiche sociali ed economiche coerenti. Un programma nazionale che tend a al raggiungimento di uno sviluppo sostenibile deve prendere in considerazione tutti i diversi interessi e cercare di identificare e risolvere i problemi ancor prima che sorgano. Il programma deve essere elastico e in continuo mutamento pe r adattarsi in base alle nuove esperienze fatte e alle nuove necessit incontrate. 9) creare un'alleanza mondiale: oggi nessuna nazione autosufficiente. Se vogliam o raggiungere una sostenibilit a livello mondiale necessario che tra tutte le naz ioni si stabilisca una solida alleanza. Il livello di sviluppo nel mondo disomog eneo e le nazioni a reddito pi basso devono essere aiutate a svilupparsi in modo sostenibile e a proteggere il loro ambiente. Le risorse condivise a livello glob ale, come l'atmosfera e gli oceani, possono essere gestiti solo sulla base di sc opi e decisioni comuni. Il principio etico della responsabilit si applica a livel lo internazionale come a livello nazionale e individuale. Tutte le nazioni hanno da guadagnare da una diffusa sostenibilit a livello mondiale e sono invece in gr ave pericolo se non riescono ad ottenerla. Questi nove principi che riflettono alcuni dei valori e dei doveri che molte del le culture e delle religioni riconoscono da secoli, necessitano dell'elaborazion e di nuove strategie per una vita sostenibile. I governi dovrebbero riorientare i loro piani di sviluppo per dare pieno conto della necessit di raggiungere la so stenibilit. Essi dovrebbero cooperare direttamente - a livello nazionale, regiona le e di comunit - ed all'interno delle organizzazioni internazionali, per assicur are che la sostenibilit sia un obiettivo raggiunto a livello globale, nazionale e locale. Il grande bioeconomista Herman Daly suggerisce tre criteri fondamentali per l'ut ilizzo sostenibile delle risorse: - il tasso di utilizzo delle risorse rinnovabili non deve eccedere il tasso di r iproduzione delle stesse; - il tasso di utilizzo delle risorse non rinnovabili non deve eccedere il tasso di sviluppo di ''sostituti'' rinnovabili; - i tassi di inquinamento non devono eccedere la capacit recettiva e assimilativa dell'ambiente. Si tratta di tre principi di chiaro buon senso, che, se andiamo ad analizzare la realt dei nostri modelli di sviluppo, non hanno affatto luogo. Il concetto di sostenibilit profondamente rivoluzionario, se consideriamo qual la realt concreta di ci che avviene tutti i giorni. Non solo un concetto guida che p otrebbe e dovrebbe permeare ogni tipo di sviluppo sociale ed economico futuro. R ispetto al trionfo del capitalismo e della globalizzazione dell'economia pu esser e considerato un modello non solo correttivo - come oggi lo intendono gran parte degli operatori pubblici e privati - ma addirittura sostitutivo, considerata la forza innovativa ed estremamente convincente dei suoi elementi essenziali: gran de ampliamento dell'orizzonte temporale al futuro, forte enfasi sul valore ambie nte (la vera base di energia e risorse che costituisce l'essenza di qualsiasi sv iluppo sociale ed economico per qualsiasi comunit umana) e la straordinaria accen tuazione del senso dell'equit, sia intragenerazionale che intergenerazionale. Tutti gli studi di approfondimento del concetto di sostenibilit ne individuano es senzialmente tre componenti: a) sostenibilit ecologica: come abbiamo gi ripetutamente ricordato, lo sviluppo so stenibile implica la necessit di mantenersi entro la capacit di carico dei sistemi ecologici, quindi la necessit di regolare l'input di risorse naturali nel sistem a economico e l'output di rifiuti, in modo da mantenere la produttivit e la funzi onalit degli stessi sistemi ecologici (vanno qui ricordati i tre criteri sopracit ati di Daly). b) sostenibilit sociale: lo sviluppo sostenibile richiede strutture e organizzazi oni sociali con cui le comunit controllano le risorse naturali e sono capaci di g estirle razionalmente. I costi sociali dell'intero ciclo di produzione e consumo

devono essere internalizzati. La sostenibilit sociale si fonda su di un elevato grado di equit e giustizia sociale, di identit culturale e coesione sociale e di p artecipazione alle scelte e all'assunzione di responsabilit. Lo sviluppo sostenib ile deve favorire il mantenimento e la crescita del capitale sociale in termini di etica, coesione delle comunit e vita culturale, oltre ai fattori pi standard qu ali educazione, salute e formazione. c) sostenibilit economica: tradizionalmente la sostenibilit economica implica il m antenimento del capitale. Da essa deriva la classica definizione di reddito forn ita dal premio Nobel per l'economia John Richard Hicks (1904-1989): indica quant o un soggetto pu consumare in un certo periodo di tempo senza ridurre la sua ricc hezza (il capitale). Di fatto questa viene gi considerata una definizione di sost enibilit economica. Purtroppo per tra capitale artificiale o manufatto (come lo de finiscono gli economisti, riproducibile), capitale umano-sociale e capitale natu rale, l'economia si occupata molto del primo, poco del secondo e praticamente nu lla del terzo. Questa trascuratezza deriva dal fatto che fino agli ultimi decenn i il capitale naturale (foreste, suolo fertile, aria pulita, pesce ecc.) non era scarso. Inoltre l'economia valuta il capitale in valore monetario, ma le funzio ni ecologiche non hanno prezzi di mercato e il loro costo difficile da valutare. La sostenibilit economica implica la piena valutazione delle tre forme di capita le, l'internalizzazione di tutti i costi (che oggi sono invece esternalizzati e ricadono sulla societ e sull'ambiente) inclusi quelli futuri, la struttura di un mercato concorrenziale che possa svilupparsi senza dipendere dalla crescita mate riale. Per una societ meno insostenibile Appare chiaro, alla luce della situazione attuale, che costituirebbe gi un grande successo l'avvio di processi destinati a rendere il nostro impatto sull'ambient e e sulla societ meno insostenibile. La realt che il nostro modello di sviluppo so ciale ed economico profondamente insostenibile. Quindi il processo che deve cond urci a modelli di sostenibilit passa attraverso una profonda opera per rendere tu tto meno insostenibile. Il WWF Italia ha prodotto nel 1996 un documento intitola to Italia 2000. Iniziative per un paese sostenibile che andava proprio nella dir ezione di tracciare le linee teoriche e pratiche di uno sviluppo del nostro paes e meno insostenibile. Giorgio Nebbia, professore emerito di merceologia all'Universit di Bari, attento e profondo studioso delle relazioni specie umana-ambiente, da tempo ha avviato r iflessioni e pubblicato documenti per indicare la strada di una minore insosteni bilit del nostro sviluppo. Il WWF Italia con i Bilanci di Giustizia, il Centro Nuovo Modello di Sviluppo e tante altre organizzazioni di base, sta lavorando per la produzione di un piano Italia capace di futuro che dovrebbe essere reso noto nella prima met del 2000, d estinato a proporre una strada concreta di idee e azioni per una societ italiana meno insostenibile. Negli ultimi tempi sono stati fatti interessanti avanzamenti nella comprensione del concetto di sostenibilit. I Friends of the Earth (Amici della Terra) e l'Isti tuto Wuppertal per il clima, l'ambiente e l'energia hanno elaborato il concetto di spazio ambientale (Environmental Space) cui ciascun individuo ha diritto ed o ltre al quale non pu andare, nel rispetto del principio di equit. Lo spazio ambien tale definito come il quantitativo di energia, acqua, territorio, materie prime non rinnovabili e legname che pu essere utilizzato in modo sostenibile. I criteri sui quali viene calcolato lo spazio ambientale si basano sul rapporto prelievo/ impiego (input), anche se alcuni dei calcoli eseguiti per comprendere le limitaz ioni da porre sono fondati su stime del rapporto emissioni/capacit ricettiva dell 'ambiente (output). Considerato che le moderne economie non sono basate solo sul le risorse nazionali ma anche sul mercato internazionale delle materie prime, il calcolo dello spazio ambientale riferito al sistema economico di un paese dovr e ssere, in molti casi, basato sulla stima della fornitura globale a ciascun paese . Lo spazio ambientale rappresenta quindi il tetto massimo di uso delle risorse

e deve riflettere i principi di equit e giustizia sociale. Sono stati effettuati interessanti studi applicando il concetto di spazio ambien tale. Sino ad oggi sono stati pubblicati Sustainable Netherlands (Olanda sosteni bile, 1992), Sustainable Europe (Europa sostenibile, 1995), Zukunftsfahiges Deuts chland (Germania capace di futuro 1996), Tomorrow's World. Britain's Share in a Sustainable Future (in pratica Inghilterra sostenibile, 1998). Sempre nel 1998 M ichael Carley e Philippe Spapens hanno pubblicato un volume pi generale sul conce tto di spazio ambientale e sulle applicazioni della sostenibilit, intitolato ''Co ndividere il mondo''. Tutti questi interessanti lavori ci dicono chiaro e tondo che attualmente ogni p aese europeo, al di l dei diversi livelli di vita, si trova ad eccedere di molto l'uso delle risorse. Per migliorare la situazione quindi molto importante perseg uire sempre pi l'efficienza, quindi riuscire a separare lo sviluppo economico dal degrado ambientale. Perseguendo una riduzione del rapporto tra impatto ambienta le e unit di Prodotto Interno Lordo (PIL) certamente si riduce il flusso di mater ie prime e la pressione esercitata sull'ambiente in un determinato periodo di te mpo. Tuttavia evidente che ci non sufficiente, perch una crescita permanente comun que supera i risparmi prodotti dall'efficienza. Pertanto se vogliamo garantire u n'adeguata base di risorse naturali alla produzione industriale e al benessere s ociale, la separazione indicata pu costituire soltanto una strategia di transizio ne. Nel lungo termine per prevenire situazioni di collasso anche globali, necess ario avviare un sistema economico che consenta in qualche modo una situazione di equilibrio. Vivere all'interno del proprio spazio ambientale significa anche avviare politic he di sufficienza, quindi, improntate alla sobriet, a nuovi stili di vita con min or impatto ambientale, a minor consumo di energia e risorse, a minor produzione di rifiuti. Tutti questi studi prevedono scenari di drastiche riduzioni nell'uso delle risor se che costituiscono elementi centrali per il calcolo dello spazio ambientale. n ecessario pertanto aver ben chiaro che un concetto fondamentale della sostenibil it costituito proprio dalla riduzione. Un'Italia meno insostenibile Prendendo il 1996 come anno di riferimento, vediamo di analizzare alcuni dati si gnificativi che ci fanno capire meglio l'insostenibilit dell'economia del nostro paese (Giorgio Nebbia, come gi riferito, ha pubblicato interessanti contributi in questo senso e numerosi dati sono reperibili nelle pubblicazioni dell'ISTAT e n elle relazioni sullo stato dell'ambiente prodotti dal Ministero dell'Ambiente). Nel 1996 il nostro PIL stato di circa 1,8 milioni di miliardi di lire correnti. importante correlare questo dato con altri dati molto significativi, ad esso str ettamente legati. Per esempio il nostro PIL stato accompagnato da un flusso di e nergia di circa 7.000 PJ (PetaJoule - equivalenti all'energia ''contenuta'' in c irca 170 milioni di tonnellate di petrolio) e di circa 700 milioni di tonnellate di materiali (alimenti, minerali, pietre, carta, concimi ecc.), esclusa l'aria e l'acqua. L'utilizzo dell'acqua per scopi agricoli, industriali e domestici ammonta ogni a nno ad una cifra che si aggira intorno ad alcune decine di miliardi di tonnellat e (il flusso di acqua potabile si aggira intorno a 9 miliardi di tonnellate l'an no mentre quello dell'acqua in agricoltura e nell'industria si aggira intorno ad altri 40 miliardi di tonnellate annui). Le precipitazioni sul nostro paese cost ituiscono circa 300 miliardi di metri cubi l'anno di cui circa la met rievapora. La sopracitata quantit di materia ed energia, mobilitata dalla nostra economia, p otrebbe essere considerata una sorta di prodotto interno naturale lordo. Questo prodotto, sempre tenuto conto che aria e acqua sono escluse, di circa 400 tonnel late di materia per un miliardo di lire di PIL. Occorre riflettere molto bene su questi dati per avviare profonde modificazioni nei nostri stili di vita. Tutti i bisogni umani, anche se presentano diversit, a seconda delle fasce di et e di reddito, si soddisfano attraverso beni materiali l a cui movimentazione e trasformazione costituisce ancora oggi la principale font

e di occupazione. La quantit di merci importate, prodotte e consumate, con l'energia che ad essa si accompagna, produce un pesante impatto sull'ambiente. quindi evidente che l'inc remento delle quantit delle attuali merci fa incrementare gli effetti negativi su ll'ambiente e quindi l'insostenibilit del nostro modello di sviluppo. Dirigersi verso una minore insostenibilit vuol dire diminuire assolutamente la qu antit di beni materiali (merci ed energia) immessi in circolazione nonch una modif icazione della qualit di tali beni materiali. Noi esseri umani utilizziamo per periodi pi o meno lunghi, le merci e gli oggetti . Alcuni di essi hanno una vita di tanti anni; ad esempio, le abitazioni, i macc hinari, le strade, i ponti, alcuni mobili; altri durano qualche anno o alcuni me si, come i frigoriferi, le automobili, i libri...; altri durano molto poco, come gli alimenti, la carta, gli imballaggi, i carburanti ecc. Tutte le merci, dopo l'uso, infine, si trasformano in materiali gassosi, liquidi e solidi che poi ritornano nei corpi naturali come l'aria, l'acqua, il suolo (n onch, nel caso degli alimenti, il nostro corpo). Questi sottoprodotti che sono in realt merci usate o prodotti di trasformazione delle merci, vengono spesso indic ati come rifiuti. Rendere meno insostenibile il nostro modello di sviluppo vuol dire anche ridurre di molto la produzione, trasformazione e movimentazione di rifiuti. La dettagli ata analisi della circolazione dell'energia e della materia dalla natura alla pr oduzione, all'uso delle merci, alla produzione dei rifiuti che tornano poi in na tura, ci dimostra che gli attuali sistemi di utilizzo di energia e di materia ci lasciano una natura pi povera delle sue risorse e pi inquinata, con una qualit eco logica sempre peggiore e che, ovviamente, rende sempre meno utilizzabili le riso rse da parte delle generazioni future. Pensiamo, ad esempio, al fatto che, sempre riferendoci al 1996, il flusso di mat eria ed energia utilizzato dall'economia del nostro Paese ha prodotto un'immissi one di circa 450 milioni di tonnellate di gas (soprattutto anidride carbonica e altri prodotti di combustione) nell'atmosfera, con una quantit imprecisata di sos tanze immesse nelle acque e con circa 100 milioni di tonnellate di rifiuti solid i, che sono stati raccolti in discariche sul suolo. Il verbo pi appropriato per il nostro futuro ridurre, anche se nel breve e medio periodo l'efficienza applicata senza incertezze pu consentirci di guadagnare temp o. Pertanto indispensabile che tutte le politiche, a partire dall'immediato futu ro, cerchino di coniugare l'efficienza, intesa come l'ottenimento degli stessi b eni e servizi con un minor impiego di energia e materie prime, con la sufficienz a, intesa come l'ottenimento dello stesso benessere con un minor impiego di beni e servizi.

Capitolo sesto Quale benessere vogliamo di FAUSTO PIAZZA [Alla ragione strumentale] interessa soprattutto il rapporto fra mezzi e fini, l 'idoneit dei procedimenti adottati per raggiungere scopi che in genere si danno p er scontati e che si presuppone si spieghino da s. Essa non attribuisce molta imp ortanza alla questione se in s gli scopi siano ragionevoli. M. Horkheimer Spesso, sia tra amici che in pubblico, quando il discorso cade sulle possibili a lternative in rapporto alla globalizzazione, mi viene da dire che molto pi facile mettersi d'accordo su come dividere la torta che su come prepararla. La spartiz ione, infatti, pu avvenire, alla peggio, in base alla legge del pi forte o, prefer ibilmente, a qualche altro criterio ritenuto condivisibile dai commensali, mentr e la preparazione suppone l'esistenza o la stesura di una ricetta gradita a tutt

i, o alla maggioranza. Fuori di metafora, necessario opporre al pensiero unico ( 1) un pensiero plurale, capace di integrare la ricchezza di punti di vista diffe renti nella critica del sistema attuale. Per questo ora occorre riprendere quant o si era gi accennato nella prima parte del libro (vedi capitolo secondo: A che p unto il nostro benessere), con l'obiettivo di dare sostanza e prospettiva a un'a lternativa possibile. Il superamento del limite ''Chi vuol esser lieto, sia: / di doman non v' certezza''. Chiunque abbia una qua lche familiarit con la storia della nostra letteratura ricorder questa celebre cop pia di versi di Lorenzo De' Medici, scritti nella seconda met del '400 (2) e anco ra oggi sorprend entemente attuali. Quanti di noi, infatti, hanno rinunciato a p ens are al futuro, al proprio futuro, in cui sar inevitabile incontrare la vecchi aia e poi la morte, per addentrarsi nell'eterno presente del Paese dei Balocchi, come tanti Pinocchio? Il mercato capitalista ed il consumismo, specie quello at tuale, definito post-materialista (3), rappresentano per me il pi grande ed effic iente tentativo mai escogitato di esorcizzare l'angoscia che il limite - di cui la morte, limite estremo, l'emblema - suscita in noi. Come si gi accennato in pre cedenza, l'esorcismo destinato al fallimento, ma sta l ad indicare quello che ho chiamato ''desiderio di infinito'' (4). A ragione i filosofi medioevali sostenev ano che non si pu negare l'eidenza di un fatto con un ragionamento (5), e che il limite ci vada stretto tanto da risultare insopportabile senza dubbio un fatto. Il problema dunque come superarlo in un modo che non sia quello contraddittorio e fallimentare che ho gi descritto. Paradossalmente, io credo che l'unica via percorribile sia quella che passa dal riconoscimento del limite come condizione insuperabile. Se abbandoniamo il delir io di onnipotenza insito nell'individualismo esasperato e ci riconosciamo per qu elli che siamo, esseri limitati, l'ostacolo costituito dal limite si dissolve co me per incanto. Infatti, come potremmo riconoscerlo se non fossimo gi in qualche modo al di l di esso? Limite viene dal latino ''limes'', che significa sia ''conf ine'' che ''soglia''. Come si pu parlare di confine o di soglia senza includerli in un tutto pi ampio (6) che, proprio per questo, '''' pi di essi, li supera e ne r ende possibile l'esistenza? Certo, il superamento avviene nell'ordine della conoscenza, pensato, non vissuto a partire da una posizione non limitata (sta qui una sua intrinseca ambiguit). S i nel limite, ma anche fuori di esso. Accettare il limite significa perci potersi ''gettare oltre'' (progettare), in un altrove e in un altrimenti che ancora non sono, ma a cui possiamo tendere. Senza addentrarci oltre su questo versante, ch e richiederebbe riflessioni ben pi robuste di queste appena abbozzate, possiamo p er guadagnare provvisoriamente la consapevolezza che il desiderio di infinito pot r trovare appagamento solo nel progetto, nell'ordine dei fini, non in quello dei mezzi. Quanto al limite in se stesso, liberato dall'angoscia, pu rivelarsi non pi come un ostacolo, ma come una risorsa. Il limite, che nel sentire comune sembra in quant o tale un fatto oggettivo e negativo, deve essere colto con una mentalit nuova. I l problema considerare il limite, il confine, come elemento sostantivo non solo del nostro ''essere'' in generale (ovviamente), ma anche della nostra normale ra zionalit (bounded rationality), del nostro conoscere, delle informazioni che abbi amo a disposizione. [...] Il limite uno dei vincoli-risorse che il soggetto ha d a gestire nel suo percorso di convivenza. [Esso] ambivalente [...]: pu essere ''d ato'' all'attore come puro vincolo della sua azione, ma [...] pu essere ''voluto' ' dall'attore stesso come condizione dell'obiettivo della sua azione (7). Quale libert dai bisogni in questo quadro che si colloca il discorso sulla sobriet, che definivo capacit di disporre del bisogno, cio di affermare la superiorit del soggetto su ci che egli a vverte come mancante. ''Nel discorso sui consumi, un certo linguaggio sul limite legato all'indicazione della continenza nei bisogni e nelle risposte ai bisogni

. [...] L'immagine esterna che attualmente rischia di dare il termine tradiziona le e serio della continenza quella negativa di una vita limitata oltre il necess ario e il ragionevole [...]. Bisogna invece parlare di una migliore intelligenza (in senso etimologico) della vita, per la quale i soggetti guardano e leggono d entro le cose, riconoscendo e dandosi sensatamente dei limiti. [...] La continen za pu essere riapprezzata se una selezione piena di senso, perch l'attore non pu sf uggire alla responsabilit di scegliere quali bisogni, quali mezzi, quali scopi'' (8). In questa linea, va sottolineato con forza che una tale sobriet non diretta ad un livellamento verso il basso dei bisogni, in una contrapposizione tra quelli con siderati naturali, da soddisfare, e quelli artificiali o indotti, da negare (9). Se si eccettuano, infatti, i bisogni legati alla sopravvivenza fisica (mangiare , vestirsi, trovare riparo, dormire) di tutti gli altri impossibile stabilire in ternamente una gerarchia che prescinda dalla cultura in cui si esprimono e dalla loro soggettiva percezione in ciascun individuo. A ben vedere, inoltre, anche l o stesso mangiare, il vestirsi ecc. assolvono sempre a qualcosa in pi che la pura sopravvivenza, perch altrimenti non si darebbero modi diversi di cucinare ed ass umere lo stesso cibo o di confezionare e indossare (10). Bisogna perci fare uno s forzo per approfondire la natura del bisogno, in modo da precisare meglio i cont orni del potere su di esso che l'esercizio della sobriet comporta. Anzitutto, mi sembra che emergano nel bisogno due dimensioni distinguibili ma in trecciate: da un lato esso sempre rivolto verso un qualche oggetto (materiale o immateriale) di cui avvertita la mancanza, dall'altro rimanda ad altri soggetti con cui si vuole entrare in relazione nell'atto di soddisfarlo: in altre parole, contemporaneamente bisogno di qualcosa e di qualcuno. Per restare ai bisogni el ementari, un pasto preparato e consumato in totale solitudine tra quattro mura c onsente di non morire di fame, ma una ben triste sopravvivenza. Un vestito di qu alunque foggia che non sia fatto per essere visto, oltre che indossato per copri rsi, semplicemente inconcepibile. Se poi prendiamo in considerazione bisogni imm ateriali, come amore, intimit e affetto, o predominio e affermazione di s, il cont enuto relazionale dell'oggetto mancante risulta ancora pi evidente. D'altra parte, il bisogno di cui stiamo parlando tale in rapporto al mercato cap italista, cui nella nostra economia appare, a prima vista, indissolubilmente leg ato. Viene, perci, da domandarsi in che misura tale legame influenzi la soddisfaz ione di entrambe le dimensioni insite nel bisogno stesso. Trascurando per un mom ento l'aspetto relazionale e tenuto conto che nel mercato tutto quello che si pu fare acquisire qualcosa pagando un prezzo, per approfondire il rapporto tra biso gno e oggetto introduciamo nella propriet stessa indumenti destinati alla stessa funzione (11) una distinzione tra appropriazione e possesso, intendendo con la prima l'ottenimento dell'oggetto che ci manca e c on il secondo il potere di disporne in modo esclusivo, cio il possesso puntuale d i un individuo. In una situazione che ci vede consumatori, ma anche produttori ( 12), l'appropriazione tende alla soddisfazione dei bisogni ''riferiti alla produ zione, che l si sono generati, l si realizzano e da essa vengono ricreati''. Tra e ssi si possono individuare due gruppi: ''in primo luogo i bisogni di attivit, cio i bisogni di espressione, di realizzazione di noi stessi [...] e di sviluppo del le nostre facolt nel nostro lavoro [...] e attraverso di esso. In secondo luogo, i beni di consumo rispetto ai beni materiali direttamente prodotti, nonch i beni non materiali che presuppongono la produzione o necessitano anche [...] di un di spendio materiale'' (13) come, ad esempio, la salute o la cultura sotto forma di libri, dischi ecc. La distinzione che abbiamo introdotto serve per farci capire che, se non esiste possesso senza appropriazione, non vero il contrario. Infatt i, ''io voglio possedere qualcosa - escludendo al tempo stesso altri da questo p ossesso - solo quando la propriet puntuale (il possesso) mi assicura un determina to campo di appropriazione'' (14), vale a dire che non ha alcun senso possedere qualcosa se non in vista di ci per cui la si vuole possedere (15). Viceversa, se ad esempio ho bisogno di raggiungere un certo luogo, posso utilizzare un mezzo p rivato da me acquistato (appropriazione con possesso) o un mezzo pubblico di cui acquisto l'uso temporaneo (appropriazione senza possesso) e, se in questo caso prenoto il posto, ottengo anche, per un certo tempo, un diritto esclusivo analog

o a quello del possesso che non c'. La logica che denunciavo nella prima parte, i nvece, porta a dire che ''il limite della tua soddisfazione dei bisogni, della t ua decisione fissato dal possesso; quanto maggiore il tuo possesso puntuale, tan to pi sei in grado di soddisfare i tuoi bisogni (intendendo con ci sia i bisogni d i attivit sia quelli di consumo), mentre cresce anche l'ambito delle tue possibil it decisionali in diretto rapporto con la crescita del tuo possesso puntuale: tu sei ci che hai (16). I rapporti umani appaiono dunque come rapporti reificati'', ridotti a cose. Da questa analisi sul rapporto bisogno/mercato emergono dunque d ue conclusioni. La prima, apparentemente ovvia, che per soddisfare un bisogno non logicamente ne cessario possedere l'oggetto che lo soddisfa, sufficiente appropriarsene mediant e un uso in genere non esclusivo, o transitoriamente esclusivo. Se molte volte i l possesso ci risulta praticamente necessario, la cosa dipende da come il sistem a capitalista di produzione e consumo strutturato, dai ritmi che impone e in cui la nostra vita inserita, dalla logica individualista che abbiamo interiorizzato . Disporre del bisogno, dunque, cio affermare la propria libert su di esso signifi ca in questo caso resistere alle sirene consumiste e discernere i casi in cui lo si pu soddisfare senza diventare possessori di alcunch. La seconda conclusione che l'aspetto relazionale del bisogno, che avevamo messo tra parentesi, risulta in senso letterale mortificato dall'idea che i bisogni si soddisfino esclusivamente nel segno dell'avere per s, nella coincidenza tra appr opriazione e possesso. La gratuit Una prova ''a contrario'' di quest'ultima conclusione si pu ricavare percorrendo una via diversa, quella che ci porta a esplorare la dimensione del dono. A dispe tto di chi concepisce gli esseri umani come individui capaci solo di calcolo ego istico, il fatto che anche nelle nostre societ opulente la gente ami fare e ricev ere doni (18) sta l in tutta la sua concretezza a indicare il contrario. Certo, possibile interpreta re il fatto per ricondurlo al modello teorico: [...] in questo contesto, il dono pu essere un mezzo per acquisire di pi, cio pu essere [...] uno strumento in vista d ello scopo finale, che sempre il guadagno. [...] oppure un'idea completamente su perata, ingenua. un residuo della vecchia morale tradizionale che esisteva prima della modernit. In altri termini, nell'uno o nell'altro caso, il vero ''dono'' n on esiste pi, se mai esistito (19). Tuttavia, ancora una volta si pu ripetere che c ontro un fatto non c' argomento che tenga. Jacques Godbout ha svolto una ricerca da cui risulta che ''tutte le persone interrogate - e si ritrova qui una rara un animit - tengono [...] ad affermare che non per obbligo, che non per dovere, che non per costrizione morale'' che donano. Anzi, ''esiste nel dono una tendenza a infrangere le regole'', per esempio quelle fissate per i regali natalizi in una rete di parentela. Sono proprio piccoli doni extra o superamenti di cifre presta bilite, quel che stato fatto [...] al di fuori di quello che era necessario fare ''per rispettare la consuetudine'' che conta di pi. [...] Ci sarebbe dunque [...] una metaregola del dono, che consiste nel non obbe dire alle regole che i donatori stessi si danno (20). Inoltre, che il gesto di donare non possa essere riassunto nella frase ''si d per ricevere'' lo si ricava dall'assenza di obbligo che lo caratterizza. Diversamen te che nel mercato, dove vige la rigida regola del contratto (21), il dono si co lloca nel regno della libert e se lo si pretende cessa di essere quello che . Quan do se ne desidera uno, si cerca di farlo capire agli altri in modo indiretto, al lusivo, proprio per evitare che si sentano in obbligo di accontentarci. Vicevers a, quando siamo noi a farlo, si tende a minimizzarne l'importanza e il valore, p er non far sentire in debito gli altri nei nostri confronti. Se un simile compor tamento pu essere letto come ipocrita e falso, volto a mascherare un interesse ch e la consuetudine ritiene sconveniente manifestare in modo esplicito, alla luce della ''necessit della libert nel dono'' questa lettura non tiene pi. ''Il linguagg io del dono [...] lungi dall'essere ipocrita, serve a liberare l'altro in perman enza dall'obbligo di reciprocit che deriva dal dono. Questo linguaggio [...] fa i

