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QV

La Provvidenza
S O M M A R I O 1/2016

Omicidio stradale: stato


Gennaio Febbraio

1
Quaderni Vicentini 3 di diritto pi debole
Ronny Spagnolo 137
A G O R Kurdistan fra Isis e Turchia
La nuova resistenza
Lo scandalo popolare Gianni Sartori 146
Pino Dato 5 Il baccal, un pesce nella storia
Fondazione Roi, le resistibili (non solo vicentina)
intese Zonin-Variati Alfredo Pelle 159
Pino Dato 22 Elogio della pasta
Il professor Villa e il patrimonio Gaetano Palermo 177
della Roi
Quaderni Vicentini 35
Lex Zigliotto, la stampa R A D I C I
nazionale e la buona uscita
Quaderni Vicentini 39 Una lettera. Maestre, professori
I sommersi e i salvati e metodo Spiller
Quaderni Vicentini 41 Benito Gramola e Sonia Residori 181
Fojadelli, Carreri e i veneziani Melnikov e il lapsus freudiano
i giudici mancati di Zonin Beppa Rigoni 188
Quaderni Vicentini 45 Un filo rosso: la mia scuola,
Il flop mangiasoldi di BPV Genesio Albanello, Franca Carta
e delle tre Z Roberto Pellizzaro 189
Giovanni Coviello 49 Il secondo dopoguerra
TAV bruciante sconfitta Beppa Rigoni 197
del sindaco Variati Le canzoni popolari.
Ciro Asproso 51 Dal Ta-Pum al Taps
Celadon, Arzignano Carmelo Conti 210
Il sequestro pi lungo I nomi dei caduti della Grande
Giorgio Marenghi 53 Guerra nei cippi disseminati al sud
Una liberazione pilotata Toto Cacciato 225
Giorgio Marenghi 71
La solidariet del male
Giorgio Marenghi 75 M N E M O S I N E
Trivelle? No, grazie, votiamo s
Gianni Sartori 79 Come dietro uno spareggio pu
Chiudono e concessioni scadute? danzare una profana vicentinit
Non un danno Pino Dato 227
Ciro Asproso 83 Premio di letteratura della montagna
Ex Zambon:il baratto indecente Mario Rigoni Stern
Giovanni Bertacche 85 Beppa Rigoni 232
Otto per mille: anche se Giorgio La Pira, una politica
lo conosci non lo puoi evitare per luomo
Sonia DAdam 89 Mario Pavan 235
Le tredici ragazze di Tarragona Il Concilio 50 anni dopo?
Pino Dato 100 Non finito
Eliana Longo-Mino Allione Claudio Girardi 238
dieci a zero Nozze coi fichi secchi in riva
Roberto Pellizzaro-Pino Dato 103 allArno
Alberto Milesi 241
L y C E U M Una fortunata gita a Milano
per incontrare Hayes
Federico Faggin, dal microchip Alberto Milesi 247
alla consapevolezza Nasce a Vicenza un Festival
Gaetano Palermo 108 del Cinema del Lavoro
Immigrazione, invasione, Marina Resta - Giulio Todescan 254
occupazione?
Lucio Panozzo 118
Quaderni Vicentini
Rivista bimestrale 1/2016. Numero di Gennaio Febbraio 2016
Registrazione del Tribunale di Vicenza n. 2154/13 del 9 settembre 2013

2 Stampa: ATENA NET - Grisignano (Vicenza).


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Roberto PELLIZZARO, Fulvio REBESANI, Beppa RIGONI

Autori e Collaboratori
Franca ARDI Giovanni BALDISSEROTTO Federico BAUCE Giuseppe BER-
NARDINI Valentina BOSCAGLIA Vittorio CABE Toto CACCIATO Renato
CAMURRI Gianfranco CANDIOLLO Beppe CAROLLO Carmine CARRISI
Fiorenza CONTI Pino CONTIN Giovanni COVIELLO Sonia DADAM Sandro
DAL FIOR Giuseppe DALLA MASSARA Franco DALLA POZZA Simone
DATO Stefano DATO Simona DE SIMONI Valentina DOVIGO Stefano FER-
RIO Giordano FRANCHINI Gianni GASTALDON Rino GENTILE Claudio
GIRARDI Paolo LANARO Elisa LO MONACO Antonio MANCINI Giorgio
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In copertina: Foto di Borracino gentilmente offerta da Giorgio Marenghi

Pino Dato, Dedalus Libri


I manoscritti inviati non saranno resi e la redazione non risponde per la loro
eventuale perdita. QUESTO NUMERO STATO CHIUSO il 5 aprile 2016.
ISBN 978 - 88 - 940851 - 6 - 7
Alla ricerca del significato delle cose
QV Quaderni Vicentini 1/2016
3

La Provvidenza
Quando, nella mia lontana infanzia, apprendevo i rudimenti
della cultura cattolica cera una parola che, mi insegnavano, riassumeva,
spiegava, incorniciava tutto: era la parola provvidenza. Qualunque muro,
qualunque ostacolo, era spiegato e dunque superato con laiuto di quella
chiave: la provvidenza.
Questa parola molto utile e anche molto profonda. Tutte le religioni ne
posseggono una che in qualche modo le somiglia. Ha per un difetto: a
gioco lungo il suo uso continuato, direi automatico, ti obbliga ad accettare
le coordinate dellesistente come le uniche possibili. Dunque, a loro modo
giuste, anche se la ragione dice che non lo sono.
La ragione non condivide questa accettazione passiva. La rifiuta, in verit.
Il problema della nostra cultura, impregnata di cristianesimo comunque,
che quel chiavistello utile a farti accettare con saggezza le cose della vita pu
essere accettabile in un contesto squisitamente spirituale e individuale, non
lo pi se diventa uno strumento di sopraffazione ideologica.
La mentalit cosiddetta conservatrice e liberista figlia diretta di quel con-
cetto. Esempio: i ricchi sono ricchi perch sono pi bravi dei poveri a fare
soldi. Se cos e la maggioranza forse pensa che sia cos tutte le strutture
(e le storture) dellesistente diventano spiegabili. Anche le guerre che i ricchi
e i potenti del mondo fanno sono spiegabili. Il motto che riassume questa
spiegazione il seguente: cos perch giusto che cos sia. Pirandelliana-
mente: cos , se vi pare (i pi cinici).
Non ho nessuna intenzione di fare una lezione di filosofia spicciola. Mi attac-
co allesistente. Coloro che sono sorpresi che la classe dirigente vicentina
abbia, da ventanni a questa parte, gestito nel modo che abbiamo visto tutti
un gioiello potenziale e di fatto come la Banca Popolare di Vicenza,
sperperato le risorse del risparmio di vicentini ricchi e poveri, corso dietro
a quel grande, impagabile, creatore di consenso personale che stato Gianni
Zonin in cambio di favori, prebende e posti, sono dei conservatori. Lo sono
perch hanno sempre pensato che se quelli sono ricchi, una ragione c.
Lo sono perch pensano che se sono ricchi sono anche i pi bravi. Lo sono,
conservatori, perch se il giornale della citt parla ogni giorno di quelli
una ragione c. la ragione suprema della provvidenza.

4 Personalmente non sono sorpreso di questo disastro perch non


sono un conservatore. Verifico le cose, le guardo, cerco di capirle. Non accetto
gli uomini della provvidenza. Non accetto il principio, conservatore, che cos
perch se quelli che le cose le fanno sono l, una ragione c.
La verit, non conservatrice, che gli uomini devono sempre mettersi in
discussione. Perch sono egoisti. Perch sono deboli. Perch sono ambiziosi.
Perch sono vanesi. Perch godono a veder la loro foto e il loro nome sul
giornale. Perch amano (troppo) la ricchezza e i soldi.
Alla fin fine: perch sono fallaci.
Se mettiamo assieme tutti questi difetti (pubblici e privati) della classe
dirigente vicentina in questo pessimo ventennio pubblico che abbiamo alle
spalle, troviamo facilmente la ragione per la quale hanno perso una banca
che era il forziere della citt e hanno fatto perdere i risparmi a tanta gente
impotente e ignara (e, purtroppo, conservatrice).
Una casta ha governato nellultimo ventennio la citt di Vicenza e questa
casta ha perso. ancora ricca, ricchissima, ma ha perso.

Laltro esempio che si offre alla riflessione sulla provvidenza il


problema della TAV a Vicenza. Nel 2014, da giugno a dicembre, il sindaco
Variati, lassociazione industriali, la Camera di Commercio, hanno avviato
una campagna informativa senza precedenti sulle qualit insostituibili di un
progetto di TAV a Vicenza fatto da loro, a partire da un idea meravigliosa
venuta ad un impiegato della Camera di Commercio appassionato di treni
(o di trenini?) - che avrebbe sconvolto la citt, avrebbe creato due o tre
stazioni dove non cerano, avrebbe bucato monte Berico, sarebbe passata
sopra a interi quartieri, avrebbe cancellato la stazione storica: il tutto per far
arrivare i treni ad alta capacit/velocit in zona industriale (dove, peraltro,
ci sono pi capannoni vuoti che pieni oggi, nellanno del Signore 2016). In
realt era un progetto folle. Serviva solo a chi avrebbe costruito. Il futuro
sarebbe stato inesistente.
Bene, lente nazionale che si occupa dei progetti TAV, la RFI, ha detto chiaro
e tondo che il progetto impraticabile. Costa troppo. Ed sproporzionato
rispetto al territorio vicentino.
Un anno e mezzo perduto dietro a progettisti improbabili. Un anno e mezzo
di spese inutili. Un anno e mezzo di propaganda a vuoto. Classe dirigente
vicentina. Cupola. Alleanza politico-industriale. Esempio di conservatori
allo sbaraglio. La provvidenza, se c, altrove. E noi stavolta, per il loro
fallimento, ringraziamo la provvidenza (pd).
SCANDALO POPOLARE 5
VITTIME, CARNEFICI
REATI, RESPONSABILIT
DANNO IRREPARABILE
A TUTTA LA CITT
La cooperativa Banca Popolare, cassaforte di tutti
i vicentini, grandi e piccoli, ricchi e poveri, finita il 5
marzo 2016. Per qualcuno fallita quel giorno. La nuova
spa nasce sulle ceneri della vecchia cooperativa. La
maggioranza che andr a formarsi (ancora nella testa di
Giove) non avr nulla del blocco di potere ideato e costruito
da Gianni Zonin, eppure, sembra strano a dirsi, quello di
Zonin ancora lunico potere in circolazione che resiste.
Malgrado le indagini della Magistratura e le sue dimissioni
da presidente. La storia della ex Popolare la storia di un
fallimento epocale della classe dirigente che ha governato
Vicenza per decenni. Non si salva nessuno: politici,
amministratori, dirigenti, professionisti amici.
La citt del Palladio in ginocchio. Vediamo perch
PINO DATO

N aturalmente, la sintesi difficile. Pi facile il racconto,


lanalisi. Ma troppo lunga lunga di cose, di persone, di avveni-
menti, di complicanze, di prepotenze, di giustizia ancora assente e
non si presta alla migliore comprensione dei nostri lettori: i quali
devono conoscere, capire, in un ambito, in un quadro, complessivo.
proprio qui il difficile: il quadro complessivo.
Scusate leccessivo prologo. Parliamo della fu Banca Popolare. Fu
Popolare perch non pi cooperativa (una testa, un voto). , a
tutti gli effetti di legge, Spa (conta chi ha pi; chi ha meno non conta
nulla, conta solo per il disvalore delle azioni che possiede, ovvero

6 meno di nulla, oggi).


Ebbene, il disastro annunciato ben prima di quel 22 settembre in cui
entrarono in azione le Procure e le Guardie di Finanza e Valutarie, ha
avuto da allora ai giorni nostri (siamo alla fine di marzo) tali e tanti
eventi, risvolti, macerie, che riassumerli davvero improbo. Ma io
voglio tentare ugualmente.
Analisi e sintesi insieme: inevitabile. Non c altra strada. Altrimenti
si fa come quei giornali e media in genere che danno le notizie, le
lasciano in superficie, poi le dimenticano, poi sono sommersi da altre
notizie e le danno, poi sentono i diretti e gli indiretti interessati: titoli
su titoli. E la gente resta con mille dubbi e una grande rabbia in corpo.
E soprattutto: con la consapevolezza di aver perso un capitale, piccolo
o grande, comunque strategico. Ebbene: quanti vicentini hanno perso
il loro capitale strategico e non hanno capito molto di quello che
successo? Cinquantamila, centomila? Tutta una citt, pi o meno.

I vicentini tutti (le molte teste) hanno perso un capitale


pari ad un ottavo del fiscal compact italiano

Primo fatto: macroeconomico. Il Sole 24 Ore qualche settimana


fa scrisse che le due ex popolari venete hanno lasciato sul terreno
qualcosa come 9 miliardi di euro. Non i loro dirigenti, bens i
loro soci. Le loro teste. Per ora. Con il prezzo stabilito pre-borsa dai
rispettivi consigli. Per la Vicentina 6,3 euro ad azione. Perdita del 90
per cento rispetto allultimo valore. Pi su non si sale. prevedibile
unulteriore discesa: poi vediamo come e perch.
Fermandoci alla ex BpV. Tenendo presente il dato macroeconomico,
evidente che la provincia di Vicenza nel suo complesso si impoverita
senza possibilit alcuna di recupero di poniamo 6,5 miliardi di
euro (considerando che molti vicentini erano anche soci di Veneto
Banca). una cifra enorme: un ottavo del fiscal compact eu-
ropeo per lItalia (che vale per lintera nazione). E soprattutto non
reddito perso, capitale perso. I vicentini si sono impoveriti.
Suggerire di equilibrare un fatto grave e certo come questo con la
speranza di recuperare parte del valore perduto andando a comprare
di nuovo azioni della banca al bassissimo probabile valore di borsa
futura (bilanciando il valore di carico delle proprie azioni precedenti)
demenziale. Suggerimento per bambini. Se il tuo capitale di azioni
di borsa cala paurosamente, comprane altrettante: il prezzo medio di
carico del nuovo pacchetto
sar basso e dunque nel
futuro perderai meno o
forse, se va tanto tanto 7
bene, guadagnerai. Ma
questo principio si pu
suggerire ad un azionista
della vecchia Popolare?
Su questo punto entrato
in gioco quel fattore nazio-
nalistico provinciale (che Paolo Scaroni
la banca dei vicentini resti
ai vicentini) che stata,
gi nel tempo, la ragione
principale del disastro.
Sono stati, appunto, i vi-
centini a rovinare la banca
dei vicentini. Sarebbe one-
sto ricordarlo e, se si ha in
mano una parte rilevante
dellopinione pubblica,
un dovere ricordarlo
sempre.
Paolo Rossi

Quanto buono lei, dottor Scaroni

Il giornale locale, fedele e mansueto propugnatore di quel falso


concetto, ha pubblicizzato, in nome della propaganda del s prima
dellassemblea del 5 marzo, la bont danimo del dottor Paolo
Scaroni, gi Eni, discusso manager pubblico, nato e vissuto a
Vicenza (poi volato altrove), che ha dichiarato, a caratteri cubitali,
che aderir allaumento di capitale proposto dal direttore generale
Iorio, premettendo, quasi a voler dichiarare una verginit, che lui
della vecchia Popolare non aveva azioni. Affermazione ridicola due
volte: comprare azioni al prezzo di borsa oggi pu anche essere un
affare (di rischio) ma non certo un eroismo e comunque del tutto
irrilevante quanto potr acquistare un singolo, sia pur con i mezzi
indubbiamente cospicui del dottor Scaroni.
Cosa voglio dire? Che invitare i vicentini a spendere ancora i loro
risparmi per acquistare azioni della Popolare S.p.A con questi te-
stimonial, dopo quel che successo e dopo che i loro precedenti
risparmi sono stati dilapidati, insensato e ingeneroso. Anche perch
cominciamo a conoscere molte cose del passato di questa banca che

8 stata il forziere di Vicenza, ma non sappiamo, sempre del passato,


ancora tutto (provveder la Magistratura? Speriamo).
Tuttavia, del futuro non sappiamo assolutamente nulla. E nemmeno
siamo in grado di prevedere nulla. Ora, invitare i vicentini a crederci
(che non come credere che domani forse ci sar il sole) davvero
assurdo e da incoscienti. Siamo al limite dellinsider trading alla
rovescia. Con tutto quello che successo chiedere a questa gente di
aiutare la banca come fosse la mamma - e invece solo un istituto
dove hanno pascolato solo pochi, inguardabili buoi per alcuni de-
cenni - davvero indecente. Che abbia dato ascolto a queste stolte
sirenette un uomo come Paolo Rossi (Scaroni non mi ha sorpreso)
mi ha davvero indignato.

Tutti a danzare per decenni come gli indiani attorno


al totem BpV con i soldi dei vicentini

La gente portata a dimenticare. Dimentica i colpevoli. Li ricicla.


Avendoli a suo tempo santificati, complice la stampa amica e/o
prezzolata, ogni giorno che passa senza unadeguata informazione
utilizzato dai colpevoli (potenti ancora, se non altro per tutti i denari
che hanno guadagnato sulla banca per anni, decenni) per farsi ricicla-
re. Anche inavvertitamente. Anche senza fare la fatica di declamare
o comprare qualche giornalista daccatto.
Avevamo definito questo misfatto BpV epocale. Lo avevamo fatto
tenendo bene a mente tutte le coordinate virtuali e fisiche della storia
della Vicenza dellultimo ventennio. Poteri forti che si inebriavano
della loro forza, e tutti a danzare come gli indiani attorno al totem
Banca Popolare, la cassaforte loro (con i soldi dei vicentini).
La classe dirigente vicentina gravemente colpevole. Tutta. Il sindaco
Variati politicamente colpevole perch sempre vissuto allombra
della stella di Zonin. Variati, come ha ammesso lui stesso e per lui
un suo assessore, non ha neanche i soldi per sistemare le buche delle
strade. Costa un tot a metro quadrato. Unenormit per lassessore (e
per il sindaco). Il bilancio non lo consente. Fine della politica. Senza
Zonin sar ancora pi in difficolt. Chi diventer presidente della spa
Banca popolare dopo gli scandali cui abbiamo, impotenti, assistito?
E sar lieto di andare daccordo con questo sindaco il nuovo presi-
dente? O pretender che la politica (al servizio, ormai da decenni, dei
Achille
Variati, 9
sindaco
di Vicenza,
e Gianni Zonin,
ex presidente
Banca Popolare,
in una delle tante
occasioni di
firme
condivise

poteri forti) gli confezioni un adeguato sindaco?

I tre irreparabili misfatti

La situazione davvero lunare. Nessuno sa cosa accadr. Sappiamo


solo che sono accaduti tre tipi di misfatti (che possono essere consi-
derati dalla lenta Magistratura reati oppure no, ma questo un altro
discorso):
Primo misfatto. Sono stati redatti bilanci non veritieri, infarciti
di valutazioni non corrette, sprovvisti di molte elementari regole di
buona amministrazione, irrispettosi delle regole impartite da Banca
dItalia e BCE; questa realt in apparenza solo contabile si riverbe-
rata sulla realt reale perch la banca ha dovuto chiedere aumenti di
capitale (lultimo di 1,750 miliardi) che hanno deprezzato, alla vigilia
dellentrata in borsa, pi volte il suo valore; le azioni valgono oggi
teoricamente 6,3 euro e ne valevano 62,50; questa enorme perdita
di valore non caduta dal cielo e neanche (vale sottolinearlo) dalla
crisi del sistema bancario, come gli smemorati credono o dicono, ma
dalla cattiva amministrazione di Zonin, Breganze, tutto il consiglio di
amministrazione, tutti i sindaci, i pessimi revisori contabili.
Secondo misfatto. Per poter raccogliere a pi non posso capitale
fresco attraverso nuove sottoscrizioni sono stati concessi fidi e prestiti
a condizione che i debitori sottoscrivessero capitale azionario della
banca. Questo fatto, passato sotto la lente della Bce e della Magistra-
tura, ha diminuito ulteriormente, sanzioni a parte, il patrimonio della
banca e quindi ha danneggiato anche tutti gli altri soci.

10 Terzo misfatto. Sono stati venduti bond e obbligazioni senza le


necessarie informazioni a soci ignari ad un prezzo irreale, perch
non teneva conto ovviamente della parallela svalutazione in corso
(oggettiva) del patrimonio della banca.
Questi tre misfatti hanno prodotto due danni irreversibili: hanno im-
poverito la banca perch molti correntisti sono fuggiti via portandosi
dietro i depositi, e hanno impoverito i vicentini ignari, che hanno
perso tutto il loro storico capitale strategico. Un cataclisma (non solo
finanziario). Eppure molti della cosiddetta classe dirigente vicentina
si comportano ancora oggi come niente fosse accaduto.
Questi tre misfatti possono essere o no perseguiti, per i molti respon-
sabili, dalla magistratura. Ma il loro infimo livello morale ed etico
indipendente dalle decisioni della magistratura.

Unicredit comprer? Forse s, forse no, chiss:


ma al prezzo pi basso possibile

Il presidente nuovo che ha sostituito il dimissionario Zonin, Stefano


Dolcetta, un industriale ben inserito nello stesso establishement
vicentino cui apparteneva Zonin, e il direttore generale Iorio, hanno
presentato allassemblea un bilancio 2015 semplicemente disastroso,
costituito da 2,4 miliardi di svalutazioni e rettifiche e da 1,4 miliardi
di perdita finale. Le svalutazioni e le rettifiche sono quelle che avreb-
bero dovuto essere fatte prima. Con un bilancio del genere la Banca
si presenter agli investitori di borsa che dovranno decidere quale
prezzo offrire per le azioni corrispondenti allaumento di capitale
deliberato, che , come detto, di 1,750 miliardi di euro.
Qui fioriscono le illazioni. In prima fila ci sarebbe lUnicredit, capo-
cordata di altri quattro istituti, Bnp Paribas, Deutsche Bank, Jp
Morgan, Mediobanca, la quale ha gi sottoscritto non un impegno
contrattuale, ma un preliminare (vedere pagina 31 della relazione
accompagnatoria al bilancio 2015 della Banca), che cosa diversa.
Il preliminare, tuttavia, precisa che Unicredit sottoscriver la parte
inoptata dai soci, parte che si presume sar rilevante. Le varie as-
sociazioni locali di professionisti e di altri soci minori che hanno
goduto di molti benefit nellera Zonin non sono cos forti da potersi
permettere un adeguato intervento. Scaroni e Paolo Rossi lasciamoli
alle loro idee meravigliose. Chi resta? LUnicredit, senzaltro, ma
alle sue condizioni; e poi Fondazione Cariverona, che il socio pi
importante di Unicredit e che ha molti interessi politici a Vicenza.
Dalla simbiosi dintenti di queste due banche uscir probabilmente
il pacchetto di controllo della spa Banca ex Popolare che uscir dalla
roulette dellofferta in borsa. Al prezzo, ovviamente, pi basso pos- 11
sibile: perch questo linteresse di chi dovrebbe salvare il salvabile:
entrare nel nuovo capitale al prezzo pi basso possibile. E questo non
certo linteresse dei centomila impotenti soci storici della banca.
Da questo piccolo modesto quadro capiamo quanto grande sia stato
il danno fatto da questa gente (molti dei quali sono sempre al loro
posto di misfatto) ai vicentini ignari. Esponenti della vicentinit pi
illustre, che forse continueranno a mantenere un controllo sulla banca
ma a condizioni disperate per la grande massa dei risparmiatori: i
quali o dovranno rinunciare a quasi tutto il loro capitale di risparmio
o dovranno accollarsi il rischio di investire altri denari in questa barca
ad un prezzo bassissimo teoricamente pi conveniente.

Azione di responsabilit contro la dirigenza pubblica


e privata che ha controllato per decenni la citt

In qualunque altra societ con la storia accumulata negli ultimi mesi


dalla ex Popolare, per iniziativa di soci o amministratori o sindaci o
revisori o probiviri o direttori generali, sarebbe scattata la richiesta
di azione di responsabilit prevista ampiamente dal codice civile.
Moralmente un obbligo, giuridicamente unopportunit. Con tutti
i dati disponibili e con tutto quello che stato ufficialmente documen-
tato, il problema non si poneva. Attenzione: lazione di responsabilit
nei confronti degli amministratori non ha nulla a che vedere con
eventuali azioni penali iniziate dalla Magistratura inquirente, sono
due territori contigui ma indipendenti.
Lazione di responsabilit intrapresa allinterno di una societ nei
confronti di amministratori e sindaci squisitamente civile. Solo in
seguito pu assumere tratti penalmente rilevanti.
Ebbene, il nuovo presidente Dolcetta che sostituisce il vecchio
dimissionario, discusso e inquisito Zonin, ha dichiarato letteralmente:
Per intraprendere azione di responsabilit servono fatti concreti,
reali, acclarati, altrimenti il rischio solo di andare incontro a costi
rilevanti.
Dolcetta ha detto una cosa sbagliata e una cosa giusta a met. Mi spie-
go. La cosa sbagliata nellaffermazione che servono fatti concreti e
acclarati. Ce ne sono a iosa. Potrebbe intraprendere questa azione,
teoricamente, chiunque, senza nessuna esperienza e con le pezze
dappoggio dei bilanci, delle relazioni, dei verbali, degli interventi
(poi non sanzionati) della Banca dItalia, delle sanzioni della BCE e

12 cos via. Di documenti ce ne sono fin troppi.


La cosa giusta a met detta da Dolcetta che ci sono dei costi da so-
stenere, ma che non dovrebbero turbare un amministratore nuovo
che vuole il rilancio della banca su basi diverse (e questa la parte
sbagliata).
Sarebbe unoccasione di buona amministrazione e di rottura con
il passato. Morale e pratica. A chi si arricchito per ventanni con
parcelle immeritate e con nomine a largo raggio (presso societ col-
legate o presso limpero del vino Zonin) potrebbe essere chiesto sia
un risarcimento morale che uno economico. Zonin per primo, ma
non solo Zonin.
Perch Dolcetta ha fatto una dichiarazione cos tremebonda? sem-
plice: doveva mandare un messaggio ai molti amici coinvolti, gran
parte dei quali sono ancora poco nobilmente al loro posto dopo anni
di errori e di colpe anche gravi di tutta la dirigenza. evidente che
unazione di responsabilit contro Zonin coinvolgerebbe parallela
azione contro Zigliotto, ex presidente di Confindustria, gi dimis-
sionario e indagato dalla Magistratura, contro lavvocato Marino
Breganze, vice presidente ed esperto in nomine (ricevute), con i
suoi problemi di indagato eccellente per il ruolo di presidente nella
siciliana Banca Nuova (usura e quantaltro) e i cui silenzi nella vicenda
BpV che lo vede teoricamente in primo piano sono pi imbarazzanti
del famoso urlo di Edvard Munch, contro il presidente del collegio
sindacale Giovanni Zamberlan, l da una vita, contro i precedenti
sindaci, soliti consulenti in cattivit della Vicenza che da sempre
conta. Su questultimo, poi, unazione di responsabilit di Dolcetta
farebbe perfino sorridere perch il decano dei sindaci BpV anche
presidente del collegio sindacale di Fiamm Holding srl, la finanziaria
di famiglia. Come potrebbe Dolcetta mettere in croce un suo uomo
come Zamberlan?
E poi via via, sotto, tutta la sequenza di eccellenti vicentini che hanno
consapevolmente accettato di subire il dolce monopolio morale di
Gianni Zonin, le sue nomine, i suoi favori, la sua signoria.
Diventerebbe unazione di responsabilit contro la dirigenza allargata
della citt di Vicenza, contro studi professionali di altissimo livello,
delle cui prestazioni i nostri industriali e i nostri politici si continuano
a servire lautamente, pagandoli. Perch cos va il mondo. Ma la causa
del fallimento (parola che a questo punto si pu usare) della vecchia
cooperativa bancaria di nome Popolare di Vicenza passa attraverso
questa realt, una realt che Il Sole 24 Ore ha gi definito come il pi
13

Gianni Zonin e Stefano Dolcetta.

vistoso risultato (negativo) mai visto del cosiddetto capitalismo


di relazione.
Il capitalismo di relazione avviato, spesato, consumato e (forse?)
concluso da Gianni Zonin, agricoltore prestato alla finanza (sua de-
finizione) spiega benissimo perch il signor Stefano Dolcetta ritenga
che non ci siano fatti concreti, acclarati, per intraprendere azione di
responsabilit nei confronti di amministratori e sindaci. Dolcetta fa
parte di questo storico capitalismo di relazione, ne ha sempre fatto
parte. Non potrebbe tradire la patria proprio adesso che la patria ha
bisogno di lui.

Dopo la tempesta, tutti zitti. Perch?

La sicurezza che i non inquisiti e i non responsabilizzati ammi-


nistratori, dirigenti e sindaci (e probiviri, e revisori contabili) hanno
dimostrato in tutta la vicenda Popolare degna di un grande (senza
ironia) manuale. La banca va a rotoli, per semplificare, passa in un
anno o poco pi da 62,50 euro a 6,3 e forse a 1 o 2, e loro zitti. Ci
sono colpe gravi, e loro zitti. Ci sono lacune gravi, e loro zitti. Ci sono
valutazioni ridicole, al limite del codice penale, e loro zitti.
Voi direte: una tattica. Vero, una tattica. Se parlo, peggioro la
14

Marino Breganze e Andrea Monorchio inaugurano una sede


della banca a Napoli

situazione con un panierino del genere davanti (dentro il quale ci


sono anchio e ci sono sempre stato). Quindi, meglio zitto. Non ha
detto una parola, dicevo, Breganze. Uomo di rilievo dellestablishe-
ment vicentino. Non un pirla qualsiasi. Presidente dellAccademia
Olimpica. Presidente anche di Banca Nuova (Sicilia). Vice presidente
di Fiera di Verona. Consigliere del Cuoa. Come lui Matteo Marzotto,
consigliere della banca (da poco, a dire il vero) ma anche presidente
del Cuoa e della Fiera di Vicenza. Non bruscolini. Condannato per
evasione fiscale ad un anno circa ma solo in primo grado. Per scan-
dalizzarsi c tempo.
Bene, prendo due pesci grossi non a caso. Breganze e Marzotto. Sul-
la vicenda non hanno detto verbo. Per esempio, avrebbero potuto
difendere loperato di Zonin, che poi il loro operato, essendo i
consiglieri di amministrazione tutti solidalmente responsabili delle
decisioni prese, salvo che non risulti da un verbale la loro opposizione
o contrariet. Nessun verbale di questo genere esiste. Lunico che si sia
documentalmente opposto negli anni stato lavv. Gianfranco Rigon 1,
ex presidente delOrdine degli Avvocati vicentini. Gli altri, i Breganze,
i Marzotto, gli Zamberlan, tutti consenzienti. Probabilmente lo sono
stati davvero, sapendo cosa Zonin decideva di fare. Oppure ( una tesi
oggi prevalente) hanno firmato senza leggere troppo attentamente le
1
Quaderni Vicentini 5/2015, p. 54 e segg.
carte. E questo, a parer mio, aggrava la responsabilit.
Pi grave la posizione di Zamberlan, presidente dei sindaci. Ad un
socio, Maurizio Dalla Grana, che gli chiedeva lumi e ragione dei
15
loro controlli, lui rispose con molto ritardo che i controlli erano stati
fatti a norma di Legge. Che una risposta che non risponde (citata
da Il Sole 24 Ore).
Ebbene, in questa situazione al limite della paranoia pubblica, la
stampa informa che per il 2015, annus dolens, mentre la banca e il
valore delle azioni andavano a picco, gli stipendi dei vertici non molla-
vano un centimetro. Tra amministratori, sindaci, consiglieri, direzione
generale, hanno percepito ufficialmente 16,7 milioni di euro a fronte degli
11 corrisposti nel 2014 (+52%). vero che nel conto erano comprese le
buonuscite dei dirigenti azzoppati (in prima fila lex Direttore Generale
Samuele Sorato, indagato) per il numero colpisce. Nessuno ha rinun-
ciato. Nessuno, salvo i tre indagati, si dimesso. Meglio dentro il bunker
che fuori. Questa la linea che ha prevalso.

Cappelleri: Nuovi reati, nuovi indagati

Dopo i sei indagati (Zonin, Zigliotto, Dossena, del cda, Sorato,


Giustini, Piazzetta della Direzione Generale) usciti dal blitz del 22
settembre e dalle indagini iniziali della Magistratura vicentina, pur
fra mille nuove scivolate, perdite, misfatti, quasi nulla accaduto
sul piano penale. La Magistratura vicentina, guidata dal procuratore
Cappelleri, sembrava arrivata ad un punto morto. Nulla si sapeva, n
di nuove accuse n di nuovi indagati.
Ci ha pensato, alla vigilia dellassemblea generale del 5 marzo che
avrebbe dovuto confermare la trasformazione in spa, il dottor Cap-
pelleri, responsabile dellindagine, il quale ha dichiarato allAnsa che
i procuratori Luigi Salvadori e Gianni Pipeschi, sostituti titolari
dellindagine, stanno lavorando su altre due ipotesi di reato, che sono
lassociazione per delinquere e il falso in bilancio, e che lui stesso
ha chiesto alla Corte dAppello di Venezia di assegnare per il caso al
Tribunale di Vicenza un magistrato distrettuale che possa unirsi ai
colleghi.
Per queste dichiarazioni il Giornale di Vicenza ha criticato Cappelleri
per la strana puntualit della sortita, a soli tre giorni dalla fatidica
assemblea. Resta il fatto che Cappelleri non ha parlato per caso. Sicu-
ramente gli indagati aumenteranno e forse i capi dimputazione per
quelli gi in essere. Fioriscono le illazioni su chi sono i nuovi indagati.
Ma Cappelleri ha ricordato il numero altissimo di azionisti (circa 500)
che denunciano di essere stati truffati e le cui posizioni vanno valutate

16 ad una ad una e alle quali si aggiungono le denunce ricevute dalle


Procure di Udine e di Prato. Senza contare le centinaia di denunce
arrivate alla Kpmg, la societ di Revisione, per truffa, e alla Banca
dItalia, per mancata vigilanza.
Una situazione materialmente complessa e corposa. Il lavoro annun-
ciato ancora di un anno. Ma i tempi della giustizia saranno molto
pi lunghi. Su che tipo di banca ex popolare si dispiegheranno?

Il forte ma inutile documento anti-sistema


di Zamperla, Gaianigo, Bernardi

In questo clima freudiano, esiste una stanza seconda, divisa dalla


prima (quella ufficiale, delle assemblee, dellamministrazione, del
valore, eccetera) da unintercapedine sottilissima. Non meno im-
portante della prima, questa stanza.
Tra le sue pareti stanno i soci illustri, i soci ricchi, qualcuno ricchis-
simo, che sono quelli che a Vicenza comandano e hanno sempre co-
mandato. Tra questi signori esiste da tempo una guerra sotterranea,
neanche tanto striscian-
te, che si rapporta a due
grandi controlli, quello
della propriet del Gior-
nale di Vicenza e quello
della presidenza dellAs-
sociazione industriali,
definita per entit la terza
associazione dItalia.
Le dimissioni di Zigliotto
da consigliere di BpV e
la scadenza del mandato
da presidente di Confin-
dustria, hanno scatenato
la guerra per la sua suc-
cessione. In campo due
esponenti non di primis-
simo piano, Caron e Ve-
scovi. Il primo sostenuto
da chi ha sempre criticato
Matteo Marzotto
Alberto Zamperla il Ceo

17
della Zamperla spa di Altavilla
V., 40 milioni di fatturato, 150
dipendenti, 90% esportazioni
in Usa-Oriente-Paesi Arabi-
Europa. Leader mondiale nella
produzione di giostre. Dal
2013 Alberto Zamperla vice-
presidente della Fondazione
Ca Foscari di Venezia.
Tra i suoi clienti ci sono
Disney, Universal Studios,
Paramount, Warner Bros,
Dream World, Maaf Group e
Genting Island.

la commistione fra industria e banca. Aggiungerei, la commistione


fra industria, banca, politica locale e informazione. Un unico blocco
di potere.
Alla vigilia della votazione escono allo scoperto tre industriali guidati
da Alberto Zamperla (gli altri due sono Flavio Gaianigo, Coprim,
e Francesco Bernardi, Chrysos) che scrivono a Squinzi e ai vertici
nazionali di Confindustria per denunciare il caso Vicenza e la con-
nessione, a loro avviso demagogica e dannosa, fra banca e industria
locale. La lettera riportata con enfasi dai giornali ma non ha effetto
pratico. Lobiettivo era evitare che lelezione imminente ricalcasse la
logica sempre perseguita a Vicenza dalle due zeta, Zonin e Zigliotto.
Il risultato di questa lettera pubblica? Nullo. Ai voti ha vinto Vescovi,
il continuatore della politica dellaffiancamento fra industria e banca,
il continuatore della politica di Zigliotto, un uomo che era tesoriere
dellassociazione e che, in pi, anche consigliere di amministrazione
di Banca Nuova, Sicilia, propaggine importante di Popolare Vicenza,
in cui presidente (indagato) Marino Breganze. Tutto regolare.
Ha perso Caron, lavversario di Vescovi, un industriale metalmeccani-
co bassanese, indicato dalla famiglia Amenduni (Valbruna), famiglia
che avrebbe perso la bellezza di 90 milioni di euro investiti nelle azioni
della ex Popolare cooperativa, e che non aveva goduto del privilegio
di farsi rimborsare prima della tempesta.
Zamperla e gli altri due industriali, nella inutile bellissima lettera,
hanno, fra laltro, scritto: La nostra associazione non pu ritenersi
estranea a quanto sta accadendo nella banca. Parole eleganti ma

18 forti. Tutto inutile. Lassociazione va avanti come se alla presidenza


della banca ci fosse ancora Zonin.
Zamperla dice al Corriere della Sera: Basta con i giochini, con gli
industriali nei cda delle banche. Io lavevo gi detto ai saggi al mo-
mento dellelezione di Zigliotto: a me sta bene, ma deve lasciare la
banca. Lui non lha lasciata, stata la Procura a obbligarlo a lasciarla.
Quanto allassociazione, non potendo confermare Zigliotto, hanno
optato per Vescovi: che non in BpV, ma addirittura in Banca Nuova.
Quando si dice la coerenza. Il fuoco sempre quello. La lettera dei
tre industriali serve solo alla Storia.

Una citt senza anticorpi, senza opposizione,


senza alternative: Vicenza piegata su se stessa

C una conclusione? No, non c. una storia in progress. Un altro


che sta coraggiosamente zitto il sindaco, Variati. Il suo silenzio
la prova della commistione secolare fra politica, banca e industria.
Tutti noi siamo pericolosamente condizionati su questo terreno. Ci
sembra saggio che il sindaco, allo scoppio della granata, dica (come
ha detto): Ci auguriamo che le cose si sistemino senza ulteriori
danni alla gente, e che si fermi l. Ma se ci riflettiamo, dobbiamo
ammettere che semplicemente assurdo. La gente danneggiata dalla
politica perversa e invadente (ovunque) di questi signori la sua
gente, la gente che lo ha eletto e che guarda a lui, sindaco, come
legittimo e autorevole rappresentante. Che rappresentante uno che
sa solo sperare che le cose si sistemino? Non ha niente da dire? Non
ha da gridare la propria indignazione? Non ha da mostrare il proprio
fiero dito accusatore? No, non ha nulla di tutto questo da fare. Evita.
Spera. Preferisce non parlare di questa grave, imprevista situazione.
Scriviamo in altra parte di questo numero quanto, invece, Variati
sia stato condizionato, volente o nolente, dalla stella di Zonin. Ad
esempio nella politica della famosa Fondazione Roi.
Questa lacuna della politica una lacuna dellintera citt. Variati
passa (si spera), la citt resta (con le pive nel sacco). anche vero
(non una giustificazione per Variati) che la citt di Vicenza non ha
anticorpi capaci di generare una vera opposizione ai poteri costituiti.
Proprio la vicenda della ex Popolare lo dimostra. La gente con i diritti
vilipesi, impoverita, non ha riferimenti alternativi, a parte qualche
avvocato personale o di piccoli gruppi. Gli anticorpi veri, politici,
sociali, non ci sono mai stati. Da decenni. Tutti quelli che contano
vanno in teoria daccordo con tutti i protagonisti della carneficina
morale e stanno attenti a non pestarsi i piedi. una logica mafiosetta
alquanto ma cos . Salvo qualche litigio eccellente che resta nel chiuso 19
delle stanze elette (tipo Amenduni contro Zonin o contro Ingui) gli
altri si guardano, fanno comunella, si temono, tengono la barra drit-
ta, si fanno nominare un po qui un po l, tengono bene in mano lo
storico giornale locale (storico davvero, senza ironia) e questo basta
a loro, basta a tutti. E la citt si rimpicciolisce, si degrada. Con il caso
BpV si impoverisce. Tasto delicato, questultimo, eppure neanche a
questo livello succede qualcosa. Vicentino obbediente, tranquillo,
brava gente. Si tiene i Breganze, gli Zonin, i Maltauro, i Marzotto, gli
Scaroni, gli Amenduni, ricchi e bravi e paterni e forti. E aspetta che
la tempesta passi. Cos gli hanno insegnato. E lui ha buona memoria.

Il valore della Vicentina spa: i conti della brava serva

Last but not least. Quanto varr la banca dei vicentini alla fine di
questo sfiancante, deprimente tourbillon? Ora, mentre scriviamo, vale
teoricamente 6,3 euro ad azione. Si chiama prezzo di recesso. Nel
senso che, a termini di legge, se io, socio, voglio essere liquidato,
questa la cifra che mi pu essere riconosciuta. Ma da chi? Dalla ban-
ca? Non dalla banca, che non pi cooperativa che per obbligo (si
fa per dire) avrebbe dovuto liquidare lultimo prezzo riconosciuto al
socio che recede. Da altri soci. Vecchi e nuovi. E per ottenere questo
prezzo devo fare una bella raccomandata con ricevuta di ritorno e
aspettare in cima alla torre che arrivi il tonto. Siccome tonti in giro
non ce ne sono pi, mi tengo le azioni. Quando la banca sar in Bor-
sa, potranno essere messe sul mercato e liquidate, ma a che prezzo?
Facciamo i conti della serva (che, almeno, sono onesti). Le azioni in
circolazione della banca in questo momento sono, decina pi decina
meno, circa cento milioni. Ci significa che la capitalizzazione del
forziere di tutti i vicentini che fu di Zonin, cavalier Gianni, in questo
momento (Pasqua 2016) ammonta a 630 milioni di euro. Questo
oggi, contabilmente, il valore della Vicentina.
Per entrare in Borsa, tuttavia, la banca ha annunciato una ricapitaliz-
zazione di 1,750 miliardi circa. Obbligatorio. Per volere della BCE e per
sistemare i conti e il rapporto fra massa debitoria e capitale proprio.
Ci siamo? Quel miliardo e settecentocinquanta milioni di nuovi titoli
gi in buona parte garantito da Unicredit e, forse, da Fondazione
Cariverona (lasciate perdere Rossi e Scaroni). E forse da qualche
investitore istituzionale (europeo?) dellultimo momento che veda
nellinvestimento qualche importante risvolto politico-economico:

20 come quello di possedere una banca fino a ieri leader in un territorio


di vasta industrializzazione come quello vicentino. Bene.
La serva dice: 600 milioni pi un miliardo e 750 milioni fa 2 miliardi
e 350 milioni. Bella cifra. S, bella cifra. Ma quante azioni ci staran-
no, in numero intendo, sotto quel miliardo virgola 75? I nuovi soci
avranno, del capitale cos costituito, il 71%, i vecchi soci (cio tutti
noi) saremmo al 29%, non avremo nessun potere. Ma questi sono
particolari irrilevanti. Non illudetevi sulla carta didentit di chi ar-
river. Qualcuno arriver. Di nuovo e meno nuovo.
Il Sole 24 Ore dice una cosa molto semplice: in tutto il settore del-
le banche, in crisi o no, il rapporto fra valore di borsa e patrimonio
proprio varia dal 20 al 40 per cento. del 20 per le banche pi in
difficolt, del 40 per quelle pi tranquille. Infatti, il prezzo di 6,3 euro
per azione viene da questa formuletta. Il patrimonio netto di BpV
dellultimo bilancio era di 2,5 miliardi di euro. Si deciso di tenersi
in mezzo fa 20 e 40 per cento. Si detto: facciamo il 30 (le serve che
fanno i conti sono tante a questo mondo). Il 30% di 2,5 miliardi fa 750
milioni. Le azioni della banca sono 108 milioni. Il valore dellazione
sarebbe, con la formuletta, 6,9. Per prudenza hanno fatto 6,3.
Quando arriver la borsa molti fattori psicologici, oltre a quelli nu-
merici stretti, conteranno.
Conter che Fitch ha declassato la banca a B-. Conter che i bond
subordinati sono stati declassati da B a CC. Conter che molti cor-
rentisti, per ben 8,5 miliardi di euro di depositi, hanno lasciato la
banca. Conter che il valore delle filiali dal 22 settembre 2015 si
molto ridotto. Conter che quella mastodontica filiale costituita a
Borgo Berga nel Mostro di Maltauro, Variati & C. non vale certo
quanto iscritto a bilancio. Conter che a Prato, seconda citt italiana
per numero di soci della vecchia Popolare, i soci e i risparmiatori
sono pi incazzati che nella mite Vicenza.
Conter che 627 punti vendita sono obiettivamente troppi. Conter
che il procuratore Cappelleri ha dichiarato papale papale che c una
struttura deviata interna allistituto, gerarchica e ben organizzata.
Conter che anche nellultimo bilancio le azioni della Cattolica assi-
curazioni non sono state, come avrebbero dovuto, svalutate. Conter
che alla luce dellultimo bilancio la raccolta diretta diminuita del
23,5%. Conter che, non si sa perch, tutti gli sportelli di Sicilia e
Calabria sono stati mantenuti. Conter che la banca ha un credito
rilevante verso la Fiera di Vicenza del presidente Matteo Marzotto
che non si sa come potr rifondere dal momento che il suo fatturato
di poco pi di 30 milioni di euro contro unesposizione complessiva
verso banche di 40 milioni.
Se tutti questi fattori (e molti altri) influenzeranno il dato numerico,
probabile che il valore di borsa della Popolare spa sar pi vicino 21
al 20 che al 40 per cento del patrimonio, salito, con la nuova capi-
talizzazione, a 2 miliardi e 350 milioni. Il valore totale che ne esce
sarebbe inferiore a quello attuale, ma il parco azioni sar quattro
volte tanto. Se i vecchi detentori del capitale BpV conteranno per
un quarto, grosso modo le azioni complessive della banca potranno
essere tra i 400 e i 500 mila pezzi. E adesso con i conti mi fermo qui.
La serva stanca e anche un po delusa.

La conclusione, cari lettori, tiratela voi. Il racconto par-


ziale. La storia in progress. Emerge certa, credo, la responsabilit di
chi ha voluto tutto questo arricchendosi e impoverendo, nel contempo
(sul piano culturale, politico e infine economico) la citt di Vicenza.
I nomi sono noti ma non contano nulla. Non ci sono ricambi. que-
sta lultima colpa di questa classe dirigente inetta e subdola. Non
ha creato n opposizione n alternative. Ha svernato, ignobilmente,
sulle teste di tutti noi.
22 FONDAZIONE ROI
ED EX CINEMA CORSO
LE RESISTIBILI INTESE
FRA ZONIN E VARIATI
La storia dellex cinema Corso, passato da Valerio
(multisala Roma) a Berlusconi, tornato a Valerio
(Will srl), stato acquistato da Zonin, presidente di
Fondazione Roi, nel 2014, non per fare del cinema
(che manca in corso Fogazzaro dal 1996) ma per dare vita
al progetto con Variati e il comune di Vicenza onde riempire
il corridoio immobiliare strategico che va da palazzo
Repeta (comprato da Banca Popolare) a ex sede Camera di
Commercio passando per lex cinema Corso.
Una storia interessante e istruttiva: che rivela tutti i forti
legami sempre esistiti fra banca e politica locale

PINO DATO

L a Fondazione Roi, la cassaforte ideata per il sostegno ad


opere di cultura dal suo fondatore, Giuseppe Roi, marchese vicentino,
uno degli ultimi (se non lultimo) nobili mecenati di questa citt,
una canna al vento (vuota)? Sembrava di s, a decrittare le gravissi-
me, inusuali, accuse formulate in occasione dellassemblea della (ex)
Banca Popolare da parte di Barbara Ceschi a Santacroce, nipote
del marchese Giuseppe che non pi tra noi.
Ma in realt non cos. La nipote del marchese ha urlato il suo sdegno
ai microfoni dellassemblea con riferimento esclusivo a due entit
patrimoniali ben precise di un bilancio, quello della Onlus Fonda-
zione Roi, che (in teoria) secretato perch trattasi di fondazione di
diritto privato: la consistenza di 29 milioni di euro, corrispondente
a 471 mila azioni della Popolare cooperativa e in procinto di diven-
tare spa, e la registrazione, fra gli immobili inseriti nellattivo, dello
stabile dellex cinema Corso sito in pieno centro storico a Vicenza in
corso Fogazzaro.
23
Perch Barbara Ceschi ha cercato il clamore della denuncia in unas-
semblea pubblica come quella che ha sancito la trasformazione in spa
della banca dei vicentini? Si dir: perch la nipote del marchese. Si
dir: perch si sa che a gestire il patrimonio della Roi sono i vertici
della banca Popolare, vale a dire Zonin presidente e Breganze
vice-presidente, un ticket magico. Si dir: perch vuole unire il
suo sdegno a quello dei molti vicentini che sono stati, dalla svaluta-
zione delle azioni, letteralmente depauperati. Si dir: perch a sua
volta azionista della BpV e ha voluto anche togliersi, come nipote,
un sassolino dalla scarpa. Si dir: perch una persona eticamente e
giustamente indignata dalla pratica corrente del malaffare. Mi fermo:
ho scritto malaffare. Perch non lho detto io: lo ha detto lei. Vediamo
perch e come.

Il governo del malaffare

Barbara Ceschi ha detto letteralmente: La Fondazione Roi stata go-


vernata dal malaffare. Non unaffermazione qualsiasi. un preciso
e circostanziato atto daccusa. Di cui forze dellordine e magistratura
non potrebbero, in teoria, non tener conto.
Capitolato daccusa numero uno: la Fondazione Roi ha comprato
azioni della BpV, per lesattezza 471 mila, iscrivendo a bilancio 29
milioni di euro. Qui ci sono due domande che attendono risposta. La
prima: 29 milioni di euro diviso 471 mila azioni fa la bellezza di
62 euro circa ad azione. Questo il prezzo massimo raggiunto dalle
azioni della BpV per auto proclamazione. Ebbene, queste azioni la
Fondazione le ha comprate da qualcuno che era socio della banca
quando valevano secondo la demenziale valutazione di consiglio,
sindaci e revisori della banca medesima quel prezzo, o quella di
29 milioni stata una valutazione a bilancio? In soldoni: le azioni la
Fondazione le ha comprate dopo il 2009, vale a dire dopo la morte
del marchese e con lavvento alla presidenza di Gianni Zonin e alla
vicepresidenza di Marino Breganze, o le aveva gi prima acquisite a
bilancio e le ha rivalutate cammin facendo? Sono due fattispecie, sul
24

Barbara Ceschi a Santacroce

piano etico, giuridico e forse penale, molto diverse. O c sventatezza


perch immobilizzare una somma cos elevata in azioni di una co-
operativa bancaria nel bilancio di una Onlus il cui obiettivo primario
il sostegno di opere culturali da sventati o c malaffare. Ma su
questa seconda ipotesi per ora non possiamo dire quello che la stessa
Ceschi non ha detto. Lei ha solo lanciato un dardo.
Capitolato daccusa numero due: la nipote del marchese vuol capire
chi ha deciso lacquisto del cinema Corso a 8 mila euro al metro
quadro e vuole che lattuale Cda della Fondazione vada a casa.
Su questo capitolo limpressione che, se possibile, il malaffare
forse unipotesi in esclusiva. Lunica ipotesi. La sventatezza difficile
da provare. Vediamo perch.

Berlusconi, Valerio, Space Cinema, Cinema 5,


e infine Zonin per Fondazione: per fare cosa?

Lo stabile del cinema Corso fu acquistato nel 2004 da una societ in


apparenza piccola, una societ di persone in accomandita semplice di
nome Will di Valerio & Co., la cui ragione sociale coerentemen-
te: gestione di sale cinematografiche e affini. Glielo vendette una
societ molto pi grande, la Cinema 5 spa, la cui ragione sociale
identificabile senza ombra di dubbio come appartenente alla galassia
del biscione, cio a Berlusconi.
La societ di Roberto Valerio era da tempo immemore (addirittura
25
dal 1969) conosciuta a Vicenza, perch gestiva le tre sale cinematogra-
fiche del centro storico, Roma, Corso, Italia. Quando il Roma divenne
multisala (e la societ di Valerio entr in affari gestionali con la galas-
sia di Berlusconi, Space Cinema & company) e il Corso e lItalia
cessarono come sale perch non convenienti sul piano economico,
la Cinema 5 spa divenne proprietaria della sala del Cinema Corso e
dei locali adiacenti. La ragione difficile da conoscere, perch i mo-
vimenti di capitali di questo tipo, con una sala posta in ragguardevole
posizione al centro di una citt come Vicenza e la cui destinazione
duso mutevole come lumore di un buon capitalista (Comune per-
mettendo) non hanno quasi mai un verbale accompagnatorio. Sono
indipendenti dalle cause, come un assegno.
La Will di Valerio & Co., dopo averlo comprato (o ricomprato) da
Berlusconi, si tiene il Corso congelato per dieci anni. Finch non
arriva la Fondazione Roi. Nel 2014. Con un bellassegno (anzi, con
10 assegni da 250 mila euro) per un totale di 2,5 milioni. Firmato:
Gianni Zonin, presidente. Una cifra ragguardevole. Forse eccessiva.
La nipote di Roi stata mal informata. Qualcuno della stampa locale
aveva scritto 4 milioni e lei, in assemblea ha ripetuto 4 milioni. Ha
26 aggiunto: 8 mila euro al metro quadrato. Un prezzo assurdo. Ma non
cos. Su questo punto torniamo pi avanti.
Perch la Fondazione Roi ha fatto questo acquisto immobiliare ri-
levante quando lex cinema Corso, come immobile, era classificato
come un D3, Teatri, cinematografi, sale per concerti?
Attenzione: in teoria prima era tutto congruo, perch la Will di Va-
lerio (che lanno dopo si sarebbe trasformata in Will 2004 srl con
capitale sociale di 100 mila euro) era una societ che aveva come
oggetto sociale la gestione di sale cinematografiche, multisale e
quantaltro. Gestione, appunto, non propriet. Ma se, dopo aver fat-
to questo acquisto, il bene resta congelato per dieci anni, il cinema
non conveniente (c gi la multisala Roma che basta e avanza per
i consumi vicentini) e i prezzi degli immobili crollano travolti dalla
crisi, solo un cambio di destinazione duso pu salvare il proprietario.
La chiave tutta qui.

Arriva il salvatore dellinutilizzabile ex cinema Corso

Dieci anni dopo, nel 2014, arriva il salvatore, la Fondazione Roi del
presidente Zonin.
Ragioniamo. Che senso ha che la Fondazione Roi, che ha come oggetto
statutario la promozione dellarte, della musica, della cultura, compri
un immobile che ha una destinazione duso ben precisa (cinema) che
gi stata scartata (prima da Berlusconi, poi da Valerio) da chi gestisce
cinema per mestiere? Che sia dentro la risposta a questa domanda
che si cela il malaffare denunciato dalla nipote del marchese?
Continuiamo a ragionare. Fa parte delloggetto statutario dellOnlus
Fondazione Roi fare acquisti immobiliari di tal fatta? Direi di no.
Non c nessuna promozione di cultura nellacquisto di un immobile
fatiscente ad un prezzo assurdo e comunque molto alto.
Forse la chiave di questa risposta pu essere trovata cercando di capire
che societ quella da cui i vertici di Fondazione Roi (praticamente
i vertici di BpV) hanno acquistato limmobile.
Torniamo a Will 2004 srl. Sede sociale: Roma. Dipendenti: due. Sede
operativa, Vicenza. Dipendenti: dieci. In due parole: il capitale a
Roma, loperativit a Vicenza. Non una societ fantasma. Pre-
messa: vox populi ha sempre detto che il cinema Corso, inagibile dal
lontano 1996, era stato comprato da Berlusconi. Un po come Coto-
rossi/Borgo Berga. Non Berlusconi in persona, una holding sua, o se
non una holding, una srl, oppure una fondazione, una cooperativa. Il
27
capitale sempre innominato. Ma, alla fine, Berlusconi.
Bene. Caso vuole che Will 2004 gestisse gi nel 1996 il fu cinema
Corso. Pi tardi quando fu fatta la multisala Roma, la Will 2004 ha
continuato a gestire le sale cinematografiche (il suo oggetto sociale)
siglando un rapporto contrattuale con Space Cinema 2 spa, posseduta
interamente da Space Cinema 1 (le famose scatole cinesi), luna e
laltra di propriet dellimpero cinema che fa capo a Berlusconi (pi
sale Medusa e quantaltro).
Insomma, la Fondazione Roi, ovvero la sua amministrazione, voleva
darsi al cinema? In fondo il cinema unarte. Poteva starci dentro
loggetto sociale. A fatica. Ma poteva starci. La ragione di quella strana,
bizzarra operazione, allora il cinema?

Fondazione Roi: quel consiglio del 29 settembre 2015


che modifica lo statuto (notaio Rizzi)

La verit sulle scatole cinesi vien fuori solo quando falliscono. E anche
allora qualche problema di verit resta insoluto.
Questo acquisto insensato o c del malaffare sotto? Continuiamo
a ragionare.
La signora Ceschi aveva voce in capitolo per fare la denuncia che ha
fatto? In teoria, no. Non basta essere la nipote del marchese Roi per
assumere una veste giuridicamente rilevante in un contesto patrimo-
niale X o Y. La denuncia stata moralmente giusta e il legame con
lassemblea della BpV era doppio: uno per quei 29 milioni di euro di
azioni che adesso sono in gran parte perduti, laltro per la statutaria
presenza dei vertici della BpV nellamministrazione della Fondazione.
Ma in termini tecnici la signora Ceschi non subisce alcun torto. Pro-
babilmente lha subito a suo tempo, quando lo zio non ha ritenuto
opportuno coinvolgerla nella gestione della sua fondazione. Ma questo
un altro discorso. In realt una situazione lunare.
Una Onlus come la Fondazione Roi possiede personalit giuridica.
Il suo fondo patrimoniale intangibile. Non un capitale sociale di-
viso in azioni, un fondo patrimoniale autonomo, compatto, unico.
Lo scrivo per i non addetti ai lavori, che tendono ad assimilare una
simile realt a quella azionaria. In una Onlus quel che conta sono lo
28 statuto e lamministrazione. I veri padroni sono loro. Lultima varia-
zione statutaria della Fondazione Roi, notaio Rizzi di Vicenza, del
29 settembre 2015, guarda caso appena sette giorni dopo la tempe-
sta perfetta del 22 settembre 2015 quando la Guardia di Finanza e
la Guardia Valutaria invasero le sedi della banca e alcune residenze
private e fecero partire il tormentone societario e giudiziario della
Banca Popolare che dura tuttora. Sette giorni dopo quel 22 settembre
il cavaliere del lavoro dottor Gianni Zonin si riun con tutto il consi-
glio di amministrazione al completo per prendere alcune importanti
decisioni, parte delle quali sono state oggetto delle rimostranze della
signora Ceschi. Ma prima di raccontare cosa fu deliberato quel 29
settembre ci sono alcune cose da ricordare.

Zaia potrebbe fare molte cose in merito alla Onlus


ma in realt non far nulla

La presenza dei vertici della Banca popolare nel consiglio di ammini-


strazione la conseguenza di un atto statutario, ovvero della volont
del fondatore, il marchese Roi, perch ci avvenisse. Del resto, era
nota la simpatia e la stima del marchese per il dottor Gianni Zonin
e per la banca dei vicentini. Questa simpatia, questa acquiescenza
ideologica, non era esclusiva del marchese Roi, lo stata di tanti altri
ricchi e potenti cittadini della citt di Vicenza. Lo stata per anni.
Roi ha affidato, statutariamente, ai vertici della Banca popolare il
diritto-dovere di amministrare i fondi della sua creatura. Questa la
verit. Facile da discutere, oggi. Facile anche da criticare. Ma quando
ci emerso nessuno ha discusso, nessuno ha criticato.
Meno di tutti il comune di Vicenza, il signor Variati, il signor Bulgarini
dElci. Sapevano e consentivano. Perfino attraverso le colonne del
giornale locale esultavano.
Ma chi controlla gli amministratori di una Onlus con personalit
giuridica? Chi dice se fanno bene o se fanno male? In teoria il presi-
dente della Regione (cio Zaia) che certifica la rispondenza degli atti
della Onlus (fatti davanti al notaio) allo statuto stesso e alla legge
e poi li pubblica nel BUR, che il Bollettino Ufficiale Regionale, la
GazzettaUfficiale della regione Veneto. In pratica, nessuno giudica,
nessuno controlla. Anzi, no.
Il consiglio di amministrazione stesso. il consiglio il detentore
del potere assoluto. Auto-referenziale. il consiglio che decide gli
investimenti e i disinvestimenti. il consiglio che decide le regalie e
29
le promozioni. il consiglio che decide come spendere i soldi di cui
dispone. Naturalmente tutto deve essere fatto nel rispetto delloggetto
sociale e della ragione sovrana per la quale la Onlus nata. Il presi-
dente della Regione, nel caso Zaia, pu in teoria fare molte cose1. Pu
sostituire gli amministratori. Pu annullare deliberazioni contrarie
alloggetto sociale. Pu deliberare la liquidazione della Fondazione.
Pu sciogliere il consiglio e nominare un commissario straordinario.
Ma possiamo immaginarcelo Zaia, socio anche oggi della Banca po-
polare, che prende provvedimenti di questo tipo? Anche perch, vale
ricordare, la Regione da lui presieduta ha gi ufficialmente approvato
le modifiche statutarie proposte dal Consiglio di Amministrazione
della Onlus in quella famosa riunione del 29 settembre. Quel nuovo
statuto stato approvato con Decreto Direttoriale n. 312 del 29 di-
cembre 2015 dal Registro Regionale delle Persone Giuridiche della
Regione Veneto. Pu la Regione contestare se stessa?

Conferma conferimento incarico ai professionisti


per la ristrutturazione, valorizzazione e restauro
dellimmobile ex cinema Corso, Vicenza

E veniamo alle varianti statutarie proposte il 29 settembre 2015 dal


presidente Zonin, approvate dal consiglio e verbalizzate dal notaio
Rizzi di Vicenza. Sostanzialmente sono due: estensione da tre a cinque

1 TITOLO II DELLE PERSONE GIURIDICHE CAPO II


Delle associazioni e delle fondazioni
Art. 25 Controllo sullamministrazione delle fondazioni
Lautorit governativa esercita il controllo e la vigilanza sullamministrazione delle
fondazioni; provvede alla nomina e alla sostituzione degli amministratori o dei
rappresentanti, quando le disposizioni contenute nellatto di fondazione non pos-
sono attuarsi; annulla, sentiti gli amministratori, con provvedimento definitivo, le
deliberazioni contrarie a norme imperative,allatto di fondazione, allordine pubblico
o al buon costume; pu sciogliere lamministrazione e nominare un commissario-
straordinario, qualora gli amministratori non agiscano in conformit dello statuto
e dello scopo della fondazione o della legge.
Lannullamento della deliberazione non pregiudica i diritti acquistati dai terzi di
buona fede in base ad atti compiuti in esecuzione della deliberazione medesima.
Le azioni contro gli amministratori per fatti riguardanti la loro responsabilit de-
vono essere autorizzate dallautorit governativa e sono esercitate dal commissario
straordinario, dai liquidatori o dai nuovi amministratori.
30

Gianni Zonin, presidente di Fondazione Roi e Jacopo Bulgarini dElci,


vicesindaco di Vicenza

anni della durata in carica di amministratori e sindaci, e la specifica


(prima non cera) che al consiglio damministrazione spettano sia i
poteri di ordinaria che quelli di straordinaria amministrazione.
Il notaio Rizzi ha verbalizzato e inviato alla Regione solo la parte
relativa alle modifiche statutarie e ad una comunicazione del sindaco
di Vicenza, Achille Variati, in merito alla persona scelta come mem-
bro di diritto spettante al comune, nel consiglio della Fondazione. Il
membro di diritto, presente quel 29 settembre, scelto da Variati con
lettera datata 4 settembre 2015, il Direttore Scientifico della Pinaco-
teca Civica di Palazzo Chiericati, prof. Giovanni Carlo Federico Villa.
Quel giorno il consiglio vero era quello costituito dai tre membri di
marca Popolare di Vicenza, Zonin, Breganze e Annalisa Lombardo.
Oltre al professor Villa furono ufficializzate le nomine per cooptazione
(gi avvenuta) dei signori Sergio Porena (ex prefetto della citt del
Palladio) e Giovanni Sandrini (commercialista).
Lordine del giorno di quel decisivo 29 settembre 2015 era per pi
ampio. Prevedeva, oltre alle solite comunicazioni del presidente,
il punto 5 che cos recitava: - Immobili. Conferma conferimento
incarico ai professionisti per la ristrutturazione, valorizzazione e
restauro dellimmobile ex cinema Corso, Vicenza.
Sulle decisioni prese in merito al punto 5 non possiamo dire, perch
questa parte di verbale non agli atti pubblici. Ma verosimile che le
proposte del presidente (che ha convocato il consiglio) siano state ap-
provate allunanimit come le altre. Quel che conta il tema: Conferma
31
conferimento incarico per la ristrutturazione eccetera. Lex cinema
Corso, un tema privilegiato: da affrontare, risolvere, portare a termine.

Il corridoio per fare di Vicenza


una citt con al centro il centro

E qui torniamo alla distinzione fra sventatezza e malaffare. La nipote


del marchese ha denunciato il malaffare. E le operazioni citate sono
due: acquisto di enormi quantitativi di azioni della BpV e acquisto
dello stabile dellex cinema Corso. Gli accordi intervenuti fra Fon-
dazione e Comune hanno stabilito che lo stipendio del dottor Villa,
come direttore scientifico del museo, sia liquidato dalla Fondazione.
Basterebbe questo a smentire Variati, sindaco, e Bulgarini dElci,
vicesindaco e assessore allo sviluppo, quando dicono, come hanno
detto appena il temporale scoppiato, che la politica e il comune non
centrano. Centrano due volte: per i vantaggi finanziari che ricevono
(non limitati al solo stipendio del bravo Villa) e perch Villa un consi-
gliere di amministrazione a tutti gli effetti di Fondazione Roi e quindi,
in quella veste, rappresenta il comune di Vicenza, non se stesso.
Ma la politica centra una seconda volta ancora. Pi consistente, pi
subdola, pi importante della prima. Centra perch la Fondazione
Roi non retta da deficienti. Non compra lex Corso per fare cinema. E
non lo compra neanche per fare un centro culturale che cade dallalto.
Centra perch quellacquisto non poteva non essere concordato con il
comune di Vicenza in relazione alla necessit (allobbligo) di mutarne
la destinazione duso. Cambiamento che infatti arrivato. Al posto
dellex cinema Corso oggi in teoria si possono fare sia appartamenti
che strutture commerciali. Ecco spiegato il motivo di quel punto 5
allordine del giorno del consiglio al completo, presenti i sindaci:
ristrutturazione, valorizzazione, restauro, conferma di incarichi
professionali gi affidati. Per fare cosa? Tutto da soli o in compagnia?
La politica di Variati e Bulgarini centra perch quando la banca
acquist Palazzo Repeta2, ex sede della Banca dItalia a Vicenza, in

2
Cfr. Quaderni Vicentini 5/2015, p. 47, Il boomerang palazzo Repeta.
32

Il famoso corridoio di corso Fogazzaro, da ex cinema Corso a Palazzo Repeta.

piazza S. Lorenzo angolo corso Fogazzaro, ad una cifra altissima che


attesta i molto buoni rapporti esistiti fra lIstituto di emissione (ex) e
la banca di Zonin (allora si poteva ancora chiamare cos) lopera-
zione fu concepita di pari passo con lacquisto parallelo dellex cinema
Corso da parte di Fondazione Roi. Ebbene, su questo favoloso ticket
Repeta-cinema Corso cera locchio comprensivo e partecipe, quasi
esultante, di Variati. Non bello citarsi, ma lo faccio per aiutare il
lettore a farsi unidea pi precisa del marchingegno abbozzato: Lac-
quisto (ndr, di Palazzo Repeta) fu salutato da Variati, Zigliotto & C.
come una manna, quasi un servizio che Zonin rendeva alla citt pi
assediata del Veneto da anonimi centri commerciali e priva di un polo
shopping autorevole in centro. Zonin, attraverso Fondazione Roi,
che praticamente patrimonio della banca, acquist anche cinema
Corso. Il Giornale di Vicenza, pi di un anno fa (2014, in occasione
proprio dellacquisto del cinema e del palazzo, ndr) and a sentire
Variati, il quale non pot non dichiarare: - Vicenza sar una citt con
al centro il centro.
Il 13 maggio 2014, nel pieno della collaborazione fra Variati e Banca
Popolare al giornalista Nicola Negrin del Giornale di Vicenza, sotto
il titolo BpVi compra palazzo Repeta. Destinazione: ipotesi hotel,
Variati non si faceva pregare e con il solito entusiasmo di chi si sen-
te in una botte di ferro, disse: Quello che attualmente pu essere
etichettato come un corridoio vuoto ha spiegato Achille Variati
rispondendo a una domanda sul futuro di alcuni immobili situati nella
prima parte di corso Fogazzaro (compreso il cinema Corso, ndr) sta
33
per essere riempito: un po alla volta. E aggiunse ad un sempre pi
rapito Negrin: La Banca popolare si sta muovendo per riaprire quel
grande palazzo, secondo unottica che riteniamo strategica: riportare
al centro il centro storico.
Dunque, Variati, gi dal 2014 sapeva tutto.
Ecco spiegata la ragione dellacquisto del cinema Corso da parte di
Fondazione Roi. Lacquisto aveva senso solo in un contesto globale
che unisse il corridoio in un unico progetto. Per Banca e Fondazione
non era difficile, avevano lo stesso presidente. Mancava solo la col-
laborazione del comune, che arrivata. Limperativo era di Variati
e Bulgarini: Riportare il centro di Vicenza in centro. Riempire per
bene, e un po alla volta, quel corridoio da San Lorenzo fino allex
cinema Corso. Il quale cinema non era ovviamente un obiettivo della
Fondazione ma che avrebbe comunque dovuto cambiare destinazione
duso, da D3 a commerciale (il polo dello shopping, con lalbergo su
palazzo Repeta). Scrisse infatti Negrin: In passato il sindaco aveva
illustrato il suo piano: realizzare un albergo di lusso per rivolgersi in
particolare a una clientela prevalentemente straniera (arabi, russi,
o giapponesi).
Ecco spiegata, dunque, fin dallinizio, la collaborazione del comune, di
Variati, di Bulgarini, a quel magico progetto che, partito dallacquisi-
zione di palazzo Repeta si sostanziava concretamente nellacquisto da
parte di Fondazione Roi dellex cinema Corso. Tutti insieme, appas-
sionatamente: il comune, la Fondazione, la banca di Zonin, salutato
come salvatore. Che sia in questo triangolo il malaffare denunciato
dalla nipote del marchese?

Il progetto fra Comune di Vicenza, Banca e Fondazione


continua o naufraga?

