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La scelta fra identit e appartenenza

efra assimilazione e integrazione


Remo Ceserani

Allineo qui, anzitutto, alcune vignette, tratte dalla memoria auto


biografica.
Con la prima, siamo nell' estate del 1958: sullo sfondo, affioranti nel
la memoria, le colline, i laghi, le foreste, il green di un collegio del Ver
monto Arrivato per la prima volta negli Stati Uniti con una borsa Ful
bright, accolto per la prima volta in una comunit internazionale (multi
culturale), strinsi amicizia con ragazzi e ragazze di tutte le razze e culture
e, fra questi, con timido approccio, una giovane giapponese (che nel frat
tempo divenuta una famosa giornalista dell'cAsahi Shimbun), Ci guar
davamo con curiosit, discutevamo, confrontavamo identit ed esperien
ze. Potete immaginare il mio stupore, un vero e proprio sconcerto, quan
do la mia amica, attingendo alle sue conoscenze scolastiche e alle sue let
ture, ha tirato fuori, per cercar di capire chi ero e da dove venivo, niente
meno che Giulio Cesare e Fabrizio Del Dongo. Secondo la prospettiva
storica abbastanza appiattita di una giovane giapponese, io appartenevo
allo stesso ceppo di un generale romano, conquistatore di popoli duemila
anni fa, e di un nobile gentiluomo milanese, bello e spigliato, dell'epoca
napoleonica e della Restaurazione. E lei cos' era per me, nella mia prospet
tiva altrettanto appiattita? Quando si metteva il kirnono, solo per me in ca
mera sua, dovevo pensare alle dame di corte del Genji Monogatari di Mu
rasaki Shikibu? E quando silenziosamente sfidava te reprimende dei suoi
compagni giapponesi, che consideravano il suo comportamento troppo li
bero, dovevo pensare alle protagoniste dei romanzi di Junichiro Tanizaki?
La seconda vignetta risale al 1977. Siamo a Melbourne, in Australia,
dove vado come visiting profissor invitato da Colin McCormick. La coSCRlllUR[ MIGRANTI" 5 (2011)

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Remo Ceserani

La sceltafra identit e appartenenza

munir degli italiani, emigrati in quel lontano paese dalle pi diverse re


gioni italiane, conserva, pi che negli Stati Uniti, dei legami culturali for
ti con i luoghi di origine. Vengono dalla Sicilia, dalla Campania, dal Friu
li; costruiscono case e strade, lavorano nei campi e nelle vigne nuova
mente impiantate, nella cantieristica. Hanno qualche giornale di idee mo
derate e vagamente nazionaliste, qualcuno pi vicino alla sinistra italiana.
Fra gli operai si muovono alcuni attivisti mandati dal sindacato italiano,
che organizzano riunioni politiche cui partecipano anche democratici gre
ci e anarchici spagnoli, non molti laburisti australiani. (Qualcuno fra gli
inviati da Roma far presto il salto della quaglia e andr a lavorare per il
giornale della destra) . Nella citt ci sono le sedi delle associazion i in cui
si riuni scono gli emigrati provenienti dalla penisola; con mio stupore so
no fortem ente parcellizzate: ciascuna fa riferimento non a una regione , ma
a un paese, a una piccola realt locale; certi paesi siciliani hanno pi di
Il n'associazione che inalbera il loro nome. Passare una serata presso uno
di questi club d la sensazione di tornare indietro nel tempo, leggere una
novella campagnola di Nievo o di Verga. La mia identit e la loro non
sembrano avere quasi punti in comune. Come faccio a senti rmi italiano?
La terza vignetta ha com e sfondo Zagabria. Ci Sono andato, all'ini
zio del dicembre 2000, a tenere qualche lezione e conferenza. Le impres
sioni sono purrroppo molto soggettive e bisognose di conferma, ma ho
qualche motivo di soddisfazione e speranza nell'assistere alla nuova vita
della Croazia. Non oso dire molto della citt e della gente: a prima vista
mi sembrata molto familiare (io stesso, come lombardo, e cio prove
niente da una regione che, come altre che conosco nella Mirteleuropea,
ha fatto parte dell'impero asburgico, porto i segni di radici storiche e cul
turali molto simili alle loro ), ma poi mi sembrata anche presa da pro~
blemi particolari per me difficili da decifrare e per evidenti e forti , che
mi app arivano accompagnati da dubbi e sospensioni, nessuno slancio
troppo azzardato , semmai un bisogno di ripiegamemo su di s, un a ne
cessit di rielaborare il passato, e di delineare con prudenza nuove form e
di vita civile e collettiva. Del cerchio breve degl i incontri ufficiali e delle
con versazioni informali, tra le voci, alcune forti alcune timide, che si so
no levate a pormi domande dopo le lezioni, mi sono rimasti impressi nel
la memoria soprattutto due momenti e luoghi. Primo momento: il tardo
pomeriggio all'Universit di Zagabria, nel Dipartimento di Filologia ro
manza: l'intensit degli sguard i di alcuni dei giovani , ragazzi e ragazze,
davanti a me, il desiderio qua si febbrile, affidato soprattutto agli sguardi,

