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Indice

Frontespizio Colophon DOBBIAMO DISOBBEDIRE I lettori che scrivono Il rimedio la povert La democrazia rumorosa La carriera politica Scuola e Tv Le facce dei politici Vivere la vita dellItalia dei pi LItalia dei lotti Ragione intima e ragione pubblica Postfazione di Silvio Perrella

Goffredo Parise Dobbiamo disobbedire


A cura di Silvio Perrella

Adelphi eBook

Questopera protetta dalla legge sul diritto dautore vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata In copertina: Domenico Gnoli, Computers (da un reportage per Cape Canaveral, Industrys Trial by Fire, in Fortune, giugno 1962) Collezione privata, Roma
DOM ENICO GNOLI by SIAE 2013

Prima edizione digitale 2013


2013 ADELPHI EDIZIONI S.P.A. M ILANO www.adelphi.it ISBN 978-88-459-7369-7

DOBBIAMO DISOBBEDIRE

I LETTORI CHE SCRIVONO

Molti mi chiedono: che cosa scrivono i lettori? Che tipo di lettere? E che cosa chiedono a uno scrittore? E perch uno scrittore decide di corrispondere con i lettori? Imprudente suggerimento il suo mi scrive la signora Franca Leosini di Napoli di proporre ai lettori argomenti anche personali... litaliano, come lei ben sa, per temperamento individualista, portato a ricondurre ogni argomento di carattere generale a problema personale. Mi diverte quindi immaginare lItalia delle donne abbandonate, dei mariti traditi, rivolgersi a lei per consiglio e aiuto, a rischio di trasformare la sua intelligente rubrica in una equivalente a quelle gi note sotto locchiello di Donna Letizia o di Contessa Clara. La mia solo la provocazione di una sua estimatrice.... Gianluigi Corsini, insegnante di lettere di Firenze, anche lui mi rimprovera, un po: ... lei non mai stato uno scrittore facile, nemmeno quando fa di proposito il facile, come nel Sillabario N. 1, che un esercizio di stile. E nemmeno ora in queste rubriche, che leggo sempre ma che non so quanto siano utili alla letteratura.... Giangiorgio Galante di Schio (Vicenza) dice in una lunghissima lettera: Uno scrittore, nel momento in cui la sua parola si diffonde, grazie ai mezzi di comunicazione di massa, e penetra nel cervello di migliaia di individui, diventa automaticamente, lo voglia o no, un maestro con tutte le responsabilit che ne derivano. Ma allora gli incombe il dovere di essere un buon maestro perch altrimenti si macchia di una gravissima colpa: quella di aver contribuito a dissestare le strutture etiche della societ senza aver saputo crearne di nuove e migliori.... A proposito di un mio articolo (punto di vista) sullaborto, Stefano Bessio di Gorizia scrive: ... che ne direbbe, signor Parise, se la sua mamma avesse abortito senza farla nascere?.... Direi poco, signor Bessio, credo nulla. Puntualmente mi scrive il signor Lo Iacono di Vercelli, un mio personale Hellzapopping, che vuole risposte che non so dare perch le sue lettere sono come questultima: Dottore, come volevasi dimostrare, Lei non risponde: un reazionario. Si fa scrivere da anonimi: clericale. Le due cose la promuovono democristiano di sinistra. scoperto. Se un giorno vincer il comunismo non la vorranno perch sar ritenuto borghese, un cattivo borghese ricco. Che cosa le posso rispondere, signor Lo Iacono, se lei ha gi dimostrato tutto con la sua brillantissima equazione di logica? Non lo so proprio. Sono alcuni campioni di lettere, scelti tra le molte, troppo spesso lunghe, che affrontano problemi cos generali da coprire lintero arco dellessere e del divenire, lalfa e lomega del mondo. Risponder alle domande dirette, della signora Leosini, del signor Corsini e di molti altri: che mi riguardano o che riguardano il mio a volte definito utopico rapporto con i lettori che scrivono. Mi sono proposto questa rubrica innanzitutto per curiosit umana: la stessa che ho viaggiando, incontrando molta gente di molti paesi e parlando, nei luoghi pi disparati, in pace e in guerra. A Saigon stavo spesso sulla terrazza dellhotel Continental, ogni sera quando non ero fuori, per mesi, e chiacchieravo con tutti: avevo un solo concorrente che su quella terrazza passava molto pi tempo di me, un enorme bicchiere di scotch sul tavolo: Graham Greene. In treno, come tutti, tendo a guardarmi intorno e a fare due chiacchiere. In generale, nella vita, vivendola giorno per giorno, tendo per curiosit umana a guardarmi intorno, a conoscere, a sentir parlare, a far parlare. Non soltanto di

problemi generali ma, se posso, proprio di problemi personali, se non addirittura di pettegolezzi. Quasi sempre, signora Leosini, un bel problema personale, anche quello di un marito tradito o di una vedova inconsolabile infinitamente pi interessante di un problema cos detto generale di cui parlano tutti per un po e poi non se ne parla mai pi. Il particolare, che poi non tanto diverso dal particulare di Machiavelli, cio come era la moglie del marito tradito, se bionda o bruna, di quale et e colore degli occhi e carattere, fondamentale. Il particolare personale, anzi, una serie di particolari personali messi insieme, sono la vita di una persona, di una piccola societ, di una grande societ, di un mondo. Io non ho scelto di fare questa rubrica per parlare soltanto di problemi generali ma per stabilire una conoscenza diretta, o quasi, con i lettori, appunto come si fa in treno o in paesi che non si conoscono. Il professor Corsini mi dice che non sono uno scrittore facile e che la mia facilit un esercizio di stile: io non credo di scrivere in modo molto complicato e in ogni caso lesercizio di stile invece lo stile, cio il carattere di una persona. Anche i lettori che mi scrivono hanno un carattere comunicativo ed espressivo, cio uno stile. Le lettere che mi arrivano, io le leggo sempre attraverso lo stile ancora prima del contenuto, perch lo stile previene, annuncia il contenuto. Da questa prima lettura puramente grafica viene fuori molto di chi scrive, poi il mio mestiere scrivere, e faccio presto a tirar fuori lo stile (cio la scelta delle parole, la composizione della frase, i tempi espositivi) della persona. Certe volte faccio un po il grafologo dilettante e mi diverto a immaginare una persona dalla sua calligrafia. Perch tutti questi sono dati, campioni di realt molto importanti per uno scrittore. Un giovane operaio mi ha scritto una lettera a stampatello, senza un errore di ortografia e di sintassi. Prima di leggerla mi sono chiesto il perch dello stampatello. La lettera me lha confermato: quel giovane operaio era analfabeta e piano piano ha imparato a scrivere da solo, ma soltanto in stampatello. Non era anche questo un esercizio di stile? Il signor Galante di Schio, come molti, dice che uno scrittore, dal momento che la sua parola si diffonde, diventa un maestro, e che il maestro ha delle responsabilit civili, pubbliche. Me ne rendo conto perfettamente, ma rispondo al signor Galante che esse non sono minori, per uno scrittore, anche quando scrive un romanzo o un racconto, non soltanto quando tiene una rubrica di lettere. Io non mi sento molto maestro, anche se fortissima la tentazione pedagogica ed stata proprio questa che mi ha fatto scrivere questa rubrica. Un po maestro anche loperaio che scrive a stampatello la sua lettera, o quelli che scrivono lettere vere, libere, intelligenti e sofferte. Ci sono anche gli stupidi, certo, i moralisti, gli svitati, i maniaci e i prolissi. Ma la vita fatta di persone libere, intelligenti e vere, ma anche di moralisti, di maniaci e di noiosi. Quelle lettere annoieranno, irriteranno, si scarteranno: esattamente come nella vita si scartano le persone. I peggiori sono gli antipatici, quelli che vogliono fare, loro, i maestri. Tutti questi uomini e donne che sono i lettori che scrivono, anzich diminuire (per sovraffollamento) la curiosit, la aumentano. Tra poco mi occorrer una segretaria per star dietro alle lettere. E il signor Corsini trover che tempo sprecato per la letteratura, da buon professore che vede la cultura, lintelligenza, larte, come una pallida signora molto aristocratica ed elegante, noiosissima vieux jeu, che non se la fa con tutti ma con gli eletti. Non sono di questo parere. Questa rubrica non vuole rimanere un classico della letteratura italiana, signor Corsini e gentile signora di Napoli, questa rubrica una serie di chiacchiere che hanno laria di non essere importanti, d i verba volant. Da questi scambi di informazione, anche personali, ripeto, nascono spesso idee generali. E quelle sono e non sono verba volant. A chi mi accusa di voler fare il maestro, dir che qualche volta mi piace fare il maestro proprio nel senso dato dal signor Galante: perch desidero e sento di avere responsabilit civili e pubbliche che nascono dalla mia parola. Altre volte sono felicissimo di raccontare a chi me le chiede molte cose che ho appreso vivendo, senza voler fare il

maestro, ma pensando che quelle cose che mi sono tanto piaciute vivendo, possano piacere e dunque essere utili alla vita di tutti quanti i miei simili che non le hanno vissute.

