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Giancorrado Barozzi

Considerazioni su una raccolta di preghiere popolari

0. Walter Benjamin nel suo saggio su “Edward Fuchs, il collezionista e lo
storico” ha osservato che:
Esistono molte specie di collezionisti e in ciascuno agiscono, inoltre,
numerosi impulsi.
Edward Fuchs, ci informa Benjamin, fu un collezionista d’impostazione
storico-materialistica, visse a cavallo tra il XIX e il XX secolo e raccolse con
pari dedizione sia le caricature politiche e di costume della sua epoca
realizzate da autori appartenenti al canone artistico ufficiale (come ad es.
Daumier) che quelle eseguite da anonimi illustratori o da incisori d’infima
fama, nell’intento di fissare le tracce perenti, e in via di estinzione, di un
mondo che, giorno dopo giorno, egli vedeva mutare con incredibile
rapidità davanti ai suoi occhi.
1. Gli impulsi che muovono al gesto di collezionare non si discostano
granché da quello che, ai suoi tempi, animò anche Edward Fuchs. Le
differenze tra le “molte specie” di collezionisti riguardano l’argomento
della collezione, “in genere – ha osservato Benjamin – i grandi
collezionisti sono caratterizzati dall’originalit{ nella scelta dell’oggetto
della loro attivit{”, ma la molla di fondo che scatena la passione
collezionistica rimane in sostanza sempre la stessa.
2. Collezionare rappresenta, già di per sé, un’attivit{ artistica. In una nota
posta a margine del saggio su Fuchs, Benjamin ha segnalato che il suo
modus operandi era “più simile a quello di un artista che a quello di uno
storico”. Il giudizio può essere tranquillamente esteso alla maggior
parte dei suoi colleghi, indipendentemente da ciò che essi raccolgono.
3. In quel piccolo capolavoro pubblicato da Bruce Chatwin nel 1988, poco
prima della sua morte, che narra la storia di Kaspar Utz, un grande
collezionista di porcellane di Meissen, troviamo che la febbre che
divora il protagonista viene descritta come l’equivalente perfetto di una
vocazione artistica: “Il collezionista - scrive Utz in una sua rara
pubblicazione citata da Chatwin - restituisce all’oggetto il tocco
vivificante del suo artefice”.
4. In un’altra delle sue massime Utz sostiene, inoltre, che: “il nemico del
collezionista è il conservatore del museo. In teoria - egli afferma - i
musei dovrebbero essere saccheggiati ogni cinquant’anni e le loro
collezioni dovrebbero tornare in circolazione...”. Scrostata la patina di
paradosso che riveste questo pensiero, non possiamo negare il fatto che
esso ci rivela una verità.

e il gelido zelo dei catalogatori ufficiali. dai quali poter liberamente attingere di nuovo. L’Utz di Chatwin ci ha fornito degli ottimi ragguagli a questo proposito. L’autentica aspirazione di ogni collezionista non è la creazione di un museo bene ordinato. in questo caso. sia pure con mutate funzioni. finirebbe col coincidere in una vivisezione e. specializzati ciascuno in un distinto campo del sapere. per rimetterli in circolazione. del definitivo atto di morte di un qualcosa. 6. talvolta maldestri. ma cerca anzi con ogni mezzo di porli il più possibile al riparo da essi. in una parola. quindi. di ritardare quanto più possibile la redazione. quanto piuttosto di riuscire a farli ri-rivivere mettendoli di nuovo in funzione e cogliendo ogni occasione per poterli ripetutamente esibire agli altri. 10. Il collezionista-artista non vuole affatto consegnare i propri reperti agli archivi della “Storia”. Si pensi. al netto contrasto tra l’amorevole atteggiamento esibito da Utz nei confronti dei suoi ninnoli. inviati dallo Stato per schedare come beni patrimoniali gli oggetti che fanno parte della sua collezione. Le collezioni sono atti di sfida che si oppongono allo scorrere del tempo. o la maldestra professionalità della fotografa. poco alla volta. 8. ma la formazione di un bazar in cui. da parte di un burocrate. ad es. Per comprendere e apprezzare appieno le “ermetiche scoperte” dei collezionisti occorrebbe mobilitare un’intera schiera di esperti.Giancorrado Barozzi Considerazioni su una raccolta di preghiere popolari 5. Lo scopo ultimo del collezionista non è quello di museificare i materiali della propria collezione.. Ma. restringendo il campo delle preferenze a singoli dettagli. Quel che resta dell’opera del collezionista è sempre un accumulo quantitativo di frammenti prelevati dai contesti più vari. sono dei tentativi. finiscano col perdersi di nuovo le cose che erano state un tempo ritrovate. . ma quasi sempre geniali (e in tal senso “artistici”). all’occorrenza. un magazzino dove i materiali accumulatisi nel corso degli anni si stratifichino l’uno sull’altro producendo cumuli di reperti e di oggetti d’affezione che sfuggano a ogni genere di controllo e trasgrediscano le ferree leggi della precisione. il prezzo da pagare. 9. nella definitiva messa a morte di quelle “cose” alle quali i collezionisti avevano saputo infondere per lo meno la parvenza di un alito di vita. 7. seguendo gusti e orientamenti personali. per cercare di non farli morire.

