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Il sangue non acqua

Un romanzo di Paolo Agaraff




<http://www.paoloagaraff.com>










Casa Editrice Pequod, 2006

ISBN 88-87418-85-3
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Diario, a.D. 1821, 27 febbraio












Ammaina! Subito, perdo! Subito!
Nella testa odo ancora distintamente le urla di Nick Messina alla sua ciurma, e ho ancora negli occhi
il nero ribollire delle onde e la furia del cielo. Acqua ovunque, sopra e sotto, acqua che squassa la nave
e spacca le ossa, acqua che ruscella addosso e ti entra nella pelle. Il Signore degli abissi marini si era
svegliato e voleva i nostri corpi.
Oggi, mentre fervono i preparativi per una nuova partenza, il ricordo di quei momenti e di ci che ne
segu particolarmente vivido; come un pungolo mi spinge a raccontare quelle vicende, quelle
avventure, prima che la memoria cancelli del tutto luomo che fui.

Nonostante i miei genitori avessero fatto enormi sacrifici per farmi studiare, non ero tagliato per fare
il maestro o il precettore. Negli occhi avevo solo il mare, quel mare di Sardegna a cui mio padre aveva
dedicato la vita e da cui, in cambio, aveva avuto la morte; quel mare che si rifletteva nello sguardo
silenzioso di mia madre, ogni volta che il suo uomo partiva per la pesca. Quando anche lei venne a
mancare, mi sentii finalmente libero. Volevo essere un marinaio, prima di essere qualsiasi altra cosa.
Vendetti le povere cose dei miei genitori e comprai il biglietto per Nuova York. Arrivato a
destinazione, chiesi dove dovevano andare i veri marinai. Nantucket, mi fu risposto, lisola dei
quaccheri e dei balenieri, la citt dove si brinda invocando morte ai viventi, lunga vita agli uccisori,
successo alle mogli dei marinai, e oleosa fortuna ai balenieri. Fu cos che partii alla volta di
Nantucket.
Non fu facile farsi accettare dagli isolani. Quelli che venivano da fuori, i pivelli, erano carne da
cannone, materiale di seconda scelta, mozzi da mettere ai remi. Ci voleva anche un pizzico di fortuna
per trovare un capitano a corto di uomini che fosse disposto a prendere un novellino come me nella sua
ciurma.
Nick Messina era isolano da una sola generazione, padre italiano e cattolico, madre quacchera e
nantuckettese: un mezzosangue, quasi uno straniero, un tipo di cui non ci si poteva fidare. Ma era un
bravo keppin, un capitano coi fiocchi, e gli armatori accettavano di buon grado la sua mania di riempire
lequipaggio di dago, con cui poteva parlare il suo mezzo italiano infarcito di termini marinareschi. Fu
lui a darmi la prima occasione di salire su una baleniera, la Devil Dam.
Quel 27 ottobre stavamo tornando da una caccia eccezionale, durata quasi otto mesi. I nostri vestiti
erano ormai logori e permeati dal lezzo di olio bollito, ma cerano pi di mille barili pieni di olio di
balena e spermaceti stivati nella camera del grasso. La mia percentuale da novellino sul ricavato non mi
avrebbe fatto diventare ricco, ma era comunque un bel gruzzolo. Il morale dellequipaggio era alto e la
fine del viaggio era vicina quando, inaspettata, al largo delle coste dellEssex, la tempesta ci piomb
addosso.
Era una tempesta di quelle cattive, rabbiose, con il vento che gonfia le vele fino a romperle, il
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fasciame che scricchiola, la pioggia che ti accieca. Avanzavo sul ponte, aggrappato al corrimano,
cercando di raggiungere la manovra del velaccino, prima che il vento spezzasse lalbero di trinchetto.
Tiulu! Take care, o su professori!
Al mio fianco, come sempre, Domenico. Il suo corpo basso, grosso e tozzo era piantato nel ponte
come una grossa bitta di tonneggio. Avevamo fatto insieme molta strada noi due, piccoli frammenti di
Sardegna sperduti nellAtlantico, e non volevamo darci laddio proprio ora, a poche centinaia di miglia
da Nantucket. Mentre cercavamo disperatamente di ammainare, il vento gonfi le vele con rinnovato
vigore.
Dimprovviso, con uno schianto secco, la cima dellalbero di trinchetto si ripieg e si abbatt sul
ponte, in mezzo a un intreccio di vele e sartiame. La nave sussult come un animale ferito. Caddi
stringendo il corrimano con la forza della disperazione e rotolai sotto il corpo pesante di Domenico. Mi
ritrovai steso sul legno del ponte, fradicio, mezzo soffocato, con il naso sanguinante, stordito dalla
botta e dallululato del vento.
E poi, sopra le invocazioni, le urla e i pianti si ud la voce di Nick: Il faro! Il faro! Cape Ann!
Forza, bastardi! A dritta!
Cape Ann significava Rockport o forse Gloucester, i porti pi vicini a quella che, con ogni
probabilit, doveva essere la nostra posizione. Come accidenti fossimo giunti l solo gli di del mare
potevano saperlo; e comunque, una luce in mezzo a quel maelstrom era una manna dal cielo, un segno
di benevolenza della sorte. Tutti i marinai in grado di rimanere in piedi si precipitarono alle manovre,
cercando di riprendere il controllo della nave.
Tra lo sbatacchiare delle vele e lo scricchiolo di stragli e alberi, la Devil Dam si stava adagiando sul
fianco. Nick ordin di mollare subito drizze e vele, prima che merci e zavorra si staccassero dai cavi di
contenimento e la situazione si facesse disperata. Aggrappandoci allappiglio pi vicino, sotto la luce
dei lampi, ci trascinammo per la nave, guidati dalle incitazioni e dalle bestemmie del capitano. Passai
vicino a un corpo incastrato sotto lalbero di trinchetto. Era Tony Rizzuto, laiuto prodiere. Non
gemeva pi: la faccia era cerea, chiazzata dal sangue che usciva dalla bocca, la cassa toracica sfondata
dal troncone di albero caduto. Sentii uno schianto. Le due lance di tribordo erano scomparse, trascinate
via dalla furia delle onde. Continuai a darmi da fare, non so per quanto tempo. Pensavo solo alle
manovre, e a restare vivo.
Poi, improvvisamente, il vento cal e i nostri sforzi furono finalmente efficaci, la nave si raddrizz
con uno stridore acuto e punt verso terra. Tirai un sospiro di sollievo e mi avvicinai a Domenico,
battendogli una mano sulla spalla. Sembr non accorgersene. Guardava qualcosa, con gli occhi fissi
nellacqua. A un tratto cacci un urlo: Ay! Scoddhu! Scoddhu!. Illuminata dalla luce di un lampo, a
meno di venti metri da noi, era comparsa una scogliera. Nick fece appena in tempo ad accorgersi del
pericolo e url: Barra a tribordo! Subito! Reggetevi! Reggetevi!
Fu tutto inutile. Lo schianto segu dopo pochi secondi. Il legno emise un gemito raschiante. Lurto
improvviso ci precipit a terra. La nave cominci a inclinarsi sul fianco, per lultima volta.
La voce di Nick taceva. Impossibile capire dove fosse finito, in mezzo al legno, al sartiame e alle
vele cadute sul ponte. Corsi a cercarlo affannosamente assieme a Pollard, il secondo ufficiale, mentre i
nostri compagni stavano calando le due lance superstiti in mezzo allacqua.
La nave cominciava a scivolare dallo scoglio, inclinandosi sempre pi: non restava molto tempo,
dovevamo muoverci. Alla fine lo trovammo, il comandante: bianco, immobile, con una gamba piegata
in modo innaturale, losso del femore che fuoriusciva dalla carne lacerata. Non respirava. Pollard mi
prese per un braccio: Come on. Raggiungemmo gli altri. Mi sedetti vicino a Domenico e cominciai a
remare verso riva. Il vento era calato e una pioggia sottile ci rigava il volto. Mentre ci allontanavamo,
la Devil Dam affondava, lentamente, dolcemente. Un gigantesco sarcofago che trascinava nelle
profondit marine i corpi dei nostri compagni morti.

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I












In altre circostanze, i sedili di prima classe del diretto Napoli-Roma sarebbero apparsi comodi e spaziosi. La massa di
Gualtiero Farricorto, compressa tra i braccioli, faceva pensare piuttosto a una grossa pietra grezza malamente incastonata da
un orafo dilettante. Dopo aver sbuffato e mugugnato, Gualtiero prese ad agitarsi e a frugare nervosamente nelle tasche. Ogni
movimento sembrava costargli unenorme fatica. Con un sospiro di sollievo, luomo estrasse un pacchetto di sigarette con lo
stemma dei Savoia. Sfil una sigaretta e un sorriso ironico comparve sul volto largo e spigoloso. Cominci a fumare,
guardando i campi coltivati correre fuori dal finestrino. I colori che vedeva erano quelli dellautunno.
Gualtiero odiava viaggiare in treno. Era teso, teso e annoiato. Amava solo il mare. Avrebbe preferito
viaggiare in nave, direttamente da Napoli a Terranova, ma suo fratello Italo aveva chiss quali affari da
sbrigare a Roma prima di proseguire. Questioni che riguardavano la politica, probabilmente. A
Gualtiero la politica non piaceva, aveva limpressione che complicasse i problemi invece di risolverli.
Preferiva le soluzioni semplici e dirette, e faticava non poco a comprenderle, tutte quelle manfrine.
Guard il fratello che dormiva beatamente di fronte a lui: Italo sembrava la sua copia solo
leggermente pi bassa e canuta, lo stesso fisico robusto, la stessa faccia scolpita e abbronzata, gli stessi
capelli ricci.
A parte loro, lo scompartimento era vuoto. Una fortuna, pens Gualtiero: sopportare mocciosi
urlanti o vecchie rattrappite con la parlantina facile avrebbe di sicuro aumentato il disagio del viaggio.
Unocchiata allorologio; mancava ancora pi di unora prima di arrivare a Roma. Poi bisognava
raggiungere Civitavecchia, in corriera o in macchina, e da l in traghetto si andava a Terranova, in
Sardegna. Secondo quanto scritto sullinvito, una barca in affitto li avrebbe portati a Isola Mortorio.
Lo scompartimento si andava riempiendo di fumo di sigaretta e Italo, tossicchiando nel sonno, si
girava e rigirava sul sedile. La cartellina che aveva sulle ginocchia fin per cadere a terra. Le carte si
sparsero sul pavimento e Gualtiero si chin per raccoglierle. Fra vari documenti decorati da fasci littori
e firme importanti, riconobbe la lettera del notaio.

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Illustrissimi Signori Italo e Gualtiero Farricorto,
ho lingrato onere di comunicarVi limprovvisa e tragica dipartita di Vostro cugino, il capitano
Bonifacio Farricorto, avvenuta in data 4 ottobre 1930. [...]
Con la Presente siete invitati a Villa Eleonora, su Isola Mortorio, per la lettura del testamento del
Vostro defunto parente. [...]
Troverete ad attenderVi unimbarcazione (Su Pioccheddu) presso il molo di Terranova, in data 19
novembre 1930 alle ore 9. In accordo con le Ultime Volont dello scomparso, la Vostra presenza
essenziale per poter dare lettura del testamento, dirimere eventuali controversie, e suddividere le
ricche propriet tra i beneficiari. Come stabilito in atto testamentario, seguir vaglia per sostenere le
spese di trasferimento.
AugurandoVi buon viaggio, porgo distinti saluti.
In fede,
Notaio Arnaldo Cit

Allinizio i due fratelli avevano pensato a uno scherzo; poi erano arrivati i soldi per il viaggio, e i
dubbi erano svaniti. Era passato in secondo piano il fatto che nessuno dei due avesse mai sentito parlare
del cugino scomparso. In compenso affior nella loro memoria il ricordo della vecchia villa di famiglia
a Isola Mortorio, e delle storie ascoltate da bambini. Italo aveva anche fatto qualche ricerca, chiedendo
informazioni ad amici sardi, e aveva avuto notizie di una casa signorile ottocentesca, vicina a un
villaggio abbandonato di pescatori, su una piccola isola che ormai non frequentava pi nessuno.
Rileggendo la lettera, Gualtiero continuava a fantasticare sulle ricche propriet, sognando un
nuovo piano in marmo per la pescheria, nuove reti e una bella ricalafatura al peschereccio. E un anello
a Rita sua, con un prezioso e splendente solitario. Si accese unaltra sigaretta e lo sguardo vol ancora
lontano, oltre il finestrino. Era ormai completamente perso nei suoi sogni, quando Italo si svegli in
preda a un violento attacco di tosse.
La vuoi spegnere, sta sigaretta? bofonchi.
Gualtiero tir unultima boccata dal mozzicone e lo spense. S scetato o re! disse, con
unespressione beffarda.
E parla italiano disse Italo scocciato, che sei italiano, prima che napoletano.
Parlo comme channo mparato, a mme e a tte.
Fai poco il saccente rispose Italo, mentre sistemava i vestiti spiegazzati. Fino a quando non
saprai guardare al di l del tuo naso, sarai sempre e soltanto un bottegaio che puzza di pesce.
Gu, anche pap era pescatore, e io lo faccio perch a me mi piace... e poi, comme se dice, larte e
tata meza mparata...
Tatillo... povero pap... bella fine ha fatto. La vuoi fare anche tu?
No. Tengo famiglia. Non voglio lasciare Rita vedova. E non mi piace che qualcuno mi dice come
devo parlare.
Quarantanni e ancora ragioni come nu guaglione! Con quella femmina te si fernuto e
scemuni... sbott Italo, ormai completamente sveglio e irritato.
Non sono fesso. Faccio un lavoro onesto, e la gente mi rispetta anche senza il codazzo di camerati.
Non aveva paura di nessuno, lui. Nella zumpata maneggiava il coltello con la stessa abilit con cui
puliva il pesce, e nessuno osava chiedergli lo sbruffo per la sua pescheria nel quartiere Pignasecca.
Lultimo che ci aveva provato, Ferdinando detto o cane e presa per la sua abitudine di azzannare gli
avversari, era stato usato come pastura per i pesci. Sorrise: il ricordo delle sue bravate lo rendeva
sempre felice.
S, ridi, ridi, che la societ dellumirt ha chiuso i battenti! lo rimbecc Italo. Ormai, o ti unisci ai
compari di Roma o non sei nessuno. Solo la politica, oggi, d potere. E ci rende intoccabili dagli sbirri
e dai vecchi capintesta.
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Gualtiero lo sapeva bene che la societ dellumirt si era praticamente dissolta con il regime
poliziesco instaurato dal fascismo. Per nelle strade erano ancora i guappi a fare da padroni: uomini
liberi, come lui, che non sentivano il bisogno di far parte di unorganizzazione gerarchica e strutturata,
con i suoi capintesta, i capisociet, i giovinotti-onorati e i picciuotti.
Intoccabili, eh? replic con un sorriso. Io sono gi intoccabile. Prova a toccarmi. Ti apro come
una cozza e ruot la mano destra, come per rigirare un coltello.
Italo lo fiss, quasi con disprezzo. Sei il solito guappo. Non cambierai mai. A chi parlo io? Al
muro? Dammi quella cartella, va disse scuotendo la testa, rassegnato, Devo lavorare.
Senza aggiungere parola, Gualtiero butt la cartella sul sedile di fianco al fratello, quindi torn a
fissare la campagna e si lasci vincere dal sonno, cullato dolcemente dal rollio del treno.

Hanno chiuso le porte al sole... Eh s! Eh s!
Il vecchietto dagli occhi spiritati si aggirava un po traballante, indicando le nuvole in cielo. Ogni
tanto interpellava con frasi sconnesse le persone in attesa alla vecchia fermata del tram di Via
Nazionale, da poco promossa a fermata dautobus.
Luca Verdi, che guardava il vecchietto con un misto di piet e fastidio, rimpiangeva gi la discreta
efficienza dei vecchi tram e il consueto sferragliare delle rotaie, rassicurante contrappunto ai suoi
quotidiani spostamenti verso La Sapienza. Se avesse condiviso queste considerazioni con il gemello
Davide, accanito progressista, avrebbe dovuto subire il suo sarcasmo.
Annoiato dalla lunga attesa, Luca si mise alla ricerca del suo inseparabile diario, un taccuino dove riportava con
abitudine quasi maniacale congetture, idee, appunti. Uno strombazzare, e una Salmson GS8 dargento inchiod vicino alla
banchina. Un uomo in giacca nera, lunghi capelli lisci e camicia bianca aperta sul collo, si sporse dallabitacolo. Scusa il
ritardo disse Davide. Quante macchine per strada! E con questi maledetti autobus anche peggio! C sempre qualcuno
che ti blocca il passaggio!
Due graziose signorine sorrisero a Davide che ricambi con un cortese cenno del capo. Come
diavolo facesse a esser sempre polo dattrazione per laltro sesso, era per Luca un mistero
impenetrabile. Senza nemmeno rendersene conto, Luca si abbotton la giacca grigia e lisci i capelli
corti, cercando di sembrare meno anonimo.
Un autobus giunto alla fermata fu costretto ad accodarsi alla Salmson. Luca non pot trattenersi.
Forse lautista la pensa come te disse, indicando il mezzo pubblico. In questo momento sei tu che
stai bloccando il passaggio. E sei in sosta vietata.
Davide fiss lo specchietto retrovisore e fece spallucce.
Allora, sali o vai a piedi?
Salgo, salgo sospir Luca. Raccolse la sua borsa e la sistem a fatica sul retro della biposto, poi
sprofond nel sedile. La Salmson scatt via, acquist velocit e sorpass a destra una lunga macchina
grigia; il monocolo del guidatore dellIsotta Fraschini ricadde penzoloni sul panciotto. Luca prese a
torturarsi il labbro inferiore fra indice e pollice, avrebbe voluto picchiare il fratello ma si limit a
grugnire: Stai peggiorando.
Davide rispose con un colpo rabbioso di clacson, e dribbl una berlina la cui unica colpa era di
rispettare i limiti di velocit. Peggiorando? chiese. In che senso?
Lascia stare. I tuoi affari?
A posto.
La proverbiale riservatezza del fratello. Tutta Roma e buona parte della Germania sapevano perfino
di che colore fossero le mutande dellacclamato violinista Davide Verdi, mentre lui, ultimo superstite
della famiglia, era alloscuro di tutto. Era gi tanto che Davide gli avesse accennato chi, secondo la
stampa scandalistica, sarebbe diventata sua moglie, Gretel Kazan, una graziosa, talentuosa
violoncellista.
Come sta la fidanzata?
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Bene... in vacanza in Baviera. Per quel che me ne importa, pens Davide.
Da sola?
Davide fiss per un attimo il fratello, poi sbuff e torn a occuparsi della guida. Se nelle tue vene
non scorresse il mio stesso sangue ti avrei sfidato a duello! Come sempre, le tue allusioni sono
offensive.
Dieci minuti dallarrivo del fratello, e gi Luca era a disagio. Non aveva colto il tono ironico di
Davide e la sua reazione fu pi stizzita del necessario: Ah, gi. Dimenticavo! Tu sei il famoso
violinista duellante! Trafiggi la gente a colpi di archetto e poi ti vesti a lutto, nero come un corvo!
Il nero il lutto che porto per la libert, morta e sepolta. La voce di Davide si fece solenne:
Preferirei morire oggi stesso da uomo libero, piuttosto che finire i miei giorni prigioniero come te del
conformismo.
Che retorica da quattro soldi! Per te, conformismo significa stare con la stessa donna per pi di una
notte.
Qui non questione di donne, ogni sillaba trasudava disprezzo, questione di vita. Tu vivi
nellindifferenza. Lindifferenza abulia, parassitismo, vigliaccheria. Non vita.
Senza saperlo, Davide aveva sferrato un colpo basso. Durante la specializzazione in Storia
medioevale, a Firenze, Luca aveva conosciuto il professor Salvemini e aveva assistito impotente alla
sua persecuzione a quella di tanti altri colleghi e amici. Lui invece, celando le sue idee repubblicane,
era riuscito a conservare la cattedra di Storia allUniversit, il suo lavoro. Era stato ignorato, come un
insetto.
Sei un pazzo! reag Luca, in modo scomposto. Guidi come un pazzo! Parli e vivi come un
pazzo!
Ha parlato luomo equilibrato! Quello che trascrive la sua vita sui foglietti.... Davide avvert la
difficolt dellaltro e non perse loccasione per incalzarlo ancora: Sei solo una pecora del gregge di
Benito!
Sentitelo, lartista che posa da anarchico! Il viveur che corre con la sua bella macchina sportiva! Il
dannunziano che fa discorsi da comunista! Un controsenso vivente!
Questa volta non ci fu risposta. Gli occhi di Davide si erano fatti pensosi. Per un po il silenzio fu
dominato dal gioco dei refoli daria e dal paesaggio circostante. La citt stava lasciando posto alla
campagna e la macchina, a velocit crescente, si dirigeva a nord, verso Civitavecchia. Dun tratto
Davide apr la bocca come per parlare, ma la richiuse subito. Fece un profondo respiro e in quella
porzione daria trov le parole che prima gli erano mancate: Non ti ho mai raccontato cosa mi
capitato nellagosto del 22, disse. Ero a Parma, mi avevano chiamato per la successiva stagione al
Teatro Regio....
Luca lo ascoltava, silenzioso, un po sorpreso per la piega che la discussione stava prendendo.
Trovare il fratello in vena di confessioni non era cosa da tutti i giorni.
Strana citt Parma prosegu Davide. Nel loggione ti ritrovi folle di poveracci che ne sanno di
musica molto pi dei signori della platea. E quel mese di agosto mi sono trovato in mezzo alla rivolta.
Da una parte gli squadristi di Balbo, dallaltra la gente di Parma. Un assedio in piena regola.
Luca immagin la scena: quellincosciente del fratello, col violino in mano, in mezzo alla folla di
rivoltosi. Scosse il capo, impaurito, per scacciare quellimmagine.
Cerano tutti riprese Davide, anarchici, repubblicani, comunisti, e persino i popolari e i giovani
corridoniani. Tutti sulle barricate, con poche armi, a farsi ammazzare dai teppisti in camicia nera.
Cerano donne, vecchi, ragazzini... gli Arditi del Popolo. Da quando ho visto il sangue di quella gente,
gli stessi che pochi mesi prima mi applaudivano al Regio, non posso non odiare lindifferenza e il
conformismo che regnano in Italia.
Sta attento a quello che dici lo interruppe Luca. Non ripetere mai, mai ad altri quello che hai
detto a me. da troppo tempo che vivi tra Austria e Germania. In Italia, quelli di cui parli hanno fatto
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tutti una brutta fine. Al confino... o peggio.
Davide annu: Anche in Germania le cose stanno prendendo una brutta piega disse, e in Austria
tira unariaccia. Credo che mi trasferir in Francia. Fece una pausa, poi concluse, con un certo sforzo:
Scusami. Non con te che ce lho, ma con questo paese di furbi, ladri e vigliacchi, che sta marcendo a
causa del troppo potere dei pochi e della troppa indifferenza dei tanti. Accenn un sorriso: So che
non sei un indifferente, anche se preferisci sembrarlo.
Ecco qua. Suo fratello Davide: dopo aver provocato e offeso, manifestava affetto e considerazione.
Luca non poteva fare a meno di volergli bene, nonostante tutto.
Poi lauto acceler di colpo, e il sentimento fraterno per un attimo si offusc.
Non potresti rallentare un po? Civitavecchia non si muove mica disse Luca, abbarbicato al sedile.
Ci aspetta uneredit, no? Hai letto anche tu la lettera. Prima arriviamo in Sardegna, prima la
ritiriamo e prima possiamo sperperarla nelle cose che rendono la vita degna di essere vissuta.
Gi. La Sardegna... A proposito, la guida del Touring Club Italiano raccomanda luso del chinino
di Stato per evitare complicazioni... Per la malaria, intendo.
Vedo che la vocazione da zietta non ti ha ancora abbandonato. Lo interruppe Davide. A te un po
di febbre non farebbe che bene. A piccole dosi, la febbre malarica un po come quella della tisi:
stimola lattivit sessuale. Davide ammicc al fratello, che lo fissava con unespressione
scandalizzata, quindi cambi discorso: E poi sullisola ci aspetta la principesca ospitalit di Villa
Eleonora, la nobile magione ove nacque la nostra compianta madre adottiva, condannata dal buon Dio
dei cattolici a vegetare come albero secco nel girone dei suicidi.
Comera prevedibile, lo sfoggio del suo proverbiale cinismo serv a Davide per prendere le distanze
dai toni confidenziali di poco prima. Luca scosse il capo e si limit a fissare la campagna scorrere al
suo fianco.









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II












Una villa signorile dallaspetto ottocentesco comparve allimprovviso, segnando il brusco
cambiamento dallarido paesaggio sardo agli orti e ai giardini che circondavano le case di Terranova.
La citt accolse i visitatori con labituale, quieta vivacit di quellora: lauto transitava a stento in
mezzo ai pedoni, ai muli e ai carretti degli ambulanti che vendevano pelli di volpe, uova, cestini e
cacciagione.
Ugo Farricorto, curioso come al solito, fissava quel formicolio di gente mentre la macchina si
avvicinava lentamente al porto. Il tempo, da quelle parti, sembrava essersi fermato a prima della
Grande Guerra: le donne si aggiravano nel tradizionale vestito lungo, scuro, con le maniche a sbuffi
bianchi e gli scialli ricamati. Gli uomini indossavano la gabbanella, un cappotto corto che dava
limpressione di essere troppo leggero per linverno e troppo pesante per lestate.
Dal posto di guida, Piero Bonacosta commentava la scena. Non fatevi ingannare. Non confondete il
movimento con una reale industriosit. I terranovesi sono tutto meno che gran lavoratori. Poi per
sorrise con indulgenza: In compenso sono ottimi marinai.
Mio caro Piero, consentitemi di avere qualche dubbio disse con voce impostata luomo che gli
sedeva accanto. La vita di mare richiede ferrea disciplina e scatto felino nellesecuzione degli ordini.
impossibile che dietro un perdigiorno possa nascondersi un provetto marinaio.
Ugo alz gli occhi al cielo e sospir. A volte, suo cognato, il capitano di vascello Romolo Sforza,
era veramente insopportabile. Ufficiale di indubbie capacit militari e di bellaspetto a parte la rosa di
cicatrici sulla guancia sinistra e locchio bendato era per irrimediabilmente prigioniero del suo
mondo fatto di divise, armi e proclami retorici.
Ugo si sent prendere dolcemente la mano. Isabella, seduta sul sedile di fianco, gli sorrideva
divertita: nessuno meglio di lei poteva capirlo. Spesso Ugo si era chiesto per quale motivo sua sorella
avesse deciso di sposare un uomo come Romolo, ma forse Isabella era semplicemente pi furba e
calcolatrice di quanto lui potesse immaginare. Era una donna sensibile, appassionata di arte e musica,
ma in fondo concreta, con i piedi per terra, capace di fare scelte con la testa prima che con il cuore. E
quel matrimonio si era rivelato una scelta saggia per entrambi: dopo la morte del loro padre, se non ci
fosse stato Romolo, non avrebbero mai potuto condurre una vita cos agiata, n lui sarebbe riuscito a
laurearsi in Ingegneria navale.
Ugo pensava di aver ampiamente dimostrato la sua riconoscenza, sopportando per anni con
atarassica pazienza i continui e soporiferi pistolotti del cognato. Ora, per, con leredit in arrivo, le
cose sarebbero cambiate: avrebbe potuto finalmente affrancarsi da Romolo, trovare la propria strada,
viaggiare alla scoperta del mondo e colmare quel senso di insoddisfazione che lo perseguitava ormai da
troppo tempo.
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Una brusca sterzata lo riport alla realt. La strada, curvando, si era allargata a formare un piazzale
che scendeva verso il mare, dove una fila di barche mostrava le reti tirate a secco.
A proposito di marinai riprese Bonacosta, avrete modo di conoscerne alcuni. Strinse gli occhi a fessura e indic un
punto del molo: Mi sembra che Graziano Urgu vi stia gi aspettando. Da queste parti lo chiamano Tziu Grazianu. E quel
gozzo laggi la sua imbarcazione, Su Pioccheddu.
Lauto si ferm non lontano dal punto in cui il gozzo era ormeggiato. Da buon cavaliere, Bonacosta
apr la porta a Isabella che scese dalla macchina facendo frusciare la lunga gonna scura. Romolo
cominci a scaricare i bagagli mentre Ugo se ne stava a fissare il movimento sul pontile.
Due ragazzi raccoglievano valigie e bauletti e li stivavano sottocoperta, osservati da quattro uomini
dallatteggiamento distaccato. Due di questi, alti, robusti, dai capelli ricci, avevano decisamente unaria
di famiglia, gli altri due erano invece magri e gracili. Uno di essi, pens Ugo, sembrava Garrick con il
costume di scena dellAmleto, con i calzoni neri attillati, la giacca nera, la camicia bianca, il bastone da
passeggio e i capelli lunghi.
Forza, giovanotto! lo apostrof Romolo, i bagagli non camminano per conto proprio! E il nostro
amico, qui, deve tornare ai suoi marziali doveri.
Capitano, siete sicuro che non vi serva ancora il mio aiuto? chiese Bonacosta.
State tranquillo rispose Romolo, non sono pi un giovincello, ma non mi spaventano certo
quattro valigie. Sono sempre perfettamente allenato, come deve essere ogni cittadino italiano. Senza
nemmeno accorgersene, lufficiale si era messo in posa, a gambe larghe, con i pugni sui fianchi,
gonfiando il petto nella sua impeccabile uniforme. Corpo libero, salto a ostacoli, corsa, lancio della
palla di ferro, tiro del giavellotto e percorso di guerra. Sempre. Tutte le settimane!
Si congedarono salutandosi romanamente, con il braccio alzato. Bonacosta baci la mano di Isabella
e salut Ugo con un cenno del capo, quindi sal in macchina e ripart. Romolo raccolse le due valigie
pi piccole, con uno sforzo evidente. Ugo sollev le altre due come se fossero state vuote. Aveva una
forza considerevole nonostante il girovita abbondante, i cuscinetti di adipe e la scarsa propensione per
lattivit fisica.
Isabella indossava un abito lungo, sobrio ma elegante, e portava scarpe con tacchi alti. Quando vide
le travi sconnesse del pontile se le sfil senza pensarci due volte. Ho limpressione che il mio
abbigliamento non sia adatto disse, e se ne usc con una risata argentina. Quindi sistem meglio il
cappellino e si inoltr nel porto con passo deciso e scarpe in mano, seguita a distanza dai due uomini.
Si sentiva lieta e serena come non le accadeva da tempo. Quel viaggio, per lei, era una fuga
temporanea dalla gabbia dorata in cui la teneva confinata il marito, innamorato e protettivo. Ora,
mentre andava incontro a quei quattro sconosciuti, circondata da tutto quel mare, le pareva quasi di
aver riacquistato la libert perduta. Una volta giunti sullisola, pensava, avrebbe anche potuto tuffarsi
nelle fredde acque della Sardegna, come faceva un tempo sulle spiagge di roccia alle pendici del monte
Conero. Che fosse novembre inoltrato poco le importava. Aveva quarantanni, ma era in perfetta forma
fisica. Da ragazza era stata una promessa del nuoto; dopo le nozze, per, Romolo le aveva imposto di
rinunciare allattivit agonistica.

Mentre i bagagli degli ultimi arrivati andavano a raggiungere gli altri nellimbarcazione di legno, i
sette parenti raccolti sul molo si fissavano, congelati in un attimo di temporanea incertezza. Non si
erano mai incontrati, prima di allora. Avevano tutti sentito parlare dei cugini, ma non avevano mai
potuto associare un volto ai nomi. Si guardavano in faccia, un po imbarazzati, incerti su chi dovesse
prendere liniziativa, e come. Fu Italo a violare il silenzio, dirigendosi verso Romolo e salutandolo alla
maniera fascista.
Capitano carissimo, mi presento. Sono Italo Farricorto, segretario personale del Podest di Napoli,
lOnorevole Duca Bovino. Conoscere bene nastri e mostrine degli alti gradi militari poteva sempre
rivelarsi utile: E questo mio fratello Gualtiero concluse, indicando il fratello. Gualtiero si limit a
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porgere la manona dalle dita tozze e, con la sigaretta che penzolava dal lato della bocca, biascic
qualcosa che suonava come piacere.
un onore per me conoscere i cugini di mia moglie rispose Romolo, compiaciuto dal tono
ossequioso di Italo. Sono Romolo Sforza, capitano di vascello della Regia Marina Militare prosegu.
Vi presento mia moglie Isabella e suo fratello Ugo, entrambi figli del mio compianto amico, il
capitano di fregata Aldo Farricorto.
Durante la presentazione, Luca e Davide erano rimasti in disparte. Davide fissava Italo e Romolo
con un misto di ironia e disprezzo. Luca lo aveva notato e lo anticip: Noi siamo i figli di Patrizia
Farricorto. Io sono Luca Verdi e lui mio fratello Davide disse, indicando il gemello. Vi fu un rapido
giro di strette di mano. Davide evit accuratamente di stringere la mano a Italo e Romolo, ma si attard
in un lungo baciamano a Isabella che lo guard con aria divertita, senza proferire parola, mentre
Romolo scrutava la scena con palese, crescente nervosismo.
Prima che la tensione aumentasse, Tziu Grazianu raggiunse il gruppo: Ay. Pronti a partire, siamo.
Poneisi met da un lato e met dallaltro. Luomo di mare parlava un italiano passabile, un po
strascicato a causa dei pochi denti.
Luca diede uno sguardo piuttosto preoccupato alla barca. Non un po piccolina per portarci tutti?
Dieci persone, tiene.
E noi quanti siamo?
Dieci, contendu mimi e is atrus duxu rispose prontamente il comandante.
Dieci siamo e dieci ne tiene. E se eravamo undici? sorrise ironico Gualtiero.
Graziano assunse unaria serafica: Anche undici, a dire il vero, entrare ci possono.
Gualtiero esplose in una sonora risata e diede una pacca sulle spalle di Tziu Grazianu, facendolo
traballare, quindi salt agilmente dentro la barca.
Seguendo le istruzioni del comandante i passeggeri si sedettero in modo da equilibrare il peso a
babordo e tribordo. Ugo si ritrov seduto a fianco di Gualtiero, che gli offr una sigaretta. Ugo lo
guard con simpatia e accett la sigaretta. Grazie rispose, ricambiando il sorriso.
Appena Graziano si mise al timone, uno dei due marinai sciolse lormeggio e salt in barca, mentre
laltro cominci ad alare il fiocco. Le vele si gonfiarono e la barca si allontan dalla banchina.
Alluscita del porto, il gozzo venne accolto dalle onde e dal vento del mare di Sardegna. Romolo e
Italo, seduti vicino alla prua, discutevano animatamente, incuranti dei sussulti. Per fortuna, pens Ugo,
il vento e lo sciabordare delle acque facevano giungere a poppa la loro voce come un lontano brusio
ovattato. Cerc Isabella con lo sguardo, e la vide seduta di fianco al marito, intenta a fissare le onde e la
costa che si allontanava velocemente. Sua sorella era una donna attraente, dal fisico statuario, e lui, in
un certo senso, ne era ancora un po innamorato. Come quando era bambino e lei gli faceva da madre.
Ugo aveva notato gli sguardi che ogni tanto si scambiavano Isabella e Davide, quando questultimo
non era impegnato nellassistenza del fratello Luca, riverso sulla fiancata, con il volto verdastro e gli
occhi fuori dalle orbite. Ugo conosceva bene la sorella e sapeva che non era immune da improvvise
passioni. Fino ad allora Isabella era sempre riuscita a tenere ben nascoste le sue scappatelle al marito.
Davide per non gli ispirava alcuna fiducia: quel tipo portava guai. Cera solo da sperare che Isabella
non decidesse di vivacizzare la vacanza provocando scene di gelosia o, peggio ancora, duelli rusticani.
Ehi, comandante, quanto ci mettiamo ad arrivare a destinazione? disse Gualtiero, rivolto al
timoniere.
Con questo vento, meno di unora per Isola Mortorio.
Questo strano nome... perch si chiama cos? chiese Ugo.
A dire il vero non so. Forse per colpa di tutti quegli scogli intorno. E delle correnti. Troppe barche,
affondate ci sono. Soprattutto in questa stagione: il mare cambia sempre umore. Graziano fece una
breve pausa, modific leggermente lassetto del timone e url qualche parola incomprensibile ai due
marinai. Poi continu: Oppure perch sempre disabitata, stata. Prima del vecchio Ario, almeno.
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E quando sarebbe arrivato nonno Ario?. Suo padre era sempre stato poco disposto a parlare delle
origini della famiglia e ora Ugo voleva scoprire qualcosa di pi su quel nonno che non aveva mai visto,
sopravvissuto a chiss quali avventure in America.
Graziano Urgu lo fiss come se lo vedesse veramente per la prima volta: Ah gi, Ario Farricorto
vostro nonno, era. Pecau de babu.... Rimase un attimo in silenzio, pensoso, poi prosegu: Tanti anni
fa, arriv. Almeno ottanta. Mio padre un ragazzino, era. E per un po di tempo mio nonno lavor per la
vostra famiglia, nel piccolo villaggio sullisola.
Ah, c anche un villaggio?
Poche case di pescatori. Ma non ci vive pi nessuno, credo... Forse solo uno... Un vecchio.
Come mai sono andati via tutti? chiese Ugo.
Quando morto Ario tutto in malora, andato. Anche il pesce. Difficile trovarlo in quelle acque.
Come se prima veniva solo per farsi pescare dal vecchio Ario in persona e ora schifa tutti gli altri.
Qualche pesce ancora si trova, ma non tanto.
Ma c anche una bella villa, o no? domand Gualtiero con tono preoccupato. Iniziava a temere
che le ricche propriet potessero rivelarsi una bufala.
Villa Eleonora, volete dire rispose Graziano. bella la villa, s. Era vostra nonna che si chiamava
Eleonora, per questo la villa cos si chiama. Ed era bella anche vostra nonna. Bellissima, era, diceva
mio padre. E sfortunata. Mor giovane; sullisola, la seppellirono.
Be, almeno abbiamo un motivo per chiamarla mortorio comment Gualtiero, con il suo solito
ghigno.
Ugo cerc di deviare la discussione verso altri argomenti: C qualcuno che abita ancora nella
villa?
Solo Vitalia, la cameriera, con suo figlio Primo. Tutti gli altri abitanti morti, sono. Anche il
capitano Bonifacio, mi hanno detto.
S disse Ugo, siamo qui per la lettura del testamento.
E speriamo di fare veloci, senn a Pignasecca mi mandano in fallimento la bottega! aggiunse Gualtiero. Perch inizio
a pensare che questisola porta iella. Ammiraglio, quando tornate a raccoglierci?
Se il tempo buono, tra un paio di giorni rispose Tziu Grazianu, sorridendo. Altrimenti dopo,
come daccordo col signor notaio. Anche se tardo un po, non vi preoccupate. Di fame, almeno,
nessuno mai morto a Villa Eleonora. Strinse gli occhi, li protesse dal sole con il palmo della mano,
scrut tra le onde e punt un dito davanti a s: Isula Mortorio.
Lontano, tra cielo e mare, si stagliava il profilo di un lembo di roccia.
Vicino alla prora, Isabella si era alzata e se ne stava in piedi, a fissarla. Era unisola normalissima,
senza nessun particolare fascino, eppure cera qualcosa che incatenava lo sguardo, come se un occhio
interno riconoscesse particolari che il raziocinio aveva dimenticato. Mentre, perplessa, cercava di
definire quellimpressione, si ritrov ad ascoltare il roco respiro del mare, la voce dellisola che la
salutava: poteva quasi percepirla nella mente, prima ancora che giungesse soffusa e indistinta alle
orecchie.
Sulla barca era calato un silenzio irreale. Improvvisamente, Davide si mise a declamare:

Im Erlschen sind des Tages Gluten
Und sein Windhauch streift die glatten Fluten
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Isabella approfitt di una pausa per recitare il seguito:

Fern verhallten lngst des Lebens Stimmen

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Gli ardori del giorno stanno estinguendosi / e lalito del vento carezza i flutti calmi.
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Komm! Zur Toteninsel lass uns schwimmen!
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Riscosso dal suo torpore, Gualtiero batt gli occhi e fiss entrambi i cugini come se fossero pesci di
una specie sconosciuta. Davide pos uno sguardo ammirato su Isabella.
Fiero, Romolo prese la mano di Isabella e la baci con posa teatrale: La tua pronuncia del tedesco
perfetta, mia adorata.
Lisola dei morti... ti ricorda niente? gli chiese lei, ignorando la sua osservazione.
Assolutamente no.
Era il titolo di un quadro, a Firenze, nellatelier di quel pittore svizzero... ah, la memoria... Lopera
si chiamava Lisola dei morti, Toteninsel. Ricordi?.
Ah! S! Il quadro prediletto di Adolf Hitler!
Questo spiega molte cose disse Davide, senza dare a Isabella il tempo di replicare. Pare che il
professor Freud abbia una copia di quel dipinto nel suo studio. Il fatto che Freud sia uno studioso di
malattie della psiche ci suggerisce un sottile sillogismo: Hitler uno squilibrato.
Mancate di lungimiranza intervenne Italo, fissando Davide con un certo sospetto. In Germania
dilaga il malcontento. Hitler non fa che dar voce al crescente desiderio di rivincita del popolo tedesco.
Va bene, va bene... Non credo che la nostra opinione possa influenzare quella dellelettorato
tedesco.. Il tono reciso di Isabella rivel tutto il suo fastidio per la discussione che aveva
involontariamente innescato. Le questioni politiche erano quanto di pi lontano dalle sensazioni
viscerali che le suscitava la visione di Isola Mortorio.
Forse qualcuno era ancora pronto a dire la sua, quando il comandante fece vibrare la sua voce
salmastra: Ay. Seusu arribausu. Preparatevi a scendere.
Le manovre dellequipaggio condussero il gozzo in mezzo agli scogli verso un molo in legno,
fatiscente e roso dalla salsedine. Isabella non riusciva a togliersi di dosso quel senso di fastidio. Come
un presagio di sventura. Mentre stavano per toccare il molo, per un istante, gli scogli le parvero giganti
accucciati sotto il pelo dellacqua, con grandi dorsi calcarei e chiome vegetali mosse dalla corrente.






