Sie sind auf Seite 1von 390

M.

Laura Gemelli Marciano


Democrito e l’Accademia
Studia Praesocratica

Herausgegeben von / Edited by


M. Laura Gemelli Marciano · Richard McKirahan
Oliver Primavesi · Christoph Riedweg
Gotthard Strohmaier · Georg Wöhrle

Band 1


Walter de Gruyter · Berlin · New York
Democrito e l’Accademia
Studi sulla trasmissione dell’atomismo antico
da Aristotele a Simplicio

di
M. Laura Gemelli Marciano


Walter de Gruyter · Berlin · New York

앝 Gedruckt auf säurefreiem Papier,
das die US-ANSI-Norm über Haltbarkeit erfüllt.

ISBN 978-3-11-018542-3

Bibliografische Information der Deutschen Nationalbibliothek


Die Deutsche Nationalbibliothek verzeichnet diese Publikation in der Deutschen
Nationalbibliografie; detaillierte bibliografische Daten sind im Internet
über http://dnb.d-nb.de abrufbar.

쑔 Copyright 2007 by Walter de Gruyter GmbH & Co. KG, 10785 Berlin.
Dieses Werk einschließlich aller seiner Teile ist urheberrechtlich geschützt. Jede Verwertung
außerhalb der engen Grenzen des Urheberrechtsgesetzes ist ohne Zustimmung des Verlages
unzulässig und strafbar. Das gilt insbesondere für Vervielfältigungen, Übersetzungen, Mikro-
verfilmungen und die Einspeicherung und Verarbeitung in elektronischen Systemen.
Printed in Germany
Einbandgestaltung: Christopher Schneider, Berlin
Druck und buchbinderische Verarbeitung: Hubert & Co. GmbH & Co. KG, Göttingen
A Clarisse
Premessa

Questo lavoro è la rielaborazione della mia Habilitationsschrift approvata


dalla Philosophische Fakultät I di Zurigo nel semestre estivo 1995. E' passato
da allora molto tempo. La ragione di questa lunga gestazione sta princi-
palmente nel fatto che, immediatamente dopo la libera docenza, mi sono
dedicata ad una edizione commentata di una larga scelta di frammenti dei
cosiddetti presocratici anch'essa in fase di pubblicazione. In ogni caso il
lavoro sulle fonti e i problemi che avevo allora impostato sono, a mio
avviso, a tutt'oggi estremamente attuali. Negli anni trascorsi dalla prima
stesura di questo testo la ricerca sull'atomismo antico, se si esclude lo stu-
dio di P.-M. Morel, Démocrite et la recherche des causes, Paris 1996, che però
coinvolge una tematica più ampia ed è condotto con metodi e scopi di-
versi rispetto a questo lavoro, non ha registrato grandi progressi per
quanto riguarda l'analisi delle fonti. La Quellenforschung sembra essere pas-
sata di moda soprattutto fra gli storici della filosofia. Eppure, proprio lo
studio dell'atomismo antico, che conosciamo in grandissima parte solo
attraverso la trasmissione indiretta, non può prescindere da una analisi
precisa e dettagliata dei contesti e delle tradizioni attraverso cui le testimo-
nianze sono state tramandate. Dato che spesso le dottrine di Democrito e
Leucippo vengono viste attraverso "gli occhiali aristotelici", ho cercato qui
innanzitutto di esaminare la fattura di questi "occhiali" e mi è sembrato di
poterne ricondurre in parte la fabbricazione anche più indietro, alla discus-
sione delle aporie eleatiche e alla formulazione delle tesi basilari dell'atomi-
smo nell'Accademia platonica. Da Aristotele ho preso poi le mosse per
individuare anche nella tradizione successiva diverse linee di trasmissione
che hanno generato una certa oscillazione nella definizione dell'indivisibi-
lità dell'atomo leucippeo e democriteo nelle fonti tarde. Lascio al lettore
più o meno benevolo il compito, certamente non facile, di seguire questi
percorsi e di trovarne eventualmente dei nuovi. Questa via comporta an-
che la formulazione di ipotesi, ma la ricerca sugli atomisti e sui presocratici
in genere è costellata di ipotesi e le varie teorie sull'indivisibilità dell'atomo
sviluppate da una certa tradizione esegetica moderna lo dimostrano am-
piamente. Se il lavoro di "scavo" da me fatto nella direzione della Quellen-
forschung e nel tentativo di ancorare l'atomismo antico al contesto culturale
del V sec. a.C. contribuirà a scardinare alcuni luoghi comuni, a far vacillare
VIII Premessa

