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Da Michel De Certeau

La faiblesse de croire
(pp. 13-24) traduzione mia

L'uomo in preghiera questo albero di gesti


La preghiera si crea uno spazio sacro: cerchio dell'orazione (inclusio in circulo) dei monaci dell'antichit cristiana, cerchi (mandala) nei quali viene introdotto il neofita indiano, chiesa destinata a raccogliere i fedeli attorno all'altare, cella dove il monaco raccoglie le proprie facolt al centro. La preghiera organizza questi spazi con i gesti che conferiscono a un luogo le sue dimensioni e all'uomo un orientamento religioso. Ammobilia questo spazio con oggetti tenuti da parte, benedetti e consacrati, che compitano il suo silenzio e diventano il linguaggio delle sue intenzioni. Si potrebbe dire ancora - ma non ce ne occuperemo qui - che, nell'orazione, i sentimenti costituiscono al contempo una topografia: la preghiera privilegia certi aspetti e certe manifestazioni della vita psicologica; costruisce in questo modo, grazie ai resoconti di tanti itinerari spirituali, una carta simile alle carte del tenero disegnate a partire dalle avventure dell'amore. Punteggiando l'uniformit dello spazio, la preghiera ha luoghi propri e atteggiamenti definiti. Determinazioni del genere stupiscono. L'orante non deve forse riconoscere, attraverso tutto ci che egli , che Dio tutto? Circoscrivere il culto non forse negare questo progetto, riducendo l'area delle interpellazioni divine e delle risposte umane alla propriet privata delimitata da queste frontiere? Fissarvi un gesto non equivale forse a paralizzarlo? Di fatto ci che non pu essere altro che universale nella sua intenzione appare soltanto nella forma della particolarit. Da questo punto di vista la preghiera paradosso. Eppure il suo atto svela la significazione del paradosso: il gesto spirito. Se la preghiera aspira ad incontrare Dio, l'appuntamento si situa sempre sulle terre dell'uomo, all'incrocio tra il suo corpo e la sua anima.

Gesti della preghiera Il sabato sera, in piedi, il monaco Arsenio abbandonava il sole dietro di lui, tendeva le mani al cielo, pregando finch il sole non si levava di fronte. Solo allora si sedeva1. Letteralmente, egli rigetta alle sue spalle il sole che tramonta e, lottando contro la notte, ben dritto in piedi, alza le mani verso il punto dell'orizzonte da cui la luce, come una risposta, verr a cogliere i suoi palmi aperti. Tra le sera e il mattino, tra l'alto e il basso, tra ci che muore e ci che nasce, non c' altro che un gesto d'attesa e un corpo affaticato dal desiderio. E' l'uomo in preghiera, come un albero tra il cielo e la terra. Che
1 Patrologie grecque 65, 97.

