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Canto I

Testo
La gloria di colui che tutto move per luniverso penetra, e risplende in una parte pi e meno altrove. Nel ciel che pi de la sua luce prende fu io, e vidi cose che ridire n sa n pu chi di l s discende; perch appressando s al suo disire, nostro intelletto si profonda tanto, che dietro la memoria non pu ire. Veramente quantio del regno santo ne la mia mente potei far tesoro, sar ora materia del mio canto. O buono Appollo, a lultimo lavoro fammi del tuo valor s fatto vaso, come dimandi a dar lamato alloro. Infino a qui lun giogo di Parnaso assai mi fu; ma or con amendue m uopo intrar ne laringo rimaso. Entra nel petto mio, e spira tue s come quando Marsia traesti de la vagina de le membra sue. O divina virt, se mi ti presti tanto che lombra del beato regno segnata nel mio capo io manifesti, vedrami al pi del tuo diletto legno venire, e coronarmi de le foglie che la materia e tu mi farai degno. S rade volte, padre, se ne coglie per triunfare o cesare o poeta, colpa e vergogna de lumane voglie, che parturir letizia in su la lieta delfica deit dovria la fronda peneia, quando alcun di s asseta. Poca favilla gran fiamma seconda: forse di retro a me con miglior voci si pregher perch Cirra risponda. Surge ai mortali per diverse foci la lucerna del mondo; ma da quella che quattro cerchi giugne con tre croci, con miglior corso e con migliore stella esce congiunta, e la mondana cera pi a suo modo tempera e suggella. Fatto avea di l mane e di qua sera tal foce, e quasi tutto era l bianco quello emisperio, e laltra parte nera, quando Beatrice in sul sinistro fianco vidi rivolta e riguardar nel sole: aquila s non li saffisse unquanco. E s come secondo raggio suole uscir del primo e risalire in suso, pur come pelegrin che tornar vuole, cos de latto suo, per li occhi infuso ne limagine mia, il mio si fece, e fissi li occhi al sole oltre nostruso. Parafrasi La potenza di Colui (Dio) che muove ogni cosa si diffonde in tutto l'Universo e splende pi in alcune parti, meno in altre. Io fui nel Cielo (Empireo) che pi illuminato dalla sua luce, e vidi cose che chi scende di lass non sa n pu riferire;

6 infatti, avvicinandosi all'oggetto del suo desiderio (Dio), il nostro intelletto si addentra tanto in profondit che la memoria non lo pu seguire. Tuttavia, l'argomento del mio canto sar ci che io riuscii a fissare nella mia mente del regno santo (Paradiso). 12 O buono Apollo, concedimi la tua ispirazione per l'ultima Cantica, tanto quanto tu richiedi per concedere l'agognato alloro poetico. 15 Finora mi stata sufficiente una sola cima del monte Parnaso (l'ispirazione delle Muse); ma ora devo accingermi al lavoro rimasto con l'aiuto di entrambe (anche di Apollo). Entra nel mio petto e ispirami, proprio come quando tirasti fuori Marsia dall'involucro delle sue membra (lo scorticasti vivo). 21 O virt divina, se ti concedi a me quel tanto che basti a che io esprima una traccia del regno dei beati impressa nella mia mente, mi vedrai venire ai piedi del tuo amato albero, e incoronarmi con le sue foglie di cui tu e l'alto argomento del poema mi renderanno degno.

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Capita cos di rado, padre, che si colga l'alloro per il trionfo di un condottiero o di un poeta (per colpa e vergogna della poca ambizione umana), che la fronda di Peneo (l'alloro) dovrebbe far nascere gioia nella gioiosa divinit di Delfi (Apollo), quando desiderata da qualcuno.

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Una grande fiamma segue una debole scintilla: forse dopo di me altri, con voci migliori, pregheranno perch Cirra (Apollo) risponda. La lanterna del mondo (il sole) sorge ai mortali da diversi punti dell'orizzonte: ma da quel punto in cui quattro cerchi si intersecano formando tre croci, esso nasce in congiunzione con una stagione pi mite e con una stella propizia (l'Ariete, all'equinozio primaverile) ed esercita un pi benefico influsso sul mondo.

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Quel punto aveva fatto pieno giorno in Purgatorio e notte sulla Terra, e un emisfero era tutto bianco e l'altro nero, quando vidi Beatrice voltata a sinistra e intenta a fissare il sole: un'aquila non lo fiss mai in tal modo.