spesso apprese in tenera età. anche se. E allo sterminato insieme dei beni immateriali appartengono anche le orazioni in dialetto de Al ben di nòstar vèc. ad es. Il suo primo scopo è quello di avvicinare a noi.anziani testimoni che avevano mandato a memoria. porcellane. delle espressioni musicali. gli strumenti musicali). 13. In questo genere di “cose” rientrano non solo gli oggetti concreti (quadri. di varia lunghezza. ma anche i beni cosiddetti “immateriali”. Insomma. Il tentativo di colmare una duplice distanza sta dunque alla base della ricerca. non tutti i testi qui raccolti sembrano appartenere in modo univoco al genere “preghiera”. giocattoli. 12. attrezzi da lavoro. ci rende partecipi di un’ampia raccolta di frammenti memoriali. dei rituali liturgici della religione ufficiale o della devozione popolare. con i mezzi linguistici messi a loro disposizione. dei modi di dire. e così via discorrendo. interpellati dai due curatori.Giancorrado Barozzi Considerazioni su una raccolta di preghiere popolari 11. si propone di documentare “le orazioni di anime semplici. Le intenzioni dei curatori sono state esplicitate nella Presentazione del volume firmata da Quarenghi. tutte quelle manifestazioni dell’ingegno e dell’ “animo” umano che non richiedono altro supporto che il gesto e la voce. come meglio si dirà più avanti. integrati. carri agricoli. ossia l’insieme delle espressioni corporee e verbali. per superare le loro angustie materiali ed elevarsi al di sopra delle proprie miserie quotidiane. statue. o altre infinitesimali cianfrusaglie). tutt’al più. lontane dalla sapienza teologica e dalla dotta cultura di una chiesa. e ancora le conservavano intatte nel loro bagaglio mentale. bustine di zucchero. provenienti da più voci. dei saperi tradizionali.”. La pubblicazione curata da Quarenghi e Ferrari è composta da testi. e persino tappi di bottiglia. appartenenti a un mondo ormai del tutto alfabetizzato. aratri. un dialogo quasi sempre sincero e spontaneo con le entità metafisiche del cosmo religioso.. riuscendo ad affrontare. vecchie orazioni. delle tradizioni orali (formalizzate e non).. scatole di fiammiferi. In secondo luogo i curatori hanno provato a colmare l’oggettiva distanza esistente tra i depositari di quel patrimonio orale di preghiera e la cultura . tappeti. oltre che interpellando dal vivo . le parole semplici adoperate dai testimoni dialettofoni. ma nella maggior parte dei casi assai brevi. che ha ora superato le 300 pagine. focalizzati tutti quanti sul tema della preghiera e dei rapporti dell’uomo con la dimensione del sacro. La tenacia dimostrata dai curatori di questo corposo volume. lettori di oggi. L’opera. egli scrive. a volte distante. da semplici protesi che ne esaltino le intrinseche potenzialità (quali. raccolti nel Mantovano dai due curatori spigolando altri libri sull’argomento..