delle sicurezze e a rimettere in moto una discussione costruttiva, lo scopo


sarà raggiunto al di là delle inevitabili critiche che ne seguiranno.
Desidero qui dunque ringraziare J. Barnes che, come relatore esterno
di questa tesi, è stato il primo a sollevare obiezioni costruttive, di cui
alcune mi hanno indotto a correzioni, altre mi hanno stimolato ad appro-
fondire ulteriormente la ricerca nella direzione da me imboccata. Nono-
stante il nostro metodo esegetico e la nostra interpretazione non solo
dell'atomismo, ma dei presocratici in genere divergano sostanzialmente nei
metodi e nei risultati, ho trovato in lui un interlocutore intelligente e di-
sponibile e uno stimolante dialettico.
La mia più grande riconoscenza va al mio maestro, Walter Burkert,
che ha ispirato, seguito e incoraggiato questo lavoro anche in momenti
estremamente difficili per la mia storia personale. Le conversazioni con lui
su questo e su altri temi della cultura antica sono per me, a tutt'oggi, una
sorgente inesauribile di arricchimento scientifico e personale.
Un ringraziamento infine a mio marito Dino, senza il cui costante
supporto questo libro non avrebbe potuto essere portato a termine, e
soprattutto a Clarisse che, irrompendo gioiosamente e talvolta con un
pizzico di impertinenza nel mio "spazio di ricerca", mi ha costantemente
ricordato che l'impegno scientifico non è produttivo e creativo se non è
ancorato ad una realtà viva e globale. A lei è dedicato questo libro.

Giubiasco, 20 Aprile 2007 M. Laura Gemelli Marciano


Indice
Premessa ............................................................................................................. VII

Introduzione
1. Considerazioni generali................................................................................... 1
2. Trasmissione e ricezione dell'atomismo antico
da Aristotele a Simplicio ..................................................................................... 4
2. 1. Democrito nella tradizione medica ............................................ 6
2. 2. Democrito nella tradizione bibliotecario-grammaticale ........ 10
2. 3. Democrito negli scrittori di trattati tecnici
e di storia naturale ............................................................................... 12
2. 4. Leucippo e Democrito nelle scuole filosofiche ...................... 13
3. Interpretazioni moderne dell'atomismo antico .......................................... 23
4. Democrito, l'Accademia e le interpretazioni dell'atomo........................... 29
5. Osservazioni metodologiche......................................................................... 34

Capitolo primo. Platone e Democrito


1. Considerazioni generali.................................................................................. 42
2. Democrito e Platone nella tradizione biografica ....................................... 47
3. Sintesi................................................................................................................ 58

Capitolo secondo. Principi corporei/ incorporei. Atomisti antichi,


Platone, Accademici, da Aristotele a Simplicio
1. Il compito del vero fisico............................................................................... 59
2. La gigantomachia del Sofista e lo schema principi corporei/ incorporei
in Aristotele.......................................................................................................... 61
3. Platone e Democrito in Teofrasto ............................................................... 65
4. La tradizione "diafonica": Accademici contro atomisti in
Sesto Empirico Adv. Math. 10,248-262 (121 L.)............................................. 68
4. 1. Autenticità della polemica antiatomista nell'excursus
di Sesto.................................................................................................... 74
4. 2. Senocrate "figlio dei Pitagorici" e la polemica antiatomista .. 79
4. 3. Una fonte scettica per Sesto ....................................................... 84
5. La tradizione "sinfonica" sui principi di Platone e Democrito................ 90
5. 1. Plutarco De prim. frig. 948 A-C (506 L.)..................................... 91
5. 2. Galeno e i principi di Platone:
PHP 8,3,1 (II,494,26 De Lacy = V,667 K.) ...................................... 92
X Indice