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E come il raggio riflesso solito allontanarsi da quello di incidenza e salire in alto con lo stesso angolo, come un pellegrino che vuole tornare in patria, cos dal suo atteggiamento infuso nella mia facolt immaginativa nacque il mio, e fissai il sole al di l delle normali capacit umane.

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Molto licito l, che qui non lece a le nostre virt, merc del loco fatto per proprio de lumana spece. Io nol soffersi molto, n s poco, chio nol vedessi sfavillar dintorno, comferro che bogliente esce del foco; e di sbito parve giorno a giorno essere aggiunto, come quei che puote avesse il ciel dun altro sole addorno. Beatrice tutta ne letterne rote fissa con li occhi stava; e io in lei le luci fissi, di l s rimote. Nel suo aspetto tal dentro mi fei, qual si f Glauco nel gustar de lerba che l f consorto in mar de li altri di. Trasumanar significar per verba non si poria; per lessemplo basti a cui esperienza grazia serba. Si era sol di me quel che creasti novellamente, amor che l ciel governi, tu l sai, che col tuo lume mi levasti. Quando la rota che tu sempiterni desiderato, a s mi fece atteso con larmonia che temperi e discerni, parvemi tanto allor del cielo acceso de la fiamma del sol, che pioggia o fiume lago non fece alcun tanto disteso. La novit del suono e l grande lume di lor cagion maccesero un disio mai non sentito di cotanto acume. Ondella, che vedea me s comio, a quietarmi lanimo commosso, pria chio a dimandar, la bocca aprio, e cominci: Tu stesso ti fai grosso col falso imaginar, s che non vedi ci che vedresti se lavessi scosso. Tu non se in terra, s come tu credi; ma folgore, fuggendo il proprio sito, non corse come tu chad esso riedi. Sio fui del primo dubbio disvestito per le sorrise parolette brevi, dentro ad un nuovo pi fu inretito, e dissi: Gi contento requievi di grande ammirazion; ma ora ammiro comio trascenda questi corpi levi. Ondella, appresso dun pio sospiro, li occhi drizz ver me con quel sembiante che madre fa sovra figlio deliro, e cominci: Le cose tutte quante hanno ordine tra loro, e questo forma che luniverso a Dio fa simigliante. Qui veggion lalte creature lorma de letterno valore, il qual fine al quale fatta la toccata norma. Ne lordine chio dico sono accline tutte nature, per diverse sorti,

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L nell'Eden sono permesse molte cose che non lo sono sulla Terra, grazie a quel luogo creato come proprio della specie umana. Io non potei fissare il sole a lungo, ma neppure cos poco da non vederlo sfavillare tutt'intorno, come un ferro incandescente appena uscito dal fuoco; e subito sembr che al giorno ne fosse stato aggiunto un altro, come se Dio avesse adornato il cielo di un secondo sole.

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63 Beatrice teneva lo sguardo fisso sulle ruote celesti; e io fissai a mia volta lo sguardo su di lei, distogliendolo dal cielo. Nel guardarla divenni dentro tale quale divent Glauco quando mangi l'erba, che lo trasform in una divinit marina. Elevarsi al di l dei limiti umani non si potrebbe spiegare a parole: perci basti l'esempio mitologico a coloro ai quali la grazia divina riserva l'esperienza diretta. Se io ero solo ci che tu, amore che governi il Cielo, creasti per ultima (l'anima razionale), lo sai tu che mi sollevasti con la tua luce. 75 Quando il movimento rotatorio dei Cieli, che tu rendi eterno col desiderio delle ruote celesti di avvicinarsi a te, attir la mia attenzione con l'armonia che tu regoli e stabilisci, il cielo mi sembr a tal punto acceso dalla luce del sole che la pioggia o un fiume non crearono mai un lago tanto ampio.

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81 La novit del suono e la luce intensa accesero in me il desiderio di conoscerne la causa, cos acuto come non lo sentii mai. 84 Allora Beatrice, che leggeva nella mia mente come me stesso, prima che le chiedessi qualcosa apr la bocca per placare il mio animo turbato e disse: Tu stesso ti rendi incapace di comprendere con una falsa immaginazione, cos che non vedi ci che vedresti se te fossi liberato.

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90 Tu non sei in Terra, come credi: ma un fulmine, lasciando la sua sede naturale (la sfera del fuoco), non corse cos velocemente come tu che torni al luogo che ti proprio (l'Empireo). Se io fui liberato dal primo dubbio grazie a quelle brevi e sorridenti parole, fui colto da un altro dubbio, e dissi: Ora la mia grande meraviglia si placata; ma adesso mi stupisco di come io possa salire oltre questi corpi leggeri (aria e fuoco).