n modo che la restituzione, se mai ci sar, sar a sua volta un dono. Il che vuol di re che anch'essa sar libera. [...] Nel dono [...] pi si libera l'altro dal suo obb ligo di donare, pi il dono che egli far avr valore per noi. Al punto che si dir anch e spesso che si preferisce non avere niente piuttosto che ricevere un regalo da una persona che si sentita obbligata a farlo'' (22). Il dono, dunque, si colloca in una regione diversa da quella dello scambio di eq uivalenti, tipica del mercato in cui tutto ha un prezzo, cio equivale a un valore monetario. Come tipicamente si dice, ''basta il pensiero'', e ognuno di noi pu c ertamente riandare con la memoria a un dono, fatto o ricevuto, di intenso valore affettivo, ma di modico o nessun valore economico. Di pi, esso realizza un divor zio completo tra appropriazione e possesso: ci si appropria di un bene nell'atto stesso in cui ci si spossessa di un altro. Ci appropriamo di un ''bene relazion ale'' perdendo il possesso di un ''bene materiale'' e, con ci, diamo voce al biso gno di relazione che in noi, lo facciamo emergere allo stato puro. Risulta cos tr ovata la conferma che cercavamo alle conclusioni sul rapporto tra bisogno e merc ato: tanto pi ci si attacca al possesso, tanto meno si entra in relazione con gli altri, tant' vero che per farlo non troviamo di meglio che spossessarci di qualc osa. A questo proposito mi viene in mente Charles Dickens che, scrivendo nell'In ghilterra della prima rivoluzione industriale e del tumultuoso affermarsi del ca pitalismo, nel celebre ''Racconto di Natale'' ci ha consegnato il prototipo dell '''homo oeconomicus''. Il suo Ebenezer Scrooge sacrifica la vita per perseguire con freddo calcolo il proprio interesse, perdendo uno ad uno amicizie e affetti; e sar proprio il dono disinteressato di un amico dall'oltretomba a farlo rinsavi re e far entrare la gratuit - e con essa le amicizie e gli affetti perduti - nell a sua esistenza. Si potrebbe per obiettare che non si pu donare ci che, prima, non si possieda e che , dunque, dal possesso in generale non ci si pu separare, anzi, esso costituisce la base indispensabile per entrare in relazione con gli altri: posso continuare a regalare solo se continuo a procurarmi qualcosa che sia solo mio e che posso r egalare. Quest'obiezione, secondo me, dimentica per un aspetto essenziale del don o: il suo contenuto. In ultima analisi il motivo per cui si dice ''basta il pens iero'' che, nel regalo, ben oltre il concreto oggetto che lo rappresenta, noi me ttiamo noi stessi, per quel poco o tanto che vogliamo e riusciamo. Non ci si pu a ppropriare di un bene relazionale se non si entra in-relazione-con, se non ci si mette in gioco direttamente. La cosa si fa evidente nel rapporto di coppia (23 o nel volontariato, dove si dona del proprio tempo, cio parte della nostra vita ( 24) e, dunque, direttamente parte di noi stessi, ma io credo che chiunque di noi possa riandare ad altre esperienze di dono fatto o ricevuto e trovare conferma a quest'intuizione. Una riduzione della sfera del possesso, dunque, non implica una minore possibilit di donare, ma, al contrario, amplifica la nostra capacit di farlo, come dimostrato anche dal fatto che sono spesso i pi poveri ad essere pi fa cilmente disposti a dividere con altri il poco che hanno. Oltre l'altruismo Bisogna notare, inoltre, che l'appropriazione di ''beni relazionali'' che viene attuata attraverso il dono diversa da ogni altra, perch vive una duplice dimensio ne: per il solo fatto che ho donato, mi sono messo in gioco nella relazione e, s e l'altro accetta, conseguo un primo risultato di conferma nella relazione stess a; se e quando l'altro ricambier, avr conseguito un secondo e pi pieno risultato di relazione reciproca. precisamente il mettersi in gioco nell'attesa della recipr ocit - resa incerta dalla libert dell'altro - che segna il superamento definitivo sia dell'individualismo che del suo contrario, l'altruismo. Infatti, l'altruista , per definizione, un individuo - non una persona! - che ''sente'' e agisce come se il benessere altrui fosse un fine in s, vale a dire un qualcosa meritevole di attenzione indipendentemente dagli effetti che esso genera sul suo benessere. (S e la preoccupazione per il benessere degli altri solo un mezzo per promuovere i miei fini individuali di lungo periodo, e cessa allorch questi ultimi sono perseg uiti pi facilmente in altro modo, sono un egoista illuminato). [In altri termini] , l'altruismo virt perfettamente compatibile con la prospettiva del discorso indi

vidualista. Prova ne che non c' alcuna difficolt a formalizzare, entro tale prospe ttiva, il comportamento altruista: per introdurre alter nella funzione obiettivo di ego basta far dipendere l'utilit di ego dall'utilit (o dal consumo) di alter. I n sostanza, ''[...] mentre l'altruismo si manifesta in un'azione unidirezionale - l'altruista tale quando d o dona, indipendentemente da come reagir chi ha ricevu to - la relazione di reciprocit per sua natura bidirezionale'' e, perci, ''[...] m entre la reciprocit include, quale sua componente, l'altruismo, non vero il contr ario: l'altruismo di per s incapace di cogliere il ruolo giocato dalla dimensione interpersonale'' (25). Se torniamo per un attimo alle riflessioni che abbiamo fatto sul dono, ci accorg iamo, infatti, di un altro aspetto che non era risultato subito evidente: la gra tuit presuppone la fiducia negli altri. Nello scambio mercantile si d per scontato che l'altro tenda a conseguire il maggior vantaggio possibile a danno nostro, p er cui si deve porre la massima cura nella trattativa e nella fissazione in rego le del suo esito - il contratto (26)-, il cui rispetto garantito dal fatto che l a trasgressione punita per legge (27): siamo all'individualismo. Se rovesciamo l'atteggiamento in altruismo, non cambia la visione dell'altro, se mplicemente non si tiene conto delle sue intenzioni supposte egoistiche. Se dono , invece, perch spero che il mio gesto possa trovare risonanza nell'altro, stabil ire una relazione e suscitare una libera risposta altrettanto gratuita: spero in un incontro di due libert, che reciprocamente non si limitino, ma si rafforzino. Siamo alla fiducia nell'altro, senza di che si resta chiusi in se stessi: ''[.. .] ciascuno, pur non essendo egocentrico e pur volendo cooperare, potrebbe temer e a tal punto la possibilit della defezione dell'altro da defezionare lui stesso' ' (28). Questa lunga digressione sul dono non solo ha messo in luce la validit delle conc lusioni sul rapporto tra bisogno e mercato, ma ha fatto anche emergere lo spesso re della componente relazionale del bisogno stesso, che il consumismo tenta di s equestrare legandola a ci che pu essere venduto e comprato e riducendo il bisogno di relazione al bisogno astratto di consumare. In questa direzione risulta emble matico, come caso estremo, quel particolare tipo di consumo che il sesso a pagam ento. In esso la relazione con l'altro (29) - con la prostituta - esclusa in par tenza, volutamente evitata (30) per lasciare il posto ad un rapporto che, prima di essere sessuale, mercantile e che, concluso il contratto, si estrinseca nel p ossedere il corpo dell'altro per consumare l'esperienza che esso rende possibile . Anche se su un piano diverso - perch si ha a che fare con persone e non con cos e - siamo in perfetta continuit con l'atteggiamento consumista: questo spiega, fa tta salva ogni altra motivazione di ordine psicologico o sociologico, come mai i l ricorso a questo tipo di prestazioni sia divenuto un fenomeno di massa (31). Per concludere, disporre del bisogno significa ricercare consapevolmente una vit a sobria, in cui il fare spazio alla gratuit per aprirsi all'incontro con gli alt ri sia reso possibile dalla contemporanea contrazione della sfera del possesso ( 32). Tempo di lavoro, tempo di vita azzardato affermare che la ''qualit della vita'' legata soprattutto alla dimensio ne relazionale, allo ''star bene'' insieme a e fra altri? Se, come credo, non lo , la domanda successiva prende le mosse dalla constatazione che stabilire rappor ti con gli altri richiede tempo: come si pone l'uso che ne facciamo rispetto all a nostra vita di relazione? Per rispondere proviamo a leggere una pagina tratta da una sorta di reportage da ll'Europa dei primi del '900, in cui il Capo Tuiavii di Tiavea, delle Isole Samo a, descrive con occhio disincantato le abitudini dei cittadini europei. Egli dic e che Il Papalagi (l'europeo, Ndt) ama il metallo rotondo e la carta pesante (il denaro, NdT) [...] ma pi di tutti ama quel che non si lascia afferrare e che tutt avia esiste: il tempo. [...] Il Papalagi sempre scontento del tempo che ha a dis posizione, e accusa il Grande Spirito di non avergliene dato di pi [...] dividend o e ridividendo ogni nuovo giorno secondo un piano preciso. Lo spezza proprio co me si farebbe con una noce di cocco servendosi di un coltello da boscaglia. [...

] Se anche il Bianco ha voglia di fare qualcosa che in cuor suo desidera, per es empio stare al sole o andare sul fiume in barca, oppure amare la sua ragazza [.. .] - i Papalagi si danno reciprocamente tempo in molte maniere: niente viene tan to stimato quanto questa attivit - [...] guasta quasi sempre il suo piacere fissa ndosi sul pensiero: ''Non mi rimane tempo per essere contento''. Il tempo ci sar ebbe, ma lui, anche con la migliore volont, non riesce a vederlo. Parla di mille cose che gli rubano il tempo, si piega imbronciato e scontento su un lavoro che non ha voglia di fare, che non gli d nessuna gioia [...]. Credo che il tempo gli sgusci via come un serpente tra le mani umide proprio perch lo tiene troppo stret to a s. Non gli lascia il modo di riprendersi [...], non gli concede alcuna sosta perch possa stendersi al sole. [...] Il tempo per quieto e pacifico, ama la tranq uillit e starsene disteso su una stuoia (33). passato quasi un secolo da quando queste note sono state scritte, ma la descrizi one appare ancora attuale. Il nostro tempo scandito da ritmi frenetici, che sono dettati in primo luogo dalle esigenze del lavoro e delle altre attivit che gli s ono necessarie e complementari, ma che da l si estendono anche al resto di ci che facciamo. Nel corso del secolo che si appena concluso ha dispiegato i suoi effet ti un processo iniziato agli albori dell'et moderna, che ha portato gradualmente alla sostituzione di un tempo meccanico e preciso, scandito dal ticchettio dell' orologio, a quello biologico e approssimativo misurato dai moti degli altri e da l susseguirsi delle stagioni e delle et. Questo profondo rivolgimento si compiuto prima nel tempo di lavoro, all'interno delle fabbiche con la catena di montaggi o, e poi nel resto delle attivit lavorative e nel tempo cosiddetto libero - di un a libert di cui per altro abbiamo gi discusso i limiti. Mi sembra che, quando il s aggio delle Samoa nota l'insistenza con cui il tempo viene letteralmente fatto a pezzi per misurarlo, in modo da destinare ad ogni attivit quella parte di esso s trettamente necessaria e non di pi, colga esattamente questo aspetto. Sul piano d ella relazione, ci si traduce in legami frettolosi e perci fragili, la cui quantit vorrebbe supplire alla scarsa qualit (34). Come sottolinea Tuiavii, per stabilire rapporti umani occorre invece dare tempo al tempo e darselo reciprocamente, fer marsi per guardare l'altro negli occhi ed essere guardati, per ascoltarlo ed ess ere ascoltati: necessario condividere un tratto di strada percorso lentamente. I l bisogno di relazione, indagato a partire dal consumo, entra in conflitto col p rimato attribuito al tempo di lavoro. Si aprono a questo punto due filoni di rif lessione, all'inizio distanti ma poi convergenti. Il primo prende in esame il ruolo di paradigma, di ''tempo per eccellenza'' eser citato dal lavoro su tutto il resto. Per esplorarlo si dovrebbe prima aprire una lunga parentesi sul suo significato nella nostra cultura, su come il ''negozio' ', cio l'attivit economica legata alla produzione e al commercio, dall'avvento del la borghesia abbia assunto un significato positivo in contrapposizione all'''ozi o'', considerato un modo inutile e parassitario di sprecare il tempo, mentre dal l'antichit fino ad allora era stato esattamente il contrario (35). Poi si dovrebb e analizzare come, proprio per questo, i mutamenti in atto nel sistema produttiv o - nella transizione dal fordismo al cosiddetto post-fordismo - riverberino i l oro effetti sull'intera vita individuale e associata (36). In estrema sintesi, q uello che qui si pu dire, e che ci interessa, che ci troviamo di fronte a un para dosso. L'introduzione delle tecnologie informatiche ha generato un'accelerazione senza precedenti nella capacit produttiva dell'economia capitalista, ma, come ho gi ricordato (37), ci non si tradotto nella liberazione dal lavoro di pi tempo da dedicare ad attivit diverse, ''oziose'', estranee alla logica di mercato e creatr ici di relazioni, bens, al contrario, da un lato nella progressiva perdita di pos ti di lavoro accompagnata dalla precarizzazione di quelli esistenti, dall'altro nell'intensificazione dell'orario per quei lavoratori che restano occupati, semp re pi spesso con rapporti di tipo parasubordinato Il secondo filone considera che , rispetto al consumo, cui abbiamo dedicato in gran parte la nostra attenzione, il lavoro rappresenta l'altro versante dell'agire economico ed sorprendente come , in genere, spesso non ci si renda conto di quanto le due dimensioni siano lega te. Viviamo in modo schizofrenico: non solo il pi delle volte ignoriamo che le no stre scelte di consumo sono rese possibili da - e si traducono in - precise scel te produttive, le cui ricadute su altri lavoratori certo non vorremmo fossero ap

plicate a noi stessi (39), ma non vediamo che le forme e le condizioni del nostr o stesso lavoro non sono estranee al nostro modo di consumare. Il circuito perve rso per cui pi si guadagna pi bisogna spendere, e pi si spende pi bisogna guadagnare , non che la superficie di ci che lega le due dimensioni. Pi in profondit sta il co mune rapporto col tempo, che porta a una specie di compenetrazione: per massimiz zare la soddisfazione che ne pu derivare, si portati alla saturazione del tempo d i consumo con modalit ''tayloristiche'' (40), nel tentativo di non lasciarsi sfug gire nessuna delle esperienze in esso possibili; al tempo stesso, meno il lavoro rigido e ripetitivo - e pi attraente - pi si tende a ricercarne tutte le possibil i gratificazioni, applicando al tempo di lavoro le stesse modalit di crescita gi v iste a proposito del consumo. Riprendendo alcune considerazioni cui ho gi accennato nel secondo capitolo, si pu affermare dunque che abbiamo anche nei confronti del tempo un atteggiamento glob almente consumista ed efficientista. la logica de ''il tempo denaro'', che ci sp inge a ''guadagnare tempo''; ancora una volta - il linguaggio lo tradisce - l'in teriorizzazione dello schema ideologico dell'economia capitalista di mercato. Come conseguenza, acquista nuova luce il fatto che gran parte del nostro tempo v enga assorbito dal lavoro, quando lo abbiamo. Il conflitto che ci crea con le es igenze di famiglia l'aspetto pi facilmente individuabile di come questa situazion e condizioni la nostra possibilit di stabilire e mantenere relazioni con gli altr i. Nel film ''Hook'' di Steven Spielberg, Peter Pan, divenuto un adulto immemore della propria infanzia giocosa e dedito alla speculazione finanziaria sui proce ssi di fusione e ristrutturazione aziendale, non trova il tempo per stare con i propri figli e rischia di perderli come genitore, di diventare per loro un estra neo. Per la mia generazione stata esperienza comune quella di crescere con padri perennemente assenti e ricordo che, ad un certo punto, di mio padre giunsi ad o diare il lavoro che, anche se ci dava da mangiare, lo teneva lontano da me e da mia madre. Contro la logica che vuole il moderno lavoratore come un individuo in perenne co mpetizione con gli altri per l'acquisto e il mantenimento di un posto di lavoro sempre temporaneo e che lo obbliga ad investire in un continuo processo di aggio rnamento molto del tempo che gli resta libero dal lavoro, si afferma, pertanto, un'esigenza di sobriet analoga a quella che riguarda i bisogni legati al consumo. Puntare ad una riduzione generalizzata dell'orario di lavoro per consentire una piena occupazione anche la traduzione in termini politici, per incidere sulle fo rme di vita, di un mutamento nello stile di vita, in cui alla vendita di parte d el proprio tempo per procurarsi un reddito monetario non venga assegnato il post o pi importante. Scoprendo in questo modo che il lavoro racchiude una forte compo nente relazionale: ''[...] nel mondo moderno, ancor pi che in quello antico, ness uno in grado di produrre direttamente le condizioni materiali della propria esis tenza. Per riuscire a produrre per se stessi, bisogna cio produrre per altri; cos icch la soddisfazione dei propri bisogni consegue solo dal fatto che si riescono a soddisfare bisogni altrui'' Certo, si tratta di una relazione di tipo strumentale e, come tale, limitata; pr oprio per questo pericoloso far dipendere il riconoscimento sociale, e spesso gl i stessi diritti di cittadinanza, esclusivamente dal fatto di avere un lavoro re tribuito. L'anziano o il disoccupato (42) che non sono ''utili'' - nel senso che non servono pi o non ancora o forse mai al sistema economico - rischiano l'insig nificanza e la perdita di autostima. Con le parole di Tuiavii: Solo una volta ho incontrato un uomo che aveva molto tempo e non si lamentava mai per la sua manca nza; ma quest'uomo era povero, sporco e abbandonato. La gente si teneva alla lar ga da lui e nessuno lo rispettava. Non riuscivo a comprendere un tale comportame nto: camminava senza fretta e i suoi occhi sorridevano in modo tranquillo e amic hevole. Quando lo chiesi a lui, la sua espressione si alter e disse tristemente: ''Non ho saputo mai utilizzare il mio tempo e per questo sono una povera nullit d isprezzata da tutti''. Quest'uomo aveva tempo, ma neanche lui era felice (43). L' esperienza delle banche del tempo costituisce, da questo punto di vista, un modo per far riemergere una capacit lavorativa altrimenti inutilizzata, una sorta di autoproduzione collettiva in un contesto estraneo alla logica di mercato e, dunq

ue, un'occasione di sobriet nel lavoro nel senso indicato in precedenza. Sobriet e vita: il senso Abbiamo parlato di uso del tempo: per il lavoro, per il consumo, per ci che non n l'uno n l'altro. Ma che cos' il tempo? Senza osare addentrarsi in questo problema - che ha attraversato l'intera storia del pensiero filosofico occidentale e dell a saggezza orientale - partiamo da una elementare constatazione: vita e tempo no n possono essere separati. Un essere vivente inizia ad esistere in un dato istan te e cessa di esistere in un altro; prima non c', poi c', poi ancora non c' pi. La v ita si snoda tra la nascita e la morte ed il battito del cuore, che ci accompagn a notte e giorno fin dal grembo materno, il metronomo dell'esistenza, l'elemento ritmico primordiale da cui origina la stessa possibilit della musica. Il tempo e ntra dunque costitutivamente nella percezione e comprensione che della vita abbi amo, ed sulla base di questa comprensione che siamo portati ad estendere la temp oralit anche a ci che non vive. Nonostante l'esperienza di innumerevoli generazion i ci dica di averli trovati gi l dove anche noi oggi li vediamo, dei fiumi e delle montagne, della Terra tutta e perfino dell'intero universo ci chiediamo: quando hanno avuto inizio? quando termineranno? In molte espressioni, perci, tempo e vi ta possono essere usati come sinonimi e si pu istituire un'equivalenza tra il mod o di trascorrere il proprio tempo e quello di vivere la propria vita. Ne deriva che fin qui non abbiamo parlato di altro che della nostra vita. ''La b orsa o la vita'' (44) il titolo di un best seller americano che propugna l'esige nza di riscoprire la sobriet per non essere schiavi del denaro, e che bene conden sa qual il dilemma che ci troviamo di fronte. Dobbiamo decidere in che direzione vogliamo andare, qual il senso che vogliamo imprimere alla nostra vita. Per sce gliere dobbiamo prima capire dove le strade ci conducono e per capire fissiamo l a sguardo il pi lontano possibile, all'orizzonte: sar ancora una volta l'orizzonte come metafora a farci da guida. Anche quando rivolgiamo lo sguardo alla sottile linea che demarca ci che del panorama possiamo vedere, il nostro campo visivo si organizza intorno a un punto, che quello in cui si concreta l'attenzione. Tutto il resto della visione percepito in funzione di quel punto, contribuisce alla r icchezza del ritorno di informazioni su di esso e, contemporaneamente, viene ins erito in un'invisibile trama di relazioni che lega ogni elemento visto con quell o che guardiamo. Il senso della visione, cio ci che di essa riusciamo a percepire in modo coerente, nasce da questo intreccio di rimandi reciproci. I dipinti astr atti ce ne forniscono una controprova: se non individuiamo quello che l'artista ha inteso essere il centro di senso della tela, i nostri occhi rischiano di vaga re da un lato all'altro della cornice, incapaci di fermarsi su una singola linea o forma, e l'intero quadro ci risulta incomprensibile. Viceversa, individuato i l centro, per cogliere il senso complessivo del quadro non possiamo prescindere dall'insieme di tutti gli altri segni, che ne fanno ci che . Di conseguenza, anche se diverso fissare lo sguardo su qualcosa che sull'orizzonte si staglia oppure sull'orizzonte stesso - perch nel primo caso esso contribuisce a definire il sens o di ci che guardiamo, mentre nel secondo riceve senso da tutto ci che vediamo ent ro i suoi confini - la metafora ci suggerisce che, cos come non possiamo vedere, non possiamo neppure vivere senza senso. Senza un centro di senso il fluire degl i attimi successivi di cui fatto il nostro tempo si trasforma in un susseguirsi di accadimenti senza legame fra loro, come i segni di un quadro astratto incompr ensibile. Quando la vita non ha senso, non ci resta che rifugiarci nella follia o nella morte. Dobbiamo occuparci, allora, di ci che d un senso al nostro stesso e ssere di fronte ad un bivio. Fin qui le riflessioni che ho cercato di condurre sono state rivolte a mostrare come per noi, che viviamo nella parte ''ricca'' del pianeta, esistano fondate ra gioni per modificare la struttura dei nostri bisogni e, dunque, dell'economia, s ia come produzione che come consumo. Tuttavia, s' visto che i bisogni non hanno u n criterio interno intersoggettivo che consenta di affermare che alcuni di essi vanno soddisfatti prima o al posto di altri; si solo capito che dal meno (in ore di lavoro vendute e in beni acquistati sul mercato) viene il pi (in possibilit di relazione e in qualit della vita) e che, in ogni caso, nel fluire del tempo dell

a nostra vita i bisogni si organizzano intorno a un centro di senso, che ci cost ituisce perci come bisogno radicale. Se ci fermassimo qui non usciremmo dall'indi vidualismo, sia pure illuminato, e soprattutto sfuggirebbe il nesso che lega il destino di ciascuno di noi con quello del pianeta e di tutti gli uomini che con noi lo abitano. Non riguadagneremmo il senso del bene comune, che ponevo alla fi ne del primo capitolo come necessario antidoto all'individualismo. Dobbiamo dunq ue porci il problema del bene e del comportamento pratico di fronte ad esso, val e a dire il problema dell'etica. Etica della sobriet Secondo Henrique Dussel, filosofo argentino che vive in Messico, cui sono ispira te le riflessioni che seguono, [...] ''prassi'' un atto che compie una persona, u n soggetto umano, il quale, per, si dirige ad un'altra persona o direttamente (un a stretta di mano, un bacio, un dialogo, una botta) o indirettamente (per mezzo di qualcosa; per esempio, quando si spartisce un pezzo, di pane, il pane non una persona, ma si divide con l'altra persona). [...] La prassi il modo consapevole di stare di fronte all'altro nel nostro mondo; la concreta presenza di una pers ona di fronte a un'altra (45). Compito dell'etica allora individuare i criteri ch e consentano di dire di questa presenza e di questa azione che sono buone o catt ive, e di farlo in modo da superare l'idea che di ci che buono non si possa dare che una definizione totalmente soggettiva, cio diversa per ciascun individuo. Dus sel, a questo scopo, richiama un testo di pi di cinquemila anni fa, il Libro dei Morti della civilt egizia (46). Al capitolo 125 si trovano elencate le azioni in base alle quali il dio Osiris giudicher la vita del defunto e si legge ''Ho donat o il pane a chi aveva fame, ho donato acqua a chi aveva sete, ho donato abiti a chi era nudo, ho donato una barca del Nilo ai forestieri''. Parole molte simili ricorrono duemilatrecento anni dopo nel profeta ebraico Isaia: ''Digiunare signi fica dividere il pane con chi ha fame, aprire la casa ai poveri senza tetto, dar e un vestito a chi non ne ha, non abbandonare il proprio simile'' (Is 58,7) (47) . E altri settecento anni dopo, in Ges di Nazareth: ''Allora il re dir ai giusti: venite, voi che siete i benedetti del Padre mio; entrate nel regno che stato pre parato per voi fin dalla creazione del mondo. Perch io ho avuto fame e voi mi ave te dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato nella vostra casa; ero nudo e mi avete dato i vestiti; ero malato e siete venuti a curarmi; ero in prigione e siete venuti a trovarmi'' (Mt 25,34 -36). A questi testi di ispirazione religiosa Dussel ne accosta provocatoriament e un altro di provenienza laica (e risalente al penultimo secolo scorso): in Fri edrich Engels si legge che ''Secondo la concezione materialistica, il momento de terminante della storia, in ultima istanza, la produzione e la riproduzione dell a vita immediata. Ma questa a sua volta di duplice specie. Da un lato, la produz ione di mezzi di sussistenza, di generi per l'alimentazione, di oggetti di vesti ario, di abitazione e di strumenti necessari per queste cose; dall'altro, la rip roduzione degli uomini stessi: la riproduzione della specie'' (48). Secondo il f ilosofo, dal confronto tra i testi citati si ricava la continuit plurimillenaria di una intima consapevolezza, cio che ''il contenuto di tutti gli atti umani corr elato alla vita'', ed affermare che la sua produzione e riproduzione costituisce il criterio ultimo dell'agire equivale a dire ''che se un atto contro la riprod uzione della vita eticamente cattivo'' mentre ''donare da mangiare, un vestito, una casa [o] visitare i prigionieri, i malati, cosa buona''. Dussel consapevole che la sua pu apparire una forzatura (Ges di Nazareth un materialista?), ma da un lato suggerisce del materialismo di Engels un'interpretazione che non lo fa cons istere nel contrapporre materia e fisicit a spirito, ma nel fissare come materia, come contenuto del suo pensiero la vita; dall'altro, afferma che la sua una let tura ''che viene dal Sud del mondo'' che in qualche modo necessitata ''perch la g ente muore di fame in America Latina, e dunque l'etica per noi questione di vita o di morte''. Da questo punto di vista, la povert estrema '' l'inizio dell'estinzione dell'umani t, in relazione con la morte della vita''. Dussel fa coincidere ''vita'' con ''vi ta umana'', perch sostiene che, anche quando gli ecologisti parlano in senso lato

di una possibile fine della vita sulla Terra come effetto di comportamenti non sostenibili per l'ambiente, in realt la nostra sopravvivenza che in gioco e ci im porta. Tuttavia, un antropocentrismo correttamente inteso - in cui la specie uma na vista come ''il culmine della vita'', capace di preservarla o distruggerla - necessariamente relativo, non spezza la continuit tra noi e gli altri viventi. '' La vita fragile'' e il fatto di partecipare di essa, ponendo un limite necessari o a tutti i nostri atti, ci spinge ad adottare la logica del pi piccolo essere vi vente. ''L'ameba un organismo unicellulare dotato di membrana e anch'io ho una m embrana: si chiama pelle''. Mangiare, bere, vestirsi o cercare riparo sono tutti gesti che rispondono alla stessa logica dell'ameba, quella di creare una separa zione tra ci che dentro (la vita) e ci che fuori, allo scopo di preservarla. Produ zione, riproduzione e sviluppo della vita - o l'alternativa tra vita e morte, ch e lo stesso - diventano cos, in senso forte, criteri di verit e di conoscenza di t utte le cose pratiche, nel senso definito in precedenza. ''Questo un alimento e questo un veleno: se io, sbagliando giudizio, commetto un errore, muoio. [...] L a verit teorica viene dopo, perch prima viene la verit pratica, la riproduzione del la vita''. Qui Dussel, che elabora la propria riflessione a partire dalla povert del Sud del mondo, mi sembra in sintonia con una riflessione proveniente dal Nord, secondo cui la vita ha una posizione unica e centrale sul nostro pianeta. ''La Terra vie ne da molto lontano, da 4500 milioni di anni di evoluzione. una storia, quella d ell'evoluzione biologica, complessa e meravigliosa, una storia di energia e di m ateria, di molecole e di cellule; una storia che ha dato luogo a forme viventi d i grande diversit, vegetali e animali, fino ad arrivare all'uomo. [...] una stori a che la nostra bisnonna alga azzurra [...] ha cominciato a scrivere centinaia d i milioni di anni fa inventando sulla Terra il processo della fotosintesi, che c ostruisce i mattoni della vita (la struttura biologica di tutti gli esseri viven ti) adoperando l'energia del sole, l'acqua e la CO2 (anidride carbonica) dell'ar ia [...]. La fotosintesi contrasta, sulla superficie terrestre, il degrado entro pico (49) [...] in quanto tende a ''mettere in ordine'' la materia disordinata: la pianta preleva infatti materia disordinata (le molecole povere di energia e i n agitazione disordinata dell'acqua e dell'anidride carbonica) e, grazie all'ene rgia solare, le organizza costruendo strutture complesse. [...] Si pu cos leggere tutta la storia della vita sulla Terra, la storia della fotosintesi e la storia dell'evoluzione, come la storia di un pianeta singolare che ha imparato a cattur are l'energia solare e a nutrirsi di entropia ''negativa'' dell'Universo fino a creare strutture complesse (gli organismi viventi) (50)''. La vita dunque un eve nto singolare, che sulla superficie di un piccolo pianeta contrasta con successo l'inesorabile degrado dell'universo. Anche se ogni organismo destinato prima o poi a morire, disfacendosi nel disordine degli elementi che lo componevano e con fermando con ci la generale tendenza verso l'entropia, per il solo fatto di esist ere un miracolo, qualcosa che non avrebbe dovuto esserci in base alle leggi dell a natura, qualcosa che avrebbe potuto non esserci. La scienza d una forma raziona le a quel sentimento di stupore che sempre ci colpisce quando la nostra mano si china a raccogliere un fiore, i nostri occhi ne ammirano la forma e il colore, i l nostro naso ne odora la fragranza, le nostre dita ne avvertono la fragilit. Non esiste manufatto od opera d'arte che possa eguagliare anche solo la bellezza di una piccola margherita, perch non si pu paragonare una cosa che porta in s la trac cia della vitalit creativa dell'artefice, ma in se stessa morta, con un'altra cui la vita appartiene intimamente. Come dubitare, allora, dell'antica saggezza che ha fatto coincidere l'agire buono con la preservazione di quei viventi - affama ti, assetati, senza riparo - che, diversamente, sarebbero stati condannati a mor te? Si potrebbe obiettare che proprio la natura ci mostra invece quotidianamente la verit di un principio opposto: ''mors tua, vita mea''. Gli animali per sopravvive re debbono cibarsi di vegetali o di altri animali, e qui la mente corre subito a i grandi predatori, tigri e leoni, che non a caso nell'immaginario collettivo si mboleggiano la dura legge del pi forte. L'ecologia, per, ha dimostrato che le vari e specie viventi sono tra loro in equilibrio in un ecosistema e che, dunque, dal le singole morti la vita di tutte che se ne avvantaggia, non solo quella di sing

