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Comunicazione e tecnologia

Carla A. Crivello

Intercultural knowledge landscapes (IKL 08)


Firenze 11-12 settembre 2008

Abstract
(IT) L’articolo analizza le peculiarità di alcune tecniche di comunicazione (diretta e indiretta) in
rapporto alla generazione di differenti configurazioni esperienziali.
(EN) The article analyzes the peculiarities of some communication techniques (direct and indirect) in
relation to enactment of different experiential configurations.

Definizioni
Conversazione
In una conversazione umana il nostro mondo interiore di concetti e idee, le nostre emozioni e i
movimenti del nostro corpo sono saldamente legati in una coreografia di coordinazione
comportamentale. Analisi di riprese filmate hanno dimostrato che in ogni conversazione è coinvolta una
danza sottile e per lo più inconscia in cui la sequenza dettagliata degli andamenti del discorso è in
precisa sincronia non solo con minuscoli comportamenti del corpo di chi parla, ma anche con i
movimenti corrispondenti dell’ascoltatore. (Fritjof Capra [2])

Realtà virtuale

Un’esperienza nella quale le persone sono circondate da una rappresentazione tridimensionale generata
da un computer ed hanno la possibilità di muoversi in questo mondo, vederlo da più angolazioni,
maneggiarlo e riadattarlo (Raffaella Rivi [2])

Studi, seminari, conferenze, corsi di laurea e di aggiornamento sulla comunicazione

sono in crescita costante da diversi anni. L’intreccio della dimensione comunicativa

con tecniche e strumenti sempre più diversificati e diffusi che addensano, integrano

e meticciano percezioni visive, uditive e tattili in un continuo oscillare dal mondo


“reale” a mondi “virtuali”, genera (o può generare) spaesamento, cautela e perfino
rigetto.
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Alcuni fenomeni sembrano confortare lo smarrimento nei confronti della sempre più

inestricabile ibridazione tra esseri umani e tecnologia.

Il cinema
Le considerazioni che seguono, la prima di un antropologo, la seconda di uno studioso
di letteratura e cinema offrono interrogativi e intuizioni su questo tema che si
estendono al di là della tecnica cinematografica.

Anche se lo facciamo ancora, andare a vedere un film in sala è un’esperienza superata. Archeologia.
Con le immagini non abbiamo più un rapporto liturgico: le consumiamo. Il vecchio spettatore era un
individuo “sotto vuoto”, isolato nel buio […] Oggi, il film è un’esperienza più contaminata, mediata,
condivisa. Con nuovi rituali tutti da indagare. (Marc Augé in un’intervista di Mario Cicala pubblicata sul
“Venerdì di Repubblica” il 5 settembre 2008).

La sala cinematografica, così come la sua antenata (la sala teatrale “all’italiana” inventata dagli
architetti del Rinascimento) è stata pensata per un pubblico dedicato, immobile, silenzioso, attento,
disciplinato. E ricettivo. La televisione invece, soprattutto da quando è regolata dall’utilizzo del
telecomando, ha sancito il passaggio dalla passività assoluta a una forma di sfrenata attività […] Oggi
siamo dunque e senza dubbio più liberi. Non è detto però che questa nuova condizione sia così
favorevole. […] Ma soprattutto la fine dell’azione disciplinante della sala trasforma radicalmente la
reazione degli spettatori. Perché il pubblico non è più chiamato a sperimentare direttamente sul
proprio corpo un’impotenza in tutto e per tutto simile a quella dei personaggi prigionieri della storia
che prende forma sotto i loro occhi…”. (Gabriele Pedullà, La televisione favorisce la passività… in “La
repubblica delle donne”, 30 agosto 2008).

Le relazioni interpersonali
E’ probabile che molti di noi abbiano constatato che gli spazi dedicati alla
conversazione diretta tra gli esseri umani siano sempre più ridotti a vantaggio di
scambi indiretti (attraverso la rete) o della fruizione audiovisiva.
Non dovrebbe quindi destare stupore la notizia che a Torino, città con un elevato
numero di associazioni, sia nata l’idea di promuovere la “giornata del saluto” per il
prossimo 20 settembre.

Sembrano provenire da molto lontano queste parole di Madame de Staël [7]:

In Francia il bisogno di conversare è comune a tutte le classi sociali: qui la parola non è come altrove,
soltanto un mezzo per comunicarsi idee, sentimenti, questioni d’affari, bensì uno strumento che la
gente ama suonare e che rianima gli spiriti, come fa la musica presso taluni popoli e i liquori forti
presso altri.

Come gli oggetti, nonostante il pervasivo e sfrenato consumismo non hanno perso, almeno
alcuni di essi, la loro importanza simbolica e affettiva per ognuno di noi (Franco La Cecla [3]),
anche la conversazione - per il piacere che Madame de Staël ha evocato e per le intrinseche
finalità cooperative – non cesserà di ammaliarci.
A differenza della comunicazione scritta, la conversazione può essere immaginata
come una composizione, creata nel suo farsi. Ed è tanto più ricca e sfaccettata quanto
più si basa sulla improvvisazione. Come nel jazz.