che troppo spesso. ma lo faceva col preciso intento di restituirle all’oralit{. ma sarebbe meglio dire “volate”. per un certo periodo. molto probabilmente. era stato Lui (mi riferisco al cognome) a iniziare a raccogliere quel tipo di testi popolari. che io pure ho conosciuto e frequentato. egli volle mostrarmi. con l’aiuto di sua moglie. interpellando gli anziani ospiti degli ospedali di Suzzara e di Villafranca. Ferrari aveva inoltre una spiccata passione collezionistica grazie alla quale. che ha dato il so apporto determinante a questa pubblicazione. nella Presentazione. Enzo era l’om da la véta da poc. che per primo lo aveva concepito e glielo aveva trasmesso così com’è.purtroppo . spesso amava replicare. ma che oggi . che era anche in proprio un poeta dialettale. 16. di cui allora cercava di imitare. Di Franco Ferrari. Quarenghi nella Presentazione del volume rivolge “un pensiero affettuoso” anche a Enzo Lui. Quarenghi ha ricordato. alcune di queste vecchie urasiùn. bollato come eretici. i linguaggi e le elaborazioni concettuali che provenivano dal mondo popolare. 15. Enzo Lui non si limitava a raccogliere le urasiùn popolari per tenerle chiuse in un cassetto o per metterle in un libro. Con Ferrari ho avuto anch’io una. certe intonazioni espressive. dove esercitava la professione d’infermiere.Giancorrado Barozzi Considerazioni su una raccolta di preghiere popolari ufficiale della Chiesa.non è più qui tra noi. tanto nelle accurate ricerche di carattere storico-archivistico da lui condotte sulle vite dei santi del territorio mantovano che nelle esplorazioni nel campo del folklore religioso e della devozionalità di matrice popolare. al termine dei suoi recital. qual’era. addirittura. Patrimonio che un pomeriggio. nella sua casa di Levata. Quarenghi mi ha confessato il ruolo di assoluto apripista svolto proprio da Enzo nella riscoperta delle vecchie urasiùn poiché. Enzo. per primo. 14. incoraggiato. fatte salve alcune lodevoli eccezioni. Di quelle ore trascorse. in sua compagnia manterrò per sempre un grato ricordo. dal modello del Mistero Buffo di Dario Fo. trascurato o. riuscì a mettere assieme una cospicua “banca d’immagini” di soggetto sacro. ha per lo più ignorato. e ne rammento l’estrema gentilezza d’animo. la sua fede religiosa che lo ha sostenuto. frequentazione. è un palese omaggio reso dai curatori alla memoria di Enzo Lui. commentando ogni pezzo da profondo conoscitore della materia. il poeta e affabulatore popolare dall’energia che pareva inesauribile. Il titolo del volume: Al ben di nòstar vèc. il sodalizio che “per circa un anno” lo aveva accumunato a lui nell’impegnativa realizzazione dell’opera. come costante ispirazione ideale. anche nella dizione. sia pure più episodica. recitandole nel corso delle sue .