La conclusione di questo pasticciaccio la seguente. La Fondazione


Roi stata usata come vero e proprio braccio operativo da Gianni
Zonin e dal management della Popolare per un certo tipo di ope-
razioni. Lacquisto di quasi mezzo milione di azioni della banca
un immobilizzo eccessivo, al di l della successiva svalutazione. Da
verificare se prima o dopo il 2009, anno della morte del marchese (si
veda il riquadro a parte sul patrimonio oggi esistente della Onlus). Da
34 verificare anche chi sono stati i privilegiati beneficiari della vendita
di cotanti azioni. Con questo acquisto la Fondazione Roi diventata
il 12 azionista della banca.
La svalutazione attuale riduce ad una cifra vicina allo zero questa
voce patrimoniale e il fatto di una gravit inaudita. Che Zaia che
ne ha i poteri sanciti dalla legge , mandi a casa i consiglieri o mandi
un commissario non risolve nessun problema. Ormai il danno stato
fatto, il dado tratto.
Altra nequizia lacquisto dellex cinema Corso. La Fondazione lha
fatto, questo acquisto, convinta da un progetto di collaborazione fra
Comune di Vicenza e Banca Popolare per riempire il corridoio illu-
stre e vuoto che va da palazzo Repeta a ex cinema Corso. Il progetto
naufragato, ovviamente, tanto vero che un anno dopo, verso la
fine del 2015, emerso un piano, provenienza sconosciuta, rivelato
dal solito GdV, che potrebbe salvare capra e cavoli. Trasformare la
destinazione duso del famoso corridoio vuoto denunciato da Variati
con appartamenti, ovviamente di lusso. Operazione politicamente
difficile, economicamente improba (per la banca, che infatti non la
prevede nel piano industriale), forse impossibile dati i tempi di crisi.
Con tanti saluti alla cultura. Che se ne fa la Fondazione di azioni ridot-
te a poco o nulla, e a muri inservibili? Una volta sostituito il consiglio
di amministrazione, decideranno ancora di pagare il direttore del
museo civico di Vicenza?
Chi dar una risposta? Il sindaco, il commissario o il procuratore
della Repubblica?
Il professor Villa 35
e il patrimonio della Roi
QUADERNI VICENTINI

Il professor Villa (ometto i tre nomi di battesimo perch sono


troppi) pu stare tranquillo: per il suo stipendio di direttore della Pi-
nacoteca Civica di Palazzo Chiericati,
i soldi ci sono. La Fondazione Roi, anche
dopo il nubifragio Popolare, ha ancora molta
liquidit. Parola di Enrico Ambrosetti,
avvocato personale di Gianni Zonin e legale
ufficiale dellOnlus.
Eventualmente bisogna vedere se il con-
siglio della Fondazione, o il nuovo, se ce
ne sar un altro, decider di continuare la
nobile collaborazione con il Comune di
Vicenza. Lho definita nobile, sia pur virgo-
lettata, ma ho sbagliato: personalmente non
capisco come possa un comune teoricamen-
te ricco e autorevole come quello di Variati
e Bulgarini aver bisogno di una Onlus per
pagare lo stipendio di un proprio dipenden-
te. Tanto pi in un settore, quello dellarte,
in cui fiumi di denaro e di utili per molti
anni sindaco e vice hanno lasciato scorrere
senza interferire - e anzi facendo spendere
di suo al comune - verso le capienti casse
della societ gestita dal signor Goldin. Tan-
to pi che, proprio di recente Bulgarini ha
snocciolato utili da capogiro per le attivit
culturali che fanno capo ai musei vicentini.
Stranezze della politica (vicentina).
Torniamo alla Fondazione Roi. I soldi, dice Ambrosetti, ci sono, e

Foto: il professor Giovanni Carlo Federico Villa (sopra), 43 anni,


professore aggregato di storia dellarte moderna e museologia
alluniversit di Bergamo e (sotto) lavvocato Enrico Ambrosetti
36
tanti. Querela annunciata per chi osa dire che la Fondazione povera
in canna. Le orecchie sono fischiate qui ad una persona soprattutto, la
nipote del marchese, signora Barbara Ceschi. Perch stata lei a lan-
ciare il dardo del malaffare alla tribuna dellAssemblea della banca per
presunti investimenti sbagliati della Fondazione presieduta da Gianni
Zonin e gestita dai vertici della banca stessa per volere dellillustre zio.
E forse le orecchie sono fischiate anche ai diciotto firmatari di quella
missiva a tutte le autorit consentite (il vescovo lo hanno lasciato in
pace) perch facessero luce su quel presunto scandalo.

Ma il tema interessante perch coinvolge tutta la politica


della Fondazione, gli eventuali errori ed eccessi dei suoi amministratori
e tutti i possibili conflitti dinteresse annessi.
La nipote ha parlato di 29 milioni di euro di azioni Popolare. Azione
pi azione meno ci andata vicina. I pi superficiali hanno fatto il
conto della serva: se oggi quelle azioni valgono 6,3 (ufficiali fino alla
quotazione di borsa) che corrispondono ad un decimo dei famosi 62,50,
il conto presto fatto. Se va bene, la Fondazione si ritrova con 2,9
milioni al posto di 29. Ma quando sono state comprate quelle azioni?
E soprattutto, da quali fortunati venditori?
Prima della morte del marchese o da Zonin dal 2009 in avanti?
E poi: hanno speso tutto in azioni Popolare i vertici della Onlus o han-
no tenuto anche un po di liquidit per gli scopi culturali delloggetto
sociale? E il cinema Corso stato pagato 2,5 milioni o addirittura
di pi? E dopo: stato svalutato alla luce dei fatti pi recenti?

Risposte. Per qualche giorno tutti dicevano: il bilancio secretato


perch la Onlus unassociazione con personalit giuridica di diritto
privato. Fiorivano le ipotesi.
Poi lavvocato Ambrosetti ha rotto il ghiaccio e ha parlato. Ha con-
vocato il Giornale di Vicenza e ha snocciolato i numeri. Il titolo sul
giornale stato eloquente (parole di Ambrosetti): Altro che azze-
rato. Il patrimonio solido.
Ma i numeri sono fatti per essere interpretati. E poi i giornali mettono
in rilievo alcuni aspetti che giudicano interessanti in senso relativo, non
assoluto. Il giornale ha messo una pagina a disposizione dellavvocato
di Zonin per confutare alcune affermazioni circolate. E ha fatto pure un
titolo considerevole in prima pagina. Questi fatti non sono trascurabili.
Ma i fatti pi significativi sono le rivelazioni di Ambrosetti. Rivelazioni
37
che corrispondono senzaltro alla verit perch non sono quelle di un
cronista qualsiasi che va a spulciare fra carte che capisce poco.
In sintesi e per punti:

IL PATRIMONIO ATTUALE (dopo la svalutazione del pacchetto Po-


polare) della Fondazione questo:
- Liquidit in cassa 10.700.000 Euro
- Obbligazioni a breve termine 1.507.000
- Obbligazioni europee a 2/3 anni 25.000.000
- Azioni di societ europee 1.711.000
- Azioni BPV (a 6,3 euro) 3.214.000
- Patrimonio Immobiliare 29.100.000
TOTALE 71.232.000
Commento: un patrimonio indubbiamente ragguardevole e ancora
parecchio liquido.
Lavvocato Ambrosetti ha indirettamente rivelato che il valore di
carico dellex cinema Corso non stato svalutato alla luce di recenti
avvenimenti; infatti ha sottolineato che sar valorizzato: con appar-
tamenti (che con la cultura non centrano) e con una sala polivalente
(culturale) che dovrebbe sostituire - secondo la visione mecenatesca
obbligata della Fondazione che guarda allinteresse della citt tutta
- lormai, da tempo immemore, inagibile Canneti. Vuol dire che il
progetto va avanti.
LE AZIONI POPOLARE
La valutazione rivelata dallavvocato di Zonin ci d uninformazione
precisa. Se valgono 3,214 milioni a bilancio, oggi, (a 6,3 ad azione)
significa che il loro numero esattamente 510.180. La Fondazione
ancora il dodicesimo socio per quantit di azioni della banca.
Come si formato storicamente questo pacchetto? Questo senzaltro
laspetto pi interessante dellintera questione. In realt possiamo,
per merito delle rivelazioni di Ambrosetti, gi tracciare il quadro di
massima: la grande maggioranza delle azioni della Popolare sono state
comprate dalla Fondazione dopo la morte del suo fondatore e
quindi ad un prezzo che oscilla da 60,5 a 62,5 in gran parte, salvo forse
lultima trasformazione da obbligazioni della banca (a 48?).
Questa la successione degli acquisti:
A) A bilancio al 2009 (fino alla presidenza Roi):
2.000.000 di Euro azioni 33.000
B) Nel 2009 (dopo la morte di Roi)
18.000.000 (a 60,5) azioni 297.520
38
C) Nel 2012
2.000.000 (a 60,5) azioni 33.000
D) Nel 2013
1.500.000 (a 62,5) azioni 24.000
E) Nel 2014
3.100.000 (a 62,5) azioni 49.000
F) Nel 2015 (conversione prestito obbligazionario)
1.500.000 (a 48) azioni 31.250
Il numero complessivo di 510.180 reale al centesimo. Le varie tran-
ches possono essere imperfette. Conta il totale, qualcosa meno le parti.
Il totale rintracciabile dalla sommatoria 467.770. Ballano 40 mila
pezzi: sarebbero acquisti dellultima ora. Conta per sottolineare la
circostanza che, appena insediatosi, il consiglio diretto e presieduto
da Zonin ha subito comprato, con un botto solo, la bellezza di 18
milioni di euro di azioni BPV, al prezzo altissimo di 60,5 euro ad azione.
Poi, dice Ambrosetti, la Fondazione ha aderito ai vari aumenti di capi-
tale e allofferta obbligazionaria. Lo dice come chi spiega una faticosa
incombenza. In realt la Onlus del marchese non era obbligata a farlo.
Non ha dovuto farlo, ha voluto farlo.
Zonin presidente della BPV faceva aumenti di capitale e Zonin presi-
dente di Fondazione aderiva. Si guardava allo specchio, lui vendeva
e lo specchio comprava. Cos van le cose a Vicenza, nel Veneto, in
Italia. Non sorprendiamoci. Questa, cari lettori, solo la prece della
sera. Siamo circondati da gente che occupa le stanze del potere e non
si preoccupa. Compra e vende a se stesso. Si nomina. Si guarda allo
specchio. Si fa anche raccontare. Dai giornali che ha comprato (non
alledicola).
Lex Zigliotto, la stampa
39
nazionale e la buona uscita
QUADERNI VICENTINI

Il 4 novembre 2014, Claudio Gatti, giornalista di nota compe-


tenza del prestigioso non sospettabile di ideologia rivoluzionaria
quotidiano della Confindustria nazionale, Il Sole 24 Ore, scrisse una
prima indiscutibile verit su Banca Popolare di Vicenza allindomani
dello Stress Test realizzato dalla BCE su 130 banche europee.
In seguito al test europeo, nellottobre 2014 solo in extremis la banca
vicentina si salv coprendo la carenza finale individuata da Eurotower,
decidendo la trasfor-
mazione in capitale di
un bond da 253 milioni
di euro. Ebbene, il fatto
(rilevante) diede il de-
stro a Gatti e a Il Sole
24 Ore di fare il punto
sulla gestione perso-
nalistica e sulle molte
stravaganti inopportu-
nit di politica bancaria
e finanziaria, scandite
da continui evidenti
conflitti dinteresse,
del presidente Gianni
Zonin. Lallora presidente di Confindustria vicentina e consigliere della
BPV, Giuseppe Zigliotto, si inalber, e affid al quotidiano locale di sua
propriet, decise rimostranze.
Furono irritazioni esplicite, fatte ad alta voce. Fu anche interessato il
buon Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria nazionale (perch
intervenisse sul bravo Gatti che semplicemente faceva il suo mestiere?).
Fiato sprecato? Intervento politico? Incoscienza di chi doveva invece
avere pi consapevolezza di chiunque altro? Giudicate voi.
Affermazioni testuali del signor Zigliotto: Le valutazioni di Gatti nella
parte in cui si accusa Gianni Zonin di asservire la banca agli interessi
suoi personali sono non solo di cattivo gusto, ma anche piene di errori
Questo stesso signor Zigliotto, poi dimessosi dal consiglio della banca
in seguito allindagine avviata su di lui dalla Procura di Vicenza dopo le

40 improvvise ispezioni della Guardia di Finanza e di quella Valutaria del


22 settembre 2015 nella sede della BPV ha trascorso un anno davvero
fruttuoso a margine della sua vicenda personale come componente (re-
sponsabile) della politica della banca cooperativa vicentina.
Infatti, chiss come chiss perch, pur difendendo il suo amico Zonin
(difesa dufficio?) non perse tempo a seguire, dietro la parete, le indi-
cazioni e i dubbi che il giornalista Gatti proponeva urbi et orbi (e che
la stampa locale non ha mai citato in contemporanea) e vendette le
sue azioni in un periodo (il 2015) in cui centinaia di soci con piccole
quote e con la stessa richiesta di rimborso restavano al palo. Vittorio
Malagutti, sullEspresso, precis anche limporto di queste quote, 5,5
milioni di euro e Giorgio Meletti su Il Fatto Quotidiano scrisse che
la liquidazione avvenne giusto poche settimane prima che il consiglio
di cui faceva parte proponesse il taglio del prezzo da 62,5 a 48 euro per
azione. Non basta.
Lipotesi pi accreditata (vedi sempre Giorgio Meletti) che non solo
Zigliotto riusc a portarsi a casa il capitale che oggi i 115 mila soci hanno
praticamente del tutto perso, ma avrebbe realizzato anche una bella
plusvalenza da 1 milione di euro in rapporto al prezzo liquidato da
lui allacquisto. Non male per un ex presidente di Confindustria Vicenza
ed ex consigliere della banca.
A margine (quisquilie e pinzillacchere) diremo che il signor Zigliotto si
perfino, a livello locale, tolto lo sfizio di polemizzare con il suo ex presi-
dente Zonin quando il prezzo delle azioni, in una prima fase discendente,
fu portato, allapprovazione del bilancio 2014, a 48 euro. Due interventi
sul Giornale di Vicenza.
Polemica che Quaderni Vicentini1 denunci come strumentale, assurda,
insincera: come i fatti successivi hanno confermato.
Morale: conflitti di interesse a gog, improntitudine di chi doveva dirigere
e gestire e non lo ha fatto o lo ha fatto male, prepotenza, interesse privato
sempre salvaguardato. Questa la classe dirigente che ha affossato la
banca dei vicentini.

1
Vedi QUADERNI VICENTINI 3/20125, Popolare, Zigliotto versus Zonin, p. 21.
EX BANCA POPOLARE

I SOMMERSI E I SALVATI 41
Le categorie dei cossiddetti salvati sono due: quelli che
hanno potuto vendere il malloppo al prezzo nobile di
62,50 per grazia ricevuta e quelli che hanno continuato
e continuano anche nella spa a ricoprire cariche
sontuosamente pagate per compiti praticamente di
sola sudditanza al presidente. Un salvato - e non ancora
salvatore come era annunciato - il direttore generale Iorio
che addirittura entrato in funzione ricevendo una buona
entrata (novit assoluta) di 1,8 milioni di euro.
Fra i sommersi anche il Vescovo in rappresentanza della
diocesi: 1,5 milioni persi. E anche lOrdine dei Servi di
Maria: quasi 2 milioni persi. Il pi sommerso Amenduni
(90 milioni) a nome di Maria Gresele. Non scherzano
nemmeno i Ravazzolo (Confrav) con 80 milioni: presi tutti,
dicono, con prestito della banca.
Con 10 milioni di fatturato come faranno a restituirne 80?

QUADERNI VICENTINI

U no degli aspetti pi ridondanti, eticamente, oltre che giu-


ridicamente, sensibili della vicenda ex Banca Popolare, ora diventata
spa, riguarda il diverso regime offerto ai soci che contano (o contava-
no) di pi. I soci, come abbiamo visto, non sono stati considerati nel
tempo tutti uguali, anche se lo spirito cooperativistico avrebbe imposto
di mantenere nei loro confronti uno statuto comune. Ma anche tra i
soci importanti ci sono state vistose differenze di comportamento, da
parte del consiglio di amministrazione (che, vale ripeterlo, non era il
solo Zonin) e della conseguente Direzione Generale (Sorato in primis).
Ci venuto in mente un titolo del grande Primo Levi, I sommersi e i salvati.
Anche se la zona grigia di cui scrive Levi ben pi tragica e drammatica
di quella che la banca di Zonin & company hanno creato, il titolo vale.
I salvati non sono solo coloro che hanno potuto liquidare le loro azioni
(in danno alla stessa cooperativa e ai soci che non hanno potuto far-
EX BANCA POPOLARE

lo) ma anche quelli che hanno vissuto per anni allombra della banca

42
pi importante del Vicentino, decima banca nazionale per volume
complessivo daffari, senza fare praticamente nulla. Senza intervenire
costruttivamente nellamministrazione. Senza consigliare a Zonin una
strada diversa.

Cominciamo dai salvati eccellenti.


- Renzo Rosso (Diesel). Gli furono riacquistate nel 2014
anno di blocco per i comuni mortali vicentini azioni per complessivi 3
milioni e 200 mila euro. Le stesse azioni erano state comprate due anni
prima. Prezzo 2,8 milioni. Plusvalenza
per Renzo Rosso 400 mila euro.
- Gianbattista e Giancarlo
Delli Cani, fabbrica meccanica, Ta-
vernelle. Liquidati nel 2014 e nel 2015.
- Luca Morato, pane. Liqui-
dati nel 2015.
- Lino Diquigiovanni. Un
milione di euro di azioni Popolare
recuperato.
- Giovanni Zamberlan,
presidente del collegio sindacale. sin-
daco in Popolare dal 1987. Ha 77 anni.
Percepisce tuttora (non si dimesso)
un fisso di 165 mila euro allanno.
Secondo Il Sole 24 Ore, che se ne
intende, un compenso fuori mercato.
Inoltre percepisce 98.200 euro per
presenze in consigli e collegi vari.
anche sindaco in societ in qualche
modo legate a Zonin (conflitto dinte-
ressi, al di l di opportunit elementari) come, ad esempio, lAzionaria
Conduzione Terreni Agricoli, societ di cui presidente il cognato di
Zonin, Franco Zuffelato, e vice presidente la moglie, Silvana Zuffelato.
- Marino Breganze, avvocato, tuttora vice presidente della
Banca Popolare spa, fido collaboratore di Gianni Zonin da tempo im-
memore. anche presidente di Banca Nuova, Sicilia. Ha percepito e
percepisce due fissi per entrambe le banche, oltre a compensi variabili
legati a presenze nei consigli e comitati vari. Un emolumento annuo

Sopra: lattuale direttore generale Francesco Iorio e lex Samuele Sorato


EX BANCA POPOLARE

43

Il vescovo di Vicenza Francesco Guidolin, oggi allenato-


Beniamino Pizziol. La Curia ha re dello Swansea (Inghilterra).
perso 1,5 milioni di Euro BpV Ha perso 900 mila euro di BpV

di non meno di 588 mila euro. Se lo si moltiplica per i molti anni di


lavoro ne esce una cifra davvero cospicua. Da vero autentico salvato.
- Francesco Iorio, direttore generale che ha preso il posto di
Sorato, indagato e dimessosi per contrasti con Zonin. Prima ancora di
far capire come cambiava il vento (che, infatti, non cambiato, salvo
dover accettare le imposizioni tecniche della BCE sui bilanci) il neo
direttore generale (nominato e voluto da Zonin) pu dirsi un salvato
prima ancora di cominciare a lavorare. Iorio, in carica dall1 giugno
2015, ha percepito, per sette mesi di lavoro, un fisso di 878 mila euro
pi una buona entrata di 1,8 milioni di euro. Una volta cera solo la
buona uscita. Con Iorio si inaugurata la buona entrata. In tutto,
solo per il 2015, questo salvato eccellente ha percepito 2,678 milioni
di euro.
- Samuele Sorato. Ex direttore generale, inquisito dalla
magistratura. Uno lo pensa sommerso dai guai. Macch, niente paura.
Nel 2015 lex direttore, contestato anche da Zonin, ha gi percepito 600
mila euro per stipendi e 2 milioni di euro per risoluzione rapporto. In
tutto 2,6 milioni di euro.
Naturalmente queste sono solo le punte degli iceberg. A scendere ci
sono altri casi di azionisti liquidati e di professionisti lautamente pagati
per nomine che appaiono essere solo politiche. Ad esempio, uno pu
essere sindaco supplente della aurea Banca e poi godere di altre nomine
effettive in societ della galassia di Zonin. E cos via.

Passiamo ai sommersi.
- Il pi eccellente di tutti forse Amenduni Nicola, patriarca
della Valbruna. Ha in portafoglio, intestate a Maria Gresele, conta-
bilizzate allultimo prezzo cooperativo (62,50) 90 milioni di azioni.
EX BANCA POPOLARE

Avr influito, sulleccellente immobilizzo (interamente perduto) la

44 vecchia lite Amenduni-Zonin? Chiss.


- Silvano e Giancarlo Ravazzolo (Confrav). 80 milioni
di azioni al vento. Dicono di averle comprate con i finanziamenti della
banca. Doppio danno, quindi. E se adesso la banca spa chiede ai fratelli
il rientro da quegli 80 milioni, che succede? Li pagheranno dopo averli
persi? Un bel problema. Il fatturato della Confrav circa 10 milioni di
euro.
- Giuseppe Dalla Rovere, 63 milioni di euro.
- Piergiorgio Cattelan, arredamento. Ha lo 0.66% del vec-
chio capitale. 40 milioni di euro interamente perduti o quasi.
- Lujan, Alfio Marchini, Roma. Persi 30 milioni di euro.
- Fondazione Roi, persi 29 milioni di euro.
- Ordine dei Servi di Maria, Monte Berico, Vicenza. Persi
2 milioni di euro.
- Vescovo di Vicenza. A nome della Diocesi, persi 1,5 mi-
lioni di euro.
- Francesco Guidolin. Persi 900 mila euro.

Pi altri soggetti vari e diversi. Di rilievo finanziario, ma di minor


interesse locale, la perdita delle misteriose tre finanziarie lussembur-
ghesi costituite da Finint che hanno raccolto bond Popolare di clienti
italiani e poi sono state vendute alle tre lussemburghesi in cambio di
qualcosa che il PM Salvadori sta cercando di capire cosa potesse essere.

Fine della storia? No, appena linizio. La punta delliceberg dei


sommersi e dei salvati destinata ad accrescersi e ad emergere de-
finitivamente. Dispiace che ci siano cascati inermi personaggi come
Francesco Guidolin, oggi per sua fortuna allenatore in Inghilterra, e il
Vescovo di Vicenza, che di solito deve pensare alla cura delle anime non
agli investimenti finanziari in titoli ritenuti sicuri. Ma il patrimonio
della Curia (immobiliare, soprattutto) tale che non pu temere pi di
tanto da questo incidente. Deve solo tenere sotto controllo i politici:
che non gli facciano pagare lIMU, questo s conta, altrimenti i soldi,
con tutti quegli immobili di propriet, dove vanno a prenderli?
FOJADELLI, CARRERI 45
E I VENEZIANI:
TUTTI I GIUDICI MANCATI
DI GIANNI ZONIN
QUADERNI VICENTINI

I rapporti fra Zonin e la Giustizia sono sempre stati


complicati. La capacit dellex presidente di Banca Popolare Vicentina di
districarsi fra accusatori, atti dovuti, indagini del pubblico ministero, nemici
di ogni ordine e grado, sempre stata proverbiale.
Lo ha ricordato, in un recente articolo a firma Giovanna Faggionato, Lettera
43, giornale telematico fra i pi prestigiosi, della cui editrice azionista
proprio la Banca Popolare di Vicenza per iniziativa presa a suo tempo
dello stesso Zonin. Bene, cosa ha ricordato Faggionato a proposito del tema
Zonin e Giustizia? Andiamo per capitoli.

- La Procura di Vicenza, oggi


Antonino Cappelleri, procuratore generale di Vicenza, ha indagato Zonin
insieme agli altri cinque per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza. E lo stesso
Cappelleri ha informato che sul tavolo dei due sostituti Salvadori e Pipeschi
ci sono anche ipotesi di associazione a delinquere, falso in bilancio, truffa,
estorsione. Cappelleri ha anche dichiarato che il lavoro talmente rilevante e
corposo che ha dovuto chiedere magistrati di rinforzo alla Corte dAppello di
Venezia. La materia complicata e il lavoro da fare enorme. I reati eventuali
per, coma al solito, rischiano la prescrizione.

- La denuncia del 2001 di Giuseppe Grassano,


ex direttore generale.
Nel 2001, ha ricordato Lettera 43, Giuseppe Grassano ha presentato un
memoriale daccusa contro Zonin per occultamento di 57 miliardi di mi-
nusvalenze dal bilancio del 1998, dovute ad un investimento speculativo in
derivati. Sui tavoli della Procura di Vicenza era tutto un fiorire di denunce
per diverse operazioni sospette. Ebbene, fu aperto un procedimento per
truffa e false comunicazioni sociali e conflitto di interesse a carico
di Giovanni Zonin e Glauco Zaniolo, consigliere delegato.
Il procedimento era ricco di episodi e
fatti contestati, portati allattenzione

46
della Procura vicentina da diversi
soggetti.
Ebbene, il Procuratore della Repub-
blica dottor Antonio Fojadelli,
dopo aver raccolto tutti gli elementi e
costituito i vari sotto-fascicoli, chiese
al Giudice per le indagini preliminari
Cecilia Carreri di archiviare il tut-
to. Cecilia Carreri archivi solo una Antonio Fojadelli
parte dei possibili reati, quelli relativi
ai viaggi di Zonin e ai buffet in cui il
vino principale offerto agli ospiti era
quello della sua azienda di Gambel-
lara. Ma per gli altri possibili capi
daccusa chiese limputazione coatta
di Gianni Zonin e Glauco Zaniolo.

Gli episodi contestati da Carreri a


Zonin erano in sintesi questi:
A) Operazione speculativa
sui derivati di Barclays e Ban-
kers Trust: le relative perdite non
erano state contabilizzate nei bilanci. Cecilia Carreri
Con lavvento di Grassano furono
spalmate nei bilanci successivi.
B) Questione relativa a Querciola srl, societ nata da una costola
di Nord Est Merchant srl, controllata da Banca Popolare, il cui titolare era
Silvano Zonin, fratello di Gianni. Nel 1999 la Querciola acquist per 2,8
miliardi di lire un immobile veneziano dalla BNL (di cui allepoca Zonin
era vicepresidente). Per fare questo acquisto la Querciola accese un mutuo
con Banca Intesa e stipul un contratto daffitto dellimmobile con la Banca
Popolare di Vicenza ad un canone superiore alle rate di mutuo. La Banca
di tutti i vicentini pag un anno anticipato daffitto e 600 milioni di lire per
ristrutturazioni allimmobile. Il cda approv allunanimit la delibera che
decideva questo contratto.
C) La societ ACTA (Azionaria Conduzione Terreni Agricoli), della
famiglia Zonin (presidente attuale la moglie di Gianni, Silvana Zuffelato)
ottiene un prestito di 18 miliardi di lire dal Mediocredito Trentino. Pochi
giorni dopo la Banca Popolare di Vicenza compera in tre tranches di 5, 6 e 7
miliardi (in tutto fa 18, appunto) obbligazioni emesse dalla banca trentina.
Cecilia Carreri scrisse nellordinanza di imputazione il 22 giugno 2002:
Dalle indagini della Procura di Vicenza emergono fatti e comportamenti
molto gravi: da esse emerge un continua commistione tra interessi istitu-
zionali della BpV e interessi personali o societari del tutto estranei.
Aggiunse la Carreri: Le perdite sui derivati erano ingenti, vi erano elevati
rischi speculativi, il danno dei soci evidente. E giudic lazione dellorga-

47
no di vigilanza, anche allora presieduto da Giovanni Zamberlan del tutto
inadeguata.
Osserva giustamente Giovanna Faggionato che per redigere la sua ordinanza
la Carreri si rifece alla relazione del professor Marco Villani, consulente
della stessa Procura (Fojadelli) che chiedeva larchiviazione.
Limmobile del fratello di Zonin era stato affittato alla Popolare ad un prezzo
del 43% superiore a quello della stima della banca erogatrice del mutuo. I
lavori di ristrutturazione erano stati svolti ad un valore triplo di quello pre-
ventivato e la Banca Popolare aveva pagato affitti a vuoto per 319 milioni di
lire. Sugli elementi di correlazione in odore di reato il giudice Carreri, nella
sua ordinanza, aveva fatto emergere il ruolo improprio di Paolo Zancona-
to, anche oggi assiso nel collegio sindacale della banca, perch allepoca era
sindaco della Nord Est Merchant, controllata dalla banca, e insieme socio
della Querciola. Agli atti risultava perfino che unassemblea della Querciola
si era svolta allinterno di locali della BpV.
Altro indizio di incrocio perseguibile riguardava lACTA, la societ agricola
di famiglia. Nella societ lamministratore delegato era Glauco Zaniolo,
e tale ruolo ricopriva anche in BpV.
Concludeva la Carreri: La consulenza tecnica (Villani) chiesta dal pm
(Fojadelli) stata in gran parte disattesa dallo stesso pm.

Il Giudice per lUdienza preliminare, Stefano Furlani, il 29 gennaio


2003 decise per il non luogo a procedere per le accuse di truffa e false comu-
nicazioni sociali e sospese il giudizio sul conflitto di interessi rinviandolo alla
Corte Costituzionale. Il capo della Procura, Fojadelli, dichiar alla stampa:
Una sentenza che accontenta tutti.
Ma la Procura Generale di Venezia, nel marzo 2003, impugn la sentenza. Il
sostituto procuratore Pietro Emilio Pisani cos motiv la sua decisione:
Il fatto di falso in bilancio materialmente accertato (), largomentazione
del gup sulla Querciola era inaccettabile e lo stesso gup, decidendo di non
aprire il processo, ha palesemente travalicato i limiti delle sue funzioni ap-
propriandosi, per cos dire, in modo non consentito, del ruolo e dei compiti
del giudice del dibattimento.

Il seguito da Paese dei Balocchi.


Limpugnazione della Procura venne notificata allabitazione di Gianni Zo-
nin e non allindirizzo di via Battaglione Framarin, sede sociale della banca
dove Zonin era domiciliato. Il suo legale si oppose per difetto di notifica.
Pertanto, tutto da rifare.
Si torn al tribunale di prima istanza, quello, ovviamente, di Vicenza. E il
gup Furlani, per la seconda volta, archivi.
La procura generale di Venezia fece ancora ricorso in appello dove evidenzi
anche lintensit del dolo. Eravamo arrivati, tra una carta bollata e laltra,
ad aprile 2005. Il sostituto procuratore Elio Risicato scrisse: Limpugnata
sentenza muove da incontestabili dati di fatto pacificamente accertati
per giungere ad una illogica decisione assolutoria, basata esclusivamente

48
su malintese considerazioni di diritto. Traduzione: signori miei, non potete
stabilire fatti certi a prova di bomba e poi costruirvi sopra decisioni che con
quei fatti non hanno nulla a che vedere.
In pi, la Corte Costituzionale si era espressa nel 2004 anche sul tema (ed
eventuale reato) del conflitto di interessi, ritenendo prioritario linteresse
della banca.
Questa laccusa della procura di Venezia: Il compito del Gup era quello di
confrontarsi con le indicazioni fornite anzich preoccuparsi di aggirarle
con una serie di argomentazioni giuridiche ormai estranee alla questione.
La prima udienza preliminare di Appello, alla fine della fiera, arriv solo
nel 2009. Nessuno in grado di spiegare perch. La prescrizione arriv,
puntuale, come una mazzata. Fine della storia.

Come si scrive nelle migliori sceneggiature di film basati su fatti reali:


che ne dei protagonisti? Il giudice Fojadelli nel 2003 ha lasciato la procura
di Vicenza e pi tardi diventato capo procuratore a Treviso. Nel 2012 ha
tentato, senza riuscirci, di diventare sindaco di Conegliano per una coalizione
fra PD e centristi. Dal 2014 a tuttoggi siede nel CdA della Nordest Merchant
srl, sempre controllata da BpV.
I sostituti procuratori di Venezia, Pisani e Risicato, oggi sono in pensione.
Il giudice Cecilia Carreri ha lasciato la Magistratura, vive a Cortina. Nel
2012 disse a Il Giornale che lei evitava linsabbiamento dei processi.
Appassionata di vela, Cecilia Carreri stata tacciata di assenteismo. Scrive
Giovanna Faggionato: Nel 2005 le era stata diagnosticata una forte depres-
sione, la Carreri aveva preso le ferie arretrate ed era partita per una traversata
atlantica: i suoi colleghi scrissero un rapporto che dal Tribunale di Vicenza
arriv al Consiglio superiore della Magistratura: fin deferita. Lo stesso
presidente del Csm, Mancino, in una lettera la defin un capro espiatorio.
Fra le altre cose Cecilia Carreri dichiar: Il procuratore capo si assegnava
le richieste pi scottanti e mi chiedeva di chiudere le indagini per infon-
datezza di reati.
Nel 2009 usc, per i tipi di Mursia, uno scottante libro autobiografico, pro-
tagonisti i magistrati, di Cecilia Carreri dal titolo Fermate la giustizia (pp.
400, euro 22). Il libro parlava di giudici zoppi e di giudici azzoppati. Dallo
stesso sistema.
Negli anni successivi (intanto a Vicenza era tornato il procuratore Paolo Pe-
cori, ora in pensione) la procura di Vicenza ha continuato a ricevere esposti
sulla Banca Popolare e su Gianni Zonin, associazioni di consumatori, singoli
soci. LAbusdef contest, gi nel 2008, il valore delle azioni. La procura ha
chiesto larchiviazione nel 2009 e anche nel 2011. Oggi, forse, iniziata
una nuova era. Cappelleri procuratore generale. Banca Popolare non pi
cooperativa. Tutti i soci rimasti ingabbiati in rivolta. Speriamo che i giudici
non siano n zoppi n azzoppati. Ma siamo appena agli inizi.
Dopo il flop mangiasoldi di BPV
e delle 3 Z, i nuovi assetti 49
di Confindustria e BPV
condizionano il territorio
GIOVANNI COVIELLO
In premessa di questo mio primo intervento ringrazio per lospitalit che mi
offre su Quaderni Vicentini Pino Dato, un direttore da cui posso
solo imparare per difendere la mia riserva di VicenzaPi e a cui posso
dare solo un po di folle coraggio in pi

Nella corsa alla poltrona di presidente di Confindustria


Vicenza al posto dello scaduto Giuseppe Zigliotto, gi nel Cda
della Banca Popolare di Vicenza, ruolo che ricopriva dal 2003
per esserne oggi fuori da indagato insieme al suo mntore Gianni
Zonin, Diego Caron, dato come vicino agli Amenduni, ha ceduto
a Luciano Vescovi, che di certo un bravuomo di suo, ma ha
scelto compagnie non esemplari e conserva abitudini analoghe a
quelle preferite dal suo predecessore.
Il nuovo leader confindustriale (mentre scriviamo manca solo la
ratifica assembleare delle indicazioni della Giunta) siede, infatti,
ancora nel board della siculo - veneta Banca Nuova controllata da
BPVi, perpetuando, cos, la tradizione dei doppi incarichi, bancari e
confindustriali, un vizio anche dei suoi due predecessori, Giuseppe
Zigliotto, appunto, e il suo socio in Ares Line, Roberto Zuccato,
ora a capo degli industriali veneti mentre rimane ancora nel Cda
soci-cida della Popolare Vicentina.
Con queste premesse, seguite dalla mancata azione di responsa-
bilit contro chi ha sconquassato e scassinato lex musina dei
vicentini, non sar facile liberarsi da un fardello di corruzione e
di intreccio di interessi che ha condannato Vicenza non solo alla
recessione nei prossimi anni (non si assorbono cos facilmente
miliardi di euro bruciati come la carta straccia delle azioni stra-
pagate) ma anche al pubblico ludibrio (Stefano Righi ha scritto
su Il Corriere della Sera: i diciotto componenti del board della
Vicenza hanno avvallato negli anni ogni nefandezza...).
Caron ha avuto, forse, la colpa di essere vicino alla famiglia
Amenduni, quella sconfitta nellultimo decennio (in banca, in
Assindustria e nella poli-
tica cittadina e di area...

50 vasta) dalla coppia presi-


dente ventennale di BPVi
- presidenti pro tempore di
Palazzo Zonin Longare
(cos ci andava di chiamare
in passato Palazzo Bonin
Longare, sede di Confin-
dustria Vicenza, abitato
prima da Zuccato e poi da
Zigliotto ma con le chiavi in
mano alla terza, pi pesan-
te, Z, quella del Re del vino).
Per il gruppo del vecchio
Don Nicola Amenduni,
umiliato dal vignaiuolo
Gianni e oggi addirittura
non pi membro della lo-
cale associazione, sarebbe
stata una troppo grande
vittoria (vendetta?) tornare
a issare con Diego Caron
la sua bandiera, di acciaio,
a Piazza Castello, che, per
altro, in tempi di magra
e di chiusure di aziende,
avrebbe potuto godere di
nuovo del versamento delle
loro consistenti quote asso-
ciative?
Evidentemente cos la pensa larea confindustriale pi vicina al
sistema Maltauro - Gemmo, filo Vescovi. Comunque sia andata,
il rinnovo dei vertici di Confindustria Vicenza e le vicende della
Banca Popolare di Vicenza condizioneranno non poco gli equili-
bri politici e di potere futuri di un territorio, oggi penalizzato, di
fatto e nellimmagine, dai flop terrificanti dei vertici della sua
ex Banca, ai quali non sono estranei - e continuano a non esserlo,
quelli confindustriali.

Sopra: Nicola Amenduni e Michele Amenduni


TAV. Addio progetto
De Stavola, bruciante 51
sconfitta del sindaco Variati
CIRO ASPROSO

Cari lettori, ci siamo lasciati lo scorso anno (vedi QV n.


5/2015) con una ricognizione fattuale e un commento politico sugli
sviluppi della TAV, nella quale riportavo anche i contenuti dellaccordo
tra Comune e RFI per unanalisi comparativa fra tre ipotesi progettuali:

1) Studio di Fattibilit De Stavola, fatto approvare nel 2014 dal


Consiglio Comunale (Stazione TAV in Fiera treni locali a Borgo Berga
dismissione stazione storica).
2) Mantenimento della Stazione in Viale Roma con fermata della
TAV e dei treni locali.
3) Stazione in Viale Roma, con possibilit di fermata anche in Fiera.

Finalmente ufficiale, e i tecnici delle ferrovie non potevano essere pi


chiari: lo Studio De Stavola riceve una sonora bocciatura (rosso
pieno) per complessit infrastrutturale, cantierizzazione, costo a vita
intera dellintervento. Ma laspetto forse pi interessante che viene
contraddetta la fantasiosa teoria del bacino dutenza amplificato.
Ricorderete che per giustificare la dismissione della stazione storica e
la costruzione di un nuovo Terminal in Fiera, si evocava la possibilit di
intercettare 800 mila potenziali utenti provenienti da tutta la provincia
e dalle zone limitrofe. Ebbene, non affatto cos, tutti gli scenari presi
in esame ottengono il massimo del punteggio quanto ad accessibilit e
fruibilit delle Stazioni/Fermate.
Lipotesi sostenuta dal Comune di Vicenza risulta essere la pi costosa
(quasi 1 miliardo di euro in pi rispetto alle altre); progettualmente
complessa; con il decorso pi lungo (93 mesi di cantieri contro i 68 mesi
delle rimanenti opzioni); urbanisticamente impattante; maggiormente
squilibrata.
Utilizzando i colori semaforici per esprimere un giudizio di valore: rosso
(basso) giallo (medio) verde (alto), RFI ci consegna una fotografia
cromaticamente impietosa delle velleit politico-progettuali degli op-
timates vicentini.
Ad onor di cronaca ricordo che il progetto TAV per Vicenza nasce su iniziativa
della Camera di Commercio, con il supporto di Confindustria, lentusiastica

52 adesione di Variati (cui si accoda, per ragioni di sopravvivenza, la maggioran-


za del Consiglio comunale), e la grancassa del maggiore quotidiano locale.
Insomma una santa alleanza dei gruppi dirigenti della citt in nome della
modernit, della gloria e un pochino anche degli affari.
Peccato che la loro crociata per il progresso rischiava di farci schiantare
ad Alta Velocit contro costi insostenibili ed inaccettabili impatti
ambientali.
Se non fosse stato per la cocciuta resistenza dei comitati cittadini e degli
ambientalisti (che potremmo scherzosamente chiamare i populares), e
anche un po per le puntuali analisi di Quaderni Vicentini non sono affat-
to convinto che saremmo qui a parlare di comparazioni e di consultazioni
democratiche.

Nel frattempo, lo scaltro Variati si gi riposizionato da par suo,


lancia una consultazione democratica per il prossimo giugno e giura che:
A Vicenza non ci saranno decisioni calate dallalto come capitato altrove.
Qui amministrazione e cittadini decideranno solo dopo aver soppesato pro
e contro delle differenti soluzioni in campo
In futuro torneremo a parlare pi approfonditamente di TAV e in particolare
delle novit viabilistiche contenute nei progetti propugnati da RFI (2 e 3).
In ambedue gli scenari la stazione in Viale Roma viene mantenuta
e potenziata, ma si introducono una serie di modifiche viabilistiche, tra
cui spicca il cos detto mini-tunnel che dallArsenale ferroviario dovrebbe
connettersi alla stazione delle corriere (vedi estratto da google maps).
Per il resto non possiamo che abbozzare, sia pure con la curiosit di capire
su cosa si terr la consultazione popolare. Considerato che lo Studio di
Fattibilit del Comune viene irrimediabilmente cassato - sia per i costi che
per le scelte progettuali - mentre le restanti opzioni si differenziano (cos
pare) solo per laggiunta di una fermata in Fiera e una maggiore attenzione
agli aspetti idrogeologici.
Ci consola la piccola soddisfazione di aver denunciato per tempo e con dovi-
zia di argomentazioni tutti i rischi e le falle progettuali delloperazione De
Stavola, non mancando di censurare, con la massima oggettivit possibile,
le forzature e la miopia politica dellAmministrazione Variati.
Di certo non abbassiamo la guardia e soprattutto non dimentichiamo che
i costi per gli studi di progettazione sono tuttora a carico degli incolpevoli
cittadini di Vicenza.
CELADON, ARZIGNANO 53
IL SEQUESTRO PI LUNGO.
ITALIA, NDRANGHETA:
RACCONTO DI UNINFAMIA
Nellepoca dei sequestri (anni 70 e 80), quello di Carlo
Celadon resta alla Storia italiana come il pi drammatico,
il pi lungo, il pi significativo fra tanti: ricco di
personaggi, fatti, dubbi, ambizioni sbagliate, avidit,
protagonismi, riflette in pieno il tema di una zona dItalia,
il Vicentino, apparsa improvvisamente alle organizzazioni
mafiose come ideale campo di scorrerie, soprusi,
delitti, per la sua acclarata ricchezza e anche per la sua
fragilit difensiva. Riluce, in questa storia che merita
unapprofondita rivisitazione, la dignit e la fermezza della
famiglia Celadon e, in particolare, del padre Candido, e del
protagonista, Carlo: un ragazzo diventato uomo in una
vicenda che avrebbe travolto chiunque

GIORGIO MARENGHI

L a telefonata arriva improvvisa marted 26 gennaio 1988


allaeroporto di Nairobi, Kenya, dove Candido Celadon, 55 anni,
di Arzignano, imprenditore conciario, appena arrivato dallItalia
accompagnato dalla figlia Paola di 26 anni per una vacanza nel paese
africano.
Deve tornare immediatamente in Italia, suo figlio Carlo stato
rapito!
Il tono e le parole del funzionario dellInterpol non ammettono
equivoci. Il ritorno immediato in Italia un tormento, ma ben pi lo
la situazione che Candido Celadon trover nella sua casa di Arzignano,
messa sottosopra da una banda di rapinatori-rapitori.
La vicenda infatti aveva avuto inizio alle 19.30 del giorno prima, lu-

54 ned 25 gennaio, quando, da una finestra della villa dei Celadon, su


una collina nei pressi di Arzignano, entrano degli individui armati e
con il volto coperto da passamontagna. Trovano Carlo che a tavola
assieme al maggiordomo, Camillo DallAp, 50 anni, con la moglie
Anna Benedetti, 47.
Tutto si svolge in maniera fulminea, i movimenti, i gesti, le impreca-
zioni. I banditi, puntano le pistole e cercano la cassaforte.
Non abbiamo le chiavi sussurra il maggiordomo, che reduce da
un intervento di laringectomia. I malviventi non si danno per vinti e
iniziano il saccheggio dellabitazione, poi portano la moglie del mag-
giordomo in taverna, la legano e la imbavagliano. Lo stesso intendono
fare con Camillo ma il domestico riesce a convincerli di lasciargli la
bocca aperta senza un bavaglio altrimenti avrebbe potuto soffocare
a causa delloperazione appena subta.
Viene steso su un letto e legato. Per terrorizzarlo gli sparano un colpo
alla gamba che viene sfiorata.
Poi nella casa scende il silenzio. Il maggiordomo, dopo molti sforzi,
riesce a liberarsi e corre in cerca di aiuto dalla famiglia dei mezzadri
che abita vicino. Ma di Carlo, in casa, nessuna traccia. Il ragazzo (che
aveva appena compiuto 19 anni da quattro giorni) era stato pure lui
imbavagliato e legato con del filo di ferro ad una sedia in cucina. Poi,
dopo appena un quarto dora, viene trascinato via dai banditi, costret-
to a seguirli attraverso i campi e infilato su una Lancia Thema, targata
Treviso, che era stata lasciata ad una certa distanza dallabitazione.
Alle 21 scatta lallarme, i carabinieri setacciano la zona in cerca di Car-
lo. Si notano subito le tracce di sgommatura della vettura sullasfalto.

I primi covi di Carlo in mano ai banditi

Carlo ora in mano ai banditi. La macchina corre ad alta velocit per


raggiungere lautostrada. Direzione: sud Italia. Molto probabilmente
non ci sono stati passaggi, la Calabria la destinazione finale del viag-
gio, dellincubo. Carlo, studente di quarta liceo scientifico allistituto
Leonardo Da Vinci di Arzignano, una fidanzata, vissuto sempre
nellagiatezza di una famiglia di industriali, ha ora, allimprovviso,
davanti a s unesperienza terrificante. Ma laggressione in casa,
lessere gettato dentro la Thema e la corsa a folle velocit, stretto tra
i banditi, non sono altro che una modesta anteprima rispetto al vero
inferno che la banda sta per preparargli.
Il primo covo nelle montagne dellAspromonte. Terminato il
viaggio di pi di 1000 chilometri, ridotto in condizioni pietose, di
stanchezza e di terrore, Carlo Celadon viene imbucato dentro uno
scavo nella montagna. Cos il giovane ricorda i primi momenti del suo 55
sequestro in territorio calabrese: Qui mi tennero cinque o sei giorni.
Il secondo covo lo raggiunge di notte sotto una forte pioggia. Era
una fossa e qui ci rimasi fino a giugno del 1988. Era un buco, stretto,
e Carlo Celadon doveva stare con le gambe in avanti, inclinato. Poi
viene consegnato ad un altro clan (del Vibonese). Sempre ad occhi
bendati viene trasportato in vespa per circa unora di strada. Preso in
consegna da unaltra banda, viene fatto camminare per otto o nove
ore. Rinchiuso in un portabagagli di una macchina ci rimane per
unaltra ora. Quando lo estraggono non riesce a camminare e cos
uno dei carcerieri si carica Carlo in spalla e lo porta a destinazione.
Nel nuovo buco gli viene messa una catena al collo e due alle cavi-
glie. In un altro spostamento lo fanno caminare carponi su un pendio
ripidissimo per raggiungere un nuovo carcere dove essere nascosto.

Iniziano le indagini: Ferdinando Canilli, il magistrato,


si consulta con Interpol e Carabinieri

Questi particolari sulle prigioni sono le ricostruzioni fatte dopo


la liberazione di Carlo. Per seguire levolversi della storia di questo
sequestro occorre necessariamente ritornare allinverno primavera
del 1988 quando gli investigatori iniziano a raccogliere qualche ele-
mento per lindagine.
Marted 26 gennaio il dottor Ferdinando Canilli, il magistrato
vicentino che coordina le indagini, convoca un vertice con la Crimi-
nalpol e i Carabinieri. Si vagliano le testimonianze dei domestici, dei
vicini, non ci sono tracce che possono aiutare gli investigatori, solo
quellaccento meridionale sfuggito ai banditi. La villa era protetta
da sofisticati sistemi di allarme, porte blindate e fotocellule, (i Cela-
don avevano paura di un sequestro) ma nessuno pensava che
allora di cena sarebbe avvenuta lintrusione. Appare subito evidente
che i rapitori sapevano che Carlo si sarebbe trovato da solo a casa,
in compagnia dei due domestici. Il padre era in Kenya con la sorella,
mentre il fratello maggiore, di 29 anni, era in viaggio di nozze.
Per gli investigatori un sequestro di persona, non il primo e non
sar lultimo in quegli anni. Subito la Procura di Vicenza sceglie la
linea dura, procuratore capo il dottor Ferdinando Canilli, gentile,
ma risoluto a isolare la famiglia e impedire che contatti vengano
56 Il giudice Canilli

Ferdinando Canilli stato un magistrato storico del Tribunale vicenti-


no. Morto allet di 92 anni nellagosto del 2010, era stato insignito del tito-
lo di Procuratore generale onorario della Corte di Cassazione e dell'onorifi-
cenza di Grande ufficiale della Repubblica. Parmense di nascita, ha iniziato
la carriera in Magistratura come pretore a Parma. A Vicenza stato Presi-
dente della Sezione Penale del Tribunale. Poi passato in Corte dappello a
Venezia, per tornare a Vicenza come procuratore generale.
Appena un paio di mesi prima di morire aveva donato alla Banca Popolare
una pregevole raccolta archeologica di cui era proprietario, costituita
da quaranta pezzi preziosi di epoca etrusca e della Magna Grecia: pezzi la
cui origine era identificabile fra il VII secolo A.C. e il primo secolo dopo
Cristo.

avviati, anche se i Celadon, dopo il sequestro, si comportano bene e


non hanno intenzione di creare ostacoli agli inquirenti.
Nella notte tra marted e mercoledarrivano nella casa di Arzignano
diverse telefonate. La polizia smentisce ma sicuro che sono state
comunicazioni brevi, poche parole, toni duri e minacciosi. Il padre
di Carlo, Candido, si chiude in casa.
Il sequestro assume ora ritmi sempre pi angoscianti: giunge, in
una chiamata notturna, la richiesta di riscatto. I banditi chiedono
4 miliardi. Agli investigatori la richiesta sembra autentica. Ma la
magistratura, come accennato, si muove svelta e impone il blocco
dei beni della famiglia Celadon. Canilli ha una certa esperienza
di sequestri di persona, ne ha seguiti ben cinque avvenuti tutti nel
Vicentino anni prima.
Solo in aprilei rapitori si rifanno vivi. Con abilit si fanno attendere
e provocano cos lo sfaldamento della linea dura. In luglio arriva al
padre una foto del figlio legato in catene. troppo, lattesa sempre pi
sfibrante e limmagine di Carlo sono le mosse di una strategia attuata
per sconfiggere gli inquirenti. Cos la pensano i rapitori. 57
Iniziano le manovre per aggirare il blocco dei beni
e per pagare il riscatto: il ruolo di Aldo Pardo

Ma non solo la famigliache vorrebbe muoversi ma non pu. C,


in questo momento di tragedia per i Celadon, un amico di famiglia
(del padre), Marino Basso, ex campione di ciclismo, che tramite
una sua cugina si mette in contatto con un avvocato calabrese, Aldo
Pardo, con studio a Montebelluna.
Questo personaggio merita un piccolo approfondimento a parte
perch coinvolto nella strategia della tensione. Infatti, nello stesso
periodo di tempo in cui il fascista Mario Merlino, a Roma, fonda-
va il circolo anarchico XXII marzo (composto di fascisti) il nostro
avvocato calabrese Aldo Pardo, fondava pure lui, assieme a Giuseppe
Schirinzi, a Reggio Calabria, una copia del XXII Marzo (composto
sempre da fascisti di Ordine Nuovo). Il 9 dicembre del 1969 (stesso
anno di Piazza Fontana!) venne attuato un attentato alla questura di
Reggio e fu ferita gravemente una guardia di polizia. Pardo e Schirinzi
furono arrestati per concorso in strage.

Una complicata valigia con tre miliardi

Ritorniamo alla primavera-estate del 1988: adesso lavvocato Aldo


Pardo sta cercando di rifarsi una verginit (ed una clientela) nel
Nordest dItalia. E il contatto con Marino Basso per lui significa una
occasione doro da non sprecare. Accetta subito il ruolo di mediatore
fra le parti e assicura che tenter anche limpossibile per avere notizie
di Carlo Celadon.
Presentatosi alla famiglia Celadon, lavvocato Pardo prende tempo
per avviare i suoi contatti con lambiente di casa sua, la Calabria,
e infatti, dopo che Candido Celadon ebbe a ricevere la richiesta di
riscatto, Pardo dice che il momento arrivato. Riceve in consegna
una valigia con tre miliardi. Parte per la Calabria, batte lAspromonte
ma di banditi nessuna traccia. A ottobre del 1988 lavvocato convoca
una conferenza stampa allHotel Excelsior di Reggio Calabria per
Aldo Pardo ,

58
avvocato, calabrese, si offr come
mediatore subito dopo il seque-
stro. Fu accusato di aver sottratto
800 milioni alla famiglia Celadon.
Radiato dallAlbo, condannato
dal Tribunale di Vicenza a 6 anni.
In giovent stato estremista di
destra accanto a Pino Rauti e ha
partecipato ai moti di Reggio.
Venendo in Veneto per cambiar
aria non ruppe i legami con la sua
terra. Dopo la condanna per laffa-
re Celadon lamnistia lo tira fuori
dai guai. Trascorsi 5 anni dalla ra-
diazione, torna in Calabria e chiede
liscrizione allOrdine di Palmi.
Ma il Veneto, professionalmente,
ancora il luogo che preferisce. Le
mediazioni per i rapimenti sono
le sue specialit. Si offre come
mediatore nel sequestro, nel 2004,
dellirakeno-veneto Agad Anwar
Wali che, per, un mese dopo, sar
assassinato.

annunciare ai sequestratori che lui era l ad attenderli con la somma


pattuita: tre miliardi, appunto.
Ma, nonostante il gran battage mediatico, non riceve nessun segnale.
Molto probabilmente di Pardo non si fidava nessuno, e lui, gi evi-
denziatosi negli anni precedenti come un eversivo di destra, veniva
considerato come minimo una cimice della polizia, quindi un me-
diatore gi bruciato in partenza.
La valigia ritorna indietro, Pardo dice che riconsegna nelle mani di
Candido Celadon i tre miliardi, ma qualcosa si inceppa.
In realt i tre miliardi sono stati alleggeriti e i conti non tornano.
Il padre parla di sciacalli e indica in Marino Basso e Aldo Pardo
i due che avrebbero speculato sul suo dolore. Allappello mancano
800 milioni. Scatta una denuncia per lavvocato ex di Ordine Nuovo
e anche per lormai ex amico di famiglia Marino Basso (che poi uscir
assolto dalla vicenda).
Candido Celadon (nonostante Pardo affermi che la somma stata
interamente riconsegnata. Ho anche le ricevute, dice) immediata-
mente, il 21 ottobre 1988, esonera tramite una lettera lavvocato Pardo
dallincarico di mediatore. A questo punto entrano in scena i fratelli di
Carlo, Paola e Gianni, e sono loro nella notte tra il 24 e il 25 ottobre 1988
sullautostrada Salerno-Reggio Calabria a consegnare agli emissari
dellAnonima sequestri calabrese la somma di cinque miliardi.
Ma anche questa volta non succede niente. Carlo Celadon resta sem- 59
pre nelle mani dei suoi rapitori anche se il riscatto stato pagato. Ma
non esatto dire che non successo niente perch la consegna dei
cinque miliardi stata molto ma molto movimentata.

Cosa succede nella notte tra il 24 ed il 25 ottobre 1988


Cinque miliardi sparpagliati e la sgangherata fuga

una storia a s e va raccontata. Lappuntamento era stato fissato in


un punto dellautostrada Salerno-Reggio Calabria, vicino ad Angitola,
comune del Vibonese.
I Carabinieri di Vicenza, Lamezia Terme e Catanzaro, non restarono
certo in caserma in quella notte del 25 ottobre 1988. Seguirono le
mosse dei Celadon, seppure con grande discrezione. La Fiat Uno
rossa dei due fratelli Celadon, Paola e Gianni, correva in autostrada
con una valigia piena di soldi, ben cinque miliardi.
Lindicazione ricevuta dai due giovani intimava loro di attenersi a
questa procedura: procedere lungo lautostrada, lentamente, con
luce interna accesa, freccia inserita, poi ad un certo punto accostare
vicino ad un veicolo fermo con i fanali lampeggianti.
Un uomo con volto coperto si fa avanti, vicino c una Uno bianca con
altre persone a bordo. Giovanni Celadon passa la borsa con il riscatto
oltre la recinzione, dove c il bandito. Ma questi perde lequilibrio,
scivola a terra e la borsa si apre. Il contenuto si sparpaglia per terra.
Il bandito raccoglie tutto quello che pu dellingente somma e, tutto
agitato, sale in macchina che parte sgommando.
I Carabinieri sono in zona e qualche minuto dopo gli uomini del
capitano Pietro Esposito, nellottobre 1988 comandante del Nucleo
operativo radiomobile di Vicenza, notano la macchina e si gettano
allinseguimento. Lautista della Uno bianca si accorge di essere
seguito e, a causa della folle velocit, in prossimit di una curva, nel
centro abitato di Pizzo Calabro, sbanda, perde il controllo dellauto
e finisce contro un muro di cinta di una casa.
Tutti scendono e si danno alla fuga per i campi, ma uno viene rico-
nosciuto, Leonardo Marte, la cui fattoria il giorno dopo viene
perquisita e i militari vi trovano armi e munizioni. Non solo. Vicino
allovile, sotto un capanno coperto da felci, i carabinieri notano due
sacchi a pelo, un cuscino, un giubbotto contenente una scatola con
dodici cartucce calibro 32 e un passamontagna blu (cfr. M.Zornetta:
A casa nostra, p.223).

60 A poca distanza si scopre pure una catena lunga un metro, molto


pesante, una busta contenente 400 grammi di pallettoni, cinque
cartucce per fucile e due detonatori.
Ora c qualcosa di concreto, una traccia importante che potr por-
tare allarresto di uno dei gruppi responsabili del sequestro di Carlo.
Ma Carlo introvabile, il riscatto ha preso il largo e cos anche per
i banditi che appartengono ad unaltra banda di ndranghetisti.
Ma la frettolosa consegna dei cinque miliardi e la sgangherata fuga
nei campi ora danno la possibilit alla Magistratura e ai Carabinieri
di preparare la cattura di alcuni dei responsabili del sequestro.
Infatti, dalla notte del 24 ottobre allarresto del gruppo dei fuggitivi,
passano poche ore. Gi il 25 ottobre, marted, i Carabinieri del te-
nente colonnello Lo Sardo, sempre vicino alla fattoria dellautista
Leonardo Marte, catturano quattro persone. Sono i fratelli Natale ed
Emanuele Calfapietra, di 41 e 40 anni, entrambi di Pizzo Calabro,
proprietari dellovile che si trova a pochi metri dalla prigione dove
si sono trovate le tracce della presenza di Carlo Celadon, Leonardo
Marte, lautista, 29 anni, di Africo Nuovo e Mario Morabito, 32
anni di Bova Marina.

Una situazione calda: si poteva approfittarne

Marte e Morabito sono vecchie conoscenze dellArma ed erano da


tempo latitanti. Il primo certamente il basista, poich si era tra-
sferito da tempo nel Veneto e aveva trovato lavoro come cameriere
in una pizzeria di Montecchio Maggiore, a due passi da Arzignano
dove abitano i Celadon.
Di Marte si erano perse le tracce da quando la Procura Generale di
Venezia aveva spiccato un ordine di cattura poich era stato condan-
nato a otto anni per traffico di droga.
Leo Morabito, invece, era colpito da ordine di cattura della Procura
di Torino, poich, ottenuto un permesso, non era pi rientrato in
carcere. Di lui i Carabinieri riferivano che era stato coinvolto in Au-
tonomia Operaia, era stato su posizioni di estrema sinistra, poi aveva
compiuto una rapina.
Questa la situazione a fine ottobre del 1988. Quattro arresti per se-
questro di persona, recuperati 150 milioni nel luogo dellavvenuto
pagamento del riscatto nel tratto dellautostrada Salerno-Reggio
Calabria.
Quindi gli investigatori lavorano, ai primi di novembre 1988, in una
situazione calda: da poco il covo prigione era stato svuotato della
presenza di Carlo, da poco quattro sequestratori erano in cella con
accuse pesanti, da poco unaltra filiale della ndrangheta calabrese 61
aveva preso in consegna il rapito. una situazione fluida, adatta ad
una forzatura. C una vita in ballo e lo Stato cosa fa? Non forza la
resistenza degli imputati, non punta su interrogatori pesanti ma
concede loro un trattamento normale.
C da dire che quando verr rapito il generale Dozier, ufficiale
americano del Comando di Verona, alcuni brigatisti vennero torturati
e lordine venne direttamente dal governo. Il brillante risultato della
liberazione di Dozier proviene dai metodi illegali adottati dalle
nostre istituzioni.
E per Celadon? Vuoi vedere che la ndrangheta non andava toccata
pi di tanto? Certo, gli arresti; certo, le operazioni di rastrellamento, il
territorio andava riconquistato, ecc. Ma sono parole. In quel novem-
bre del 1988, come abbiamo detto sopra, cera una vita in pericolo,
e forse con una spintarella le indagini avrebbero potuto ricevere
indicazioni concrete, magari risolutive. Ma Celadon non era Dozier.

1989. Un altro anno di prigionia e di tentativi di contatto

Siamo nel 1989. Il sequestro continua, Carlo ancora nelle mani


dellAnonima calabrese. Il 20 gennaio arriva una nuova richiesta di
riscatto, altri cinque miliardi. Assieme alla richiesta c anche una
foto di Carlo con in mano una copia della Gazzetta dello Sport. Il
ragazzo ha la barba lunga, dimagrito. Ad Arzignano, il suo paese,
moltissima gente scesa in piazza per pregare per la sua liberazione.
Unintera comunit si stringe attorno ai familiari. Pure il vescovo di
Vicenza, Pietro Nonis, si offre come ostaggio alternativo, una mossa
apprezzabile ma ovviamente mediatica, non certo realizzabile.
Il 17 marzo 1989 a Benestare, un paesino del versante jonico
dellAspromonte vengono arrestati due coniugi, Michele Grillo,
45 anni, e la moglie Maria Laura Musolino, 41 anni, durante un
controllo a sorpresa nelle banche per accertare da dove provengono
le banconote che vengono consegnate alle casse.
I Grillo stavano versando nello stesso momento quasi quindici milioni
di lire in due diversi istituti di credito della Locride: il marito Michele
Grillo stava versando cinque milioni, nellagenzia della Cassa di Ri-
sparmio di Calabria e Lucania nel paese di Bianco; la moglie stava
versando altri dieci milioni nella piccola Cassa Rurale di Benestare.
Il controllo delle banconote d esito positivo: tutte le mazzette di
banconote facevano parte del riscatto pagato per il sequestro di

62 Carlo Celadon. Michele Grillo si giustifica dicendo che aveva trovato


il denaro fra le frasche del sottobosco quando era stato colto da un
irrefrenabile bisogno intestinale.
Il procuratore della Repubblica Lombardo, a fronte di una simile
versione, ha ovviamente confermato il fermo. I due coniugi sono
accusati di riciclaggio di denaro sporco. Gli atti saranno trasmessi
al magistrato di Vicenza che dirige lindagine sul sequestro.
A met del mese di giugno 1989 i rapitori si rifanno vivi con la fi-
danzata di Carlo Celadon, Gabriella Sartori. Alla ragazza arriva
una lettera con la solita richiesta di altri cinque miliardi di riscatto.
In Aspromonte negli stessi giorni sono in corso numerose battute di
polizia e carabinieri. Abbandonata la tattica di schierare centinaia
di uomini a raggiera, si preferisce ora inviare numerose squadre di
agenti in borghese, vestiti da operai o contadini, che si infilano in
tutte le valli e sui contrafforti della montagna.
Il 22 luglio 1989 vengono arrestati a Milano in una operazione della
Guardia di Finanza otto persone coinvolte in un traffico internazionale
di droga. Fra le banconote sequestrate alcune provengono dai riscatti
pagati per i sequestrati dellAspromonte calabrese. Quattro banconote
da centomila lire riguardano quattro ostaggi tra cui Carlo Celadon.
Il 30 dicembre 1989 altra grossa operazione anti-sequestri. Centinaia
di carabinieri, addirittura un battaglione di carabinieri paracadutisti,
circondano la montagna dei barbari, i quattro centri di San Luca,
Natile, Careri e Plat. I militari forniti di occhiali a raggi infrarossi,
si infilano di notte ai bordi dei paesi, prendono posizione. Allalba
scatta lattacco. Ed una operazione pesante, con perquisizioni a
tappeto, centinaia di persone schedate e latitanti individuati. Posti
di blocco ovunque ma dei sequestrati (sono ben cinque, fra cui Carlo
Celadon) non si trova traccia. Lunica traccia una banconota di cento-
mila lire scoperta nelle tasche di un abitante della zona e ovviamente
proveniente dal riscatto di Carlo Celadon.

1990: lanno della speranza. Lo sfogo di Candido

Il 1990 si apre con una notizia sconvolgente e che fa capire, meglio


di tante analisi sociologiche, cosera quella Calabria. Il 16 gennaio a
Germignana, in un conflitto a fuoco con i Carabinieri, restano uccisi
quattro banditi che intendevano rapire Antonella Dellea. La salma di
Giuseppe Ietto, dopo le procedure di legge, ritorna a Natile di Careri,
mentre quelle di Salvatore Romeo, Sebastiano Strangio e Sebastiano
Giampaolo prendono la strada per San Luca. A San Luca ad attendere
le tre salme c tutto il paese. Scuole ed uffici chiusi. E tutte le famiglie
di San Luca a rendere omaggio ai loro figli caduti sotto il piombo dei 63
Carabinieri. Non importa se intendevano sequestrare una persona,
erano di San Luca, di qualche ndrina, roba loro. Per loccasione la
polizia sostituisce i Carabinieri, che non si fanno vedere. Ma volano
insulti lo stesso. Lordine era di proibire i funerali ma alla fine quello
che successo stato un funerale in grande stile, in stile calabrese.
Candido Celadon, dopo due anni che i rapitori calabresi gli hanno
portato via il figlio, si sfoga con i giornalisti. In unintervista al Cor-
riere della Sera del 25 gennaio, a firma del vicentino Gian Antonio
Stella, parla di questo incubo che gli rovina la vita.
Butto gi pasticche di sonnifero, ma non c verso che prenda sonno
prima dellalba. Mi domando dov il mio ragazzo. Come sta. Lhanno
portato via che aveva ancora 18 anni e il 31 gennaio ne avr ventuno.
Ci tengono a bagnomaria da mesi si sfoga Candido Celadon
da settembre (del 1989, ndr) che non abbiamo un contatto. Capito?
Due anni attaccati al telefono, con un brivido di paura e una speranza
ogni volta che squilla. Per 7 o 8 contatti. Una tortura.
Prosegue Candido: A parte uno sciacallo, arrestato nel luglio dell88,
condannato a 5 anni e scarcerato dopo 2 mesi, ricevemmo la prima
telefonata solo ad aprile. Non hanno mica fretta quelli. Bene. Prima
mi fanno trovare una cassetta registrata, con la voce di mio figlio.
Poi, a luglio, una sua fotografia. Barba lunga, capelli lunghi. Con una
catena al collo, come un pastore tedesco. Volevano 5 miliardi. Nel
frattempo salta fuori quel ciclista, Marino Basso. Mi dice che conosce
un avvocato calabrese, Aldo Pardo, che potrebbe mettersi in contatto
con i rapitori. Ero pronto ad attaccarmi a tutto. Incontro questo si-
gnore, che si offre di darsi da fare. Mesi e mesi, mi tiene in ballo. Un
giorno mi dice che si pu chiudere con 3 miliardi. E io, scemo, glieli
do. Fortuna che ho la ricevuta.
Un giorno mi telefona: caro Celadon, ho definito. Stanotte il pacco
scende dalla montagna.
Capito? arrivato a dirmi che lo stavano liberando. Macch, niente.
Si fa vivo, anzi, il telefonista: - Cieladn, vogliamo pagare? Gliela dob-
biamo mandare in un sacchetto di ciellofan la testa di suo figgi, ah?
Precisa Celadon: Lavvocato torna su, gli rinnovo la fiducia e riparte.
A farla breve, a un certo momento vuole ancora soldi: tutto a posto,
dice, ma ci sarebbe da aggiungere qualcosa. Beh, dai 3 miliardi erano
spariti 800 milioni. Mi telefona la banda e mi dice: - D a Pardo di farsi
gli affari suoi. Li ho denunciati tutti e due. Basso stato prosciolto,
64

Vicenza, marzo 1990. Laula del Tribunale, processo ai carcerieri di Carlo Celadon,
arrestati in un blitz dei Carabinieri a Pizzo Calabro in occasione del pagamento di
un riscatto di 5 miliardi di lire (foto Borracino).

ma Pardo dovr spiegarsi in tribunale.


pazzesco. Dove li trovo tutti questi soldi? Quelli sono convinti che
sia stato io ad avvertire i Carabinieri. Ecco perch vogliono farmela
pagare. Ma non cos. Io avevo detto alle Forze dellOrdine: niente
blitz, per carit.

Inizia il processo ai quattro dellovile


E se ne aggiunge un quinto

Luned 12 marzo 1990. Al Tribunale di Vicenza inizia il processo


contro i quattro banditi catturati nel blitz dei Carabinieri nei pressi di
Argitola subito dopo la consegna del riscatto, il lontano 25 ottobre
del 1988. Di Carlo Celadon non ci sono notizie, tutto tace anche se
i bene informati giurano che i contatti ci sono, solo questione di
tempo. Gi, il tempo; per la famiglia Celadon il tempo una entit
strana, che ora accelera ora si ferma immobile mentre la sofferenza,
quella s, corre veloce.
Ma non il caso, questo, dei quattro sequestratori, che sono diventati
cinque con larrivo di Francesco Sagoleo (preso nel novembre
1988), anche lui diventato positivo alle analisi anti-sequestro. I
due fratelli Calfapietra, Natale ed Emanuele, Mario Leo Morabito,
considerato chiss perch la mente, Leonardo Marte, lautista di
Formula 1 che aveva rischiato di far prendere ai Carabinieri tutta la
banda in un colpo solo.
Loro, appaiono tranquilli, quello che hanno fatto fatto, in Calabria
65

Vicenza, marzo 1990. Due dei carcerieri di Carlo Celadon (ancora prigioniero in
aspromonte) al processo. Da sinistra Mario Leo Morabito, Natale Calfapietra
(foto Borracino).

i parenti sono protetti, se manca qualcosa per la spesa non c pro-


blema, ci pensa mamma ndrangheta. Anche perch cinque miliardi
sono un bel gruzzolo, non ci si scherza. Lo si visto con le decine di
milioni portati ingenuamente allincasso da fiancheggiatori di basso
livello.
Il Presidente Aliprandi entra nellaula alle dieci. Sul banco degli
imputati schierati fanno la loro figura i cinque della Locride. Mario
Leo Morabito, Natale Calfapietra (trascinato malvolentieri in questo
affare cos grande dal fratello Emanuele), Emanuele Calfapietra,
Francesco Sagoleo, Leonardo Marte. Con unaggiunta: la faccia di
cera dellavvocato Aldo Pardo, il neofascista che ha prelevato 800
milioni dal riscatto, secondo pap Candido (ma Pardo ha anche nel
suo passato una condanna per violenza carnale e unaltra per truffa).