2
Da molto tempo ormai risuonarono lontane le voci dei viventi. / Vieni! Avviamoci a nuoto verso lisola dei morti.
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Diario, a.D. 1821, 28 febbraio












una mattina fredda e luminosa. Non piove per la prima volta da giorni. Un buon segno per la partenza
di domani.
Ieri ho scritto fino a tardi, credo fossero le tre di notte quando, sfinito, sono caduto in un sonno
agitato. Le memorie del passato, sommate allansia per il nuovo viaggio in mare che mi attende, mi
hanno condotto a rivivere in sogno, ancora una volta, gli eventi di quella notte, dopo il naufragio della
Devil Dam.

La nave era stata ormai inghiottita dalle onde. Sulla lancia in cui avevo trovato scampo il silenzio
era rotto solo dal rumore dei remi nellacqua. Eravamo a circa due miglia dalla costa, due miglia da
quella luce, ancora brillante, che ci aveva guidato sugli scogli. Al mio fianco, come sempre, Domenico;
Pollard, a prua, scrutava nel buio, cercando di individuare altri pericoli in agguato; oltre a noi, altri
quattro marinai ai remi. Laltra lancia, a stento visibile, ci seguiva a pochi metri con cinque
sopravvissuti a bordo. Dodici superstiti in tutto su venti uomini di equipaggio.
Remammo come disperati per oltre un miglio. Poi laltra lancia si capovolse, senza motivo
apparente. Il mare non era eccessivamente agitato. Nessun capodoglio in circolazione. I nostri
compagni riemersero nellacqua gelida e lanciarono alte grida di rabbia e di paura. Corremmo subito a
recuperarli, illuminando la notte con la lanterna ad olio. Solo tre di loro nuotavano ancora attorno alla
barca.
Mentre ci avvicinavamo, uno affond di colpo, come trascinato da un grosso peso. Ci affrettammo a
recuperare gli altri due. Pollard porse la mano a uno, io allaltro. Salvatore, un massiccio siciliano con
una folta barba nera mi sorrise e strinse la mia mano. Sembrava ancora pieno di energie. Si aggrapp
alla barca e cerc di issarsi.
Allimprovviso ricadde in acqua: lo tenevo stretto per la destra, lo tiravo con forza, ma la sua testa
riemerse solo per un istante, gli occhi sgranati pieni di orrore. Alle mie spalle Pollard cominci a urlare.
Sentii due colpi di pistola, in rapida successione.
Salvatore mi guardava, con la faccia a pelo dacqua, mentre la sua mano mi scivolava tra le dita e
laltra artigliava disperatamente la fiancata della lancia. Cercavo di sollevarlo, ma il suo peso era
enorme: qualcosa lo stava trascinando a fondo. Un brivido mi corse per la schiena. Tutte le storie di
mostri marini e fantasmi, raccontate da mio padre, mi tornavano alla mente, storie di squali e piovre
assassine, di morti che tornano, di anime dannate che cercano vittime innocenti. Volevo salvarlo,
volevo scacciare gli orrori. Non ci riuscii. Vidi lovale della sua bocca scomparire nel mare
dinchiostro. Vidi la sua vita venire a galla in bolle sempre pi piccole. Non feci in tempo a chiedermi
cosera successo, n a capire perch Pollard sparava e tutti urlavano. Non feci in tempo, perch la barca
si rovesci.
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Limpatto con lacqua gelida mi tolse il fiato come un pugno al centro del petto. Il peso del maglione di lana mi tirava
verso il basso. Reagii, mi tenni a galla, mi aggrappai alla scialuppa rovesciata e mi guardai attorno. Nel buio mi sembr di
intravedere altre teste affioranti.
Qualcosa mi sfior una caviglia. Uno squalo, pensai, e il cuore acceler i battiti. Poi mi sentii
afferrare, come da una mano, o da un tentacolo. Non era la mascella di uno squalo, ma era comunque
una presa feroce, crudele, gravata da un peso enorme, da una forza inumana che mi trascinava nel buio
delloceano. Cercai di contrastare la spinta, senza alcun successo. Fui preso da un terrore assoluto.
Nessuno poteva aiutarmi, ero solo. Pensai a mio padre, alla sua morte. In un istante mi ricordai del
coltello a serramanico che mi aveva regalato e che portavo alla cintola. Lo estrassi, lo aprii, mi piegai
in due e colpii, alla cieca. La lama penetr nella caviglia, ma si scontr anche con qualcosa di duro,
scaglioso, coriaceo. Colpii ancora, e ancora, finch la presa non mi lasci. Allora nuotai verso la
superficie, con i polmoni che chiedevano aria, resistendo allistinto che mi spingeva ad aprire la bocca,
fino a quando non sentii di nuovo il vento sulla faccia. Mi trovai a bere laria a sorsate avide, tossendo,
rantolando. Vicino a me, la lancia rovesciata. Attorno a me nessuno, neanche Domenico. Tutti
scomparsi.
Non provai dolore. Troppo lo sfinimento, troppa la paura.
A qualche centinaio di metri il faro brillava ancora. Cercai di ignorare il freddo e lintorpidimento e
nuotai verso la luce.

Passarono alcuni minuti, unora, una vita. Poi unonda mi trascin a riva.
Giacevo riverso sulla sabbia, immobile, tremante, quando sentii una voce: You are a good
swimmer, sir. Alzai gli occhi e vidi una figura alta e dinoccolata, inginocchiata vicino a me; e poi altre
figure in piedi. A pochi metri cera una piramide di pietre. In cima alla piramide ardeva una pira. Era
dunque quello il faro. E questi uomini, pensai, questi buoni samaritani che mi accoglievano
meravigliati erano i saccheggiatori di relitti, le iene del mare che avevano condannato a morte i miei
compagni. Avevo sentito parlare di questi criminali che attiravano le navi sulle secche per poterle
depredare. Ebbene, se questo era stato il loro scopo, avevano fallito: la Devil Dam era in fondo al
mare, con tutto il suo carico.
I guardiani del faro mi avevano circondato. Guardandoli, pensai che la loro bruttezza fisica doveva
rispecchiare il marciume dei loro animi: avevano il cranio dalla forma allungata, il naso schiacciato, e
gli occhi vitrei, sporgenti e sgranati; la pelle sembrava coperta da croste. Tutti mi fissavano in silenzio.
Avevo paura. Avevo freddo. Credevo di avere ormai cacciato lultima balena e drizzato lultima
vela.
Mi sbagliavo. Ancora non potevo saperlo, ma avevo appena trovato la mia nuova casa.




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III












Una grossa nuvola scura copr il sole non appena Romolo mise piede sullisola. La sabbia bianca si deposit sulle sue
calzature dordinanza, lucidate come da manuale. Lufficiale scrut i granelli con sguardo torvo, come se fossero reclute
novizie di una truppa poco disciplinata.
La brezza marina aveva cambiato odore: non serviva essere un lupo di mare per capire che il tempo
stava volgendo al peggio. Tziu Grazianu e il suo equipaggio avevano gi cominciato a scaricare i
bagagli dei passeggeri sul molo, accatastandoli alla rinfusa per la fretta e sollevando le proteste di
Isabella.
Italo raggiunse Romolo sulla spiaggia e diede voce alle perplessit che turbavano entrambi: Mi
chiedo se siamo sbarcati in Italia o nella parte pi remota delle colonie dAfrica.
Avete proprio ragione rispose Romolo, e fece scorrere uno sguardo di disapprovazione tutto
attorno, soffermandosi su ogni rovina, pozzanghera, rifiuto, carcassa, putredine e ferraglia di quella
desolazione. L dove terminava la spiaggia, cominciava una fila di vecchie casette in pietra, circondate
dai pi svariati oggetti trascinati dal mare o abbandonati chiss quando e chiss da chi; le mura delle
case serbavano un vago ricordo dellintonaco bianco che un tempo doveva averle ricoperte.
Romolo inspir ed espir pi volte teatralmente. Ora che siamo qui noi, appena preso possesso di
questi luoghi, ci faremo carico di una doverosa opera di ripulitura. A cominciare da quello
scansafatiche lass. E indic con un cenno della testa un uomo canuto, a piedi nudi, con indosso
vestiti stracciati, che stava nascosto dietro una rete da pesca, vicino a quella che sembrava essere
lunica abitazione ancora praticabile del villaggio.
Comandante! chiam Romolo ad alta voce, senza girarsi.
Graziano Urgu stava rimproverando i suoi marinai, in piedi davanti a lui, tutti contriti mentre la
signora Sforza verificava con aria preoccupata lo stato dei bagagli. Udito il richiamo di Romolo, Tziu
Grazianu sospir rumorosamente e volse gli occhi al cielo, quindi impart ai suoi uomini lordine di
prepararsi a salpare e si diresse verso i due gentiluomini. Appena giunse a portata di voce, Romolo lo
incalz: Comandante, chi quelluomo? Fa parte della servit?
Il vecchio Efisio, Tziu Afisinu rispose Graziano. Da candu marragodu, sempre qui vissuto.
Sullisola lunico pescatore rimasto, . Un poco scorbutico, ma si fa gli affari suoi.
Allora potr darci una mano con i bagagli. Romolo si gir a fissare il resto della comitiva in cerca
di un volontario per accompagnarlo. Sua moglie si era calmata, ma era impegnatissima a rovistare nel
baule in cerca di qualche assurdo accessorio femminile, e sorrideva fin troppo alle battute di quel
damerino in nero, sicuramente privo di spina dorsale. Il pescivendolo e suo cognato Ugo stavano
fissando il mare. Laltro damerino se ne stava in disparte, con un libretto e una penna nelle mani, e
sembrava stesse contando le valigie.
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Disgustato, Romolo scosse la testa. Se vuoi una cosa fatta bene... mormor, e si avvi verso il
pescatore.
Sentendosi congedato, Graziano torn alla barca e salt a bordo, mentre i marinai toglievano gli
ormeggi. Salut i passeggeri con ampi gesti della mano e manovr per prendere il largo. Mentre il
gozzo si allontanava, la brezza si faceva sempre pi tesa.

Ugo e Gualtiero fissavano Su Pioccheddu che navigava pigramente verso Terranova. Si erano
accomodati ognuno sul proprio bagaglio e si godevano lo splendido colpo docchio sulla baia.
Gualtiero aveva offerto a Ugo unaltra sigaretta e ora i due cugini aspiravano boccate di fumo, in attesa
che qualcuno dicesse loro quel che dovevano fare.
Bella barca, vero? disse Ugo. Era affascinato dallimbarcazione, dalle manovre, dalla perizia dei
marinai. Mentre osservava il gozzo scivolare sulla superficie corrugata dalla brezza, evitando gli scogli
affioranti nella baia, immagin che gli scogli potessero essere mostri in agguato e che limbarcazione e
i suoi occupanti ne fossero la preda.
Gu, cugino, la voce di Gualtiero strapp Ugo alle sue fantasie, Con una barca come quella, che
ci torni a fare a terra?
Come? chiese Ugo.
S, a terra... Con una barca cos, a terra ci torno solo per rivedere Rita mia: lei in barca non ci
vivrebbe mai spieg Gualtiero. Anche lui era rimasto ipnotizzato dalla grazia con cui il gozzo
aggirava gli scogli. Con il suo peschereccio non sarebbe mai riuscito a manovrare cos. Forse, presto,
con i soldi delleredit, avrebbe anche potuto comprarsi una barca a vela da gran signore, elegante,
maestosa. Magari, avrebbe navigato proprio fino a Isola Mortorio. Prima, per, doveva studiare bene i
fondali: il suo istinto di pescatore gli suggeriva che quelle acque erano insidiose per chiunque non le
conoscesse bene. Probabilmente solo chi aveva trascorso una vita l in mezzo poteva essere in grado di
evitare tutti i pericoli che vi erano nascosti. Gualtiero sogghign tra s e s allidea di vivere in
ammollo tra quegli scogli, poi, senza alcun preavviso, il ricordo del padre entr nelle sue fantasticherie
e fece svanire di colpo il sorriso affiorante.
Che hai? chiese Ugo, tirando il mozzicone tra i flutti.
Gualtiero ci pens su per un po. Niente rispose infine, niente. Anneg la sua cicca, si alz e si
diresse verso il fratello Italo. Ugo lo segu, e si lasci sfuggire un gemito di sconforto quando colse la
sorella Isabella intenta a tubare con quel pericoloso corvo nero dal lungo piumaggio.

Isabella si strinse le braccia sul corpo: il vestito non la riparava a sufficienza dal vento che si era
fatto pi fresco. Davide prese un mantello che aveva saggiamente tenuto fuori dalle valigie e lo
accomod sulle spalle della donna. Un sorriso di gratitudine sbocci sulle labbra di Isabella, ricambiato
da unespressione sorniona di Davide. Si fissarono per qualche secondo, poi si voltarono entrambi a
osservare la desolazione del vecchio villaggio. Isabella not il marito che si stava allontanando di buon
passo. Improvvisamente, la donna si strinse nel mantello, affond il naso nel bavero e inspir
avidamente, socchiudendo gli occhi. Davide colse il gesto di Isabella e sorrise compiaciuto. Dopotutto,
la gita avrebbe avuto dei risvolti interessanti, pens, guardando divertito la tronfia camminata di
Romolo Sforza, diretto verso quel tipo strambo, asserragliato dietro alle reti da pesca.

Mentre il tizio in divisa si dirigeva verso di lui, Tziu Afisinu diventava sempre pi guardingo. Efisio
odiava le divise: quando gli servivano non cerano e quando cerano portavano solo guai. Le altre
persone sbarcate non sembravano militari o carabinieri, quindi forse non erano l per lui. Quelluomo,
per, puntava dritto nella sua direzione; di sicuro voleva qualcosa ed era meglio non indagare. Efisio
abbandon lopera di riparazione della sua preziosa rete da pesca, scivol in casa senza fretta mai
andare di fretta, li rende sospettosi e fece girare il chiavistello.
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Dopo un po il tizio cominci a picchiare alla porta. Tziu Afisinu recuper larpione dalla parete,
non per usarlo era passato tanto tempo dallultima volta che aveva ucciso qualcuno , ma per far
capire chiaramente a quello in divisa che non era il caso di disturbarlo, se mai fosse riuscito ad entrare.
Non aveva paura delle divise, lui; dentro una divisa c sempre e solo un uomo, fatto di ossa, di
carne e di sangue. Tutta roba che, volendo, si taglia, si rompe e si sparge per terra. Tutta roba umana,
insomma. Non come quello che a volte usciva dal mare. Sorrise. Forse per quel tizio larpione non
sarebbe servito, sarebbe bastata solo un po di pazienza.

Romolo si stanc presto di bussare. Se quello straccione aveva deciso di fare orecchie da mercante,
se ne sarebbe occupato pi tardi, magari facendo pesare la sua autorit di ufficiale e di nuovo padrone
dellisola. Avrebbe dovuto parlarne con il notaio. Ne prese nota mentalmente e giur a se stesso che
avrebbe fatto di quel posto sperduto un esempio di ordine ed efficienza gestionale.
Mentre lufficiale tornava sui suoi passi, deciso a organizzare un autarchico trasporto dei bagagli, un
rumore cigolante anticip larrivo di un carretto trainato da un piccolo asino grigio e spelacchiato.
Finalmente si ricordano di noi disse Italo, poi guard sconsolato il mezzo di trasporto e concluse,
rivolto a Romolo: E speriamo che le condizioni del resto delle propriet siano migliori di quanto lasci
supporre questo spettacolo pietoso...
Gualtiero si accost a Italo e gli diede di gomito. Gu, guarda che soggetto! disse, e indic luomo alla guida del
barroccio, Chillo tene ernia, scorbuto e catarro cronico dello stomaco!
Il carrettiere era un tipo alto e magro con le spalle cascanti; la testa, oblunga e schiacciata ai lati,
ciondolava al ritmo dei sobbalzi del carretto. Le grinze ai lati del collo e i capelli radi lo facevano
sembrare vecchio, anche se il volto ottuso apparteneva a un uomo la cui et non andava oltre i
quarantanni.
Luca, che fino a quel momento se ne era stato silenzioso in disparte, fu il primo a ritrovare la parola:
Chiss che ne penserebbe Lombroso poi, quasi sussurrando: Guardate che tipo. Occhi quasi albini,
naso schiacciato, orecchie piccole, pelle eritematosa, mani enormi... Ci si potrebbe scrivere un saggio
di anatomia criminale.
Lombroso era un idiota replic Davide, che si era accostato al fratello: Quello solo un
poveraccio che vive di stenti.
Evidentemente, caro signore, voi criticate solo perch non sapete nulla della teoria lombrosiana.
Italo non aveva potuto trattenersi dallintervenire nella discussione; come sempre accadeva durante i
dibattiti politici e gli incontri pubblici, il tono di voce era cresciuto e la cadenza napoletana era stata
quasi cancellata da una puntigliosa cura nella dizione: La scuola positiva del diritto penale sostiene
che i criminali non delinquono per atto cosciente e libero, ma perch hanno spontanee tendenze
malvagie. Tendenze che traggono la loro origine da unorganizzazione fisica e psichica diversa da
quella delluomo normale. E laspetto esteriore limmagine dellequilibrio psicofisico.
Idiozie! tagli corto Davide in modo poco diplomatico, facendo sobbalzare il fratello.
Per quegli occhi fissi e sgranati sono davvero inquietanti disse Isabella a bassa voce, mentre il
carretto si fermava di fronte al mucchio di bagagli. Il guidatore scese goffamente, fece un paio di passi
strascicando i piedi enormi e scalzi, diede un lungo sguardo circolare ai presenti, poi disse: Andiamo
alla villa. La voce aveva un curioso tono gracidante.
Ricongiuntosi al resto del gruppo, Romolo si rivolse indispettito al nuovo arrivato: Giovanotto, pur
volendo transigere sul vostro ritardo, non sono disposto a rinunciare alle buone maniere. Il capitano
aveva assunto la posizione mussoliniana del comando, con i pugni sui fianchi e il mento in fuori:
Declinate le vostre generalit e rivolgetevi a noi con il dovuto rispetto!
Gli occhi azzurri, slavati, chiarissimi, si volsero sullufficiale senza battere ciglio. Per alcuni lunghi
secondi il figuro rest in silenzio, poi gracchi: Primo, sono. Quindi, ignorando Romolo, si volt
verso le valigie e raccolse le due pi grosse con una facilit tale da denotare una notevole forza fisica.
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Romolo allarg le braccia in segno di resa. Ci mancava solo il minorato disse con tono aspro, in
modo che solo Italo lo udisse.
Gualtiero raccolse una valigia e fece segno a Ugo: Cugino, aiutiamo sto guaglione che se spara e
pose, senn con la prossima valigia gli scenne a uallera.
La che? chiese Ugo raccogliendo una borsa.
Gualtiero ammicc, indic le parti basse e tradusse: Se va avanti cos, al campione gli scende
lernia. Ugo sorrise e soffoc una risata.
Con laiuto dei due, Primo sistem valigie e bauletti sul carro, riempiendo interamente lo spazio
adibito al trasporto, poi si rivolse a Isabella: La bella signora pu salire.
Romolo simporpor di sdegno, ma Isabella lo sed ponendogli una mano sulla spalla e rispondendo
allinvito. S, grazie. Non vorrei rovinarmi la gonna camminando tra gli sterpi.
Primo si arrampic al posto di guida e porse lenorme mano adunca a Isabella, che si iss agilmente
sul carro. Lasino, incitato da Primo, si mise a trascinare faticosamente bagagli e passeggeri lungo il
sentiero sterrato, sollevando una nuvola di polvere. Tenendosi a debita distanza, gli altri ereditieri si
accodarono in processione.
Gualtiero, che avanzava al fianco di Italo, comment a denti stretti: Pare la processione della
Madonna della Pignasecca.
Italo represse un risolino: S, ma la Madonna sul carro tanto immacolata non mi pare. Poi, a voce
ancor pi bassa: Hai visto come fa la smorfiosa con quel pagliaccio vestito di nero? Mi sa che il nostro
Romolo tene cchi corna ca na sporta e maruzze.
Gualtiero rispose con una strizzata docchio. Gli faceva sempre piacere quando il fratello svestiva i panni del
granduomo e tornava a essere il guappo dei bei tempi andati.
Ugo, ultimo della fila, si volse a guardare il mare: il gozzo era un puntino lontano e il cielo si stava
affollando di nubi scure orlate da un grigio metallico. Nonostante un profondo senso dinquietudine,
accentuato dalla desolazione che lo circondava e dal maltempo in arrivo, Ugo si sentiva in sintonia con
quel luogo, con quellaria che sapeva di mare. Respir profondamente, poi si volse a guardare il carro
che era quasi scomparso dietro una collinetta. Affrett il passo, super il dosso della collina, e
finalmente la casa apparve.

19


IV












Il lato settentrionale dellisola era completamente diverso da quello su cui erano sbarcati. Mentre a sud
il terreno digradava lentamente verso il mare, a nord la superficie dellisola si manteneva rialzata di
almeno una ventina di metri sul livello dellacqua e terminava con uno strapiombo, come se la pietra
fosse stata tagliata con laccetta.
Sul lato orientale la macchia costituita dai cespugli di rovi, mirto, ginestra ed elicriso, era folta al
punto da sembrare solida e soffocava i tronchi di alcuni vecchi lecci, in procinto di rovinare gi dalla
scarpata.
A ovest si ergeva la villa, pi simile al casolare di un ricco fattore che a unabitazione signorile. La
costruzione ottocentesca a due piani mostrava i segni inequivocabili della decadenza, pur mantenendo
una sorta di dignit contadina. Un ampio terrazzo, parzialmente riparato dal sole grazie a una tettoia,
era lunica concessione alla vanit mondana. Maestoso come il ponte di una grande nave da crociera, il
terrazzo si affacciava sul mare; una stretta scaletta di legno lo collegava a una minuscola spiaggia,
circondata da scogli e costellata da pietre franate dalla scarpata sovrastante.
Davanti allingresso della villa si apriva un giardino invaso dalle erbacce e dai fusti raggrinziti di
piante floreali morte da mesi, se non da anni. Unici segni di vita, alcuni cespugli di lavanda, una grossa
palma e i tenaci gerani. Un lato del giardino era racchiuso da una cancellata dietro alla quale sorgeva
una siepe di pitosforo, quasi completamente disseccata. Larea isolata era in parte circondata da una
piccola macchia di cipressi, che arrivava fin quasi allo strapiombo.
Il carretto cigol fino allo spiazzo antistante la casa, dove una figura sparuta e scarmigliata
attendeva i visitatori. Era una donnina bassa, rinsecchita, con occhi color minestrone leggermente
strabici e capelli grigi raccolti in un groviglio caotico sulla testa. Forse un tempo molto lontano era
stata graziosa, ormai per era decisamente brutta, oltre ogni tentazione. La gonna e la camicia, nere
entrambe, erano un po fruste, ma pulite e in ordine, ed emanavano un forte sentore di naftalina.
Isabella, con il suo spirito di osservazione femminile, non pot fare a meno di notare questi particolari,
incluso lo sguardo affettuoso che lanziana signora rivolse al loro cocchiere.
Buonasera, buonasera disse la donna ai nuovi arrivati, abbozzando un goffo inchino. Vitalia
sono, al vostro servizio. Poi poggi la mano sul braccio di Primo, che stava legando il somaro al palo:
Potta aintru i balijasa dai sannorisi.
Linterpellato si gir e biascic Eya, mamai, facendo oscillare il testone ovale in segno di ebete
assenso. Poi esib un ampio sorriso a bocca aperta, senza preoccuparsi di tener dentro la lingua.
Assistendo alla scena, Romolo e Italo si scambiarono uno sguardo di divertito disgusto.
Primo afferr i bagagli dal carretto e segu gli ospiti che entravano nella villa; i suoi occhi
dallespressione indefinibile erravano incerti fra il volto della madre e le forme procaci di Isabella.
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Si accomodassero. Si accomodassero. Vitalia faceva strada nella casa, avanzando a passettini
nervosi. Nella penombra dellatrio, i visitatori riuscirono a poco a poco a distinguere una larga e
comoda scalinata che sincurvava verso i piani superiori, e una porta aperta sulla destra che mostrava
un altro ambiente in cui la polvere galleggiava nella luce radente del pomeriggio.
Per di qua. Prego. Prego. Lalto soffitto faceva rimbombare le parole della domestica, mentre la
sua gestualit essenziale pareva spingerli proprio verso la stanza di destra. Non su per le scale. Non
ora. Non ora. Romolo fu preso a braccetto e trascinato verso il gruppo in modo piuttosto deciso.
Come vi permettete? Vi prego di lasciarmi prov ad obiettare il capitano di vascello ma, colto di
sorpresa dallenergia della donnetta, si lasci ricondurre docilmente allordine.
Il signor notaio dice di attenderlo qui, che sta arrivando. Intanto, c qualcosa che desiderano? T?
Caff? Mirto?
Una tazza di t, grazie rispose Isabella.
S, grazie, anchio mormor Luca. Molte teste ciondolarono in segno di approvazione. Con un
inchino, la domestica usc dalla stanza, chiudendo la porta dietro di s.
Anche lanticamera ci tocca fare, ora si lament Romolo. Doveva assolutamente ritrovare il
prestigio dopo lumiliazione subita da quella serva. Eh, s, parecchie cose sarebbero cambiate in quella
casa e quellarpia col figlio minorato non avrebbe avuto alcun futuro nella residenza estiva del capitano
Sforza.
Che sciccheria! disse Gualtiero, lasciandosi cadere su un divano foderato di velluto. In realt
lambiente era un po troppo vetusto per risultare raffinato, ma era ben tenuto. Unampia vetrata che
dava su un terrazzo lasciava entrare la luce del sole, ancora alto sul mare.
Mentre gli altri prendevano posto sui divani disposti a semicerchio, Ugo osservava i trofei appesi
alle pareti. Erano pesci di dimensioni variabili, dal mezzo metro in su, per lo pi di specie a lui
sconosciute. A giudicare dai grossi bulbi oculari e dalla pesante struttura ossea del capo, sembravano
provenire dagli abissi marini; probabilmente dovevano il loro aspetto mostruoso proprio alle tremende
pressioni e allassenza quasi totale di luce.
Gualtiero stava seguendo con lo sguardo il cugino e quando questi si gir dalla sua parte indic il
trofeo che per ultimo aveva attirato la sua attenzione. Vendo pesce da ventanni, ma quella roba l non
lho mai vista. Da mangiare mi sa che una fetenzia.
Hai ragione rispose Ugo, sorridendo, mentre cercava di ignorare linquietante espressione di
quellessere imbalsamato. Cera una sorta di vitreo terrore congelato in quellunico occhio che fissava
un punto imprecisato della stanza, come se la morte fosse giunta in modo particolarmente orrido e
improvviso.
Gualtiero quellaspetto non lo aveva proprio colto: lo sguardo dei pesci non lo poteva impressionare
n impietosire. Lunica volta che aveva esitato davanti alla sofferenza di un pesce era ancora bambino,
e il padre gli aveva ordinato di strappare lamo dalla bocca di una bella triglia. Chi more e maruzze e
funge, porca chella mamma ca so chiagne, gli aveva detto, e lui aveva tirato lamo. Da allora non
aveva pi tremato, neanche prima di affondare il coltello nelle trippe di qualcuno.
Gualtiero, che tieni? chiese Italo, che aveva colto la fissit dello sguardo del fratello.
Niente, ripensavo a pap.
Del resto, neanche Italo sembrava essere a suo agio. Non faceva che sedersi e rialzarsi, grattandosi
nervosamente il collo. Cera qualcosa in quella casa che lo infastidiva; era una sensazione anomala per
lui, uno stato danimo quanto mai lontano dal suo abituale e serafico pragmatismo. Forse la causa di
tutto erano i racconti ascoltati ai tempi dellinfanzia: quelle storie narrate dal padre oltre quarantanni
prima, storie ambientate in quella casa, leggende legate al mare e al passato della famiglia. Non
riusciva nemmeno a ricordare con precisione di cosa parlassero. Guard gli altri e lesse nei loro occhi
lo stesso disagio.
Non si accorse dellarrivo di Vitalia e trasal quando se la ritrov tra i piedi, con in mano un grosso
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vassoio dargento, contenente un servizio da t di finissima fattura orientale. La domestica, giunta in
salotto silenziosa come un gatto, cominci a servire linfuso agli ospiti.
Reggendo la tazza con la sinistra, Isabella si diresse verso un pianoforte a coda vicino alle finestre e
ne sfior i tasti, che erano stati accuratamente spolverati, forse in attesa degli ospiti. Con un abile
movimento della mano libera fece risuonare alcune note, decisamente fuori tono: mi... sol fa mi fa sol...
mi do. Il suono dello strumento era alquanto lugubre e lallegro tema mozartiano ne usc trasfigurato,
tanto che Davide non pot trattenere un sorriso.
Saranno cinquantanni che questo pianoforte non suona comment Isabella.
Settanta, per la precisione. Un uomo basso e rotondetto era comparso sulla porta della stanza
senza che nessuno se ne accorgesse. Tanti ne sono passati dalla morte di vostra nonna Eleonora,
lunica melomane di tutta la famiglia aggiunse il nuovo arrivato, avvicinandosi ai divani. Lometto
fiss Isabella da dietro gli occhialini tondi: Voi assomigliate molto al ritratto di Eleonora. Quanto
meno i lineamenti, il taglio degli occhi...
Irritato, Romolo si frappose tra la moglie e il tappo, come gi laveva mentalmente etichettato.
Fissando linterlocutore dallalto in basso sbott, sarcastico: Sono il capitano di vascello Romolo
Sforza. Con chi abbiamo lonore di parlare?
Perdonate la mia maleducazione, sono stato folgorato dalla somiglianza della signora con il ritratto
che potrete ammirare al piano superiore rispose linterpellato, muovendo le mani bianche e paffutelle,
come a dispensare benedizioni. Tendo talvolta a essere troppo prolisso, forse a causa della mia
passione per gli studi classici. Poi, vedendo lirritazione crescere sul volto del capitano, concluse:
Sono il notaio Arnaldo Cit, una vecchia conoscenza del vostro defunto cugino Bonifacio Farricorto e
suo esecutore testamentario. Il notaio porse la mano a Romolo, che rispose salutando romanamente.
Arnaldo, non sapendo che fare, sventol in risposta lestremit grassottella. La scena imbarazzante
diede il via a un giro di saluti romani e strette di mano, non sempre coordinati tra loro.
Arnaldo Cit disse tra s e s Luca. Poi si rivolse al fratello, a bassa voce: Questo nome non mi
nuovo... ho avuto la stessa sensazione quando lho letto la prima volta, sulla lettera. A te non ricorda
niente?
Mi ricorda solo un topone di fogna, grigiastro e panciuto sussurr lui. Larchetipo del notaio.
Isabella colse il commento e si gir verso Davide, il volto atteggiato a una maliziosa espressione di
biasimo. A dir la verit, il suo muto gesto sembrava pi di complicit che di rimprovero. Luca,
infastidito dal comportamento del fratello, si chiuse nel silenzio, tormentandosi il labbro inferiore con
particolare accanimento.
Nel frattempo, Italo aveva monopolizzato la conversazione: Notaio carissimo, siamo lieti di fare la
vostra conoscenza e di sapere che il nostro compianto cugino ha potuto contare sulla consulenza di un
valente professionista come voi. Era incredibile, pens Gualtiero, come il fratello riuscisse a parlare
interi minuti senza prendere fiato. Speriamo che possiate darci anche qualche notizia sugli ultimi
giorni del povero Bonifacio, oltre che illuminarci sui termini del mandato testamentario.
Il notaio annu pi volte, con un sorrisino inamidato in faccia: Caro signor Farricorto, sar
lietissimo di rispondere alle vostre domande appena ci saremo comodamente seduti a tavola per la
cena. Le manine grassocce continuavano ad agitarsi, come se vivessero di vita propria: La lettura del
testamento verr effettuata domani mattina, quando sarete pi riposati. Adesso suggerisco di
rinfrescarci e prepararci allottimo pasto che Vitalia ha cucinato.
Perditempo. Inutile pomposo perditempo bofonchi Romolo a bassa voce.
Avete proprio ragione, signor notaio. Se non mi tolgo di dosso la polvere del viaggio, impazzisco
replic Isabella, poi sfior la mano di Romolo e aggiunse: Caro, accompagnatemi in stanza.
Il capitano di vascello si ammans subito e la segu docilmente.

Arnaldo Cit chiam a gran voce Vitalia, che condusse gli ospiti al piano superiore. Terminate le
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scale, si ritrovarono in un lungo corridoio alle cui pareti una serie di ritratti si alternavano a robuste
porte in legno. I quadri erano stati chiaramente dipinti da un dilettante, ma la qualit era comunque
sufficiente a mostrare nelle figure a mezzo busto le caratteristiche tipiche della famiglia: capelli ricci,
corporatura imponente, carnagione scura.
Isabella si sofferm a guardare il ritratto della nonna Eleonora. Era vero, la somiglianza era
incredibile. Forse la carnagione era leggermente pi chiara, i capelli pi lisci e il fisico pi minuto; per
i tratti del volto erano gli stessi. Vitalia apr la porta della stanza assegnata alla coppia e Isabella segu il
marito, abbandonando lesame del dipinto. In pochi secondi, tutte le stanze vennero occupate e il
corridoio fu di nuovo deserto.
I volti nelle tele, impassibili, rimasero nella penombra a fissare il vuoto.

Nella loro stanza, Davide e Luca si guardavano titubanti. Ad ogni cugino era stata assegnata una
stanza tutta per s. Solo loro due erano stati alloggiati nella stessa camera. Vitalia si era scusata per
linconveniente nel suo incerto italiano ed entrambi si erano rassegnati alla convivenza. Il disagio, per,
era evidente: si ritrovavano ancora una volta a dormire insieme, in un ambiente sconosciuto, come ai
tempi dellorfanotrofio o come la prima notte a casa Verdi, dai loro genitori adottivi.
Fu Davide a dar voce a quella sensazione. Come quando eravamo piccoli disse, con un sorriso
ironico.
Eh gi... si limit a rispondere Luca. Poi apr la sua valigia e cominci a riporre i vestiti
nellarmadio.
Davide, invece, si mise a osservare il panorama dalla finestra spalancata sul mare, il cui colore
tendeva ormai al violetto. Poi, con un gesto improvviso, apr la custodia del violino, estrasse lo
strumento e cominci a suonare. La melodia, sofferta e inquietante, sembrava richiamare le nuvole di
tempesta che gremivano il cielo allorizzonte.
Intanto Luca si era sdraiato sul letto. Che stai suonando? Non ho mai sentito niente del genere.
Bartk, movimento di sonata disse Davide, interrompendo per un momento lesecuzione. Mi
stupirebbe che lavessi sentito perch nessuno lha mai eseguito in pubblico. Lho ricevuto in forma
privata. Erano passati cinque anni da quella sera nel salotto della contessa Esterhazy. In effetti mi
stupirebbe che tu avessi mai sentito parlare di Bartk. Davide ripens a quel musicista geniale, la cui
opera forse non sarebbe mai stata compresa. Appoggi nuovamente larchetto sulle corde e il violino
riprese il suo lamento straziante.

Che rompiscatole!. Romolo si agitava nella stanza come una mosca in un bicchiere. Non capisco
se un violino o un gatto scuoiato. Diede un pugno sul piano della piccola scrivania, facendo gemere
il legno tarlato. Sar sicuramente quellinutile idiota vestito come dArtagnan!. Intanto si grattava
nervosamente le cicatrici attorno allocchio sinistro, irritate dal continuo attrito con la benda. Maledetto
quel giorno sulla Leonardo Da Vinci, pensava. Maledetto quellattentatore e tutti i sovversivi. E
maledetto quellaborto di musicista.
Isabella ignor lirritazione del marito; sedeva di fronte allo specchio, pettinava i lunghi capelli e
guardava riflessi quei tratti del viso tanto simili a quelli di nonna Eleonora. La musica le sembrava
perfetta: perfetta per quel momento, per quel posto, per quelle sensazioni. Quasi senza accorgersene, si
ritrov a pensare allesecutore di quella sonata, accarezzandosi il collo e massaggiandosi il seno.
Nonostante il nervosismo, lo sguardo di Romolo era attratto dalla moglie, il cui profilo si stagliava
nella luce crepuscolare. La desiderava come la prima volta che laveva vista. Era bella. Troppo bella,
forse. Si avvicin, le pos le mani sulle spalle e cominci a massaggiarle. Istintivamente Isabella
contrasse i muscoli, poi si rilass e lo lasci fare, come sempre. Era questa la formula della sua
serenit: accettare la situazione, abbandonarsi alla corrente.
I capelli, lunghi, morbidi, profumati, sfioravano le dita di Romolo, eccitandolo. Isabella percep il
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desiderio crescente del marito e cerc di negarsi: Non ora... Ci aspettano a cena.
Romolo accost la bocca allorecchio della moglie: Allora ci faremo aspettare. Poi le strinse il
collo, quasi con brutalit, le pieg la testa allindietro e la baci, con quella passione violenta, cattiva,
che non lo abbandonava mai.

Gualtiero si annodava la cravatta e intanto fischiettava, cercando inutilmente di seguire la melodia
del violino. Ma quella non era roba da fischiettare, non sembrava neanche musica. Per lui la musica era
quella allegra, quella che cantava Isa Bluette allEden. A dire il vero, anche il nodo non stava venendo
granch bene. Alla fine si arrese: smise di fischiare e si tolse la cravatta, gettandola sul letto. Non aveva
mai amato quella corda attorno al collo: gli faceva sempre pensare a una garrotta, una corda da
impiccato, nella migliore delle ipotesi. E poi non gli piaceva neanche quella casa, quella gente a
eccezione, forse, di Ugo e quella musica lagnosa che gli riempiva le orecchie e gli entrava in testa.
Avrebbe voluto essere a casa, con Rita. Chiss che stava facendo, in quel momento. Daltronde quello
era lo scotto da pagare. Per leredit.

Ugo se ne stava immerso nellacqua tiepida della vasca, in totale abbandono. Cercava di rilassarsi,
sprofondando mollemente come un neonato nel liquido amniotico; con le orecchie coperte dallacqua, i
rumori della casa erano lontani e ovattati. In una sorta di dormiveglia, gli sembr di sentire qualcosa,
una specie di sussurro, come se qualcuno parlasse, vicino a lui, in una lingua gracchiante e gutturale,
sconosciuta eppure familiare. Cullato da quella nenia, cominci a scivolare in un crescente torpore. Un
po per volta il liquido copr bocca e naso. Allimprovviso si accorse che stava inspirando acqua. Salt
seduto sulla vasca, schizzando ovunque, tossendo, in preda a conati di vomito. Il cuore batteva
allimpazzata. Del sussurro non vera pi traccia. Ugo si diede del cretino: aveva sognato a occhi
aperti, preda della stanchezza del viaggio. Un altro po e affogava davvero, come un idiota. Usc dalla
vasca, si asciug e quando fu di nuovo calmo si vest per la cena, anche se la fame ormai gli era del
tutto passata.