di condividere o respingere idee, pre cisare concetti, trovare delle chiavi


inrerprerarive per la grande massa di prodotti culturali che ci circondano
e sommergono, in un mondo che ogni giorno pi com plesso, senza pi
vere frontiere, senza pi sicurezze , imposizioni , adesioni spontanee. Se
condo momento: la serata all'Istituto italiano di cultura, in bella posizio
ne strategica nel pieno centro della citt, con le sue vetrine illuminate, la
mostra grafica, gli annunci; l'impegno forte e intelligente della direttrice
e la sua conoscenza competente e profonda della lingua e cultura del pae
se, l'impegno delle sue collaboratrici e collaboratori, l'attenzione d iscreta
e partecipe (almeno cos mi sembrata) degli intellettuali croat venuti a
incentrarmi e da me stimolati a ripensare i problemi dell'identit e della
memoria, della chiusura nazionalistica e dell'apertura rnulriculrurale, con
il drammatico insieme di problemi che un simile discorso comportava. Il
gioco delle domande e delle risposte si alla fine allontanato dai riti con
venzionali: d'improvviso sono state, fra di noi, tutte domande, realizzan
do per una volta in pieno la funzione di un istituto di cultura, che non
pu essere quella di fornire risposte ai problemi del momento, ma quel
la di risuonare di tante domande.
A questo punto, lasciando i ricordi personali, vorrei affrontare, in li
nea gener ale, il tema dell'identit. Molti si sono affannati, negli ultimi
tempi, e hanno riempito le pagin e dei libri, dei giornali, dei siri web, dei
blog, e delle trasmissioni televisive, per discutere di identit: l'identit ita
liana, le radici cristiane d ell'Italia o dell'Europa, l'identit padana (del
tutto immaginaria e composita) , ecc. ecc.
La parola identit, usata a proposito e a sproposito, compare sempre
pi spesso nei discor si degli storici e dei giornalisti, con insistito riferi
mento, in questi ultimi tempi, all'identit italian a (un'identit, come no
to, abbastanza incerta e traballante e prodotta con qualche fatica attraver
so le vicende del Risorgimento, del Fascismo e della Resistenza). Tutti sap
piamo che l'idea di un'identit forte , sia delle singole persone (gli im
prenditori. j costruttori del proprio destino, i protagonisti della propria
vita), sia delle singole comunit (i gruppi sociali, le classi, le nazioni), un
prodotto tipico della modernit, basato su forti investimenti ideologici, su
vere e proprie costruzioni di s con tutti gli strumenti offerti dalla mito
logia (le origini, le radici) e dell'immaginario (la storia , la bandiera, gli in
ni, le date fatidiche sia delle vittorie sia persino in certi casi, delle sconfit
te, com' avvenuto per l'id entit serba in seguito alla vittoria turca nella
Piana dei Merl i, nel Kosovo, il 15 giugno 1389 , giorno di San Vito).

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SCRIT1V!IE MfGRANTf ". 5 (201I)

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Forse il caso di dirci, sommessamente, che si corrono grossi rischi,