6. Simplicio sui principi di Democrito e Platone ........................................... 95


6. 1. Simpl. In Phys. 188a 17, 179,12 ................................................... 97
6. 2. Simpl. In Phys. 184b 15, 35,22ss.
(67 A 14 DK; 111, 247, 273 L.) ......................................................... 99
6. 3. Simpl. In De cael. 299a 2, 564,10-566,16
(68 A 120 DK; 171 L) ....................................................................... 102
7. Sintesi.............................................................................................................. 107

Capitolo terzo. Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8)


1. Considerazioni generali................................................................................ 109
2. Leucippo e gli "Eleati" ................................................................................. 110
2. 1. Il logos eleatico in Aristotele (De gen. et corr. A 8, 325a 2-23):
considerazioni generali ....................................................................... 111
2. 2. Gli strati del logos eleatico .......................................................... 118
2. 2. 1. Lo schema sofistico ........................................................118
2. 2. 2. Le problematiche accademiche del logos:
vuoto, contatto e divisione ......................................................... 122
3. Logoi eleatici nell'Accademia? ......................................................................127
3. 1. Il logos eleatico di Porfirio 135 F Smith
(Simpl. In Phys. 187a 1, 139,24)........................................................ 127
3. 2. "Concedere ai logoi". Aporie eleatiche e loro soluzione
(Arist. Phys. A 3, 187a 1) ................................................................... 133
4. I logoi di Leucippo: De gen. et corr. A 8, 325a 23-b 11
(67 A 7 DK; 146 L.)......................................................................................... 137
4. 1. La prima parte del logos di Leucippo
(De gen. et corr. A 8, 325a 23-30)........................................................ 140
4. 1. 1. Vuoto e movimento ....................................................... 141
4. 1. 2. Vuoto e non essere ......................................................... 143
4. 1. 3. Atomi e uno .....................................................................144
4. 2. Altre prospettive sul vuoto atomistico ...................................... 145
4. 2. 1. Vuoto e non essere: mh; ma'llon to; de;n h] to; mhdevn
(68 B 156 DK; 7, 78 L.)............................................................. 146
4. 2 .2. Vuoto e vuoti. Modalità e funzioni ............................. 152
4. 3. La seconda parte del resoconto aristotelico
(De gen. et corr. A 8, 325a 30-b 11) ............................................ 155
5. Atomisti ed Eleati in Teofrasto e nelle testimonianze tarde .................. 158
5. 1. Theophr. Fr. 229 FHS&G
(Simpl. In Phys. 184b 15, 28,4-15) (67 A 8 DK; 147 L.)............... 158
5. 2. Le testimonianze tarde sui rapporti degli atomisti con gli
Eleati ..................................................................................................... 161
6. Sintesi.............................................................................................................. 163
Indice XI

Capitolo quarto. La dimostrazione della necessità degli indivisibili


(De gen. et corr. A 2)
1. Considerazioni generali................................................................................ 165
2. Democrito e gli Accademici sugli indivisibili: il preambolo
aristotelico (De gen. et corr. A 2, 315b 28-316a 14) ........................................ 169
3. Le due parti del logos sugli indivisibili......................................................... 172
4. Il logos sugli indivisibili. Prima parte. Motivi accademici e
rielaborazioni aristoteliche ............................................................................... 173
4. 1. Divisione mentale e divisione reale
(De gen. et corr. A 2, 316a 15-29) ....................................................... 173
4. 2. Corpi e grandezze indivisibili ................................................... 176
4. 3. Punti, segatura e affezioni
(De gen. et corr. A 2, 316a 30-b 16) .................................................... 177
5. La seconda parte del logos. La dimostrazione "fisica" della
necessità degli indivisibili (De gen. et corr. A 2, 316b 18-35) ........................ 183
6. Sintesi.............................................................................................................. 186

Capitolo quinto. Atomi e minimi. Concetti accademici e


terminologia democritea in Aristotele
1. Minimo privo di parti come misura nell'Accademia ............................... 188
2. Atomi e minimi. L'interpretazione matematizzante
dell'atomo in Aristotele .................................................................................... 194
3. Terminologia accademica nelle denominazioni degli atomi in
Aristotele ............................................................................................................ 205
4. Terminologia atomista in Aristotele .......................................................... 211
5. Sintesi.............................................................................................................. 218