Le fantasie dei picciriddi


Se non ci fosse un dramma in atto ci sarebbe da ridere

Ma veniamo al processo. Iniziano le schermaglie. A cosa serviva la


gabbia nascosta nel fogliame?
A niente signor Presidente!
Ma se i suoi figli, signor Natale Calfapietra, hanno detto che hanno
visto un prigioniero dentro!
Fantasie di picciriddi! Signor Presidente, gli hanno estorto le cose
con linganno, ecco com andata.
Questa dei picciriddi una grossa carta in mano allaccusa. I due
figli di Natale Calfapietra, infatti, quel 25 ottobre del 1988 e in altre
due occasioni, ammisero che di fianco allovile, nel capanno, cera
66
Mario Leo
Morabito ed
Emanuele
Calfapietra
rispondono in
tribunale alle
domande dei
magistrati.
(foto Borracino).

un giovane alto che parlava italiano, e l alloggiava da ben quattro


mesi e mezzo. Basilina e Leonardo Calfapietra, 16 e 14 anni, di
particolari ne hanno raccontati molti ai Carabinieri. Carlo era stato
portato su una Golf bianca, targata Torino, da Francesco Sagoleo.
Detto, confermato e sottoscritto davanti agli ufficiali dellArma e ai
magistrati. Intanto la madre dei picciriddi si aggira nei corridoi del
tribunale. Il suo commento da manuale: Nulla so.
Gli avvocati sparano subito a pallettoni. La richiesta di avere come
testimone Carlo Celadon in aula non si capisce se una battuta idio-
ta o un escamotage partorito da chiss quale manuale di giustizia
deviata. Comunque lobiettivo rinviare il processo. Ma finisce in
burla e tocca al Presidente Aliprandi rivolgersi allincauto leguleio
domandandogli: A proposito della presenza in aula del sequestrato,
a quando lo rinviamo il processo, caro avvocato?

Il processo di Vicenza: una lezione di pastorizia

Il giorno dopo, marted 13 marzo 1990, gli imputati ce la mettono tutta


a negare, ora facendo battute ora con cenni di dissenso. Il testone di
Natale Calfapietra oscilla da destra a sinistra e ritorno. Lui, povero
pastore analfabeta, cosa centra con quellaccusa? Francesco Sagoleo
giura sullanima di sua nonna, Mario Leo Morabito stava passando
di l per salutare gli amici. Cos per tutti. Ma il Presidente Aliprandi
non molla e torchia un pochino Natale Calfapietra.
Io non so niente, ho sette figli
Ci pu dire let dei suoi figli?
Non mi ricordoio non ho visto niente, conosco solo le mie pecore,
quando vanno munte e quando vanno tosate. Non avevo idea che gli
amici di mio fratello Emanuele fossero latitanti.. 67
Le catene nel capanno?
Servivano per legare i montoni perch non si dessero delle cornate.
Ma suo fratello Emanuele che ci faceva?
Aliprandi si studia bene il Calfapietra, ma ha davanti un osso duro.
Che risponde cos, con una prosa contorta: Tengo a precisare che mi
ero recato presso il mio congiunto per aiutarlo a custodire le pecore
giacch frequentemente gli venivano rubate.
E la baracchetta, chi la costru? Mi aiut Emanuele, mi serviva per
dormire, per far la guardia alle pecore.
Ma non era scomodo?
Signor Giudice, nella vita abbiamo fatto tutti il campeggio.
Emanuele non da meno del fratello Natale.
Dice: Mario Morabito era passato a fargli visita perch stava andan-
do in vacanza e Leonardo Marte stava per andare dai Carabinieri a
costituirsi.
Ma dove dormivano?
Nella baracchetta! Anche loro? Anche loro.
Leonardo Marte nega tutto. Era in vacanza a Torvaianica, poi
sullArgentario, tutta lestate finch non aveva deciso di andare in
Calabria a costituirsi. Precisa: Ma perch non fare visita ai vecchi
amici? Ecco perch ero l vicino allovile.
Sagoleo era passato di l con la macchina per portare lo zio, Mario
Morabito, a una visita medica.
Poi il turno dellavvocato Aldo Pardo. Il mediatore accusato di
aver fatto sparire 800 milioni dalla somma del riscatto e definito
sciacallo da Candido Celadon. Nega anche lui. Ma i soldi sono stati
spesi a fin di bene. Li ho spesi per il bene di Carlo.
Un po di soldi li ha spesi per i viaggi in Calabria e poi andando su e
gi per la penisola, un po come rimborso per il mancato guadagno
del suo studio di Montebelluna.
Ma la somma maggiore lho spesa per raccogliere informazioni dai
boss della ndrangheta. Pi di 300 milioni li ho spesi subito, altri 300
dopo la consegna del riscatto.
Ma perch li ha pagati se ormai non servivano pi?
Li avevo promessi.
E a chi li ha dati? Pardo fa la battuta finale per ingraziarsi laula, in
fondo lui gioca la parte del benefattore: Presidente, certa gente
non rilascia ricevuta.
Carlo vivo e i picciriddi ritrattano

68 Luned 19 marzo arriva la prova che Carlo Celadon vivo. Passati


sette mesi di silenzio ora c una fotografia che regala la speranza
alla famiglia e agli investigatori. Ma in tribunale sono di altro tipo gli
abbracci tra gli imputati e i due figli di Natale Calfapietra. Basilina e
Leonardo hanno ritrattato, non vero niente.
Ma tra gli imputati riconosci qualcuno? Azzarda Aliprandi. Basilina:
Nessuno conosco, niente ho visto, niente ho sentito: lunica cosa che
posso testimoniare che sono tutti innocenti. Innocentissimi sono!
E gi risate e abbracci, il piccolo clan ricompattato.
Marted 20 marzo il momento delle rivelazioni, dei particolari.
Durante il tragitto in autostrada, il 25 ottobre 1988, la notte della
consegna del riscatto, i due fratelli Celadon avevano in macchina una
radio con cui tenevano i contatti con i Carabinieri. Lo conferma il
maggiore Vincenzo Paratore, ufficiale dei Carabinieri di Catanzaro
che, assieme ai colleghi di Vicenza, scort i fratelli di Carlo fino alla
localit stabilita per il pagamento.
Cerano ben quindici macchine dei Carabinieri nelle vicinanze, ce
lo aveva chiesto il Sostituto Procuratore De Silvestri, cera il pericolo
che finissero nelle mani della ndrangheta.

Arriva la sentenza ma i Celadon non fanno festa

Luned 26 il giorno del Pubblico Ministero. Tonino De Silvestri


chiede pene per complessivi 150 anni. 29 anni la pena pi dura. Ma
Mercoled 28 marzo 1990 arriva la sentenza che supera le aspettative
del PM. Trentanni di carcere per concorso in sequestro di persona a
Leonardo Marte, Emanuele Calfapietra e Mario Leo Morabito, 29 a
Francesco Sagoleo, 16 anni e 8 mesi a Natale Calfapietra. Allavvocato
neofascista e truffatore Aldo Pardo vengono inflitti 6 anni, per aver
approfittato del ruolo di intermediario che gli era stato affidato dalla
famiglia Celadon. I cinque imputati sono assolti dallaccusa di aver
fatto parte del gruppo che rap Carlo.
Candido Celadon e i parenti sono assenti al momento della lettura
della sentenza. Se loro mi davano mio figlio non accadeva nulla. Mi
fanno pena. Quelli sono animali. Ma, in fin dei conti abbiamo perso
tutti: loro sono rovinati e io non ho avuto mio figlio.
Adesso spero che si facciano vivi e non mi chiedano altri soldi.
Lavvocato Maitilasso, che rappresenta la famiglia Celadon, con-
creto: Noi vogliamo sapere dov il ragazzo. Ma sono convinto che
in questo momento nemmeno questi cinque imputati lo sappiano.

69
Il bonifico che risolve la situazione

Dopo la sentenza, durante il mese di aprile, i contatti vengono ripresi.


Un avvocato pugliese fa sapere che la trattativa potrebbe sbloccarsi.
Il problema dei cinque miliardi non pi un problema. I sequestratori
fanno sapere che anche due miliardi potrebbero portare alla libera-
zione di Carlo. Qualcuno che ragiona e che fa parte della ndrangheta
capisce che il ragazzo allo stremo e che la pressione delle forze di
polizia pericolosa. Occorre concludere.
Candido Celadon fa perci preparare dalla sua banca di Arzignanoun
bonifico per lintera somma (due miliardi), un bonifico che deve essere
trasferito a nome di un avvocato in una banca pugliese. Allarrivo il
bonifico viene intercettato, limpiegata vede il nome Celadon sul telex,
e nota la cifra. La donna avvisa il marito che un poliziotto e questi
avvisa i magistrati. Il magistrato pugliese contatta subito il sostituto
procuratore vicentino Antonio De Silvestri che conduce linchiesta.
I magistrati pugliesi chiedono se i beni dei Celadon sono bloccati, ma
il blocco era stato tolto. Si decide quindi per la linea morbida e si
lascia perci che lavvocato vada a prendere i soldi in banca.
Lavvocato se ne va con la somma in contanticon lincarico di gestire
la parte ultima e pi delicata della trattativa per il rilascio di Carlo.
Probabilmente i due miliardi, subito dopo hanno cambiato di mano, e
sono affidati ad altri intermediari. Comunque, la notte del 2 maggio
1990 vengono consegnati a mano sui monti di Piminoro, versante
tirrenico dellAspromonte.
Le battute della polizia e dei carabinieriintanto aumentano, dal 3
fino al 5 (giorno del rilascio) centinaia di uomini setacciano la zona.
La svolta che ha convinto il padrea dare ancora credito ai rapitori
consiste in una fotografia scattata nella primavera del 90. stata
questa fotografia a far riprendere la trattativa e a condurla in porto.
Poi c da dire che Carlo Celadon ormai era ridotto molto male, inca-
tenato e immobilizzato da due anni e mezzo di prigionia, dimagrito
di trenta chili, non poteva reggersi in piedi, quindi era un ostaggio
che poteva anche morire.
Pagato il riscatto dei due miliardi lAnonima fa passare ancora
tre giorni, poi il 5 maggio 1990 lascia libero Carlo su una strada
dellAspromonte.
Le ultime fasi del sequestro. Prima notte da uomo libero:
allhotel dei Gelsomini di Siderno
70
Il giovane di Arzignano viene trovato per terrada una pattuglia della
polizia che stava percorrendo la zona dello Zilastro alla ricerca del
rapito.
Non ce la faccio, aiutatemi fatemi tornare a casa, queste le parole
di Carlo Celadon alla vista dei soccorritori. Il medico della polizia, ca-
pitano Virgillito, lo trova in condizioni di salute molto preoccupanti,
sdraiato per terra, come un barbone, senza forze, ridotto pelle ed ossa.
Carlo riferisce al questore Ennio Gaudio, dirigente dei NAPS, di essere
stato liberato nel pomeriggio del giorno prima (il 4 maggio 1990). Una
telefonata anonima aveva avvisato la polizia che cera un ragazzo in
zona Zilastro. Carlo ha vagato per i boschi fino a che non ce lha pi
fatta. Poco dopo stato trovato.
Una visita medica, poi la cura della persona, via la barba ricordo della
prigionia, una doccia e subito a dormire in una stanza dellHotel dei
Gelsomini di Siderno. Al risveglio le telefonate col padre Candido
e coi fratelli, in attesa del loro arrivo in Calabria.
Riprese un pochino le forze, Carlo si sente in grado di rispondere
alle domande del procuratore della repubblica di Locri. Sa che per
gli investigatori sono importantissimi i ricordi nelle prime ore del
rilascio. E racconta i suoi giorni da prigioniero.
Ha avvertito il rischio di perdere la vita il 25 ottobre del 1988 proprio
quando cera stata la consegna, da parte dei suoi fratelli, dei cinque
miliardi in una piazzola di sosta dellautostrada Salerno-Reggio
Calabria. I carabinieri allora tentarono un blitz, ma dalla capanna
dovera fu trasportato in unaltra prigione. In quel momento avvert
il pericolo che i suoi carcerieri si sbarazzassero di lui.
Poi quando si avvicin il momentodel rilascio uno dei suoi carcerieri
si mise Carlo sulle spalle, poich non riusciva a camminare, bendato fu
trasportato nella boscaglia dellAspromonte, lasciandolo poi per terra.
Il sequestro durato 831 giorni e il riscatto pagato stato comples-
sivamente di 7 miliardi di lire.
Una liberazione pilotata 71
GIORGIO MARENGHI

Nella prigione arriva il rumore di passi di tre, quattro per-


sone che si fanno strada nel fogliame. Carlo, rannicchiato per terra e
sempre legato alla catena, vede che entrano i suoi carcerieri, maschera-
ti. Poche parole, dette mezzo in italiano e mezzo in calabrese: Mettiti
questi vestiti, ti portiamo via! Oggi ti lasciamo andare!
un colpo, chi se lo aspettava cos allimprovviso? Carlo indossa una
camicia nuova e un paio di pantaloni, si mette le scarpe ma per alzarsi
in piedi e iniziare a camminare non ce la fa. I muscoli sono atrofizzati,
le gambe non reggono. Tutti si guardano, Carlo in silenzio aspetta che i
rapitori dicano qualcosa. Poi uno prende liniziativa e si carica in spalla
il giovane prigioniero.
La marcia dura due o tre ore, non una passeggiata ma la speranza
comincia ad aumentare. Poi allimprovviso si sente volare gi per terra,
e piomba sul terreno. I suoi carcerieri lo hanno lasciato l, vicino ad
una strada, gli tolgono il cappuccio e le funi che gli legano le mani. Ora
pu vedere, stringe i denti e si avvicina al ciglio della strada. Bisogna
aspettare e non perdere la testa.
Ecco, sente un rumore di motore, il motore di una macchina. Lauto
arriva, il guidatore vede Carlo, rallenta e poi accelera e scompare. Car-
lo ha i capelli lunghi, la barba lunga, un volto scavato. Fa veramente
impressione. Ma non certo per questo che la macchina scomparsa.
In Calabria molti contadini, quando vedevano un sequestrato appena
rilasciato, tiravano dritto. La cosa non li riguardava.
Passa ancora un po di tempo e adesso finalmente (sono le 20.30) ar-
rivano tre agenti dei NAPS. Lo raccolgono, gli parlano, lui dice il suo
nome. Intanto i rapitori avevano telefonato ai giornali e alle televisioni.
I messaggi erano contraddittori ma alla fine ad un giornalista arriva
una telefonata autentica: Avverti la polizia che il ragazzo sui pianori
dello Zilastro. Digli che siamo quelli del fiore.
Il fiore una sorta di parola dordine, di propriet delle ndrine. Il
messaggio era autentico.
Il sequestro Celadon terminato. Carlo vivo, viene portato subito al
commissariato di polizia di Siderno.
La storia vera del sequestro finita col ritrovamento. Le cronache poi
racconteranno tutto, la sofferenza, le giornate passate con la catena
CELADON: LIBERAZIONE PILOTATA

72
al collo e altre due alle caviglie, il freddo dellinverno, la pioggia che
allagava la prigione, le bisce, la solitudine, la sporcizia, giorni senza
mangiare, tutto un repertorio degli orrori causati da un gruppo di
animali come giustamente li ha definiti il padre di Carlo, Candido
Celadon.

Torniamo sui lati oscuri del sequestro Celadon, un paesaggio


strano, con comparse ancor pi strane, un paesaggio che ha fatto
da contorno alla vita di Carlo e a quella dei suoi familiari.
Il processo ha chiarito il ruolo di Aldo Pardo, lavvocato truffatore
ed ex terrorista di Ordine Nuovo, calabrese, con i suoi agganci con la
criminalit della regione. Ma altre figure si sono aggiunte al teatrino
dei profittatori, dei mediatori, degli amici degli amici.
Uno, ad esempio, fora lanonimato della compagnia. Si chiama Aldo
Del Re, un commercialista e procacciatore daffari padovano. Que-
sta linnocua qualifica che nasconde invece particolari assai inquie-
tanti. Il Del Re si fa avanti come mediatore con Candido Celadon,
parla di possibili contatti, di agganci misteriosi, in questo aiutato,
a parole, da Stefano Menicacci, un altro del giro.
Ma concentriamoci sul Del Re. Oltre agli affari in Italia, il manager
aveva avuto un passato recente molto intrigante. Nel corso di un
tentato putsch militare, avvenuto il 6 agosto del 1980 a Tobruk in
Libia, il Del Re, che lavorava nel paese africano, aveva guadagnato
la qualifica di agente provocatore di servizi stranieri. Ed era stato
condannato a morte dai tribunali militari libici, ma si era reso latitan-
te. In poche parole Aldo Del Re lavorava per i Servizi. E il sequestro
Celadon lo vede ancora in attivit.
Un altro personaggio, questo rimasto anonimo ma in realt ben noto
agli ambienti calabresi, lavvocato con studio in Puglia che garantisce
lultima fase del sequestro. Il contatto, afferma, buono e la cifra pure:
due miliardi. Come abbiamo sopra narrato, i soldi vengono consegnati
e olieranno il meccanismo del rilascio di Carlo.
Qui bisogna capire se Candido ha pagato altri due miliardi oppure no. Le
cose non sono chiare, il bonifico, la banca di Arzignano, possono essere
particolari costruiti dopo. La smentita di Celadon: Non ho pagato nul-
la. Le smentite dei magistrati: Non stato pagato alcun altro riscatto!
sono prese di posizione da manuale, anche perch il periodo del rilascio
turbato dalla scadenza elettorale di domenica 6 maggio.
Il 5 maggio viene ritrovato Carlo, la notizia calda quindi pronta
ad andare sui giornali della domenica.
I giornali delle opposizioni si scatenano. Non solo lUnit a infierire
sul Ministro dellInterno Antonio Gava, democristiano, ci si mette
pure lalleata Voce Repubblicana che non va tanto per il sottile.
CELADON: LIBERAZIONE PILOTATA

Antonio

73
Gava (Ca-
stellammare
di Stabia, 30
luglio 1930
Roma, 8
agosto 2008),
della corrente
dorotea, (qui
in piedi
con Giulio
Andreotti e
Arnaldo For-
lani)era mini-
stro dellInter-
no (governo
Andreotti)
nei giorni del
rilascio di
Carlo Celadon

Rivelazioni scrive la Voce come quelle contenute nellarticolo


dedicato al caso Celadon comparso sullEuropeo di questa settimana,
che parla di una trattativa parallela condotta da organismi dello Stato,
tracciando unanalogia sconcertante con il caso Cirillo, rischiano di
apparire tremendamente credibili.
Crocefisso da Gava. Questo il titolo de lEuropeo che ricostruisce i
retroscena del caso Celadon. LUnit sigla con indubbia perfidia pro-
fessionale: Come dire: almeno un po di quella terribile magrezza del
ragazzo di Arzignano da attribuire alla furbizia elettorale del nostro
ministro degli Interni.
Le forze dellordine smentiscono. I NAPS aggiungono che i continui
rastrellamenti (ripresi dopo una pausa di settimane solo a ridosso delle
elezioni) hanno dissuaso i rapitori dal continuare nella loro condotta
criminale. Tradotto: hanno liberato Carlo perch avevano preso paura.
Non ci crede nessuno. Non ci hanno creduto allora, n ci crediamo noi
oggi ricostruendo la vicenda. Infatti 7 giorni prima che Carlo Celadon
venisse rilasciato (sabato 5 maggio 1990) le polemiche montavano
feroci: Lo Stato ha mollato!, tutti in ferie e intanto i banditi seque-
stravano, stupiti da tanta tranquillit, Domenico Paola.
Queste accuse provenivano dai magistrati che erano fuori di s dalla
rabbia. Ma poi il 5 di maggio, vigilia delle elezioni, in Aspromonte com-
paiono allimprovviso venti pattuglie dei NAPS (Nuclei Antisequestri
della Polizia di Stato). Potenza della politica.
Altri particolari: Carlo afferma che durante la fase del rilascio lo hanno
portato a spasso per lAspromonte per due o tre ore. Nessun poliziotto
si visto. Tutto tranquillo. Altre voci, intinte nel veleno, affermano che i
CELADON: LIBERAZIONE PILOTATA

74
rapitori si sono preoccupati di avvertire
i giornalisti che Carlo era stato rilascia-
to, quasi a voler dire: guardate che lo
abbiamo rilasciato noi, non c stata
nessuna liberazione, nessun conflitto
a fuoco!.
Poi ci si mette pure Delio Giaco-
metti, lonorevole democristiano e
tra i capi dorotei del Veneto, pure lui
arzignanese, grande mediatore tra
la famiglia Celadon e il ministro degli
Interni Gava.
Gioved notte ho saputo che il rilascio
di Carlo era imminente. Alle 18 di sa-
bato qualcuno, non dico chi (inguaribili
questi dicc, ndr), mi ha avvertito da
Roma che la cosa era fatta al 90 %.
Intanto Candido, il padre, non sapeva nulla. Mi ha telefonato uno
del Corriere della Sera, io ero a vedere un film cretino alla televisione
assieme ai miei figli.
Gi, come faceva il Giacometti a sapere, alle 18 poi, che tre ore dopo
i rapitori avrebbero liberato lostaggio? Dopo 831 giorni la banda o le
bande decidono la liberazione di Carlo senza avere in cambio nulla di
quello che avevano chiesto?
Possiamo senzaltro concludere che Carlo Celadon venne liberato per
motivi di sicurezza elettorale? Non sarebbe stata la prima volta.

Foto: Delio Giacometti (San Bonifacio, 26 agosto


1922 Arzignano, 2 marzo 2003) stato uno degli
esponenti pi in vista della corrente dorotea veneta. A
lungo senatore, stato sindaco della citt di Arzignano
dal 1960 al 1976
Che fine hanno fatto i cinque
carcerieri di Celadon? 75
La solidariet del male
GIORGIO MARENGHI

Che fine hanno fatto i cinque carcerieri di Carlo Celadon? Ce


li ricordiamo bene quando, strafottenti, si pavoneggiavano nellaula
del Tribunale di Vicenza, con i fratelli Calfapietra che irridevano
al giudice dicendogli: Ci fa uno sconto? Sa che siamo buoni clienti..
Aha!. Allepoca furono condannati Leo Morabito, Leonardo
Marte, Emanuele Calfapietra ad una pena di 30 anni di carcere,
8 anni li prese il padre di famiglia (7 figli), analfabeta e pastore,
Natale Calfapietra, 29 anni raggiunsero il telefonista Francesco
Staiti mentre un altro Francesco, Sagoleo, il pi giovane dei cinque,
ne ricav solo 18 anni.
I due fratelli Calfapietra erano sospettati di appartenere alla cosca della
ndrangheta Lo Bianco di Vibo Valentia, Morabito e Marte erano invece
due latitanti che si erano dati alla macchia, imputati per un processo per
rapina a Milano. Marte aveva pure soggiornato nei pressi di Vicenza,
a Montecchio Maggiore, lavorando come cameriere in una pizzeria.
Dalle indagini dei Carabinieri emerse poi che un lontano cugino, che
risiedeva anche lui a Montecchio Maggiore, aveva giocato a basket con
Carlo Celadon e con il fratello Giovanni. Qualche volta questo lontano
cugino aveva pure frequentato la villa dei Celadon ad Arzignano.
Oggi, di questo quintetto di criminali, sembra si siano perse le tracce,
che il tempo li abbia inghiottiti nella sua nebbia, ma non del tutto
vero. Abbiamo trovato infatti Emanuele Calfapietra, nato a Pizzo
Calabro (Catanzaro) il 24 novembre 1948, nel carcere di Secondigliano
(Napoli) a scontare la sua pena. Il suo rilascio era previsto per il 9
febbraio 2023.
Ma, a sorpresa, siamo venuti a sapere che la prigionia di Emanuele Cal-
fapietra diventata un calvario ed anche un caso politico-giudiziario:
paralizzato da pi di dieci anni e costretto su una sedia a rotelle, lex
sequestratore di Carlo Celadon vegeta da anni nellinfermeria centrale
del carcere napoletano.
Questa la versione di chi si preso a cuore le sue condizioni psico-
fisiche, il deputato Sandro Delle Vedove di Alleanza Nazionale che,
in data 18 febbraio 1997, invi una interrogazione a risposta scritta:
CELADON: I CINQUE CARCERIERI

Al Ministro di Grazia e Giustizia. Per sapere premesso che: Ema-

76 nuele Calfapietra, condannato a trenta anni per il sequestro Celadon,


detenuto nel carcere di Secondigliano, ha dato inizio allo sciopero della
fame denunciando carenze sanitarie, gravi torture psicologiche messe
in atto quotidianamente, ed il divieto di comunicazione telefonica con
i familiari; il Calfapietra fu operato nel 1980 a Reggio Calabria per
un tumore al cervello; sviluppatosi nuovamente il tumore, il Calfa-
pietra ha subto altri tre interventi chirurgici; al Calfapietra stato
negato dal tribunale di sorveglianza il differimento della pena in vista
delloperazione chirurgica e persino la possibilit di farsi operare a
Reggio Calabria, ove esiste un centro specializzato che, fra laltro,
gi conosceva il caso clinico di Calfapietra; i giudici addussero, quale
giustificazione, il fatto che il Calfapietra, se fosse tornato a Reggio
Calabria, avrebbe potuto avere contatti inquietanti, dimenticando
che egli paralizzato negli arti inferiori ed ha le mani atrofizzate;
egli stato in isolamento, privato persino della possibilit di avere
qualcuno che lo aiutasse nei suoi bisogni pi elementari: se il regime
carcerario inflitto al Calfapietra sia, in ragione delle condizioni psico-
fisiche in cui versa il detenuto, compatibile con le prescrizioni di cui
allarticolo 13 della Costituzione.
Nella seduta parlamentare del 28 luglio 1999 il deputato Assunta
Mara Malavenda (Cobas-Rifondazione Comunista) stigmatizz
anchessa la situazione del Calfapietra: Il Calfapietra deve essere
ricoverato presso un centro di riabilitazione neuromotoria in grado
di far fronte alle sue esigenze attuali, tenendo conto che, seppur non
sar mai possibile una sua completa guarigione, gli sar garantito un
livello di vita accettabile
Nello stesso periodo il Ministro di Grazia e Giustizia venne a conoscenza
della gravit della malattia di Emanuele Calfapietra. Ma siccome era
ritenuto un detenuto ad alto indice di pericolosit le raccomandazioni
del ministro trovarono molte resistenze nellapparato penitenziario.
Al detenuto Calfapietra sempre stata assicurata la necessaria assi-
stenza sanitaria e lo stesso stato sempre ristretto in istituti peniten-
ziari forniti di Centro Diagnostico Terapeutico, dopo leffettuazione
delloperazione chirurgica avvenuta nellOspedale Civile di Sassari nel
febbraio 1993 per asportazione di meningioma cerebrale.
Cos cerc di difendersi dalla manovra a tenaglia delle opposizioni il
Ministro della Giustizia che precis infine che il meningioma fibro-
plastico, nel caso in specie, un tumore benigno che non richiede una
gestione oncologica, pur potendo recidivare; sono necessari controlli a
frequenza non ravvicinata, tali da poter essere programmati ed effettua-
ti con tranquillit presso strutture specialistiche esterne al carcere.
Cos Oliviero Diliberto, ministro della Giustizia nel lontano 1999.
Queste le tracce su Emanuele Calfapietra, rinchiuso nel carcere di
CELADON: I CINQUE CARCERIERI

Secondigliano con un altro componente della banda dei sequestratori


di Carlo Celadon, Mario Leo Morabito, anchesso autore, non si sa
quanto sincero, di una lettera-appello al suo avvocato. Questa: 77
Secondigliano, 27 luglio 2004
Esimio avvocato Mellini, le scrivo solo qualche rigo sperando di tro-
varla bene con la salute e un po di tempo da dedicarmi. Le ho scritto
che mi trovo a Secondigliano (Napoli) dove in infermeria ricoverato
il mio coimputato Calfapietra Emanuele. Ho fatto richiesta scritta alla
direttrice per poter salutare il mio coimputato paralizzato a letto da
circa 10 anni, ho fatto pi domande per parlare con la direttrice ma
tutto inutile, da quando sono qua ho avuto due punizioni, una con
cinque giorni di cella disolamento. Qui la conta passa tre volte al giorno
e ci dobbiamo mettere allinpiedi tipo militari, ora io sono carcerato,
innocente e ammalato mentale gi pensionato per malattia mentale e
riconosciuto in pi processi incapace dintendere e volere, qui lassi-
stenza sanitaria zero!
Mi rifiuto di fare da cavia, il Carbolhitium, che uno psicofarmaco
che prendo da lunghissimi anni, qui non ce lhanno ed io ho fatto
domanda per comprarlo, passato un mese e medicine non ne sono
arrivate. Le allego larticolo del giornale Il Mattino del 26 luglio 2004.
Titolo: Detenuto muore in cella, denuncia in procura presentata dai
familiari: era in gravi condizioni. Semplifico tutto onorevole Mellini: che
una delegazione parlamentare faccia visita in questo posto maledetto
affinch ci sia il diritto ad essere curati e non torturati e fatti morire
come bestie! Con il sangue agli occhi!
firmato Mario Leo Morabito

Il quintetto, almeno a considerare i casi Emanuele Calfapie-


tra e Leo Morabito, non se l passata tanto bene. Ma le notizie emerse
dalla cronaca calabrese ed emiliana negli ultimi anni e addirittura negli
ultimi mesi, gettano una luce diversa su quel che resta della banda dei
sequestratori.
Nel 2012 sembra proprio che Mario Leo Morabito, riconquistata eviden-
temente, rispetto alla lettera del 2004, una certa libert di movimento,
sia incorso nuovamente in uno spiacevole incidente di percorso.
Il malato di mente Morabito stato infatti arrestato assieme a due
complici nei pressi di Bianco (Calabria). Il terzetto stava innaffiando
una piantagione di canapa indiana, ricavata in uno spiazzo tra la ve-
getazione di un canneto difficilissimo da raggiungere.
Ma non finita. Anche Leonardo Marte, un altro dei condannati per
il sequestro Celadon, rilasciato anzitempo, (alla faccia dei 30 anni!) si
gettato subito a trafficare nel commercio che conosceva meglio: quello
della droga. E cos il 26 novembre 2015, il redivivo Marte (quello
CELADON: I CINQUE CARCERIERI

78
che si schiant con la macchina su un palo di Pizzo Calabro la notte
della consegna di una tranche del riscatto perch aveva i Carabinieri
alle calcagna) stato colpito da ordine di cattura della polizia belga
(e italiana) con accuse pesantissime. Aver gestito lorganizzazione e i
collegamenti (anche con lAmerica Latina) di un notevole commercio
di polvere bianca (cocaina), proprio lui, che aveva mantenuto un ruolo
piccolo nel sequestro di Carlo.
Gli analfabeti comunicavano tra di loro con telefoni Black Berry che
sfruttano la crittografia a protezione dei messaggi. Oltre ad una decina
di compari ndranghetisti stato accompagnato in un carcere italiano
anche un residente di Montecchio Maggiore ( un vizio!), tale Leo
Criaco, calabrese di Africo nella Locride.
Gli altri sequestratori rimasti - ormai in libert da tempo - fanno sempre
parte delle comunit montane calabresi, reinseriti nel gruppo di amici
che non li hanno mai mollati. la solidariet del male.
REFERENDUM

Trivelle nel Mare Nostrum? 79


No, grazie: votiamo s
Il referendum contro la trivellazione in mare
ad libitum (cio allinfinito, in teoria: anche dopo la fine
delle concessioni) proposto da 9 regioni italiane ed
appoggiato da tutte le agenzie ambientaliste
(da Greenpeace a Legambiente). Linformazione,
teleguidata dal governo Renzi, stata debole.
Il PD ha ufficialmente consigliato lastensione: un
progetto che lo pone fuori dalla sua stessa tradizione.
Alta e forte la voce del comboniano Alex Zanotelli,
informato e attivo come sempre: ma baster?

GIANNI SARTORI

Il 17 aprile 2016 il popolo italiano sar chiamato alle urne per


decidere in merito al referendum proposto da 9 regioni (Basilicata,
Puglia, Molise, Veneto, Campania, Calabria, Liguria, Sardegna e Mar-
che) e dai comitati No Triv. Si vota per leventuale abrogazione della
norma sulla durata delle concessioni per estrarre idrocarburi entro le
12 miglia marine (22,2 km). Attualmente la norma (per abrogarla si
dovr votare s) prevede che lestrazione, relativamente ai permessi
gi rilasciati, abbia durata pari alla vita utile del giacimento.
Inizialmente -ha ricordato lamico Alex Zanotelli - le domande
referendarie erano 6. Ma l8 gennaio la Cassazione ha bocciato 5
domande perch il governo Renzi aveva furbescamente riscritto due
commi del decreto Sblocca Italia 2016.

In effetti il governo attuale (non solo su questo, va detto)


sembra voler replicare loperato di Berlusconi allepoca del refe-
rendum su acqua e nucleare, quando costui disgiunse le consultazioni
referendarie dalle elezioni amministrative. Un mediocre tentativo per
impedire il raggiungimento del quorum previsto dallarticolo 75 della
Costituzione. E pazienza per gli sprechi di denaro pubblico!
Il movimento denominato No Triv ha finora raccolto adesioni sia
REFERENDUM

80

nellambientalismo (da Greenpeace a Legambiente), sia in ci che


resta di sinistra italiana (recente ladesione della CGIL del Veneto),
ma il suo impegno rischia di essere vanificato dagli appelli governativi
allastensione.
Difficile prevedere se riusciranno a portare alle urne il 50% degli
elettori per rispondere al quesito: Volete che, quando scadran-
no le concessioni, vengano fermati i giacimenti in attivit
nelle acque territoriali italiane anche se c ancora gas e
petrolio?.
A parte limportanza dellesercizio del diritto di voto (in tempi di
astensionismo dilagante, magari anche comprensibile, lappello di
una parte del PD appare sconcertante), il referendum rappresenta
unoccasione per prendere posizione su questioni rilevanti come la
sostenibilit, la salvaguardia dellambiente (in particolare lecosistema
marino) e i cambiamenti climatici.

Tante le nobili ragioni per votare s: dal pericolo di sver-


samenti di petrolio in mare (con le immaginabili conseguenze per le
spiagge, il turismo, la pesca...) alla possibilit di provocare movimenti
tellurici (possibile effetto collaterale dellestrazione del gas)l. Per non
parlare dei danni alla fauna marina e agli ecosistemi per luso dei
bombardamenti con laria compressa.
REFERENDUM

Tutto vero, concorda Zanotelli, ma la ragione fondamentale per votare


s che se vogliamo salvarci con il pianeta dobbiamo lasciare il
petrolio e il carbone l dove sono, cio sottoterra! 81
Quindi ribadisce che il referendum ci offre unottima opportunit per
dire NO alla politica del governo Renzi di una eccessiva dipendenza
dal petrolio e dal carbone per il fabbisogno energetico. Gli scienziati
prosegue lo dicono a chiare lettere: continuando su questa strada,
rischiamo di avere a fine secolo dai tre ai cinque centigradi in pi. E
questa, per il combattivo comboniano, sarebbe una vera e propria
tragedia.

Sottolinea che perfino Papa Francesco aveva riconosciuto


come causa principale del riscaldamento globale la grande concen-
trazione di gas serra emessi soprattutto a causa dellattivit umana.
Ci viene potenziato specialmente dal modello di sviluppo basato
sulluso intensivo dei combustili fossili che sta al centro del sistema
energetico mondiale.
Il Vertice di Parigi sul clima del dicembre 2015, purtroppo, si era so-
stanzialmente limitato a invitare gli Stati a ridurre la dipendenza da
petrolio e carbone. E cos incalza Zanotelli - gli Stati, prigionieri
come sono dei poteri economico-finanziari, continuano nella loro folle
corsa verso il disastro.
Tra le firme scese in campo a favore del no (e quindi pro trivelle) non
mancano nomi illustri (vedi Giovanni Esentato dellAISI).
Oltre a paventare il rischio di fare il bis del nucleare (sottinten-
dendo che allepoca abbiamo perso loccasione per costruire qualche
bella centrale) in genere i sostenitori del No affermano che in 60 anni
nessun incidente degno di questo nome avvenuto in Italia a causa
dellestrazione petrolifera.
Come classificare allora la lunga lista di eruzioni, sversamenti e fuo-
riuscite che hanno interessato il nostro Paese?
Magari non saranno tutti rigorosamente disastri, ma evocano co-
munque scenari poco rassicuranti.
Pensiamo al caso (incidente o fatalit?) della Paguro, una piattafor-
ma costruita dallAGIP nelle acque antistanti Ravenna, a 15 km dalla
riva. Nel settembre 1965 le trivelle perforarono un giacimento ad alta
pressione, la piattaforma venne avvolta dalle fiamme e si inabiss.
Il getto di idrocarburi (gas e acqua) arriv a 50 metri di altezza e le
emissioni durarono circa tre mesi. Nella circostanza persero la vita tre
dipendenti dellAGIP.
REFERENDUM

Ovviamente non paragonabile alla tragedia (per dirne una) del Golfo

82 del Messico, per...


E se invece di gas ci fosse stato petrolio?
Nel 1994 a Trecate (zona di estrazione del Novarese, vedi anche Romen-
tino) un incidente caus un flusso incontrollato di petrolio (eruzione,
tecnicamente) per due giorni consecutivi. Poi, fortunatamente, il pozzo
croll e si chiuse. Nel 2010 tocc invece al Lambro lonore (e lodore,
in questi frangenti) della cronaca. Il fiume venne invaso da oltre 600
mila litri di gasolio e olio combustibile delle ex raffinerie Lombarda
Petroli. Vi fu una grande moria di pesci, anatre selvatiche e altri animali
presenti nel e lungo il fiume. Londa nera venne arrestata solo in parte
dalle paratie dellARPA e alla fine arriv a contaminare anche il Po.
E la lista potrebbe continuare (vedi note).

Concludendo, lauspicabile vittoria del s comporterebbe


labrogazione dellarticolo 6 comma 17 del codice dellambiente (in cui
si prevede la continuazione delle estrazioni fino a quando il giacimento
lo permette) e quindi il blocco di tutte le concessioni (ma solo entro le
12 miglia) nel momento in cui i contratti scadranno.
Direttamente interessati dalla misura vari giacimenti, sia in Adriati-
co che nello Ionio e nel Canale di Sicilia. Resteranno invece escluse
dalleventuale provvedimento un centinaio di piattaforme petrolifere
gi operanti nei mari italiani. Va anche precisato che un sconfitta del
movimento NO Triv funzionerebbe da apripista a future concessioni
per nuove trivellazioni nei nostri mari (vedi decreto Sblocca Italia).

Post scriptum

1) Consiglio la consultazione di un rapporto, abbastanza completo, di Gre-


enpeace: http://www.greenpeace.org/italy/Global/italy/report/2016/
Trivelle_Fuorilegge.pdf

2) Dal sito giornalismo o barbarie uno sguardo alla situazione in Basilicata:


http://popoffquotidiano.it/2014/10/29/ecco-la-prove-di-come-marcisce-il-
lago-pertusillo-il-kuwait-deuropa/ http://popoffquotidiano.it/2014/10/24/
basilicataecco-lo-stato-della-val-dagri-video-shock/

3)Altri casi degni di nota: http://dorsogna.blogspot.it/2013/02/trecate-uno-


sgaurdo-indietro.html (questo nel 1994 a Novara) http://www.corriere.it/
cronache/10_maggio_12/pozzo-italiano-crollo_55648588-5df

4) E non dimentichiamo i 67 giorni di fuoco a Cortemaggiore, nel 1950 http://


dorsogna.blogspot.it/2013/05/lo-scoppio-di-cortemaggiore-67-giorni.html
REFERENDUM

I giornali e la sindrome
83
di Stoccolma. Perch
la chiusura delle concessioni
scadute non sarebbe
un danno per lItalia
CIRO ASPROSO

Credo sia la prima volta, nella storia della Repubblica, che siamo
chiamati a votare per un referendum richiesto da nove Regioni ( Ba-
silicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania
e Molise) e non dalla mobilitazione popolare. Sar forse per questo che
se ne parla cos poco e il rischio astensione quanto mai concreto e
incombente. Per legge, infatti, fatto divieto alle pubbliche am-
ministrazioni di svolgere attivit di comunicazione ad eccezione di
quelle effettuate in forma impersonale e indispensabili per lefficace
assolvimento delle proprie funzioni.
Quanto agli organi dinformazione, diciamo che soffrono troppo spesso
di una forma di sindrome di Stoccolma nei confronti del governo in
carica. Cerchiamo quindi, nel limite delle nostre possibilit, di rendere
un servizio utile ai lettori.
- Sar possibile votare solo nella giornata del 17 aprile e i seggi
rimarranno aperti dalle ore 7 alle ore 23.
Il testo del quesito il seguente: Volete voi che sia abrogato lart. 6,
comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152,
Norme in materia ambientale, come sostituito dal comma 239 dellar.
1 della legge 28 dicembre 2015, N. 208 Disposizioni per la formazio-
ne del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilit
2016), limitatamente alle seguenti parole: per la durata di vita utile
del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia
ambientale?.
Tradotto dal burocratese significa che:
- Il referendum chiede di abrogare la parte di una legge che
permette, a chi ha ottenuto concessioni per estrarre gas o
petrolio da piattaforme in alto mare entro 12 miglia dalla
costa di rinnovare la concessione fino allesaurimento del
REFERENDUM
giacimento.
Ora, le concessioni hanno una durata iniziale di trentanni, prorogabile una

84 prima volta per altri dieci, una seconda volta per cinque e infine per altri
cinque. Al termine, le societ estrattrici possono chiedere di prorogare la
concessione fino allesaurimento del giacimento. Se passa il referendum gli
impianti (entro le 12 miglia) non potranno pi sfruttare i giacimenti sine
die, ma dovranno chiudere alla scadenza delle concessioni.
Attualmente vi sono 135 impianti offshore nei mari italiani, di questi
92 insistono entro le 12 miglia. Nel corso del 2015 la produzione estrattiva
di tali impianti ha potuto soddisfare appena il 3,5% dei consumi di gas del
nostro Paese e circa l1% del fabbisogno di petrolio.
In un anno lo Stato italiano incassa 352 milioni di euro per i diritti di sfrut-
tamento di tutte le attivit estrattive, che si riducono ad appena 38 milioni
per le piattaforme oggetto del referendum.

In estrema sintesi: legittimo affermare che la progressiva chiusura delle


piattaforme non rappresenterebbe un gran danno per la nostra economia.
Di contro, abbiamo la certezza che questo avrebbe effetti positivi sulleco-
sistema marino, e non solo per prevenire leventualit di gravi incidenti per
sversamenti in mare (com accaduto nel Golfo del Messico), ma anche per
eliminare fin da subito il rilascio di agenti chimici inquinanti.
Inoltre, la vittoria del SI avrebbe degli innegabili effetti politici. Sarebbe
un segnale forte e inequivocabile rivolto al Governo per modificare la nostra
politica energetica, e cercare di porre un freno alleccessiva dipendenza
dai combustibili fossili. In seguito alla Conferenza internazionale sui cam-
biamenti climatici di Parigi, 195 Paesi, tra cui lItalia, si sono impegnati
ufficialmente per contenere laumento della temperatura del Pianeta al
di sotto dei 2 gradi centigradi. Per raggiungere tale obiettivo le emissioni
dovranno iniziare a calare dal 2020 ed entro il 22 aprile di questanno il
nostro Parlamento dovr approvare gli impegni assunti a livello di vertice.
Ad oggi, non solo non stata calendarizzata lagenda dei lavori parlamentari,
ma il Governo dopo aver spaccato il PD anche sulla materia referendaria
ha ingaggiato una sconcertante prova di forza con il fronte del S, ac-
cusando gli ambientalisti di combattere battaglie di retroguardia e di essere
contro il cambiamento.
Solo una domanda per Renzi: la trasformazione dellItalia passa attraverso
gli investimenti a favore delle energie rinnovabili e la riduzione dei gas serra,
o nella riaffermazione di un modello di sviluppo basato sulluso intensivo
dei combustibili fossili?
Aree doro senza piano 85
Ex Zambon: caro Dalla
Pozza, quel baratto
indecente
Il risanamento ipotizzato dura troppo e quale il piano
per evitare rischi di inquinamento irreversibile alla
residenza circostante? Perch appartamenti di lusso? Con
che urbanistica attorno? Perch deve pagare la collettivit
vicentina con rischi e una discutibile urbanizzazione
per un danno provocato dallindustria privata?

GIOVANNI BERTACCHE

Vicenza incompleta, sempre in divenire, nella sua im-


mobilit, a causa delle aree dismesse, ove un tempo sorgevano
ingombranti opifici ormai non pi in linea col contesto. Quelle
aree riconoscibili dalla particella ex, Cotorossi, Cosma, Valbru-
na, Domenichelli, San Biagio, Casello Vicenza ovest, Lanerossi,
Zambon, sono state per decenni e sono tuttora un tormentone
per gli amministratori comunali di turno.
Negli anni alcune hanno trovato occupazione, il teatro, il tribu-
nale, la cittadella universitaria, la stazione FTV; alcune impe-
gnate solo in parte, altre ancora prive di futuro.
In questi giorni si parla dellarea ex Zambon in zona nord
ovest della citt. stato firmato un accordo, annuncia trionfante
palazzo Trissino, per la bonifica e la riqualificazione dellarea ex
industriale posta tra via Monte Zovetto e via Cappuccini. Intanto
la bonifica del terreno (inquinanti chimici da prodotti farma-
ceutici) per un costo di oltre 24 milioni e mezzo, interamente
a carico della Zambon. Allontanamento dei rifiuti interrati e
monitoraggio delle acque sotterranee alla profondit di 40-60
metri. La bonifica del terreno si concluder prevedibilmente in
tre anni, mentre gli interventi di emungimento e depurazione
delle acque potranno prolungarsi anche per 20 anni! Insomma
IL CASO EX ZAMBON

86
una impresa non da poco (e costretta a svolgersi in tempi troppo
lunghi) ma, e tanto ci si guarda dal dirlo, con ogni imprevedibile
rischio per la salute degli abitanti circostanti (la zona tuttintorno
densamente abitata) e della intera citt.

La storia nota. Ci sono voluti 30 anni perch finalmente


si ponesse la dovuta attenzione per un intervento di disin-
quinamento del suolo e pi ancora del sottosuolo. Finora vi
stato un palleggiarsi
inutile, con costi per-
duranti per la salute,
oltre a quelli di controllo
dellinquinamento e alle
spese legali (sempre a
carico della collettivit)
su a chi, tra Comune
e Zambon, spettasse
lintervento di bonifica.
Davvero curioso que-
sto balletto, visto che
solo lindustria chimico-
farmaceutica ha esercitato su quellarea la sua attivit a partire
dal 1946 fino agli anni 80 del secolo scorso. A parte i meriti
della Zambon in campo terapeutico e nella ricerca nel settore
respiratorio e in quello del sistema nervoso centrale, rimane
comunque senza giustificazione quella interminabile disputa.
E ora che la Zambon paga la bonifica (un gesto grazioso?) ottiene
in cambio residenze di pregio (assessore Antonio Dalla Poz-
za - Il Giornale di Vicenza 09/03/2016); un premio addirittura
a fronte di un obbligo (chi inquina paga, si diceva una volta,
ora non pi!). Ma ci che colpisce non solo questo: il fatto
che quale partita di scambio con lente pubblico non si conosca
niente altro che estendere la fabbricabilit delle aree, come si
fatto tanto per non dimenticare per il discusso e triste Bor-
go Berga. La cessione gratuita di un fazzoletto di terra su cui
costruire uno striminzito e del tutto insufficiente tribunale, ha
ottenuto in cambio la costruibilit dellintero isolotto e per di
pi con un troppo elevato indice di fabbricabilit. Insomma, le
amministrazioni non conoscono alternative alla fabbricabilit
IL CASO EX ZAMBON

per compensare cessioni o servizi resi dai privati: come potreb-


bero essere una partita in denaro, la cessione di stabili pubblici
meglio se da risanare, le agevolazioni fiscali o incentivi di varia
87
natura. No, solo e sempre potenzialit edificatorie.

Ma allargHIAMO lo sguardo sulle aree dismesse e


prive ancora di una precisa destinazione. Dai precedenti fin
qui conosciuti, dobbiamo lamentare che le amministrazioni
comunali non hanno calcolato per quelle aree il peso dellim-
patto sul tessuto urbano esistente. Ogni iniziativa su dette aree,
intendiamo le ex sopra ricordate, un episodio a s da svilup-
pare urbanisticamente a seconda delle circostanze (il teatro,
il tribunale, luniversit) e dunque sempre in assenza di una
previsione complessiva: diminuzione del verde, aumento del
traffico, richiesta di servizi, nuove infrastrutture.

Insomma tante citt, perfino otto o nove (quante sono)


dentro la citt; non senza dimenticare il tanto deprecato quartie-
re militare USA al Dal Molin (al quale stato perfino cambiato
il nome). Ad ogni nuovo intervento, privo di orizzonte, il bari-
centro della citt si sposta e lo skyline si modifica per ogni torre
o palazzo che si innalza. Tanto pi in una cittadella (urbicula la
definivano un po divertiti gli antichi latini) come la nostra ove
si trova da ridire su tutto; per la bretella, la tangenziale nord, la
TAV, per lo spostamento della stazione centrale.
Delle aree, un tempo (?) chiamate doro, una citt che strilla
anche per una rotatoria, non ha voce; e semmai lo fa a scoppio
ritardato. Sempre fuori tempo. Nel caso della Zambon non solo
le vie Monte Zovetto e Cappuccini, ma la citt intera dovrebbe
pretendere di conoscere lentit degli interventi, sia pubblici
che privati, limpatto sulle strade e sugli abitati circostanti; e
come la politica ha gestito la vicenda: vantaggi e svantaggi; quei
7 mila metri quadrati sul lato nord dellarea per la costruzione
di edifici residenziali pari a 30 mila metri cubi.
Vi proprio necessit di nuove residenze, con 9 mila apparta-
menti sfitti su 58 mila abitazioni complessive? Saranno
pure residenze di pregio ma quei fortunati 300 abitanti
(teorici) richiedono pure una quota di servizi, di infrastrutture,
di beni comuni. Lamministrazione comunale ha calcolato, in
aggiunta a quelli previsti per le nuove costruzioni, anche questi
IL CASO EX ZAMBON

nuovi consumatori? Ovviamente il ragionamento non si limita


88 al caso in esame, gi di per s emblematico della mancanza di
una programmazione e pure in assenza di partecipazione della
cittadinanza per un intervento nel bene e nel male cos impe-
gnativo, ma si estende alle rimanenti ex aree doro. Una volta
per tutte, queste aree dovrebbero essere oggetto di un dibattito
partecipato, meglio se referendario, per dare una volto e un
nome alla destinazione urbanistica (non sempre ineluttabilmen-
te edilizia). Una citt non pu vivere alla giornata, cambiando
volto (e fosse solo questo) a seconda delle occasioni e dei gusti
delle amministrazioni che si alternano e tutte prive di una vi-
sione complessiva e di largo respiro.
Il caso ex Zambon attuale ed esemplare (e temiamo non ri-
solva nulla).
OTTO PER MILLE 89
ANCHE SE LO CONOSCI
non lo puoi EVITARE
Breve, sintetica storia del rapporto fra Stato e Chiesa,
in Italia da sempre ideato su basi diseguali e subalterne:
fino allattuale 8 per mille, sbilanciato due volte, nella logica
e nei molti equivoci che volutamente lascia sospesi

SONIA DADAM
Un colpo alla Porta
e uno al potere temporale della Chiesa

V enti settembre 1870: la Breccia di Porta Pia a Roma.


I bersaglieri comandati dal Generale Raffaele Cadorna sfondano
le mura aureliane: lo Stato Pontificio viene annesso al Regno dItalia.
Un colpo terribile al potere temporale della Chiesa cattolica. Si pro-
fila lavverarsi del sogno
cavouriano: libera chiesa
in libero stato. Una Pia
illusione, naturalmente.
Comunque, linquietu-
dine regna e si apre la
cosiddetta Questione Ro-
mana: Roma allo stesso
tempo la Capitale dItalia
e sede del Papato. Come
conciliare le due nature
della Citt Eterna? Nel
1871 viene promulgata
la Legge delle Guarentigie, in cui si proclama unilateralmente la
tanto agognata indipendenza fra Stato e Chiesa, garantendo allo stesso
tempo al Papato una serie di concessioni fra cui:
- le propriet del Vaticano, del Laterano e di Castel Gandolfo;
- una donazione annua di 3.225.000 lire.

90 Come risponde il papa Pio IX alle profferte del Parlamento italiano?


Non possumus! (traduzione: Ma state scherzando?) e si rinchiude,
indispettito, nei palazzi vaticani, dichiarandosi prigioniero politico.
Non solo. Decide anche di emanare il decreto noto come Non expedit
(Non conviene), con cui proibisce ai cattolici di partecipare alla vita
politica, decreto disatteso da molti, per fortuna, e definitivamente
abrogato nel 1919 da Benedetto XV.

Facciamo la pace e anche i Patti Lateranensi?

1922: Benito Mussolini prende il potere con la Marcia su Roma


delle sue milizie armate fasciste. Da accanito anticlericale qual era si
trasforma presto ed opportunisticamente in uomo della provvidenza,
dichiarando che essendo daccordo col papa, si domina la coscien-
za di 100 milioni
di uomini (oggi
circa 1,3 miliardi di
cattolici). Si arriva,
cos, fra concessio-
ni varie al papato,
all11 febbraio
1929, giorno della
sigla del Concorda-
to fra Stato e Chie-
sa, ovvero dei Patti
Lateranensi.
Gli studenti dan-
tan si ricorderanno
con gioia il d di festa di febbraio, pur ignorandone, i pi, origine e
significato.
Ebbene, Mussolini per lo Stato italiano ed il Cardinale Pietro Gasparri
per la Chiesa cattolica appongono le loro firme ai Patti Lateranensi,
configurati come Trattato Internazionale e perci non modificabile
o abrogabile tramite referendum popolare, che prevedono fra laltro:
- Il riconoscimento dello Stato della Citt del Vaticano;
- La religione cattolica come religione di Stato ed il matrimonio
concordatario;
- Un considerevole risarcimento alla Chiesa per i beni espropriati e
la restituzione di molti di essi, oltre allerogazione dellassegno di con-
grua, o semplicemente congrua, una somma annuale da versare alla
Chiesa per il sostentamento del clero. Questultima, negli anni Ottanta,
ammontava a 8/10 milioni di lire annue per ogni sacerdote diocesano. 91
Con la firma dei Patti Lateranensi si chiude la Questione Romana.

Sana e robusta Costituzione

La nostra Costituzione del 1948, la pi bella del mondo secondo un noto


comico italiano, che non n Grillo n Silvio, ha in s un piccolo tarlo
che la divora dallinterno, come la rosa scarlatta di William Blake: O rose,
thou art sick! Lospite inatteso larticolo 7, il pi discusso dalla prima
sottocommissione dellAssemblea costituente, approvato con 350 voti
favorevoli (democristiani, comunisti e qualunquisti) e 149 contrari
(socialisti, azionisti e liberali). Eccolo:
- Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine,
indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti
Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti,
non richiedono procedimento di revisione costituzionale.
Sostanzialmente un compromesso fra i Padri Costituenti, in attesa
di tempi migliori, di l da venire.

Per un piatto di lenticchie

Il 18 febbraio 1984 i Patti Lateranensi vengono rivisti, con il con-


senso delle due parti, come deve essere per i Trattati Internazionali.
Lallora Primo Ministro Bettino Craxi per lo Stato italiano e il cardi-
nale Agostino Casaroli per lo Stato della Citt del Vaticano firmano un
nuovo Concordato, noto come lAccordo di Villa Madama, convertito
nella legge 222 del 1985. In base a questo Accordo, lo Stato italiano
baratta la primogenitura per un piatto di lenticchie, come un qualsiasi
Esa. Le lenticchie, pur sostanziose sul piano della laicizzazione della
Repubblica, sono: labolizione della religione cattolica come religione
di Stato, lintroduzione dellora alternativa alla religione nelle scuole
e altre cosette. La primogenitura, invece, una montagna di denaro
pubblico. Infatti, a partire dal 1990, la congrua di mussoliana
memoria viene sostituita con un finanziamento annuale alla Chiesa
tramite il gettito IRPEF: lOTTO PER MILLE, appunto. Un parto,
questo, delle lucide menti di un gruppo di esperti, fra cui Giulio Carlo
18 febbraio 1984:
Bettino Craxi e il

92
segretario di Stato
Vaticano
Agostino
Casaroli
scherzano dopo
aver firmato
il secondo Con-
cordato fra Stato
italiano e Chiesa
cattolica.

Danilo Tremonti (s, proprio lui, il futuro Ministro dellEconomia e


delle Finanze nei governi Berlusconi).

Vengo anchio!

DallAccordo di Villa Madama del 1984 ad oggi, lo Stato, in base


allarticolo 8 della Costituzione, ha firmato analoghe intese, che per-
mettono di accedere alla torta dellotto per mille (con vari distinguo),
con una pletora di confessioni religiose. Alcune di queste intese sono
in attesa di ratifica del Parlamento, come quella con i Testimoni di
Geova e lIstituto Buddhista Italiano
Soka Gakkai. Qualche confessione,
come la Chiesa di Ges Cristo dei Santi
degli ultimi giorni, ossia i Mormoni,
invece, ha rinunciato al finanziamento
attraverso lotto per mille. Tuttavia, le
donazioni dei suoi fedeli, come per le
altre confessioni, godono delle dedu-
zioni fiscali, gravando comunque, sep-
pur in piccolissima parte, sulle finanze
pubbliche.
Nessuna intesa stata firmata finora
con i Musulmani.

Al dunque, dunque: Otto per mille!

Bene, ogni anno lo Stato preleva dallintero gettito IRPEF una som-
ma di 8 euro per ogni 1000 di imposte versate dai contribuenti,
il cosiddetto otto per mille, e lo ripartisce fra le seguenti dodici
istituzioni aventi diritto: lo Stato stesso, la Chiesa Cattolica, lUnione
italiana delle Chiese Cristiane Avventiste del 7 giorno, le Assemblee
di Dio in Italia, la Chiesa Valdese - Unione delle Chiese Metodiste 93
e Valdesi, la Chiesa Evangelica Luterana in Italia, lUnione delle
Comunit Ebraiche Italiane, la Sacra Arcidiocesi ortodossa dItalia
ed Esarcato per lEuropa Meridionale, la Chiesa apostolica in Italia,
lUnione Cristiana Evangelica Battista dItalia, lUnione Buddhista
Italiana, lUnione Induista Italiana.

Istruzioni per luso

La legge n. 222 del 1985 (e successive integrazioni) stabilisce gli am-


biti in cui le quote dellotto per mille spettanti a ciascuna istituzione
devono essere utilizzate.

Per lo Stato:
- fame nel mondo; calamit naturali; assistenza ai rifugiati; conserva-
zione dei beni culturali. Dal 2014 anche interventi urgenti in materia
di sicurezza delle strutture scolastiche.

Per le confessioni religiose:


- interventi assistenziali, umanitari o caritativi in Italia e nei Paesi in
via di sviluppo (tutte)
- interventi sociali e culturali (tutte tranne Chiesa cattolica)
- finalit religiose ed esigenze di culto (Chiesa cattolica, luterani,
buddhisti, induisti)
- sostentamento del clero e dei ministri di culto (Chiesa cattolica,
luterani, ortodossi, induisti)
- tutela minoranze contro razzismo ed antisemitismo (solo Comunit
ebraiche).

Come effettua la scelta il contribuente

La scelta viene espressa, apponendo la firma in uno solo dei dodici


riquadri a disposizione nel modello della dichiarazione dei redditi
IRPEF, di seguito riportati:
94

Nel caso del 730 precompilato on line, alla sezione per scegliere 8,
5 e 2 per mille, il contribuente clicca su uno dei possibili destinatari
dellotto per mille o sullultima opzione nessuna scelta (sarebbe
meglio di no, come vedremo). Si scende poi con il cursore alla destra
per le altre scelte.

Per chi non ha lobbligo di presentare


la dichiarazione dei redditi

Anche chi non tenuto a presentare la dichiarazione dei redditi pu


effettuare la scelta per la destinazione dellotto per mille (anche del
5 per mille e del 2 per mille, che tratteremo dopo) sulla scheda forni-
ta con il CU (Certificazione Unica, ex CUD). La scheda va presentata
in busta chiusa, entro lo stesso termine di scadenza previsto per la
presentazione del modello UNICO 2016:
- allo sportello di un ufficio postale che provveder a trasmet-
terla, gratuitamente, allAmministrazione finanziaria, rilasciando
unapposita ricevuta;
- oppure ad un intermediario abilitato alla trasmissione te-
lematica (professionista, CAF, ecc.), che rilascia ricevuta e pu chie-
dere un compenso per il servizio.
La busta da utilizzare per la presentazione della scheda deve re-
care lindicazione Scheda per le scelte della destinazione dellot-
to, del cinque e del due per mille dellIrpef, il codice fiscale, il
cognome e nome del contribuente. La scheda deve essere inte-
gralmente presentata anche se si espressa soltanto una delle
scelte consentite (8 per mille, 5 per mille o 2 per mille dellIrpef).
Inoltre, la scheda pu essere presentata direttamente dal contri- 95
buente, avvalendosi del servizio telematico, collegandosi al sito:
www.agenziaentrate.gov.it

Consegnare il compito in bianco?

Come ai tempi della scuola, consegnare il compito in bianco non


ci far prendere un bel voto. Mi no firmo par nissuni; mi no ghe
do gnente a nissuni , disse anni fa un illuso contribuente, vicino di
banco al CAF. Aveva ragione? Se non si firma per nessuna delle dodici
istituzioni, davvero non si d niente a nessuno e si risparmia? NO!
Non funziona cos il meccanismo. Deve essere molto chiaro che lot-
to per mille non calcolato ad personam, ma sul totale dellIRPEF
riscosso dallErario. Ci significa che ogni firma ha lo stesso peso,
indipendentemente dal reddito e dalle imposte pagate dal singolo
contribuente. E una specie di referendum. A chi dei dodici vuoi dare
questo consistente gruzzolo che lo Stato ha messo da parte? Se fai il
reticente, gli altri decideranno per te.

Madamina, il catalogo questo

Lo Stato ripartisce lotto per mille in base alle scelte espresse dai
contribuenti, in modo proporzionale ad esse, come sancito dalla legge
n. 222 del 1985 e dichiarato nelle Avvertenze sotto il riquadro. Chi
non sceglie, dunque, lascia che la destinazione dellotto
per mille venga decisa da altri!
Riportiamo, a titolo esplicativo, i seguenti grafici relativi ai redditi
del 2011, dichiarati nel 2012.
Nel grafico in alto si nota che il 54,2% dei contribuenti non ha
espresso alcuna scelta, cio non ha firmato per nessuna istituzione.
Ciononostante, lo Stato ripartisce tutto lotto per mille del gettito
IRPEF relativo a quellanno, tenendo conto solo delle scelte espresse
dal restante 45,8% dei contribuenti ed operando una suddivisione
proporzionale ad esse.
Nel grafico sotto si vede leffetto di questo perverso meccanismo: la
Chiesa cattolica, pur essendo stata scelta solo dal 36,75% dei contri-
96

buenti, ha incassato l80,3% del totale un miliardo e centoquaran-


totto milioni di euro (fra conguagli e anticipi).
Fonte: CEI, Conferenza Episcopale Italiana.
La Corte dei Conti: Non ci sto!

Con la delibera n. 16/2014/G, la Corte dei Conti ha espresso una dura


97
reprimenda nei confronti del (diabolico, ndr) meccanismo dellotto
per mille, invitando lo Stato a rivederlo a fondo per renderlo pi
equo. Negli anni, infatti, laumento della pressione fiscale ha fatto
crescere a dismisura questo gruzzolo che, per la Chiesa cattolica, dai
duecentodiecimilioni di euro nel 1990 passato a oltre un miliardo
annuo. La Corte ha, inoltre, accusato lo Stato di non farsi pubblicit
(mentre la Chiesa cattolica nel 2012 ha speso 3,5 milioni di euro in
pubblicit solo in Rai!), di impiegare le risorse in modo irrazionale,
poco trasparente e non conforme alla legge (missioni in Iraq, carceri,
conservazione beni culturali della Chiesa cattolica (sic!), copertura
abolizione ICI, ecc.) e di non esercitare sufficienti controlli sul suo
utilizzo. A questo proposito, si ricorda che la Chiesa cattolica destina
circa il 30% al sostentamento del clero e solo il 20% alle opere di
carit. Il restante 50% va tutto per le esigenze di culto e la pastorale.

Una scelta consapevole

Volenti o nolenti, finch non cambia la legge, i contribuenti dovranno


vedersela con il sistema dellotto per mille e le sue contorte Vie del
Signore. meglio, dunque, effettuare una scelta consapevole, ricor-
dando le acute e circostanziate osservazioni della Corte dei Conti e
consultando i siti delle varie istituzioni destinatarie per verificare con
precisione come vengono utilizzati i fondi. Non firmare non una
scelta, ma la rinuncia ad esercitare unopzione su come spendere il
denaro pubblico.
In Europa: ognuno fa per s

quasi impossibile fare una sintesi degli accordi vigenti fra i diversi
Stati europei e le autorit religiose. Vari e variegati sono i concordati
con le confessioni riconosciute e le modalit di finanziamento delle
stesse, nella nostra composita Europa, che poco ha mutuato dallas-
soluta indipendenza Stato - Chiesa della Francia. Del resto non tutti
hanno avuto una Rivoluzione francese!
Diciamo che la tendenza generale (con stridenti eccezioni) quella di non
finanziare direttamente le confessioni religiose, ma di provvedere
in parte al sostentamento dei ministri di culto e/o di garantire loro delle
esenzioni fiscali in misura pi o meno marcata. Oppure di operare in
base alle dichiarazioni dei fedeli. In Germania e Finlandia, per esempio,

98 i contribuenti possono scegliere di destinare una percentuale del loro


reddito (non delle imposte versate allo Stato!) ad una confessione
religiosa. Lo Stato si limita ad organizzarne la raccolta.

Il cinque per mille: unaltra storia

Con la dichiarazione dei redditi del 2006, il Governo ha introdotto la


possibilit per il contribuente di scegliere anche la destinazione del
cinque per mille del gettito IRPEF (completamente indipen-
dente dallotto per mille). Ecco i riquadri corrispondenti:

Il contribuente, firmando in una sola delle apposite sei caselle della


dichiarazione dei redditi oppure cliccando su una opzione nel 730
precompilato on line, e apponendo, dove richiesto, anche il codice
fiscale dellente destinatario, pu devolvere il cinque per mille del
suo IRPEF al:
- sostegno delle organizzazioni non lucrative di utilit sociale (ON-
LUS), delle associazioni di promozione sociale (APS) e delle associa-
zioni riconosciute;
- finanziamento agli enti della ricerca scientifica e delluniversit;
- finanziamento agli enti della ricerca sanitaria;
- finanziamento di organismi privati per la tutela dei beni culturali
e paesaggistici;
- sostegno delle attivit sociali svolte dal Comune di residenza;
- sostegno alle associazioni sportive dilettantistiche riconosciute dal CONI.
Il meccanismo completamente diverso da quello dellotto per mil- 99
le. Qui si tratta di destinare allente prescelto 5 euro ogni 1000 euro
delle proprie imposte gi versate, senza ulteriori oneri. Non c un
gruzzolo precostituito da suddividere. Quindi ogni firma ha un peso
diverso, in base a quante imposte paga il singolo contribuente. Tut-
tavia, con la Legge di Stabilit del 2015 il Governo ha posto un tetto
di 500 milioni a questa erogazione.
Se non si appone la firma in nessuna casella oppure si clicca su nes-
suna scelta, quel cinque per mille rimane nel bilancio dello Stato e
non viene ripartito.

Il due per mille:


un subdolo finanziamento pubblico ai partiti

Dal 2014 il contribuente pu destinare il due per mille del gettito


fiscale ad un partito politico oppure, dal 2016, ad unassociazione cul-
turale iscritta in un apposito elenco presso la Presidenza del Consiglio
dei Ministri. Il meccanismo lo stesso del cinque per mille. Chi firma
(oppure, nel precompilato on line, clicca sulla freccia a destra per il
menu a tendina dove scegliere a chi destinarlo) destina una parte
delle proprie imposte gi versate, precisamente 2 euro ogni 1000
euro, senza ulteriori oneri. Chi non firma o clicca su nessuna scelta
lascia il proprio due per mille nel bilancio dello Stato.
C solo da sottolineare che, in particolare, la firma per un partito
politico storna quella quota dal gettito fiscale, configurandosi, cos,
come un surrettizio finanziamento pubblico ai partiti, abrogato
a suo tempo con il referendum del 1993.

Per saperne di pi:

http://presidenza.governo.it/USRI/confessioni/intese_indice.html
www.governo.it
www.agenziaentrate.gov.it
www.wikipedia.it
www.uaar.it
www.corteconti.it (in particolare delibera n. 16/2014/G)
http://www.cooperaction.eu/wp-content/uploads/2016/01/5xmille-Guida-
730-Precompilato-Dichiarazione-Redditi-Online-5x1000.pdf
Le tredici ragazze
100 di Tarragona
PINO DATO

Le tredici ragazze dellErasmus spagnolo, di cui sette italiane,


dicono le cronache, avrebbero concluso la loro parabola esistenziale a
causa di un colpo di sonno del conducente dellautobus che le portava
da Valencia a Barcellona (350 km.).
La cosa mi ha colpito, ha colpito tutti. La morte contemporanea di tredici
persone accomunate dalla giovane et, dalla stessa speranza di un futuro
di vita, damore, di gioia, dalla bellezza dei visi, dei corpi, degli sguardi,
non ha spiegazioni plausibili.
Si dice, tuttavia: tutte le morti improvvise sono senza ragione apparente
e plausibile. Diciamo pure: sono irragionevoli. A parte la tristezza, c una
contraddizione: cosa c di meno irragionevole della morte?
Eppure la ragione si ferma sulla soglia della sua stessa essenza (ragio-
nevole, appunto). Sembra che decida di rifiutare qualcosa che, sotto
unaltra specie di giudizio, diciamo pure sotto un altro cielo, non potrebbe,
essa stessa, fare. La chiamerei cos: una forma di scaramanzia della
ragione. come se la ragione desiderasse, rifiutando di accettare un
evento di questa empiet ( la parola giusta), allontanarne lipotesi, la
logica, la possibilit reale, in funzione di un futuro che si vorrebbe sgom-
bro del tutto da queste evenienze inaccettabili. Si finge di considerare
inaccettabile, e dunque impossibile, qualcosa che alla fine siamo costretti
e lo sappiamo bene ad accettare.
Ho detto evento empio. Cos lo vediamo. Questo ragionamento attiene
al fatto, allevento, alla realt, di queste morti inaccettabili e contempo-
ranee. Questa scenografia la sua contemporaneit ce le rende ancora
pi inaccettabili. Ma allora: ci sono morti empie e morti meno empie?
cos: la nostra ragione fa una selezione. La fa in base allet, alle cir-
costanze fisiche in cui la morte avviene, alle persone che la subiscono,
qualche volta perfino al sesso.
Il grado di riprovazione, di inaccettabilit, dunque soggettivo.
Altro aspetto quello che attiene alle cause. Una morte giovane o vecchia
per incidente stradale doppiamente inaccettabile. La causa , se cos si
pu dire, banale. Non c rapporto di contiguit, di logica, di mito, fra
causa ed effetto. La causa troppo banale rispetto alleffetto. Una ma-
lattia ha gi un altro valore simbolico come causa. Nel caso delle ragazze
dellErasmus la causa pi probabile quanto di pi banale potrebbe es-
101

Le sette ragazze italiane dellErasmus che hanno perso la vita a Tarragona

serci e quanto pi banale questa causa tanto pi il dolore per quel tragico
effetto aumenta.
Un colpo di sonno, un banale colpo di sonno, del conducente del bus. Un
caff mancato. Se beveva un caff in pi forse il colpo di sonno non arrivava.
Stanchezza, orari impossibili.
Sfruttamento del dipendente-conducente: refrain noto. Non la prima
volta. Lorganizzazione (succede anche per gli aerei) fa lavorare allestremo
i propri dipendenti per una pura e semplice ragione economica. E da questa
circostanza, non individuale bens collettiva, sistemica, derivano tragedie
come quella di Tarragona.
Attenzione: nellesaminare fatti tragici o drammatici o comunque importanti,
facciamo i conti, in contemporanea, con due facce della stessa medaglia.
La faccia individuale e quella collettiva (o generale). La faccia individuale
quella che in parte ho tentato di individuare fin qui. Il dolore, la circostanza
inaccettabile di tredici vite dolci, belle, serene, felici, spezzate per un nulla.
C qualcosa di incongruo, di inaccettabile.
Ma poi c la faccia generale, collettiva. Questa non pi tanto di moda oggi.
considerato un retaggio positivista dellepoca in cui eravamo pi attenti
alle ragioni collettive, lepoca del quasi-socialismo (almeno mentale). Epoca
respinta dalla cultura delloggi tecnologico.
A quei tempi (epoca positivista) si ricercavano le famose cause. A quei
tempi sbagliando misura, certo, pi spesso che no si tentava di individua-
re, in ogni evento rilevante, una causa politica. Era una massimalizzazione
errata, detta a posteriori. Ma le cose delle idee hanno un corso. Non restano
ferme come un paracarro. Si muovono (come disse qualcuno che molti forse
non sanno chi era) sulle gambe degli uomini.