e si cade in troppe rigidit ideologiche, quando si parla d'identit. Lat
taccarnento alle radici, siano esse etniche, culturali o, peggio ancora, re
ligiose, comporta un'inevitabile conseguenza di conflitti. La difesa delta
propria identit prevede un confronto, e spesso un contrasto (anche vio
lento) con le identit altrui. Il panorama mondiale ancor oggi pieno di
conflitti che nascono proprio dalla rivendicazione delle proprie radici e
dallo scontro fra identit diverse. E la storia offre esempi infiniti di guer
re tribali, intererniche, civili, nazionali, mondiali, nate da simili rivendi
ca ZIO Ili.
Oggi dovremmo essere in un mondo, q uelo della globalizzazione o
della modernir liquida, in cui gli individui si muovono sempre pi ra
pidamente e attraversano molti confini: sono immigrati che lasciano i
paesi poveri o i regimi polizieschi per andare a vivere in societ pi aper
te e pi ricche di opportunit di lavoro. Sono giovani che hanno ottenu
to una formazione nelle universit e nei centri di ricerca del proprio pae
se e, per sfuggire a strutture chiuse e corporative, o per semplice deside
rio di ampliare conoscenze ed esperienze, vanno a operare nei centri di ri
cerca o nei laboratori di altri paesi. Sono persone che si trapiantano per
necessit o per gusto della novit e dell'avventura. Sono i protagonisti
della mobilit sociale. Sono coppie che si formano dopo l'incanno fra in
dividui (uomini o donne) appartenenti a culture diverse, che vanno a vi
vere presso uno di loro oppure si spostano entrambi in un paese terzo.
Se esaminiamo questo problema dal punto di vista della teoria so
ciale, non possiamo che contrapporre all'idea d'identit. cio: attacca
mento pi o meno volontario alle proprie radici e alla propria comunit
di origine, disponibilit a rafforzarla e difenderla fino al sacrificio (<<pro pa
tria mori}, l'idea di appartenenza, cio: libera scelta della comunit in cui
vivere e disponibilit a raflorzarla e difenderla, conjuicio e possibilmente
con armi pacifiche. stato chiarissimo in proposito il filosofo tedesco
Ji.irgen Habermas, che ne ha parlato al tempo della discussione sulla co
stituzione europea e dello scontra con chi insisteva (fra questi non solo i
prelati del Vaticano ma anche Fini, se ben ricordate) sulla necessit di in
serire nel testo la rivendicazione dell'idenrit cristiana dell'Europa. Ha
bermas respingeva qualsiasi idea tradizionale di nazione come "una co
munit del destino plasmata da una comune eredit, una lingua e una
storia comuni, e dichiarava di concepire piutrosto le nostre nazioni mo
derne come comunit di cittadini: una comunit civica, anzich erni
SCIIITTUII{; MICRANTI" 5 (20/ I)

La scelta fra jdentit e appartenenza

Rema Cesemni

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ca, la cui identit collettiva non esiste indipendentemente o antece


denternente al processo democratico da cui scaturisce (Habermas 200 l).
Rifacendosi all'idea illuministica degli Stati moderni come formazioni
storiche fondate su un contratto costituzionale, procedure democratiche,
condivisione d'inceressi economici, valori culturali, interpretazioni del
passato e sviluppo di una sfera pubblica, Habermas concepisce l'Euro
pa come una comunit specifica di cittadini (citoyens) caratterizzata dalla
presenza condivisa di valori come la solidariet, l'orientamento verso il
sociale, l'inclusione politica ed economica.
Questo passaggio del discorso di Habermas mi sembra di grande im
portanza: coloro che possono scegliere la comunit a cui aderire, ammes
so che abbiano davvero una possibilit di scelta (e temo che, por con tut
ta la mobilit sociale del mondo globalizzato, non siano molti quelli che
possono scegliere), sarebbe bene che preferissero una comunit caratte
rizzata da valori condivisi come la solidariet, l'orientamento verso il so
ciale, l'inclusione politica ed economica. Per fare qualche esempio dal
mondo occidentale dopo la grande crisi: molti paesi Europei sembrano
poco inclini all'inclusione politica ed economica degli immigrati; l'In
ghilterra e gli Stati Uniti, che tendono a cancellare il welfare, sembrano
poco orientati verso la solidariet e il sociale.
Se poi esaminiamo il problema dal punto di vista della storia, sulla
scorta delle importanti revisioni in corso dell'interpretazione storica del
Risorgimento, l credo che sia doveroso riconoscere che il problema del
l'identit italiana sia un vero ginepraio. Tutti noi, nati in qualcuna delle
regioni italiane, abbiamo problemi non piccoli a risalire all'indietro nel
la storia e a identificare le nostre origini e identit. Cosa sono io, nato in
Lombardia? Di eredit celtica, o germanico-Iongobarda, o villanoviana,
etrusca, latina, romana? O addirittura pe1asgica, come voleva Gioberti,
uno dei padri della patria di cui si parla poco in questi giorni , il quale nel
1846 si fece sostenitore di un'Italia unificata con il consenso papale e nel
1848 si proclam federalista? Sentite cosa scriveva nel Primato degli Ita

lian(l845,138):
Il genio proprio degli Italiani nelle cose civili risulta da due compo
nenti, l'uno dei qU<lli naturale, antico, pe!asgico, dorico, etrusco, h
tino, romano, e s'attiene alla stirpe e alle abitudini primitive di essa;

Vedi gli studi di Lanaro (1996) e Banri (2000; 2005 ; 20] O).

SCRITTURE MIGRANTI n 5 (20 / 1!