Capitolo sesto. L'indivisibilità dell'atomo di Leucippo e Democrito


nella dossografia tarda
1. Tradizione epicurea e peripatetica:
atomo indivisibile per la solidità ..................................................................... 220
2. Atomi privi di qualità e indivisibili per la solidità.
La tradizione stoicizzante: Accademia scettica e classificazioni
posidoniane ........................................................................................................ 224
2. 1. La critica all'atomo indivisibile e privo di qualità
nell'Accademia scettica....................................................................... 227
2. 1. 1. Cicerone. De natura deorum, Academica............................. 227
2. 1. 2. Plutarco. Contro Colote........................................................ 228
2. 2. La vulgata di matrice posidoniana ........................................ 231
3. Atomo indivisibile per la piccolezza e minimo fisico
negli autori tardi................................................................................................. 234
XII Indice

3. 1. Le premesse. Epicuro fra l'Accademia e Aristotele:


atomi solidi e minimi dell'atomo ...................................................... 235
3. 2. Epicuro contro atomisti antichi sull'indivisibilità dell'atomo
nella tradizione dossografica e negli autori di età imperiale ......... 243
3. 2. 1. Lattanzio........................................................................... 245
3. 2. 2. Pseudo-Plutarco .............................................................. 252
3. 2. 3. Galeno .............................................................................. 257
3. 2. 4. Teodoreto......................................................................... 261
3. 3. Minimo privo di parti ed epitomi dossografiche................... 264
3. 4. Atomo indivisibile per la piccolezza e privo di parti:
atomisti antichi, Aristotele, Epicuro
nei commentatori neoplatonici ......................................................... 266
4. Sintesi.............................................................................................................. 275

Capitolo settimo. L'atomismo antico e il suo contesto culturale


1. Costrizioni cosmiche e vulnerabilità dei corpi. Per una definizione
dei fondamenti eterni ...................................................................................... 278
2. Il grande vuoto: cosmologie orfiche ed embriologia nella cosmogonia
di Leucippo. Per una ridefinizione del vuoto atomistico............................ 284
3. Stavsi" e aggregazione: immagini socio-politiche nella cosmogonia
di Democrito...................................................................................................... 288
4. Effluvi, eidola e inalterabilità dell'atomo..................................................... 290
5. Atomi e pulviscolo: per una ridefinizione dell'atomo ............................. 292
6. Il metodo........................................................................................................ 296
6. 1. Il sostrato "tecnico" del "metodo" democriteo:
caso e causalità..................................................................................... 296
6. 2. La visione dell'invisibile............................................................. 298
6. 2. 1. Visualizzare l'invisibile: l'immagine analogica ............... 299
6. 2. 2. Riconoscere i segni:
i mediatori dell'invisibile e l'esercizio della gnwvmh..................... 305
6. 2. 3. La difficoltà dell'impresa: dichiarazioni "scettiche" e
ottimismo corporativo. Per una revisione dello "scetticismo"
democriteo ..................................................................................... 311
7. Democrito e il Corpus Hippocraticum............................................................ 313
8. Sintesi.............................................................................................................. 320

Sintesi generale .................................................................................................. 323

Bibliografia ......................................................................................................... 330


Indice dei passi .................................................................................................. 352
Introduzione