oli individui; inoltre, l'etologia insegna che negli animali superiori, a differ enza dell'uomo, non esiste predazione tra appartenenti alla stessa specie. Di co nseguenza, quando per esempio si dice che negli affari prevale la ''legge della giungla'', applicando all'agire umano una metafora che si dice desunta dal compo rtamento animale, in realt si gi letto quel comportamento con le lenti deformanti del nostro agire utilitarista e competitivo. In vari documentari ho pi volte vist o l'immagine di un gruppo di leoni sazi, sdraiati al sole, incuranti della prese nza a pochi metri di distanza di una mandria di gazzelle appetitose, e ho provat o a immaginare come mi sarei comportato io stesso in circostanze analoghe: crede te che sarei stato fermo? Ernesto Balducci cos sintetizzava il legame tra etica della vita e ecologia: ''Se fossi chiamato a definire nel modo pi conciso possibile la condizione dell'uomo in questo crepuscolo del millennio, ecco quanto direi. Dopo aver assecondato con tutte le sue energie il proprio impulso prometeico al dominio del mondo - un im pulso che l'ha condotto fin nel santuario della creazione e dell'anticreazione, del s e del no all'esistenza stessa della vita - l'uomo si trova solo: nessun viv ente gli risponde negli infiniti spazi che ha esplorato, anzi le stesse forze ch e ha evocato dalle viscere della materia lo assediano, giorno dopo giorno, conta minando l'acqua in cui si bagna, il cibo di cui si nutre, l'aria che respira. E, tuttavia, quest'uomo ha afferrato una verit in cui gi c' una risposta di salvezza: no, egli non un dominatore; il mondo in cui vive non uno spazio per le sue conq uiste, un organismo vivente, nato non si sa come e cresciuto come un sistema di equilibri che stringono tra loro le cose: l'acqua che scorre, l'albero che fiori sce, la rondine che vola, l'uomo che pensa. All'interno di questo sistema la vit a un tessuto unitario, dentro il quale - non sopra il quale - lampeggia la luce del pensiero che pensa e progetta, la coscienza umana, scopertasi finalmente non arbitra, ma custode di tutte le cose. L'umanesimo del dominio, quello che amava porre gli esseri dell'universo in un rapporto di dipendenza gerarchica, in forz a del quale il superiore aveva per natura il diritto di usare e di abusare dell' inferiore, viene meno, anche perch la consapevolezza scientifica ci ha rivelato i l nesso tra tempo ed energia: la storia durer finch dureranno le risorse energetic he, che, una volta usate, non si rinnovano per intero, decadono in parte nell'in erzia (entropia), cio nella morte. Siamo dentro una parabola in rapida curva disc endente. Se morto il dio dei metafisici morto anche il ''dio della storia''. Il futuro affidato all'uomo e l'uomo della civilt dei consumi, gi perch consuma, lo ab brevia, nega di fatto l'esistenza delle generazioni future. la bancarotta degli umanesimi ed il segnale della necessit di una svolta che potremmo definire, utili zzando un'endiadi di moda, come il trapasso dalla civilt dell'avere alla civilt de ll'essere, dalla civilt la cui legge evolutiva la competizione, alla civilt la cui legge, imposta non pi soltanto dalla coscienza, ma anche dalla scienza, l'amore per tutte le creature viventi e perfino per quelle che verranno. Su questo spart iacque entropico, l'amore diventa un postulato scientifico!'' (51). ''Vita tua, vita mea'', dunque, la vita degli altri la mia stessa vita. Proporre questo come criterio di verit pratica, come metro di giudizio del nostro concret o agire, significa che ogni volta in cui affermo me stesso a danno, direttamente o indirettamente, di altre persone, ci male, perch la mia vita migliora, ma la vi ta no: il gioco a somma zero. Significa anche riconoscere che il possesso, nel s ignificato escludente gi visto, non pu esercitarsi sulla vita, perch essa prima di tutto un dono, qualcosa che riceviamo alla nascita nel segno della gratuit e di c ui, pi che impossessarcene, prendiamo parte, in una comune appartenenza al genere umano. Questo, come dice Dussel, '' il primo principio, che universale e vale in Africa, in Asia, in America Latina e in tutte le culture, poich qualsiasi cultur a un modo di riprodurre la vita''. ''un pensiero forte'' che si contrappone ''al la ragione europea [...] della conquista e della modernit'', che ''si basa sul me rcato e la democrazia formale'' e che ''[...] la ragione della morte, poich viole nta''. Dussel prosegue affiancando al primo altri cinque principi per un'etica della li berazione. ''[...] se la vita l'orizzonte, come possiamo decidere il mezzo migli ore per promuoverla?''. Il secondo principio dice: ''il mezzo migliore quello ch e decidiamo insieme; l'intersoggettivit del consenso crea non la verit, ma la vali

dit'', cio stabilito che il criterio di verit pratico di un'azione la produzione e la riproduzione della vita, e che dunque questo il fine di un'azione che si vogl ia etica, il modo concreto di perseguirlo deve essere deciso collettivamente, se condo regole democratiche. Il terzo principio afferma che, per essere buona, un'azione deve essere, oltre c he vera e valida, anche fattibile, empiricamente possibile in base alle conoscen ze possedute, che variano nel tempo e sono sempre parziali. Ci introduce un eleme nto di incertezza nel giudizio etico: ''affinch un atto sia buono, deve essere va lutato nelle sue conseguenze [...] a lungo termine, fino alla fine della storia' ' e, dunque, ''[...] impossibile dire se questo atto certamente buono'', perch se rvirebbe un'intelligenza infinita che non possediamo (ricordiamoci che siamo lim itati). Di un atto, allora, posso solo dire che ''[...] presumo che sia buono, p erch rispetta determinate condizioni: credo che questo atto abbia la presunzione di verit perch riproduce la vita; credo che abbia la presunzione di validit, perch n e abbiamo discusso insieme; presumo che sia fattibile, perch ne abbiamo convenuto la fattibilit. un'etica umile'', ma universale. A questo punto, che sembrerebbe conclusivo, Dussel introduce una nuova riflessio ne. Proprio a causa dell'insormontabile incertezza del giudizio etico, impossibi le affermare che un'azione realizzata a fin di bene non possa essere indirettame nte causa per qualcuno di effetti negativi. Anche se venissero rispettati i tre principi sinora individuati, l'errore di valutazione sarebbe sempre possibile. C hi subisce le conseguenze non volute di ''un atto buono'', fatto con la piena co scienza di fare ''un atto buono'', chiamato da Dussel ''vittima''. Per esempio, il capitalismo, che sorto con l'obiettivo di migliorare le condizioni di vita es istenti sotto il feudalesimo, e per certi aspetti c' sicuramente riuscito, ''[... ] ha ridotto un terzo dell'umanit a prodotto negativo non intenzionale (52) di un sistema distruttore''. Se non lo si gi, bisogna allora calarsi nei panni della v ittima e assumerne il punto di vista per ''[...] criticare il sistema che non pe rmette alla vittima di vivere, e questo un principio critico: il quarto principi o''. Ad esso se ne aggiunge un quinto, che, in modo speculare al secondo, afferma la necessit che le vittime si uniscano fra di loro in modo che anche la critica sia democratica. ''Le donne fanno una comunit e nasce il movimento femminista, la gen te che ha una sensibilit per l'ecologia d vita a un movimento ecologista, l'emargi nato crea una comunit di emarginati, un paese povero comincia la lotta per la lib erazione contro un paese ricco''. Il sesto principio, infine, ''il principio 'liberazione''', che richiede il supe ramento di un sistema che si ritenga falsamente il migliore possibile mentre pro duce vittime. Proprio la presenza di queste ultime indica invece che un sistema imperfetto e che dunque fattibile (terzo principio) progettarne e realizzarne il cambiamento, pur nella consapevolezza che ogni nuovo sistema, per la fallibilit del giudizio etico, produrr inevitabilmente nuove vittime e si dovr ricominciare d accapo. Dussel non lo cita, ma viene in mente il biblico ''i poveri li avrete se mpre con voi''. Il bene comune e la sobriet Dopo questa sommaria esposizione del pensiero di Enrique Dussel - ricavata da un a conferenza e non dall'opera di pi di seicento pagine (53) in cui le sue idee so no state sviluppate - possiamo stabilire un legame con quanto scrive Riccardo Pe trella: '' mia convinzione che il bene comune rappresentato dall'esistenza dell'a ltro. [...] perch esiste un tu (l'altro) che l'io esiste. [...] Affinch l'esistenz a dell'altro si realizzi, occorrono condizioni di spirito (il sistema di valori, i simboli) e di azione (le istituzioni politiche, i mezzi economici) precise e durevoli. L'oggetto del bene comune la ricchezza comune, cio l'insieme dei princi pi, delle regole, delle istituzioni e dei mezzi che permettono di promuovere e g arantire l'esistenza di tutti i membri di una comunit umana. Sul piano spirituale , uno degli elementi del bene comune costituito dal trittico riconoscimento-risp etto-tolleranza nelle relazioni con l'altro. Sul piano materiale il bene comune si struttura attorno al giusto accesso da parte di tutti all'alimentazione, all'

alloggio, all'energia, all'educazione, alla salute, al trasporto, all'informazio ne, alla democrazia e all'espressione artistica. Oggi siamo di fronte alla neces sit di (ri)costruire il bene comune. La sua (ri)costruzione comporta trasformazio ni considerevoli sul piano politico, economico, sociale'' (54) e, aggiungo io, p ersonale. L'assonanza tra un pensiero che viene dal Sud e ancora un altro che vi ene dal Nord evidente. Se bene promuovere e garantire l'esistenza, cio la vita, i l bene non pu che essere comune a tutti cos come lo la vita stessa. Si rovescia e si modifica il paradigma utilitarista: l'interesse altrui non il frutto indirett o della ricerca di ci che avvantaggia me, ma la ricerca di ci che bene per me non pu compiersi senza perseguire insieme ci che bene per gli altri, anzi, non pu attua rsi se non attraverso quel perseguimento. Insomma, ci che bene per me deve essere per altri, per ciascun altro: non una semplice concomitanza, una contemporaneit, ma un'intima co-appartenenza tra me e l'altro nel segno della vita. E negli ''a ltri'' sono perci compresi prima di tutto gli altri esseri umani, ma in senso lat o tutti i viventi, come ricordava Balducci. I pesci del Baltico avvelenati dal c ianuro e gli innumerevoli poveri esclusi dal mercato mondiale sono ugualmente vi ttime dell'economia capitalista, ''causa dell'estinzione delle risorse naturali (semplici mezzi di produzione senza dignit propria) e della maggioranza della ste ssa umanit (semplici forze di lavoro che non vengono considerate innanzitutto com e persone)'' (55). Questi argomenti che fanno appello alla ragione e all'antica saggezza che giace sepolta sotto i nostri comportamenti utilitaristi per non bastano per voltare pag ina: ''[...] l'etica come riflessione e come progetto dev'essere ricavata dall'e tica come relazione concreta vissuta nell'azione.'' (56). Bisogna partire daccap o dalla vita, in cui l'azione si esplica come intreccio di ragione e sentimento. La parabola del samaritano, un celebre brano del Vangelo (57), pu aiutarci a com prendere cosa questo vuol dire. Il racconto pare preso da un fatto di cronaca di una grande citt: un uomo a terra, ferito dopo un pestaggio, e i passanti l vicino fingono di non vederlo per non prestargli soccorso. L'ambientazione per diversa, non c' una folla anonima in cui tutti si sentono estranei gli uni agli altri, ma solo un ferito sul ciglio della strada e dei viandanti che, soli, gli passano a ccanto uno dopo l'altro. Per loro non valgono dunque gli alibi psicologici del m oderno abitante di una metropoli, eppure non si fermano; vedono il ferito, ma in quel momento hanno evidentemente altre priorit, di cui il racconto tace. descrit ta invece molto bene la condotta dei passanti: per non essere coinvolti girano a lla larga dal ferito, quasi a marcare con una distanza fisica la distanza etica e psicologica che li separa da lui. Per questo di estrema importanza il fatto ch e il samaritano, visto l'uomo come gli altri, non lo eviti, ma gli passi accanto . La vicinanza o meglio la prossimit sono gi il segno della decisione etica di las ciarsi interpellare dalla sofferenza dell'altro, dal fatto che la sua vita messa a rischio. Ma la prossimit rende possibile vedere da vicino e allora scatta una molla nuova: il samaritano prova compassione. In lui non c' pi solo la convinzione di dover prestare aiuto al ferito, c' il sentire su di s il suo dolore (com-passi one), c' la consapevolezza emotiva che la vita che messa a rischio nell'altro la sua propria. Da l in poi la strada del bene - o della solidariet o del dono - tutt a in discesa, segue naturalmente. L'etica che ho sommariamente descritto e fatta mia non avrebbe spessore se non f ossimo spinti fuori da noi stessi dalla com-passione (58) per le sofferenze degl i impoveriti del mondo, di quelli che, con tragica metafora biblica, sono stati gettati fuori dal cerchio luminoso degli ''have'' nella notte degli ''have not'' , dov' pianto e stridore di denti. Senza quella stretta che ti prende allo stomac o in un misto di orrore, rabbia, tenerezza e amore e fa risuonare nell'intimo l' esclamazione - non giusto! - non c' azione da samaritano, non c' chinarsi sull'uma nit sofferente e domandarsi donde venga la sofferenza e tentare di alleviarla e d i porre fine alle sue cause. E senza quel chinarsi non c' neppure il moto di ribe llione che davanti allo scempio della natura perpetrato in nome del profitto por ta a dire daccapo: non giusto! L'alternativa tra la borsa e la vita si situa dunque qui, su questo sfondo etico -esistenziale cui si ricollegano i tanti argomenti complementari che abbiamo esa minato: la critica al consumismo che ci vuole tutti individui egoisti, la critic

a all'economia capitalista che ci vuole lavoratori flessibili e consumatori mai sazi, la critica all'illusione di non avere limiti, l'analisi dei bisogni in rap porto all'economia, l'analisi del dono e della gratuit, l'analisi del tempo in ra pporto al lavoro... Il tentativo stato quello di collocare i vari elementi del quadro in funzione di un centro di senso capace di conferire unit al tutto, nell'intima convinzione ch e chiunque non si riconosca nel pensiero unico non pu che partire in positivo da ci che esso nega: la dignit e il valore di ogni essere umano e di ogni essere vive nte. Alla luce di quest'etica elementare e universale, dal punto di vista delle vittime, l'alternativa tra la borsa e la vita si rivela come una figura della pi radicale scelta tra la vita e la morte. La borsa (anche con la B maiuscola!) l'i dolo cui la vita realmente sacrificata per propiziarsi favori illusori, che non verranno mai. Per noi che abitiamo a pieno titolo nei territori dell'impero capitalista, allor a, scegliere uno stile di vita sobrio sul piano personale non migliora solamente la qualit della nostra esistenza: significa scegliere in senso ampio per la vita e, dunque, porsi l'obiettivo del bene comune. Pi in profondit, per quanto detto l a stessa qualit della vita che non pu essere conseguita per s sola, altrimenti si r icadrebbe in una diversa e sottile forma di utilitarismo. Ci equivale a dire che la sobriet non pu restare stile di vita, ma deve farsi forma di vita, patrimonio c ollettivo concretamente realizzato in regole, istituzioni, strutture sociali. L' attiva ricerca del buon vivere pu essere solo nello stesso tempo personale e poli tica e inevitabilmente si traduce in ricerca della giustizia: per tutti gli esse ri viventi del pianeta, per gli altri esseri umani in particolare, infine anche per noi stessi. Un esempio di persone che si collegano fra loro e cercano insiem e di andare in questa direzione - poco alla volta e con difficolt, ma con tenacia - costituito da Bilanci di Giustizia (59), che ho la fortuna di conoscere diret tamente. Sobriet e felicit Resta tuttavia da riprendere un tema che avevo lasciato in sospeso parlando, all 'inizio del capitolo, del superamento del limite. ormai chiaro che ci verso cui c i si pu progettare al di l di esso il bene, cos come ho tentato di delinearlo nella triplice sfera io-noi-tutti. Il desiderio di infinito, che un fatto, trova la s ua verit come desiderio di infinito bene. Sappiamo che un desiderio destinato a r estare inappagato nella sua infinitezza, ma, come ha scritto Edgar Morin, se non possiamo realizzare il miglior mondo possibile nulla ci impedisce di migliorare il mondo esistente. Inseguire l'utopia di un mondo buono - e quindi giusto - no n credere ai sogni, ma sognare ad occhi aperti il punto d'arrivo mentre, tenendo lo sguardo fisso all'orizzonte, si costruisce il sentiero che ad esso ci avvici na, passo dopo passo. Ma sul sentiero che stiamo aprendo non siamo soli: un'inte ra carovana multicolore che marcia accomunata da quel sogno. Ogni passo costa fa tica, ma fatto insieme sembra pi leggero e procura gioia, perch riduce la distanza - dalla meta e tra noi - ed aumenta la bellezza della visione. questo, io credo , il segreto racchiuso in questo tipo di scelta: ogni volta che agiamo in base a l principio ''la tua vita la mia vita'' sperimentiamo che vita e relazione sono indissolubilmente legate e, se conseguiamo anche un piccolo risultato, siamo fel ici. Se rivado con la memoria ai momenti pi belli che mi siano mai capitati, trovo cos tantemente al centro l'essere con e per gli altri, la relazione vissuta su base di reciprocit. Amare ed essere riamato: questa la mia esperienza di felicit pi gran de. A qualunque livello si sia situata: dall'amicizia alla solidariet, dalla comu nanza ideale o materiale al rapporto di coppia. Seguendo lo schema di Dussel, po sso ora leggere quelle esperienze come momenti di ''ricarica'', cio di straordina ria riproduzione di vita. Momenti in cui l'essere persona attivamente aperta all 'incontro con altre e l'agire per il bene comune, secondo giustizia, si sono fus i in un tutt'uno. Momenti in cui ho cessato di essere puro individuo tra altri i ndividui (60) e che sono culminati nella produzione della vita in senso letteral e: la nascita di figli frutto di quel ''voler bene'' che di una coppia fa una fa

miglia. L'esercizio della sobriet, come s' visto, ci apre alla relazione e si sposa con la passione e la ricerca del bene comune. Ecco perch, se vissuta in questa prospett iva, quella della sobriet si rivela non un'esperienza triste, contrassegnata nega tivamente dalla rinuncia, ma al contrario gioiosa e felice. Un'esperienza in cui , per le ragioni dette, si riconosce al bisogno di relazione pari importanza ris petto a quelli elementari che riguardano la stessa sopravvivenza, e si ordinano gli altri bisogni in rapporto a questi. Non bisogna dimenticare che il termine s obriet significa non-ebbrezza e che, per concludere con un'immagine, questa sta a quella come un bicchiere di vino gustato allegramente in compagnia, ed offerto a chi ne privo, sta ad un fiasco tenuto gelosamente per s e tracannato avidamente . Ritrovare il pensiero Al termine di questo lungo capitolo, c' un'ultima cosa che mi preme sottolineare. Ponendo interrogativi e cercandovi risposta attraverso la lettura di autori div ersi e della mia stessa esperienza, mi sono trovato quasi inconsapevolmente a fa re filosofia. Il termine stesso ormai, se non accompagnato dalla qualifica di '' aziendale'', fa sorridere i pi e fa pensare a idee antiquate senza legame con la realt, in ogni caso roba da specialisti. Quanto agli specialisti, se mai dovesser o leggere queste pagine vi troverebbero certamente molte lacune (61), passaggi l ogici imprecisi, approfondimenti insufficienti, forse veri e propri errori. Un p o' come se un musicista professionista sentisse un dilettante che, strimpellando uno strumento, tenti di imitare il tocco di concertisti visti a teatro e di fon dere in qualcosa di proprio le suggestioni ricevute. Eppure, la sovrabbondanza di materiale musicale in cui siamo immersi rischia di farci perdere il gusto di fare musica - oltre che di ascoltarla - e ci fa sentir e inadeguati ad esprimerci col suo linguaggio, che invece naturalmente ci appart iene. Allo stesso modo, il continuo flusso di idee che i media veicolano - e che ci investe - rischia di trasformarci in recettori passivi di un pensiero che no n si interroga sui fini, ma solo sui mezzi per raggiungerli. Ritorna il tema del la citazione che ha aperto il capitolo, parole scritte con preveggenza ben cinqu ant'anni fa (62). Occorre allora scuotersi dal torpore: ricominciare a porsi del le domande senza dare nulla per scontato, cercare le risposte tra quelle date da gli specialisti ma anche dentro di s e nel dialogo con quanti come noi sono in ri cerca. Consapevoli dei propri limiti, ma non sopraffatti da essi. La filosofia di queste pagine sta alla filosofia come disciplina specialistica c ome una cantata tra amici sta a un concerto. Pi o meno lo stesso potremmo dire de gli altri temi - l'economia, la biologia ecc. - toccati in tutti i capitoli. Ris ulta perci confermato che questo libro, come scritto nella prefazione, ''non ha s copi di approfondimento scientifico n tecnico o filosofico''. Tuttavia, la cantat a tra amici segna il momento in cui si fa propria la musica sentita al concerto. Se tra i lettori dovessero essercene molti desiderosi di unirsi al coro, io cre do che lo scopo del libro potr dirsi raggiunto. E chiss, potrebbe anche risultarne una musica bella e capace di farsi ascoltare. NOTE (1) Il termine stato coniato da Ignacio Ramonet, direttore del mensile Le Monde Diplomatique'', secondo cui "quello che ha sempre ragione. E di fronte al quale qualsiasi argomento _ a fortiori se di ordine sociale o umanitario _ deve piegar si. [...] Questa dottrina, il pensiero unico, l'unica ad essere autorizzata da u n'invisibile e onnipresente polizia dell'opinione. [...] E' la traduzione, in te rmini ideologici che hanno la pretesa di essere universali, degli interessi di u n insieme di forze economiche, in particolare di quelle del capitalismo internaz ionale. [...] Tutto ci in nome del realismo e del pragmatismo, che il saggista ne oliberale Alain Minc formula nel modo seguente: Il capitalismo non pu crollare, l a condizione naturale della societ. La democrazia non la condizione naturale dell

a societ. Il mercato s"", da I. Ramonet-F. Giovannini-G. Ricoveri, Il pensiero uni co e i nuovi padroni del mondo, Strategia della lumaca'', Roma 1996, pp. 13-15. (2) Trionfo di Bacco e Arianna, dai Canti Carnascialeschi'', in A. Gianni-M. Bal estrieri-A. Pasquali, Antologia della Letteratura Italiana, Vol. I, D'Anna, Mess ina/Roma 1969, pp. 1031 ss. (3) Nel senso che ci che si ricerca non pi il crescente possesso di beni, ma la cr escente possibilit di fare nuove esperienze e provare nuove emozioni mediante il possesso di beni. (4) Vedi p. 39. (5) Contra factum non valet argomentum. (6) P. es. una regione per i confini comunali, uno stato per quelli regionali ec c., o un'altra stanza oltre la soglia, la casa che le contiene entrambe e che a sua volta ha una soglia verso la strada, la quale delimita il quartiere ecc. (7) I. De Sandre, Il senso dei consumi e dei suoi soggetti, in A. Castegnaro, Il prezzo del consumo, cit., pp. 91-92. (8) I. De Sandre, ibidem, p. 92. I corsivi sono dell'autore. (9) "$[...] contrapposizione, questa, inevitabile in tutte le ideologie egualita rie che si battono per un livellamento sul piano dei bisogni, poich devono essere definite le giuste " strutture dei bisogni". La tentazione emerge laddove (con la generalizzazione della produzione di merci o la sua fase iniziale) si gi verif icata di fatto la disuguaglianza delle strutture socialmente riconosciute dei bi sogni (e del consumo); dove, quindi, si pu e si deve confrontare alla struttura d ominante una variante alternativa ", A. Heller-F. Fehr, Le forme dell'uguaglianza , Edizioni Aut Aut, Milano 1978, pp. 29-30. (10) V. in proposito F. Dogana, Psicopatologia dei consumi quotidiani, Franco An geli, Milano 1993, in particolare i capp. I, III e VII. (11) Anche se il qualcosa un servizio, e non un bene, mi sembra si possa parlare di propriet, perch il servizio viene reso a me, diventa mio in senso forte. (12) Nell'economia capitalista di mercato ognuno di noi come scisso in due: da u n lato parte della macchina produttiva, dall'altro fruitore dei prodotti. I due momenti della nostra esistenza, perch tali sono, sono sostanzialmente incomunican ti fra loro, tant' vero che distinguiamo nettamente tra tempo di lavoro e tempo l ibero (in cui consumiamo). Questa vera e propria schizofrenia alla base di molti comportamenti contraddittori, come, per esempio, sostenere sindacalmente una mi gliore tutela della salute sul luogo di lavoro, ma poi acquistare prodotti a buo n mercato provenienti da paesi in cui quella tutela non esiste. Certamente il fa tto che l'autoproduzione di beni e servizi, quando fatta per libera scelta, prod uca soddisfazione deriva anche dalla riunificazione nel soggetto del suo essere produttore e consumatore. (13) A. Heller - F. Fehr, Le forme dell'uguaglianza, cit., pp. 43-44. Corsivi deg li autori. (14) Come sopra; devo precisare che la distinzione tra appropriazione e possesso , che nel testo ha un significato risalente originariamente a Marx, qui presa a prestito, ma usata in modo diverso. (15) Persino nel collezionismo, in cui trova soddisfazione il bisogno di possede re per il gusto di possedere, resta vero che appropriazione e possesso, anche se coincidono, si possono logicamente distinguere. (16) Molto efficacemente la lingua inglese distingue tra gli have " e gli have n ot ", quelli che hanno (denaro, potere ecc.) e quelli che non hanno. (17) A. Heller-F. Fehr, Le forme dell'uguaglianza, cit., pp. 44-45. (18)Ricordiamo che Karl Polany in La grande trasformazione, cit., ha posto il do no accanto al mercato e alla redistribuzione come forme di scambio di pari digni t. (19) J.T. Godbout, Il linguaggio del dono, Bollati Boringhieri, Torino 1998, p. 13. (20) Ibidem, pp. 18-19. (21) Vedi infra, p. 101. (22) J.T. Godbout, Il linguaggio del dono, cit., p. 25. (23) Ricordo che, nel primo anniversario di fidanzamento, regalai alla ragazza c he poi divenuta mia moglie una scatoletta di cartone senza nulla dentro, ma con

un buffo autoritratto disegnato sul fondo. Era il modo che avevo trovato per esp rimere il mio amore per lei e donarle ci che possedevo di pi prezioso: me stesso. (24) Per l'equivalenza tempo-vita, vedi pi avanti, p. 103 ss. (25) S. Zamagni, Per una fondazione economica delle organizzazioni non profit, i n S. Zamagni (a cura di), Non profit come economia civile, Il Mulino, Bologna 19 98, pp. 38-39. (26) Che non a caso si chiama cos, cio atto contro " qualcun altro, che chiamato a sua volta controparte! (27) O sanzionata moralmente, in un contesto culturale in cui valori come parola data ", onore ", onest " ecc. abbiano ancora la forza di emarginare socialmente chi non vi si conforma. Questo, per esempio, rendeva possibile nelle campagne co ncludere la stipula di contratti di compravendita di capi di bestiame con una se mplice stretta di mano. (28) S. Zamagni, Non profit come economia civile, cit., p. 37. Corsivo mio. Che questa non sia un'ipotesi teorica lo dimostra il fatto che il timore dell'altro visto come competitore o addirittura come nemico, la paura di perdere o di veder e ridotta ad opera sua la sfera del nostro possesso nel senso ampio gi visto _ ch e ci in cui riponiamo la nostra sicurezza _ costituisce il sentimento pi diffuso n ella societ in cui viviamo. (29) L'uso del termine altro " al maschile voluto: in mancanza del genere neutro , che l'italiano non possiede, serve per dare un carattere pi generale al discors o. E' tuttavia evidente che andrebbe declinato al femminile, perch i clienti sono maschi. Sarebbe interessante analizzare l'intera economia capitalista di mercat o, come sistema di produzione e consumo, dal punto di vista della critica di gen ere: probabilmente si arriverebbe alla conclusione che le categorie che la ispir ano sono tipicamente maschili. (30) Salvo poi, se gli incontri si ripetono con la stessa persona, far riaffiora re il bisogno di relazione da parte del cliente, che con quella persona finisce per stabilire legami affettivi. (31) Solo nella citt in cui abito, Brescia, si calcola che ogni notte dalle venti alle trentamila persone vadano per le strade alla ricerca di sesso a pagamento; cfr. Coordinamento Imp-Sex Brescia / Centro Caritas Darfo, Stop! Fermiamo il tr affico, pro manuscripto, 1999. (32) Si noti, tuttavia, che questa conclusione viene a stabilire implicitamente una gerarchia tra i bisogni, dove quello di relazione viene prima degli altri e non sottoposto esso stesso alla sobriet. A questo stadio della riflessione si tra tta di una conclusione in parte prematura, perch a mio avviso solo dal punto di v ista etico possibile giustificarla pienamente. (33) T. di Tiavea, Papalagi, in Stampa Alternativa ", Viterbo 1997, pp. 28-31. L e indicazioni fornite sulle circostanze e i luoghi in cui sarebbe avvenuta la vi sita del Capo Tuiavii mostrano chiaramente che l'opera un falso, ma merita comun que di essere letta per le argute osservazioni che contiene sullo stile di vita occidentale. (34) Si pensi al grande successo della telefonia mobile: per il solo fatto che n on siamo pi costretti a fermarci per parlare con qualcuno all'altro capo del filo , riusciamo ad essere indipendenti non solo dal luogo in cui ci troviamo, ma anc he dall'attivit in cui in quel momento siamo immersi. Ci moltiplica le occasioni d i comunicazione, ma, se non diamo ad esse di volta in volta tutto il nostro temp o, tralasciando quello che in quel momento stiamo facendo _ e, dunque, fermandoc i _ impoverisce la conversazione. (35) Come ci testimonia l'uso linguistico, in cui il positivo il latino otium e il negativo il corrispondente negotium. Cos nel Dizionario Devoto-Oli cit.: il te mpo libero dalle occupazioni della vita politica e dagli affari pubblici (otium, opposto a negotium), che poteva essere dedicato alle cure della casa, del poder e, oppure agli studi; donde, estens., gli studi stessi, l'attivit letteraria ". T uttavia, un'eco della concezione antica rimasta nell'uso di chiamare tempo liber o " _ quindi positivo _ quello che ad essa corrisponde e che infatti dedichiamo al gioco, allo svago, al godimento estetico, all'esercizio della curiosit intelle ttuale, alle relazioni interpersonali ecc. Per un approfondimento sulla genesi d ella concezione moderna del lavoro, vedere D. De Masi, Il futuro del lavoro, RCS