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l'altro sovrannaturale, moderno cristiano, cattolico, guelfo, e pro


viene dal le credenze e instituzioni radicate, mediante un uso di ben
quindici secoli e torn ate in seconda natura agli abitanti della peniso
la. Questi due elem enti, che sono entrambi nostrani, ma il primo dei
guaii specialmente civile e laicale, il secondo religioso e ieratico, in.
sierne armonizzano, giacch essendo logicamente simultanei e crono
logicamente successivi, ma co n assidua vicenda, l'uno co mpie l'altro,
e corrispondono ai due grandi periodi della nostra istoria prim a e do
po di Cristo, e alle due inst ituzioni italiane pi forti e mirabili (alle
quali credo che niun'alrra si possa paragonare) cio all'imperio latino
nato dalla civilt etrusco pelasgica, e alla dittatura civile del Papa nel
medio evo, procrearn dal Cristianesimo.

Vorrei, a tutti quanti si tormentano sulla questione dell'identit ita


liana, e ancor pi su quella dell'identit europea, ricordare le parole di un
grande intellettuale ginevrino, Denis De Rougemont, calvinista, figlio di
un pastore, ma anche spirito libero e coraggiosamente radicale, che negli
ultimi anni della sua vita, dopo la formazione parigina (il cui frutto fu un
libro curioso e controverso; L'amore e l'occidente [1939]) e un lungo sog
giorno americano, da Ginevra si spese con grande energia in favore del
l'Europa, proponendo nei suoi Ecrits sur l'Europe (1994) uno Stato fede
rale basato sul modello della Svizzera. De Rougemont insiste sulle diver
sit delle tante componenti che formano l'Europa e sul loro ruolo fecon
do (lo stesso, a maggior ragione, dovremmo dire dell'Italia): la diversit
delle tradizioni, delle lingue, dei partiti, delle nazioni e persino delle re
ligioni, tma condizione fondamentale della creativit e dello spirito d'in
venzione! propri dell'Europa. Nella ricerca delle memorie condivise, De
Rougemont mette in campo le tre citt-simbolo della grande tradizione;
Atene, Gerusalemme, Roma , e poi numerose culture: l'Oriente, la Gre
cia, il Cristianesimo, i Celti, i Germani, gli Arabi, gli Scandinavi, gli Sla
vi. Egli ricorda per esempio l'apporto celtico del gusto per l'avventura,
per la dismisura e per la potenzialit trasfigurante del sacrificio e della
sconfitta; oppure l'apporto germanico e celtico dell'ideologia cavalleresca
e della fedelt di appartenenza al clan e al ceto nobiliare; oppure ancora
l'apporto occitanico della concezione cortese della vita e dell'amore, ar
ricchita di elementi della gnosi e dell'erotismo arabo. Ma ricorda anche

20 ve non diversamente indicato in bibliografia, le rrad. sono dell'aurore.

Id sceltafra identit e dppartenenztt

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altri elementi , che spiegano l'insieme complesso e pieno di contraddizio


ni delle identit europee: l) la molteplicit delle lingue ma anche le loro
profonde e nascoste affinit, dovute all'eredit indoeuropea, che acco
muna quasi tutte le lingue amiche e moderne del continente (ricorda pet
esempio la presenza in molti paesi dei derivati dei termini dubron e dour
che in celtico e in brettone armoricano significavano "acqua", come di
mostrano,i nomi dei fiumi Douro in Spagna, Drance e Thur in Svizzera,
Dordogne, Durance, Dr me e Dare in Francia, le due Dore in Italia, la
Dordrecht in Olanda e venti altri fiumi europei); 2) la lunga tradizione
di organizzazioni statali e burocratiche forti , eredirate dall' opera di ro
manizzazione, che ha portato gli Europ ei a costruire stati-nazione molto
accentrati e autoreferenziali e, sottolinea De Rougemont, a non saper con
cepire Dio o la vita spirituale al di fuori dei quadri istituzionali delle Chie
se; 3) la concezione della persona umana fortemente autonoma e impe
gnau a seguire una propria vocazione indipendente, ma capace di con
tribuire alla fondazione di valori condivisi della comunit (eredit greco
cristiana colorata di valori germanici e celtici); 4) lo spirito critico e la
propensione a liberarsi dall'impalcatura del sacro e dal culto dei morti , dai
miti tribali, dalle credenze religiose nate dalla paura (che De Rougemoot
considera una eredit propriamente evangelica); 5) la tendenza, purtrop
po molto diffusa, a lasciarsi condizionare dai legami pesanti con la mare
rialit (e quindi a essere meno distaccati e liberi rispetto , per esempio, ai
popoli influenzati dall'induismo o dal buddismo) ; 6) la tendenza, inoltre,
a lasciarsi attrarre dall'astrazione (e quindi essere meno capaci di comu
nicare con le proprie forze vitali dei popoli africani influenzati dall'ani
mismo).
Mi pare un quadro straordinariamente efficace delle nostre tante di
versit e un programma convincente in favore di un'Italia, e di un'Euro
pa, non delle identit, ma delle differenze e delle appartenenze. De Rou
gemont aveva in mente la Svizzera: un paese in cui convivono tre reli
gioni e quattro lingue, orgoglioso della sua indipendenza, delle sue isti
tuzioni politi che, unito non da ragioni di identit etnica, linguistica o re
ligiosa, ma da peculiari, rispettabilissime, tradizioni storiche (ma anche ,
si deve aggiungere, da non poche ragioni di convenienza e interessi eco
nomico-materiali, e da una solidariet un po' chiusa su di s e corretta
da un qualche egoismo - come dimostra il recente affacciarsi sulla sce
na politica di un movimento xenofobo come il PPD di ChrisrofBlocher
(2002).