IL RIMEDIO LA POVERT

Questa volta non risponder ad personam, parler a tutti, in particolare per a quei lettori che mi hanno aspramente rimproverato due mie frasi: I poveri hanno sempre ragione, scritta alcuni mesi fa, e questaltra: Il rimedio (di tutto) la povert. Tornare indietro? S, tornare indietro, scritta nel mio ultimo articolo. Per la prima hanno scritto che sono un comunista, per la seconda alcuni lettori di sinistra mi accusano di fare il gioco dei ricchi e se la prendono con me per il mio odio per i consumi. Dicono che anche le classi meno abbienti hanno il diritto di consumare. Lettori, chiamiamoli cos, di destra, usano la seguente logica: senza consumi non c produzione, senza produzione disoccupazione e disastro economico. Da una parte e dallaltra, per ragioni demagogiche o pseudo-economiche, tutti sono daccordo nel dire che il consumo benessere, e io rispondo loro con il titolo di questo articolo. Il nostro paese si abituato a credere di essere (non ad essere) troppo ricco. A tutti i livelli sociali, perch i consumi e gli sprechi livellano e le distinzioni sociali scompaiono, e cos il senso pi profondo e storico di classe. Noi non consumiamo soltanto, in modo ossessivo: noi ci comportiamo come degli affamati nevrotici che si gettano sul cibo (i consumi) in modo nauseante. Lo spettacolo dei ristoranti di massa (specie in provincia) insopportabile. La quantit di cibo enorme, altro che aumenti dei prezzi. La nostra ideologia nazionale, specialmente nel Nord, fatta di capannoni pieni di gente che si getta sul cibo. La crisi? Dove si vede la crisi? Le botteghe di stracci (abbigliamento) rigurgitano, se la benzina aumentasse fino a mille lire tutti la comprerebbero ugualmente. Si farebbero scioperi per poter pagare la benzina. Tutti i nostri ideali sembrano concentrati nellacquisto insensato di oggetti e di cibo. Si parla gi di accaparrare cibo e vestiti. Questo oggi la nostra ideologia. E ora veniamo alla povert. Povert non miseria, come credono i miei obiettori di sinistra. Povert non comunismo, come credono i miei rozzi obiettori di destra. Povert una ideologia, politica ed economica. Povert godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. Povert e necessit nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua lautomobile, le motociclette, le famose e cretinissime barche. Povert vuol dire, soprattutto, rendersi esattamente conto (anche in senso economico) di ci che si compra, del rapporto tra la qualit e il prezzo: cio saper scegliere bene e minuziosamente ci che si compra perch necessario, conoscere la qualit, la materia di cui sono fatti gli oggetti necessari. Povert vuol dire rifiutarsi di comprare robaccia, imbrogli, roba che non dura niente e non deve durare niente in omaggio alla sciocca legge della moda e del ricambio dei consumi per mantenere o aumentare la produzione. Povert assaporare (non semplicemente ingurgitare in modo nevroticamente obbediente) un cibo: il pane, lolio, il pomodoro, la pasta, il vino, che sono i prodotti del nostro paese; imparando a conoscere questi prodotti si impara anche a distinguere gli imbrogli e a protestare, a rifiutare. Povert significa, insomma, educazione elementare delle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. Moltissime persone non sanno pi distinguere la lana dal nylon, il lino dal cotone, il vitello dal manzo, un cretino da un intelligente, un simpatico da un antipatico perch la nostra sola cultura

luniformit piatta e fantomatica dei volti e delle voci e del linguaggio televisivi. Tutto il nostro paese, che fu agricolo e artigiano (cio colto), non sa pi distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perch non ha pi povert. Il nostro paese compra e basta. Si fida in modo idiota di Carosello (vedi Carosello e poi vai a letto, la nostra preghiera serale) e non dei propri occhi, della propria mente, del proprio palato, delle proprie mani e del proprio denaro. Il nostro paese un solo grande mercato di nevrotici tutti uguali, poveri e ricchi, che comprano, comprano, senza conoscere nulla, e poi buttano via e poi ricomprano. Il denaro non pi uno strumento economico, necessario a comprare o a vendere cose utili alla vita, uno strumento da usare con parsimonia e avarizia. No, qualcosa di astratto e di religioso al tempo stesso, un fine, una investitura, come dire: ho denaro, per comprare roba, come sono bravo, come riuscita la mia vita, questo denaro deve aumentare, deve cascare dal cielo o dalle banche che fino a ieri lo prestavano in un vortice di mutui (un tempo chiamati debiti) che danno lillusione della ricchezza e invece sono schiavit. Il nostro paese pieno di gente tutta contenta di contrarre debiti perch la lira si svaluta e dunque i debiti costeranno meno col passare degli anni. Il nostro paese unenorme bottega di stracci non necessari (perch sono stracci che vanno di moda), costosissimi e obbligatori. Si mettano bene in testa gli obiettori di sinistra e di destra, gli etichettati che etichettano, e che mi scrivono in termini linguistici assolutamente identici, che lo stesso vale per le ideologie. Mai si avuto tanto spreco di questa parola, ridotta per mancanza di azione ideologica non soltanto a pura fonia, a flatus vocis ma, anche quella, a oggetto di consumo superfluo. I giovani comprano ideologia al mercato degli stracci ideologici cos come comprano blue jeans al mercato degli stracci sociologici (cio per obbligo, per dittatura sociale). I ragazzi non conoscono pi niente, non conoscono la qualit delle cose necessarie alla vita perch i loro padri lhanno voluta disprezzare nelleuforia del benessere. I ragazzi sanno che a una certa et (la loro) esistono obblighi sociali e ideologici a cui, naturalmente, obbligo obbedire, non importa quale sia la loro qualit, la loro necessit reale, importa la loro diffusione. Ha ragione Pasolini quando parla di nuovo fascismo senza storia. Esiste, nel nauseante mercato del superfluo, anche lo snobismo ideologico e politico (c di tutto, vedi lestremismo) che viene servito e pubblicizzato come llite, come la differenza e differenziazione dal mercato ideologico di massa rappresentato dai partiti tradizionali al governo e allopposizione. Lobbligo mondano impone la boutique ideologica e politica, i gruppuscoli, queste cretinerie da Francia 1968, data di nascita del grand march aux puces ideologico e politico di questi anni. Oggi, i pi snob tra questi, sono dei criminali indifferenziati, poveri e disperati figli del consumo. La povert il contrario di tutto questo: conoscere le cose per necessit. So di cadere in eresia per la massa ovina dei consumatori di tutto dicendo che povert anche salute fisica ed espressione di se stessi e libert e, in una parola, piacere estetico. Comprare un oggetto perch la qualit della sua materia, la sua forma nello spazio, ci emoziona. Per le ideologie vale la stessa regola. Scegliere una ideologia perch pi bella (oltre che pi corretta, come dice la linguistica del mercato degli stracci linguistici). Anzi, bella perch giusta e giusta perch conosciuta nella sua qualit reale. La divisa dellArmata Rossa disegnata da Trotzky nel 1917, lenorme cappotto di lana di pecora grigioverde, spesso come il feltro, con il berretto a punta e la rozza stella di panno rosso cucita a mano in fronte, non soltanto era giusta (allora) e rivoluzionaria e popolare, era anche bella come non lo stata nessuna divisa militare sovietica. Perch era povera e necessaria. La povert, infine, si cominci a impararlo, un segno distintivo infinitamente pi ricco, oggi, della ricchezza. Ma non mettiamola sul mercato anche quella, come i

blue jeans con le pezze sul sedere che costano un sacco di soldi. Teniamola come un bene personale, una propriet privata, appunto una ricchezza, un capitale: il solo capitale nazionale che ormai, ne sono profondamente convinto, salver il nostro paese.

LA DEMOCRAZIA RUMOROSA

... il cittadino non ne pu pi ed io sono uno di questi cittadini. Inflazione, rapine, sequestri, bombe, assassini, come quelli di Padova, servizi pubblici paralizzati, scandali, corruzione ed inefficienza governativa, mafia politica... Perch uno dovrebbe comprare i giornali, come lei suggerisce, perch dovrebbe partecipare alla vita pubblica che non sta pi in piedi, alla democrazia che non c? Personalmente, ma sono molti che la pensano come me, ho bisogno solo di silenzio, di non venire bombardato ogni mattina di notizie nere, di disgrazie, insomma voglio incominciare la mia giornata di lavoro con un minimo di tranquillit. Questo dovrebbe fare un giornale come il Corriere.... Non lo pu fare, signor Bandelli (Milano), perch, bene o male, molto pi male che bene oggi, siamo in un paese democratico che non censura la stampa. Inoltre non lo pu fare perch un giornale serio, e un giornale serio non pu omettere i fatti, quali che siano. Se lo fa non pi un giornale serio e libero, ma un giornale che ha come fine quello di nascondere la realt ai suoi lettori. Un giornale serio e libero pensa che i suoi lettori siano uomini liberi e ragionevoli, che vogliono conoscere i fatti, anche le disgrazie, tutte le magagne in cui vivono per potersi indignare, ribellare, denunciare, giudicare la classe dirigente del proprio paese sino a destituirla, se ritiene di doverlo fare. La democrazia, signor Bandelli, rumorosa. molto faticosa. un lavoro in pi per ogni cittadino, oltre il suo lavoro giornaliero. Il silenzio che lei desidera, cio quei giornali che evitano qualunque notizia allarmante, vagamente ottimistici quando non trionfalistici: oppure quei giornali bianchi, vuoti di notizie e di pensiero, corredati darticoletti esornativi, cronaca rosa, di cultura vagamente accademica e generica, quei giornali li pu trovare in Spagna; oppure, i giornali totalmente silenziosi li pu trovare in tutti i paesi socialisti. L non ci sono inflazioni, delitti, sequestri, l c il silenzio e lobbedienza. Insomma, il silenzio che lei tanto ama prima di mettersi al lavoro al mattino , in una sola parola, la dittatura. Oppure quei particolari momenti storici che preludono la dittatura. Se lei, come dice pi avanti nella sua lettera, sente di poter fare tranquillamente a meno della democrazia, anzi, la trova addirittura anacronistica e troppo rumorosa (gli italiani non hanno uniforme cultura nazionale per amministrare la democrazia, lei dice) allora agisca in favore di una dittatura. Sappia per che non cosa tranquilla, non un affare silenzioso. Perch altri la combatteranno, perch saranno molti di pi i delitti (quelli che lei chiama disgrazie) davanti ai quali non potr chiudere gli occhi. Lei commercialista: come li fa i bilanci? Ignorando i debiti? Bei bilanci verrebbero fuori. Un giornale serio, come qualunque ditta seria, deve dire crediti e debiti, e fare il bilancio. Se lei invece uno di quei commercialisti che vogliono leggere solo i crediti ignorando i debiti, padrone lei di fallire in tutta tranquillit. Evidentemente lei non marxista... scrive Federico Baldi, studente di sociologia. E mi fermo qui perch quellevidentemente fin troppo chiaro. Come dire: lei non marxista? Si vergogni!. Potrei risponderle che non sono e non desidero essere marxista in toto, ma sono marxista ogni volta che, per giudicare un particolare fenomeno, il marxismo diventa uno strumento di conoscenza utile. Le risponder per come Carlo Emilio Gadda, grande scrittore italiano di questo secolo (mi auguro che lei lo conosca), quando fu intervistato da Dacia Maraini. Domanda: Non le interessa Marx?. Risposta: Ho letto una prima parte del Capitale. E mi ha interessato. Ma io ho un controveleno