bisogno ha di parlare? Il legno della croce, corpo immobile nel silenzio notturno, sar domani ricoperto dalla gloria del resuscitato. Allora sar tempo di riposare. Figlio d'uomo, resta in piedi: sto per parlarti (Ez 2,1). L'orante si mette dunque in piedi, ritto verso l'alto; lo stilita, asceta dell'attenzione, rende in questo modo il suo corpo, che prolunga lo slancio della colonna, quel grido senza voce che attira fino a s il Dio che scende. Cosa tra le cose, il corpo diventa asse del mondo. Tuttavia, gettato verso il cielo dalla preghiera che risponde alla chiamata divina, la colonna vivente resta incompiuta: questi uomini eretti non sono ancora altro che appigli e a mala pena designano il luogo da cui verr loro il compimento. Dio si trova, allo stesso modo, dentro. Fedele, quel corpo che si dispiegava verso il cielo si raccoglie dunque verso il proprio centro, come quello della donna sul bimbo che porta. Secondo I. Hausherr, fu una rivoluzione il giorno in cui il padre spirituale disse al suo discepolo: Quando vuoi pregare, siediti. Tuttavia l'atteggiamento del raccoglimento corporale, cos come lo stare in piedi, non un arredo dell'anima o un semplice commento fisiologico. E' la preghiera stessa, non pi tesa verso l'alto ma raggruppata attorno a ci che l'ispira: una concentrazione in cui il desiderio circonda fisicamente il suo oggetto senza mai poterlo raggiungere. L'atteggiamento dell'esicasta, come quello dello stilita, costruito attraverso una presenza che tuttavia non pu mai essere posseduta. Non basta dire che esso si accompagna con un'interiorizzazione della preghiera: il movimento stesso del ritorno al centro. La postura sulla stuoia, la posizione delle mani, la chiusura degli occhi, ecc., ecco altrettanti gesti che dicono la conversione verso il cuore; essi formano il vocabolario di una rassicurazione: la grotta del corpo fatta per quel Dio che nasce nel segreto, calmando il desiderio senza con questo saziarlo, assoggettando tutto l'uomo senza mai appartenergli. Dio al di sopra, all'interno, ma anche di fronte. La preghiera dunque anche prosternazione, come fu una volta per Abramo davanti ai suoi ospiti misteriosi (Gn 18, 3), come fu per i magi davanti alla capanna (Mt 2, 11). Il fedele flette le ginocchia davanti al Padre (Ep 3, 14) o ripete quelle metanie che tante volte, oggi come ieri, fanno inclinare il monaco verso i segni che Dio gli offre della sua presenza. Cade faccia a terra, resta in ginocchio, si mette per tutta la sua lunghezza in uno dei tredici atteggiamenti di preghiera cari a san Domenico2. O ancora si lascia trasportare da un ritmo di esultanza, come quelle carmelitane spagnole che danzavano davanti al Santo Sacramento, cantando e battendo le mani, con grande stupore delle loro compagne francesi3. Ma come! L'Inno di Ges, consegnatoci dagli Atti di Giovanni, non mostra forse il Signore che guida egli stesso, alla Cena, una danza solenne e cosmica: La grazia danza ... Danzate dunque tutti, unitevi alla mia danza4. L'orante prega a corpo perduto, sollevato dalla supplica, prosternato dall'adorazione, o anche preso da una santa coreografia. Le mani, anch'esse, dicono la preghiera. Fatte per l'aratro, la macchina da scrivere o la fresa, come potrebbero non continuare, nell'orazione, a collegare l'uomo con ci che lo circonda? Gi tante volte l'interiorit stata spiegata come un poema delle mani! Sono tali, nell'iconografia indiana e cinese, quei gesti dei boddhisattva: nella meditazione, sono mani in grembo, l'una sull'altra, col palmo verso l'alto; nell'adorazione, sono mani
2 Balme e Lelaidier, Cartulaire ou Histoire diplomatique de saint Dominique, t. 3, p. 276 e sgg. 3 Henri Bremond, Histoire littraire du sentiment religieux en France, Parigi, t. 2, 1928, pp. 312-313. 4 Dictionnaire d'archologie chrtienne et de liturgie, t. 4, col. 248-249.

congiunte, palmo a palmo, ecc. Come le voci, cos le mani hanno tonalit e sensi diversi per parlare a Dio. Quelle del cristiano tracciano sul corpo la grafia della croce; riproducendo il cerimoniale che impegnava il suddito fedele al servizio del suo signore, esse si congiungono per essere prese dalle mani di Dio; si incrociano, come disoccupate dal mondo in cui si muovevano, per mettere assieme una supplica che non ha interlocutore visibile; vengono sollevate: Ti voglio benedire nella mia vita, al tuo Nome levare le mani (Ps 62, 5). Si tendono, come quelle del crocifisso, per un'oblazione che rifiuta le restrizioni5. La mia anima raccolta tra le mie mani (Jb 13, 14). Mettile di fronte a te, raccomanda Simeone il Nuovo Teologo: esse ti diranno il male che hai compiuto e ti ritroverai nell'atteggiamento del pentimento; mettile dietro di te, e sarai un condannato davanti al Giudice misericordioso6. Si tratta di teatro, di commedia? No, al contrario, verit davanti a Dio, con tutto ci che pu esprimerla. Il sensibile la causa del concettuale, dice Filossene di Mabboug; il corpo la causa dell'anima e la precede nell'intelletto. Le portano in se stesse un'intelligenza delle cose quotidiane e conoscono le tenerezze o le fatiche che non hanno nome; hanno anche la capacit di dire ci per cui l'intelletto non ha ancora o non ha pi vocabolario. Esse stringono solo il vuoto; quel che designano tuttavia non un'assenza, ma un'aspirazione o una certezza della fede.

