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QUADERNO AIN n.

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SECOLO SCIENZA E TECNOLOGIA n. 6-2008
1

La consapevolezza del ruolo
che l’energia nucleare svolge
per assicurare il
soddisfacimento dei
fabbisogni elettrici in modo
sostenibile sul piano
economico e ambientale è
riflessa in molte prese di
posizione in ambito politico
internazionale.
Nel marzo 2007 l’Unione
Europea ha sottoscritto una
risoluzione sulla limitazione
delle emissioni di gas serra
con orizzonte 2020 nel cui
ambito l’energia nucleare,
insieme alle fonti rinnovabili,
è indicata come mezzo per il
conseguimento degli obiettivi
di riduzione.
Nel 2007 il G7 ha ribadito più
volte che il nucleare è una
fonte indispensabile al fine di
assicurare la sicurezza delle
forniture di energia elettrica e
di contrastare i cambiamenti
climatici.
Lo stesso anno il Parlamento
europeo ha approvato a larga
maggioranza un documento
nel quale si dichiara che
l’energia nucleare è
indispensabile nel medio
termine “per ragioni
economiche e ambientali” al
soddisfacimento del
fabbisogno di energia
dell’Europa.
Anche l’International Panel on
Climate Change (IPCC)
dell’ONU, nel rapporto di
sintesi conclusivo approvato a
Valencia il 17 novembre 2007,
ha riconosciuto la necessità un
mix produttivo che includa
anche l’energia nucleare.
EQUAZIONE ENERGIA-ECONOMIA-AMBIENTE

L’ENERGIA NUCLEARE
SERVE ALL’ECONOMIA
E ALLA SOSTENIBILITÀ
L’energia nucleare nel mondo

L’energia nucleare riveste nei paesi
industrializzati un ruolo fondamen-
tale nel soddisfacimento del fabbiso-
gno di energia elettrica in condizioni
di sostenibilità economica e ambien-
tale. Il contributo nucleare alla pro-
duzione elettrica è stato nel 2007 del
33% in Europa (dove il nucleare è
stata la prima fonte di produzione,
davanti al carbone), del 24% nei pa-
esi dell’OCSE (l’organizzazione della
quale fanno parte i 27 paesi più in-
dustrializzati del mondo) e del 16% a
livello mondiale. Attualmente (dati
IAEA al 30.05.2008) nel mondo ci
sono 439 reattori in funzione in 32
paesi, 36 reattori in costruzione in
14 paesi (tra cui 11 in Europa), 93 re-
attori in progetto in 14 paesi e 218
reattori in opzione in 23 paesi.
La maggior parte dei paesi indu-
striali ricava dal nucleare quote con-
sistenti della produzione elettrica. Il
disastro di Chernobyl, pur motivan-
do approfondite riflessioni in tutti i
paesi che avevano impianti nucleari
in esercizio, non ha avuto effetti par-
ASSOCIAZIONE
ITALIANA
NUCLEARE

QUADERNO N. 1
AIN
Contributo nucle-
are alla produ-
zione di energia
elettrica al
30.05.2008
(fonte : ONU-
IAEA, 2008).
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ticolari sull’evoluzione dei program-
mi. Dal 1986 (anno del disastro) al
2008 la potenza nucleare in funzio-
ne nel mondo è passata da 250 a 372
GWe, con una crescita di circa il
49%.

Costo del kWh nucleare

Il costo di produzione del kWh di
fonte nucleare è stato valutato fra il
1997 e il 2007 nei seguenti studi na-
zionali e internazionali.

1. 1997: industria elettrica europea
(UNIPEDE);
2. 1999: Siemens (Germania);
3. 2000: Institute for Public Policy,
Rice University (USA);
4. 2000: Lappeenranta University
of Technology (Fin-landia, ag-
giornato nel 2003);
5. 2002: UK Performance and In-
novation Unit (Regno Unito);
6. 2002: Scully Capital (USA);
7. 2003: Lappeenranta University
of Technology (Finlandia);
8. 2003: Segretariato all’Energia
(Francia);
9. 2003: Massachusetts Institute
of Technology (USA);
10. 2004: Royal Academy of Engi-
neers (Regno Unito)
11. 2004: University of Chicago, fi-
nanziato dall’US-DOE (USA);
12. 2004: CERI - Canadian Energy
Research Institute (Canada);
13. 2005: OCSE-NEA / ONU-IAEA;
14. 2005: Business Case for Early
Orders of New Nuclear Reactors,
OXERA;
15. 2006: Studio OCSE-NEA;
16. 2007: Commissione Europea;
17. 2007: World Energy Council.
Contributi alla
produzione elet-
trica mondiale
nel 2006 (fonte:
IEA, 2007).
Contributi alla
produzione elet-
trica in Europa
nel 2006 (fonte:
IEA, 2007).
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cleare rispetto alle altre fonti di pro-
duzione elettrica prese in esame,
convenienza che si accentua se si
considera il costo delle emissioni e
l’incremento del costo delle fonti
fossili intervenuto dal 2003 ad oggi.
Lo studio OCSE 2006 è uno studio
comparativo su nucleare, carbone e
gas che fa riferimento alle condizioni
locali in una quindicina di paesi.
Considerando un tasso di sconto pa-
ri al 5% (condizioni più favorevoli al
nucleare, caratterizzato da alti costi
di investimento) e tutte le compo-