Libri, Milano 1999 e V. Paglia, Storia dei poveri in occidente. Indigenza e car it, RCS Libri, Milano 1994, cap. XIII. (36) L'argomento esula dagli scopi del presente libro. Vedere in proposito, oltr e ai citati De Masi 1999, Lunghini 1995, Revelli 1997 e Rifkin 1997, anche C. Ma razzi, Il posto dei calzini. La svolta linguistica dell'economia e i suoi effett i sulla politica, Bollati Boringhieri, Torino 1999; A. Gorz, Il lavoro debole. O ltre la societ salariale, Edizioni Lavoro, Roma 1997; R. Bennet, L'uomo flessibil e. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale, Feltrinelli, Milan o 1999; G. Mazzetti, Tempo di lavoro e forme della vita. Verso le 35 ore ed oltr e, Manifestolibri, Roma 1999. (37) Vedere infra, cap. II, p. 35. (38) E' questo il caso, per esempio, di quei dipendenti che vengono spinti a lic enziarsi per costituire un'impresa autonoma cui l'azienda commissiona lo stesso tipo di lavoro che prima veniva svolto all'interno, con la conseguenza che sono portati a lavorare di pi pur di non perdere la commessa. (39) E' il caso del rapporto tra consumatori del Nord e lavoratori del Sud anali zzato in altra parte del libro. (40) Frederick W. Taylor stato il primo grande studioso di organizzazione indust riale, le cui teorie sono state applicate con successo da Henry Ford nelle sue f abbriche di automobili ed in seguito universalmente adottate. (41) 3G. Mazzetti, Tempo di lavoro e forme della vita, cit., p. 122. (42) Compresa la categoria delle casalinghe, che di solito non vengono considera te tra i disoccupati, ma, come questi, non dispongono di un reddito monetario de rivante direttamente dal proprio lavoro. (43) T. di Tiavea, Papalagi, cit., p. 31. (44) J. Dominguez & V. Robin, Your money or your life. Transforming your relatio nship with money and achieving financial independence, Penguin Books, New York 1 999. (45) E. Dussel, Etica comunitaria, cit., p. 14. (46) Si tratta di una raccolta, fatta dai sacerdoti della citt di Menfi, di svari ati rotoli di papiro che venivano posti nelle tombe dei faraoni e altri personag gi importanti e contenevano il racconto della vita e delle opere del defunto per ch potesse essere giudicato dal dio Osiris. Cfr. E. Dussel, Dalle culture espropr iate una riserva di futuro, in Notiziario della Rete Radi Resch di Solidariet Inte rnazionale, n. 40 settembre 98, pp. 8-16. Le citazioni che seguono, quando non d iversamente indicato, sono tratte da questa conferenza, in cui il Prof. Dussel h a esposto le linee tematiche della sua recente Etica della liberazione " non anc ora tradotta in italiano. (47) Su uno stipite della tomba di Harwa, governatore dell'Egitto meridionale vi ssuto a Tebe nello stesso periodo, un'iscrizione riporta ancora: Ho dato pane al l'affamato e un vestito a chi era nudo; ho volto il mio sguardo verso colui che aveva paura nel momento del bisogno ". Cfr. Il Cammino di Harwa, CD rom allegato al Giornale di Brescia dal 4.12.99. (48) F. Engels, L'origine della famiglia, della propriet privata e dello Stato, E ditori Riuniti, Roma 1993, p. 33. (49) Entropia parola di derivazione tedesca, composta da en dentro " e dal greco trop rivolgimento ", usata per indicare la funzione matematica che esprime il se condo principio della termodinamica. In buona sostanza, entropia significa tende nza al peggioramento della qualit dell'energia posseduta da un corpo, da un siste ma o dall'universo. In generale, quando l'energia viene usata, si degrada, cio te nde a trasformarsi in calore a bassa temperatura di scarsa utilit. Il calore non pu pi essere trasformato totalmente in lavoro: esso rappresenta dunque una forma d i energia meno pregiata. Poich stato riconosciuto che il calore non altro che ene rgia cinetica propria delle molecole che formano il corpo considerato (in contin uo e disordinato movimento), la tendenza dell'energia verso una forma di calore a bassa temperatura pu essere interpretata come un'universale tendenza a condizio ni di maggiore disordine. Con questo significato, il concetto di entropia stato esteso ad altre scienze (economia, sociologia, teoria dell'informazione ecc.) ". Da E. Tiezzi - N. Marchettini, Che cos' lo sviluppo sostenibile? Le basi scienti fiche della sostenibilit e i guasti del pensiero unico, Donzelli, Roma 1999, p. 1

91. Che il calore non possa pi essere trasformato totalmente in lavoro discende dal s econdo principio della termodinamica, branca della fisica nata nel secolo scorso con l'obiettivo primario di studiare i problemi relativi alla progettazione del le macchine termiche ", cio che sfruttano il calore come fonte di energia, e che, negli ultimi cinquant'anni, ha [...] affrontato il problema del meccanismo di p roduzione dell'entropia nello svolgimento dei processi irreversibili, che sono p oi i processi naturali ". Secondo la termodinamica, l'esperienza mostra che tutt i i fenomeni naturali evolvono spontaneamente in una direzione ben definita " e, dunque, sono macroscopicamente irreversibili [...]. ". Infatti sempre possibile , almeno in linea di principio, far tornare il sistema allo stato di partenza, m a occorre fornirgli energia sotto qualche forma [...]. Ad esempio, il calore flu isce spontaneamente da un corpo a temperatura maggiore verso uno a temperatura m inore ". Un frigorifero, che inverte il processo e trasferisce calore dalla cell a pi fredda all'aria ambiente pi calda, pu farlo solo perch gli viene fornita energi a elettrica dall'esterno. In conclusione _ Andrea Saroldi, che fisico, mi scuser per la semplificazione _ il secondo principio formalizza in modo rigoroso questa constatazione empirica e la funzione matematica che lo esprime _ l'entropia app unto _ tale che il suo valore aumenta quando il fenomeno osservato cessa e il si stema raggiunge l'equilibrio: nell'esempio fatto, quando il corpo pi caldo, dopo aver ceduto calore a quello pi freddo, viene a trovarsi alla sua stessa temperatu ra, la situazione in equilibrio e lo scambio di calore non avviene pi. (Le citazi oni sono tratte dall'Enciclopedia delle Scienze, Istituto Geografico De Agostini , Novara 1984, vol. Matematica-Fisica 1, Voce Termologia e termodinamica ", pp. 326 e 344). (50) E. Tiezzi - N. Marchettini, Che cos' lo sviluppo sostenibile?, cit., pp. 1920. (51) E. Balducci, Francesco d'Assisi, Edizioni Cultura della Pace, Fiesole (FI) 1989, pp. 137-138 - neretto mio. (52) Come si accennato nel cap. 2, Adam Smith era animato da buone intenzioni qu ando credeva di aver trovato il modo di favorire l'interesse comune attraverso l a ricerca di quello proprio. (53) Etica de la liberacin, Trotta, Madrid 1998. Per una breve presentazione del pensiero di Dussel e una bibliografia delle poche opere tradotte in italiano ved ere l'introduzione di A. Infranca a E. Dussel, Un Marx sconosciuto, manifestolib ri, Roma 1999. (54) R. Petrella, Il bene comune. Elogio della solidariet, Edizioni Diabasis, Reg gio Emilia 1997, pp. 16-17 - corsivo mio. (55) E. Dussel, Un Marx sconosciuto, cit., p. 224. (56) Aa.Vv., Etiche della mondialit. La nascita di una coscienza planetaria, Citt adella Editrice, Assisi 1996, p. 213. (57) Nonostante in questo volume si sia volutamente evitato ogni riferimento a p osizioni confessionali, che avrebbero potuto non essere condivise anche fra gli stessi autori, la laicit del racconto evangelico ritengo sia tale da non contravv enire a questa scelta. Per chi non lo conoscesse, se ne riporta il testo dalla t raduzione interconfessionale in lingua corrente: [...] Ma chi il mio prossimo? " . Ges rispose: Un uomo scendeva da Gerusalemme verso Gerico, quando incontr i brig anti. Gli portarono via tutto, lo presero a bastonate e poi se ne andarono lasci andolo mezzo morto. Per caso pass di l un sacerdote; vide l'uomo ferito, pass dall' altra parte della strada e prosegu. Anche un levita del tempio pass per quella str ada; anche lui lo vide, lo scans e prosegu. Invece un uomo della Samaria, che era in viaggio, gli pass accanto, lo vide e ne ebbe compassione. Gli and vicino, vers o lio e vino sulle sue ferite e gliele fasci. Poi lo caric sul suo asino e lo port a una locanda e fece tutto il possibile per aiutarlo. Il giorno dopo tir fuori due monete d'argento, le diede al padrone dell'albergo e gli disse: Abbi cura di lui e anche se spenderai di pi ti pagher io quando ritorno'. A questo punto Ges domand: Secondo te, chi di questi tre si comportato come prossimo per quell'uomo che av eva incontrato i briganti? ". Il maestro della legge rispose: Quello che ha avut o compassione di lui ". Ges allora gli disse: Va' e comportati allo stesso modo " . (Lc 10, 30-37).

(58) Solidariet, non dobbiamo dimenticarlo, parola desunta dal gergo giuridico, d ove chi in solidum " con un altro risponde degli obblighi di quest'ultimo come s e fossero suoi propri ed passibile delle stesse conseguenze in caso di inadempie nza. Non c' autentica solidariet senza compassione. (59) Sull'esperienza cfr. A. Valer, Bilanci di giustizia. Famiglie in rete per c onsumi leggeri, EMI, Bologna 2000, II edizione. (60) L'individualismo conosce solo l'amore di s per s e cos facendo spezza la relaz ione, non rispetta la vita e genera infelicit, per s e per gli altri. Ogni volta c he ho scelto questa strada, e ogni volta che ho incontrato persone che la seguiv ano, il risultato stato triste. Ha oscillato tra una momentanea soddisfazione, s eguita prima o poi dal suo contrario, e la sofferenza per l'ostilit o l'indiffere nza incontrata negli altri. (61) Per esempio, in un libro scritto tutto da autori maschi, sulla questione di genere, che pure importantissima, ho detto qualcosa solo in una nota. (62) M. Horkheimer, Eclisse della ragione, Einaudi, Torino 1979, p. 11.

Capitolo settimo Quale giustizia fra i popoli di FRANCESCO GESUALDI Nonostante i grandi mutamenti avvenuti nelle societ pi avanzate, le carenze umane del capitalismo, con il conseguente dominio delle cose sugli uomini, sono tutt'a ltro che scomparse; anzi, per i poveri alla mancanza di beni materiali si aggiun ta quella del sapere e della conoscenza, che impedisce loro di uscire dallo stat o di umiliante subordinazione. GIOVANNI PAOLO II, Centesimus annus Sviluppo insostenibile Fino a qualche tempo fa si pensava che per risolvere gli squilibri mondiali dove vamo sforzarci di portare tutti gli abitanti della Terra al nostro stesso tenore di vita. Poi questo obiettivo stato abbandonato perch abbiamo capito che non si concilia con le capacit della Terra di fornire risorse, n di assorbire tutti i rif iuti che verrebbero prodotti. Qualcuno ha calcolato che se volessimo garantire a tutti il nostro stesso tenore di vita, avremmo bisogno di altri cinque pianeti da usare al tempo stesso come fonti di materie prime e come discariche. Proprio perch le risorse della terra sono scarse e non consentono a tutti di vive re nel lusso, la nostra parte di mondo ha risolto il problema facendo la parte d el leone. In effetti noi del Nord, che rappresentiamo appena il 20% della popola zione planetaria, consumiamo l'86% delle risorse mondiali (9 o Rapporto UNDP). Naturalmente abbiamo anche il primato dell'inquinamento, tant' che produciamo il 65% dei gas responsabili dell'effetto serra e il 95% di tutti i rifiuti tossici (1). Un primato che facciamo pagare a tutto il pianeta non solo da un punto di v ista economico, ma anche ambientale. Gli strani tumori alla pelle che stanno com parendo nel Cile meridionale, potrebbero essere il risultato del buco nello stra to di ozono sopra l'Antartide, ma i gas di CFC che hanno creato il buco, proveng ono dal Nord. Concorrenza per gli spazi ambientali Proprio a partire dagli aspetti ambientali, risulta evidente che il nostro stile di vita entra in concorrenza con quello della gente del Sud che ha bisogno di p i cibo, pi vestiti, pi mezzi di trasporto, pi alloggi, pi strut-ture sanitarie, pi mac chinari. Tutto questo richiede crescita produttiva, che il Sud si potr permettere solo se il Nord disposto a ridimensionare la propria macchina produttiva e a ri

durre i propri consumi. Per rendercene conto consideriamo che ogni americano produce mediamente 20 tonne llate di anidride carbonica all'anno e se il suo tenore di vita fosse esteso a t utti gli abitanti della terra otterremmo una produzione totale annua di circa 12 0 miliardi di tonnellate. quasi dieci volte di pi di quanto il pianeta possa asso rbire. In effetti gli oceani e la biomassa terrestre possono assorbire annualmen te fra i 13 e i 14 miliardi di tonnellate di anidride carbonica e se volessimo d istribuire questa quota in maniera equa fra gli attuali 5,8 miliardi di abitanti del pianeta, ognuno avrebbe diritto ad emettere annualmente 2,3 tonnellate di a nidride carbonica. Considerato che gli indiani producono mediamente 0,8 tonnella te all'anno avrebbero diritto a triplicare le loro emissioni, ma potrebbero farl o solo se gli americani accettassero di ridurre le loro di circa 10 volte (2). Concorrenza per le risorse Produrre di pi significa usare pi minerali e pi petrolio. Quello stesso petrolio da cui dipende la nostra energia elettrica, i nostri trasporti, la nostra produzio ne. Oggi esistono una cinquantina di studi sulle riserve di petrolio. Facendo una me dia delle loro stime si giunge alla conclusione che le riserve sfruttabili con l e tecnologie attuali sono 2.000 miliardi di barili. Ci significa che se tutti gli abitanti della terra bruciassero la stessa quantit di petrolio consumata da ogni statunitense, il petrolio finirebbe in capo a 10 anni (3). Chi pensasse che il problema energetico pu essere risolto con l'energia nucleare dovrebbe considerare che ci vorrebbero 250.000 reattori giganti, 1.000 volte di pi delle centrali esi stenti oggi nel mondo. In altre parole si dovrebbe avere un milione di tonnellat e di plutonio in uso costante. Passando ai minerali stato calcolato che i 28 principali elementi fra cui il ram e, l'alluminio, il piombo, l'oro, il mercurio, lo zinco, si esaurirebbero in men o di 80 anni se tutti gli abitanti della terra dovessero consumarne quanti ne co nsumiamo noi del Nord. Questa stima piuttosto ottimistica perch ipotizza la capac it di poter raggiungere depositi fino alla profondit di 4 km e mezzo. Ma assai imp robabile che si riesca a sfruttare i depositi oltre i 2 km di profondit. In tal c aso ben 18 minerali si esaurirebbero in meno di 30 anni (4). Per quanto possa se mbrare strano, la competizione per le risorse sottrae alla gente del Sud anche i diritti politici e talvolta perfino la vita. Non un mistero che pur di mettere le mani sui giacimenti petroliferi e minerari, le multinazionali del settore son o state e tutt'ora sono disposte a tutto. Esse si alleano con qualsiasi governo che garantisca loro la possibilit di sfruttare le miniere e quando ne incontrano qualcuno che si oppone ai loro interessi non esitano a provocare un colpo di sta to. Il golpe cileno avvenuto nel 1973 solo uno dei tanti esempi. Un altro caso e mblematico quello indonesiano. Nella parte occidentale dell'Isola di Papua, l'im presa mineraria Freeport ha fornito cibo, alloggio e trasporto alle truppe indon esiane che dal 1972 ad oggi hanno ucciso 2.000 persone ed espulso migliaia di fa miglie dai loro territori. Alcune imprese minerarie hanno addirittura dei ''contratti di lavoro'' con eserc iti di mercenari che corrono in soccorso di tutti quei governi disposti a contra ccambiare con licenze di estrazione. E' certo, ad esempio, che i mercenari pagat i da alcune multinazionali minerarie hanno avuto una parte nelle guerre combattu te negli ultimi anni in Sierra Leone ed Angola (5). Non da escludere l'ombra lun ga delle multinazionali minerarie neanche nella guerra fraticida del Burundi e d el Ruanda, poi estesasi al Congo. Concorrenza per il cibo La constatazione che l'altro 80% dell'umanit non pu consumare quanto consumiamo no i, ci indica che i nostri sono ''paesi ipersviluppati'' mentre gli altri sono '' paesi destinati a non svilupparsi mai''. Peggio ancora, sono destinati a retroce dere, perch nel frattempo la loro popolazione aumenta ed in gioco non c' solo l'il luminazione, i trasporti, le case, il vestiario, ma anche l'alimentazione. Non a

caso nel Sud muoiono di fame 40.000 persone al giorno, mentre noi consumiamo ci bo proveniente dai loro paesi. Alcuni esempi mostrano che i prodotti del Sud, esportati per nutrire noi, tolgon o cibo alla gente locale. Nel caso della pesca la correlazione diretta. Dopo ave r decimato il pesce dei bacini del Nord, i pescherecci industriali si dirigono s empre di pi verso le acque del Sud e in particolare verso le coste del Senegal, d ella Namibia, dell'Indonesia. I pescherecci moderni sono automatizzati e, sempli cemente toccando un bottone, individuano i banchi di pesce, calano le reti, tira no su il pesce, lo puliscono e lo congelano. Essi sono senz'altro una meraviglia della tecnica, ma da un punto di vista natur ale sono un vero flagello, perch stanno assottigliando rapidamente tutte le riser ve di pesce. Anche da un punto di vista sociale sono una rovina, perch mandano in fallimento i pescherecci artigianali che non troveranno pi un pesce nelle basse profondit raggiungibili con le loro reti. Inoltre fanno diminuire il consumo loca le di pesce, perch la forte richiesta estera fa aumentare i prezzi sul mercato in terno costringendo gli strati pi bassi della popolazione a rinunciare a questa pr eziosa fonte di proteine. Concorrenza per la terra Il Sud del mondo occupa un posto di rilievo anche nella produzione di carne, ma non tanto per la vendita di bestiame da macellare, quanto per il mangime; e prop rio questo aspetto solleva il grande problema della concorrenza per la terra. In Brasile, ad esempio, le terre usate per la produzione di soia esportata per nut rire bestie che garantiranno bistecche ai ricchi consumatori del Nord, potrebber o produrre cereali sufficienti a sfamare 59 milioni di brasiliani. In effetti la carne fra i prodotti pi dispendiosi che possano esistere perch in me dia ci vogliono 7 calorie di origine vegetale per produrre 1 caloria di origine animale. Pi precisamente ci vogliono 5 kg di cereali per far crescere di 1 kg un vitellone. Ci significa che per ogni kg di carne ci vogliono 12 metri quadrati di terra coltivabile. In base a questi dati stato calcolato che una dieta di 100 k g di carne all'anno procapite (grosso modo quella di un tedesco) richiede un uso costante di 0,12 ettari di terra. Se questa dieta fosse estesa a tutti gli attu ali abitanti del pianeta ben il 50% di tutte le terre coltivabili dovrebbero ess ere utilizzate per nutrire gli animali e non ne rimarrebbero abbastanza per tutt i gli altri prodotti agricoli necessari all'alimentazione di tutta la popolazion e mondiale. Ad oggi questa concorrenza fra l'alimentazione animale e quella umana non c', per ch solo noi facciamo un uso sconsiderato di carne. Ci nonostante contribuiamo alla fame di molti contadini del Sud attraverso altri meccanismi. Un esempio eloquen te quella della cassava, che un tubero importato dalla Thailandia. Siamo abituat i a pensare che le esportazioni siano sempre un bene e probabilmente lo sono per la contabilit generale delle nazioni. Ma, come mostra il caso della cassava, non sempre lo sono per la povera gente. Quando il governo thailandese cap che all'Eu ropa interessava la cassava, offr delle sovvenzioni che attirarono l'interesse de i benestanti locali. Essi, pertanto, decisero di improvvisarsi imprenditori agri coli e dopo essersi procurata la terra, rubandola ai contadini per pochi soldi o strappandola alle foreste, cominciarono a produrre cassava in maniera intensiva . Il risultato stato che 5 milioni di ettari di terra sono stati degradati a tal p unto da non produrre pi niente e che il 70% dei piccoli contadini stato privato d ella propria terra. Ecco in che modo il nostro consumo di carne pu creare povert n el Sud del mondo e pu perfino alimentare la prostituzione. noto, infatti, che i b ordelli di Bangkok sono pieni di ragazzine di campagna che le famiglie lasciano andare per avere qualche soldo per tirare avanti(6). Meccanismi analoghi si risc ontrano anche in altri settori. In Cile, ad esempio, stata l'espansione delle pi antagioni di pino e di eucalipto per l'esportazione, a mettere a rischio la sopr avvivenza di migliaia di agricoltori nella regione di Biobo. La storia iniziata una quindicina di anni fa quando il regime di Pinochet decise di dare generosi sussidi a chi si dedicava a questa attivit. Pi precisamente egli

garantiva il rimborso del 75% delle spese di impianto e delle spese di gestione sostenute nei primi anni. Inoltre garantiva crediti agevolati, esenzioni fiscal i e l'eliminazione di qualsiasi ostacolo all'esportazione. ''L'offerta fu subito raccolta dalle imprese straniere e quasi il 50% di tutte le piantagioni di pino , adesso sono controllate da due giganteschi conglomerati'', dice Fernando May C olvin, capo del Dipartimento dell'agricoltura dell'Ottava Regione. La maggior parte del legname destinato all'esportazione per la produzione di art icoli cartacei. In effetti oggi il Cile esporta 24 volte pi legname di quarant'an ni fa e gli esperti prevedono che nel corso dei prossimi anni la produzione aume nter di un altro 33%. Il governo giustifica il sostegno all'industria per l'esportazione appellandosi alla necessit di procurarsi valuta straniera, ma non tiene conto che l'espansione delle piantagioni avviene a spese dei piccoli contadini che vivono su quelle te rre come affittuari o come mezzadri. Nella regione di Biobo, molti appezzamenti e rano addirittura di propriet collettiva ed erano in parte utilizzati come pascolo comune, in parte assegnati alle famiglie nullatenenti per coltivarci il proprio cibo. Ma con l'insediamento delle piantagioni tutto cambiato. ''Alcune famiglie si sono insediate qui nella regione di Biobo 150 o 200 anni fa - dice il missionario reverendo Richard Sammon, che fa il pastore a Portezuelo Esse non sono mai state bene perch la mezzadria strutturata in modo da arricchir e i padroni e sfruttare i mezzadri. Ma almeno mangiavano. Oggi invece non hanno pi nulla, n terra, n lavoro perch le imprese del legno preferiscono impiegare il lor o personale piuttosto che assumere gente locale. Solo all'inizio, quando c' da pr eparare il terreno, qualche contadino viene assunto. Del resto le imprese stesse riconoscono che le piantagioni di legname creano poca occupazione perch gli albe ri in crescita richiedono poche cure''. Anche per chi riuscito a rimanere sulla propria terra, la vita non facile, perch non c' pi pascolo per gli animali e non c' pi modo di fare l'orto perch i pini parano il sole. ''Ecco l il nostro cavallo che non ha pi da mangiare ed ecco l la terra d ove tenevo le mie pecore e dove pascolava il mio maiale. Su questa terra raccogl ievamo 100 sacchi di grano all'anno, e riuscivamo a sfamarci. Oggi invece ci son o pini dappertutto, ma i pini non si possono mangiare'' conclude sconsolato Zuni lda Enrquez. Alcuni affermano che la maggior parte delle piantagioni occupano terre povere ch e i contadini, prima o poi, avrebbero dovuto abbandonare. Secondo altri, le pian tagioni svolgono addirittura un ruolo benefico perch possono arrestare i processi di erosione causati dalla monocoltura e da altri metodi di coltivazione errati. Tuttavia le piantagioni si stanno espandendo in maniera indiscriminata e selvag gia. I critici sostengono che le piantagioni di pino aumentano l'acidit del suolo e fanno prosciugare le falde acquifere superficiali perch richiedono molta acqua (7). Non a caso molte famiglie hanno dovuto abbandonare la loro terra proprio p erch non avevano pi acqua Un'altra storia drammatica riguarda alcuni piccoli conta dini del Bangladesh che sono rimasti vittime di un progetto commerciale sostenut o finanziariamente anche dalla Banca Mondiale, che da anni spinge il governo ben galese ad orientare la propria economia verso l'esportazione, in modo da ripagar e il debito che ha con i Paesi del Nord. Nel 1993 il governo del Bangladesh scop re di potersi procurare valuta straniera, esportando gamberetti e incoraggia i m ercanti locali a dedicarsi a questo genere di allevamento. Il gamberetto, si sa, un animaletto che non si pu allevare in mare aperto e l'alternativa di costruire delle vasche di acqua bassa. Ma ci costa e i mercanti bengalesi decisi a dedicar si a questa attivit beneficiando del contributo governativo, cercano altre soluzi oni. Cos arrivano in riva al mare, nella zona di Khulna, e scoprono che qualche m igliaio di famiglie disperate ha strappato della terra al mare costruendo degli sbarramenti di fango. I mercanti non credono ai loro occhi: quegli orticelli pro tetti dagli argini artificiali sembrano fatti per loro: basta farci rientrare de ntro un po' di acqua di mare, richiudere le falle ed ecco le vasche che cercano! Senza mettere tempo in mezzo si presentano da quei contadini e chiedono di aver e in affitto le loro terre. Ma i contadini rifiutano perch da due conti capiscono che l'affare non conveniente. Constatato che le vie legali non hanno sortito l'effetto desiderato, i mercanti

