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KALONGO - UGANDA

dal 7 al 13 aprile 1994


Una mamma "in missione"

Sapevo che il cuore mi avrebbe trascinato in questo viaggio.


Sapevo che sarebbe stata un 'esperienza aIIascinante, anche se ne avevo un po'
di paura. Paura di lasciare la mia Iamiglia, i miei genitori, ma poi ho pensato
che la mia, in Iondo, anche se per me rappresentava tutto, era piccola cosa di
Ironte alla scelta radicale e totale di Padre Giuseppe.
Non sarebbe stato nemmeno un paragone da Iare, lo so, pero il pensarlo mi ha
aiutato e mi ha Iatto trasIormare questo umano timore, scaturito dai recenti tra-
gici Iatti aIricani, in preghiera e oIIerta.
Cosi come mi ha aiutato la comprensione del Rino e dei miei Iigli che, tutti e tre
unanimi, mi hanno lasciata partire.
L'appoggio morale e materiale di mia mamma e di mio papa, che ringrazio tan-
to.
La disponibilita dei miei datori di lavoro.
L'aIIetto e la preghiera di chi, a Ronago e Iuori, ha capito tutto questo e che spi -
ritualmente ha condiviso e mi e stato vicino in questa grande esperienza.
La solidarieta di Antonietta e Rosanna, i pilastri del G.A.M., il Gruppo Appog-
gio Missionario di Ronago, di cui mi sono proprio pienamente sentita "l'inviata
speciale".
Siamo partiti, Don Sergio, Erminia e io, per testimoniare la presenza di tutta
Ronago a questo suo umile e grande Iiglio. Per portargli le preghiere, le speran-
ze, le attese di ciascun ronaghese, di tutte le nostre Iamiglie, degli anziani e de-
gli ammalati. Per portargli la vicinanza della sua Iamiglia.
Quello che abbiamo ricevuto e stato molto di piu di quello che abbiamo dato.
Insieme lo scopriremo, leggendone il resoconto.
Nell'entusiasmo, avro Iorse tralasciato qualcosa di particolare, qualcuno di im-
portante.
Chiedo scusa per cio che non ho saputo cogliere, per quanti ho dimenticato ma
che comunque, in tutti i modi, Ianno parte della storia di Padre Ambrosoli.
Quello che conta e cio che e scritto nel cuore e che vorrei poter essere capace di
trasmettere a tutti, sempre d'ora in poi.
Ronago, 24.04.1994
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Giovedi, 7 aprile 1994
Stracarichi di bagagli, Don Sergio, Erminia e io ci ritroviamo in piazza, alle 13.00,
pronti a spiccare il volo.
C'e un'atmosIera carica di emozione quando salutiamo i nostri cari e la piccola, ma
graditissima, delegazione di ronaghesi che hanno voluto condividere con noi questo
momento: 1'Antonietta, la Rosanna, la Carla e il Sergio.
Il papa di Don Sergio ci accompagna in macchina Iino a Prestino, dove ci aspetta il
SeraIino Cavalieri, che dividera con noi questa esperienza e anzi la prolunghera per
oltre un mese, Iermandosi a prestare la sua opera di Ialegname. E gia alla sua settima
"missione lavorativa" a Kalongo dopo che, nel 1985, ha conosciuto Padre Giuseppe e
il suo contributo di Ialegname e carpentiere e stato molto prezioso. Ha realizzato ser-
ramenti, armadietti per la sala operatoria, ha posato pavimenti e rivestimenti per la
sala parto, aIIiancato a volte dal suo compagno Luigi. Va anche detto che per poter
aiutare in questo modo Kalongo, SeraIino deve Iermare la propria attivita, chiudendo
temporaneamente il suo laboratorio di Prestino.
E proprio li, nel suo laboratorio, che ci sono ancora pronte da caricare tre o quattro
valigie colme di medicinali e viveri per la missione. Trasbordiamo anche le nostre
sulla capiente vettura di Ambrogio, un suo amico che ci accompagna a Linate.
Lasciamo quindi Prestino mettendo il nostro viaggio e queste nostre prossime giorna-
te aIricane sotto la protezione di Dio e di Padre Giuseppe, con l'intesa di vivere soli-
dalmente e Iraternamente questa esperienza. Cosa che e sinceramente avvenuta.
A Linate eIIettuiamo le operazioni di imbarco e aIIidiamo i bagagli, che puntualmen-
te ritroveremo a Entebbe. Dopo un paio d'ore circa di attesa eccoci Iinalmente sulla
scaletta dell'aereo. Decolliamo puntualmente alle 16.30 e dopo un tranquillo volo di
poco piu di un'ora, atterriamo in una grigia e piovosa Bruxelles. Qui, 1'attesa sara
lunga (circa 4 ore) e cosi, prima di lasciare il suolo europeo, teleIoniamo a casa.
Dopo un piccolo spuntino abbiamo tutto il tempo di girare 1'aeroporto, immenso, il
cui interno pieno di negozi, stands, agenzie, bar, ecc., somiglia molto ad una citta-
mercato. C'e parecchia gente in giro, ma tutti parlano a bassa voce. Abbiamo anche il
tempo di Iare una visita alla piccola chiesetta col CrociIisso di San Damiano, alla si-
nagoga, alla chiesa protestante. Sul libro delle preghiere della cappella cattolica ab-
biamo scritto anche la nostra, per tutta la comunita di Ronago.
E quasi l'ora della chiamata: dalla sala d'attesa del cancello di imbarco intravvediamo,
attraverso i grandi Iinestroni, il "mostro" che ci portera in AIrica. E enorme, ma sem-
bra anche abbastanza aIIidabile.
Sono le 22.00 e siamo Iinalmente a bordo. Quanti pensieri si aIIacciano alla mente
adesso che stiamo per spiccare il volo piu grosso!
Decolliamo alle 22.30.
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II viaggio durera tutta la notte, ma sia 1'emozione che lo spazio angusto Ira i sedili, che il
rumore dei motori, non serviranno certo a conciliarci il sonno! Seduto accanto a noi c'e un
Iocolarino di Roma - Rocca di Papa -, un certo Gino che e diretto prima a Kampala e poi a
Nairobi. Parlando con lui scopriamo che ha conosciuto bene Don Matteo.
E, sorvolando il cielo dell'AIrica, abbiamo parlato e pensato anche ad Ambrogio, cosi come
avevo promesso alla sua mamma.
Venerdi, 8 aprile 1994
Attorno alle nostre 06.00 cominciamo la Iase di atterraggio. Scendiamo gradualmente men-
tre si sta Iacendo giorno e dagli oblo vediamo il primo pezzo di cielo aIricano, e uno squar-
cio del lago Vittoria.
Proprio a causa del lago, 1'atterraggio sara abbastanza brusco; la pista di Entebbe, situata
proprio sulle rive del lago, e piuttosto corta e questo basta a giustiIicare la brusca Irenata de-
gli aerei, appunto per evitare eventuali tuIIi Iuori programma.
Sono le 06.10 (le 07.10 locali): tocchiamo la terra aIricana!
Ad attenderci c'e Richard, un ragazzo aIricano, che regge un cartello con la scritta "Kalon-
go". Ci aiuta a prelevare i bagagli, li prende in consegna su un carrello e ci accompagna ver-
so gli uIIici doganali. Qui ci si Ia incontro una donna grossa e sorridente, che ci comunica
che all'uscita c'e un missionario che ci attende: Padre Tarcisio.
E sempre lei che si aIIianca al nostro gruppo, mentre presentiamo i bagagli al doganiere.
Sara stata la sua presenza rassicurante, sara stata la destinazione "Kalongo Hospital" che ab-
biamo pronunciato, che tutto e andato liscio. Non ci hanno nemmeno chiesto di aprire le va-
ligie. Finalmente incontriamo Padre Tarcisio, che si prendera cura delle operazioni di imbar-
co sul piccolo cessna a cinque posti che ci portera a Kalongo.
Mentre aspettiamo il terzo decollo, abbiamo la Iortuna e la gioia di incontrare Padre Luigino
Gabaglio, di Drezzo, che sta rientrando in patria. Sara lui che, una volta giunto a Bruxelles,
avvisera i nostri, inIormandoli di averci incontrati sani e salvi in terra aIricana.
Sono quasi le 07.30 (08.30 locali) quando saliamo a bordo del piccolo cessna. Don Sergio
prende posto dietro, circondato da zaini e valigie, perche da li e piu libero di Iilmare.