la Natività . Poiché. 18. 20. e poi gli altri santi protettori). 19. per ogni mamma. tutto un repertorio di ispirazione quanto meno laica. raccoglie le preghiere appropriate alle varie occasioni della settimana o del ciclo dell’anno. formato da “preghiere alla rovescia” e da “preghiere profane”. appunto. proverbi. La Prima include le parole (ovviamente in dialetto) che venivano recitate facendosi il segno della croce o accompagnando la mano del bambino per insegnargli il gesto di segnarsi. ripartita in 5 capitoli. quella del proprio figliolo. il che vale anche nel caso della preghiera popolare. o quando le mamme cullavano. La Quarta e ultima parte contiene. quelle rivolte alla Madonna. e Quarenghi e Ferrari sono qui riusciti a dimostrarlo con dovizia di esempi. quelle ad es. le preghiere della sera e quelle del mattino. i loro bambini recitando. per farli addormentare. L’opera. che è suddivisa in 9 capitoli. urasiùn. contro il maltempo. quando. protettore degli animali della stalla. in uno dei suoi studi di storia letteraria slava. dove l’immagine di Gesù Bambino rifletteva. ogni medaglia ha sempre il suo rovescio. gesto che veniva concluso portando sempre le mani a congiungersi: il cosiddetto giüşin. in questa stessa sezione. durante le sere d’inverno. a scopo di protezione da ogni male e di edificazione religiosa. ossia le canzoni extraliturgiche che narrano la vita dei santi o la passione di Cristo. quali ad es. fole e. divisa in due soli capitoli. la gente di campagna si radunava a trascorrere in compagnia le ultime ore della giornata scaldandosi al fiato dei bovini e scambiandosi un patrimonio fatto di aneddoti. Roman Jacobson. delle preci spontanee come quelle che ora contenute nel Capitolo Terzo della Seconda Parte del libro (Preghiere di Natale). Figlio e Spirito Santo). quelle da pronunciare al tempo del Natale o della Pasqua. agli angeli e ai Santi (in primis Sant’Antonio abate. include le orazioniscongiuro e le cante. La Seconda parte del libro. durante i filos nelle stalle. quelle da recitarsi durante la messa o la confessione.Giancorrado Barozzi Considerazioni su una raccolta di preghiere popolari performances teatrali. infine. Seguono poi. come recita il proverbio. le preghiere rivolte alla santissima trinità (Padre. Il libro è suddiviso in quattro parti. 17. La Terza parte. E va sicuramente a merito dei curatori il non avere escluso anche queste espressioni d’irreligiosit{ popolare all’interno dell’opera. nata per suo stimolo iniziale. contiene le tracce di testi nati e trasmessi in ambito orale. ha segnalato che il ricorso alla parodia di temi sacri. quando non scopertamente irreligiosa. modi di dire.

vediamo invece raggiungere. pur servendosi di un mezzo linguistico. si tramutò. celebrata a Capodanno. o in occasione di altre feste. in cui si commemora la circoncisione di Gesù. Ed erano i monaci stessi a declamare in chiesa versi scurrili o a mettere in scena pantomime parodiche delle liturgie sacre. “si potrebbe parlare di una forma di protestantesimo implicito”. almeno in una urasiùn. che egli cita (a p. a un solo giorno del Santorale. solo in apparenza anti-religioso. e che finì con l’inglobare i rituali pagani di inversione delle Kalendae Ianuarii. o addirittura favoriva. nel corso del Medioevo. presentato al Tempio a 8 giorni dalla sua nascita. 17). per rovesciarne temporaneamente i dogmi. Un dialogo che. I testi della quarta. giudicato basso e volgare. come valvola di sfogo concessa al basso clero per fare esplodere tutta la sua irriverenza. Nella sua introduzione al volume. Prandi osserva come in alcune di queste preghiere l’orante tenda a bypassare l’istituzione ecclesiastica e la sua gerarchia. sia dal punto di vista dottrinale che da quello estetico. della ricorrenza della circoncisione di Gesù Bambino. dei livelli espressivi assolutamente sublimi. ogni cosa sarebbe docilmente dovuta rientrare nei ranghi. che la cultura ecclesiastica nel Medioevo tollerava. il sociologo della religione Carlo Prandi segnala come particolarmente rilevante questo aspetto delle urasiùn.Giancorrado Barozzi Considerazioni su una raccolta di preghiere popolari o la Resurrezione di Cristo. già patrimonio del popolo. 23. per rivolgersi direttamente a Gesù. fu ampiamente diffuso. La festa. per tutto il resto dell’anno. ma formano piuttosto la necessaria integrazione di quel dialogo col divino che percorre tutta quanta l’opera. come quella cosiddetta dell’Asino Folle. Dopo di che. Per quanto riguarda la dottrina. 22.. quanto . 21. facendosi di nuovo rispettosa del disciplinamento imposto dalle gerarchie ecclesiastiche. alla Madonna e ai santi. in un pretesto per farsi gioco di tutto quanto aveva a che fare col sacro e con la religione ufficiale. per Natale o per Pasqua. come s’è detto. talora. che veniva celebrata “dai suddiaconi o dal clero secolare degli ordini inferiori (. cogliendone i tratti più significativi. 24.. Le “preghiere alla rovescia” che si trovano nella parte conclusiva di Al ben di nòstar vèc sono le ultime tracce di quel capovolgimento. sezione non costituiscono dunque un’appendice incongrua o stravagante. il dialetto. intitolata: La preghiera popolare tra quotidianità e domanda di salvezza. nella cultura ecclesiastica dell’intera Europa. e ultima. in età medievale. o. Tanto che. quello. a esplosione avvenuta.) specialmente per la festa della circoncisione”. i valori e le credenze. pur confinandolo a un’unica data fissa.