per Marx, se Marx si pu chiamare veleno, nei libri di Vilfredo Pareto. Lei pu scrivere che il mio desiderio di conoscere i vari punti di vista, mi ha condotto a una specie di enciclopedismo, forse riprovevole, ma nato dal desiderio sincero di sentire le varie campane. Anchio amo sentire le varie campane e non amo essere etichettato, e lei invece etichetta, come si usa oggi: lei un intellettuale? Dunque marxista. Se non lo , scandalo. Perch scandalo? Perch usa il proprio cervello o laltrui a seconda delle necessit? Eresia? Perch non si ficca dentro in un sistema di pensiero che, come molti sistemi di pensiero nella storia delluomo, ha i suoi torti e le sue ragioni? Perch, insomma, non obbedisce? Lei fa sociologia a Trento, facolt che scotta e che forse obbliga al marxismo come la sola chiave interpretativa del mondo. Se vuol disobbedire, come lei dice nella sua lettera, non si faccia prendere in trappola e disobbedisca: anche al marxismo quando il caso, ma soprattutto ai marxisti in toto, ai noiosissimi e di solito stupidi eccessi di zelo. Per esempio: avendo io citato Gadda, che cita Pareto, zelanti marxisti in toto direbbero subito: fascista, secondo lobbligo e lobbedienza dei pi, di quelli, appunto, che stabiliscono la seguente equazione: intellettuale uguale marxista. Che equazione di merito o di demerito a seconda dellottica, ma che pare debba essere un obbligo. E non , finch dura. Il mio articolo intitolato Il rimedio la povert, che riprendeva il concetto di risparmio, di umanistica ribellione alleccesso dei consumi, mi ha fatto arrivare molte lettere. Impossibile rispondere a tutti, in particolare a Giuseppe Conte di San Remo, che propone unalternativa esoticocatastrofica della societ capitalistica (citando Lao Tze), molto affascinante ma poco pratica. La sua lettera meriterebbe una risposta altrettanto lunga ma non forse in questa sede. Cos Silvio Pecetti di Perugia, Luigi Sovran di Milano e Michele Capoa di San Marino. Risponder alla signorina Erica Arosio di Milano, primo anno di filosofia, perch ritengo questa risposta la pi urgente. ... se lei considera la societ capitalistica cos come strutturata oggi scrive allora sono accettabili le considerazioni con cui lei conclude e cio il rimedio la povert. Ma la proposta di un limite di sviluppo ci obbliga a considerare unalternativa comunista, che , secondo me, lunica e inevitabile conseguenza per una risoluzione del problema. Mi domando dunque per quale motivo non abbia avuto il coraggio di condurre fino in fondo il suo discorso.... Per una semplicissima ragione, signorina, qui il coraggio non centra nulla. Perch non credo affatto che lalternativa comunista sia lunica. Anche lei, come Federico Baldi, pensa in termini assoluti (bianco e nero), cio secondo uno schema che potremmo chiamare pigro (non si offenda), cio uno schema che preclude una pluralit di alternative teoriche e pratiche. Il mio suggerimento alla povert non intendeva presentarsi come unalternativa assoluta ma, nella realt in cui si trova il nostro paese oggi, come un rimedio ideologico e politico ed economico, dunque pratico. Se tutte le famiglie italiane dicessero: Da domani si compra solo il minimo indispensabile per vivere. Da domani si va a piedi o in filobus. Da domani si tira la cinghia; e se domani questo veramente avvenisse, questa sarebbe una piccola rivoluzione ideologica, politica e pratica, che muterebbe molte cose in Italia. Lei pensa e scrive che un simile domani offerto solo da una alternativa comunista, in opposizione a quella capitalistica in cui viviamo. Non lo credo: prima di tutto perch le societ socialiste premono allinterno proprio in direzione opposta, cio verso sempre maggiori consumi. E poi perch soltanto chi ha pu ridurre: chi non ha, aspira ad avere. Infine, ed il senso pi intimo del mio discorso sul risparmio, la scelta alla povert deve essere libera e non coatta. Utopia, mi scrivono in molti, a cui rispondo: vedremo.

LA CARRIERA POLITICA

Ricevo una lettera molto strana per il suo umile pragmatismo, al tempo stesso candido e cinico, da uno studente di liceo classico a Urbino, Mario Vertecchi. Mi chiede come si fa carriera politica. Che gli piacerebbe, per ragioni di sicurezza professionale (sic) , fare carriera politica, non sapendo quale facolt scegliere dopo la maturit, essendo incerto, ed essendo incerte tutte le professioni, coi tempi che corrono . Secondo lui, lunica professione certa, in Italia, la carriera politica. Non essendo un politico, mi sono tornati in mente, di colpo, come il ricordo di un film, certi miei compagni di scuola che hanno fatto carriera politica e che oggi, a 45 anni, avranno il potere per naturale ricambio. Cercher di ricostruire la loro carriera politica come esempio, una carriera, si badi bene, che cominciata nel dopoguerra, dunque senza pericoli. Prima di tutto mi pare indispensabile voler fare carriera politica fin da giovanissimi. Mario Vertecchi quasi ai limiti det, ha ragione di preoccuparsi, o comincia subito o sar troppo tardi. Ai miei tempi, essendo nato in Veneto, il luogo politico da scegliere per i giovanissimi era la parrocchia. Anche la San Vincenzo de Paoli, societ benefica para-cattolica, era un buon inizio. Vedevo ragazzi della mia et (quindici anni nel 1945) trafficare con dei fagotti di roba vecchia o con certi buonipasta che andavano a dispensare nelle famiglie povere. Si frequentavano, frequentavano parrocchie e cappellani, o certi laici, simili a cappellani vestiti in borghese. Confabulavano, sorridevano, avevano (gi allora!) sempre una borsa di scuola in mano, con delle carte. Erano i deputati in nuce. Subito dopo la Liberazione, ebbe grande successo un giornale che si chiamava Luomo qualunque, i figli dei vecchi gerarchi fascisti en retraite lo leggevano molto e dicevano che era un bel giornale. Anche loro si riunivano, erano pieni di vergogna e di rabbia per aver perduto la partita e facevano molto fracasso. Mi pare manifestassero per Trieste italiana, proclamavano scioperi a scuola. Erano i missini. Alcuni, di qualche anno pi vecchi, erano stati nelle brigate nere. Ne ricordo uno che, verso la fine della guerra, entrava in classe nella sua divisa di brigata nera e, allappello, depositava la rivoltella sul banco, guardando serio il professore di greco. Lo fece andare anche in galera. Ricordo il partito dazione, fatto, in generale, di giovani piccolo-borghesi che erano i primi della classe, un po pi vecchi di noi. Alcuni erano stati in montagna, partigiani, alcuni vi morirono. Subito dopo la guerra avevano molto prestigio, ma non possedevano n la faccia, n le borse con le carte, e ricordo che sospettai subito, senza dirlo, che non avrebbero fatto molta carriera politica. Infatti, cogli anni, alcuni diventarono industriali, impiegati di banca, insegnanti. Poi cerano i comunisti, non molti. Un mio amico si iscrisse al partito comunista e voleva che anchio mi iscrivessi. Non ne avevo voglia: questo mio non iscrivermi a nessun partito mi procurava rampogne da tutte le parti, rampogne che seguitarono negli anni, e a cui mi sono abituato con pazienza. Il ricordo delle carriere politiche di quei tempi soprattutto legato alle sere: alla sera, nelle parrocchie, o in certe stanzette vicino alle parrocchie, o in sedi minime di partito, o in qualche angolo di caff, o nelle case di avvocati, molti si riunivano e parlavano e organizzavano come fare carriera politica. Io, allora, avevo la sensazione di essere cicala in mezzo alle formiche; sio cantavo, le formiche badavano allinverno. Era una sensazione giusta, perch quelli che si riunivano iniziavano cos la loro carriera politica. Pass qualche anno, il liceo. Quelli che alla sera si riunivano e avevano iniziato cos la loro carriera, continuavano a riunirsi. Non erano affatto amici, anzi, ma si riunivano, trafficavano, e in

quei pochi anni qualcosa mut. Non mi invitarono pi alle loro riunioni, erano diventati misteriosi, evasivi, come chi sa nei confronti di chi non sa; allora, infatti, non lo sapevo, ma quelle evasioni, quel cessare gli inviti, significava che i giochi erano fatti e le porte sbarrate. Il potere di domani era gi suddiviso, e non erano graditi estranei ai lavori. Io frequentavo un anziano anarchico, con due bellissime figlie dai capelli di fuoco, che si chiamavano Neva e Nevska. Era una bella famiglia, e l non si faceva nessuna carriera politica. In cosa consisteva il lavoro politico di quelli che si riunivano e avevano gi chiuse le porte? Mah!, facevano lavoretti, non so, ciclostile, imbucavano lettere, dattilografavano ai primi deputati, erano spesso a matrimoni e battesimi, qualche volta si vedevano in giro con i deputati (allora poveri): bevevano insieme dei cappuccini con una pasta, poco pi, ma in modo giulivo e caritatevole, infarinandosi il mento dalla contentezza. I comunisti erano cupi e minacciosi, ma per questo simpatici. Nel 1948 ebbi la sensazione che non avrebbero mai preso il potere, ma non lo dissi. Erano stati uomini di azione (allora) e non di amministrazione. I missini camminavano per la strada a testa alta, vergognandosi un po. Dei socialisti, che stavo quasi per dimenticare, ricordo il dipendente di un orologiaio, pi vecchio di noi. Aveva sempre la lente allocchio, perch riparava orologi. Ricordo che diceva reazionario e, subito dopo questa parola, rideva e diventava tutto rosso, non si sa bene se in modo cordiale o minaccioso. Quello ha fatto molta carriera politica, mi pare sia un capo dei sindacati. Un altro, destrema sinistra (per veniva dalla San Vincenzo de Paoli), era considerato da tutti (destra e sinistra) un genio politico. Parlava incessantemente, con una dialettica nevralgica, in qualunque momento del giorno o della notte. Io gli volevo molto bene, perch sentivo la sua fragilit, molti lo temevano. Non ha fatto nessuna carriera politica. Gli altri, invece, quelli che facevano i factotum, i fattorini, i portabagagli dei deputati, che a scuola erano degli asini incredibili, e non per distrazione, ma per nascita, quelli hanno fatto molta carriera politica. Alcuni non sono n deputati, n senatori, forse nessuno sa con esattezza cosa sono, ma so di certo che sono pi potenti di un deputato o di un senatore, e anche di un ministro. Girano a Roma intorno alla Democrazia Cristiana, non so in quali uffici. Ne ho visto qualcuno, mi saluta in modo giulivo e caritatevole. Franco Franchi, mio compagno di scuola, oggi un pezzo grosso del MSI. Mi pare fosse toscano, o fiorentino, dicevano di lui, allora, al liceo, che aveva parlantina. Lho rivisto a Roma anche lui, ha parlantina, ma meno. Chiss perch era ed missino, forse aveva uno zio fascista, ma non ne sono sicuro. Quello ha fatto carriera politica, ma ha cambiato hobby, ha un occhio pio, va a piedi, destate, a Roma, ed tutto imperlato di sudore. Quelli che volevano fare carriera politica e poi non lhanno fatta sono diventati acidi. Alcuni, a causa di questa acidit, sono addirittura morti. Tutti quelli che hanno fatto carriera politica venivano giudicati da noi ragazzi falsi. Cio non erano sinceri, nemmeno da ragazzi, n impetuosi, n disordinati e nemmeno sportivi. Erano evasivi, non passavano il compito, o lo passavano ad altri che poi hanno fatto carriera politica minore. Si sono sposati tutti molto presto, e abitavano in case grige, con mogli grige e figli grigi. In questo grigiore, le mogli li guardavano come dei geni, e lo erano, perch, infatti, hanno fatto carriera politica. Quelli che hanno fatto carriera politica, non si arrabbiavano mai, se si arrabbiavano non facevano a pugni, ma diventavano soltanto pallidi, pallidissimi, e basta. Nessuno di loro era quello che si dice: simpatico. Con gli anni, tutti quelli che hanno fatto carriera politica, e non sono morti per acidit, o non sono rimasti consiglieri comunali o regionali, sono andati avanti per mezzo di scatti, come in un qualunque ufficio statale. Hanno cominciato giovanissimi, dai mestieri pi umili, poi sono diventati impiegati di gruppo C, poi B, poi A, poi capi-ufficio, poi finalmente deputati o senatori, o segretari di ministri o ministri.