L'Erminia e io nei due posti centrali ed il SeraIino accanto al pilota. Portata di carico 500
kg. Noi, il pilota (per Iortuna snello e longilineo) e tutti i nostri bagagli, arriviamo a 499!
Ci alziamo in volo, ben Iissati ai sedili con le cinture di sicurezza e lasciamo Entebbe, im-
merso nel verde. L'immenso lago Vittoria si allontana. Sorvoliamo Kampala, la capitale
dell'Uganda, sparsa sulle colline: non somiglia di certo alle nostre citta.
Ci inoltriamo nell'interno. Kalongo dista circa 600 km.
Dall'alto si intravede la pista, in terra battuta di colore rossiccio, che, intersecandosi con mil-
le altre stradine che collegano villaggi e capanne, porta a Kalongo. Il pensiero corre a Padre
Giuseppe, alla prima volta che l'avra percorsa, e a tutte le altre volte, Iino all'ultima, che si e
interrotta a meta. Noi siamo sull'aereo, ma lui .........
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Stiamo sorvolando questa immensa pianura, costellata dai tetti di paglia delle capan-
ne, quando il pilota ci segnala, all'orizzonte, una grande striscia argentea: il Nilo.
Man mano che ci addentriamo, le capanne e i villaggi si diradano e per contro,
l'aspetto del Nilo si Ia piu imponente e maestoso.
Scorre, ma le sue acque sembrano immobili. Guardandolo, non puoi Iare a meno di
pensare alla mano di Dio creatore.
Nelle depressioni del terreno tutto attorno, intriso d'acqua, il sole si specchia e si ri-
Irange: pare quasi che si riIletta nell'erba.
E uno spettacolo bellissimo.
Abbiamo lasciato Ronago da quasi 20 ore e siamo in vista del villaggio di Patongo.
Qui, Padre Giuseppe e i suoi, dopo l'evacuazione, speravano di potersi Iermare per
avere un po' d'acqua. Ma non gli Iu permesso: i Iucili imposero al convoglio di prose-
guire.
Sara la voglia di arrivare, ma in lontananza scorgiamo un picco roccioso che si staglia
netto, isolato. Subito pensiamo alla montagna di Kalongo, alla montagna del vento, e
dentro ci prende una grande emozione. Ma 1'aereo non va in quella direzione, anzi lo
aggira, lasciandolo alle nostre spalle.
Ma non siamo delusi per molto: dopo un'ampia virata, ecco Kalongo sotto i nostri oc-
chi, accucciata nel verde ai piedi della montagna: un gigante che sembra proteggerla.
L'aereo vola in cerchio, abbassandosi sempre piu. Sono le 9.15 (10.15 locali) quando
dolcemente atterriamo sulla pista in terra battuta rossa!
Non crediamo ai nostri occhi e al nostro cuore: siamo circondati da un nugolo multi -
colore di bambini, donne, uomini. Due Iigure vestite di bianco si staccano dal gruppo:
sono Suor Caterina e Suor Mary Paul, che ci vengono incontro abbracciandoci Ielici.
Ed e a piedi, e al loro Iianco, che entriamo a Kalongo!
Per prima cosa ci mostrano il cimitero, dove tutto e gia stato preparato per accogliere
le spoglie di Padre Giuseppe. Non in un posto"privilegiato" ma, proprio come avreb-
be desiderato lui: in mezzo! In mezzo agli altri sacerdoti e alle suore, in mezzo alla
sua gente, al popolo che ha tanto amato!
Suor Caterina e Suor Mary Paul ci conducono poi alla casa delle suore. Qui, nel reIet-
torio, domina un grande tavolo, che raccoglie la comunita delle suore. Ci oIIrono ac-
qua e tamarindo Iresco da bere. Attorno a questo tavolo ci sentiamo anche noi come
parte di Kalongo, ascoltando le suore che ce ne parlano con tanta passione. E il pri-
mo, bellissimo impatto. Non senti neanche la stanchezza.
Incontriamo poi tanta gente, mentre Suor Caterina ci Ia strada verso la nostra casetta,
pronta ad accoglierci anche nel tocco delicato di piccole attenzioni.
Lo sguardo, il sorriso di quelli che incontriamo, le case, la chiesa, l'ospedale, anche le
piante ed i Iiori, parlano di Padre Giuseppe.
Hai la sensazione che lui sia li, che sia vivo, che non li abbia mai lasciati.
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Padre Egidio e gia a Lira, per 1'esumazione del corpo di Padre Giuseppe.
Condividiamo il pranzo con i sacerdoti: Padre Ambrogio, Don Donini, Padre Anto-
nio, Padre RaIIaele, Fratel Agostino, Padre Fabio (Ecuador), Gnther (Germania), e
con il Sig. Verroca, l'artista che ha scolpito la statua di Padre Giuseppe.
I pasti sono buoni e Irugali, iniziati e conclusi con la preghiera. Non ci si attarda a ta-
vola, perche tutti hanno il loro compito da svolgere.
Pur in mezzo a tutti i suoi impegni, Padre RaIIaele si oIIre pero di Iarci visitare il vil-
laggio li attorno.
Con la sua jeep usciamo da Kalongo e, su strade sconnesse, raggiungiamo i primi
gruppi di capanne. Anche se arriviamo inattesi, la gente ci accoglie con gioia e dispo-
nibilita. I bambini ci si Ianno attorno e una di essi, la piccola Angelina, canta per noi
la canzoncina dedicata a Padre Giuseppe. Le mamme (tra cui Enrica, sei Iigli, che il
giorno dopo ritroveremo all'ospedale, inappuntabile nella sua divisa di ostetrica) ci
Ianno entrare nelle capanne: il Iocolare (a livello del suolo) e acceso, le poche "stovi-
glie" ben riposte, la pietra per macinare il granoturco, il miglio, il sesamo, e in un an-
golo. La capanna e circolare, avvolta nella penombra.
Non ci sono letti. Questa gente dorme per terra, protetta al massimo da una stuoia,
quando c'e.
Fuori dalle capanne c'e una specie di grande cesto Iatto di rametti intrecciati: e il gra-
naio, proprieta e responsabilita esclusiva della donna. Solo lei puo accedervi e dispor-
ne, come del resto anche il lavoro dei campi grava per la maggior parte su di lei. Una
donna ha sollevato per noi il coperchio del suo granaio: dentro c'erano sei pannoc-
chie!
Riprendiamo il Iurgoncino, sul quale nel Irattempo salgono anche una decina tra bim-
bi e ragazzi. Andiamo a Iar visita alla Iamiglia di Massimino (catechista e presidente
di Azione Cattolica per quella zona). Era stato avvertito in precedenza da Padre RaI-
Iaele e ci aspetta: sullo spiazzo di terra davanti alla sua capanna c' e una grande stuoia,
circondata da alcune sedie. Lui e la moglie ci accolgono con gioia e, dopo aver prega-
to insieme (loro in acioli e noi in italiano), ci Ianno accomodare. I loro otto Iigli pren-
dono posto sulla stuoia e noi sulle sedie. Padre RaIIaele traduce per noi le parole di
Massimino e di sua moglie, che ci chiedono di pregare per il loro Iiglio Paul, che da
poco e entrato in seminario.
Lasciata questa Iamiglia, riprendiamo la via del ritorno.
La strada passa davanti alla capanna di GeoIIrey, un adolescente poliomielitico. "Non
possiamo non Iermarci", dice Padre RaIIaele, "lo Iaremmo soIIrire".
GeoIIrey e la sua Iamiglia ci accolgono Ielici. Lui e sistemato dentro una specie di
cassetta di legno e ci sorride. E contento di vederci. Suo Iratello corre subito a mo-
strarci il passeggino, con cui adesso possono portare in giro GeoIIrey.
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Ci Iermiamo anche davanti alla capanna dello "stregone". E una vecchietta magra, e vi-
vace. Da lei passano chiedendo aiuto per i malanni e talvolta, solo dopo, purtroppo, si
decidono per 1'ospedale.
Li accanto c'e una capanna in costruzione e ci Iermiamo un attimo a guardare 1 lavori.
A sera, quando gia e buio (le ore di luce sono esattamente dodici, dalle 06.00 alle 18.00),
celebriamo la messa nella cappella delle suore.
E bello recitare con loro le lodi e i vespri. C'e un'atmosIera partecipe e raccolta, che invi-
ta alla meditazione, che induce alla preghiera. Siamo contenti di essere a Kalongo.