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99 Allora lei, dopo un sospiro devoto, mi guard con l'aspetto di una madre che si rivolge al figlio che dice sciocchezze, e inizi: Tutte le cose create sono ordinate fra loro, e questa la forma che rende l'Universo simile a Dio.

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105 In questo ordine le creature razionali (uomini e angeli) vedono l'impronta della virt divina, che il fine ultimo di tutto l'ordine medesimo. In quest'ordine che dico tutte le nature ricevono la loro inclinazione, in modi diversi, pi o meno vicine al loro principio creatore (Dio);

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pi al principio loro e men vicine; onde si muovono a diversi porti per lo gran mar de lessere, e ciascuna con istinto a lei dato che la porti. Questi ne porta il foco inver la luna; questi ne cor mortali permotore; questi la terra in s stringe e aduna; n pur le creature che son fore dintelligenza questarco saetta ma quelle channo intelletto e amore. La provedenza, che cotanto assetta, del suo lume fa l ciel sempre quieto nel qual si volge quel cha maggior fretta; e ora l, come a sito decreto, cen porta la virt di quella corda che ci che scocca drizza in segno lieto. Vero che, come forma non saccorda molte fiate a lintenzion de larte, percha risponder la materia sorda, cos da questo corso si diparte talor la creatura, cha podere di piegar, cos pinta, in altra parte; e s come veder si pu cadere foco di nube, s limpeto primo latterra torto da falso piacere. Non dei pi ammirar, se bene stimo, lo tuo salir, se non come dun rivo se dalto monte scende giuso ad imo. Maraviglia sarebbe in te se, privo dimpedimento, gi ti fossi assiso, coma terra quiete in foco vivo. Quinci rivolse inver lo cielo il viso.

111 per cui tendono a diversi obiettivi nell'ampiezza dell'Universo, e ciascuna spinta da un istinto dato ad essa. 114 Questo istinto porta il fuoco verso l'alto; esso muove i cuori degli esseri irrazionali ed esso stringe e rende coesa la terra; 117 quest'istinto fa muovere non solo le creature prive di intelligenza, ma anche quelle dotate di anima razionale. 120 La Provvidenza, che stabilisce tutto questo, fa sempre quieto con la sua luce il Cielo (Empireo) nel quale ruota quello pi veloce (Primo Mobile; Dio risidede nell'Empireo); e ci porta l, come a un sito stabilito, la forza di quell'istinto naturale che indirizza a buon fine ogni essere che muove. pur vero che, come la forma molte volte non corrisponde all'intenzione dell'artista, perch la materia non risponde come dovrebbe, cos talvolta la creatura razionale si allontana da questo corso, avendo il potere (libero arbitrio) di piegare in altra direzione, pur cos ben indirizzata;

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132 e come si pu vedere un fulmine che cade da una nuvola, cos l'istinto naturale pu far tendere l'uomo verso il basso, attirato dal falso piacere dei beni terreni. Non devi pi stupirti, se giudico correttamente, per il fatto che tu sali, se non come di un fiume che scorre dalla montagna a valle. Ci sarebbe da stupirsi se tu, privo di impedimenti, fossi rimasto a terra, proprio come un fuoco che rimanesse quieto e non salisse verso l'alto. Dopo le sue parole, Beatrice rivolse lo sguardo al Cielo. 142

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Argomento del Canto Proemio della Cantica. Dante e Beatrice ascendono al Paradiso. Dubbi di Dante e spiegazione di Beatrice circa l'ordine dell'Universo. mezzogiorno di mercoled 13 aprile (o 30 marzo) del 1300. Proemio della Cantica (1-36) Dante dichiara di essere stato nel Cielo del Paradiso (l'Empireo) che riceve maggiormente la luce divina che si diffonde nell'Universo: l ha visto cose difficili da riferire a parole, poich l'intelletto umano non riesce a ricordare ci che vede quando penetra in Dio. Il poeta tenter di descrivere il regno santo nella III Cantica e per questo invoca l'assistenza di Apollo, in quanto l'aiuto delle Muse non gli pi sufficiente. Il dio pagano dovr ispirarlo col suo canto, come fece quando vinse il satiro Marsia, tanto da permettergli di affrontare l'alta materia del Paradiso e meritare cos l'alloro poetico. Apollo dovrebbe essere lieto che qualcuno desideri esserne incoronato, poich ci accade raramente nei tempi moderni; Dante si augura che il suo esempio sia seguito da altri poeti dopo di lui. Ascesa di Dante e Beatrice (37-63) Il sole sorge sull'orizzonte da diversi punti, ma quello da cui sorge quando l'equinozio di primavera si trova in congiunzione con la costellazione dell'Ariete, quindi i raggi del sole allora sono pi benefici per il mondo. Quel punto dell'orizzonte divide l'emisfero nord, in cui gi notte, da quello sud, in cui giorno pieno: in questo momento Dante vede Beatrice rivolta a sinistra e intenta a fissare il sole come farebbe un'aquila. L'atto della donna induce Dante a imitarla, proprio come un raggio di sole riflesso si leva con lo stesso angolo del primo raggio, per