Nessuno di loro ha delle facce che si possano ricordare, n dice cose che si possano ricordare: non le dicevano allora, non le dicono oggi. Che io sappia, non hanno fatto mai altro mestiere che carriera politica. In nessuno di loro ho mai visto fantasia, idee, sentimenti particolarmente nobili, salvo la passione. Ma era una strana passione: era la passione per il posto di lavoro, non per il lavoro. Ora sono diventati potenti, dicono. Io, in quegli anni, avevo molta ammirazione per uomini come Einaudi, De Gasperi, Togliatti, li trovavo avventurosi e coraggiosi, tra Vaticano, Svizzera e Mosca. Avevano vissuto una vita politica. Questi qui, che ho descritto, hanno vissuto e vivono solo una carriera politica: stanno bene di salute, vanno in aereo, hanno facce lucide e certe cravatte e calzini, hanno la stessa borsa con le carte. Ecco tutto quello che so, giovane aspirante Mario Vertecchi, della carriera politica.

SCUOLA E TV

... Quale oggi la vera fonte di cultura per la maggioranza dei ragazzi italiani? La scuola o la Tv?.... Riassumo in questo breve interrogativo la lettera della signora Marcella Morucchio T., insegnante di lettere a Venezia. Sullo stesso argomento lavvocato Nicola Russo di Salerno mi scrive: ... Lei fa bene a condannare Carosello, ma esagera quando condanna in toto la televisione. Essa ha ed ha avuto in questi ultimi anni un grande valore pedagogico. Anzi, in certe zone di questo povero e disprezzato Sud, la televisione lunico strumento informativo e culturale di massa, per ricchi e poveri intendo dire. Per moltissimi prima non cera nulla. La televisione, in pi, stata un potente strumento di unificazione, anche psicologica, tra Nord e Sud. Se lei mi permette vorrei dire che essa mette in atto, per la prima volta, lunit nazionale. Ci che non sono riusciti a fare Garibaldi, i Savoia e la nuova repubblica, lo fa ora, in bene o in male non sta a me dirlo, il video. Senza sbarchi e senza guerre, uninvasione pacifica insomma.... Queste due lettere, che ho riunito di proposito, sono la domanda e la risposta. Ma, credo, c da aggiungere qualche cosa. Dunque: la signora Morucchio parla anche di cultura umanistica, e che cosa intende per cultura umanistica? Non tanto, credo, la cultura a misura delluomo, che andata perduta da un bel po, quanto quella particolare cultura di base come si diceva un tempo, da cui uno scolaro italiano dovrebbe partire, per specializzarsi in seguito, ma senza mai dimenticarla come punto di partenza. Cio una disciplina razionale, storica e linguistica, della realt. Il signor Russo invece, che ha avuto sottocchio il Sud e lanalfabetismo (che , a suo modo anche quello, cultura umanistica), considera di base e magari anche umanistica la cultura nata dallavvento della televisione in Italia. Va anzi pi in l e giudica la cultura televisiva (tutta) una invasione benefica, un rullo compressore rigenerativo, solo reale viatico dellunit dItalia. Giudica Rischiatutto istruttivo comunque, e Canzonissima una specie di sagra nazionale a puntate in cui la lotteria, il denaro in palio, serva da pungolo culturale dato il carattere pratico degli italiani. La signora Morucchio mi chiede quali libri deve far leggere ai suoi figli, restii alla lettura. Rispondo: nulla. Vede, signora, se i suoi figli hanno tanta ripugnanza per la lettura (la cultura umanistica non si forma anche con la lettura?), non c niente da fare. Non basta lautorit dei genitori, n quella scolastica, n quella politica. Occorre una autorit reale e attuale, che li affascini e li faccia sentire dentro il loro tempo. Forse pi tardi, quando saranno gi uomini, capiter loro, per caso, di leggere qualche libro che li interesser e forse li emozioner. Per il momento essi sono imprigionati fra due scuole: una ancora umanistica ma estemporanea (il liceo) che li annoia con i suoi programmi decrepiti e soprattutto con la sua inattualit: e unaltra non umanistica (la televisione) che li affascina con i suoi programmi-fantasma, tutti attuali, Carosello compreso. La prima scuola si occupa delluomo e pure nella sua decrepitudine insegna un lavoro difficile: quello della ragione e della fantasia. La seconda si occupa dellimmagine delluomo e, nel suo attualismo, insegna una materia di tutto riposo: lobbedienza e limitazione. Le due scuole non si integrano affatto. La scuola per cos dire classica, tradizionale, nasce lontano e si sviluppa in societ che non avevano previsto il consumo di tutto, la televisione nasce invece proprio come scuola di consumo di tutto. Aggiunga che, proprio come scuola, la televisione insegna a guardare (non a vedere), mentre la scuola di Stato insegna a leggere e a scrivere (cio a pensare, a scegliere), esercizio lento, molto pi lento e faticoso che guardare. Si figuri con quale animo

oppresso di noia e di irrealt i ragazzi (che, come dice lei, stanno tutto il giorno davanti al video) si apprestano a leggere la Divina Commedia o Parini, o Alfieri, o Manzoni, o Carducci, o Pascoli, o chiunque altro che sia esclusivamente da leggere. Come si possono guardare questi autori? Anche se i ragazzi impiegassero tutta la loro buona volont (essendo gi dei televisivi cronici), che cosa possono dire loro questi poeti e scrittori del passato, tra laltro di lettura ogni anno pi difficile e, occorre dirlo, inattuale? I ragazzi hanno imparato a parlare davanti al video, usando quella lingua (didascalica, cio in sottordine rispetto allimmagine); la scrittura la usano poco ed esclusivamente a scuola, dunque devono decifrare, non semplicemente leggere. Nel frattempo la seconda scuola agisce e crea nei ragazzi una profonda dissociazione. La dissociazione tra cronaca e storia, tra ci che appare e ci che . In altre parole, per essere meno filosofici, i ragazzi sentono che la scuola di Stato nel suo complesso umanistico parla una lingua che non si parla pi. Automaticamente questo sentimento fa s che lautorit che fu della scuola di Stato passi nelle mani della televisione. Non colpa della televisione come mezzo se essa emana unattrazione irresistibile per i ragazzi (e per i grandi, per tutti). Il mezzo non mai colpevole: semplicemente fatale, si sviluppa e si modifica seguendo gli sviluppi (fatali) della storia delluomo. I bambini di oggi formano la loro prima cultura di base davanti al televisore. Praticamente hanno gi guardato tutto il mondo (senza vederlo) a pochi anni. Poi vanno a scuola, alle medie, al liceo. Qui cominciano i guai: a mano a mano che la cultura cosiddetta umanistica si sovrappone a quella di base (televisiva) comincia la dissociazione e il fastidio. Lo scolaro ha la sensazione di precipitare in un mare di irrealt, di personaggi, luoghi, situazioni che non riconosce nel mondo che guarda alla televisione e che, di contro, non visualizza attraverso la parola scritta per mancanza di allenamento. Sono due lingue diverse. Lo scolaro costretto a fare un salto indietro nel tempo, quando il nostro paese aveva come strumenti informativi ed espressivi esclusivamente la lingua parlata o la lingua scritta. Gi lo scolaro di allora, quando andava a scuola, doveva lasciar fuori dalla porta la lingua parlata (il dialetto della sua regione) per adattarsi a parlare in italiano. Figuriamoci oggi che deve lasciar fuori dalla porta la sua cultura di base (i dialetti non si parlano pi), quella che gli ha fatto aprire gli occhi sul mondo. Del resto questa dissociazione, questa frattura cos sentita dai ragazzi a scuola la frattura stessa dellItalia. Da una parte le testimonianze e le immagini di un vecchissimo passato (lItalia monumentale, storica e agricola), dallaltra un no mans land senza storia: lItalia della speculazione edilizia, delle piccole e grandi industrie, delle autostrade allamericana, dei motels, dei snacks. Che cosa ha a che fare tutto questo con la cultura umanistica che si insegna a scuola? Non siamo in America, dove non c cultura umanistica che affonda nel passato, e dove il paesaggio e la realt giornaliera coincidono perfettamente con la cultura americana. Questa frattura italiana per il momento insanabile nonostante il velocissimo processo di integrazione in corso. Fino a quando la vecchia Italia, museificata, mummificata (o distrutta, che lo stesso) avr cessato di esistere come corpo vivo. Asettici e convenzionalmente italiani e mediterranei, i nuovi scolari del futuro potranno, ma solo allora e facoltativamente, come si fa nei tours, scegliere brevi diramazioni interessanti in quella che lei, signora Morucchio, chiama la cultura umanistica. Che sar affidata a degli chaperons, a degli ex mandarini nelle cui mani, del resto, sempre stata. I figli dei suoi figli, cara signora, che non saranno obbligati a leggere pi nessun libro, tireranno un sospiro di sollievo; e forse, da quel momento e per curiosit turistica, cominceranno a leggerli.