1. Considerazioni generali
Il complesso di osservazioni e dottrine attribuite a Leucippo e Democrito
ha sofferto, forse più di altri, delle rielaborazioni e dei travisamenti della
trasmissione indiretta. La riemergenza in età ellenistica dell'atomismo nella
forma codificata da Epicuro ha contribuito in larga parte alla scomparsa
delle opere di questi autori dall'orizzonte dei dotti antichi. Il fatto poi che
nella biblioteca di Simplicio, la fonte più copiosa di citazioni letterali dei
presocratici, non si trovassero testi originali degli atomisti ha definitiva-
mente cancellato la possibilità di recuperarli. Di Leucippo non è rimasto
neppure un brandello1. Di Democrito, a fronte delle numerose gnomai
etiche, è sopravvissuta solo una manciata di frammenti fisici di cui è assai
difficile ricostruire il contesto. Tutto il resto sono resoconti mediati dalla
tradizione indiretta. Come è stato più volte sottolineato in questi ultimi
decenni negli studi sulla storiografia filosofica antica, gli interpreti antichi
non erano interessati ad una resa "alla lettera" degli autori di cui trattavano
le opinioni, ma ad un loro inserimento nella problematica di volta in volta
trattata secondo una certa ottica. E' sintomatico il fatto che Aristotele e
Teofrasto, coloro che hanno costituito il modello per questa storiografia
filosofica, raramente riportino citazioni letterali. I loro resoconti mirano
soprattutto a cogliere la diavnoia di quanto i loro predecessori hanno
detto, vale a dire ad estrapolare da testi talvolta oscuri e soprattutto nati in
un clima culturale diverso da quello dell'Atene del IV sec. a.C., quello che
essi hanno potuto comprendere nell'ottica del problema che stanno di-
scutendo. Questo è naturalmente gravido di conseguenze per la forma e
per il contenuto del resoconto stesso. L'immagine dell'atomismo antico
che ci rimandano Aristotele, Teofrasto e in generale le fonti antiche co-
stituisce dunque una visione filtrata da quelli che O'Brien ha indicato con

1 Quella che viene riportata da Stobeo 1,4,7c (67 B 2 DK; 22 L.) al Peri; nou' di Leucippo
(un'opera indicata invece come democritea nel catalogo di Trasillo) è sicuramente dovuta
ad una confusione di lemmi (la doxa precedente, quasi simile a questa, viene attribuita a
Parmenide e Democrito), cf. Diels 1879, 321 app. ad loc., Rohde 1881 [I, 1901, 249 n. 2].
2 Introduzione

una espressione felice come pré-jugé (nel senso etimologico di "opinione


anteriore ad un giudizio", accettata senza essere sottoposta ad esame) e
pré-supposé ("trama concettuale implicita preesistente" che costituisce il
sistema di riferimento dell'esegeta e attraverso la quale viene filtrata ogni
notizia). Soprattutto quest'ultimo, agendo a livello subliminale, preclude
all'interprete la reale comprensione di ciò che non è conforme alla sua
cultura e alle sue forme di pensiero2.
Queste due categorie condizionano tuttavia non solo la trasmissione
antica, ma anche l'interpretazione moderna. Si tratta di un problema ri-
proposto sempre più frequentemente nella storia della filosofia degli ultimi
decenni, ma risolto a volte troppo sbrigativamente con l'affermazione che
ogni tentativo di interpretare la cultura del passato è comunque una co-
struzione basata su pre-giudizi e pre-supposti e che una interpretazione
"filosofica" deve estrarre quei "nuclei" di pensiero, quelle idee che, pur
non espresse nella forma che hanno assunto in epoche posteriori, hanno
avuto uno sviluppo produttivo per la storia della filosofia fino ai nostri
giorni3. E' opportuno fare qualche precisazione su questo punto perché
l'interpretazione dell'atomismo antico, da Aristotele in poi, ha sofferto più
di ogni altra delle conseguenze di questa prospettiva.
Il problema della "traduzione" da un sistema culturale all'altro e della
commensurabilità delle culture è un tema su cui gli antropologi discutono
da più di mezzo secolo passando attraverso posizioni perfettamente pa-
rallele a quelle sopra citate e riconoscendone i limiti e i pregi. Da queste
discussioni, però, essi hanno imparato a riflettere sui propri metodi e sui
propri presupposti traendone stimoli per allargare il loro orizzonte meto-
dologico. Così Tambiah (1993, 157) sintetizza il compito dell'antropologo
rispetto al problema della traduzione delle culture
La «traduzione delle culture» implica la cosiddetta «doppia soggettività», caratteri-
stica del modo in cui oggigiorno si praticano le scienze sociali, ma estranea alle
scienze fisiche. La doppia soggettività implica simpatia ed empatia oltre che di-
stanza e neutralità da parte di colui che osserva, analizza e interpreta i fenomeni
sociali: l'osservatore deve prima addentrarsi quanto più possibile «soggettiva-
mente» nella mente degli attori e comprenderne le intenzioni e le reazioni alla
luce delle loro categorie di significato, e dopo, o contemporaneamente, deve di-
stanziarsi da quei fenomeni e tradurli o disegnarli secondo il linguaggio comune e
le categorie occidentali, cosa che a sua volta favorisce un processo di autoanalisi,
attraverso cui approfondiamo la comprensione di noi stessi, delle nostre valuta-
zioni e dei nostri presupposti culturali.
Questa prospettiva mi sembra estremamente utile per definire anche un
metodo di approccio agli atomisti e ai cosiddetti presocratici in generale.