Italo, come al solito, era pronto con largo anticipo. Attendeva il momento giusto per scendere il
ritardo era scortese, ma leccessivo anticipo era segno di ansiet , e intanto sedeva davanti alla
finestra, pensando al fratello. Gualtiero era una persona troppo semplice e diretta, inadatta ai tempi
difficili in cui vivevano. Se non ci fosse stato lui a proteggerlo, se lo sarebbero mangiato intero e
avrebbero risputato le ossa. Gi quella volta che aveva accoltellato Pericle lostricaro cera chi gli
voleva fare una bella sparata. Lavrebbero ammazzato se non avesse mandato un po di camerati a
rimettere ordine. Naturalmente non glielo aveva detto, perch il fratello non glielo avrebbe perdonato
mai. Come avrebbe fatto, Gualtiero, se anche lui fosse venuto a mancargli, se fosse... morto? Quasi
inconsciamente, Italo stir indice e mignolo della mano destra: come gli era venuta in mente una simile
iattura? Forse era colpa di quella vecchia casa, del giardino tutto secco e di quel cielo scuro e gonfio di
pioggia. Guard lorologio da panciotto e decise che era ora di scendere.

Mentre le ultime note della sonata di Bartk si diffondevano nellaria, qualcuno, in casa, stava
leggendo una bibbia. Una voce sussurrata sibilava le parole, mentre una matita sottolineava il brano,
fino a perforare la carta: Benedetto sia colui che nel nome della carit e della buona volont conduce i
deboli attraverso la valle delle tenebre, perch egli in verit il pastore di suo fratello e il ricercatore
dei figli smarriti. E la mia giustizia caler sopra di loro con grandissima vendetta e furiosissimo
sdegno, su coloro che proveranno ad ammorbare ed infine a distruggere i miei fratelli. E tu saprai che
il mio nome quello del Signore quando far calare la mia vendetta sopra di te.
Le mani si chiusero in preghiera mentre il sole andava spegnendosi nel mare.

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Dopo il tramonto, soltanto una luce continuava a brillare nellisola, al di fuori di Villa Eleonora. Nella
vecchia casupola affacciata sulla spiaggia una mano rugosa spense la lanterna. Il buio invase la stanza.
Almeno ci fosse la luna, pens Tziu Afisinu. Il vecchio aveva paura. Era la prima volta, dopo tanto
tempo. Si era chiuso in casa e scrutava lacqua: per quel che riusciva a vedere, non erano giochi di onde
e correnti. Stavano tornando, ne era certo. Guard con un misto di odio e di rispetto il trofeo appeso
alla parete, quel teschio scarnificato con le zanne affilate e appuntite appeso al chiodo.
Non tornavano per lui, questa volta, ma la pace era comunque finita. Fuori della finestra, il primo
lampo del temporale in arrivo illumin lacqua. Forse non sarebbero uscite quella notte. A volte
stavano l davanti anche per ore, ma mai cos tante, mai tutte insieme, mai con quel mare e quelle
onde... Tziu Afisinu blocc porte e finestre e raccolse larpione. Si sedette sul letto con le spalle
appoggiate alla parete e si prepar a una lunga notte di veglia.
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Diario, a.D. 1824, 7 agosto












Non erano segnate sulle carte nautiche. Troppo a nord rispetto alle Isole Marchesi, troppo a sud rispetto
alle Hawaii. Eppure erano l, proprio come indicava il vecchio libro acquistato a Londra dal capitano
Obed Marsh, il libro che aveva ispirato quella missione pazzesca: mesi e mesi di navigazione diretti
verso nessun luogo, a bordo della Sumatra Queen, assieme ai migliori marinai di Innsmouth.
Era quasi impossibile imbattersi per caso in quel minuscolo arcipelago perso nel Pacifico: cinque
isole dalla forma allungata, disposte a ventaglio come le dita di una mano, cinque coni vulcanici
ricoperti da una vegetazione lussureggiante, circondati dalla barriera corallina e battuti dalle onde
delloceano.
Via via che ci avvicinavamo allisola pi grande, il dito medio di quella mano spettrale, le grida
degli uccelli che planavano attorno al veliero crescevano di intensit e aumentavano la nostra ansia.
Non era chiaro cosa si aspettasse il capitano Marsh da quel viaggio; aveva parlato di grandi
ricchezze, di una rinascita della nostra citt. Senza neanche sapere bene perch, lavevamo seguito,
trascinati dai suoi occhi spiritati e dalla sua fama di lupo di mare. Obed Marsh aveva investito tutti i
suoi risparmi in quella missione. Noi, tutte le nostre speranze.
Era passato molto tempo da quando mi avevano raccolto, moribondo, su quella spiaggia a poche
centinaia di metri dal porticciolo di Innsmouth. Con gli anni, avevo imparato ad apprezzare questi
uomini brutali e crudeli che vivevano in simbiosi con il mare. Ormai ero uno di loro, a tutti gli effetti.
Soprattutto al termine di quel lungo viaggio, davanti al mistero di quelle cinque isole.
Decidemmo di ancorare la nave nel tratto di mare pi riparato, quello compreso tra il terzo e il
quarto dito dellarcipelago a forma di mano. Un filo di fumo si levava dai coni di entrambi i vulcani, a
babordo e tribordo, e lacqua delloceano, in molti punti, era agitata da grosse bolle daria,
probabilmente generate da soffioni subacquei. Un penetrante odore sulfureo stagnava nellaria e
neanche il vento delloceano riusciva a disperderlo. Nonostante il fenomeno fosse ben noto a tutti gli
uomini dellequipaggio, i marinai rimanevano in silenzio a contemplarlo, come turbati da qualche
forma di superstizioso timore: il rumore delle bolle che si rompevano in superficie faceva pensare al
respiro roco di un essere sepolto nelle profondit oceaniche. Udii Obed borbottare qualcosa, una specie
di cantilena.

In his house at Rlyeh dead Cthulhu waits dreaming,
yet He shall rise and His kingdom shall cover the Earth.

Poi il capitano, tornato in s, cominci a impartire ordini alla ciurma. Calammo una scialuppa e ci
dirigemmo a riva. Nessuno venne ad accoglierci: solo un piccolo esercito di enormi granchi azzurri
salut il nostro arrivo sulla spiaggia. Forse non cera nessuno. Forse non cera pi nessuno, come in
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tante altre isole, falcidiate dalla sifilide dei marinai e dalla falsa piet dei missionari.
Spiaggiammo la scialuppa, imbracciammo i fucili e ci avventurammo tra le palme. Il capitano
sembrava sicuro della direzione da prendere, marciava verso il vulcano, una massa scura dalla
superficie rugosa; quel terreno nero e ondulato sembrava la pelle degli elefanti che avevo visto una
volta, da bambino, in un circo a Cagliari. Pi tardi avrei scoperto che il nome dellisola nella lingua
degli abitanti era Pahoehoe, e derivava proprio da quel tipo di lava. Perch lisola non era disabitata.
Purtroppo. Per fortuna.
Avanzavamo tra felci e arbusti, in mezzo ai richiami di uccelli variopinti che volteggiavano tra gli
alberi. In testa, come al solito, il capitano; dietro altri sette marinai, me compreso, tutti in fila indiana, i
volti coperti da gocce di sudore. Ad un tratto luomo che mi precedeva si colp il collo con una mano,
come per schiacciare una zanzara. Poi si gir, mi guard con occhio ottuso e cadde a terra. Dalla sua
nuca sporgeva un piccolo dardo scuro.
Imbracciai il fucile e spiai la vegetazione. Alle mie spalle udii esplodere alcuni colpi darma da
fuoco; davanti a me vedevo solo il verde delle foglie, il marrone dei tronchi, il nero della roccia lavica.
Le liane si intrecciavano come budella eviscerate. Con la coda dellocchio vidi unombra cadere da un
albero sul capitano Marsh. Vidi il coltello del capitano guizzare e tingersi di rosso. Poi sentii una
puntura alla schiena e un senso dintorpidimento si diffuse per il corpo. Non percepii dolore quando il
mio capo colp il terreno. Vedevo, da terra, i corpi distesi dei miei compagni che si agitavano
debolmente; poi le palpebre divennero troppo pesanti e il sonno mi vinse.
Non so dire quanto tempo trascorse. Mi risvegliai con un sordo dolore alle braccia, legate dietro la
schiena. Anche le caviglie erano bloccate da una fune. Giacevo a terra con altri quattro membri
dellequipaggio, tra i quali il capitano, ancora incosciente. Mi guardai attorno: uomini e donne
seminudi si aggiravano tra capanne col tetto in foglie di palma, apparentemente intenti a organizzare
qualche evento. I loro volti sorridenti avevano qualcosa di strano. I lineamenti, per quanto tipicamente
polinesiani, erano distorti e avevano alcuni tratti simili a quelli dei saccheggiatori di relitti di
Innsmouth: testa allungata, orecchie piccole, occhi larghi e sgranati. Alcuni di loro non partecipavano
allattivit, ma rimanevano parzialmente celati dallombra allinterno delle capanne, come se avessero
paura della luce del sole.
Da un punto che non riuscivo a vedere, provenivano il crepitare di un fuoco e alcuni rumori
raschianti. Da l, probabilmente, giungeva anche il forte odore di maiale arrosto che permeava laria.
Faticosamente, mi volsi in quella direzione e capii quale fosse la natura del festino che vivacizzava la
vita del villaggio: i lieti selvaggi stavano scuoiando il timoniere Simmons, gettato a terra e impalato da
un lungo legno appuntito che lo attraversava da parte a parte e usciva dalla bocca. Probabilmente era
gi morto da un po, ma il suo corpo sembrava ancora scosso da brividi.
Un altro corpo, ormai irriconoscibile, con la carne viva esposta, sventrato, decapitato, privato degli
arti superiori, arrostiva su un analogo spiedo posto su un fuoco scoppiettante. Due bambini cuocevano
gli avambracci strappati al cadavere, tenendoli sopra le fiamme con lunghi stecchi di legno. Ogni tanto
saggiavano con i denti la carne per controllare la cottura. Di fronte a quello spettacolo fui colto pi
dalla sorpresa che dallorrore: il comportamento di quei ragazzini appariva assolutamente naturale,
come fossero due scolaretti intenti a cuocere salsicce durante la scampagnata domenicale.
Il corpo decapitato sullo spiedo era quello di Mark Philips, mio compagno ai remi della scialuppa. Non fu difficile
scoprirlo: accanto allo spiedo un individuo anziano, seduto a gambe incrociate e con indosso una serie di collane doro e di
conchiglie teneva la testa di Mark poggiata su una grossa pietra scura circolare. Il cranio era stato scoperchiato e lanziano
indigeno utilizzava con abilit chirurgica un coltello di selce per distribuire pezzi di cervello sanguinolenti ai suoi
compaesani. Gli occhi sbarrati di Mark erano fissi proprio allaltezza dei miei, e sembravano rimproverarmi per la vita che
ancora mi scorreva nelle vene. Tra me e me lo rassicurai: tranquillo, amico mio, sto arrivando, manca poco...
Ad ogni boccone dellorribile pasto, il cuoco o forse meglio dire lo sciamano pronunciava
alcune parole: Hehye ngryuk eh-ya-ya-ya. Colui che divorava le carni dello sventurato marinaio
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rispondeva a tono: Nghaaa ngha lyuk kyuk vog-sothoth. Non avevo mai udito nulla del genere.
Mai.
Finita la preparazione, lo spiedo di Simmons venne poggiato su due forcelle, sopra una fascina di
legna che gi cominciava ad ardere, a un paio di metri da quella di Mark. A Simmons avevano
risparmiato la decapitazione, quindi i lunghi capelli unti cominciarono subito a bruciare: la testa del
marinaio sfavillava come uno zolfanello.
Chiusi gli occhi e deglutii per ricacciare il bolo acido che mi saliva dallo stomaco. In quel momento
due indigeni passarono vicino a me e sollevarono il capitano Marsh. Sembravano seguire le istruzioni
di una donna. Era giovane, alta rispetto agli altri del suo popolo, i seni pieni, i capelli neri e lunghi, gli
occhi come quelli di un rapace, la bocca carnosa. Un grosso pendaglio doro raffigurante unenorme
testa tentacolata le ballonzolava sul petto. Anche in quella situazione non potevo non trovare
quellapparizione femminile affascinante. E terribile. Langelo della morte.
Obed Marsh venne gettato a terra, l dove Simmons giaceva poco prima. Lo spiedo era gi pronto.
Marsh sussult per la botta e apr gli occhi. Vide i preparativi per la cena e cacci un gridolino che
suscit lilarit degli indigeni, che cominciarono subito a strappargli i vestiti di dosso a colpi di coltello,
facendolo sanguinare da tanti piccoli tagli superficiali. Obed bestemmi orribilmente, suscitando altre
risate.
Proprio in quel momento lo sciamano stava distribuendo unaltra portata della macabra eucarestia
raccolta dal cranio di Philips: Hehye ngryuk eh-ya-ya-ya. Marsh si volse verso di lui e anticip la
risposta: Nghaaa ngha lyuk kyuk vog-sothoth.
Il tempo sembr fermarsi. Tutti simmobilizzarono e fissarono gli sguardi su Obed Marsh. Lo
sciamano parl ancora in quella strana lingua, rivolgendosi al capitano: Ykaa haa bho! Ygnaiih,
ygnaiih! E il capitano, ancora una volta, rispose: Ykaa haa tho-ii!.
Ci fu uno scambio di sguardi tra la donna e lo sciamano, poi la donna fece un cenno verso di noi e
tre indigeni armati di coltello ci si accostarono. Tagliarono le funi che ci legavano e ci ritrovammo tutti
in piedi, barcollanti. Ci venne offerto un boccone sanguinante: un pezzo bianco-grigiastro delle cervella
di Mark. Accettammo. Mangiammo. Quel cibo aveva un sapore speciale, quello della libert. E per la
seconda volta, ad un passo dalla morte, rinacqui ancora ad una nuova vita.


















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V












Il salone di Villa Eleonora era sontuoso. Lalto soffitto era affrescato con scene di pesca e di lotta
contro mostri marini. Nel dipinto centrale, serpenti lunghi e scagliosi schiantavano piccole
imbarcazioni di legno, mentre gli uomini cadevano in mare, il volto deformato dallorrore.
Tuttintorno, piccoli medaglioni circolari rappresentavano le pi svariate tecniche di pesca: nassa, rete,
lenza e arpione. Lo stile dellaffresco voleva ispirarsi ai classici del Rinascimento italiano, ma faceva
pensare pi a Bosch che a Piero della Francesca.
Quando non rimiravano gli affreschi, gli ospiti erano concentrati sulle portate: pane carasau,
spaghetti ai ricci di mare e triglie alla Vernaccia.
Italo si era lamentato per il vino; a suo dire, per accompagnare una cena di pesce, avrebbe dovuto
essere bianco, anzich rosso. Ma a Gualtiero quel Cannonau era piaciuto, e anche Davide lo aveva
apprezzato, consumandone da solo unintera bottiglia. Tra un bicchiere e laltro, i convitati avevano
approfittato del momento di calma per passare in rassegna i volti sconosciuti di quei familiari.
Mentre addentavano le mele verdi appena portate a tavola da Vitalia e i primi tuoni risuonavano
lontani, torn a risvegliarsi la curiosit circa il motivo che aveva condotto tutti loro fin l.
Notaio carissimo, speriamo che oltre a far luce sulle propriet di famiglia e sulla loro spartizione, ci
possiate spiegare come venuto a mancare il nostro compianto cugino disse Italo. Il cugino
Bonifacio, che mai ho avuto modo di conoscere di persona, purtroppo.
Vitalia, che stava sparecchiando, lasci andare un gran sospiro. Ohi ohi, sciadau su Meri!
Il notaio inghiott un boccone di mela, poi si schiar la voce. Gi. Povero Bonifacio. Lo conobbi
tanti anni fa in ospedale, dovero ricoverato per una caduta da cavallo. Lui, invece arrivava
direttamente dal fronte, dallincrociatore San Giorgio. Arnaldo respir rumorosamente, prima di
proseguire. Aveva perso un braccio, e in quei giorni non cera nessuno a stargli vicino. iniziata cos
la nostra amicizia.
Ah. Eravate amico di Bonifacio. Quindi non siete un semplice esecutore testamentario disse
Romolo.
Avevamo contatti sporadici, una lettera ogni tanto lo tranquillizz il notaio, agitando le manine
grassocce. Per lo meno fino a qualche mese fa, quando mi chiam per il testamento. Non si sentiva
bene. Problemi di cuore.
E come venuto a mancare, il povero Bonifacio? chiese Isabella incuriosita.
Ah gi. Non sapete. Arnaldo recuper il bicchiere e si vers altro vino. Vitalia e Primo erano a
Terranova, a far scorta di vivande. Bonifacio, solo in casa, attendeva la visita del suo medico curante,
un cardiologo di Sassari. Il notaio sorb un sorso di vino. Purtroppo il medico giunse troppo tardi: lo
trov steso a terra, morto, proteso verso la porta dingresso. Forse, se i suoi servitori fossero stati qui...
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Comunque ora riposa nel cimitero di famiglia, qui, nellisola che aveva tanto amato.
Davide sollev il bicchiere: E allora brindiamo al nostro defunto cugino, sepolto nel Mortorio di
famiglia. Auguriamogli che si sia potuto ricongiungere al suo arto disperso. Alla luce delle lampade a
gas, il calice di Cannonau mandava riflessi color rubino.
Sulla tavola cal un silenzio imbarazzato. Luca sprofond nella sedia. Romolo, paonazzo in volto, si
alz e porse la mano alla consorte: Andiamo in salotto, mia cara.
Per me si fatto tardi disse Italo. Scusatemi, ma la giornata stata faticosa ed tempo di
ritirarmi. Buona notte. Anche Ugo lo segu.
In salotto, Vitalia cominci a servire il liquore al mirto. Quando Primo cominci a sparecchiare, solo
Davide si ostin a rimanere a tavola, avvinghiato alla bottiglia di Cannonau, lo sguardo assente.

Isabella si era seduta davanti al pianoforte e accarezzava i tasti, provando alcune note con la sordina.
Anche il notaio aveva raggiunto Ugo e Italo al piano superiore della villa. Romolo, reso
particolarmente logorroico dallalcol ingerito, dissertava sugli argomenti pi disparati, dalletica alla
navigazione, dalla meteorologia alla politica. Luca e Gualtiero lo ascoltavano distrattamente e
annuivano a intervalli regolari, tra un sorso di mirto e laltro.
Gualtiero si stanc presto del sermone del capitano Sforza, e la sua attenzione fu attratta da un
vecchio tavolino in legno. Sul piano orizzontale cerano riquadri intarsiati di pietra nera e bianca, a
formare una scacchiera su cui poggiavano pedine di foggia tradizionale. Il minerale aveva una
particolare lucentezza, tanto che i pezzi bianchi sembravano quasi risplendere al buio.
Bello, eh? si lasci scappare Gualtiero.
Ah! Gli scacchi! Gran gioco! rispose prontamente Romolo. Si svolgono pi avventure su una
scacchiera che su tutti i mari del mondo. Ci vogliono doti strategiche! Ci vuole lucidit! Mentre
parlava, Romolo gesticolava animatamente e ad ogni esclamazione rischiava di versare il mirto dal
bicchierino. Come dice il tenente colonnello Ugo Pasquinelli, Bacco e Scacco, se rima fanno,
daccordo non vanno. Guard significativamente Luca che, in silenzio, si accost al pianoforte,
facendo finta di niente.
Romolo abbranc Gualtiero per un braccio e prosegu, imperterrito: Bisognerebbe introdurre il
gioco degli scacchi nei circoli di lavoratori, diamine! Scomparirebbero occhi lustri, lingue impastate,
grida scomposte, pugni sul tavolo, odore di vino mal digerito, parolacce volgari, gesti rozzi... Non siete
daccordo con me?
Ecco... io... Ho finito il mirto... disse Gualtiero.
Il gioco degli scacchi potrebbe diventare un elemento fattivo della terapia sociale si rispose
Romolo, ignorando ogni forma di resistenza di quello che sarebbe improprio definire un interlocutore.
Potrebbe contribuire indirettamente ad agevolare la risoluzione della spinosa questione della lotta di
classe.
Luca osservava la scena con aria triste, appoggiato al pianoforte con un bicchiere in mano. Quando
il tono di Romolo crebbe, coprendo definitivamente la musica, Isabella smise di suonare e si rivolse a
Luca: Scusate mio marito. A volte un po... irruento. Per un uomo buono.
Non preoccupatevi... Non giudico nessuno.
Isabella lo guard divertita. Fatemi assaggiare quel liquore al mirto, per favore.
Luca fece il gesto di andare a prendere un bicchiere, ma Isabella lo ferm, tenendogli il braccio con
la mano: No, no, passatemi il vostro. Gli prese il bicchiere dalle mani e poggi le labbra rosse sul
bordo, bevendo un piccolo sorso. Poi glielo restitu, segnato dal rossetto: Me ne bastava solo un
goccio, grazie. Luca guard il segno lasciato dalle labbra sul bordo del bicchiere e arross.
Nel frattempo Romolo continuava, senza piet: Taluno potr osservare che un gioco tanto difficile
riuscir male accetto alla maggioranza degli operai, che questi si spaventeranno alle prime difficolt e
smetteranno subito il faticoso noviziato. Errore! Il popolo italiano, anche quella parte meno istruita,
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dotato di una vivace intelligenza naturale...
Lintensa luminosit di un lampo si irradi dalle finestre e un tuono eccezionalmente fragoroso
interruppe quello sproloquio torrenziale. Gualtiero approfitt subito delloccasione. Si fatto tardi.
Vado a dormire. Notte a tutti.
Dopo poco, gli altri lo seguirono.
La sala si vuot. Sulle finestre cominci a cadere, allimprovviso, una pioggia insistente.

Ugo dormiva gi, quando gli altri si ritirarono. Il suo sonno era agitato, turbato da un sogno
particolarmente vivido: sorvolava un paesaggio lunare, totalmente privo di vegetazione, sovrastato da
una pesante cappa di oscurit. Tutto intorno solo nuda roccia, sotto canyon e gole rocciose. Appena
oltre lorizzonte brillava un debole chiarore che pulsava di un colore indescrivibile. Istintivamente si
diresse in quella direzione. Avvicinandosi, riusc a distinguere delle guglie che si stagliavano sul fronte
di quella tenue e remota luminescenza. Forme vagamente umanoidi entravano e uscivano
continuamente dalle guglie, galleggiando a mezzaria, intente a compiti assolutamente incomprensibili.
Poi quella nenia, la stessa, incredibile e familiare, udita poche ore prima nella vasca: Ngagi bulu
bwana mlolo. Yaingngah Aye, Yogge-Sothothua, I! I!.
Ugo si svegli bruscamente, urlando. O forse no, forse non era stato lui a urlare, qualcuno aveva
urlato e laveva svegliato. Oppure erano gemiti, non urla. Si mise seduto sul letto, fradicio di sudore.
Una cosa era certa: non si sarebbe di nuovo messo a dormire. Avrebbe letto un libro, o fatto altro. Ma
gli occhi non li avrebbe chiusi di nuovo, quella notte.

Anche Italo dormiva un sonno irrequieto. Sognava di essere sospeso a mezzaria e di muoversi al
rallentatore, come se laria fosse diventata fluida e lui ci stesse nuotando dentro. Gli oggetti che lo
circondavano erano tutti deformati; vicino a lui volavano o forse nuotavano pesci simili a quelli
appesi in salotto, e passandogli accanto lo guardavano con una fissit inquietante negli occhi.
Un dolore improvviso lo ridest. Una puntura. Apr gli occhi, annaspando. Era buio. Sentiva un peso su di s. Poi,
ineluttabilmente, gli occhi si richiusero. Non aveva pi il controllo degli arti. Cerc disperatamente di urlare, ma anche la
lingua era immobile. Respirava a stento. Si sent sollevare: due braccia lo cinsero e lo tirarono su, come fosse una bambola.
Avvert qualcosa di scaglioso, affilato, che gli feriva la schiena. Sper che il dolore gli restituisse un po di mobilit, invece
il torpore aument. Si sent trasportare, appoggiato a una spalla, come un sacco di patate.
Non poteva finire cos. Italo Farricorto, il capintesta, lastro nascente del Partito fascista a Napoli
non poteva finire cos. In modo cos stupido. Aveva abbassato la guardia, la pistola giaceva inutilizzata
nella valigia. Si diede ripetutamente del fesso, cercando di reagire, ma gli usc solo un flebile gemito.
La pressione sul ventre cess e si sent cadere, a testa in gi. Percep il vento sul volto e la pioggia, il
rumore e lodore del mare, sempre pi forte. Fece in tempo a pensare Fin qui tutto bene. Poi il suo
cranio si apr sugli scogli calcarei.


31


VI












Quando il sole sorse, il cielo era ancora coperto da nuvole nere, gonfie dacqua ed elettricit statica. Gualtiero osserv
per un po le onde che racimolavano schiuma per depositarla sugli scogli, poi indugi sui gabbiani che roteavano nel cielo.
Non giornata per la pesca, pens.
Si gratt dietro le orecchie e sbadigli rumorosamente. Nonostante lora abituale della sveglia fosse
passata da un pezzo, non si sentiva affatto riposato. Sarebbe rimasto ancora un po a letto, se non fosse
stato per quella fastidiosa cantilena udita in sogno che tornava a rimbombargli in testa non appena
provava a chiudere gli occhi. A parte quella nenia, non riusciva a ricordare nessun dettaglio degli
incubi notturni. La sua mente li aveva cancellati.
Usc dalla sua stanza per andare in bagno. Vitalia aveva gi preparato la brocca dacqua e Gualtiero
se ne vers un po per inumidire il volto e lo spazzolino da barba. Mentre si passava il rasoio sotto
lorecchio destro sent delle grinze nella zona che gli aveva dato prurito fin dal risveglio. Colpa del
mangiare pesante, concluse. Rimpianse laria fresca di mare e gli schizzi sulla prora del suo
peschereccio; poi, mentre la lama saliva su per la guancia, ripens alleredit.

Pochi minuti dopo, Gualtiero entr nella sala da pranzo. Le imposte della porta a vetri erano aperte e
unaria fresca e salmastra entrava nella stanza. Come tirato da un filo invisibile, Gualtiero usc sulla
terrazza, appoggi le mani al parapetto di pietra e inspir, a occhi chiusi. Istantaneamente la salmodia
del sogno torn a rimbombargli nelle orecchie. Gli sembr di udire il vento marino portare da lontano il
suo nome. Riapr gli occhi di scatto, colto da un tremore diffuso.
Buongiorno disse Ugo, alle sue spalle.
Gualtiero si volt pigramente. Aveva freddo. Vide la colazione sul tavolo e non pens pi alla
cantilena n alla voce che lo aveva invocato da oltre lorizzonte.

Quando Romolo e Isabella arrivarono in sala da pranzo, Ugo, Luca e Gualtiero gi sedevano davanti
a una tazza fumante di caff, spalmando sul pane una marmellata di frutti di bosco dallaspetto
appetitoso. Smaltito lalcol della sera prima, Romolo sprizzava energia da ogni poro: Avete visto, la
pioggia cessata. Dopo la tempesta torna il sereno disse, rivolgendo alla moglie un sorriso
soddisfatto.
Isabella riusc a cavare fuori solo un sorrisetto tirato, ben lontano dalle migliori interpretazioni del
passato: era stanca, aveva dormito male e moriva dalla voglia di una buona dose di caff.
Mentre i due coniugi si sedevano giunse il notaio, seguito poco dopo da Davide. Romolo apr la
bocca, pronto a stigmatizzare le condizioni pietose dellultimo arrivato, ma Isabella gli pos una mano
sul braccio e lo preg di passarle il pane. Il suo pronto intervento riusc a distrarre il capitano, che si
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rivolse a Gualtiero: Carissimo, vostro fratello ha gi fatto colazione? Oppure rimasto a lavorare fino
a tarda notte?
Gualtiero, che imprecava tra s e s cercando di togliere dalla giacca un frammento di pane
imburrato, si rese conto solo allora dellanomalo ritardo di Italo. Solitamente il fratello era il primo a
destarsi. Non so rispose, Vado a chiamarlo. Magari s messo a leggere qualche documento. La
giustificazione gli suonava assurda, proprio mentre gli usciva dalle labbra.
S, meglio che vada a chiamarlo gli sugger il notaio mentre si puliva la bocca sporca di
marmellata: Ormai ora di leggerlo, questo benedetto testamento, e tutti i parenti in vita del
compianto Bonifacio devono essere presenti.
Gualtiero sal alla stanza del fratello e trov la porta aperta: Vitalia stava rassettando coperte e
lenzuola. Per un momento pens che Italo fosse andato a fare una passeggiata, poi not i vestiti
appoggiati sulla sedia e le scarpe ai piedi del letto. Gli prese un senso di gelo, un nodo alla bocca dello
stomaco.
Un grido femminile arriv dal piano inferiore. Non fu sorpreso: una voce, dentro di lui, gli diceva
che qualcosa del genere doveva succedere. Si affacci alla finestra e vide, a ridosso del parapetto della
terrazza, Isabella, terrorizzata, che protendeva lindice e urlava, tenendosi laltra mano sulla bocca.
Indicava qualcosa, di sotto sulla spiaggia, qualcosa che Gualtiero non riusciva a vedere da l. Scost
bruscamente Vitalia e scese le scale di corsa, senza nemmeno rendersi conto delle lacrime che gli
colavano lungo le guance.

Cera un bambino che piangeva, seduto su un gradino della scalinatella di casa. Un ragazzo in
canottiera per farlo ridere si era tolto la coppola e glielaveva messa in testa. Gu, come si curiuso
gli diceva, mentre laltro tirava su con il naso. Allora, chi tha preso la bicicletta? Non lo vuoi dire a
Italo tuo?. No, no che non lo dico, replicava il bambino scuotendo la testa, tengo vergogna perch
sono piccolo e cuffiato. Tutti ridono di me. Italo...
Gualtiero sent una mano femminile che accarezzava la sua, tozza e irsuta. Era un movimento dolce,
rilassante, che faceva allontanare il dolore e la rabbia. Fatevi coraggio. Dietro la cortina delle lacrime
vacillanti comparve il volto di Isabella e per un attimo Gualtiero si sent completamente indifeso,
colmo di tenerezza. Un sorriso triste comparve sul suo volto.
Dopo che la cugina aveva dato lallarme erano accorsi per primi Romolo, Davide e Luca, che
avevano aggirato il terrapieno su cui poggiava la terrazza per avventurarsi sugli scogli. Era stato
Gualtiero per a immergersi fino alla cintola nellacqua gelata per sollevare il corpo del fratello,
incastrato fra gli scogli, ed era stato sempre lui a deporlo sul suo letto, di sopra, mentre Romolo
sistemava il cuscino sotto la testa con una cautela infinita, come a voler evitare che lapertura sul cranio
si allargasse ancor di pi.
Quasi a forza, Ugo e Romolo avevano portato Gualtiero in salotto, dove Isabella stava cercando di
confortarlo.
Prendete un poco di questo, che bene vi fa. Vitalia gli porse un bicchiere di vino rosso ma lui
pretese anche la bottiglia e se ne vers due volte di seguito. Frattanto Romolo stava girando come un
ossesso per la sala, imprecando. Non c modo di comunicare con la terraferma, a quanto pare.
inconcepibile che nel 1930 debbano ancora esistere luoghi senza contatto radio.
Sembrava avercela con tutto e con tutti. Il notaio cercava di rabbonirlo come poteva: Capitano, vi
prego. La colpa del maltempo, vedrete che domani, massimo domani laltro...
Storie. Cerchiamo di organizzarci in un qualche modo. Per esempio, ho visto una barca tirata a
secco, ieri, mentre approdavamo. Che aspettiamo a requisirla?
Alludete alla barchetta da pesca del vecchio Efisio?. Il tono di Arnaldo Cit faceva capire che
quella domanda era stata prevista. Sempre che abbiate voglia di remare per due giorni e che il mare
grosso non vi inghiotta siete padronissimo di farne luso che volete. E sempre che il vecchio ve la
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voglia affidare, beninteso.
Insomma, questa una vera e propria follia! C un cadavere che reclama sacramenti e sepoltura,
non si sa ancora se si tratti di una disgrazia o Dio sa cosaltro e non c modo di avvertire le autorit.
Mio fratello lavete accoppato proruppe allimprovviso Gualtiero, alzandosi di scatto e agitando
con gesto di sfida la bottiglia di Cannonau vuota. Mio fratello non si sarebbe mai buttato, da solo, mio
fratello era una persona importante!
Cugino, calmatevi, vi prego. Luca era il pi vicino e il brusco movimento dellaltro lo fece ritrarre
di qualche passo.
Primo entr in quel momento con la legna per il caminetto ma fece unampia curva e torn da dove
era venuto, vacuo.
Signor Gualtiero, possiamo comprendere il vostro dolore prov a placarlo il notaio, ma che
intendete fare ora, prenderci tutti a bottigliate?
Da qua, cugino prov ad ammansirlo Ugo, avvicinandosi e tendendo la mano verso la bottiglia.
Stai lontano, state lontani tutti. Gualtiero vibr un paio di colpi di Cannonau nel vuoto e prese a
indietreggiare verso la porta. Che se per caso scopro chi ha accoppato mio fratello, quant vero Iddio,
lo scanno!.
Nel silenzio che segu luscita di Gualtiero una melodia stonata si lev dal pianoforte: Laria di
Turiddu.
Smettila, imbecille disse Luca al fratello con un sussurro rabbioso, e Davide allontan
platealmente le mani dai tasti, atteggiando il volto a unespressione offesa.

Circa unora pi tardi tutti gli ospiti della villa, escluso Gualtiero, erano riuniti nello studio del
defunto Bonifacio. Anche Vitalia era stata convocata, ma si era mantenuta in disparte, in piedi in un
angolo della stanza. Si avvertiva nellaria un certo imbarazzo.
Il notaio, seduto rigido e impettito dietro unampia scrivania di legno scuro, sfogliava alcuni
documenti con le sue manine nervose. Alle sue spalle troneggiava una massiccia libreria dalla quale
spuntavano le coste sbiadite di vecchi libri. Cari signori, capisco il vostro stato danimo disse, dando
voce ai dubbi che turbavano i presenti. Un vostro congiunto venuto a mancare, tragicamente
strappato al vostro affetto da un terribile incidente. Laffermazione suscit qualche dubbioso borbottio
da parte di Romolo. Il notaio lo ignor e prosegu nella sua prolusione: Tuttavia mio ingrato compito
chiedervi se volete comunque ottemperare ai desiderata del defunto Bonifacio. La mano destra si agit
in un movimento rotatorio. Oppure preferite posticipare...
Romolo abbozz un Mah..., che poteva voler dire tutto e niente. Forse sarebbe meglio
rimandare disse poi, vedendosi puntare addosso gli sguardi interrogativi dei parenti.
Davide lo contraddisse immediatamente: E perch mai? Non credo che un defunto possa essere
disturbato dalla lettura di un testamento.
Quella rivalit, pens Isabella, cominciava a essere noiosa e quegli scontri erano fin troppo
prevedibili.
Come da copione, la reazione di Romolo non si fece attendere: Perdo! Ma non avete cuore?
Romolo fissava Davide con il disprezzo stampato in faccia. Pensate al povero Gualtiero. Non credo
proprio che voglia partecipare ad alcuna riunione di famiglia, in questo momento.
Come a sottolineare la frase di Romolo, giunse un potente rutto dalla porta dello studio. Tutti si
voltarono in quella direzione, e videro Gualtiero, con in mano una bottiglia di liquore al mirto. Siamo
qui per questa maledetta eredit. Tanto vale chiudere questa storia il prima possibile. Detto questo, si
lasci cadere sul divano pi lontano dalla scrivania.
Il notaio cerc lassenso dei presenti con lo sguardo, soffermandosi su Romolo che alla fine si
risolse ad annuire. Si sistem quindi gli occhialini tondi, apr un plico chiuso con ceralacca, si schiar la
voce e cominci a leggere: Io, Bonifacio Farricorto, in pieno possesso delle facolt mentali, alla
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presenza del notaio Arnaldo Cit, regolarmente iscritto allAlbo notarile di Sassari, dichiaro che alla
mia morte tutti i miei beni mobili ed immobili dovranno essere equamente divisi tra i miei parenti in
vita alla fine dellanno in cui verr a mancare.
Gualtiero sollev la testa dal bicchiere, gli occhi attenti. Lultima clausola del testamento aveva
riattizzato la fiamma del sospetto. Ora cera un potenziale movente. Inizi a scrutare i volti degli altri
familiari: apparentemente nessuno si aspettava quella stravagante condizione, eppure... forse, qualcuno
simulava. Il suo sesto senso di uomo di strada gli diceva che qualcosa, in quella storia, non quadrava.
Intanto il notaio continuava la lettura: Il valore complessivo dei beni in questione ammonta a lire
otto milioni...
Se la precedente clausola aveva suscitato un brusio, questa determin una piccola esplosione. Luca,
sbalordito, chiese conferma: Scusatemi, dottor Cit, avete detto otto milioni? La cifra era enorme.
Anche dividendola tra tutti, con il ricavato ci si poteva vivere di rendita.
Otto milioni conferm, da cui sono da sottrarsi il compenso da corrispondere al notaio (lire
ottomila), le spese di viaggio dei beneficiari delleredit (versate anticipatamente, a carico del notaio) e
lammontare di lire duecentocinquantamila da assegnare e dividere tra Vitalia Cossutta e suo figlio
Primo, come ricompensa per tutti gli anni di fedele servizio alla famiglia Farricorto.
Vitalia scoppi a piangere: Ohi ohi, sciadau su Meri bonaima!
Ugo fissava estasiato un punto lontano, perso in calcoli e sogni a occhi aperti.
Isabella pensava, per la prima volta, alla possibilit di fuggire e rifarsi una vita, da sola, senza
Romolo tra i piedi.
E quando potremo mettere le mani su questi soldi?, chiese Davide.
Presto rispose il notaio, Buona parte del capitale investito in titoli e obbligazioni. Lisola e la
villa hanno un valore minimo, rispetto al resto. Un capitale di tutto rispetto.
Luca diede voce ai suoi pensieri: Da viverci serenamente, per varie generazioni.
Dalle mie parti ti scannano per molto, molto meno comment Gualtiero, fissando i parenti con
occhio truce.








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VII












Fango ovunque. La spelonca non offriva altro pavimento che polvere fluidificata dallacqua salata, rigettata l dentro dalle
maree del plenilunio. Odore di palude e di disperazione. Un po di paglia marcia sosteneva una branda arrugginita. Su di
essa un uomo giaceva scomposto, la testa sepolta sotto un cuscino che seminava piume doca in ogni direzione. Doveva
resistere ancora per poco, e l la cosa gli riusciva pi facile: le voci gli arrivavano tenui, prive di forza; anche i sogni erano
meno vividi. Non doveva cedere proprio ora, cos vicino alla fine delle sue sofferenze. La chiave di tutto era quel quaderno
che, in modo stupido e imprudente, aveva dimenticato nella villa; vero, in quelle pagine si annidavano i germi
dellabominazione, ma proprio per questo era necessario leggerle, affinch lorrore rafforzasse i suoi propositi.
Sollev un poco il cuscino, quel tanto che bastava per guardare, con ribrezzo, la parte di s che lo
offendeva, il segno della bestia. Avrebbe voluto strapparla e gettarla nel fuoco. Avrebbe voluto farla
finita, ma solo Dio, il Signore degli Eserciti, poteva scegliere il momento, ed era ancora presto, troppo
presto.
Sentiva i morsi di una fame rabbiosa. Avrebbe voluto digiunare, come un asceta, per purificarsi con
la sofferenza dellinedia, e invece doveva uscire, aggirarsi in mezzo al fango, nascosto tra i cespugli,
per trovare qualcosa da mangiare, per nutrirsi, per essere forte. Per compiere, fino in fondo, il suo
dovere di uomo e di cristiano.