Dopo la cena presso i padri, andiamo a Iar visita a Luca e Claudia: lui medico, di Bolo-
gna, e lei inIermiera. Ci accolgono volentieri e parliamo della loro esperienza a Kalon-
go, dell'ospedale, dove nei prossimi giorni avremo modo di incontrarli, intenti al loro la-
voro. Anche due medici aIricani lavorano all'ospedale.
Chiudiamo la giornata sulla veranda della nostra casetta, a parlare. Ma le cose da dire
sono talmente tante e cosi intense che e diIIicile esprimerle. Viene spontaneo aIIidarle
alle stelle del cielo, cosi grandi e lucenti, cosi vicine che ti par di toccarle.
Sabato, 9 aprile 1994
Gia da sei mesi il popolo e stato preparato spiritualmente per il ritorno di Padre Giusep-
pe.
Un quadro con la sua eIIigie e stato Iatto girare in tutte le 52 cappelle della missione e
tutti, cattolici e protestanti, sono andati a vederlo, cosi come Lui ha amato e aiutato tutti,
senza distinzione.
Oggi, Iin dal mattino presto, Kalongo e in Iermento. E un'alba di grande attesa. I bimbi
della Ambrosoli Memorial School, come il nostro piccolo amico Cipriano, corrono ad in-
dossare la divisa gialla e blu. Le ostetriche si aggirano indaIIarate, nell'abito azzurro e
bianco.
Tutti indossano la loro tenuta piu bella, anche se povera, e, incontrandoci, ci sorridono e
ci ringraziano di essere venuti.
Suggellano il loro aIIettuoso benvenuto con una stretta di mano e con un chiaro "AIoyo
Matek", un'esclamazione che esprime il saluto, 1'accoglienza, il ringraziamento. Gli stes-
si sentimenti che in tanti ci chiedono di portare ai suoi Iratelli, ai suoi Iamigliari.
Superiamo a Iatica l'imbarazzo quando, come e nelle loro tradizioni, ti si inchinano da-
vanti, quasi inginocchiandosi.
Nel Irattempo, presso il cortile della casa dei padri, un gruppo di almeno 40 persone, tra
cui ostetriche e inIermiere, sale sul cassone di un grosso camion. Hanno tra le mani pic-
cole corone e una croce, Iatte da loro, con i petali di Irangipane.
Partono subito per andare incontro a Padre Giuseppe a Kitgum, sul percorso Ira Lira e
Kalongo.
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Noi ci attardiamo ancora un po' nel villaggio, per cogliere tutte le espressioni, tutte le
sIumature di questa attesa. Padre Ambrogio ci comunica che una staIIetta partira in
moto: quando saranno vicini, le campane di Kalongo suoneranno, come sempre avve-
niva ad ogni rientro di Padre Giuseppe dall'Italia e da qualsiasi altra sua assenza.
Come e avvenuto quando la Scuola Ostetriche e ritornata dall'esilio di Angal.
Al segnale, ma anche molto prima, tutti si ritrovano sulla rotonda all'ingresso di Ka-
longo. Sono le 11.00 del mattino e il momento e molto solenne.
Sulla pista polverosa vediamo avanzare l'ambulanza bianca dell'ospedale: il lampeg-
giante e i Iari sono accesi. E seguita da una jeep e dal camion, da cui spuntano teste
impolverate e rami di alweto (l'albero del benvenuto).
Si Ierma alla rotonda: tutt'intorno la Iolla, i bambini, le ostetriche, le suore, le inIer-
miere, i cantori, Ianno ala e cerchio. Padre Ambrogio, in processione con gli altri sa-
cerdoti e i chierichetti, si Ia incontro a Padre Giuseppe e lo accoglie.
Anche una donna, staccatasi dal gruppo, si Ia avanti esprimendo, con una danza silen-
ziosa e molto toccante, i sentimenti di tutto il popolo.
La semplice bara di legno chiaro, su cui poggia la stola simbolo del sacerdozio, viene
quindi portata, a spalle Iino alla chiesa, accompagnata da canti composti apposita-
mente per Padre Giuseppe, da canti che non hanno bisogno di alcun commento: "Giu-
seppe, dono di Dio, hai dato la tua vita per noi e noi ti riceviamo con gioia" - "Sei
morto in Uganda come sacerdote, medico e missionario" -
Cantando, agitavano Ira le mani i rami di alweto. Nel corteo, composto, solenne e
lunghissimo, c'erano tutti: dai lattanti agli anziani, alle donne incinte, ai ciechi, agli
storpi, ai poliomielitici.
Inevitabilmente, il nostro pensiero e andato ad un altro Iestante benvenuto, ad un altro
ingresso, di circa duemila anni Ia.
Pareva che anche i numerosi Ialchi che volteggiavano sopra la montagna del vento, si
Iossero dati appuntamento per salutarlo.
Il Ieretro viene poi deposto nella chiesa. Accanto c'e la IotograIia sorridente di Padre
Giuseppe, ci sono i Iiori, le candele, ma soprattutto il calore della sua gente.
Padre Ambrogio, benedicendo la salma, pronuncia anche queste parole: "Oggi per noi
non e un giorno di lutto, ma di gioia, perche Padre Ambrosoli e tornato a casa! "
"Lui dal paradiso era gia con noi, ma adesso lo potremo andare a trovare tutti i giorni.
Adesso e ed ha accanto le suore e i padri che hanno lavorato e pregato con lui, le in-
Iermiere, le allieve, i cristiani che hanno soIIerto e lottato per conservare tutto
questo".
E qui e giusto ricordare il nome di Gino Owing, che per ben tre volte ha rischiato di
essere ucciso per aver diIeso e salvaguardato la missione e l'ospedale, dopo l'evacua-
zione.
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sC'e il canto Iinale; "Ambrosoli, salvatore delle anime,e della vita, Ambrosoli, dottore
e sacerdote. Possa Dio benedire la tua anima per sempre. Tutta la gente d'Uganda non
dimentichera mai quello che hai Iatto per loro".
Il canto Iinisce, e, nella chiesa stracolma di gente, regna il piu grande silenzio.
Ha inizio la veglia, che durera Iino a tarda sera, con un'alternanza ininterrotta di canti
e preghiere in acioli e in inglese.
Un ragazzo poliomielitico, entrato in chiesa strisciando sulle ginocchia, e rimasto li in
un angolo per ore. Cosa avra pensato, cosa avra chiesto?.
Donne e uomini, bimbi e anziani, sostano in preghiera davanti alla bara, immobili, in
ginocchio. Qualcuno posa qualche suo oggetto sul legno chiaro e poi lo ritira. Ma non
se ne va subito. Si accovaccia per terra, a lato di Padre Ambrosoli e li continua la sua
preghiera, come se stesse parlando ad un amico, ad un amico che lo ascolta.
Per onorarlo, sono arrivati da ogni parte: da Matagni, da Gulu, da Aberre, da Lira, da
Morulem, da Kampala, da Kitgum, da Omy-anima (questi ultimi, un gruppo di circa
settanta persone, hanno percorso a piedi, cantando, oltre 60 km e trionIalmente sono
entrati in chiesa, portando il loro omaggio a Padre Giuseppe "Riceviamo con gioia il
dono che Dio ci ha Iatto". Cristiani tutti, venite e vedete le opere del Signore.
Una suora aIricana ha detto: "Padre Giuseppe adesso e vicino al Signore. Chiediamo-
gli le grazie di cui abbiamo bisogno perche, cosi come ci ha aiutato prima, dando an-
che la sua stessa vita, ora che e vicino a Dio senz'altro ce le otterra".
La Iatica,il mal di piedi, la sete di chi ha camminato per poter essere qui, sono stati
oIIerti al Signore per la pace in AIrica.
Quando, a sera, insieme alle suore ci rechiamo ancora in chiesa da Padre Giuseppe,
gli inni acioli e gli inni liturgici, il rosario, le preghiere spontanee, si susseguono sen-
za posa, in un clima di grande raccoglimento, in un'atmosIera molto intensa. Anche le
suore e noi abbiamo unito la nostra voce, cantandogli un "Quando bussero" il cui te-
sto, ai miei orecchi , non ha mal trovato una aderenza cosi totale come con Padre
Giuseppe.
Piu tardi, a casa, viene a trovarci Padre Egidio Tocalli, che, con un sentimento pro-
Iondo di gratitudine verso il Signore ci descrive quanto e accaduto a Lira. Dopo aver
ottenuto tutti i regolari permessi, la salma e stata esumata. C'e stata a Lira la messa di
commiato, cui era presente anche il vescovo di quella Diocesi, una messa velata di
tristezza perche Padre Giuseppe lasciava quella comunita, ma anche una messa di rin-
graziamento perche il suo stesso desiderio, il desiderio del Comitato dell'ospedale,
del vescovo di Gulu, della Iamiglia Ambrosoli, Iinalmente si avverava.