LE FACCE DEI POLITICI

Il signor Alberto Melli di Modena mi scrive, in risposta al mio ultimo articolo (Scuola e Tv, 28 luglio 1974) lodando, anche lui, la funzione pedagogica della televisione ... salvo per una cosa: per la vanit dei politici che vi vogliono apparire a tutti i costi. Gli uomini politici non dovrebbero apparire in televisione, essi rappresentano o dovrebbero rappresentare delle idee, dei programmi e questi non hanno un volto.... Come non hanno un volto? Hanno proprio il volto dei loro rappresentanti: anzi, per meglio dire sono i loro rappresentanti e se la televisione svolge un compito pedagogico (involontario) proprio quello di esporre allesame di tutti i volti degli uomini politici. Nel mio articolo precedente dicevo che, essendo il nostro paese molto vecchio permangono in molti suoi abitanti e nonostante il velocissimo processo di integrazione in corso che rende uguale ogni apparenza, alcuni frammenti di cultura umanistica: cio autoctona, locale. Questi frantumi non si trovano n si apprendono nelle scuole classiche bens stanno nascosti in una specie di sacca culturale, pre-storica e pre-politica, che ci portiamo dietro dal nostro passato agricolo, popolare, paesano e cattolico. Questi frammenti si trovano nei contadini, quelli che ancora ci sono, negli operai (che furono contadini), in certa aristocrazia decaduta e in certa media borghesia del Sud, che la sa lunga. Per fare un brevissimo esempio, anche la mafia , a suo modo, uno di questi frammenti. Essi sono scomparsi completamente nella nuova borghesia imprenditoriale, piccola e grande, specialmente nel Nord, che ha fuso le sue origini nella fornace produttiva e si culturalmente rasa al suolo per sua stessa volont. E va scomparendo molto rapidamente nella nuova societ italiana, tutta, malata di una malattia americana: il pragmatismo. Ma nei contadini o negli ex contadini di tutta Italia questi frammenti esistono ancora. Tra di essi agisce, come stimolo culturale primario, la lettura delle facce. La prima fonte di informazioni per un contadino di fronte a un estraneo (straniero alla famiglia, al paese, alla regione) la faccia. Quando si diceva diffidenza contadina nei confronti di estranei, in realt si diceva cultura contadina. E, pure in questi anni di dittatura culturale televisiva, molta parte degli italiani guardando alla televisione la faccia di un politico non dice: quello potente, dunque ha una bella faccia, come vorrebbe il pragmatismo in atto, dice invece: di quella faccia mi fido o non mi fido. E questo, caro signor Melli, importantissimo giudizio e culturale e politico. La sera del 10 maggio 1974, a quarantottore dal referendum, sul video sono sfilati i volti di alcuni uomini politici. stato, per chi lha visto, uno spettacolo notevole. In quellora di trasmissione molti italiani sono stati spinti a decidere pi che da settimane di propaganda. Chi li ha spinti? Li ha spinti quel poco che rimaneva loro di cultura contadina. Le parole non contavano molto, n gli argomenti, gi noti, e poi le parole volano specialmente quelle politiche ma le facce restano. La faccia seria, borghese, massiccia di Tanassi, la sua calma sicurezza borghese daltri tempi, da medico di famiglia, ha detto molto alla cultura contadina. E cos la sincera foga del deputato liberale. Gabrio Lombardi con lesposizione della sua faccia ha voluto la sua sconfitta: la faccia era troppo severa e troppo straniera. E Andreotti (apparso poco prima al Telegiornale, in un comizio) ha collaborato moltissimo non con la sua faccia ma con le sue parole violente cos avulse da quella faccia, alla sconfitta (altrui). Ma i tre veri protagonisti di quel dfil di eccezione sono stati Fanfani, Almirante e Berlinguer.

Fanfani, in quelloccasione, attenuava la sua faccia. Forse attenuava di proposito per far apparire saggi e riflessivi gli argomenti del s. E anche le parole, il timbro della voce erano attenuati, saggi e riflessivi. Senonch argomenti e timbro della voce parevano non udirsi e si vedeva solo la sua faccia attenuata. Anzich apparire saggi e riflessivi, per cos dire garantiti dalla faccia anziana di professore e di nonno buono e un po severo, i suoni sono risultati alla cultura contadina di molti spettatori semplicemente deboli, irreali, infidi e perdenti. Fanfani non poteva attenuare anche il suo sguardo duro, niente affatto anziano e prepotente. Quello sguardo non era saggio e riflessivo, quello sguardo diceva: Voi dovete votare s, avete capito?. Le parole pacate, il tono e certe sibilanti vagamente ecclesiastiche, lattitudine seria, in riposo, dei muscoli facciali, dicevano invece: Abbiate fiducia nel mio consiglio, il consiglio di un vecchio pap: votate s. Questa breve analisi fisiognomica lha fatta molta cultura contadina. E la cultura contadina ha detto a se stessa: C qualcosa che non va, fai attenzione. Evidentemente qualcosa non andava e non andato. Almirante: ha compiuto due imperdonabili gaffes politiche per troppa vanit e troppo zelo demagogico. Il tono, tutto il tono del suo discorso era volutamente neutro e signorile come chi dice: Ormai tutto perduto per lItalia, questa lultima carta, votate s. Ma chi deve dire queste cose non pu e non le deve dire in tono neutro e signorile perch con il tono neutro e signorile si ottengono risultati neutri e signorili, cio nessuna passione e nessun convincimento, solo una presunta constatazione di negativit totale, che non esisteva nel nostro paese a causa della legge sul divorzio, e che risultata negativa solo per lui. La seconda gaffe stata quella di nobilitare il tono neutro e signorile con lapostrofe, pi volte ripetuta, a refrain, di italiane e italiani, che avrebbe dovuto ottenere il richiamo alla patria e alla famiglia. Non lha ottenuto, in primo luogo perch una simile apostrofe non si addice a toni neutri e negativi, bens a toni caldi e positivi, e poi perch non si sposava con una faccia, anche la sua, senza muscoli. La cultura contadina che conosce i muscoli facciali nel bene e nel male, nella bont e nella malvagit, lo ha giudicato fiacco, non convincente, in una parola uno che perde. La faccia di Berlinguer, e soprattutto una sua vera, sincera, infantile e straordinaria gag, bisogna pur dirlo, ha impressionato. In questi ultimi tempi, dopo il referendum (anche qui sarebbe utile unanalisi facciale del perch), la faccia di Berlinguer mutata, si fatta pi languida, pallida, un po cadente e come incipriata sotto le lunghe ciglia nere: i tratti aristocratici hanno prevalso su quelli popolari e regionali e in certe sue ultimissime fotografie ha delle stanchezze di dama in nero. Ma quella sera del 10 di maggio la faccia di Berlinguer era quella di un conte-pastore sardo (quale maggiore impasto di cultura contadina?) giovane, timido, pieno di lenta e contratta ma inesorabile passione civile, non soltanto politica: insomma, in una parola, di onest. La grande gag stata quella, alla fine del discorso, di alzare una mano, mostrare agli spettatori un facsimile di scheda e di tracciare, timidamente, stando bene attento che lo spettatore vedesse, che cosa doveva votare. Semplice gesto popolare, che insegnava, che suggeriva senza imporre, di giovane e umile maestrino di scuola. Strappava lapplauso. E la cultura contadina del nostro paese, tra cui molta cattolica, si fidata. Di lui, della sua faccia, non del PCI. La trasmissione che ho descritto stato il caso di una lettura pubblica di facce pubbliche, e nemmeno in una grande occasione politica. Ma tutta la nostra vita seminata di facce, politiche e non politiche, che dobbiamo leggere. E di altre facce pubblicitarie, con cui hanno a che fare i nostri conti. Sono le facce di Carosello, le facce inesistenti che insidiano la nostra ultima cultura contadina con la loro simmetrica, sorridente e felice inespressivit. Le facce, appunto, del pragmatismo che dice:

Quella bella ragazza sorride? Vuol dire che felice grazie al suo shampoo. Anchio voglio essere felice. La vecchia cultura contadina italiana direbbe invece: Io non la conosco, e se mi imbroglia? mettendo in moto le antiche, peninsulari difese. Ma ormai non lo dice pi, si fida, cascata nella trappola, ed cos che il borgo diventa colonia.

VIVERE LA VITA DELLITALIA DEI PI

Alcuni lettori snob, alcuni lettori politici (cio gente che fiuta le arie), alcuni lettori furbi che ritengono, chiss perch, di far parte di una lite di lettori (come se il Corriere della Sera non fosse di tutti i lettori) mi rimproverano sotto sotto, senza dirlo direttamente, questa mia rubrica. Non la prima volta. Mi rimproverano, senza dirlo (eppure essi si credono democratici, e progressisti), che con gli altri lettori, con la massa anonima, non si dialoga. I discorsi si fanno tra di noi, delllite, e gli altri devono star fuori dalla porta come giusto. Dicono, senza dirlo: tu, scrittore aristocratico, per pochi, fatto per la poesia, non devi mischiarti alla realt, cos limacciosa, fino al punto di stabilire un tu per tu con i lettori anonimi, quelli che salgono e scendono dagli autobus: devi cadere dallalto, da unalta cattedra poetica, da una specie di Olimpo dove, naturalmente, anche noi siamo di casa e andiamo e veniamo. C chi comanda e chi obbedisce, la democrazia bene averla sempre sulle labbra, ma mai applicarla, riserva cattive sorprese. Naturalmente noi e tu siamo tra coloro che comandano (perch poi?) e gli altri, i pi, obbediscono. Cos deve essere. Infatti siamo noi ad innalzare e precipitare le mode, siamo noi che decidiamo cosa bello, cosa importante, cosa bisogna fare. A distanza di tempo quel bello, quellimportante, quello che bisogna fare sar imitato dalla massa: proprio nel momento in cui noi lavremo abbandonato e fatto scendere nel cheap, nellordinario, cio in roba di massa che va bene per la massa. Questo, in sostanza, quello che sotto sotto e senza dirlo mi rimproverano gli snob. Essi non scrivono lettere, ma fanno sapere, e non desiderano risposta e dialogo in un giornale, bens in un terreno apartheid, quello delllite a cui credono di appartenere. Io invece risponder loro sul giornale perch non li ritengo affatto lite, cio diversi da tutti gli altri lettori, e dunque non mi pare il caso di far tante preferenze. Risponder loro, ma in modo che sentano tutti gli altri lettori, quelli che non sono snob, non sono furbi, non sono politici, che ritengo questa rubrica utile a me stesso e agli altri per le seguenti ragioni: 1. Perch credo profondamente e dolorosamente nella democrazia in Italia, cio nel grado di maturazione di tutti i cittadini italiani per un discorso pubblico (come pubblico un giornale). E credo nella pedagogia insieme alla democrazia, perch non possibile luna senza laltra. Alla democrazia in Italia credo con la ragione, per carattere e per nascita. Alla pedagogia credo con il cuore. Quando, come piace agli snob, scrivo un romanzo o un racconto e, secondo il loro modo di esprimersi faccio della poesia, io non penso mai soltanto a loro. Non penso nemmeno agli altri, ai pi. Penso semplicemente a tutti, a cui, teoricamente, mi rivolgo. Quei tutti li penso simili a me (anche se non sono) o tali da provare simpatia per loro o loro simpatia per quello che scrivo. Non mi mai passato per la testa di avere un pubblico preciso, individuabile, da cui qualcuno sia escluso. Teoricamente ogni persona che sappia leggere deve capire quello che scrivo. Lo deve capire perch ritengo di scrivere in modo semplice e chiaro, anche quando devo esprimere qualcosa che nella sua essenza oscuro. Il mio lavoro quando mi trovo di fronte a qualcosa di complesso e di oscuro questo: spiegare e descrivere in modo semplice e chiaro qualcosa che (non c niente da fare) spesso complesso e oscuro. Evito sempre le parole difficili o di uso ristretto, o transeunti, come quelle che durano soltanto una breve stagione e poi c da vergognarsi di averle pronunciate. Le evito sia perch mi sono antipatiche sia perch, essendo difficili, non sono parole democratiche e dunque sono contrarie a ci in cui credo.