Cari signori, il tonno un grande alimento. Gli occhietti del notaio brillavano dietro alle lenti,
mentre Vitalia serviva a tavola un trancio di tonno arrosto, pesce fresco scaricato il giorno prima dal
gozzo di Tziu Grazianu. La domestica aveva un sorriso che le spaccava in due la faccia solitamente
inespressiva, conferendole un aspetto ebete non troppo dissimile da quello del figlio.
Gli altri commensali non erano interessati al pasto, n ai discorsi del notaio: ognuno inseguiva le
proprie fantasie legate agli otto milioni di lire.
Gualtiero sedeva in disparte, sul divano del salotto; aveva trascorso lultima mezzora a vomitare. Il
senso di prostrazione lo inchiodava sul sof e lo costringeva ad ascoltare la voce di Arnaldo Cit che,
dalla vicina sala da pranzo straparlava a volume troppo alto.
Avete mai assistito alla pesca del tonno? Uno spettacolo affascinante, anche se sanguinoso. La
manina agitava in aria una forchetta con il boccone. Ebbi modo di partecipare a una mattanza grazie a
un vecchio amico, Vittorio Alinari. Era in viaggio per prendere fotografie per conto del Ministero della
guerra, e mi aveva gentilmente invitato ad accompagnarlo. Quella scena di pesca ci impression tanto
che ne parlammo durante tutto il resto del viaggio e Vittorio, poi, la descrisse in un suo libro di note di
viaggio, In Sardegna. Arnaldo mise in bocca la forchetta e masticando cominci a descrivere la scena
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con crudo realismo.
La mattanza comincia quando i tonni si trovano chiusi nella cosiddetta camera della morte, il
circolo costituito dalle grosse reti, circondate dai battelli dei pescatori. Poi le reti vengono lentamente
alzate. La vocetta petulante, che andava infervorandosi sempre pi, stava facendo breccia poco alla
volta nel muro di indifferenza dei commensali.
Dopo circa unora di manovra i grossi pesci cominciano a sguazzare in superficie. Appena li
vedono emergere, i pescatori intonano una preghiera, una nenia dalla cadenza orientale, e levano in alto
i roncigli i crocchi, come li chiamano loro fino a quando arriva lordine del capo della ciurma, il
ris. A quel punto, tutti si precipitano con i lunghi crocchi contro i pesci, che si dibattono, facendo
spumeggiare le acque arrossate dal loro sangue. Tanta era la foga di Arnaldo che pezzettini di pesce
gli sfuggivano dalla bocca. Lo sguardo di Isabella esprimeva disgusto. I pescatori sincitano a vicenda
con alte grida e larghi gesti; sembra di essere discesi nella bolgia infernale: poi laddentar con pi di
cento raffi. Le povere bestie, uncinate da due, tre, quattro crocchi, vengono faticosamente tratte a
bordo, dove hanno le viscere dilaniate, come i peccatori della quinta bolgia.
M passata la fame! esclam Isabella, allontanando il piatto.
Cara moglie, non inquietatevi le disse Romolo, cercando di calmarla con un tono paternalistico
che, solitamente, le suscitava solo ulteriore irritazione. Vero che il nostro notaio ha fatto appello a
immagini particolarmente crude. Indic il piatto con la forchetta: Tuttavia, di fronte a un piatto di
pesce non dobbiamo mai dimenticare che noi siamo i pescatori e lui il pescato.
Luca aveva seguito poco la discussione, e attendeva solo che giungesse al termine per chiarire un
dubbio che lassillava. Colse al volo listante di silenzio seguito alla battuta di Romolo per interrogare
il notaio: Scusate, ma vorrei capire meglio un aspetto del testamento che mi ancora poco chiaro.
Ditemi, prego, ditemi borbott Arnaldo, masticando il tonno e pulendosi poi la bocca con il
tovagliolo.
Il cugino Bonifacio ha stabilito che i suoi beni verranno divisi tra i parenti in vita a fine anno e,
quindi, tra un paio di mesi. Chi amministrer i beni in questo tempo?
Arnaldo sfoder un sorriso bonario e agit le mani a palmo aperto, come ad ammansire un
aggressore: Capisco i vostri dubbi. Fui il primo a cercare di dissuadere Bonifacio dallintrodurre
questa clausola. Tuttavia, per il mio defunto amico e assistito, questo incontro e i successivi mesi
dovevano servire a far ricongiungere i componenti della famiglia, a spingere voi, rami dispersi del
medesimo albero, a ritrovare le vostre radici, a meditare sulle vostre origini. Fece un gran sospiro e
prosegu: Lo so, lo so, era unidea bizzarra, ma anche Bonifacio era molto bizzarro, soprattutto dopo
lincidente.
S, va bene disse Luca, sempre pi ansioso: Nostro cugino era un tipo particolare, labbiamo
capito. Ma non avete ancora risposto alla mia domanda chi sta amministrando le propriet? Quei
soldi erano troppo importanti per il suo futuro, ed era fondamentale poterli incassare il prima possibile.
Potevano fornirgli loccasione per trasferirsi in Francia o, addirittura in Argentina, o negli Stati Uniti,
per iniziare una nuova vita, lontana dalle ipocrisie e dai signors a cui doveva piegarsi in Italia.
Come sei diventato venale, fratello mio disse Davide.
Il professor Verdi ha ragione intervenne Arnaldo per togliere Luca dal suo evidente stato di
imbarazzo. colpa mia, cospargo il capo di cenere e indosso il cilicio. Mi faccio sempre prendere
dalla logorrea e tergiverso scioccamente. Quindi rivolse unocchiata imbarazzata a Romolo che stava
sbuffando, annoiato dallennesima divagazione, e finalmente venne al dunque: Tutti i beni sono
attualmente amministrati da un commercialista di Sassari, i cui dati sono negli incartamenti che vi ho
fornito poco fa. Tutto il ricavato dei prossimi mesi di gestione andr ad arricchire il patrimonio e verr
ripartito fra voi tutti in parti uguali.
Luca si accontent della risposta, meditando di approfondire la questione in un momento pi felice.
Quel notaio mellifluo gli metteva ansia e suo fratello la peggiorava. Decise di annegare il malumore e
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si vers un bel bicchiere di vino.
Nel frattempo Gualtiero era riuscito a issarsi dal divano e aveva raggiunto la tavola: Scusate notaio,
ma noi, da qui, quando ce ne andiamo?
Lappuntamento con il gozzo di Graziano Urgu fissato per domani. Poi Arnaldo allarg le
braccia: Certo, se il mare non si calma...







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VIII












Le prime ore del pomeriggio avevano portato qualche raggio di sole. La temperatura era salita rispetto
al mattino ma niente faceva sperare che rimanesse cos fino a sera.
Davide si era alzato da tavola prima degli altri, senza nemmeno salutare, ed era salito in camera per
prendere il suo violino. Aveva bisogno di suonare, sentiva lenergia formicolare nelle dita e il vino
rosso gli cullava dolcemente i pensieri.
Suo fratello ormai lo odiava, Davide ne era certo. Erano cresciuti insieme, inseparabili. Poi cera
stata la morte del padre a Caporetto e la pazzia della madre, povera folle che fissava lo sguardo nel
vuoto e si lacerava il volto tormentato con le unghie. La mamma: quante gliene facevano passare
quanderano piccoli; e come si arrabbiava quando si divertivano a scambiarsi didentit.
Mamma non ti arrabbiare diceva Luca, Stiamo giocando che io ero Davide e lui era me.
Facciamo solo finta, per. E la madre guardava prima luno poi laltro, esasperata e smarrita, come se
non cogliesse la logica di quel gioco. Ora per il tempo dei giochi era finito.
Davide attravers latrio, con il violino stretto in mano, per uscire dallingresso principale.
Passando, riusc a intravedere le gambe levigate di Isabella, seduta sul sof nella stanza adiacente, e ud
frammenti di conversazioni, le voci pacate di persone che si apprestano a digerire un pasto.
Comera successo che lui e Luca si allontanassero? Gli studi, forse, o le divergenze politiche. O le
donne. Cera stata Marina, ed era stata lultima volta che Davide aveva giocato a impersonare il
fratello. Marina era una ragazza allegra, disinvolta, e un giorno in Piazza della Signoria era arrossita
quando, al cospetto della statua di Michelangelo, Luca aveva indicato il colosso nudo e ne aveva
rimarcata lomonimia col fratello.
Ora desiderava solo silenzio. Aveva intravisto delle lapidi, quella mattina, ed era l che era diretto.
Segu il vialetto daccesso alla villa fino al cancelletto semichiuso. Quando Davide lo scost per
entrare, risuon di quel timbro stridulo che si avverte nei denti e lungo la schiena, prima ancora che
nelle orecchie.
Era il vecchio cimitero di famiglia. Le lapidi, lastre di marmo appena lavorate, sorgevano dalla terra
umida e Davide ebbe la sensazione che fossero come impettite, ognuna fiera della propria solitudine.
Ce nera una, in evidenza, con una scritta pi leggibile delle altre:

BONIFACIO FARRICORTO
(1880-1930)

Uomo irrisolto e valoroso combattente,
Inclito esempio di consanguineo amore
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Attende qui speranzoso peccatore
Lultimo sacramento, oppure niente

IPSE SCRIPSIT

La terra davanti alla pietra era un rettangolo molle di fango su cui non cresceva erba. Sotto la scritta,
un mazzo di fiori agonizzava in un vaso regolarmente riempito dacqua. Lepitaffio era di dubbio
gusto, Bonifacio doveva essere proprio un tipo eccentrico per volerlo associato al suo ricordo. Davide
si chiese cosa significassero per lui i legami familiari, se nessuno dei convenuti lo aveva mai
conosciuto.
Si guard attorno, soffermando lo sguardo sugli alti cipressi che delimitavano il terreno consacrato;
estrasse il violino e attacc con decisione il sesto studio de La tecnica superiore del violino, che il
maestro Lipitzer gli aveva dedicato, lasciando che i pensieri volassero via, sulle ali delle note.
Con la coda dellocchio gli sembr di vedere una figura vicino al cancello; volt le spalle alla
macchia dei cipressi e si trov di fronte proprio la persona che stava aspettando. Alle sue spalle,
unombra silenziosa ne approfitt per allontanarsi, portando con s una lunga lama lucida e affilata.

Isabella aveva visto benissimo lo sguardo allusivo del cugino quando sera alzato da tavola. Laveva
indispettita il modo con cui aveva apostrofato il fratello, che da allora era rimasto a capo chino, pi per
nascondere la rabbia che per la vergogna. Romolo era l, a tavola, che sollevava il bicchiere e tentava di
sfoggiare il suo pietoso umorismo. Romolo che, dopo pranzo, le avrebbe chiesto di accompagnarlo in
camera.
Leredit... un milione tutto per s... Poteva benissimo fare a meno di assecondare le brame del
marito, pens, almeno in quelloccasione. I due gemelli... Luca, dolce e sensibile, da abbracciare e
stringere; Davide, screanzato e volitivo, da prendere a schiaffi, da mordere, da baciare...
Cara moglie, vorrei ritirarmi per riposare. Eccolo, infatti, puntuale come il luned dopo una
domenica troppo corta. Vorreste accompagnarmi in camera? Era stato Romolo a parlare o laveva
solo immaginato? In ogni caso lui era in piedi, davanti a lei seduta sul sof, e aveva laria di chi attende
una risposta.
Ora no, vi prego rispose Isabella. Qualcuno era appena uscito dallingresso principale: Davide. Il
vino deve avermi dato alla testa: mi farebbe bene una boccata daria.
Vengo con voi.
No, caro, non vi disturbate. Avete bisogno di riposo. Non lo voglio fra i piedi, pens, almeno per
un po. Andate pure, vi raggiunger subito.
Cera qualcosa nel tono della moglie che non ammetteva obiezioni. Romolo annu e, salutati i
presenti, si avvi verso il piano superiore. Anni e anni di esercizio del comando e non poteva niente
contro la volont della moglie.
Aveva appena attraversato la porta della camera, quando il suono lontano di un violino lo attir
verso la finestra che dava sulla facciata. Gli sembr che la musica provenisse dai cipressi, vicino alla
siepe di pitosforo, poi vide Isabella dirigersi senza esitare in quella direzione. Per un attimo ripens al
pifferaio che ipnotizzava i bambini per annegarli. Ma comera quella storia? Sua madre forse
glielaveva raccontata, un tempo...
Calma, calma, pensieri in rapida successione, la moglie e il pifferaio, tutti gi per il molo, nellacqua
gelida.
Il padre di Isabella era finito disperso in mare, durante la guerra.
Un eroe, il padre di Isabella. Suo suocero.
E lui aveva perso un occhio.
Voleva morire, voleva gli onori della patria. Che ci faceva lui adesso senza un occhio?
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Rivedeva ancora quel lampo accecante e poi quel bruciore assurdo...
Fu come se una folgore gli attraversasse la mente. Gli era sembrato un riflesso del sole, forse
qualcosa di metallico fra i cipressi, ma poteva essere stata la scia luminosa di un pensiero, la fulgida
rivelazione di un gesto risolutore. Gli sembrava di vedere ancora il lampo nel buio dellocchio cieco e
gi frugava nel primo cassetto, sotto gli indumenti di lana. Eccola l, la sua Beretta 7.65 modello 1923,
pronta per luso. Corse gi per le scale a precipizio, attravers la cucina, e usc di casa dallingresso di
servizio, seguito dallo sguardo attonito di Primo.

Strano, pens Efisio. La notte era trascorsa. E anche la mattina. E non erano venute. A notte fonda le
aveva sentite gridare, gracchiare quella specie di canto come quella volta che aveva ammazzato uno del
branco. Fiss nuovamente il trofeo appeso alla parete e sogghign tra s e s, poi usc allaperto. Di
sicuro era colpa di quella gentalla arrivata da poco alla villa. Cammin fino al punto pi alto dellisola
e si sedette su di un grosso sasso, per non infradiciarsi i calzoni. Quindi infil un filo derba in bocca e
si mise a spiare i movimenti attorno a Villa Eleonora. Primo spaccava la legna mentre, in mezzo al
vecchio cimitero, il tipo vestito di nero suonava il violino e la bella donna, sa bagassa de tzitadi, lo
guardava da dietro al cancello. Guarda guarda, pens il vecchio pescatore, mentre un altro sinfilava tra
gli alberi...

Dopo che il marito se nera andato, Isabella aveva atteso qualche istante e sera alzata in piedi. Ugo
e Luca si erano accomodati ai due lati della scacchiera e Gualtiero indugiava nella terrazza, inseguendo
pensieri lontani.
Isabella non ud pi risuonare i passi del marito, che doveva essere gi in camera. Ma ormai non
aveva importanza; era disgustata dal pensiero dei sotterfugi, e poi perch avrebbe dovuto rendere conto
a qualcuno? Con passo deciso si avvi verso il cimitero e lo vide, attraverso il cancelletto. Rest
immobile per un po, assorta in quella melodia.
Davide la stava aspettando. Si era girato a guardarla e la fissava negli occhi. Nessuno dei due
percep i movimenti furtivi di Romolo che si inoltrava tra i cipressi, alle spalle del cimitero.
Quando Isabella scost il cancello e si avvicin, il violinista abbass larchetto nel bel mezzo di una
frase. Lei cerc nei suoi occhi la necessit di una parola qualsiasi e, non trovandola, si gett fra le sue
braccia, avventandosi su quella bocca sottile e sprezzante, che gi sorrideva nellattesa.
Intanto, al di l della siepe, sotto lombra degli alberi, Romolo scrutava i due corpi avvinti. Col volto
pietrificato in una maschera dodio, il capitano di vascello punt la pistola e prese la mira, attraverso il
ferro arrugginito del cancello e i rami secchi del pitosforo. Li avrebbe ammazzati entrambi con un
colpo solo. Avrebbe versato il loro sangue nel cimitero di quella famiglia di degenerati. Schifosi,
maledetti!
Romolo ebbe unesitazione. Da buon militare, nonostante la furia che covava, aveva sentito
qualcosa alle spalle. Si gir di scatto verso il rumore con larma spianata, certo della sua forza e dei
suoi riflessi. Scost un ramo e balz in avanti.
Lattacco arriv da sinistra, il suo lato cieco. Sent il gelo della lama entrargli nel costato,
trafiggergli il cuore. Non fece in tempo a urlare n a sparare. La lama della vecchia sciabola venne
rigirata nella carne, quindi estratta, con un unico movimento fluido. Le forze gli vennero meno, la vita
se ne usc fluendo con il sangue. Il corpo cadde a terra, sulle foglie secche, con un tonfo sordo. Lodore
di muschio gli entr nelle narici. In alto, tra le cime degli alberi, intravide il cielo, le nuvole. Mentre la
pistola gli veniva sfilata dalla mano e i movimenti della pupilla diventavano impercettibili, Romolo
rivide la scena del pifferaio come se lera immaginata da bambino. E allimprovviso gli torn in mente
la storia comera: erano i topi, che annegavano, i grigi sordidi ratti che infestavano la citt di Hamelin...
La sua morte silenziosa non disturb il bacio degli amanti.

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Diario, a.D. 1826, 16 giugno












La sposa era splendida sotto la luce festosa del mattino: indossava gli abiti nuziali della mia tradizione,
con tanto di strascico bianco e bouquet di fiori freschi. Najala incedeva per le vie di Innsmouth con la
stessa selvaggia regalit di quando lavevo vista la prima volta, seminuda in mezzo a corpi smembrati e
indigeni antropofagi.
Quando era entrata in chiesa, i miei concittadini erano ammutoliti. I lunghi capelli neri le ricadevano
sullabito bianco e gli occhi scuri scrutavano la folla: incuteva soggezione. Latmosfera cupa della
cappella, accentuata dai drappi scuri alle pareti, si era come illuminata. Obed Marsh, il mio testimone,
mi aveva poggiato una mano sulla spalla e aveva sorriso: Youre a lucky man, Insero. Gi, ero un
uomo fortunato, ne ero convinto.
Forse, se non fossi stato il pupillo del capitano Obed e il secondo ufficiale della Sumatra Queen,
qualcuno avrebbe storto il naso: sposare una selvaggia! Unantropofaga delle isole del Pacifico! A casa
sua poteva anche essere una principessa, qui, al massimo, poteva fare la serva.
Ma Najala non era nata per fare la serva.
Ricordo ancora quando ci eravamo appartati la prima volta, sulla spiaggia di Pahoehoe. Najala
aveva visto come la fissavo e aveva preso liniziativa. Mi aveva condotto in riva al mare, in un punto in
cui i vapori sulfurei che si alzavano dallacqua erano tanto forti da stordire, mi aveva cinto il collo con
le braccia e mi aveva baciato. Il suo corpo sodo premeva sul mio. Le avevo detto che era splendida, che
era una dea. Avevo utilizzato uno dei primi vocaboli appresi nelle isole del Pacifico, tanto simile al suo
nome: Nahihi, la donna perfetta desiderata. Lei aveva riso, e mi aveva risposto nella sua lingua;
allora non ero ancora in grado di capirla bene, quindi avevo scosso il capo, e lei per meglio spiegarsi si
era espressa a gesti. Aveva indicato un bruco, a terra, poi aveva indicato se stessa. Quindi aveva
tracciato con la mano una linea ideale nellaria, dal bruco a una farfalla che volava vicino a noi, ai
margini della vegetazione. Mesi dopo mi avrebbe spiegato meglio, in inglese, quello che intendeva
dire: secondo le sue credenze religiose, lei era ancora un bruco, una forma primitiva di esistenza, e al
termine di questa prima fase si sarebbe trasformata in una farfalla.
In quel momento, su quella spiaggia, dopo quel bacio, decisi di portarla via con me.
Sono trascorsi quasi due anni dal primo approdo a Pahoehoe, dallincontro con Najala, con i Kanaka
e con le loro immense ricchezze raccolte dai fondali oceanici. La mia vita cambiata.
Ora, mentre scrivo il mio diario, Najala riposa sul letto matrimoniale. Ci sono macchie di sangue sul
lenzuolo. Un po suo, un po mio. Durante il lungo viaggio di ritorno a Innsmouth sulla Sumatra
Queen, Najala ha soddisfatto i miei appetiti sessuali, concedendomi per solo lo stretto indispensabile
per calmare i miei bollori giovanili. Ha voluto preservare la sua verginit per questa prima notte. Un
comportamento anomalo, se raffrontato con la libert che contraddistingue i costumi delle donne delle
isole del Pacifico. Lei, per, mi aveva detto di essere una specie di sacerdotessa e che la nostra vera
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prima volta sarebbe stata un rito di iniziazione. E lo stato, pi per me che per lei. Credevo di aver
fatto esperienza nei bordelli di Cagliari, di Nuova York e di Nantucket, ma non mi ero mai trovato a
letto con una femmina come Najala.
Giunti in stanza, al termine della cena nuziale, lei si era spogliata, sensuale, felina, lasciando cadere
a terra gli abiti. Le era rimasto addosso solo il ciondolo che avevo visto quella prima volta a Pahoehoe,
quella testa tentacolata che ora sembrava quasi irridermi, oscena e beffarda.
Najala mi si era accostata, lodore della sua pelle e dei suoi capelli mi aveva ubriacato. Avevo
sfiorato i suoi seni, e i suoi capezzoli si erano subito inturgiditi, poi lavevo stretta a me. Lei mi aveva
fissato con uno sguardo selvaggio, aveva scostato le mie mani a forza e mi aveva letteralmente
strappato i vestiti di dosso; mi aveva spinto sul letto e aveva cominciato a baciarmi, a mordermi. La sua
lingua aveva cominciato a guizzare sulla mia bocca, poi sul torace, e poi ancora pi gi. Mentre le sue
labbra mi lambivano, le unghie entravano nella carne del ventre e delle gambe, portando via interi
lembi di pelle. Dolore e piacere si fondevano in una sensazione che non avevo mai provato.
Quando si ritenne soddisfatta del risultato ottenuto, Najala mi balz sopra, a cavallo. Cacci un urlo,
poi mi piant le unghie nel petto, si chin di scatto e mi morse a sangue una spalla. Il tutto mentre il
suo bacino si muoveva su e gi, avanti e indietro, sempre pi veloce, sempre pi forte. Strinsi le mani
sui suoi fianchi e raggiunsi il piacere dentro di lei, inarcandomi, gemendo, mentre le sue unghie mi
solcavano ancora il torace.
Najala si distese su di me e cominci a leccare il sangue delle mie ferite, guardandomi fisso negli
occhi. Quindi sollev il volto e mi disse, nella sua lingua: Concepir un figlio maschio, e lo
chiameremo Ari, il nome che il mio popolo d al piacevole canto delle acque profonde.
Ari Farricorto... mi piace, suona bene...



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IX












Ugo guard la scacchiera, sollev il pedone bianco e lo pose due caselle avanti: Pedone in e4.
Luca spost il pedone nero, sorridendo: Pedone in e5.
Cavallo... rispose di getto Ugo, ricambiando il sorriso di Luca.
Luca mise il suo cavallo di guardia e Ugo avanz lalfiere destro. Arnaldo Cit, appostato dietro a
Ugo come un avvoltoio grasso e pasciuto, vedendo che Luca preparava la mossa speculare non riusc a
trattenersi: Ahi, ahi! Gambetto Evans in arrivo. Se ne usc in una risatina chioccia: Sar un
massacro.
Luca guard il notaio in tralice: Se si aspetta una partita come la Sempreverde penso che rimarr
deluso disse, spostando lalfiere nero. Il mio gioco assai prudente e, daltro canto, spero che Ugo
sia meno aggressivo di Andersen.
Ugo sorseggi un po di liquore da un bicchierino poggiato sul lato del tavolo da gioco, poi
conferm le speranze del cugino con una mossa difensiva, un arrocco corto. Non amo compiere
sacrifici, quando non sono sicuro della loro utilit disse. Andersen era un grande scacchista, geniale,
ma sarebbe stato anche un ottimo giocatore di poker. Scrut Luca e poi la scacchiera, per riflettere
sulla nuova mossa del cugino. Non il mio caso. Non sono geniale e non sono un buon pokerista. Il
gioco degli scacchi racchiude una sorta di necessit, e ogni partita un lungo percorso verso la
rassegnazione. Si arrest allimprovviso come chi si accorge di aver parlato pi del lecito, quindi si
concesse una pausa di meditazione prima della mossa successiva.
Arnaldo aggrott le sopracciglia cercando di cogliere il senso dellultima frase, poi rinunci
allimpresa e si guard attorno. Gualtiero aveva trascinato una sedia in terrazzo e stava l, a fissare il
mare. Di Romolo, invece, nessuna traccia. Peccato non sia presente il capitano Sforza disse. Da
come guardava la scacchiera, stamani, mi era parso di capire che anchegli non fosse digiuno del nobile
gioco.
Ugo mosse un alfiere: Ieri ci ha deliziato con alcuni brani tratti dal suo manuale preferito. Quindi
si chiuse in un ostinato mutismo.
Ignorato dai due giocatori, Arnaldo continu a seguire la partita. Sia Luca che Ugo, nonostante
lapertura aggressiva, tendevano a giocare in difesa. Dopo un po cominciarono a sacrificare i pezzi per
proteggere il proprio re, con estenuante simmetria, finch lo scontro, alquanto noioso, non si risolse in
una patta.
Luca estrasse la sua agendina e cominci a riportare le mosse della partita, ripescandole dalla
memoria: e4, e5; Cf3, Cc6; Ac4... Ugo e Arnaldo guardavano affascinati lopera del professore.
Caro professore, complimenti per la vostra memoria! esclam il notaio. Non credevo foste un
professionista. Annotate abitualmente le vostre partite?
Non sono un professionista. Assolutamente no rispose Luca, senza alzare gli occhi dal
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quadernino: Questo, semplicemente, ... come dire... il mio diario di bordo. Dove traccio, giorno per
giorno, la mia rotta.
Un diario! disse Ugo, Ho sempre invidiato chi ha la costanza di riportare la quotidianit dei gesti
sulla carta. A volte pu tornare utile. Soprattutto per ricondurre alla mente volti e situazioni.
E anche per apprendere dai propri errori soggiunse Arnaldo.
Per quanto mi riguarda, una procedura che mi aiuta a capire me stesso e ci che mi circonda.
Luca chiuse il libretto: uno strumento per mettere ordine al caos, per focalizzare idee, dubbi,
ipotesi.
E su Italo, che ipotesi avete segnato? chiese Arnaldo.
Solo la data e la circostanza della morte. Nessuna ipotesi.
Eppure avete una mente acuta e allenata. Unidea dovreste esservela fatta. Arnaldo lanci uno
sguardo fuori dalla vetrata: Se non fosse incidente o suicidio, di chi potreste sospettare?
Di nessuno. stato un incidente. Senzombra di dubbio. La voce di Luca era secca, quasi irritata.
Eppure il dolore del suo pi stretto congiunto non vi appare quasi eccessivo? insinu Arnaldo,
agitando le dita della mano destra: Sembra quasi senso di colpa...
Ugo si alz di scatto, facendo cadere a terra gli scacchi e il bicchiere del cugino. Forse a pranzo
avete bevuto troppo, notaio.
Arnaldo borbott qualche parola di scusa, imbarazzato: Si faceva per dire... Una discussione
salottiera e nulla pi...
Ugo raccolse i pezzi caduti, li ripose sulla scacchiera e disse: Se questi sono i discorsi da salotto, io
mi ritiro in camera da letto. Quindi si diresse verso le scale.
Senza dire nulla, Luca prese una sedia e raggiunse Gualtiero sulla terrazza. Arnaldo si sedette sul
divano, con una smorfia di disgusto sul volto.

Mentre si dirigeva verso la sua stanza, Ugo aveva la sensazione di essere seguito dagli sguardi severi
dei ritratti appesi alle pareti. Quel corridoio, con la sua fila di porte chiuse, gli incuteva sempre una
certa angoscia. Soprattutto dopo una notte insonne, dopo lo screzio con il notaio, e con quel cielo
nuvoloso che sintravedeva dallunica finestra laggi.
La porta vicino alla finestra si apr cigolando e ne fece capolino Vitalia, che si allontan in silenzio,
ciabattando. Ugo non ricordava di aver mai visto nessuno entrare e uscire da l. Incuriosito, si accost
alla porta rimasta socchiusa e la spalanc. La stanza aveva laria di essere in disuso da un pezzo.
Nonostante la recente opera di ripulitura, tanti piccoli segnali davano una sensazione di polveroso
abbandono. La carta da parati che, un tempo, doveva essere stata di un giallo vivace, ora era sporca e
scolorita. A un lato del locale, una vecchia culla oscillava lentamente, con movimenti sempre pi
smorzati. Sul lato opposto troneggiava una grossa vasca di vetro spesso, incrostato da vecchi residui.
Gli spigoli erano sigillati con la pece e rinforzati da angolari in metallo, in parte arrugginiti. Ugo si
avvicin alla vasca e ne esamin la parte interna. Gratt con lunghia e assaggi: cloruro di sodio.
Cera stata acqua di mare, l dentro.
Si allontan dalla vasca e si diresse verso la culla. Appena si accost al lettino, sent dietro di s un
rumore simile alla risacca. Si rigir verso la vasca. Ora sembrava nuova di zecca. Anche le guarnizioni
metalliche erano in perfette condizioni. Ed era piena dacqua. Qualcosa lo colp leggermente, a una
gamba. Sobbalz e si volt di scatto. Dietro di lui la culla stava oscillando con maggiore energia. A
quel punto ud una voce, che sembrava provenire dallacquario: Ia mayyitan ma qadirun yatabaqa
sarmadi... Quei versi... quelle parole... sempre quei suoni gutturali. Eppure, ora, una parte di lui
riusciva a comprenderli, a decifrarli: Non morto ci che in eterno pu attendere...
Era sveglio. Non stava sognando. Continuava a ripeterselo. Era stanco, ma era sveglio... oppure no?
Vide qualcosa guizzare dentro la vasca. Qualcosa di grosso. Sembrava una testuggine, forse. Si
avvicin. La voce si fece pi forte: Fa itha yaji ash-shutahath al-mautu qad yantahi... Ugo sussurr
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tra s e s: E col volgere di strani eoni, anche la morte pu morire. Pose le mani sul bordo della
vasca, troppo opaca per distinguere bene cosa contenesse, e guard dentro. Due occhi di unintelligenza
antica lo fissarono con malizia e Ugo sent qualcosa dentro di s, come se una mano lo sfiorasse
allinterno, nella mente. Cacci un grido, fece un balzo.
Cadde dal letto.
Era nella sua stanza. Si era appisolato, disteso sul pavimento. Ancora incubi, pens. Si alz,
infreddolito. Usc dalla camera con il cuore e la mente ancora in subbuglio, e guard quella stanza in
fondo al corridoio. La porta, socchiusa, oscillava lievemente, cigolando, spinta da unimpercettibile
corrente daria.

Il pomeriggio era trascorso. Con il calar delle tenebre si era alzato il vento e il rumore insistente
delle onde giungeva nitido fino alla villa. Gli ospiti si ritrovarono seduti attorno al tavolo per la cena.
Molte sedie erano vuote. Isabella, suo fratello Ugo, i due gemelli e il notaio si guardavano con
espressioni dubbiose.
Vitalia pass accanto al tavolo, diretta verso le scale, portando una bottiglia di vino e un piatto con
mezza forma di caprino e un pezzo di pane. Ricordandosi allimprovviso di una cosa importante, torn
sui suoi passi e si rivolse agli ospiti: Il signor Gualtiero dice di mangiare, che non viene. In stanza,
rimane, che l sta meglio.
Buon appetito a lui, allora! disse Arnaldo, con malagrazia.
Vitalia bofonchi qualcosa di incomprensibile e si allontan. Intanto Primo aveva portato in tavola i
pochi alimenti di cui si sarebbero dovuti accontentare gli ospiti fino allarrivo di Tziu Grazianu: sarde
salate e formaggi caprini stagionati. Ugo, con gli occhi cerchiati da occhiaie violacee, diede voce allo
sconforto dei presenti: Speriamo di andarcene presto.
A proposito disse Arnaldo, rivolto a Isabella. Che fine ha fatto vostro marito?
Lei atteggi le labbra a un sorrisetto malinconico. da dopo pranzo che non lo vedo. E la cosa,
pens, non le dispiaceva troppo: anche se fosse caduto gi da una rupe e si fosse rotto losso del collo,
non si sarebbe addolorata pi di tanto. Si gir verso Luca che la stava fissando e gli offr un sorriso
spontaneo, ma lui distolse subito lo sguardo con un certo imbarazzo.
Il suo spirito militare sar riemerso e star cartografando lisola ironizz Davide.
Il notaio non diede segno di aver colto il sarcasmo: Cartografare lisola? Con questo buio? Non
diciamo sciocchezze!
Luca stava per dire qualcosa quando si accorse di un gioco di sguardi fra il fratello e Isabella.
Improvvisamente non ebbe dubbi: lei era stata sua. Sent il sangue scaldargli le gote, mentre gli si
chiudeva la bocca dello stomaco (invidia? gelosia? che altro?). Si affrett a bere un sorso di vino, per
far credere che un boccone gli fosse andato di traverso.
Pensate che possa essergli successo qualcosa? disse Isabella. Suo malgrado, cominciava a
preoccuparsi. Romolo era la puntualit in persona. E se lavesse vista con...
Non preoccupatevi! replic Davide, Ricomparir sicuramente tra poco, con un fiero appetito
militare. E comunque, anche volessimo preoccuparci per lui, dovremmo rimandare a domattina: ora
non possiamo metterci a cercarlo, tra le tenebre, con questo tempo.
Ugo non aveva seguito la discussione e se ne stava in un silenzio denso di pensieri.
Era ormai passato del tempo da quando Ugo era stato in chiesa lultima volta; era ancora vivo
Umbertino, lubriacone che chiedeva lelemosina appoggiato a uno dei due leoni in pietra ai lati del
portale del vecchio duomo. Gli venne in mente un brano della bibbia e prese a recitarlo, distrattamente,
placido come al solito, con lo sguardo perso oltre la vetrata, dove gli ultimi bagliori del sole tingevano
di rosso le nuvole.

Questa la sorte di chi confida in se stesso,
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lavvenire di chi si compiace nelle sue parole.
Come pecore sono avviati agli inferi,
sar loro pastore la morte...

Si interruppe, imbarazzato. Non riusciva a ricordare il resto del salmo, n a capire perch il suo
subconscio lo avesse ripescato dai recessi pi oscuri della memoria.

Scenderanno a precipizio nel sepolcro,
svanir ogni loro parvenza:
gli inferi saranno la loro dimora.

Tutti guardarono distinto il notaio, che aveva completato il salmo declamando i versi con un buffo
timbro nasale, mentre gli occhi sgranati si rivolgevano al soffitto. Arnaldo si accorse della reazione dei
commensali e port una mano davanti alla bocca. Ridacchi un attimo, confuso. Scherzi della
memoria... disse. Frammenti di ricordi, vanno e vengono, senza ordine aggiunse, schiarendosi la
voce. Poi, vedendo che Luca lo stava scrutando, cerc di mostrare indifferenza. A voi non capita mai,
professore? domand.
Luca non rispose. Studi il volto del notaio ancora per qualche istante. Arnaldo Cit... disse
pensieroso. Eppure il vostro nome mi ricorda qualcosa...

Dopo la cena frugale, nonostante una pioggerellina sottile cadesse ininterrottamente, gli ospiti di
Villa Eleonora decisero di mettersi alla ricerca del capitano. Ugo, Arnaldo e i due gemelli si
equipaggiarono di lanterne a olio e di soprabiti pesanti, e uscirono a coppie dalla villa, chiamando a
gran voce nella notte. Isabella guardava dalla finestra quelle due luci aggirarsi come lucciole nelle
tenebre; via via che le ricerche procedevano infruttuose, si accentuava sempre pi la sensazione di
leggerezza e liberazione, accompagnata per da un sotterraneo senso di colpa.
Due ore dopo era ormai chiaro a tutti che i dintorni della villa erano deserti. Nessuno ebbe il
coraggio di spingersi oltre, n fu ritenuto prudente esporsi ulteriormente con il buio e con quel tempo
da lupi.
Forse non vuole farsi trovare disse Arnaldo a Luca, mentre si stavano avvicinando alla villa.
Luca rimase in silenzio, pensieroso.
Il notaio continu, abbassando la voce fino quasi a un sussurro: Senta, finiamola con questi
giochetti. Ho deciso di fidarmi di lei. Parlava a fatica, quasi balbettando, il doppio mento gli tremolava
come una gelatina. Ho dei sospetti. Temo che noi tutti siamo stati coinvolti in qualcosa di molto
pericoloso.
Luca annu, ma senza nascondere il suo scetticismo: E allora? Di che si tratta? Il professore era
sorpreso da se stesso, dalla freddezza che riusciva a mantenere.
Arnaldo si guard attorno, nervosamente: Ugo e Davide li precedevano di pochi passi. Ssst... non
possiamo fidarci di nessuno! disse, lanciando uno sguardo nella loro direzione. Dobbiamo parlarne,
ma non ora, desteremmo sospetti.
E allora quando?
Domattina, prima dellalba. A quellora dormono tutti.
Alle cinque e trenta in salotto. Va bene?
Va bene. Vi dir tutto quello che so. Non ne parlate con nessuno, mi raccomando!. Dopo un
ammiccamento appena accennato, Arnaldo si volt verso gli altri due. Ugo lo scrutava dalla soglia
della villa.

Mentre le grida Romolooo riecheggiavano per tutta lisola, Gualtiero cercava conforto nel vino,
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asserragliato nella sua stanza. Beveva, ma badava a non esagerare: voleva solo rilassarsi, non stordirsi.
Doveva restare lucido: ora che Italo non cera pi, toccava a lui occuparsi degli affari di famiglia. E
doveva vendicare la scomparsa del fratello. Era sicuro che quello non fosse stato un incidente, n un
suicidio, assurdo solo pensarlo! Non aveva idea, per, di chi potesse essere il colpevole. Istintivamente
diffidava di Davide, ma probabilmente, tra i serpenti che strisciavano in quella casa, quello era il meno
pericoloso. Lunico movente che riusciva a immaginare erano i soldi, ma percepiva distinto che forse
cera dellaltro. Iniziava a sperare che il gozzo di Tziu Grazianu tardasse ancora un po, in modo che
lassassino venisse allo scoperto. E, a giudicare dallo stato del mare, quella barca non sarebbe arrivata
tanto presto.
Si appoggi al letto con le mani intrecciate dietro la testa; chiuse gli occhi e si appisol. Incredibili
immagini di guglie altissime ed esseri volanti cominciarono a occupare i suoi sogni, mentre una voce
gracchiava fonemi incomprensibili.
Riapr gli occhi e fiss il soffitto, dove la luce della luna, filtrata dalle nuvole e dalle imposte
semichiuse, faceva danzare le ombre, simili a onde in un mare agitato. Era notte fonda, ormai. Al
contrario della mattina precedente, questa volta ricordava qualche brandello in pi degli incubi. Si
sentiva la bocca impastata, bisognosa dacqua; era sicuramente colpa dellalcol e della cena assai
salata. Si alz e apr la porta. La tenue luminosit dellastro notturno rivel una figura accucciata
davanti a una porta. Gualtiero si appiatt sulla parete. Gli sembrava di aver fatto pi rumore di un
elefante in una cristalleria, ma la figura, affaccendata in misteriose attivit, sembrava non averlo notato.
A poco a poco, gli occhi si abituarono alla penombra e Gualtiero riusc a interpretare quei movimenti e
mugugni soffocati. Era Primo luomo inginocchiato davanti alla porta dei coniugi Sforza. Aveva in
mano un paio di mutande orlate di pizzo. Teneva un occhio accostato alla toppa della porta mentre
emetteva una specie di guaito e si premeva le mutande sul volto, aspirando voluttuosamente. Intanto
laltra mano si agitava con furia tra le gambe.
Senza far rumore, Gualtiero rientr nella sua stanza, e si chiuse dietro la porta. Si sedette sul letto e
cerc di ragionare, cercando di trovare un disegno, un filo conduttore in quella ridda di eventi, come
avrebbe fatto Italo.

48

X












Non era ancora lalba quando Luca si alz e si vest.
Non gli era riuscito di chiudere occhio. Non ne parlate con nessuno aveva detto il notaio, la sera
prima, e da allora quelle parole avevano continuato a risuonargli in testa. Il fratello dormiva
beatamente, se lo portasse via il diavolo: in quel momento lo detestava, o piuttosto detestava la parte di
s che lo rendeva diverso da lui.
Osserv il fratello ancora un po, chiedendosi se svegliarlo, se metterlo al corrente di quellincontro.
Un pensiero lo tormentava: che cera stato tra Davide e Isabella? Forse si stava immaginando tutto. O
forse no. Forse il notaio aveva scoperto qualcosa. Forse Davide, impetuoso ma in fondo ingenuo, aveva
aiutato la cugina a liberarsi del marito. Cera una quantit di forse a cui Luca non era abituato e che
ora lo confondevano.
Fantasticherie. Per la cugina era una bella donna... Dio, se era bella! Pens al fratello stretto nel suo
abbraccio, tutte due stesi sulla sabbia, le gambe di lei allargate, le calze scivolate fino alle caviglie, le
gonne sollevate ai fianchi...
Basta! Erano solo fantasie. Conosceva suo fratello: un conto era un duello e un altro un omicidio.
Unuccisione a sangue freddo non era da lui. Sarebbe sceso e avrebbe convinto il notaio che suo
fratello non centrava.
Stava per uscire dalla porta quando, come in un lampo, un ricordo gli attravers la mente.
Unassurda coincidenza? Ci avrebbe riflettuto pi tardi... Corse al comodino, cerc una penna e annot
un appunto sul foglietto che teneva sempre vicino al letto, fermato sotto il bicchiere dacqua per la
notte; il diario avrebbe dovuto aspettare. Diede un ultimo sguardo al fratello e usc dalla camera.
Scese le scale lentamente e si diresse verso il salotto. Il buio era quasi totale, si intravedeva solo una
figura, in piedi davanti alla vetrata.
Al rumore dei suoi passi la figura si gir e il professore vide uno sbuffo di piume che si levava nella
penombra della stanza, accompagnato da un tonfo soffocato. Sul momento Luca ebbe come
limpressione di aver perso lequilibrio, poi il petto gli sinfiamm e qualcosa di caldo gli col sui
calzoni. Annasp, si gir e sent un altro tonfo. Qualcosa lo spinse alle spalle e cadde riverso. Percep
un dolore acuto e la bocca gli si riemp del sapore ferrigno del sangue. Poi emise un sottile lamento e
non ebbe pi coscienza di altro.
La luce del primo sole si riflesse sulla pozza vermiglia che si allargava sotto il corpo del professor
Luca Verdi.