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Un pensiero speciale lo voglio Iare a Don Donini, che con Padre Giuseppe ha condi-
viso una vita. Non parla molto ma racconta brevi e proIondi brani di vita, esperienze
comuni, testimonianze di cui con amore e rispetto Iraterni verso Padre Giuseppe, ci Ia
partecipi. Il suo tono di voce e quasi sommesso, ma le parole colpiscono nel proIon-
do, cosi come il suo sguardo, da cui traspare in tutta la sua dimensione, il legame pro-
Iessionale e spirituale con Padre Giuseppe.
Domenica, 10 aprile 1994
Fin dal mattino presto, Kalongo e pronta ad accogliere tutti. Con Padre Pazzaglia,
Suor Fausta ed un'altra sua consorella che arrivano dal Karamojong, ci dirigiamo ver-
so la pista dell'aereo.
Fra poso dovrebbero arrivare il vescovo di Gulu, Mons. Martino Luluga, e il Nunzio
Apostolico.
Mentre aspettiamo, Padre Pazzaglia ci oIIre ulteriori testimonianze sull'attivita
dell'ospedale di Kalongo, ma soprattutto sullo spirito evangelico con cui Padre Giu-
seppe ne ha portato avanti 1'attivita, insieme a tutti i suoi collaboratori, promuovendo
lo spirito di accoglienza e di amore verso ciascun malato, creando obiettivi di lavoro
e di promozione umana e proIessionale anche per la gente di qui.
Il piccolo aereo, con a bordo il Nunzio e il Vescovo, atterra.
Si Ia subito loro incontro Padre Egidio, che li accoglie a nome di tutta la comunita.
Di 11 a poco arriveranno anche l'ambasciatore, le autorita militari, quelle politiche e
governative, tra cui la Sig.ra Betty Begombe, ministro in carica per questa zona.
Come osserva giustamente Suor Caterina, dalla terra e dal cielo si sono mossi tutti per
lui. E tutti convergono verso il grande prato antistante la chiesa, dove la bara e stata
posta.
Le Ia corona una Iolla immensa di gente: le due ali, riparate da una lunga tettoia di
paglia, sono riservate agli ospiti e alle delegazioni rappresentative dei vari gruppi,
compresi quelli che animeranno la messa, mentre tutto il resto dello spazio e pieno di
gente semplice, (cattolici, protestanti, musulmani) che per ben quattro ore se ne sta li,
sotto il sole.
Grappoli di bambini, per poter vedere, se ne stanno immobili sui rami degli alberi.
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Ha inizio il discorso introduttivo di Gino Owing, che spiega chiaramente le ragioni
per cui hanno voluto che Padre Ambrosoli tornasse a Kalongo. Riassume commosso i
sentimenti del popolo, dopo l'evacuazione dell'ospedale. "Abbiamo avuto grande pau-
ra, non avevamo piu nessuno accanto a noi. Siamo rimasti orIani, il dottore non c'era
piu". "Le sole medicine che avevamo erano il Vangelo e la preghiera."
Ci siamo riuniti in gruppo per Iarci Iorti, perche non avevamo nessuno".
Comincia la Messa, concelebrata all'aperto dal Vescovo, dal Nunzio e da tutti i sacer-
doti presenti, compreso il nostro Don Sergio.
Dai lati, si staccano due gruppi: uno di bambine e uno di ragazze. Le prime sono ve-
stite da angioletti, le seconde indossano una tunica variopinta.
Saranno loro, con la loro danza delicata e ritmica, ad animare il momento del
"Gloria" e a portare all'altare il libro del Vangelo.
Segue poi l'omelia del Vescovo:
"" La liturgia che celebriamo oggi e una liturgia pasquale ed e quindi particolarmente
adatta per questo giorno. Gesu non e piu Ira i morti, ma vive! Vogliamo percio sep-
pellire Padre Ambrosoli con il pensiero di Cristo Risorto.
Padre Giuseppe e stato battezzato, e andato a scuola, ha studiato.
E diventato medico per guarire i corpi, sacerdote per salvare le anime.
Voi, anziani di Kalongo, sapete meglio di me quello che lui ha Iatto per voi.
Il suo lavoro, il suo servizio, sono conosciuti in ogni parte d'Uganda e anche Iuori
dall'Uganda.
Le capacita che aveva ricevuto dal Signore le ha messe a servizio di tutti, dei piu po-
veri, dei piu soIIerenti. E l'ha Iatto con grande umilta, senza orgoglio. Le ha sempli-
cemente donate.
La persona che ora e qui, davanti a noi, ci aiuta a guardarci dentro, a capire chi siamo.
Il mio pensiero e che dobbiamo ringraziare il Signore per questo dono grandissimo
che ci ha Iatto. Un dono per noi, per la Diocesi, per 1'Uganda intera.
Un dono che ci ha aiutato in modo cosi meraviglioso.
Voi, gente di Kalongo, dovete esserne i testimoni!
Ringrazio i suoi genitori, ringrazio Ronago - la gente e la parrocchia - che ha manda-
to il suo parroco, qui, oggi. Il loro Iiglio e venuto in mezzo a noi e qui ha trovato la
sua casa. Noi non lo dimenticheremo mai e vogliamo che rimanga qui, in mezzo a
noi.
Qui risorgera nell'ultimo giorno.
Ringrazio i Comboniani (era presente anche Padre Elia, il Superiore Provinciale),
perche hanno Iatto si che Padre Giuseppe venisse qui.
Il lavoro che lui ha cominciato non deve Iermarsi, ma preghiamo aIIinche continui e
vada avanti, non soltanto qui a Kalongo, ma in tutta la Diocesi.
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Ringrazio i governanti, i capi politici e dell'esercito che sono venuti. Quando i mis-
sionari sono arrivati qui, e il mio pensiero va anche a Padre Malandra, il governo
ha accettato la loro proposta e li ha lasciati, perche ha capito che il loro lavoro era
prezioso per la popolazione.
Ringrazio il ministro Begombe per tutto quello che ha Iatto quando si era nei pro-
blemi per ricominciare, per riaprire 1'ospedale.
Ringrazio il Papa, per la testimonianza attraverso la presenza del Nunzio. Non
pensate che sia davvero una cosa grande?. Il suo testimone qui, per questo evento!
Questo signiIica l'amore che il Papa ha per voi.
Gesu e in mezzo a noi, e c'e anche il testimone del suo rappresentante sulla terra.
Preghiamo per il Papa, preghiamo per il Sinodo che si apre oggi a Roma. Preghia-
mo per 1'AIrica, perche Dio susciti tanta Iede, la stessa Iede con cui Padre Ambro-
soli e venuto Ira noi.
Ringrazio Padre Tocalli, per essere qui a continuare l'opera di Padre Giuseppe.
Possa il suo lavoro portare tanti Irutti, ma noi dobbiamo togliere le spine dal nostro
campo, dobbiamo arare e preparare perche la semina trovi il terreno giusto.
""
Quando il Vescovo conclude la sua omelia, moltissimi si preparano a pronunciare
la preghiera dei Iedeli.
Il primo e Gino Owing, che prega aIIinche 1'insegnamento e il dono di Padre Giu-
seppe non cada nel vuoto, ma trovi posto nel cuore di tutti.
E poi la volta di un esponente del governo, di Suor Lea Zandonella, di un catechi-
sta ammalato di Aids, di un uomo di Kitgum che ha una Iiglia suora, del Vescovo
protestante: "Tu Signore, che conosci la vita di ogni uomo, che sai tutto, portalo
nella casa dei Santi, portalo in Paradiso e con lui porta anche noi, quando avremo
terminato il nostro cammino."
Un uomo della tribu" Lango: "donagli la vita eterna, non permettere che il suo
operato si Iermi, ma che vada avanti, per la salvezza dei corpi e delle anime."
La messa continua, con la processione oIIertoriale, mentre una innumerevole co-
lonna si avvicina ai due canestri, portando la propria piccola o grande oIIerta. Il
gesto oIIertoriale e stato introdotto dalla danza rituale di un gruppo di studenti
ostetriche.
Il segno della pace, e stato caratterizzato dal canto del "Morembe", che signiIica
"Ave".