I lettori stiano in guardia da coloro che usano parole difficili, perch sono persone che vogliono far credere di sapere cose che gli altri non possono sapere: chiunque siano, da qualunque parte stiano, la loro natura infida. Linterminabile pas de chle che i nostri governanti ballano da trentanni con le parole mi odioso. Esso un segno stilistico tipicamente antidemocratico, ha lo stesso stile del loro potere, un altro pas de chle che essi danzano ininterrottamente da trentanni scambiandosi le maggiori responsabilit verso il paese come le dame. E tuttavia questa loro danza di fantasmi non ha alcuna importanza perch la democrazia cammina per la sua strada. Gli uomini di potere che danzano sono ormai vecchi e i loro polpacci sono stanchi del ballo ma la democrazia italiana per se stessa giovane e non tiene conto del ballo dei vecchi. per questo che io continuo a scrivere la mia rubrica, a ricevere e a rispondere alle lettere dei lettori. Quelli snob mi rimproverano perch essi fanno parte di unaltra societ, quella oligarchica del pas de chle. Ce ne sono molti di sinistra, tra gli snob, perch anche la sinistra italiana, quella oligarchica e antidemocratica, ha i suoi pas de chle, le sue parole difficili, i suoi comportamenti apartheid: basterebbe guardare la nuova Biennale. Vuol dire che una sinistra molto vecchia, stanca dei suoi balli. Stranamente per, e questo lo so dalle lettere che ricevo, lItalia che appare come un paese decrepito dominato da opposte schiere di don Abbondi che si esprimono al latinorum, al tempo stesso un paese giovanissimo e perfino esotico, da illuministi. Ecco perch tanto necessaria la pedagogia, che non si chiama demagogia. I giovanissimi sono tutti coloro (giovani e vecchi) che stanno fuori dalle danze, cio dal potere. La mia rubrica per quelli, non per i politici, i furbi e gli snob. 2. Ritengo utile questa rubrica agli altri. Quando dico altri, intendo, teoricamente si capisce, tutti gli italiani che leggono giornali. Alcuni di questi italiani mi scrivono lettere a cui, molto spesso, sono felice di rispondere perch essi pensano che io debba rispondere e cos si stabilisce un dialogo democratico. Il momento storico che noi viviamo, il trapasso cio da unItalia sottoposta a un potere oligarchico a unItalia democratica (ma non ancora avvenuto) ha bisogno non di uomini (e di lettori) politici, furbi, snob, ma di persone semplici, che scrivono semplicemente stabilendo cos con molta semplicit un piccolo esercizio di democrazia. Queste persone semplici (e non sempliciotte) sono coloro che credono nella democrazia. I lettori che scrivono desiderano parlare di cose pubbliche anche con uno scrittore (che non ha nessun potere) perch sanno che il potere antidemocratico, si esprime con parole difficilissime e non ha con loro nessun dialogo. Insomma tra il potere e gli italiani non c oggi nessuna simpatia. Cos i politici, i furbi, gli snob, non pensino, come pensano e dicono, senza dirlo, che io sono dei loro, e devo parlare soltanto con loro e con il loro linguaggio. Perch io non sono dei loro, non parlo affatto il loro linguaggio e anzi mi irrito e mi annoio e so, proprio per queste ragioni di linguaggio, cio per ragioni stilistiche, che essi sono alla fine. Io invece amo stare con laltra parte di italiani che parlano e scrivono un linguaggio intriso dellhabitat stilistico della loro regione. 3. Ritengo utile questa rubrica a me stesso perch uno scrittore deve scrivere; e quando non scrive poesia ufficiale, deve scrivere lo stesso. E deve essere a contatto e vivere la vita del suo paese e dei suoi abitanti. Anche ricevendo lettere e rispondendo a queste lettere in un giornale nazionale. Infine, essendo uno scrittore italiano amo il mio paese e anche la mia lingua che non nata per essere difficile, ma volgare, come si chiam in quel tempo, quando nacque. Questo mio paese lItalia molto bella dei pi, non il meschinissimo paese dei meno: quello dei meno un paese dove non si nasce, non si mangia, non si ama, non si vive e non si fa nessuna cultura. Dove non si respira nemmeno laria, perch prima bisogna fiutare le arie che tirano e solo dopo si respira. Questo non il mio paese: il mio paese lItalia piena di calore animale, quella ignorata dai poveri snob, dove

mi piace vivere e scrivere.

LITALIA DEI LOTTI

La difesa dellambiente un tema sul quale, da un anno a questa parte, ho ricevuto un certo numero di lettere: non ho mai risposto perch mi parso corretto (e come si vedr, non soltanto corretto) lasciare la risposta ad altri, per cos dire agli specialisti. Prima fra tutti Italia Nostra, poi Alfredo Todisco e Antonio Cederna che dalle colonne di questo giornale si battono con non minore passione di Giorgio Bassani. Inoltre non ho mai risposto perch sono profondamente convinto che la difesa dellambiente , nel nostro paese, causa persa. Non nego, anzi so, che qualche risultato stato ottenuto; ma solo provvisoriamente. E la difesa dellambiente non questione provvisoria, ma appartiene soprattutto al futuro. E nel futuro (immediato) quel provvisoriamente scomparir e lazione devastatrice continuer per una ragione importantissima: che gli interessi politici legati al prestigio dellecologia sono troppo deboli rispetto agli interessi politici che, a fatti, sono contrari allecologia. La causa dunque, a mio avviso, rimane persa e il paesaggio italiano continuer a mutare, a corrompersi, a degradare inesorabilmente sotto la spinta pi forte che esista al mondo e che non so come chiamare se non la forza delle cose. Questa volta per rispondo. Al signor Franco Framarin, soprintendente del parco nazionale del Gran Paradiso, che mi scrive da Torino. Il signor Framarin mi scrive soprattutto come concittadino (entrambi siamo nati a Vicenza) in difesa delle prealpi vicentine (Altopiano di Asiago, Pasubio, Verena, Cima Dodici, Ortigara...) che stanno anchesse crollando sotto la forza delle cose della speculazione edilizia. La sua lettera piena di dati italianamente credibilissimi, come questo: ... Dopo aver facilmente convinto gli amministratori di Roana, uno dei sette Comuni paese che per non trarr dalla operazione alcun vantaggio, perch il nuovo insediamento turistico sorger a 8 km dopo aver ottenuto le necessarie protezioni politiche, questo gruppo di. stimati professionisti vicentini e padovani, unicamente alla ricerca di un investimento dei loro sudati guadagni, ha deciso e ottenuto di costruire nel cuore del Verena-Campolongo la pi ricca ed integra ecologicamente di tutte le montagne che ho nominato sopra un hotel con piscina coperta e shopping center di 10.000 metri cubi.... Il signor Framarin cos conclude la sua lettera: ... spenda per favore qualche sua parola per queste montagne. I dati che ho scritto sono certissimi. bene che voi intellettuali dibattiate problemi generali e difendiate i grandi princpi. Ma il mondo fatto anche, meglio anzitutto, di rocce, di boschi, di animali selvatici. Di queste rocce, di questi boschi, di questi animali. Finiti questi non ce ne saranno altri. Perch rispondo proprio al signor Framarin e non ad altri che mi hanno scritto sullo stesso argomento? Perch egli scrive a me come concittadino, e dunque particolarmente affezionato a quei paesaggi, a quelle montagne. Ecco la mia risposta. Io non ricordo pi quei paesaggi e quelle montagne, signor Framarin, io se potessi difenderei lintera Italia perch spero sempre nella sua unit, ma non posso andare contro la forza delle cose. N ricordo pi la citt dove sono nato, se non a vaghe luci, come in un sogno. Se ci torno fatico a ritrovare le vie. N ricordo pi lItalia di venti-trentanni fa. E la colpa non mia, ma della forza delle cose (la storia) che ha mutato profondamente il volto del nostro paese. Non ricordo e non voglio ricordare, per molte ragioni, conscie e subconscie. Prima fra tutte perch lItalia di trentanni fa lontana, lontanissima, in tutti i suoi aspetti, politici, culturali, linguistici, fonici, agricoli, non soltanto paesaggistici; poi non la ricordo pi perch non voglio ricordare la mia giovinezza, perch