I risultati degli studi indicati con i
numeri 5, 7, 8, 9, 10, 11, 15 sono ri-
portati graficamente in questa pagi-
na. La retta di interpolazione con-
sente di quantificare il costo medio
del kWh di origine nucleare fra 1,3 e
3,7 c£/kWh (ovvero fra 1,6 e 4,7 c€/
kWh, al cambio 1 £ = 1,261 €) al va-
riare del tasso di sconto (costo del
denaro) fra il 4% e il 13%.
Lo studio svolto nel 2000 e aggior-
nato nel 2003 dalla Lappeenranta
University of Technology (Finlan-
dia) mostra la convenienza del nu-
Potenza nucleare
(MWe) in eserci-
zio, in costruzio-
ne, in progetto e
in opzione nel
mondo
al 30.05.2008
(fonte: ONU-
IAEA, 2008).
Valutazioni del
costo di produ-
zione dell’energia
elettronucleare al
variare del tasso
di sconto (fonte:
studi citati nel
testo).
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termoelettriche convenzionali. Ad e-
sempio, la centrale EPR da 1.600
MW in costruzione in Finlandia ha
un costo complessivo a preventivo di
circa 3,2 miliardi di euro. Gli alti co-
sti di impianto non costituiscono
tuttavia un deterrente economico
per i paesi che non hanno fonti ener-
getiche proprie. Infatti, poiché l’88%
del costo del kWh nucleare è dato
dai costi di impianto e dai costi di e-
sercizio, questa componente rappre-
senta un investimento fatto in sede
nazionale. Viceversa, per il kWh di
origine fossile, il 72% nel caso del
gas e il 45% nel caso del carbone è
dato dal costo del combustibile, e
quindi, per i paesi che importano le
fonti fossili, costituisce un esborso
netto verso l’estero.
Un altro vantaggio associato al nu-
cleare rispetto alle fonti fossili è la
scarsa sensibilità del costo del kWh
rispetto alle variazioni del prezzo del
combustibile. Il costo degli elementi
di combustibile influisce poco (circa
il 15%) sul costo del kWh nucleare,
che è determinato essenzialmente
dai costi di impianto e di esercizio
(88%). Di conseguenza, mentre per
una centrale termoelettrica il rad-
doppio del costo del combustibile
comporta un aumento compreso fra
il 45% (se utilizza carbone) e il 72%
(se utilizza gas) del costo del kWh,
nenti di costo (impianto, esercizio e
manutenzione, combustibile) ai
prezzi 2004, i costi di produzione
sono i seguenti (l’intervallo di varia-
zione è legato alle particolari condi-
zioni del mercato locale):

nucleare: 2,3-3,6 c$/kWh
carbone: 2,2-4,8 c$/kWh
gas (c. comb.): 3,9-5,7 c$/kWh

Considerando un tasso di sconto del
10% (condizione meno favorevole al
nucleare) i costi di produzione si
modificano come segue:

nucleare: 3,1-5,4 c$/kWh
carbone: 2,7-5,9 c$/kWh
gas (c. comb.): 4,3-6,0 c$/kWh

Dalle valutazioni emerge una so-
stanziale equivalenza del costo del
chilowattora nucleare rispetto a
quello prodotto con centrali a carbo-
ne (che sono le più economiche fra
le centrali termoelettriche) o a gas a
ciclo combinato. Ma la competitivi-
tà del nucleare si accentua ancora u-
na volta se si considerano gli effetti
della “carbon tax” e gli aumenti del
costo delle fonti fossili intervenuti
dal 2004 ad oggi.
Le centrali nucleari sono caratteriz-
zate da costi di impianto molto più
elevati di quelli tipici delle centrali
Costi di produ-
zione dell’energia
elettrica in 14
paesi dell’OCSE a
prezzi dei combu-
stibili 2004
(fonte: OCSE,
2006).
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per una cent ral e nucl eare
l’incremento del costo del kWh è li-
mitato al 12%. Ancora meno signifi-
cativa è l’influenza del costo
dell’uranio, che incide per circa il 5%
sulla formazione del costo del kWh.
Il raddoppio del prezzo dell’uranio
determina quindi un aumento del
costo del kWh non superiore al 5%.
Altre componenti di costo che ri-
guardano specificamente le centrali
nucleari sono date dai costi relativi
alla gestione dei rifiuti radioattivi
(combustibile irraggiato, rifiuti di e-
sercizio) e allo smantellamento
dell’impianto al termine della vita u-
tile. In attuazione delle direttive e-
manate in ambito internazionale,
questi costi sono finanziati attraver-
so l’accantonamento di una quota
parte del ricavato dalla vendita
dell’energia elettrica prodotta. Ciò si
Costi di produ-
zione dell’energia
elettrica e varia-
zioni al variare
del costo del
combustibile
(fonte: Finlandia,
Lappeenranta
University of Te-
chnology 2003,
prezzi 2003, tas-
so di sconto 5%,
costo delle emis-
sioni 20 €/t CO2,
eolico 2.500 ore/
anno di funzio-
namento).
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potenza degli impianti esistenti e per
il 57% dall’aumento del fattore di ca-
rico degli impianti.
Negli ultimi decenni la produzione
di energia da fonte nucleare ha con-
tinuato ad aumentare più rapida-
mente di quanto siano aumentati il
numero e la potenza complessiva de-
gli impianti in esercizio. Ciò è dovu-
to all’aumento dell’efficienza com-
plessiva degli impianti in esercizio e
al prolungamento della loro vita uti-
le che, progettata inizialmente per
un periodo di 30 anni, è stata suc-
cessivamente estesa a 50-60 anni.
Un indicatore dell’efficienza di fun-
zionamento degli impianti nucleari è
il cosiddetto “fattore di carico” (o
“fattore di utilizzazione”), definito
come rapporto fra l’energia elettrica
effettivamente prodotta in un im-
pianto in un anno e l’energia teorica-
mente producibile dal medesimo
impianto nell’ipotesi di funziona-
mento continuo a piena potenza per
8.760 ore all’anno. Grazie ad accor-
gimenti di tipo impiantistico e ge-
stionale (allungamento dei cicli di ir-
raggiamento, diminuzione del nu-
meroe della durata delle fermate per
manutenzione programmata) il fat-
tore di carico medio mondiale degli
impianti nucleari è passato dal 53%
nel 1970 all’85% nel 2007. Circa un
terzo dei reattori in funzione nel
mondo presenta oggi fattori di cari-
co superiori al 90%, mentre i restan-
traduce in un incremento del costo
di produzione del kWh da fonte nu-
cleare quantificabile 0,1 c$/kWh per
la gestione dei rifiuti radioattivi e di
altri 0,1-0,2 c$/kWh per lo smantel-
lamento dell’impianto a fine vita.
Non si tratta quindi di costi partico-
larmente significativi.

Efficienza degli impianti

Fra il 1990 e il 2006 la potenza nu-
cleare installata nel mondo è cre-
sciuta del 13,5% mentre la produzio-
ne di energia elettrica dagli impianti
nucleari in esercizio è cresciuta del
40% (dati ONU-IAEA 2007) . I con-
tributi relativi a questa crescita sono
venuti per il 36% dalle nuove costru-
zioni, per il 7% dall’aumento della
Aumento del fat-
tore di utilizza-
zione degli im-
pianti elettronu-
cleari a livello
mondiale (fonte:
ONU-IAEA,
2008).
Contributi
all’incremento
della produzione
elettronucleare a
livello mondiale
(fonte: ONU-
IAEA, 2008).
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ti due terzi hanno fattori di carico
superiori al 75%. Particolarmente
sensibile è stato negli ultimi 15 anni
il miglioramento della performance
dei 104 reattori statunitensi, con un
fattore di carico medio passato dal
65% nel 1990 al 91,5% nel 2006.
Delle tre componenti del costo del
kWh nucleare (capitale investito, co-
sti di esercizio e manutenzione, co-
sto del combustibile) quella di gran
lunga prevalente è il costo del capi-
tale (58% nello studio finlandese).
Ciò significa che, trascorso il periodo
di ammortamento dell’impianto (20
-30 anni), il costo del kWh si riduce
del 58%. Vi è quindi un grande inte-
resse a prolungare la vita operativa
dei reattori ben oltre i trenta anni i-
nizialmente previsti nei progetti. In
genere ciò è possibile attraverso la
sostituzione di alcuni componenti,
l’ammodernamento della strumen-
tazione e una verifica approfondita
dello stato dell’impianto. Negli USA
l’autorità di controllo nucleare
(NRC) ha finora concesso un pro-
lungamento di 20 anni della licenza
di esercizio alla metà dei 104 reatto-
ri in funzione ed ha attualmente
all’esame analoghe richieste per i re-
stanti reattori.
Il sensibile miglioramento del tasso
di sfruttamento del combustibile ha
portato la produzione elettronuclea-
re negli impianti PWR (i più diffusi)
da valori di circa 500 kWh per
grammo di combustibile nel 1970 a
valori di 1.000 kWh per grammo di
combustibile nel 2006 (dati ONU-
IAEA 2007). Ciò significa che da una
stessa quantità di combustibile si
produce oggi il doppio dell’energia
elettrica che si produceva nel 1970.
Il tasso di sfruttamento del combu-
stibile dovrebbe raggiungere i 1.500
kWh/g entro una decina d’anni. Pro-
durre più energia per unità di massa
del combustibile comporta diversi
benefici: migliore sfruttamento delle
risorse uranifere, riduzione dei costi
del combustibile e periodi di funzio-
namento più prolungati fra una rica-
rica e l’altra: si è già passati da una
ricarica all’anno a una ogni 18 mesi
e si conta di arrivare entro qualche
anno a una ricarica ogni due o più
anni.