cui il poeta fissa il sole pi di quanto farebbe sulla Terra. Nell'Eden le facolt umane sono accresciute e Dante pu vedere la luce aumentare tutt'intorno, come se fosse spuntato un secondo sole.

Trasumanazione di Dante (64-81) Dante distoglie lo sguardo dal sole e osserva Beatrice, che a sua volta fissa il Cielo. Il poeta si perde a tal punto nel suo aspetto che subisce una trasformazione simile a quella di Glauco quando divenne una creatura marina: impossibile descrivere a parole l'andare oltre alla natura umana, perci il lettore dovr accontentarsi dell'esempio mitologico e sperare di averne esperienza diretta in Paradiso. Dante non sa dire se, in questo momento, sia ancora in possesso del suo corpo mortale o sia soltanto anima, ma di certo fissa il suo sguardo nei Cieli che ruotano con una melodia armoniosa e gli sembra che la luce del sole abbia acceso in modo straordinario tutto lo spazio circostante. Primo dubbio di Dante e spiegazione di Beatrice (82-93) Nel poeta si accende un fortissimo desiderio di conoscere l'origine del suono e della luce, per cui Beatrice, che legge nella sua mente ogni pensiero, si rivolge subito a lui per placare il suo animo. La donna spiega che Dante immagina cose errate, poich non si trova pi in Terra come ancora crede: egli sta salendo in Paradiso e nessuna folgore, cadendo dalla sfera del fuoco in basso, fu tanto rapida quanto lui che torna al luogo che gli proprio (il Paradiso).

Secondo dubbio di Dante: l'ordine dell'Universo (94-142) Beatrice ha risolto il primo dubbio di Dante, ma ora il poeta tormentato da un altro e chiede alla donna come sia possibile che lui, dotato di un corpo mortale, stia salendo oltre l'aria e il fuoco. Beatrice trae un profondo sospiro, quindi guarda Dante come farebbe una madre col figlio che dice cose insensate e spiega che tutte le cose dell'Universo sono ordinate tra loro, cos da formare un tutto armonico. In questo ordine le creature razionali (uomini e angeli) scorgono l'impronta di Dio, che il fine cui tendono tutte le cose. Tutte le creature, infatti, sono inclini verso Dio in base alla loro natura e tendono a fini diversi per diverse strade, secondo l'impulso che dato loro. Questo fa s che il fuoco salga verso l'alto, che si muova il cuore degli esseri irrazionali, che la Terra stia coesa in se stessa; tale condizione comune alle creature irrazionali e a quelle dotate di intelletto. Dio risiede nell'Empireo come vuole la Provvidenza, e Dante e Beatrice si dirigono l in quanto il loro istinto naturale li spinge verso il loro principio, che Dio. pur vero, spiega Beatrice, che talvolta la creatura non asseconda questo impulso e devia dal suo corso naturale in virt del suo libero arbitrio; cos l'uomo talvolta si piega verso i beni terreni e non verso il Cielo, come una saetta tende verso il basso e non verso l'alto. Dante, se riflette bene, non deve pi stupirsi della sua ascesa proprio come di un fiume che scorre dalla montagna a valle; dovrebbe stupirsi del contrario, se cio non salisse pur privo di impedimenti, come un fuoco che sulla Terra restasse fermo. Alla fine delle sue parole, Beatrice torna a fissare il Cielo.