decidono di passare alle maniere forti. Una bella mattina i contadini si alzano dal letto e trovano che notte tempo gli argini erano stato rotti e l'acqua del m are era rientrata nelle loro terre. ''Ci che due grandi carestie e la morte di mia moglie non erano riusciti ad infli ggermi in 60 anni di vita, me lo avevano inflitto sfondando l'argine. Mi misi in ginocchio e piansi'' - ricorda Abdus Sabur con gli occhi umidi - ''Non potevo c redere che avessero potuto farmi questo. Supplicai Allah di punire gli uomini ch e avevano rovinato la mia risaia, mettendomi sul lastrico nel giro di una sola n otte''. La storia di Abdus Sabur comune a quella di migliaia di altri contadini che in a ltri casi hanno perso la terra per un accordo intercorso fra allevatori e grandi proprietari terrieri che avevano affittato i loro terreni. ''Dalle loro risaie l'acqua di mare pass alle nostre che erano protette da un argine di fango troppo basso'' cos Surat Gazi, un contadino nel villaggio di Bigordana, ricorda quei tra gici giorni. Alla fine tutti i contadini della fascia costiera che va da Khulna a Cox's Bazar hanno dovuto accettare un compromesso, ma ''l'affitto che l'allevatore di gambe retti ci d a malapena sufficiente per mantenere le nostre famiglie per sei mesi dice Sabur - perch ora dobbiamo comprare tutto, dal riso alla verdura''. Gli allevatori di gamberetti rifiutano l'accusa di essere degli affamatori di po polo perch di tanto in tanto l'acqua marina viene fatta defluire ed possibile ott enere un raccolto. Ma dopo sette mesi di acqua di mare il terreno pieno di sale e il raccolto di riso scarso. Il dottor Atiur Rahman dell'Istituto di Ricerca pe r lo Sviluppo del Bangladesh, afferma che da quando si allevano i gamberetti, ne lla zona di Khulna la produzione di riso diminuita del 30%. L'allevamento dei gamberetti sta facendo scomparire anche le foreste di mangrovi a e ci rende la popolazione e il bestiame pi vulnerabili ai cicloni e ai maremoti. Il dott. Rahivna illustra la situazione: ''L'uragano dell'aprile 1991 cost la vi ta a 140.000 persone, ma queste perdite avrebbero potuto essere evitate, se la c intura forestale fosse stata lasciata intatta'' (8). Razionare gli spazi ambientali ormai evidente che se vogliamo garantire ai poveri della terra una vita pi dignit osa, necessario che le risorse e gli spazi ambientali non siano pi gestiti second o la logica del pi forte, ma siano ripartiti fra tutti i Paesi secondo criteri di equit e di parsimonia. La strada per consentire un utilizzo equo degli spazi ambientali sono gli accord i multilaterali. Quello firmato a Kyoto nel dicembre 1997 senz'altro di buono au spicio, ma totalmente insufficiente. La conferenza di Kyoto sul clima aveva come scopo di raggiungere un accordo vinc olante sulla diminuzione dei gas maggiormente responsabili dell'effetto serra, p er scongiurare conseguenze disastrose gi dal XXI secolo (scioglimento di ghiacci, innalzamento del livello del mare, scomparsa di spiagge ed isole, inondazione d i citt costiere). Ma a Kyoto la montagna ha partorito il topolino. Rispetto alle emissioni del 1990, gli Stati Uniti si sono impegnati a ridurre l'emissione di g as serra del 7%, l'Unione Europea dell'8%, Giappone, Canada, Polonia e Ungheria del 6%, la Croazia del 5%. L'Australia invece ha ottenuto il consenso ad aumenta rla dell'8%. Queste misure sono ridicole se confrontate con quanto afferma l'Istituto di Wupp ertal, un Centro tedesco di ricerche sul clima, l'ambiente e l'energia. Nel 1996 , per conto di alcune associazioni tedesche, l'Istituto ha condotto uno studio ( 9) per stabilire come deve cambiare la Germania se vuole garantire alle generazi oni future un pianeta pulito e ricco di risorse, soddisfacendo nel contempo le r ichieste di giustizia che provengono dal Sud. Lo studio mostra chiaramente che in molti casi il Nord industrializzato inquina gi oltre la capacit di sopportazione del pianeta e che la situazione pu essere recu perata solo se si interviene in fretta e in maniera drastica. Dopo aver individuato nell'anidride carbonica, nei CFC, nelle sostanze acide, ne llo smog i principali inquinanti che danneggiano l'ambiente, lo studio indica pe

r ciascuno di essi di quanto vanno ridotti ed in quali tempi. La conclusione che tutti questi inquinanti vanno ridotti dell'80-90% entro il 2025 o al massimo en tro il 2050. A volte il conto fatto dall'Istituto di Wuppertal davvero molto semplice. il cas o, ad esempio, dell'anidride carbonica, principale responsabile dell'effetto ser ra. In tutto il mondo si producono circa 30 miliardi di tonnellate che diviso per i 6 miliardi di persone che popolano il mondo, d una produzione di 5 tonnellate a t esta. La biosfera, tuttavia, pu assorbirne solo 14 miliardi ossia 2,3 tonnellate a testa. In Germania la produzione pro-capite di 12 milioni di tonnellate e cio c inque volte di pi. facile concludere che in Germania la produzione pro-capite dev e essere tagliata di 9,7 tonnellate, ossia dell'80%. Un altro elemento di dissenso con l'accordo di Kyoto l'art. 17 che istituisce il mercato delle emissioni inquinanti. La cosa dovrebbe funzionare cos: ad ogni Pae se verr assegnato un tetto di tonnellate di gas da poter emettere ogni anno. Chi vorr andare oltre il tetto assegnatogli, potr farlo comprando delle quote da altri paesi che invece non intendono raggiungere le emissioni che gli sono state acco rdate. Ma Monique Chemillier-Gendreau su ''Le monde diplomatique'' del dicembre '97 ci mette in guardia: Siamo lontani dal disporre di un sistema affidabile per la misurazione delle emi ssioni e il rischio di barare sulla valutazione delle quote commercializzate mol to alto. Del resto, in un contesto di relazioni internazionali caratterizzate da ll'ineguaglianza, anche il mercato delle quote di inquinamento sar gestito con cr iteri di potere come succede per tutto il resto. Ma a parte queste considerazion i di carattere politico, rimane una questione di fondo, e cio che la protezione d ella natura non si pu mettere in vendita. Inserirla in una logica mercantile, sig nifica condannarla in partenza. Il diritto alla sopravvivenza un principio assol uto che non si pu barattare. Il solo modo per risolvere in maniera equa il proble ma dell'inquinamento di fissare le quote di emissioni di ogni Stato in base al n umero dei suoi abitanti. Razionare le risorse Anche per le risorse non rinnovabili, o rinnovabili su lunghi periodi, urgente t rovare un sistema di razionamento e di gestione mondiale. L'ipotesi possibile l' assegnazione di quote in base al numero di abitanti di ogni paese con l'introduz ione di sistemi di tassazione per limitare l'acquisto oltre le quote stabilite. Tutto ci comporta la creazione di un organismo sovrannazionale con capacit imposit iva e di intervento e a prima vista ci sembra un'impresa impossibile. Ma l'esperi enza insegna che volere potere, perch a ben guardare esistono gi degli organismi d i governo internazionale. Non esiste forse l'Organizzazione Mondiale del Commerc io addetta alla gestione dell'Accordo Internazionale del commercio e non esiste il Fondo Monetario Internazionale col compito, almeno si dice, di soccorrere i P aesi con difficolt di pagamento? Allora perch non prevedere la creazione di un'Org anizzazione Mondiale per le Risorse? Tuttavia, se si instaurassero dei rapporti commerciali pi giusti, l'aggiustamento nella distribuzione delle risorse avverrebbe in maniera quasi automatica. Finch i prezzi dei prodotti agricoli e minerari prodotti nel Sud saranno irrisori, fin ch i salari dei braccianti e degli operai che lavorano per l'esportazione saranno da fame, ai Paesi del Sud rimarranno quote di ricchezza sempre molto basse. Di conseguenza le risorse che riusciranno a comprare sul mercato internazionale son o destinate ad essere scarse. Come se non bastasse, su tutti i Paesi del Sud grava il peso del debito. Per rip agare il debito e gli interessi, da dieci anni il Sud trasferisce al Nord una me dia di 200 miliardi di dollari all'anno e poich questi soldi sono ottenuti tramit e le esportazioni, come se ogni anno il Sud spedisse merce per lo stesso valore senza ricevere indietro neanche un soldo.

Cambiare le regole economiche Da quanto detto risulta chiaro che qualsiasi programma di riequilibrio mondiale deve partire da un cambiamento dei rapporti di scambio fra Nord e Sud, da un aum ento dei salari dei lavoratori del Sud e dalla cancellazione del debito, almeno dei paesi pi poveri. Ma tutto ci richiede un piano d'intervento che va nella direz ione opposta rispetto alla concezione dominante. Da quando caduto il muro di Berlino, il capitalismo si fatto sempre pi arrogante e pretende di fare trionfare ovunque l'interesse delle imprese e in particolare l'interesse delle multinazionali che sono le vere dominatrici del momento. Avend o fatto del profitto l'obiettivo a cui tutto il mondo deve piegarsi, l'ideologia imposta quella liberista che punta a garantire alle imprese la libert di poter v endere ovunque tutto ci che pu essere vendibile e di ottenere le loro merci nella forma che ritengono pi conveniente senza curarsi degli effetti sull'ambiente e su lle persone. L'obiettivo di fare eliminare qualsiasi regola economica affinch pre zzi, costi e ricavi si aggiustino da soli in base all'andamento del mercato. Pec cato che fra i costi sia stato compreso anche il lavoro, perch ci all'origine dell o sfruttamento. Da quando il lavoro stato degradato a costo ha smesso di essere considerato la massima ricchezza di cui dispone l'umanit e ha smesso di essere co nsiderato un diritto/dovere che ogni adulto deve esercitare per prendere parte a lla ricchezza. Al contrario il lavoro stato trasformato in una zavorra monetaria da ridurre il pi possibile. Per questo le prime vittime del liberismo sono i lavoratori e le lavoratrici non specializzate di tutto il mondo. Poich la loro una presenza abbondante, i loro s alari scendono ovunque e ovunque sono costretti a vivere nell'insicurezza della cosiddetta flessibilit che si traduce nella licenza per i padroni di regolare ora ri, salari e periodo di assunzione unicamente secondo le esigenze delle imprese. Anche in ambito commerciale il liberismo pretende che i prezzi dei prodotti sian o fissati secondo la regola della domanda e dell'offerta, tacendo che domanda e offerta possono essere manipolati secondo logiche speculative da parte di chi ha un forte potere finanziario. Il risultato stato che mentre un tempo esistevano accordi commerciali che puntavano a stabilizzare i prezzi dei prodotti agricoli, gradatamente, negli anni '80, sono stati smantellati uno per uno. L'ultimo ad e ssere stato eliminato, nel 1989, stato l'accordo sul caff. Oltre a fissare quanto caff doveva produrre ciascun Paese, l'accordo prevedeva un organo che vigilasse sull'andamento dei prezzi. Quando il prezzo tendeva a scendere, perch le richiest e erano pi basse dell'offerta, l'organo sequestrava parte della produzione mentre la reimmetteva sul mercato quando le richieste tendevano a superare l'offerta. Su pressione delle multinazionali, alla scadenza l'accordo non venne rinnovato. Immediatamente tutta la quantit di caff che si trovava nei magazzini, per fare da polmone equilibratore, venne immessa sul mercato provocando un crollo dei prezzi che passarono immediatamente da 120 a 60 dollari al sacco. Molti contadini non ressero il colpo e fallirono. Altri, invece, passarono alla produzione di coca. Agli inizi degli anni '90 in America Latina si guadagnava di pi da tre ettari di terra coltivati a coca che da 40 coltivati a caff! Recentemente il prezzo del caff salito di nuovo, ma non si tratta mai di aumenti stabili. Purtroppo il valore del caff fortemente influenzato dalla speculazione, ossia da situazioni di scarsit o di abbondanza create artificialmente nelle borse di New York e di Londra, che sono i luoghi dove avvengono le contrattazioni. At traverso meccanismi piuttosto complessi, le multinazionali fanno variare di cont inuo il prezzo del caff in base ai loro calcoli di convenienza, provocando oscill azioni repentine in poche settimane. Purtroppo il prezzo di borsa preso a riferi mento da tutta la trafila commerciale per aggiornare costantemente il prezzo ad ogni livello: dal campo fino all'esportazione. In questo clima di incertezza, i contadini vivono con l'angoscia continua di dov er essere costretti a vendere il loro raccolto a prezzi che non coprono neanche i costi di produzione. In conclusione, non si pu immaginare una pi equa distribuzione delle risorse se no n si rivedono le fondamentali regole di funzionamento dell'economia globale.

Oggi noi ci troviamo di fronte non ad una globalizzazione qualsiasi, ma alla glo balizzazione delle multinazionali, imprese produttive e commerciali cos vaste da non poter pi prendere le nazioni a riferimento come mercato, perch nessuna contien e un numero di consumatori sufficiente ad assorbire i loro prodotti. Per questo la loro parola d'ordine ''libero commercio mondiale'' che si trasforma in libert per le imprese di saccheggiare le risorse della terra, di mettere l'ambiente a s oqquadro, di sfruttare nazioni intere, di condannare milioni di bambini a lavora re in nome della competitivit, di gettare miliardi di persone fuori dal sistema. A questa globalizzazione selvaggia che accresce le disuguaglianze a tutti i live lli, che crea la pi totale instabilit sociale ed economica, che rovina i popoli de l Sud tramite il debito e la speculazione finanziaria, noi abbiamo il dovere di opporci per proclamare un'altra globalizzazione: la globalizzazione delle regole , la globalizzazione dell'equa distribuzione delle risorse, la globalizzazione d ella sostenibilit, la globalizzazione della stabilit, la globalizzazione del comme rcio equo, la globalizzazione della solidariet. NOTE (1) New Internationalist'', n. 287/97. (2) Elaborazione da: Wuppertal Institut, Futuro sostenibile, EMI, Bologna 1999. (3) T. Trainer, Towards a sustainable economy, John Carpenter Publ., Oxford 1996 , p. 37. (4) T. Trainer, Towards a sustainable economy, cit., p. 37. (5) New Internationalist'', n. 299/98. (6) J.W. Bond, How Ec and World Bank Policies are destroying Agricolture and the Environment, AgB, Singapore 1996. (7) D. Molineaux, Bosques desplazan a agricultores en Chile, Noticias Aliadas'', 22.7.93. (8) I. Ahmed, Shrimp mobs plunder coastal farmland, Panascope'' 39/94. (9) Pubblicato anche in Italia col titolo Futuro sostenibile, EMI, Bologna 1999.

Capitolo ottavo Quale futuro per i nostri figli di ANDREA SAROLDI Che sia giunto il tempo di nuovi simboli, di nuovi miti? Oliver Sacks Il giudizio di Anubi Il dio egiziano Anubi, raffigurato con la testa di sciacallo e il corpo di uomo, aveva il compito di esaminare i defunti al loro ingresso nell'oltretomba. Per l asciarli passare, Anubi poneva sul piatto della bilancia il cuore del defunto, c onfrontandone il peso con quello della piuma di uno struzzo posta sull'altro pia tto. Se il cuore era almeno leggero come la piuma, il defunto poteva procedere v erso l'eterna sopravvivenza, altrimenti veniva divorato da un mostro con le fauc i di coccodrillo. La nostra civilt si trova ad una svolta analoga. Potr procedere solo se avr un cuor e leggero: la leggerezza della giustizia verso gli altri e del rispetto per la m adre Terra. La piuma dello struzzo , cos, il simbolo della sostenibilit, sociale e ambientale. L'amore per i nostri figli ci chiede di lasciare loro un mondo sano almeno tanto quanto lo abbiamo trovato noi, di consentire loro lo stesso accesso alle risors e che noi abbiamo.

Questo significa porre un limite molto chiaro al nostro livello di consumo: il l imite della sostenibilit. Le due rivoluzioni necessarie Per arrivare ad una societ sostenibile, che garantisca alle future generazioni un buon livello di benessere, diminuendo il carico ambientale, sono necessari dei mutamenti radicali nei valori di riferimento, ovvero nella cultura. Questi mutam enti sono cos profondi, che potremmo chiamarli rivoluzioni, anche se il termine n on pi in voga. Due rivoluzioni sono necessarie per arrivare ad un societ sostenibile: la rivoluz ione dell'efficienza e quella della sufficienza (1). Riprendendo l'equazione dell'impatto ambientale, presentata a p. 23: I = P x A x T, possiamo dire che la rivoluzione dell'efficienza ha lo scopo di ridurre il f attore tecnologico (T), mentre la rivoluzione della sufficienza deve agire sullo stile di vita (A). Sono questi i fattori sui quali le societ del Nord del mondo devono intervenire per non superare la loro quota di consumi. Qualcuno potrebbe pensare che bisogna invece intervenire sul termine P (popolazi one) e arrivare ad un maggior controllo dello sviluppo demografico nei paesi pov eri, perch il problema quello della sovrappopolazione. Ma proviamo a vedere dove ci porta questa ipotesi: siccome la nostra societ rappresenta quel famoso 20% che consuma l'80% delle risorse e pi ancora (attorno all'84%) dello ''spazio ambient ale'', se si considera la quantit dell'inquinamento, ci significa che un abitante del Nord ''pesa'' sulla Terra tanto quanto 16 abitanti del Sud. Considerando il livello dei consumi e il peso dell'inquinamento il Nord ad esser e sovrappolato, non il Sud. infatti il Nord che consuma le risorse del Sud e non viceversa. il Nord che invade con le sue emissioni, lo spazio del Sud e non il contrario! Per raggiungere la sostenibilit i paesi ricchi devono ridurre il loro impatto amb ientale di un fattore stimato fra il 6 e il 9 (2). Quindi voler raggiungere la s ostenibilit attraverso la riduzione delle nascite, significherebbe chiedere ai pa esi del Nord di ridurre la popolazione di un fattore compreso fra l'8 e il 9. In assenza di guerre, epidemie o stragi di massa questo vorrebbe dire consentire, per una generazione almeno, solo ad una donna su 4 di avere un figlio e naturalm ente non pi di uno. Abbandonata questa strada, non resta che agire su quelle della efficienza (fatto re T) e della sufficienza (fattore A). Fare la rivoluzione dell'efficienza significa produrre lo stesso oggetto e offri re lo stesso servizio riducendo drasticamente il consumo di risorse e le relativ e emissioni. Questo possibile: gi oggi sono disponibili diversi esempi di tecnolo gie a basso impatto ambientale per un prodotto o un servizio. Attuare su larga scala questa rivoluzione dell'efficienza oggi assolutamente nec essario, ma non sufficiente. Se non si riesce a frenare la domanda, la sua cresc ita esponenziale (si consideri quale impatto avr sulla domanda di beni e servizi l'accesso delle popolazioni dei paesi poveri ad un livello di vita accettabile) superer i vantaggi ottenuti con la migliore efficienza tecnologica e cos l'impatto ambientale continuer ad aumentare. Come dice Herman Daly, se il carico troppo pesante la nave inesorabilmente affon da e l'efficienza ci dar al massimo la consolazione di vederla affondare in modo ottimale (3). Bisogna alleggerire ulteriormente il carico e questo si pu fare con un cambiament o ancora pi profondo: la rivoluzione della sufficienza. Significa chiedersi quali bisogni sono veramente importanti e qual il modo pi intelligente di soddisfarli. Si tratta quindi di agire sugli stili di vita, ovvero sul modo di rapportarsi d i ciascuno di noi con i propri simili e con l'ambiente naturale. Tanto per fare un esempio, ragionare sull'efficienza dei trasporti significa pro gettare veicoli che consumano e inquinano meno; ragionare sulla sufficienza sign ifica chiedersi quali trasporti (di persone e/o di merci) sono veramente utili e ridurre i viaggi, per esempio favorendo i prodotti locali o il turismo regional e.

Attuare la rivoluzione della sufficienza significa inserire il concetto di ''lim ite'' tra le idee guida della vita e scoprire la bellezza della semplicit, della lentezza, della vicinanza, della piccolezza... Perch tendere all'''infinitamente grande'' quando l'''infinitamente piccolo'' nasconde le stesse meraviglie? Inserirsi nelle contraddizioni ''Cos giovani e gi due rivoluzioni da fare! Non ne bastava una sola?'' potrebbero dirci i nostri ragazzi. In realt il compito non impossibile e i giovani potrebber o agevolmente inserirvisi, perch il sistema attuale porta con s enormi contraddizi oni che l'intuizione giovanile scopre pi in fretta e che pi ripugnano alla loro na turale linearit. Le principali contraddizioni della nostra cultura possono essere riassunte in qu esti punti: - Globalizzazione e solitudine. L'uomo diventa cittadino del mondo, ha a disposi zione i pi elaborati strumenti di comunicazione, ma nello stesso tempo rischia di non avere pi nessuno da incontrare. - Arricchimento e insoddisfazione. Spesso il valore di un bene (o di un ''posto' ', di un ''titolo'', di un successo) sta pi nel cammino fatto per conquistarlo ch e nella sua fruizione. L'avere molto con facilit o troppo presto pu lasciare un se nso di vuoto e favorire la noia. Non si possono avere sempre nuove distrazioni. Insoddisfazione e ricchezza viaggiano spesso insieme. - Facilit di movimento e perdita della dimora. Mai come oggi i giovani hanno potu to muoversi con facilit. A diciott'anni hanno gi la macchina e molto prima il miti co motorino per gli spostamenti pi usuali, di lavoro o di studio, ma ancor pi di d ivertimento. Spesso cominciano gi da bambini a viaggiare, in treno, in aereo, e a conoscere altri paesi, altri costumi... Questo molto bello, ma spesso si accomp agna a quella che viene definita ''perdita della dimora'': si allenta il legame con un luogo preciso, con il proprio territorio e il proprio paese e questo d un senso di smarrimento, quasi la perdita della propria identit. Si avverte la nosta lgia per le proprie radici. - Abbondanza di nozioni/infomazioni e perdita di senso: i giovani d'oggi sanno m olto. La scolarizzazione precoce e lunga, il contatto molto frequente con i medi a, la possibilit di esperienze sempre nuove e sempre pi allargate li porta a incam erare un grande numero di informazioni e di nozioni. Ma sfugge il senso delle co se, la loro concatenazione, forse perch la creazione di significati ha bisogno di attenzione e, invece, non si ha tempo o voglia di soffermarsi sulle cose, si pa ssa rapidamente dall'una all'altra senza cogliere il loro senso profondo e il le game che hanno fra loro. - Pochi vincono e molti perdono: abbiamo gi visto (cfr. al capitolo terzo) che la nostra societ spinge ad essere competitivi. Ma quando la competitivit arriva a li velli esasperati, sono sempre pi quelli che rimangono fuori dal gioco. Si lotta p er vincere, ma ''quelli che ce la fanno'' sono pochi. Cosa fare con i perdenti? con le fabbriche che chiudono, per esempio, perch non riescono a reggere la compe tizione globale? Avendo il senso del limite, i giovani possono inserirsi in queste contraddizioni e superarle. Possono ''fare sintesi'', per esempio, fra la facilit di spostament o e la necessit di restare attaccati ad un posto. La sintesi sta nel muoversi con senso, nella capacit di ritornare e di fare memoria. Cos possono superare la cont raddizione fra globalizzazione e solitudine vivendo l'appartenenza a tutti i liv elli, senza ''saltarne'' nessuno: l'appartenenza alla famiglia, alla parentela, al gruppo, alla comunit, al paese, alla regione, alla nazione, all'Europa, al mon do. Ogni appartenenza deve restare aperta a quelle successive e queste devono se mpre rimandare a quelle meno ampie. Tutte le contraddizioni del nostro tempo possono essere riconciliate nell'animo giovanile, se questo aiutato a svincolarsi dalle pastoie del consumismo cieco, c he ci porta ad essere pi pezzi di un meccanismo che soggetti del nostro divenire. Consumi e occupazione

L'amore per i figli ci chiede anche di lasciare loro un mondo in cui sia possibi le per tutti trovare un lavoro. Su questo punto dobbiamo soffermarci con partico lare attenzione, perch viene sollevata spesso una obiezione, che pu trovarci impre parati: come possibile porre un limite ai consumi e contemporaneamente creare po sti di lavoro? Di solito al calo di consumi viene associato il calo di occupazio ne. Per rispondere alla domanda bisogna fare chiarezza su alcuni punti, perch l'obiez ione si basa su alcune asserzioni di fondo, che sono tanto comuni quanto false. 1.a asserzione: il livello di benessere equivale al reddito e al consumo pro-cap ite; 2.a asserzione: il consumo pro-capite equivale al consumo di risorse naturali; 3.a asserzione: la quantit di produzione equivale alla quantit di lavoro. Combinando insieme queste tre equivalenze se ne ricava che l'unico modo per aume ntare il benessere aumentare il consumo individuale; l'unico modo per aumentare il consumo individuale aumentare il prelievo di risorse naturali; l'unico modo p er creare occupazione produrre di pi. In questo sistema di equazioni l'unica solu zione possibile per far crescere i posti di lavoro ''rilanciare l'economia'': pe ccato che nessuno riesca a farlo, nonostante tutti lo propongano! Ma le equivalenze che abbiamo stabilito sopra sono sbagliate: lo provano i molti ssimi casi esaminati anche a livello scientifico, in cui cresce il reddito indiv iduale e peggiora la qualit della vita; cresce l'utilizzo personale di una risors a, mentre ne viene prelevata di meno dalla natura (per esempio, perch la risorsa viene riciclata o perch si fabbricano beni d'uso pi resistenti); cresce la produzi one di un'azienda e contemporaneamente i lavoratori vengono licenziati... Anzi, succede pure che i lavoratori vengano licenziati per aumentare la produzione! Le asserzioni di fondo sono sbagliate perch trascurano dei termini che hanno inve ce un'importanza fondamentale: - il legame tra benessere e consumi individuali dipende in modo determinante dal lo stile di vita; - il legame tra consumi individuali e consumi di risorse dipende in modo determi nante dall'efficienza della tecnologia; - il legame tra produzione e occupazione dipende in modo determinante dai metodi produttivi impiegati. quindi possibile agire sugli stili di vita per aumentare il benessere senza aume ntare i consumi; agire sull'efficienza tecnologica per ridurre il prelievo di ri sorse senza diminuire i consumi individuali; agire sui metodi di produzione per aumentare l'occupazione senza aumentare la produzione. Se, ad esempio, confrontiamo l'impatto occupazionale (numero di posti di lavoro per unit di fatturato) del commercio equo e solidale rispetto al commercio intern azionale del cosiddetto libero mercato troviamo un rapporto di 150 a 1! Se tutti i 6 mila miliardi di dollari del commercio internazionale avessero l'impatto oc cupazionale del commercio equo e solidale, ci sarebbe lavoro per 10 miliardi di persone, pi del doppio della popolazione mondiale in et lavorativa! Quando si dice che necessario ridurre i consumi per raggiungere la sostenibilit, non si vuol dire che devono diminuire i servizi alle persone, ma che deve essere ridotto il carico sull'ambiente per gli stessi servizi. Seguendo la rivoluzione dell'efficienza, dobbiamo ridurre la quota di natura consumata o inquinata per un certo servizio; e questo non vuol dire assolutamente togliere il servizio o n on soddisfare il bisogno. Ridurre la quota di natura utilizzata vuol dire aument are l'impiego umano sia intellettuale che manuale e quindi aumentare il lavoro. Detto in altri termini, serve pi lavoro per mantenere le risorse in circolo rispe tto al modello ''usa e getta''. Si tratta di ''licenziare'' kilowattora di energ ia e tonnellate di materiale per ''assumere'' lavoratori. In questo senso occupa zione ed efficienza vanno di pari passo.

Idee guida (4) Come abbiamo visto, spesso siamo vittime di errori di percezione che ci costring ono a porre il problema in termini sbagliati e ci impediscono di trovare una sol uzione. In questo modo ogni alternativa sembra impraticabile oppure estremamente cupa. Ci siamo talmente abituati al modello dominante di pensiero economico da non riuscire a farne a meno. Proviamo a fare qualche esempio di trappole in cui facile cadere: ''Se per ridur re l'effetto serra bisogna ridurre di molto il consumo di energia, allora tutto sar buio''. In realt, per ridurre l'effetto serra bisogna ridurre di molto il cons umo di energia fossile. Se utilizziamo fonti rinnovabili, queste fanno parte del ciclo naturale e non creano effetto serra. Prendiamo ad esempio il legno coltiv ato, che un modo molto efficiente di utilizzare l'energia solare. Se ci scaldiam o con derivati della legna (ad esempio, il cippato), immettiamo nell'atmosfera s olo una parte dell'anidride carbonica che la pianta ha sottratto all'atmosfera, l'altra parte rimasta nel terreno sotto forma di radici. In questo modo, noi dim inuiamo la quantit di anidride carbonica presente nell'atmosfera, perch la stiamo interrando, e inoltre induciamo qualcuno a prendersi cura del bosco con vantaggi per l'assetto idrogeologico. Nonostante le difficolt di raffigurazione, ci pare per ugualmente possibile immagi nare i tratti di una civilt che possegga due caratteristiche fondamentali: la sos tenibilit e la giustizia; ovvero una societ in grado di durare nel tempo senza dis truggere la sua base naturale e in cui ognuno possieda almeno il necessario per una vita decente. Proviamo ora a vedere come sia possibile applicare queste due caratteristiche fo ndamentali al funzionamento di una societ attraverso alcune idee guida. - Produzione e consumo a ciclo chiuso L'unico modo per ridurre drasticamente il consumo di risorse non creare scarti. Questo si attua, nei cicli di produzione, facendo in modo che gli scarti per la lavorazione di un prodotto siano utilizzati in un altro ciclo di produzione. All o stesso modo, l'utilizzo di un bene non deve creare scarti non riutilizzabili. - Utilizzo di energie rinnovabili Anche la produzione di energia deve avvenire con pochissime scorie, e questo pos sibile solo utilizzando le fonti rinnovabili di energia come il sole, il vento, l'acqua e il legno. - Ciclo locale di produzione e consumo Per ridurre i trasporti di merci, con relativi consumi, inquinamento e occupazio ne di territorio, bisogna imparare a chiudere localmente i cicli di produzione e consumo, attivando cos anche dei circoli positivi di fiducia tra produttori e co nsumatori, uniti da un legame di appartenenza alla stessa comunit locale. - Scambi commerciali equi Gli scambi commerciali, sia a livello locale che su scala pi ampia, devono essere svolti su basi eque in modo che venga riconosciuto degnamente il lavoro di chi ha prodotto un bene. - Produzione e accessibilit di beni essenziali in base alla necessit La produzione dei beni fondamentali per una vita dignitosa deve essere regolata in base alle necessit della popolazione, e bisogna trovare un meccanismo di distr ibuzione che consenta ad ognuno l'accesso a questi beni. Questo vuol dire trovar e delle forme per cui sia possibile a tutti lavorare per produrre beni o servizi di utilit e avere in cambio una quota di questi beni per la propria esistenza.