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Dopo la Comunione, distribuita da sette sacerdoti, la Messa si e conclusa con un breve
riassunto della vita di Padre Giuseppe, letto in lingua acioli da P. Ambrogio.
Ecco che poi un gruppo di donne, appositamente abbigliate, si avvicina al Ieretro e da ini-
zio alla tradizionale danza Iunebre acioli, la danza che viene tributata ai grandi, ai re.
Si protrae per circa dieci minuti e la gente, li attorno, non resiste. In tantissimi si uniscono
al gruppo di donne, maniIestando cosi, nella pienezza e nel calore delle loro tradizioni, il
proprio omaggio a Padre Ambrosoli.
Il corteo si e quindi avviato verso il cimitero. Grazie alla proposta di SeraIino, per il primo
tratto abbiamo avuto noi l'onore di portare sulle spalle le spoglie mortali di Padre Giusep-
pe. Mai, come donna, avrei osato immaginare di potergli rendere questo omaggio, e soprat-
tutto mai, io che l'ho conosciuto cosi poco, che quando lo incontravo di sIuggita non riu-
scivo a domandargli niente per non rubargli quel poco tempo che passava qui, assorbito da
mille impegni, io che lo ricordo presente alla veglia del Sabato Santo 1983, quando abbia-
mo battezzato il nostro Andrea, mai avrei immaginato di poter avere questa grazia e questo
onore. Impossibile descrivere l'emozione di quel momento.
Per il resto del percorso, sulla strada rossa, il Ieretro e stato portato dai sacerdoti aIricani
ed europei, insieme.
Al cimitero, tutti si sono stretti attorno alla tomba.
Da casa, mischiata con quella dell'orto della mia inIanzia, avevo portato una manciata di
terra, simbolo e presenza di tutto Ronago, dei suoi Iamigliari, di tutti quelli che l'hanno co-
nosciuto e amato.
Padre Ambrogio ha spiegato in lingua acioli questo gesto, mentre la terra di Ronago scen-
deva accanto a Padre Giuseppe.
Un gesto che mi era stato suggerito dal cuore, ma che laggiu ha assunto un signiIicato mol-
to piu grande, soprattutto agli occhi della gente semplice, del popolo Acioli, che penso gli
abbia attribuito valore di unione e condivisione quasi nuziale con la terra d'AIrica, la stessa
terra che, spiritualmente e materialmente, abbiamo poi portato con noi, raccogliendola li
dove lui riposa.
La bara viene calata nella Iossa e un canto dolcissimo si leva: "Dio Iaccia riposare la tua
anima per sempre nella pace", accompagnando la pioggia di centinaia di petali di Irangipa-
ne che mani Iemminili spargono su di lui.
Anche qui, impossibile parlarne.
Una Iiumana di gente si e poi diretta verso l'ospedale, dove la statua di P. Giuseppe e stata
benedetta. Quando il drappo che la ricopriva e caduto, si e Iatto un grande silenzio. Poi,
pian piano, tutti, Iino a sera e anche il giorno dopo e chissa ....., anche per tutti i giorni
dopo, piccoli e grandi, donne e uomini, si sono avvicinati e avvicendati per toccare, bacia-
re, accarezzare il monumento che lo raIIigura con un bimbo tra le braccia e un anziano che
lo guarda.
Vedo le loro mani "impossessarsi" della statua e penso che il colore del bronzo e quasi
uguale al colore della loro pelle.
Sembrano una cosa sola.
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Secondo il desiderio unanime, la statua e collocata li, nel cortile dell'ospedale, davan-
ti alla sala operatoria e alla maternita, cosi che tutti, ammalati e medici, suore e sacer-
doti, partorienti e ostetriche, allieve e inIermiere, lo incontrino nel loro andirivieni
quotidiano. Lui guarda a loro e loro guardano a Lui, per trarne Iorza ed esempio.
La giornata, carica di emozioni, si e poi conclusa ritrovandoci tutti ancora sul sagrato,
dove sono stati pronunciati una serie di discorsi che hanno messo in luce le grandi
doti umane, cristiane e proIessionali di Padre Giuseppe. Lui, cosi umile e schivo, e
stato commemorato dalle diverse autorita ecclesiastiche e governative, dai sacerdoti
e dalle suore che hanno condiviso la sua scelta, il suo lavoro e la sua testimonianza,
Lui, che come ha detto Suor Lea, ha saputo apprezzare e valorizzare il lavoro e il
contributo delle donne e delle suore, lui, che avrebbe teneramente disapprovato tutti
questi onori, lui che ora appartiene a Dio, a Kalongo, ma anche alla Chiesa e al mon-
do intero, e stato inIine commemorato anche da noi che abbiamo capito li, Iino in
Iondo, il messaggio e l'eredita di questo nostro concittadino.
Un messaggio e una eredita che non dimenticheremo. Che portero ai miei Iigli, che
porteremo a Ronago aIIinche altri nostri giovani li raccolgano e li vivano, li continui-
no nella loro patria e, se Dio lo vorra, anche nella bellissima e tormentata terra d'AIri-
ca.
Lunedi, 11 aprile 1994
La notte, 1'alba sono ancora cariche delle sensazioni di queste due giornate. Non sap-
piamo quali altri incontri ci aspettano .....
Ce ne rendiamo conto inIatti, pienamente, a sera, riassumendo i doni di questa nostra
ultima giornata intera a Kalongo.
E non sono doni qualsiasi, sono i miracoli di Padre Giuseppe, i miracoli dei missiona-
ri e delle suore, i miracoli di Kalongo.
Per prima cosa andiamo a visitare l'ospedale: Suor Caterina e la nostra guida.
Ci mostra, ovviamente per prima cosa, la sala parto. Piccola ma luminosa.
Semplicissima ma "grande". Al centro ci sono quattro lettini separati da un paravento.
Su uno di essi giace una donna che ha appena partorito.
Il piccolo e tra le braccia di Suor Luisa , avvolto in panni caldi.
La sua carnagione e ancora chiara, ma ben presto si scurira. E impossibile trattenere
una carezza.
Suor Caterina ci mostra tutto con entusiasmo. L'entusiasmo di chi lavora per il Signo-
re. Ci mostra il registro delle nascite (ciclostilato in proprio!) che indica un totale di
564 bimbi nati dal 1 gennaio 1994.
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Ci guida, nella saletta termica, che Iunge da incubatrice, con le culle dei bambini pre-
maturi, nella camerata delle mamme, dove, ai piedi del letto, ci sono le piccole culle
di Ierro, ingentilite da un chiaro "volant" realizzato dal cuore materno e dalla mani in-
dustriose di Suor Caterina.
Ci spostiamo nel reparto chirurgia, dove c'e la sala operatoria. Qui Padre Giuseppe ha
trascorso la maggior parte del suo tempo. C'e una testimonianza che dice che, mentre
operava, recitava il rosario insieme a Suor Giacoma, la sua assistente.
Durante la notte c'e stata un'emergenza e adesso Claudia e una suora aIricana stanno
mettendo tutto in ordine, con un sorriso sul volto stanco e tanto olio di gomito.
Tutto nell'ospedale, e regolato da precise disposizioni. In uno stanzino attiguo alla
sala operatoria e alla sala parto ci sono gli stivali di gomma che medici e inIermiere si
inIilano, per evitare il contagio di Aids. Anche i guanti e gli strumenti vengono accu-
ratamente sterilizzati. Gli sterilizzatori, pur non essendo l'ultimo ritrovato della tecni-
ca, Iunzionano egregiamente e a pieno ritmo.
Accanto alla sala operatoria, c'e un'altra stanza, dove con cura sono riposti tutti gli
strumenti chirurgici, soprattutto quelli di Padre Giuseppe. Lui stesso aveva talvolta
modiIicato e migliorato certi strumenti (specialmente quelli per l'ortopedia) per poter-
ne ottenere le massime prestazioni e davvero, vedendoli tutti allineati, non si puo non
pensare alle mani che li usavano, non si puo non pensare a quanto sia costato, in ter-
mini di vita, questo miracolo nella savana.
Nelle camere, incontriamo Luca, mentre sta visitando i pazienti. Con lui ci sono alcu-
ne inIermiere, che lo ascoltano attentamente. Ma l'atmosIera e di quelle semplici, di
quelle umane, cosi come le parole di Luca, che ci dedica poi qualche minuto per darci
ulteriori spiegazioni e per mostrarci la piccola neonata che, dopo aver subito un deli-
cato intervento, "pare che se la stia cavando bene".