Intervento che contribuì a mutare la mentalità dei ceti popolari di un’area ben precisa. era nata inizialmente come fratellanza evangelica nella quale gli aderenti. tra Otto e Novecento. fondata a Santa Lucia di Quistello.Giancorrado Barozzi Considerazioni su una raccolta di preghiere popolari meno. divenute terreno di predicazione di apostoli valdesi che. non più residente però in loco. ha serpeggiato diffusamente tra le classi subalterne del Mantovano. dove ora sorge il monumento al capolega creato dallo scultore Giuseppe Gorni. specialmente nella Bassa. indotto dalla propaganda dei socialisti della prima ora. un’intensa predicazione evangelica. Prandi non tralascia di citare. con il proprio tempio e il proprio pastore. e che diede la propria adesione alla nascita del Partito Socialista. incuneata tra Lombardia orientale ed Emilia. Le tracce di quell’intensa opera di proselitismo evangelico nel Basso Mantovano rimangono confinate pressoché esclusivamente a Felonica. da Marco Fincardi in alcuni suoi studi recenti. specialmente nelle zone di bonifica. è stato una culla. prospera tutt’oggi anche quella valdese. accanto alla comunità cattolica. tra l’Otto e il Novecento. e soprattutto di terrazzieri impegnati nei lavori di arginatura e scavo dei canali di bonifica realizzati nell’agro Mantovano-Reggiano. avevano già provveduto a convertire larghe masse di proletari agricoli. tema di notevole rilevanza storica che è stato approfondito. la presenza di quel “retroterra anticlericale” che. vi sarebbe da notare quanto esso abbia inciso in profondità sulla mentalità del popolo mantovano. praticavano l’un l’altro i principi dell’egualitarismo comunitario. prima ancora dell’avvento del socialismo. ove. . ma pendolare da Ferrara. Va ricordato. riudire l’eco di un “anticlericalismo” che ha trovato modo di esprimersi persino in forma di preghiera. altra terra di bonifica che aveva conosciuto. 25. a questo proposito. A proposito del “protestantesimo implicito” segnalato da Prandi. tra gli altri. sempre a questo proposito. convertiti alla religione valdese. della quale il territorio Mantovano. che la prima Lega contadina del Mantovano.

trovava conforto e fonte d’ispirazione nell’essenzialit{ di un dialogo dell’anima con la divinità superiore (le persone della Trinità). o rivolte ai santi. presente in questa raccolta documenta però la prevalenza di una forte egemonia di matrice cattolica radicata nel contesto ambientale mantovano. anche se non omogenea. la gran parte del corpus costituito dai testi qui pubblicati può valere anche come attestazione quantitativa di un’adesione sicuramente maggioritaria. o con le figure dei suoi intercessori (la Madonna e i santi). non mancarono. diretta a risolvere la negativit{ del quotidiano”. così come aveva invece suggerito negli anni Cinquanta.Giancorrado Barozzi Considerazioni su una raccolta di preghiere popolari 26. quasi per effetto di un magico sortilegio. Segno che. i tanto temuti temporali e le tempeste che avrebbero potuto compromettere i . qui nel Mantovano. del popolo mantovano ai dogmi catechistici di un cattolicesimo dialogico. Tant’è che. gli scongiuri volti a propiziare il buon andamento dell’annata agraria o ad allontanare dai campi. immediato e un tantino naïf. egli scrive. ha fatto notare come l’insieme di queste preghiere in dialetto contenga solo in una minima parte dei testi orali finalizzati a procurare benefici immediati per gli oranti. e in questa raccolta non vengono sottaciuti. l’antropologo Ernesto De Martino come frutto delle proprie ricerche condotte sul campo nell’Italia del Sud. fatte le debite eccezioni. come nel Mezzogiorno. Una religiosità popolare. “la religione del mondo contadino di un tempo” non era affatto “appiattita su una dimensione esclusivamente antropocentrica e utilitaria. Giustamente Prandi. insomma. Certo anche qui da noi nel Mantovano. che. rifuggendo da ogni parvenza di complicazione teologica. 27. Il gran numero d’invocazioni mariane. nella propria introduzione.