La quantit di lavoro necessaria dipender dall'efficienza nella realizzazione di qu el bene o servizio; se basta lavorare poco per produrre quanto serve, avremo pi t empo libero. Mettere questo scambio tra lavoro e beni per la sopravvivenza tra l e mani di un mercato deregolamentato significa condannare miliardi di persone al la fame. - Trasporti collettivi Per ridurre l'impatto del trasporto di persone bisogna elevare di molto l'utiliz zo dei mezzi di trasporto collettivo, sia pubblici che privati. - Agricoltura biologica L'inquinamento dei terreni causato dai fertilizzanti pu essere ridotto solo con l a riduzione progressiva dell'uso di pesticidi in agricoltura, consentendo cos anc he di migliorare la salute del consumatore e di conservare sapori tradizionali. Questi sono alcuni modi che gi ora possiamo mettere in atto per realizzare una so ciet equa e sostenibile. Certamente lungo la strada impareremo a conoscerne altri e ne troveremo di migliori. La cultura della convivialit Un cambiamento di mentalit cos profondo ha bisogno di una nuova cultura. Quale mit o potr sostituire quello della crescita? Quali principi potranno guidarci nelle r ivoluzioni dell'efficienza e della sufficienza? Quale cultura vogliamo lasciare ai nostri figli? La cultura che meglio si adatta all'era in cui stiamo entrando la cultura della convivialit, una cultura fatta di condivisione, allegria, semplicit, amicizia, osp italit, dialogo, valorizzazione delle diversit. Questa cultura forse l'unica in grado di sostenere le sfide del terzo millennio, ovvero la sola che ci consentir di attraversare le rivoluzioni dell'efficienza e della sufficienza con il cuore leggero. La scelta contro l'uniformit e a favore della diversit essenziale sul piano sia de ll'ecologia sia della politica: un imperativo ecologico perch solo un sistema bas ato sulla diversit rispetta i diritti di tutte le specie ed sostenibile; un imper ativo politico perch l'uniformit va di pari passo con la centralizzazione, mentre la diversit richiede il decentramento del controllo. VANDANA SHIVA, Monoculture della mente La diminuzione della vita lavorativa organizzata nell'economia strutturata signi ficher un calo del rispetto dei valori, della visione del mondo e della filosofia del mercato. Se a questa subentrer diffusamente una filosofia alternativa fondat a sull'ethos della trasformazione personale, del consolidamento della collettivi t e della coscienza ambientale, si potranno gettare le fondamenta intellettuali p er l'avvento di un'era post mercato. JEREMY RIFKIN, La fine del lavoro La societ conviviale una societ che d all'uomo la possibilit di esercitare l'azione pi autonoma e creativa, con l'ausilio di strumenti meno controllabili da altri. L a produttivit si coniuga in termini di avere, la convivialit in termini di essere. L'attrezzatura manipolante tende all'esasperazione, l'uso dello strumento convi viale tende all'autolimitazione. Mentre la crescita dell'attrezzatura al di l del le soglie critiche non fa che produrre uniformazione regolamentata, dipendenza, sopraffazione e impotenza, la scelta austera dello strumento conviviale garanzia d'una libera espansione dell'autonomia e della creativit umane. IVAN ILLILCH, La convivialit

NOTE (1) Riprendiamo questi due termini nel senso in cui vengono usati nelle opere Fu turo sostenibile e Fattore 4. Rimandiano a quelle opere (vedi in Bibliografia) p er una pi precisa definizione dei concetti espressi con questi termini. (2) La stima di questi dati si trova ancora in Futuro sostenibile, cit., dove ci si riferisce alla situazione della Germania. Tuttavia i dati sono mediamente es tensibili all'Europa occidentale, al Giappone e al Nord America. (3) Herman Daly noto soprattutto per l'opera Un'economia per il bene comune. Il nuovo paradigma economico orientato verso la comunit, l'ambiente e un futuro ecol ogicamente sostenibile, RED, Como 1994 (ed. or. For the Common Good, Beacon Pres s, Boston 1989). (4) In Wuppertal Institut, Futuro sostenibile, cit., si trova un capitolo intero , il quarto, che si intitola come questo paragrafo: idee guida. Dal punto di vis ta concettuale e sociologico un po' il cuore dell'opera (oltre tutto anche il ca pitolo pi lungo: ben 126 pagine nell'edizione italiana!). La brevit di questa nost ra sintesi pu sembrare irridente, ma ha solo lo scopo di orientare a quella lettu ra!

Parte terza I PERCORSI Caro San Cristoforo, non so se tu ti ricorderai di me come io di te. Ero un raga zzo che ti vedeva dipinto all'esterno di tante piccole chiesette di montagna. Af freschi spesso sbiaditi, ma ben riconoscibili. Tu - omone grande e grosso, robus to, barbuto e vecchio - trasportavi il bambino sulle tue spalle da una parte all 'altra del fiume, e si capiva che quella era per te suprema fatica e suprema gio ia. Mi feci raccontare tante volte la storia da mia madre, che non era poi chiss quale esperta di santi, n devota, ma sapeva affascinarci con i suoi racconti. Perch mi rivolgo a te, alle soglie dell'anno 2000? Perch penso che oggi in molti s iamo in una situazione simile alla tua, e che la traversata che ci sta davanti r ichieda forze impari, non diversamente da come a te doveva sembrare il tuo compi to quella notte, tanto da dubitare di farcela. E che la tua avventura possa esse re una parabola di quella che sta dinnanzi a noi. Cosa resterebbe da fare ad un tuo emulo oggi, caro San Cristoforo? [...] Qual il fiume difficile da attraversare, quale sar il bambino apparentement e leggero, ma in realt pesante e decisivo da traghettare? Il cuore della traversata che ci sta davanti probabilmente il passaggio da una c ivilt del ''di pi'' ad una del ''pu bastare'' o del ''forse gi troppo''. Alex Langer, Il viaggiatore leggero

Capitolo nono Conoscere per cambiare di GIANFRANCO BOLOGNA I nostri valori e i nostri comportamenti, i nostri sistemi di riferimento, i nos tri giudizi e pregiudizi, i nostri obiettivi, il nostro intero modo di essere so no anacronistici rispetto al mondo che abbiamo creato.

Aurelio Peccei Utilizzare sempre il proprio cervello Con ogni probabilit il problema in assoluto pi scottante della nostra epoca deriva da quello che potrei definire ''inquinamento cerebrale''. La capacit altrui di c ondizionare fortemente il pensiero critico di ciascuno di noi esistita in tutti i tempi, ma da quando nata la Rivoluzione industriale e, soprattutto, da quando viviamo immersi nella societ dell'informazione, il problema ha assunto aspetti mo lto pi problematici e seri. Nel 1957 un insegnante di giornalismo all'Universit di New York scrisse un libro che fece epoca. Si intitolava I persuasori occulti. Packard in una prosa avvince nte cerc di rivelare come l'alleanza sempre pi stretta tra analisi psicologica, mo tivazionale e sociale e strumenti della pubblicit minacciava subdolamente, ma in maniera praticamente scientifica, la libert di opinione su qualsiasi argomento. I l suo libro ovviamente fu accusato di allarmismo. Agli inizi di quel libro Packa rd scriveva: ''Molti di noi - di questo si tratta - vengono oggi influenzati ass ai pi di quanto non sospettino, e la nostra esistenza quotidiana sottoposta a con tinue manipolazioni di cui non ci rendiamo conto. Sono all'opera su vasta scala forze che si propongono, e spesso con successi sbalorditivi, di convogliare le n ostre abitudini inconsce, le nostre preferenze di consumatori, i nostri meccanis mi mentali, ricorrendo a metodi presi a prestito dalla psichiatria e dalle scien ze sociali. significativo che tali forze cerchino di agire su di noi a nostra in saputa, s che i fili che ci fanno muovere sono spesso, in un cero senso, occulti' '. Alla fine del primo capitolo Packard scriveva: Se in questo libro mi riferisco al la pubblicit commerciale pi frequentemente che ad altri tipi di ''imbonimento'', c i dovuto al fatto obbiettivo che i produttori di beni di consumo rischiano di pi, hanno in gioco ogni giorno milioni di dollari, e si sono dati di conseguenza a p romuovere questo tipo di ricerche con maggiore energia di ogni altro settore. Ma gli altri - pubblicisti, uomini politici, istituti di beneficenza e addetti agl i uffici personale - stanno ormai entrando anch'essi nel nostro quadro, e chiunq ue abbia qualcosa da ''promuovere'' non tarder ad imitarli. (Vi ricordo che stiamo parlando di un testo del 1957 !!). Se dovessimo definire, nella maniera pi oggettiva possibile, quale sia l'elemento trascinatore centrale delle attuali societ, credo che non vi sia alcun dubbio. L'obiettivo primario di ottenere profitti (e sempre di pi) pu essere drammaticamen te considerato l'obiettivo dominante delle nostre societ industriali mature; obie ttivo che si pone inoltre, come esempio centrale e ben seguito, per tutte le soc iet umane del pianeta. E ci oggi pi che mai, considerato il fatto che la libera cir colazione di merci e di denaro divenuta una vera e propria ''bibbia'' dell'era d ella globalizzazione economica e dell'informazione. Fu l'economista e sociologo statunitense Thorstein Veblen (1857-1929) che nel su o classico testo La teoria della classe agiata, del 1899, introdusse il concetto di ''consumo cospicuo'' , per indicare l'uso ostentato di determinati beni a di mostrazione del possesso di un elevato grado di ricchezza. Il consumismo divent l a parodia, a livello di massa, del concetto elaborato da Veblen per spiegare il comportamento dei capitalisti ricchi e dei loro imitatori delle classi medie. Il noto economista della Harvard University, John Kenneth Galbraith scrisse, nel 1958, un altro libro molto significativo dal titolo La societ opulenta. L'argome nto centrale del libro che le nazioni economicamente avanzate, e soprattutto gli Stati Uniti, sono caratterizzate da un tasso di sviluppo sociale molto ineguale . I beni e i servizi prodotti da privati per uso e consumo sono disponibili in a bbondanza. A dire il vero, sono talmente disponibili che sono necessarie ingenti spese in pubblicit e attivit promozionali per convincere gli individui a desidera re ci che stato prodotto. La sovranit del consumatore, un tempo retta dal bisogno di cibo e di alloggio, ora rappresentata da un consumo innaturale di un'infinit d i beni e servizi. Ci, come ricorda lo stesso Galbraith, ha luogo in quello che st ato chiamato settore privato. Non esiste una tale abbondanza nei servizi forniti dallo stato. I servizi sociali, la sanit, l'istruzione, nonch le attivit di protez

ione della qualit della vita e dell'ambiente scarseggiano. I danni all'ambiente s ono il risultato pi visibile della produzione abbondante di beni e servizi. Il rapporto 1998 dell'UNDP sullo sviluppo umano, dedicato ai consumi ineguali, c i fornisce dati impressionanti sulla crescita globale delle spese annue pubblici tarie. La spesa annua globale in pubblicit ha subto un incremento del 700% a parti re dal 1950. Malgrado America del Nord, Europa e Giappone abbiamo impiegato la m aggior parte dei 500 miliardi di dollari che si stima siano stati spesi nel 1997 , gran parte dell'incremento venuto dai paesi in via di sviluppo che spesso sono privi di una base di consumatori ben informati o di industrie di pubblicit commm erciale ben regolamentate. La Cina ha aumentato la spesa del 1.000%, seguita dal l'Indonesia con un 600% e da India, Malaysia e Thailandia che riportano incremen ti del 300%. Nel 1986 solo tre paesi in via di sviluppo figuravano tra i primi v enti Paesi al mondo per spese pubblicitarie. Dieci anni dopo se ne contavano nov e e pochi di tali Paesi avevano istituzioni di tutela dotate del potere di prote ggere gli interessi dei consumatori. Le statistiche rivelano che gli Stati Uniti spendono ancora la cifra maggiore per pubblicit, una stima di 101 miliardi di do llari. Come percentuale del reddito nazionale comunque, in vetta alla classifica la Colombia che destina il 2,6% del proprio prodotto interno lordo a tale scopo . Ma anche in altri due Paesi in via di sviluppo, la Corea del Sud e il Venezual e, la spesa pubblicitaria come quota del PIL pi elevata che negli Stati Uniti. Credo sia utile riportare una tabella pubblicata nel rapporto UNDP del 1998 circ a la spesa annua delle priorit mondiali: istruzione di base per tutti: 6 miliardi di dollari (spesa annua addizionale per raggiungere un accesso univer sale ai servizi sociali di base in tutti i paesi in via di sviluppo); cosmetici negli USA: 8 miliardi di dollari acqua e infrastrutture igieniche per tutti: 9 miliardi di dollari (vale anche per questo dato quanto detto sopra) gelati in Europa: 11 miliardi di dollari spese per la salute riproduttiva delle donne: 12 miliardi di dollari (vale anche per questo dato quanto detto) profumi in Europa e negli USA: 12 miliardi di dollari salute di base e nutrizione: 13 miliardi di dollari (vale anche per questo dato quanto detto) cibo per animali in Europa e negli USA: 17 miliardi di dollari business relativo all'intrattenimento in Giappone: 35 miliardi di dollari sigarette in Europa: 50 miliardi di dollari alcolici in Europa: 105 miliardi di dollari droghe nel mondo: 400 miliardi di dollari spese militari nel mondo: 780 miliardi di dollari.

Il vero insegnamento che dobbiamo trarre dal fatto che le cose del mondo vanno i n una direzione certamente e oggettivamente negativa che dobbiamo il pi possibile cercare di ''costruirci'' un'autonoma e indipendente capacit di valutazione e gi udizio. Ci pu essere fatto solo curando molto il nostro ''spirito critico'', cerca ndo di avere il massimo delle informazioni, ma soprattutto cercando di ''leggere '' bene tra le informazioni che raccogliamo e riceviamo. Anche in fatto di infor mazioni ormai siamo in una situazione di vero e proprio ''inquinamento''. Non es istono manuali che possono consentirci di fare ci. Si tratta di capacit che si pos sono affinare anche seguendo associazioni e gruppi di opinione che rappresentano il tentativo critico di ''leggere'' la realt rispetto a come ci viene, massifica tamente, proposta. Scriveva l'indimenticabile fondatore e presidente del Club di Roma, Aurelio Pecc ei, nel suo libro Quale futuro? del 1974: ''I nostri valori e i nostri comportam enti, i nostri sistemi di riferimento, i nostri giudizi e pregiudizi, i nostri o biettivi, il nostro modo di essere sono anacronistici rispetto al mondo che abbi amo creato. Un profondo rivoluzionamento e un salto di qualit sono indispensabili per renderli attuali e capaci di futuro, in grado di utilizzare, senza esserne sopraffatti, tutte quelle conoscenze e tutti quei mezzi che costituiscono il pat rimonio formidabile e senza precedenti di cui oggi disponiamo, ma impieghiamo in modo cos disastroso. La grande speranza dell'umanit non sta quindi in un nuovo tr ionfale progresso tecnico - anche se nuove massiccie iniezioni di tecnologia sar anno forse necessarie o anche auspicabili - ma nella capacit di controllarlo e um anizzarlo, armonizzandolo con lo sviluppo equilibrato delle altre componenti, sp irituali, etiche, artistiche, estetiche, della complessa personalit umana''. E quanto sia complessa questa personalit ce lo confermano sempre pi, ammesso che v e ne fosse ulteriore bisogno, gli avanzamenti delle neuroscienze, a dimostrazion e della reale difficolt di un nostro operato ''razionale''. Ci ricordano i neuros cienziati Robert Ornstein e Richard Thompson, in un loro bel libro sul cervello, Il cervello e le sue meraviglie, che negli ultimi ventimila anni circa non siam o cambiati biologicamente, ma i mutamenti che abbiamo prodotto nel nostro ambien te sono vistosissimi. Abbiamo costruito per noi stessi un nuovo mondo: ventimila anni fa non vi erano n aerei, n industrie, n citt. Le sfide che ci troviamo a dover fronteggiare sono diverse da quelle affrontate da qualsiasi altra specie. Modif ichiamo il nostro ambiente con rapidit sempre maggiore. La drammatica realt che noi esseri umani dobbiamo adattarci a ogni mutamento che introduciamo nel mondo, e che la nostra capacit di operare quei mutamenti cresce sempre di pi. Cos, ricordano Ornstein e Thompson, il problema che la nostra capaci t di cambiare l'ambiente sempre in anticipo rispetto alla nostra capacit di adatta mento e noi siamo presi in un ciclo di adattamento continuo a situazioni senza p recedenti. Prendersi cura Ha scritto James Lovelock, scienziato inglese, ''padre'' dell'ipotesi Gaia (seco ndo la quale l'evoluzione degli organismi viventi strettamente legata all'evoluz ione del loro ambiente tanto da condizionarla ai loro fini), nel suo bel libro G aia. Manuale di medicina planetaria: ''Ho rifiutato fermamente l'idea della gest ione o supervisione del pianeta, perch essa comporta che gli esseri umani si facc iano carico della Terra; propongo invece di imparare a vivere assieme alla Terra come parte di essa, gestendo noi stessi, prendendo e offrendo con modestia i do ni che ci permettono di vivere in questo pianeta''. Nella complessa e difficile situazione attuale la cosa pi corr etta che dovremmo fare quella di prenderci cura dei nostri simili, delle altre forme di vita, dell a Terra. Oggi tutte le analisi interdisciplinari fatte ci dimostrano l'insosteni bilit dei nostri attuali modelli di sviluppo socio-economico. Ci dimostrano un'in sostenibilit non solo ecologica ma anche economica e sociale. quindi evidente che per il futuro diventa molto importante parlare di uno sviluppo, di una societ, d i un vivere ''meno insostenibile''. I percorsi verso una minore insostenibilit e quindi verso un minore impatto ambientale, economico, sociale, culturale, vanno

nella chiara direzione della necessit di vivere entro i limiti della natura. Abbi amo sempre cercato di ampliare questi limiti, grazie alla tecnologia e al commer cio; oggi sappiamo che la situazione divenuta ancor pi insostenibile. indispensab ile quindi provvedere alla RIDUZIONE del nostro impatto. Si tratta di una riduzi one certamente inevitabile nei paesi ricchi, che hanno un livello di consumo e d i produzione di scarti e rifiuti elevato e intollerabile. bene affermare con chiarezza che per risolvere i gravi problemi del nostro futur o non basta solo intervenire nella riduzione della materia ed energia impiegate per unit di prodotto (quindi con interventi di efficienza e dematerializzazione). Se si agisce solo su questo fronte, le motivazioni economiche non facilitano un a riduzione reale dei consumi, anzi, paradossalmente, spingono ad un aumento pi c he proporzionale della produzione e quindi, in definitiva, ad un incremento dei consumi complessivi e della relativa produzione di rifiuti. In pratica all'interno dell'attuale quadro economico anche le potenzialit delle n uove tecnologie in termini di dematerializzazione dei prodotti vengono neutraliz zate dalla spinta alla crescita della produzione e non portano quindi a risultat i favorevoli dal punto di vista ambientale. Far passare il concetto di RIDUZIONE a livello culturale e pratico, nella politi ca e nell'economia, significa attivare un'impresa veramente titanica. Ma siamo c erti che non c' altra strada. Si tratta quindi di studiare bene tutti gli aspetti positivi e ancora purtroppo negletti di un'azione concreta di riduzione del nos tro impatto. Per questo gli approfondimenti di alcuni approcci innovativi come quelli del cal colo dell'impronta ecologica e dello spazio ambientale sono di grande utilit. Si tratta infatti, come abbiamo gi osservato nei capitoli precedenti, di analisi cer tamente imperfette, ma che consentono di capire di quanto si debba ridurre la su perficie utile delle funzioni produttive degli ecosistemi necessarie per la nost ra esistenza (impronta ecologica) e di quanto sia necessario ridurre la quantit d i energia, acqua, territorio, materie prime non rinnovabili e legname che pu esse re utilizzato senza mettere a rischio il diritto delle generazioni future ad uti lizzare le medesime risorse (spazio ambientale). Entrambe le valutazioni vengono realizzate nel rispetto del principio di equit se condo cui ogni abitante della Terra ha diritto di accesso ad una stessa quota di risorse e di possibilit di inquinamento. Lo spazio ambientale Nel 1992 i ''Vereninging Milieudefensie'' (Amici della Terra olandesi) hanno pub blicato uno studio intitolato ''Piano di azione per l'Olanda sostenibile''. Gli autori proposero il concetto di spazio ambientale, ideato dall'economista olande se Jan Opschoor, come linea guida dell'intero studio proponendo: - una valutazione dello spazio ambientale per l'Olanda nel 2010 nell'uso dell'en ergia, dell'acqua, delle risorse non rinnovabili, del legname e del suolo agrico lo; - lo stato attuale del sovraconsumo di queste risorse rinnovabili e non in Oland a; - le strategie per ridurre il sovraconsumo e realizzare una produzione e un cons umo sostenibile nell'arco di una generazione. Successivamente l'Istituto Wuppertal per il clima, l'energia e l'ambiente ha ela borato uno studio dedicato alla situazione europea pubblicato nel 1995 con il ti tolo ''Verso un'Europa sostenibile''. Anche in questo caso stato applicato il co ncetto di spazio ambientale. L'analisi giunta ad indicare con chiarezza le perce ntuali di riduzione da effettuare in molti ambiti. Valutando tutti i dati possib ili a disposizione si potuto analizzare come le riduzioni necessarie di emission i di anidride carbonica al 2010 dovrebbero essere del 26% (nel 2030 del 68% e ne l 2050 del 77%); l'uso di energia primaria dovrebbe essere, sempre al 2010, del 21% in meno, quello dell'energia nucleare del 100% in meno, la produzione di cem ento dovrebbe essere dell'82-85% in meno, quella del cloro tra dell'83-89% in me no, quella dell'alluminio dell'88-92% in meno e cos via. Successivamente sono stati pubblicati altri interessantissimi studi, che hanno a

pplicato il concetto di spazio ambientale all'economia di altre nazioni europee. Vale la pena citare l'altro bel lavoro del Wuppertal Institut sulla Germania, l a cui edizione internazionale stata pubblicata in italiano dalla EMI con il tito lo Futuro sostenibile, dove si forniscono altrettante chiare indicazioni per le riduzioni da effettuare nell'economia tedesca; e il rapporto sull'Inghilterra da l titolo ''Tomorrow's World''. Per quanto riguarda la Germania il consumo di energia primaria dovrebbe essere r idotto del 50% entro il 2050 mentre l'erosione del suolo dovrebbe essere ridotta dell'80-90% entro il 2010. Molte altre nazioni stanno lavorando all'elaborazione di piani e studi sull'appl icazione concreta del concetto di spazio ambientale (recentemente stato pubblica to anche il rapporto sulla Norvegia). In Italia sta lavorando un gruppo di studi o interdisciplinare che fa capo al WWF Italia, all'Operazione ''Bilanci di Giust izia'' e al Centro Nuovo Modello di Sviluppo. L'impronta ecologica L'impronta ecologica consiste in un approccio che cerca di rispondere alla doman da: qual la superficie di sistemi ecologici produttivi necessaria per mantenere a lungo termine le attivit economiche e sociali di una comunit, di un paese o dell 'intera popolazione mondiale, considerate le esistenti capacit della tecnologia e l'organizzazione della produzione? Il metodo dell'impronta ecologica parte dalle seguenti considerazioni di base: - per qualunque cosa che noi produciamo (indipendentemente dal tipo di tecnologi a utilizzata) e usiamo abbiamo bisogno di un flusso di materiali ed energia prov eniente dall'ambiente naturale; - abbiamo bisogno di sistemi ecologici necessari a riassorbire gli scarti e i ri fiuti generati nelle fasi di produzione di un bene e alla fine dell'uso del bene stesso; - per tutte le tipologie di insediamenti abitativi e infrastrutturali, abbiamo b isogno di occupare spazi, sottraendo suolo agli ecosistemi naturali. La superficie, stimata con varie metodologie, risulta essere quella necessaria a produrre tutti i beni ed i servizi consumati e ad assorbire tutti i rifiuti pro dotti. Normalmente per calcolare l'impronta ecologica si parte dalla valutazione delle risorse che vengono complessivamente consumate in cinque categorie di consumo: a) alimentazione, b) abitazioni, c) trasporti, d) beni di consumo, e) servizi. I l consumo effettivo per ciascuna categoria viene stabilito sottraendo le esporta zioni ed aggiungendo le importazioni, mentre i sistemi ecologici produttivi dai quali provengono le risorse necessarie per soddisfare tali consumi sono classifi cati in sette categorie: a) suolo coltivabile, b) zone di pascolo, c) foreste gestite, d) foreste natural i, e) suolo necessario alla produzione energetica, f) suolo urbanizzato, g) ambi enti marini. Il calcolo dell'impronta ecologica parte dai dati sui consumi nelle categorie in dicate, ricavati dai dati statistici ufficiali. Per ogni categoria di consumo ve ngono quantificate le risorse provenienti da ciascuno dei sistemi ecologici cons iderati. La conversione dal consumo - espresso in unit materiali o energetiche (a d esempio in tonnellate o gigajoule) - in superficie di sistemi ecologici produt tivi, viene effettuata grazie a dei fattori di conversione precedentemente calco lati. Mathis Wackernagel, uno dei ''padri'' del metodo dell'impronta ecologica, insiem e alla sua quipe dell'universit Anahuac de Xalapa di Vera Cruz, ha calcolato l'imp ronta ecologica di 52 nazioni abitate dall'80% della popolazione mondiale. L'impronta ecologica degli italiani risulta essere di 4,5 ettari pro-capite ment re la nostra disponibilit di capacit ecologica sarebbe di 1,4 ettari pro-capite. A bbiamo quindi un deficit ecologico di 3,1 ettari pro-capite. A livello mondiale l'impronta ecologica di 2,3 ettari pro-capite, la disponibilit di 1,8 ed il defic it ecologico di 0,5 ettari pro-capite.