SCRfT7VRE MIG RAA'TI" 5 (2011)


SCRllTUREMIGRAN TI" 5120/ J)

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Remo Cesera ni

Tutto considerato, mi pare che la lezione di De Rougernont, cos co


me quella di Habermas, potrebbe essere estremam ente salutare in un'Ita
lia come quella in cui viviamo, estremamente confusa e distratra."
Ho parlato, fin qui, dei due concetti contrapposti di identit e ap
partenenza. Ora vorrei soffermarmi su altri due concetti che riguardano
molto da vicino l'attualit sociale e politica: quelli di integrazione e assi
milazione. Ne parlo mentre nel Mediterraneo continuano a vagare bar
coni carichi di profughi e aspirami immigrati e nel mondo politico e gior
nalistico si alzano e sovrappongono fra loro, in una angosciante cacofo
nia. slogan razzistici , espressioni di odio e paura, echi abbastanza isterici
dei libri di Oriana FaHaci (2001; 2004; 2005).
Anche j du e concetti di integrazione e assimilazione vengono usati
spesso senza troppe distinzioni , come se fossero pi o meno la stessa cosa.
A me pare che essi rappresentino due modi diversi di affrontare il proble
ma dell'accoglienza, dentro una nazione moderna e l'ambiente culturale in
essa dominante. Se in quella nazione prevalgono i temi dell'identit e del
l'attaccamento alle proprie radici, producendo una coscienza nazionale
chiusa e ristretta , l'unica possibilit per chi vi entra provenendo da un'al
tra cultura una pi o meno rapida assimilazione, un abbandono pi o
meno doloroso della propria cultura e un'assunzione pi o meno entusia
stica della cultura dominante (a volte con una vera e dolorosa deforma
zione: l'assimilazione totale, volonterosa ed entusiastica) . Se invece in quel
la nazione o Stato la convivenza civile basata non su identit etniche (o
addirittura rribali), ma su una comune, volontaria e paritaria aderenza ai
principi costituzional i, sull'accettazione condivisa dei processi democrati
ci e delle form e moderne della solidariet e della legalit, allora il proces
so di integrazione fra le culture delle varie comunit di cittadini, per quan
co diverse fra loro, potr avvenire gradualmente e senza conflitto, con la
convinca accettazione del tasso di arricchimento che il confronto fra le cul
cure pu arrecare a un a societ aperta e muIriculturale.
PCt illustrare il dilemma fra identit e appartenenza ho usato l'esem
pio della Svizzera, per illustrare quello fra assimilazione e integrazione

l Sul rema dell'id entit europ ea, oltre al classico Chabod (196 1), sarann o da ten e
re in att enta conside razione le posizioni di Dc Madariaga (J 952), Durosellc ( l 965) c
Morin (19 87) ,