102 Oggi la tragedia che ha privato le rispettive famiglie e in fondo la comunit


europea di tredici vite innocenti e belle per un colpo di sonno va vissuta cos,
come lho vissuta io che in fondo vengo da un mondo culturale che ha lasciato
qualche traccia ma che non c pi (inutile illudersi o essere nostalgici): con
un dolore inspiegabile. Ma la ragione politica di quellincidente dramma-
tico, se vero che si trattato di un colpo di sonno del conducente, esiste.
Posso non aver voglia di vederla. Posso preferire ricorrere allidea del caso.
Allidea della Provvidenza, come spesso fanno i cattolici, no, perch qui non
ci sarebbero gli estremi per usare questa parola elegante e in fondo comoda.
Naturalmente, chi preferisce aggrapparsi al caso o al destino cinico e baro
(lemma pi vicino alla tradizione italiana, Saragat dixit) pu continuare a
farlo e magari consolarsi pensando che esiste una realt assoluta e divina
che va oltre la morte fisica.
Ma restando con i piedi piantati per terra (dove siamo, per gioia e dolore)
anche chi crede nel caso, nel destino, o nella volont di Dio, deve accettare
che qualcuno possa investigare con razionalit sulle ragioni collettive
degli eventi.
Se si rimuovono le possibili cause collettive ad esempio, che un autista
possa lavorare dodici ore al giorno, e quindi lo si proibisca serenamente non
si elimineranno tutti gli incidenti di bus che si ribaltano (fenomeno piutto-
sto preoccupante e crescente) ma per il gioco delle probabilit sicuramente
li faranno diminuire. E molte vite che hanno corso il rischio di perdersi,
chiss, si potranno preservare. Credo che lamministrazione del mondo, se
esiste (disordinata, ma esiste), si possa fare anche con scelte collettive che
potranno evitare tragedie individuali. O almeno limitarle.
In alternativa non c che il solito rituale richiamo alla volont di Dio,
concetto integralista (integralista buono, ma integralista) e comodamente
consolatorio. Questo richiamo ancora pi irrazionale della ragione che
non vuol vedere. una specie di destino mascherato. Mi viene in mente la
bellissima citazione di un grande, dimenticato premio Nobel (1921), Ana-
tole France, quando scrisse: Il Caso forse lo pseudonimo di Dio quando
non vuol firmare.
PERCH ELIANA LONGO 103
baTT MINO ALLIONE
dieci a zero
Secondo lex direttore del Giornale di Vicenza, quella
vicenda da ricordare come una squallida partita di calcio
che finisce zero a zero. Anche a distanza di un quarto di
secolo questo gi importante personaggio della massima
espressione giornalistica vicentina conferma la sua nota
interpretazione, semplicemente negativa,
del ruolo della stampa nei confronti dei fatti di cronaca.
Il giornalista non un interprete, per Allione,
il protagonista di un duello: aberrante.
Ma il duello in questione, che lui decise di intraprendere
contro una professoressa vicentina di nome Eliana Longo
dallalto della sua monopolistica posizione di direttore del
pi importante quotidiano locale, non lha pareggiato, lha
perso, e per goleada: almeno zero a dieci. Vediamo perch.

ROBERTO PELLIZZARO
PINO DATO

Caro Pino,
augurandomi di non abusare troppo della tua consueta disponibilit, desi-
dero evidenziare a te e ai nostri lettori di QV quanto mi capitato di leggere
in febbraio (a QV n.6-2015 gi in macchina) sul supplemento del Giornale
di Vicenza atto a celebrare i 70 anni dello stesso: un ottimo lavoro davvero,
che per in un punto mi ha creato una grossa perplessit. Nellintervista a
Mino Allione, alla domanda sul caso pi clamoroso capitatogli da direttore,
Allione dichiara essere stato quello che fece arrivare inviati di giornali e
TV di tuttItalia per la vicenda della professoressa del Pigafetta, accusata
dai genitori di circuire il loro figlio, sottolineando che fu una battaglia
pazzesca e che per lui fu una questione di civilt.
Cos sono andato indietro con la memoria a 25 anni fa. Se sul pazzesca
Allione mi trova totalmente daccordo, magari, anzi sicuramente, dando
allaggettivo due significati divergenti, quella questione di civilt mi rende

104 molto dubbioso. Si ritorna alla storia del potente Golia contro il debole
Davide. Nel merito, la professoressa Davide sub numerosi processi dai
quali riusc sempre assolta (anche da una querela dello stesso Golia Allio-
ne), fu reintegrata nel suo ruolo al Pigafetta (che lasci di sua scelta per il
Fogazzaro): per la cronaca non ho ancora trovato un alunno della suddetta
che non la stimi. Tralasciando i dispiaceri morali, le seccature, lo stress, il
tempo buttato, la notoriet non voluta, la pesantezza delle calunnie subite
che la prof dovette sopportare suo malgrado su un caso diventato, meglio,
fatto diventare nazionale, tutte cose che avrebbero stroncato anche un ele-
fante, per limitarci ai fatti economici, la difesa costata alla professoressa in
avvocati e quisquilie varie qualcosa come 180 milioni (di vecchie lire). Nel
1991 un insegnante di ruolo percepiva pi o meno 1.500.000 di lire al mese.
Il che significa che circa 10 anni di lavoro della prof si sono volatilizzati per
una questione di civilt piuttosto onerosa. Dopo 25 anni magari ci saremmo
aspettati che lex direttore dichiarasse: Forse quella volta ho esagerato,
mi dispiace e mi scuso con la professoressa. Niente di tutto questo. Ma
siccome Allione termina dicendo: Non abbiamo vinto (sic!), ma abbiamo
pareggiato proprio come si trattasse di una partitella di calcio tra amici,
gli suggerisco, presumendo che tra stipendio, liquidazione, pensione i suoi
introiti siano ben maggiori di quelli della professoressa, di versare, in nome
della civilt da lui cos conclamata, 90 milioni di lire, naturalmente rivalutate
e in euro, alla suddetta. Forse cos potremmo capire meglio quel concetto di
parit il cui significato francamente ci sfugge. Cordiali saluti.
Roberto Pellizzaro

Caro Roberto,
la vicenda del Pigafetta, di Eliana Longo, di Giuseppe Carollo e delle relative
famiglie fu attizzata letteralmente dal giornale allepoca diretto da Allione.
Lattizzatoio, in una citt piccola, ma reattiva a certi stimoli, come Vicenza,
fu lasciato alla merc del vento e delle intemperie perch creasse un vero e
proprio incendio, e cos fu. Allepoca dei misfatti ero consigliere comunale
ed ebbi modo di occuparmi della triste vicenda anche dai banchi di Sala
Bernarda dove infuriava la reazione pi becera (in maggioranza).
Fu un vero e proprio rogo ideale innalzato alla strega di fine millennio.
A livello giornalistico locale io disponevo de Il Sospiro del Tifoso, che della
vicenda si occup a lungo stando ovviamente dallaltra parte della barricata.
Ma per quanto potessi svolgere argomenti convincenti (e, devo dire, non
occorreva alcun genio particolare per svolgerli) la differenza di diffusione
e di influenza mediatica del giornale diretto da Allione rispetto al Sospiro
era pressocch abissale. Trattai lepocale linciaggio morale perpetrato dal
quotidiano dellAthesis nei confronti di Eliana Longo anche in qualche mio
libro successivo, anche allo scopo di informare i miei lettori dellevolversi
delle vicende giudiziarie e scolastiche legate al folle caso.
Qualche risultato informativo, forse, lo ho raggiunto. Ogni tanto qualche
giornale nazionale, non letto, tuttavia, dalla maggioranza dei vicentini (tipo 105
Manifesto o Repubblica) informava su qualche tappa giudiziaria succes-
siva favorevole alla professoressa. Ma ormai il fuoco attizzato ad arte si era
spento lasciando macerie e disinformazione diffusa.
Veniamo ad Allione. Lui a distanza di pi di un quarto di secolo si esprime
cos perch quella la sua visione del mondo e la sua idea del ruolo del
giornalista nella societ. Esponente di una parte che fa una battaglia per
ottenere la vittoria. Di che parte si tratti e di che vittoria, non questo il
tema e credo non interessi a nessuno. Il risarcimento che tu gli chiedi e che,
in termini morali, spetterebbe al 100 per cento alla Longo, lo deduci dalla
sua ammissione di un pareggio. In realt il risarcimento dovuto per intero
perch quello non fu un pareggio ma una clamorosa vittoria di Eliana Longo
per dieci a zero: tante quante furono le sue assoluzioni pi un bonus morale.
Allora, poich i lettori di Quaderni Vicentini in parte sanno (qualcuno, anche
dei pi illuminati, non ha avuto a suo tempo informazioni e percezioni giu-
ste, perci ondeggia se ci ripensa) ma in gran parte non sanno (e lepisodio,
come ricorda lo stesso Allione, non solo un episodio, ma il segno vistoso
di unepoca) mi pare utile riproporre loro un articolo che pubblicai qualche
anno fa e che riassume le cose nella sostanza. D, insomma, lomologazio-
ne al risultato finale di dieci a zero. Arbitro Allione (che ha solo con s gli
argomenti stantii che sarebbe arrivata qui, sotto la Basilica, tanta stampa
nazionale ad ammirare quel rogo), arbitri noi.
Chi dalla parte del giusto lo decider il lettore.
Pino Dato

Le otto assoluzioni di Eliana Longo1


Ricordiamo tutti la storia amena e tragica della professoressa Longo,
del Pigafetta e tutto quanto, dal Maurizio Costanzo Show in avanti,
port alla pubblica opinione la sua storia, intrisa di falsi pudori e vizi
innominabili? Fu perfino portata, amenamente per, in un rigido
gennaio di tanti anni fa, in consiglio comunale. Buffarini ci fece su un
libretto (discutibile, per alcuni versi) e la pubblica opinione si schier.
Tra quelli che dicevano io la conoscevo bene e quelli che approfittaro-
no per rivelare agli angoli delle strade o nei salotti buoni (che la stessa
cosa) ogni sorta di idiozia ai danni della malcapitata professoressa, ci
fu una rincorsa al pubblico ludibrio che faceva accapponare la pelle. Se
non eravamo alla caccia alla strega, poco ci mancava. Non c dubbio
che anche lei, la prof, contribu a creare stte e contro-stte. Io non la

1
Pino Dato, Dimenticare Vicenza?, Vicenza, Dedalus, 2011, p. 672.
conosco bene, ma la conosco. Mi stupiva la sua voglia, che io dicevo
esibizione (non banale) di giustizialismo, di andare comunque nelle

106
cose e nelle offese (ricevute) fino in fondo. Io non credo alla giustizia
purificatrice degli uomini, sono scettico. Se arriva giustizia, sapete cosa
succede? Che chi ha sempre pensato alla colpevolezza (di cosa, poi?)
del giusto, rafforza la sua opinione. Non trasmuta la sua convinzione,
anzi: se possibile, la rende pi violenta e settaria. Non c soluzione di
continuit di opinione dopo una sentenza.
Nel caso specifico, avendo ricevuto qualche riverbero anche personal-
mente (perch scrissi a lungo della vicenda nel 1988) mi sono accorto
che ogni tentativo purificatore di intelletti un po bacati inutile. Anzi,
dannoso. Meglio glissare.
Una storia frustrante, angosciosa, diciamolo. Eliana Longo entrata in
un vortice e sembrava che non potesse pi uscirne. Il teatrino che le
cresciuto attorno stato molto pittoresco, per usare il solito eufemismo.
Professori e professoresse che digrignavano dentature non proprio
sopraffine, presidi in vena di patriottismi da salute pubblica, giornalisti
in perenne ricerca di offese da lavare pi o meno con Perlana. Parliamo
dei giornalisti, visto che parlo dalla colonna di un giornale. chiaro
che fare un titolo su la prof e lo spinello telefonico, sottrazione di
minorenne, ingiuria verbale al prof. Fumarola, simulazione di rea-
to, calunnia, ingiurie epistolari: il tutto sempre riferito alla stessa
donna, a quella persona che stata fatta diventare un caso nazionale ad
ogni costo, produttivo. Non lo pi quando arrivano le assoluzioni.
Se poi il pubblico ministero fa ricorso, le colonne del titolo raddoppiano
(rispetto allassoluzione).
In che mondo siamo? Libert di stampa o di crocefissione a mezzo
stampa? Qui le responsabilit dei giornali sono alte. Eliana Longo ha
avuto la sfortuna di aver avuto contro, allinizio della storia, il direttore
del Giornale di Vicenza. Ricordo ancora quel suo articolo del lontano
gennaio 1989 schiumante indignazione ridondante. Allione un tipo
che non ama cambiar passo. Ogni episodio successivo (troppi, onesta-
mente) era dilatato sempre sulla lunghezza del fuoco ottico del primo
schiumante intervento. La prof ha cos ingaggiato una lotta nella lotta.
Sempre a met fra il fisico-psicologico e il giornalistico. La realt diven-
tava il giornale. Mentre il giornale una cosa e la realt unaltra.
Giustizia (si fa per dire, ma gi qualcosa). Come ho detto, sono scet-
tico sulla giustizia. In questo senso sono un cattolico integralista: non
credo alla Giustizia degli uomini. Bene: sono arrivate le sentenze defini-
tive. Le metto qui sotto, in una tabellina. Leggetele e, se potete, archi-
viate. Non bastano a rendere giustizia vera ma spezzano una lancia di
speranza sulla forza dellindividuo:
1. Sottrazione di minorenne: ASSOLTA PERCH IL FATTO
NON SUSSISTE;
2. Molestie a mezzo telefono: ASSOLTA PERCH IL FATTO
NON SUSSISTE
3. Induzione di minore
alluso di stupefacenti : ASSOLTA PERCH

107
IL FATTO NON SUSSISTE
4. Diffamazione a mezzo stampa: ASSOLTA PERCH
IL FATTO NON COSTITUISCE REATO
5. Ingiuria con lettera anonima: ASSOLTA
PER NON AVER COMMESSO IL F.
6. Ingiuria verbale ASSOLTA PERCH
IL FATTO NON SUSSISTE
7. Simulazione di reato ASSOLTA PERCH
IL FATTO NON SUSSISTE
8. Calunnia ASSOLTA PERCH
IL FATTO NON SUSSISTE
P.S. i denuncianti naturalmente non hanno corso rischi ma gli onori
della cronaca. La professoressa era stata trasferita dufficio dal provve-
ditore agli studi.

Conclusione. Questo articolo stato scritto nel dicembre 1996. Il giorna-


le che aveva provocato con vigore e livore inusitati lintera vicenda e le otto
code processuali non ha riportato le conclusioni, almeno sintetiche, che io
ho riportato in questo doveroso articolo (di cronaca).
Pellizzaro dice che le enormi spese dalla professoressa sostenute per star
dietro a tutte queste cause dovrebbero essere liquidate, per motivi etici,
da chi anche a distanza di venticinque anni sostiene di aver pareggiato
quellimprovvida partita. Naturalmente non lo far, il direttore, questo atto
riparatore. Per almeno aggiustiamo lomologazione del risultato. Sia io
che Roberto Pellizzaro capiamo qualcosa di sport e di calcio. Il risultato da
omologare 10 a zero. I gol sono le otto assoluzioni pi lultima, che nel
1996 non era ancora realizzata: il reintegro in organico, con onore. Il deci-
mo gol simbolico: il risarcimento che Allione non liquider mai.
108 FEDERICO FAGGIN
DAL MICROCHIP
ALLA
CONSAPEVOLEZZA
Dalla coscienza alla materia, dalluniverso al multiverso, da
Einstein a Radin, lopera di Federico Faggin ci fa scoprire
il soprannaturale allinterno del naturale, lo spirito nella
materia, e la straordinaria ormai dimostrata unificabilit
di consapevolezza e pensiero scientifico
GAETANO PALERMO

N el campo dellelettronica la figura del grande scienziato


vicentino Federico Faggin universalmente nota per la sua genialit.
La mancata attribuzione del premio Nobel per la fisica, seppure varie
volte auspicata dalla connazionale gi insignita Rita Levi Montalci-
ni, ha alquanto deluso le aspettative dei suoi estimatori nel mondo
scientifico, e non solo, perch inspiegabile (se si pensa che tale rico-
noscimento in precedenza era stato anche attribuito a scienziati per
meriti rivelatisi successivamente addirittura fallaci).
Nel 1971, allet di trentanni e dopo il suo trasferimento negli Stati
Uniti, Faggin realizz per la Intel il primo microprocessore al mondo,
il 4004: la folgorante potenza di un computer in un chip! Uninven-
zione al tempo fantascientifica che solo i romanzi di Isaac Asimov po-
tevano pallidamente rappresentare, posta limportanza determinante
per il successivo sviluppo telematico (personal computer, internet,
smartphone e schermi touch, ecc) altrimenti ancora precluso.
Il successivo percorso scientifico del nostro scienziato ormai ap-
partiene alla storia, al patrimonio dellumanit: la creazione di
tutti i microprocessori post 1971 dellIntel (8008, 4040 e 8080, e
larchitettura del 4040 e dell8080, il primo microprocessore ad
alta prestazione), e lo sviluppo della
tecnologia MOS con porta di silicio, che
consent la realizzazione delle memorie
EPROM e RAM dinamiche e dei sensori 109
CCD, che realizzarono la digitizzazione
dellinformazione.

Lo studio della natura


della coscienza

Gli interessi scientifici di Faggin si sono


spostati anche nel difficilissimo campo
delle neuroscienze, determinandolo ad
un passionale studio delle complesse
problematiche della coscienza sfociate
nellaffermazione che se la consape-
volezza reale, e non un epifenomeno
del funzionamento del cervello, deve
avere una realt fisica di qualche tipo.
Da interesse secondario, lo studio del-
la natura della coscienza, che Faggin
ritiene legata alla natura della realt
fisica, diventa il suo interesse primario.
Come studioso ritiene inoltre del tutto
arbitraria la divisione tra mondo sog-
gettivo e mondo oggettivo, e lindagine
scientifica per affermare e provare la
sua tesi storia dei nostri giorni.
In questo scorcio dinizio del XXI
secolo viviamo immersi molto inten- Federico Faggin, fisico, in-
samente in un periodo prettamente ventore, imprenditore, nacque
a Vicenza l1 dicembre 1941, si
scientifico, dove si parlano i linguaggi diplom, nel 1960 allIstituto
delle matematiche 1, con la grande Rossi, si laure a Padova, nel
letteratura in crisi, e comunque tale 1965, summa cum laude, in fisi-
ca, specializzazione elettrotecni-
da scemare dimportanza di fronte ai ca. Inizi a lavorare alla Olivetti,
grandi problemi della natura insoluti poi si trasfer in California, nella
e forse insolubili. Mi riferisco allim- Silicon Valley. Qui fu assunto da
menso dibattito culturale e scientifico Intel, allora una piccola azien-
da, e lui la ripag inventando il
sulluniverso e sulla sua origine, e al primo microchip e facendola di-
1
George Steinen, La barbarie dellignoranza, ventare il primo colosso dellin-
Nottetempo, Roma, 2005. formatica moderna.
grande mistero della coscienza. Eppure la mente e luniverso, le pi
oscure e affascinanti frontiere della scienza, sfuggono ancora alla

110 comprensione delluomo e ne tormentano limmaginazione. (Michio


Kaku)2. Qual dunque il posto delluomo nelluniverso? Abbiamo
unanima? Cosa ci aspetta dopo la morte?
Qui, sul bordo di quello che sappiamo, a contatto con loceano di
quanto non sappiamo, brillano il mistero del mondo, la bellezza del
mondo, e ci lasciano senza fiato. (Carlo Rovelli)3.
Limitandoci al tema della coscienza, che Faggin chiama consape-
volezza, e alle sue connessioni con laltro problema delluniverso, il
nostro scienziato vicentino aveva gi cominciato ad interessarsene fin
dagli anni di ricerca della Synaptics nel 1986-87 (quindi da giovane,
essendo nato nel 1941),quando inizi lo studio delle neuroscienze
dedicandosi alla implementazione delle prime reti neurali artificiali
(Angelo Gallippi)4. Erano gli anni degli studi febbrili per la realizzazione
del sogno del chip intelligente, di cui era stato araldo Alan Turing, che
tra il 1945 ed il 1950 aveva tracciato le basi e le linee di sviluppo della
moderna informatica per la creazione di una macchina intelligente
(allora chiamata cervello elettronico). Tali studi sullintelligenza ar-
tificiale, nonostante le varie tappe di evoluzione scientifica, continuano
senza sosta ancora oggi, anche se ormai invalsa la convinzione che
mai potr essere realizzata una macchina intelligente.

Un computer non avr mai sentimenti, sensazioni

Un computer nel futuro potr fare meglio le cose che sanno fare i com-
puter, ma non potr mai avere sentimenti, sensazioni. Mai. La capacit
di calcolo non genera suoni, visioni, emozioni. I computer non hanno
unanima, e pi studiamo il cervello pi ci rendiamo conto della sua me-
ravigliosa complessit. Potrei dire, con un paradosso: meno lo capiamo.
Per questo studio la consapevolezza, perch capirne il funzionamento
in fondo il vero mistero dellumanit (Federico Faggin)5.
Lo studioso perveniva pertanto alla profonda persuasione che le
questioni relative alla consapevolezza umana non trovavano posto
nella scienza che il pensiero non pu essere paragonato al software

2
Michio Kaku, Il futuro della mente, Codice edizioni, Torino, 2014.
3
Carlo Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica, Adelphi, Milano, 2014.
4
Angelo Gallippi, Federico Faggin. Il padre del microprocessore, Tecniche nuove,
Milano, 2011.
5
Da intervista di Riccardo Luna.
che gira sullhardware costituito dal cervello (Angelo Gallippi)6.
La rilettura degli studi paterni su Meister Eckhart e Plotino, la medi-
tazione sul pensiero di Theillard de Chardin e sul Leviatano di Hobbes
portavano alla conclusione che la mente considerata come esistente 111
al di fuori del corpo e accessibile alluomo, per non attraverso la
ragione, ma bens attraverso lintuizione (Angelo Gallippi)7. Per il
nostro Faggin la consapevolezza la propriet degli uomini, degli
animali e della materia, di avere una capacit di percezione senso-
riale. Sono giunto alla conclusione che la consapevolezza non derivi
dalla materia: non c nessun fenomeno fisico che possa mappare
i segnali elettrici del cervello in sensazioni. Questa propriet della
consapevolezza quindi devessere una propriet fondamentale, deve
essere alla base della natura: elemento primario non secondario,
non nasce dalla materia, anzi, la materia che nasce in seno alla
consapevolezza. La mia ipotesi che nel Big Bang lenergia primor-
diale che cre lo spazio, il tempo e la materia era anche consapevole:
la consapevolezza la parte che connette tutto dallinterno, la ma-
teria la parte esterna. Tremila anni fa questa era gi la conclusione
di alcune filosofie orientali. Il mondo ununit indivisibile, tutto
connesso. La realt da cui emerge la nostra realt fisica una
realt che ancora non conosciamo: la consapevolezza universale,
che possiamo immaginare come la realt del divino.

La consapevolezza come propriet primaria della natura

Ne consegue la scientifica possibilit di uninfluenza della mente sulla


materia provata con alcuni esperimenti statistici (v. infra). Faggin
inoltre convinto per inferenza che la consapevolezza come propriet
primaria della natura si estenda non solo agli esseri viventi, ma an-
che alle piante e perfino alla materia opinione parimenti propria
(lo desumo personalmente quale studioso della coscienza quantica)
dei pi rappresentativi sostenitori della concezione olistica delluni-
verso: dal mitico David Bohm8 (uno dei padri fondatori della fisica
quantistica, autore di quello che reputo un libro assoluto che, senza
tema di iperbole, amo definire vero e proprio precursore moderno
della tesi in Universo, Mente, Materia ), Fritjof Capra9 , Michael

6
Angelo Gallippi, Op. cit., pag. 183.
7
Angelo Gallippi, Op. cit., pag. 184. Sulla distinzione ragione/intuizione v. Daniel
Kahneman, Pensieri lenti e veloci, Mondadori, Milano, 2015.
8
David Bohm, Universo, Mente, Materia, Red, Como, 1996.
9
Fritjof Capra, Il Tao della fisica, Adelphi, Milano, 1982.
Talbot10 , Dean Radin11 , Roger Penrose12 , Stanislav Grof13,
Ervin Laszlo 14. Lincontro di Federico Faggin con il libro di Dean

112 Radin The conscious Universe (Luniverso consapevole. La verit


scientifica dei fenomeni psichici), purtroppo non tradotto in Italia,
nel 1997, segnava in quel momento della sua vita un punto di non
ritorno poich gli forniva gli spunti definitivi nella sua appassionata
ricerca della verit scientifica sul rapporto mente/cervello alla luce dei
pi marcati progressi del tempo nel regno delle neuroscienze, delle
scienze cognitive e della teoria quantistica questultima ancora,
come oggi, incredibilmente incompatibile con quella einsteiniana
della teoria generale della relativit, seppure entrambe ben ancorate
su equazioni assolutamente eleganti.

Materia: onde di probabilit

Dean Radin affermava la realt dei fenomeni psichici (telepatia,


telecinesi, esperienze fuori dal corpo, reincarnazione, precognizione,
chiaroveggenza, interazione mente/corpo a distanza) e la mente di
Faggin riceveva illuminanti conferme alle sue gi intime intuizioni.
Il suo biografo Angelo Gallippi riporta nel suo volume tre stralci del
dotto volume americano di Radin15: Questa non sar una sorpre-
sa per la maggior parte della popolazione mondiale, dato che la
maggioranza gi crede nei fenomeni psichici. Ma negli ultimi anni
10
Michael Talbot, Tutto uno. Lipotesi della scienza olografica, Urra, Milano, 1977.
11
Dean Radin, The Conscious Universe (Luniverso consapevole. La verit scientifica dei feno-
meni psichici) 1997, purtroppo non tradotto in Italia; Menti Interconnesse. Entangled Minds,
Edizioni Mediterranee, Roma, 2013; Fenomeni impossibili, Macro Edizioni, Cesena, 2012
12
Roger Penrose, La mente nuova dellimperatore, Rizzoli, Milano, 1992; Il grande,
il piccolo e la mente umana, Raffaello Cortina, Milano, 2000.
13
Stanislav Grof, psichiatra, rappresenta oggi, a mio avviso, il pensiero pi fervido ed
avanzato nella moderna ricerca sulla coscienza, auspicando per la scienza lalba di un
nuovo paradigma e la valorizzazione degli stati di coscienza olotropici riferendosi a stati
non ordinari di coscienza indotti da procedure sviluppate nelle culture antiche e aborigene
e nelle principali religioni del mondo per approdare alla vera natura della coscienza e
alla sua relazione con la materia. Le sue pubblicazioni attualmente in commercio in Italia
sono: Lultimo viaggio, La mente olotropica, Quando accade limpossibile, Respirazione
olotropica (scritto con la moglie Cristina), La nuova psicologia, Psicologia del futuro e
Guarire le ferite pi profonde. Questultimo volume rappresenta la summa della sua
psicologia transpersonale altro libro semplicemente assoluto!
14
Ervin Laszlo, filosofo della scienza, vive in Toscana, ed ha allattivo oltre sessanta
volumi. Amico personale di Stanislav Grof e pi volte candidato al premio Nobel,
rappresenta il pi degno erede del Maestro. Purtroppo le sue pubblicazioni reperibili
in commercio sono solo cinque: La scienza e il campo akashico, Risacralizzare il
cosmo, Worldshift: scienza, societ e nuova realt, La rivoluzione della coscienza
(con Stanislav Grof e Peter Russel) e Cosmos, questultimo a mio giudizio estrema-
mente importante per capire le solidissime basi del nuovo paradigma scientifico dopo
la rivalutazione dei fenomeni psichici e la realt dei fenomeni premorte.
15
Angelo Gallippi, Op. cit., pagg. 184-185.
Dean Radin

113
(29 febbraio
1952), ricer-
catore illustre
nel campo
della parap-
sicologia.
Senior Scientist
nellInstitute of
Noetic Sciences
(IONS), a Peta-
luma, Califor-
nia, USA.

qualcosa di nuovo ci ha spinto fuori dai vecchi dibattiti basati sulle


credenze personali. Adesso la realt dei fenomeni psichici non si
basa pi solamente sulla fede, lillusione o su avvincenti aneddoti.
E neppure si basa pi sui risultati di pochi esperimenti scientifici.
Invece sappiamo che questi fenomeni esistono grazie a nuovi me-
todi di valutazione di enormi quantit di prove scientifiche raccolte
nellarco di un secolo da dozzine di ricercatori.

La teoria quantistica considera la materia non solo sotto forma


di particelle, ma anche sotto forma di onde di probabilit. La cosa
interessante riguardo unonda che pu combinarsi e interagire
con altre onde. In base a questa idea, due particelle interagenti
possono essere viste, in termini di onda, come una nuova e pi
complessa onda. Non due onde, ma una sola onda, che dora in poi
considereremo un sistema a parte. Per cui possibile ritenere che
due particelle interagenti non siano pi separate. Questa idea non
piaceva a Einstein, che la chiamava unazione spettrale a distanza.
Ma la matematica prevede che se hai una particella che si divide in due,
o due particelle che interagiscono, quando esse si separano,non sono
davvero separate. Ognuna trasporta determinati aspetti dellaltra.

Ora sappiamo non solo per supposizioni teoriche, ma anche per


evidenza empirica che le particelle apparentemente separate in ef-
fetti possono essere collegate attraverso lo spazio e il tempo in modi
spettrali. La cosa importante che questa non solo unidea teorica
interessante, ma un fatto osservabile che riguarda la trama della
realt. E le conoscenze su questi intrecci aumentano a ritmi sempre
pi veloci.
Universo di consapevolezza:
Faggin affascinato dagli studi di Radin
114 A mio giudizio il sogno di Federico Faggin era, ed , definire il San-
to Graal della scienza: giungere a cogliere lanello di congiunzione
mancante alle due teorie dellinfinitamente grande (teoria generale
della relativit) e dellinfinitamente piccolo (meccanica quantistica)
proprio come il grande Roger Penrose, che da sempre invoca una
nuova teoria fisica unificante che sembrerebbe consistere in una te-
oria quantistica della gravit ancora da scoprire, teoria che potrebbe
illuminare anche sul grande mistero della fisica (che non secondo
nemmeno a quello dellorigine delluniverso) costituito dalla non
localit attraverso il fenomeno dellentanglement.
Faggin venne molto affascinato dallattivit e dai risultati ottenuti da
Radin, e fece la sua conoscenza nel 1999 (allepoca Radin lavorava
alla Interval Research Corporation, che effettuava esperimenti
statistici sul presentimento, ottenendo significativi risultati in
tema di precognizione), sviluppando successivamente una fraterna
amicizia ed una collaborazione che dura tuttora.
Frattanto Radin nel 2001 entrava a far parte, quale senior scientist,
dellInstitute Of Noetic Science (IONS), unorganizzazione no profit
di ricerca fondata nel 1973 a Petaluma, in California, dallastronauta
americano Edgar Mitchell dellApollo 14 (il sesto uomo ad aver messo
piede sulla luna), che visse lormai mitica straordinaria visione della
piccola Terra blu verso cui stava tornando, che lo convinse dellesi-
stenza di un unico sistema vivente, e della partecipazione dellumanit
intera ad un universo di consapevolezza. Lo IONS assunse cos la
missione statutaria di supportare la trasformazione individuale
e collettiva attraverso ricerche sulla consapevolezza, iniziative
educative e il coinvolgimento di una comunit di apprendimento
globale per la realizzazione del potenziale umano. Come afferma
Dean Radin16 in Menti interconnesse. Entangled Minds:
Le menti sono correlate quantisticamente alluniverso, attraverso il
fenomeno dellentanglement e quindi, in linea di principio, esse pos-
sono influenzare qualsiasi cosa, senza essere vincolate dal principio
di localit, vale a dire al di l di qualsiasi limite spazio temporale.
E, quindi, possono influenzare anche altri sistemi fisici e insiemi di
altre menti. Nel cervello i singoli neuroni si combinano in modo da
formare reti neurali dando luogo a complessi circuiti mentali, re-

16
Dean Radin, Menti interconnesse. Entangled Minds, Milano, Edizioni Mediter-
ranee, 2013.
sponsabili di vari stati di coscienza, come anche di fenomeni psichici
collettivi, al di l di quanto possiamo concepire.

115
Limportanza di scoprire se stessi

Nel 2011 Federico Faggin conosceva Mitchell, e decideva di finanziare


gli esperimenti svolti dallo IONS e da Radin tramite la Federico
and Elvia Faggin Foundation. Attualmente segue anche le ri-
cerche dello psichiatra conterraneo Stanislav Grof, fondatore della
Psicologia transpersonale.
Nasce cos nel 2011 la ormai famosa Fondazione dello scienziato
vicentino, unorganizzazione no profit per lo studio scientifico della
coscienza, che nel 2015 realizza una cattedra di Fisica dellinforma-
zione presso luniversit di Santa Cruz in California per sostenere lo
studio dei sistemi complessi, biofisica, scienze cognitive e matematica.
Altri interessi di Federico Faggin li apprendiamo dalla cognata Vi-
viana Sardei Bertotti17, e riguardano limportanza di scoprire s
stessi, di sperimentarsi, di diventare ci che si . E scopriamo il
fascino del nostro scienziato nellentusiasmo che accompagna i suoi
discorsi familiari in altri temi connessi alla sua ricerca (ci parlava
di sincronicit, di universi paralleli, di buchi bianchi e di buchi neri,
del mistero dellanima, dellimportanza della meditazione. E anche
quella era meditazione).
A parte i temi cosmologici e quantistici a cui bisogna accostarsi con
spirito semplice e umile per la loro importanza ammantata di estrema
complessit, quello che riguarda la sincronicit particolarmente
significativo nella vita di ogni uomo per alcuni eventi che destano
nella sua psiche la convinzione della presenza dellineffabile.
Trattasi di uno straordinario fenomeno scoperto e teorizzato da Carlo
Gustavo Jung nel 193018 per descrivere una connessione a-causale
fra stati psichici ed eventi oggettivi19 trattasi delle coincidenze
significative inspiegabili che si sperimentano a volte nella vita. A tale
proposito Jung affermava: la sincronicit avviene come coincidenza
di eventi nello spazio e nel tempo come qualcosa che va ben oltre
il puro caso; si tratta di una peculiare interdipendenza di eventi

17
Angelo Gallippi, Op. cit.,
18
Carlo Gustavo Jung, La sincronicit come principio di nessi acausali, Adelphi e
Bollati Boringhieri, varie edizioni.
19
Massimo Teodorani, Sincronicit. Il legame tra Fisica e Psiche da Pauli e Jung
a Chopra, Macro edizioni, Cesena, 2006. Eccezionale scritto divulgativo del tema,
di un astrofisico dai notevoli pregi di chiarezza nella saggistica divulgativa italiana.
obiettivi tra loro oppure di eventi obiettivi sincronici con lo stato
soggettivo dellosservatore20.

116
Credo in un Creatore di un multiverso benigno
in eterna evoluzione

Lesistenza di siffatti eventi sincronici porta a pensare che tutto in


natura sembra muoversi in sintonia, e che luniverso abbia la sua
matrice in una coscienza universale. Ci rende insomma consapevoli
di una stretta connessione fra psiche e materia. E la fisica quantistica
ha dimostrato che nel mondo microscopico il principio di causalit
cessa di esistere. A questo punto della sua vita Federico Faggin afferma
in pienaconsapevolezza: non credo nel dio pi o meno antropomor-
fico delle varie religioni. Credo per in una realt pi vasta, unenergia
dinamica e consapevole che il Creatore di un multiverso benigno in
eterna evoluzione. Anche da non credente la sua concezione della vita e
del destino delluomo rifugge da quella propria dellateismo e dellagno-
sticismo, che escludono lesistenza di un dio personale e deridono come
ridicola e/o fantomatica ogni altra concezione che lasci spazio
allineffabile. La sacra triade dellateismo radicale (Richard Dawkins,
Cristopher Hitchens (1949-2011), Daniel Dennet), Sam Harris, Steven
Pinker e Margherita Hack hanno il monopolio mondiale incontrastato in
tale tipo di pensiero laico, che in Italia raggiunge lapice dellimpertinenza
nella figura dellateo matematico impertinente (come lui stesso ama
definirsi) Piergiorgio Odifreddi.
Mutuando un concetto essenziale della certezza di Faggin, il dogma
che la coscienza derivi dalla materia, e con essa perisca,
falso, e smentito dalla stessa scienza o almeno, da un settore di
essa che esprima la ricerca senza i pregiudizi derivanti dallarrogante
ignoranza che si concreta col difetto di competenza e la negazione
dellevidente scientifico contrario (ben si attaglia in proposito la
settima e pi famosa proposizione di Ludwig Wittgenstein del suo
Tractatus logico-philosophicus : di ci di cui non si pu parlare, si
deve tacere. E valga il vero!). E a questo punto del 2016 laccoppiamento
Faggin-Radin ha maturato uno straordinario risultato empirico, con la
dimostrazione in laboratorio di come una persona che ha una certa
capacit di raggiungere stati di quiete mentale, sia in grado di produrre
volontariamente un piccolo impatto sui fotoni che sono focalizzati su di
un interferometro a due fessure. Leffetto piccolo, ma molto pi grande

20
Massimo Teodorani, ibidem.
del rumore. Ci dimostra che la materia pu essere manipolata dalla
consapevolezza di un agente umano (Federico Faggin).

117
La coscienza domina la materia

Insomma, la coscienza domina la materia, e la consapevolezza come


la chiama Faggin non pu assolutamente essere considerata solo un
fenomeno derivante dal funzionamento (epifenomeno) del cervello,
come sostenuto da quella scienza che nega il dualismo mente/cervello.
La mente/coscienza/consapevolezza di natura ineffabile, e interagi-
sce con la materia, e la domina. E SOPRAVVIVE ALLA MORTE,
E CONTINUA AD INTERAGIRE CON LA MATERIA, come la
parapsicologia di frontiera ha dimostrato scientificamente (cio con
la concreta possibilissima verificazione in laboratorio), e come una
massa di ignoranti sedicenti scienziati si ostina a negare con lottusit
dellincompetenza per mancanza di studi nel settore propedeutico ed
essenziale delle scienze psichiche. Ci che impedisce pi efficacemente
la scoperta della verit non la falsa apparenza delle cose, che induce
in errore, n direttamente la debolezza delle facolt del ragionamento,
bens le opinioni preconcette, attraverso il pregiudizio (Arthur Scho-
penauer che nei Parerga e Paralipomena definiva insipiente tale
tipologia di soggetti ignoranti). E in proposito, in Menti interconnesse,
unepigrafe di Thomas Etter parimenti afferma che quando una credenza
ampiamente sostenuta a dispetto di prove schiaccianti del contrario,
la chiamiamo superstizione. In base a questo criterio, la superstizione
pi madornale dei tempi moderni, forse di tutti i tempi, la credenza
scientifica nella non-esistenza dei fenomeni psichici.
Ecco perch il pensiero di Faggin conclude per lunificabilit della
consapevolezza (basata su esperimenti soggettivi) con la scienza (fon-
data su esperimenti oggettivi) sullasserzione che la fisica quantistica
ci presenta un modello di realt indivisibile. E presto i risultati della
Federico & Elvia Faggin Foundation illumineranno le vie maestre
della nuova fisica con la possenza del genio di uomini come il nostro
amato concittadino Federico Faggin!
avvgaetanopalermo@gmail.com
118 LA GUERRA INDEFINITA
GLI ALTRI, LEUROPA
LISLAM, I CATTOLICI
IL TERRORISMO,
LECONOMIA
La fase storica che stiamo vivendo senza dubbio epocale.
Troppi i problemi del tutto irrisolti. Troppe le ipocrisie nelle
molte analisi e negli atteggiamenti. Troppe le partigianerie
interessate. Non siamo allo scontro di religione ma le
religioni centrano. Cristianesimo e Islam non sembrano
essere compatibili. La storia li divide. Le religioni hanno
tuttavia un potere enorme: di comunicazione planetaria, di
interdizione reciproca, dinfluenza culturale ed economica.
Non sono solo movimenti spirituali, anzi. La politica,
da parte sua, non ha pi strumenti. Le ideologie non ci
sono pi. Rimane il pensiero unico economico. LEuropa
debole e divisa a sua volta. Come se ne esce? Con questo
primo intervento di Lucio Panozzo Quaderni Vicentini
apre un dibattito aperto, anzi apertissimo. Che chiede
la collaborazione di tutti e di tutte le idee diverse (che
abbondano)

Immigrazione, invasione,
occupazione?
LUCIO PANOZZO

I l tema va sfrondato da ideologie, ma soprattutto va


trattato con molto rispetto. La sofferenza lo merita sempre. Divider
119

Musulmani in preghiera, a Palermo, per la fine del Ramadan.

in punti la mia esposizione, cercando di osservare da varie angola-


zioni il problema, perch di problema si tratta. Per quanto riguarda
le soluzioni, purtroppo, arrivati a questo punto, penso sia gi troppo
tardi. Troppo tardi per soluzioni pacifiche, ad altri tipi di soluzione
non voglio neanche pensare.
Innanzitutto tracciamo una linea che separi i migranti che fuggono
da conflitti e dittature, da quelli che vengono da noi per migliorare le
loro condizioni economiche, gi in patria buone. Ci sarebbe anche un
altro discrimine, per isolare quelli che vengono da noi allo scopo di
delinquere, che vanno tenuti separati da quelli che delinquono sola-
mente per il motivo che lo Stato italiano non lascia loro altre soluzioni.

1) Nel mio lavoro di tipo commerciale, dovendo praticamente
vivere a contatto della clientela, avevo spesso occasione di entrare
negli ambienti di produzione, venendo a trovarmi tra i lavoratori,
vuoi per proporre nuove macchine, vuoi per esaminare i sistemi
e i tempi di lavorazione, al fine di proporre miglioramenti. Tra gli
anni 70 e 80 gi si notava la presenza di lavoratori stranieri, che
in seguito aument in modo esponenziale. Gi allinizio mi posi il
problema della differenza di religione, pensando secondo logica che
era sbagliato lasciare ai lavoratori stranieri la scelta del paese in cui
andare. Ingenuamente pensavo che si potesse guidare o program-
mare lingresso. Ingenuamente, perch allora pensavo ancora che
fossimo padroni noi in Italia, poi ne imparai delle belle su questo
tema. Per fare un esempio, pensavo che avremmo potuto utilizzare

120 manodopera dellArgentina, che a quel tempo stava attraversando il


periodo economicamente pi buio della sua storia. Il ragionamento
derivava dal fatto che noi avevamo bisogno di manodopera, e loro,
magari di famiglie originarie dallItalia e di religione cattolica, non
avrebbero costituito un problema di convivenza. In pi, molte fami-
glie argentine di origine italiana, con doppio passaporto anche dopo
generazioni dalla loro emigrazione, godevano di pensione italiana
grazie a misteriose alchimie politiche cui non doveva essere estraneo
il Licio nazionale (nazionale anche per loro, a quei tempi), che essi
chiamavano el brujo, che significa lo stregone, il mago. Sicuramente
non erano estranei i Servizi segreti di qua e di l dellAtlantico (deviati
e non) e le massonerie di mezzo mondo (deviate e non), con laggiunta
della loggia vaticana (deviata per antonomasia, considerato che innu-
merevoli pontefici hanno sprecato grandi energie nellinane sforzo di
combatterla con le bolle e le encicliche e adesso se la trovano in casa).
Le cose invece andarono diversamente, e a nessuno pu sfuggire
levidenza che le stesse fossero regolate da patti segreti tra Stati.
Ora ci troviamo con un surplus di islamici, con i grossi problemi che
questo comporta. Sono sempre stato rispettoso nei confronti delle
altre religioni, ma non sfugge allosservazione dei pi che un numero
troppo alto di islamici comporta qualche problema.
Come tutte le religioni, anche quella islamica assolutista, chiusa,
con la differenza, rispetto a noi cristiani europei, che noi abbiamo
seicento anni pi di loro, che abbiamo avuto lIlluminismo, la Rivo-
luzione Francese, la teoria dellevoluzione di Darwin.
Ai tempi in cui nacque lIslam, i cristiani erano tali e quali gli islamici
di adesso e si resero colpevoli di grandi nefandezze nei loro confronti.
Ho il sospetto che da parte dei musulmani ci sia ancora un risenti-
mento nei nostri confronti proprio per quel nostro comportamento
durante il Medioevo. Con queste premesse e con lesperienza dei
Paesi che prima di noi hanno vissuto il fenomeno dei musulmani a
casa loro, non mi dice niente di buono il futuro che ci aspetta. Noi
facciamo uno o due figli per famiglia, loro quattro o sei o otto.

La separazione fra maschi e femmine.


Il baratto del voto

Quanto ci impiegheranno ad avere la supremazia numerica su di noi?


Rabbrividisco a pensare a quelli che, per interesse politico, organiz-
zano le primarie per i consigli degli stranieri e smaniano per averli
nei consigli comunali e alla camera. Non capiscono o non vogliono
raffrontarsi con le esperienze di quei paesi che ho nominato, dove
gi esistono sia le mostruose deroghe legislative per motivi religiosi 121
(http://www.hwupgrade.it/forum/archive/index.php/t-1780547.
html), sia la possibilit del baratto del voto.
Tutte le minoranze lo fanno da sempre: Dammi il voto per la mia
proposta, e io te lo do per la tua. E allora ci si trova a confrontarsi
con notizie che sembrano venire da un altro mondo. Facciamo un
esempio? La separazione tra maschi e femmine che prende piede
nelle universit inglesi (vedi http://www.uaar.it/news/2013/11/27/
segregazione-genere-islamicamente-corretta-universita-inglesi/). Di
seguito i ricatti nei paesi in cui gli Islamici detengono quote importanti
delleconomia tipo USA e Svizzera (parliamo di islamici del petrolio)

Limmigrazione commerciale

2) Coloro che fuggono da dittature e guerre, per ragioni di


umanit sono quasi obbligatoriamente accolti dai paesi ricchi e civili
dEuropa. Specialmente per noi italiani insito il senso di bont (in
maggioranza, ben sintenda) con il quale accettiamo la situazione.
Ma quando trattiamo largomento di coloro che vengono da noi per
aprire negozi e fabbriche (immigrazione commerciale), salta agli
occhi la differenza con i precedenti, ma soprattutto la situazione di
concorrenza spesso sleale (specialmente dei cinesi) messa in campo.
I nostri commercianti chiudono, e loro comperano di tutto. Anche
nellartigianato agiscono spesso disonestamente nei confronti dei
dipendenti, trattati come schiavi, riuscendo a vendere cos sempre
a prezzi inferiori ai nostri. Perch lItalia non controlla? Semplice:
i cinesi (intesi come Repubblica Popolare di Cina) hanno nei loro
bilanci circa un quarto del debito pubblico italiano. Il che significa,
in linguaggio da poliziesco americano, che hanno in mano i nostri
testicoli. Noi stringiamo sui controlli, loro stringono i nostri gioielli
di famiglia. Esprimo un pensiero tutto personale: questo tipo di im-
migrazione andrebbe contrastato.

I politici li accolgono, si vantano della propria generosit


e poi li lasciano marcire

3) Quando lo Stato crede cosa buona e giusta aiutare quelli che


122

Papa Francesco in visita a Prato nel novembre 2015, accolto


con entusiasmo dalla folta comunit cinese. Francesco aveva ricordato con
commozione i sette operai cinesi morti in un incendio di due anni prima.

stanno peggio di noi, deve agire con rispetto verso di loro, ma anche
verso di noi italiani. Come si fa a credere a quelli che sbarcano dai
barconi e ci raccontano che fuggono da fame e carestie? Vien difficile
crederci, considerato che il viaggio pu costare dai 5 agli 8000 dollari
secondo le distanze, cifra astronomica per i paesi di provenienza, che
basterebbe a sfamare una famiglia per un anno e pi.
C qualcosa che non va in questo, forse dobbiamo svegliarci e ra-
gionare con le nostre teste, non con quelle dei nostri politici. I quali,
poi, dopo aver accolto gli stranieri ed essersi fatto vanto presso lEu-
ropa, non si occupano pi di loro, ma li lasciano in mano alle mafie
latifondiste del sud, con qualche strascico anche al nord, scoperto
di recente. rispetto questo? Se inviti a casa tua un ospite, minimo
gli devi dar da mangiare, non puoi lasciarlo vivere sotto un telo di
plastica in attesa del caporale di turno che viene a prelevarti per poi
portarti a raccogliere pomodori a quaranta gradi allombra per dodici
ore al giorno a due euro e mezzo di paga oraria. E questo quando va
bene. Lo Stato italiano non sa questo? E la chiesa, che si riempie la
bocca con la parola accoglienza, ha mai sprecato una parola in loro
favore? Papa buonasera-buonacena fa presto a fare parata da spet-
tacolo con le vedette della guardia costiera a Lampedusa, ma poi se
ne torna tra gli agi dei palazzi Vaticani. E si fa presto anche a invitare
conventi e parrocchie ad aprire le porte, che restano invariabilmente
chiuse a doppia mandata. Insomma, se non c lavoro neanche per
gli italiani, cosa chiamiamo gli altri a fare qui da noi? Ecco che allora,
gente onesta arrivata col miraggio di trovare casa e lavoro, inclina a
delinquere non per malanimo, ma perch in qualche modo bisogna
mangiare tre volte a giorno, poco o tanto. A meno che i pochi italiani 123
che lavorano non lascino il posto libero per loro, come in tempi ber-
lusconiani (ricordate le lacrime del caimano a Otranto?) il ministro
Guidi (ovviamente berlusconiano), andava blaterando: Non vorrei
che qualcuno pensasse prima a noi italiani e poi agli stranieri. Si
sentiva spesso questo discorso da parte di politici, sindacati, asso-
ciazioni: Gli stranieri sono una ricchezza, siamo fortunati ad averli
tra noi. Lincontro di civilt sempre positivo. E poi essi pagano le
nostre pensioni (per far passare inosservata una richiesta in Parla-
mento di pagare le pensioni agli anziani stranieri giunti in Italia per
il ricongiungimento familiare). Al di l delle chiacchiere, mi trovo
ancora in sintonia con quello che pensavo allora, che era semplice-
mente una domanda molto semplice: Alla prima crisi come faremo
a mantenerli?. Senza volerlo avevo facolt profetiche.

Il fattore delinquenti

4) Lultimo punto previsto quello dei delinquenti stranie-


ri che vengono a delinquere da noi. Ricordo che quando si osava
parlare contro questo stato di cose, quelli dello zoccolo duro e gli
irriducibili sessantottini, nonch i cattocomunismi, rispondevano
invariabilmente: Anche in Italia ci sono delinquenti. Bene, allora
facciamone entrare altri, perch i nostri sono troppo pochi, cavolo!
Al di l dei furbi di cui parliamo, che arrivavano con programmi ben
definiti, cerano anche quelli che arrivavano col beneplacito dei loro
governanti che aprivano le prigioni per liberarsi di un peso (Albania
docet). Dovera Silvio con le sue lacrime di coccodrillo o caimano in
quei tempi lontani?

LUnione Europea ambigua

5) Ora siamo arrivati al dunque: lEuropa non riceve pi, come


un terreno intriso che dopo settimane di pioggia non pu riceverne
altra. I migranti premono alle frontiere dei paesi balcanici, i quali,
in diverse forme, li bloccano o li ritardano. La Grecia in affanno
gi per motivi suoi, e questo onere, per quanto compensato, diviene
pesante ogni giorno di pi e rischia di portarla al collasso. LUnione
124

Una sequenza del film Terraferma (2011) di Emanuele Crialese

ambigua, sfuggente, chi vuole denunciare il patto di Schengen, chi


lotta per lasciar passare tutti i richiedenti asilo. Al proposito, spe-
cialmente a proposito di Angela Merkel, vien fatto di pensare che il
tema venga trattato sotto pressione di altri, e le decisioni dei paesi
UE siano guidate sempre dagli stessi. C un disegno sotto e se rima-
ne segreto, anche uno sporco disegno. Che qualcuno abbia tra le
sui aspirazioni pi alte la distruzione dellEuropa, penso sia fuori di
ogni discussione, oramai labbiamo annusato in tanti. Per quanto
riguarda limmigrazione, in questa mia ipotesi arma potentissima
di destabilizzazione, alcuni segni premonitori si sono gi visti, come
per esempio la ritrosia della Merkel ad accettare i migranti sul suolo
tedesco, sparita (la ritrosia) per miracolo in un solo giorno; meglio
dire notte, perch per telefonare tra le due sponde dellAtlantico,
quelli di l vogliono essere ben svegli. Fu solo Reagan a prendersi le
parolacce da Craxi svegliato in piena notte per laffaire Sigonella. Gli
altri, quando ricevono la domanda di prammatica alle tre del mattino
Hello Angela, scusa, dormivi?, di norma rispondono Hello, ***,
nein, qui in Germania non dormiamo mai, dobbiamo vegliare sullEu-
ropa e anche un po pi in l. Questa per me la prova inconfutabile,
se mai ce ne fosse bisogno, prima di tutto di quanto poco valore abbia
la nostra volont, e in secondo luogo che qualcuno stia seduto sulla
sedia della regia dellesodo biblico che si sta rovesciando sullEuropa.
La guerra non dichiarata
di Massimo e Gianfranco

6) Immigrazione, invasione, occupazione? Ricordate le parole 125


di tale Gianfranco o Gianfrancesco Fini in Tulliani (si badi bene, non
il Fini dei tortellini, quello il Fini buono), quando si scapicollava
in televisione a spiegare agli Italiani che le nostre truppe, impegnate
a bombardare terre straniere dotate almeno teoricamente di sovra-
nit nazionale, nelle varie missioni di pace alle quali ingenuamente
partecipavamo? Aveva grottescamente puntato tutte le sue batterie
dialettiche su questo punto (e riusciva a dissertarne senza ridere e
usando al massimo 11 parole): Non stiamo occupando (il tal paese),
la nostra <solo> uninvasione. Significativa distinzione. Faceva
meglio il meno ingenuo e pi smaliziato Massimo, suo contraltare
dallaltra parte dellarco costituzionale, il quale, senza un problema al
mondo, entrava in guerra senza che i cittadini lo sapessero, e questo
normale in democrazia, ma ne erano tenuti alloscuro anche i due
rami del Parlamento. Mentre in preparazione della (terza?) guerra
libica, stato trovato un altro escamotage (di cui in questo momento
ci sfuggono le modalit) che permetter linizio delle ostilit senza
non dico una blanda ratifica del Parlamento, ma anche secretando
tutto lambaradan. Si tratta di guerra segreta, mai andata in onda.
Tornando alle contorsioni mentali di Fini, lho citato solo per introdur-
re la fase conclusiva del mio intervento. La domanda questa: Con
questi presupposti, lecito pensare che quello che stiamo subendo
non sar un semplice episodio di immigrazione?
La discussione aperta.
TEMI

Attualit dellantifascismo:
126
memoria storica, pace,
diritto dasilo, uguaglianza,
difesa della Costituzione
LUIGI POLETTO

A d oltre settantanni dalla Liberazione legittimo


chiedersi cosa siano stati realmente il fascismo e la Resistenza,
se lantifascismo abbia ancora un senso compiuto e attuale e se
esso sia ancora una categoria politica oppure appartenga alla
storia e nulla abbia da dire alla contemporaneit. Le tesi che
si vuole dimostrare in primo luogo che il c.d. revisionismo
storico una alterazione dei fatti che porta ad un cortocircuito
morale, e in secondo luogo che lantifascismo delinea, anche in
questi tempi convulsi, un discrimine etico, culturale e politico,
e pertanto sia una parola pregna di senso e un concetto salda-
mente ancorato al presente e fortemente proiettato nel futuro.

Fascismo e Resistenza:
in difesa della memoria divisa
Il fascismo stato oggetto di numerosissime interpretazioni,
alcune delle quali assai suggestive: il fascismo come parente-
si e malattia morale, frutto del decadimento della coscienza
europea e delle culture irrazionalistiche (la nota riflessione
crociana, ma in questo senso vanno anche gli studi di Friedrich
Meinecke), il fascismo come prodotto logico e inevitabile dello
sviluppo storico e sociale di alcuni Paesi caratterizzati da vere
e proprie tare e giunti tardi allunit nazionale, e quindi il
fascismo come autobiografia della nazione (Piero Gobetti),
il fascismo come prodotto della societ capitalistica e come
reazione antiproletaria (la tesi marxista), il fascismo come re-
ligione secolare ( la posizione di molti studiosi di estrazione
TEMI

127

Dachau.
Chi
dimentica
il passato
destinato
a riviverlo

cattolica), il fascismo come manifestazione del totalitarismo (una


categoria su cui ha lavorato molto Hannah Arendt), il fascismo come
fenomeno transpolitico, il fascismo come fenomeno psicosociale, il
fascismo come manifestazione della personalit autoritaria (T. W.
Adorno) e come fuga dalla libert dellindividuo alienato nella so-
ciet atomizzata (Erich Fromm), il fascismo come espressione della
mobilitazione di masse guidate da lite spostate (Karl Mannheim e
Gino Germani), il fascismo come stadio autoritario della moderniz-
zazione socioeconomica (Kenneth Organski).
In realt a me pare abbia ragione chi sostiene la tesi di Emilio
Gentile - che il fascismo debba essere considerato come un fenomeno
politico sorto dal trauma della Grande Guerra in opposizione radicale
alla civilt liberale. Il fascismo fu un esperimento totalitario, una
inedita forma di dominio politico dittatoriale, basato sulla volont
di potenza. Il fascismo era generato da unideologia radicalmente
antidemocratica e populista, capace di mobilitare le masse attraverso
riti e simboli tipici di una religione pagana.
Il regime fascista si identificava nella insindacabile discrezionalit del
Duce, era imperniato sulla subordinazione assoluta del cittadino allo
Stato ed era assistito da un apparato repressivo garante del controllo
totalitario sulla societ.
Come pi volte ha ricordato Renzo De Felice il fascismo certamente
un fenomeno confinato nello spazio e nel tempo - continente europeo,
periodo tra le due guerre mondiali -, ma esso anche unattitudine
mentale alla sopraffazione, un istinto di distruzione delle radici spi-
128

In senso orario, Piero


Gobetti, (Torino 1901, Parigi,
1926) Hannah Arendt (Han-
nover 1906, New York 1975),
Renzo De Felice (Rieti 1929,
Roma 1996) Erich Fromm
(Francoforte sul Meno 1900,
Muralto Svizzera 1980) T.W.
Adorno (Francoforte sul
Meno 1903, Visp Svizzera
1969).
TEMI
rituali della civilt e, come tale, pu sempre ripresentarsi, magari
occultato in forme e modalit dissimili dal c.d. fascismo storico ma
del tutto omogenee al nucleo totalitario e violento che ne costituisce
la sostantivit di cultura politica. 129
Alcune correnti del revisionismo storiografico hanno in un recente
passato presentato il fascismo come un regime bonario, innocuo e
blandamente autoritario e assai spesso questa tesi si ripropone nella
vulgata comune. Proprio perch - come scritto in una incisione in
trenta lingue nel campo di concentramento nazista di Dachau - Chi
dimentica il passato destinato a riviverlo, necessario contrastare
queste tesi deformanti con vigore intellettuale e opporsi a tali opinioni
con una solida militanza: cera nel fascismo un tale core nichilista,
una tale propensione a negare i valori fondanti della civilt, una tale
attitudine alla disumanit, che sarebbe davvero mostruoso riabilitarlo
anche solo parzialmente e per via indiretta. Ai giovani va spiegato
cosa stato il fascismo perch solo unadeguata comprensione storica
consente limmunizzazione da rischi futuri.
La Resistenza antifascista segna il riscatto della patria, la rigene-
razione dellItalia e fonda il paradigma antifascista che sta alla base
della Costituzione Repubblicana. La Resistenza il mito fondativo
del nostro ordinamento politico-sociale, la comune pietra dangolo
che consente alla societ italiana di cessare di essere una mera somma
atomizzata di individui per diventare una formazione sociale con una
propria identit, una comunit di persone unite attorno ad alcuni
valori fondamentali; la Resistenza la Grundnorm cio la norma
o principio guida che fonda la Repubblica italiana.
Claudio Pavone nella sua nota opera sulla moralit della Resistenza
vede nella Resistenza lintreccio di tre guerre: una guerra patriottica
attivata per la liberazione dellItalia dallinvasore tedesco, una guer-
ra civile combattuta tra le formazioni partigiane e il fascismo della
Repubblica Sociale Italiana e una guerra di classe quale istanza di
radicale rinnovamento e di trasformazione sociale del Paese.
Riconoscere nella Resistenza una guerra civile significa registrare una
dinamica di fatto, non significa parificare sul piano della moralit
pubblica i partigiani della Garemi e gli aguzzini della XXII Brigata
nera Antonio Faggion e dimenticare che gli uni si battevano per
una causa giusta e nobile - la dignit del popolo italiano - e gli altri
per una causa sbagliata e malvagia - la dittatura e loppressione di
popoli e individui.
A cercar la bella morte il titolo di un libro di memorie scritto da un
ragazzo di Sal. Si confronti questo testo con le Lettere dei condannati
a morte della Resistenza italiana e si capir come i fascisti di Sal
TEMI
cercavano la morte e provocavano la morte altrui perch nemici della
vita e nemici del futuro, mentre i partigiani donavano la propria vita

130 perch nemici della morte, perch amici della vita e amici del futuro.
Eppure ancora oggi si tenta di parificare i combattenti di Sal e i
partigiani e si parla tuttora di riconciliazione nazionale. Polemiche
anche in provincia di Vicenza sono sollevate contro luso della violenza
da parte dei partigiani durante la guerra civile a cui si addebitano le
successive rappresaglie. Lo storico Santo Peli nella sua magistrale
ricostruzione della Resistenza ha per chiarito che occorre distingue-
re tra la violenza delle SS e delle camicie nere compimento logico
di un sistema e la violenza delle formazioni partigiane strumento
dolorosamente indispensabile di liberazione da quel sistema.
Qualche anno fa lo storico Sergio Luzzatto ha scritto un breve
saggio di grande acume intellettuale sulla crisi dellantifascismo.
Luzzatto ritiene un preciso dovere morale evitare che la storia del
Novecento anneghi nel mare dell indistinzione, quellindistinzione
che mette sullo stesso piano il bene ed il male, le vittime e i carnefici,
gli oppressi e gli oppressori. Un conto la memoria collettiva che
rimanda ad ununica storia e un altro conto la memoria condi-
visa che evoca una operazione inaccettabile di occultamento delle
differenze. La memoria deve rimanere divisa perch ogni nazione si
fonda su fratture originarie e su conflitti inemendabili. E cos come
gli Stati Uniti hanno abolito lorrore della schiavit attraverso una
sanguinosissima guerra civile, cos lItalia ha riconquistato dignit
grazie alla guerra partigiana la quale, come ha bene detto Alberto
Asor Rosa, assume nella storia dItalia il ruolo di colossale spar-
tiacque tra passato e futuro.

La difesa e lattuazione della Costituzione


come concreto impegno antifascista
Dunque la Resistenza la nostra Grundnorm e il nostro mito
fondativo. Ma se il dovere della corretta ricostruzione storica si
rende indispensabile per evitare che il passato, travolto dalloblio, si
riproponga in forme diverse, ma con la stessa sostanza, lantifascismo
trova la sua pi immediata attualizzazione nella difesa e nellattualiz-
zazione della Costituzione. La Costituzione repubblicana filiazione
diretta ed erede della Resistenza antifascista. Fare antifascismo oggi
significa difendere e attuare la Costituzione.
Ebbene, se la Costituzione il nostro principale giacimento morale
e istituzionale, vera e propria religione civile, dobbligo chiedersi
se essa - nel suo svolgimento di tutela delle libert fondamentali, di
codificazione dei diritti e doveri dei cittadini, di regolamentazione
TEMI
dei rapporti tra cittadini e istituzioni, di ripartizione dei poteri -
stata attuata con coerenza e se e in che misura e in che direzione
deve essere riformata.
Dopo la liberazione si diffuse la retorica della rivoluzione tradita: 131
si contestava lassenza di un radicale rinnovamento sociale del Pa-
ese e la mancata discontinuit nel modo di produzione economico;
lespressione fu poi ripresa e anche sfregiata da talune componenti
dellestremismo terroristico degli anni Settanta. In verit lutilizzo
della categoria di tradimento allude ad una sorta di risentimento
che risulta inappropriato e non fertile. Invece mi pare pi fecondo il
concetto di Costituzione come rivoluzione promessa, espressione
coniata da Piero Calamandrei nel 1955; scrisse Calamandrei che
per compensare le forze di sinistra di una rivoluzione mancata, le
forze di destra non si opposero ad accogliere nella Costituzione una
rivoluzione promessa. Calamandrei criticava le c.d. norme pro-
grammatiche della Costituzione sostenendo che esse - nel rinviare
al futuro il rinnovamento del paese - in realt negavano listanza di
cambiamento. Ma lespressione rivoluzione promessa pu anche
essere piegata ad una logica positiva. La Costituzione italiana non
disciplina solo i rapporti tra i cittadini e le istituzioni e tra le isti-
tuzioni, ma contiene in s anche lansia della giustizia sociale e un
programma di trasformazione dinamica della societ.
Zagrebelsky ha recentemente sostenuto che la nostra Costituzione
una Costituzione programmatica, una Costituzione contro lo
status quo. La Costituzione italiana una Costituzione dopposizio-
ne e lo spirito costituzionale spirito resistenziale nei confronti dei
poteri politici, economici e culturali dominanti.
Ma al di l delle norme programmatiche, ci si chiede se la Costituzione
stata pienamente attuata o stata attuata male o stata svuotata:
dallespropriazione della sovranit popolare da parte delle grandi
istituzioni finanziarie internazionali al mancato riconoscimento del
diritto di asilo, dalla difficolt di assicurare la pluralit di informa-
zione alla mancata regolamentazione del conflitto di interessi, dal
nodo delle scuole private che dovrebbero operare senza oneri per lo
Stato alle carenze nel sistema del Welfare fino alle controriforme in
materia di mercato del lavoro.
Tra i temi su cui ingaggiare battaglia per attuare la Costituzione vi
sono la pace, il diritto di asilo e luguaglianza c.d. sostanziale.

1) La pace
Secondo lart. 11 della Carta Costituzionale LItalia ripudia la guerra
come strumento di offesa alla libert degli altri popoli e come mezzo
132

In alto, da sinistra: Piero Calamandrei,


(Firenze, 21 aprile 1889 - 27 settembre 1956)
politico, avvocato e accademico italiano, fu uno
dei fondatori del Partito dAzione.
Gustavo Zagrebelsky (San Germano Chisone,
1 giugno 1943), giurista, giudice costituzionale dal
1995 al 2004, presidente della Corte costituzionale
nel 2004.

Qui accanto, lultima copertina di Limres.


Sopra Alberto Asor Rosa, (Roma, 23 settembre
1933) con lo scomparso Umberto Eco.
Asor Rosa critico letterario, scrittore, politico e
docente universitario. Ha curato per Einaudi una
eccellente Storia della Letteratura Italiana del
Novecento.
TEMI
di risoluzione delle controversie internazionali. Viviamo in tempi
difficili. Lultimo numero di Limes, la rivista di geopolitica diretta
da Lucio Caracciolo, si sofferma sulla Terza Guerra mondiale ri-
prendendo una espressione di Papa Francesco che aveva parlato di 133
guerra mondiale a pezzi. La carta geopolitica del pianeta divisa
in due macroregioni. Una macroregione relativamente pacifica ma
poco compatta definita Ordolandia. Un arco geopolitico chiamato
Caoslandia in cui le zone critiche sono tre, in una situazione aggra-
vata da esplosione demografica, crisi economica sistemica, criticit
ambientale: Ucraina, Siraq (Siria +Iraq) e larea dei Mari cinese
orientale e meridionale.
Sar guerra se si espander Caoslandia - alla cui frontiera si trova
lItalia - in una situazione di impotenza dei grandi attori militari ed
economici. La terza guerra mondiale potrebbe generarsi da una nebu-
losa di guerre civili sulla cenere della disgregazione di Stati secondo
la sequenza: guerra civile nata dal collasso bellico - intervento di
potenze esterne che utilizzano soggetti locali quali nella logica della
guerra per procura - fusione in conflitti regionali.
Limes denuncia il fatto che esista nello spirito del tempo una
paradossale rassegnazione alla guerra, una pulsione neofuturista
verso la sola igiene del mondo riletta in chiave nichilista, e che c
un determinismo bellico per cui il riduttore della caotica complessit
non sar la politica, saranno le armi.
Contro questo agghiacciante scenario occorre per un verso fare perno
sulla cultura di pace, per laltro verso creare una grande mobilitazione
di gruppi e cittadini e per un altro verso ancora costruire una coali-
zione di Stati che sottraggano alle armi la funzione di risoluzione dei
conflitti per attribuirla al dialogo e alla diplomazia, cio allo spazio
elettivo della politica. Nel solco dellarticolo 11 della Carta.

2) Il diritto di asilo
La Resistenza ha avuto una latitudine europea. Non a caso uno dei
romanzi pi profondi sulla Resistenza Educazione europea di Ro-
main Gary. bene ricordarlo in una fase in cui lincapacit dellUnione
Europea di attivare meccanismi di solidariet per affrontare e gesti-
re i flussi dei profughi costituisce una minaccia esistenziale per la
sostanza etica dellEuropa e per le stesse istituzioni comunitarie. Il
comma 3 dellart. 10 della Costituzione inequivocabile: Lo straniero
al quale sia impedito nel suo Paese leffettivo esercizio delle libert
democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto di asilo
nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla
legge. In una Europa attraversata dalla diffusione di neo-autoritari-
TEMI
smi, rigurgiti xenofobi e neonazisti la nostra Costituzione ci impone
il dovere dellaccoglienza in un contesto di solidariet inter-europea.