Interpretazione complessiva Il Canto si apre con il proemio alla III Cantica, che si distende per ben 36 versi e risulta cos di ampiezza tripla rispetto al proemio del Purgatorio (I, 1-12) e addirittura quadrupla rispetto a quello dell'Inferno (II, 1-9): la maggiore ampiezza e solennit si spiega con l'accresciuta importanza della materia trattata, dal momento che il poeta si accinge a descrivere il regno santo come mai nessuno prima di lui aveva fatto e dovr misurarsi con la difficolt di riferire cose difficili anche solo da ricordare, anticipando il tema della visione inesprimibile che tanta parte avr nel Paradiso. Ci spiega anche perch Dante debba invocare l'assistenza di Apollo oltre che delle Muse, chiedendo al dio pagano (che naturalmente personificazione dell'ispirazione divina) di aiutarlo nell'ardua impresa e consentirgli di cingere l'agognato alloro poetico: Apollo dovr ispirarlo con lo stesso canto con cui vinse il satiro Marsia che lo aveva sfidato, in maniera analoga a Calliope che aveva sconfitto le Pieridi (Purg., I, 9-12) e sottolineando il fatto che la poesia di Dante dovr essere ispirata da Dio e non un folle tentativo di gareggiare con la divinit nella rappresentazione di ci che supera i limiti umani (ci sar ribadito anche nell'esordio del Canto seguente, vv. 7-9). Dante ribadisce anche il fatto che pochi, ormai, desiderano l'alloro, per cui la sua ambizione dovrebbe rallegrare Apollo ed essere di stimolo ad altri poeti dopo di lui perch seguano il suo esempio, nel che c' forse una fin troppo modesta excusatio propter infirmitatem, dal momento che pi volte nella Cantica egli esprimer l'orgoglio di essere il primo a percorrere questa strada poetica. Dopo l'ampia e complessa descrizione astronomica che indica la stagione primaverile e l'ora del mezzogiorno ( questa l'interpretazione pi ovvia, mentre improbabile che il poeta intenda l'alba), Dante vede Beatrice fissare il

sole e imita il suo gesto, sperimentando l'accresciuto acume dei suoi sensi nell'Eden. I due hanno iniziato a salire verso la sfera del fuoco che divide il mondo terreno dal Cielo della Luna, anche se Dante non se n' ancora reso conto e ha notato solo l'aumento straordinario della luce: il poeta si sente trasumanar, diventare qualcosa di pi che un essere umano e non pu descrivere questa sensazione se non con l'esempio ovidiano del pastore Glauco, che si tramut in una creatura acquatica e si gett in mare dicendo addio alla Terra (come vedremo, Dante ricorrer spesso nella Cantica a similitudini mitologiche per rappresentare situazioni prive di termini di paragone terreni). L'aumento progressivo della luce e il dolce suono con cui ruotano le sfere celesti accendono in Dante il desiderio di capirne la ragione e Beatrice sollecita a spiegargli che i due stanno salendo verso il Cielo, come un fulmine che cade dall'alto contro la sua natura; ci naturalmente suscita un nuovo dubbio nel poeta che si chiede come sia possibile per lui, dotato di un corpo in carne e ossa, salire contro la legge di gravit, dubbio che sar sciolto da Beatrice con una complessa spiegazione che occupa l'ultima parte del Canto. La donna assume fin dall'inizio l'atteggiamento che avr sempre nella Cantica, ovvero di maestra che sospira e sorride delle ingenue domande del discepolo e fornisce spiegazioni di carattere dottrinale: anche qui, infatti, la sua spiegazione non chiarisce il dubbio di Dante di natura fisica (come fa un corpo grave a trascendere i corpi lievi, l'aria e il fuoco) ma inquadra il problema nell'ambito dell'ordinamento generale dell'Universo, collegandosi ai versi iniziali che descrivevano il riflettersi della luce divina di Cielo in Cielo. Beatrice spiega infatti che tutte le creature, razionali e non, fanno parte di un tutto armonico che stato creato da Dio e ordinato in modo preciso, cos che ogni cosa tende al suo fine attraverso strade diverse, come navi che giungono in porto solcando il gran mar de l'essere. Ci vale per le cose inanimate, come il fuoco che tende a salire verso l'alto per sua natura e la terra che attratta verso il centro dell'Universo, ma anche per gli esseri intelligenti, la cui anima razionale tende naturalmente a muoversi verso Dio; ovviamente essi sono dotati di libero arbitrio, per cui pu avvenire che anzich volgersi in quella direzione siano attratti dai beni terreni, ma questo non il caso di Dante che ha ormai purificato la sua anima nel viaggio attraverso Inferno e Purgatorio. Egli tende dunque verso Dio che risiede nell'Empireo e ci un atto del tutto naturale, come quello di un fiume che scorre dall'alto verso il basso, mentre sarebbe innaturale per Dante restare a terra, come un fuoco la cui fiamma non tendesse verso l'alto. Tale spiegazione di natura metafisica anticipa quella che sar la cifra stilistica di gran parte della III Cantica, in cui spesso i dubbi scientifici di Dante verranno risolti con argomenti dottrinali e verr ribadito che la sola filosofia umana di per s insufficiente a capire i misteri dell'Universo, proprio come lo stesso Virgilio aveva detto pi volte rimandando alle chiose di Beatrice-teologia: ci sar evidente anche nella spiegazione circa le macchie lunari al centro del Canto seguente, in quanto laddove la ragione umana non pu arrivare deve intervenire la fede e dunque Dante deve credere che sta salendo con tutto il corpo in Paradiso, non essendo in grado di comprenderlo. interessante inoltre che Beatrice usi per tre volte l'immagine del fuoco per spiegare il movimento di Dante, prima paragonandolo a un fulmine che corre verso la Terra (mentre lui corre verso il Cielo), poi spiegando che il fuoco tende a salire verso il Cielo della Luna (cio verso la sfera del fuoco, dove diretto Dante) e infine paragonando il fulmine che cade in basso contro la sua natura a un uomo che, altrettanto forzatamente, attratto verso i beni terreni. La luce come elemento visivo domina largamente l'episodio, segnando il passaggio di Dante dalla dimensione terrena a quella celeste, anche attraverso l'immagine del sole che evocato nella spiegazione astronomica, poi indicato come oggetto dello sguardo di Beatrice, infine chiamato in causa con l'immagine di un secondo sole che sembra illuminare col suo splendore il cielo: il viaggio di Dante verso la luce ovviamente il suo percorso verso Dio e tale immagine si ricollega a quella dei versi iniziali in cui la gloria divina si riverberava in tutto l'Universo, e dove si diceva che Dante giunto nel Cielo che pi de la sua luce prende, ovvero quell'Empireo verso il quale ha iniziato a salire in modo prodigioso.