Disponibilità di combustibile

L’edizione 2006 del “Red Book”,
pubblicato in collaborazione da O-
NU-IAEA e OCSE-NEA, che costi-
tuisce la pubblicazione di riferimen-
to a livello internazionale sulle riser-
ve di uranio, indica che le risorse u-
ranifere estraibili a costi non supe-
riori a 130 $/kg attualmente accer-
tate a livello mondiale ammontano a
5,5 milioni di tonnellate, mentre le
risorse estraibili a costi di poco su-
Miglioramenti
nell’utilizzazione
del combustibile
nucleare (fonte:
ONU-IAEA,
2008).
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orizzonte temporale di sfruttamento
pressoché illimitato, e comunque su-
periore a quello di ogni altra fonte e-
nergetica impiegabile su vasta scala.
La durata delle risorse fissili si pro-
lunga praticamente all’infinito se si
considera che l’uranio è presente
nell’acqua degli oceani con una con-
centrazione di circa 13 mg/m
3
. Si va-
luta che in questa forma sia disponi-
bile un quantitativo di uranio pari a
1.000 volte le risorse minerarie esi-
stenti. I ricercatori giapponesi han-
no già messo a punto una tecnica di
separazione che consente di ricavare
uranio al costo di 220$/kh, con la
prospettiva di arrivare entro alcuni
anni a un costo di estrazione di 132
$/kg.
Negli ultimi due decenni è gradual-
mente aumentato l’impiego di com-
bustibile ad ossidi misti di uranio e
plutonio (MOX), al fine di valorizza-
re gli stock di plutonio accumulati
attraverso il ritrattamento del com-
bustibile esaurito, ma anche di uti-
lizzare a fini energetici il plutonio
derivante dallo smantellamento del-
le testate nucleari, che solo in questo
modo può essere definitivamente di-
strutto.
Per ragioni connesse con l’otti-
mizzazione dello sfruttamento del
combustibile nucleare e con la ridu-
periori a 130 $/kg sono stimate in
10,5 milioni di tonnellate.
Al tasso attuale di utilizzazione (il
fabbisogno mondiale di uranio nel
2006 è stato di circa 65.000 tonnel-
late) le risorse minerarie estraibili a
costi non superiori a 130 $/kg baste-
rebbero per 85 anni e quelle totali
per 250 anni.
Un prolungamento sostanziale della
durata delle risorse è legato alla
prossima introduzione (2030) dei
reattori della quarta generazione. I
reattori attualmente in funzione nel
mondo utilizzano infatti come com-
bustibile l’uranio-235, che rappre-
senta solo lo 0,7% dell’uranio natu-
rale. L’entrata in funzione dei reat-
tori veloci della quarta generazione
(la cui tecnologia è stata già svilup-
pata negli anni Ottanta con il reatto-
re Superphénix) consentirà lo sfrut-
tamento dell’uranio-238 (99,3%
dell’uranio naturale) moltiplicando
teoricamente per un fattore 60 la
durata delle riserve di uranio. L’uso
di combustibili a base di uranio e to-
rio (il cui ciclo è stato studiato in
molti paesi, fra cui l’Italia) avrà
l’effetto di ampliare ulteriormente le
riserve di combustibile nucleare, es-
sendo il torio 3,5 volte più abbon-
dante in natura dell’uranio.
Il nucleare da fissione ha dunque un
Situazione cor-
rente delle risor-
se uranifere.
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zione della produzione di materiali
ad alta attività, si va affermando in
tutto il mondo l’adozione del ciclo
chiuso del combustibile, in alternati-
va allo smaltimento del combustibile
esaurito tal quale.
Il concetto del ciclo chiuso prevede il
ritrattamento del combustibile sca-
ricato dai reattori, processo finaliz-
zato al recupero dell’uranio 238
(95% del combustibile scaricato),
dell’uranio 235 non fissionato (1%) e
del plutonio prodotto nel reattore
(1%). Uranio e plutonio sono riutiliz-
zati per fabbricare combustibile fre-
sco (di tipo MOX) e in tal modo il
problema dello smaltimento di ma-
teriali ad alta attività si pone solo
per i prodotti non riutilizzabili (3%),
che costituiscono le cosiddette
“scorie ad alta attività”, mentre il
97% del combustibile nucleare esau-
rito è riciclato per fabbricare nuovo
combustibile.