Un discorso di gesti Come dobbiamo pregare? - Non necessario usare molte parole, rispondeva Macario. Basta tenere le mani levate7. Per trovare il Vivente che abita lo spazio intero, l'orante non pu utilizzare le parole capaci di captare compiacenze umane n le idee che sottomettono a lui le cose. Come potrebbe catturare Dio nella rete dei suoi pensieri d'uomo? Spogliato di quest'abito che si confezionato nel linguaggio umano, egli dunque si mantiene l, povero di sapere, ricco di ci che spera, in una vigilanza fisica dove l'anima il senso tacito del linguaggio del corpo. Cos l'emorroidico si accontentava di toccare la veste del Maestro; la peccatrice, di spandere il prezioso profumo e di asciugare i piedi del Signore; il cieco per nascita, di prosternarsi. Perch occorrerebbero molte parole? La madre non ne ha bisogno per ricordarsi del bimbo che vive in lei, n gli sposi per duplicare quello che i loro corpi hanno appreso. Inutile produrre tante idee, considerazioni e discorsi. Cos intensa, la preghiera del corpo scopre il riposo nell'abbandono; cos disarmata, rappresenta una ricerca e un'attesa, come ci si siede accanto a un malato, come si accenna a un gesto dopo uno screzio. Col divenire pi cerebrale, la preghiera ha forse pretese pi alte; ha anche pi verit? Si crede pi universale; per questo pi totale? Pensa pi cose a proposito di Dio; gli parla meglio? L'umile offerta corporale gi dono totale: Ecco il mio corpo che precede come una prua lo slancio del cuore e che seguito, in buon ordine, da pensieri sempre ineguali al gesto della speranza o della dimissione. E' possibile che, dapprima, le parole manchino perch sono in ritardo. Ma viene il giorno in cui mancano perch sono esaurite: l'orante non ne ha pi, -o ne ha di molto semplici, sprovviste di
5 Maxime de Turin, Patrologie latine 57, 342. 6 Catechesi, 30, 7. 7 Patrologie grecque, 34, 249-250.