essa non c pi, scomparsa insieme a tutti quegli aspetti detti or ora; poi non la voglio ricordare (se non in letteratura, per testimonianza) perch, la realt del nostro paese essendo profondamente mutata, sento la necessit di vivere oggi e non ieri; ancora non la voglio ricordare perch la conservazione del ricordo (come la conservazione delle cose) un dato al tempo stesso statico e regressivo che, in modo assolutamente certo, viene travolto dalla realt contingente di oggi, quella in cui, lo vogliamo o no, siamo ancora impegnati a vivere. Infine non la voglio ricordare, non voglio ricordare quei monti e quei boschi nella loro integrit, perch essi, nella realt di oggi, lhanno perduta. Le speculazioni edilizie avvengono e cos la degradazione dellItalia di ieri. Ho detto degradazione che implica un giudizio di ieri, avrei dovuto dire mutamento che un giudizio di oggi. Le cose mutano, per la forza delle cose, e non soltanto degli uomini, non c niente da fare. La splendente villa palladiana La Malcontenta, ai bordi della laguna, tornata gloriosamente di propriet del mio amico conte Antonio Foscari, un bizzarro fantasma circondato dai fumi e nebbie e sbarramenti di ciminiere e depositi di carburante di Marghera. Potrebbe tranquillamente scomparire, perch la sua alta essenza andata perduta; al contrario, lessenza dei depositi di carburante, i fumi e le nebbie tossiche, vivono e si espandono. Inoltre, e questo il concetto fondamentale della mia risposta, lItalia non vuole pi essere lItalia. Gli italiani (parlo della grandissima maggioranza) non vogliono pi essere italiani. Se ne fregano dei monumenti, dei musei, di San Pietro, della Chiesa cattolica, dei Palazzi Pitti e Uffizi; ci mandano i loro figli con la scuola, ma se ne fregano e se ne fregheranno i loro figli quando sar il momento. Gli italiani non vogliono pi essere italiani perch vogliono essere ancora meno che regionali (che tempismo regressivo le regioni!), vogliono essere paesani, pais, perch lunit dItalia, che del resto non c mai stata, oggi c meno che mai. Oggi lItalia spezzata non in staterelli, ma in lotti, in piccole, piccolissime propriet private a cui gli italiani, nel loro povero animo e nel loro povero corpo privi di Stato, tengono in modo fanatico. Per gli italiani di oggi, non di ieri, signor Framarin, lItalia il lotto, il proprio terreno, la propria villetta, il proprio bicamere e servizi, costruiti da geometri o finti architetti secondo i propri gusti e soprattutto in materiali pressoch eterni come il cemento armato che diano a quei poveri corpi e a quelle povere anime senza Stato lillusione di averne uno, indistruttibile. Se potessero costruirsi un bunker, con fabbrichetta accanto e un proprio esercito personale, lo farebbero. Il perch troppo lungo da spiegare in questa rubrica, fondamentalmente va ricercato nellassenza non soltanto dello Stato ma dellidea dello Stato (che fa lo Stato), che non gli mai stata insegnata, che non hanno mai amata, che ostica al loro cervello e al loro cuore, e in cui non credono. I fanti del 15-18 sono quasi tutti morti o sono molto vecchi, signor Framarin, e sono stati gli ultimi a credere di amare lidea di uno Stato italiano. Non so cosa succeder dei figli degli italiani di oggi, quelli del lotto. Probabilmente una parte tender a difendere coi denti il lotto, per il quale darebbe cento Palazzi Pitti e lintera flora del paese. Negli Stati Uniti, paese senza Colossei, tutto ci fragile e affascinante: citt si formano nei deserti di pietra da assembramenti di carovane nellArizona, nel Nevada: appaiono e scompaiono nel giro di pochi anni. Eppure in queste citt che vanno e vengono come fantasmi su un pianeta, c lidea dello Stato americano che si consuma, si rinnova, si consuma. Da noi si parla tanto di consumo (anchio ne parlo) ma quelle villette, quei bunker, sono destinati a durare pi di qualunque villa palladiana, tenuto conto di come gestito il patrimonio artistico nazionale. E il fatto che sia gestito cos non soltanto colpa degli uomini, dei responsabili, di quegli ometti vestiti di cartone grigio o cartone blu, con villetta, con bunker, con cani, che vengono chiamati chiss perch i governanti. La

colpa non soltanto di questi ometti italiani di oggi, che stanno alla pari col loro tempo e devono pur tirare avanti, ma la colpa, se si pu parlare di colpa, della forza delle cose che emana, tutta intera e potente, da un intero paese, dal suo paesaggio interiore che lo specchio di quello esteriore, che lei deplora. Come posso io a questo punto, signor Framarin, spendere qualche parola per queste montagne?

RAGIONE INTIMA E RAGIONE PUBBLICA

Dedico questo articolo (e non questa puntata di rubrica) agli ipotetici lettori perch sono costretto ancora una volta a chiedere ai lettori quella collaborazione che fino ad oggi non danno e che costituisce, o meglio ha costituito, pi di un anno fa, la ragione di questa rubrica. Ragione intima, per uno scrittore, e ragione pubblica per una idea di democrazia in cui lo stesso scrittore crede. Purtroppo, devo confessare con candore che i lettori che mi scrivono, se sono molti ogni settimana, di collaborazione non ne danno alcuna, o molto poca. Le lettere fin qui pubblicate da me sono state scelte tra centinaia di cui mi stato impossibile fare uso. La ragione semplice: la grande maggioranza dei lettori che mi scrivono o lodano il gi scritto (cosa gentile, gentilissima, ma inutile) e per ragioni di discrezione non si possono pubblicare le lodi, o polemizzano sul gi scritto con lettere di solito lunghissime, altrettanto impubblicabili. Primo, perch non si pu ripetere un argomento se non in casi eccezionali; secondo, perch le confutazioni assumono laspetto di un litigio su punti di vista viscerali e inconciliabili, insomma quei litigi che potrebbero andare avanti allinfinito. Candidamente confesso che, spesso, mi trovo con molte lettere in mano ma senza nessun argomento. Allora qualche domenica salto questa rubrica perch il mio sentimento e la mia ragione non sono stati sollecitati in nessun modo dai lettori, come a una cena con molti invitati dove ci si annoia a morte. Ogni volta ne sono profondamente dispiaciuto. Sono dispiaciuto che questa rubrica, anzich essere e risultare una conversazione a pi voci, che sono le voci nate dal diritto e dalluso della democrazia, sia costretta a diventare un monologo, cio lo specchio non del sentimento e della ragione dei lettori, una sorta di agor ideale, bens lo specchio del sentimento e della ragione miei personali in una agor deserta. Forse ha ragione il mio amico Cesare Garboli quando mi dice: Tu rincorri il sogno di una societ italiana che non c, e allora la inventi; forse sono veramente cos candido, cos socialmente ingenuo, da continuare a sperare, insieme al sogno inattuato di uno Stato italiano, la formazione in progress di una nuova societ che lo formi e lo plasmi o che, una volta formato e plasmato, lo viva. Forse la mia natura pedagogica e fantastica cos forte da immaginare interlocutori che non esistono, appunto ipotetici. O forse, semplicemente e disperatamente, una societ italiana non c: avendo perduto la borghesia ogni forza e cultura e pensiero, e non avendoli ancora acquistati, nella loro timida ascesa, le masse. Mi si obietter: c la politica, che tutto. Rispondo: ci sono gli uomini, le persone che fanno la politica. Ma se entrambe, e borghesia e masse, per ragioni opposte hanno perduto o voluto perdere la voce della loro persona (cio della loro forza, cultura e pensiero), allora, semplicemente, vincer una voce ancora pi forte. Qualche volta, tuttavia, accade il miracolo. Allora, se lo spazio lo consente, pubblico anche per intero una lettera, molto contento di pubblicarla al posto di quanto dovrei scrivere io in risposta. La natura al tempo stesso pedagogica e fantastica che ha immaginato questa rubrica tendeva, sempre a partire da una idea dello Stato e da una idea della societ italiana, a mettere in moto nei lettori un sentimento ed una ragione autonomi, autonomi dai miei, che portassero notizie a me: in sostanza avrei dovuto fare (sempre secondo lidea di una societ) lo smistatore di tali sentimenti e di tale ragione per cos dire pubblici, cio, in qualche modo statali. Invece niente sentimento e niente ragione autonomi, se non sollecitati da quanto gi scritto, quindi niente societ, quindi nessun avallo dellidea dello Stato. Le lettere sono sempre quelle, di lode o di polemica, la polemica sempre troppo lunga, confusa e faziosa, insomma il solito tirare lacqua al mulino della propria familiare e

personale e meschina economia. Non dico che questi argomenti non siano importanti, dico che questi argomenti (difesa od attacco di privilegi economici, e basta) non sono la totalit degli argomenti, insomma non sono la vita tout court. Se il mio candore grande, non sono per cos candido da non vedere chiaramente in queste lettere un perfetto esempio di lotta di classe. Ma lo sono, purtroppo, soltanto in superficie, e si potrebbero riassumere in una frase: i ricchi ce lhanno coi poveri, i poveri ce lhanno coi ricchi. Non basta per far assumere a questo sentimento (lavercela coi ricchi o coi poveri) la grandezza dellodio di classe. C in questo tipo di lettere, dispiace molto dirlo, una venatura di piccolezza, di meschinit, e certe volte di bassezza, ben lontane dalla grandezza dellodio di classe. C, mi tocca dirlo ancora una volta, linvidia di classe. Tanto pi bassa in chi gode di privilegi e ritiene privilegiato chi non ne gode perch ha meno responsabilit. Insomma un pantano di pi soldi-meno soldi, in cui questa rubrica non avrebbe voluto (idealmente) affondare, ma in cui realmente affonda, se i campioni di realt sono le lettere che ricevo. Tuttavia la mia ragione e il mio sentimento non sono condotti soltanto dallimmaginazione, come dice il mio amico Cesare Garboli, n dai campioni di realt che mi giungono sottomano, con il loro confuso tafferuglio ogni settimana: sono condotti invece da unidea altrettanto reale ed estremamente elementare che la seguente: lenorme difficolt di molti italiani (e dunque di molti lettori) a concepire non soltanto lidea dello Stato ma soprattutto lidea della democrazia. Ora io vorrei dire a tutti i miei lettori, una volta di pi se ce ne fosse bisogno, e a tutti i miei amici, che la democrazia (e non soltanto la sua idea) un lavoro continuo giornaliero ed orario. Che la democrazia , per cos dire, lespressione pi alta della personalit di ognuno di noi, cio di ogni cittadino, non in difesa soltanto dei propri interessi personali (della propria economia familiare, per essere pi esatti) ma in difesa dellidea di uno Stato italiano, il nostro, che in realt la difesa dello Stato. Lo vado ripetendo da molto tempo, nel mio immenso candore, ma le lettere che arrivano sono sempre quelle e tendono soltanto ad una cosa: alla obbedienza e alla servit. Lidea dello Stato non c, la realt dello Stato nemmeno, ci sono proteste, anzi lagne personali, paesane, regionali, o sdegni apparentemente nazionali, in realt illusioni ancora pi irreali dei miei candidi sogni su una societ italiana. Do un esempio dei migliori: in risposta ad un mio articolo intitolato LItalia dei lotti il signor Vittorio Pigazzini di Monza mi scrive: Scrivendo quellarticolo lei doveva essere in preda ad un pessimismo nerissimo e lo dimostra quando parla della villa palladiana La Malcontenta e dice che potrebbe tranquillamente sparire, perch oggi contano molto di pi le raffinerie che stanno tutte intorno. Ma chi le dice che fra cinquantanni o anche molto meno, non siano le raffinerie a scomparire e La Malcontenta a restare?. Vede, Pigazzini, io credo in questo caso di essere stato semplicemente realista. Per il momento (come faccio a diventare profeta?) le raffinerie ci sono e tenendo conto che il nostro paese, privo dellidea dello Stato, procede per accumulo e non per selezione, tendo a credere non tanto che La Malcontenta sparir, quanto che continuer ad essere sepolta e da raffinerie e da villette gi descritte. In quanto anchessa fa parte di un territorio che non uno Stato, bens semplicemente un territorio privo di quella armonia per cos dire geopolitica che forma appunto uno Stato. Per il resto dovrei ripetermi. Tornando a tutti i lettori, a quegli ipotetici lettori che credono nellipotesi di uno Stato, se ce ne sono, vorrei che collaborassero con me a svilupparne la realt, non le profezie. Parlando, non facendo; come dei cittadini di un ipotetico Stato da farsi, non come sudditi di un territorio da sfruttare. Raramente ho intravisto la loro fisionomia nel pantano delle proteste, o delle lagne, ma quando accaduto questa fisionomia stata resa pubblica. Perch la democrazia pubblica. E il

senso, la ragione di una rubrica, proprio questo.