I materiali radioattivi

Il problema dei rifiuti radioattivi si
pone per quantitativi molto limitati,
inferiori di diversi ordini di grandez-
za ai quantitativi di rifiuti prodotti
nelle centrali termoelettriche con-
venzionali.
Contrariamente a quanto avviene
per i materiali prodotti dalle centrali
convenzionali, la pericolosità dei
materiali radioattivi decresce nel
tempo fino ad annullarsi. Per alcune
sostanze il tempo di decadimento è
molto rapido (qualche giorno), per
altre è invece molto lungo (centinaia
di migliaia di anni). Smaltire i mate-
riali radioattivi significa pertanto
sottoporli a trattamento adeguato e
isolarli dalla biosfera per il tempo
necessario a consentire il decadi-
mento della radioattività fino a livel-
li confrontabili con quelli del mine-
rale di uranio originale.

I materiali a bassa e media attività

I materiali a bassa e media attività
(il 95% dei materiali radioattivi pro-
dotti negli impianti nucleari) subi-
scono un trattamento di concentra-
zione, compattazione e stabilizzazio-
ne all’interno di fusti di acciaio me-
diante colaggio di una matrice ce-
mentizia.
I fusti condizionati sono inseriti
all’interno di cassoni in calcestruzzo
(moduli di deposito) che sono a loro
volta impilati all’interno di vasconi
Composizione del
combustibile nu-
cleare esaurito.
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li dalla biosfera per 300 anni; tra-
scorso questo periodo i materiali
hanno raggiunto livelli di radioatti-
vità analoghi a quelli del fondo natu-
rale.

I materiali ad alta attività

I materiali ad alta attività (il 5% dei
materiali radioattivi prodotti negli
impianti nucleari) derivano princi-
palmente dal ritrattamento del com-
bustibile nucleare esaurito. Dopo la
in calcestruzzo (unità di deposito).
Quando le unità di deposito sono
riempite vengono chiuse con coper-
chi in calcestruzzo, impermeabiliz-
zate e coperte con uno strato di ter-
reno.
I depositi definitivi per materiali a
bassa e media attività sono di tipo
superficiale (Francia, Spagna) o sot-
terraneo (Germania, Svezia). Depo-
siti di questo tipo sono in esercizio
in quasi tutti i paesi industriali. Essi
sono progettati per isolare i materia-
MOVIMENTAZIONE DI COMBUSTIBILE E PRODUZIONE DI RESIDUI
NELLE CENTRALI NUCLEARI E TERMOELETTRICHE

Centrale nucleare da 1.000 MWe:

combustibile movimentato 20 t
produzione di rifiuti ad alta attività 2 t
produzione di rifiuti a bassa e media attività 20 t
rilasci di radioattività (effluenti a lunga vita) 2 GBq