2 O'Brien 1982, 189s.


3 Cf. e.g. Makin 1993.
Introduzione 3

Gli storici della filosofia tendono infatti a saltare il primo gradino dell'ana-
lisi, quello dell'empatia, del tentativo (per quanto difficile e limitato da
impedimenti oggettivi) di sintonizzarsi attivamente col contesto culturale
dell'autore esaminato, di capire quale mondo si nasconda al di là della
diavnoia che i vari interpreti antichi hanno attribuito alle sue affermazioni.
Come causa del rifiuto di penetrare in questa atmosfera viene general-
mente addotto il fatto che il materiale a disposizione per ricostruire il
contesto culturale dell'autore è scarso e parziale. Questo è vero solo in
parte. Spesso, anche quando c'è, si rifiuta insistentemente di prenderne
atto perché lo si giudica di scarso interesse filosofico4. In generale si ignora
la possibilità di aprire la prospettiva a testi di altro tipo, anche contempo-
ranei all'autore studiato, ad eventuali testimonianze storiche e archeologi-
che e si fa come se intorno a lui non ci fosse stata una vita sociale, politica
e un clima culturale specifico. Emarginare questo genere di ricerca dalla
storia della filosofia non è dunque una opzione giustificata dal taglio "filo-
sofico", ma una omissione che, oltre a perpetuare in modo irriflesso i
presupposti teorici su cui sono basati i giudizi e le analisi moderne, fa
perdere di vista le reali dimensioni della dottrina stessa.
La storia delle interpretazioni dell'atomismo antico da Aristotele fino
alla tarda antichità, per la natura stessa dei presupposti più o meno espli-
citati dagli autori, è dunque marcata dalla "traduzione anempatica" in cate-
gorie culturali eterogenee. Non si tratta qui di dare un giudizio di valore,
ma di riconoscere un dato di fatto che deve essere tenuto ben presente
all'atto della valutazione delle fonti. Anch'esse hanno bisogno di una con-
testualizzazione. Questo discorso vale non solo per i resoconti indiretti,
ma anche per le citazioni letterali. Anche queste si inseriscono in un con-
testo pre-supposto e vengono finalizzate alla dimostrazione di tesi diverse
da quella originaria. Dunque, laddove ci sono delle citazioni letterali o
presunte tali, in particolare negli autori tardi, non c'è necessariamente an-

4 Paradigmatica a questo proposito è la posizione di Barnes 1982, XVI: "In speaking sli-
ghtingly of history I had two specific things in mind—studies of the 'background' (econo-
mic, social, political) against which the Presocratics wrote, and studies of the network of
'influences' within which they carried on their researches. For I doubt the pertinence of
such background to our understanding of early Greek thought[…]. I am sceptical, too, of
claims to detect intellectual influences among the Presocratics. The little tufts of evidence
which bear upon the chronology of those early publications are, as I observed in more than
one connection, too few and too scanty to be woven into the sort of elegant tapestry which
we customarily embroider in writing the histories of modern philosophy. Much of the hi-
storical detail with which scolarship likes to deck out its studies is either merely impertinent
or grossly speculative". E' curioso osservare come proprio l'autore di una ricostruzione su
base analitica altamente speculativa del "pensiero" dei cosiddetti presocratici proietti questa
caratteristica sulle ricostruzioni del contesto storico-culturale di questi personaggi. Sull'in-
terpretazione decontestualizzata in particolare di Parmenide ed Empedocle, cf. Kingsley
1995a, 2002, 2003.
4 Introduzione