32. Mentre quelle di Kirkegaard furono preghiere composte a tavolino dal loro autore. come annota Prandi. ha osservato Prandi. 31. di “un linguaggio a un tempo intenso e di facile lettura”. queste . l’esperienza religiosa”. la parte maggiore del corpus di testi raccolti da Quarenghi e Ferrari riguarda invece. che “i Novissimi (Morte. scrive Prandi. 30. potrà giovare a una loro più attenta ricezione da parte dei lettori di oggi. il Veneto. il secondo dei due era inoltre anche un valente folclorista. 29. Roman Jakobson e Pëtr Bogatyrëv. Tale comparazione nobilita indubbiamente i testi popolari ai quali è stata riferita. Fatte le debite proporzioni. e.appartengono invece a un genere di testi concepiti e trasmessi oralmente e. frutto delle sue riflessioni individuali. Giudizio. Nel 1929 due linguisti russi.raccolte da Quarenghi e Ferrari . le orazioni dei contadini del Mantovano [e anche di quelli che provenivano da aree rurali limitrofe. a seguito di consistenti migrazioni interne della popolazione verificatesi nel corso del secondo dopoguerra] che toccano temi “escatologici” sono state confrontate dal nostro sociologo della religione con le preghiere d’autore composte dal filosofo danese Sören Kierkegaard servendosi. Ma rispetto a queste concessioni al “mondo magico” aventi finalità puramente utilitaristiche. oltre che a una positiva riconsiderazione sul piano tematico di questi frammenti dialettali d’argomento sacro. determinarono in un saggio scritto in collaborazione (Il folclore come forma specifica di creazione) quali fossero le caratteristiche peculiari che contraddistinguono i testi folklorici tramandati oralmente da quelli . che non può essere trascurata. come ad es. in tal senso. per sua natura. Non si tratta di una pura e semplice diversità per quanto concerne unicamente i media utilizzati: la scrittura vs l’oralit{. “quell’apertura alla Trascendenza che caratterizza. Vediamo dunque. ma piuttosto di modalità in contrasto tra loro nelle stesse procedure generative oltre che nei canali di trasmissione. Inferno. e che in esse la componente antropologica del vissuto quotidiano non si manifesta affatto a scapito di quella escatologica. 28. Paradiso) occupano la gran parte della domanda religiosa presente in queste orazioni”. Ma tra le preghiere composte da Kirkegaard e quelle de Al ben di nòstar vèc vi è tuttavia una differenza sostanziale. solo in un secondo tempo. trasferiti in scrittura.Giancorrado Barozzi Considerazioni su una raccolta di preghiere popolari raccolti.