134 Pi in generale lorizzonte entro cui doverosamente muoversi co-


stituito dalla creazione di una societ multietnica, multiculturale e
multireligiosa in cui i migranti non siano considerati come un pro-
blema di ordine pubblico, bens come una fondamentale risorsa di
arricchimento culturale e di crescita comunitaria e anche di sostegno
occupazionale (spesso gli stranieri extracomunitari svolgono man-
sioni che gli italiani rifiutano) e supporto alla tenuta degli equilibri
del sistema previdenziale. Pluralismo e scambio culturale debbono
essere i capisaldi di un nuovo approccio capace di garantire nel con-
tempo rispetto delle culture, comunicazione reciproca incessante e
riconoscimento di tutti in valori comuni.
Naturalmente, al dovere morale dellaccoglienza da parte dei paesi
ricchi, va accompagnato il dovere da parte dei migranti di rispettare
le regole etiche dei paesi ospitanti e le leggi di civilt che hanno reso
grande lEuropa nata dalla Rivoluzione francese. Tra queste regole
quella della laicit dello Stato, della parit di genere e dei diritti di
libert delle donne (non si possono dimenticare i fatti di Colonia),
del pluralismo politico, culturale e religioso, emergono come inelu-
dibili se si vuole evitare una deriva senza fine nella spirale razzismo/
violazione dei diritti/razzismo.

3) Luguaglianza sostanziale
La crisi economica pi grave del secolo ha prodotto un impoveri-
mento generalizzato, ha arrestato crescita e sviluppo, ha attuato
una gigantesca redistribuzione del reddito dal basso verso lalto. Si
sgretolato il paradigma neoliberista fondato sullassioma di un
mercato operante al di fuori dellintervento regolatore dei pubblici
poteri e sul restringimento continuo del ruolo della politica, sulla
forza magicamente risolutiva della finanza e sulla compressione dei
diritti dei lavoratori.
Si apre una fase storica in cui il discorso pubblico deve sempre pi
fondarsi sulla giustizia sociale e luguaglianza; non solo ugua-
glianza delle opportunit, ma uguaglianza sostanziale in termini di
diritti sociali, redistribuzione delle risorse e dei redditi, perch non
basta eguagliare i punti di partenza, ma necessario - come scolpisce
la nostra Costituzione allart. 3 dovuto ad una fondamentale intuizione
di Lelio Basso - rimuovere gli ostacoli che impediscono nei fatti
il pieno dispiegarsi della personalit.
Negli ultimi tempi sono stati prodotti molti contributi da parte di
autorevoli economisti in materia di disuguaglianza oltre a quello
TEMI
ormai celebre di Thomas Picketty1. Secondo Luciano Gallino2
abbiamo visto scomparire due idee che erano fondamentali: lidea
di uguaglianza - sconfitta dalla doppia crisi del capitalismo e del
sistema ecologico e lidea di pensiero critico capace di mettere in 135
discussione le rappresentazioni dominanti della societ; secondo
Joseph Stiglitz3 la disuguaglianza che affligge la nostra societ e i
livelli estremi che ha raggiunto non inevitabile, non il risultato di
leggi inesorabili delleconomia e della fisica: una questione di scelte
che dipendono dalla politica e Anthony Atkinson, forse il maggior
esperto mondiale in materia, ritiene che occorre combattere non solo
la disuguaglianza delle opportunit, ma anche la disuguaglianza degli
esiti sia per motivi di equit che per motivi legati alla coesione sociale
e al benessere di una societ nel suo complesso.

4) Le riforme costituzionali
Ma soprattutto sotto il profilo delle riforme costituzionali che si
presenta il concreto rischio di una alterazione fondamentale dei
meccanismi di funzionamento della democrazia. Il prof. Gianfranco
Pasquino ha pi volte ripetuto che qualsiasi riforma costituzionale
deve ubbidire a due criteri: rendere efficiente il sistema e aumentare
il potere del popolo, cio restituire lo scettro al principe laddove il
principe il popolo sovrano. La riforma che sar sottoposta a re-
ferendum popolare in autunno non sembra rispondere a questi
due requisiti
Le critiche allattuale progetto di riforma costituzionale sono sostan-
zialmente tre:
1) Il metodo: un Parlamento delegittimato dalla Sentenza della Corte
Costituzionale sul Porcellum ha varato a maggioranza riforme epocali;
2) La composizione ed il ruolo del Senato: bench partecipe del pro-
cedimento legislativo in misura non irrilevante (si pensi alla leggi
di revisione costituzionale per le quali continuerebbe a sussistere il
bicameralismo paritario) esso non sar elettivo e quindi non espres-
sivo direttamente della sovranit popolare;
3) Il combinato disposto riforma elettorale / riforma costituzionale:
lItalicum finge di adeguarsi alla sentenza n. 1 del 2014 della Suprema
Corte sul Porcellum rendendo bloccati solo i capilista e stabilendo
una soglia minima del 40% superabile per con il meccanismo del

1
Thomas Piketty, Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, 2014.
2
Luciano Gallino, Il colpo di stato di banche e governi. Lattacco alla democrazia
in Europa, Torino, Einaudi, 2013.
3
Joseph Stiglitz, Il prezzo della disuguaglianza. Come la societ divisa di oggi
minaccia il nostro futuro, Einaudi, 2013.
ballottaggio che potrebbe attribuire un premio enorme anche ad un
partito che ha una numerosit di consensi limitata ad un quarto - un

136 terzo dellelettorato: si determinerebbe una elevatissima distorsione


tra la volont espressa dagli elettori e il risultato in seggi con vulnus
intollerabile delleguaglianza del voto e del principio stesso di sovra-
nit popolare (secondo lart. 48 della Costituzione il voto libero e
uguale).
La riforma costituzionale combinata con lItalicum - come hanno
denunciato eminenti costituzionalisti e politologi tra cui Alessandro
Pace, Lorenza Carlassare, Gustavo Zagrebelski, Gianfranco Pasquino,
Nadia Urbinati - anzich assicurare una reale e virtuosa efficienza
al circuito istituzionale trasformerebbe in modo irreversibilmente
involutivo limpianto democratico accentuando quella deriva di
natura esecutivistica che Maurizio Viroli ha definito come uno sci-
volamento verso forme di principato civile. Vi quindi il rischio di
uno stravolgimento dellequilibrio tra il principio di rappresentanza
e listanza della governabilit/decisionalit e la concreta possibilit
che le disfunzionalit possano portare ad una riduzione degli spazi
di democrazia, ad un assetto incoerente e non sostenibile e ad un
impoverimento dellarmatura costituzionale con esiti negativi per la
comunit nazionale.
OMICIDIO STRADALE 137
LEGGE ContraddittoriA
STATO DI DIRITTO
PI DEBOLE
Rendere lomicidio stradale colposo una fattispecie
autonoma di reato, prevedendo pene elevatissime per le
ipotesi pi gravi, una decisione che avrebbe dovuto essere
ponderata con pi cura. Nella nuova legge balzano agli
occhi contraddizioni e lacune. C il dubbio ragionevole
che il legislatore abbia voluto privilegiare esigenze
di carattere elettoralistico sullonda dellemotivit.
Eppure il fenomeno dei morti sulle strade
(lo dice lIstat) in costante calo dal 2001
RONNY SPAGNOLO

L o scorso 2 marzo il Senato ha approvato, in quinta ed ul-


tima lettura, il disegno di legge volto ad introdurre nellOrdinamento
il reato rubricato come omicidio stradale. Il 25 marzo 2016 il
ddl diventato a tutti gli effetti legge dello Stato, applicabile solo
per il futuro e senza alcun effetto retroattivo ai sinistri stradali che
provochino morti o feriti.
Cerchiamo allora di capire a grandi linee che cosa cambia con la nuova
disciplina, non prima daver chiarito alcuni aspetti.
Unipotesi aggravata di omicidio colposo stradale non affatto
nuova allOrdinamento, essendo gi prevista dalla vecchia normativa.
Lart. 589 C.p. previgente, infatti, puniva lomicidio colposo comune
con una pena che andava dai sei mesi ai cinque anni di reclusio-
ne. La stessa norma prevedeva tuttavia anche unipotesi aggravata
di omicidio colposo commesso con violazione delle norme sulla cir-
colazione stradale, punendola con una pena ricompresa tra i due e
i sette anni di reclusione. Infine, la stessa normativa contemplava
138

unipotesi ulteriormente aggravata punita con la reclusione da tre


a dieci anni - qualora lomicidio colposo stradale fosse commesso
da persona alterata per leffetto di sostanze stupefacenti oppure in
stato di ebbrezza, con un livello di alcol nel sangue superiore a 1,5
g/l. Vediamo allora quali sono le principali novit introdotte dalla
nuova disciplina.

Cosa resta e cosa cambia


Punita lalterazione psicofisica del conducente-omicida

Innanzitutto, il c.d. omicidio stradale, prima contemplato come


forma aggravata di omicidio colposo comune, diventa ora un reato
autonomo, definito dallart. 589-bis C.p. Da questo punto di vista,
tuttavia, la riforma avr un effetto poco pi che simbolico, dato che
entrambi gli effetti che si perseguono in genere nella trasformazione
di una circostanza aggravante in un reato autonomo ovverosia lal-
lungamento dei termini di prescrizione e limpossibilit di abbassare
la pena concretamente irrogata dal giudice mediante il bilanciamento
dellaggravante con le concorrenti circostanze attenuanti erano gi
ampiamente garantiti dalla vecchia disciplina.
Il nuovo delitto di omicidio stradale di cui allart. 589-bis C.p.,
ovverosia lomicidio colposo commesso con violazione delle norme
che regolano la circolazione stradale, ora punito con una pena
dai due ai sette anni di reclusione pari a quella prevista dalla
vecchia disciplina. Da questo punto di vista, quindi, niente cambia.
Differentemente dalla normativa precedente, invece, viene commi-
nata una pena davvero draconiana dagli otto ai dodici anni di
reclusione per le ipotesi di omicidio stradale commesse da persone
che si siano poste alla guida in stato di alterazione psicofisica con- 139
seguente allassunzione di stupefacenti oppure in stato di ebbrezza,
semprech venga accertato un livello di alcol nel sangue superiore a
1,5 g/l. Attenzione per: per i conducenti professionali o di mezzi
pesanti la nuova ipotesi aggravata di reato scatta gi a partire dalla
soglia dello 0,8 g/l.
Vengono infine puniti con la reclusione da cinque a dieci anni
coloro che, con violazione delle norme sulla circolazione stradale,
provochino, per colpa, la morte di una persona in una di queste
specifiche ipotesi:
- Guidando in stato di ebbrezza con un livello dalcol nel sangue
pari o superiore a 0,8 g/l, ma inferiore a 1,5 g/l; al di sopra scatter
invece lipotesi super aggravata di cui sopra;
- Procedendo in centro abitato ad una velocit pari o superiore al
doppio di quella consentita e comunque non inferiore a 70 km/h,
oppure in strade extra-urbane ad una velocit di almeno 50 km/h
superiore a quella consentita;
- Attraversando un incrocio col semaforo rosso oppure procedendo
contromano;
- Invertendo il senso di marcia in prossimit di incroci, dossi o
curve, oppure sorpassando altri automezzi in corrispondenza di
attraversamenti pedonali o con linea continua;
Allart. 590-bis C.p. viene inoltre introdotta una nuova ipotesi autono-
ma di reato di lesioni personali stradali gravi o gravissime,
anche in questo caso con la previsione di limiti di pena differenziati
a seconda delle diverse ipotesi parallelamente previste anche per
lomicidio stradale.
Viene infine previsto il c.d. ergastolo della patente, ovverosia la
revoca della patente e limpossibilit di conseguirne una nuova per
un periodo che va dai dieci ai trentanni nei casi di omicidio stradale
e dai cinque ai dodici anni nelle ipotesi di lesioni personali stradali.
Complessivamente, quindi plausibile che la riforma entrata in vigore
avr effetti piuttosto sensibili, nel senso di determinare lunghi periodi di
carcerazione per coloro che provocheranno sinistri stradali con morti o
feriti. Daltronde, si tratta di un provvedimento lungamente promosso
dalle associazioni dei parenti delle vittime della strada che,
evidentemente, voleva dare allopinione pubblica un segnale forte e tan-
gibile di impegno nel contrasto di quelle condotte che, pur non essendo
volontarie, provocano danni tanto gravi e irreparabili.
Ci premesso, tuttavia, non possono sottacersi alcune forti perplessit
destate sotto diversi aspetti dalla riforma.

140
La libert delle persone un valore assoluto
Questa una legge emotiva o razionale?

I numeri parlano. Innanzitutto, bisogna chiedersi se una normativa


tanto rigorosa fosse davvero necessaria. Lutilizzo dello strumento
penale, infatti, comporta sempre un grave sacrificio della libert
personale del cittadino al cospetto dello Stato che, in linea di mas-
sima, pu dirsi accettabile soltanto quando sia volto a contrastare
comportamenti gravi e sensibilmente dannosi per la societ, rispetto
ai quali non sembrino prospettabili altri efficaci mezzi di contrasto.
La privazione della libert di una persona, in un ordinamento auten-
ticamente liberale, deve rappresentare lextrema ratio. Per fare tali
valutazioni, inoltre, sarebbe auspicabile che il Parlamento si com-
portasse in maniera razionale, guardando ai numeri del fenomeno,
piuttosto che farsi trasportare dalle emozioni del momento. Quali
sono allora i numeri del fenomeno in questione? Esiste veramente
una emergenza da contrastare?
Ebbene, basta consultare il sito dellISTAT1 per evincere quanto segue.
I morti in Italia a causa di incidenti stradali erano stati 7.096 nel 2001,
per poi scendere costantemente, anno dopo anno, al livello di 3.381
nel 2014. Limitando lanalisi al Veneto e alla provincia di Vicenza,
scopriamo che i morti come conseguenza di incidenti stradali erano
stati rispettivamente 963 e 99 nel 2011, per calare drasticamente ai
numeri di 325 e 50 nel 2014. In quindici anni si sono pi che di-
mezzati e il trend si mostra tuttora in continua diminuzione.
Se invece prendiamo in considerazione i soli pedoni morti a causa
di sinistri stradali, scopriamo che nel 2001 in Italia erano stati 932,
mentre nel 2014 si erano quasi dimezzati a quota 548. Quanto al
Veneto e alla provincia di Vicenza, i pedoni deceduti in incidenti
stradali erano stati rispettivamente 48 e 7 nel 2001, per diventare 38
e 4 nel 2014. Passando infine ai feriti in incidenti stradali, in Italia
furono 373.286 nel 2001 per passare diminuendo costantemente
al numero di 251.147 nel 2014. Limitando lanalisi al nostro territorio
regionale e provinciale, i feriti sulla strada erano stati rispettivamente
30.535 e 4.687 nel 2001 per calare costantemente fino ai 19.512 e
3.074 nel 2014. Anche in questo caso la decrescita davvero impres-

1
http://dati.istat.it/Index.aspx?DataSetCode=DCIS_MORTIFERITISTR1.
sionante, al contrario di quel che vorrebbe invece suggerire una certa
campagna di stampa piuttosto incline a cavalcare le emozioni della
tragedia di turno anzich ad analizzare razionalmente i problemi. Se
questi sono i numeri del fenomeno, sembra davvero difficile sostenere 141
che in Italia vi fosse unemergenza da contrastare e, pertanto, sembra
pi che lecito chiedersi se un provvedimento come quello pocanzi va-
rato, che chieder a tanti cittadini un sacrificio cos pesante in termini
di perdita della libert personale, fosse davvero giustificabile.

Il possibile effetto boomerang

In secondo luogo, vi chi ha gi fatto notare come un innalzamento


tanto marcato delle pene potrebbe determinare un effetto contrario
a quello perseguito. Se infatti il responsabile di un sinistro stradale
si trova a dover fare i conti col rischio di passare i prossimi anni in
galera, potrebbe essere maggiormente indotto alla fuga, a tutto
danno della vittima che necessiterebbe invece di immediato soccorso.
infatti vero che la normativa prevede unaggravante per chi si dia
alla fuga dopo lincidente, ma nella sinistra contabilit della pena
la possibilit di farla franca, evitando un decennio di carcerazione,
potrebbe fungere da stimolo psicologico assai pi robusto rispetto al
deterrente costituito dalla mera eventualit di incorrere nellaggra-
vante qualora lautore venisse identificato.

Giustizia vuol dire rispetto delle proporzioni

Giustizia proporzione. Proseguendo con lanalisi, merita di


essere considerata lobiezione forse pi pregnante rivolta contro la
nuova disciplina: la sproporzione delle pene previste rispetto alla
reale colpevolezza dellautore del reato. La nuova disciplina spinge i
limiti di pena di questa particolare ipotesi di omicidio colposo e,
parallelamente, un ragionamento analogo potrebbe farsi per le lesio-
ni colpose a livelli sovrapponibili con quelli propri dellomicidio
preterintenzionale e non molto distanti dai livelli di pena stabiliti
per lomicidio volontario.
Punire ovviamente un atto di giustizia, necessario per conservare un
certo ordine nella societ e garantire lintegrit e le libert di ognuno di
noi. Quando tuttavia si perde di vista la proporzione tra lentit della pena
e la reale colpevolezza del responsabile, punire rischia di degenerare in
un atto di violenza. In questo modo la pena e la vendetta finiscono per
confondersi. Se questo vero, vien da chiedersi se sia legittimo trattare in
modo tanto simile fenomeni invece cos diversi tra loro: come lomicidio

142 voluto di una persona e quello che, per quanto grave sia la colpa che lha
cagionato, non era comunque perseguito dal responsabile. Daltronde,
nei reati colposi il verificarsi dellevento illecito che determina lap-
plicazione della pena spesso legato a fattori del tutto casuali.

Il caso specifico: una sola colpa


due sanzioni diversissime

Si pensi, solo a titolo di esempio, al sorpasso azzardato eseguito in


linea continua. Ebbene, in genere si tratta di una condotta peraltro
tuttaltro che infrequente punibile con una semplice sanzione
amministrativa ammontante a poche centinaia di euro. Qualora
tuttavia, per un mero caso quale il sopraggiungere di un altro veicolo
nel momento sbagliato, ci provochi la morte o il ferimento di qualcuno,
con la nuova disciplina il responsabile rischier una pena che va da
cinque a dieci anni di reclusione. In entrambi i casi lautore del
fatto ha tenuto lo stesso identico comportamento colposo, in entrambi
i casi questultimo non voleva assolutamente causare alcun sinistro.
Dovremmo allora ammettere che un trattamento sanzionatorio tan-
to radicalmente differenziato nei due casi non trova minimamente
giustificazione nella colpevolezza dellautore, che assolutamente
sovrapponibile nelle due ipotesi. E si badi bene, che per lo stato di
ebbrezza il ragionamento non molto dissimile. Rimettere lappli-
cazione di una pena tanto grave al superamento di una soglia di con-
centrazione alcolica nel sangue, significa farla dipendere da fattori
ampiamente accidentali rispetto ai quali la capacit di controllo del
responsabile marginale. A fare la differenza nella vita di una persona
sar in larga parte il caso. Ma quale Giustizia fa dipendere il proprio
responso dal caso?
Un tale effetto peraltro aggravato dal fatto che il legislatore, nel
punire esemplarmente i guidatori che causino incidenti sotto lef-
fetto di alcol o stupefacenti, neppure ha preteso che il sinistro fosse
diretta conseguenza di tali condizioni. Orbene, lautomobilista verr
punito con anni di carcere per essersi messo alla guida in quello stato
senza neppure verificare che questultimo sia stato davvero la causa
dellincidente e, conseguentemente, della morte o del ferimento di
altre persone. Tutto questo non fa altro che dilatare ulteriormente il
gi ampio divario, in termini di proporzione, tra la pena prevista dal
legislatore e la concreta colpevolezza del responsabile.
Chiudendo questa riflessione, sembra quindi lecito chiedersi se pene
tanto elevate in relazione a comportamenti colposi, peraltro piuttosto
comuni, siano davvero giustificabili o, piuttosto, non siano altro che
una forma di fuga dalle proprie responsabilit da parte dello Stato 143
che, piuttosto che investire sulla prevenzione, si limita ad assecon-
dare il comprensibile desiderio di vendetta dei parenti delle vittime,
accontentandosi di punire esemplarmente qualche malcapitato.
davvero questa la via giusta per garantire la sicurezza sulle strade?

Ipocrisia di Stato? Con lalcool non va fino in fondo


e trascura del tutto la fattispecie del telefonino

Ancora, non pu sottacersi come la disciplina in commento sembri


trovare origine in un atteggiamento piuttosto ipocrita dello Stato.
Con questa riforma, infatti, il legislatore dichiara guerra al fenomeno
della guida in stato di ebbrezza, certamente causa di tanti sinistri
nel nostro Paese, imponendo sanzioni davvero draconiane. Nel con-
tempo, tuttavia, il legislatore non sembra essere conseguente con le
intenzioni dichiarate e non intraprende con coraggio quella strada
- peraltro gi percorsa da tempo dai paesi dellEuropa settentrionale
per contrastare il medesimo fenomeno - che segnerebbe davvero
una svolta in questambito: vietare la guida in stato di ebbrezza del
tutto a prescindere dal livello di alcol nel sangue, senza pi
la previsione di soglie.
La scienza ci insegna invero come gi bassi livelli di alcol nel san-
gue siano pi che sufficienti per compromettere la capacit di reazione
del conducente e, soprattutto, per inibirne la sensazione di pericolo.
Se allora la volont del legislatore era veramente quella di dichiarare
guerra allalcol sulle strade, c da chiedersi per quel motivo abbia
trascurato questo aspetto. Ad essere maliziosi, verrebbe da pensare
che lItalia, in cui prolifica una fiorente industria dellalcol, non possa
permettersi di andare fino in fondo in questa battaglia e preferisca
perci limitarsi a sacrificare sullaltare dellopinione pubblica qualche
capro espiatorio, rinunciando cos a risolvere il problema.
Un altro sintomo che, sempre ad essere maliziosi, potrebbe indurre
a ritenere che il legislatore abbia approvato il provvedimento pi
per attrarre il consenso dellelettorato che per risolvere un reale
problema, si annida nelle scelte dei comportamenti da contrastare.
Non pare infatti azzardato affermare che, oggi come oggi, uno dei
comportamenti al contempo pi diffusi e pi pericolosi sulla strada
sia quello rappresentato dalle distrazioni derivanti dalluso del
144

Queste due
significative
immagini
sulluso del
telefonino alla
guida sono state
diffuse dalla
Polizia stradale
di Ravenna
nellambito della
locale campagna
di educazione
stradale

telefono cellulare durante la guida. Basta guardarsi attorno per


verificare come luso disinvolto del telefono alla guida (per telefonare,
leggere e scrivere messaggi o magari spudoratamente per consultare
social network o giornali on-line) sia estremamente diffuso. Quanto
alla pericolosit dello stesso comportamento non occorre spendere
molte parole, essendo di tutta evidenza. Ogni volta che abbassiamo
lo sguardo sullo schermo del nostro onnipresente smartphone, la-
sciamo che la nostra macchina proceda per decine e decine di metri
senza alcun controllo.
Orbene, nonostante ci il legislatore non ha previsto questo com-
portamento tra quelli che integrano lipotesi aggravata di omicidio
stradale. Anche in questo caso, ad essere maliziosi si potrebbe insi-
nuare il sospetto che, un legislatore eminentemente preoccupato di
catturare il consenso dellopinione pubblica, abbia intenzionalmente
evitato di punire eccessivamente un comportamento tanto diffuso.
Un provvedimento del genere avrebbe probabilmente intimorito
troppo potenziali elettori, rendendo cos meno spendibile la riforma
in termini di marketing elettorale.

145
Il carcere non risolve automaticamente tutti i problemi

Contraddizioni crescono. Proseguendo con lanalisi, sembra


lecito chiedersi quale significato possa avere sbattere in galera
qualche migliaio di cittadini responsabili di sinistri stradali colpo-
si, ma comunque involontari, quando quasi tutti gli anni il nostro
legislatore costretto ad approvare provvedimenti clemenziali
volti ad alleggerire la sempre eccessiva popolazione carceraria. Ha
davvero senso spalancare le porte delle carceri per coloro che si sono
resi responsabili della commissione di reati dolosi per poi metterci
dentro cittadini che hanno sbagliato un sorpasso? Data limpossibilit
di recludere tutti in carcere, forse sarebbe stato preferibile escogitare
sanzioni alternative per i responsabili di illeciti colposi, riservando
la carcerazione soltanto a coloro che si siano macchiati di gravi reati
volontari.
Daltronde, anche a prescindere dallimpossibilit di sostenere una
popolazione carceraria eccessiva, militano a sfavore di una tale scelta
di politica criminale anche ragioni di opportunit. Lidea, purtroppo
tanto diffusa nellopinione pubblica, per cui il carcere sia la panacea
di tutti i mali contraddetta dai numeri. La detenzione, il pi delle
volte, non soltanto non risolve alcun problema, ma ne crea a sua volta
di nuovi. Il carcere, soprattutto in Italia, anzich riabilitare chi ha
sbagliato mettendolo in condizione di tornare a vivere onestamente
in societ, spesso e volentieri non fa altro che formare nuova de-
linquenza. C perci da chiedersi quali vantaggi il paese immagini
di ottenere rinchiudendo per anni in istituti penitenziari, ovviamente
a spese del contribuente, migliaia di persone che hanno colposamente
provocato sinistri stradali. Non erano forse percorribili altre vie?
Le strade saranno veramente pi sicure da oggi in poi?
C da dubitarne.
rs@avvocatoronnyspagnolo.it
146 KURDISTAN
FRA ISIS E TURCHIA
EROISMI, ECCIDI
LA NUOVA RESISTENZA
Allinizio tutti o quasi ne tessevano le lodi in quanto
baluardo contro lIsis. E dei curdi si continuato a scrivere
e parlare anche in questi primi mesi del 2016. Con qualche
grave dimenticanza: la tragedia delle citt curde
in territorio turco, assediate per mesi, bombardate,
con vittime civili, soprattutto donne e bambini, con decine
di persone bruciate vive negli scantinati

GIANNI SARTORI

U ccisioni, coprifuoco, assedio...e poi anche le armi chimiche.


In febbraio cresceva la preoccupazione per le citt curde assediate (Cizre,
da quasi 60 giorni, Sur anche di pi...) e giungeva notizia che i soldati tur-
chi impedivano perfino alle ambulanze di soccorrere i feriti, in gran parte
donne e bambini.
Dopo quasi tre mesi di assedio e repressione la situazione era sempre pi
grave. Mentre decine di migliaia di persone nei territori curdi sotto am-
ministrazione turca venivano quotidianamente sottoposte a pesanti bom-
bardamenti, negli ultimi giorni lesercito turco aveva massacrato oltre 60
persone a Cizre. Attaccati anche gli edifici dove trovavano rifugio i feriti e
si parlava delluso di armi chimiche (una conferma dalle immagini di corpi
completamente bruciati. Avanzo unipotesi: fosforo bianco come gli USA
a Falluja?). In una cantina di Cizre sottoposta a bombardamento erano
ancora bloccati 19 feriti di cui non si avevano pi notizie e non si escludeva
che fossero stati passati per le armi (come poi confermarono le immagini su
un account twitter vicino allASKP). Ancora in gennaio la deputata Leyla
Birlik (esponente di HDP) aveva denunciato che alcuni cadaveri abbando-
nati nelle strade risultavano completamente bruciati.*
Un episodio, uno dei tanti, che rende lidea di cosa sia avvenuto in questi mesi
nel Bakur (Kurdistan sotto
amministrazione turca): il 15

147
novembre 2015 una donna
curda, Selamet Yeilmen,
incinta e madre di cinque
bambini, veniva assassina-
ta mentre stava scendendo
le scale dal secondo piano
per raggiungere il giardino
con le figlie Sevcan e Fikret
(rispettivamente di 13 e 14
anni). Un Cobra blindato
dellesercito turco, posizio-
nato davanti alla loro casa in
via Frat Bayurt aa,
aveva sparato contro di esse. Selamet Yeilmen era morta sul colpo mentre le
due ragazzine rimanevano gravemente ferite. I soldati sparavano poi anche
contro Yilmaz Tutak, lasciandolo a terra gravemente ferito, mentre cercava
di soccorrere le due figlie di Selamet.
In un comunicato del novembre 2015 si poteva leggere che lo stato turco e
il governo dellAKP continuano a compiere attacchi militari contro le citt
del Kurdistan; interi quartieri vengono distrutti e civili indifesi vengono
assassinati. Il coprifuoco militare di 12 giorni a Silvan ha lasciato la citt
in macerie. Case e attivit commerciali sono state deliberatamente prese
di mira, bruciate, distrutte. La citt in gran parte inagibile e almeno 15
civili sono stati uccisi durante il coprifuoco; quanto ai feriti (molti in gravi
condizioni) si contano a dozzine. In queste circostanze sono stati usati carri
armati, cannoni ed elicotteri.

Crimini di guerra ripetuti, citt kurde


completamente distrutte

Nel frattempo, eventi analoghi si verificavano nella provincia di Mardin e in


quella di Nusaybin. In molte aree era stato introdotto il coprifuoco militare
(24 ore su 24) e contemporaneamente gli attacchi si succedevano senza tregua.
A Silopi, una provincia di Sirnak, il 12 novembre 2015 la gendarmeria di-
strettuale aveva lanciato varie bombe micidiali (dette bombaatar) nella
via ehit Harun. Alcuni civili, Servet Cin, Hiyar Konur, Fatma Yiit, Evin
Harput e un altro non identificato, rimanevano feriti in varie parti del corpo.
Queste azioni ingiustificabili (in quanto rivolte contro civili inermi) avve-
nivano quotidianamente a Diyarbakr, Cizre, Gever, rnak, Hakkri, Van e
nella maggior parte del Kurdistan dove ormai era in corso una guerra vera
e propria. Va sottolineato e denunciato che le forze dello Stato turco non si
sentono in guerra solo con la guerriglia (PKK, Partito dei lavoratori curdi),
ma colpiscono deliberatamente anche i civili (con metodi da esercito di
148

Donne kurde, a Kobane, dopo la vittoria contro il Daesh.

occupazione) e distruggono le citt curde con autentiche violazioni delle


stesse leggi di guerra. In questi sei mesi nel Kurdistan turco lo Stato ha
commesso crimini di guerra in quanto, come ricordano le organizzazioni
curde sta cercando di sterminare i curdi attraverso lassimilazione e le
politiche repressive ignorando qualsiasi appello e proposta di soluzioni
pacifiche provenienti dai curdi. Questo conduce inevitabilmente a esaspe-
rare il conflitto armato. Le organizzazioni curde lo hanno detto e ripetuto:
La soluzione non il conflitto, al contrario sta nel dialogo e nel negoziato.
Fino a quando lopinione pubblica internazionale potr continuare a non
voler vedere la situazione dei curdi e del Kurdistan? E soprattutto, fino
a quando la loro richiesta di pace dovr rimanere inascoltata? Ancora in
novembre lUfficio di Informazione del Kurdistan in Italia (UIKI) rivolgeva
un appello a tutte le organizzazioni e a tutti gli individui che sostengono la
pace e la democrazia di opporsi alla brutale campagna in atto contro i curdi
e di contribuire a una soluzione pacifica del conflitto curdo.
Una risposta non sembra essere arrivata.

Ankara ha il completo, indiscusso sostegno della Nato


LUnione Europea indifferente e impotente

Era invece arrivato, in febbraio, il nuovo Piano dazione in dieci punti


della Turchia. Presentato dal primo ministro turco Davutoglu, il piano
149

prevede leliminazione delle differenze tra nazione e Stato, unespressione


che evoca la definitiva negazione dellidentit curda. Quanto ai metodi previsti
per ristabilire lordine pubblico evidente che saranno quelli impiegati ormai
da mesi: repressione e massacri. Un piano da 9 milioni di dollari (almeno quelli
gi previsti) a cui contribuiranno anche i finanziamenti europei. Notoriamente
Ankara gode dellaperto sostegno della Nato (in chiave anti russa) e del
sostanziale, tacito assenso da parte dellUe. Al punto che proseguono da mesi,
nonostante le proteste del governo locale, anche i bombardamenti degli F 16
turchi in territorio iracheno, sui monti di Qandil dove si rifugiano i guerriglieri
del PKK. lecito comunque pensare che se negli ultimi mesi lo stato turco ha
potuto bombardare e massacrare impunemente la popolazione curda entro i suoi
stessi confini, parte del merito spetta anche ad uninformazione quantomeno
reticente e tardiva. Non senza ragione in marzo UIKI interveniva nuovamente
rivolgendosi allopinione pubblica internazionale: Lobiettivo principale
della UE non dovrebbe essere quello di proteggere i diritti uma-
ni fondamentali, la democrazia e la pace?, sollecitando quindi i
responsabili politici europei a: condannare le azioni dello Stato turco e
portare questi criminali di guerra davanti ai vostri tribunali. Speranza
vana, presumibilmente, dato che la Turchia, membro della Nato, difficil-
mente verr mai giudicata da un tribunale internazionale.

Settecento civili curdi uccisi dallesercito turco in sei mesi

Si calcola che i civili curdi uccisi in sei mesi a Cizre, Silopi, Gever, Sur,
Nusaybin e Idil siano stati oltre 700 (almeno quelli finora identificati). Tra
150

La rivoluzione delle donne in Rojava

questi, circa 150 risultano essere stati bruciati vivi allinterno degli scantinati
dove cercavano di ripararsi dai bombardamenti.
Il 10 e l11 marzo 2016 il Partito democratico delle regioni (DBP) aveva
diffuso i risultati dellindagine svolta a Cizre. La maggior parte delle vit-
time sono bambini, donne e anziani trattati dallesercito di Ankara come
nemici combattenti. Molti di loro (in particolare quelli bruciati) hanno
avuto soltanto una sepoltura anonima mentre altri corpi (e parti di corpi
smembrati) si trovavano ancora tra le macerie. Sconvolgente lo spettacolo
di alcuni cadaveri che apparivano amputati, torturati, tagliati a met.
A scopo intimidatorio, anche molti animali domestici erano stati uccisi e but-
tati in mezzo alle strade mentre sui muri i mercenari turchi scrivevano frasi
ingiuriose, razziste e sessiste, contro la popolazione curda e contro le donne
in particolare. Niente da invidiare, come mentalit, ai fascisti islamici di Isis.
Almeno l80% del distretto risultava fortemente danneggiato dai bombar-
damenti operati dallesercito turco che aveva fatto ampio uso di carri armati
contro le abitazioni.
A Cizre la maggior parte dei quartieri (Cudi, Nur, Sur, Yasef...) hanno subito
80 giorni di coprifuoco, almeno 500 edifici risultano completamente distrutti
e oltre 2000 gravemente danneggiati. I militari, inoltre, si sono accaniti
sparando contro mobili, armadi, letti, frigoriferi, condizionatori etc. Dan-
neggiate seriamente anche la rete idrica e le fognature. Una vera e propria
rappresaglia per intimidire e punire (ma di cosa? del fatto di esistere e di
essere curdi?) collettivamente la popolazione. Quanto alle abitazioni rimaste
in piedi, molte venivano occupate dai militari.
Tra le richieste immediate del DBP lautorizzazione per i comitati nazionali
e internazionali di visitare il distretto e lavvio di politiche democratiche

151
allo scopo di evitare che simili catastrofi si ripetano in futuro augurandosi
che la Commissione guidata dal foro degli avvocati sia in grado di perseguire
legalmente e punire gli avvenimenti succedutesi nel distretto.
Gli osservatori del DBP concludevano dicendo di voler sottolineare ancora
una volta il dolore immenso, la ferocia e la sofferenza che sono stati vis-
suti a Cizre durante il coprifuoco durato 80 giorni. E gli effetti umilianti
e dolorosi della feroce repressione sono ancora ben visibili sui volti degli
abitanti.
Tuttavia, nonostante tutto quello che successo, questi appaiono resistenti
e fiduciosi. Non solo. Molti intervistati si dicono pronti a tutto, affinch
altre persone non debbano affrontare quello che ci troviamo di fronte.

Ozlem Tanrikulu: Usa, Europa e media a due facce

Lesponente del KNK (Congresso Nazionale del Kurdistan) e presidente


di UIKI-Onlus, Ozlem Tanrikulu, ci aveva confermato che effettivamente
registriamo un atteggiamento a due facce da parte dellEuropa e degli
Stati Uniti, ma pi che lopinione pubblica questa doppiezza riguarda i
governi e i media. I curdi diventano eroi, nel nome della civilt, quando
difendono Kobane e sconfiggono lISIS, mentre sono sospettati addirittura
di terrorismo quando chiedono al governo turco il rispetto dei loro diritti.
La lotta per creare una comunit libera, equa, egualitaria e ecologica nel
Rojava, la stessa lotta delle popolazioni nelle citt del Bakur (Kurdistan
sottoposto ad amministrazione turca). La differenza sta solo nel fatto che
questa lotta nel Bakur si scontra con i piani del governo turco. I governi
di Stati Uniti e Europa hanno la loro convenienza nel mascherare il carat-
tere autoritario e antidemocratico del governo di Erdogan che opprime
allo stesso modo i curdi come i turchi che desiderano una nazione libera e
rispettosa di diritti fondamentali.
Quanto alla politica repressiva, a tratti genocida, adottata dal governo
turco nei confronti della popolazione curda negli ultimi mesi, sarebbe una
conseguenza del grande successo dellHDP, sia nellelezione di giugno che
in quelle di novembre (elezioni queste ultime volute da Erdogan proprio
per cancellare la presenza politica libera e autonoma dei curdi, nda). Un
successo elettorale percepito come un pericolo per le mire autoritarie del
sultano di Ankara.
LAutonomia Democratica diventata la pratica quotidiana di milioni di
donne e di uomini. Ma lattuale governo turco orientato a difendere solo
gli interessi dei grandi oligopoli e della grande finanza.
Contro questa alternativa il governo turco ha scatenato una guerra vera
e propria, schierando lesercito contro i civili, decretando il coprifuoco e
bombardando le case.
Altre prove della complicit turca con lIsis

152 Rinfreschiamoci la memoria: Isis assassino, AKP collaborazionista grida-


vano i manifestanti turchi scesi in strada per protestare contro il loro stesso
governo, ritenuto complice dello stato islamico, dopo gli attentati del 20
luglio 2015 in cui avevano perso la vita 32 militanti di sinistra.
Nel marzo 2016 altre prove sono emerse a conferma di questa collabora-
zione in chiave anti curda e anti Assad. In un articolo di Martin Chulov (sul
Guardian, marzo 2016) veniva spiegato come tra gli effetti collaterali di un
recente raid contro il complesso residenziale di Abu Sayyaf (responsa-
bile finanziario dello stato islamico, ucciso nel raid), vi fosse il rinvenimento
di ulteriori prove sui rapporti tra funzionari turchi di alto livello con dirigenti
di Isis (o Isil, o Daesh...).
Per la cronaca: Sayyaf era il responsabile della direzione delle operazioni del
gas e del petrolio in Siria per conto di Daesh che guadagna circa 10 milioni
di dollari al mese dalla vendita di idrocarburi al mercato nero.
Il sequestro di vari documenti e chiavette (unit flash) confermavano i
collegamenti tra Turchia e Isis. Le prove cos ottenute potrebbero (riportando
le dichiarazioni di un alto funzionario occidentale che ha potuto accedere
ai documenti sequestrati): avere profonde implicazioni politiche nel rap-
porto tra noi e Ankara.
Niente di nuovo. Le buone relazioni tra Ankara e lIsis (in particolare il va-
sto contrabbando di armi e di combattenti verso la Siria, sia per provocare
la caduta di Bashar Assad che, soprattutto, per combattere i curdi) erano
stati denunciati perfino da Joe Biden. Va ricordato quanto dichiarava nel
novembre 2015 un ex membro di Isis a Newsweek: I comandanti di Isis ci
avevano detto che non temevano nulla perch cera piena cooperazione con
i turchi aggiungendo che Isis vedeva lesercito turco come un suo alleato
specialmente quando si trattato di attaccare i curdi in Siria.
E in febbraio, anche un diplomatico occidentale aveva detto al The Wall
Street Journal che: la Turchia adesso intrappolata, ha creato un mostro
e non sa come affrontarlo.

Anche turkmeni e arabi nel mirino di Daesh e Ankara

Mi aveva sinceramente colpito la notizia (risalente ancora al 2014) che i


militanti curdi del Pkk erano intervenuti per portare in salvo gli abitanti di
un villaggio di turkmeni attaccato dallIsis. Ma come, mi dicevo, non sono
stati forse i turcomanni (popolazione linguisticamente turcofona) a col-
laborare in passato con la Turchia contro i curdi (si veda lattacco al campo
profughi di Atrush nel 1997)?
Come mai ora vengono attaccati dallIsis, notoriamente in batteria con
Ankara? Forse dipendeva dal fatto che quel villaggio aveva, agli occhi dei
fascisti di Isis, un grave difetto: gli abitanti sarebbero stati in maggioranza
sciiti e quindi eretici. Bont loro, i curdi (che evidentemente non portano
rancore) si sono prodigati per proteggerli, cos come hanno fatto con cristiani,

153
alawiti ed ezidi. Questi ultimi, una popolazione curda, vengono considerati
ancora peggio che eretici (pagani addirittura) da Isis che si conferma come
lodierna versione islamica della Santa Inquisizione.
Un altro villaggio a maggioranza turkmena (Tel Abyad) era stato attaccato
in marzo giorni da Isis. In un comunicato, Xali Redur denuncia che i
gangster di Daesh hanno massacrato 2 turkmeni, 3 curdi e 3 arabi, mentre
durante la nostra liberazione di Tel Abyad nessun civile era stato ferito.
E aggiunge il portavoce di Ypg: Con il sostegno dello stato turco, Daesh si
accinge a massacrare anche turkmeni e arabi della regione.

Che fine hanno fatto le donne ezide sequestraste da Daesh?

Un dramma senza fine quello delle donne curde ezide sequestrate a centi-
naia nellagosto del 2014, considerate bottino di guerra e violentate dai
terroristi di Daesh. Secondo il sindaco di Sinjar (nord Iraq) sarebbero state
deportate in altri paesi come lAfghanistan, il Pakistan, la Libia e la Cecenia.
Una notizia confermata dalle dichiarazioni di numerose donne ezide liberate,
dopo il pagamento di un riscatto, grazie allopera di mediatori.
In questo momento -ha spiegato il sindaco di Sinjar (liberata dalla coali-
zione curda il 13 novembre 2015) non sappiamo quante giovani donne
sono state portate al di fuori dellIraq e della Siria, ma riteniamo che Daesh
ha potuto farle uscire clandestinamente per via terra.
In precedenza altre donne erano state portate nelle citt di Mosul e di Tel
Afar, ma al momento si troverebbero in localit siriane ritenute pi sicure
per Daesh.
Ha poi aggiunto che molte donne sequestrate possono ancora utilizzare
i loro telefoni portatili, parlano con i loro familiari e chiedono di essere
riscattate. In base ai dati forniti da uffici governativi, delle oltre seimila e
duecento persone ezide sequestrate, quasi quattromila sono ancora nelle
mani dei rapitori e tra loro circa duemila sono donne e bambine.
Hussein Koro che si occupa delle persone sequestrate per conto del gover-
no regionale del Kurdistan iracheno (KRG) spiega che abbiamo pagato il
riscatto di molte vittime di rapimento ma non sempre il pagamento ga-
rantisce la liberazione delle donne rapite. In altri casi sono state le famiglie
a pagare anche se, purtroppo, talvolta le persone che si erano offerte come
intermediari sono risultate dei truffatori.
Secondo le associazioni per i diritti umani, migliaia di donne e ragazze ezide
sono state costrette a sposarsi o sono state vendute come schiave sessuali
dai terroristi di Daesh. Nel novembre dellanno scorso, lONU ha definito
lattacco alla popolazione ezida come un possibile genocidio.
Da parte sua il Parlamento europeo ha riconosciuto Daesh colpevole di
genocidio per aver rapito migliaia di donne curde ezide e ucciso migliaia
di uomini, donne e bambini a Shengal.
Sempre verso la met di marzo, mentre la Commissione del DBP rilevava
le nefandezze compiute dallesercito turco contro la popolazione curda di

154
Cizre, alla periferia di Singal (in arabo Sinjar, una cittadina a 120 km da
Mosul) riprendevano i combattimenti.
Il Pkk e i Peshmerga (i combattenti del Kurdistan iracheno del KRG, legati
al PDK di Barzani) si scontravano nuovamente con le milizie di Isis che ave-
vano riaperto le ostilit lanciando una decina di missili. Ricordo che Singal
era divenuta tristemente famosa nellagosto 2014 per gli eccidi qui perpetrati
dallIsis contro gli abitanti curdi yezidi, poi tratti in salvo dallintervento di
un centinaio di guerriglieri, donne e uomini, del Pkk.
Da segnalare un particolare inquietante: sui resti di uno degli ordigni lan-
ciati da Isis sono state trovate sostanze chimiche proibite dalle convenzioni
internazionali. Lepisodio ha riportato alla memoria della popolazione curda
la tragedia di Halabja.

Non c pace per il popolo kurdo

Nel 1988, da febbraio a settembre, con almeno otto attacchi chimici con-
secutivi, Saddam Hussein operava uno sterminio di massa (operazione
Anfal) nei territori curdi sotto amministrazione irachena. Utilizzando gas
proibiti dalle convenzioni internazionali, il dittatore (che allepoca godeva del
sostegno, anche militare, dellOccidente) intendeva punire una popolazione
ritenuta troppo ribelle. I morti furono quasi 200mila e centinaia di localit
curde scomparvero dalla carta geografica. Un vero e proprio tentativo di ge-
nocidio. Stando ai racconti dei sopravvissuti le bombe utilizzate dal regime
iracheno spandevano un odore di mela. Molti bambini uscirono in strada
gridando questo odore di mela, odore di mela. Non vedendoli rientrare
anche le madri uscivano a cercarli cadendo a loro volta vittime dei gas.
Per questo - mi raccontavano - abbiamo trovato tanti bambini morti
abbracciati alla loro mamma.
La strage pi nota quella di Halapja (16 marzo 1988) con oltre 5mila morti.
Anche Erdogan gode oggi del sostegno occidentale e ha potuto massacrare
un migliaio di civili curdi in sei mesi, cacciandone centinaia di migliaia
dalla loro casa e distruggendo intere citt. E giustamente si chiedevano:
dopo tutto questo, potr Erdogan sfuggire al verdetto della storia e alla
collera di un popolo decimato soltanto perch curdo?.
Intervenendo alla commemorazione del 16 marzo per il 28 anniversario
di Halapja, Emine Omer, ministro del cantone di Cizre, ha dichiarato
che contro la politica del massacro operata nel Kurdistan Nord (sotto
amministrazione turca) e nel Kurdistan siriano, non pu esserci che una
sola risposta: resistere. E proseguiva: Noi condanniamo il massacro di
Halabja in cui migliaia di persone sono state uccise. Quale era il crimine
commesso da queste persone inermi? Uno stato dittatoriale e fascista
voleva annientare i Curdi. I Curdi hanno resistito contro questi massacri
nel passato e oggi continuano a resistere. La nostra sola aspirazione di
vivere liberi sulla nostra terra.
Emine ha poi voluto ricordare che la rivoluzione era cominciata nel Kurdistan

155
siriano, a Qamislo, citt abitata oltre che dai curdi, da assiri, arabi e armeni
(e diventata nel frattempo la capitale di fatto del Rojava).
Sempre in merito al ruolo delle donne curde in lotta contro loppressione
degli stati (e ora anche contro la versione islamica del fascismo, lIsis) va
segnalata la partecipazione, in qualit di invitate donore, delle combat-
tenti curde delle YPJ alla seconda Conferenza mondiale delle donne che si
tenuta in Nepal (dal 13 al 19 marzo).
Alla presenza di 700 delegate provenienti da ogni parte del mondo hanno
pronunciato una loro esplicita dichiarazione: Le donne hanno il diritto di
educarsi, di prendere decisioni per se stesse e di seguire una formazione
ideologica e militare. Questo avvenuto con lorganizzazione di YPJ creata
come struttura autonoma. Le donne di YPJ combattono fiancoi a fianco
con gli uomini nella prima linea della resistenza e della guerra. Le donne
di YPJ combattono per la libert di pensiero, la difesa del loro popolo, per
esse stesse e per lumanit.

Kobane, Afrin e Jazira dichiarano lautonomia


Lesempio del Rojava/Siria

Per ora lultimo atto veramente significativo stata la Dichiarazione del 17


marzo del Consiglio Costituente per il Sistema federale nel Rojava/Siria
Settentrionale.
La nascita di una regione federale nel nord della Siria (Kobane, Afrin e Jazira)
e soprattutto il modello qui applicato di democrazia dal basso, (denominato
confederalismo democratico) aprono nuove prospettive sia per i curdi che per
le altre popolazione presenti nellarea (turkmeni e arabi, sciiti e cristiani...).
scontata lira di Erdogan e, magari in tono minore, quella del governo
siriano (che lo ha definito un atto incostituzionale). La regione rester
parte integrante dello stato siriano ma questa decisione non va nella dire-
zione auspicata da una parte della comunit internazionale (per esempio
dagli Usa) che vedrebbe con favore una frammentazione della Siria su base
etnica e religiosa (una soluzione fondata sostanzialmente sul settarismo). La
regione federale invece intende dotarsi di una struttura di governo fondata
sulla democrazia di base e di autogoverno delle comunit.
Nel comunicato del Consiglio Costituente per il Sistema federale nel
Rojava/Siria Settentrionale si annunciava che tutti i componente delle
forze politiche, partiti e attori sociali nei cantoni del Rojava e nelle aree
liberate dalle forze terroristiche hanno tenuto un incontro che risultato in
una visione politica complessiva per una soluzione in Siria e in un accordo
sul sistema di gestione per il Rojava/Siria settentrionale
In dieci punti veniva fornito un modello valido anche per il resto della Si-
ria fornendo una soluzione per lintera crisi siriana. Veniva amaramente
riconosciuto come attualmente la Siria si trova nella peggiore tragedia
della sua storia. Milioni sono dislocati e centinaia di migliaia di persone

156
sono state uccise, per non parlare dellimmenso danno alle infrastrutture
che la Siria ha sofferto . Tuttavia, nonostante questa tragedia stiamo as-
sistendo a unesperienza avanzata nel Rojava (). Grandi conquiste sono
state ottenute in questo periodo. Questa una vera opportunit di costruire
un sistema federale democratico.
In base alle decisioni che abbiamo assunto proseguiva il comunicato dei
Fondatori e Fondatrici del Consiglio dellUnione Federale Democratica del
Rojava/Siria settentrionale facciamo appello prima di tutto alle donne
che rappresentano una vita nuova e libera, cos come ai giovani, alle co-
munit, alle lavoratrici e ai lavoratori e a tutti gli altri settori sociali. Li
chiamiamo a unirsi a questo sistema federale e a organizzare e costruire
sistemi democratici federali e chiediamo a tutte le forze progressiste e
democratiche di sostenere i nostri sforzi.
Sicuramente un duro colpo per il governo turco che negli ultimi tempi era
riuscito a creare una milizia curda collaborazionista (analoga ai guardiani di
villaggio del sud-est turco, di fatto ascari di Ankara) denominata Nipoti
di Saladino e utilizzata contro il Pyd (Partito dellUnit democratica) e le
Ypg (Forze di difesa del popolo) del Rojava.
Sempre in chiave anti curda, Erdogan aveva immediatamente accusato il
Pkk dellultimo orrendo attentato in cui hanno perso la vita ben 37 persone.
Ma, come stato poi confermato, la strage era opera del Tak, un gruppo
curdo dissidente e in aperta ostilit con il Pkk.
La nuova Siria
che pu nascere dal Rojava, 157
regione curda del nord
1. Una futura Siria per tutti i siriani e questo quanto il sistema de-
mocratico federale sta ottenendo alla base di tutte le componenti sociali.
2. Lavorare alla costruzione di un sistema democratico federale per il
Rojava/Siria settentrionale.
3. I co-presidenti sono stati eletti dal Consiglio e sono sostenuti da 31
componenti.
4. Il comitato organizzativo ha avuto il compito di preparare un contratto
sociale e una visione politica e legale complessiva per questo sistema
entro un periodo che non vada oltre i sei mesi.
5. Listituzione di giustizia transitoria che rappresenta il sistema de-
mocratico federale per il Rojava/Siria settentrionale verr istituita dal
consiglio fondatore che viene considerato come amministrazione ad in-
terim fino alle elezioni generali sotto la supervisione delle Nazioni Unite.
6. La libert delle donne essenziale nel sistema federale democratico.
Le donne hanno il diritto a una partecipazione paritaria e alle responsa-
bilit decisionali per quanto riguarda le tematiche femminili. Le donne
saranno rappresentate alla pari in tutte le sfere della vita, compresi gli
aspetti sociali e politici.
7. La popolazione e le comunit che vivono nel sistema federale nel
Rojava/Siria settentrionale possono sviluppare le loro relazioni politiche,
economiche, sociali, culturali e democratiche con chi ritengono adatto
o condividere convinzioni con la popolazione e le comunit a livello re-
gionale e internazionale, purch questa relazione non interferisca con
gli obiettivi e gli interessi del sistema federale democratico.
8. Le regioni che le forze democratiche hanno liberato dalle organizza-
zioni terroristiche diventeranno parte del sistema federale democratico
del Rojava/Siria settentrionale in modo adeguato.
9. Lobiettivo del sistema democratico federale nel Rojava/Siria setten-
trionale a livello regionale di raggiungere ununione democratica di
tutta la popolazione nel Medio Oriente e progresso democratico in tutta la
popolazione che vive nel Medio Oriente, in tutti i settori, a livello politico,
economico, culturale e sociale. Se tagliamo i confini nazionali dello stato
possiamo vivere in pace e sicurezza gli uni con gli altri.
10. La realizzazione di un sistema federale e democratico avr luogo
allinterno di una Siria sovrana.

Una rivoluzione basata


sul confederalismo democratico
Ricordo che nel Rojava ( la regione curda a nord della Siria) in atto
una vera e propria rivoluzione basata sui principi del Confederalismo
Democratico. Dalleconomia, (attraverso una riorganizzazione e ridistri-
buzione della produzione e dei beni secondo i bisogni delle comunit e

158
delle persone); alla politica, (con il trasferimento di sempre pi ampi
poteri alle assemblee popolari di villaggio e di quartiere e con sistemi di
deleghe controllate dalla base per le decisioni che interessano ambiti pi
ampi); dal rapporto tra generi, (con la promozione di una straordinaria
partecipazione delle donne ed una lotta senza quartiere al maschilismo
e al patriarcato), allecologia, (con la costruzione di un diverso rap-
porto tra uomo e natura, pi autentico e rispettoso). In questo sforzo
comune, tutte le etnie, le religioni e gli orientamenti politici e culturali
(che condividano almeno le idee basilari di democrazia, equit e parit
di genere) convivono in pace e nel reciproco rispetto e contribuiscono
a dare impulso al cambiamento. Certo, ci spiegava Ozlem Tanrikulu
realizzare tutto questo in una regione dove prevalgono le ingiustizie
sociali, lintolleranza religiosa, lautoritarismo politico, il maschilismo
e il sessismo pi violento e il disprezzo per la natura non facile, specie
se le forze della conservazione e dellincivilt praticano la guerra e la
violenza come ordinario mezzo di confronto con chi considerano un
nemico. Questo vale per lIsis, ma anche per la Turchia, per lo stesso
regime di Assad e per molte delle forze che combattono Assad, ma in
nome di concezioni ancora pi conservatrici ed arretrate. Tuttavia,
il cambiamento in atto nel Rojava non si ferma, ma sta diventando un
riferimento per donne ed uomini che in Medio Oriente, ma anche in
Europa cercano unalternativa al capitalismo selvaggio, allautorita-
rismo politico e ai fondamentalismi.

Sunniti, sciiti, Arabia Saudita,


Isis (sunniti nella variante estrema)
Gli stati dellarea mediorientale che maggiormente aspirano ad
assumere ruoli di potenze- guida dellarea sono da sempre, oltre alla
Turchia, la monarchia Saudita e lIran. Storicamente lArabia Saudita
ha avuto nellidentit religiosa sunnita un suo collante e punto di forza e,
come recentemente anche la Turchia, sfrutta lidentit religiosa sunnita in
chiave sciovinista. La contrapposizione con la potenza sciita, lIran, per la
quale egualmente la religione strumento di rafforzamento identitario e
di potere, diventa quasi inevitabile. Oggi lo scontro sembra concentrarsi
in Siria, dove la presenza sciita, spesso alleata con la corrente alewita di
cui fa parte il clan di Assad, da sempre forte.
Quanto allIsis rappresenta sul campo lalternativa sunnita nella
sua forma pi estrema. Ovviamente le due fazioni raccolgono sim-
patie ed appoggi da altre potenze interessate a mettere le mani, anche
se per mezzo dei loro alleati, sulle risorse petrolifere e idriche siriane.
Quindi il richiamo religioso serve pi che altro a mascherare interessi
economico-politici. A fare le spese di queste politiche la popolazione
siriana, sottoposta a immani sofferenze che causano lesodo di milioni
di donne, uomini e bambini.
Il baccal 159
UN PESCE, SECCO O SALATO
NELLA STORIA
(NON SOLO VICENTINA)
Il merluzzo stato, per oltre un millennio, un fattore
determinante di commerci e, pertanto, di eventi storici di
alto rilievo. Ebbe una spinta dal Concilio di Trento, perch
ben si adeguava alle imposizioni religiose della cucina di
magro. Quanto a Venezia e Vicenza, oggi due patrie di
rinomate ricette, fu provvidenziale lincaglio della cocca
del nobile veneziano Piero Querini allaltezza delle Lofoten

ALFREDO PELLE

H o ricevuto, qualche tempo fa, da un caro amico,


Otello Fabris, il suo libro: un monumentale lavoro sul baccal. Lo ha
intitolato I misteri del ragno e me lo ha, molto caramente, dedicato.
Scriveva: .. un testo molto scomodo per le leggende metropolitane
pi accreditate. Il fatto che la ricerca in questo settore rimasta
ferma per troppi decenni..
Il volume la summa di ogni possibile ricerca sul baccal, con una
fonte bibliografica da far paura: sono state consultate oltre 230
pubblicazioni, dal Messisbugo allo Zorzi; e ha, nella sua precisione
storico-culturale, perfino un indice ittionomico.
C una grande verit nella dedica; ma non si studiato poco, e poco
si pubblicizzato, su questo piatto, che identifica, gastronomica-
mente, Vicenza, non meno di quanto non la identifichi il Palladio in
un contesto ben diverso e pi importante, ovviamente. Forse stata
modesta la ricerca, lapprofondimento di incontri fra popoli e guer-
re fra potenze, di economie che lo hanno visto al centro di guerre,
come quelle fra inglesi e Lega Anseatica, quella che sarebbe stata una
delle controversie allorigine
della Rivoluzione americana,

160 per il blocco inglese dei ricchi


scambi di pesce con melassa fra
la Nuova Inghilterra e le Indie
Occidentali.
Cos come fra i primi segni di
divisione fra il Nord e il Sud
che portarono poi alla Guerra
Civile, fu la insistenza di uno dei
padri fondatori della nuova
America, John Adams, di at-
tribuire solo al Massachussets i
diritti di pesca del merluzzo nei
Grand Banks.
Qui, a Vicenza, un momento
significativo per la conoscenza
e lapprofondimento del pesce-
bastone fu fatto dallAccade-
mia Italiana della Cucina, Delegazione di Vicenza, che, delegato
Marino Breganze, port a termine un importante incontro di studio,
nel novembre del 1991, che mise a fuoco sia la storia che le varie po-
sizioni del piatto nella cucina nazionale, nel rapporto coi vini, nelle
sue capacit nutritive.
Sempre lAccademia (Delegazione dellAlto Vicentino) pubblic un vo-
lume, nel 2003, che approfond anche le ricette che vedono il baccal
protagonista. Leditore Terraferma pubblic nella collana Assaggi,
era il 2006, un volumetto che vedeva, oltre alle ricette di Amedeo
Sandri, un contributo molto profondo di Antonio Di Lorenzo.
In definitiva, la conoscenza di questo nostro gioiello gastronomico
stata affrontata con una certa completezza, anche se, come dice Otello
Fabris, si sono formate incrostazioni di notizie che hanno formato
errori ormai accettati come veri.

La leggenda del ragno

Un esempio: si parla di baccal ragno e si dice che dovuto ad


una specie di reticolo a tela di ragno sulla pelle, presente nei pesci

Sopra: Ragnar Schjlberg (1865 - 1929) fondatore involontario


della cosiddetta qualit ragno.
migliori. Niente di pi falso: il nome deriva dalla storpiatura di un
particolare (e buonissimo) baccal che una ditta norvegese, ora non
pi presente, esportava in Italia. Si tratta della Ragnar Schjolberg
che pubblicizzava il prodotto con la confezione che diceva Bachalau 161
Ragnar: da qui la naturale storpiatura del nome in ragno.
Nel 1269 i Vicentini assaltarono la rocca di Montebello, occupata
dai Veronesi e li sconfissero dicendo alle guardie che difendevano
le porte daccesso, Noi portiamo polenta e bacal riuscendo cos,
per gola, a forzare la rocca. Lepisodio potrebbe essere vero, se non
fosse che il mais, per la polenta, arriv in Italia dopo che Cristoforo
Colombo, nel 1492, scopr lAmerica.
Per quanto possa apparire poco verosimile, il merluzzo , senzaltro,
fra i prodotti determinanti della storia. Questo pesce, noto nelle ta-
vole di quattro continenti, stato infatti, per oltre un millennio, uno
degli elementi pi importanti del commercio internazionale. Interi
paesi devono ad esso il loro sviluppo con le naturali controversie che
hanno determinato guerre e successivi trattati di pace; intere nazioni
vi hanno prosperato, tanto da considerarlo pi importante delloro. I
baschi lo pescavano nel Nord Atlantico e lo commercializzavano nel
Mediterraneo gi dallanno Mille e le norme della Chiesa tardomedie-
vale, con il mangiare di magro, ne diffusero il consumo, facilitando
la ricchezza di Bilbao.

Giovanni Caboto nel 1497


e il vichingo Erik il Rosso gi nel 980

Fino al 1500 si calcola che oltre il 60% del pesce mangiato in Europa
fosse merluzzo salato o essiccato. E con la guerra del 1532 fra gli In-
glesi e la Lega Anseatica, come dicevo, part una corsa al merluzzo,
attorno alle coste dellIslanda, dellattuale Nord Canada, del New En-
gland. Erano i tempi nei quali Raimondo di Soncino, inviato a Londra
dal Duca di Milano, riferiva del viaggio di Giovanni Caboto nel 1497:
Laggi il mare pullula di pesci, che possono essere presi non solo con
la rete ma anche con cesti calati con una pietra. E aggiungeva: Gli
inglesi dicono di poter riportare in questo regno tanti pesci da non
avere pi bisogno dellIslanda, da cui proviene una grande quantit
di pesce detto stoccafisso.
Importante, per gli inglesi, anche il baccal come alimento per i loro
marinai, fino a divenire strategico. Gi il vichingo Erik il Rosso,
cacciato dalla Norvegia nel 980, approd in Groenlandia, poi and
in quella terra che chiam Vinland (forse il Labrador o Terranova): si
dice che si nutrisse con i
suoi marinai, nel lungo

162 viaggio, di merluzzo pe-


scato e messo ad asciu-
gare nelle sartie.
E a causa del merluz-
zo perfino la scoperta
dellAmerica da par-
te di Colombo viene
messa in dubbio: in
una lettera del 1497
di alcuni mercanti di
Boston si insinua che i
vichinghi, Erik il Rosso
in testa, gi sapessero
dellesistenza di questo
continente.
Nel 1700, attorno a
Cape Cod (Capo Mer-
luzzo, se tradotto), il
New England divenne
una potenza commer-
ciale grazie a questo
pesce. Sul suo com-
mercio nacque una aristocrazia del merluzzo e molte delle prime
monete emesse fra il 1776 e il 1778 portano come simbolo proprio il
merluzzo. Divenne una materia prima di rango, tanto che il baccal
di buona qualit fin a Boston (nel cui stemma campeggiava, appunto,
un merluzzo) e in Europa e quello di scarto and a nutrire gli schiavi
dei Caraibi e a sostenere il commercio dei neri, tanto che il baccal
ancor oggi un piatto significativo della cucina africana occidentale.

Il merluzzo, un pesce che ha cambiato il mondo?

Interessante, per la conoscenza in questo settore, il libro di Mark


Kurlansky intitolato Il merluzzo, la storia del pesce che ha cam-
biato il mondo. Definito un grande rivoluzionario, questo pesce, dice
Kurlansky, ha una colpa atavica e primigenia, quella di non essere
Immagine: Erik il Rosso detto anche Orc o Org il Rosso, condottiero
e navigatore normanno, raggiunse la Groenlandia e vi fond un insediamento
nordico secondo lomonima saga
aggraziato, di non essere un animaletto grazioso come la foca, che
susciti tenerezza e compassione umana, ma una creatura fredda,
brutta, e con gli occhi di rana, molto pi bello quando trasformato in
bastoncini panati. La sua debolezza di non aver mai ferito nessuno. 163
Una filastrocca americana cos recita:

Depone, il merluzzo, migliaia di uova


Uno ne depone la gallina domestica
Mai il merluzzo chioccia e starnazza
Per annunciare quello che ha fatto
E cos noi sdegniamo il merluzzo
Apprezzando lumile gallina
Che l per mostrarti
Che la pubblicit paga

Ma resta vera anche la frase che in un romanzo di Walter Scott lau-


tore fa dire ad un pescatore, mentre discute con un cliente il prezzo del
merluzzo: Non un pesce che stai comprando, sono vite di uomini.
Per quanto ci riguarda cerchiamo ora di ripercorrere la storia che
vede il baccal legato per vari intrecci a Venezia.

La profonda analisi sulle origini della sua diffusione


elaborata da Virgilio Scapin

Nel Dizionario di veneziano-italiano di Giuseppe Piccio il baccal


presente diverse volte, a partire dalle Fondamenta del baccal a San
Gregorio, fondamenta che prendono il nome dai magazzini ripieni
di pesce secco che in buon dato ci viene doltremare.
Si attesta che, attorno al 600, vi era presenza a Venezia di stabilimenti
per il magazzinaggio del baccal. Ma Luigi Messedaglia, uno fra i
massimi studiosi di storia dellalimentazione, smentisce con vigore.
Nelle vetuste piante topografiche della Serenissima la fondamenta
di San Gregorio reca il nome di una famiglia veneziana, Cabal. Da
Cabal, con il tempo, si pass a Ca Bala e poi a Baccal. Oggi
si tornati alla originaria dizione Cabal.
Ma quando si origin questo commercio che vide la Serenissima in-
terprete di un momento importantissimo per la diffusione di questo
cibo penitenziale, diffuso ovunque si fosse lontani dalle coste?
Ne ha fatto una profonda analisi, fra gli altri, Virgilio Scapin,
nel convegno dellAccademia sopra citato, con un lavoro di ricerca
storica e di considerazioni che, ancor oggi, appare come uno studio
164

Illustrazione di Olao Magno, vescovo cattolico di Uppsala, tratta


dal suo Historia de gentibus septentrionalibus

fondamentale. Quando, nel 1517, Martin Lutero, professore di


esegesi biblica, affisse sui portali del Duomo di Wittemberg le sue
95 tesi, con le quali contrastava il potere papale, dichiarava che
non si poteva supplire alla mancanza di fede con le opere, negava
linfallibilit dei Concili, squass il mondo cattolico che corse, appena
fu possibile (ma, comunque, un quarto di secolo dopo, nel 1545), ai
ripari con il Concilio di Trento. Fra i diversi deliberata a Trento si
ritrov la voglia di candido anche nella mensa e, come precis lo
scrittore Camporesi ne La carne impassibile, lorologio della chiesa
si sincronizz su quello della cucina e fu un ritornare al mangiar di
magro, allastinenza e ai digiuni.
La cucina di magro (oltre 130 giorni allanno) diviene una sorta di
viatico per lanima, la cucina di precetto affina le tecniche e i cibi
divengono puri, beatificanti.
Un padre conciliare, Olao Magno, svedese, che aveva latinizzato il
proprio nome da Olaf Magnussen, ben acclimatato a Roma, fece una
operazione di marketing ante litteram; scrisse un libro, Historia de
gentibus septentrionalibus nel quale parl dei prodotti del suo paese
e in particolare di un pesce detto .. merlusia, essiccato ai venti freddi
che veniva normalmente venduto a ...li mercanti germani, barattato
con panni, cervogia, grano, legna ed altro.
Andiamo, per curiosit, allorigine del nome, leggendo quanto scrisse
Olao Magno. Dice: Nelle acque dellIslanda vi un pesce detto mer-
lusia che nella lingua gotica chiamato torsh e con la voce dei Batavi 165
(unisola alla foce del Reno fra il Mare del Nord e la Mosa) cabbellau.
Sono portati a Roma da li Spagnoli e Portoghesi e da li Spagnoli e
Italiani son detti marlucz.

Il nobile veneziano Piero Querini si incaglia


e scopre le Lofoten

Un meraviglioso commercio fu messo in moto da questo pesce secco,


facilmente trasportabile, che sopportava una lunga durata, che veniva
rimesso a nuovo dopo una bella mazzolatura e un lungo bagno in
acqua, che non deperiva, che si trasportava come fosse legna!
Ma chi, per primo, aveva messo le mani su questo pesce bastone, su
questo stockfish?
Oltre 100 anni prima, nel 1432, il nobile veneziano Piero Querini
con la sua cocca, nave carica di vino cretese, di sacchi di pepe, spezie,
profumi, broccati, lasciate le colonne dErcole con un vento gagliardo,
si dirigeva verso i porti della Lega Anseatica, per fare lucroso com-
mercio delle sue mercanzie. Ma la ruota della fortuna instabile
scrive il Querini perch a Calese (Cadice) per colpa del pedota

Le isole Lofoten.
(nocchiero) ignorante, accostati alla bassa di San Pietro toccammo
una roccia ed il timone usc dalle cancare con grave pregiudizio....

166 Erano 57 marinai e solo 12 calati in una scialuppa arrivarono alle


isole Lofoten in Norvegia. Il Ramusio, scrittore del 500, scrisse di
questo fatto marinaro e precis che le Lofoten sono in culo mundi!
Il Querini trov l due cose: pesci bastone stesi ad asciugare e donne
molto ospitali, se vero, come vero, che dopo neanche un anno nac-
quero una serie di bimbi moretti dagli occhi neri, talch ve ne ancora
traccia fra quelle distese di neve. Il fiorentino Cristoforo Fioravanti,
nellappendice alla relazione scritta dal Querini scrive: In questa isola
di Rost ci sono dodici casere con circa 120 bocche, per la maggior parte
pescatori e sono dalla natura dotati per afre barche, secchie, tini, cesti
e ogni altra cosa che sia necessaria per il suo mestiere e sono lun verso
laltro benevoli et servitiali, desiderosi di compiacersi pi per amore
che per sperar alcun servitio o dono allincontro.

Il ruolo del Concilio di Trento e la rivoluzione del merluzzo


raccontata da Fernand Braudel

Port il baccal in Italia, il nostro Querini, ma non fu sufficientemente


apprezzato: Venezia godeva di pesce fresco, sicch il mercato, allora,
non decoll. Diverso, per tornare a noi, fu la diffusione del pesce dopo
le direttive del Concilio di Trento. Chiaramente i ricchi continua-
vano a mangiare trote, temoli, carpe o lucci, barbi o gamberi di fiume
e le popolazioni sulle rive del mare il pescato, ma il popolo dellen-
troterra trov in questalimento, divenuto penitenziale, risoluzione
alle imposizioni religiose.
Il pesce bastone divenne pertanto merce preziosa ed appetita per
scambi commerciali, barattato con qualsiasi altro prodotto, fonte di
ricchezza per i paesi nordici. Ma questo predominio del nord si in-
crin quando, per effetto di quelle variabili della natura di cui luomo
parte passiva, le balene che venivano pescate nei mari del Nord si
inabissarono e lasciarono i pescatori baschi con le stive vuote. Non era,
la balena, un meraviglioso prodotto della pesca: veniva trasformata
in olio, mangiata sotto sale (e i baschi erano ricchi di sale), merce di
facile reperimento, venduta come lardo di magro.
Solo la lingua era preziosa, ma ab antiquo era riservata al Capitolo
della Cattedrale di Bayonne. Fatta di necessit virt i pescatori si
diressero verso i banchi di Terranova e pescarono merluzzo in gran
quantit. Fu la fine del pesce secco: il plusvalore che il pesce salato
aveva in s, sia per la salatura gi effettuata che per la possibilit di
avere grattando un bene prezioso qual era il sale, fece abbando-
nare, in gran parte, luso del secco a favore del nuovo prodotto, il
baccaleos.
Si attrezzarono subito sia le nazioni nordiche che flottiglie inglesi 167
e francesi assistite da navi militari: lo studioso Braudel, parlando
di questo importante periodo della storia dEuropa, fece addirittura
cenno alla rivoluzione del merluzzo. Anche perch sempre Braudel
scrisse, con convinzione, che nel men popolare il primo posto spetta
indiscutibilmente al merluzzo importato dal Nord.
Nullaltro da precisare, se non che il secco torn in auge quando il
costo del trasporto, via nave, fece aggio sul sale del baccal. Ma
siamo gi molto vicini a noi.