Note e passi controversi Il Parnaso citato al v. 16 il monte della Grecia centrale che, secondo il mito, era sede di Apollo e aveva una doppia cima; nel Medioevo si diffuse l'errata convinzione (attestata da Isidoro di Siviglia, Etym., XIV, 8) che le due cime fossero il Citerone e l'Elicona, abitate rispettivamente da Apollo e dalle Muse, mentre in realt l'Elicona un monte diverso. possibile che qui Dante cada nella stessa confusione e indichi l'un giogo come il Citerone e l'altro con l'Elicona. Il satiro Marsia (vv. 20-21) protagonista di un racconto di Ovidio (Met., VI, 382 ss.), in cui sfida Apollo in una gara musicale e, vinto, viene scorticato vivo dal dio. Apollo detto delfica deit (v. 32) perch molto venerato anticamente a Delfi, mentre l'alloro definito fronda / peneia in riferimento al mito di Dafne, la figlia di Peneo trasformatasi in alloro per sfuggire ad Apollo (Met., I, 452 ss.). Cirra (v. 36) era una citt sul golfo di Corinto collegata con Delfi e indicata per designare Apollo stesso. La complessa spiegazione astronomica dei vv. 37-42 stata variamente interpretata dai commentatori, anche se

probabilmente indica che l'equinozio di primavera e il sole in congiunzione con l'Ariete. I quattro cerchi sono forse l'Equatore, l'Eclittica, il Coluro equinoziale e l'orizzonte di Gerusalemme e Purgatorio, che si intersecano formando tre croci (bench non perpendicolari). I vv. 43-45 indicano con ogni probabilit che mezzogiorno, come detto in Purg., XXXIII, 104, e non l'alba come alcuni hanno ipotizzato (nell'emisfero sud giorno pieno, mentre in quello opposto notte). Il pelegrin del v. 51 pu essere il pellegrino che torna in patria, ma anche il falco pellegrino. L'aumento della luce ai vv. 61-63 indica che Dante si avvicina alla sfera del fuoco, che divide il I Cielo dall'atmosfera. La similitudine ai vv. 67-69 tratta da Met., XIII, 898 ss. e si riferisce al pescatore della Beozia Glauco che, avendo notato che i pesci pescati mangiavano un'erba che li faceva balzare di nuovo in acqua, fece lo stesso e si trasform in una creatura acquatica, gettandosi in mare. Il sito da cui fugge la folgore (v. 92) sicuramente la sfera del fuoco, verso cui invece Dante si avvicina. Il ciel del v. 122 l'Empireo, nel quale ruota velocissimo il Primo Mobile.