La scelta fiYl identitz e apparteru!I'lW

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user i casi, fra loro diversi, degli Stati Unici e del Canada. Si tratta di
due grandi paesi, nati dopo una violenta e colpevole eliminazione delle
culture locali da parte dei nuovi venuti , conquistatori e colonizzatori pro
venienti dall'Inghilterra, dalla Francia, da altri paesi europei, che tuttavia
hanno attuato, nell'epoca successiva alla colonizzazione, due politiche di
verse: gli Stati Uniti quella dell'assimilazione (il melting pot) , il Canada
quella dell 'integrazione.
Certo gli Stati Uniti hanno, rispett o a questo problema, una storia
lunga e complessa, non priva di momenti drammatici (la guerra civile
1861-65), di contraddizioni , batt aglie durissime per i diritti civili, nobi
li discorsi sui problemi dei rapp orti razziali e culturali, da Martin Lurher
King (il discorso l haue a dream, a Washingron il 28 agosto 1963) a Ba
rack Obama (il discorso A more p erfect Union, a Filadelfia il 18 marzo
2008) . E tuttavia la pratica dell'assimilazione rimasta il programma uf
ficiale della politica americana, paradossalmente confermato dalla persi
stenza, dentro un processo esteso di assimilazione, di forze ed enclave di
resistenza (le comunir spesso chiuse e ghettizzate di cinesi, coreani , por
toricani, ispanici e altri gruppi non assimilati) e di invisibili confini che
circondano spesso quelle co m unit.
Obama nel discorso di Filadelfia, di marca illuministica, ha ricorda
to che la Costituzione americana ha alla base il principio della totale ugua
glianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Dopo aver raccontato le sue
complesse origini, hawaiane, indonesiane, africane, americane, ha riba
dito, in forma solenne, il principio del melting por. una storia che ha
stampato nel mio patrimonio genetico l'idea che questa nazione pi
della somma delle sue parti - che, da un paese di molti, noi siamo vera
mente uno . H a aggiunto: noi pertezoniamo la nostra unione se capia
mo che possiamo avere storie diverse, ma nutriamo speranze comuni; che
possiamo avere tratti diversi e non essere qui arrivati dallo stesso luogo ,
ma tutti vogliamo muoverei nella stessa direzione - verso un futuro mi
gliore per i nostri figli e nipoti.
Nel libro autobiografico Dream s from My Father (2004), raccoman
do il viaggio farro in Kenya, paese del padre, nel 1987, Obam a raccont
di essere andato in Africa pensando di poter unire con un atto di forza i
suoi molti mondi in un'unica totalit armoniosa, ma si subito scontra
ro con grosse d ifficolt. La sorella Aum a ha dimostrato di avere molti pre
giudizi verso gli stranieri di origin e asiatica immigrati a Nairobi e anche
verso i kenyoti di visi fra loro in pi di quaranta trib <I Luo sono inrel-

SCRI T TI/Re MIGRANTI ". 5 (20 11)


SCRi TTURE MICRAN IIII. 5 (20 11)

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Iigenti ma pigri, (d Kikuyu sono avidi di denaro ma laboriosi, ecc.).


Obama ha cercato di far passare l'idea che il tribalismo la causa dell'ar
retratezza africana, che in realt Siamo tutti membri della stessa trib. La
trib nera. La trib umana. Con scarsissirno successo e tirandosi addos
so l'accusa di ingenuit e idealismo.
Obama non fa gran distinzione fra integrazione e assimilazione.
Quando parla di integrazione egli intende grosso modo anche assimila
zione e assume come punto di vista la rivendicazione della pari dignit de
gli afro-americani con tutti gli altri cittadini, assimilati in un'unica unit
multiculturaje, che minaccia di diventare monoculturale (l'individuali
smo americano). Egli ricorda, in Dreams /rom My Father, la discussione
con una ragazza nera dalle origini altrettanto miste delle sue. E ha LUla sfo
go contro quegli americani che ancora sono incapaci di accettare fra di lo
ro, alla pari, gli afro-americani: Parlano della ricchezza della loro eredi
t multiculturale e sembra una cosa buona, finch non ti accorgi che evi
tano la gente nera. Non una questione di scelta consapevole, necessa
riamente, solo una faccenda di forza gravitazionale: l'integrazione ha sem
pre funzionato cos, una strada a senso unico. La minoranza assimilata
dentro la cultura dominante, non il contrario. Solo la cultura dei bianchi
pu credersi neutrale e oggettiva. Solo la cultura dei bianchi pu sentirsi
non razzista e accogliere di tanto in tanto qualche persona di origine eso
tica. Solo la cultura dei bianchi ha gli individui,
L'altra voce che vorrei far sentire, accanto a quella di Obama, del
canadese Michad Ignatieff: un nome meno noto di quello di Obarna, ma
che abbiamo di recente incontrato sui giornali, poich si tratta non solo
di un intellettuale e studioso che ha scritto molti libri (molti tradotti an
che in italiano), ma del principale candidato dell'opposizione progressi
sta (partito liberale) canadese, che ha sfidato il 2 maggio 2011 in elezio
ni anticipate il governo di minoranza del primo ministro conservatore
Srephen Harper, espressione del mondo del business e dello stato del
l'Alberta dominato dall 'industria petrolifera. Ignar.ieff ha rimediato una
sconfitta molto pesante, superiore anche alle pessimistiche previsioni de
gli esperti.
Non molto comune nei nostri tempi che a guidare un grande par
tito politico e aspirare a governare un grande paese sia un intellettuale e
studioso di politica ( Carne se da noi volesse entrare in politica Giovan
ni Sartori, rinverdendo i fasti di Masarik e Mitterand). E anche questa
volta l'operazione fallita. Ignatieff, tra l'altro, ha una storia abbastanza