Al piano superiore, Isabella smaniava e si rigirava tra le coperte; aveva dormito male anche la notte
precedente, ma questa volta gli incubi erano un vero tormento. Non riusciva a percepire la differenza
tra il sonno e la veglia, tanto erano intense le immagini che la perseguitavano appena chiudeva gli
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occhi, tanto era assurda lassenza di Romolo nel letto, al suo fianco.
Appena scivolava nel sonno, Isabella si ritrovava a volare, a gran velocit, verso torri dalla forma
appuntita. Inizialmente, danzando in quellaria densa, aveva provato solo una sensazione di grande
libert, di leggerezza, come quando, ancora bambina, nuotava al fianco del padre.
Via via che si avvicinava alle guglie, queste rivelavano dozzine di nere aperture, rischiarate da
guizzi rossastri. Le torri sembravano sorgere direttamente da uno sterminato cratere, in cui pulsava una
luminescenza policroma. Tutte le gole e i crepacci sotto di lei convergevano verso il cratere, come le
crepe in un vetro corrono verso la frattura centrale.
Nellaria cera un suono ovattato che sembrava pulsare al ritmo del cuore di una creatura enorme.
Mentre si avvicinava allorigine del suono, il senso di libert veniva gradualmente sostituito da una
percezione angosciosa, di grande perdita. Isabella si concentr sul rumore pulsante: ascoltandolo
attentamente, il suono sembrava dilatarsi e rivelava un insieme complesso di cantilene e ritmi senza
eguali.
Lincubo si ripeteva, identico, ogni volta che si assopiva. E ogni volta che udiva quel rombo
lontano, Isabella si risvegliava, sudata, in preda allangoscia, nel letto vuoto. Le era anche sembrato di
sentire qualcosa che strusciava contro il legno della porta, o era un respiro? In quei momenti sentiva il
bisogno di Romolo, desiderava il conforto della presenza fisica di un uomo, di qualcuno che la
stringesse, la proteggesse da ci che la circondava, da quellorribile sensazione che la divorava da
dentro.
Ci doveva essere una logica nei fatti che stavano avvenendo nella villa. Che senso avevano quegli
atroci incubi? Che senso aveva la scomparsa di Romolo, che era salito in camera e che nessuno aveva
pi visto? E che dire della morte di quel cugino infido e tarchiato, che le aveva ispirato diffidenza fin
dallinizio? Perch aveva scelto proprio lei per rivelare agli altri il suo cadavere?
E ci doveva essere una logica anche nel fatto che le lenzuola non le sembrassero pi di stoffa ma
viscidi filamenti spugnosi, e che il letto si aprisse inghiottendola nel suo interno, cedevole e viscoso.
Sotto il letto cera qualcosa non se nera accorta la sera prima una voragine pulsante, di cui il letto
era la molle appendice labiale. E sprofondando cap che non doveva avere paura, che doveva essere
cos, era cos da sempre. Allung una mano allinterno della cavit e tocc un corpo duro, scaglioso,
che le comunicava una vibrazione familiare. Allimprovviso una presa le strinse il braccio, lame che le
ferivano la carne, e lei istintivamente tir. Quella cosa le si aggrapp ancora di pi, voleva uscire alla
luce, e lei inizi a tirare, e tirare, e man mano che tirava lessere emergeva dalle tenebre. Intanto, il
brusio tuttintorno cresceva, lo sforzo era immane e quel corpo deforme appariva sempre pi orribile.
Isabella aveva limpressione che il braccio le venisse scarnificato; ma lei continuava a tirare, ce laveva
quasi fatta, era quasi uscita, stava uscendo, la vide.
Si alz con la sensazione di aver gridato e sent le lacrime scorrere come se gli occhi le
sanguinassero. Poi sent ancora un grido, di donna, lanciato con lintenzione di perforare le nubi, e poi
il cielo, per scoprire che lass non cera niente, maledizione, niente. Si alz in fretta e si accorse che
perdeva sangue. Sera graffiata lavambraccio destro, tre profondi solchi e due laterali, pi superficiali.
Le unghie della mano sinistra trattenevano ancora brandelli di pelle umida.
Arriv ad aprire la porta poco dopo il terzo grido. Ugo era gi sul pianerottolo in pigiama, e
Gualtiero stava correndo gi per le scale. Davide fece capolino, con i lunghi capelli davanti agli occhi.
Che succede?, chiese serafico, Hanno gridato?

Gli occhi di Luca guardavano verso lalto, ma lui non poteva vedere i volti delle persone che gli
stavano attorno. Vitalia era ancora sotto choc e Isabella la stringeva, cercando di calmarla; anche Primo
le stava vicino, approfittandone per trarre piacere dallo sfregamento fortuito con il corpo della bella
signora.
Cera un clima di incredulit mista a orrore mentre il notaio, in vestaglia, esaminava il cadavere.
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Isabella si guardava ossessivamente il braccio: la fasciatura improvvisata con la sottoveste bianca
era gi intrisa di sangue.
Che hai fatto al braccio? le chiese Ugo.
Un incubo rispose, e torn a occuparsi di Vitalia.
Bene, bene, un bel colpo di pistola attutito da un cuscino disse Arnaldo indicando un ammasso di
tela e piume accanto al cadavere. Questa pu essere la risposta a qualche interrogativo.
Ugo fece per sedersi sul divano, ma sent che il piede urtava qualcosa di metallico. Guard a terra e
vide unarma da fuoco: una Beretta. Ugo aveva poca esperienza di armi, ma riconobbe facilmente la
pistola del cognato, con lo sfregio trasversale che attraversava limpugnatura. Era la pistola di Romolo.
Senza dubbio. Approfittando della distrazione degli altri, intenti a coprire il cadavere con un telo,
raccolse larma e la infil in tasca. Il cuore gli pulsava veloce nel petto.

Dal momento del rinvenimento del cadavere, Davide era rimasto immobile, attonito,
apparentemente calmo, come se non si rendesse conto dellaccaduto. Gualtiero gli aveva appoggiato
una mano sulla spalla e laveva sentito tremare. Quando le parole del notaio sottolinearono levidenza
che il fratello era morto, Davide scatt come una molla dallimbottitura di un divano strappato, si
avvent su uno degli arpioni appesi sotto i trofei ittici e si precipit fuori con un urlo. Lo videro correre
come un invasato per il giardino, scomparire nel cimitero di famiglia e ricomparire, con un pezzo di
corteccia infilato sullarpione e il fogliame fra i capelli.













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XI












Ora mi dirai che accidenti avete combinato, tu e il violinista. Ugo aveva condotto la sorella in
terrazzo, con la scusa di prendere aria.
Lasciami, mi fai male. Il fratello le stava stringendo proprio il braccio ferito, con una brutalit che
le faceva paura.
Con i vostri giochetti avete fatto impazzire Romolo di gelosia, la incalz Ugo. Forse hai sulla
coscienza anche il sangue di Luca!
Lasciami! ringhi Isabella, strappando il braccio dalla presa del fratello. La ferita riprese a
sanguinare.
Ugo fece per afferrarla di nuovo, ma Primo gli blocc il braccio al volo. Luomo di fatica di Villa
Eleonora, che ormai si era votato al servizio della bella signora, era giunto inosservato alle spalle dei
due litiganti. Ugo cerc di liberarsi, ma cera una forza insospettabile in quel ragazzo dallo sguardo
inespressivo. In quegli istanti, tra i due si instaur uno stato di comprensione reciproca, addirittura una
certa affinit, una sorta di empatia animale. Ugo inizi a calmarsi e, un po per volta, abbassarono
entrambi le braccia.
Isabella li guardava, senza capire bene cosa stesse succedendo. Cera qualcosa di insolito nel
comportamento del fratello, quegli atteggiamenti brutali e possessivi erano talmente anomali per il suo
carattere che neanche la gravit dei fatti bastava a giustificarli. Del resto anche lei si sentiva strana:
voleva piangere per un inspiegabile senso di colpa, e voleva anche fuggire, assecondare quellurgenza
che si stava trasformando in smania; una sensazione che tra s e s definiva il richiamo. Forse era solo
voglia di nuotare, sentirsi libera: libera nei movimenti, libera dai vestiti, dal peso dei pensieri. Si volt e
corse al piano superiore.
Primo la guard allontanarsi come si guarda una farfalla che sfugge dalle dita, poi rientr in casa
richiamato dalla madre.
Mentre Isabella saliva le scale, Ugo percep, pi forte che mai, il legame di sangue che lo univa alla
sorella: era qualcosa di atavico e radicato, quasi morboso, che veniva prima ancora dellidea di
famiglia. Cerc di calmarsi e raggiunse Arnaldo e Gualtiero, intenti a coprire con un lenzuolo il
cadavere di Luca dopo averlo esaminato.
Gualtiero aveva individuato il foro dingresso del proiettile. Non era un esperto, ma non era neanche
il primo morto ammazzato che gli capitava di vedere. Il notaio continuava a saltellare e mormorare
Bene, bene, come in possesso di una certezza definitiva.
Ugo cerc Davide con lo sguardo: Come sta Davide? chiese.
Meglio di lui mormor Gualtiero, indicando il corpo disteso a terra. di sopra, se tinteressa e
si accese lennesima sigaretta.
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Alla luce dei fatti disse ad alta voce Arnaldo, credo che si debba assolutamente trovare il
capitano Sforza. Ci deve delle spiegazioni sulla sua condotta delle ultime quarantottore.
Daccordo. Vado a prepararmi disse Ugo.
Salita la prima rampa di scale, incroci Isabella che stava scendendo con indosso soltanto il costume
da bagno. Ugo non si stup pi di tanto, nonostante lanomalia del comportamento e laria fredda di
novembre. Dove vai?
Isabella lo guard e disse Non si vede?.
Ugo avrebbe voluto urlarle che era una follia, con un morto ammazzato in salotto e un cadavere al
piano di sopra, invece annu e basta. La lasci andar via, diretta verso il mare. Per un interminabile
momento Ugo rest immobile sul pianerottolo a met delle scale, come bloccato da due opposti
sentimenti; poi scosse la testa, riprese a salire e si accost alla porta della stanza di Davide.
Davide, vi sentite bene?
Ugo prov a bussare senza risposta, e non lo interpret come un buon segno.
Gir la maniglia e spinse la porta, che si apr. Ci che vide lo disorient. Il letto era completamente
sfatto: il materasso era stato straziato da una mano furiosa. Gli armadi erano stati svuotati, il loro
contenuto gettato a terra, le ante semiaperte e parzialmente divelte. Sul tavolo cera un manico di
violino da cui sirradiavano listelli di abete rosso schiantati, altri pezzi erano sparpagliati in giro,
frammisti a ciocche di capelli.
Affacciato alla finestra cera un uomo vestito con gli abiti di Luca e i capelli tagliati molto corti, un
po irregolari. Ugo gli si accost da dietro e gli appoggi una mano sulla spalla.
Davide...
Laltro si gir per fronteggiarlo.
Come? chiese Davide mentre Ugo lo fissava a bocca aperta, come se lo vedesse per la prima volta.
Che vi prende, non mi riconoscete? Mentre parlava giocava con indice e pollice col suo labbro
inferiore. Sono Luca.























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XII












La calma del mare era solo apparente. Quel colore che virava al viola portava nuova tempesta. Cerano
poche cose che Primo capiva bene, ma questa era una di quelle. Capiva il mare, i suoi umori. Il pulsare
delle tempeste e delle maree aveva il ritmo dei suoi pensieri, talvolta pi limpidi, talvolta cos nebulosi
che non riusciva a distinguere nulla. Nei momenti di buio totale solo una voce amica, materna, poteva
guidarlo. Oppure le voci che, ogni tanto, tornavano a farsi sentire, sussurrando nel respiro delle onde.
Quella mattina, dopo lo scontro con Ugo, anche Primo aveva sentito come Isabella il richiamo del
mare, pi forte che mai. Sapeva che sua madre si sarebbe arrabbiata se fosse andato a fare il bagno.
Doveva trovare un motivo per scendere in acqua, prima che il tempo peggiorasse di nuovo. Cerano le
nasse, per. And al molo e cominci a preparare la vecchia barca da pesca, un minuscolo gozzo
rattoppato, pi piccolo e scassato di quello di Tziu Afisinu. Il vecchio pescatore, intanto, stava seduto
davanti alla sua casupola e lo fissava con occhio astioso, fumando. Primo non capiva la ragione
dellodio di Efisio, ma lo avvertiva distintamente. Lo ignor, come sempre faceva con quel che non
riusciva a comprendere. Sleg la cima e si allontan dal molo. Avrebbe trovato le nasse piene, quel
giorno. Lo sapeva. Una bella morena, o forse anche un gronco. Sua madre sarebbe stata fiera di lui.
Niente formaggio, quella sera, per la bella signora e i suoi amici. Pesce fresco, invece, appena pescato.

Isabella era uscita da Villa Eleonora confusa e disperata, la mente in subbuglio, incapace di
comprendere i propri sentimenti. Mentre si avvicinava alla spiaggia prov una sorta di pace interiore,
quasi la consapevolezza dellineluttabilit di ci che stava avvenendo, come se tutto fosse parte di un
disegno. Anche quel mare, cos ingannevolmente placido. Lei, il mare, lo conosceva bene. Lo
rispettava e lo amava. E qualcosa le diceva che solo nel suo abbraccio gelido avrebbe potuto trovare la
pace che cercava, la risposta a tante domande. Era scesa in spiaggia con il suo costume da bagno di
lana nera, senza nemmeno portarsi laccappatoio bianco. Quasi non si accorgeva del vento freddo, che
le accarezzava la pelle: pensava solo a raggiungere il mare.
I suoi piedi nudi lasciarono una fila di impronte sulla sabbia. Poi, dun tratto, il tuffo e limpatto con
lacqua ghiacciata. Si lasci affondare, assapor quel senso di totale abbandono che nasce dallassenza
di peso; poi emerse e cominci a nuotare, allontanandosi dalla riva, e ad ogni bracciata i dubbi, i
pensieri, le paure si allontanavano sempre pi. Cominci a sentirsi veramente bene, forte, sicura,
invincibile. Era nel suo elemento naturale.

No! No! No! Non cos che deve andare! borbottava una figura curva e scarmigliata, dal suo
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rifugio in mezzo ai cipressi. Luomo lasci cadere a terra una vecchia sciabola e si lasci scivolare
lungo la scarpata, fino in mare, tra gli scogli aguzzi. Mentre scivolava tra sterpi e roccia, abbandonando
sul terreno brandelli di vestito e di pelle, ripeteva una litania: Signore degli Eserciti! Dammi la forza!
Rendimi sordo! Rendimi forte!
Luomo cadde in mare, evitando fortunosamente le lame di roccia che avrebbero potuto straziarlo.
Gocce di sangue e bolle daria emersero l dove era affondato. Passarono i minuti, ma luomo non
riemerse. A poco pi di cento metri Isabella nuotava, sempre pi veloce, quasi senza fermarsi a
respirare.

Isabella avanzava sicura, senza pensare a nulla, persa nellautomatismo del gesto. Bracciata destra,
inspirazione. Bracciata sinistra, espirazione... La fluidit dei movimenti venne improvvisamente
spezzata. Isabella si ritrov con una gamba paralizzata, la caviglia presa in una morsa che tirava verso
il basso. Sigill istintivamente le labbra, mentre gli occhi si sgranavano, le pupille si dilatavano,
scrutando la figura oscura che la stava trascinando verso il fondale sabbioso. Cerc di riemergere,
invece affond ancora un po. La caviglia lasciava dietro di s una scia di sangue, una stella filante
rossa che si dipanava nel mare. Nonostante il dolore e la mancanza daria, Isabella non si fece prendere
dal panico. Era nel suo elemento naturale, in fondo. Ed era una donna robusta. Cominci a scalciare,
colp con il tallone quella mano che la stringeva, ma niente, non riusc a liberarsi. Allora rivolse i colpi
verso la testa di quella creatura che la voleva morta. Colp e colp ancora. Solo a quel punto il volto
dellassalitore si rivolse verso lalto e lei pot vedere quegli occhi spiritati, quel viso sconvolto
circondato dai radi capelli ricci. Un volto che aveva gi visto.
La sorpresa la trad. Le belle labbra rosse si aprirono e lacqua salata precipit nei polmoni affamati
daria, causandole un dolore bruciante e acuto, ghiaccio gelido e tagliente versato in gola. Sto per
morire, mio Dio, sto per morire, pens Isabella. Ma la morte non venne. Le sembr che i lati del collo
sinfiammassero, poi una gradevole frescura, come se stesse respirando di nuovo, come se lossigeno
stesse nuovamente arrivando alle cellule in ipossia.
Non fece in tempo a meravigliarsi: la mano aveva lasciato la presa sulla caviglia e ora quel volto le
galleggiava davanti e la fissava con occhi colmi di una tristezza infinita. Entrambe le mani
dellavversario si chiusero sulla sua gola e una lama le penetr la giugulare. I due corpi rotearono
mollemente a met altezza tra la superficie e il fondo del mare, in una nuvola rossa.

Ugo era rimasto a bocca aperta davanti alla follia del cugino. Si sentiva impotente; guardava,
costernato, il volto sconvolto di Davide che si stagliava davanti alla finestra. Poi mise a fuoco il
panorama e la sua attenzione venne attratta da qualcosaltro: Isabella, in mare, che si agitava
scompostamente. Andava a fondo, poi riemergeva, poi affondava nuovamente. Non la vide riemergere.
Mio Dio! pens Ugo. Lho lasciata andare! Pazzo! Pazzo che sono stato! Super di slancio la porta
e corse a precipizio gi per le scale, con la mano destra affondata in tasca, stretta sulla pistola di
Romolo.
Quando Ugo arriv in spiaggia la superficie del mare era deserta. Nessuna traccia di Isabella. Solo
uninquietante chiazza scura che si allargava a circa cento metri dalla riva. Ugo corse verso la battigia,
pronto a tuffarsi, quando vide emergere un uomo dallacqua, a poca distanza da lui. Era un individuo
bizzarro, eppure aveva qualcosa di familiare. Era alto, robusto, con i capelli radi e riccioluti. Ai lati del
collo presentava delle pieghe, come fossero tagli o rughe profonde. Indossava i resti di un vestito scuro,
fradicio e sbrindellato. I piedi erano nudi. Il braccio destro sembrava artificiale: era nero e lucido come
lebano, eppure lo muoveva come se fosse di carne. Ugo lo fiss sbalordito, a bocca aperta. Luomo gli
restitu lo sguardo.
Quel volto... ma dove laveva visto?
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XIII












Fu Gualtiero a trovare i corpi. Non aveva visto Isabella scendere in spiaggia, ma aveva notato la corsa
precipitosa di Ugo. Allinizio non aveva dato peso a quellinsolito comportamento; lesame del
cadavere di Luca sembrava decisamente pi importante. Poi, per, aveva udito due colpi di pistola, era
corso verso la spiaggia e li aveva trovati l. Giacevano a pochi metri di distanza luno dallaltro:
Isabella con la gola squarciata e gli occhi fissi sul cielo nuvoloso della Sardegna; Ugo riverso a terra,
con la testa coperta di sangue. Gualtiero cap in un istante che per Isabella non cera pi niente da fare e
si chin su Ugo. Respirava ancora e lemorragia sembrava essersi arrestata. Accanto a lui la pietra che
aveva probabilmente causato la ferita alla fronte, un sasso arrotondato con un lato coperto da una
macchia color ruggine. Gualtiero raccolse un po dacqua di mare nelle mani e ripul il volto di Ugo. Il
taglio sembrava superficiale. Certo, con le botte in testa non si poteva mai dire.
Chi poteva essere tanto pazzo da scannare un fiore di donna come quella e risparmiare il fratello,
rischiando di subirne la vendetta? Subito gli si par alla mente la scena a cui aveva assistito
nottetempo: Primo che faceva le porcherie davanti alla stanza di Isabella. Gli sembrava quasi una
soluzione troppo semplice, troppo immediata.
In quel momento Ugo cacci un gemito, un lamento profondo, senza per svegliarsi.
Che orrore! disse una voce alle sue spalle. Gualtiero si gir e vide il fantasma di Luca; lo fiss a
bocca aperta per alcuni istanti, prima di accorgersi del taglio improvvisato dei capelli e dei vestiti in
disordine. Non capiva cosa volesse significare quella mascherata. Prefer non commentare e si limit a
dire: Datemi una mano, che li portiamo su. Prima Ugo, che ancora respira.
Certo rispose Davide. Per quel che serve.
Che volete dire? chiese bruscamente Gualtiero.
Non avete capito? Siamo condannati. Tutti. Come vostro fratello Italo... trasse un profondo
respiro, ...E come mio fratello Davide.
Che sta jaculla? sbott Gualtiero che non riusciva a comprendere questo nuovo, cinico,
scherzo del cugino. Lo fiss con rabbia, ma trov in risposta uno sguardo pieno di attonito dolore. Non
sta scherzando, pens Gualtiero, proprio asciuto pazzo. Il napoletano si alz e poggi una mano sulla
spalla di Davide. Dobbiamo pensare a Ugo. ancora vivo.
Davide si riscosse: S. S. Avete ragione. E dobbiamo trovare il colpevole di questo scempio.
Gualtiero si chin su Ugo e disse: Ho dei sospetti. C qualcuno, in casa, che deve rispondere a
qualche domanda.

Dopo aver prestato le prime cure a Ugo, Gualtiero depose il corpo di Isabella sul letto matrimoniale
dei coniugi Sforza e and nella stanza di Italo. Mentre si allontanava dal corpo della cugina, ebbe la
sensazione di trovarsi in un obitorio, anzich in una casa: lunghi corridoi, stanze oscure, corpi coperti
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da teli bianchi. Immagin anche se stesso cos, nel suo letto. Scacci limmagine, con rabbia. Doveva
agire, allontanare la iella a pedate in faccia.
Si accost al cadavere di Italo, che giaceva disteso, pietosamente coperto dal lenzuolo. Infil una
mano sotto il letto ed estrasse una valigia nuova fiammante. Conosceva bene le abitudini di Italo: se,
come probabile, la morte laveva colto impreparato, l sotto doveva ancora riposare un vecchio ferro
dimportazione. E infatti la pistola era l, una Colt .32 Hammerless con la finitura nichelata e il numero
di serie abraso. Italo laveva vinta a carte, da ragazzo, e aveva presto trovato il modo dinaugurarla:
erano altri tempi, ancora non si era riciclato nel mondo della politica, e le questioni personali se le
risolveva senza intermediari e scagnozzi.
Gualtiero si sent rassicurato dal peso dellarma: verific che fosse carica e la ripose nella tasca della
giacca. Ora era pronto. Usc, si diresse alla porta posteriore della villa, entr in cucina e si piant a
gambe larghe davanti a Vitalia: Dove sta vostro figlio?
Lanziana cuoca scrut quel bestione dallaria minacciosa e rispose, servizievole come sempre,
indicando un corridoio che si apriva sul lato opposto della cucina: In camera sua , ma se vi serve
qualcosa, a me potete chiedere.
Gualtiero la ignor e si diresse verso il corridoio. Cera una porta chiusa. La spalanc, senza bussare. Gli occhi sgranati
e bulbosi di Primo gli si puntarono addosso. Il tuttofare di Villa Eleonora indossava solo un paio di mutande. Gli altri
indumenti, fradici, erano appoggiati al davanzale della finestra, i pochi capelli ricci bagnati.
Gualtiero si avvicin minaccioso, borbottando: Thanno magna e cane!. Si ferm di fronte a lui,
a pochi centimetri di distanza, e gli abbai in faccia: Hanno riaperto la stagione dei bagni? Ti puzza la
vita?
Primo continuava a guardarlo, in silenzio. Si limit a un grugnito interrogativo: Uh?
Gualtiero lo abbranc per un braccio: Ti piaceva la bella femmena, eh? Lhai seguita abbasc o
mare, di la verit!
Primo reag agguantandogli il braccio e stringendolo con forza. Sbalordito, Gualtiero vide la propria
mano aprirsi sotto leffetto della presa del ragazzo. Distinto, estrasse la pistola con la sinistra e la
punt alla testa di Primo, che si limit a ignorarla, continuando a stritolargli il braccio.
Una voce femminile risuon dalla porta: Ta dannu fillu miu fai abbonu, fai abbonu fillu miu!
Primo lasci la presa e si allontan di un passo. Gualtiero fiss la manica della camicia: le unghie
del ragazzo avevano strappato il tessuto e inciso la carne. Lunghi segni rossi si stavano disegnando sul
suo avambraccio, segni simili a quelli che aveva notato sul braccio di Isabella...
Vitalia si frappose ai due uomini e si rivolse a Gualtiero: Ita sa fattu fillu miu? Che vi ha fatto mio
figlio? Che ha fatto? Bravo , che volete da lui?
O guaglione ci deve spiegare parecchie cose... ad esempio, che ci faceva col pesce mmno
davanti alla porta di Isabella, stanotte? E perch tutto mpurpato dacqua?. La voce di Gualtiero era
un ringhio, i suoi occhi non si staccavano da quelli di Primo. La Colt era pronta a sparare.
Vitalia sventol le mani sotto la faccia di Gualtiero: Sentite qui! Di pesce, puzzano! Il gronco che
Primo ha pescato e pulito per voi! Per questo bagnato! Caduto in acqua !
Forse ne ha pescati pure altri, di pesci disse Gualtiero, e abbassando finalmente lo sguardo sulla donnetta prossima alla
crisi isterica, scand le parole: Qualcuno ha scannato Isabella mentre nuotava in mare.
Vitalia abbass le mani e disse, in un gemito: Ohi, su seu mi cabada! No! No! Primo No!
Come un capretto, lhanno scannata mormor Gualtiero.
Primo fece alcuni passi indietro, si lasci scivolare lungo la parete e si rannicchi in un angolo, con
gli occhi fissi a terra.

Davide e Arnaldo, seduti in salotto, avevano ascoltato Gualtiero mentre esponeva la sua teoria e
tentava di raffazzonare una ricostruzione dei fatti, che per faceva acqua da tutte le parti. Il napoletano
aveva descritto la scena notturna a cui aveva assistito, con Primo intento a spiare Isabella, quindi aveva
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scandito la sua accusa: O guaglione pazzo. E gli piacciono le femmene. Magari se la voleva fare, lei
non ci stava, e lui lha scannata. Poi arrivato Ugo, e Primo ha cercato di accoppare pure lui. Forse
centra qualcosa pure in tutti gli altri ammazzamenti. Perch ha perso a capa... o non ce lha mai
avuta....
Primo se ne stava in piedi al centro della stanza; indossava abiti asciutti, ma i pochi capelli, ancora
umidi, sembravano una matassa di viticci intrecciati. I suoi occhi erano pozzi scavati nel nulla. La
madre lo teneva per mano e singhiozzava in silenzio.
Al termine della requisitoria di Gualtiero, il notaio prese la parola: Caro Gualtiero, non abbiamo
alcuna prova che questo ragazzo sia effettivamente coinvolto nella morte della povera Isabella.
Gualtiero fece per replicare, ma Arnaldo lo plac, alzando la mano molliccia: Tuttavia palese che la
sua mente disturbata, e ci lo rende potenzialmente pericoloso. Dopo un lungo sospiro concluse:
Pertanto penso sia pi sicuro per lui e per tutti noi metterlo sotto chiave.
Gualtiero assent in silenzio, poi si rivolse a Primo: Ringrazia Iddio che non sono sicuro che sei
stato tu...
Primo non mut la sua espressione, attonita e distante, come se non avesse udito le parole di
Gualtiero.
Signora Cossutta disse Arnaldo, rivolgendosi con tono cortese a Vitalia, scossa dai singhiozzi:
Mi sembra che vi sia uno stanzino degli attrezzi, senza finestre n aperture allesterno, dotato di
ununica porta di ingresso. Abbiate la bont di consegnarcene le chiavi. Ne va dellincolumit di vostro
figlio.
Vitalia si asciug gli occhi, estrasse un mazzo di chiavi dalla tasca e lo porse al notaio, con mano
tremante.
Ce ne sono altre copie? chiese Arnaldo, inquisitorio.
Vitalia scosse la testa.
I tre uomini e la donna accompagnarono Primo nello stanzino, allestirono una branda e fecero un
foro nella porta da usare come spioncino, con martello e punteruolo, senza badare alle proteste di
Vitalia. Infine diedero al prigioniero una piccola scorta dacqua e chiusero la porta a chiave.
Rimasto solo, al buio, Primo si accoccol nella branda, chiuse gli occhi, pens alla madre, alla bella
signora morta, alle onde del mare. Poco per volta linquietudine si plac; forse, aspettando un po,
sarebbero giunte a confortarlo quelle voci sussurranti, sconosciute eppure familiari.

Quando Vitalia si fu allontanata, Arnaldo prese nuovamente la parola: Propongo di fare dei turni di
guardia disse, rivolto agli altri due. Non vorrei che la signora Cossutta avesse unaltra chiave e
decidesse di liberare il figlio anzitempo.
Forse meglio che restiamo tutti insieme, per. Davide aveva fatto sentire la propria voce per la
prima volta da quando era stato intentato il processo a Primo. Ed era una voce querula, fioca, una
pallida imitazione di quella di Luca.
Arnaldo sembr rendersi conto solo in quel momento dei vestiti, dei capelli e dellatteggiamento del
gemello superstite. Gualtiero gli fece segno di lasciar perdere, mise una mano sulla spalla di Davide,
che sussult nervoso, e disse: Notaio, cominciate voi. Vi diamo il cambio allora di pranzo. Adesso
porto Davide a prendere un po daria in terrazzo.
Arnaldo scosse la testa con rammarico: Andate, andate pure. Poi allung una mano verso
Gualtiero: Tenete voi le chiavi dello stanzino. Siete pi robusto di me, affidate a voi sono al sicuro. Se
dovessero servirmi, vi chiamer.
Gualtiero intasc il mazzo, con aria dubbiosa: Se vi sentite pi sicuro cos... e volt le spalle al
notaio.
Mentre i due cugini si allontanavano, Arnaldo si avvicin alla finestra in fondo al corridoio, scost
la tenda e si mise a scrutare la fitta vegetazione che ricopriva lisola.
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Nascosto tra i cespugli, luomo scarmigliato e seminudo strisci fino al giardino della villa, poi si
alz in piedi e percorse in due balzi la distanza che lo separava dalla porta. Nella mano sinistra
stringeva una lenza, sottile, robusta, lunga circa un metro. Veloce e silenzioso, apr la porta e scivol in
casa. Conosceva Villa Eleonora. Era casa sua. Abitava tra quelle mura prima che cominciasse lordalia,
quando ancora camminava nel mondo dei vivi. Il vecchio Ario aveva costruito saggiamente le mura
della casa: il patriarca sapeva bene che non tutto doveva essere accessibile a tutti, e che qualcosa
doveva restare celato. Ma quei segreti gli si sarebbero ritorti contro. Lintruso entr nello studio e si
acquatt dietro alla scrivania. Tolse i libri dellultimo scaffale e trov quel che cercava. Con un lieve
cigolio la parete inferiore della libreria ruot su se stessa. Luomo avanz a quattro zampe nel buio.

















59

XIV












Gualtiero rimuginava pensieri cupi. Era andato a controllare le condizioni di Ugo: il cugino dormiva
nel suo letto, il respiro pesante, gli occhi chiusi ma mobilissimi dietro alle palpebre abbassate. Stava
sognando. Forse si sarebbe risvegliato, forse no.
Davide, invece, aveva gli occhi aperti, ma forse anche lui non si sarebbe mai ripreso dal suo incubo
personale. A Gualtiero poco importava di Davide e in fondo anche di Ugo. Lunica persona a cui fosse
veramente legato, a parte sua moglie Rita, era il fratello Italo che oramai non cera pi. Prima di allora
Gualtiero era sempre stato convinto di non aver bisogno dellaiuto di nessuno, di saper badare a se
stesso. Tuttavia quella casa, quellisola, quella serie assurda di morti, gli mettevano addosso una sorta
di paura ancestrale: qui non si trattava di regolare i conti con Pericle lostricaro, cera qualcosa di pi
contorto, qualcosa che gli sfuggiva. Per questo motivo laiuto di Davide e di Ugo avrebbe potuto
rivelarsi utile, se fossero tornati in s; dipendere da Arnaldo Cit, quellindividuo viscido come un
capitone, lo rendeva teso e inquieto. Dun tratto Gualtiero si stup dei propri ragionamenti. Stava
ragionando da capintesta, non da semplice picciuotto, da guappo e cartone, come se il fantasma di
Italo gli fosse entrato dentro e gli suggerisse le mosse da fare.
Seduto in terrazzo, con la schiena poggiata al muro esterno della casa (tanto per stare sicuri), teneva
docchio Davide, appoggiato al parapetto, intento a fissare il mare e le nuvole nere trascinate dal vento,
sempre pi intenso. Locchio esperto di Gualtiero valut la situazione: sarebbe stato un rischio enorme
affrontare quel mare con una barca a remi, soprattutto con una ciurma di marinai malridotti e inesperti.
Fosse stato vivo Italo, forse si sarebbe arrischiato. E poi, comunque, erano troppi; non potevano starci
tutti, nella barca del pescatore. Meglio aspettare larrivo di Tziu Grazianu... Sempre che fosse arrivato
davvero. Magari anche lui faceva parte del complotto.
Scusate, signore.
Gualtiero si volt e vide Vitalia, con in mano un vassoio con vino, pane e formaggio: Qualcosa da
mangiare. Il gronco sar pronto per questa sera.
Grazie, mettetelo pure sul tavolo rispose il napoletano, indicando un tavolino di ferro battuto.
Vitalia poggi il vassoio e rest l in silenzio a guardare Gualtiero che si versava un bicchiere di vino.
C qualcosa che mi dovete dire?
Mio figlio... sciadadeddu... Posso portarci qualcosa da mangiare?
S. Certo. Non vedo perch no. Il napoletano si sentiva in imbarazzo. Da un lato era convinto che Primo fosse in
qualche modo coinvolto, almeno nella morte di Isabella, dallaltro provava del rimorso nel vedere quella donnetta cos
tormentata.
Il signor notaio ha detto che ce le avete voi, le chiavi ribatt Vitalia.
Va bene. Vi accompagno Gualtiero si alz in piedi, raccolse un pezzo di formaggio, tracann il
Cannonau e si rivolse a Davide: Venite anche voi, ora di dare il cambio al notaio.
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Davide lo segu, silenzioso, ignorando il cibo e la caraffa di vino.
Quando arrivarono allo stanzino trovarono Arnaldo spalmato su una sedia, vicino alla finestra. Si era
appisolato, con la testa ciondoloni e le spalle curve sul ventre prominente. Larrivo dei tre lo fece
sobbalzare. Si ricompose con aria imbarazzata: Ehm... Ehm... Tutto a posto. Tutto bene.
Vi diamo il cambio disse Gualtiero, seccamente. E diamo da mangiare a sto guaglione. Infil la
chiave nella toppa e tent di aprire, ma la porta non si spost di un millimetro. Sembrava bloccata;
qualcosa impediva di spingerla verso linterno. Gualtiero accost locchio allo spioncino: di Primo non
cera traccia.
Mannaggia a chi t muorto! esclam. Si allontan dalla porta, prese la rincorsa e le diede una
violenta spallata. Il legno vibr, scricchiol, ma la porta si spost solo di mezzo centimetro. Gualtiero
si allontan di nuovo. Mannaggia lossa cariulato e chi t stramuorto!. Prese ancora la rincorsa,
assest unaltra spallata e stavolta la porta si scost abbastanza da consentirgli di entrare. Davide e
Arnaldo attendevano in disparte. Vitalia cercava di vedere qualcosa oltre il corpaccione di Gualtiero,
che si era fermato sulluscio, immobile, come congelato. Fissava qualcosa per terra e continuava a
borbottare: Mannaggia o sfaccimm e muorte e chi t sona a muorto.
Vitalia, alla fine, riusc a infilare la testa tra Gaultiero e la porta. Guard a terra e svenne. Senza un suono, senza un
lamento.
Il corpo di Primo giaceva davanti a loro, seduto, con le gambe allargate, i talloni poggiati a terra e i
glutei a venti centimetri scarsi dal pavimento. Era impiccato con una lenza alla maniglia della porta; i
bulbi oculari strabuzzati sporgevano dal volto livido, la lingua gonfia pendeva dalla bocca spalancata.
Gli occhi, coperti da venuzze rosse, esprimevano orrore e sgomento. Erano quasi pi vivaci di quanto
non fossero in vita, pens Gualtiero. Vitalia, distesa sul pavimento, emise un gemito lieve; il notaio e il
musicista la guardarono come se si trattasse di un oggetto alieno e misterioso, senza sapere cosa farne.
Gualtiero la sollev delicatamente, la port nella sua stanza e la poggi sul letto; nella sua mente
riaffior limmagine dellobitorio, e ancora una volta la ricacci indietro. Torn in corridoio. Davide e
Arnaldo avevano slegato il corpo di Primo e lavevano trascinato fuori dallo stanzino.
Il notaio alz gli occhi su Gualtiero: Suicidio, direi. Forse il colpevole di tante malefatte ha reso
lanima a Dio. O a Satana.
Davide scosse la testa, abbass le palpebre sugli occhi sgranati del cadavere, e disse: Toteninsel. Il
Mortorio della famiglia Farricorto...
Davide sragionava, pens Gualtiero, ma anche lui non era affatto convinto che la soluzione proposta
dal notaio fosse quella giusta. Troppo semplice per essere realistica.
Speriamo che arrivi presto il gozzo di Tziu Grazianu disse Arnaldo, giocherellando nervosamente
con le manine grassocce, e comunque dobbiamo occuparci anche di questa salma.
Davide rabbrivid visibilmente.
Mentre Arnaldo dissertava sulla logistica dello stoccaggio dei cadaveri, le ipotesi pi varie
danzavano nella mente di Gualtiero. Non era strano che Arnaldo non avesse sentito i contorcimenti
dellimpiccato agonizzante, anche se stava dormendo? Gi uno che simpicca da seduto un caso
raro... che poi lo faccia zitto zitto, tomo tomo, cacchio cacchio, in totale silenzio... Quel fetente di
notaio! Era stato un cretino a fidarsi di lui! Aveva lasciato che Primo sammazzasse... forse laveva
pure aiutato Oppure Primo lavevano ammazzato. Allora... magari era innocente! Ma chi poteva
essere stato? Chi? Escludendo Ugo, fuori combattimento, e Vitalia, erano rimasti in tre. Anzi, quattro,
contando Romolo, svanito nel nulla.
Confuso, irritato dal cicaleccio di Arnaldo e furioso con se stesso, Gualtiero sferr un pugno
rabbioso alla porta che and a sbattere contro la parete interna dello stanzino. Ci fu un attimo di
silenzio a cui segu un gran rumore di barattoli e ferraglia.
Gualtiero entr nello sgabuzzino: un ripiano della scansia era caduto, portando con s una grossa
tavola dietro la quale ora si scorgeva unapertura, probabilmente un passaggio. Si accost per dare una
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sbirciata, ma l dentro il buio era totale.
Si guard attorno. Lo stanzino raccoglieva le scorte di materiale utile per la vita quotidiana di Villa
Eleonora; tra i vecchi attrezzi di cucina, il pentolame, gli stracci, e le ceste per il bucato scorse un
mazzo di candele, strette da un filo da pesca. Si chin, le raccolse e ne accese una.
Nel frattempo Davide e Arnaldo si erano accostati alla porta e guardavano ora il massiccio
napoletano, ora la tetra apertura. Il notaio si torceva le mani: Cosa pensate di fare? Non vorrete entrare
l dentro, per caso? pericoloso!
Gualtiero, gi steso a quattro zampe, con la candela accesa in pugno, rivolse uno sguardo ambiguo e
ghignante al notaio: Avete ragione. Entrare cos da pazzi. Si alz in piedi, mise la candela in mano
a Davide ed estrasse la pistola di Italo: Cos va meglio, non vi pare? Poi porse gli zolfanelli e le
rimanenti candele al notaio: Accendetene una pure voi e seguitemi.
Ma... io...
Non il caso di discutere, ora. La voce di Gualtiero era ferma e determinata. L dietro possono
esserci molte risposte. E voi venite con noi. Agguant il notaio per un braccio e lo spinse dentro
lapertura. Davide li vide scomparire, borbott qualcosa, poi si chin e li segu nel buio.