ogni arroganza, legate alla vita d'amore come il suo respiro: Ti amo, Abbi piet, Vieni, Signore ... Un mormorio del cuore nel silenzio del corpo. Sono molti i contegni nell'orazione, come quello di tenere talvolta le mani incrociate sul petto, talvolta giunte, talvolta tese, talvolta tenersi in piedi, talvolta in ginocchio su un ginocchio, talvolta sull'altro8. Nessuno di questi sufficiente. Ciascuno ha il suo senso, ma non dice tutto, n abbastanza. Nel linguaggio, una parola ne chiama un'altra onde poter descrivere per intero il movimento dello spirito; questa preghiera ha anche un proprio cammino. L'orante un povero. Segue con i suoi gesti il Vivente che li suscita. Modella il corpo sui luoghi del suo desiderio, ma va sempre pi lontano. Cerca a tentoni, con le sue mani giunte o levate, il Dio inafferrabile che si assenta fin dai primi appuntamenti: Passa lentamente di gesto in gesto e avanza nella preghiera come il pellegrino che moltiplica e ripete le differenti posture della marcia. L'operaio specializzato ripete spesso quei movimenti che un compito preciso ha stilizzato e che, tutti necessari per quanto successivi, non soltanto definiscono un lavoro, ma sono l'uomo al lavoro. Allo stesso modo l'orante rif il ciclo, mai chiuso, degli atteggiamenti nei quali, di volta in volta, egli si impegna e si riposa, come se pesasse con tutto il suo corpo ad ogni passo di questa deambulazione processionale. Istante dopo istante, egli non pu essere altro che quel passo: ma il suo passo sar seguito da un altro, esso stesso realt della preghiera, e che riveler l'insufficienza del precedente. La preghiera non n esteriore, n identificabile con uno di essi. E' la loro successione: un discorso di gesti. Certo, essa comporta anche le parole che si indirizzano a Dio, ma dalle parole ai gesti si opera un passaggio tanto necessario quanto tra un gesto e l'altro: sono tutti momenti nell'itinerario in cui si succedono incontri e spossessamenti. Per non essere magico, il gesto ha bisogno della parola che fa di esso un richiamo o una raccolta. Inversamente, per non essere una cattura illusoria dello spirito o una corsa astratta e disperata, il linguaggio chiede una residenza e una epifania fisiche, formate da quel corpo opaco dove la vita si radica e si manifesta, modellate dal lavoro e dall'amore quotidiani, e uniformate all'incontro con l'Uomo-Dio in questo mondo. L'orante marcia dunque verso Dio. Con il bagaglio minimo dei suoi gesti e delle sue parole prosegue il suo umile pellegrinaggio. Da questo punto di vista , la successione delle posture e dei passi, su questa strada, implica la negazione di qualunque postura: no, Dio non qui, ma altrove, sempre pi lontano, detto in altri vocaboli, raccolto in altri contegni. Il gesto non una localizzazione dell'Assoluto, ma non neppure il semplice momento di una partenza. Da subito accoglimento e risposta, allo stesso tempo che desiderio e attesa. Esso coglie fin d'ora ci che ancora deve cercare. L'orante trova nel suo gesto - che altri seguiranno - il Dio gi venuto al di dentro, gi sceso dalle altitudini, gi manifestato nella sua gloria, in modo tale che egli pu enunciare con qualunque termine del suo vocabolario corporeo: Dio anche qui. Si alza, parte, va, corre verso Dio; ma allo stesso tempo egli in Dio, lo prende nelle sue mani vuote, lo riceve sui palmi aperti, lo contiene nella cella del suo corpo. Se dunque la preghiera viaggio corporale verso l'al di l, allo stesso modo gravidanza del senso e riconoscimento reale del Presente. Cos la sequenza dei gesti assume un andamento circolare. Il viaggio definito da una deambulazione e si compie attorno all'altare. Tutti i passi dicono una Presenza; nessuno le identico, nessuno si posa sul luogo santo e definitivo. La meditazione si incammina, come la processione
8 Francesco di Sales, Oeuvres, t.14, p.237.

degli Ebrei attorno a Gerico (Jos 6): sicura di colui che essa non abbandona e tuttavia senza mai poter oltrepassare le mura della sua trascendenza. Avanza, catturata dal suo centro, ma mai predatrice. Gira intorno a Lui, presa nella sua orbita, ma attende ancora, nella forma di questa ripetizione e di questa circolazione, che con la morte, il settimo giorno, cadano i muri e si aprano le porte del paradiso dove Dio si offrir totalmente all'anima abbagliata di un corpo resuscitato.