I pranzi rinascimentali lo ignorano.


LArtusi non lo conosce e lo snobba

Fu importante questo pesce, secco o salato, nella storia della gastro-


nomia italiana? Ahim, assolutamente no. Non se ne parla mai nei
grandi pranzi Rinascimentali. Ne parla, poco, a dire il vero, lo Scappi,
cuoco segreto di Pio V (ndr, segreto vuol dire cuoco personale, quello
che gli faceva da mangiare tutti i giorni e non solo nei pranzi ufficiali),
autore della pi grande opera relativa al mondo della gastronomia
del Rinascimento.
E un secolo prima il Platina nel suo De honesta voluptate et vale-
tudine liquida questo prodotto con tre righe nelle quali dice che il
merluzzo privo di squame e forse ha preso il nome dal merlo (!) e
dicono che somigli al luccio e quando cotto si mangia con salsa di
senape bianca. Il che lascia intendere che il Platina un merluzzo non
lo aveva mai visto!
Luigi Messedaglia, sapiente ricercatore veronese, considera il
Seicento come il secolo nel quale il baccal divenne di uso corrente
nel nostro paese. Ma Le menagier de Paris, un trattato trecentesco
di morale ed economia domestica composto da un borghese a edifi-
cazione della sua giovine sposa, dichiarava, creando ancora maggior
confusione, che non si usa il termine merluzzo se non salato perch
quello fresco si chiama cableau. Il che sottintende un consumo quasi
abituale gi tre secoli prima.
A conferma di ci, nel 1616, la Tariffa del datio della stadera di Ve-
rona, a moneta veronese, elenca il pesce stochfis. Negli archivi
ecclesiastici il monastero veronese di Santa Maria degli Angeli evi-
denzia lacquisto di cinque libbre di stochfis alla voce spesa fatta in
168

pesse sala lanno 1683. E il Convento di San Michele in Campagna,


il 30 marzo 1707, acquist due libbre di stochofisso.
Ben diffusa era la conoscenza di stoccafisso e baccal se una nota del
7 marzo 1736 del vicepodest di Verona, Almor Barbaro, relativa a
baccalai e stocfis ordina di sorvegliarne la vendita per evitare che
la popolazione avesse a consumare prodotti guasti.
Nei ricettari a noi pi vicini si incomincia a parlare di baccal. Nel
1790 il Leonardi scrisse LApicio Moderno e ne diede una ricetta con
butirro nero. Se ne parla poi nel 1829 sul Nuovo Cuoco Milanese
economico; nel 1837 Ippolito Cavalcanti ne scrisse.
Bisogna per arrivare allArtusi nel 1891 per avere alcune ricette
nel suo Larte del mangiar bene e la scienza in cucina.
Ignora il baccal alla vicentina e quello mantecato alla veneziana.
In una ricetta dice che, fatto cos, perde la sua natura triviale, in
unaltra dice che .. non adatto agli stomachi deboli ed ancora, par-
lando di una ricetta, termina dicendo .. strizzategli sopra del limone
e mandatelo al suo destino. Per lArtusi il baccal fritto trova la ..
fine pi deplorevole. Per la sua natura di prodotto salato lArtusi lo
mette nella categoria salumi!
Ma anche i ricettari pilastro della cucina italiana danno ricette di
baccal e stoccafisso: cos Ada Boni nel suo Talismano della Felicit
o Anna Godetti della Salda nel suo ricettario del 1967. Perfino Au-
guste Escoffier, nel suo Guide Culinaire ci tramanda circa 20 ricette
di baccal (una
sola di stocca-
fisso), ma si
avverte scarsa 169
consuetudine al
piatto ed ancor
minore apprez-
zamento.

Alla Vicentina: Latte, cipolla, formaggio.


Si discute sulla sardea, sullaglio, sul burro

Questa la storia del prodotto pi amato dai Vicentini, la cui ricetta


variamente interpretata, ma solo nei particolari: latte, cipolla, for-
maggio sono presenti in tutte le ricette. C chi discute sulla sardea,
chi dice che non ci vuole uno spicchio daglio, chi non vuole il burro
(ma, a dire il vero, ci va dentro tanto di quel latte che un poco di burro
non vedo che male possa fare).
Facciamo ora un viaggio attorno a questo baccal, anzi per onorare
la vicentinit del prodotto dora in poi, quando vogliamo parlare del
prodotto che usano i Veneti (stoccafisso) lo scriveremo con una sola
c, bacal.
Ma quando arriv il bacal in Europa? In parte ho gi risposto.
presumibile verso la fine dellImpero Romano, insieme allaringa,
portato dagli invasori delle terre del Nord, Normanni, Sassoni, Goti,
Danesi, Scandinavi, che abitavano i mari pi pescosi del mondo,
mentre i pescatori del Mediterraneo non osarono pi avventurarsi con
le loro navi al largo. Gi alla fine del 400 il Caboto trov moltissimo
bacal nei banchi di Terranova, prima che iniziasse quel consumo
immenso voluto dal Concilio di Trento.
Com questo pesce? Precisiamo che i merluzzi che peschiamo nel
Mediterraneo sono tuttaltra cosa e per dimensione e per bont delle
carni. Il Nostro il Gadus Morhua, vive nel nord Atlantico, nel
Pacifico, nei mari freddi. Sta bene fra lo 0 ed i 16 gradi al massimo,
sta benone fra i 4 ed i 7. Taglia media fra i 50 e gli 80 cm. Nel 1940
ne stato pescato uno di 24 anni det della lunghezza di 179 cm e del
peso di 40 Kg. fecondissimo, pensate che ogni femmina produce da
mezzo milione a nove milioni di uova. Se solo luno per cento delle

170 uova arrivasse a maturazione il mare sarebbe pieno di merluzzi. In


realt si calcola che solo un uovo su un milione arrivi a maturazione.
Una volta pescato si hanno due possibilit: lessicazione e la salatura.

Noi chiamiamo bacal


quello che tutto il mondo chiama stoccafisso

Lessiccazione. Ricordate: a seccarlo non il sole, anche perch in


Norvegia ce n poco. Lo secca il freddo. Ci avviene dove la tempe-
ratura costantemente sotto lo zero, in aria completamente priva di
umidit, che provvede a disidratare completamente il merluzzo. Il
vento compagno prezioso di questa operazione. Si ha cos lo stocca-
fisso. In Veneto, per, la parola stoccafisso non usata: noi chiamia-
mo bacal quello che tutto il mondo chiama stoccafisso. Virgilio
Scapin parlava di eufonia, a so anda, me ga basa, bacala....

La salatura
Sventrati, decapitati e privati di due terzi della loro spina dorsale, i
merluzzi vengono salati. Lassorbimento del sale marino impedisce lo
sviluppo di batteri della putrefazione e nello stesso tempo permette
linsediamento di altri batteri che determinano la conservazione e
lafrore che gli caratteristico. Questa prima operazione compiuta
a bordo; a terra segue limpilamento del merluzzo per fare uscire la
salamoia e lacqua. Spazzolato poi del sale in eccesso, messo ad
asciugare in zone climatiche favorevoli, oppure in tunnel di corrente
daria secca e calda. Si ha cos il baccal.
Una curiosit: le lingue e le guance del merluzzo sono stupende e
vengono mangiate in loco. Il fegato di merluzzo, che per anni ha
tormentato i giovani, ora viene utilizzato per la preparazione di pat
alimentari. Le uova sono unesca formidabile per la pesca delle sardi-
ne. E perfino lindustria dei gelati utilizza una proteina del merluzzo,
chiamata Macrozoarces americanus! Cos come, curiosamente, il
cosiddetto latte di merluzzo (che altro non che il liquido seminale)
ingrediente insostituibile nella preparazione di rossetti per labbra
LItalia il maggiore importatore al mondo di stoccafisso: delle
6000 tonnellate circa che sono prodotte ogni anno in Norvegia, ne
importiamo circa il 50%. E circa il 90% delle importazioni italiane
di stoccafisso viene dalla Norvegia.
Lo stoccafisso delle Lofoten, quello pi ricercato dai Veneti, si
divide in 20 classi di qualit, suddivise a loro volta in prima e seconda
classe. Ricordiamo, tra i migliori, il Ragno, il Westre Magro, il Westre
Demi Magro, il Bremese e lOlandese.
E, nel Ventennio, il grande consumo di baccal, anche per la politica 171
autarchica voluta dal Governo, spinse alcuni nostri pescherecci a
tentare, nei lontani mari del Nord, la pesca del merluzzo. Nel 1938
tre piropescherecci alimentati a carbone, il Nasello, lOrata ed
il Grongo della SAPRI (Societ Anonima Pesca e Reti Italiane) di
San Benedetto del Tronto provarono a raggiungere le acque fra la
Groenlandia e Terranova per pescare. Rimasti bloccati dal ghiaccio e,
sulla barca, dovettero romperlo con mazze e martelli, ma riuscirono
comunque a pescare con risultati che il Duce pubblicamente lod,
ricevendo gli equipaggi a Palazzo Venezia. Si intendeva proseguire
nellimpresa, allora considerata importante, ma la guerra incombeva
e tutto si aren.

La Venerabile Confraternita
del Bacal alla Vicentina

Che la diffusione di questo prodotto sia ormai in tutta la cucina italia-


na un dato di fatto: rileviamo per diverse intensit di consumo. Nel
Nord e Centro sono importanti la Liguria e il Veneto, meno la Toscana
e le Marche, mentre il consumo diventa importante in Campania, in
Calabria, in Sicilia. Discreto il consumo in Abruzzo e Molise.
Nella prefazione a Osterie dItalia del 2007 Slow Food scrive che
non c da meravigliarsi se lo stoccafisso possa essere considerato
un filo che annoda in longitudine ed in latitudine tutto lo Stivale,
cambiando completamente sapore e divenendo loggetto di un nu-
mero incredibile di feste gastronomiche in varie regioni italiane.
Senza considerare la profonda attivit di sviluppo della conoscenza
del prodotto che diverse Confraternite, in campo nazionale, fanno
con serate, conferenze, manifestazioni, sagre, festival.
Ricordo lAccademia dello Stoccafisso allAnconetana, il Comitato
per la Sagra del Baccal di Anchiano (Lucca), lAssociazione I nuo-
vi sapori della tradizione di Somma Vesuviana, lAccademia dello
Stoccafisso della Provincia di Imperia (con il loro brandacujun) e la
nostra Venerabile Confraternita del Bacal alla Vicentina,
voluta dallavvocato Benetazzo circa 30 anni or sono, ed ora diretta
da Luciano Righi, vetrina sempre pi importante dellorgoglio vicen-
tino di questo piatto. Diverse manifestazioni hanno la Confraternita
vicentina come elemento promotore: nel 2007 si onorato il Querini
ripercorrendo, in barca a
vela, litinerario che lo por-

172 t alle Lofoten e, questan-


no, si compiuto il viaggio
di ritorno utilizzando, con
un pizzico di goliardia,
una fra le vetture italiane
pi conosciute: una Fiat
500 di color giallo Con-
fraternita. Loperazione
una fra le tantissime
nelle quali la Confrater-
nita pubblicizza il bacal
con convegni, serate ga-
stronomiche, ospitate
televisive. Importante lattribuzione di ristorante consigliato a
quegli esercizi che preparano il piatto secondo le regole della ricetta
tradizionale, scritta a due mani dal Conte Capnist, socio fondatore
della Confraternita e Presidente dellAccademia Italiana della Cucina
e la signora Franca Periz, gastronomo di fama.

Un piatto simbolico del mangiar di magro


per cattolici ed ebrei

Tornando al discorso generale circa la diffusione del bacal, si pensa


che essa la si debba anche ai monaci conventuali e alle suore che
hanno fatto conoscere questo piatto nel mondo dei fedeli, ligi allos-
servanza che loro stessi avevano del mangiar di magro e al consumo
nelle loro comunit.
Anche la cucina romana ha il bacal fra i prodotti graditi e la comu-
nit ebraica, ligia allinsieme di regole alimentari disposte da quella
religione e inquadrate nella kasherut, ne ha ampliato la diffusione.
La Discoteca di Stato ha documenti che testimoniano questa cucina
della memoria e spiega molte cose sul consumo ebraico del bacal
nel Ghetto di Roma.
Dice Gabriele Mazzetti di Pietralata, riferendo il pensiero di Emanuele
Pacifici, figlio del Rabbino Capo di Genova: Il portico dOttavia fa
parte del Ghetto, sede del mercato de pesce e la cucina ebraico-
romanesca basata su piatti molto poveri perch c il retroterra di
quegli anni in cui la gente stata chiusa nel ghetto e quindi ha dovuto
scervellarsi per tirar fuori un pasto da cose poverissime, come uova
e teste di pesci che gli ebrei cercavano anche nei rifiuti dei grandi
alberghi, con la scusa che li avrebbero dati al gatto... Il baccal veniva
mangiato dai cattolici solo il venerd e negli altri giorni lo si trovava
a poco prezzo.... Il Ghetto fu istituito da Papa Paolo IV nel XVI se- 173
colo e ci sono testimonianze antiche della diffusione fra gli ebrei del
consumo di baccala
Crescenzo del Monte, detto il Gioachino Belli della Roma ebraica,
nacque a Roma nel 1868 in una casa del Ghetto . Scrisse sonetti in
giudaico-romanesco nei quali rappresent, con affettuosa e pungente
ironia, gli ebrei romani nel momento di vita nel ghetto. Una di queste
recita: Iere ebbe rizzo, concia e cacciunnelli: oe, baccal e ciccorria,
un filo appena.... E la comunit ebraica diffuse anche nel Veneto il
consumo del bacal, che ha in Vicenza la indiscussa capitale, con un
piatto che di raffinatissima costruzione.

Il bacal di Guido Piovene nel suo Viaggio in Italia

Sulle caratteristiche di questa vivanda ne parla Piovene, nel suo


Viaggio in Italia: A coloro che accusano la cucina italiana dessere
elementare rispetto a quella francese, dir che il baccal alla vicen-
tina, di qualit sceltissima, battuto a lungo con un martello di legno,
messo a bagno 36 ore, tagliato a pezzetti, cosparso di formaggio e
soffritto di burro, olio, acciuga e cipolla, cotto poi a fuoco lento, len-
tissimo, condito ancora di prezzemolo, pepe e latte, un vero piatto
alla francese. Vi bolle a fuoco lento, lentissimo, una civilt raffinata.
La letteratura ha celebrato il bacal in diverse occasioni e con diversi
scrittori, a iniziare da Franois Rabelais che nel suo Gargantua e
Pantagruel, pubblicato in Francia fra il 1534 ed il 1562, in un universo
ossessionato dal cibo, ci fa trovare una serie di piatti fra i quali il bacal
e lo stoccafisso. Anche il Cervantes fa onorare un piatto di bacal a
Don Chisciotte, in un giorno di venerd allosteria! Perfino il Capitan
Fracassa di Teophile Gautier parla di baccal: loste Chirriguirri lo
serve dopo averlo trovato di prima scelta, bianco, di gran gusto, per
nulla coriaceo. Prodotto che anche il Santo Padre consuma non solo
ogni venerd di Quaresima, dice questo oste sbruffone, ma anche il
sabato e tutti gli altri giorni di magro! Anche la letteratura del verismo,
quella francese di fine 800, vede il bacal presente: Emile Zola, nel
suo Il ventre di Parigi, parla di una bottega dalla quale uscivano gli
effluvi di bacal. E cos la Serao, Soffici, Viani, Campana, Silone,
fino a Pratolini hanno avuto modo di inserire nei loro testi il bacal.
Ma le pagine migliori sul bacal sono quelle scritte dai poeti popolari
veneti, che in maniera gustosa e allegra tessono le lodi di un piatto
notissimo e popolarissimo.

174 Ad iniziare dal vicentino Adolfo Giuriato che descrive la prepara-


zione del piatto:
Done pestelo. Dopo, imbombelo
Caveghe i ossi, leveghe el spin
Tajelo a tochi; po infarinelo
Ed il veneziano Varagnolo conferma:
Me piase el bacal sia mantecato
E sia in tecia consa con la sardela

Ma il pi grande cantore di questa natura un severo professore di


canto della Cappella Musicale della Patriarcale Basilica di San Marco
che, nel 1850, pubblicava un poemetto, El Bacal Otave, nel quale
descrive in trentatre ottave i diversi modi per preparare questo splen-
dido piatto e le sue virt terapeutiche:
Uno loda el bisato, un altro el ton
Quelo porta la rasa e questo el go
ma in faza de chiunque mi dir
chel pesse, che devesser pi stima
per tute le raxon, xe el bacal

Il baccal a Venezia

Cera un sentimento di gratitudine verso questo pesce bastone che,


nellassedio del 1849, sfam i Veneziani. I magazzini della ditta Block,
si disse, sfamarono tutti i Veneziani, gatti e pantegane compresi!
Ancora oggi i vari modi di preparare il bacal a Venezia sono molto
diversificati: mantecato, in rosada, lesso, in umido, arrosto, in grati-
cola, fritto o in agrodolce, in baffetta o con linchio, alla cappuccina,
fritto nel latte.
Il capocuoco di Carlo Alberto e di Vittorio Emanuele II pubblic un
Trattato di cucina pasticcera nel quale dedicava un intero capitolo al
merluzzo conservato. Ne sembra avere una conoscenza sommaria se
scrive Il merluzzo o baccal, sorta di pesce che si pesca nel mare del
Nord.... Resta cos assodato che le cucine reali preparavano anche
per il Re Galantuomo il popolarissimo bacal!
Il Pascoli scrive La sera, quali cebe degli dei! Un piatto di fave, un
cibreo di merluzzo.
E se vero che la politica di esaltazione della famiglia (e, di conseguen-
za, del bacal) durante il Ventennio, con larrivo del senese si ebbe
una forte contrazione della domanda, tanto da arrivare al minimo del
consumo alla fine degli anni 70, quando mangiare bacal non era
chic e proporre le ricette in ristorante era disdicevole.
Con il finire della Nouvelle Cuisine si ritorn a strizzare locchio al pe- 175
sce bastone anche nelle cucine di ristoranti famosi, facendo ritornare
di moda non solo i piatti della tradizione ma nuove interpretazioni,
tanto che perfino uno chef norvegese, Terje Ness, ha vinto, anni or
sono, il Bocuse dOr, prestigioso premio di alta cucina.
Ai giorni nostri si avverte, sempre maggiore, un allontanarsi del piatto
dalla cucina casalinga ed un maggior interesse nella ristorazione, nelle
preparazioni del pronto, nella vendita di confezioni da supermarket.
Nemico di questo piatto il tempo, non pi accettabile per preparar-
lo in una societ che dedica, al nutrimento, non oltre 40 minuti al
giorno, ivi compresa la prima colazione che impegna ben 12 minuti!
Cos la ristorazione divenuta il punto focale di una richiesta che si
mantiene su toni elevati e unofferta che vede i ristoratori impegnati
a rispettare i canoni di un piatto che, secondo il poeta Giuriato, deve
precisare a

...quei che dise che i visentini


xe magnagati nati e spu
su, regalemoghe sti boconzini
e alora in estasi i cantar

Viva dei Berizi


sta rarit
viva la patria
del bacal!

Il vino? Tocai Riviera Berica, Vespaiolo, Durello

Una piccola nota per quanto riguarda il vino. Un antico detto cos
recita: La cucina mangia la cantina. Esiste cio un legame
profondo fra i piatti di una terra e il vino che li accompagna. Nel
Vicentino i vini che ben si accordano con questo piatto sono, in defi-
nitiva, un rosso e due bianchi: il Tocai della Riviera Berica (ora non
lo si pu pi chiamare cos, ma io non demordo), il Vespaiolo di
Breganze e il Durello.
Il primo, di color rosso rubino non intenso, ha giusta gradazione, con
leggero sentore di mela cotogna, mentre il Vespaiolo vino dal sapore
fresco e giustamente acidulo, pi composto del Durello, una volta
molto pi allappante di ora e con note di acidit di base. Matrimonio
indovinato con la oleosit del piatto.

176 Termino queste incomplete e superficiali note con una piccola consi-
derazione: meno strano di quanto non sembri a tutta prima, collega-
re la storia del mondo a un prodotto. Ma indubbio che questo pesce
che ci viene doltremare, a noi che abbiamo oltre 4 mila chilometri
di coste, ha lasciato segni indelebili di una presenza che ha accomu-
nato, nel consumo, genti diverse. Non sempre, per, ha determinato
comprensioni e fratellanza: ma questo di ogni cosa del mondo

Bibliografia
- Livio Cerini di Castegnate, Il grande libro del baccal, Idea Libri 2008
- Luigi Plet, El bacal, Asclepio Editrice Milano 1998
- Flavio Birri, Carla Coco, Nel segno del baccal, Marsilio 1997
- Livio Cerini di Castegnate, Il libro del baccal, Longanesi 1986
- Mark Kurlansky, Il merluzzo, Oscar Saggi Mondadori 1999
- Francesco Crosato, Cibi devozionali e propiziatori, Edizioni UCT Trento 2001
- Zafferano Magazine, Marzo 2009.
- Larte del baccal e stoccafisso, Demetra srl 1999
- Manuel Vazquez Montalban, Riflessioni di Robinson davanti a 120 baccal,
Frassinelli 2000
- Leonardo Bruni, Stoccafisso e baccal, Idea Libri 2000
- Raffaele Romano Givinazzo, Lo stoccafisso fra storia, leggenda e tradizione,
Comune di Cittanova 2001
- Comunit di Anchiano, 30 volte baccal, Maria Pacini Fazzi Editore 1999
- Stoccafisso e baccal, A cura di Franco Favaretto, Terra Ferma 2010
- Bruno Brevetti, Stoccafissando. Storia damore anconitana,
Accademia dello stoccafisso allanconetana
- Leonardo Castellucci, Merluzzo, stoccafisso e baccal, FMG Studio Immagini 1996
- Clelia dOnofrio, Il Signor baccal e Mister Stoccafisso, Editoriale Domus 1998.
Allegato a Il libro di casa
- Giampiero Rorato, Baccal e stoccafisso allitaliana, Dario de Bastiani 2006
- Buonassisi Torre, Stoccafisso e baccal, Idea Libri 1988
- Baccal. A cura di Amedeio Sandri, Terra ferma 2006
- Giampiero Rorato, Il baccal dei Veneziani,Grafiche Zoppelli 2001
- Comunit di Anchiano, Argento sul baccal, Maria Pacini Fazzi editore 1994
- Aldo Santini, Venerdi baccal e ceci, Maria Pacini Fazzi 1997
Accademia Italiana della Cucina, Atti dellincontro di studio
Vicenza e la tradizione del baccal, 5 novembre 2001
- Antonio Parlato, Sua Maest il baccal, Colonnese Editore 2007
- I Cavalieri del baccal. A cura di Gabriella Candia, La Vigna 1999
- Sulle orme di Piero Querini. A cura di Helge A.Wold e Hein B. Bjerk
Comune di Rost 1998
- Cesco da Santa Bona, Il baccal nelle usanze del Veneto e del Trentino, Edizioni
U.C.T Trento
- Universit degli Studi di Scienze gastronomiche Pollenzo. Tesi di laurea di Alberto
Lorenzi anno 2005, Il baccal alla vicentina e analisi dei grassi
- Otello Fabris, I misteri del ragno. La Vigna 2011
Elogio 177
DELLA PASTA
Lorigine storica di questo magico manicaretto dubbia,
ma molti segni la riportano nella Sicilia un po cristiana
un po musulmana. Documentato interprete, un geografo
arabo, Idrisi. Ma altre cose certe ci sono: le prime industrie
pastaie a Parma, la prima salsa di pomodoro in bottiglia
a Boston. Le testimonianze sopraffine di fedelt e piacere
non mancano: da Brillat-Savarin a Prezzolini a Peter Stein.
E gli spaghetti di Marco Polo?
Cinesi, naturalmente, ma di soia
GAETANO PALERMO

L a pastasciutta costituisce il piatto tipico per eccellenza della


cucina italiana. E lItalia deve forse la sua
incontrastata fama nel mondo pi che per
i suoi numerosi santi, poeti e navigatori,
allinvenzione di questo umile e semplice
impasto di farina di frumento e acqua che,
lavorato in molteplici forme ed essiccato,
costituisce i vari tipi di pasta alimentare (
o assolutamente pasta), gioia e delizia dei
suoi devoti ghiottoni, sparsi a centinaia di
milioni in tutto il globo terracqueo, a gloria
e vanto del Tricolore.
Lorigine della pasta alimentare si perde
nella notte dei tempi in svariate leggende
che, di volta in volta per motivazioni storico-
deduttive diverse, lattribuiscono ora agli
Etruschi, ora ai Romani, ai Greci, ai Cinesi, Il cinema italiano, nei suoi anni
agli Arabi, ai Siciliani, ai Napoletani (que- migliori, ha sempre valorizzato il
sti ultimi oggi pi che mai ne rivendicano rapporto dei suoi personaggi con
lantico cibo dei poveri. Qui, Tot,
lorigine allombra del Vesuvio, ignorando inimitabile, alle prese
le ragioni dei fratelli di Regno siciliani...), con un enorme piatto di spaghetti
ai Liguri, ecc.
comunque storicamente certo che
la prima testimonianza documentale

178 della pasta risale al XII secolo, quando


il geografo arabo Idrisi attesta nel suo
Libro di Ruggero pubblicato nel 1154: A
ponente di Termini (Imerese) vi labi-
tato di Trabia, sito incantevole, ricco di
acque perenni e mulini con una bella
pianura e vasti poderi, nei quali si fab-
bricano i vermicelli (itrija) in quantit
tale da approvvigionare, oltre ai paesi
della Calabria, quelli dei territori musul-
mani e cristiani, dove se ne spediscono
consistenti carichi.
Lesistenza nella Sicilia occidentale di
cultura araba di manifatture per la pro-
duzione di pasta secca (vermicelli - itrija)
a lunga conservazione (eseguita con la
tecnica dellessiccazione), importata
anche dagli arabi, testimonia il fatto che
questi ultimi non sapevano farla, e ci
costituisce la prova storica pi convin-
cente ed inoppugnabile che linvenzione
della pasta appartiene ai siciliani, che
allepoca inondavano lEuropa e lOriente
Al-Idrisi, geografo arabo, nato a
di tale tipo di pasta filiforme (itrija = Ceuta (per qualcuno a Mazara del
vermicelli = spaghetti), a gioia e delizia Vallo),dopo aver viaggiato per tutti
del progresso e dellumanit. i paesi del mar Mediterraneo, si
stabil a Palermo presso la corte
Da rilevare inoltre che Marco Polo normanna di re Ruggero II, intorno
(nato centanni dopo la pubblicazione al 1145. Nel 1154 al-Idrisi realizz un
del libro di Idrisi) nel corso dei suoi planisfero per Ruggero II di Sicilia,
detto Tabula Rogeriana, che una
avventurosi viaggi nellEstremo Oriente delle pi avanzate mappe del mondo
venne a conoscenza solo dellesistenza medioevale.
di una specie di spaghetti (sic) filiformi di soia, che forse port con s in
piccola quantit al suo ritorno a Venezia per farli assaggiare agli amici
che lo aspettavano ansiosi di ascoltare la descrizione delle sue avventure
e delle meraviglie viste dal compatriota nella Terra del leggendario Catai.
chiaro che tale prodotto non ha nulla in comune con i nostri amati spa-
ghetti siculo italici.
I primi condimenti di questa eccelsa meraviglia dellarte culinaria (desti-
nata a sopravvivere a tutte le darwiniane evoluzioni della specie umana, e
fino allultimo giorno in cui la maest del sole risplender su tutte le messi
di grano della terra) si basavano su varie
combinazioni ed impieghi di latte, spezie,
miele e verdure. Ma a seguito della comparsa
in Europa del pomodoro, nel XVI secolo, si 179
compiva il pi sublime sposalizio nella storia
del gusto: il pomodoro, dapprima reputato
solo frutto dalle propriet magiche ed afro-
disiache, viene valorizzato dai siciliani come
condimento, a suggello delleterna alleanza
pomodoro e pasta.
Con la nascita delle prime industrie pastaie
(1800), del concentrato di pomodoro a Par-
ma (1811), e della prima fabbrica produttrice
di bottiglie di salsa di pomodoro (Boston
1835), il consumo e la produzione di pasta
conoscono uno sviluppo esponenziale in tutti i
continenti, e la pasta afferma definitivamente
il suo simbolo tricolore universale di italiani-
t (lallegria e la buona cucina nella visione
Peter Stein (Berlino, 1937)
collettiva rappresentata da un piatto di grande regista di teatro tedesco.
spaghetti col pomodoro e basilico).
Il discorso sulla pasta gradevolmente va-
stissimo, e la mente del gourmet-scrittore viene sconvolta da unesplosione
atomica che investe tutti i cinque sensi conosciuti ed anche quelli certamente
esistenti e sconosciuti (io affermo che la scoperta di un nuovo manicaretto
di pasta, che esalti la bont gastronomica della pasta in s con nuovi
connubi di combinazioni alimentari esistenti in natura, fa per la felicit
del genere umano pi che la scoperta di una nuova stella) e in ci sono
costretto a mutuare limmortale scienziato del gusto Anthelme Brillat-
Savarin (autore del dottissimo trattato Fisiologia del gusto. O meditazioni
di Gastronomia trascendente, pubblicato a Parigi nel 1825. Le pi pregevoli
edizioni italiane del volume sono attualmente in commercio per i tipi della
Sellerio e Slow Food).
A gloria della pasta, e a sentito tributo della sua quotidiana (spesso reiterata)
devozione, il celebre scrittore Giuseppe Prezzolini si cimentato con
infinito amore nella stesura di un volume a essa dedicato (Maccheroni &
C.), pubblicato dalla Rusconi. Rimando pertanto le varie problematiche del
tema ed i suoi pi appropriati approfondimenti a quella sede pi opportuna,
dove ogni dubbio del lettore relativamente a maccheroni (si vedr quante
e quali puntualizzazioni possibile fare!) fusilli (idem), vermicelli o
rigatoni sar fugato per sempre.
La pasta messaggio di allegria e buonumore ed il noto regista tedesco
Peter Stein, gi direttore del Festival di Salisburgo, in una sua intervista
ha testualmente affermato: Mi basta un piatto di spaghetti semplicissimi,

180 conditi con pomodoro, aglio, olio (naturalmente lolio dei miei olivi in
Umbria) e mi sento letteralmente in cielo.
La pasta rende inoltre luomo pi ottimista di fronte alle imminenti o future
difficolt, e accompagnando il lauto pasto con un buon bicchiere di italico
vino (penso al divino pantesco Harmonium di Firriato!) anche langustia
pi lancinante potr essere ridimensionata o sconfitta. Essa inoltre la mi-
gliore medicina per sconfiggere lalienante depressione dovuta anche alla
tristezza della vita agra e placare lipertensione, male dei nostri tempi; rende
anche allottuagenario un viagratico e dimenticato vigore vitale, capace
di rendere meno amari i ricordi di lontane delizie, e nella solitudine la
migliore compagna in grado di rendere la pacata mansuetudine del riposo
del guerriero, nella sicura attesa di tempi migliori.
In Italia oggi esistono molte industrie pastaie che hanno onorato allinterno e
allestero la nobile tradizione alimentare costituita dalla migliore produzione
di pasta mondiale. Limpiego di grano duro delle migliori qualit esistenti
al mondo, le varie combinazioni quantitativo-qualitative (in termini di pe-
culiarit di sapori), la lenta essiccazione delle forme degli impasti dopo il
passaggio nelle magiche trafile di bronzo (che producono lottimale porosit
del prodotto per legare la pasta con i vari condimenti) hanno reso una
superba variegata produzione industriale che il mondo intero ci invidia e
tenta vanamente di emulare. I rapporti qualit-prezzo e tenuta di cottura-
sapore sono oggi in Italia soddisfatti egregiamente ed inimitabilmente, pur
nelle ovvie distinzioni qualitative e pezzature del prodotto.
La pasta che in assoluto io reputo abbia raggiunto in Italia i pi alti vertici
della qualit e del sapore sublime ed incommensurabile la Martelli.
Trattasi di un piccolo pastificio sito sulle colline pisane, a Lari, la cui pro-
duzione artigianale annuale pari a quella di cinque ore della Barilla. Tale
Casa, fondata nel 1926, costituita da una famiglia di artigiani pastai che
produce ed esporta solo cinque pezzature (Fusilli di Pisa Spaghetti Spa-
ghettini Maccheroni di Toscana Penne classiche) composte delle migliori
semole di grano duro italiano. Famosi ristoranti e negozi di alta gastronomia
(v. ampiamente Il Golosario di Paolo Massobio) reclamizzano i loro locali
caratterizzandosi espressamente per lutilizzo o il commercio della sontuosa
pasta della famiglia Martelli. Nella nostra citt di Vicenza questa meraviglia
acquistabile presso La Stanga delle bont (viale della Pace, 227), locale
gastronomico notissimo per la sua insuperabile selezione di formaggi e
salumi di gran pregio, di cui Luca De Franceschi il re incontrastato.
Cuochi si diventa, ma pastai si nasce. Anche la pasta alta espressione di
cultura. E la sua cultura domina incontrastata nel mondo e forse rende gli
italiani meglio accolti e pi simpatici (italiani maccaroni).
avvgaetanopalermo@gmail.com
UNA LETTERA

Maestre, professori
181
e storici del week-end:
il metodo Spiller e altre storie
Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Cara Residori,
Le maestre mi hanno sempre intimorito, perch sanno tutto, mentre lo
scrivente consapevole di avere molte lacune. Per questo nelle conferenze mi
metto nelle ultime file e guardo con ammirazione chi interviene al microfono
senza paura. Alle volte, per, mi rodo a vedere persone che sanno pochino,
anzi niente, ma parlano di tutto con disinvoltura. Beate loro!
Ho acquistato Quaderni Vicentini (il n 6 del 2015) e vedo che, giudice severa,
vuoi dare a tutti noi, poveri appassionati di storia, una lezione metodologica,
come quella gi data ne Lultima valle (pp. 20-24). Come il medico che vuole
veramente la guarigione dellammalato, non hai piet per nessuno o quasi,
temendo - credo - che non solo noi impareremo mai niente, ma faremo del
male anche agli altri, diffondendo falsit dunque bisogna che la medicina
sia amara e che il bisturi pulisca bene la piaga per salvare la Storia. Appunto
la Storia, sapere complesso e difficile, da salvare a tutti i costi: le persone
possono anche morire, ma la purezza della scienza no! Mi pare di aver gi
sentito una teoria simile!
Quanto alla memoria, sappiamo che pu giocare brutti scherzi, e che,
pi ci si allontana dai fatti, pi si impoverisce. Tuttavia troviamo ancora
alcuni, magari persone semplici e appartate, che hanno vissuto (non solo
conosciuto!) fatti drammatici e indimenticabili, che ricordano bene! Allora
perch non servircene criticamente, confrontando le loro memorie con
quelle di altri (pi memorie abbiamo e meglio !) e con i documenti? Tanto
pi che lautore della presente si dice interessato pi ai resistenti che alla
Resistenza e poi perch i documenti, sempre essenziali per determinare
luoghi e date con precisione, quasi mai ci danno il clima culturale, spirituale,
la temperie in cui si realizzato un fatto storico, mentre i protagonisti s! E
quanti documenti scritti, pi o meno coevi ai fatti, non ci hanno tramandato
episodi parziali o, peggio, funzionali a scopi reconditi? E quante volte hanno
taciuto, per restare ai fatti resistenziali, uccisioni di tedeschi o di patrioti
causa fuoco amico?
Quello che suggerisci ai sottoscritti e a tutti gli appassionati della Resistenza
sul piano metodologico, laccettiamo ben volentieri e ti ringraziamo! Sugge-
rimenti, che non sempre abbiamo applicato con puntiglio. Il giudizio, poi, su
Egidio Ceccato (p. 192) ci ha fatto perfino piacere perch la prima voce in
provincia che si esprime cos apertamente (conosci Sandro e i patrioti della
Castellana, volumetto voluto dallANPI di Castelfranco Veneto? Conosci la
corrispondenza tra Ceccato e il dott. Antonio Nicolussi in difesa del fratello

182
Renato Bepo/Silva e della Mazzini di Thiene?).
Finora Ceccato ha trovato nella nostra provincia berica discepoli ed estima-
tori, anche a livelli molto elevati, e soprattutto tante bocche cucite eccetto
- lo ricordo bene - quella di Pupillo, che, richiesto dallIstresco di pubblicare
assieme allIstrevi Patrioti contro partigiani (2004), rispose che non gli
interessava proprio quella roba.
Ma ci sembrata una bacchettata fuori posto linvenzione dellespressio-
ne metodo Spiller, una bacchettata alla maniera delle maestre di una
volta sulle zucche degli alunni, a chi capita capita. vero che poi cerchi di
rimediare allerrore definendo il Nostro simpatico mattatore pittore,
scultore e performer e riconoscendo che ha raccolto per un paio di anni
le testimonianze degli abitanti dellAltopiano, ma questo dice poco! Spiller
ha dipinto con vivacit un quadro della vita sullAltipiano, che gli storici,
compreso il nostro caro G. Vescovi, avevano trascurato (perch zona Gare-
mi) e ha riportato nella storia un piccolo territorio poco o nulla visitato,
valorizzando protagonisti illustri (Renzo Ghiotto, Tempesta), recuperando
documenti importanti (di Scaggiari Pietro), raccogliendo 34 interviste inte-
ressanti, di cui 28 inedite, il tutto arricchito da un centinaio di foto storiche,
che costituiscono un libro nel libro.
Tutto da buttare come chiacchiere di paese? Piuttosto da valorizzare
- diremmo noi - senza dimenticare che Spiller sullAltipiano sta facendo
molto: organizza incontri, riscopre personaggi e tradizioni, aiuta lIstrevi!
Continuer ora ad aiutare lIstrevi? Come dici sar poi lo storico con lana-
lisi delle fonti coeve allevento che metter nel loro giusto posto le date e
i luoghi (p. 193), sperando - dico io - che lo storico di prestigio non
si accontenti di frequentare le accademie e parlare a quattro benemeriti
gatti in Sala Stucchi!
Ti racconto un episodio che non riesco dimenticare, ma chiedo anticipata-
mente scusa. Lamico Fontana, gran ricercatore, aveva trovato gli Atti del
Processo ai rastrellatori italiani del Grappa (settembre 1944) nellArchivio
Statale di Firenze. Andiamo a Firenze (luned 22 febbraio 2010) e un fun-
zionario ci riceve nel suo ufficio, si fa portare il grosso faldone (circa 2500
pagine, parte a macchina e parte a mano), ce lo mostra. Non possiamo
ricopiarlo (tassativamente a matita) in sala lettura, come prescritto! Ci
piacerebbe averne copia e domandiamo il costo.
Il funzionario ci dice che non si fanno copie, ma fotoriproduzioni, eseguite
da una ditta locale specializzata (ditta Pineider), ma costano. Per ci sarebbe
la soluzione: lui, il funzionario, si fa portare il faldone nel suo studio, magari
si assenta e noi con la digitale scattiamo le foto. Ci aggiunge che pochi mesi
prima (autunno 2009) si erano presentate tre persone, provenienti dalle parti
nostre e interessate allo stesso faldone. Le ricordava molto bene... hanno fatto
come lui suggeriva: semplice, veloce, economico. Ricordava anche i nomi
di quei ricercatori, tra essi quello di tale Sonia Residori. A noi apparsa la
tipica soluzione allitaliana. Noi non abbiamo accettato; abbiamo ordinato le
fotoriproduzioni e abbiamo sborsato, con laiuto di benefattori bassanesi,
circa 3000 euro. Quanto mi piacerebbe che fosse ancora qui il nostro caro

183
avvocato e scrittore Mario Dalla Palma! Il materiale processuale poi stato
donato al Comune di Bassano ed in custodia alle Associazioni ANPI-AVL
del Bassanese, accompagnato dalla concessione alla pubblicazione (v. p. 19
del volume de Il processo del Grappa, Attilio Fraccaro ed.). Conclusione:
siamo proprio alunni sempliciotti, cara Residori, mentre la vita dei furbi.
Termino lo sfogo. Allora, cara Residori, non fare come gli insegnanti terrore
delle classi (che poi non erano sempre i meglio preparati!), non bocciarci
tutti e noi cercheremo di continuare linteresse per la Resistenza (anzi per i
resistenti la Resistenza unastrazione, utile, utilissima, ma unastra-
zione!), magari con un po pi di professionalit!
Cari saluti.
Benito Gramola
(a nome anche di Francesco Binotto, Pres. dellAVL-Vicenza)

Egregio professor Gramola,


la sua risposta ai miei rilievi mi obbliga a tornare su alcuni concetti gi
espressi nel precedente numero di Quaderni Vicentini poich, a quanto pare,
come maestra le mie doti lasciano alquanto da desiderare.
E i suoi rilievi, egregio professore, non lo sono da meno, anche se per la verit,
al di l del venenum e della sua caustica ironia, si nota qualche apertura.
Non ho coniato io la definizione di metodo Spiller, e chi lo ha fatto non
aveva alcuna intenzione di offendere, ma lo usava in tono scherzoso. E non
potrebbe essere altrimenti perch Giorgio Spiller una persona molto sim-
patica e nessuno mette in dubbio il valore del suo impegno e del suo operato
civile sullAltopiano di Asiago per la Resistenza, assolutamente lodevoli,
senza alcuna ombra di concessione o di voler rimediare allerrore.
Altra cosa il libro scritto da Spiller ed edito dallAVL, del quale fare una
critica non solo lecito, ma opportuno. Il cosiddetto metodo Spiller consi-
ste nelloffrire una sorta di ricostruzione delle vicende accadute in una zona
attraverso un miscuglio di interviste che riportano luoghi, nomi e fatti acca-
duti oltre sessantanni prima, con i protagonisti taluni molto anziani, altri
che allepoca erano ancora bambini e in loro mancanza i figli che riferiscono
quello che ricordano di aver sentito raccontare dai loro padri.
Lei, Gramola, ammette che la memoria pu giocare brutti scherzi, e che,
pi ci si allontana dai fatti, pi si impoverisce. Eppure scrive che tuttavia
troviamo ancora alcuni, magari persone semplici e appartate, che hanno
vissuto (non solo conosciuto!) fatti drammatici e indimenticabili, che ricor-
dano bene!. Ma la storia orale non la ricerca tra contrade sperdute dei
novelli matusalemme dalla memoria prodigiosa. Lanima della storia orale ,
come ho gi scritto in precedenza, la soggettivit dellintervistato e non le
informazioni dettagliate che lanziano interlocutore non pu dare. La storia
orale pone al centro del suo metodo il rapporto di trasmissione dei valori
dei quali il testimone portatore: la cultura contadina e le tradizioni locali.
Il testimone, soggetto della storia, lunico che pu trasmetterci una serie
di emozioni, sensazioni, odori e rumori, di contatti fisici e stati danimo che

184
segnavano la vita quotidiana del tempo e che ci sono preclusi consultando
i documenti scritti darchivio. Questa la storia dei ceti popolari e non il
ricordarsi se in un certo giorno di 65-70 anni prima, ad una determinata
ora, il testimone aveva svoltato langolo oppure no.
Il rischio quello di compromettere il recupero della memoria storica,
soprattutto nei piccoli paesi di montagna o della pedemontana, dove sono
avvenuti fatti cruenti che hanno inciso sulla coscienza collettiva, dove la
chiusura degli orizzonti corrisponde a quella mentale dei suoi abitanti, dove
predomina la cultura del sentito dire fatta di commenti bisbigliati rispetto
alla vera conoscenza diretta.
Porto ad esempio un piccolo paese della Val dAstico, Pedescala, dal momento
che il massacro, compiuto dalle truppe tedesche tra il 30 aprile e il 2 maggio
1945, stato oggetto dei miei studi in questi ultimi anni.
Ancora oggi la memoria deformata dal lutto non elaborato, dalla mancata
giustizia, dal marchio della violenza subita, impedisce ad una parte degli
abitanti di Pedescala la comprensione storica di quanto accadde allora e si
concretizza in un capro espiatorio ormai consolidato, i partigiani, e nellos-
sessione di una fossa contenente un certo numero di soldati tedeschi uccisi
da questi, e ritenuta la causa scatenante del massacro.
La memoria del paese non concorde sul numero: alcuni sostengono che
furono uccisi 6 tedeschi, altri 5, altri ancora 7, ritenendo il numero delle
vittime (63 + 19 = 82) frutto - non si sa bene come, visto che i conti non
tornano -, del rapporto di 10 a 1, dieci italiani da uccidere per ogni tedesco
ucciso, come supposta legge di rappresaglia tedesca. Legge che non mai
esistita in quella determinazione numerica.
Le voci del paese dicono che i militari germanici furono sepolti di nascosto
nel greto del fiume, o da qualche altra parte nei dintorni dellabitato.
In realt se fossero stati uccisi dei soldati tedeschi i loro commilitoni ne
avrebbero raccolto il corpo, si sarebbero premurati di darne notizia alle
famiglie e ai propri superiori, e il Deutsche Dienststelle (WASt) di Berlino,
dove sono state svolte accurate ricerche, ne conserverebbe traccia docu-
mentaria. Tuttavia, anche se fossero stati uccisi dei tedeschi da parte dei
partigiani, il fatto non avrebbe avuto molta importanza perch lesame delle
dinamiche del massacro ha evidenziato come la rappresaglia, la ripulitura
del territorio era gi stata decisa, poich la valle dellAstico doveva diventare
fronte di guerra.
Ma sar vero che un numero imprecisato di corpi di soldati uccisi sono ancora
sepolti da qualche parte? Possibile che in settantanni nessuno abbia sentito
il dovere morale di far scavare in quel preciso punto per dare degna sepoltura
a quei resti e comunicare alle famiglie la notizia del decesso dei propri cari?
Io ne dubito, perch gi in precedenza le autorit giudiziarie effettuarono uno
scavo su indicazioni precise degli abitanti e il risultato fu alquanto deludente.
Nel febbraio del 1997 il procuratore Sergio Dini, titolare dellinchiesta sul
massacro di Pedescala, incaric il 5o battaglione Genio pionieri Bolsena di
Legnago di scavare in localit Folo. Il Comitato delle vittime civili di Pede-
scala riteneva che i corpi dei soldati sepolti in quel luogo, attraverso i resti

185
della divisa, potessero portare al reparto di appartenenza dei massacratori.
Lipotesi era corretta, ma i due soldati tedeschi erano gi stati riesumati
decenni prima, nel 1957, come risulta dai documenti, e pertanto furono
trovati pochissimi resti ossei dimenticati dal precedente disseppellimento.
Il superstite di tragedie cruente crede di ricordare un evento storico che ha
vissuto in prima persona, ma in realt lo memorializza, ossia lo attualizza pri-
vo di prospettiva storica perch la memoria e sempre individuale e selettiva.
Allora, tutte da buttare le interviste realizzate da Spiller? Che grado di at-
tendibilit possono avere un nucleo di testimoni in relazione ad un evento
accaduto in alcuni giorni precisi oltre sessantanni prima?
Dobbiamo considerare testimoni proprio tutti? Anche coloro che allepoca
erano molto piccoli? Certo, sar poi lo storico con lanalisi delle fonti coeve
allevento, se non sar sfinito dopo aver raffrontato fra loro le dichiarazioni
di ben 34 testimoni tardivi, che dar il loro giusto valore, ovvero le conse-
gner ai sociologi o agli antropologi, perch pi che di testimonianze orali
si tratta di rielaborazioni di memorie personali e famigliari, inframmezzate
dalle voci di paese stratificatesi ormai nei troppi anni trascorsi.
Nella storiografia vicentina abbiamo un gran numero di lavori su singoli
eventi, brigate o figure della Resistenza, pubblicazioni di storia locale ad
opera di storici, ma anche di semplici appassionati, tutte importantissime
per la ricostruzione del nostro passato poich hanno portato luce su episodi,
uomini e donne della resistenza altrimenti ignorati. Questa pubblicistica ha
costituito spesso un argine alla dispersione della memoria, per mezzo della
raccolta di testimonianze audio-video registrate, e dei documenti sparsi in
una miriade di archivi privati, come diari personali, ma anche di brigata,
relazioni partigiane e lettere. Nonostante tutti questi lavori siano importanti,
il loro livello qualitativo molto variabile, com normale che sia: alcuni sono
buoni, altri mediocri, altri ancora pessimi tanto da finire nel dimenticatoio.
Allora dov il problema? Che non posso dire che il libro Tresch Conca e
Cavrari terre partigiane mediocre?
In realt, egregio professore, i rilievi che io ho rivolto a Giorgio Spiller, una
decina di righe in tutto, sono per lei solo un pretesto. Lo si capisce dalla
seconda parte del suo intervento/lettera, quello che riguarda la vicenda
dellarchivio di Firenze che da anni la tormenta. Confesso che non ho capito
cosa centri con i temi affrontati nellarticolo apparso sul numero preceden-
te di Quaderni Vicentini, ma credo che lei volesse unicamente togliersi un
sassolino. Solo che bisogna stare attenti a non inciampare sui sassolini. Si
rischiano scivoloni.
Ebbene s, non un problema confermarlo, nel dicembre del 2009 effettiva-
mente sono stata in Archivio di Stato a Firenze, nella sala adiacente a quella
centrale di studio e ho effettuato fotografie digitali di documenti darchivio
relativi ai processi celebrati dalle Corti dAssise straordinarie di Vicenza e
di Firenze ai rastrellatori italiani del Grappa. Ho effettuato personalmente
la fotoriproduzione digitale non perch io abbia scelto la tipica soluzione
allitaliana (sottointeso la bustarella?), come lei sostiene, bens in base
al D.M. Beni culturali e ambientali, 31 gennaio 1994, n. 171, art.19, succes-

186
sivamente ribadito con il
- D.M. Beni culturali e ambientali, 8 aprile 1994, art.19;
- D. Lgs. 29 ott. 1999, n. 490, art.115, comma 4;
- Codice dei beni culturali e del paesaggio, emanato con il D. Lgs. del 22
gennaio 2004, n.42, allart. 108, comma 3;
i quali, disciplinando la normativa, regolamentano gli indirizzi, i criteri e le
modalit per la riproduzione di beni culturali e stabiliscono che:
Nessun canone dovuto per le riproduzioni richieste da privati per uso
personale o per motivi di studio, ovvero da soggetti pubblici per finalit di
valorizzazione. I richiedenti sono tenuti al rimborso delle spese sostenute
dallamministrazione concedente.
In seguito, la Circolare MIBAC Direzione generale per gli archivi, n. 21 del
17 giugno 2005, ha pure stabilito i canoni e i corrispettivi per le riproduzioni
di beni culturali, introducendo tariffe a titolo di rimborso spese anche per
riproduzioni effettuate dallutente con mezzi propri.
Semplicemente, non potendo contare sulla bont danimo di benefattori
bassanesi, ho dovuto fare da me. Se avessi potuto disporre di 3.000 euro
avrei preferito anchio ordinare le riproduzioni a una ditta specializzata e
fare eseguire da altri il lavoro.
Ma le pare che il dott. Favuzza, funzionario dellArchivio di Stato di Firen-
ze per lunghi anni, stimato da una schiera di studiosi italiani e stranieri,
si sarebbe sporcato la carriera alle soglie della pensione per una semplice
richiesta di riproduzione di documenti? In nome di cosa poi, mi scusi, di
una bustarella? di un favore personale?
Vi unultima precisazione, e riguarda la concessione alla pubblicazione
da lei ottenuta il 2 agosto del 2011 dal Ministero per i Beni culturali e che
lei scambia per una sua esclusiva su quel materiale darchivio.
Nel momento in cui lo studioso accede ad un archivio pubblico compila e
sottoscrive una domanda, previa esibizione di un documento didentit. Tutti
i dati e le notizie che lo studioso ricava dai documenti, gli atti stessi che egli
ricopia, anche interamente, con la matita, la penna o il personal computer
in sala studio o nella tranquillit della propria casa dalle fotoriproduzioni
ottenute, possono essere liberamente pubblicati, senza alcuna autoriz-
zazione, persino donati ai propri amici per semplice diletto. I documenti
degli Archivi di Stato appartengono al demanio statale, ma nel momento in
cui vengono trascritti sono di propriet di colui che li ha copiati o adattati
[propriet intellettuale].
Diverso il discorso per chi pubblica il documento in facsimile, pubblica
limmagine stessa del documento, come ha fatto lei. In quel caso, in base al
D.M. 8 aprile 1994 (G.U. n. 104 del 6.5.1994) e alla Circolare Min. BB.CC.
AA., Gabinetto, Servizi aggiuntivi, n. 50, del 7 giugno 1995, la pubblicazione
facsimilare soggetta alla concessione duso da parte dal Ministero per i
Beni e le Attivit Culturali, su rilascio, da parte del Direttore dellArchivio
competente, di una autorizzazione, valida limitatamente a ciascuna, specifica
pubblicazione richiesta.
Il richiedente dovr impegnarsi a citare, nella pubblicazione, lArchivio di

187
Stato quale possessore dei documenti editi (con relativa segnatura archi-
vistica), facendo esplicito riferimento allautorizzazione ottenuta (data e
n.ro di protocollo, con dicitura su concessione del Ministero per i Beni e
le Attivit Culturali) nonch lespressa avvertenza del divieto di ulteriore
riproduzione o duplicazione con qualsiasi mezzo, il che non significa che
il richiedente detiene il monopolio del materiale rispetto agli altri studiosi,
come pensa lei professore, ma che nessuno pu fare ulteriore copia da quei
facsimili, neppure lautore della pubblicazione stessa perch la concessione
unica.
In altre parole, ogni studioso, italiano o straniero, pu recarsi allArchivio di
Stato di Firenze, consultare i documenti del processo ai rastrellatori italiani
del Grappa e farne copia con la propri digitale, pagando semplicemente 3
euro a faldone e pubblicarne il contenuto. Se, invece, preferisce incaricare
una ditta specializzata, deve pagare per tale servizio. E se intende pubblicare
quei documenti in facsimile, deve ottenere la relativa concessione da parte
del Ministero. La normativa chiara.
Caro Gramola, pi che un alunno sempliciotto lei mi sembra solamente un
po impreparato. Mettersi nelle ultime file non sempre sinonimo di umilt.
Un cordiale saluto.
Sonia Residori
Quaderni Vicentini N. 6-2015
188 Vassilij Melnikov
e il lapsus freudiano
Solo un lapsus freudiano pu aver cancellato dalla mia
mente la sorte toccata al partigiano ucraino Vassilij Melnikov (dopo
aver imparato quasi a memoria I piccoli maestri!), che ho fatto sbri-
gativamente morire assieme al Moretto a porta Incudine, durante uno
dei pi intensi rastrellamenti
nazifascisti avvenuti in Alto-
piano - quando invece era ri-
uscito allultimo a sganciarsi e
a nascondersi. Avevo perfino
visto e apprezzato questa sua
foto con dedica in cirillico -
soffermandomi sul possibile
significato delle parole - fatta
al compagno Rinaldo Rigoni
(Moretto), in uno dei libri di
Don Gios, letto doverosamen-
te assieme a molti altri - per
preparare il mio intervento.
La dedica tradotta in italiano - ora lo so - dice: Su Rinaldo. Al com-
pagno Rigoni da parte di Vassilij Melnikov, allepoca del mio invio
nella squadra di partigiani sulle montagne. (19/ 9/ 44).
Come la foto sia giunta nelle mani della famiglia, non lo si sa con
certezza; si sa per certo che un anno dopo la sua morte, Vassilij era
lass, a raccogliere la salma del compagno assieme a Silvio Broccardo
e a Mario Rigoni Stern, che dedic al Moretto un racconto in Ritorno
sul Don, dal titolo: Un ragazzo delle nostre contrade.
Sono io la prima stupita e anche un po preoccupata per questo black
out: che sia un pericoloso segnale, o avevo semplicemente saturato il
cervello dopo averlo bombardato con migliaia di informazioni, nell
impresa titanica di comprimere concitati e sanguinosi anni di storia
in poche righe?
Che fare, se non chiedere venia a lettori, colleghi e allanima del pove-
ro Vassilij, che ho fatto morire anzitempo, e dire un grazie al collega
Roberto Pellizzaro che mi ha riportato sulla retta via?
Quanto allaver elencato assieme ai partigiani (rispettivamente col
loro nome di battaglia) anche il gruppo di studenti interpreti del libro
di Luigi Meneghello, ho volutamente citato Toni, Bepi o Nello coi loro
nomi, cio i diminutivi di uso comune, che in Veneto sostituiscono
per la vita il nome di battesimo.
Beppa (Giuseppina!) Rigoni

Sopra: Foto di Melnikov con dedica in cirillico allamico Moretto


QV MEMORIA 189

UN FILO ROSSO:
LA MIA SCUOLA,
GENESIO ALBANELLO,
DON MILANI, I RICORDI
DI FRANCA CARTA
ROBERTO PELLIZZARO

N ellultimo numero di QV avevo lasciato in sospeso


due argomenti col proposito di svilupparli in questo numero. Prima
della commemorazione di Dino Carta si era presentato davanti a
me un mio allievo di secoli fa: da qui riprendo il primo spunto con
partenza da lontano.
La Costituzione Italiana entra in vigore il 1 gennaio 1948. Composta
di 139 articoli, uno in particolare riguarda la scuola. Si tratta dellar-
ticolo 34 che cos recita: La scuola aperta a tutti. Listruzione
inferiore, impartita per almeno 8 anni, obbligatoria e gratuita.
I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di rag-
giungere i gradi pi alti degli studi. La Repubblica rende effettivo
questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre
provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.
Soffermiamoci sulla prima parte. Questa norma verr disattesa per
15 anni in quanto solo il 1 ottobre 1963 sar varata la nuova scuola
media unificata. Con la legge sulla scuola n.1859 del 31 dicembre
1962 si colma un vulnus durato appunto 15 anni e si apre alla scola-
rizzazione di massa. Per fare un esempio, a Vicenza cerano 2 scuole
medie e 2 avviamenti, uno industriale, laltro commerciale e basta.
Moltissimi alunni provenivano dai paesi limitrofi, forniti solo delle
elementari. I ragazzi dopo la 5 elementa-
re potevano interrompere i loro studi per

190 sempre: a 11 anni erano gi pronti ( ??) per


il mondo del lavoro. Tanti nati tra il 1937 e il
1951, specialmente di campagna e di mon-
tagna, furono defraudati del diritto-dovere
di arrivare al diploma di 3 media. Una
cosa per voglio riconoscere al governo
allora presieduto da Amintore Fanfani
con Luigi Gui ministro dellIstruzione. La
legge sulla scuola fu frutto del neo centrosi-
nistra avanzante, ma faccio notare che tra
il 31 dicembre
1962 e il 1otto-
bre 1963 inter-
corrono pochi
mesi: impossi-
bile sopperire
alla mancanza
di insegnanti e
di logistica. Il
governo ebbe
un grande co-
raggio nel dare
inizio alla ri-
forma: avesse
aspettato ad
avere tutti pro- Don Lorenzo Milani e i suoi ragazzi di Barbiana
fessori laureati ed edifici
ad hoc, il varo della nuova scuola sarebbe stato procrastinato di molti
anni. Per ledilizia, in attesa dei nuovi plessi scolastici, si stiparono
gli edifici delle elementari e quando non era sufficiente, si affittarono
canoniche, oratori, luoghi di fortuna pubblici e privati; si ricorse quali
insegnanti a studenti universitari,per le materie tecniche anche a di-
plomati. Cos nellottobre 1967, a due mesi dalla maturit conclusa a
luglio, mi ritrovai con lamico e compagno di studi Emilio Franzina
alla scuola media Silvio Negro di Chiampo.

Menelao era cinese?

Vi insegnai 2 anni ricoprendo la cattedra di lettere nel corso G:


esperienza di frontiera, che sapeva di odore di letame, di vacca; di
mancanza digiene, di miseria; di ignoranza. Scuola di vita. In quel
1967 muore il 26 giugno a 44 anni Don Lorenzo Milani: un mese
prima era uscita la sua ultima fatica letteraria, scritta con i suoi allievi, 191
Lettera a una professoressa: un libro rivolu-
zionario, un durissimo atto daccusa contro la
scuola selettiva di quel tempo, tutta a sfavore dei
ragazzini pi deboli, pi poveri e pi bisognosi,
a favore dei pi bravi, dei pierini, dei figli del
dottore. Un grido corale: la scuola dellobbligo
non deve bocciare; se no come un ospedale che
cura i sani e respinge i malati. Come dimenti-
care: la lingua che fa ugualiuguale chi
sa esprimersi e intende lespressione altrui.
Per inciso, tutto questo, detto da un sacerdo-
te, definisce lessenza del cristianesimo: dare
agli ultimi cominciando col dargli scuola,
quella che la professoressa, nella presunzione di fare il suo dovere,
gli toglieva bocciandoli, facendo cos parti uguali tra disuguali.

La pansa dei preti


x il cimitero dei caponi

La lettura del libro mi mut radicalmente la vita come mai mi era e


mi sarebbe capitato. Ero ed eravamo in tanti a non conoscere quelle
tematiche.
La mia classe di riferimento era il 1956. Genesio Albanello era del
1955: perdere un anno alle elementari allora rientrava nella norma.
Cos dopo 47 anni me lo trovo di fronte. Lo riconosco subito. Ho
memoria di ferro? Assolutamente no. In tanti anni ho incontrato vari
miei ex allievi e spesso mi sono dovuto arrendere:
Scusa, come ti chiami? ad evitare brutte figure o farfugliamenti da
arrampicaspecchi. Riconosco che la scuola luogo speciale in cui si
realizza lincontro umano tra docente-discenti: i legami che ne deriva-
no generano spesso frutti molto importanti e significativi. Ho cercato
di approfondire. Genesio Albanello quello che mi chiese, mentre
parlavo di Iliade, se Menelao fosse cinese; quello che mi scrisse che
da grande avrebbe voluto fare il parroco perch la pansa dei preti
x il cimitero dei caponi.
Vado a ricordare la lezione di Barbiana dove non esistevano presidi
professori bidelli circolari banchi registri campanelle. Non si distin-
gueva tra alunni e insegnanti; i ragazzi vivevano in perfetta simbiosi
e i meno piccoli insegnavano ai pi piccoli. I care, il celebre filo con-

192 duttore e tutti imparavano. Cos da buon cultore de I piccoli maestri


non posso non citare Luigi Meneghello: In realt ci che pi ha
contato per me il tema della maestria, con le connesse funzioni
dellinsegnare e dellapprendere. Si impara insegnando, si insegna
imparando.
Genesio Albanello il primo alunno in ordine alfabetico della mia
prima classe. Avevo tra i 19 e i 21 anni; lui tra i 12 e i 14. Io non sapevo
insegnare. Supplivo con lentusiasmo, la voglia, la grinta propria dello
sportivo che ero. Genesio con i suoi compagni mi cambi lesistenza.
Se i Piccoli Maestri rischiarono la vita (3 di loro la persero), io pi mo-
destamente mi giocavo professione e futuro. Non avevo minimamente
in testa che la mia strada sarebbe stata insegnare. I due anni trascorsi
a Chiampo furono coinvolgenti e decisivi. Nacque fra chi insegnava
e chi imparava una fertile complicit in un continuo capovolgimento
dei ruoli. I miei ragazzi mi aiutarono a superare paure e complessi, a
capire di scuola sul campo; ad usare fantasia; a stare attento alla loro
lingua, che non era litaliano. Mi fecero crescere. Troppo facile dire
che bocciare il male minore: la bocciatura un lavarsi le mani. Sono
buoni tutti a insegnare ai pierini. Per gli altri io responsabile devo spaccar-
mi la testa, trovare soluzioni, differenziare la didattica, pormi obbiettivi,
per centrare risultati anche minimi. Per questo sono chiamato a scuola;
per questo si definisce linsegnamento il lavoro pi difficile. Siamo noi
insegnanti che dobbiamo sapere tirar fuori dagli allievi, anche quelli pi
in difficolt, ci che hanno dentro; far emergere potenzialit e creativit.
Insegnare far fatica; motivare, suscitare il fuoco, vedi Plutarco e
Montaigne gi ricordati su QV tempo fa.
Cos mi spiego ci che successo il 16 gennaio scorso: un indelebile
ricordo di un passato magico. Mi rimane il rammarico di avere inter-
rotto la mia strada in anticipo, frutto di una scelta affrettata; e di una
legge sbagliata. Caro Genesio, impossibile dimenticartiMenelao
cinese, la pansa del pretetroppo forte, troppo bravo. Quando mai
Pierino, figlio del dottore, avrebbe inventato immagini cos belle?

Post scriptum
- Genesio Albanello sposato, ha 3 figli: evidentemente da grande non
ha fatto il prete.Ha lavorato per 43 anni alla Cartiera Valchiampo; abita a
Trissino. Oggi in pensione e gode di ottima salute.
-Eraldo Affinati - Luomo del futuro -Sulle strade di don Lorenzo Milani.
Uscito a febbraio di questanno, lultimo lavoro, molto originale, sul priore
(meglio, sulle tracce del priore) di Barbiana, scomodo prete, grandissimo
pedagogo: un cristiano. Conosceva bene i pierini perch lo era anche lui,
193

rampollo di famiglia benestante. Don Milani e Barbiana sono unimmen-


sa, mirabile metafora del nostro tempo: Africa, Siria, Egitto, Libia, Irak,
Afghanistan...
- I care esattamente il contrario del me ne frego fascista.
-Un ottimo metodo scolastico il teatro: 9 anni di esperienza dai risultati
eccezionali e divertenti.

Adriano e La Traviata

Adriano era un alunno sordastro con grosse difficolt di apprendi-


mento che per tre anni mi (e ci) ha fatto impazzire: risultati zero.
Gli affido la parte di Alfredo nel brindisi della Traviata. Al libiam
nei lieti calici deve solo muovere la bocca e fare qualche passo di
danza: un salame, nonostante decine di prove e di rappresentazioni.
Lultima sera, davanti alla platea del Busnelli di Dueville gremita dai
genitori accorsi in massa, Adriano esplode in positivo con movenze
disinvolte e presenza scenica da consumato emulo di Pavarotti e di
Nureyev: padrone del palco, subissato dagli applausi scroscianti dei
400 presenti entusiasti. I colleghi Roberta Cencini, Elia Di Giovine,
e io stesso non credevamo ai nostri occhi. Lui, gi bastonato di suo,
al settimo cielo, a gustare finalmente gioia e gratificazione. Venti
giorni dopo, allesame di terza, colui che in 3 anni avr detto s e no
10 parole ci ha annichiliti e felicemente messi ko: una rivelazione,
frutto di sblocco totale che avevamo inutilmente perseguito e
finalmente realizzato. Sicuramente don Milani da lass si fregava
le mani compiaciuto. Oggi Adriano un apprezzabile tecnico del
legno e lultima volta che ci siamo incontrati (alla commemorazione

194 partigiana di Malga Zonta) ci siamo abbracciati commossi: ho trovato


in lui un quarantenne tranquillo e realizzato. Adriano il significato
stesso della scuola: lui stato il mio migliore alunno.

Pallacanestro in Basilica Palladiana

Laltro spunto viene dopo la commemorazione di Dino Carta ed ha


per protagonista Franca Carta
Pavan, la sorella del giovane
partigiano. Un paio di giorni dopo
mi reco a casa sua e mi racconta
quello che mi aveva comunicato
per telefono: da giovane praticava
la pallacanestro e il suo allena-
tore era stato Mario Pellizzaro,
mio padre. Siamo nei primissimi
anni 50 e la squadra si chiamava
Libertas, abbinata al marchio
Lanerossi, diventato famoso pi
per la squadra di calcio che per il
basket.
Mi dice Franca: Sinceramente
ricordo poco di quei tempi. Io
non ero brava come le altre - e
mi snocciola fior di nomi che co-
nosco perfettamente: Carlina Formaggio, Giancarla Consonni, Zerga
Campagner, Rosetta Salina, Marilena Gobbi e una giovanissima Biba
Gentilin, gi fenomenale pur avendo qualche anno di meno delle
compagne. Ho smesso presto, per ricordo che ci allenavamo sullo
scivolosissimo campo di pattinaggio della ex Gil (oggi parking) o
dietro alla Casa di Cura Eretenia su un terreno del Rezzara. Il campo
principale di gioco era ai Ferrovieri, oggi sede del bocciodromo, ma
ho fatto in tempo a giocare in Basilica Palladiana. E qui correggo
Francesco Jori, che nel suo recente libro Storia di Vicenza, peraltro
gradevole, scrive che la Basilica ospit la pallacanestro dal 1960 al 1966.
La Basilica si apr allo sport nel 1952 fino al 1956 quando, dopo un infuo-
cato Fusinieri-Rossi , a cui partecip anche il mio capitano Livio Padrin,

Foto: Franca Carta Pavan


dal basket si pass direttamente al pugilato. Non si contarono morti,
ma al sindaco Zampieri, che mal aveva consentito alluso improprio del
Monumento Palladiano, non parve vero di ritirare quel consenso. Sar il
sindaco Dal Sasso a riconcedere la Basilica al basket nel 1960. Cera sal- 195
tuariet nelluso: ogni motivo era
valido per cacciare la pallacanestro
a prendere i freschi del neo campo
allaperto di Piarda Fanton.

Dino Carta,
il Patronato Leone XIII,
il torneo di calcio

Inevitabilmente e giustamente
andiamo a parlare di Dino. Che
ricordi ha di lui? Molto sfuocati.
Era un ragazzo normalissimo,
attivo, vivace, innamorato del
calcio. Frequentava il Patrona-
to. Era solerte anche negli studi.
Tutti noi in famiglia eravamo
molto uniti. Mamma, pap, 3
sorelle e Dino: ci legava ancora
di pi lattaccamento per Giancarlo, il pi giovane di noi, mancato
lo scorso anno. Giancarlo stato sfortunatissimo in fatto di salute,
ma per tutti noi stato motivo di amore. Dino gli voleva davvero
molto bene. Mi mostra originali di articoli di giornale e fotografie.
Una cosa molto cara che non si sono mai dimenticati di lui. Gi
appena finita la guerra, viene ricordato con epigrafi, scritti, com-
memorazioni; il Patronato gli intitoler una squadra e gli dedicher
per anni il torneo estivo Le chiedo se pu dirmi qualcosa di inedito.
Ci pensa un po.
Forse quello che successo dopo la sua uccisione. Fu caricato su
un carrettino da trasporto di frutta e verdura e portato in giro per
la citt: un vile monito per i cittadini di Vicenza, un dileggio inutile
ch il finale della guerra era gi segnato. Ricordo con raccapriccio il
giorno dopo. Verso le 10 un poliziotto suon alla porta della nostra
casa in Stradella dei Munari. Io ero con la mamma. Ignare di tutto,
aprimmo e ci fu comunicata la notizia della morte di Dino: poteva-
mo trovarlo allobitorio del Cimitero. Subito vi andammo. Nudo sul
tavolaccio, coperto da un lenzuolo. Per terra la sua divisa sporca di
sangue. Un colpo di sicuro al petto, un braccio ferito, non si sa se per

196 la caduta o un ulteriore sparo. Raccogliemmo la sua veste: quella


che abbiamo donato al Museo del Risorgimento qualche anno fa.
La nostra costernazione fu ancora pi grande perch ignoravamo
completamente la sua attivit clandestina. Pensavamo lavorasse
nella polizia cittadina per raggranellare qualche soldo e cos pa-
garsi gli studi. Fu per tutti noi un colpo amaro e crudele. Ancora un
particolare: la statua della tomba di Dino stata presa dal calco del
suo corpo. Lo rappresenta comera: cos vollero mamma e pap.
E qui mi racconta una storia. Dino e la sorella ancora vivente Fan-
ny avevano posato qualche anno prima per lo scultore Giuseppe
Giordani, che aveva ideato una fontana con 2 giovani. Quando
Dino manc, mamma Rina e pap Arturo restituirono a Giordani il
busto in gesso che si erano tenuti in casa: il volto soprattutto, ci tiene
a precisare la signora Franca, esattamente quello di Dino. Come il
volto del piccolo busto in gesso che si trova ancora in alto allesterno
della vecchia casa di Stradella dei Munari: i nuovi proprietari accon-
sentirono a tenerlo in vista.
Unultima riflessione personale. Se tutti i partigiani sapevano di
rischiare la vita, ma dentro di s covavano la speranza di salvare la
pelle, Dino Carta rappresenta un caso particolare. Il doppio gioco che
aveva accettato liberamente di fare era di un rischio altissimo fuori
dalla norma. Non poteva non capire che a lungo andare sarebbe finita
com finita: il pericolo di delazioni o di errori tali da essere scoperto
significava morire. E questo un bellissimo esempio di Vicentinit
di cui andare fieri ed orgogliosi. La sua famiglia, noi vicentini.