Il locale nascosto dietro alla parete era angusto. Dopo alcuni istanti, gli occhi dei tre uomini si
abituarono alloscurit e cominciarono a distinguere i dettagli. Lapertura da cui erano entrati si apriva
sul lato pi stretto e basso della stanza. Il soffitto non arrivava a due metri e misurava non pi di mezzo
metro nel punto in cui si trovavano. Sul lato opposto cerano un piccolo scrittoio e una poltroncina. A
destra, una scansia conteneva libri e oggetti ricoperti da uno spesso strato di polvere. Vicino al
passaggio da cui erano entrati si apriva unaltra porticina in legno, simile a quella da cui erano entrati.
Davide cominci ad ansimare.
Che vi succede? lo apostrof Gualtiero.
una tomba qui. Una tomba nel mortorio. Il volto tirato si era fatto madido di sudore, la mano
che reggeva la candela tremava visibilmente. Devo uscire, Cristo, devo uscire!
vero. In tre qui siamo troppi disse Gualtiero. Andate a stendervi, vi raggiungeremo tra poco.
Quindi si rivolse ad Arnaldo: Voi, invece, fatemi luce e vediamo un po che c qua dentro.
Mentre Davide usciva rantolando dalla stanza, Gualtiero accese altre due candele, le sistem sullo
scrittoio e cominci a esaminare la piccola libreria. Il notaio rest in un angolo, guardandosi attorno in
silenzio.
Gualtiero si mise a tirare fuori i testi uno dopo laltro: Giovanni Francesco Fara, De rebus sardois
lesse, con pronuncia stentata e un po ridicola, e qui Sinistrati, De demonialitate ancora Fara, De
Chorographia Sardiniae... Tutta roba che pare latino! Va a capire... E guardate questo! disse,
sventolando davanti agli occhi del notaio un vecchissimo tomo che spargeva polvere e brandelli di
carta ingiallita: J ohn Dee, Liber Logaeth. Lo sfogli scuotendo la testa. Che lingua ?. Poi, di
colpo, si immobilizz, leggendo a bassa voce una nota tracciata a bordo pagina in caratteri romani:
Phnglui mglwnafh Cthulhu Rlyeh Wgahnagl fhtan. Quei fonemi, in qualche modo, trovavano
assonanze nella sua memoria. Mentre li ripeteva bisbigliando a bassa voce, alz gli occhi e not una
statuetta in pietra porosa, color mattone, posta su un ripiano della libreria come fermalibro.
Rappresentava una specie di testa umanoide deforme: il cranio era oblungo e schiacciato ai lati, gli
occhi enormi e spalancati, il naso largo e piatto, la bocca ampia, le orecchie ridotte a due fori laterali.
Non pot fare a meno di notare una certa somiglianza con i tratti somatici di Primo.
Guardate qui!. La vocetta di Arnaldo Cit lo fece trasalire. Il notaio, che si era messo carponi per
aprire la seconda porticina daccesso, si alz in piedi e gratt la testa con fare pensoso. Questa finisce
nello studio. Qualcuno avrebbe potuto intrufolarsi nello stanzino passando da qui mio Dio!
Lassassino ancora in circolazione!.
S. Probabile.
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E allora non perdiamo altro tempo qui dentro! Non c pi niente da scoprire, ormai.
Avete ragione, ma voglio dare ancora unocchiata rispose Gualtiero. Vedendo che il notaio restava
l ad aspettarlo, aggiunse: Andate dagli altri. Vi raggiungo subito.
Arnaldo lo guard dubbioso. Va bene disse infine, scrollando le spalle. Vado a vedere come sta
la povera Vitalia. E vostro cugino Ugo... chiss, forse si ripreso. Poi mi ritirer nella mia stanza.
Sospir. Troppe emozioni. Troppe... Si chin e usc.
Gualtiero guard il notaio scomparire ed ebbe quella sgradevole sensazione, come un formicolio, di
quando stanno per piantarti un coltello nella schiena. Dovevano stare tutti uniti; rimanere separati era
un rischio. Tuttavia solo cos, senza gli altri fra i piedi, riusciva a ragionare con calma. Ora che anche
Primo era morto, levidenza suggeriva una sola conclusione possibile: erano tutti vittime dellunica
persona che mancava allappello, il capitano Sforza, che aveva scelto unisola sperduta come teatro del
regolamento di conti con la moglie infedele. Ma perch coinvolgere i parenti di lei?
Forse Romolo aveva qualcosa in sospeso anche con Italo: in fondo in politica facile farsi nemici.
Forse Romolo aveva conti in sospeso con ognuno di loro. Ma lui, cosa centrava? Forse che Romolo,
per aver mangiato del pesce avariato, aveva giurato vendetta a tutti i pescivendoli del regno? Ridacchi
per lassurdit della congettura.
Linnocenza di Vitalia era fuori discussione. Davide e Ugo non potevano essere materialmente
coinvolti, almeno in questultimo delitto. Rimanevano il notaio fetente e il pescatore scorbutico. Gi,
Tziu Afisinu. Se ne era dimenticato. Chi poteva dire se questo ammazzare gente alla spicciolata non
fosse uno dei suoi passatempi preferiti? Chiss. Forse qualche risposta era nascosta in questo stanzino
misterioso. Doveva sbrigarsi, esaminare velocemente lo scrittoio, e poi tornare da Ugo e Davide.
Gualtiero si sedette sulla poltroncina. Poggi le mani sui braccioli e sent delle asperit sotto la
destra. Guardando meglio, not che il legno era solcato da lunghi tagli, apparentemente recenti. Il
bracciolo sinistro, invece, era liscio e lucido.
Tralasci lesame della sedia, apr i cassetti e ne estrasse il contenuto. Cominci a leggere quei fogli
ingialliti alla luce incerta delle candele. Prevalentemente si trattava di libri contabili, appunti, liste di
entrate e uscite. Le pi recenti si riferivano a pi di un decennio prima. Le voci che indicavano il
guadagno per il pescato riportavano cifre da capogiro. Quel mare doveva essere di una pescosit
straordinaria. Ogni tanto, alla voce Entrate comparivano delle cifre ancora pi rilevanti: migliaia di
lire! Con a fianco la scritta sibillina O.S. e note del tipo: v. orefice Orgiu, Cagliari o v. Marchese
Bellonci, Roma. Tutte le altre vendite, esplicitamente riferite a pesci e molluschi, avevano per
acquirenti grossisti, mercati e ristoranti.
O.S. si diceva Gualtiero. Venduto a un marchese o un orefice. Si gratt la testa, interdetto, poi
ridacch tra s: Orate e Sogliole? Poi una sorta di consapevolezza si fece strada nella sua mente:
Orefice! O.S.! Magari O significa... oro? Sar mica Oro... Segreto Sepolto o... Sommerso? questa
lorigine della fortuna dei Farricorto? Mannaggia a chi t muorto!
Sempre pi eccitato scav nelle carte, finch non comparve un piccolo quaderno. Cominci a
sfogliarlo, ma si trov di fronte a pagine e pagine scritte con una grafia minuta e caratteri simili a quelli
che aveva letto in quel libro in latino... come si chiamava... Ogni tanto nel quaderno comparivano
complesse figure geometriche. Tutta roba incomprensibile. Ma, in un paio di pagine, una grafia
tremolante aveva tracciato alcuni appunti in italiano. Con un po di difficolt riusc a decifrarli. Uno
sembrava parlare dellisola: Dee contraddice Fara. Nome Mortorio legato a rinvenimento di un
cumulo di ossa umane: vero. Attribuite agli esiti di una battaglia navale tra Genovesi e Fausiani:
probabilmente falso. In realt testimoniano presenza... E qui, nuovamente, quei caratteri assurdi.
Unaltra nota, poi, era ancora pi oscura: Edmondo e Marlisa. Il mio sangue corrotto. Endogamia!.
Edmondo e Marlisa? Dove aveva visto quei nomi? E cosa accidenti voleva dire endogamia? E poi
cerano quelle due lettere sui libri contabili, O.S. Se significavano ci che immaginava... altro che
eredit! Cercava risposte e continuava a trovare nuove domande. Sinfil in tasca il quaderno, spense le
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candele, e usc. Ne avrebbe parlato con Davide. Chiss, magari, in un momento di lucidit il cugino
avrebbe potuto dargli una mano a capirci qualcosa...





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XV












Da quando era tornato nella propria stanza, Davide non faceva altro che guardare il corpo del fratello,
coperto dal lenzuolo. Fissando quel letto e quel pezzo di carne morta che lo occupava, si chiedeva
quanto tempo doveva trascorrere prima che cominciasse a puzzare. Il cadavere era stato adagiato sul
suo letto, anzich su quello del fratello. La sua mente girava e rigirava in un circolo vizioso: Lui
Davide, quindi sul letto sbagliato. Oppure no. Forse sul letto giusto.
Not il bicchiere dacqua appoggiato sul comodino. Un foglietto di carta era rimasto attaccato sul
fondo. Lo prese. Cera scritto sopra qualcosa, con la grafia di Luca... la sua. Eppure non si ricordava di
aver scritto niente.
Lesse le poche parole tracciate. Curioso... pens, e subito riaffior alla memoria un episodio ben
preciso, accaduto tanti anni prima, quando lui e il fratello studiavano a Roma e frequentavano i
polverosi salotti letterari della capitale. Quella sera erano ospiti della contessina Onorata Frescobaldi
Calasanzio, una zitella segaligna che viveva in una casa affogata da quadri e ninnoli pretenziosi e di
pessimo gusto. Era scoppiato un litigio tra i due gemelli e un tronfio prete, un pezzo grosso della Curia
romana, che ancora rimpiangeva il potere temporale strappato dai Savoia al Vaticano. Una volta tanto i
due fratelli erano perfettamente daccordo: avevano aggredito il sacerdote con tutto il loro sarcasmo,
stigmatizzando i crimini perpetrati nei secoli dai Papi Re della Santa Romana Chiesa. Ovviamente
avevano scandalizzato la contessina e tutti i baciapile ospiti del salotto.
Ma che centrava il contenuto del foglietto con quel posto? Con tutti quei morti? Si sedette accanto
al cadavere del fratello e strinse la testa tra le mani.

Gualtiero intanto aveva deciso di fare tutto il giro del lazzaretto. Innanzitutto si era occupato
dellunica donna superstite, Vitalia, che se ne stava seduta in un angolo della cucina, singhiozzando.
Aveva cercato di parlarle, ma lei lo aveva ignorato. Il napoletano si era allontanato, turbato da un vago
senso di colpa. Aveva fatto le scale con passo pesante, poi, giunto nel lungo corridoio, aveva rivolto
uno sguardo ai quadri degli antenati. Si era acceso una sigaretta ed era entrato nella camera di Ugo.
Il volto del cugino era tumefatto, ma il respiro regolare e il sonno tranquillo facevano sperare nella
possibilit di una ripresa. Rest a guardarlo per un po, fumando, senza pensare a nulla di particolare,
cercando di liberare la mente. Poi usc dalla stanza e si diresse verso la camera del notaio. Buss alla
porta e attese alcuni secondi prima che la solita vocetta rispondesse, leggermente irritata: Cit si stava
riposando, li avrebbe raggiunti al pi presto. Gualtiero borbott un arrivederci e prosegu fino alla
camera dei gemelli. La porta dingresso era spalancata: Davide, seduto sul letto, guardava fisso un
foglietto di carta che stringeva in pugno.
Che tenete l, cugino? chiese Gualtiero, avvicinandosi.
Senza dire nulla, il violinista glielo porse.
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Che ?
Un appunto lasciato da... da... Davide parlava con sforzo evidente. La frase rimase sospesa
nellaria.
Gualtiero prese il pezzetto di carta e lesse: Arnauld de Citeaux. Assedio di Bziers. Uccideteli tutti,
Dio riconoscer i suoi. E che vuol dire? Voleva essere un pensiero ma gli usc a voce alta. Ci
mancavano gli indovinelli, adesso. Per la prima volta, Gualtiero ebbe la sensazione di non avere
scampo: si trovava, da solo, ad affrontare lignoto e a badare a idioti, infermi e malati, senza uno
straccio di idea su cosa stesse effettivamente accadendo.
Un rumore di vetri infranti. Madonna! Che succede?. Giratosi di scatto vide Davide tremante di
fronte al telaio di uno specchio rotto: due rivoli di sangue gli colavano dalla fronte fino agli occhi
sbarrati. Altro sangue usciva dalla linea sottile della bocca e colorava le fessure fra gli incisivi,
conficcati nella carne: i muscoli della mandibola erano gonfi per lo sforzo, come se lintenzione fosse
quella di recidere il labbro inferiore.
Gualtiero gli fu subito addosso e gli moll un ceffone. Ma che, sei asciuto pazzo? url. La
sventola fece effetto, Davide allent la tensione e parve confuso, incurante del sangue che gli colava
dal viso.
Va tutto bene? chiese Gualtiero, porgendo un fazzoletto.
Laltro fece s con la testa e prese a tamponarsi le ferite, incredulo, come se non capisse la ragione di
tutto quel sangue.
No, non cos... Date a me. Ecco, qua... disse Gualtiero, e ripul alla meno peggio la faccia del
cugino. I tagli apparivano superficiali, per fortuna, ma il sangue non sembrava volersi arrestare;
fazzoletto e camicia ne erano impregnati.
Venite con me, per di qua. Gualtiero condusse il cugino inebetito verso il bagno, gli vers
dellacqua sul viso e sulla bocca, e infine tampon le ferite con un asciugamano. Tenete qua, fate il
bravo. Mannaggia... Ecco... cos. Premete forte, eh?
A poco a poco lemorragia diminu, fino a cessare. Gualtiero rimase a controllare che Davide non se
la prendesse anche con lo specchio sopra il lavandino.
Poi ud il rumore di una porta che si apriva.
Alcuni passi nel corridoio. Si allontanavano. Si avvicinavano. Sempre pi vicini. Erano quasi arrivati alla porta, poi pi
nulla.
Silenzio.
Gualtiero rimase per un po a guardare luscio semichiuso: niente. Si avvicin con circospezione alla
porta e lapr di scatto.
Ykaa haa bho! Ygnaiih, ygnaiih!
Gu! Sang e chi te muort! Me aie fatto caca sott! Gualtiero aveva fatto un salto indietro quando
si era trovato davanti la figura massiccia di Ugo, che nei suoi pensieri era ancora pi di l che di qua.
Poi, sollevato nel vederlo di nuovo in piedi, gli disse: Vedo che stai meglio... Ma che vuo ricere con
quelle parole strane?
Significa Tu con noi, una formula del rito di iniziazione disse Ugo, istintivamente.
Eeh, ecch ... Non avrai perso a capa pure tu?
Li ho visti, Gualtiero disse Ugo, spiritato, afferrando il cugino per un braccio, sono loro che ci
tengono prigionieri. Hanno aggredito Isabella e ucciso gli altri. Ugo rabbrivid, rendendosi conto
dellassurdit dei suoi ricordi e dellincoerenza delle sue parole. E mia sorella? chiese poi, senza
fiducia.
Gualtiero fece no con la testa, con aria tremendamente seria. Ugo rimase in silenzio, con gli occhi
bassi, rimestando i pensieri in profondit. Quando alz il capo si accorse di Davide, del suo sguardo
spento che affiorava da dietro lasciugamano insanguinato. Che gli successo?
Niente, ha sfondato lo specchio con una capuzzata ma non ti preoccupare, tiene a capa tosta.
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Gualtiero era impaziente di vederci chiaro in quella storia, quindi incalz il cugino redivivo: Piuttosto,
dimmi che hai visto. Chi sono questi infami che ci vogliono ammazzare?
Ugo lo guard, dubbioso: Dovrei dirti di cose... Cose che mi fanno dubitare della mia stessa
ragione.
Senza una parola Davide pass fra Gualtiero, Ugo e la porta e si incammin verso la propria stanza.
I due si fissarono per un momento, indecisi sul da farsi. Ugo fece un cenno allusivo a Gualtiero ed
entrambi seguirono la figura minuta e silenziosa del cugino.
Giunti nella camera, i tre uomini restarono a fissarsi per un intero minuto, in silenzio. Tutti
sembravano sul punto di voler rivelare qualcosa ma nessuno trovava il coraggio di cominciare. Fu Ugo
a parlare per primo: Ora che ci ripenso, forse non sono sicuro.... Si massaggi le tempie con le dita.
Forse stata la botta in testa. Il capo mi duole ancora terribilmente... Sospir, si pass la mano sugli
occhi e raccont quel che aveva visto: la sorella in acqua, lincontro con luomo dal braccio debano e
la sua fuga improvvisa. A questo punto, per, incubi e memorie sembravano fondersi e il suo racconto
si faceva incerto, balbettante: ricordava di aver visto tre esseri incredibili che uscivano gocciolando dal
mare. Avevano il corpo lucido e scuro, con riflessi grigio-verde, fatta eccezione per il ventre,
biancastro. La testa sembrava un incrocio tra quella di una rana e quella di un pesce, con sottili zanne
aguzze che spuntavano dalle labbra carnose. Gli occhi bulbosi lo avevano fissato intensamente per un
istante. Poi le creature lo avevano ignorato e si erano precipitate allinseguimento delluomo in fuga,
con una goffa andatura caracollante.
Nel frattempo era emerso un quarto essere. Era simile agli altri tre, forse un po pi alto. Teneva in
braccio Isabella. La pelle della donna era eburnea, i capelli fradici ricadevano sulle braccia del mostro
come un mucchio di alghe oscure, nel lungo collo si apriva una seconda bocca. La testa, penzolando,
sembrava volersi staccare dal busto. La creatura che la stringeva urlava, e urlava, e urlava: I! I!
Rhan Tegoth!
Solo a questo punto Ugo aveva recuperato un po di lucidit e aveva estratto la pistola del cognato
dalla tasca, cercando di mirare alla bestia. Non aveva mai sparato in vita sua, ma non aveva alternativa.
La prima detonazione aveva spezzato il silenzio. Il mostro non aveva dato segno di essere stato colpito;
poggiato il corpo di Isabella sulla sabbia, si era diretto verso di lui, protendendo un lungo artiglio
adunco, e continuando a gracidare: Ykaa haa bho! Tu! Ygnaiih, ygnaiih! Tu, con noi!
Ugo aveva sparato ancora. Questa volta sbagliare era impossibile, il mostro era troppo vicino. Aveva
visto del sangue, rosso, sgorgare da una ferita sul braccio. La creatura aveva emesso un ruggito e gli era
balzata addosso, una furia ringhiante; lui si era ritrovato a terra, con la faccia nella sabbia, soffocato da
quel corpo massiccio e scaglioso. Aveva cercato di divincolarsi, di rovesciare lavversario, ma senza
alcun successo. Poi tutto era piombato nel buio.
Durante la narrazione di Ugo, lo sguardo di Davide era assente, mentre quello di Gualtiero oscillava
continuamente tra la preoccupazione e lincredulit. Con unespressione del volto come a dire: anche
questo ce lo siamo giocati.
Quando il cugino ebbe finito, Gualtiero si schiar la voce: Mmmh... mi sa che tieni ragione,
leffetto della capata. Hai visto Isabella, hai preso una botta in testa, sei svenuto, e hai fatto un brutto
sogno.
Possibile disse Ugo. Non gli era mai capitato di battere il capo cos violentemente. Provava una
sensazione di distacco, come quando, da bambino, aveva la febbre alta: anche allora gli sembrava di
essere lucido, eppure era preda di ricordi e percezioni distorte, irreali, che rendevano il mondo una
specie di incubo a occhi aperti. Per... sembrava tutto cos... vero. Mio Dio. Forse cos che uno
impazzisce...
Gualtiero si stropicci nervosamente le mani sudate; frug nelle tasche alla ricerca di un fazzoletto e
si ritrov in pugno il foglio spiegazzato e imbrattato di sangue che gli aveva dato Davide. Senza
nemmeno pensarci, lo porse al cugino: Ah, ecco, c pure questo.
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Ugo lo lesse in silenzio. Arnauld de Citeaux... Assedio di Bziers, uccideteli tutti... Sollev il capo e
lo scosse lentamente: Ma che sta roba?
la calligrafia di mio fratello disse Davide, con un filo di voce, cio la mia. S, la mia.
Ugo e Gualtiero si girarono verso Davide, cercando di capire di quale fratello stesse parlando in quel
momento.
Be? Che ho detto di strano? Era sul comodino, sotto un bicchiere. Il suo volto divenne pallido e
riprese a tremare.
Certo, proprio l che si trovava lo rassicur Gualtiero, poggiandogli una mano sulla spalla.
Lentamente, Davide riusc a recuperare un minimo di controllo.
Ugo annu, pensieroso. Davide cercava di riportare in vita il fratello donandogli la sua, ma forse
cera una parte di lui che ancora si opponeva. Certo, non si poteva pretendere che... Ehi! Ugo ebbe una
folgorazione: Statemi a sentire: non vi dice niente il nome Arnauld de Citeaux? Ugo arrot la erre e
sfoggi un discreto accento francese.
Mai sentito rispose Gualtiero.
scritto qui. Nel foglio che mi hai dato.
Ah, cos che si legge?
francese sugger Davide da dietro.
Francese. Gualtiero aveva conosciuto due francesi, una volta: Marsigliesi, per la precisione, ma non
avevano avuto il tempo di parlare. E che centra un nome francese, adesso?
Ma non capite? Arnauld de Citeaux... Arnaldo Cit... sentite come suonano simili?
Gualtiero bofonchi qualcosa e ci ragion un po sopra. S, era vero. Poteva essere un caso, ma
effettivamente il primo nome sembrava una contraffazione, neanche troppo astuta, del secondo. O
viceversa. Al diavolo! Non se la sentiva di trarre conclusioni.
Secondo me Luca aveva scoperto qualcosa incalz Ugo. Se Arnaldo Cit un nome di fantasia,
il personaggio che si presentato come notaio potrebbe essere chiunque, forse anche un assassino.
Probabilmente peggio di un assassino disse Davide, scandendo le parole. un prete.
68


Diario, a.D. 1827, 4 aprile












Il capitano Marsh ed io abbiamo avuto una lunga conversazione stamattina, prima del battesimo del
piccolo Ari. Ci siamo incontrati nella sua singolare biblioteca; una gran mole di tomi, alcuni dalla
rilegatura antica e consunta, era accatastata alla rinfusa sugli scaffali e sulla scrivania, in mezzo a rozze
statuette, mappe e strumenti per la navigazione. Non posso ricordare per filo e per segno tutto quello
che il capitano Marsh mi ha detto, ma la mia mente non riesce a staccarsi da quel colloquio, come se
volesse nutrirsi di nuovi dubbi e angosce.
Il capitano sedeva dietro una vecchia scrivania scura e tarlata, giocherellava con un piccolo idolo di
pietra porosa, e fumava un sigaro dallodore nauseabondo. Mi aveva invitato perch doveva parlarmi:
cerano cose, a suo dire, che era tempo io sapessi. Non avevo idea di cosa mi dovessi aspettare da
quellincontro. Certamente il suo esordio mi colse impreparato.
Ci sono esseri che hanno dominato il mondo molto tempo prima che luomo articolasse la prima
parola, mi disse, creature cresciute nel culto del Grande Dormiente e destinate, secondo le profezie, a
regnare sulla Terra fino al giorno del Risveglio.
Conoscevo Obed ormai da molti anni, era stato il testimone alle mie nozze e tra poco avrebbe fatto
da padrino a mio figlio. Non mi stupivano pi le sue argomentazioni di natura esoterica n alcuni suoi
ridicoli atteggiamenti mistici; provavo un incondizionato rispetto per le sue capacit di marinaio e di
capitano. Le sue conoscenze circa le superstizioni, le abitudini e i rituali delle popolazioni del Pacifico
ci avevano salvato la vita in pi di una occasione. Non avevo mai capito quanto prendesse sul serio
certi argomenti e quanto, invece, gli servissero per dialogare con i selvaggi in cui capitava di imbattersi
in mezzo alloceano, ma in fondo non mi importava.
Non uno scherzo, Insero, mi disse, notando il mio sorriso, qui non si tratta di leggende o
divinizzazioni di eventi atmosferici. Si tratta di qualcosa che la storia degli uomini ha dimenticato o ha
voluto dimenticare.
Sentii il sorriso scivolarmi via dal volto: se il suo intento era quello di gettarmi un manto
dinquietudine addosso, cera riuscito. Gli chiesi che avesse a che fare quel discorso con me, in quel
preciso momento, e lo vidi scuotere la testa. Era evidentemente una cosa difficile, quella che cercava di
dirmi. Di sicuro, non era una burla.
Nessuno sa ancora molto della natura umana, figliolo. Mi chiamava my son, figliolo, anche se
avevo solo pochi anni meno di lui. La specie che io e te rappresentiamo uscita vittoriosa nella guerra
per la sopravvivenza e lo sai perch? Lo vuoi sapere? Era una domanda retorica ma annuii lo stesso,
affinch lui proseguisse. Lodio. stata questa la nostra carta vincente, lodio cieco e irrazionale per
tutto ci che diverso da noi, per tutto ci che non arriviamo a comprendere, un odio scatenato dalla
paura. Ma stato anche il nostro limite: un odio talmente forte che a volte pu rivolgersi contro noi
69
stessi, come uno squalo che si divora le interiora. Una forza che ci preserva ma ci impedisce di
evolverci. Rigir il sigaro tra le mani, tir una lunga boccata, soffi fuori il fumo e prosegu: In tutti
questi anni ho viaggiato in posti remoti, ho letto molto, e ho appreso una grande verit: la razza umana
ben poca cosa. Potr sembrare banale, ma prenderne coscienza e accettarla fino in fondo non lo ,
credimi. Noi siamo intrusi su questo mondo, siamo intrusi e non siamo i soli. Altri ci hanno preceduto
di parecchi millenni;. Obed colse il mio sguardo incredulo e scosse la testa, poi mi fiss di nuovo con i
suoi occhi spiritati: cos, credimi. il timore ancestrale per questi predecessori, il loro ricordo che
ci porta oggi a invocare la protezione del Dio cristiano; ma niente cambiato da quando i tuoi antenati
isolani invocavano il Sardus Pater, dopo che il Grande Continente fu coperto dalle acque, e chebbe
fine legemonia del Popolo del Mare. Lo stavo guardando fisso negli occhi, e quello che vidi nella sua
espressione mi spavent a tal punto che ebbi voglia di colpirlo, colpirlo con violenza e poi fuggire.
Invece rimasi l ad ascoltarlo, come ipnotizzato.

Il capitano Marsh parl a lungo, ed io spesso lo interruppi con domande perch le sue teorie, per
quanto assurde, mi stavano incuriosendo. Mi mostr antiche mappe in cui le colonne dErcole erano
segnate sullattuale stretto di Sicilia e non su quello di Gibilterra, come vuole le tradizione. E mi
raccont anche della perduta Atlantide e di come alcuni indizi la ubicassero laddove ora lodierna
Sardegna.
Era sempre pi difficile capire il senso di quella conversazione. A quanto pare, il capitano girava
attorno ai miti e alle leggende della Sardegna, di cui era straordinariamente bene informato, e
farneticava di unantica razza che ivi dimorava, molto prima delle civilt nuragiche. Continuava a
trovare paralleli tra presunte leggende sarde e la mitologia degli abitanti delle isole del Pacifico, citando
spesso una citt sommersa, Rlyeh. A un tratto, torn allargomento da cui era partito: Il ciclo vitale
della civilt umana sta per giungere al termine. Avr inizio un nuovo ciclo. Richieder sacrificio, ma
alla fine uomini e di cammineranno di nuovo insieme. Le tenebre della paura saranno finalmente
ricacciate dalla luce della conoscenza. Questo accadr grazie a voi e a vostro figlio.
Quindi parl di me e Najala e finalmente mi fu chiaro perch avesse voluto incontrarmi, proprio il
giorno in cui la vita di mio figlio veniva consacrata al Signore. Marsh credeva che, in qualche modo, il
seme di una fantomatica antica razza sopravvivesse nel piccolo Ari. Voleva che io lo sapessi, che mi
rendessi conto del fatto che un intero mare di acqua benedetta non sarebbe bastato a cambiare la sua
sorte: un giorno il piccolo avrebbe abbandonato il suo fragile involucro umano, come una farfalla si
disfa della spoglia della crisalide, per condurre unesistenza simile a quella degli di.
Da quel momento lo lasciai continuare, per la stima e la riconoscenza che gli portavo, ma non
ascoltai pi le sue parole. Gli diedi ragione su ogni cosa, e convenni con lui che questa nuova razza era
necessariamente portata a dominare la Terra, nei secoli a venire, e che il Grande Dormiente poteva
dormire sonni tranquilli. Obed non si aspettava la mia quieta reazione, e rimase incerto se considerarla
autentica, o frutto di scherno.
Non avevo creduto alle sue teorie, per mi aveva instillato il germe del dubbio: il bruco e la
farfalla... anche Najala aveva usato la medesima metafora, qualche anno prima, nella sua isola
dorigine...
No, no... semplicemente assurdo. Erano le farneticazioni di un pazzo.



70

XVI












Affacciato alla finestra, Gualtiero guardava con aria triste la pioggia cadere a catinelle sulla terrazza,
annacquando irreparabilmente la caraffa di vino abbandonata sul tavolo. Non poteva fare a meno di
addolorarsi per la perdita del Cannonau anche in quella situazione, mentre Ugo cercava di ricostruire i
fatti e dar loro uno straccio di coerenza.
Davide era riuscito a mettere in fila due minuti consecutivi di lucidit, tanto da spiegare quale fosse
la figura storica del fantomatico Arnauld de Citeaux. Correva lanno 1209: nel momento culminante
della crociata contro i Catari, al termine di un assedio lungo e sanguinoso, la cittadina di Bziers era
stata conquistata dai crociati, i quali, non sapendo come distinguere gli eretici dai veri cattolici,
avevano chiesto consiglio al Legato Papale, Arnauld Amaury, abate di Citeaux. Questi aveva risposto:
Uccideteli tutti, Dio riconoscer i suoi. Qualcuno sosteneva che la citazione fosse falsa, ma il
massacro di Bziers era un fatto storico realmente accaduto.
Ugo, dopo aver ascoltato attentamente, espose i suoi dubbi: Va bene, il notaio sicuramente
sospetto, ma pensateci bene: secondo voi, in uno scontro a mani nude tra Cit e, mettiamo, Italo,
oppure anche Isabella, e mentre lo diceva i suoi occhi brillarono di rabbia, chi avrebbe avuto la
meglio?
Certo, anche Primo se lo sarebbe mangiato in un boccone, il nostro amico chiatto e nano disse
Gualtiero. Invece anche lui...
Anche lui cosa? chiese Ugo, turbato.
Ah gi, vero. Tu te ne dormivi in grazia di Dio, mentre Primo simpiccava alla maniglia.
Che orrore. Che assurdit sussurr Davide, seduto al capezzale del fratello.
Alla maniglia di una porta? Ugo guard Davide e scosse la testa: Non possibile, di sicuro
lhanno ammazzato. Ma chi?
Romolo? Oppure il pescatore, quel vecchio sprceto nella catapecchia vicino al molo disse
Gualtiero. Quel tipo intravisto vicino al molo gli faceva pensare a un picciuotto di sgarro malamente
invecchiato, uno che era meglio non trovarti alle spalle. Lipotesi del coinvolgimento di Romolo,
invece, andava perdendo consistenza; anzi, ormai aveva pi senso annoverarlo tra le vittime.
Ugo ci pens un po su, poi chiese: E se invece il complice fosse quel tipo che ho visto in spiaggia,
quando sono stato aggredito?
Gualtiero lo fiss con un misto di ironia e indulgenza.
Voglio dire ribad Ugo, con tono irritato, magari tutto il resto me lo sono sognato, ma quelluomo
me lo ricordo bene; era alto e robusto, almeno quanto basta per poter commettere tutti gli omicidi...
Ma sei sicuro che non fosse Primo? chiese Gualtiero, sperando di poter risolvere almeno uno degli
enigmi.
Primo? Ugo socchiuse gli occhi, cercando di tornare a quei momenti concitati e drammatici: La
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corporatura era simile. Forse gli assomigliava anche un po. Ma... no... non mi sembra. Fece una lunga
pausa. E poi, quale sarebbe il movente?
Gualtiero ripens al libro contabile; se veramente si parlava di oro, quello poteva essere un buon
motivo per chiunque per massacrare lintera famiglia. Prefer tenere linformazione per s. In
compenso, gli torn in mente il quaderno che aveva in tasca e lo tir fuori: Qui parlano di altra roba
strana disse, buttando il libricino sulla scrivania. Sangue corrotto, eucarestia... roba cos...
Davide raccolse il quaderno e si mise a sfogliarlo. Ogni tanto si soffermava su qualche figura
geometrica, esaminandola con attenzione. Infine arriv agli appunti in italiano: Endogamia lesse, poi
sollev il capo: Significa incesto, la regola aurea delle famiglie reali. I faraoni, ad esempio, per
esaltare la purezza della propria razza si accoppiavano tra consanguinei. Qui parla anche di Edmondo e
Marlisa. Se ben ricordo, sono nomi che ho visto sulle lapidi in cimitero.
Be, una cosa certa disse Ugo, A me questa casa fa brutti effetti: incubi, visioni, voci, sonni
agitati... Poi si pass una mano tra i capelli, saggiando con una smorfia di dolore il bozzo che aveva in
testa: Non so se il mio sangue corrotto, ma la testa me lhan rotta di sicuro. Di dentro e di fuori.
Gualtiero lo fiss stranito: A dire la verit, pure io dormo male e sogno peggio.
Io dormirei benissimo, se non avessero ucciso mio fratello disse Davide, poi, dopo aver fissato a
lungo i due cugini, concluse: Ma io non ho il vostro sangue. I genitori che mi hanno cresciuto, Mario
Verdi e Patrizia Farricorto, non potevano avere figli. Io e mio fratello siamo stati adottati.
Ugo e Gualtiero lo fissarono stupiti, poi il napoletano prese una decisione; il guappo e il capintesta
che convivevano in lui si erano finalmente messi daccordo: Sentite, inutile che stiamo qui a parlare
del sangue di San Gennaro. Non possiamo essere certi che Cit lunico colpevole di tutto sto
macello, ma secondo me qualche domanda possiamo fargliela. C quel foglietto che stava sotto il
bicchiere... qualcosa vorr dire, no? E magari, tanto che ci siamo, a quel fetente del notaio ci tiriamo
anche qualche bel pcchero, cos, tanto per sfogarci un po.
Pacchero? chiese Ugo, aggrottando le sopracciglia.
Qualcheschiaffetto rispose Gualtiero, mimando il gesto con la manona aperta, E che sar mai!
Ugo ci pens un attimo, poi emise un profondo respiro. E va bene. Sono con te.
Andiamo si limit a dire Davide, raccogliendo il suo bastone da passeggio. Era di mio fratello
sussurr, pi a se stesso che agli altri due. Poi torse il manico e sfil quaranta centimetri di lama
affilata. E sapeva bene come usarla concluse, con un sorriso cattivo stampato in faccia.

Quando giunsero dinanzi alla stanza di Arnaldo, lo spirito battagliero di Ugo era gi andato
scemando. Non riusciva a convincersi della colpevolezza del notaio; il ricordo degli eventi a cui aveva
assistito sulla spiaggia era troppo vivido. La responsabilit di quegli orribili esseri o, quantomeno, di
quellindividuo seminudo erano palesi
Gualtiero invece aveva una faccia di pietra. Era gelido, determinato: che fosse colpevole o no, a quel
fetentone di Cit una bella mparta e crinzamale non gli faceva. Di sicuro la morte di Primo era
anche colpa sua, almeno indirettamente. E chiss che non avesse pure a che fare con la morte di Italo.
Davide poi, era determinato come solo un pazzo pu essere. I due gemelli convivevano ormai in
ununica persona, che non ammetteva tentennamenti: Arnaldo Cit era unerbaccia e andava estirpata.
Gualtiero stava per bussare, quando ud un rumore schioccante seguito da un gemito basso e
prolungato. Si volt interdetto verso i suoi compagni, quindi chiese, ad alta voce: Notaio, vi sentite
male? Vi serve aiuto?
Dopo un interminabile momento di silenzio, una voce tremante rispose: Non nulla. Non nulla.
Un piccolo dolore dovuto allartrite. Sapete, con questa umidit... Poi, dopo alcuni istanti: Grazie,
comunque. Andate, andate pure. Vi raggiungo in salotto.
Gualtiero si appoggi alla maniglia. La porta era chiusa a chiave.
La vocetta divenne ancor pi acuta: Vengo subito, vi ho detto!
72
Ormai sfondare porte era diventata la sua occupazione principale, pens Gualtiero, mentre prendeva
la rincorsa e si precipitava sulluscio con tutto il suo peso. La porta cedette di schianto. Il napoletano si
trov di fronte uno spettacolo imprevisto: il notaio, in piedi dietro al letto, era nudo dalla cintola in su;
il corpo era costellato di piccole piaghe purulente, in suppurazione. Sul letto: un grosso libro nero, una
frusta e un rosario. Poi la sua attenzione and al repentino movimento di Arnaldo, che estrasse una
pistola lucida e scura dal comodino e gliela punt contro. Estrasse la Colt del fratello dalla tasca, ma
prima di riuscire a puntarla sent un rumore secco e si trov sbattuto contro la parete. La pistola gli
scivol dalla mano inerte, mentre il sangue bagnava la spalla sinistra della sua giacca. Che guappo
songhio si disse, mentre scivolava a terra, si me so fatto fottere comme a nu guaglione.
Davide si lanci in avanti sfoderando la lama, ma Arnaldo lo fronteggi con occhi gelidi,
puntandogli contro la pistola: Signor mio, mi addolorer uccidervi. Mi coster altra penitenza. Altra
frusta. Altro cilicio disse, superando il letto e continuando a tenerlo sotto tiro. Il signor Gualtiero, per
ora, serve vivo; come anche vostro cugino Ugo, ancora immerso nel sonno. Un verme sullamo deve
muoversi per attirare pesci. Voi invece siete ormai inutile, anzi, dannoso. Il notaio era arrivato a pochi
passi da Davide, che aveva abbassato la lama e attendeva la fine, in un angolo, come una liberazione.
Anche se il sangue non vi condanna comunque la vostra condotta a farlo. E la vostra presenza
qui, ora. Arnaldo prese fiato, strinse gli occhi fino a ridurli a una fessura e recit: E tu saprai che il
mio nome quello del Signore, quando far calare la mia vendetta sopra di te. Il suo volto era
contratto in una smorfia dodio, lindice vibrava sul grilletto. Poi si ud un gran rumore di cocci e il
corpo di Arnaldo si accasci al suolo. Dietro di lui comparve Ugo, con unespressione sconvolta. Sul
pavimento, i resti di un grosso vaso che, fino a pochi istanti prima, faceva bella mostra di s su una
colonnina di marmo in corridoio.