Lo spazio della preghiera La preghiera ha anche un suo ambiente. Si circonda di cose, termine e riposo del gesto: il libro, l'icona, il crocifisso, le reliquie, l'immagine, e fino al medaglione o a quello strumento oratorio magnificamente identificato come prega-Dio; altrove saranno gli yantra dello yogin, il mulino delle preghiere lamaista, il campanello o la stuoia. Cose, s, ma che appartengono al gesto. L'attrezzo, fatto per la mano che lo possiede, modellato su di essa, la prolunga, come un osso incastrato nel precedente. Cos l'oggetto si definisce in funzione del movimento in cui il corpo, esso stesso oggetto tra oggetti, non altro che uno dei termini. La preghiera edifica un microcosmo di relazioni i cui elementi si formano reciprocamente, allo stesso modo in cui, sui progetti dell'architetto, il disegno dell'andirivieni della cuoca impone ai mobili della cucina le loro forme e la loro collocazione. Questo spazio organizzato dai movimenti e attraverso l'accordo intimo delle cose con i gesti la realt simbolica dell'orazione o, com' stato detto saggiamente, il suo antropocosmos9. Saluta la croce, consiglia Filossene di Mabboug al monaco che vuole pregare, e prendi il vangelo nelle mani. Mettilo sugli occhi e sul cuore. Stai dritto davanti alla croce, in piedi, senza sederti per terra e, dopo ogni capitolo che avrai letto, metti il Vangelo sul cuscino e prosternati davanti a lui fino a dieci volte, facendo salire azioni di ringraziamento verso colui che ti ha reso degno di meditare e di leggere 'il mistero nascosto ai secoli e alle generazioni', secondo la parola del divino Paolo (Col 1, 26). Grazie a questa adorazione esteriore che fai davanti a lui, nascer nel tuo cuore questa adorazione interiore e l'azione di ringraziamento che una lingua di carne, cos com', non pu esprimere10. Di tutti gli oggetti che la preghiera, come un albero, tiene nella rete dei suoi gesti, essa fa il suo dialogo con Dio. Il corpo simbolizza con le cose benedette e consacrate per il culto, esse stesse simboliche, strumenti microcosmici, metafore di gesti. La sua inserzione nell'immenso puzzle organizzato da un ordine misterioso fornisce all'orante un posto in un certo punto di una geografia mistica dove ogni luogo di preghiera un centro. Se, come i gesti, nessuno di questi oggetti la preghiera, essi ne rappresentano tuttavia il concatenamento e le tappe sotto forma di relazioni all'interno del mondo che tacitamente rivela Dio. Baciando la croce, prendendo il libro o riponendolo sul trono del cuscino, dall'alto della colonna o con le ginocchia poggiate sul prega-Dio e con le mani occupate a sgranare il rosario circolare, l'orante non prega soltanto in mezzo alle cose, bens IconI esse; la natura, della quale il suo corpo fa parte integrante, gli fornisce
9 Mircea Eliade, in Eranos Jahrbuch, t. 19, 1950, p. 258. 10 Tradotto (in francese) da P. Graffin, in L'Orient syrien, t. 6, 1961, p. 463-464.