e il testo orale finirà per sempre nell’oblio. quali ad es. e così.secondo l’occorrenza . magari riadattandolo alle nuove esigenze. sfruttando l’unico canale di trasmissione consentito (la catena orale). prenderanno a diffonderlo. più il testo in questione. sia esso una fiaba. una preghiera. sia essa iconica che verbale. La “salvezza” di un testo folclorico orale dipende dunque dal suo coefficiente di riproducibilità. virtualmente. Bogatyrëv e Jakobson hanno provato a individuarne i principali: innanzi tutto i testi folclorici orali devono privilegiare la tradizione sull’innovazione. di conseguenza. non avviene. come nel nostro caso. una canzone popolare o.Giancorrado Barozzi Considerazioni su una raccolta di preghiere popolari appartenenti alla letteratura scritta. uno studioso di estetica cecoslovacco che collaborò con i due filologi russi citati in precedenza. Il “punteggio” che consente a un testo folclorico di raggiungere l’ambito quoziente che gliene può garantire la riproducibilità dipende da una complessa serie di fattori. o certi schemi narrativi (historiole) facilmente memorizzabili. come se neppure fosse mai stata composta. testi orali (formalizzati o non) si focalizzano quasi sempre. prelevati . è uno spiccato gusto per il dettaglio. adoperati come “mattoncini” bell’e pronti per l’uso. piatti decorati. a qualsiasi genere essa appartenga. Se questa accettazione. il “dettaglio” costituirebbe addirittura l’unit{ semantica fondamentale di ogni espressione di arte popolare. 34. in ambito popolare. così facendo. strettamente connesso a quello precedentemente individuato e finalizzato a facilitare al massimo la riproducibilità di ogni forma di manifestazione artistica popolare. Altro fattore tipico della tradizione folclorica. 33. almeno sino a che la catena delle sue riattualizzazioni. per potersi affermare in seno a una comunità tradizionale e acquisire la possibilità di essere replicata. 35. l’opera non sarà memorizzata da nessuno e verrà. deve venire accettata dal proprio uditorio. Un’opera orale. non verrà a spezzarsi. Tappeti tessuti a mano. irreparabilmente condannata a scomparire per sempre nel nulla. passando di bocca in bocca. certe formule poetiche ricorrenti. presso un nuovo uditorio. essi si basano sempre su elementi costitutivi già noti e ampiamente collaudati in precedenza in seno alla comunità.da un preesistente repertorio di topos. Secondo Jan Mukarovskij. un indovinello. verrà replicato a voce dai propri ascoltatori che. all’infinito. su alcuni singoli dettagli . Più elevato è questo quoziente. che in certi casi potranno consistere anche in riadattamenti o rifacimenti più o meno integrali. tutta o in parte. qualsiasi sia il medium utilizzato. sino alle generazioni future.

o sub-culturali. di ampia diffusione e altamente socializzate (quali ad es. 37. Un neologismo di sua invenzione che proviene dalla fusione dell’iniziale della parola “memoria” (memory) con la parte finale del termine scientifico “GENE”. oppure propagati attraverso l’etere dalla radio e dalla TV per quelli che appartengono alla cultura di massa ) e comunque memorizzati per poter venire riprodotti e passati ad altri. i modi di dire idiomatici. le barzellette. e persino le canzonette di musica leggera o gli slogan pubblicitari). In questo corpus di preghiere dialettali si rincorrono. rinnovandosi impercettibilmente ad ogni passaggio. “varianti”. In realtà quello di “variante” non sembra essere però un concetto realmente appropriato alle tradizioni orali. Le preghiere in dialetto che fanno parte integrante del folklore di un popolo. pur mantenendosi tendenzialmente inalterate. cercano di adeguarsi a procedure di “conservazione”. tentando di replicare il più fedelmente possibile quanto già era stato detto (da altri) o si era sentito dire (sempre da altri). I “memi”. appresi (quelli di origine popolare. che migrano da un’opera all’altra e che vengono quasi ossessivamente replicati come cifra stilistica di una cultura “etnica”. più che a un processo di “variazione”. dice Dawkins. riproducendosi di continuo ovunque trovino terreno . se si preferisce chiamarle così. detta appunto “genetica”. numerosissimi di questi piccoli dettagli.Giancorrado Barozzi Considerazioni su una raccolta di preghiere popolari ricorrenti. somigliano (ovviamente in senso metaforico) ai “geni” del DNA: le unità minime dalle quali risulta formato il patrimonio costitutivo degli esseri viventi. da individuo a individuo. non essendo altro che delle replicazioni di moduli fissi. in modo che la loro catena vitale non venga ad interrompersi o non subisca alterazioni significative. che senza volere si insinuano nella comunicazione ogniqualvolta essa si fatta dipendere da meccanismi puramente orali e mnemonici. l’immagine della goccia d’acqua santa che cade dal becco d’una colomba. ho rintracciato almeno una dozzina di occorrenze o. 38. in quanto esse. 36. durante l’infanzia. gli indovinelli. i proverbi. Di uno di essi. fatti salvi ovviamente gli inevitabili errori e omissioni. così come pure altre espressioni culturali. lottano accanitamente ogni giorno al fine di garantirsi la sopravvivenza. ad es.. il biologo inglese Richard Dawkins ha coniato per tali unità la definizione di MEME. In virtù di questa sorprendente analogia di comportamento tra i “geni” e le singole unità informative tipiche del folklore o dell’attuale cultura di massa. anch’esse riproducentesi per successive replicazioni e impegnate a garantirsi una perenne trasmigrazione. da un testo all’altro.