che una conoscenza diretta del testo integrale e, soprattutto, non c'è una
interpretazione neutrale. La citazione letterale, estrapolata già in origine
dal proprio contesto, si è spesso tramandata anche quando l'opera intera
non era più letta o era andata perduta5. La trasmissione all'interno di una
tradizione specifica ha giocato in alcuni casi un ruolo di primo piano e
talvolta si è imposta anche quando il citatore conosceva di prima mano i
testi: il famoso verso di Parmenide: ouj ga;r mhvpote tou't oujdamh'i ei\nai mh;
ejovnta (28 B 7,1 DK) citato in questa forma metricamente zoppicante da
Platone6, viene riprodotto tale e quale da Aristotele7 e da Simplicio che
pure riporta una porzione più ampia del testo parmenideo8. La presenza di
citazioni letterali non è dunque una prova inconfutabile della conoscenza
o dell'utilizzazione diretta da parte del citatore del testo integrale di un'o-
pera e tantomeno dell'intera produzione dell'autore citato e, soprattutto,
nasconde le stesse insidie del pre-giudizio e del pre-supposto della tra-
smissione indiretta.
Queste premesse sono indispensabili in quanto l'argomento discusso
nel presente lavoro è caratterizzato dal problema della trasmissione nella
sua più acuta ed estrema manifestazione, dunque può essere affrontato e
trattato solo attraverso una dettagliata analisi delle fonti, ma anche con lo
sguardo rivolto al contesto culturale del V sec. a.C. in cui Leucippo e De-
mocrito hanno vissuto e agito.

2. Trasmissione e ricezione dell'atomismo antico


da Aristotele a Simplicio
Dal momento che la fisica leucippea e democritea si è trasmessa quasi
esclusivamente per via indiretta, si rende innanzitutto indispensabile una
breve panoramica sulla ricezione di Democrito e di Leucippo nell'antichità
per definire preliminarmente e brevemente i percorsi di questa trasmis-
sione. E' opportuno, però, premettere che Leucippo viene citato da solo
unicamente in alcuni passi di Aristotele e nei resoconti risalenti a Teofra-
sto. Quest'ultimo gli attribuiva il Mevga" diavkosmo"9 ritenendolo più antico
dei libri di Democrito e di Diogene di Apollonia; affermava infatti che

5 Cf. su questo Gemelli Marciano 1998.


6 Soph. 237a. La lezione tou'to damh'i che si legge nelle edizioni del Sofista è dovuta ad una
correzione operata dagli editori in base al testo del frammento in due codici di Simplicio, v.
infra, III 3. 2 n. 84.
7 Metaph. N 2, 1089a 3.
8 In Phys. 187a 1, 143,31. Per la discussione del passo, v. infra, III 3. 2 n. 84.
9 Diog. Laert. 9,46 (68 A 33 (III) DK; CXV (III) L.).
Introduzione 5