C'e il reparto pediatria, le cui pareti sono rallegrate da dipinti eseguiti dal ProI. Verro-
ca, il cui intervento artistico e visibile e gradevole in parecchi angoli di Kalongo.
L'ospedale comprende anche il reparto per i bambini malnutriti, col ventre gonIio e
gli occhi grandi. Anche per questo, non ci sono parole. Ci puo essere solo, rimorso
per il nostro consumismo e il nostro spreco. Lo spreco che Padre Giuseppe riIuggiva,
ricorrendo a mille accorgimenti, anche Iaticosi, pur di utilizzare tutto al meglio.
C'e anche il reparto per malati di Aids, alcuni in Iase terminale, come la ragazza di -
ciassettenne che morira domani.
Qui, solo l'amore e il rispetto possono entrare.
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Dentro il complesse dell'ospedale c'e un grande cortile, dove i parenti dei ricoverati
Ianno il bucato. Si preparano da mangiare sotto la tettoia che Ia da cucina. Il menu e
sempre quello; un impasto di Iarina di granoturco e di sesamo, che 1'ospedale riesce
ad integrare talvolta con un po' di Iagioli.
Il dispensario per la distribuzione dei medicinali, Iunziona a pieno ritmo, nei giorni e
nell'orario prestabiliti. La gente arriva Iin dal mattino, aspettando pazientemente il
proprio turno.
C'e poi il laboratorio analisi, l'ecograIia, i raggi X. Tutte strutture Iunzionanti col ge-
neratore di corrente elettrica.
A questo riguardo c'e da segnalare la testimonianza di Suor GenoveIIa, radiologa.
"Dopo la sosta Iorzata di tre anni, e malgrado la polvere e la sporcizia che vi si era
accumulata, gli impianti, al nostro rientro, sono partiti subito, al primo colpo."
Anche l'illuminazione e collegata al generatore, che a una certa ora della sera viene
spento. Per la luce, subentra allora 1'energia accumulata con i pannelli solari recente-
mente installati. La cosiddetta "solar light" ha una lampadina cosi minuscola che .......
sia io che 1'Erminia non 1'abbiamo neanche vista, nella nostra cameretta. Fino
all'ultima sera ci siamo inIatti arrangiate alla meglio con le torce Iino a che, casual-
mente, abbiamo scoperto di avere la Iamosa lampadina......
Va be che avremo evitato qualche puntura di zanzara in piu, ma ..... Vitto e Mariange-
la, come mai il vostro prezioso manuale che sempre abbiamo consultato e che ci ha
salvato da situazioni ben peggiori, non contemplava questa opportunita??.
Usciamo dal recinto dell'ospedale per dirigerci verso 1'ediIicio che ospita la Scuola
Ostetriche, dove Suor Caterina ci ha preceduto e ci aspetta.
La costruzione appare bassa e piccola. Sembra che sia tutto li.
Ma, appena entrati, il "retro" che sorge proprio alle pendici della montagna del vento,
ci appare in tutta la sua eIIiciente e gradevole struttura.
C'e l'uIIicio che serve a Suor Caterina per il disbrigo delle pratiche. Ma ci accorgiamo
subito che il suo tempo, il suo aiuto, e per lo piu rivolto ai bimbi e agli anziani che
bussano a quella porta.
C'e la sala ricreazione per le allieve, e poi la "Practical Demonstration Room", la sala
di dimostrazione pratica, dove le allieve si esercitano con piccoli bambolotti di gom-
ma o di stoIIa, e con strumenti didattici dell'ostetricia.
La voce di Suor Caterina, in questa sala, si riempie di commozione e di passione,
pensando a tutte le traversie che la Scuola Ostetriche ha dovuto aIIrontare, a tutti i sa-
criIici e gli sIorzi, ai risultati ottenuti, al lavoro di insegnante, all'inserimento delle ra-
gazze, agli esami, a quanto Padre Giuseppe avesse amato e diIeso questa scuola,
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che consente di preparare ostetriche qualiIicate dal punto di vista proIessionale, e altrettanto
Iormate per cio che riguarda 1'aspetto morale e cristiano, in diepsa e nel rispetto della 'vita.
Anche i Ieti di aborti spontanei, che Suor Caterina di mostra, servono a questo. Servono a
insegnare, servono a Iar capire, servono a meditare. Guardandoli, non puoi negare che anche
il piu piccolo Ira loro sia un essere umano.
E un'emozione Iortissima. E un colpo di spugna su tante ipocrisie, su tanti Ialsi pudori, cosi
come lo sono le parole schiette e il lavoro di Suor Caterina e di tante altre suore.
La vita che esse accolgono e diIendono, la vita che aiutano a crescere, la vita che, attraverso
la propria testimonianza, aiutano a rendere piu vivibile, non viene nascosta, non suscita me-
schini imbarazzi, ma e anzi 1'esplosione della Iorza creatrice di Dio.
Io che sono mamma, non avrei mai pensato ad una suora in questa mia stessa veste, moltipli-
cata all'inIinito. "Sono" madri, madri che aiutano altre madri, sono madri di innumerevoli
schiere di bambini.
Proseguiamo il nostro giro, visitando le tre aule che compongono la scuola. Vediamo anche
la piccola biblioteca in allestimento e la "sala operativa", dove ci sono la Iotocopiatrice, il
ciclostile, la macchina per scrivere. Tutte cose che servono a comunicare, ma anche a con-
densare il contenuto di tanti libri di testo, per rendere piu eIIicace lo studio delle ragazze.
Tutto 1'insieme comprende anche i reIettori, le camere delle allieve (alloggiate in
quattro/cinque per camera), i servizi.
Nel cortiletto soprastante c'e anche il pollaio, con anatre e tacchini.
Aiutante uIIiciale addetto al pollaio e Cipriano, il nostro amico tredicenne che non ci ha mai
abbandonato. Dovunque andassimo, prima o poi ce lo saremmo ritrovato al Iianco, sorriden-
te, timido, aIIettuoso. Grazie, Cipriano, per la piccola letterina che mi hai messo in mano
prima che partissi. Hai la stessa eta di mio Iiglio e, nel mio cuore, adesso ci sei anche tu.
Nel cortiletto, sul pendio della montagna, Suor Caterina ha Iatto costruire due capanne: una
(come l'aula di catechismo) ha le pareti solo Iino a una certa altezza. E quindi luminosa e
Iresca ed e li, che le ragazze hanno un posto per poter studiare tranquille. L'altra, invece, ar -
redata con quattro brandine, serve da dormitorio.
Mentre lasciamo la Scuola Ostetriche, incontriamo Padre Egidio, che sta dirigendosi verso
casa e che ci invita ad andare con lui.
Saliamo pochi gradini e, sotto un piccolo porticato (aIIrescato da Verroca con paesaggi val-
tellinesi), ci troviamo sulla soglia della stanza che Iu di Padre Giuseppe. Sulla porta, la Ioto-
graIia che lo ritrae con Padre Egidio, con una mano sulla sua spalla, quasi a volergli passare
la consegna.... Entriamo. La stanza e piccola e ingombra di libri e carte. Padre Egidio ci
spiega che, a parte la diversa disposizione del letto, era cosi anche con Padre Ambrosoli, che
trascorreva gran parte della notte scrivendo, pregando e studiando. Lo sentiamo vicino. Lo
immaginiamo qui, in quelle ore solitarie e intense. Forse anche il mio Padre Nostro, recitato
qui con Padre Egidio, Don Sergio e Erminia, e piu intenso del solito.
Dopo pranzo ci dirigiamo verso la Ambrosoli Memorial School, sperando di vedere i bimbi
intenti alle lezioni. Ma oggi e ancora vacanza per il ritorno di Padre Giuseppe. Non dovrem-
mo, ma sbirciamo un attimo dalle Iinestre. Le aule sono povere ma dignitose, con i banchi di
legno che da noi usavano quarant'anni Ia (quelli "tutti d'un pezzo", per intenderci, quelli col
piano d'appoggio obliquo).
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Andiamo quindi a vedere i due stabili che ospitano le scuole statali: la St. Theresa
Girl's School. Gli immobili sono di proprieta della Missione, che le ha aIIittate al Go-
verno.
Li Iuori c'e uno stuolo di bambini con la loro insegnante. Anche per loro e ancora va-
canza e ne approIittano per raccogliere una certa erba che cresce li attorno, e che ser-
ve da contorno (cruda o cotta) al loro pasto.
Poco distante, un gruppo di donne sta lavando le stoviglie usate il giorno prima per i
gruppi venuti da lontano alla cerimonia.