pena la loro distruzione. e non assolve neanche più alla sua primitiva funzione protettiva. poiché i vecchi “memi” sono stati rimpiazzati dall’ondata dei nuovi.Giancorrado Barozzi Considerazioni su una raccolta di preghiere popolari fertile alla loro proliferazione. radicandosi. Salvato in extremis dalla sua estinzione. complesse funzioni che un tempo le avevano tenute saldamente legate alle attività quotidiane del mondo contadino. di queste vecchie “urasiùn”: A lèt. da un lato. Ma oramai tutte queste creazioni orali fondate sulla replicazione non possono fare altro che vivere di una vita artificiale. le vecchie urasiùn conservano un’unica funzione . non era stata neppure la più importante per loro – la funzione estetica. sublime e . 39. nelle abitudini mentali e comportamentali d’intere popolazioni. cioè non ancora museificati) che provengono dal folclore. In questa mutazione che le ha colpite. distinguendoli per generi.che in origine. Per fortuna c’è ancora chi raccoglie. e il pressoché totale disciplinamento da parte delle autorità ecclesiastiche delle pratiche religiose condotte dai credenti. tra le tante. questo “meme” popolare ha perso ogni contatto con il suo contesto d’origine. e darwinianamente ritenuti più “adatti” alla replicazione nel mondo odierno. costituiscono una specie particolare di “Memi”. la secolarizzazione della società. Quel che rimane viva e vegeta è oggi. per noi. Esso ha trovato i suoi ultimi cultori tra i folkloristi e i collezionisti di reperti culturallinguistici che versano in una condizione di generale abbandono. né esse sono più in grado di assolvere alle originarie. e cercando di restituirli all’oralit{ ogni volta che se ne presenti l’occasione. di passare da una mente umana all’altra. Oggigiorno. sempre più invadenti.A dimostrazione di quanto detto basterebbe citarne una. resa possibile solo grazie alla sua concorrente: scrittura. dall’Ave Maria o il Padre Nostro a quelle composte in dialetto. con i progressi dell’alfabetismo. il conseguente regresso nell’uso linguistico del vernacolo. mette da parte ed etichetta con cura i “memi” (semivivi. tentando senza sosta. il “meme” delle urasiùn popolari sembra avere ormai interrotto la propria replicazione mediante l’oralit{. Le preghiere orali. proveniente dal mondo contadino. a lèt am an vò/ la me ànima l’atach an ciò/ gnes ch’am la scurdéş/ an vres che i suragh/ i am la ruşgheş! 41. 40. dall’altro. per un tempo più o meno lungo. tra l’altro. unicamente la suggestione poetica della dialettica astratto-concreto che mette su uno stesso piano 1) la dimensione immateriale.

concrete.di dimenticarsela là. rischiando poi . presso l’Accademia Nazionale Virgiliana . Dimostrazione palese di una visione onirica e quasi sciamanica della preghiera. al contrario. al quale va appesa. del chiodo infisso nel muro. basse. da contemplare. miserande e corporee.al risveglio . Testo letto a Mantova. dell’anima umana che si stacca durante il sonno dal corpo dell’orante e 2) le immagini. l’anima prima di andare a letto. approfittando della distrazione dell’uomo. come un capo di vestiario. l’ 11 aprile 2014.Giancorrado Barozzi Considerazioni su una raccolta di preghiere popolari metafisica. che un anonimo poeta popolare ci ha lasciato in eredità. e di lasciarla in preda alla voracità dei topi che potrebbero andare a rosicchiarla.