Centrale termoelettrica (gas, olio, carbone) da 1.000 MWe:

combustibile movimentato 1-2 Mt
produzione di CO
2
4-7 Mt
produzione di CO 600-2.000 t
produzione ossidi di zolfo 4.500-120.000 t
produzione di ossidi di azoto 4.000-27.000 t
rilascio di particolati in atmosfera 1.500-5.000 t
produzione di ceneri 25.000-100.000 t
metalli pesanti nelle ceneri 1-400 t
radioattività (a lunga vita) nelle ceneri 1-50 GBq
Condizionamento
e stoccaggio defi-
nitivo dei mate-
riali radioattivi a
bassa e media
attività.
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separazione delle componenti riuti-
lizzabili (97% del combustibile esau-
rito) la parte residua (3%) è ingloba-
ta a caldo in una matrice di vetro
minerale all’interno di un contenito-
re in acciaio (flask). Il contenitore è
chiuso mediante saldatura ed è avvi-
ato al deposito temporaneo.
I flask sono successivamente inseriti
all’interno di contenitori cilindrici
corazzati (cask) adatti al trasporto e
allo stoccaggio di lungo termine
all’interno di depositi idonei.
Per lo smaltimento definitivo è in fa-
se di studio in molti paesi lo smalti-
mento geologico, in cui la funzione
di isolamento dei materiali è affidata
a formazioni geologiche profonde
(di argilla, salgemma o granito) sta-
bili per milioni di anni.
L’unico deposito geologico attual-
mente in funzione si trova nel New
Mexico (USA) ma ha lo scopo di o-
spitare i materiali derivanti dai pro-
grammi militari, non quelli derivanti
dalle centrali nucleari.
Il motivo per il quale nessun paese
ha finora realizzato depositi geologi-
ci per i materiali provenienti dalle
centrali nucleari è che al momento
non sono necessari, dato che i mate-
riali, prodotti in modeste quantità,
continuano ad essere agevolmente
stoccati presso gli stessi impianti.

Sviluppi della ricerca

Il problema delle scorie ad alta atti-
vità è in via di soluzione sistematica
attraverso le ricerche in corso sulla
separazione e sulla trasmutazione
delle componenti ad alta attività e a
lunga vita. Le tecniche in fase di svi-
luppo in Francia, Regno Unito e Sta-
ti Uniti consentiranno di ridurre il
tempo di decadimento degli attinidi
a circa 300 anni, analogo a quello
dei materiali a media attività.
Il tempo nel quale la radioattività
del combustibile nucleare irraggiato
- così come è scaricato dal reattore -
si riduce a quella del minerale di u-
ranio originale è quantificabile in
circa 200 mila anni. Se tuttavia si
separano e si riutilizzano l’uranio e il
plutonio, il tempo di decadimento si
riduce a circa 10 mila anni. Se inol-
tre si riesce a trasformare gli attinidi
Cask per il tra-
sporto e lo stoc-
caggio di lungo
periodo dei ma-
teriali radioattivi
ad alta attività
vetrificati.
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Ad essi hanno fatto seguito negli an-
ni Settanta gli impianti della secon-
da generazione, caratterizzati da u-
na potenza unitaria di 500-1.000
MW. Negli anni Ottanta sono stati
sviluppati i reattori di terza genera-
zione, aventi una potenza di 1.200-
1.600 MW, tuttora in corso di realiz-
zazione in tutto il mondo.
Sulla base dell’esperienza condotta
negli impianti in esercizio,
l’evoluzione tecnologica ha progres-
sivamente incorporato caratteristi-
che di efficienza e di sicurezza sem-
pre più avanzate, finché nella prima
metà degli anni Novanta le società e-
lettriche europee da un lato e quelle
statunitensi da un lato, in collabora-
zione con le autorità di controllo na-
zionali e internazionali, hanno ela-
borato nuovi requisiti avanzati di si-
curezza e di efficienza, dando luogo
allo sviluppo dei reattori della terza
generazione avanzata (III+).
Gli impianti nucleari in funzione nel
mondo hanno dimostrato standard
di sicurezza molto elevati. Sulla base
delle verifiche condotte dalle autori-
in elementi più leggeri il tempo di
decadimento si riduce ulteriormente
a circa 300 anni. In tal modo è pos-
sibile trasformare le scorie ad alta
attività in materiali caratterizzati da
un tempo di decadimento analogo a
quello dei rifiuti a bassa e media at-
tività. Nell’ambito del Progetto Ata-
lante i ricercatori francesi hanno già
dimostrato la fattibilità tecnica di
questo processo.
Il problema della gestione dei mate-
riali radioattivi è dunque in via di
soluzione definitiva e non è comun-
que tale da rappresentare un ostaco-
lo all’uso dell’energia nucleare.