Certamente li "lo svelto" non esiste. L'unico sgrassante a disposizione e costituito da
uno stroIinaccio Iatto con Ioglie di palma..
La maestra statale ci mostra le aule scolastiche: due enormi stanzoni, completamente
vuoti, senza nemmeno uno sgabello.
Accovacciati sul pavimento, i ragazzi seguono le lezioni. Di sedia e tantomeno di cat-
tedra non se ne parla nemmeno per 1'insegnante.
La lezione viene scritta su una lavagna di cemento che occupa tutta una parete e che
costituisce l`unico pezzo di arredamento.
La notte, le aule servono anche da dormitorio per gli scolari che vengono da lontano.
Il sistema scolastico, sia quello statale che quello della Ambrosoli 's Memorial
School, rispecchia il metodo inglese: dai 3 ai 6 anni la scuola materna, poi 7 anni di
elementari (le primary), poi 4 di secondarie e inIine 2 anni di superiori. Per chi riesce
e per chi puo c'e poi l'universita, o per chi vuole diventare maestra, c'e il Teaching
Training Center, di durata triennale.
Maestre e preside ci sono anche Ira le suore aIricane. Incontriamo Suor Angelina,
Preside appunto della Ambrosoli Memorial School, coadiuvata da Suor Hellen.
E un colloquio molto bello, quello che abbiamo con loro, mentre ci Ianno accomoda-
re nel loro reIettorio.
Sono contente della nostra visitai ci parlano della scuola e di come ci sia tanto biso-
gno di materiale scolastico per i bambini. Le suore li hanno abituati a pregare per i
beneIattori e ci assicurano che, nel loro rosario quotidiano con i bimbi, pregheranno
anche per noi, per la Iamiglia Ambrosoli, per tutti i bimbi e la gente di Ronago. E
come un ponte che supera i continenti, un appuntamento ideale e reciproco, anche se
solo per un breve momento nella giornata. Le suore aIricane parlano di Kalongo, par-
lano di Padre Giuseppe, con aIIetto e devozione. Come ne parla Giulia, mamma di
Florence e nonna di "Doctorbrogioli" (un nome molto diIIuso da quelle parti, ulterio-
re segnale di riconoscenza). Non capiamo niente del suo appassionato discorso in
acioli, pero le suore ci dicono tutta la Iede che questa donna ha riposto nell'interces-
sione di Padre Giuseppe quando il suo nipotino stava male.
Sono testimonianze Iorti, testimonianze che Ianno vivere almeno in parte quello che
Padre Giuseppe e stato ed e per questo popolo, quello che deve aver soIIerto nel do-
verli lasciare.
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Suor Caterina, ha ancora qualcosa da mostrarci! il magazzino e i container cui i sol-
dati avevano dato Iuoco mentre il convoglio lasciava Kalongo.
Non potendo caricare sul camion le scorte di Iarina, di grano, di medicinali, li aveva-
no bruciati. Si vedono ancora le tracce dell'incendio che Padre Giuseppe, volgendo
indietro lo sguardo, pensava stesse divorando l'intero ospedale.
Verso l'imbrunire siamo andati al Cimitero. Lui non era solo.
Sulla sua tomba donne e bambini portavano continuamente un piccolo rametto Iiori-
to.
Insieme a Padre Egidio abbiamo recitato il rosario, ricordando ancora tutti. Tre bimbi
sono sopraggiunti in quel momento e si sono inginocchiati li accanto, le mani giunte.
Non si sono mossi Iino a quando non abbiamo Iinito e solo allora si sono alzati, cor-
rendo via con un timido sorriso.
In quel cimitero d'Uganda, ombreggiato dagli eucalipti, custodito dalla montagna del
vento e dall'immensa pianura circostante, quel rosario mi ha ricordato quello che tanti
anni Ia, nel pellegrinaggio a Lourdes con Don Matteo, abbiamo recitato davanti alla
grotta. Questo, come quello di allora, e stato uno dei piu belli della mia vita.
Vita di mamma, che in quel momento, con mille domande nel cuore, ha pensato alla
risposta di Maria, e anche alla risposta della mamma di P. Giuseppe.
A sera, per l'ultima cena a Kalongo, siamo ancora ospiti delle suore.
Con loro condividiamo prima la preghiera e la messa.
Cosi come intensa e sentita e stata per tutti la celebrazione nella piccola e ormai Iami-
liare cappella, altrettanto lo e stata la conversazione intorno alle mensa. Ci sono tutte,
tranne Suor Fausta, Suor Rosario e Suor ..... ripartite in giornata verso la loro missio-
ne in Karamojong che, a quanto pare, deve essere la zona piu arida e desolata d'Ugan-
da.
Ci sono Suor Caterina, Suor Luisa, Suor Domenica, Suor Mary Paul (irlandese)
e Suor GenoveIIa. Con entusiasmo e passione ci raccontano un po' della loro vita.
Vita di donne semplici, di donne di Iede, di suore eroiche.
Le abbiamo lasciate con nostalgia, ma il nostro pensiero, anche da casa, correra sicu-
ramente verso questi Iiori bianchi, molto piu belli della buganvillea e del Irangipane
che coloravano il loro giardino.
Solo a tarda sera abbiamo la conIerma che il piccolo cesena verra a prenderci 1'indo-
mani. L'orario certo non esiste.
Quando, nel cielo, il ronzio del suo motore sovrastera 1'instancabile Irinire delle cica-
le, sara 1'ora di andare alla pista. Sara l'ora di partire.
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Martedi,
:
12 aprile 1994
Alle 7.00 Don Sergio celebra la Messa e alle 8.00 i nostri bagagli sono gia pronti sul-
la jeep di Fratel Agostino.
Inganniamo l'attesa, che durera Iino a mezzogiorno.
Siamo nel cortile della casa dei Padri. SeraIino e tutto preso dal suo trasloco, dalla li-
sta dei lavori da Iare, dal materiale che occorre. E talmente occupato che non sentira
certo la nostra mancanza ma, nel suo abbraccio di saluto, c'e tanto aIIetto, senz'altro
ricambiato.
Anche Patrizia, dottoressa di Lecco, dislocata ad Aberre, e in procinto di ripartire con
la jeep. Le promettiamo che saluteremo per lei i "bei monti sorgenti dall'acque" ma
dentro di me penso che la luce che le brilla negli occhi azzurri sia molto piu bella del
tramonto sul lago di Como.
Kalongo e presa, dalla sua attivita quotidiana. Si ritorna alla normalita, Don Donini si
sta avviando verso l'ospedale e tutto il calore del suo saluto e in quella stretta di
mano. Anche noi vorremmo dirgli tante cose, ma a volte ci si capisce con uno sguar-
do.
Come succede con Padre Ambrogio, che con pochi discorsi ma con tanta premura ci
ha reso vivamente partecipi di questa celebrazione, nei suoi momenti piu intensi. Gra-
zie!
Grazie anche a Padre RaIIaele, che con la sua esuberanza ha animato tanti momenti, a
Padre Antonio, sempre sorridente e cordiale. Al ProI. Verroca che ci ha tenuto, com-
pagnia e che, per mia Iortuna, almeno dopo pranzo si concedeva una sigaretta....
Grazie a tutti' A tutti, anche a quelli che Iorse ho dimenticato o di cui non mi ricordo
il nome.
Per noi e stato bello stare qui con voi: e stata veramente un'oasi nella vita. Nel cuore,
adesso, ti porti tutti, tutti quelli che qui hai conosciuto, quelli che qui continuano a la-
vorare, a guarire, a insegnare, a testimoniare, ad amare e a servire il prossimo. Ti por-
ti tanti volti di bimbi, di mamme, di giovani, di uomini e di donne. Ti porti i volti de-
gli anziani e dei malati.
L'aereo e arrivato. E insieme a tutti voi che andiamo alla pista.
Non e Iacile lasciarvi: l'abbraccio o il saluto timido ne sono la conIerma.
Solo nell'abitacolo, stretta nelle cinture, posso abbracciarvi tutti con lo sguardo. Figu-
re bianche e nere che insieme si Iondono e si mescolano in un commiato commoven-
te.
Fino a che non diventate piccoli puntini, e lo sguardo si attarda ancora in quella dire-
zione, Iino a che Kalongo scompare dalla nostra vista ma non certo dalla nostra vita.
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Il viaggio di ritorno Iino a Kampala e stranamente silenzioso. Tutta l'Uganda si snoda
ancora sotto di noi e solo qualche nuvolone Ioriero di pioggia ce la nasconde un po`.