possibile, con un po' di fatica, cercare di calcolare l'impronta ecologica della propria famiglia. Wackernagel ha proposto un metodo che qui sintetizziamo il pi semplicemente possibile. Dobbiamo predisporre una tabella nella quale necessario annotare i consumi famil iari di cinque categorie principali: alimentazione, abitazione, trasporti, prodo tti di consumo e servizi, rifiuti. Per gli alimenti si indicheranno le voci principali: frutta e verdura, pane, ris o, cereali e pasta, legumi, latte e yogurt, burro e formaggio, uova, carne, carn e di maiale, carne di manzo, pollame, pesce, bevande, vino, zucchero, dolci, oli o, caffe, th, pasti fuori casa (indicando ovviamente, a seconda delle tipologie, i kg. o i litri o i numeri - come nel caso delle uova). Per l'abitazione si indicheranno le voci principali quali la superficie, il cons umo elettrico, il consumo di gas, il consumo di acqua, quello di materiale di le gno. Per i trasporti si indicheranno autobus, treno, automobile, taxi (indicando i km a persona). Per i prodotti e i servizi si indicheranno gli indumenti (in cotone, in lana e i n acrilico), la carta , gli utensili in metallo, la plastica, il vetro, la porce l-lana, il bucato nonch i soldi spesi in attivit diversive (cinema, teatro ecc.). Infine per i rifiuti si indicheranno carta, vetro, plastica. Il problema si pone quando alla semplice indicazione dei numeri (kg. piuttosto che litri o metri cu bi) necessario applicare dei coefficienti di conversione che gli studiosi che ha nno elaborato il concetto di impronta ecologica hanno individuato per le varie v oci previste, per tradurre i nostri consumi e i nostri rifiuti in una indicazion e di impronta ecologica espressa in metri quadrati. Si pu cominciare cercando di dividere i consumi famigliari nelle categorie principali: alimentazione, abitazi one, trasporti, prodotti di consumo e servizi, rifiuti. I consumi mensili devono essere riportati secondo l'unit di misura specificata per le differenti tipologi e (il cibo in chilogrammi, i consumi energetici in kilowattore, l'acqua ed il ga s in metri cubi ecc.). L'quipe di Mathis Wackernagel, uno dei propositori del met odo dell'impronta ecologica, ha individuato degli indici di conversione relativi ai cinque sistemi ecologici produttivi dei quali si compone il calcolo dell'imp ronta ecologica (terra per la produzione energetica, terra per agricoltura, terr a per pascolo e produttivit marina, terra per foresta e terra destinata all'urban izzazione. Si tratta quindi di quelli relativi alla superficie di terra sufficiente per la produzione dell'energia necessaria alla produzione di un determinato prodotto o alla fruizione di un servizio (ad esempio, per la produzione di un chilo di cart a sono necessari 70 metri quadrati di terra energetica, ma anche 200 mq di fores te dalle quali proviene la cellulosa), di quelli relativi alla terra per l'agric oltura (ad esempio, per un chilo di frutta sono necessari 8 mq di terra per agri coltura e 5 mq di terra per la produzione energetica necessaria alla coltivazion e, al confezionamento e al trasporto del prodotto), quelli relativi ai terreni d edicati al pascolo (ad esempio, per ottenere un chilo di carne di manzo sono nec essari 5.000 mq di pascoli), quelli relativi alla terre forestali (ad esempio, p er produrre 1 chilo di legno sono necessari 160 mq di foresta) e, infine, quelli relativi alla terra necessaria all'urbanizzazione (ad esempio, un mq di superfi cie di una casa corrisponde al consumo di un mq di terra destinata ad urbanizzaz ione). Si pu quindi predisporre una scheda dove indichiamo le categorie generali relativ e ai consumi, elenchiamo i nostri consumi mensili secondo l'unit di misura specif icata per ogni tipologia, indichiamo i fattori di conversione gi predisposti per ogni categoria relativi ai diversi sistemi ecologici produttivi e infine, riport iamo le nostre moltiplicazioni che ci forniscono il dato della nostra impronta e cologica mensile o di quella dell'intera famiglia. Se, ad esempio, il mio consum o mensile di latte o yogurt di un litro, dovr moltiplicare 1 a 15 che il fattore di conversione per quanto riguarda la terra necessaria a produrre l'energia per

la produzione, dovr poi moltiplicare 1 a 328 che il fattore di conversione per qu anto riguarda i pascoli necessari alle mucche per la produzione dello stesso lat te o yogurt, infine dovr sommare i subtotali (in questo caso 15+328= 343) ottenen do cos la mia impronta ecologica mensile per quanto riguarda latte e yogurt. Aggiungo tutti gli altri consumi ed ottengo il valore, in metri quadrati, della mia impronta ecologica mensile (se effettuo il calcolo per tutti i familiari ott engo ovviamente il dato relativo all'impronta ecologica dell'intera famiglia). F orniamo di seguito la lista delle diverse categorie di consumo con i diversi ind ici di conversione differenziati secondo i cinque sistemi produttivi ecologici d i riferimento (A= superficie di terra energetica, B= terra per agricoltura, C= t erreni a pascolo e produttivit marina, D= terra forestale, E= terra urbanizzata): Questa metodologia del calcolo dell'impronta ecologica familiare elaborata e con tinuamente aggiornata dall'quipe di Mathis Wackernagel stata riveduta ed agevolat a per scopi didattici, per la pubblicazione del WWF Italia ''Sulla Terra in punt a di piedi'' nel 1998. CATEGORIA D E ALIMENTI frutta, verdura (in Kg) pane (in Kg) riso, cereali, pasta (in Kg) legumi (in Kg) latte, yogurt (in Kg) burro, formaggio (in Kg) uova (n. di uova) carne (in Kg) carne di maiale (in Kg) pollame (in Kg) carne di manzo (in Kg) pesce (in Kg) bevande, vino (in litri) zucchero, dolci (in Kg) olio, grasso (in Kg) caff, th (in litri) pasto fuori casa (in Kg) ABITAZIONE superficie (mq) 1 consumo elettrico (in Kwh) consumo gas (in mc) consumo acqua (in mc) materiale in legno, mobili (in Kg) TRASPORTI autobus, treno (Km a persona) macchina, taxi (Km) 0,5 PRODOTTI E SERVIZI indumenti (cotone) (in Kg) 120 1 4,5 0,02 20 13 2 12 160 5 24 5 20 15 150 2 50 8 31 44 140 328 3280 8 262 137 5 5 11 5000 5000 8 20 111 212 58 A B C

273

indumenti (lana) (in Kg) indumenti (acrilico) (in Kg) carta (Kg) 200 utensili in metallo (in Kg) plastica (in Kg) vetro, porcellana (in Kg) bucato (in Kg) RIFIUTI carta (in Kg) vetro (in Kg) plastica (in Kg)

8451 120 70 120 70 18 10

70 18 70

200

Capitolo decimo Cambiare le regole di FRANCESCO GESUALDI Se ci limitiamo a un approccio tecnico-scientifico, difficilmente riusciremo a c apire come mai la societ si involuta in cos alti consumi... Soprattutto, per, l'app roccio materialistico-quantitativo non ci pu indicare come gli obiettivi di riduz ione potrebbero inserirsi nella nostra vita di ogni giorno. In quali innovazioni sociali, in quali progetti spirituali, in quali modelli di comportamento, in qu ali cambiamenti istituzionali si potrebbe esprimere la ricerca di un uso equilib rato della natura? WUPPERTAL INSTITUT, Per una civilt capace di futuro Ci siamo adagiati nell'abbondanza e l'idea di essere meno ricchi ci spaventa. Ne lle nostre fantasie si affacciano immagini di privazioni e di sofferenze. Eppure la grande sfida che abbiamo davanti proprio questa: come vivere bene pur dispon endo di meno. Noi pensiamo che ci sia possibile a condizione che si mettano in atto, contempora neamente, tre rivoluzioni: - la rivoluzione degli stili di vita - la rivoluzione della produzione - la rivoluzione dell'economia. In questo libro, altri hanno t rattato i temi relativi alle prime due rivoluzioni, perci io mi concentrer sulla t erza che risulta tanto pi importante, se capiamo che il benessere si raggiunge so lo in parte con la disponibilit di beni e molto di pi organizzando il tempo in mod o da lasciare pi spazio alle relazioni familiari e sociali, costruendo le citt in modo da favorire l'incontro fra le persone, garantendo un bagaglio di conoscenze che consenta a ciascuno di realizzare tutto se stesso. L'economia del limite Il sistema nel quale viviamo ci ha abituato a credere che il benessere sociale s ia una variabile dipendente dalla crescita economica. In effetti la sua parola d 'ordine : ''Prima cresciamo, poi distribuiamo''. Come dire che se la torta produt tiva diventa pi grande si pu accettare che una parte sia utilizzata a beneficio di tutti; ma se piccola, allora non si condivide con nessuno. Proprio perch il sistema ha sempre puntato ad espandere la produzione, nei nostri Paesi si anche costruita una certa sicurezza sociale. Ma che succeder quando cap iremo che la produzione dovr essere ridotta? In altre parole, che succeder quando capiremo che dobbiamo passare dall'economia della crescita all'economia del limi te? Succeder che i pi deboli e i pi poveri soccomberanno, a meno che non si faccia funzionare l'economia con nuove regole affinch sobriet ed equit siano unite fra lor o in un matrimonio indissolubile. Di sicuro il passaggio dall'economia della crescita all'economia del limite impo

ne due grandi cambiamenti: il ritorno alla programmazione e la riscoperta di un nuovo modo di organizzare il lavoro e la produzione. Ritorno alla programmazione A proposito di programmazione prendiamo esempio dalle famiglie che hanno i soldi contati. Non spendono a casaccio, ma programmano le loro spese: prima vengono q uelle necessarie, poi quelle di lusso. Lo stesso bisogner fare a livello di siste ma: preso atto delle risorse disponibili e della tecnologia esistente bisogner pr ogrammare cosa e come produrre tenendo a mente che il primo obiettivo di garanti re a tutti la soddisfazione dei bisogni fondamentali e la piena occupazione. Il discorso semplice e lo capisce anche un bambino di prima elementare. Ma nel n ostro sistema la parola ''programmazione'' considerata una bestemmia, perch c' la convinzione che tutto deve essere regolato dal cosiddetto ''mercato''. L'idea che gli imprenditori hanno il diritto di prendere l'iniziativa di produrr e ci che vogliono, lasciando che tutto si assesti in base alle preferenze dei con sumatori: i prodotti che incontrano i loro favori continueranno ad essere prodot ti, gli altri naufragheranno. Peccato che attraverso il mercato possa eprimersi solo chi ha denaro, e se per c aso nella societ regna una forte ingiustizia, l'apparato produttivo pu attestarsi su prodotti di lusso mentre la massa vive di stenti. Ci non significa che il merc ato sia tutto da buttare. Significa che va usato con discrezione e in forma rego lamentata, affinch non sia in contrasto con gli obiettivi ambientali e sociali ch e la comunit si data. Peccato, inoltre, che se una societ si fa prendere dalla mania della crescita, ne l mercato non trova gli stimoli per tornare alla ragione. Piuttosto trova il pun golo per correre sempre pi forte producendo, cos, un danno ambientale sempre pi gra ve. Programmazione a rete Programmare significa parlare di cose molto concrete. Quanto petrolio e carbone possiamo bruciare e per quali scopi vogliamo utilizzarli? Quanto per il trasport o pubblico e quanto per quello privato? Quanto per i riscaldamenti? Quanto per l 'industria e per produrre cosa? Quali risorse naturali possiamo sfruttare per produrre energia elettrica? Quanta ne andr riservata per l'illuminazione della casa? Quanta per quella pubblica? Qu anta per far funzionare le fabbriche? Come possono essere utilizzati al meglio i terreni agricoli e i boschi? Cosa pos siamo produrre per gli scambi con l'estero? Le cose da programmare sono veramente tante. Ma chi dovrebbe programmarle? La ri sposta : un po' tutti. Si pu immaginare la programmazione come una rete che funziona come l'organismo um ano. Pur avendo un cervello che sovraintende alle funzioni di tutto l'organismo, di fatto ogni organo funziona per conto proprio in un rapporto di stretta colla borazione con gli altri. Schematicamente si potrebbero prevedere tre livelli di programmazione: locale, regionale e nazionale. Quello locale potrebbe coincidere con gli attuali comuni o con un insieme di com uni di una stessa vallata, di uno stesso monte, di uno stesso tratto di mare. In sieme potrebbero definire come gestire al meglio le risorse del proprio territor io e come organizzare una serie di servizi di livello locale. Dunque ogni comuni t locale avrebbe un proprio spazio di programmazione autonoma. Ma nello stesso tempo dovrebbe tenere conto delle decisioni prese a livello regi onale e nazionale, in modo da armonizzare le proprie scelte con le necessit delle altre comunit. A livello nazionale si dovrebbero definire i grandi obiettivi e l e grandi scelte sociali, ambientali e produttive. A livello locale si dovrebbe f are la programmazione minuta e a livello regionale si dovrebbe stabilire come sa ldare l'attivit locale con i grandi obiettivi nazionali. Da un punto di vista organizzativo, a livello locale si potrebbero anche pensare delle forme di partecipazione diretta, tramite referendum, comitati di zona e d

i quartiere. A livello regionale e nazionale, invece, bisognerebbe ricorrere ad organi eletti. Ma si dovrebbe pensare ad assemblee che rappresentino davvero le comunit locali affinch le decisioni siano prese in maniera pi coordinata possibile. Evviva l'economia locale Insistiamo tanto sul livello locale, perch pensiamo che nell'economia sostenibile lo slogan dovr essere ''produrre localmente, consumare localmente''. A sostegno di questa scelta ci sono almeno quattro ragioni. La prima di buon senso: basta con l'assurdit di sprecare mezzi ed energia per far venire da fuori ci che pu essere prodotto localmente. La seconda ragione di tipo energetico: l'energia pulita quella che proviene dal sole, dal vento, dalle cascate, dalle maree. Queste forze non si possono traspor tare da un posto all'altro. Vanno sfruttate dove si trovano ed certo che il futu ro dell'energia elettrica si baser su tante piccole centrali dislocate su tutto i l territorio. La terza ragione di carattere ambientale. In passato, quando i bisogni erano sod disfatti con la legna del luogo, con l'acqua del luogo, col cibo del luogo, la g ente aveva interesse a curare i boschi, a tenere i fiumi puliti, a mantenere i c ampi in buone condizioni, perch constatava che la propria sopravvivenza dipendeva dal benessere della natura. Ci dimostra che l'ambiente sar rispettato solo se nas ce un legame profondo fra la gente e il proprio territorio. La quarta ragione di tipo sociale. Vari esempi dimostrano che se l'economia orie ntata verso i bisogni locali, la gente ha maggiori probabilit di stare bene. Infa tti, se gli imprenditori sanno che il loro mercato rappresentato prevalentemente dalla gente del luogo, saranno stimolati a dare salari pi alti e a creare occupa zione localmente. Altrimenti a chi venderanno la loro merce? Un po' convinti, un po' costretti Programmare possibile e necessario. Il problema, caso mai, sar come indurre la ge nte e le imprese a seguire le direttive. Le prime cose che vengono in mente sono le leggi, i carabinieri, la prigione. Ma l'equit non si pu costruire col terrore. una contraddizione e non porta a niente. La giustizia si ottiene se la gente la vuole e la vuole solo se ha dentro di s dei valori profondi. Ecco perch il caposa ldo di una societ di giustizia l'educazione. Cos come la societ consumista si sforz a per stimolarci all'avidit, all'egoismo, all'arroganza, cos la societ sostenibile dovr sforzarsi per educarci al distacco dalle cose, al rispetto dei diritti altru i, alla democrazia. Fatto questo, anche saggio lasciarsi guidare dal sano realismo di chi sa che la perfezione non di questo mondo. In altre parole, bisogna sapere anche prendere d elle misure che fanno leva sul tornaconto personale. Qualcuno dice che un'arma formidabile per orientare le scelte delle imprese quel la bancaria. Immaginate se le banche fossero di propriet pubblica e fossero gesti te localmente da comitati popolari che danno prestiti non tanto in base alle pro spettive di guadagno delle imprese, ma in base alla loro aderenza ai programmi p ubblici e al loro impegno per ridurre l'emissione di inquinanti e l'uso delle ri sorse. Le ecotasse Qualcun altro, afferma che la via pi efficace per orientare le scelte delle impre se e della gente quella fiscale, perch le tasse si possono usare come carota o co me bastone. Funzionano come carota quando prevedono sconti e agevolazioni. Funzi onano da bastone quando prevedono degli aumenti. Ad esempio, gi oggi circola la proposta delle ecotasse, che dovrebbero consistere in sovraprezzi da applicare alla benzina e al metano per scoraggiare il loro ac quisto. Ecco un esempio concreto di inasprimento fiscale che pu orientare il comp ortamento della gente.

Di idee in campo fiscale ne possono venire centomila: dalla istituzione di una t assa sulle emissioni degli inquinanti a una riduzione delle tasse sui prodotti l ocali, da un aumento del prezzo dell'energia elettrica ottenuta col petrolio, al le sovvenzioni per l'allestimento dei pannelli solari. Il problema, caso mai, ch e la leva fiscale usata come bastone pu accentuare le ineguaglianze sociali. Lo scopo degli inasprimenti fiscali di scoraggiare gli acquisti facendo aumentar e i prezzi. Ma questa manovra condiziona soprattuto chi guadagna poco. Ad esempi o, di fronte ad un rincaro consistente della benzina, le famiglie che guadagnano poco potrebbero addirittura smettere di comprarla. Quelle che guadagnano tanto, invece, continuerebbero a fare il pieno all'automobile. Niente vieta, per, di ut ilizzare le tasse pagate dai ricchi per finanziare dei servizi di trasporto pubb lico fornito a prezzo molto basso o addirittura gratuito. Ecco un esempio concre to del modo in cui si potrebbe conciliare l'equit con la sobriet. Meno spazio al denaro C' tutto un filone di pensiero che sta studiando come utilizzare al meglio le eco tasse. certo, tuttavia, che per consentire a tutti di vivere dignitosamente in u na societ che dispone di meno, non baster riformare le tasse. Contemporaneamente b isogner fare un'altra grande scelta: bisogner diminuire la dipendenza dal denaro. Ci risulta particolarmente evidente se ci poniamo l'obiettivo di risolvere un pro blema che gi oggi rappresenta una grave piaga sociale: la disoccupazione. Questo sistema parte dalla logica che il solo modo che abbiamo a disposizione pe r soddisfare i nostri bisogni di comprare ci che ci serve. Dunque il solo modo ch e abbiamo a disposizione per campare di avere un lavoro retribuito. In conclusio ne, la nostra sopravvivenza dipende dalla decisione dei padroni di creare posti di lavoro. Ma i padroni, a loro volta, affermano che possono creare nuovi posti di lavoro solo se aumentano le vendite. In definitiva i posti si creano solo se l'economia cresce. Cos ci pare d'essere in un vicolo cieco, perch l'equit e l'ambie nte ci chiedono di ridimensionare l'economia, mentre l'occupazione ci chiede di espanderla. Apparentemente sembra una contrapposizione che non ha vie d'uscita. Eppure se entriamo nella logica di dare meno spazio al denaro ci accorgeremo che esistono delle soluzioni. Il ''fai da te'' per la piena occupazione Il segreto per favorire la piena occupazione in un'economia che non pu e non vuol e crescere di rompere il legame fra vendite e lavoro. In altre parole dobbiamo a bbandonare l'idea che lo scopo del lavoro di guadagnare un salario e convincerci che lo scopo del lavoro di soddisfare i nostri bisogni. Se entriamo in questa l ogica ci renderemo conto che per soddisfare tante necessit non c' bisogno di passa re attraverso l'acquisto, ma che possiamo arrangiarci da soli. Gi oggi ci sono tante situazioni in cui adottiamo questa soluzione. Ad esempio so lo poche famiglie hanno i domestici. Nella maggior parte dei casi le faccende do mestiche sono fatte dai genitori e dai figli via via che crescono. Ogni volta che facciamo qualcosa da noi, come se ci fossimo creati un po' di occ upazione senza obbligare l'economia a crescere. Per questo dovremmo sforzarci pe r espandere la logica del ''fai da te'' a tante altre situazioni come le piccole riparazioni, la cucitura dei vestiti, la cura dei nostri figli, la coltivazione delle nostre verdure. In un mondo in cui il ''fai da te'' fosse molto sviluppato, pi nessuno si conside rerebbe totalmente disoccupato. Ci non si significa che non c' pi bisogno del lavor o retribuito. Significa, per, che il suo ruolo ridimensionato che non considerato come l'unica forma di occupazione. Allora ecco delinearsi una societ in cui ogni persona non ha una sola attivit, ma tante, alcune delle quali pagate e altre non pagate. Maggiore il ricorso alle forme non pagate, maggiori sono le probabilit d i creare piena occupazione senza far crescere l'economia. Scambio di lavoro contro lavoro

Il ''fai da te'' non l'unica forma di lavoro non pagato che possiamo utilizzare per soddisfare i nostri bisogni. Un'altra possibilit quella di scambiarci i servi zi: l'imbiancatura di una stanza in cambio della cucitura di un vestito, la trad uzione di una lettera in cambio di una lezione di musica. In questo modo espande remmo l'occupazione e moltiplicheremmo i bisogni che possiamo soddisfare in mani era gratuita. Certo, affinch la cosa funzioni bene, bisognerebbe creare dei meccanismi che cons entano alla gente di scambiarsi i servizi in una forma diversa dal baratto. raro infatti che si incontrino proprio le persone che hanno l'una bisogno dell'altra . La soluzione di lasciare alla gente la libert di creare delle forme di pagament o autonome per lo scambio di servizi all'interno di un gruppo o di una comunit. I n fondo si tratterebbe di lasciare la libert ad ogni comunit di creare la propria moneta. Per quanto possa sembrare bizzarro che all'interno di uno stesso Paese possano c oesistere una moneta nazionale e tante monete locali, la cosa non impossibile pe rch esistono gi delle esperienze del genere. Non tasse, ma disponibilit di tempo Se ci pensiamo bene, un altro ambito in cui possiamo soddisfare i nostri bisogni fornendo lavoro invece di denaro quello dei servizi pubblici. In altre parole n oi immaginiamo una societ che fa pagare meno tasse e in alternativa chiede alla g ente di mettere a disposizione un certo numero di ore, al mese o alla settimana, per svolgere delle attivit al servizio della collettivit. Certo nessuno pu improvv isarsi chirurgo o macchinista, ma tutti siamo in grado di spazzare una corsia d' ospedale, di imboccare un malato allettato o di portare via della biancheria spo rca. In effetti ci sono tantissime mansioni che ciascuno di noi pu svolgere pur n on avendo fatto studi particolari o tutt'al pi avendo seguito brevi corsi di form azione. Una scelta di questo tipo avrebbe vari vantaggi: responsabilizzerebbe la gente r ispetto ai beni comuni, creerebbe nuovi sbocchi di lavoro e darebbe stabilit ai s ervizi pubblici. A questo proposito non dobbiamo dimenticare che nel nostro sist ema i servizi pubblici sono in una posizione di profonda dipendenza dall'andamen to dell'economia. Se questa cresce, la gente paga pi tasse e lo stato pu fornire p i servizi. Se ristagna, la gente paga meno tasse e i servizi diminuiscono. Cos si pu arrivare all'assurdo che pur avendo molti bisogni da soddisfare e molti disocc upati da occupare, di fatto la macchina sta ferma semplicemente perch lo stato no n ha i soldi per pagare i salari. Se si facesse ricorso direttamente al lavoro g ratuito della gente questa contraddizione sarebbe superata. Nello stesso tempo, questa proposta apre delle prospettive interessanti anche pe r la soluzione di altri problemi. Uno di questi riguarda l'impostazione generale della vita. Oggi la vita organizzata in compartimenti stagni: c' un'et per lo stu dio, un'et per il lavoro e un'et per l'ozio. Ma questa suddivisione artificiale pe rch la vita pi soddisfacente quella che consente di mescolare di continuo studio, lavoro e lunghi periodi di riposo. In ogni caso per i giovani non educativo che rimangano di peso per molti anni, c os come per gli anziani non salutare che di punto in bianco passino dalla totale attivit alla totale inutilit. Un modo per superare almeno in parte questi inconven ienti proprio quello di far partecipare tutti ai servizi pubblici perch si potreb bero coinvolgere sia i ragazzi che gli anziani. Ai primi si potrebbe chiedere di fare dei turni di lavoro per mantener in buone condizioni i loro edifici scolas tici e altri beni pubblici. Ai secondi di svolgere piccoli servizi di pubblica u tilit come la vigilanza di giardini pubblici, la presenza nei musei, il sostegno nelle scuole. Certo tutto ci possibile solo se c' un profondo legame fra comunit e cittadini. Ma il legame non nasce dal nulla. Si costruisce giorno per giorno attraverso la par tecipazione e il coinvolgimento. La societ delle tre economie

A questo punto possiamo tentare di tracciare un quadro globale della societ che i mmaginiamo. Noi immaginiamo una societ che funzioni su tre gambe: l'economia dell 'autoproduzione, l'economia dei bisogni fondamentali e l'economia di mercato. L'economia dell'autoproduzione, basata sul ''fai da te'' e sullo scambio di serv izi dovrebbe coprire l'area dei bisogni di tipo domestico e personale di facile soluzione. L'economia di mercato, basata sulle imprese private di piccole dimensioni dovreb be coprire l'area dei beni e servizi non fondamentali da vendere sul mercato. L'economia dei bisogni fondamentali a gestione pubblica dovrebbe coprire l'area dei bisogni irrinunciabili come l'istruzione, la sanit, i trasporti, la comunicaz ione e, perch no, anche il cibo, l'alloggio, il vestiario. I servizi e le fabbriche pubbliche dovrebbero funzionare in parte con lavoro ret ribuito, in parte con lavoro gratuito di tutti i cittadini. In cambio ogni perso na avrebbe il diritto di usufruire in maniera gratuita, dalla culla alla tomba, di tutti i servizi pubblici. In pi avrebbe il diritto di ricevere un salario mini mo per l'acquisto di prodotti forniti dal mercato e dalle fabbriche pubbliche. Questa soluzione avrebbe il vantaggio di garantire a tutti un livello occupazion ale minimo e di garantire a tutti il soddisfacimento dei bisogni fondamentali. I noltre faciliterebbe il lavoro di programmazione perch risulterebbe subito chiaro a quali attivit produttive bisognerebbe dare la precedenza nell'assegnazione del le risorse. Ci pare una buona partenza per costruire una societ equa e sostenibile. Spunti per un programma di transizione Sappiamo dove ci troviamo. Sappiamo dove dobbiamo andare. Ora dobbiamo capire co me arrivarci. Appare abbastanza chiaro che la societ futura ispirata a criteri di equit e sosten ibilit dovr fondarsi su quattro capisaldi: la capacit della gente di provvedere a s stessa, l'espansione dei servizi pubblici, l'esaltazione dell'economia locale, l a programmazione. Sappiamo anche che il passaggio ad una nuova societ non pu esser e improvviso e la sola via che possiamo percorrere quella di porre al sistema pi ccole, ma costanti richieste, sostenendole con la pressione politica, con uno st ile di vita coerente e con l'avvio di iniziative che anticipano i tempi che dovr anno venire. Ecco alcune rivendicazioni che potremmo porre subito al potere politico: 1. Una seria riforma scolastica, orientata verso la formazione di cittadini che oltre ad avere una chiara visione dei problemi da risolvere, siano educati a com portamenti coerenti con i principi della sostenibilit e abbiano la conoscenza sci entifica e manuale necessaria a provvedere il pi possibile a s stessi negli ambiti pi disparati: sanitario, alimentare, edile, agricolo. L'istruzione dovr essere considerata il maggiore investimento della societ sosteni bile perch dimostrato che il sapere alla base della prevenzione e dei comportamen ti corretti. 2. Deprofessionalizzare la societ. Dopo aver messo la gente in grado di provveder e alle proprie necessit, bisogna dare la possibilit alla gente di agire. Dunque bi sogna limitare al minimo l'obbligo di ricorrere a professionisti e al contrario bisogna istituire degli sportelli di consulenza pubblica per assistere da un pun to di vista tecnico coloro che vogliono fare da s. 3. Arrestare il processo di privatizzazione. Se i servizi pubblici sono affidati ai privati, li gestiscono esclusivamente secondo la logica dei costi e dei rica vi. I servizi pubblici, invece, devono essere gestiti secondo la logica del diri tto della gente a soddisfare i propri bisogni. 4. Favorire le iniziative di imprenditorialit popolare e di raccolta alternativa del risparmio finalizzato al finanziamento di piccole attivit produttive di tipo locale.

5. Introdurre le ecotasse. Questa strada potrebbe essere utilizzata in molti amb iti: per influire sull'uso del carburante, sull'uso dei pesticidi e dei prodotti inutili. Ad esempio tassando pesantemente le auto di grossa cilindrata e introducendo del le forme di tassazione sui chilometri percorsi dalle merci, potremmo limitare l' uso di carburante e favorire l'acquisto di prodotti locali. Cos pure se tassassim o gli antiparassitari e prevedessimo delle sovvenzioni per i prodotti biologici favoriremmo la crescita dell'agricoltura pulita. 6. Servizio civile. La partecipazione diretta dei cittadini ai servizi offerti d allo stato non una novit. Un esempio rappresentato dal servizio militare obbligat orio. Naturalmente gli eserciti devono scomparire e noi dobbiamo batterci per l' eliminazione del servizio di leva e dei militari di professione. Ma dovremmo man tenere il principio di un periodo di tempo passato al servizio della collettivit. Ecco l'importanza d'una legge che obblighi tutti, donne e uomini, ad uno o due anni di servizio civile. 7. Istituzione di organi di programmazione a livello regionale e nazionale per o rientare l'azione delle regioni e del governo nazionale. Lotta allo strapotere delle multinazionali Mentre ci battiamo per questi obiettivi interni, non dobbiamo dimenticare la dim ensione internazionale per richiedere la riforma del commercio mondiale, affinch sia gestito in modo da garantire l'uso equo e sostenibile delle risorse e in mod o da garantire guadagni equi ai produttori e ai paesi d'origine. Ma oggi si impone anche un'altra lotta: dobbiamo evitare che l'economia mondiale ricada sotto il controllo totale delle multinazionali che rivendicano il diritt o di poter condurre, ovunque, i loro affari applicando unicamente la legge del m ercato e del profitto, senza tener conto n delle esigenze sociali, n di quelle amb ientali. In gran segreto i governi hanno progettato un accordo per autolimitare la propria sovranit in modo da garantire alle multinazionali la pi totale libert d' azione. I pi decisi in questa direzione erano i governi dei 29 paesi pi industrializzati. Da vari mesi le loro delegazioni (compresa quella italiana) si incontravano per mettere a punto l'accordo che fu battezzato Accordo Multilaterale sugli Investim enti (AMI), meglio conosciuto con la sigla inglese MAI. La trattativa fu avviata in gran segreto all'interno dell'OCSE (che un organismo di rappresentanza dei paesi pi ricchi) per far trovare il mondo davanti al fatto compiuto. Secondo i piani, l'accordo doveva essere pronto per il maggio 1998 e dopo essere stato firmato dai 29 paesi aderenti all'OCSE, sarebbe stato presentato a tutti gli altri stati affinch facessero altrettanto. Ad operazione conclusa, tutto il m ondo sarebbe diventato libera piazza d'affari per le multinazionali perch ogni pa ese si sarebbe impegnato a: - garantire alle multinazionali libert di investire in qualsiasi settore e di svo lgere qualsiasi attivit commerciale e finanziaria; - garantire alle multinazionali la possibilit di applicare la legislazione ambien tale e sociale di maggiore favore (come dire che se, per motivi particolari la l egge prevede un trattamento particolare per un'impresa, quel trattamento deve es sere esteso a tutte le multinazionali); - risarcire le multinazionali in caso di esproprio e di danni provocati da guerr e e sommosse; - non diffondere le informazioni che si hanno sulle multinazionali; - comparire di fronte ad una commissione giudicante nel caso che una multinazion ale si ritenga insoddisfatta del trattamento ricevuto.