La sicurezza

Dagli anni Cinquanta ad oggi sono
stati realizzati in tutto il mondo oltre
500 reattori per la produzione di e-
nergia elettrica. L’evoluzione della
tecnologia ha dato finora vita a tre
diverse generazioni di impianti. Gli
impianti della prima generazione
sono caratterizzati da una potenza
limitata a qualche centinaio di MWe.
Decadimento dei
materiali radio-
attivi ad alta at-
tività e a lunga
vita costituenti il
combustibile nu-
cleare esaurito.
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tà per la sicurezza ambientale e dalle
autorità di controllo nazionali e in-
ternazionali, in condizioni di norma-
le esercizio l’impatto ambientale del-
le centrali nucleari è praticamente
nullo. A parte il disastro di Cher-
nobyl (65 morti accertati dal 1986 al
2006), che ha interessato un reatto-
re di concezione e fabbricazione so-
vietica mai adottato nel mondo occi-
dentale, l’unico incidente significati-
vo occorso ad una centrale nucleare
occidentale si è verificato nel 1976 a
Three Mile Island (Pennsylvania, U-
SA). In quella occasione, alla fusione
del 60% del reattore ha corrisposto
la fuoriuscita dall’impianto di quan-
titativi di radioattività privi di signi-
ficato sanitario.
I reattori della terza generazione a-
vanzata attualmente in costruzione
sono progettati in modo tale da evi-
tare conseguenze esterne all’im-
pianto anche in caso di fusione com-
pleta del nocciolo. Questa caratteri-
stica fa parte dei requisiti standard
adottati a metà degli anni Novanta
dalle società elettriche europee
nell’ambito dell’iniziativa EUR
(European Utilities Requirements) e
dalle società elettriche USA
nell’ambito dell’iniziativa URD
(Utility Requirement Document).
Essa costituisce quindi uno standard
vincolante. L’analisi di sicurezza svi-
luppata per questi reattori quantifi-
ca la probabilità di fusione del noc-
ciolo con fuoriuscita di radioattività
all’esterno dell’impianto in meno di
un evento ogni 10 milioni di anni di
funzionamento del reattore.
La sicurezza degli impianti nucleari
è verificata e controllata in tutte le
fasi di progetto, autorizzazione, rea-
lizzazione ed esercizio. Negli im-
pianti nucleari è diffusamente appli-
cata la filosofia della difesa in pro-
fondità, che si attua attraverso la
scelta opportuna dei materiali,
l’efficienza, l’efficacia e la ridondan-
za di componenti e sistemi, che sono
interamente realizzati in regime di
garanzia di qualità.

Autorizzazioni e controlli

La realizzazione di un impianto nu-
cleare è subordinata a un iter auto-
rizzativo particolarmente complesso
che si articola in due diverse compo-
nenti: l’autorizzazione dal punto di
vista della sicurezza nucleare e quel-
la relativa all’impatto ambientale.
Il settore nucleare è un settore inter-
nazionale per definizione. Le nor-
mative sulla sicurezza e sulla radio-
protezione che lo regolano sono svi-
luppate da organismi internazionali
Rappresentazio-
ne schematica
degli iter autoriz-
zativi che presie-
dono alla realiz-
zazione degli im-
pianti nucleari in
Italia.
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Impatto sanitario e ambientale

La produzione di energia nucleare,
in tutte le sue fasi, comporta la pro-
duzione di materiali radioattivi, ma
è anche l’attività più controllata dal
punto di vista dell’impatto radiologi-
co sui lavoratori, sulla popolazione e
sull’ambiente.
Rischi di esposizione alla radioattivi-
tà esistono nell’industria estrattiva
del minerale uranifero, negli im-
pianti di arricchimento dell’uranio,
negli impianti di produzione del
combustibile nucleare, nelle centrali
nucleari, negli impianti di ritratta-
mento del combustibile nucleare e
negli impianti di trattamento, condi-
zionamento e stoccaggio tempora-
neo e definitivo dei materiali radio-
attivi.
Le esposizioni della popolazione alla
radioattività prodotta dagli impianti
nucleari sono tuttavia minime e di
gran lunga inferiori a quelle dovute
a tutte le altre cause, naturali e an-
tropiche.
Il funzionamento di una centrale nu-
cleare determina il rilascio
nell’ambiente di modesti quantitati-
vi di effluenti liquidi (acqua) e aeri-
formi che contengono tracce di ra-
dioattività molto inferiori alla radio-
attività naturale.
Gli effluenti liquidi sono raccolti e
e sono applicate a livello nazionale
in un contesto di stringenti controlli
internazionali. Oltre alla sorveglian-
za delle autorità di controllo nazio-
nali, gli impianti nucleari in eserci-
zio sono infatti sottoposti al regime
di controllo ispettivo dell’ONU-
IAEA che ha la duplice finalità di ve-
rificare le condizioni di sicurezza de-
gli impianti e di impedire eventuali
impieghi distorti dei materiali nucle-
ari. Nei paesi europei il regime di
controllo ispettivo dell’ONU-IAEA è
affiancato da quello previsto dal
trattato Euratom, che si articola in
analoghi meccanismi di controllo.
Qualunque malfunzionamento o e-
vento anomalo si verifichi presso un
qualsiasi impianto nucleare deve es-
sere immediatamente notificato
all’IAEA, che ha il potere di disporre
accertamenti indipendenti da quelli
disposti in forma autonoma
dall’esercente dell’impianto e
dall’autorità di controllo nazionale.
Per i paesi dell’Unione Europea gli
eventi anomali devono essere segna-
lati tempestivamente anche al siste-
ma ECURIE (European Community
Urgent Radiological Information E-
xchange), organismo dell’Unione
Europea incaricato di ricevere e ri-
trasmettere ai 27 paesi membri le
informazioni su eventuali incidenti
nucleari.
Esposizione me-
dia alla radioat-
tività per la po-
polazione italia-
na.
Sorgente
Dose media annua
(mSv/anno)