Attraverso la realtà virtuale, viviamo un’ambigua esperienza percettiva, che in un certo modo riflette
la crisi della nostra corporeità […] Se da una parte essa persegue un ritorno alla fisicità della
sensazione, dall’altra impone, infatti, la distanza da questa attraverso la sua rappresentazione […]
durante il “viaggio” digitale l’utente si trova nella situazione di osservatore e osservato, il suo “io”
totale, insomma, può visualizzare una delle sue proiezioni in azione […] Con la telerobotica, i mondi
virtuali, le protesi indossabili o manipolabili, dobbiamo ammettere la presenza di più realtà e di più
proiezioni di altri corpi in concomitanza con la realtà “di tutti i giorni”, disseminati una molteplicità di
piani che possiamo richiamare attivando dei comandi. (Raffaella Rivi [6])
Il corpo ingombrante
Al centro della riflessione sulla realtà virtuale del brano citato: la crisi della
corporeità.
Il corpo degli esseri umani – e più vistosamente quello femminile - sin dall’infanzia sembra
esprimere qualcosa di eccedente, di ingombrante. E’ stato infatti oggetto di vari e contrastanti
trattamenti col variare delle epoche, delle religioni, delle culture e delle medicine.
Disprezzato, considerato “basso” rispetto all’ “alto” della mente/anima/spirito,
coperto e scoperto, curato nella sua complessità o nelle sue parti funzionali.
Per diventare, in tempi più recenti, oggetto di cure ossessive e di (sovra)esposizione di alcune
sue parti (come fossero trofei) oppure oggetto che si può temporaneamente trascendere con la
creazione di altri corpi, seppure elettronici.
Nonostante tutte queste variazioni di atteggiamento nei confronti del corpo che ci ritroviamo,
non possiamo dimenticare che

Camminare, correre, saltare, ballare sono interazioni con l’aria e con lo spazio, ci muoviamo grazie alla
scarica di energia al suolo; sotto questo aspetto, il suolo o la terra hanno una funzione fondamentale.
Tutta l’energia alla fine trova la strada verso il suolo; è il principio noto come ‘messa a terra’ […]
L’energia si muove dal sole attraverso l’atmosfera fino alla terra. In linguaggio figurato, tutti gli
organismi si innalzano verso il sole per ricevere energia, e ciò è letteralmente vero nel caso delle piante.
Il tendersi verso l’alto, o verso l’esterno (brama), è parte della funzione di carica. Cibo, ossigeno,
eccitazione. […] Prima di scaricarsi, l’energia promuove altre due funzioni vitali: la crescita e il
movimento. (Alexander Lowen [5])

L’immagine
L’immagine come anche il suono, pensiamo ad esempio alla musica, hanno un’efficacia
espressiva, non narrativa. Concentriamo la nostra attenzione su un’immagine che,
come per altre immagini, l’attuale tecnologia trasforma in spettacolo nella sua
ripetizione identica e indefinita: l’incendio devastante alla ThyssenKrupp il 6 dicembre
2007 a Torino. La realtà (nel suo rapporto con noi) non si ripete perché si sviluppa
lungo il tempo irreversibile della nostra esperienza (Giuseppe O. Longo [4])
L’immagine non può essere vista e consumata come spettacolo da chi può collocarla nella
sequenza temporale della propria esistenza, con tutto il carico emotivo e di senso di cui è
impregnata.
Soltanto da chi è direttamente coinvolto l’immagine può essere composta in una narrazione.
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Tragica nel caso citato.

Per gli spettatori, al di là della variazione delle tonalità emotive, l’immagine deve
essere accompagnata dal racconto di ciò che è successo, dalle responsabilità, da tutto
ciò che emerge nella ricostruzione e interpretazione dell’avvenimento.

Nell’immagine, nella comunicazione iconica, non vi sono tempi, né negazioni


semplici, né contrassegni di modi (Gregory Bateson [1])

Bibliografia e sitografia

[1] Gregory Bateson, Verso un’ecologia della mente. Milano, Adelphi 1988

[2] Fritjof Capra. La rete della vita. Milano, Rizzoli, 1997

[3] Franco La Cecla, Non è cosa. Vita affettiva degli oggetti; Luca Vitone, Non siamo mai soli. Oggetti e
disegni. Milano, Eleuthera,1998

[4] Giuseppe O. Longo, Il senso e la narrazione. Milano, Springer, 2008

[5] Alexander Lowen. Il linguaggio del corpo. Milano, Feltrinelli 2006

[6] Raffaella Rivi, Il corpo come elemento centrale dei fenomeni conoscitivi…
http://www.noemalab.org/sections/ideas/ideas_articles/pdf/r_rivi.pdf

[7] Madame de Staël, citato in Benedetta Craveri, La civiltà della conversazione, Milano, Adelphi 2006