DI SILVIO PERRELLA

POSTFAZIONE

Per quasi due anni tra il 1974 e il 1975 Parise tiene una rubrica sulla seconda pagina domenicale del Corriere della Sera. Sintitola Parise risponde e non si tratta di una rubrica letteraria, ma di una serie di dialoghi con i lettori. Il tema principale? LItalia, gli italiani e i problemi allordine del giorno: divorzio, aborto, sesso, pornografia, tra gli altri. Parise li affronta con essenziale rapidit, con forza icastica e spesso con originalit spiazzante, usando un italiano il pi possibile chiaro, cristallino e democratico: Teoricamente ogni persona che sappia leggere deve capire quello che scrivo afferma con fare orwelliano (qui in Vivere la vita dellItalia dei pi). Rispondendo a molti lettori, Parise esplicita una delle ragioni che lhanno spinto a dialogare attraverso le pagine di un quotidiano: Mi sono proposto questa rubrica innanzitutto per curiosit umana: la stessa che ho viaggiando, incontrando molta gente di molti paesi e parlando, nei luoghi pi disparati, in pace e in guerra (qui in I lettori che scrivono). Ed proprio la sua vitalissima curiosit che a volte lo fa presto entrare in conflitto con gli interlocutori, soprattutto quando trova nei loro scritti mancanza di logica o di coraggio. Spesso riceve lettere anonime: a esse in genere non risponde. Fa per eccezione per una lettera che parla del suicidio; uneccezione che in pochissime righe ci rivela il sentimento comunicativo di Parise: Mi dispiace molto che lei non abbia firmato la sua lettera. Avrei tenuto nascosto il suo nome ma lavrei cercata, per telefono, una mattina presto, allalba, per chiederle che tempo fa nel luogo dove lei abita e per farmelo descrivere nei dettagli. Quei dettagli che, messi insieme, fanno le ore, il giorno, gli anni e la vita che ci dato di vivere (qualunque essa sia, sempre bella appunto perch imprevedibile come il tempo) e che tutto, dico tutto, quello che abbiamo. Gi allinizio degli anni Settanta, da quando aveva cominciato a pubblicare le poesie in prosa dei Sillabari, Parise aveva accentuato il suo costante interesse per la cultura primaria. In un mondo in preda al consumismo degli oggetti e a quello speculare delle ideologie, il solo modo per non soccombere fisicamente e intellettualmente per lui quello di una strenua selettivit. Ecco che, con rigorosa consequenzialit, egli suggerisce ai suoi interlocutori il rimedio generale della povert: Povert significa, insomma, educazione elementare delle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita; povert, ancora, conoscere le cose per necessit (qui in Il rimedio la povert). Sembrerebbe un rimedio a dir poco paradossale e utopico, e a molti lettori apparve davvero tale; figuriamoci come possa essere recepito oggi che la miseria dilaga. Eppure fa venire in mente quel Jean Giono che, alla vigilia del secondo conflitto mondiale, in una Lettera ai contadini sulla povert e sulla pace, afferma che la povert lo stato della misura. E si sposa bene alle parole che Antonio Delfini scrive nel Manifesto per un partito conservatore e comunista in Italia, dove si legge che la povert educazione, decoro: il presupposto di ogni riscatto dalle abiezioni della miseria: e serba alla nostra opera e al nostro destino un senso di precariet che distoglie dal camuffare provvedimenti e rimedi anche profondi con le illusorie etichette della felicit e della giustizia. dunque alla tradizione di scrittori paradossali e individualisti, spesso impolitici ma civilissimi, che Parise si richiama quando, discutendo con i suoi lettori, afferma di non volere a tutti i costi applicare una analisi marxista, metodologia non amata ma reale, perch gli basta il buon senso, la

logica, lasciando stare la morale. A differenza di Pasolini, Parise non ha nostalgia per il passato dellItalia, vuol capire loggi e soprattutto prefigurare il possibile domani: preferisco essere artista, cio sperare e anche spiegare come dovremmo essere, anzich limitarmi a guardare quello che siamo. per questa ragione che, rispondendo a un concittadino che lo informa sulla imminente costruzione di un albergo con piscina di diecimila metri cubi nel cuore della montagna veneta Verena-Campolongo, e gli chiede un aiuto come uomo pubblico, ha un poeticissimo scatto dira tutto da citare: Io non ricordo pi quei paesaggi e quelle montagne, signor Framarin, io se potessi difenderei lintera Italia perch spero sempre nella sua unit, ma non posso andare contro la forza delle cose. N ricordo pi la citt dove sono nato, se non a vaghe luci, come in un sogno. Se ci torno fatico a ritrovare le vie. N ricordo pi lItalia di venti-trentanni fa. E la colpa non mia, ma della forza delle cose (la storia) che ha mutato profondamente il volto del nostro paese. Non ricordo e non voglio ricordare, per molte ragioni, conscie e subconscie. Prima fra tutte perch lItalia di trentanni fa lontana, lontanissima, in tutti i suoi aspetti, politici, culturali, linguistici, fonici, agricoli, non soltanto paesaggistici; poi non la ricordo pi perch non voglio ricordare la mia giovinezza, perch essa non c pi, scomparsa insieme a tutti quegli aspetti detti or ora; poi non la voglio ricordare (se non in letteratura, per testimonianza) perch, la realt del nostro paese essendo profondamente mutata, sento la necessit di vivere oggi e non ieri; ancora non la voglio ricordare perch la conservazione del ricordo (come la conservazione delle cose) un dato al tempo stesso statico e regressivo che, in modo assolutamente certo, viene travolto dalla realt contingente di oggi, quella in cui, lo vogliamo o no, siamo ancora impegnati a vivere. Infine non la voglio ricordare, non voglio ricordare quei monti e quei boschi nella loro integrit, perch essi, nella realt di oggi, lhanno perduta (qui in LItalia dei lotti). E si capisce benissimo che, proprio mentre afferma di non ricordare, egli ricorda benissimo, ma, per lappunto, non vuole ricordare. Non vuole ricordare sia per partito preso sia, soprattutto, perch loggi e il domani lo attirano come un magnete e sa che se vuole tener loro testa a volte indispensabile disinfestarsi dalla polvere della Storia, come scriver quasi in punto di morte in una poesia. Qualche riga pi gi, in quello che il passaggio pi rabbioso di questi dialoghi, continuando la sua risposta al signor Framarin, quasi grida: Inoltre, e questo il concetto fondamentale della mia risposta, lItalia non vuole pi essere lItalia. Gli italiani (parlo della grandissima maggioranza) non vogliono pi essere italiani. Se ne fregano dei monumenti, dei musei, di San Pietro, della Chiesa cattolica, dei Palazzi Pitti e Uffizi; ci mandano i loro figli con la scuola, ma se ne fregano e se ne fregheranno i loro figli quando sar il momento. Gli italiani non vogliono pi essere italiani perch vogliono essere ancora meno che regionali (che tempismo regressivo le regioni!), vogliono essere paesani, pais, perch lunit dItalia, che del resto non c mai stata, oggi c meno che mai. Oggi lItalia spezzata non in staterelli, ma in lotti, in piccole, piccolissime propriet private a cui gli italiani, nel loro povero animo e nel loro povero corpo privi di Stato, tengono in modo fanatico. Per gli italiani di oggi, non di ieri, signor Framarin, lItalia il lotto, il proprio terreno, la propria villetta, il proprio bicamere e servizi, costruiti da geometri o finti architetti secondo i propri gusti e soprattutto in materiali pressoch eterni come il cemento armato che diano a quei poveri corpi e a quelle povere anime senza Stato lillusione di averne uno, indistruttibile (qui in LItalia dei lotti). Cos come era stata aperta, la rubrica improvvisamente viene chiusa. In un certo senso, Parise

sera gi accomiatato dai suoi lettori quando aveva ammesso di far sempre pi fatica a trovare lettere stimolanti: Le lettere fin qui pubblicate da me sono state scelte tra centinaia di cui mi stato impossibile fare uso (qui in Ragione intima e ragione pubblica). E lui, lha sempre detto, non vuole fare dei monologhi o scrivere degli articoli, perch per far questo ha altri spazi. Non trovando pi spunti per il dialogo, passa apparentemente ad altro. Dico apparentemente perch Lodore del sangue , il suo libro postumo, cosaltro se non una continuazione con altri strumenti e altre forme della stessa sete di curiosit conoscitiva che laveva spinto a tenere la rubrica? Cosaltro se non linterrogazione ossessiva e scarnificante della contemporaneit senza storia, intravista nella vita dei giovani, fatta da un uomo anziano? La vita, nelle sue infinite forme di espressione, per Parise imprevedibile, irrazionale, illogica e per nulla scientifica; la vita per lui , prima di tutto, spreco e luomo che la abita un animale sommamente difettibile. Questa dolorosa consapevolezza potrebbe farlo apparire come un pessimista atrabiliare, un misantropo irrecuperabile e immedicabile. Egli, invece, come dimostra questa rubrica, semplicemente un artista che scruta il reale senza infingimenti. Non credo di sbagliarmi affermando che il suo esempio pu oggi tornarci pi utile anche di certe pur geniali intuizioni luterane di Pasolini. Non c nessuna intesa pi fra lo scrittore e la vita della gente scrive Anna Maria Ortese in Corpo celeste, unaltra scrittrice della paradossalit civile italiana che mi sento daccostare a Parise. Parise quella intesa lha cercata disperatamente, anche se solo oggi cominciamo ad accorgercene pienamente. Una prima edizione delle lettere di Parise ai lettori apparsa nel 1998 col titolo Verba volant (a cura di Silvio Perrella, Liberal Libri, Firenze). Se ne offre qui una scelta che ha privilegiato quei pezzi in cui lo scrittore, scrollandosi di dosso la cenere dellattualit, rende visibile il fuoco sottostante. In certi casi, si tratta di un fuoco che non si mai spento, e che brucia ancora oggi nel discorso pubblico italiano. I numeri del Corriere della Sera in cui sono apparsi i pezzi sono elencati di seguito. Al 1974 appartengono: I lettori che scrivono, 28 aprile; Il rimedio la povert, 30 giugno; La democrazia rumorosa, 8 luglio; La carriera politica, 22 luglio; Scuola e Tv, 28 luglio; Le facce dei politici, 11 agosto; Vivere la vita dellItalia dei pi , 6 ottobre; al 1975: LItalia dei lotti, 16 febbraio; Ragione intima e ragione pubblica, 23 marzo.