complicata: nato a Toronto nel 1947, figlio di un immigrato russo che


aveva fatto una brillante carriera diplomatica, il giovane Ignatieff si for
mato all'universit di Toronto e in altre scuole in mezzo mondo e si se
gnalato per l'intelligenza, la conoscenza delle lingue e le doti di buon cal
ciatore. Ha continuato gli studi storici a Oxford, dove stato allievo di
lsaiah Berlin (e pi tardi ha scritto di lui), Harvard, Cambridge. Come
professore si mosso fra Canada, Inghilterra e Stati Uniti. Come giorna
lista si segnalato per la collaborazione a grandi giornali, dal Globe and
Mail di Taranto al Ne~ York Tirnes, e per la conduzione di fortunate
trasmissioni radiofoniche e televisive (BBC).
Dal 2000 al 2005 ha diretto un centro di difesa dei diritti umani a
Harvard. Nel 2006 rientrato a Taranto, come professore e deputato al
parlamento. Numerosi i suoi libri di storia e teoria politica, accompagnati
da scorribande nel mondo della narrativa di creazione. Moderatamente
progressista, ma anche uomo della Realpolitik, si fatto sostenitore del
la politica statunitense nel mondo (un im perialismo buono e a fin di be
ne, secondo lui) e si molto impegnato a favore degli interventisrni mi
litari per scopi umanitari (Kosovo e pi di recente Irak). Dopo aver so
stenuto la politica di Bush, si clamorosamente srnarcato, con un lungo
articolo nel New York Times Magazine del 5 agosto 2007, che cornin
ciava cos: La catastrofe che si realizzata in Irak ha condannato irrirne
diabilmente la saggezza politica di un presidente. Ma ha anche condan
nato la saggezza di molti altri, io stesso incluso, che come commentatori
abbiamo appoggiato l'invasione.
Quello che mi interessa qui di sottolineare il contributo dato da
Ignatieff alla concezione, tradizionale neHa politica canadese e storica
mente contrapposta a quella statunitense, in favore dell'integrazione cul
turale. Taranto, da questo punto di vista, una citt esemplare, dialetti
camente contrapposta all'altra citt che si affaccia su un altro dei Grandi
laghi, la statunitense Chicago (l'una una citt di pacifica convivenza e in
tegrazione fra molte culture, dove il servizio telefonico per le emergenze
offre assistenza in 170 lingue; l'altra la citt dei ghetti, degli scontri raz
ziali, delle guerre fra gang di giovani violenti). In numerosi libri e saggi
Ignarieff, ispirandosi all'esperienza canadese, ma analizzando in profon
dit quella d molti altri paesi, prende una posizione netta in favore del
l'integrazione (che lui a volte chiama convergenza etnica e l'antropologo
cubano Fernando O rtiz [1940] ha chiamato transculturacir , e co ntro
l'assimilazione (o omogenizzazione etnica e culturale).

SCII1TTURE MIGRANTI Il,.5 (20/ I)

SCRlTTURE MIGRANTI" .5(20! I)