I tre cugini, disposti attorno al corpo inanimato e seminudo di Arnaldo Cit, sembravano i superstiti
di un esercito guerrigliero sconfitto, intenti a vegliare le spoglie del capo. Il volto di Ugo, gi poco
attraente in origine, era ulteriormente imbruttito dalle ecchimosi, le escoriazioni e la preoccupazione.
Gualtiero era seduto a gambe larghe su una sedia, pallido, con il braccio destro appeso al collo. Davide
aveva il labbro inferiore gonfio e violaceo e la fronte incrostata di sangue secco.
Ugo fece un cenno a Gualtiero, che assent gravemente: Sto bene, andiamo avanti. Il napoletano
aveva avuto fortuna: la pallottola aveva attraversato la spalla da parte a parte ed era uscita dalla
schiena, senza ledere organi vitali. Probabilmente neanche losso aveva subito danni, a giudicare dai
timidi movimenti che Gualtiero riusciva ad articolare, tra unimprecazione e laltra. A Ugo e Davide
era bastato tamponare il sangue con un lenzuolo e legargli il braccio al collo.
Adesso disse Ugo, giunto il momento di fare chiarezza.
Davide sfoggi un sorriso cupo e sgangherato. Reggeva tra le mani una brocca dacqua; la sollev e
lasci cadere il liquido gelido in faccia al notaio tramortito.
Arnaldo sussult, tossendo e sputacchiando. Cerc di muoversi, ma le fitte ai polsi e alle caviglie gli
rivelarono ben presto di essere stato legato senza tanti complimenti: un paio di giri di tela strappata da
un lenzuolo gli immobilizzavano gli arti.
Tavremmo potuto legare pi stretto, ma non abbiamo voluto esagerare per non farti godere troppo,
sporcaccione disse Gualtiero, agitando con la mano sana la frusta recuperata dal letto del notaio.
Adesso, per, se non vuoi rispondere alle nostre domande, quello che ti faremo non ti piacer. Te lo
garantisce Gualtiero Farricorto.
Il prigioniero fiss il napoletano con occhio spiritato: Non parler con te, perch il tuo nome
abominio!
Gualtiero si rivolse a Ugo: Che dice, questo?
Ugo si strinse nelle spalle: Ha detto che sei un abominio. Letteralmente significa qualcosa di
degradato e disgustoso.
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Ah, bene! disse Gualtiero, quindi si alz faticosamente, si avvicin al prigioniero e gli moll una
sonora pedata nel fianco. Un rumore di costole rotte risuon nella stanza, accompagnato da un gemito
acuto.
Piano, piano! Ugo si affrett a spingere il cugino sulla sedia. Aspetta almeno di avergli fatto
qualche domanda!
Davide, nel frattempo, si era seduto a terra a gambe incrociate e fissava gli occhi lacrimosi di
Arnaldo a pochi centimetri di distanza. Aspett che il gemito del prigioniero calasse di tono, poi gli
chiese: E perch sarebbe un abominio, questo fior fiore di ragazzo?
Il notaio o chiunque fosse rispose affannosamente: Dice il Levitico: ma di tutti gli animali, che
si muovono o vivono nelle acque, nei mari e nei fiumi, quanti non hanno n pinne n squame, li terrete
in abominio. Un filo sottile di bava bianca scorreva al lato della bocca di Arnaldo, formando una
piccola pozza vischiosa a terra. Le sue parole crebbero di tono: Guarda quellessere che mi ha colpito,
uomo. E laltro che gli sta accanto. Essi sono abominio!
E se questa faccenda dellabominio avesse a che fare con la storia delleucarestia? chiese
Gualtiero. Poi si rivolse nuovamente a Cit: Ehi, tu. Senti, sta faccenda riguarda i nostri parenti
Farricorto?
Arnaldo lo fiss senza rispondere. Gualtiero fece cenno di alzarsi nuovamente dalla sedia e la
vocetta querula torn a farsi sentire: Darai alle fiamme le sculture dei loro di; non introdurrai
questabominio in casa tua, perch sarai come esso votato allo sterminio; lo detesterai e lo avrai in
abominio, perch votato allo sterminio!
Adesso basta! Ugo si avvicin ad Arnaldo, raccolse il bastone animato di Davide, snud la lama e
pungol il collo del prigioniero: Chi il tuo complice? Chi che ha ucciso Primo? E Italo? A ogni
nome la lama penetrava un po pi nella carne. E Luca? E Isabella? Quando Ugo giunse a citare
Isabella, un rivoletto di sangue colava gi dal collo di Arnaldo. Che fine ha fatto Romolo? chiese
infine, ben conscio, ormai, dellestraneit del cognato alla questione.
Ignorando la lama, Arnaldo declam: Maledetta sia la progenie di colui che porta il nome di Ario,
il pi blasfemo degli eretici! Mia sar la vendetta e il castigo, dice il Signore!
La mano di Ugo prese a tremare, mentre cercava di resistere alla tentazione di trapassare la gola di
quel pazzo criminale. Dun tratto scagli via larma, sollev il pugno e colp con forza il volto
delluomo. Uno scricchiolio sonoro accompagn la frantumazione del setto nasale di Arnaldo, che url
per il dolore. Mentre dal naso schiacciato sgorgava un fiotto continuo di sangue, il notaio continu a
berciare: S, vicino il giorno della loro rovina e il loro destino si affretta a venire. Perch il Signore
far giustizia al suo popolo e dei suoi servi avr compassione!
Ugo lo colp ancora e la voce tacque.
Gualtiero disse, con tono canzonatorio: E adesso le domande a chi le facciamo?
Seduto a fianco di Arnaldo, che era nuovamente svenuto, Davide not qualcosa sotto il letto ed
estrasse una valigetta di pelle nera: Cominciamo a vedere che c qua dentro, intanto.

Il lucchetto che chiudeva la vecchia ventiquattrore era aperto, la chiave ancora inserita. Davide apr
la valigetta e cominci a estrarne il contenuto, disponendolo sul letto. Ugo si accost alle spalle del
cugino, raccolse un libro e lesse ad alta voce: Rituale Romanum. Pauli V Pontificis Maximi jussu
editum, aliorumque Pontificum cura recognitum, atque ad normam Codicis Juris Canonici
accomodatum... Prese a sfogliare le pagine, poi si ferm e lesse ancora: De exorcizandis obsessis a
daemonio. Guarda guarda...
Nel frattempo Davide aveva svuotato la valigetta: ora sul letto cerano una bibbia, un rosario, un
cilicio, un breviario, una stola bianca, una specie di amuleto circolare e un contenitore cilindrico. Ugo
raccolse il contenitore e lo osserv meglio: il coperchio era segnato da una croce in rilievo. Lo apr:
allinterno trov una piccola scorta di sottili ostie. Poi raccolse lamuleto: Non mi sembra che questo
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faccia parte del corredo del bravo sacerdote.
Sembrava una stella a cinque punte con un occhio in fiamme, inclusa in un cerchio. Mentre
stringeva lamuleto, Ugo sent un crescente fastidio, un vero e proprio malessere che lo spinse a far
ricadere loggetto sul materasso.
una specie di pentacolo disse Davide, Qualcosa per tenere lontani i demoni, credo... Direi che
abbiamo a che fare con un esorcista. Prese il breviario; aprendolo, una lettera scivol a terra. Davide la
raccolse: Per la precisione, don Marciano Patriarchi, cappellano militare a bordo dellincrociatore San
Giorgio.
Il mittente disse Gualtiero, che si era faticosamente alzato dalla sedia per raggiungere i cugini.
Guarda il mittente.
Davide gir il plico e alz uno sguardo spiritato su Gualtiero: C scritto Bonifacio Farricorto...
Poi estrasse la missiva e cominci a leggere lincerta grafia tremolante che copriva il foglio.

Mortorio, 13 Agosto 1930.
Mio carissimo don Marciano,
ancora una volta ricorro al Vostro sostegno, di cui ho abusato sin da quando la Divina Provvidenza
ci ha fatto incontrare, e ancor pi dal giorno in cui il Volere Divino mi ha privato del braccio destro.
Ancora a Voi ricorro, oggi, avviluppato in una tempesta di tormenti fisici e psichici, che mi stanno
trascinando nel gorgo infetto di questisola immonda. La Natura stessa, qui, reclama lintervento
salvifico della Giustizia Divina. Vi supplico, Vi supplico, venite a darmi sostegno e conforto. Aiutatemi
ad estirpare il male che alligna in me e in questangolo di terra maledetto. Ho scovato le origini del
male. Ho capito come sconfiggerlo. Vi supplico, aiutatemi a morire in grazia di Dio e a debellare il
morbo infetto portato dal mio sangue dannato e dalla mia stirpe maledetta.
Sar a Sassari, a partire dalla notte del 4 settembre, ad attendervi presso la pensione Croce. un
piccolo albergo, anzi una vera e propria topaia. Ma l nessuno far domande sul mio arto. Vi
attender fino a domenica 7 settembre, sperando nella Vostra venuta. Se non Vi vedr, assolvetemi sin
da ora, se potete, per il gesto estremo che il mio Peccato Originale mi costringer a compiere.
Addio.
Bonifacio Farricorto.

Finita la lettura, Davide fiss i due cugini sogghignando: Che vi avevo detto? un prete!.
Gualtiero era smarrito, la sua espressione oscillava tra lafflizione e lo sconcerto. Ugo, invece,
sembrava sollevato: Arto artificiale... Allora, forse quel che ricordo vero. Quelluomo sulla
spiaggia Il braccio destro era nero, sembrava debano. Ma allora...
Aspetta, aspetta! Gualtiero si era risvegliato dalla catatonia e aveva preso Ugo per un braccio,
trascinandolo fuori: Proprio in fondo al corridoio, nellangolo buio... Sicuramente non lo hai notato.

Due occhi larghi e sgranati, incastonati in un volto stretto e oblungo, con radi capelli ricci, li
scrutavano dalla tela. La mano destra delluomo nel dipinto era sepolta in una tasca. Laltra era aperta
plasticamente, come nel gesto di porgere un invisibile oggetto, sottratto dallestro di un pittore bizzarro.
Ugo fiss a lungo, a bocca aperta, il ritratto di Bonifacio. lui. lui che ho visto in spiaggia.
Allora vivo disse Gualtiero, a bassa voce.
E vuole debellare la sua stirpe maledetta aggiunse Davide, che intanto li aveva raggiunti.
Gli altri due lo fissarono in silenzio per alcuni interminabili secondi. Era un silenzio pesante,
incrostato di pensieri contraddittori e di profondi dubbi.
Fu Gualtiero il primo a parlare: Se Bonifacio viveva qui, da qualche parte doveva pur dormire.
Forse si lasciato dietro qualche traccia...
E se ancora vivo concluse Davide, quelle tracce possono portarci al suo nascondiglio. In fondo
75
lisola piccola...

















76


XVII












Al termine di un breve e penoso colloquio con Vitalia, che aveva risposto a monosillabi mentre
vegliava il corpo del figlio, Ugo era riuscito a procurarsi la chiave della stanza di Bonifacio. Aveva
raggiunto Davide e Gualtiero, i quali, nel frattempo, avevano ripulito alla meglio la faccia del finto
notaio. Cit si era finalmente risvegliato e li fissava con aria ottusa.
Certo Ugo che lhai conciato bene, o prvete disse Gualtiero, osservando il volto devastato del
sacerdote.
Non dobbiamo fare il suo gioco sottoline Davide. Guardatelo! Non vedete come brilla la luce
del martirio nei suoi occhi?
Ugo chin la testa, imbarazzato.
Non ti vergognare disse Gualtiero, questmm e merda se le meritava tutte. Il napoletano
estrasse un coltello a serramanico dalla tasca e lo fece scattare, con un movimento fluido del braccio
destro. Se vuole il martirio lo accontentiamo subito. Quando si chin sul prigioniero, questi cerc di
proteggersi, raccogliendosi in posizione fetale e mugolando come un cane preso a calci dal padrone.
Ugo e Davide fissavano la scena, senza decidersi a intervenire per fermare il cugino. Ma Gualtiero non
voleva ancora prendersi la sua vendetta; quel verme, per ora, gli serviva vivo. Tagli i legacci alle
caviglie del prigioniero, lo sollev in piedi e lo spinse fuori dalla camera, ringhiandogli addosso:
Adesso andiamo a vedere la stanza del defunto. E tu, padre, vieni con noi. Don Marciano traball
visibilmente sulle gambe, avanzando lungo il corridoio.
La stanza di Bonifacio era chiusa a chiave, a doppia mandata. Ugo apr rumorosamente la la porta.
Laria dellambiente era stantia. Evidentemente Vitalia non si era preoccupata di tenere la stanza in
ordine dopo la prematura dipartita del padrone. Le persiane, accostate, lasciavano filtrare una lama di
luce che illuminava debolmente una scrivania in legno scuro, un letto alto e largo, un armadio a due
ante e un baule massiccio dallaspetto vissuto. Gualtiero lasci la presa sul prigioniero; il prete si
accasci sul folto tappeto che copriva il pavimento. Memore dei fortuiti ritrovamenti effettuati nello
stanzino del sottoscala, il napoletano si diresse verso la scrivania e spalanc i cassetti. Erano tutti vuoti,
salvo che per alcuni fogli bianchi e un po di cancelleria. Apr larmadio. Anche quello conteneva ben
poco: restavano solo un paio di vecchie divise della Marina militare, con i gradi di capitano e la manica
destra appesa sulla spalla.
Davide aveva aperto la finestra e spalancato le imposte, lasciando entrare la poca luce di quel tardo
pomeriggio piovoso, assieme a una folata del gelido vento di mare. Marciano, seminudo, rabbrivid
visibilmente. Ugo raccolse la coperta dal letto e gliela butt addosso. Il prigioniero lo fiss con sguardo
inespressivo.
Sempre alla ricerca di indizi, Gualtiero aveva aperto la cassapanca da cui erano emersi pochi vecchi
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oggetti: un medagliere con le insegne della Marina, un sestante, un berretto da ufficiale e una bandiera
italiana con lo stemma sabaudo. A quanto pare il morto ha fatto le valigie e se n andato. Ci ha
lasciato solo i suoi vecchi vestiti. Il napoletano, stanco e irritato, si accost allarmadio e prese a
frugare goffamente con la mano sinistra fra le divise appese. Poi si immobilizz, fissando la fiancata
interna del mobile. Guarda, guarda... La luce proveniente dalla finestra evidenziava unirregolarit
nel legno. Gualtiero butt a terra le divise, si avventur nellarmadio e buss sulla parete che emise un
suono rimbombante. Questa casa peggio di un groviera. Qui c unaltra apertura, come quelle nello
stanzino e nel salone. Cautamente, spinse la parete di legno che ruot, rivelando un buco nel muro.
Riesci a vedere cosa c dietro? chiese Ugo.
C una scaletta a pioli che scende. Per tutto nero laggi, non si vede niente. Gualtiero usc
dallarmadio. E poi troppo stretto, io non ci passo...
Che facciamo, spostiamo larmadio?
No, proprio il buco nel muro che stretto.
Un attimo, ho unidea. Davide corse fuori dalla stanza per ricomparire pochi istanti dopo, con in
mano il breviario di don Marciano. Stracci una pagina del libro, suscitando un mugolio rabbioso da
parte del sacerdote, le diede fuoco con uno zolfanello e la lasci cadere nellapertura. Mentre il foglio
galleggiava lentamente verso il nulla, il musicista si affacci a scrutare nelle tenebre, appena rischiarate
dalle fiamme. Marciano lo fiss con uno sguardo enigmatico, sussurrando una preghiera. La torcia
improvvisata si spense appena arrivata in fondo, non consentendo a Davide di vedere alcunch. Ripet
il tentativo un paio di volte.
Gualtiero assisteva alla scena, a disagio. vero, pensava, il prete un gran bastardo, strambo e
malato, probabilmente ha ucciso Italo, e si merita tutto quello che gli sta succedendo... Per distruggere
libri sacri porta iella. Stava gi per dire inutile, lascia stare, quando la debole luce della fiammella
raggiunse il viso di Davide: Ugo e Gualtiero lo videro irrigidirsi e trattenere il fiato. Nei suoi occhi,
intenti a scrutare la penombra del cunicolo, cera unespressione di cupa rassegnazione. Quando la
fiammella si estinse, Davide fece un respiro che minacci di esaurire tutto lossigeno dellambiente.
Che avete visto, cugino?, chiesero gli altri, in trepidazione.
Dinamite!
Unesclamazione soffocata fu leloquente commento dei due cugini.
Non sono un esperto continu Davide, E la distanza tanta... ma ha tutto laspetto di esplosivo,
dinamite. Candelotti, molti candelotti... Chiss chi che compie gli anni?
Dinamite? ripeterono gli altri, increduli.
Direi di s... Qualcuno vuole verificare? Magari buttando una torcia?
Credo che non possano esserci dubbi replic Ugo. Basta guardare il nostro amico prete: dal
primo zolfanello che recita preghiere.
Gualtiero guard Marciano, pens al pericolo scampato e ringrazi in silenzio San Gennaro.
Ugo si rivolse al prigioniero: A che serve quella roba l sotto? Cosa ci volevate fare? Far
sprofondare la villa, o cosa?
Non ottenne alcuna risposta. Marciano, avvolto nella coperta, teneva gli occhi fissi nel nulla e
borbottava sottovoce.
La casa dei pazzi disse Gualtiero. I brutti sogni, i pesci che camminano, i notai che sono preti, la
dinamite in cantina, i morti che parlano...
Portiamola via di l tagli corto Ugo.
Ah s? E come? chiese Davide, Vi arrampicate voi su quella scala a pioli, con qualche quintale di
fuochi dartificio sulla schiena?
Mah, non so... Magari facendo pi viaggi...
Meglio andarsene, disse Gualtiero. Via di qui, al villaggio dei pescatori.
Ugo sbarr gli occhi: No. C ancora un assassino l fuori... Barrichiamoci qua dentro, piuttosto.
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Segu un attimo di esitazione. Infine Gualtiero spezz il silenzio: Vabbu. Chiudiamo la stanza a
chiave. In fondo, su questa polveriera ci stiamo seduti da tre giorni...
Per, strano... inizi Davide.
Cosa? Che ci stiamo seduti da tre giorni?
No... Se vero che Bonifacio vivo, curioso che ci sia una lapide, nel cimitero, con sopra il suo
nome. Lho notata mentre ero con vostra sorella..., guard Ugo con un certo imbarazzo, ma ormai la
gaffe era fatta, ...tra le tombe.
Mamma mia quanto siete morboso! sbott Gualtiero. E poi ci possono aver messo anche un cane
morto coi parassiti, l sotto! Tanto per fare scena!
Forse dovremmo dare unocchiata sintromise Ugo. Cos potrei essere certo di quello che ho
visto in spiaggia, quando hanno ucciso Isabella.
Certo gli rispose Davide, Cos potreste sapere se vi appaiono in sogno le anime dei morti, o se
vedete dal vero i mostri marini.
Gualtiero sorrise: forse il musicista non aveva ancora chiara quale fosse la sua identit, ma in
compenso aveva recuperato un certo sangue freddo e il suo solito sarcasmo.
Visto che vi sentite abbastanza bene da fare dellumorismo, mi aiutereste a riesumare quel presunto
cadavere? chiese Ugo risentito.
Si sta facendo notte e ancora piove replic Davide, Non ho intenzione di affogare nel fango per
le vostre idee balzane.
Ti aiuto io disse Gualtiero, rassegnato. Forse una fesseria, ma se pu servire a chiarire questa
faccenda...
Ugo allarg le braccia, sconsolato: Ma dove vuoi andare tu, in quelle condizioni!
Gualtiero si strinse nelle spalle e accompagn il movimento con una smorfia di dolore: Se non
altro, posso tenere accesa una torcia, e impugnare una pistola. E comunque ho visto una sola pala, nello
stanzino.
Davide sfoggi un sorriso cattivo e indic la figura tremante del prete. Io invece resto qui, a far la
guardia al nostro amico e al passaggio che conduce allinferno. Qualcuno lo deve pur fare. Il suo
occhio ebbe un tic. Chi meglio di una persona seria e affidabile come me?

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XVIII












Vitalia sedeva in silenzio vicino al cadavere. Aspettava. Sapeva che il padre di Primo sarebbe venuto a
trovarla per vedere il viso del figlio unultima volta. Edmondo Farricorto. Le avevano detto che era
morto, ma lei sapeva che non era vero: ormai sempre pi spesso sentiva la sua voce nel vento. Mario
invece, suo marito, era morto sul serio. Aveva cominciato a morire quando aveva capito che lei era
incinta. Lui non poteva essere stato. Non dopo quello che gli era successo in guerra, tra le gambe.
Mario era un uomo semplice, non gli era bastato vedere la moglie arrotondarsi e vomitare la
colazione per capire cosa stesse succedendo. Per le donne del villaggio, invece, quei segni erano
inconfondibili, e la ferita di guerra di Mario era cosa troppo nota. Facile tirare le somme, visto che lei
lavorava alla villa.
Mario aveva scoperto la gravidanza di Vitalia grazie a un suo amico, un pescatore del villaggio,
informato dalla moglie pettegola; solo allora era andato da Vitalia.
Vitalia aveva pianto e aveva chiesto perdono, anche se quella bestia laveva presa con la forza. Cos
aveva detto al marito, pur sapendo che non era del tutto vero, non fino in fondo. Per questo, non aveva
voluto rivelare chi fosse stato.
Mario le aveva chiesto di andare dalla mammana, la donna delle erbe, per risolvere la faccenda. Di
fronte al suo rifiuto, laveva bastonata, come mai aveva fatto prima. Nonostante tutto Vitalia non aveva
perso il bambino: Primo era forte, anche se, forse, la sua testa era uscita un po strana proprio per colpa
di tutte quelle botte.
Quella sera stessa Mario era uscito in barca e non era pi tornato. Vitalia ricordava bene quella
notte, una notte come questa. Anche allora lei aspettava, nella medesima stanza, e sentiva una voce,
confusa nel soffio del maestrale, che la chiamava.

Il vento che arrivava dal mare aveva un profumo salmastro misto a putredine, a causa delle alghe
accumulate dalle onde sulla spiaggia. Una pioggia timida e regolare aveva sostituito il diluvio del
pomeriggio. La linea dellorizzonte, imporporata dal sole al tramonto, sembrava schiacciata tra le
nuvole e il mare, violaceo.
Seduto sulla lapide divelta intitolata a Bonifacio Farricorto, Gualtiero subiva rassegnato la doccia
gelata. Intabarrato in un giaccone, masticava una sigaretta bagnata e illuminava con una lampada a
petrolio la buca sempre pi profonda in cui si agitava il cugino Ugo, che affondava e sollevava la pala a
ritmo regolare.
Dal mucchio di terra smossa giungeva un odore di muschio e di foglie marce, mentre rigagnoli
dacqua e fango ruscellavano gi dai bordi della buca. Il lavoro si svolgeva in un silenzio irreale,
interrotto solo dal rumore degli uccelli notturni che uscivano dai loro ripari tra i cipressi. Mentre
procedeva, Ugo aveva la sensazione di sentire un richiamo lontano, un urlo acuto che si confondeva
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con il rumore del vento tra gli alberi e delle onde sugli scogli. A un tratto la sensazione fu tanto intensa
che alz il capo e fiss interrogativamente Gualtiero: il cugino aveva lo sguardo rivolto al mare,
nascosto dalla siepe di pitosforo. Poi il suono sinterruppe. Ugo sollev la pala e ricominci il suo
schifoso lavoro.
Coraggio, cugino lo incoraggi Gualtiero. Potrebbe andare peggio...
Basta cos, non aggiungere altro rugg Ugo, incrostato di fango dalla testa ai piedi, e riprese a
scavare con cupa determinazione.
Ugo non aveva mai apprezzato lattivit fisica. Era convinto che lo sport, a lungo andare, fosse pi
dannoso dellindolenza; come per un macchinario che, usato al limite delle sue capacit, prende a
usurarsi pi rapidamente.
Ora, coperto comera da una poltiglia di fango, sudore e pioggia, era pi che mai convinto delle sue
ragioni. Aveva, tuttavia, un valido motivo per perseverare: doveva scoprire cosa si nascondesse l
sotto, altrimenti tutto il castello delle sue certezze sarebbe crollato, lasciandolo definitivamente nudo
davanti a un mondo sempre pi incomprensibile. Se invece i suoi sospetti avessero trovato riscontro, se
veramente Bonifacio fosse stato ancora vivo, tutto sarebbe rientrato in un quadro logico, e lui avrebbe
potuto nuovamente adattarsi, trovare la sua collocazione nel complesso disegno degli eventi. Cerc
quindi di ricacciare i dubbi in un angolo oscuro della mente, rimandandoli a quando avesse avuto
qualche valida risposta. Intanto, nel silenzio del cimitero, alla luce sempre pi incerta del tramonto, la
terra si accumulava al margine della buca e il dolore alla testa diventava un sordo pulsare continuo.
Era ormai quasi buio quando la pala cozz contro una superficie solida.
Facimm ampress. Che qui mi crescono le branchie disse Gualtiero, rabbrividendo.
Ugo appoggi la pala sul bordo della buca e si spost verso Gualtiero; voleva afferrare il piccone
che il cugino gli stava porgendo ma, fatto un passo, scivol e cadde in avanti con un grido strozzato.
Ugo! Ugo! Gualtiero si tuff a terra per illuminare meglio la buca: sprofondato nella melma
fangosa, Ugo si agitava convulsamente, mentre cercava di sottrarsi allabbraccio di un corpo viscido. Il
vivo e il morto emersero insieme e sembrarono inscenare un macabro balletto finch il cadavere, nero
di terra e brulicante di grassi lombrichi, non ricadde nel fango. Ugo non riusciva neanche a imprecare:
rantolava, sputava e cercava di ripulirsi la faccia dal terriccio che laveva incrostata.
Gualtiero, sdraiato a terra sopra la buca, illumin il cadavere con la lanterna e deglut: Puliamogli
la faccia. Mi pare di conoscerlo.
Ugo fiss il cugino, senza capire di cosa stesse parlando.
Gualtiero sbuff con rassegnazione, poggi la lanterna sulla lapide e si tuff nella tomba, grugnendo
di dolore per il contraccolpo alla spalla ferita. Sollev il capo del cadavere, tirandolo per i capelli,
deterse il volto con le mani e in mezzo al fango fecero capolino i lineamenti contorti di Romolo Sforza.
Ecco dovera sussurr Ugo.
Eh gi. Mi chiedo quand che lhanno schiaffato qui sotto.
Ugo scroll la testa: Bisogna essere pazzi: ammazzarlo e seppellirlo qui, a pochi passi dalla casa.
Avremmo potuto vedere lassassino. Scoprirlo.
Che c di strano? Chi ha messo in piedi tutto sto mattatoio non pu che essere asciuto pazzo...
I due cugini si fissarono, fradici e inzaccherati. Gualtiero indic il corpo: Non mi pare il caso di
tirarlo fuori, ridotto accuss.
S, ma ricopriremo la buca pi tardi. C ancora unaltra cosa da chiarire. Ugo si iss a terra e
porse la mano a Gualtiero, tirandolo fuori dal fango.
Cosa vuoi chiarire adesso, con questo buio! Non si vede manco o cazz! Ora dobbiamo farci un
bagno caldo e riposare.
Sei sfinito, rientra in casa. Io devo vedere cosa c qui sotto disse Ugo, indicando con la pala la
lapide sulla quale spiccava la scritta: Marlisa Farricorto 1856-1920.
La faccia di Gualtiero esprimeva lo sconcerto pi totale: Ma perch?
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Lasciami fare! Se trover conferma ai miei sospetti, ti spiegher tutto.
Gualtiero sollev gli occhi al cielo, sbuff, bofonchi qualcosa e torn a sedersi sulla lapide di
Bonifacio. Si accese a fatica una sigaretta, proteggendola dalla pioggia, e fiss con un certo rimpianto
lunica finestra illuminata sulle mura grigie di Villa Eleonora.

Per riuscire a seguire lattivit dei cugini, affaccendati nel cimitero, Davide si era trasferito nella
camera del finto notaio, trascinandoselo dietro di peso. L aveva trovato la pistola con cui don
Marciano laveva minacciato; laveva intascata e si era seduto ad aspettare. Ogni tanto rivolgeva uno
sguardo fuori dalla finestra: nascosti dalla siepe di pitosforo, i due uomini erano quasi invisibili,
sintravedeva solo la lanterna di Gualtiero.
Dopo aver sopportato a lungo i lamenti del prigioniero, Davide aveva deciso di imbavagliarlo; ora
solo qualche mugolio sporadico turbava le sue meditazioni. Aveva recuperato i resti del violino
distrutto e li fissava, incerto, con gli occhi colmi di profondo dolore. Non si accorse dellintensificarsi
dei mugolii di don Marciano, n del lieve rumore di passi alle sue spalle, finch una voce roca non
risuon nella stanza: Non ti fdisti dai cssusu.
Davide si volt di scatto e, bench la pistola del prigioniero fosse a portata di mano, afferr distinto
il bastone animato poggiato al suo fianco. Sulla porta si stagliava la figura di un uomo piccolo e
robusto, con i capelli canuti, il volto abbronzato coperto di rughe e un grosso arpione stretto nella mano
destra. Senza che gli occhi neri cambiassero espressione, la bocca sdentata si apr in un ghigno
sarcastico: Su sannoreddu non sarragodada de Tziu Afisinu. Ma Tziu Afisinu sarragodada de su
sannoreddu. Tziu Afisinu da nodu esti. Luomo poggi larpione al muro e mostr i palmi vuoti al suo
interlocutore, per rassicurarlo. No tmasa. No tmasa. Lacqua, gocciolando dallincerata scura che
copriva il pescatore, aveva formato una piccola pozza sul pavimento.
Davide aveva un ricordo incerto e nebuloso del vecchio. Laveva intravisto quando erano sbarcati e laveva sentito
nominare da qualcuno. Ma quellapparizione, quel linguaggio incomprensibile, portavano ulteriore caos in un panorama gi
sufficientemente complicato. Attese in silenzio, senza abbandonare la presa sul bastone.
Il sorriso sdentato si allarg sulla faccia di Tziu Afisinu, che si accost alla finestra e indic la luce
della lanterna di Gualtiero che brillava nella notte: Non ti fdisti dai cssusu. No funti omisi, ma
dimoniusu. E mancu sammigusu stusu. Il pescatore fece un gesto che abbracciava tutta la stanza, poi
si volt verso Davide e torn a sorridere. Ma su sannoreddu no.
Davide lo fiss aggrottando la fronte.
Il vecchio indic nuovamente il cimitero e ribad: Dimoniusu.
Dimoniusu, pens Davide, di questo si poteva intuire il significato. Per qualche motivo Tziu Afisinu
pensava che i suoi cugini, l fuori, avessero qualcosa a che fare con gli eventi tragici, efferati,
demoniaci, che si erano susseguiti.
Unu ndi ollu. E sesi tui, jvanu e fotti. Efisio ora aveva indicato Davide e aveva unaria
soddisfatta. Per chiarire meglio il concetto ribad J vanu e fotti, gonfiando il petto.
Non capisco rispose Davide, Che volete da me?
La bocca grinzosa si accartocci sulle labbra: Beu seu. E cssusu funti arribendu.
Cssusu che?
Cssusu de sa famlia sbott il pescatore, spazientito, poi punt un dito verso la finestra: Ascutta
tui! Il vento portava con s un gemito lontano. Per un momento fu lunico suono nella stanza: anche il
mugugno soffocato di don Marciano tacque. A Davide quel suono fece venire in mente un coro di
pianti funebri.
Anti arribai. Domani sentenzi Efisio, con aria solenne; quindi indic se stesso, poi Davide e
mim il gesto di remare. Sorrise ancora e aggiunse Beu seu! J vanu e fotti esti.
Ora Davide aveva capito: il pescatore voleva aiuto per andarsene da l e voleva un rematore giovane
e forte. Non trov di meglio che replicare: Io non ho mai portato una barca in vita mia!
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Il vecchio scosse la testa, sbuff, lev gli occhi al cielo ed emise un lamento. Ahi, ahi!. Se avesse
avuto i denti, li avrebbe digrignati. Bengu candu totu dromint... e mim il gesto di posare il capo sul
cuscino, chinando la testa sulle mani giunte. Candu totu dromint ribad. Poi raccolse larpione, si
volt e si diresse verso le scale; il musicista lo segu, apr la bocca per parlare, ma non fece in tempo a
dire nulla: il pescatore si volt unultima volta, puntandogli addosso un indice storto e giallastro. Anti
arribai disse, Domani, Papai pro pscisi eusessi e si pass lunghia del pollice da un lato allaltro
della gola, proprio sotto il mento. Papai pro pscisi continu a ripetere, mentre scendeva per le scale,
lasciandosi dietro una scia di impronte fangose.
Davide lo guard allontanarsi, scuotendo la testa.

Ugo e Gualtiero fissavano in silenzio la tomba vuota della zia Marlisa, ormai invasa dallacqua
fangosa. Ugo guard le altre lapidi e lesse ad alta voce: Ario Farricorto, Eleonora Buddus, Edmondo
Farricorto, e poi Guido e Filiberta, questi due nati e morti nel 1878. Probabilmente sono tutte vuote...
Gualtiero sollev lo sguardo su Ugo: Adesso ci facciamo un bagno caldo. Poi mi spieghi, con
calma.
Ugo annu e si diresse alla villa, appoggiandosi al manico della pala. Gualtiero lo segu. Nessuno dei
due si accorse delluomo accucciato tra i cipressi, intento a seguire le loro mosse.

Bonifacio Farricorto era nudo, salvo che per i resti di un paio di calzoni che gli coprivano i fianchi e
linguine. La metamorfosi procedeva, sempre pi rapidamente: la testa era quasi calva, ad eccezione di
poche chiazze stoppose di capelli ricci, fini e grigiastri; le orecchie erano ridotte a due mozziconi.
Luomo era completamente fradicio, ma sembrava non curarsene; mentre sedeva e scrutava i due
cugini andarsene, le grinze sul collo si muovevano autonomamente, seguendo il ritmo della
respirazione. Bonifacio sollev gli occhi al cielo nero, soffermandosi ad ascoltare il gemito del vento
tra gli alberi. Sembrava sussurrasse parole gutturali: Ngagi bulu bwana mlolo. Yaingngah Aye...
Bonifacio sollev le mani, per tapparsi le orecchie atrofizzate. Il braccio destro era coperto da squame di color verde
scuro, quasi nere, e terminava in una mano artigliata. Le lunghe unghie ritorte penetrarono il cuoio capelluto, che prese a
sanguinare. Tenendosi il capo tra le mani, Bonifacio corse fuori dalla macchia di cipressi e si diresse verso la sua grotta, ora
gemendo e piangendo, ora ridendo e borbottando: Arrivano! Arrivano! la notte! Sar libero, libero... Libero! Quando
giunse al riparo dei cespugli, Bonifacio allarg le braccia verso il cielo e url alle nuvole la sua rabbia: LAngelo del
Signore finalmente apparir, in una fiamma di fuoco! S! S! Signore! Rendi fermo il mio braccio! Mantieni viva la mia
fiamma!

Ugo e Gualtiero, che sembravano due minatori miracolosamente scampati a un disastro, salutarono
con un sospiro di sollievo lingresso nella tiepida penombra di Villa Eleonora. Davide ud la porta
dingresso aprirsi e si affacci ad accoglierli alla ringhiera della scalinata: Non avete certo un
bellaspetto.
Gualtiero rispose al commento con tono irritato: Rendetevi utile: fateci scaldare un poco dacqua
per il bagno, mentre ci togliamo di dosso questi abiti bagnati.
Non sono il vostro servo rispose Davide. Sentite Vitalia, per queste faccende.
Vabbu, ho capito. Marrangio da solo. Gualtiero sbuff e si diresse verso le cucine, borbottando
improperi.
Ugo, intanto, aveva cominciato a salire le scale, con passo pesante, appoggiandosi alla ringhiera.
Vedendolo avanzare sugli scalini, Davide not le impronte lasciate da Tziu Afisinu e si chiese se
dovesse raccontare ai cugini della visita ricevuta. Una parola continuava a ronzargli in testa:
Dimoniusu. Poi le orme di Ugo nascosero quelle del vecchio pescatore e Davide decise di rimandare
il discorso: E allora, lo avete trovato Bonifacio?
No. In compenso abbiamo trovato il cadavere di Romolo.
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Romolo? Dove?
Nella tomba di Bonifacio. E forse abbiamo anche scoperto dove sono finiti gli altri membri della famiglia.
Quali membri della famiglia? chiese Davide, interdetto, Ma... se sono tutti morti!
Ci sono cose peggiori della morte. Senza aggiungere altro, Ugo si diresse lentamente alla sua
stanza, accompagnato dal rumore risucchiante delle scarpe piene dacqua.

Sulla spiaggia, quattro figure emergevano dal mare. Avanzavano ciondolando, incerte sugli arti
inferiori, e comunicavano tra loro con brevi, squillanti, gracidii.
Fino a quel momento erano stati loro, i mostri, a piangere i loro morti. Ora avevano deciso che
questo non doveva accadere pi. Mai pi.



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Diario, a.D. 1838, 13 marzo












Molte cose erano cambiate. Eppure la pioggia che sferzava il mio volto, lululato del vento, il fragore
delle onde, tutto cospirava per riportare la memoria indietro di quasi quattro lustri, a quella notte in cui
naufragai su queste rocce insieme allo sfortunato equipaggio della Devil Dam. Come allora, stavo
assistendo al terribile spettacolo della furia di Tawhiri, il dio polinesiano dei venti e delle tempeste, lo
sradicatore di alberi, il tormento dei flutti.
Come quella notte, i cittadini di Innsmouth attendevano che il mare portasse loro ricchezza mentre un fal si rifletteva
sulle onde. Questa volta, per, le fiamme brillavano sullo Scoglio del Diavolo e gli uomini di Innsmouth non erano in attesa
di navi da depredare, cariche di disperati. Erano loro, i disperati... ed io ero uno di loro. Attendevamo ancora una volta,
fiduciosi ma atterriti, che il capitano Obed Marsh realizzasse i nostri sogni. E rendesse concreti i nostri incubi. Ormai
sapevamo che la sua follia nascondeva una grande conoscenza.
Quando lassemblea cittadina aveva ricevuto il capitano Marsh e gli altri dellOrdine, i membri del
consiglio erano tutti daccordo a non cedere al ricatto. Ma Obed Marsh era un osso duro: parl di
quando i padri pellegrini, i fondatori della comunit, ricorsero a loro per salvarsi dalle scorrerie delle
vicine trib indiane. I segni del passato emergevano prepotenti tra i lineamenti dei discendenti in linea
diretta di quei primi coloni.
Ci che stato buono per i padri deve esserlo anche per i figli aveva detto il capitano Marsh.
Loro sono lunico mezzo che abbiamo per conseguire conoscenza, ricchezza, potere. In fondo
vogliono soltanto un po del nostro sangue e un po del nostro seme. Dobbiamo accoglierli tra noi.
Lalternativa la morte di Innsmouth.
Lassemblea cittadina si infuoc: la discussione dur tutta la notte, ma lesito finale era segnato.
Non cerano pi i Kanaka di Pahoeohe a raccogliere loro dai fondali oceanici, offrendo sacrifici e
officiando antichi riti: la trib di Najala era stata spazzata via, annientata dalla furia degli indigeni delle
altre isole dellarcipelago, stanchi di subire violenze e rapimenti. Lo spettro della fame danzava di
nuovo alle porte della citt. Il sacrificio di pochi avrebbe potuto salvare la vita della comunit intera.
Lassenza di alternative fin per convincere i membri dellassemblea: lestinzione non mai
unalternativa convincente.
Certo, non tutti accettarono la decisione: molti protestarono, alcuni con veemenza. Alla fine, chi
decise di contrastare il nuovo credo, semplicemente spar. Per lo pi i probi cittadini di Innsmouth
preferirono prestar fede alle storie che quelli dellOrdine raccontavano: chi non era daccordo era libero
di andarsene. I dissenzienti avevano traslocato, avevano abbandonato le loro case, i loro averi... erano
fuggiti altrove... ma io sapevo la verit. Il mio legame con Najala mi metteva al di sopra di tutto
questo, io facevo gi parte del grande disegno e potevo stare a guardare gli altri che ne venivano
assorbiti, volenti o nolenti, oppure cancellati, sterminati.
Il capitano Marsh in persona officiava il rito, assistito dai fedelissimi dellOrdine. Io ero come
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sempre al suo fianco, e Najala era accanto a me. I fulmini illuminavano a tratti la sua espressione
estatica. La mia sposa era bella e terribile come il giorno che la conobbi, sullisola Pahoehoe, mentre
gustava languidamente la carne fresca dei nostri compagni. Forse la carne era solo un tramite per
arrivare allo spirito della vittima. Ma con me era stata pietosa. Se anche mi aveva preso lo spirito, mi
aveva dato in cambio qualcosa di altrettanto prezioso: nostro figlio, Ari, che sedeva quieto tra le gambe
di sua madre. Osservava intento la scena, i canti degli officianti, il sacrificio offerto dal capitano Marsh
alle onde, senza turbamenti, come se per lui fosse lo spettacolo pi naturale del mondo. Forse perch
quello era il suo mondo.
Obed portava con s una pietra scura che avevo sempre visto campeggiare sulla sua scrivania.
Laveva ricevuta dallo sciamano dei Kanaka la prima volta che avevamo salpato le ancore da Pahoehoe
e, bench fossimo carichi di oro e pietre preziose, sembrava che il capitano tenesse pi a quelloggetto
che alla nave e al suo inestimabile carico. Ricordo che fissava spesso le iscrizioni incise sulla pietra,
praticamente un intrico di segni incomprensibili, e la rigirava continuamente tra le mani. Allora non
avevo idea del fatto che, un giorno, il nostro futuro sarebbe dipeso da quel sasso.
Il rito stava giungendo al culmine. La vittima aveva cessato di dibattersi e il capitano Marsh aveva
lasciato cadere il corpo tra i flutti. Una saetta pos il suo dito infuocato sul nostro fal, facendolo
esplodere in un tripudio di scintille impazzite. Le schegge infiammate colpirono le persone vicine
strappando loro urla di sofferenza e di terrore.
Obed Marsh gett la pietra in mare. Le acque cominciarono a risplendere: una luce sottomarina,
fredda e pulsante, cattur gli sguardi di tutti. Indistinte forme scure nuotarono dalla luce nella nostra
direzione.
Poi li vedemmo.
Najala sorrise. Qualcuno, alle mie spalle, url.