Post scriptum
Alla richiesta della Polisportiva Libertas in data 25 agosto 1952 di avere in
concessione luso della Basilica da ottobre a marzo la domenica dalle ore
15 alle 19 per le sole partite, il sindaco sottolinea ed evidenzia con un punto
interrogativo a latere le parti che evidentemente ritiene pi stravaganti e
in calce a matita scrive in data 20 settembre: Proprio proprio non sono
favorevole. Il salone basilicale va adoperato per altri usi, e poi questo un
precedente funesto. Luso allora era soprattutto per spettacoli lirici. In
data 25 settembre il sindaco firma la delibera di accoglimento. Comandava
la Democrazia Cristiana e la Libertas di Alvaro Barbieri, Renato Treu
e Igino Fanton ne era la potentissima emanazione sportiva. Cos: ubi
maior, minor ( il sindaco) cessatvecchia storia.
L'ALTOPIANO cos VICINO, COS LONTANO 197
IL SECONDO
DOPOGUERRA
LItalia frantumata e devastata che usc dalla guerra
e che si guard allo specchio dalla testa ai piedi (dalle
Alpi alla Sicilia) faceva semplicemente rabbrividire. Gli
italiani dovevano ricominciare tutto da capo: darsi una
Costituzione degna di questo nome, dare il voto alle donne
per la prima volta, ricostituire un Parlamento e un governo
adeguati, ritrovare alleanze internazionali, ridare spinta
alla produzione industriale e agricola, ricostruire la scuola,
le strade, i ponti. LItalia rifece tutto molto in fretta, anche
se le condizioni cui le Potenze mondiali la assoggettarono
furono quelle di nazione perdente. In sintesi il tragitto
merita di essere ricordato: per lItalia e per il Veneto

BEPPA RIGONI

I l 25 aprile lasci unItalia liberata ma frantumata: il


potere ancora monarchico, il governo doccupazione alleato, quello
dei comandi doccupazione militare, quello dei Comitati di liberazione
nazionale: si pensi che per sedare le diatribe interne, spesso dovette
intervenire il Vaticano! Il 25 il giorno in cui la citt di Milano fu
abbandonata dai nazifascisti e il 28, quello in cui Benito Mussolini
- catturato dai partigiani e fucilato - fu esposto (appeso per i piedi)
al pubblico ludibrio a piazzale Venezia. I partigiani (non tutti) con-
segnarono le armi agli americani e, offrendosi di normalizzare la
nazione, entrarono numerosi nelle forze dellordine.
Rimanevano ancora in sospeso le questioni: Venezia-Giulia e Trieste,
liberate dai partigiani jugoslavi di Tito, che mirava allannessione.
Nei confronti degli italiani doltremare, Tito applic la persecuzione
delle foibe fino allarrivo
degli alleati il 12 giugno,

198 eccidio che port alleso-


do dei profughi dalmati
e giuliani.
(Chiudo lincipit con
unesternazione non
certo da storico, bens
da osservatore: chi mi
legger nel N. 1/2016,
rilever dei buchi circa
le questioni vicentine
passate e presenti. I col-
laboratori cittadini dei
Quaderni danno di con-
tinuo risposte chirurgi-
che alla storia della citt
e dellhinterland, perci
approfitto appieno della
libert di espressione
che la testata consente,
permettendo di sceglie-
re il taglio da dare ai
propri pezzi, cosa pi
unica che rara nel mondo editoriale! Ndr)

I primi governi repubblicani

Col Patto di Salerno, il popolo italiano venne chiamato a scegliere


se mantenere il governo monarchico o optare per la repubblica,
oltre ad indicare coloro cui spettava il compito di redigere la Nuova
Costituzione.

Il primo voto femminile

Il 2 giugno 1946 si tenne il Referendum istituzionale a suffragio


universale col sistema proporzionale, con voto - diretto, libero e se-
greto - a liste di candidati concorrenti in 32 collegi plurinominali. Fu
scelta la forma di governo repubblicana: 12.718.641 i voti validi, pari
al 54, 3%. Furono eletti 556 deputati e 573 senatori. Ovviamente, non
si tennero elezioni nei territori non ancora sotto la sovranit italiana:
Venezia-Giulia, Trieste, Bolzano.
Percentuali dei partiti: Democrazia Cristiana - 35,2%, Partito Socia-
lista - 20,7%, Partito Comunista - 18,9%, Unione Democratica nazio- 199
nale - 6,8%, Uomo qualunque - 5,3%, Partito Repubblicano - 4,4%,
Blocco nazionale della libert - 2,8%.
Subito furono scelti i membri dellAssemblea Costituente.
Primo capo del Governo (eletto il 21 giugno) fu Ferruccio Parri -
membro del Partito dAzione ed espressione del CNL, nobile figura!
Il neo-eletto persegu lepurazione dalle fabbriche e dai pubblici uffici
delle figure troppo compromesse col fascismo, ma spinse al contempo
per unamnistia per i reati commessi da fascisti e antifascisti
fino al 31 luglio 45. Purtroppo, osteggiato dalle forze conservatrici
e dagli americani (che vedevano il Partito dAzione come un partito
di sinistra) e dal fatto che aveva annunciato unimposta sul capitale,
dopo soli 5 mesi fu costretto a dimettersi per luscita dei liberali dal
governo. La burocrazia, si sa, per sua natura conservatrice
Gli succedette Alcide De Gasperi, eletto a capo di un governo di
unit nazionale. Con lui prevalse lidea della continuit: lammini-
strazione centrale dello Stato rimase immutata e i codici delle leggi
(comprese quelle fasciste), furono mantenuti. Al Ministero della
Giustizia del suo governo spiccarono le figure di Palmiro Togliatti,
nominato ministro della Giustizia, che port avanti loperato di Parri
e di Pietro Nenni, nominato ministro degli Esteri.
Capo provvisorio della Repubblica nel 48, divenne il liberale
indipendente Enrico De Nicola.

Danni di guerra. Situazione economica e sociale

Il calcolo dei danni di guerra fu a lungo oggetto di studio, anche in vista


della ricostruzione. Il danno globale, fu calcolato in 3.200 miliardi
di lire di allora! Lapparato industriale risult danneggiato (anche da
azioni partigiane), ma salvaguardato in buona parte dallintervento
degli operai stessi e quindi pronto allonerosa opera di riconversione;
il settore siderurgico risult fortemente compromesso; gravi furono
i danni subiti dal comparto agricolo e duramente colpite ferrovie,
porti, flotta, mezzi di locomozione, citt, strade: praticamente tutte
le infrastrutture! La situazione port in breve tempo alla perdita di
valore della lira e allinnalzamento del costo della vita, aumentato di
venti volte in confronto al 1938.
Nel giro di un anno i prezzi raddoppiarono e la quantit di moneta
in circolazione fu 14
volte maggiore che nel

200 39. Non secondario


laspetto relazionale:
fra le parti avverse si
innescarono contrasti
e vendette private che
lasciarono un lungo
strascico. La ripresa
industriale fu invece
incredibilmente rapi-
da: nel settembre del
46 arriv al 70% dello
stato in cui si trovava
nel 38.
Fra i danni va conteg- Enrico De Nicola
giato il numero di com-
battenti italiani cattu-
rati sui vari fronti, per
un totale di 1.300.000
uomini: 600.000 cat-
turati dagli alleati e
50.000 dai sovietici
e - dopo l8 settem-
bre 43 - altri 650.000,
dai tedeschi! Reduci
rientrati in patria da
tutto il mondo, spesso
da campi di concen-
tramento, mutilati e
invalidi, accolti con
disprezzo e freddezza:
la stessa accoglienza
che sarebbe stata riser- Alcide De Gasperi
vata negli anni 70 negli
USA ai reduci del Vietnam. Come si pu vedere, la ruota gira ma la
musica la stessa!
Eduardo De Filippo in Napoli milionaria fa dire a Gennaro Jovine:
Io so turnato e me credeva truv famiglia mia o distrutta o a
posto. Io turnavo d guerra e cc nisciuno ne v sntere parl....
Stesse parole che rimbalzano dalle pagine di autori come Guareschi,
Micheli, Vassalli. I reduci, una volta rientrati - esacerbati dallac-
coglienza - chiesero lallontanamento delle donne dalle fabbriche,
per tornare ai rispettivi posti di lavoro: situazione che cre ulteriore
tensione sociale! Il rimpatrio degli internati nei campi di concentra-
mento richiese tempi molto lunghi: circa un milione di prigionieri 201
rientrarono in patria solo fra il 45 e il 47. I partiti antifascisti, inol-
tre, timorosi che il permanere di una mentalit militarista portasse
a rigurgiti di totalitarismo, cercarono in tutti i modi di ostacolare la
formazione di associazioni di ex-combattenti.

Le conseguenze post-belliche per lItalia

A fine guerra, gli alleati considerarono lItalia una nazione sconfitta,


alla quale veniva riconosciuto solo lo stato di co-belligeranza. Nella
conferenza di pace di Parigi del 46, malgrado le perorazioni di
De Gasperi, lItalia fu considerata alla stessa stregua delle nazioni
rimaste alleate della Germania, per cui le condizioni di pace imposte
furono particolarmente pesanti. Unico atto di carit pelosa, lesser
assegnata allarea politica occidentale (Stati Uniti, alleati della Nato
e Paesi amici), contrapposta - per la sua posizione strategica nel
Mediterraneo (e qui passiamo allattualit!) - al costituendo blocco
comunista dei Balcani (Urss, alleati del patto di Varsavia e Paesi
amici). LItalia dovette subire inoltre rettifiche di frontiera a favore
di Francia e Jugoslavia, restituire alla Grecia le terre occupate e ri-
nunciare a tutte le colonie. Dovette inoltre pagare il risarcimento
del danno di guerra (chiedendo milioni di dollari in prestito agli
Stati Uniti, ai quali praticamente si svendette!), allUrss, allAlbania,
allEtiopia, alla Grecia e alla Jugoslavia.

In politica interna ed estera, intanto

Linizio della guerra fredda fra gli Stati membri del Patto Atlantico e
quelli del patto di Varsavia, coincise con la scissione allinterno del
partito socialista: da una parte la corrente minoritaria degli au-
tonomisti di Saragat, dallaltra, quella dei fusionisti di Nenni: luno
filo-occidentale, laltro filo-sovietico. Nacque cos il PSDI, pronto
a collaborare con la Democrazia cristiana a favore di una politica
atlantica. Le sinistre furono escluse dal governo per laccordo fra
De Gasperi e gli americani per il prestito di 100 milioni di dollari:
pi una necessit che una scelta, in linea con lirrigidimento fra i
due blocchi. I principi politici della nuova Carta Costituzionale
(entrati in vigore il primo gennaio 48) furono messi alla prova gi
durante le elezioni di aprile, dove trionf la Democrazia cristiana,

202 che guadagn 5 milioni di voti in pi delle elezioni del 46, mentre il
Fronte Democratico Popolare (formato da comunisti e socialisti), di
milioni, ne perse uno tondo tondo! Fra le cause della batosta, il colpo
di stato comunista a Praga - che accrebbe il timore di una pari
iniziativa da parte del partito comunista in Italia - e lappoggio netto
dato alla DC dal Vaticano e dal clero, che indicarono il voto al partito
cattolico come un dovere per i credenti. Essendo uomo lungimirante,
De Gasperi, come abbiamo visto, chiam al governo anche esponenti
di partiti laici. In politica estera lItalia aveva gi aderito allOECE,
alla CECA e al Consiglio dEuropa e nel 49 entr nella NATO e nella
Comunit Economica Europea.
In quellanno si assistette alla divisione allinterno del sindacato
CGIL in CISL (cattolico) e UIL (repubblicano e socialdemocratico) e
il sindacato unitario, perse irrimediabilmente il potere contrattuale
che vantava precedentemente. Le elezioni del 53 segnarono per la
crisi della DC, cui tocc stavolta di perdere il milione di voti. La
crisi del centrismo fu evidenziata dalle dimissioni di De Gasperi e
dalla successione di governi politicamente instabili: un tormentone
che ci perseguita tuttora!
I governi centristi avviarono una parziale riforma agraria nelle aree
pi depresse del paese, sulla falsariga di quella attivata dal progetto
De Gasperi/Segni del 49, ovvero lesproprio e il frazionamento
delle grandi propriet agricole. La legge, per, assegn ai contadini
solo 1/3 delle terre destinate alla ridistribuzione: ci imped il formar-
si di una classe di piccole aziende a conduzione familiare e divenne
piuttosto strumento di clientelismo. Ben presto, le propriet - scar-
samente produttive - furono abbandonate e inizi il massiccio esodo
Sud/Nord, in concomitanza col boom del 59. Gli stessi governi istitu-
irono la Cassa del mezzogiorno con lintento di una riscossa del
meridione, potenziarono lIRI (Istituto italiano per la ricostruzione)
e crearono lENI (Ente nazionale idrocarburi), facendo diventare di
fatto, lo Stato imprenditore.

Il boom quasi economico

Il Piano Marshall fin dal 53 aveva impresso la spinta in avanti


della nostra nazione, che seppe proseguire con le proprie gambe in
un veloce processo di emancipazione. Nel giro di pochi anni lItalia si
posizion al 7 posto in Europa nei settori: tessile, siderurgico, mec-
canico, chimico, pe-
trolchimico ed edi-
lizio. Questo, grazie
alla favorevole con- 203
giuntura interna-
zionale avviata nel
primo dopoguerra,
ma anche alla fine
del protezionismo
che aveva contrad-
distinto il ventennio
fascista e alla di-
sponibilit di nuove
fonti energetiche, Palmiro Togliatti
come la scoperta del
metano in pianura padana e la realizzazione di una moderna industria
siderurgica (IRI).
Tutto positivo? No. C un rovescio della medaglia: il basso costo del
lavoro, ambito in cui la domanda eccedeva notevolmente lofferta e
ci manteneva bassi i salari. Intorno agli anni 60 solo il 25% della
popolazione aveva raggiunto un livello di vita pi decoroso, mentre
la maggioranza era di gran lunga al di sotto, se non alle soglie della
miseria - pi marcatamente al sud. Oltre allabbandono delle cam-
pagne, si verific levoluzione dei costumi e lavvio al consumismo.
Si produsse inoltre laspetto pi grave del boom, quello che deturp
per sempre il volto della penisola: lo sviluppo edilizio (fuori da ogni
regola) che stiamo pagando tuttoggi.

La sinistra entra nel governo

Grazie al mutato clima politico internazionale degli anni 60 fra orien-


te e occidente, il partito socialista italiano inizi ad avere maggior
peso nel governo: prima con lappoggio esterno al governo Fanfani
(nel 62), poi con la partecipazione diretta al governo Moro (nel 63).
Lesordio trov ovviamente la forte opposizione di Confindustria,
mentre solo alcuni imprenditori lungimiranti vedevano la favorevo-
le ricaduta sulla classe operaia. In cambio dellappoggio, i socialisti
chiesero al governo listituzione delle Regioni a statuto ordinario, la
soppressione della mezzadria, la riforma della scuola (con lestensione
dellobbligo scolastico fino ai 14 anni) e la nazionalizzazione dellener-
gia elettrica (ENEL). La DC, di fatto, imped la piena attuazione
della riforma agraria, timorosa del costituirsi di regioni rosse. Un
trasformismo vecchia maniera, quello del centro-sinistra, poich i

204 socialisti si convinsero che poco o nulla si poteva ottenere stando fuori
dalla stanza dei bottoni. Ci fu di fatto la scissione del PSI in PSIUP
e lopposizione del PCI, premiati nel 63 dallaumento del consenso
elettorale. Il vero successo del nuovo governo Moro, durato un anno
fra mille difficolt, fu portare a termine lo Statuto dei lavoratori e
lordinamento regionale (comunisti astenuti).
Nello stesso anno mor a Yalta Palmiro Togliatti, che indic nel suo
testamento politico una nuova via al socialismo: una via pacifica di
accesso al socialismo, che indichi cosa si intenda per democrazia in
uno stato borghese e se sia possibile una progressiva trasformazione
dello stesso dal suo interno. (Palmiro Togliatti - Memoriale di Yalta).
Contro uneventuale partecipazione nel 64 del partito comunista al
governo, fu organizzato un colpo di stato - fallito - passato alla storia
come scandalo del Sifar. Le elezioni del 68 rafforzarono sia il PCI
che la DC, mentre sub il tracollo il nuovo PSU, nato dalla fusione dei
due partiti socialisti. Furono questi gli anni in cui Mariano Rumor
(non potevo non citarlo), punto di riferimento del mondo cattolico
militante vicentino - sua base elettorale sostenuto dal clero, assunse
cariche governative. Gi nel 48 era stato eletto deputato; fu quindi
ministro dellagricoltura nel 59/ 60/ 62 e nel 63 divenne ministro
degli Interni.
Quando Aldo Moro costitu il primo governo di centro-sinistra, alla
guida della DC fu chiamato proprio lui, fino al 68, anno in cui and
a formare tre governi successivi (durati fino al 70). Fu quindi mini-
stro degli Interni con Andreotti, nel 73 e ministro degli Esteri con
Moro, nel 76. Coinvolto e poi prosciolto nello scandalo Lockheed,
vide compromessa la sua carriera politica a causa del tradimento del
suo delfino, Antonio Bisaglia, che detronizz lantico mentore per
divenire leader della regione pi bianca dItalia.
Rumor mantenne il ruolo di senatore a Palazzo Madama fino alla sua
morte, avvenuta nel 1999.

E dietro langolo il 68 il 69 e il 70

Lanno 68 vide una parziale ripresa economica, ma a seguito del


rinnovo dei contratti di lavoro si gener unondata di proteste e ma-
nifestazioni in tutto il paese. Le destre, data la situazione, invocavano
lintervento di uno stato forte. Come segnale, a fine dicembre 69 ci fu
la strage di Piazza Fontana a Milano, evento attribuito in un primo
momento agli anarchi-
ci, poi ai neofascisti e
accompagnato dalla
rivolta studentesca. 205
Lepisodio apr la stra-
da a fatti eversivi, come
il colpo di stato di Va-
lerio Borghese nel
70. Il paese stava pa-
gando il prezzo delle
molte contraddizioni
del boom economi-
co, lincapacit delle
forze democratiche di
realizzare le riforme
necessarie, le divisioni
allinterno della sini-
stra e le velleit di al-
cune frange reaziona-
rie, tentate ancora una Mariano Rumor
volta da terrorismo ed autoritarismo.

Il Veneto e il Vicentino, dagli anni 50 in poi

Negli anni 50 il Veneto era una delle regioni pi povere dItalia, non a
caso definita Meridione del Nord. Da questa generalizzazione furono
esclusi due soli siti: il porto di Marghera e lAlto Vicentino. La
tradizione artigianale del Veneto e la disponibilit di alcune risorse,
quali lacqua o il caolino per esemplificare, port alla specializza-
zione per settore: il tessile nellAlto vicentino e la produzione delle
ceramiche nel bassanese. Va sottolineato che quasi tutta lossatura
industriale veneta, vicentina in particolare, ruot attorno al settore
tessile e perci fu implementata lindustria meccanica: per tessere
bisognava anche produrre tecnologia ad hoc e fare manutenzione.
Non a caso le aree di Schio Valdagno e Thiene, tuttora pullulano di
aziende altamente specializzate e di nicchia e, malgrado il lungo trend
negativo generalizzato, non hanno mostrato particolari sofferenze.
Dagli anni 50 in poi, si formarono dei distretti di nicchia sia nella
nostra provincia, come: concia (valle del Chiampo), oreficeria
(capoluogo), elettromeccanica e macchine utensili (Alto vicen-
tino), che nel bellunese (occhialeria), nel veneziano (vetro), nel veronese
(marmo e calzature) e nel padovano (strumentistica e pellicceria). Rovigo,

206 prettamente agricola, rimase purtroppo fanalino di coda e luogo a forte


emigrazione. Nel Vicentino il settore che letteralmente esplose fu quello
orafo (dal 62 al 72 la produzione aument di 15 volte!), ma tutti i settori,
fra il 50 e il 70, videro grande incremento se raffrontati a tutte le altre citt
italiane. Il fenomeno si deve alle contenute dimensioni aziendali (PMI),
alle produzioni di nicchia, alla gestione diretta da parte dei proprietari e
alla vocazione allesportazione.
Nella mentalit dellimprenditore vicentino di allora (ma un po
anche di ora), loperaio - laddetto alla produzione - era pi impor-
tante dellimpiegato, che non influisce nel processo produttivo. Nel
71, allinterno di unazienda il 78% erano operai e il 22% impiegati.
Lintroduzione di personale impiegatizio (non parliamo del diri-
genziale), fu molto lento, con riflessi negativi sullexport. Mantra
dellimprenditore tipo: El paron son mi, so tuto mi, faso tuto mi.
Solo confrontandosi coi mercati esteri, la casta imprenditoriale fu
costretta ad assumere dirigenti che conoscessero le lingue e la le-
gislazione internazionale e nacquero cos le figure di area manager,
export manager, direttore del personale, responsabile marketing,
la propriet arrogando a s la figura di presidente, amministratore
delegato se non amministrativosempre per via degli schei!
Un altro problema che le sempre pi crescenti aziende vicentine si
trovarono di fronte, fu la viabilit, sia allinterno dei distretti indu-
striali/artigianali, sia esterna, come nel caso della fallita costruzione
della Valdastico-Nord, che avrebbe notevolmente facilitato il traffico
di merci verso lestero, Germania in testa.

La locomotiva dEuropa

Nel secondo dopoguerra, anche nella nostra regione e nei suoi ca-
poluoghi ci furono gravi questioni legate alla ricostruzione, non solo
residenziale ma anche produttiva, come la riconversione delle
linee di produzione - in particolare nel settore tessile/laniero - che
precedentemente aveva operato per lapparato bellico. Il veneto,
inteso come cittadino, noto per la sua laboriosit, si tir su le mani-
che alla svelta per riprendere un trend di vita normale: il passo dalla
precariet generalizzata a un ritrovato benessere fu breve. Come in
tutta la penisola, il periodo che va dal 1950 al 1963, port anche
qui il cosiddetto miracolo economico. Il boom fu pi marcato nel
Veneto (nel Vicentino in particolare - fenomeno equiparabile solo alle
207

Il vecchio stabilimento Lanificio Rossi a Piovene Rocchette

regioni pi produttive della Germania - perci definito locomotiva


dEuropa!), che nel resto dItalia, proprio per la peculiarit dellessere
veneti cos come ci descrive la letteratura, come ci racconta il cinema,
ma soprattutto, tocca dirlo, come han dimostrato i fatti.
Nel precedente numero dei Quaderni stata coniugata la vicenti-
nit, in tutte le sue declinazioni, ma si potrebbe allargare a tutta la
gens venetala veneticit! La si ha nel Dna, nel bene e nel male. Si
perci gran lavoratori - provenendo da una terra magra - inaspetta-
tamente capaci di inventiva, e altrettanto versati per la tecnologia, ma
soprattutto per gli affari e gli scheianche per tenerli da conto: vedi
il numero delle banche presenti sul territorio! Inoltre, il costo della
riconversione industriale ci tocc in modo meno vistoso di quanto
accaduto in Piemonte e Lombardia, proprio per la minore dimensione
delle aziende manifatturiere e di trasformazione delle materie prime,
soprattutto se raffrontate a colossi come la Fiat.
Certo, Marzotto e Lanerossi dopo la riconversione, in quegli anni
decollarono assieme a quelle dellindotto, a quelle del settore orafo,
conciario e tecnologico: i fiori allocchiello della vicentinit!
Ma anche il settore agricolo, ripresosi velocemente dalla guerra
- poich bisognava produrre cibo - segn passi da gigante. Queste
le principali attivit su cui poggiava (e tuttora poggia) lagricoltura
vicentina: la coltivazione di cereali, la produzione vitivinicola e lal-
levamento del bestiame.
Negli anni 90 si arriv a 16.000 aziende agricole dedite alla coltiva-

208 zione di cereali su 30.000 ettari di terreno, mentre quelle vitivinicole


raggiunsero quota 20.000 su una superficie di 10.000 ettari (numero
oggi ampiamente superato) e gli allevamenti di bestiame raggiunsero
le 21.000 unit, con: 190.000 bovini, 60.000 suini, 30.000 equini,
(gli ovini vennero introdotti solo negli ultimi anni, trasformazione
del latte compresa) e 6.000.000 avicoli! Conseguente lallevamento
bovino, la lavorazione del latte e dei suoi derivati. La provincia di Vi-
cenza divenne via via una delle maggiori produttrici di latte in Italia:
oltre 1/3 di quello nazionale.

La trasformazione del latte

La trasformazione del latte di casa nostra, ha il suo plusvalore per la


produzione di alcuni tipi di formaggi come il grana padano e lAsiago:
i formaggi pi venduti nel mondo! La produzione ortofrutticola locale
si man mano specializzata e messa in luce per la qualit. A molti
prodotti tipici son stati assegnati il marchio DOC e DOP: per esempio,
al radicchio della piana di Lonigo; allasparago del bassanese e alla
ciliegia di Marostica.
Limitandoci alla sola provincia per la produzione vinicola, primeg-
giarono e primeggiano localit come Breganze, Gambellara e i Colli
Berici, produttori di vini sempre pi gettonati, premiati ed esportati
in tutto il mondo. Lagricoltura vicentina si trova oggi di fronte ad
alcune sfide di grande portata, determinata dalle direttive sempre
pi precise e restrittive dellUnione Europea in merito alla qualit,
allinternazionalizzazione dei mercati e alla crescente interconnes-
sione con altri settori produttivi, dove il made in Italy - tanto ambito
e apprezzato - rischia di perdere colpi. Lo vediamo ogni giorno: le
arance spagnole, i pomodori di Pachino-Pechino, lolio marocchino
La politica protezionistica europea ci danneggia direttamente: c
poco da fare, altro che qualit!
Ci siamo dimenticati - tanto per citarne uno - laffaire mozzarella?
C da dire che gli imprenditori locali del settore eno-gastronomico
sono sempre pi agguerriti, hanno dimostrato di saper evolvere
il know-how aziendale, si son mostrati sempre pi competitivi e
innovativi e questa economia per fortuna tiene, anche grazie alla
sinergia messa in atto fra soggetti diversi operanti allinterno dello
stesso settore e allottimizzazione delle risorse. Ne sono un esempio
lIstituto di genetica e sperimentazione Strampelli di Lonigo e
lAzienda agricola sperimentale
di Montecchio Precalcino. Ma
basta pensare ad un qualsiasi
agriturismo, dove si produce, 209
si vende, e il visitatore viene
nutrito e alloggiato. E proprio
quello agrituristico, il com-
parto che - nato timidamente
- vede una forte espansione:
qualit e prezzo lo rendono
vincente!
Molte le aziende assunte col tempo a fama mondiale: Diesel, Zam-
perla, Fiamm, Bisazza, Zambon - per citarne alcune.
Un altro settore, cui ho gi accennato, in cui fummo e siamo primi,
quello edilizio. E qui mi vien da dire: purtroppo! Nel senso che fu
ed davverotroppo!
Fabbrichette, capannoni e fabbricati, dagli anni 50 in poi, si mesco-
larono in modo del tutto caotico ad abitazioni civili, ville antiche,
terreni coltivati, pascoli e corsi dacqua. Un bailamme paesaggistico
ed urbanistico, che non si pu ignorare, malgrado il primato turistico
nazionale del Veneto a livello di incoming!

Dal boom al flop, il passo breve

Ed propria la stasi nelledilizia, la principale causa della crisi


generalizzata: daltronde, c forse ancora qualcosa da costruire? E
dove? E perch?
C casomai da rivedere tutta la politica urbanistica, in unottica
di ristrutturazione e conservazione dellesistente. E non che limi-
tandoci a questo tipo di attivit non ci sia possibilit di guadagno per
le aziende del settore. Il fatto che i facili guadagni - dal 1950 a inizi
2000 - han trasformato la laboriosit in ingordigia, in corruzione, in
voto di scambio: i nomi li conosciamo fin troppo bene! Le amministra-
zioni e le banche, per concessioni edilizie e credito facile, hanno in tal
senso forti responsabilit, sia in pianura che in montagna: allecono-
mia montana dal dopoguerra ad oggi, sar dedicato un capitolo a s.
Mi colpirono dal vivo anni fa le cattedrali nel deserto di certe regioni
del Sud, prive di ogni criterio, ma anche da noi abbiamo poco di cui
andar fieri: basti pensare allecomostro del tribunale, a tutti i capan-
noni abbandonati o mai finiti, imponenti e grigi, ad interrompere lo
skyline di colline e campi coltivati
210 CANZONI POPOLARI
DEUROPA, ITALIA
E STATI UNITI
DAL TA-PUM AL TAPS
(IL SILENZIO)
Dalla nascita dellItalia unita alle soglie dellattuale
modernit. Forse si tratta di parole e musica che
rappresentano valori che non ci sono pi? possibile,
ma questa genesi merita unadeguata rivisitazione
CARMELO CONTI

Questo articolo il seguito di quello apparso su Quaderni Vicentini 6/2015,


intitolato Le canzoni dellItalia dal Risorgimento alla Grande Guerra (pp. 211-
227). Di seguito pubblichiamo i testi delle canzoni descritte nel primo
e nel presente articolo su richiesta di molti lettori.

Il TA PUM e le gallerie ferroviarie del Moncenisio,


del Gottardo, del Sempione

Contemporaneamente ed in continuit con i vari repertori musicali


citati, che contribuirono a guidare le pi importanti vicende storiche
messe in atto da intere generazioni, sempre in materia di dinamite e
delle relative esplosioni prodotte dalluomo in divisa militare e non,
si imposero due motivi eccezionali, particolarmente incisivi sia per i
contenuti che li generarono, sia per le note musicali con cui vennero
espressi. A partire da met del 1800 e poi lungo tutto il 900, risuon
per lEuropa e per una parte dellItalia un canto particolare detto
Ta pum (1872-1880). Se la sua vera provenienza non stata ac-
certata, sappiamo almeno che era cantato nei paesi nordici da buona
parte degli uomini che andavano in miniera a cavar carbone e dove
le escavazioni avvenivano con luso pesante delle polveri da sparo e
subendone gli scoppi a ripetizione: i ta pum, ta pum, ta pum!
211

1917: vita
di trincea.
Lo spartito
di Ta-Pum
Il ritornello arriv facilmente sulla bocca delle centinaia di minatori
piemontesi, lombardi e veneti a loro volta occupati ad usare prima
212 polvere da sparo e poi mine per scavare sotto le montagne e realizzare
le famose gallerie ferroviarie: quella del Moncenisio (1857 - 1871) e
pi tardi quelle del Gottardo (1872 - 1882) e del Sempione (1898
1905). (A. V. Savona e M. L. Straniero, I canti della Grande Guerra,
1981, Garzanti).
Il canto venne adattato e ricomposto pi volte e, come vedremo, verr
intonato di continuo anche sui fronti della Grande Guerra, sempre
perch quel ta pum ripetuto pi volte generava appieno la tragica
ossessione inferta prima nelle teste dei cavatori di pietra e dopo in
quella dei soldati dagli spari delle polveri e dagli scoppi dei proiettili.

I richiami lanciati con gli ottoni: sveglia, rancio, riposo

Premesso che negli schieramenti armati depoca lesigenza principale


fra le varie componenti, ora a riposo ora in combattimento, era quella
di comunicare gli ordini, sempre di tenore diverso; scontato che dette
comunicazioni dovevano pervenire forti e chiare a tutti gli organici
anche a distanze diverse, sovrastando i rumori e la confusione che
regnava nelle piazze darmi o sui campi di battaglia; per tutto que-
sto i reparti erano costretti ad utilizzare strumenti, compresi quelli
musicali, particolarmente rumorosi, come i tamburi e le trombe.
In Europa i primi schieramenti militari ad usare trombe furono quelli
napoleonici. Ma pu essere che certe suonate, dette del riposo,
secondo la parola olandese taptoe, fossero in auge gi da tempo
presso le armate fiamminghe quando alla sera si doveva impartire ai
soldati lordine di smettere di bere, di chiudere i rubinetti dei barilotti
di birra e di andare a dormire. In seguito, alterando quel termine,
si arriv alla voce taps, che stava per rubinetti, anche questi da
chiudersi allora prestabilita. Regolamenti che, in parte veri, vennero
mantenuti fino al XIX secolo!
Tra i vari richiami lanciati al suono degli ottoni, i pi comuni servivano
a segnalare: la sveglia mattutina, lora del rancio e quella del riposo
notturno. Ma con altri squilli di tromba sindicavano pure: ladunata,
lalza bandiera, ladunata guardia, la libera uscita, ladunata picchetto
armato ordinario (p.a.o.), ladunata puniti, la ritirata, il contrappello,
il silenzio e il silenzio fuori ordinanza, lallarme. Da quando si con-
solidarono esigenze belliche
pi aggiornate e strumenti pi
efficaci, gli eserciti decisero di
utilizzare gli ottoni solo in due
213
precisi momenti della vita mi-
litare: ogni sera per annunciare
lora del silenzio e solo in
occasione di esequie militari o
per accompagnare commemo-
razioni civili e religiose.

TAPS (1862),
generalmente chiamato
GO TO SLEEP
brano musicale cantato
dai soldati americani

Contemporaneamente ai moti
rivoluzionari italiani ed europei, nellOttocento si combatteva anche
negli Stati Uniti, perch si dava corso alla guerra di secessione! E
mentre i soldati nordisti marciavano accompagnandosi con i canti
There was an old soldier, When Johnny comes marching home e
con la pi cantata: Glory, glory, hallelujah! (Glory, glory, hal-
lelujah / Glory, glory, hallelujah! his souls marching on!), i sudisti,
a loro volta, andavano alla carica con motivi altrettanto orecchiabili
come Yellow rose of Texas.
In particolare, proprio nellanno fatidico del ferimento di Garibaldi
sullAspromonte (1862), dallAmerica si alzavano strazianti e com-
moventi la musica ed il canto Taps inizialmente chiamato pure
Go to sleep in quanto la musica aveva lo scopo di invitare i soldati
ad un riposo pi duraturo. Infatti al calar della notte i trombettieri
dellUnione invitavano i commilitoni alle luci spente intonando il
motivo (forse derivato da una composizione francese per tromba da-
tata 1809 e preferito dallo stesso Napoleone), chiamato Spegnere
le luci.

USA: cimitero nazionale di Arlington. Il suono del Taps.


The Silence o Il tocco del silenzio
(primo versoDay is done, gone the sun / God is nigh 1
214 La storia di questo canto si rif ad almeno due momenti paralleli
legati alla nascita dello spartito suonato e cantato in prima battuta
dalle truppe americane: uno di carattere prettamente umano e laltro
di squisito spirito militare.
Siamo ancora allanno 1862, negli Stati Uniti in pieno svolgimento la
guerra dei Confederati (sudisti) contro i soldati dellUnione (nordisti),
quando si verifica un evento umano, che non si pu non fare nostro
proprio perch ci ricorda sia come si pu morire e quale musica si
pu scegliere per rinascere in unaltra vita, sia quanti soldati anche
sulle nostre montagne conobbero e subirono la stessa sorte!

La vicenda del capitano dellUnione Robert El-Licomb

Dopo una giornata di scontri pesanti Robert El-Licomb accampato


con i suoi uomini nella citt di Harrison Landing (Virginia): oltre ai
suoi soldati morti e feriti ha di fronte anche i morti e pochi superstiti
dellesercito confederato. Nel corso della notte allufficiale, che non
riesce a dormire, giungono dei lamenti continui: quelli di un ferito
che, stremato, implora aiuto, per non pu capire se si tratta di un
suo soldato o di un confederato; sa che deve decidere subito: agire
per salvarlo, prelevandolo, o lasciarlo al suo destino! Pur rischiando
la vita, sceglie di andare a soccorrerlo. Sfida il fuoco nemico, striscia
sul terreno e lo raggiunge, lo avvolge in un telo e prende a tirarlo
verso laccampamento. Rientrato tra le sue fila vive in successione tre
momenti tragici: con poca luce prima individua che il soldato un con-
federato e poi che era arrivato morto; acceso un lume per orientarsi
e scoprire il volto del soldato, si trova di fronte il proprio figlio.
Infatti il giovane, che studiava musica, allinizio della guerra senza
dirlo al padre si era arruolato volontario nellesercito confederato.
La tragedia dellufficiale non termina. Infatti chiede ai suoi superiori
due permessi: poter dare sepoltura al figlio con gli onori militari, pur
avendo militato con il nemico e poter disporre durante la funzione di
una banda che suonasse alcune delle composizioni musicali trovate
nella tasca della divisa del figlio.
1
Il giorno terminato, il sole calato ( ) Dio vicino).

Le richieste non potevano essere accolte avendo il soldato appartenuto
allesercito della Confederazione. Per rispettare il padre e lufficiale
fu offerta una sola concessione: la presenza e lintervento musicale
di un solo strumentista. A sua scelta!
215
Il capitano, senza incertezze, convinto di interpretare la volont del
giovane caduto, a suonare e cantare le note portate con s dal figlio
volle il soldato che suonava la tromba!
La trepidazione e la commozione provocata ai presenti dal suono
delle 24 note di tromba che componevano il motivo particolarmente
caro al giovane caduto, furono tali da promuoverlo gi dal 1863 quale
inno di tutte le Forze Armate USA, della Guardia Nazionale e di tutte
le organizzazioni di veterani del paese.

La vicenda del generale dellUnione Daniel Butterfield:


come nacque il TAPS

Il secondo episodio, storico, ha come protagonista il generale


dellesercito dellUnione Daniel Butterfield (3a Brigata, 1a Divi-
sione, V Corpo dArmata, Esercito del Potomac). Sempre nel 1862,
a luglio, valutando troppo formale il motivo musicale che andava a
chiudere le giornate dei soldati, Butterfield propose di formularne uno
pi accattivante. Subito dopo le battaglie dei 7 Giorni, durante una
pausa della sua brigata accampata a Harrisons Landing, lufficiale,
coadiuvato dal trombettista Oliver Wilcox Norton, prov a compor-
re il nuovo pezzo decidendo di rimaneggiare un vecchio motivo per
tromba, conosciuto come SCOTT TATTOO trasformato in una
composizione di sole 24 note che chiamarono brevemente
TAPS. Questo quanto disse il trombettista: Il Generale Daniel
Butterfield mi ha mostrato delle note su un pentagramma scritte a
matita sul retro di una busta, chiedendomi di suonarle con la mia
tromba. Lho ripetuto diverse volte, suonando la musica come era
stata scritta. Lavevo cambiata in un certo qual modo, allungando la
durata di alcune note ed accorciando quella di altre, ma mantenendo
tuttavia la melodia come nella prima versione. Dopo aver incontrato
il suo gusto, mi diede istruzioni di musicare quel brano come Taps,
per rimpiazzare cos il brano istituzionale. Si riusc a mantenere lo
spirito iniziale e lattacco del testo recitava semplicemente: Andate
a dormire e Smorzate le luci ripetuti tre volte.
Norton lo suon la prima volta, a luci spente, nel luglio del 1862 e
dice pure come venne accolto: La musica era bellissima in quella
notte destate, e fu udita molto oltre i confini della nostra brigata.
216 Il giorno seguente mi fecero visita diversi trombettisti delle altre
brigate, chiedendo copie dello spartito che con gioia ho fornito. Non
penso che fosse stato emanato alcun ordine ufficiale dai comandi
che autorizzasse la sostituzione del brano stabilito dal regolamento
con questo, ma dal momento che ogni comandante di brigata deci-
deva a sua discrezione su faccende pi importanti, il brano venne
gradualmente adottato nellEsercito del Potomac.
Testo:
Day is done, gone the sun / From the lakes, from the hills, from the
sky / All is well, safely rest / God is nigh /
Fading light dims the sight / And a star gems the sky, gleaming
bright / From afar, drawing near /
Falls the night / Thanks and praise for our days / Neath the sun,
neath the stars, neath the sky / As we go, this we know /
God is nigh.
(Il giorno terminato, il sole calato / Dai laghi, dalle colline e dal
cielo / Tutto va bene, riposa in pace / Dio vicino
La tenue luce oscura la vista / E una stella illumina il cielo,
brillando chiara / Da lontano, si avvicina / Cala la notte
Grazie e lodi per i nostri giorni / Sotto il sole, sotto le stelle, sotto il
cielo / Mentre andiamo, questo sappiamo / Dio vicino)

La prima volta che la musica accompagn


le cerimonie funebri

Il valore della composizione fu tale che nello stesso anno (1862)


durante la Campagna Peninsulare venne suonata per la prima volta
nel corso della sepoltura di un militare per ordine del capitano John
C. Tidball, Batteria A, 2a artiglieria. Lufficiale con il gruppo aveva
appena occupato un avamposto, nascosto nel bosco, quando venne
ucciso un militare da lui particolarmente stimato. Volendo lanciargli
un segnale di saluto alla memoria e valutato quanto vicino fosse
il nemico, fu preso dal timore di sparare le tre classiche raffiche a
salve. Lufficiale confess: Invece mi venuto in mente di far
suonare Taps. Cos Tidball ordin di suonarlo!
Una decisione che gratific lo stesso capitano. Ne usc profondamente
fiero dicendo: La Batteria A ha lonore di aver introdotto questa
usanza nel servizio, e ci degno di menzione nella storia.
Il brano divenne patrimonio di tutto lEsercito.
Dal 1891 TAPS fu designato brano ufficiale ed obbligatorio nel-
le cerimonie funebri, anche perch lo stesso generale Butterfield
217
quellanno ne diresse la musica nella cerimonia in memoria del Ge-
nerale William T. Sherman.
Da allora linno pure suonato ogni giorno sia sulla tomba del
Milite Ignoto, sia nel Cimitero Nazionale di Arlington: nei due
siti, sacri, si vuole annunciare la fine della giornata e ringraziare
del tributo coloro che hanno donato lultima misura di devozione.
Anche il Congresso americano nel 2013, con atto di autorizzazione
della Difesa, ha designato Taps quale inno nazionale della
Commemorazione.
Un dettaglio non di poco conto: negli Stati Uniti in migliaia hanno
creato lassociazione Trombe attraverso lAmerica, si tratta
di volontari che suonano Taps ai funerali militari quando i cari lo
desiderano. E come ha bene osservato un trombettista: Tutti rico-
noscono il motivo entro le prime tre note incredibile quanto ci
sia allinterno di un brano musicale che contiene 24 note e che dura
50 secondi.
La composizione arriv, non sappiamo in che modo e quando, anche
in Italia, con il titolo a tutti noto de IL SILENZIO .


CANTI RISORGIMENTALI E NON SOLO - I Parte
218
1) FRATELLI DITALIA viva viva il tricolor,
Fratelli dItalia griderem mattina e sera
lItalia s desta, viva viva il tricolor,
dellelmo di Scipio il tricolor, il tricolor!
s cinta la testa. E la bandiera dei tre colori
Dov la vittoria? sempre stata la pi bella,
Le porga la chioma, noi vogliamo sempre quella,
ch schiava di Roma noi vogliam la libert,
Iddio la cre. noi vogliamo sempre quella,
Stringiamci a coorte! noi vogliam la libert,
Siam pronti alla morte; la libert, la libert!
lItalia chiam. Tutti uniti in un sol fato
Noi fummo per secoli stretti intorno alla bandiera
calpesti, derisi, griderem mattina e sera
perch non siam popolo, viva viva il tricolor,
perch siam divisi. griderem mattina e sera
Raccolgaci ununica viva viva il tricolor,
bandiera, una speme: il tricolor, il tricolor!
di fonderci insieme
gi lora suon. 2a) IL CANTO DEGLI
Stringiamci a coorte! INSORTI (1848), testo
Siam pronti alla morte; di Arnaldo Fusinato
lItalia chiam. Suonata la squilla : gi il grido di
Uniamoci, amiamoci; guerra
lunione e lamore Terribile echeggia per l'itala terra ;
rivelano ai popoli Suonata la squilla : su presto,
le vie del Signore. fratelli.
Giuriamo far libero Su presto corriamo la patria a
salvar.
2) LA BANDIERA DEI TRE Brandite i fucili, le picche, i coltelli,
COLORI, 1848 (autori: Cordi- Fratelli, fratelli, corriamo a pugnar.
gliani DallOngaro) Noi pure l'abbiamo
E la bandiera dei tre colori la nostra bandiera
sempre stata la pi bella, Non pi come un giorno s gialla,
noi vogliamo sempre quella, s nera
noi vogliam la libert, Sul candido lino del nostro
noi vogliamo sempre quella, stendardo
noi vogliam la libert, Ondeggia una verde ghirlanda
la libert, la libert! d'allr:
Tutti uniti in un sol fato De' nostri tiranni nel sangue
stretti intorno alla bandiera codarde
griderem mattina e sera E' tinta la zona del terzo color.
CANTI RISORGIMENTALI E NON SOLO

3) SUONA LA TROMBA (1848) dei prodi che giurar


testo di G. Mameli, musica Non deporrem la spada

219
di G. Verdi
Suona la tromba: ondeggiano Sar l'Italia - e tremino
le insegne gialle e nere. gli ignavi e gli oppressori
Fuoco! perdio, sui barbari, Suona la tromba e fervono
sulle vendute schiere. d'ardore i nostri cori:
Gi ferve la battaglia Dio pugner col popolo
al Dio dei forti, osanna! Curvate il capo, o genti,
le baionette in canna la speme dei redenti,
giunta l'ora di pugnar! la nuova Roma appar.
Non deporrem la spada Non deporrem la spada
non deporrem la spada, .
finch sia schiavo un angolo Noi lo giuriam pei martiri,
dell'itala contrada. uccisi dai tiranni,
Non deporrem la spada pei sacrosanti palpiti,
non deporrem la spada, compressi in cor tant'anni,
finch non sia l'Italia e questo suol che sanguina
una dall'Alpi al mar. il sangue degli eroi,
Avanti.!... Viva Italia, al cielo, ai figli tuoi
viva la gran risorta: ci sia solenne altar.
se mille forti muoiono, Non deporrem la spada
dite, che ci? Che importa
se a mille a mille cadono
trafitti i suoi campioni? 4) ADDIO DEL
Siam ventisei milioni VOLONTARIO (1848)
e tutti lo giurar: di Carlo Alberto Bosi
Non deporrem la spada Addio, mia bella, addio,
.. l'armata se ne va;
Sar l'Italia. Edfica se non partissi anch'io
su la vagante arena sarebbe una vilt !
Chi tenta opporsi, miseri, Non pianger, mio tesoro,
sui sogni lor la piena forse ritorner;
Dio verser del popolo! ma se in battaglia io moro,
Curvate il capo o genti: in ciel ti rivedr.
la speme dei redenti, La spada, le pistole,
la nuova Roma appar. lo schioppo l'ho con me;
Non deporrem la spada allo spuntar del sole
. io partir da te.
Fin che rimanga un braccio Il sacco preparato,
dispiegherassi altera, sull'omero mi sta;
segno ai redenti popoli, son uomo e son soldato;
la tricolor bandiera. viva la libert !
che, nata tra i patiboli, Non fraterna guerra
terribile discende la guerra ch'io far
fra le guerresche tende dall'italiana terra
CANTI RISORGIMENTALI E NON SOLO

l'estraneo caccer. 2. La terra dei fiori,


L'antica tirannia dei suoni e dei carmi

220
grava l'Italia ancor ritorni qual era la terra
io vado in Lombardia dell'armi!
incontro all'oppressor. Di cento catene le avvinser la
Saran tremende l'ire, mano,
Grande il morir sar ! ma ancor di Legnano sa i ferri
Si mora: un bel morire brandir.
morir per la libert Bastone tedesco l'Italia non doma,
Tra quanti moriranno non crescono al giogo le stirpi di
forse ancor io morr; Roma:
non ti pigliare affanno, pi Italia non vuole stranieri e
da vile non cadr. tiranni,
Se pi del tuo diletto gi troppi son gli anni che dura il
tu non udrai parlar, servir.
perito di moschetto
per lui non sospirar. 3. Le case d'Italia son fatte per noi,
Io non ti lascio sola, l sul Danubio la casa de' tuoi;
ti resta un figlio ancor; tu i campi ci guasti, tu il pane
nel figlio ti consola, c'involi,
nel figlio dell'amor. i nostri figlioli per noi li vogliam.
Squilla la tromba Son l'Alpi e tre mari d'Italia i con-
l'armata se ne va: fini,
un bacio al figlio mio; col carro di fuoco rompiam
viva la libert ! gli Appennini:
distrutto ogni segno di vecchia
5) CANZONE ITALIANA" frontiera,
(1858) o Inno di Garibaldi. la nostra bandiera
Si scopron le tombe, si levano i per tutto innalziam.
morti Refrain.
i martiri nostri son tutti risorti!
Le spade nel pugno, gli allori alle 6) LA BELLA GIGOGIN
chiome, (1858), compositore Paolo Giorza
la fiamma ed il nome d'Italia Rataplan! Tamburo io sento
nel cor: che mi chiama alla bandiera.
corriamo, corriamo! S, giovani Oh che gioia, oh che contento,
schiere, io vado a guerreggiar.
s al vento per tutto le nostre Rataplan! Non ho paura
bandiere delle bombe e dei cannoni:
S tutti col ferro, s tutti col foco, io vado alla ventura,
s tutti col nome d'Italia nel cor. sar poi quel che sar.
Refrain: Oh, la bella Gigogin,
Va' fuori d'Italia, col tromilerillellera,
va' fuori ch' l'ora! la va spasso col so' spincin,
Va' fuori d'Italia, col tromileriller!
va' fuori o stranier! Di quindici anni facevo all'amore...
CANTI RISORGIMENTALI E NON SOLO
Dghela avanti un passo, Pugn con Garibaldi,
delizia del mio core! e basti questo!

221
A sedici anni ho preso marito... Labbiam deposta,
Dghela avanti un passo, la Garibaldina
delizia del mio core! allombra della Torre a San Miniato
A diciassette mi sono spartita...
Dghela avanti un passo, 8) GARIBALDI
delizia del mio cor! FU FERITO
La ven, la ven. Garibaldi fu ferito
fu ferito ad una gamba
7) LA GARIBALDINA (1862), Garibaldi che comanda
testo Francesco Dell'Ongaro, Che comanda il battaglion
musica G. Verdi Mamma non piangere che ora di
Labbiam deposta, la Garibaldina partire
allombra della Torre a San Miniato vado alla guerra per vincere
con la faccia rivolta alla marina o morire
perch pensi a Venezia, se vincer, che bandiera prender?
al lido amato. se perder il capo di battaglia
Era bella, era bionda, rester
era piccina hanno vinto i bersaglieri
ma avea un cuor di leone e dai con la piuma sul cappello
soldato. c davanti il colonnello
Labbiam deposta, e lo vogliamo lo vogliamo fucilar!
la Garibaldina
allombra della Torre 9) A FERRO E FUOCO
a San Miniato. GARIBALDINI (1860).
E se non fosse che era nata donna Il dardo tratto, di terra in terra
Portaria le spalline e non la gonna suona l'allegro squillo di guerra;
e poserebbe sul funereo letto l'Italia sorta dall'Alpi al Faro,
con la medaglia del valor sul petto. e vuol col sangue che l' pi caro
Ma che fa la medaglia e tutto il segnar le tracce dei suoi confini.
resto? Al nostro posto, Garibaldini!
Refrain:

2. Una camicia di sangue intrisa


basta al valore per sua divisa;
a darsi un'arma che non si schianti
basta un anello de' ceppi infranti!
Ogni arma buona con gli assas-
sini.
A ferro freddo, Garibaldini!
Refrain:

3. Non dietro ai muri, non entro ai


Lapide collocata sulla casa natale
di Antonia Masanello nel 150 fossi,
dellunit dItalia. ma in campo aperto, diavoli rossi;
CANTI RISORGIMENTALI E NON SOLO

chi vuol cannoni, vada e li prenda, tiamo, quello l'ombrello, quello


come torrente che d'alto scenda, l'ombrello,

222
come valanga di gioghi alpini. E il cappello (berretto) che noi
A ferro freddo, Garibaldini! portiamo, quello l'ombrello di noi
Refrain: alpin (di noi sold).
4. Pochi, ma buoni. L'Italia affronta E tu biondina, capricciosa,
le avverse squadre, ma non le garibaldina trullal,
conta; tu sei la stella, tu sei la stella
come i Trecento devoti a morte, E tu biondina, capricciosa,
che della Grecia mutar la sorte, garibaldina trullal,
marciam compatti, feriam vicini. tu sei la stella di noi sold.
A ferro freddo, Garibaldini! E le giberne che noi portiamo, son
Refrain: portacicche, son portacicche,
5. Poveri e ricchi, dotti ed ignari, E le giberne che noi portiamo son
dinanzi al fuoco, tutti siam pari. portacicche di noi alpin (di noi
Pari nel giorno del gran conflitto, sold).
saremo pari dinanzi al dritto. E tu biondina, capricciosa
Siamo soldati, ma cittadini. E lo zaino che noi portiamo, quello
A ferro freddo, Garibaldini! l'armadio, quello l'armadio (l
Refrain: la dispensa),
6. Oggi guerrieri, doman colni; E lo zaino che noi portiamo,quello
senza medaglie, senza galloni! l'armadio (l la dispensa) di noi
Giurammo a Italia la nostra fede; alpin (di noi sold).
la libertade ci fia mercede, E tu biondina, capricciosa
come agli antichi padri latini. E la gavetta che noi portiamo, la
A ferro freddo Garibaldini. cucina, la cucina (l il lavandino),
Refrain. E la gavetta che noi portiamo la
cucina (l il lavandino) di noi alpin
(di noi sold).
10) LA STELLA E tu biondina, capricciosa
DEI SOLDATI (1866). E la boraccia che noi portiamo, la
Bella bambina, cantina, la cantina,
capricciosa garibaldina, E la boraccia che noi portiamo la
tu sei la stella, cantina di noi alpin (di noi sold).
tu sei la bella di noi sold. E le fasce che noi portiamo, son
Tu sei bambina, parafanghi, son parafanghi,
bella bionda garibaldina; E le fasce che noi portiamo son
tu sei la bella, parafanghi di noi alpin.
tu sei la stella di noi sold E tu biondina, capricciosa
E le scarpette che noi portiamo,
son le barchette, son le barchette,
11) LA RIVISTA DEL E le scarpette che noi portiamo
CORREDO/ son le barchette di noi alpin (di noi
DELLARMAMENTO/E LE sold).
STELLETTE E tu biondina, capricciosa
E il cappello (berretto) che noi por- E il fucile che noi portiamo, la
CANTI RISORGIMENTALI E NON SOLO

difesa, la difesa, Cala la notte Grazie e lodi per i


E il fucile che noi portiamo la nostri giorni / Sotto il sole, sotto le

223
difesa di noi alpin. stelle, sotto il cielo /
E tu biondina, capricciosa Il giorno finito. E' stato il sole
E le stellette che noi portiamo, son di laghi, colline, dai cieli. Va tutto
disciplina, son disciplina, bene. Riposo, protetto, Dio vicino.
E le stellette che noi portiamo La luce fioca offusca la vista, e la
son disciplina di noi alpin (di noi stella adorna il cielo. Brillante luce
sold). dal cielo, si avvicina il tramonto.
E tu biondina, capricciosa Grazie e lode per i nostri giorni
sotto il sole, delle stelle, sotto il
Naturalmente ogni soldato o cielo. Quindi andiamo, questo lo
reparto che sia, ha fatto altri sappiamo, Dio vicino / Mentre
adattamenti al testo, questi i pi andiamo, questo sappiamo /
conosciuti: Dio vicino).

E la penna nera che noi portiamo,


la bandiera, la bandiera, 13) PASSA LA RONDA
E la penna nera che noi portiamo (1848) Teobaldo Ciconi.
la bandiera di noi alpin. Canzone militare (5 strofe) che
E le bombe sipe (1) che noi portia- ebbe numerose varianti.
mo, son caramelle di noi sold. Fischiano i venti, la notte nera;
E le bombe a mano che noi portia- Batte la pioggia sulla bandiera;
mo son caramelle di noi sold. Finch nel cielo rinasca il giorno,
E il tascapane che noi portiamo Giriam, fratelli, giriamo intorno.
ripostiglio. Zitti, silenzio! Chi passa l?
E gli alamari che noi portiamo, Passa la ronda. Viva la ronda:
sono lonore di noi sold. Viva lItalia, la libert!
E il pistocco (2) che noi portiamo, Siamo le guardie dai tre colori,
il paga-debiti di noi sold. Verde, la speme dei nostri cori,
E il novantuno che noi portiamo, Bianco, la fede stretta fra noi,
un bastoncino di noi sold. Rosso, le piaghe dei nostri eroi.
E la tradotta che noi prendiamo, Zitti, silenzio! Chi passa l?
l la lumaca di noi sold. Passa la ronda. Viva la ronda:
Viva lItalia, la libert!
12) "THE SILENCE" o Moschetti e spade, spade e mo-
IL TOCCO DEL SILENZIO schetti
(1862) Per la salvezza dei nostri petti;
Il giorno terminato, il sole Finch c sangue, regni per Dio!
calato / Dai laghi, dalle colline e dal Lindipendenza del suol natio
cielo / Tutto va bene, riposa in pace Zitti, silenzio! Chi passa l?
/ Dio vicino / Passa la ronda. Viva la ronda:
La tenue luce oscura la vista / Viva lItalia, la libert!
E una stella illumina il cielo, Poveri e ricchi siam tutti eguali
brillando chiara / Da lontano, si Nelle risorte terre natali:
avvicina / Bacio per bacio, vita per vita,
CANTI RISORGIMENTALI E NON SOLO

Ecco la legge da noi sancita Blanc.


Zitti, silenzio! Chi passa l? Adunata o forti alpini!

224
Passa la ronda. Viva la ronda: la montagna a s ci vuole,
Viva lItalia, la libert! chiamai! gli echi, attende il sole
Fischiano i venti, la notte nera, il possente nostro Hurr!
Batte la pioggia sulla bandiera; Su la roccia che risuona
Che sia bonaccia, che sia procella, calmo ascende il passo ardito;
Saldo rimango di sentinella... solo squilla sul granito
Zitti, silenzio! Chi passa l? lo scarpone dell'alpin!
Passa la ronda. Viva la ronda: Giovinezza, giovinezza
Viva lItalia, la libert! primavera di bellezza
nella vita e nell'ebbrezza
E le stellette il tuo canto squiller
E le stellette che noi portiamo Su le vette, tra le nubi
son disciplina, son disciplina; su le creste, inesplorate,
e le stellette che noi portiamo de le nevi immacolate
son disciplina per noi sold. splende intorno la maest.
Nel silenzio prodigioso
E tu biondina capricciosa che sa l'aquila soltanto
garibaldina trullall, fiero scatta il vostro canto
tu sei la stella, tu sei la stella; saldo figlio del valor.
e tu biondina capricciosa Giovinezza, giovinezza
garibaldina trullall, primavera di bellezza
tu sei la stella di noi sold. nella vita e- nell'ebbrezza
il tuo canto squiller.
E le scarpette che noi portiamo
son le barchette, son le barchette;
e le scarpette che noi portiamo
son le barchette di noi sold.

E tu biondina capricciosa
garibaldina trullall,
tu sei la stella, tu sei la stella;
e tu biondina capricciosa
garibaldina trullall,
tu sei la stella di noi sold.

E le giberne che noi portiamo


son portacicche, son portacicche;
e le giberne che noi portiamo
son portacicche di noi sold.

La stella dei soldati

14) FIAMME VERDI (1911)-testo


Fernando Verna, musica Giuseppe
QV MEMORIA 225
I NOMI DEI CADUTI
DELLA GRANDE GUERRA
SONO SCOLPITI NEI CIPPI
DISSEMINATI PER
BORGHI E CONTRADE
MERIDIONALI
TOTO CACCIATO

Nellestremo sud dItalia, sulle sponde del mare africano, come lo


chiamava Pirandello, cippi ordinati stanno nei paesi e nelle citt e ricordano
con i nomi e i cognomi i caduti per la Patria nella Grande Guerra 1915-1918.
Ecco, a Favara, centro importante dellagrigentino per storia e tradizioni,
a pochi chilometri dal mare, il cippo commemorativo posto nella pi bella
e grande piazza del paese, un cippo intenso di nomi per ricordare i caduti
della Grande Guerra; il cippo ricorda anche i nomi, dei caduti nella Seconda
Guerra Mondiale.
Sono i nomi comuni fra la gente di quella cittadina, sono i nomi della loro
migliore giovent.
La Grande Guerra ha colpito fortemente i territori dellItalia alpina e ha
lasciato cippi e lapidi in tutto il territorio nazionale; elenchi di nomi, soldati
e ufficiali dellEsercito Italiano, sono presenti nelle citt, nei paesi e borghi
solitari, sono ordinati nelle villette alberate, nei giardinetti pubblici: cele-
brano il perenne ricordo dei caduti per la Patria, con sculture in bronzo di
militi, aquile, corone, emblemi vari.
Le spoglie mortali dei soldati sono nei cimiteri alpini, negli ossari, nei
sacrari, mentre qui sono rimasti i loro nomi incisi nella pietra, i nomi di
quanti sono partiti e non sono pi tornati.
Nessun combattente o reduce della Grande Guerra oggi vivente. Le parti
belligeranti si sono quietate e hanno fatto la pace.
Ma quello che arde in cuor e brucia nella mente la memoria di quei gio-
vani, ancora poco pi che adolescenti, inviati al fronte; piccoli contadini,
alti quanto il fucile 91
che portavano a tracolla,

226
partirono con il mandato
imposto dalla cartolina
precetto, che era so-
lamente alternativa alla
terribile renitenza alla
leva, una scelta che por-
tava alla carcerazione;
partirono impacchettati
in una divisa di ruvido
panno, giberne, elmetto,
mantellina, scarpe e fa-
sce nelle gambe, mentre
gli stivali erano per gli
ufficiali.
Si pu morire in guerra:
sul campo, sui carrarma-
ti, sulle navi, sugli aerei.
Ma il ricordo pi strug-
gente va al sacrificio su-
premo di centinaia di
migliaia di soldati italia-
ni, giovani ragazzi che
saltavano fuori dalle trin-
cee, a ondate successive, sotto il fuoco del nemico per conquistare un palmo
di terra, subito perso e poi nuovamente da riconquistare.
Battaglia che lasciava sul campo migliaia e migliaia di morti con la faccia nel
fango, a pochi metri dalla trincea dalla quale erano emersi al grido di Avanti
Savoia e subito colpiti in fronte, e ancora in fronte colpiti se tentavano di
voltarsi indietro: colpiti comunque. (Un soldato ferito, a met del campo,
gridava aiuto. Uscirono in tre per recuperate il soldato e furono uccisi. Nel
silenzio, dopo le fucilate, il soldato gridava ancora aiuto).
La guerra guerra, ed una disgraziata situazione, uno scontro tragico fra
uomini uguali ma distinti da appartenenze storiche e sociali e da apparte-
nenze artificiali, mostrine e fregi, create dai belligeranti.
Cessate le tragiche imprese, restano i numeri dei caduti, dei feriti, dei disper-
si, dei prigionieri, coloro che non perirono al fronte ma poi patirono pene
orrende, fame nera, pane e farina scura. La fame: che per molti fu letale.
Tanti militari, soldati e ufficiali, furono fucilati per renitenza e per deci-
mazione. Questultima considerazione ancora pi amara, inquietante e
carica di tristezza.

Sopra: Favara, piazza Cavour, cippo commemorativo Grande Guerra


QV LIBRI 227
COME DIETRO
UNO SPAREGGIO
PU DANZARE GIOIOSA
LA PI profana
(E VERA) VICENTINIT

I
PINO DATO

l filo conduttore, il dilemma etico, cosmico, ideologico (ecco,


ideologico laggettivo giusto) che si attorciglia in entrambe le zone nobili
della materia grigia di Angelo Cisco, quella conscia non meno di quella in-
conscia, il seguente: o Beatrice o i biancobl. Ma se mi fermassi qui farei
un torto allintelligenza del lettore, a quella di Angelo Cisco e a quella del
suo straordinario creatore, Stefano Ferrio. Quel dilemma la traduzione
nobile, ufficiale, perbenista, di quello pi autentico, che un po aspro - so-
prattutto per i pi fini palati femminili -, ma che quanto di pi corretto
possa esserci di presente, rappresentabile e veritiero sotto i nostri cieli: o
in gol o in tromba.
Che dilemma mai questo? Il mito Beatrice, naturalmente, che non la
venerata e trasparente musa del sommo Dante, ma nientemeno che una
pi concreta, con un seno mozzafiato, cinquantenne che oggi si direbbe nel
pieno della sua prosperosa potenzialit dofferta amorosa, commercialista
(non stupitevi) che di cognome fa Baggio (guarda un po) e che ovviamente
vive sotto i Berici, ben addentro a quella classe sociale medio alta che ha
fatto la sua fortuna e le fortune (entrambe, ovviamente) di questa terra da
qualche decennio a questa parte.
Sto parlando di un romanzo, ma come se parlassi di personaggi in carne
e ossa che mi marciano (o forse mi marciavano di pi un tempo, a dire il
vero) accanto. Marciano o marciavano accanto a me, che scrivo queste note,
e allamico Stefano Ferrio, autore riconosciuto a livello nazionale di altri
due romanzi (con Marsilio e Feltrinelli). Il romanzo in questione (uscito a
settembre 2015) Lo spareggio, editore Nottetempo, ed un libro che tutti

228 i vicentini dovrebbero leggere e adesso vi spiego perch.

Una compagna di classe lucente, folgorante,


ma imprendibile

Lasciate perdere i biancobl, e leggete biancorossi. Ferrio poteva anche


lasciare il colore autentico nel suo
sogno-realt, ma forse ha preferito
optare per un falso anonimato che
gli lasciasse le briglie un po sciolte
in qualche occasione. Forse ha fatto
bene, perch c una tale autenticit
in qualche suo ritratto, che poteva
rischiare di essere pericolosamente
indicativa di persone viventi e con-
temporanee.
Nulla di tutto questo. Le persone
sono reali ma tutte dentro quel filo
mistico che attorciglia le due parti
del cervello (di Ferrio e di Angelo
Cisco). I cognomi del resto parla-
no per loro. Ferrio non ha potuto
inventarsi cognomi biancobl, non
gli veniva proprio. E allora via senza
freni inibitori con gli autentici, cre-
dibili, Sago, Palon, Fongaro,
Porro, Pontarollo, Bertacche,
e via vicentinizzando.
Ma torniamo a quel filo conduttore, a quel dilemma ideologico. Parte dal
sogno: Beatrice. Il dilemma vien dopo. Beatrice Baggio, detta ovviamente
BB sia per la sua avvenenza sia perch il mito di quella BB nota a tutti era
ancora ben vivo ai tempi in cui il nostro Angelo frequentava il Pigafetta (ma
s, lui) e la Beatrice ne era compagna di classe.

Foto: Stefano Ferrio (Vicenza, 1956) scrive per il "Giornale di Vicenza" Il Ve-
nerd di Repubblica, e ha scritto per "Il Gazzettino", "l'Unit", "Diario". Ha inse-
gnato Storia della radio e della televisione all'Universit di Padova. Collabora con
Quaderni Vicentini.Ha pubblicato Calcio a due (con Antonio Stefani per Galla
Editore) Il profumo del diavolo (Marsilio, 2004), Impressioni di settembre (Aere-
ostella, 2010), La partita (Feltrinelli, 2011), Fino all'ultimo gol. Una squadra, un
torneo, la storia del calcio (Feltrinelli, 2014), e infine Lo spareggio (Nutrimenti,
2015). la voce narrante della Paltan Blues Band.
Una compagna lucente, folgorante, ma imprendibile. Un sogno che il no-
stro Angelo, finito il Pigafetta, e affrontata la vita delle cose che contano,
sposato felicemente, padre di un paio di
figli, imprenditore di successo di pro- 229
filati tubolari il cui metraggio prodotto
nel tempo superiore alla lunghezza
dellequatore e che sarebbe in grado di
raggiungere se non la luna, almeno una
stazione orbitante a met strada, non ha
mai dimenticato.

La banalit del bene

Cosa succede di solito? Che una cena


di classe galeotta che arriva dopo un
quarantennio e si piazza in un gioved
di met settimana di unepoca in cui ci
sono cinquantenni ancora bionde che
sembrano sorelle delle loro figlie e in
cui la vita media si inesorabilmente
allungata, ripropone davanti agli occhi estasiati del nostro Angelo Cisco da
Vicenza (lo devo dire, Stefano!) la BB del sogno di quarantanni prima. BB,
come Beatrice Baggio, come Brigitte Bardot, come Bianco e Blu degli amati
Biancobl (forse per questo, e per quellaccento rafforzativo sulla u finale
che fa pi rima e tanto curva sud, Stefano ha preferito, letterariamente, il
biancobl al pi serio biancorosso).
Questa cena (direbbe il mio amico Franco che, forse, sotto mentite spoglie,
incarnato in almeno un paio dei personaggi de Lo spareggio) la banalit
del bene!
Ecco, il racconto si dipana tutto a partire da questa provvidenziale banalit:
una cena di classe quarantanni dopo con davanti agli occhi loggetto del
desiderio che tutti abbiamo senza dubbio alcuno avuto e dalla cui bellissima
banalit, anche quarantanni dopo, vorremmo poter essere investiti. Ad
Angelo Cisco succede, questo miracolo, e per questo Stefano Ferrio vi ha
costruito un bel romanzo.

Il Paradiso, e poi il dilemma

Ma c il dilemma. Strano. Andare in tromba non dovrebbe soffrire di


concorrenze pure o spurie. il capostipite inattaccabile del desiderio de-
gli Angelo che pullulano sotto il nostro cielo nel quarantennio che ci ha
preceduti. Qui Stefano Ferrio perfetto perch riesce, delineandoci tutti

230 i pensieri che attraversano come folgori la mente di Angelo, a farci capire
come quel desiderio grande e inappagato di quando eravamo poco pi che
ragazzi sia rimasto in circolo, abbia trovato il suo habitat nel nostro sistema
venoso e non ci abbia pi lasciati. Le frustrazioni dellambiente religioso,
dellambiente sociale, bigotto, le umiliazioni di un latino intraducibile e
rompicoglioni (quellexercitus, il cui genitivo, per ragioni insondabili, era
uguale al nominativo) il compagno di classe pi furbo (quel Momi Bertacche
che sapeva tutto lui) e, soprattutto, quella deliziosa venere di nome Beatrice
che rimasta in circolo, inappagante, per quarantanni, potevano trovare
soluzione mistica (e fisica) in un colpo solo.
In unepoca ormai lontana dalle frustrazioni della formazione. In unepoca
in cui il fascino era sempre quello e si librava agli sguardi perfino con pi
scioltezza. In unepoca in cui tutti i lacci e lacciuoli potevano essere rimossi,
c il dilemma. Beatrice Baggio, commercialista, pi bella di prima, dal seno
florido, ammiccante, dice ad Angelo: Va bene, domenica alle quattro. Da
me.. Il Paradiso dantesco, cos al confronto? Una costruzione artificiale.
Un libretto di buone intenzioni. Un poema per allocchi. Il Paradiso questo,
qui. Ritrovare la propria Beatrice in carne e ossa dopo quarantanni. A
casa mia. Alle quattro. Trasformare il sogno di una vita in realt. Andare,
finalmente, in tromba. Alle quattro, domenica. Proprio quando i biancobl
devono incontrare gli odiati nemici del Castello per lo spareggio finale: quello
che designer la promozione dellamata squadra nella serie professionistica.
Una nube si accalca su entrambe le parti cerebrali del nostro Angelo. Beatrice
o i biancobl. In gol o in tromba?