Con noi c'e anche Padre Egidio, che si reca a Kampala per ricevere due nuovi medici
che arriveranno in questi giorni dal Canada.
Dopo qualche sobbalzo dovuto al maltempo imminente, atterriamo a Entebbe alle
14.00. Il pilota, che rientra in citta, ci accompagna Iino a Kampala con il suo pulmi-
no.
Sara stato un percorso di circa mezz'ora. Dapprima abbiamo costeggiato il lago Vitto-
ria. La vegetazione qui e molto bella e ricca. Le colline, basse, sono verdi. La strada
e abbastanza traIIicata o almeno cosi ci pare, dato che non siamo abituati alla guida a
sinistra.
Dopo un po' arriviamo alla periIeria di Rampala, e purtroppo il paesaggio e cambiato;
Iile interminabili di baracche, stipate di gente, sono su entrambi i lati della strada,
come gli enormi termitai che ogni tanto ti appaiono.
Gente che si arrangia, vendendo "al mercato" i pochi oggetti che ha, allineati sul ter-
reno. L'unica industria che da lavoro a un certo numero di persone e una grossa Iab-
brica di sapone.
Gli altri vivono alla giornata o costruiscono casse da morto, visto che il legname c' e e
che non ci sono invece altre risorse, tranne Iorse quella di poter possedere una bici-
cletta-taxi. Le risorse ci sarebbero anche, e una di queste potrebbe essere il turismo,
ma tutto e compromesso dalla precarieta dovuta alle continue guerriglie.
La bidonville scorre dai Iinestrini, insieme alle cataste di casse da morto.
Dopo essersi consultato con Padre Egidio (che per Iortuna e venuto con noi), il nostro
autista ci lascia al posto pubblico dei taxi.
E una squallida e popolata piazzetta. Subito ci si Ianno incontro due giovani, che ci
propongono di salire sul loro taxi.
A dire il vero e talmente scassato e poi gia in parte occupato che Padre Egidio riesce a
dissuaderli e a scegliere un mezzo libero, li accanto. Non e che le sue condizioni sia-
no migliori. E un pulmino a sette/otto posti, alquanto squinternato. Pare che il prez-
zo della corsa preveda anche un piccolo riIornimento di carburante..., a seconda della
lunghezza del tragitto. Questi viaggiano anche in super-riserva, perche il pieno sareb-
be veramente un lusso che non possono permettersi. Bene o male noi e i nostri baga-
gli (Ira cui un cestino di Iiori e pianticelle aIricane oIIertoci dalle suore) prendiamo
posto. Il tisico tossire del motore non e molto piu rassicurante delle portiere sIondate
e traballanti ma, grazie a Dio, dopo qualche spericolata gincana Ira le "rotonde" inta-
sate del centro, arriviamo al quartiere Imbuya, dove c'e la casa dei missionari Combo-
niani.
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Ci accolgono premurosi e subito si capisce che e si una casa di preghiera e di lavoro,
ma anche un casa abituata all'ospitalita. Troviamo il pasto caldo (sono le 15.30) e le
nostre camerette pronte.
Dopo esserci sistemati, il Padre Lubich ci porta nel suo "magazzino" dove possiamo
acquistare qualche oggetto per il prossimo banco vendita ronaghese. Compriamo li
anche le cartoline.
Prima di cena andiamo a salutare anche le suore, che vivono in un altro padiglione e a
cui riesco inIine ad aIIidare il pacco per Suor Amelia. Non c'e dubbio che arrivera in
Kenya. La suora superiora mi dice che il sistema di posta aerea "via-consorella" ha
sempre Iunzionato egregiamente.
Troviamo Suor Giulia, di Lurate Caccivio, che conosce benissimo Suor Amelia e che
manda i suoi saluti al parroco di Lurate, Don Nello. Suor Pierangela, che l'indomani,
con il nostro stesso volo, rientrera in Italia.
Prima di cena c'e la recita delle lodi, nella cappella dei Padri e poi ci ritroviamo assie-
me a loro a parlare della nostra e della loro esperienza.
Chiacchieriamo sul terrazzo Iino a che, anche la capitale, rimane al buio.
Mercoledi, 13 aprile 1994
Ci alziamo presto. Subito dopo colazione, Padre Tarcisio ci accompagna all'aeropor-
to. Il viaggio con lui e molto piu sereno. Anche Padre Egidio ci accompagna.
All'aeroporto, non ci sono grandi Iormalita (malgrado l'evidente contrabbando di Iiori
esotici), tranne Iorse lo sguardo un po' severo dei Iunzionari di polizia. Chissa? Non
pensiamo di esserci comportati da ospiti indesiderabili. Forse ... siamo talmente gra-
diti che non vorrebbero piu lasciarci andar via...
Ma tutto va per il suo verso e dobbiamo salutare Padre Tarcisio e Padre Egidio. Ma
nel cuore verra anche lui con noi, perche anche a Ronago o in Valtellina, ci torneran-
no alla mente le sue parole pacate e serene, la sua Iiducia nelle opere di Dio, il suo
sorriso sempre acceso, anche se il lavoro da Iare e tanto. La mano sulla spalla e una
grande consegna, ma l'aiuto di quella mano, siamo certi, non ti manchera mai, Padre
Egidio.
E neanche la nostra preghiera.
./.
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Decolliamo con un'ora di ritardo (sono le 11.30 locali) e tutto procede regolarmente.
Il volo, questa volta di giorno, sembra meno lungo.
Leggiamo e parliamo.
Solo la Iase di preparazione all'atterraggio (caratterizzata dagli ormai collaudati vuoti
d'aria) e piuttosto lunga, a causa dell'intenso traIIico aereo a Bruxelles.
Facciamo pero in tempo a presentarci al cancello d'imbarco per Milano perche, Iortu-
natamente, 1'aereo in partenza ha un ritardo di un'ora e mezza.
Sono le nostre 19.30 quando teleIono al Rino per dirgli che stiamo arrivando. Credo
di essermi perIino dimenticata di dirgli ciao.
Colpa dell'emozione e della Iretta di arrivare.
Decolliamo da Bruxelles alle 21.30 e in poco piu di un'ora siamo a Milano, dove ad
attenderci ci sono il Rino e il papa del Don, insieme naturalmente al Saverio e
all'Andrea.
Li scorgiamo al di la della vetrata, ma ancora non possiamo raggiungerli.
A quanto pare, la valigia di Don Sergio viene data per dispersa.
Col gentile aiuto di un impiegato dell'uIIicio bagagli scomparsi, perdiamo un po' di
tempo per compilare i moduli di denuncia, quand'ecco che la valigia mancante arriva
solitaria, con ..... l'ultimo nastro.
Non manca piu niente e ... Iinalmente possiamo riabbracciare i nostri cari.
E l'una di notte quando arriviamo a Ronago.
Si conclude una delle piu proIonde e signiIicative esperienze della mia vita, sia sul
piano umano che su quello spirituale.
Ben altro avranno passato i due coniugi volontari milanesi che abbiamo incontrato a
Bruxelles, provenienti dal Ruanda, dove i militari belgi erano andati a liberarli. Ci
hanno detto:"Noi veniamo via dall'inIerno".
A Kalongo invece, Dio e Padre Giuseppe ci hanno Iatto trovare e gustare un pezzo di
Ciclo, mettendoci nel cuore l'ardore di Emmaus.
Sta a noi, adesso, tenere accesa e viva questa Iiamma, sta a noi moltiplicarla.
Ronago, 24.04.1994

1) Qui giace il corpo di colui che, come Gesu, e morto per il suo gregge
2) Ambrosoli il salvatore delle anime. Ambrosoli, il salvatore delle vite.
Ambrosoli, il medico e il sacerdote.
Possa Dio benedire la tua anima per sempre.
3) Manchi molto a tutti i tuoi cristiani,
ai tuoi pazienti, ai tuoi compagni.
4) Tutta la gente d'Uganda non dimentichera mai
quello che hai Iatto per loro.
5) Sei stato il servitore di tutti, DIO FACCIA RIPOSARE LA TUA ANIMA
di tutte le tribu e le razze, NELLA PACE
senza discriminazione. 1) Hai lavorato instancabilmente,
notte e giorno
per salvare delle vite
2) La gente veniva da tutte le parti,
a Kalongo
in cerca di te.
3) Adesso non sei piu Ira noi.
Dio ti conceda il riposo nella vita eterna
4) Questo adesso e il nostro compito:
di pregare Dio per te e per tutti quelli
che sono morti