materia per poter parlare al Padre delle cose visibili e invisibili; egli si trova situato fisicamente e spiritualmente all'interno del cosmo. L'orientamento del corpo in preghiera caratteristico di questa situazione cosmica. Arsenio si voltava verso Levante e la sua preghiera non ammetteva affatto una posizione qualunque in mezzo alla croce disegnata dai quattro punti cardinali. Era, al contrario, talmente importante che alcuni indicano ormai soltanto questo orientamento quando rispondono ai discepoli desiderosi di imparare a pregare. Ad esempio Pafni a Tai: Tu non sei degno di nominare Dio, n di portare il nome della sua divinit sulle tue labbra, e neppure di tendere le mani verso il cielo, poich le tue labbra sono piene di iniquit e le tue mani sudicie di ignominie; accontentati tuttavia di sederti e di volgere lo sguardo verso l'Oriente, ripetendo soltanto, senza mai stancarti: Tu che mi hai creato, abbi piet di me11. Chi non si sentirebbe vero, rifacendo la stessa preghiera? Noi preghiamo rivolti a Oriente, dice ancora lo pseudo-Alcuino12. Ma, anche in questo caso, nulla si pu identificare come vero e proprio oggetto della preghiera. Non soltanto verso Gerusalemme che si dirigono gli occhi dell'orante, o i passi del pellegrino. Al di l della citt santa, se si abita pi a est, si guarda ancora a Oriente (e allo stesso modo pellegrinaggi pi recenti moltiplicano le Gerusalemme e creano senza sosta nuove strade per gli itinerari della preghiera). Il cristiano, che sa chi quell'uomo nato e morto in Palestina, supera i punti riconoscibili su una mappa per portare il proprio sguardo fino all'orizzonte dell'esistenza, nella direzione che, a questo mondo, designa l'abitazione impossibile da collocare e il Vivente da cui ogni creatura riceve, con il movimento, il proprio spazio. Volgersi a Oriente dunque cercare la nostra patria originale13; , secondo lo pseudo-Alcuino, convertirsi verso la natura pi eccelsa, cio a Dio14. Fanno cos quelle comunit che, pregando, non sanno neppure pi di essere orientate dalle loro chiese. L'apparente contraddizione di questo orientamento fisico e del suo senso mistico esprime semplicemente il paradosso della preghiera o, se si vuole, la sua dialettica. Ma il gesto che cerca l'Assoluto secondo le determinazioni della vita umana significa ben pi ancora il paradosso della misericordia che si data simili faccia a faccia: Dio giunge a trovare, con il linguaggio della sua umanit, le mani, i volti e i corpi che egli orienta verso di s e che rispondono ai suoi.

Una catena di gesti Se l'argomento non fosse gi stato affrontato altrove15, bisognerebbe ancora dire che il gesto memoria: esso recupera gli atteggiamenti millenari - il baciare il suolo, le mani levate; raccoglie i riti di saluto inventati nel corso dei secoli e divenuti omaggi religiosi la prosternazione del Semita, il cerimoniale del suddito. Una lunga storia si riassume nella postura dell'orante e fa di lui, nella sua stessa solitudine, un testimone del passato che egli non conosce pi e di quei fratelli che la sua preghiera menziona senza tuttavia poterli nominare. Cos come il suo corpo dice a Dio ci che la sua intelligenza
11 12 13 14 15 Patrologie latine 73, 662. Patrologie latine 101, 1245. Basile, Patrologie grecque, 33, 189; si veda Gregorio di Nyssa, ibidem, 44, 1184. Patrologie latine 101, 1245. Jean Mouroux, Prire et temps, in Bulletin du cercle saint Jean-Baptiste, n. 26, dicembre 1963.

incapace di esprimere, cos egli dice degli uomini quello che la sua memoria non ha trattenuto; grotta, colonna e tempio del Santo Spirito (1 Co 6, 19), egli anche un reliquiario dell'Uomo. Come stupirsi allora che le mani giunte della povera donna seduta in fondo a una chiesa, o le mani alzate del prete eretto, o la prosternazione della carmelitana abbiano tanti omologhi, ind, kikuyu, egiziani - antichi o moderni? Tutti questi gesti, forse originariamente destinati alle relazioni sociali, simbolizzano gli uni con gli altri e, per riprendere l'esempio del vecchio Arsenio, quel sole nascente che li coglie uno dopo l'altro circola di mano in mano e li unisce attraverso una misteriosa solidariet In questo modo l'umile preghiera del corpo scandisce con i suoi gesti e con le sue cose la storia umana; e se si presta fede al pi venerando degli oranti, essa sopravvive addirittura allo spirito dopo averlo spesso superato: venendo a far visita a Paolo l'eremita, Antonio lo trov un giorno in atteggiamento di preghiera, in raccoglimento e immobile; ma, dopo un istante, si accorse che quel suo fratello era morto e, cos racconta la sua Vita, comprese allora che il cadavere stesso del santo, compiendo sempre il ministero del gesto, pregava ancora quel Dio per il quale tutto resta vivente16.

16 Patrologie latine 23, 27.

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