Tutto ci ci pare inammissibile perch gli stati non sono emanazione delle imprese, ma dei popoli e il loro compito primario di tutelare i diritti della gente e del l'ambiente. Per questo ci pare un grave affronto alla democrazia che gli stati v olutamente rinuncino alla possibilit di porre regole alle multinazionali assicura ndo loro lo stesso trattamento previsto per le imprese nazionali o addirittura u no migliore. Del resto non c' niente di pi assurdo di voler trattare nella stessa maniera impre se con posizioni di potere cos diverse fra loro. Le multinazionali, infatti, poss ono compiere delle operazioni economiche impossibili per le imprese locali. Ad e sempio, possono esportare profitti all'estero manipolando i prezzi dei prodotti commercializzati con le proprie filiali, possono trasferirsi altrove se reputano che le condizioni non sono pi favorevoli, possono trattenere i prodotti in magaz zino per creare una situazione di scarsit o, al contrario, possono inondare i mer cati per creare una situazione di abbondanza. veramente pazzesco che invece di m ettere delle regole, gli stati volutamente creino un contesto che consente alle multinazionali di scorrazzare per il mondo con la totale libert di entrare ed usc ire dai Paesi alla ricerca di quelli che offrono maggiori vantaggi. Ci finir per g ettare tutti i Paesi del mondo in una gara furibonda a chi garantisce meno dirit ti sindacali, a chi fa pagare meno tasse, a chi richiede meno obblighi di rispet to ambientale. Sinceramente ci pare che gli stati dovrebbero porsi obiettivi che vanno nella direzione opposta. Infine ci pare inaudito che le multinazionali possano trascinare davanti a commi ssioni giudicanti gli stati che, a loro avviso, emanano o mantengono leggi contr arie al trattato. In questo modo come mettere le multinazionali sullo stesso pia no degli stati. Ma le prime sono strutture private alla ricerca dell'interesse p rivato. I secondi sono rappresentanze delle comunit nazionali. Per fortuna l'impresa del MAI fallita. L'accordo non fu sottoscritto anche per l a pressione che l'opinione pubblica riusc ad esercitare sui governi che avrebbero dovuto poi rispondere agli organi costituzionali di una cos fedifraga rinuncia d egli Stati ai loro poteri e ai loro obblighi. Si cerc successivamente di far rientrare parte di una simile normativa nell'accor do per il commercio internazionale, che avrebbe dovuto essere firmato a Seattle nel novembre del 1999, nell'ambito di una riforma del WTO. Tutti ricordiamo come anche questo accordo fall, per la mobilitazione di forze disparate - molto rilev anti quelle ambientalistiche, quelle sindacali, quelle delle ONG impegnate per i l Sud del mondo e alcune forze religiose - contro di esso. Ma il pericolo non cessato, perch la riforma del WTO ancora portata avanti in for me meno eclatanti e, soprattutto, perch le grandi multinazionali tenteranno ancor a e sempre di acquistare posizioni di potere anche in campo politico con una for za lobbistica smisurata. Occorrer, quindi, che l'opinione pubblica vigili e che la mobilitazione delle for ze sopra menzionate continui, a salvaguardia di una democrazia vera, che divente rebbe solo di facciata, se accordi simili a quelli del MAI passassero.

Capitolo undicesimo Cambiare i comportamenti di ANDREA SAROLDI Occorre vivere pi semplicemente per permettere agli altri semplicemente di vivere . Ernst F. Schumacher I comportamenti personali Tutti le idee riportate fino a questo punto potranno sembrare utopie, senza alcu

na possibilit di essere realizzate. In realt sono gi attive molte esperienze che si muovono secondo la logica della so stenibilit ambientale e della giustizia sociale. Queste esperienze partono da una modifica dei nostri comportamenti, che porta poi a creare delle strutture econo miche alternative, che a loro volta, oltre a dare beneficio a chi vi si trova in serito, influenzano positivamente tutta la societ. Avere a cuore le sorti dell'umanit e del pianeta e scoprire la connessione tra le nostre piccole azioni quotidiane e i grandi problemi ambientali e sociali porta gradualmente a cambiare la nostra vita di tutti i giorni, il nostro modo di ves tire, di abitare, di mangiare, di fare la spesa, di consumare e di risparmiare. Se infatti il nostro stile di vita non sostenibile, il cammino verso una societ s ostenibile dovr passare attraverso un cambiamento radicale del nostro vivere quot idiano. Per questo molti stanno gi sperimentando quelli che vengono chiamati ''nu ovi stili di vita''. Qui facciamo solo un accenno a questi comportamenti, rimand ando per una trattazione pi ampia a testi specifici (1). Ulteriori informazioni p ossono anche essere richieste ai recapiti riportati in fondo al libro. Il consumo critico l'atteggiamento costante di chi si chiede cosa c' dietro al pr odotto che sta per acquistare, quale il suo carico sociale e ambientale e scegli e di conseguenza. un modo per segnalare alle imprese quali prodotti e quali comp ortamenti vogliamo. Per aiutarci nella scelta, la ''Guida al consumo critico'' r ealizzata dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo riporta l'analisi del comportamen to delle maggiori aziende che si trovano in Italia per gli alimentari ed i prodo tti per la casa. Il commercio equo e solidale invece una forma di commercio alternativo per i pro dotti provenienti dal Sud del mondo in cui le centrali di distribuzione del Nord importano direttamente i prodotti da cooperative di produttori. Tramite l'impor tazione diretta possibile uscire dal circuito delle multinazionali e pagare stip endi pi alti ai lavoratori, consentendo loro una vita dignitosa. Un'altra serie di comportamenti riguarda l'ecologia quotidiana, ovvero il rispet to dell'ambiente nella nostra giornata: in casa, sul lavoro, negli spostamenti, negli acquisti. Si tratta ad esempio di scegliere prodotti non inquinanti, che n on lasciano rifiuti, che consumano poca energia e che hanno consumato poche riso rse per essere prodotti. Porre attenzione all'ambiente nel nostro quotidiano vuo le dire produrre pochi rifiuti e riciclarli, preferire i mezzi pubblici e in gen erale i veicoli meno inquinanti, scegliere prodotti locali che hanno fatto poca strada per arrivare fino a noi e alimenti realizzati senza l'uso di pesticidi. Passando invece alla gestione dei nostri risparmi troviamo il risparmio etico, o vvero l'utilizzo dei risparmi per finanziare attivit che siano note al risparmiat ore e con scopi di utilit sociale o ambientale. Si tratta di normali prestiti, no n di donazioni, in cui il risparmiatore sa a chi sono stati imprestati i suoi so ldi e in cui viene eseguita una valutazione della bont degli investimenti non sol o in termini di garanzie, ma anche considerando per quali attivit verranno impegn ati. Per i nostri viaggi abbiamo invece il turismo responsabile, che un modo di viagg iare basato sull'ospitalit di un gruppo del paese che si va a visitare. In questo modo si evita il turismo di massa e si stabiliscono delle relazioni personali c on gli abitanti del paese di destinazione: saranno loro a mostrarci quanto c' di bello e di brutto nel loro paese, eliminando gli effetti negativi dovuti all'imp atto del turismo sulle culture e le economie locali. Tutti questi comportamenti, e altri che si potrebbero descrivere e che molti gru ppi stanno praticando, possono nascere per coerenza, per il rispetto della vita degli altri popoli e degli altri esseri viventi, ma anche per la bellezza e la q ualit della nostra vita. Ad esempio, mangiare cibi freschi e senza pesticidi non vuol dire solo inquinare di meno i terreni, vuol dire in primo luogo mangiare me

glio. Rifiutare i prodotti dello sfruttamento pu essere un atto di solidariet con i lavo ratori, ma anche un modo per difendere le condizioni di lavoro nostre e dei nost ri figli, affinch non ci dobbiamo trovare a competere con la ''concorrenza sleale '' di chi sfrutta i lavoratori e ottiene in questo modo costi pi bassi. I cantieri di sperimentazione Questi comportamenti compatibili con la giustizia, la natura e la nostra qualit d ella vita si esprimono non solo a livello personale, ma traggono forza e possibi lit di esistere ed espandersi attraverso gruppi e organizzazioni. Nascono in ques to modo dei veri e propri cantieri dove un'economia per l'uomo viene sperimentat a ad un livello pi ampio. I comportamenti personali non hanno quindi un effetto p ositivo solo su chi li attua, ma anche su chi sta ''a monte'' e ''a valle'' nell 'intreccio di scambi dell'economia mondiale in cui siamo immersi. Solo in Italia troviamo innumerevoli gruppi e organizzazioni che si muovono in q uesta direzione. Per soddisfare le richieste dei consumatori di mangiare cibi no n inquinati, i terreni convertiti alla coltivazione biologica aumentano ogni ann o. Oggi esistono in Italia 20.000 aziende di coltivazione biologica per un total e di 300.000 ettari di terreno, un valore tre volte pi grande rispetto a quello d i due anni fa. Per cercare insieme produttori locali rispettosi dell'uomo e dell'ambiente nasco no i gruppi di acquisto solidali, in cui i partecipanti scelgono prodotti ambien talmente ed eticamente corretti da acquistare collettivamente e si riforniscono insieme da piccoli produttori locali. Acquistare in questo modo, scegliendo prod otti ad alta intensit di mano d'opera rispetto a quelli ad alta intensit di capita le, un modo per aumentare l'occupazione pagando chi ha lavorato per realizzare u n prodotto invece di finanziare chi ha prestato il capitale. Per distribuire i prodotti del commercio equo e solidale ci sono in Italia circa 250 botteghe del mondo che si basano sull'operato di diverse migliaia di person e tra volontari e lavoratori. In Europa le botteghe sono 3.500 in 15 paesi e vi operano circa 4.000 lavoratori e 60.000 volontari. Le botteghe del mondo sono an che punti di informazione e sensibilizzazione sulle tematiche legate ai consumi, all'ambiente e ai rapporti tra Nord e Sud del pianeta. Il fatturato mondiale de l commercio equo e solidale di circa 1.000 miliardi di lire l'anno, di cui 20 in Italia, con una crescita annua che fa invidia a qualsiasi azienda. Si calcola c he nel mondo il commercio equo e solidale consenta una vita dignitosa a 1.200.00 0 famiglie di agricoltori e artigiani del Sud, ovvero a 7 milioni di persone. Numerosi gruppi ambientalisti si occupano sia dei temi legati alla gestione del territorio locale che delle grandi tematiche ambientali. Sono in questo modo dis ponibili numerose informazioni sul nostro impatto sull'ambiente e sui modi per r idurlo. Questi gruppi svolgono un'opera importante nella sensibilizzazione su qu este tematiche. Per dare la possibilit di praticare il risparmio etico sono nate in Italia le MAG (Mutue di Auto Gestione), cooperative per la gestione del risparmio che utilizz ano i risparmi dei soci per finanziare progetti nel settore ''no profit'': attiv it sociali, ambientali e culturali. ora nata la Banca Popolare Etica che riprende a livello nazionale i principi della autogestione del risparmio e della traspar enza sul suo utilizzo. Sul territorio sono attive le Circoscrizioni Territoriali (CIT) che si occupano di promuovere il progetto Banca Etica e di sensibilizzare sulle tematiche della finanza. Organizzazioni di vario tipo propongono viaggi secondo i criteri del turismo res ponsabile, utilizzando i loro contatti con realt locali come cooperative di produ ttori, Organizzazioni Non Governative, associazioni culturali, missioni.

I gruppi dei Bilanci di Giustizia raccolgono famiglie intenzionate a revisionare criticamente i loro consumi, confrontandosi e aiutandosi all'interno del gruppo . Le famiglie sono poi collegate a livello nazionale per scambiare le esperienze , incontrarsi, elaborare statistiche sui loro bilanci di spesa famigliare e prom uovere una cultura della sostenibilit. L'esperienza di queste famiglie e i loro b ilanci dimostrano che possibile revisionare i propri stili di vita e di consumo nel senso della sostenibilit e che in questo modo migliora anche la qualit della p ropria vita. Le reti di economia locale e le Banche del tempo scambiano beni e servizi tra gl i aderenti secondo un rapporto di reciprocit. In questi sistemi di scambio locale i partecipanti possono offrire o chiedere servizi di ogni tipo in cambio di un accredito o un addebito del proprio conto in una unit di scambio valida solo all' interno del sistema. Per gli scambi effettuati in questo modo non esistono inter mediazioni n speculazioni e vengono rinsaldati i rapporti di buon vicinato. Influenzare la societ Ma tutte queste esperienze non hanno un effetto positivo solo su quei fortunati che vi si trovano inseriti (il milione di contadini o artigiani che producono pe r il commercio equo e solidale o chi mangia cibo senza residui di pesticidi, la cooperativa teatrale che pu ristrutturare il suo teatro grazie a un prestito dell a MAG o il turista che ha potuto fare del suo viaggio una esperienza di incontro personale): tutte queste esperienze, in una economia di mercato molto intreccia ta, hanno un effetto positivo anche sui loro vicini ''globali''. Attuare il cons umo critico significa inviare segnali al mercato, ovvero agire sulla domanda di beni a maggiore giustizia sociale e ambientale. Di conseguenza, alcune aziende i niziano a trovare interessante la nicchia dei consumatori che richiedono prodott i etici ed ecologici. Prodotti a marchio ''TransFair'' - realizzati secondo i criteri del commercio eq uo e solidale - compaiono tra le corsie dei supermercati. Il salario pi alto paga to ai produttori del commercio equo e solidale influenza in positivo anche le co ndizioni di lavoro nelle zone vicine. Le banche stanno iniziando a porsi il prob lema della eticit dei loro fondi e a reagire a questa forma di ''concorrenza ad a lto valore etico''. La richiesta da parte dei consumatori di beni con contenuti ''etici'' e ''ecolog ici'' influenza il mercato, come succede per i prodotti ecologici e sta iniziand o per i prodotti socialmente ''puliti'': ''Da presenza di nicchia l'ecologia diventata fattore di domanda. La distribuzio ne alimentare offre ora prodotti di coltivazione biologica, la ditta di elettrod omestici offre prodotti a basso consumo, l'industria della vacanza pensa al turi smo pulito, i fabbricanti di auto si cimentano con gli argomenti ecologici, i gr andi magazzini tolgono dagli scaffali alcuni detersivi e detergenti dannosi per l'ambiente, nei negozi di vestiti si trovano collezioni ecologiche e anche per v ernici e colori, cosmetici e prodotti per la cura del corpo compaiono nuove line e di prodotti'' (WUPPERTAL INSTITUT, Futuro Sostenibile). Nella legge del mercato la domanda crea l'offerta, e i consumatori hanno il mass imo potere di influenza sulle scelte delle imprese. Quando poi si attuano anche campagne di informazione e sensibilizzazione, chiedendo ad esempio di migliorare le condizioni di lavoro, gli effetti possono davvero essere positivi per molti. Sotto l'influsso di una campagna di pressione, la Artsana, ditta italiana che d etiene il marchio Chicco per giocattoli e prodotti per l'infanzia, ha sottoscrit to insieme ai sindacati un codice di comportamento in cui si impegna a rispettar e i diritti fondamentali dei lavoratori nella produzione in ogni parte del mondo , compresa quella su appalto. Le associazioni di categoria dei produttori del te ssile e del cuoio e i sindacati italiani hanno firmato un codice di condotta per l'eliminazione del lavoro minorile e il rispetto delle condizioni di lavoro.

La strategia lillipuziana Le iniziative per una ''economia dal basso'', che nasce dalla gente per soddisfa re innanzitutto i suoi bisogni fondamentali, sono moltissime, in tutti i Paesi d el mondo. Ma come potremo combinarle per invertire la ''corsa verso il fondo'' d ell'attuale globalizzazione? Quale strategia adottare per umanizzare l'economia? L'unica strategia che appare praticabile la ''strategia lillipuziana''. ''Nella favola satirica I viaggi di Gulliver, di Jonathan Swift, i minuscoli lil lipuziani, alti appena qualche centimetro, catturavano Gulliver il predone, di t ante volte pi grande di loro, legandolo nel sonno con centinaia di fili. Gulliver avrebbe potuto schiacciare qualsiasi lillipuziano sotto il tacco del suo stival e, ma la fitta rete di fili tessuta attorno a lui lo immobilizzava e lo rendeva impotente. Di fronte alle soverchianti forze e istituzioni globali la gente pu, i n modo analogo, utilizzare le fonti di potere relativamente modeste che ha in ma no e combinarle con quelle, spesso abbastanza differenti, in possesso di altri p artecipanti ad altri movimenti e in altri luoghi. Come i piccolissimi lillipuzia ni catturavano Gulliver legandolo con tanti pezzetti di filo, la strategia lilli puziana intreccia molte azioni particolari pensate per ostacolare il livellament o verso il basso in un sistema di regole e di pratiche, che spingono congiuntame nte in direzione di un livellamento verso l'alto'' (BRECHER E COSTELLO, Contro i l capitale globale). Se vogliamo promuovere un ''livellamento verso l'alto'' dobbiamo essere capaci d i costruire una rete che sappia unire, collegare e rinforzare le iniziative e le persone che cercano di tessere i fili di una economia regolata secondo la giust izia e il rispetto per l'ambiente. Esistono gi molte iniziative di collegamento, che uniscono su di un obiettivo com une forze anche molto diverse fra loro, ma una ''rete delle reti'' che sappia co mbinare gli sforzi verso una economia equa e sostenibile ancora da tessere. Solo una rete di questo tipo potr imbrigliare e ammansire la feroce tigre della globa lizzazione. In Italia sta ora nascendo un'esperienza di questo tipo, si chiama ''Rete di Lil liput per un'economia di giustizia'', e intende collegare i molti gruppi gi attiv i su questi temi per ottenere risultati maggiormente efficaci su questioni parti colarmente importanti e per dare maggiore visibilit ad una diversa impostazione d ell'economia. Questa rete nasce da un coordinamento tra le varie campagne attive in Italia, ed stata lanciata con l'appello ''gettare la rete'' nel giugno del 1 999. Numerosi gruppi hanno risposto, e ora la rete si sta organizzando. La prima azione visibile all'esterno che la Rete di Lilliput si assunta stata pa rtecipare all'opposizione mondiale contro la conferenza della Organizzazione Mon diale del Commercio tra novembre e dicembre 1999 a Seattle. A Seattle successo q ualcosa di inedito: migliaia di persone provenienti da tutto il mondo hanno dimo strato la loro opposizione alla globalizzazione delle multinazionali, collegando tra loro molti interessi particolari e punti di vista diversi. Come si diceva a Seattle: ''I camionisti e le tartarughe non marceranno pi divisi''. Pur tra mill e contraddizioni, e in mezzo a mille pericoli, molte persone, gruppi e associazi oni in tutto il mondo si stanno rendendo conto che questo tipo di economia ''sre golata'' fa male a molti, e cos gli interessi degli ambientalisti si intrecciano con quelli dei sindacati dei lavoratori, quelli delle Organizzazioni Non Governa tive con quelli degli studenti, in una rete lillipuziana che si sta espandendo s u tutto il pianeta, un po' come Internet, di cui utilizza gli strumenti. Tutte q ueste organizzazioni a Seattle hanno voluto dire, molto semplicemente, che il mo ndo non in vendita. E forse per la prima volta questa reazione vivace e colorata rappresenta l'emergere di un movimento su scala mondiale che cerca di porre dei limiti al capitale globale. Ognuno porta un suo stile e un suo punto di vista, spesso anche molto diversi, m a ci si sta rendendo conto sempre pi che punti di partenza e traiettorie diverse portano sovente a conclusioni e strategie simili, per cui diviene naturale mette

rsi d'accordo e cercare insieme di porre delle regole migliori a questo tipo di economia e di proporre modelli alternativi. Cos i vari punti di vista e i diversi stili spesso si avvicinano e convergono, un po' come accade tra gli autori di q uesto libro. In Italia la Rete di Lilliput ora si sta organizzando, creando dei coordinamenti nelle varie regioni e cercando di trovare gli strumenti pi idonei per il suo fun zionamento. Per saperne di pi puoi rivolgerti a Fabio Lucchesi (tel. 0583/961368, fax 0583/331979, posta elettronica: amfut@tin.it). I prossimi impegni previsti per la Rete di Lilliput sono: seguire e vigilare sug li sviluppi della Organizzazione Mondiale del Commercio dopo il fiasco di Seattl e, appoggiare la campagna per la remissione del debito estero dei paesi pi poveri (Campagna Sdebitarsi) e richiedere per legge una etichettatura che informi il c onsumatore sulle condizioni di lavoro che stanno dietro alla realizzazione di un prodotto (Campagna Acquisti Trasparenti). NOTE (1) Richiamiamo in particolare: G. Battistella, Nuovi stili di vita, EMI, Bologn a 1995; A. Nanni, Economia leggera. EMI, Bologna 1997; A. Saroldi - Gruppo Cocor ic, Giusto movimento, EMI, Bologna 1997; A. Reina, Un mercato diverso. Guida al c ommercio equo e solidale, EMI, Bologna, 1999l2; Centro Nuovo Modello di Sviluppo, Guida al consumo critico, EMI, Bologna 1998l2; A. Valer, Bilanci di giustizia. F amiglie in rete per consumi leggeri, EMI, Bologna 1999; G. Stiz-Cooperativa Il S eme ", Guida alla finanza etica, EMI, Bologna 1999; R.M. Amorevole-G. Colombo-A. Grisendi, La Banca del Tempo. Come organizzare lo scambio di tempo: i valori, i princpi, i protagonisti, Franco Angeli, Milano 1996; R.M. Amorevole, Banca del T empo. Istruzioni per l'uso, EMI, Bologna 1999; A. Garrone, Turismo responsabile. Nuovi paradigmi per viaggiare nel Terzo Mondo, Associazione RAM, Genova 1993. Per una educazione ai nuovi stili di vita nella scuola e tra i bambini e i ragaz zi: G. Albanese, Il cammino della solidariet, EMI, Bologna 1995; M. Aime, Fiabe n ei barattoli. Nuovi stili di vita raccontati ai bambini, EMI Bologna 1999; E. Fu cecchi, Glob... Glob. La globalizzazione spiegata ai bambini, EMI, Bologna 2000; S. Pochettino-Volontari per lo sviluppo, Nuove geografie. Dizionario del cittad ino solidale, EMI, Bologna 1998; Centro Nuovo Modello di Sviluppo, Ai figli del pianeta. Scelte per un futuro vivibile, EMI, Bologna 1998; Tutto BIO '99, Distil leria Ecoeditoria, Forl 1999; L. Davico, Soldidariet. Guida al risparmio autogesti to, Macroedizioni, Sarsina 1992.

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Appendice Manifesto della Rete di Lilliput per un'economia di giustizia In un momento in cui sembrano valere solo le leggi del mercato e del profitto, m entre le istituzioni democratiche stanno perdendo credibilit e potere NOI associazioni, gruppi e cittadini impegnati nel volontariato, nel mondo della cul tura, nella cooperazione Nord/Sud, nel commercio e nella finanza etica, nel sind acato, nei centri sociali, nel terzo settore, nella difesa dell'ambiente, nel mo ndo religioso, nel campo della solidariet, della pace e della nonviolenza avviamo la Rete di Lilliput per dare un'unica voce alle nostre molteplici forme di resistenza contro scelte economiche che concentrano il potere nelle mani di p ochi e che antepongono la logica del profitto e del consumismo alla salvaguardia della vita, della dignit umana, della salute, dell'ambiente. Come i piccoli lillipuziani riuscirono a bloccare il gigante Gulliver, legando c iascuno un singolo capello del predone, cos noi cerchiamo di fermare il tiranno e conomico conducendo ciascuno la nostra piccola lotta in collegamento con gli alt ri. Per questo abbiamo costituito la Rete di Lilliput: per ampliare l'efficacia dell e nostre singole opposizioni condividendo esperienze, informazioni, collaborazio ni e concordando mobilitazioni comuni. La recente sconfitta dell'Accordo Multilaterale sugli Investimenti, lo stop che l'Organizzazione Mondiale del Commercio ha subito a Seattle, la creazione di sem pre pi stretti contatti, collaborazioni e iniziative tra i movimenti che a livell o mondiale si oppongono agli effetti devastanti della globalizzazione e dell'eco nomia dimostrano che possibile bloccare la macchina globale con i granelli di sa bbia. Il nostro obiettivo a lungo termine la costruzione di un mondo dove ogni abitant e della terra possa soddisfare i propri bisogni materiali, sociali e spirituali nel rispetto dell'integrit dell'ambiente e del diritto delle generazioni future a d ereditare una terra feconda, bella e vivibile. Nell'immediato ci opponiamo alle scelte economiche che attentano alla democrazia , che portano a morte il pianeta e che condannano miliardi di persone alla miser ia. Le nostre strategie d'intervento sono di carattere non violento e comprendono l' informazione e la denuncia per accrescere la consapevolezza e indebolire i centr i di potere, il consumo critico e il boicottaggio per condizionare le imprese, l

a sperimentazione di iniziative di economia alternativa e di stili di vita pi sob ri per dimostrare che un'economia di giustizia possibile. Ci impegniamo a realizzare tutto questo in un rapporto di dialogo e di collabora zione con tutti gli altri gruppi, reti e movimenti che in Italia e all'estero si battono per gli stessi obiettivi. Siamo certi che mettendo in comune idee, conoscenze, risorse e iniziative, potre mo ostacolare il cammino della globalizzazione al servizio delle multinazionali per contrapporre una globalizzazione al servizio degli esseri umani. Questa la nostra strategia lillipuziana, questo il potere di cui ciascuno di noi dispone. Esercitiamolo insieme per ottenere dei risultati concreti.

INDIRIZZI UTILI Consumo critico - Centro Nuovo Modello di Sviluppo, via della Barra 32, 56019 Ve cchiano (PI), tel. 050/826354, posta elettronica: coord@cnms.it, pagina Internet: http:/ /www.citinv.it/associazioni/CNMS. Pubblica la rivista ''Equonomia'' sulle temati che del consumo critico. Commercio equo e solidale - CTM, via Macello 18, 39100 Bolzano, tel. 0471/975333 , posta elettronica: ctmbz@altromercato.it, pagina Internet: http://www.altromer cato.it. - Commercio Alternativo, via Darsena 176/a, 44100 Ferrara, tel. 0532/772009. - RAM, via Mortola 15, 16030 S. Rocco di Camogli (GE), tel. 0185/773061. - Assoc iazione Italiana Botteghe del Mondo, piazzetta Forzat 1, 35137 Padova, tel. 049/8762480. Ecologia quotidiana - Greenpeace Italia, viale M. Gelsomini 28, 00153 Roma, tel. 06/5750053, pagina Internet: http://w3.informanage.com/televisual/greenpeace.ht m - Legambiente, via Salaria 403, 00199 Roma, tel. 06/862681, pagina Inter-net: http://www.legambiente.com. - WWF Italia, via Po 25/c, 00198 Roma, tel. 06/844971, posta elettronica: wwf@ww f.it, pagina Internet: http://www.wwf.it. - Federazione Nazionale Pro Natura, via Pastrengo 20, 10128 Torino, tel. 011/5622789, posta elettronica: pronto@arpnet.it, pagina Internet: http://www.cd net.it/pronatura/prona.html. Risparmio etico MAG: - MAG2 Finance, via Pacini 11, 20131 Milano, tel. 02/266547 4. - MAG4 Piemonte, via Brindisi 15, 10152 Torino, tel. 011/5217212, posta elett ronica: mag4@freemail.it, pagina Internet: http://www.citinv.it/iniziative/equo/ mag4. - AUTOGEST, viale Venezia 184, 33100 Udine, tel. 0432/532350. - MAG6, via Vittor angeli 7/d, 42100 Reggio Emilia, tel. 0522/454832, posta elettronica: mag6@comun e.re.it. - MAG Venezia, via dell'Ongaro 2, 30175 Venezia Marghera, tel. 041/5381479, posta elettronica: magve@ve.shineline.it. - Consorzio Etimos, rivie ra Mugnai 8, 35137 Padova, tel. 049/8755116, posta elettronica: etimos@etimos.it , pagina Internet: http://www.etimos.it. - MAG Servizi, via Camuzzoni 1, 37138 V erona, tel. 045/573011. Banca Etica: - Banca Popolare Etica, piazzetta Forzat 2, 35137 Padova, tel. 049/8771166, posta elettronica: posta@bancaetica.com, pagina Internet: http://ww w.bancaetica.com. Turismo responsabile - RAM, via Mortola 15, 16030 S. Rocco di Camogli (GE), tel.

0185/773061, posta elettronica: ramcatrq@rapallo.newnetworks.it. Gruppi di acquisto - CoCoRiC presso Saroldi, corso Turati 25/5, 10128 Torino, pos ta elettronica: cocorico@inrete.it, pagina Internet http://pages.inrete.it/cocor ico. Bilanci di giustizia - Bilanci di Giustizia presso MAGVenezia, via Trieste 82/c, 30175 Venezia Marghera, tel. 041/5381479, bilanci@libero.it, http://www.citinv.it/associazioni /BDG/INDEX.HTML. Campagne di pressione - Acquisti Trasparenti, presso Centro Nuovo Modello di Svi luppo, via della Barra 32, 56019 Vecchiano (PI), tel. 050/826354, posta elettron ica: coord@cnms.it, pagina Internet: http://www.manitese.it/trasparenti. - Per la riforma della Banca Mondiale, presso Crocevia, via Ferraironi 88/g, 00172 Roma, tel. 06/24404212, pagina Internet: http://www.crocevia.org/cbm - Contro la manipolazione genetica degli alimenti, pagina Internet: http://www. rfb.it - Sdebitarsi (per l'annullamento del debito estero dei paesi in via di sv iluppo), presso Movimondo, piazza Albania 10, 00153 Roma, tel. 06/57300330, post a elettronica: molisv.movimondo@flashnet.it, pagina Internet: http://www.movimon do.org/sdebitarsi.html - Tobin tax (proposta di una imposta dello 0,01-0,05% sui trasferimenti monetari speculativi da versare su un fondo per lo sviluppo), pag ina Inter-net: http://www.attac.org.