La gioia suprema del calcio? Il gol, ovvero lorgasmo

Essendo stato il calcio parte non trascurabile della mia vita (e di quella di
Stefano Ferrio) il dilemma ha una sua deliziosa, se vogliamo letteraria, parte
di ambiguit. Nel senso che, psicanaliticamente parlando, il dilemma non
sussiste. Tutti sanno che una partita di calcio una metafora. Gianni Brera,
Stefano lo sa meglio di me, ne ha costruito articoli straordinari che sono
piccoli incastri poetici di scrittura inimitabile (e inimitata). Il gol, ha scritto
Brera, come un orgasmo. Viene come un orgasmo. un fulmine. Un lampo.
Una conclusione accecante. Un piacere che, se vogliamo, non ha nulla a che
vedere con il tragitto che lo ha prodotto. Per questo chi tiene la palla troppo
(il famoso titic titoc che Brera ridicolizzava e che adesso sembra diventato
vangelo) uccide la gioia suprema del calcio che il gol, ovvero lorgasmo.
Lunione perfetta, gioiosa, la palla dentro, che scuote il traguardo, la rete.
Non voglio divagare. Il dilemma di Angelo, se vogliamo, un falso dilem-
ma. E infatti il lettore lo capisce alla fine (che non racconter, ovviamente).
Sia BB che i biancobl, in un certo senso, erano la stessa cosa. questa la
fortuna del calcio, in fondo: continuare a imitare la vita, ad esserne una 231
metafora perfetta.
Non ho raccontato il romanzo. I personaggi sono tanti, tutti molto vicentini,
tutti a loro modo pieni di problemi attuali, contemporanei, e di legami con
il passato, calcistico e no. Tutto avviene, in questo mirabile lavoro di Stefa-
no Ferrio, attorno ai novanta minuti dello spareggio. Minuto per minuto,
intervallo compreso, non solo Angelo e la sua Beatrice, ma anche i vari
Nicola, Sasha, Hector Saviotti (il giocatore argentino dei biancobl), Tilde
(la bigliettaia del Menti) e qualche altro, intrecciano i loro pensieri rapiti
attorno a quella partita che sembra rappresentare la summa teologica delle
loro vite, e lo fanno con leggerezza, imprecando, urtandosi, bestemmiando,
accarezzando sogni impossibili.
tutta una fauna umana variegata e molto mobile che fa acquistare al tema
principale del romanzo, quel filo conduttore famoso, un clima bizzarro e
picaresco. Parlandone con Stefano Ferrio gli ho detto che mi faceva venire
in mente i personaggi picareschi di un paio di romanzi del primo Steinbeck,
quelli che forse i giovani doggi non leggeranno pi, come La Battaglia e La
Corriera Stravagante. Facendo questo paragone mi sono anche chiesto se
queste vicende, narrate con leggerezza e scioltezza da Ferrio, potrebbero
appartenere a qualche mondo diverso da quello nostrano, vicentino. Ho
limpressione di no. Per questo consiglio ai vicentini di leggerlo. Si ritrove-
ranno. Attorno ai sogni impossibili delle loro BB e attorno al calcio di una
squadra, i biancorossi stavolta, non i biancobl, che ha svolto un ruolo non
insignificante, anzi particolarmente significativo, nelle loro vite dellultimo
settantennio. Per il domani, chiss.
LALTOPIANO

Premio di letteratura
232 della montagna Mario Rigoni Stern
La premiazione per il 2016 si
tiene a Riva del Garda - purtroppo
nei giorni in cui la nostra rivista
va in stampa, per cui la relazione
dellevento sar pubblicata in se-
guito. Unica notizia certa, il nome
del vincitore: Antonio Ballerini,
sconosciuto insegnante fiorentino,
con la sua opera prima: Memorie di
cristallo. Non essendo il volume in
vendita se non a premiazione avve-
nuta, stato impossibile entrare in
possesso di una copia. Ad majora...

Legambiente
Altopiano 7 Comuni
Battesimo ufficiale per la neonata sezione Legambiente Altopiano
7 Comuni venerd 25 marzo. Primo incontro fra i soci allo scopo
di conoscersi, confrontarsi e stilare i programmi futuri di tutela del
territorio. Liniziativa nata grazie allinteressamento della collega e
amica Valentina Dovigo (past-President a Vicenza), che ha messo in
contatto il gruppo 7 Comuni col direttivo pi vicino geograficamente,
quello di Schio/Valleogra.

Legambiente Schio Valleogra/


Altopiano 7 C: sostegno al Referendum
No Triv (Voto S)
Dopo una festosa e nevosa giornata con
le ciaspole a febbraio - per fraternizzare
fra sezioni (nella giornata annuale di
Legambiente Neve diversa), la prima
iniziativa territoriale in linea con le
direttive nazionali il sostegno al Refe-
rendum NO-TRIV, attraverso un lavoro
di informazione e volantinaggio su tutto
il territorio, per sanare in parte la poca
LALTOPIANO

233
attenzione data allevento dai Media nazionali.
Il primo incontro fra soci altopianesi aveva lintento di conoscersi,
confrontarsi ed iniziare a studiare strategie di tutela del territorio ed
educazione ambientale, coinvolgendo le scuole locali.
Giusto per: finora non era mai stata attivata unassociazione per la
tutela ambientale in Altopiano

Tavolo territoriale
Premetto che un nervo scoperto, un argomento da trattare con le
pinze. Il Tavolo, presentato ufficialmente con grande pompa nel
febbraio 2015 al teatro Millepini di Asiago - per espressa volont degli
8 sindaci (lottavo il comune di Conco che si staccato anni fa da
quello di Lusiana) - stato consegnato - giusto per togliersi la patata
bollente, nelle mani di cittadini comuni e portatori dinteresse, cui
stato delegato il compito di progettare il futuro turistico dellarea.
Con la scusa di non interferire con le scelte bottom up, abortito
spontaneamente - o forse fatto abortire - dopo un anno. Ne parlo con
cognizione di causa perch vi ho presenziato seduta dopo seduta, oc-
casioni in cui ho avuto pi volte modo di toccare con mano, che non vi
alcuna volont di cambiamento dello statu quo. Il titolo della bozza
allegata, tanto per dirne una, indica una proposta che va in direzione
opposta a quanto stabilito dalla legislazione europea. Tutti i territori
confinanti con la nostra area (dalla Lessinia allAlpe Cimbra ai terri-
tori del Brenta), si sono consorziati sotto un unico marchio darea
(conditio sine qua non, posta dallEuropa per poter accedere ai fondi
europei con progetti unitari - quali interlocutori accreditati). In ballo
non pi singole localit, ma intere comunit: le cosiddette comunit
di vallata: vedi in Toscana - le Cinque terre per fare un esempio, o
in Trentino Alto Adige: Val di Fiemme, Val Pusteria, Val Badia.
Perfino la minuscola vallata recoarese si sta orientando in tal senso...

Bozza OGD
Altopiano di Asiago 7 Comuni
Ma noi, no! Anzi: ognuno per la sua strada, e questo a discapito dei co-
muni periferici, che gi soffrono per lo slegocentrismo del capolougo,
che ha proposto un OGD (Organizazione di Gestione della Destina-
zione Turistica), che ancora tutta da vedere sia nell impostazione
che nei suoi obiettivi. Il timore forte che vengano cancellati 7 secoli
di storia comune: la Magnifica Reggenza dei 7 Comuni si trasfor-
merebbe in un mai sentito nominare in tutta la storia del territorio:
Altopiano di ASIAGO 7 comuni, assieme a Gallio. Ma la si chiami
LALTOPIANO

dei 2 comuni, almeno!

234 Forse - ancora non si sa - tutti i periferici obtorto collo, si aggreghe-


ranno ai due della conca centrale. (Il neologismo sovracitato, viene
da slegar - nome cimbro dei cittadini asiaghesi - Asiago/Sleghe - ,
per via dellabbondanza del prugnolo selvatico nella conca centrale),
qui usato per indicare che saranno gli slegar a dettar legge a tutti i
conterranei. Non pi Altopiano dei 7 Comuni quale entit sovra- ter-
ritoriale che rappresenta gli stessi (come non pi sovra-territoriale
la Comunit Montana, divenuta Unione dei Comuni: differenza
concettuale sottile ma significativa), ma unappendice del capoluogo!
(Tra laltro, la presidente dellUnione e sindaco di Lusiana, Antonella
Corradin, ha lasciato la Presidenza, come pure si dimesso dal ruolo
di rappresentante al Tavolo per i comuni, il vicesindaco di Roana,
Luigi Martello). Lusiana e Conco - comuni prospicienti la pianura
- si son nel frattempo aggregati al marchio darea dei Territori del
Brenta (argomento gi trattato e da aggiornare); Enego chiss, far
lo stesso - arroccata lass sulla sua rupe - isolata da tutto; Foza, che
forse si allineer a Gallio, con cui gi condivide alcune funzioni am-
ministrative (e ha interessi in comune per il comprensorio delle
Melette con Enego, Gallio e Asiago), pender da quella parte; Rotzo,
l a boccheggiare, ridotta al lumicino come numero di abitanti (altro
che Comune pi ricco dItalia - come definito in passato), deprivata
(per mancanza di finanziamenti), dellunica oasi culturale, il museo e
il sito archeologico del Bostel, magari si orienter come gli altri verso
valle - in questo caso quella dellAstico; Roana in bilico, a dibattersi
fra rumours e jaccuse nei confronti dellamministrazione asiaghese
E i nostri avi a rivoltarsi nelle tombe!
Una volta questa era la Spettabile Reggenza dei 7 Comuni: ora
di spettabile non c pi nulla, neanche il rispetto!

Meteo - montagna
Natale con la bici Pasqua con gli sci!
QV RITRATTI 235
GIORGIO LA PIRA
UNA POLITICA
PER LUOMO
Politico di tempi diversi, Giorgio La Pira va riscoperto
a maggior ragione oggi, in cui sembra totalmente mancare
la politica del servizio e della carit. Del tutto alieno alle
logiche provinciali e localistiche, stata, la sua,
una personalit intellettuale e morale che ha saputo
tessere i fili di una fraternit mondiale

MARIO PAVAN

A i nostri giorni sono rarissimi gli esempi di una politica aperta


al servizio e alla carit.
Ma i germogli e i frutti buoni e sani del secolo scorso, crediamo vadano
conosciuti innanzitutto, compresi e testimoniati, specialmente da coloro
che si definiscono cattolici, praticanti e fedeli osservanti. E pure dai tanti
bravi giovani preparati che spesso, invece, non trovano modo di essere
capiti e valorizzati come magari dovrebbero. Specie se sono liberi e forti e
se pensano con la loro testa.
Un esempio di tanto bene sparso per tutti e per la societ non solo italiana
ce lo pu offrire ancora Giorgio La Pira (1904-1977).
Avvocato, siciliano di nascita, ma fiorentino dadozione, amico dei fratelli
Rampolla (famiglia di un cardinale papabile dopo la morte del grande
Leone XIII , dal conclave poi sarebbe uscito papa il cardinale di Riese Giu-
seppe Sarto, con il nome di Pio X) dopo un periodo da lui stesso definito
estetizzante, sulle idee di DAnnunzio, si converte ad un impegno attivo
e alla fede, non quella declamata ma quella vissuta. Amico di Amintore
Fanfani, di Giuseppe Dossetti e di Giuseppe Lazzati, nomi ancora vivi
nella storia della nostra Repubblica e anche di una Chiesa matura (in modo
particolare Dossetti, poi fattosi monaco e segretario del grande cardinale
236

Giorgio La Pira (Pozzallo,


9 gennaio 1904 Firenze,
5 novembre 1977) politico e
docente italiano, sindaco di Firenze,
servo di Dio per la Chiesa cattolica.
Sotto: un francobollo emesso da
Poste Italiane nel 2004 a cento anni
dalla nascita.

Da sottolineare la costruzione del


dialogo di La Pira con il mondo
ebraico e con quello musulmano.
Fond a Firenze, negli anni 50,
lamicizia ebraico-cristiana; e si fece
promotore, con Louis Massignon,
del dialogo con lIslam. Nel 1965 si
rec in Vietnam e incontr Ho Chi
Minh. Il presidente Johnson rice-
vette la proposta di pace firmata da
La Pira e Ho Chi Minh, ma la rifiut.
Sarebbe stata per gli Usa molto pi
favorevole di quella che poi furono
costretti a firmare.

Giacomo Lercaro a Bologna nei tempi del Concilio Ecumenico Vaticano II),
Giorgio La Pira resta ancora oggi il sindaco santo.
Sindaco di Firenze ma anche padre costituzionalista dal 1946 al 1948, dopo
essere sfuggito ai fascisti, deputato, figlio della povert di San Francesco
(a Firenze viveva in una celletta del convento domenicano di San Marco),
Giorgio La Pira dona ancora a tanti giovani lesempio di cosa voglia dire
davvero fare politica in nome del bene comune, sulla scia della conce-
zione di tanti uomini e donne della nostra storia repubblicana.
A Firenze fonda la San Vincenzo dei gruppi culturali e laureati, la messa
dei poveri, incrementa coraggiosamente lidea della giustizia con la scelta
di piani urbanistici dove trovano spazio adeguato le case per i ceti popolari
e, nel contempo, sempre pronto alle chiamate per il partito che lo vuole
impegnato e attivo, quella Democrazia Cristiana, che egli critica e ama in
maniera lucida e sempre senza compromessi.
In anni duri di guerra fredda, specialmente nel periodo dal 1960 al 1973,
si spende, in prima persona, in colloqui e missioni di pace a Mosca e so-
prattutto ad Hanoi , la terra dei vietcong valorosi, combattenti per la libert 237
e lindipendenza del loro Paese, prima occupato dai francesi e dopo dagli
statunitensi.
Proprio Giorgio La Pira riuscir a promuovere a Roma la conferenza di
pace per una conclusione duratura e concreta alla guerra in Viet Nam,
persa dagli USA.
Incontra capi di stato africani, europei, statunitensi , asiatici tra cui : Nasser,
Kennedy, Kruscev, Ho Chi Min, Abba Eban, Ciu En Lai, Senghor, De Gaulle
senza mai avere nessun timore nel proporre la via della pace, sullinsegna-
mento di personaggi come Gandhi e pontefici come Giovanni XXIII e
Paolo VI, amici personali ai quali tanto legato e ai quali risponde sempre
con generosit ai loro appelli per dar vita ad importanti decisioni, dato che
da tutti i nostri politici ritenuto persona credibile, onesta e vera. Ottiene
sostegno da importanti dirigenti di partiti come il PSI e il PCI e da quello
che si diceva un tempo, in gergo, larco costituzionale.
Giorgio La Pira ancora pi che mai attuale oggi, in un mondo come il no-
stro, sempre pi piccolo e che necessita di una citt delluomo cosmopolita
dai grandi valori della libert e della giustizia che trovano risposta
in un impegno comune tra credenti e non credenti.
Il laico del Concilio Ecumenico Vaticano II Giorgio La Pira stringeva rap-
porti pure con la municipalit di Fez, citt marocchina dellIslam. In questa
citt, una delle citt imperiali di un Paese importante dellAfrica bianca,
ora dalle grandi aspettative e speranze, nonostante un periodo di tensione
che si sta purtroppo allungando, si trova una via denominata via Firenze.
E il sindaco di Firenze, fino a qualche anno fa, ora attuale capo di governo,
Matteo Renzi, aveva svolto proprio i suoi studi su questo suo grande pre-
decessore. Nel suo studio si trovava infatti una bella immagine di Giorgio
La Pira. Dovrebbe ricordarsene di pi il presidente del Consiglio!
Ma dovrebbe diventare pure una speranza per una politica davvero a favore
di tutti, con il cittadino al centro, privilegiando soprattutto il pi debole,nelle
scelte di una giustizia possibile.
In definitiva, anche la nostra Vicenza e tutto il suo territorio potrebbero
conservare in La Pira un punto di riferimento. sufficiente, come si diceva
un tempo, la volont politica per agire immediatamente. Tra la gente e
con la gente. E per concludere, doveroso dire che a Bassano del Grappa
Giorgio La Pira non dimenticato, anzi, ogni anno, senza clamori, viene
commemorato da un gruppo di amici che si riconoscono nella sue scelte e
nelle azioni che ha lasciato in eredit.
238 QV UN LIBRO
IL CONCILIO
CINQUANTANNI DOPO?
NON FINITO
Un bel libro di Aldino Cazzago si propone una verifica attuale
e importante: se e come, nella vita della Chiesa italiana,
gli insegnamenti conciliari si sono fatti mentalit e stile di azione
pastorale: nelle strutture diocesane e parrocchiali, nel clero
e nei laici, nel rapporto con le altre religioni e con la societ
CLAUDIO GIRARDI

C ome ogni altro soggetto composto da uomini e da popoli, la Chiesa


vive nella storia e nel tempo e con essi instaura un rapporto di vicendevole
influsso e condizionamento. Se guardiamo al secolo da poco terminato, il pi
grande avvenimento della vita della Chiesa stato senza dubbio il Concilio
Vaticano II, iniziato da papa Giovanni XXIII nellottobre 1962 e concluso da
papa Paolo VI nel dicembre 1965. Alle varie sessioni, provenienti dai cinque
continenti, parteciparono una media di 2.500 vescovi, di cui 400 italiani e
numerosi osservatori delle altre chiese cristiane.
Allo scadere dello scorso anno, il 50 anniversario della chiusura del Concilio
stato ricordato in molte forme e modalit. L8 dicembre scorso, allapertura
dellanno giubilare, papa Francesco lo ha fatto con queste parole: Oggi, qui
a Roma e in tutte le diocesi del mondo, varcando la Porta Santa vogliamo
anche ricordare unaltra porta che, cinquantanni fa, i Padri del Concilio
Vaticano II spalancarono verso il mondo. Questa scadenza non pu essere
ricordata solo per la ricchezza dei documenti prodotti, che fino ai nostri giorni
permettono di verificare il grande progresso compiuto nella fede. In primo
luogo, per, il Concilio stato un incontro. Un vero incontro. Un incontro
segnato dalla forza dello Spirito che spingeva la sua Chiesa ad uscire dalle
secche che per molti anni lavevano rinchiusa in se stessa, per riprendere
con entusiasmo il cammino missionario.

La Chiesa? Popolo di Dio 239


e non pi societas perfecta

Per limitarci ad un solo esempio che renda conto dei frutti di questo in-
contro tra la Chiesa e gli uomini del nostro tempo, oggi, per descrivere la
realt della Chiesa si dice che essa popolo di Dio e non pi una societas
perfecta come si faceva fino alla
met del secolo scorso. Il cambia-
mento operato, oltre ad offrire una
migliore intelligenza della natura
della Chiesa stessa, dice molto del
suo nuovo modo di rapportarsi alla
A
societ
giudizio di non pochi storici una compiuta recezione
che
del laossiacirconda
Concilio, la sua consapevole e allain realt
traduzione
viva per la Chiesa necessita di un arco di tempo quantificabile
storia
in cui2015.essa
in pur sempre immersa.
cinquantanni, quelli appunto che ricorrono in questo
I saggi raccolti nel presente volume sono stati scritti per
Altrimenti detto:
rispondere, ognuno secondo la Chiesa
la propria prospettiva,non
fondamentale desiderio: capire come e in che modo alcuni degli
a un solovive

chiusa, accanto,
insegnamenti del Concilio sonoostatipeggio, al nella
recepiti e poi tradotti
vita della Chiesa italiana. Al posto dei temi scelti, la santit, il
mar-
gine laicato,
dei il popoli, perch
catecumenato, i movimenti in
e larte sacra,
potuto optare per tematiche pi generali e onnicomprensive
siquanto
sarebbe

popolo
come ladi Dio
Chiesa, la Parola vive
di Dio e lae prende
liturgia forma
per poi rintracciare
le tappe fondamentali della loro crescita e presenza nelle diverse
nei diversi
Chiese locali o popoli
particolari. Ma la della
selezione dei terra;
temi stata fattavive
nella consapevolezza che il loro studio, anzich chiudere la
in essi
visuale,per testimoniare
lascia intravvedere
loro orizzonte.
lastanno
temi che stavano e tuttora bont,
al

la verit e la bellezza del Vangelo.


L8 dicembre 1965, allatto della
chiusura, il Concilio lasciava come
preziosa
14,00 eredit a tutta la Chiesa 16

importanti documenti che ogni ve-


copertina finale.indd 1 15/09/15 13:30

scovo e i loro successori avrebbero


avuto il compito di attuare nella propria Chiesa locale.
Il concilio Vaticano II in Italia cinquantanni dopo (Edizioni OCD, Roma
2015), curato da Aldino Cazzago, vuole verificare se e come nella vita della
Chiesa italiana gli insegnamenti conciliari si sono fatti mentalit e stile di
azione pastorale: nelle strutture diocesane e parrocchiali, nel clero e nei
laici, nel rapporto con le altre religioni e con la societ.
Tra i tanti possibili temi conciliari che si sarebbero potuti studiare, il cura-
tore del volume ne ha scelti alcuni solo apparentemente secondari. In verit
ognuno di essi lascia intravvedere al suo orizzonte temi ben pi ampi.
Il primo contributo scritto dal curatore stesso del volume mostra con quale
forza e determinazione, a Concilio ormai concluso, i vescovi italiani predica-
rono il tema della vocazione universale alla santit oggetto del capitolo quinto
della Lumen gentium. Anche sotto la pressione dei cambiamenti sociali in
atto dalla fine degli anni Sessanta, il tema scomparve quasi totalmente dalle
Lettere pastorali dellepiscopato italiano.

240
La Primavera della Chiesa

Il Concilio ha certamente offerto una nuova e pi profonda riflessione


sullidentit del laico nella Chiesa e nel mondo. La componente laicale
stata poi determinante per la nascita e il consolidamento dei vari movimenti
ecclesiali, vera primavera della Chiesa a giudizio di Giovanni Paolo II,
sorti nella Chiesa italiana del postConcilio. In due notevoli contributi Marco
Impagliazzo e Antonio Sicari offrono unefficace ricostruzione delle fati-
che e delle problematiche che il laicato italiano e i vari movimenti ecclesiali
hanno dovuto affrontare anche in un non facile confronto con la gerarchia.
A mezzo secolo dal Concilio e in un contesto di forte estraniamento da una
visione cristiana della vita, si va sempre pi imponendo la necessit di ri-
flettere sulla figura di coloro che, spesso gi adulti, chiedono di entrare nella
Chiesa. Nel suo mirato contributo Walter Ruspi ricostruisce i momenti
essenziali della riflessione e della pratica pastorale della Chiesa italiana sul
tema del catecumenato degli adulti. Quello del catecumenato un problema
che, oggi forse pi di ieri, interpella la Chiesa nel suo insieme.

I contributi di Maria Antonietta Crippa ed Elio Guerriero

NellItalia del post-Concilio si sono costruite moltissime chiese, spesso con


esiti tuttaltro che felici. Vecchi schemi architettonici dello spazio sacro sono
stati abbandonati e, non senza errori, si tentato di individuarne di nuovi.
Anche a partire da questa concreta esigenza si cominciato a riflettere sul
rapporto tra arte religiosa e arte sacra, tra liturgia e arte sacra. Nel suo
contributo Maria Antonietta Crippa offre alcune interessanti riflessioni
su queste complesse problematiche le cui ricadute in ambito strettamente
pastorale sono facilmente riscontrabili nella vita di tante comunit parroc-
chiali. Per ultimo ma non ultimo il sintetico ed efficace affresco storico
ed ecclesiale del mezzo secolo di vita che ci separa dalla fine del Concilio
Vaticano II scritto da Elio Guerriero.
Tornato dal Concilio, il 23 febbraio 1966, il Cardinale Giovanni Colombo
affermava che esso segna una svolta nella storia della Chiesa. Forse al
compiersi di quella svolta necessario dedicare ancora tempo e lavoro.
QV LOPERA 241

LITALIANA IN ALGERI
NOZZE COI FICHI SECCHI
IN RIVA ALLARNO
La tradizione prestigiosa del Maggio Fiorentino non
sembra per ora trovare nella nuovissima e avveniristica
Opera di Firenze il terreno fertile migliore
per perpetuarsi. Il sovrintendente, gi commissario,
tuttora sommerso dai debiti. La qualit ne risente.
Anche unopera rossiniana di gran classe come
LItaliana vola basso: un vero peccato
ALBERTO MILESI

C redo sia giunto il momento di raccontarvi di una produzione


operistica fiorentina, perch la capitale della Toscana una delle sedi
pi medagliate nella storia moderna dellopera e ancor oggi i suoi
complessi (orchestra, coro e macchinisti) sono fra i migliori al mondo:
nella sua nuova sede ruggisce, infatti, un motore se non degno di una
Ferrari, almeno di una Lamborghini o di una Maserati.
A Firenze dallanno 1933 si svolge uno dei Festival pi gloriosi, fonda-
to da Luigi Ridolfi Vay da Verrazzano (discendente di Lorenzo il
Magnifico e, allepoca, federale di Firenze): il Maggio Musicale Fioren-
tino, che si svolge appunto a primavera inoltrata, affiancando quella
pi lunga stagione tradizionale, a cavallo dellautunno e dellinverno,
che si appena conclusa con lallestimento de LItaliana in Algeri di
Gioacchino Rossini su cui voglio intrattenervi qualche minuto.
Io, se devo essere sincero, non amo molto Firenze e non so perch,
viste le magnificenze che contiene. Penso a volte che ci sia causato
dalla mancanza di una tangenziale che, spesso, rende un calvario il
suo attraversamento. Ma allora perch questo mi capita pure con la
242

LOpera di Firenze, il teatro avveniristico

dotta Bologna, che di tangenziale fornita? Un mio amico, assai in-


telligente, maestro di vita e di revisionismo, ma nello specifico esperto
dellinspiegabile, interpellato una volta su questa mia insofferenza
mi disse: Firenze gi Meridione. Sconcertato per il fatto di non
essermi mai sentito e/o dimostrato razzista, replicai manifestando
le mie quasi analoghe riserve su Bologna e fui zittito definitivamente
dallamico che, esperto anche dello spiegabile, mi contest come non
ci fosse incompatibilit fra le due avversioni, giacch Bologna non
pi Settentrione!.

Nessuno vuole il glorioso Comunale

Non tergiverser oltre e passo a ricordare come, in questo primo


meridione dItalia, la storia della lirica nel Novecento stata cele-
brata tantissime volte con artisti straordinari come Callas, Scotto,
Del Monaco, Kraus, Abbado, Muti, Giulini, Kleiber, Mehta, Gui (ma
lelenco sarebbe lunghissimo) che grazie anche a eccellenti registi e
scenografi hanno trovato occasioni ideali per valorizzare le proprie
straordinarie virt anche in contesti innovativi o davanguardia.
Per questo, continuo a rinnovare un agile ed economico abbonamento
per le recite pomeridiane della domenica che, ora, sono ancor pi
accessibili per chi ci vuole venire in macchina (prendere il treno, in
questo momento storico assai poco conveniente), grazie allapertura 243
della variante di valico che ha finalmente azzerato le angosce degli
audaci utenti della strada che percorrevano lobsoleto tratto appen-
ninico fra Bologna e Firenze.
Si dice che noblesse oblige e forse, proprio per mantenere alto il
livello delle produzioni, la Fondazione ha affrontato spese probabil-
mente insostenibili cos da dover subire nel 2013 (a soli otto anni di
distanza dal precedente) lonta di un commissariamento governativo
a cura di Francesco Bianchi. Il dottor Bianchi che ora diventato il
sovrintendente, ad oggi non ha pubblicato un piano di risanamento,
n regolarizzato, come auspicava, conti e attivit, tanto che listitu-
zione sullorlo di un nuovo crac finanziario.
Con un bilancio tanto agonizzante ha fatto scalpore lipotesi del
Bianchi di vendere, per far cassa, un gioiello di famiglia e asset della
fondazione quale un teatro storico come il Goldoni. Anche perch,
prima di lui, era naufragato il progetto di alienare il vecchio teatro
comunale per una riconversione commerciale della relativa area e,
quindi, in assenza di solidi imprenditori interessati a quellaffare, non
si capisce come un teatro sul cui palcoscenico, vero, sono passati
tutti i mostri sacri della prosa, possa risultare appetibile a qualcuno.
E questo accade mentre la nuova sede, entrata a pieno regime da circa
un paio danni, doveva diventare il salotto buono della citt in cui,
mi si consenta la metafora, si poteva continuare a cucinare pietanze
favolose o bere vini ricercati come nella vicina Enoteca Pinchiorri
(uno dei ristoranti pi cari e famosi del mondo).
Sotto lamministrazione Renzi, infatti, larea adiacente la stazione
Leopolda e il Parco delle Cascine veniva rivalutata con imponenti
riconversioni di edifici gi esistenti e con avveniristiche costruzioni
quale appunto la nuova Opera di Firenze edificata in poco meno di
due anni e costata tra i 250 e i 300 milioni di euro.
Un teatro progettato da un pool di architetti italiani che richiama
vagamente lo stile del vecchio glorioso Comunale ed ha una sala
capace di 1800 posti fra platea e galleria come scavate in un immenso
piano inclinato, probabilmente autopulente a meno di assoldare mu-
scolose piovre o ostinati calamari per la sua adeguata manutenzione
ordinaria. Sul tetto stata invece ricavata una cavea esterna che pu
ospitare fino a 2000 persone che, a dire il vero, non so se sia stata mai
utilizzata dal 2011 quando il teatro venne inaugurato nel pi limitato
assetto da concerto con la Nona Sinfonia di Beethoven diretta dal suo
244
Zubin Mehta,
direttore
dorchestra
indiano,
classe 1935

direttore principale Zubin Mehta.


Zubin Mehta, indiano, classe 1935 uno degli ultimi direttori della
vecchia guardia e del cosiddetto Star System che da pi di trentanni
ha scelto di restare fedele a Firenze dove ha assicurato, grazie al suo
sterminato repertorio che spazia da Mozart sino a Richard Strauss,
passando per Verdi, Wagner e Puccini, la sua preziosa collaborazione
,navigando in acque tempestose e, si mormora, maturando crediti che
un avvocato alle prime armi considererebbe inesigibili.
Si pu presumere da quanto scrivevo pocanzi, che il denaro per
costruire la nuova Opera di Firenze, avrebbe dovuto provenire
anche dalla vendita del vecchio obsoleto Teatro Comunale sulla cui
area dovevano sorgere svariate e fiorenti attivit economiche, ma i
detrattori che considerano Firenze bottegaia, ne hanno sopravvalu-
tato le risorse commerciali e, ad oggi, il vecchio teatro l attraccato
al Lungarno come una petroliera in disarmo.

LItaliana in Algeri, composta


da Gioacchino Rossini a soli 21 anni

In questa situazione, anche la programmazione degli spettacoli, da


parecchio tempo sembra improntata allestemporaneit, e non so
dirvi se in ottica di spending review o per far di necessit virt o,
peggio ancora, per far le nozze con i fichi secchi, stato rispolverato
un allestimento de LItaliana in Algeri gi presentato a Firenze nel
2010 con esiti sicuramente migliori.
Ma non voglio precorrere i tempi dei giudizi e della critica e, come di
consueto, rammento brevemente la trama di questa formidabile crea-
zione del genio musicale pesarese che ebbe la sua prima trionfale
rappresentazione a Venezia nel 1813 (Teatro di San Benedetto) per poi, 245
pensate, essere ripresa poco dopo a Vicenza, dove fra gli spettatori tornava
ad assistervi, folgorato dalla sua bellezza, un certo Stendhal che, nei
suoi scritti, per la compiuta commistione fra sentimentale, buffo e serio,
definiva lopera come la perfezione del genere buffo.
Rossini compone lopera a soli ventun anni e in poco pi di due
settimane, musicando il testo poetico ispirato ad un fatto di cronaca
realmente accaduto: la vicenda di Antonietta Frapolli, signora
milanese rapita dai corsari nel 1805, portata nellharem del Bey di
Algeri Mustaf-ibn-Ibrahim e poi ritornata in Italia.
Nellopera, il giovane Lindoro (tenore leggero) stato fatto schiavo da
Mustaf (Basso profondo), Bey di Algeri, e la sua fidanzata Isabella
(contralto) partita da Livorno per cercare di ritrovarlo. La accom-
pagna Taddeo (Basso buffo), un innamorato benestante che potrebbe
essere suo padre e che lei nonguardanemmeno di striscio.
Mustaf, intanto, volubile e capriccioso, stanco della moglie Elvira
(soprano leggero) e per liquidarla elegantemente propone a Lindoro
di sposarla. Potr cos portare Elvira nella lontana Italia riottenendo
finalmente la sua libert. Per s Mustaf vuole unitaliana e comanda
al suo capo corsaro Haly di procurargliela a pena di impalamento.
Cos motivato, in breve Haly cattura la nave di Isabella e consegna
al Bey lei e Taddeo che, per evitare una sua sommaria soppressione,
Isabella fa passare per suo zio.
Il Bey pazzo dellitaliana ma Isabella, astuta e maliziosa, riesce a
tenerlo sulla corda fino a quando, durante una gran festa, conferi-
sce al Bey il titolo onorifico del Pappataci (il cui compito quello
di mangiare, bere e tacere). Nei festeggiamenti tutti gli indigeni si
ubriacano e a ognuna delle poche guardie rimaste, tanto sobrie quanto
perplesse di fronte a non limpide manovre degli italiani, Mustaf in
ossequio al titolo di Pappataci conferitogli, proferisce a ciascuno di
loro un ordine perentorio: Mangia e taci!
Cos Isabella riesce a fuggire con Lindoro, Taddeo e tutto il gruppo
di italiani che erano prigionieri ad Algeri. E mentre la ragazza e tutti
gli altri salpano con una nave e spariscono allorizzonte, Mustaf si
dichiara guarito dalla passione per le italiane e riprende con s Elvira.
I personaggi sono dunque quelli della tradizionale commedia napo-
letana: il prepotente, la donna capricciosa, mogli e mariti melensi,
servi intraprendenti o sfaticati, ma limpianto musicale appare as-
solutamente innovativo.
Come evidenzia Bruno Cagli, grande esperto rossiniano, rispetto al
passato, in questa partitura cambia, sotto il profilo musicale, larchi-
tettura interna e, dal lato drammatico, la sottointesa visione del mondo.

246 Lopera buffa napoletana nella sua dimensione domestica, venata di


patetismo e di languore, era il mondo dellancien regime; qui invece
Rossini fa tesoro della lezione di Mozart (e del suo librettista Da
Ponte) e la follia collettiva, organizzata nei minimi dettagli, sembra
paradossalmente provenire da unindole terribilmente rivoluzionaria.
Indole che, peraltro, analizzando la biografia del compositore pesarese,
gli era assolutamente estranea, tanto era nostalgico di quel vecchio
che in pochi anni aveva fatto diventare antico se non preistorico.

Versante femminile piatto, versante maschile modesto

Questopera necessita di grandi interpreti: primedonne assolute,


tenori di grande espressivit ed iperbolica capacit coloristica. Ma
anche di voci gravi maschili importanti e tuttavia ben differenziate
per dare giusto risalto agli sbalorditivi concertati.
A Firenze Isabella era Marianna Pizzolato, specialista rossiniana
che per la prima volta ascoltavo in un ruolo cos impegnativo che
prevede, oltre ai pezzi dassieme, ben tre interventi solistici. Ebbene
la prova stata corretta ma difetta a questa cantante proprio lo status
di primadonna. La voce viaggia piuttosto uniforme e la coloratura
non ha la fosforescenza e lespressivit delle Isabelle di riferimento,
quali furono per esempio la spagnola Teresa Berganza, lamericana
Marylin Horne e la compianta cantante padovana Lucia Valenti-
ni Terrani, che consiglio di ascoltare per chi volesse approfondire
la conoscenza di questopera superiore, nel genere, anche ad altri
capolavori rossiniani quali Barbiere di Siviglia e Cenerentola.
Il versante maschile era forse ancor pi modesto: il tenore Boyd
Owen stato invero di basso profilo e in un periodo dove tutto
sommato vi abbondanza di tenori rossiniani la sua scelta appare
inspiegabile. Mustaf era impersonato dal giovane basso croato Mar-
ko Mimica che fa il verso a un grande basso del recente passato,
lamericano Samuel Ramey, di cui condivide una certa prestanza
fisica e una bella voce, ma non la sua fluidit, il legato e il carisma.
Taddeo infine aveva la voce di Omar Montanari che si dimostrato
buon stilista, disinvolto attore, ma un po limitato v Pag 193: dopo
il titolo, alla fine della frase di apertura del pezzo, lultima parola :
presentano. Presentano cosa? La frase non finita....

pag 195, riga 9/10/11: alcune date sono il bluette, altre in nero...
QV ARTE 247

UNA FORTUNATA GITA


A MILANO
PER INCONTRARE
HAYEZ
Larte, la grande arte, in fondo a cosa serve? Serve
a risvegliare i nostri fantasmi, a materializzare i nostri
sogni, a farli rivivere attraverso visioni preziose
e assolute. Breve racconto di un viaggio fortunato
a Milano, in un museo ideale per i sogni darte, in visita
ad un grande interprete del romanticismo italiano

GIANGIACOMO GABIN

D avvero una vera fortuna il fatto che lamico Alberto


Milesi, - s proprio lui, quello che scrive (come me) su queste pagine, con
leggerezza ma anche con innegabile competenza, di musica lirica - dovesse
recarsi, per questioni di giustizia, al Tribunale di Brescia per iscrivere
a ruolo (Dio mio che brutta espressione, mi viene il mal di pancia solo
a pronunciarla!) unimportante causa contenuta in un faldone, grosso
contenitore di robusto cartone che raccoglie tutti gli atti della causa stessa.
Quello dellavvocato Milesi pesava non meno di dieci chili e mi venne affi-
dato, per mia fortuna, solo per pochi istanti, giusto il tempo per consentire
al mio caro amico di individuare e premere il tasto dellascensore che ci
avrebbe condotti direttamente nel luogo ove finalmente il faldone sarebbe
stato depositato e l avrebbe iniziato un riposo di chiss quanti anni!
Ho scritto di vera fortuna perch, una volta compiuto latto istituzionale,
avremmo raggiunto la vicina Milano per visitare, esattamente due giorni
Leggenda vuole che

248
ruotare su se stessi
stando col tallone del
piede destro sui
genitali del toro
ritratto a mosaico
entro lo stemma della
citt di Torino
sul pavimento
dell'Ottagono della
galleria Vittorio
Emanuele di
Milano,
porti fortuna.

prima della chiusura fissata (ahim per gli amici pigri o meno fortunati),
per il 21 febbraio.
La mostra, credo mai pi ripetibile, era del grande, anzi grandissimo,
Francesco Hayez (Venezia 1791- Milano 1882) allestita negli spazi delle
Gallerie dItalia in Piazza della Scala.
Mi stavo dimenticando di dire - e sarebbe stata una grave mancanza - che
la mia amica Rita Maggi, lavorando in banca, forse impietosita per i miei
miseri risparmi, mi ha regalato i biglietti della mostra. Parler poi, sempre
con discrezione, della mostra, perch, come ho precisato altre volte, tutto
voglio essere meno che un critico darte.

Una Mercedes di seconda mano a piazza della Scala

Ritorniamo quindi alla partenza da Brescia. La lussuosa Mercedes del mio


amico avvocato - lussuosa solo in apparenza perch acquistata super usata
su internet con tanta strada ormai macinata che il contachilometri non
riesce pi a contenere - come guidata da una mano invisibile, punt dritta
verso Milano per arrivare a pochi passi da piazza della Scala e quindi quasi
davanti allingresso delle Gallerie dItalia.
Ora io mi chiedo: a Milano ci sono stato un sacco di volte, anzi ci ho anche
abitato durante i mitici anni 60, quando avevano da poco iniziato gli scavi
della metropolitana ed in piazza Duomo vedevi allora schiere di operai che
lavoravano come forsennati ed altrettante schiere di pensionati appoggiati
alle transenne che delimitavano gli scavi e che se la godevano al sole, allora
vagamente nebuloso, di Milano.
Ad ogni modo, per arrivare in piazza Duomo dalla Stazione Centrale ho
sempre chiesto a chi mi passava accanto, compresi i barbun stanziali, se la
linea della metropolitana che avevo deciso di utilizzare fosse quella giusta!
Lavvocato, lui in piazza della Scala, come ho gi detto, ci arriva direttamente
in macchina. Ma c una spiegazione, e nasce dal fatto che lui alla Scala
c praticamente nato. Si racconta in casa Milesi che lAlberto sia arrivato
al tempio della musica lirica ancora in fasce, fra le braccia dellamorevole 249
sorella Aida (tanto per restare in tema!) perch il suo primo vagito non fu
uguale a quello di tutti i neonati dItalia, ma, nella pur acerba modulazione,
ricordava vagamente la nota aria del Rigoletto: la donna mobile.
Era un predestinato il mio amico e cos si spiega la sua sconfinata passione
per la musica lirica contaminando persino la sua autovettura che in piazza
della Scala ci arriva praticamente da sola.

Un salto da Spontini in Galleria

Ma ritorniamo al nostro amato Hayez, che dovr avere ancora un po di pa-


zienza perch non si pu dimenticare il passaggio in Galleria con linevitabile
rotante schiacciatina del tallone sulle palle del toro, parte ormai inesistente
del bel mosaico posto al centro della stessa Galleria. A proposito, rispetto
ai miei tempi, ho notato che il buco determinato dalle infinite richieste di
buona sorte perch, come tutti sanno, in definitiva il significato dellatto
questo, ha raggiunto una profondit preoccupante tanto che se non verr
posto rimedio apparir un raggio di luce nella sottostante metropolitana.
Ma attendiamo ancora un poco prima di raggiungere le Gallerie dItalia.
Rivolte quindi le spalle a piazza Duomo, dal centro della Galleria, giriamo
a destra per raggiungere, - lo dico solo per quei pochi frequentatori di Mi-
lano che non lo sanno - Spontini, dove per pochi euro, birra compresa, si
possono gustare, sia pur in piedi, dei gustosissimi tranci di pizza.

Il mito del bacio di Hayez

Placato lappetito sufficiente un veloce dietro front ed eccoci finalmen-


te alla mostra. Latmosfera, appena messo piede nelle Gallerie dItalia,
quanto di meglio si possa immaginare. Si entra infatti in un gran salone
dove ti avvolge una calda luce colorata, proveniente sia dalle fonti artificiali
sapientemente collocate, sia dalle ampie vetrate poste in alto verso il cielo.
Poi finalmente, la visione delle opere poste da mani esperte sulle pareti in
modo tale da indurre il visitatore a seguire un invisibile ma preciso percorso.
La straordinaria inevitabile visione la si coglie per volgendo lo sguardo in
fondo al salone dove appaiono, ora si deve dire apparivano, le tre grandi tele,
si proprio tutte tre, quelle del famoso bacio dipinte da Hayez attorno il 1859.
Dal mito al bacio intitolava il bel catalogo stampato in occasione di unal-
trettanto bella mostra che
visitai nellormai lontano

250 1999, allestita negli spazi


del palazzo Zabarella di
Padova. Ora, io direi, Il
mito del bacio perch
in sintesi, a parte tutti gli
altri capolavori esposti,
questi sono i quadri che
hanno determinato la
massima attrazione dei
visitatori.
A questo punto, nono-
stante una forza misterio-
sa mi spingesse alle spalle
in direzione dei tre famosi
quadri, lanimo mi sug-
geriva di resistere ancora
un poco e riservare loro
lultima suprema visione
perch, se cos non fosse
stato, sarebbe come rag-
giungere lorgasmo (mi
si perdoni lardito e sicu-
ramente inadeguato paragone) al semplice abbraccio con la donna amata.
Urge per a questo punto scrivere su questo benedetto pittore che fu il
maggior esponente del romanticismo italiano.
Francesco Hayez, era nato a Venezia. Figlio di Chiara Torcellan da Murano
e di Giovanni Hayez De Valenciennes. Le misere condizioni economiche
della famiglia determinarono laffidamento di Francesco allo zio Giovanni
Binasco, amatore e mercante darte.
Nel 1998, lo ritroviamo mentre studia disegno e pittura nellatelier del pittore
Francesco Fedeli (1738-1805), detto il Il Maggiotto. Ancora una volta si
pu verificare la sorte di allievi che hanno di gran lunga superato per bravura
e notoriet, quella dei loro maestri, dei quali pochi alla fine si ricordano.
Certo non fa testo il caso di Andrea Mantegna (1431-1506), che venne
affidato alla Bottega del padovano Francesco Squarcione (1397-1468), che
per la sua mediocrit non avrebbe in ogni caso alcuna postuma fama se non
quella di aver avuto nella sua bottega il sommo Mantegna.
Quindi, nemmeno il Maggiotto, di qualit artistiche senzaltro buone, viene
ricordato quanto forse avrebbe meritato. Miglior fortuna tocc a Eugene
Boudin (1824-1898), che consigli al grande Monet (1840-1926) di lasciar
perdere le sue pur belle caricature per dedicarsi alla pittura en plein air
innanzi al mare di Le Havre.

251
Sotto la guida di Canova

Per un appassionato frequentatore di musei, come chi scrive, fu una vera


delizia scoprire qualche anno fa, pur nascosto nella penombra dietro una
colonna del Museo civico di Feltre, una deliziosa piccola marina dipinta ap-
punto, da Boudin a Le Havre, che sicuramente il maestro avr fatto vedere al
giovane Monet. Ma cosa centra tutto questo con Hayez, penser il lettore. Il
fatto che quando mi capita di scrivere su questi argomenti la penna parte
a razzo e si ferma solo ad inchiostro esaurito.
Ritorniamo finalmente ad Hayez e lo ritroviamo, nel 1800 mentre frequenta
la galleria Farsetti di Venezia dove si esercita nel disegno dei gessi delle statue
classiche e delle copie delle Logge Vaticane di Raffaello, si proprio lui, il
mio amatissimo Raffaello Santi (Urbino 1483- Roma 1520). Dio mio, come
pu un genio morire a soli 37 anni e comunque essere stato fonte sublime
e mai prosciugata per schiere di pittori?
Nel 1805, Hayez vinse il primo premio per il disegno dal vero allAccademia
e pi tardi nel 1810, sotto la guida del Canova (1757-1829) studia ancora
lantico Raffaello e le opere dello stesso scultore. E poi, via via, essendo
vissuto per ben 91 anni (muore infatti nel 1882), ci ha lasciato capolavori
assoluti, molti dei quali erano presenti in questa formidabile mostra. De-
scriverli tutti sarebbe impresa troppo ardua.

Belle, ma trascurabili, le due colombe

Racconter quindi solo di alcuni, quelli che maggiormente hanno suscitato


nel mio animo le maggiori emozioni.
Incominciamo dalla Venere che scherza con due colombe, ritratto della bal-
lerina Carlotta Chabert, dipinto nel 1830, dove le fattezze della parte poste-
riore vengono rappresentate in maniera cos sublime e audace che gi alla sua
presentazione il dipinto suscit qualche scandalo. Mi vien da affermare che
anche oggi, come allora, le due colombelle passano inosservate! E che dire di
quel turgido seno che sbuca con dolcezza dallabito candido della fanciulla dal
volto serio e preoccupato, posto in penombra nel quadro La meditazione,
dipinto nel 1851? In questa tela si coglie tutta labilit del pittore nel disegno.
Non si spiegherebbero altrimenti quelle due mani, sotto laspetto anatomico,
perfettamente dipinte nonostante la loro ardua posizione: la destra trattie-
ne un grosso libro che sembra scivolare dal grembo, e la sinistra impugna
saldamente un cro-
cefisso.

252 Visto che siamo in


tema di seni e di
mani mirabilmente
dipinti non si pu
che restare estasiati
dinnanzi al qua-
dro che si nititola
Ruth, dipinto nel
1853 per il colle-
zionista bolognese
Severino Bonora.
Abbandoniamo ora
linnegabile eroti-
smo che Hayez cer-
tamente infondeva
ai suoi nudi e purifichiamoci lanimo e lo sguardo innanzi al ritratto della
contessina Negroni Prati Morosini dipinto nel 1858.
Quanta tenerezza in quello sguardo innocente della bambina con quelle
due scarpette scure divaricate. Mi piace immaginare, proprio per quellat-
teggiamento, che fosse stata avviata alla danza classica con calzini che non
aderiscono alle caviglie. Immagino poi il bel vestito di leggerissima organza,
per non parlare poi dei fiori disposti tutti intorno. Roba da far tremare i polsi.
Il mio amico Alberto Milesi, come ho detto allinizio, amante ed intenditore
di musica classica si fermato in preghiera innanzi al ritratto di Gioac-
chino Rossini, dipinto del 1870, e anche innanzi al quadro, dipinto nel
1830, del tenore Giovanni David sulla scena del melodramma Gli arabi
nelle Gallie di Pacini.
Ho trovato splendido il ritratto di Alessandro Manzoni dipinto nel 1841
ed anche quello della moglie Teresa Manzoni Stampa Borri, dipinto tra il
1847 ed il 1849. Credo che a questo punto il lettore si stia annoiando, mi sia
per concesso di ricordare, solo per un attimo, lautoritratto dipinto nel 1822,
quando Hayez aveva 31 anni, se non altro per quella geniale sciabolata di
luce che illumina la parte sinistra del cappello e del viso dallintenso sguardo.

Un sogno in treno: capelli biondi e fluenti


sopra limmancabile filo dellauricolare

Quanto ci sarebbe ancora da raccontare su questa mostra, ma giunto il


momento dei tre quadri raffiguranti Il bacio . Ma cosa posso dire io, pur
attento ma modesto osservatore? gi stato detto tutto con grande com-
petenza dai critici darte che, pur bravi, riescono anche qualche volta a non
farsi capire! Io dico solo, chiedendo scusa ancora una volta al lettore: caro
Hayez , quei due, in particolare quello con il cappello piumato che copre mag- 253
giormente il volto della fanciulla, stavano limonando, altro che bacio! Ed
con questa magica visione che ho ripreso la metropolitana (lamico avvocato
se ne era andato per i fatti suoi) verso la stazione Centrale senza chiedere
questa volta nulla a nessuno. Salito al posto giusto sul treno che mi avrebbe
ricondotto a Vicenza ho avuto la piacevole sorpresa di trovare proprio di
fronte a me una splendida fanciulla, una di quelle con i fili dellauricolare del
cellulare che sbucavano sotto i lunghi capelli biondi. Appena partito il treno
mi sono addormentato e ho sognato, pur sempre senza il cappello piumato
in testa, di baciarla. Mi sono svegliato di soprassalto giusto in tempo per
scendere a Vicenza e non ritrovarmi magari a Padova o peggio ancora a Ve-
nezia. La bella fanciulla bionda non cera pi. Chiss dovera scesa, magari
pensando: Senti come ronfa quel vecchietto.
Al suo posto, una signora, diciamo non pi giovanissima, una di quelle
grassocce con un brufolo peloso posto proprio sotto il mento. Dio mio
che malinconia! Ho raggiunto mestamente la mia vespa che per fortuna
partita al terzo colpo di pedivella. Nei bagliori della sera sono arrivato
finalmente a casa, ma lultima inattesa visione, quella della signora con il
brufolo, mi aveva lasciato nellanima e nel cuore, nonostante tanta bellezza
vista a Milano, una profonda tristezza.
254 QV CINEMA
NASCE A VICENZA
UN FESTIVAL
DEL CINEMA DEL LAVORO
La prima edizione del Working Title Film Festival,
festival del cinema del lavoro, si svolger
dal 27 aprile al 1 maggio 2016.
Debutto al cinema Primavera. Interessati anche
lo spazio Exworks, il Polo Giovani B55 e Unione Collector

U n nuovo festival cinematografico a Vicenza, Working


Title Film Festival - festival del cinema del lavoro - far il suo de-
butto al Cinema Primavera, allo spazio Exworks, a Unione Collector
e al Polo giovani B55 dal 27 aprile al 1 maggio 2016.
promosso da tre soggetti: le associazioni Lies, laboratorio
dellinchiesta economica e sociale, e Ispida, attiva in ambito teatra-
le e culturale, e Exworks, un nuovo spazio di lavoro ed espositivo
per professionisti delle arti visive e del design nato presso Zerogloss
design store.
Lidea di dare vita a un appuntamento che, a partire dal linguaggio del
cinema (ma non solo), dia per qualche giorno centralit al discorso sul
lavoro nata dopo l 1 maggio 2015. Quel giorno al cinema Primavera
stato proiettato il nostro documentario Lacqua calda e lacqua
fredda, sullimmigrazione di operai meridionali (di Giovinazzo, nel
Barese, in particolare) allAcciaieria Valbruna. La prima vicen-
tina andata bene, con un ottimo riscontro di pubblico e un dibattito
partecipato. Cos, insieme a Rosa Maria Plevano, responsabile della
programmazione del cinema Primavera, abbiamo deciso di continuare
la collaborazione, e di creare un evento di pi giorni attorno alla data
simbolica del primo maggio.
Working Title: centralit al discorso sul lavoro

Working Title un festival


cinematografico che ambisce 255
a ridare centralit e senso
al discorso sul lavoro. Mai
come in questa epoca il lavo-
ro pervasivo, non ha limiti
di tempo n di spazio, ma
allo stesso tempo mancano
occasioni di riflessione e con-
fronto sul senso che questa
trasformazione produce nella
vita quotidiana delle persone.
Le nuove generazioni hanno assistito allo sgretolamento delle vecchie
sicurezze e si affacciano a un mondo del lavoro reso frammentato
e precario da crisi economica e riforme legislative. Ma la necessit
di inventarsi un lavoro che non c pu diventare la spinta a creare
nuovi modelli economici, culturali e sociali in grado di trasformare
la condanna della precariet in unopportunit.
Da questi presupposti nasce lurgenza di un appuntamento che, a
partire dai film, generi momenti di confronto aperto a tutta la cit-
tadinanza di Vicenza che per la prima volta ha un appuntamento
annuale riservato ai cinefili ma potenzialmente replicabile in altre
citt.

Cinque giorni di film, audiodoc, fotografia,


dibattito sul lavoro freelance

Al centro dellevento ci sar una selezione di film documentari, di


finzione e di animazione e di narrazioni seriali di recente produzione
non adeguatamente distribuiti (soprattutto nella citt di Vicenza). La
scelta dei film di registi italiani e stranieri, e con una prevalenza di
autori giovani, della generazione dei nati negli anni Ottanta o poco
prima (la nostra) stata dettata dallalta qualit artistica e dalla
capacit di affrontare il tema del lavoro con punti di vista, estetiche,
stili originali.
Quasi tutti i film, una quindicina, saranno anteprime assolute
per il Veneto. Il festival vuol essere unopportunit per vedere film
Sopra:il logo del festival
fuori dai grandi circuiti distributivi, che in molti casi si sono visti solo
ai festival. Oltre che interloquire con i registi in sala, gli spettatori

256 potranno ospitare uno (o pi) registi in casa propria per una o due
notti con la formula Ospita un regista, gi sperimentata da altri
festival in Italia.
Working Title Film Festival si rivolge anche alle nuove genera-
zioni: in un paio di mattine gli studenti di alcune scuole superiori (fra
cui listituto Lampertico) avranno lopportunit di vivere in prima
persona il festival, con una programmazione ad hoc (una selezione
di alcuni dei film targati WTFF) e dei momenti formativi, con linte-
razione dei registi che terranno anche delle brevi lezioni, in esclusiva
per il giovane pubblico.

Un Festival modulare

Come suggeriscono gli esagoni-arnie che compongono il logo di


WTFF, il festival nasce modulare: mette in dialogo il linguaggio au-
diovisivo, che avr il suo luogo deputato al Cinema Primavera, con
la fotografia (inaugurazione della mostra il 22 aprile) e laudiodocu-
mentario, allestiti a Exworks, una ex officina riconvertita in luogo
per larte e il lavoro creativo. Il terzo tassello costituito dal dibatto,
al Polo giovani B55 di fronte al Teatro Astra, fra le varie anime
del lavoro freelance, indipendente e creativo. Arcipelaghi del lavoro
contemporaneo in grande movimento ma senza rappresentanza,
senza diritti e tutele. Abbiamo invitato a parlare le esperienze pi in-
teressanti di organizzazione del nuovo associazionismo-sindacalismo
del lavoro autonomo, a partire da Acta, lassociazione dei freelance
che porta avanti le battaglie delle partite Iva e dei loro mille volti
professionali.

Crowdfunding: come sostenere il festival


con una piccola donazione online

Working Title Film Festival, per quanto piccolo, un evento


complesso, creato dal basso, con alcuni piccoli contributi privati.
Necessita quindi anche di un contributo dei potenziali spettatori e
in generale della cittadinanza.
ancora attiva (fino al 25 aprile) la campagna di crowdfunding.
Lobiettivo di raggiungere 5.000 euro di contributi dal basso sulla
piattaforma Eppela (questo il link: https://www.eppela.com/it/
257

Una sequenza di La legge del Mercato, film di Stphane Briz (Francia), in


programma al festival.

projects/7542-working-title-film-festival).
La campagna accompagnata da un video, interpretato dallattore
Davide Dolores, che ironizza sul mondo del lavoro precario e sulla
scarsa considerazione riservata ai lavori creativi e intellettuali.
La stessa ironia si ritrova nelle ricompense che il festival offre a chi
lo sosterr donando attraverso la piattaforma Eppela: contratto a
tempo indeterminato per chi dona 100 euro o pi, a tempo determi-
nato per chi ne d 50, Partita Iva per 30 euro, e poi, scendendo di
quota, un modesto Co.co.co. per chi offre 20 euro, collaborazione
occasionale in cambio di 15 euro, stage come ricompensa per 10
euro e infine lavoro nero, per chi dona 5 euro.
Uscendo dallo scherzo, le ricompense per chi sostiene il festival sono
reali: biglietti e abbonamenti alle proiezioni durante i 5 giorni di
Working Title Film Festival, t-shirt e borsette di tela personalizzate,
oltre al ringraziamento sul sito: www.workingtitlefilmfestival.it e
sulla pagina Facebook https://www.facebook.com/WorkingTitle-
FilmFestival/ dove il programma completo sar annunciato verso
la met di aprile.
Marina Resta
Giulio Todescan
NOTIZIE SUGLI AUTORI
258 CIRO ASPROSO. Responsabile commerciale e della sicurezza in unimportante azienda
del Vicentino. Ha una lunga esperienza politica legata a Vicenza e ai suoi problermi alle
spalle. Consigliere di Circoscrizione dal 1985 al 1990 e dal 1990 al 1992. stato presidente
della circoscrizione 5 dal 1992 al 1995 e consigliere comunale di Vicenza, per i Verdi, dal 1995
al 2008. Nella sua attivit politica ha sempre approfondito temi connessi alla salvaguardia
dellambiente, del territorio e alla qualit della vita.

Giovanni Bertacche. Avvocato del Foro di Vicenza. Amante della storia di Ignago, dove
nato. Ha scritto Il curato di Ignago e, della Madonna delle Grazie sul colle Zovo, dove ha
conosciuto Edo Parise, ha scritto Chiesa senza confini. Per Monteviale, dove stato sindaco,
ha pubblicato Terre False (La tragedia di Monteviale 1943-1945). Per Vicenza: fondando
l'associazione Vicenza In Centro ha inteso dare un progetto alla 'bella addormentata' e ali-
mentare in giovani e vecchi l'amore per la citt pi 'bella' del mondo. Ha lanciato l'iniziativa
dell'Universit Internazionale di Architettura Andrea Palladio.

Toto Cacciato nato ad Agrigento, dove attualmente vive, ha vissuto oltre trentanni
a Vicenza, dove ha insegnato materie artistiche. Giornalista pubblicista, ha collaborato con
quotidiani e riviste a tiratura e distribuzione nazionali. Si dedica alla pittura praticamente
da sempre. La sua attivit espositiva ha acquistato rilevanza dagli anni 70, con allestimenti
in personali e in qualificate collettive e pubbliche istituzioni. Periodicamente ritorna alla
fotografia: sua la mostra Architettura e Paesaggio nella Valle dei Templi. Attualmente si
dedica alla video-arte e ai documentari Pirandello di Girgenti.

Carmelo Conti. Architetto, libero professionista. Promotore della ricerca, del rilievo e
del restauro delle Edicole Religiose del centro storico per conto del Comune di Vicenza. Rilievi
cinta muraria e bastioni di Verona, rilievo Arche scaligere di Verona, rilievi mastio e ponte diga
visconteo di Valeggio sul Mincio per conto della Sopr. BB. AA. AA. di Verona. Rilievo, inter-
venti salvaguardia e definizione sito archeologico (pareti graffite) Val dAssa, per conto della
Sopr. Archeologica per il Veneto, Padova. Pubblicazioni: Edicole religiose nel centro storico di
Vicenza. Comune di Vicenza, 1990; Chiesa di San Pietro Apostolo in Vicenza. Storia Fede Arte.
AA.VV. Vicenza,1996; Chiesa di San Giacomo Maggiore detta dei Carmini in Vicenza, AA.VV.
Vicenza, 2007. Il Giardino Salvi di Vicenza. Il patrimonio scultoreo del Giardino Valmarana-
Salvi, AA.VV. Comune di Vicenza, 2013. In elaborazione (p.c. Associazione Industriali Vicenza,
sez. Edili): Storia delledilizia e degli edili vicentini dal 1500 ad oggi.

Giovanni Coviello. Laureato in Ingegneria elettronica presso lUniversit di Roma, La


Sapienza, pubblicista dal 2008, direttore responsabile dal 2009 del network multimediale
VicenzaPi, che ha fondato nel 2006. Direzione editoriale e organizzativa dal 1993 al 1994 di Pc
Week e collaboratore del mensile Espansione, entrambi editi da Mondadori. stato Presidente
gruppo Pmi elettroniche di Confindustria Roma dal 1989 al 1991 e presidente del mandamento
di Vicenza di Apindustria Vicenza dal 2004 al 2007. Manager sportivo dal 1994 al 2006 e poi
presidente fino al 2009 delle societ di volley femminile di serie A di Vicenza.

Sonia DAdam, laureata in Matematica a Padova, ha iniziato ai misteri al-khwarizmici


generazioni di studenti di ogni ordine e grado. Insegnante e formatrice volontaria nella scuola
pubblica mozambicana negli anni Ottanta, ha ammannito sistemi ipotetico-deduttivi e cronotopi
anche nei Licei Italiani di Asmara e Barcellona e nella Scuola Europea di Varese. Attiva per
molti anni nello Spi-Cgil, in particolare nella redazione del Notiziario vicentino, attualmente
presiede il Direttivo di Piovene-Arsiero. Appassionata di lingue, ne parla quattro (compreso
il dialetto veneto), ne mastica altre due e studia larabo. Viaggiatrice viaggiante, risoluta socia
UAAR, fondatrice e presidente del circolo culturale Le Citt Visibili di Caltrano (VI).

Pino Dato. laureato in economia, lettere, filologia e letteratura italiana, a Ca' Foscari.
Pubblicista dal 1973, ha fondato e diretto per oltre 35 anni "Il Sospiro del Tifoso". Ha pub-
blicato molti libri, fra i quali Dimenticare Vicenza? (due edizioni, 1983, 2011), Un laccio al
cuore (romanzo), Quasi erotica (poesie), Onisto, un vescovo pastore nella sacrestia dItalia
(con Fulvio Rebesani), Vicenza, la citt incompiuta (con Fulvio Rebesani), Vicentinit (il ma-
noscritto ritrovato), Lultimo antiamericano (Goffredo Parise e gli Usa, dal mito al conflitto).

259
Giangiacomo Gabin nato a Precenicco (Udine) nel 1939. Professionista apprezzato
nel campo delle assicurazioni, si sempre dedicato con passione alla pittura. Predilige la pit-
tura en plein air. Nello studio invece, dipinge i suoi sogni,sempre ispirati alla natura. Vive
e lavora a Vicenza.

Claudio Girardi nato a Verona il 2 maggio 1969 svolge la professione di dottore com-
mercialista dal 2001. Fa parte del comitato di redazione del bimestrale Il Commercialista
Veneto ed giornalista pubblicista dal 2000. Appassionato di testi sacri, economia e finanza
e di calcio scrive per il quotidiano di Verona LArena.

GIORGIO MARENGHI. Nato a Vicenza nel 1948. Laureato in scienze Politiche, indirizzo
storico. Dopo il 1968 e relative importanti, movimentate esperienze, ha scelto la strada del gior-
nalismo. Attualmente cura il sito www.storiavicentina.it con un occhio di riguardo alle inchieste
sul terrorismo veneto e alla politica americana nella citt del Palladio e di Mariano Rumor.

Alberto Milesi ha due passioni: lOpera e Vicenza; proprio per questo stato felice di
scrivere per QV la cronaca di qualche evento che cadenza la sua intensa vita teatrale. Anche
se nato nelle Prealpi lombarde in un paese equidistante da Bergamo e Brescia, dal 1986
risiede a Vicenza, dove arriv per far pratica legale nello studio di un leggendario avvocato
vicentino. Innamorato appunto di Vicenza, a cui ritiene di essere debitore della sua fortuna
professionale, intrattiene intensi contatti con il mondo artistico e culturale vicentino al quale
riconosce un respiro tuttaltro che provinciale seppure poco valorizzato rispetto alle risorse
economiche del territorio. Laureato in giurisprudenza a Pavia. orgogliosamente un ex ufficiale
di complemento degli Alpini.

GAETANO PALERMO. Avvocato del Foro di Vicenza. Appassionato di Psicologia Tran-


spersonale e Filosofia della scienza. Studioso di varia saggistica attinente alle problematiche
scientifiche contemporanee

Lucio Panozzo. Ha al suo attivo molte pubblicazioni (ricordi, racconti, romanzi), tra le
quali spicca, per qualit e impegno Saga Longobarda, una fiaba a sfondo storico verosimile, e
documentato. Ha collaborato a Il Sospiro del Tifoso. Attivo nel mondo dellassociazionismo
vicentino (Italia Nostra, UAAR, Cenacolo dei Poeti dialettali, Compagnia degli Autori Vicen-
tini, CAI). La sua formazione culturale nel solco dei Lumi e del Darwinismo. Altre opere: Il
venticinquesimo libro dellOdissea, Azoto liquido, Anni dargento.

Mario Pavan, vicentino (1951), docente in quiescenza, giornalista pubblicista, ex ammini-


stratore comunale per tre mandati e gi presidente del Consiglio Scolastico Provinciale, collabora
a diverse testate giornalitische locali e nazionali. direttore responsabile di alcuni periodici.
Conferenziere, ideatore di premi letterari, ha al suo attivo una ventina di libri. poeta sia in
lingua italiana che in dialetto.

ALFREDO PELLE, nato a Firenze, residente a Vicenza, giornalista pubblicista, lavora per
LEspresso e collabora a Guida ai ristoranti come coordinatore regionale. Per molti anni
direttore di banca alla Comit e poi alla Popolare di Vicenza. Esperto riconosciuto di gastronomia.
Accademico italiano della cucina, membro della Venerabile Confraternita del Bacal e della
Fraglia del Torcolato di Breganze. Come Accademico segretario del Centro Studi Nazionale
Franco Marenghi e Direttore Territoriale del Centro Studi di Toscana. Tiene corsi di Storia
della Gastronomia per lAIS (Associazione Italiana Sommelier) nel Veneto. Insegna Storia della
Gastronomia ed evoluzione della cucina allIstituto Alberghiero di Stato di Recoaro. Scrive
per riviste specializzate (Taste Vin, Convivium 2000. Zafferano, Progetto Nord-Est) dopo
aver scritto per molti anni per Il Giornale di Vicenza. Autore di un volume sulle Tradizioni
sulla tavola delle comunit delle valli del Chiampo, Agno, Leogra, Posina e Astico e tre volumi
sul fagiolo, sulla patata, sul formaggio (editore Terranova). Coautore di Cucina di bordo per
lAccademia Navale di Livorno.

ROBERTO PELLIZZARO. Laureato in lettere antiche allUniversit di Padova, docente di


materie umanistiche. Gi General Manager della A.S. Vicenza femminile di basket, del Du.CA
basket Dueville e della Pallacanestro Vicenza maschile.Opere: Pigafettavimus - Storie vicentine
degli anni Sessanta, Il sorriso del DAnnunzio, Vicenza, della palla al cesto e altre storie, Toara
(con Tommaso Cevese), Il letto era lerba (storie di Piccoli Maestri).

260 LUIGI POLETTO. Nato a Vicenza nel 1958. Laureato in Giurusprudenza. Responsabile di
un ufficio studi di analisi economica, per pi di 30 anni impegnato nelle istituzioni locali,
consigliere comunale e provinciale, gi assessore provinciale allAmbiente e Presidente del
Consiglio Comunale, attivo in varie formazioni della Sinistra cittadina, attualmente dirigente
ANPI, stato a lungo presidente del Consiglio Comunale di Vicenza e assessore alla Provincia.

SONIA RESIDORI. Storica e bibliotecaria, fa parte del comitato scientifico dellIstrevi E.


Gallo ed dottoranda di ricerca presso lUniversit di Verona. Tra le sue pubblicazioni pi
recenti, oltre a LUltima Valle, La Resistenza in Val dAstico e il massacro di Pedescala e
Settec (30 aprile - 2 maggio 1945) appena uscito: Il coraggio dellaltruismo. Spettatori e
atrocit collettive nel Vicentino 1943-45 (2004), Il Guerriero giusto e lAnima bella. Lidentit
femminile nella Resistenza vicentina (1943-45) (2008).

Beppa Rigoni. Altopianese. Gi insegnante di Scuola Primaria. stata socia di unazienda


nel settore della stampa, quindi titolare di uno Studio di Comunicazione Aziendale. Giornalista
pubblicista, ha scritto per varie testate e ha pubblicato una guida di itinerari turistici dellAl-
topiano. Appassionata di sport, storia, ambiente, volontariato (Lega ambiente e Accademia
nazionale di Mtb), accompagnatore territoriale e guida di M.bike.

Gianni Sartori nsto nel 1951, giornalista pubblicista, ha collaborato con varie testate,
sia a livello locale (Nuova Vicenza, La Voce dei Berici...) che nazionale (Umana Avventura,
Etnie, Frigidaire, Narcomafie, Senza Confini...) realizzando interviste, reportage, servizi foto-
grafici riguardanti la tutela dei Diritti Umani, la difesa delle minoranze, i Diritti dei popoli e
la salvaguardia dellambiente.

Ronny Spagnolo nasce a Thiene (VI) il 13 gennaio 1983. Dopo il liceo, si iscrive all
Universit degli Studi di Verona, dove nel 2008 consegue la laurea cum laude in giurispru-
denza. Successivamente, prosegue la sua carriera accademica cimentandosi in un dottorato di
ricerca in diritto penale delleconomia, conseguendone titolo nel 2015. Nel frattempo, inizia
la sua attivit professionale presso uno studio legale di Verona dove si forma come avvocato
penalista. Pi recentemente, inizia a esercitare la professione di avvocato a Vicenza, dove vive
e lavora. Oltre che di diritto, si interessa di storia e ama la montagna.