Remo Ccscrani

La scelta fra identit eappartenenza

In un libro pubblicato nel 1994, scritto in concomitanza con un do


cumentario televisivo per la BBe, incitolato Blood and Be(onging: [our
neys in ta the New Nationalism, Ignarieff ha raccontato un viaggio in sei
paesi, turri coinvolti in processi di costruzione nazionale, sco ntri etnici,
conflitti sanguinosi, forme di integrazione ed eccessi nazionalistici. Il na
zionalismo , egli d imostra , tutt'alt ro che liquidato, sta an zi risorgendo in
molti paesi e provocando oltre che fenomeni di identit e appartenenza,
odi e guerre spietate. La prima tappa del viaggio conduce Ignatieff nella
ex-Jugoslavia, dove i nazionalismi serbo e croato fornisco n o il supporto
ideologico (tramite una immaginaria identit eroica) alla costruzione di
due nuovi St ati balcanici , ma produce anche u n co n flitto b ellico d eva
stante. La seconda tappa lo porta nella nuova G ermania riunita e analiz
za la situazione in cui due popoli, che ha n no un' identit etn ica comune,
dopo essere sta ti separati p er qu asi cinquant'anni e aver coltivato con ce
zioni del mondo, ideologie e identit nazionali diverse, ora si trovano a
dover scegliere fra un nazionalismo civico (que llo auspicat o da H aber
mas) e un nazionalismo etnico e patriottico, che nel passato ha provoca
to d isastr i e, peggi o , un nazionalismo viru lento come quello dei gruppi
neo-nazrsn.
La terza tappa ha portato Ignatieffin Ucraina, la cui popolazione per
gran parte del Novecento ha vissu to sotto il regime sovi etico. Cosa suc
cede, si ch iede Ignatieff, quando arriva l'autonomia politica, ma persiste
la d ivisione fra chi guarda con nostalgia al vecch io ord ine (i citta dini et
nicamente legati alla Russia) e chi alla nuova nazione (i cittadini che si
sentono et nicam ente ucraini)? A questo punto, come quarta meta del suo
viaggio , Ignatiefflascia l'Europa e ap prod a in Canada e in particolare nel
la regione separatisra del Quebec. La situazione qui diversa. Il Quebec
fa p arte di una nazione altam ente in dustr ializzat a e go de di am pi a auto
nomia dentro uno Stato fed erale. Ma perch allora, si chiede Ignatieff,
gli ab ita nti del Quebec, ossessionati dalla loro distinzione cu lt ur ale e lin
guistica, continuano a chiedere un'autonomia totale dal Canada, con pro
spet tive econom iche tutt'altro che favorevoli (per non parlare dell e al
trett anto forti richi este di autonomia da p arte delle po polazio n i abori
gene)?
Il viaggio successivo porta Ignatieff nel Kurdistan , uno stato nazio
ne illegittimo, i cui abitanti, etnicamente e culturalmente ben distinti,
combattono da anni contro i propri vicin i, e an che al proprio interno,
per creare un a loro nazione. Che tipo di n azionalismo il loro ? Viene, da

ultima, l'Irlanda del Nord, con gli scontri fra nazionalit e id entit reli
giose contrapposte (rep ubblicani e lealist i, ca tto lici e p ro testanti). Uno
dei luoghi visitati da 19natieff, l'Irlanda del Nord, d oggi un'immagine
di s m eno n egativa di quella del pas sato: le difficolt di convivenza sono
tutt'altro che superate, ma almeno si sm esso di sparare.

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SCRlITURE MIGRANTI

Il

.5(201 1)

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11 diritto all'opacit .

Autori) contesti) generi nella letteratura italiana

de/fa migrazione'

Donata MeneghelJj

l. Quella che viene correntemen te definita letteratura italofona , o lette


ratura migrante, o letteratura della migrazione, - ossia quell'insieme di te
sti narrativi e poetici scritti in italiano da autori non italiani giunti in Ita
lia nel quadro dei grandi flussi migratori iniziati alla fine degli anni Set
tanta - stenta a trovare citta dinanza nel territorio della letteratura itali a
na, e forse anche nel territorio della letteratura tout court: In un caso co
me nell'altro, l'interdetto velato, strisciante, am biguo, certamente in via
di erosione, ma ancora attivo.
Pesa, su qu ei testi, un a forte ipoteca sociologizzante e soprattutto pe
dagogica, che ne fa di volta in volta strumenti per l'educazione intercul
rurale di una massa giovanile colonizzata dall'immaginario televisivo, an
tidoto contro l'imperio dilagante del razzismo leghisra, viarico per un "in
contro con l'Altro" a buon mercato e tutto sommato indolore, ultima
frontiera in cui ritrovare ancora qualche goccia di esotismo in un mondo
globale che tende a dissolvere le differenze culturali sotto la cappa del mo
dello neoliberista (un'ulteriore version e di qu eII'''informante nativo" con
tro cui ci ha messo in guardia G ayatry Spivak). Insomma, qualunque co
sa ma non letteratura. Nel migliore dei casi, una letteratura "minore" (cer
to non nel senso di Deleuze e Cuattari), che necessita di una garanzia
supplementare, che ha bisogno - per esistere - di essere legittimata e ri
scattata da una funzionalit didattica: educare alla tolleranza, esercitare
all'accoglienza... Docere, dunque, anche senza delectare.
I Ringrazio G iuliana Benvenuti, Fulvio Pezzarossa c Lucia Quaquarelli per
comm enti su un a pr ima version e di qu estOsaggio.

SCRIT TIJRE MIGRANTI " . 5 (JO! J)

SCRJTT/.JRE MIC RAN TI n. 5 (1011)

lor o