Fondo naturale 3,1
raggi cosmici 0,30
radioisotopi cosmogenici 0,01
radiazione terrestre 2,81

Attività antropiche 1,1
pratiche sanitarie, radiologia 1,00
televisori e computer 0,01
impianti nucleari 0,001
viaggi aerei 0,002
altre esposizioni 0,01
fall-out di esperimenti nucleari 0,01

Totale esposizione 4,2
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trattati al fine di ridurre al minimo
la radioattività scaricata nell’am-
biente. Gli affluenti aeriformi sono
scaricati attraverso il camino della
centrale, previo monitoraggio conti-
nuo per garantire il rispetto dei limi-
ti imposti.
Lo scarico degli effluenti liquidi ed
aeriformi è regolamentato da appo-
site prescrizioni tecniche che, attra-
verso la cosiddetta formula di scari-
co, limitano la quantità dì radioatti-
vità scaricabile su base annuale, tri-
mestrale e giornaliera. Lo scarico
effettivo degli effluenti delle centrali
nucleari in esercizio nei paesi occi-
dentali non va comunque oltre una
percentuale minima delle stesse
quantità autorizzate. In effetti, le
centrali nucleari sono progettate per
contenere e controllare tutti i mate-
riali radioattivi prodotti, che sono
trattati, condizionati e immagazzi-
nati in depositi controllati.
L'impatto radiologico delle centrali
nucleari è continuamente sorveglia-
to mediante una rete di monitorag-
gio interna ed esterna all’impianto
integrata da stazioni meteorologi-
che. La distribuzione (fra qualche
centinaio di metri e qualche chilo-
metro dall’impianto) dei punti di
misura diretta e di prelievo delle
matrici ambientali esterne (acqua,
aria, suolo, sedimenti, vegetazione,
fauna) è tale da fornire una immagi-
ne significativa dello stato della ra-
dioattività nell’area circostante
l’impianto. I risultati delle misure
sono costantemente verificati
dall’autorità di controllo nucleare.

I “costi esterni” del nucleare

Una valutazione oggettiva dell’im-
patto complessivo associato all’uso
delle diverse fonti di energia può es-
sere condotta calcolando i cosiddetti
“costi esteni” (externalities) associa-
ti all’uso delle diverse fonti energeti-
che, ovvero dei costi derivanti dalla
monetizzazione degli impatti sulla
salute, sull’ambiente e sulle attività
economiche, inclusi gli effetti di pos-
sibili incidenti, tenendo conto di tut-
to il ciclo produttivo.
Nell’ambito del progetto europeo E-
xterne è stato elaborato uno studio
che valuta come segue i costi esterni
medi in 15 paesi europei:

carbone 8,5 c€/kWh
olio combustibile 7,0
gas 2,5
biomassa 1,5
fotovoltaico 0,6
nucleare 0,5
idroelettrico 0,5
eolico 0,1

Come mostrano i dati, i costi esterni
dell’energia nucleare sono da 5 a 17
volte inferiori a quelli delle fonti fos-
sili, si collocano allo stesso livello di
quelli associati all’energia idroelet-
trica, sono inferiori a quelli
dell’energia fotovoltaica e sono su-
periori solo a quelli dell’energia eoli-
ca.


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mo
SECOLO SCIENZA E TECNOLOGIA
Rivista di informazione scientifica ed economica

Quaderno n. 1 dell’Associazione Italiana Nucleare allegato alla rivista
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SECOLO SCIENZA E TECNOLOGIA - Anno 19 - numero 6 - dicembre 2008

Registrazione Tribunale di Roma N. 656 del 9 novembre 1990

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Generazione di
energia elettrica
da diverse fonti.
Medie dei costi
esterni valutati
in 15 paesi euro-
pei (programma
Externe).