86

XIX












Erano quasi le dieci di sera quando i tre superstiti e il prigioniero si ritrovarono nel salone da pranzo.
Le figure mitologiche degli affreschi, i mostri, i pesci, di e semidei sembravano scrutare con divertita
supponenza quel quartetto male in arnese e peggio assortito, seduto attorno al tavolo a consumare una
cena arrangiata con vino, formaggio e pane raffermo. Ugo e Davide avrebbero fatto volentieri a meno
di unaltra cena di famiglia, ma Gualtiero aveva insistito: Se lacqua poca, a papera nun galleggia.
A parte il napoletano, solo don Marciano dimostrava un certo appetito; temporaneamente libero dal bavaglio, il
prigioniero cercava dingurgitare un po di vino e formaggio. Il suo sguardo evitava accuratamente quello degli altri
commensali.
Sembra trascorso un secolo, dalla prima volta che ci siamo seduti qui disse Davide, piluccando
senza convinzione un po di formaggio.
Gualtiero ignor il commento del cugino, tracann un buon sorso di vino e si rivolse a Ugo: Allora,
c qualcosa che mi devi dire.
Ugo fiss Gualtiero, meditabondo. Ho una teoria disse, poi si gir verso il prigioniero: E credo
che qualcuno potr confermarla. Marciano serr le labbra e tenne gli occhi febbricitanti abbassati sul
tavolo.
Io penso... riprese Ugo, io penso che ci sia qualche tara nella nostra famiglia. Qualche tara che ci
pu far... trasformare... degenerare... con il trascorrere degli anni. E penso che, come Bonifacio, anche
Marlisa, Edmondo, e chiss quanti altri, abbiano subto questa... metamorfosi. Ecco perch non ci sono
i loro corpi nel cimitero. Come lebbrosi si nascondono al mondo degli uomini, e vivono da qualche
parte, su questisola... Sono loro quei poveri esseri in cui mi sono imbattuto in riva al mare. Si vers
unabbondante bicchiere di rosso, lo bevve dun fiato e indic Marciano: Infine, credo che Bonifacio
sia stato plagiato da questo individuo, il quale lo ha convinto che questa... deformit... in qualche
modo, un segno della collera divina. Una specie di maledizione.
Che ci dici, santuomo... confermi?. La voce stanca di Gualtiero grondava sarcasmo.
Marciano raddrizz la schiena e parl: Dice il Levitico: nessun uomo della tua stirpe, che abbia
qualche deformit, potr accostarsi ad offrire il pane del suo Dio, n il cieco, n lo zoppo, n chi abbia
il viso deforme per difetto o per eccesso, n chi abbia una frattura al piede o alla mano, n un gobbo,
n un nano, n chi abbia una macchia nellocchio o la scabbia o piaghe purulente o sia eunuco. Dio
aborrisce la mostruosit. E aborrisce gli adoratori di falsi idoli. Per questo la vostra razza deve essere
estirpata.
Ah, ci risiamo! disse Gualtiero, sbuffando con fare insofferente. Davide, fatemi il favore.
Legatelo e rimettetegli il bavaglio.
Davide si accost al sacerdote, che gli bisbigli: Attento a voi. Attento a voi! Non fidatevi di loro.
Voi non siete come loro!
87
Il musicista gli leg di nuovo i polsi e rimise a posto il bavaglio, cercando di non dare a vedere quanto le parole di
Marciano avessero fatto breccia nella sua mente assillata dai dubbi.
Gualtiero si alz da tavola: Io non capisco quello che sta succedendo qui. Non so se vero che
abbiamo questa specie di... malattia. Per certo che questo porco ci voleva ammazzare, facendosi
aiutare da quellaltra bestia di nostro cugino.
Non so se te ne sei accorto, in mezzo a quel fango lo interruppe Ugo, ma il cadavere di
Romolo aveva uno squarcio sul petto. Una ferita da taglio, come Isabella. Probabilmente lha
ammazzato Bonifacio e poi ha usato la sua pistola per uccidere Luca. Oppure lha data a questo verme
qui, ed stato lui a sparare concluse, indicando Marciano.
Come? Cosa? E poi che centra adesso la pistola di Romolo? scatt Davide.
Ho trovato la pistola di Romolo vicino al cadavere di Luca lho presa io e lho persa quando
mi hanno aggredito. Perdonatemi se non ve ne ho parlato prima: volevo solo proteggere mia sorella.
Davide rimase a bocca aperta. Luca? mormor.
Gualtiero sogghign e pose una mano sulla spalla di Ugo: Allora sei un po guappo pure tu.
Ugo arross e cambi subito discorso: Ma se il prete e nostro cugino ci volevano ammazzare,
perch non lo hanno fatto subito? Qualche metro sotto di noi c una polveriera pronta a saltare. Che
motivo avevano per farci fuori uno alla volta? Non sarebbe stato pi logico far esplodere subito la
dinamite, fin dal primo giorno?
Non lo so, e non mimporta di saperlo disse Gualtiero, risoluto. Propongo di andarcene via al pi presto. Che Tziu
Grazianu arrivi o non arrivi.
E come?
Con la barca del pescatore. Anche con questo braccio appeso al collo posso farcela a portarla fino
in Sardegna, con un poco di fortuna... se voi due mi aiutate e se il mare si calma un po...
E di questo che ne facciamo? chiese Ugo, indicando lometto imbavagliato.
Per quel che me ne fotte, lo possiamo pure buttare in acqua con unancora ai piedi. Nella bocca di
Gualtiero laffermazione sembrava pi una proposta concreta che una semplice battuta.
E se il pescatore non daccordo a darci la barca? protest Davide, che si vedeva ancora davanti il
volto iroso di Tziu Afisinu.
Mica ce lo possiamo portare dietro, e neppure Vitalia. In quattro non ci si cape, gi in tre un azzardo. Non voglio fare
la fine di mio padre, mannaggia a morte!
E adesso tuo padre che centra? chiese Ugo.
morto affogato... dicono. E comunque, al vecchio fetente gliela possiamo pagare bene quella
caccavella. Se non gli basta, lo mandiamo a far compagnia ai pesci. Magari col conforto del prete.
Che questa canaglia meriti una fine atroce fuori discussione. Per non me la sento proprio di abbandonare gli altri
due, di condannarli a morte. Ugo si massaggi fronte e capelli, poi disse: Dobbiamo riposare. Stanotte dormiamo in
salone e facciamo turni di guardia. Domattina, a mente fresca, decideremo cosa fare.
Davide annu. Riposate voi due, per primi. Resto sveglio io e vi chiamo pi tardi.
Daccordo disse Gualtiero, Tengo gli occhi di una pezzogna marcia. Per c una cosa da fare
prima: chi ha le chiavi della stanza di Bonifacio?
Le ho io disse Davide. Non vi preoccupate: ho chiuso bene.
Non basta insistette Gualtiero.
Io dico di s. La finestra d sul mare. improbabile che qualcuno riesca ad arrampicarsi concluse
Ugo.
Un passaggio segreto da qualche parte? osserv Davide.
Lo escludo disse Ugo scuotendo la testa. La stanza ha pareti solide, ho gi verificato. Lunica via
di accesso passa per latrio, e lo possiamo controllare standocene comodi su questo divano.
Ci pu sempre essere un ingresso abbscio disse Gualtiero. Magari, chi lo sa, pure un approdo in
una grotta sottoterra, collegata al mare da una parte e al cunicolo dallaltra.
88
Io non ne ho visti, di passaggi: quella specie di camino sembrava compatto. Il volto di Davide si
fece pensoso mentre indice e pollice giocherellavano col suo labbro inferiore. Ma se ci sono passaggi
nascosti sul fondo... che possiamo farci?
Niente. Soltanto sperare... e stare accurti. Comunque, datemi quella chiave.
Che volete fare? Davide lo guard con sospetto.
Datemela, poi capirete perch.
Per un attimo le oscure ammonizioni di Tziu Afisinu riecheggiarono nella mente del gemello e tutta
una serie di dubbi torn a farsi sentire con prepotenza. Eppure listinto gli suggeriva che poteva fidarsi
del viso largo e bonario del cugino, di quella mano che gli stava protendendo, tonda e tozza come un
pane pugliese.
Alla fine il musicista porse la chiave a Gualtiero. Torno subito disse e usc dalla stanza.
Dopo un paio di minuti, Gualtiero rientr con laria soddisfatta di chi ha risolto un problema.
Che hai fatto? chiese Ugo.
Gualtiero gli mise in mano la met di una chiave spezzata. Ecco la nostra assicurazione sulla vita.
Laltra met nella serratura. Adesso voglio proprio vedere come ci fanno a trsere l dentro, senza
buttare gi la porta!

Non dovette passare molto tempo, prima che un sonoro russare si alzasse dai divanetti. Davide
guard i due cugini addormentati, e assapor lidea di abbandonarsi alloblio del sonno. Si chiese se
voleva veramente fuggire con Tziu Afisinu e lasciare quei due strani cugini al loro destino. Si chiese
cosa lo legava a loro e cosa ancora lo legava alla vita. Si chiese se voleva veramente salvarsi. Non
seppe dare risposta a nessuna di queste domande.
Mezzanotte era passata da circa quindici minuti. Marciano dormiva disteso sul tappeto, in mezzo ai
divani che ospitavano Ugo e Gualtiero. Davide controll ancora una volta che i legacci fossero ben
stretti e nel farlo diede uno strattone: il falso notaio replic mugolando nel sonno. Per maggior
sicurezza, leg una caviglia del prigioniero alla zampa di un mobile, usando una lenza che avevano
preso nello sgabuzzino, attingendo dalla scorta di Primo. Infine, si vers un po di vino e si prepar a
una lunga notte di veglia e meditazione.

Trascorsero circa quattro ore, ma Davide non svegli Ugo per chiedere il cambio; nonostante la
tensione, si era assopito poco per volta, con la testa poggiata sulle braccia incrociate sopra al tavolo. La
mano sinistra reggeva il bicchiere, con il fondo segnato dal residuo rosso del vino. A pochi passi da lui,
il sonno pesante di Marciano contrastava con quello agitato di Ugo e Gualtiero, che gemevano e si
rigiravano continuamente, entrambi cullati da cantilene inumane.
Le immagini che disturbavano il loro riposo, ancora remote e nebulose per Gualtiero, erano ormai
chiare e definite nella mente di Ugo, che si trovava nuovamente a volare verso un immenso cratere
ricoperto di altissime guglie. Il fondo del cratere brulicava di esseri scuri, come un formicaio: flussi di
creature si formavano e scomparivano, danzando al tempo di una pulsazione che pervadeva tutto
lambiente. Ugo giunse innanzi a una delle due guglie pi alte. Qualcosa lo spinse inesorabilmente a
entrare nella torre attraverso una delle aperture. L lo attendeva qualcosa di mostruoso ma familiare: un
essere con una larga bocca irta di denti, occhi sporgenti senza pupille e pelle squamosa. La creatura
raccolse tra le sue zampe le mani di Ugo, sulle cui dita erano comparse unghie lunghissime e ricurve.
Ugo fiss le proprie mani e quelle squame aliene che le racchiudevano quasi amorevolmente. Lessere
indic qualcosa che si ergeva al centro di una sala immensa, e la sua attenzione si focalizz su questa
nuova, surreale visione: circondato da masse inneggianti, assiso su un trono di ossa, ai piedi di un
immenso monolito nero, sedeva un essere indescrivibile. Dentro Ugo, qualcosa sussurrava: Lo
squallido corpo del verme strisciante non esiste pi. Ora posso volare. Padre Dagon! Sono a casa!

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Sei a casa sussurrava una voce nelle orecchie di Ugo. Ykaa haa bho! Tu! Ygnaiih, ygnaiih! Tu,
con noi! Era una voce gracchiante, eppure aveva un tono dolce, paterno. Ugo si svegli. La candela
accesa al centro del tavolo, unica tenue fonte di illuminazione, era ormai del tutto consumata.
Il ricordo della voce era ancora nitido nella mente, troppo reale per essere sogno, troppo assurdo per
essere realt. Eppure non cera nessuno nella stanza, a parte lui, i due cugini che dormivano e il notaio
fasullo. Ugo guard oltre la vetrata; la terrazza era debolmente illuminata dalla luna che ogni tanto
riusciva a forzare la barriera delle nuvole. Not un movimento nella penombra. Si alz di scatto e si
accost al vetro. Spalanc la porta-finestra e rimase paralizzato. La realt, cos come lui la conosceva,
stava per mutare, irrimediabilmente, definitivamente.
Ugo usc sul terrazzo mentre laria gelida gli sferzava il volto. Unombra si stacc dalle altre e
avanz, irreale, terrificante. Quando la luce lunare la colp, Ugo sent limpulso di urlare, ma il senso di
terrore era combattuto da unenergia benefica, placentare, e la familiare cantilena contribuiva a
rassicurarlo: Sei a casa.
La creatura parl: quei suoni inarticolati sembravano avere un senso ben preciso; lo stupore lasci
presto spazio alla curiosit. Le bestie, quattro in tutto, si tenevano a distanza come se fossero
consapevoli del proprio aspetto, e attendessero un suo cenno dincoraggiamento. Ugo not che la
creatura davanti a lui mostrava due rigonfiamenti sul petto, come mammelle parzialmente atrofizzate.
Quella pi alta, a destra, aveva uno squarcio nel punto in cui un uomo avrebbe avuto la spalla. Con il
trascorrere dei minuti, le espressioni dei loro volti gli sembravano sempre pi umane.
Era dunque quella la malattia di cui aveva parlato il prete? In tal caso, un tempo quelle creature
dovevano essere state come lui e, se davvero il suo sangue era infetto, egli stesso avrebbe fatto quella
fine. Gli torn in mente uniscrizione che aveva visto in una chiesa medioevale, sopra le orbite vuote di
un teschio in pietra: Sei come io fui, son come sarai. Forse era proprio questo che gli stavano
dicendo, con quella specie di nenia, quel mormorio che sembrava cullarlo... Quando i suoi muscoli si
rilassarono, la creatura con il braccio ferito gracchi qualcosa che nella mente di Ugo acquis
immediatamente una forma ben definita: Vieni a casa, figliolo.
Cosa sei? Chi sei?
Tu lo sai... Sono tuo nonno Ario.
Ugo ammutol, smarrito.
Tu sei mio nipote. Il mio sangue il tuo sangue.
Sapeva che era vero.
Loro sono la tua famiglia: Edmondo, tuo zio, Filiberta e Guido, tuoi cugini. Tu sei uno di noi...
Uno di noi. Ygnaiih, ygnaiih! Uno di noi. Ygnaiih, ygnaiih! intonarono gli altri, in un coro
sommesso.
La mente di Ugo si apr e, finalmente, gli fu chiara lintera situazione. Pens immediatamente alla
dinamite nascosta nella camera di Bonifacio, in fondo al cunicolo. Siete in pericolo disse, Siamo
tutti in pericolo.
Un rumore secco, seguito da tre colpi di pistola in rapida successione, copr le sue parole.


90


XX












La folata daria fredda proveniente dal terrazzo aveva parzialmente ridestato Davide; nonostante avesse
bevuto poco, si sentiva addosso tutti i postumi da doposbronza, acuiti dallo stress e dalla stanchezza
accumulata. La testa pulsava al ritmo dei battiti del cuore; la bocca era arida, impastata, e la lingua
sembrava uno straccio felpato infilato in gola. Sollev il capo, accompagnando il movimento con un
gemito e una smorfia di dolore. Gir lo sguardo verso il punto da cui arrivava quel soffio gelido. La
porta-finestra che dava sulla terrazza era aperta, Ugo era l fuori e borbottava qualcosa, come se stesse
parlando con qualcuno, nascosto nelle tenebre. Ladrenalina cominci a scorrere furiosamente: tutti i
suoi sospetti tornarono a galla. Allora era vero, cerano altre persone sullisola: erano daccordo con
Ugo e forse anche con Gualtiero. Non doveva fidarsi di loro!
Il silenzio fu attraversato da due colpi attutiti, poi altri due. Cerc di individuare la causa del rumore
e vide unombra allungarsi dietro la finestra del salone. Davide si alz in piedi, raccolse il bastone
animato e spense la candela: non voleva diventare il facile bersaglio dellassassino di Isola Mortorio.
Poi lombra dietro il vetro agit una mano che reggeva un arpione; solo allora Davide riconobbe la
sagoma: era Tziu Afisinu!
Diede uno sguardo a Gualtiero e Marciano: erano immobili, si udiva appena il suono del loro
respiro; Cerc di non fare rumore e si diresse verso il vecchio pescatore.
Fece appena due passi e si ritrov a volare in aria, con la caviglia destra imbrigliata nella lenza
utilizzata per assicurare Marciano. Mise avanti le mani per attutire la caduta, ma nelloscurit della
stanza non riusc a evitare il tavolino degli scacchi. Batt rumorosamente il capo sullo spigolo e
precipit a terra in mezzo a una pioggia di torri, alfieri e pedoni. La ferita alla fronte ricominci a
sanguinare copiosamente. Cerc di risollevarsi, poggi una mano sulla sedia e si mise in ginocchio,
mentre il sangue gli colava sugli occhi. Poi gli sembr di cadere in un vortice nero, le forze gli vennero
meno e croll a terra.

Gualtiero era perso nelle nebbie indistinte di un sogno angosciante. Intravedeva, lontana, una torre,
o una guglia. Era la prima volta, da quando era sceso a Isola Mortorio, che quei sogni assumevano una
forma compiuta. Stava per avvicinarsi alla torre, quando questa si squarci, con il rumore di un tronco
che si schianta. Gualtiero sobbalz sul divano e rovin a terra, sopra il corpo di Marciano, che emise un
grugnito acuto, come un maialino sgozzato.
Per quanto ottenebrato, Gualtiero recuper la lucidit e si lasci guidare dallistinto, rimbalz in
ginocchio e si sporse dietro il divano. Nella penombra della stanza vide Davide che si accasciava a
terra. Davanti a lui, una figura con un oggetto appuntito in mano si stagliava nella cornice della
finestra. Gualtiero estrasse la Colt del fratello ed esplose tre colpi: due al corpo, uno alla testa. Il
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bersaglio ricadde allindietro senza un lamento, mentre i vetri infranti si schiantavano a terra.
Il napoletano si accost alla finestra e lapr, causando una pioggia di frammenti taglienti; poi si
sporse, circospetto, puntando avanti la pistola. Guard a terra e riconobbe il corpo del vecchio
pescatore immerso nel fango, con le braccia allargate. Il bianco degli occhi spalancati, rivolti al il cielo,
rifletteva la luce lunare. Sul volto di Gualtiero si dipinse unespressione di dubbio, poi un pezzo di
marmo lo colp violentemente alla tempia.

Bonifacio era rimasto per ore al suo posto di osservazione, al limite della macchia di cipressi,
sporgendosi pericolosamente sullo strapiombo, poi li aveva visti emergere.
Era arrivato il momento, si era detto, il momento del gran finale. Sollev il sacco che si era portato
dietro, con dentro tutto il necessario, e corse verso la villa, tenendosi nascosto dietro la siepe del
cimitero. In quella notte oscura, egli avrebbe finalmente portato la luce.
Stava per avventurarsi nel viale dingresso, quando vide il pescatore che si accostava alla finestra. Si
immobilizz, raccolse da terra un pezzo di una lapide infranta e si avvicin silenziosamente a Tziu
Afisinu, strisciando nel fango. Aveva una missione. Qualunque ostacolo andava rimosso. Dio avrebbe
perdonato il suo servo.
Era giunto a pochi metri, quando sent gli spari, e vide il vecchio cadere a terra. Attese, immerso nel
fango, nascosto nel buio. Quando Gualtiero si sporse dalla finestra, si alz e scagli la sua pietra. Era
senza peccato, poteva farlo. Erano altri i responsabili del peccato originale che aveva marchiato per
sempre il suo corpo.
Attravers con un balzo la finestra aperta senza sentire i frammenti di vetro che gli ferivano le piante
dei piedi scalzi. Ud una voce che gridava, lontano, in terrazzo. La ignor. Sentiva la loro presenza:
erano vicini, doveva sbrigarsi.
Veloce, silenzioso, determinato, super le figure esanimi di Davide e Gualtiero e si precipit su per
le scale, dove tutto era iniziato e tutto sarebbe finito.

Quando sentirono i colpi di pistola, le creature aprirono le fauci e protesero gli artigli che uscivano
dalle dita coperte di squame. Ugo, invece, si gett a terra: Gi! State gi!
Gli esseri si accucciarono, con un ringhio sordo.
Non sparare! Gualtiero! Sono io, qui! Sono Ugo! Nessuno rispose. Ugo si gir verso le cose
venute dal mare e fece loro cenno di rimanere a terra. La creatura alta, quella con la spalla ferita (non
riusciva proprio a pensare a essa come al buon vecchio nonno Ario), fece un cenno di assenso. Ugo
ebbe lassurda impressione di cogliere, in quegli occhi bulbosi da anfibio, una sorta di approvazione.
Poi si diede del pazzo: quelle creature non potevano essere reali. Lintera situazione era pazzesca...
Sent alle sue spalle un gracidio interrogativo. Si accorse di essersi paralizzato davanti alla porta-
finestra spalancata. Cautamente, Ugo riprese a muoversi.
Sent un mugolio, si sporse oltre il divano e vide il falso notaio, steso a terra, che si divincolava,
cercando inutilmente di liberarsi dei legacci che assicuravano polsi e caviglie. Di Davide e Gualtiero,
apparentemente, non vera traccia. Ugo super il divano, si avvicin al tavolo e, finalmente, vide la
finestra aperta. Nel riquadro luminoso proiettato al suolo, due corpi giacevano accasciati.
No. No. No... Ripetendo allinfinito la parola, come per esorcizzare i suoi peggiori timori, Ugo si
precipit verso i due cugini, scivolando sul pavimento reso viscido dal sangue di Davide. Gualtiero,
come stai? Si inginocchi vicino al napoletano che cercava faticosamente di sollevarsi da terra.
Accanto a loro il volto di Davide, cereo alla luce della luna, la fronte attraversata dai due lunghi tagli
longitudinali, le vesti incrostate di sangue rappreso. Il petto si alzava e si abbassava, seppur lentamente.
Gualtiero si sollev in piedi, appoggiandosi sulla spalla di Ugo: La capa... Che succede...
Dal piano superiore risuon un colpo. Ugo cap che non cera tempo da perdere, raccolse da terra
Davide come se fosse stato un bambino e si rivolse a Gualtiero: Usciamo! Corse verso la porta.
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Gualtiero lo segu traballando e lo aiut ad aprire il catenaccio. Ugo usc dalla villa e poggi il corpo di
Davide allinterno della siepe di pitosforo, nel cimitero. Gualtiero si sedette a terra, vicino al cugino
svenuto. Il napoletano si sentiva confuso, la testa girava come una trottola. Poggi la schiena su una
lapide e chiuse gli occhi. Non vide Ugo rientrare nella villa.

Lessere che era stato Ario Farricorto era rimasto immobile alcuni minuti, attendendo il ritorno di
Ugo. Poi, per, aveva percepito la presenza di un altro Farricorto. Qualcuno che aveva il suo stesso
sangue ma che non sarebbe mai stato, per scelta, uno di loro. Fece un cenno agli altri, che si alzarono e
lo seguirono.
La sala appariva deserta.
Le creature mossero qualche passo allinterno e seguirono la scia odorosa della paura fino a
Marciano, immobilizzato a terra, tra i divani, inorridito alla vista dellabominio che avrebbe voluto
cancellare dalla terra. Ario e la sua progenie lo circondarono, emettendo un ringhio che forse voleva
essere una risata. Marciano lanci un gridolino stridulo.
Un rumore di legno frantumato li raggiunse dal piano superiore. Era Bonifacio, pens Ario, quel
disgraziato di suo nipote, che stava demolendo la casa, il Tempio della Famiglia; il patriarca fece segno
ai due maschi di seguirlo e si lanci verso le scale. La femmina si accucci vicino al sacerdote e
dischiuse la bocca in un ghigno orlato di zanne affilate.
Dove sono gli altri?. La voce di Ugo risuon nel buio. Marciano e la creatura lo fissarono come se
fosse lui lessere alieno. Poi la femmina punt un artiglio verso lalto. Ugo prese in fretta una decisione
e porse una mano alla creatura: Andiamo via disse, troppo pericoloso.
Lei non emise un verso, strinse la sua mano e lo segu sulla terrazza, e poi verso la spiaggia,
trascinandosi dietro Marciano, artigliato per una gamba, come un bambolotto.

Vitalia aveva udito il fracasso ma non era stato questo a spingerla fuori dalla sua stanza, a farle
interrompere la veglia funebre. Era stata, piuttosto, la sensazione che la casa fosse nuovamente viva,
animata come negli anni migliori. Usc, diretta verso lingresso, e vide le tre creature correre verso le
scale. Erano grotteschi, orribili, eppure quel movimento ciondolante e quei tratti somatici le erano, in
qualche modo, familiari. Il nome le usc di bocca, quasi involontariamente: Edmondo!
Uno degli esseri si gir, le si avvicin e la carezz, lasciando una sottile scia di sangue l dove
lartiglio aveva inciso la pelle; poi giunsero da sopra voci concitate e gracidanti. Edmondo volse le
spalle a Vitalia e lei lo vide correre su per i gradini; lo segu fino alla porta sfondata della stanza di
Bonifacio. E li vide.
Uno dei tre, il pi alto, fronteggiava un uomo seminudo, con pochi capelli scarmigliati, la pelle
coperta di croste e gli occhi bulbosi, spiritati. Vitalia non sarebbe mai riuscita a riconoscere in
quellindividuo Bonifacio Farricorto, se non ne avesse udita la voce che, per quanto orribilmente
gracchiante, manteneva ancora le vestigia di un tempo. Bonifacio reggeva nella mano sinistra una
lampada a olio accesa, in bilico sullapertura del fondo dellarmadio. Mostri! Mostri! gridava,
agitando il braccio squamoso e la mano artigliata: Siete tutti dei mostri!
La creatura di fronte a lui cercava di blandirlo: Tu non capisci... Siamo la stessa cosa.
Le altre due si protesero in avanti, come ad abbracciare luomo con la lanterna. Edmondo (era lui,
Vitalia ne era certa, ormai), cominci a gorgogliare parole, inizialmente indistinte, poi sempre pi
chiare, in una lingua comprensibile: Figlio mio. Vieni con noi, nel tuo mondo. Le sue fauci si
piegarono in un sorriso irto di zanne: Ti attende una vita eterna, in un mondo di meraviglie. Non
lasciare che le stupide superstizioni degli uomini ti rendano schiavo.
Il volto di Bonifacio si rilass. Con voce ferma, disse: Il sole spuntava sulla terra e Lot era
arrivato a Zoar, quandecco il Signore fece piovere dal cielo sopra Sdoma e sopra Gomorra zolfo e
fuoco.
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La lanterna cadde.
Una gran luce illumin la stanza.

Una forte scossa del suolo e il contraccolpo della lapide cui era appoggiato richiamarono Gualtiero
alla vita. Quasi contemporaneamente un boato immenso gli arriv ai timpani, seguito da un dolore
tanto penetrante da farlo urlare; poi una pioggia di detriti si rovesci sulla sua figura chiusa a riccio, coi
pugni premuti contro le orecchie.
Passarono alcuni istanti in cui il napoletano credette di esser diventato sordo. Aveva ancora le idee
confuse e lo stomaco in subbuglio, quando vide la faccia della cugina Isabella che lo guardava fra le
brume della nebbia. Cerc di pulirsi il viso da lacrime e polvere e spalanc gli occhi: s, era proprio
Isabella. Era un sogno, forse? Guard quegli occhi fissi nei suoi, sorridenti come il giorno in cui era
arrivata sul molo, a Terranova... Poi il volto cominci ad annerirsi e si lev in volo. Gualtiero scosse la
testa, incredulo: era il ritratto di nonna Eleonora, trascinato dal vento tra le lapidi mentre le fiamme lo
consumavano.
Cerc di alzarsi, ma le gambe non lo reggevano. Allora ruot su un fianco, per vedere cosa accadeva
intorno a lui: tutto era coperto da un sottile strato di polvere. Anche Davide, che emetteva un gemito
sempre pi flebile. Dalla spalla destra del cugino spuntava una specie di escrescenza: una lunga lama di
vetro, catapultata oltre la siepe di pitosforo dalla forza dellesplosione, gli si era conficcata nel corpo.
Villa Eleonora era praticamente scomparsa, come se unenorme creatura lavesse inghiottita. Le
mura perimetrali, sbrecciate, sembravano la dentatura di una mostruosa bocca rettangolare. Un grosso
fuoco ardeva al centro, facendo volare in alto lingue di fiamma, pezzi di carta, ciocche di cenere
bianca.
Si vedr da terra, pens Gualtiero, e forse ci verranno a prendere. Poi svenne.
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Diario, a.D. 1846, 2 ottobre












La sirena del faro geme il suo lamento, richiama i marinai tanto sciocchi da sfidare il mare in una sera
come questa. La nebbia sta salendo, una nebbia densa che arriva dal mare, una marea lattiginosa che
inghiotte gradualmente le case di Innsmouth, mentre il sole si spegne allorizzonte. La vedo arrivare dal
porto, striscia lungo il Manuxet River come un osceno serpente. Seduto alla scrivania, vergo queste
note mentre guardo il panorama dallalto del mio studio, affacciato su Town Square. Le finestre al
pianterreno sono sbarrate con assi di legno, i rivoltosi le hanno spaccate a colpi di pietra allinizio degli
scontri.
Nella piazza davanti a casa mia giacciono alcuni corpi, contorti sul selciato. Ci sono molti ottimati
del paese, le famiglie pi ricche hanno pagato un tributo pesante. Ci sono madri avvolte in ricchi
vestiti, immerse in pozze scarlatte; ancora stringono al petto gli involti sanguinolenti che un tempo
erano i figli. Ci sono uomini impiccati ai lampioni. Il linciaggio stato rapido, efficiente e brutale.
Avevamo tirato troppo la corda: la ricchezza si era concentrata nelle mani di pochi e la carne dei
meno abbienti era divenuta la merce di scambio con loro. Non stata la conoscenza in s, o il potere
che essa ha portato a scatenare tutto questo, ma lavidit che ci ha spinto ad abusare di quel potere.
Molte luci sono accese nelle case. Sintravedono armi da fuoco spuntare da alcune imposte
socchiuse. La nebbia ha superato i capannoni del porto, ora si sta avvicinando alle prime abitazioni.
Cominciano a sparare. Sento le detonazioni, ma ancora non vedo cosa sta succedendo. Dopo poco
arrivano le prime urla.
La nebbia, adesso, avanza velocemente, quasi arrivata alla piazza sotto casa mia. Il Manuxet River
ormai sommerso. Come formiche spinte allesterno dal fumo e dal fuoco, i cittadini ribelli di
Innsmouth fuggono verso linterno, lontano dal mare. Gli uomini si stanno asserragliando proprio qui
sotto, a Town Square. Le donne cercano scampo con i figli verso Ipswitch, lungo Elliot Street. I loro
mariti, i loro padri, imbracciano i fucili e sparano verso la nebbia che ormai allunga le sue propaggini
verso la mia casa. In mezzo alla nebbia danzano figure oscure, rapide, indefinite.
Quando un uomo si attarda troppo, un braccio si sporge e lo ghermisce. Le vittime scompaiono
nellicore nebuloso tra urla e spruzzi di sangue. Pietosamente, alcuni prigionieri vengono abbattuti dai
loro stessi compagni. Anche alcuni degli aggressori vengono colpiti, probabilmente. Sento alti gracidii
levarsi al cielo, alternati a ringhi rabbiosi.
Allimprovviso alcuni membri dellOrdine di Dagon fanno una sortita dalla Gillman House; sono
capitanati da Obed Marsh e cominciano a sparare alle spalle dei rivoltosi, che si ritrovano accerchiati.
Gli uomini di Marsh sparano anche alle donne in fuga. Alcune riescono a defilarsi nei vicoli laterali,
altre cadono a terra. Un bambino cerca disperato di trascinare la madre ferita, forse morta, finch un
colpo di fucile non gli squarcia la testa.
La nebbia sta spingendo i rivoltosi superstiti verso le carabine degli uomini del capitano Marsh. Solo
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ora riconosco uno dei fedeli dellOrdine che stanno partecipando al massacro: Ari, mio figlio. Un
uomo incalzato dalla nebbia ha lasciato cadere il fucile e sta scappando nella sua direzione; Ari lo
fredda quando arriva a pochi passi da lui. Ha appena diciannove anni ed gi un assassino.
Dal mio posto di osservazione privilegiato assisto allo spettacolo. Intanto mia moglie si aggira per
casa, la sento zoppicare. Non ci parliamo pi da alcuni mesi, le sue corde vocali non sono pi in grado
di emettere suoni comprensibili. Il bozzolo si sta per schiudere. La farfalla sta per volare via.
Fuori dalla finestra gli scontri continuano, ma i colpi di fucile si fanno sempre pi rari.
I dubbi mi tormentano. Eppure ho fatto la mia scelta tanto tempo fa. Ancora oggi mi chiedo perch.
Per Najala? Per la ricchezza? Per mio figlio Ari?
Forse lattivit umana interamente programmata e determinata da altri. Le nascite e le morti, le
guerre e le paci. Forse i potenti del mondo sono tutti in mano loro, da sempre, e per sempre lo saranno.
Forse giusto piegarsi alla loro volont, anche se ci chiedono tributi di sangue, anche se vogliono
annullare la nostra umanit. Forse inutile resistere. Forse il loro mondo il migliore possibile, perch
lunico possibile.
Oppure sono loro ad essere sulla via dellestinzione, esseri eterni ma poco prolifici, antichi e
decadenti; stanno per essere schiacciati dal nuovo, frenetico mondo degli esseri umani. Godono degli
ultimi piaceri mentre il loro universo si sgretola, come in unestrema danza macabra. E sono i potenti
del mondo, uomini privi di scrupoli come il capitano Marsh che li sfruttano, per tenere sotto controllo il
gregge. In questo caso loro sono uno strumento, non il motore: luomo ha ucciso Dio, ha divorato
Satana, e sta giocando entrambi i ruoli per proprio conto, nel peggior modo possibile. In questo caso
resistere ha un senso.
Io non ho una risposta a queste domande, ma adesso so cosa fare. Scender in piazza, armato. E
sparer. Contro gli uni o contro gli altri, ancora non ho deciso. Forse sparer a Obed Marsh, forse no.
In ogni caso, ho vissuto la mia vita ed tempo di morire. Per mano degli uni o degli altri,
indifferente.
Lascio questo diario a mio figlio, assieme alleredit del dubbio.
Forse, per lui sar tutto pi semplice.
In fondo, figlio di sua madre.
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EPILOGO












Esplosione a Isola Mortorio.
Attirata da un forte incendio su Isola Mortorio, chiaramente visibile perfino da Terranova, una
corvetta della Guardia Costiera ha raggiunto il vecchio approdo dei pescatori sullisola, sfidando i
marosi autunnali. Unesplorazione accurata ha consentito di stabilire che Villa Eleonora, la casa di
propriet dei Farricorto, un tempo ricchi commercianti di prodotti ittici, era esplosa per motivi ancora
da accertarsi, mentre ospitava un raduno di membri della famiglia. Solo due dei presenti (D.V. e G.F.)
sono stati rinvenuti in vita. Nonostante tutti gli sforzi profusi dal personale medico, uno dei due, D.V.,
spirato durante il trasporto allospedale di Sassari.
(Da LUnione Sarda, 22 novembre 1930)

Il mare era nero, come di notte, ma nellaria esplodeva una luce accecante. Cadendo nellacqua, i
remi restituivano il suono di una grossa goccia in uno stagno, come se il mare deglutisse. Gualtiero
poteva confrontare il ritmo di quel rumore deciso, regolare, con quello della sua respirazione: remava,
inspirava ed espirava, senza affanno, ripetendo un gesto che gli era familiare, sin da quando era
bambino.
Davanti a Gualtiero cera suo fratello Italo, pi giovane di come se lo ricordava, oppure era solo un
effetto della luce bianca che ne smussava un poco il profilo. Italo non remava ma guardava lontano, poi
si girava, sorridendo. Apriva la bocca, ma Gualtiero non poteva sentire quel che diceva e la cosa, a dire
il vero, non gli pareva affatto strana.
Pi avanti, sulla prora, cera un altro uomo che gesticolava e parlava con Italo in quel buffo
linguaggio senza suoni, e nel frattempo teneva il capo di una lenza, non un filo da pesca ma una corda
spessa come un dito. Mio padre, pens Gualtiero, tatillo...
Il mare si fece mosso e la fune si tese. Luomo sembrava non far caso alla tensione della fune che
reggeva senza sforzo apparente. La barca inizi a ondeggiare in modo pericoloso e Gualtiero avrebbe
voluto avvisare Italo e il padre di non scherzare, di tenersi forte, ma il suono delle sue parole andava
verso lalto, senza raggiungerli.
La fune diede uno strattone. Gualtiero vide suo padre sbalzato dalla barca e gli parve che stesse
sorridendo mentre cadeva tra le onde con una posa rigida, da manichino. Italo sembrava non capire e
guardava divertito la superficie del mare.
Gualtiero si liber dal groviglio dei remi, insolitamente lunghi e flessibili, e balz verso prora
mentre le acque si calmavano. Non riusciva a vedere suo padre, e nemmeno a individuare il punto
esatto in cui si era inabissato. Le acque finirono per calmarsi del tutto e non gli sembr troppo strano,
quando si volt, che suo fratello Italo non fosse pi con lui. Era solo.
Poi, senza motivo, la barca ebbe un sussulto e il mare si chiuse su di essa, come una tenaglia.
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Gualtiero si ritrov a guardare dal basso la superficie del mare. Non aveva mai fatto caso a come fosse
facile respirare sottacqua, quasi come allaria aperta. Anzi, in quel momento gli sembrava proprio la
stessa cosa. E mentre si chiedeva se stesse nuotando o volando, vedeva sotto di lui fondali che
apparivano come la superficie di un pianeta ignoto ma familiare, un mondo in cui scure guglie si
protendevano dal basso.
Stava ormai camminando fra le forme rocciose, in una specie di grotta, attirato da una cantilena,
qualcosa di simile a un salmo lamentoso. A un tratto si ritrov in un ambiente pi ampio. Sul lato
opposto a quello da cui era entrato vide muoversi, nelloscurit, due ombre deformi che si agitavano
davanti a una terza figura, un omino grassoccio e seminudo inchiodato alla parete rocciosa nella
posizione di Nostro Signore Ges Cristo sulla croce. Era luomo crocefisso a emettere quel canto, a
gemere quella litania sulle note di un dolore infinito. Gli aguzzini avevano inferto profonde ferite al
prigioniero, tanto che in alcuni punti la carne viva sembrava guizzare, sanguinante.
Le due creature si accorsero della sua presenza e si voltarono.
Cugino.
Non era stato luomo grassottello a parlare.
Non temere... Unisciti a noi.
Gualtiero rimase dovera; lessere che aveva parlato parve fargli un ultimo cenno, poi si gir
nuovamente verso luomo appeso alla parete di pietra, e alz il braccio destro, mostrando allincerta
penombra di quel luogo cupo una mano dotata di lunghi artigli ricurvi. Sembrava intenzionato a
straziare ancora quella rosea carne molliccia, invece si ferm in quella posa, si volse verso laltra
ombra al suo fianco e chiese, con un assurdo tono divertito: Che preferisci, mia cara, petto o coscia?

Gualtiero si ritrov a fissare il buio della sua stanza e cap subito che non si sarebbe riaddormentato.
Si sollev dal letto cercando di fare meno rumore possibile. A pochi passi, il piccolo Italo dormiva
nella culla.
Si spogli rapidamente e indoss gli abiti per la pesca. Si sedette sul letto per infilarsi gli stivali.
Gualtiero...?
Rita si era svegliata e cercava il marito con un braccio. Gualtiero le prese la mano.
Che fai, esci in mare?
Gualtiero non rispose. Anche lo stivale sinistro era entrato e lui si alz, pronto per uscire.
ancora presto. La voce della donna aveva assunto un tono lamentoso.
Ssst, dormi rispose dolcemente Gualtiero. Poi si chin sulla moglie e la baci sulla fronte. Prima
dimboccare la porta si accost alla culla e appoggi sul piccolo Italo una mano grande quasi quanto il
corpicino. Sent unenergia impercettibile che la muoveva su e gi.
Mio figlio, pens.


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