Leucippo era stato maestro dell'uno e modello per l'altro che lo aveva in
parte imitato10. Se Democrito nasce intorno al 460 a.C., la presunta data di
nascita di Leucippo dovrebbe cadere intorno al 500 a.C. e la sua attività
intorno agli anni '60 del V sec. a.C. Egli era dunque probabilmente un
contemporaneo di Anassagora e di Zenone e un poco più vecchio di Em-
pedocle e di Melisso. Epicuro e il suo discepolo Ermarco11 ne mettevano
tuttavia in dubbio l'esistenza e Trasillo inseriva nel catalogo delle opere di
Democrito anche il Mevga" diavkosmo". La questione della storicità di Leu-
cippo e della differenza fra le sue tesi e quelle democritee è stata molto
dibattuta alla fine del secolo scorso12. Oggi non è una priorità in quanto
non sembra possibile isolare l'uno dall'altro per lo meno per quanto ri-
guarda la concezione dell'atomo. Democrito si distingue piuttosto per una
vasta produzione libraria che abbraccia tutti i campi della polymathia del
suo tempo compresa la letteratura tecnica. Al di là delle possibilità di di-
stinzione delle dottrine vale però la pena tener conto di un fatto: se è Leu-
cippo il primo ad aver formulato l'ipotesi di un mondo fatto di "atomi",
l'atmosfera in cui egli l'ha sviluppata è quella degli anni '60 non degli anni
'20 del V sec. a.C. Difficilmente egli può aver tenuto conto degli scritti di
Zenone o di Melisso o di Anassagora. Si pone dunque il problema della
filiazione eleatica nella forma espressa da Aristotele e ripresa da Teofrasto.
Il fatto che di Leucippo sia rimasta una labile traccia anche nelle testimo-
nianze indirette è da imputare ad una specie di destino connaturato alla
storia stessa dell'atomismo: le versioni più recenti hanno infatti cancellato
quelle più antiche e l'avversione della grande maggioranza degli autori
antichi contro gli Epicurei ha fatto il resto. Democrito ha "riassorbito"
Leucippo, Epicuro ha praticamente eclissato ambedue e, a causa dell'osti-
lità verso le tesi atomistiche diffusa nelle scuole filosofiche e mediche di
età imperiale, sono spariti dall'orizzonte non solo i testi degli Epicurei e, in
parte, anche quelli del loro fondatore, ma anche quelli di medici che so-
stenevano tesi corpuscolariste come Erasistrato e Asclepiade. L'atomismo
accademico è, dal canto suo, naufragato molto presto sotto il peso del
giudizio aristotelico. Qui di seguito fornirò dunque una panoramica prin-
cipalmente della ricezione di Democrito in quanto Leucippo compare
solamente nella tradizione risalente a Teofrasto. Per il resto il suo nome è
veicolato da quello del suo più famoso successore.
Partendo da Aristotele, il primo che abbia trattato diffusamente degli
atomisti antichi, si possono distinguere grosso modo quattro filoni,

10 Theophr. 226 A FHS&G (Simpl. In Phys. 184b 15, 25,1).


11 Apollod. ap. Diog. Laert. 10,13 (67 A 2 DK; LXXV L.).
12 Ricordo qui solo come esempio la polemica fra Rohde 1881 [1901] e Diels 1881 [1969],
1887. Per una bibliografia e una discussione sulla questione, rimando ad Alfieri 1936, 8 n.
27; Guthrie, II, 1965, 382 n. 1.
6 Introduzione

ognuno dei quali mostra proprie peculiarità nella scelta, nell'interpreta-


zione e nella trasmissione dei testi:
1. La tradizione medica.
2. L'ambito bibliotecario-grammaticale.
3. L'ambito degli scrittori di storia naturale e di trattati tecnici.
4. Le scuole filosofiche.
Il nome di Leucippo compare unicamente nella tradizione filosofica,
mentre il protagonista nella altre tradizioni è Democrito autore anche di
un gran numero di scritti tecnici.

2. 1. Democrito nella tradizione medica

Democrito ha goduto, non solo come filosofo, ma soprattutto come au-


tore di scritti medici, di grande autorità nella tradizione medica fino all'età
imperiale e oltre, testimoniata anche dal fiorire di opere spurie e dalla leg-
genda del suo incontro con Ippocrate. L'interesse dei medici si appunta,
per ovvi motivi, principalmente sulle affermazioni democritee riguardanti
la biologia umana, le malattie e il loro trattamento13, ma talvolta, soprat-
tutto presso i medici di età ellenistica e imperiale, anche su più generali
affermazioni di carattere epistemologico e metodologico.
Citazioni e testimonianze indirette sulla biologia umana si sono
tramandate attraverso la tradizione medica come il detto, parzialmente
riportato da diversi autori di età imperiale a cominciare da Plinio, che
definisce l'atto sessuale una "piccola epilessia"14 e una doxa sulla nutrizione

13 Non tutte quante le testimonianze su questo tema classificate da Diels e da altri come
spurie devono essere per forza tali. Se Democrito ha scritto opere di carattere medico spe-
cialistico come la Ihtrikh; gnwvmh non stupisce che egli abbia parlato delle malattie e di un
loro eventuale trattamento. Cf. su questo Gemelli Marciano 2007, 220-224.
14 Questo (e non ajpoplhxivh) è il termine riportato in tutte le fonti riconducibili ad una tradi-
zione medica. Il detto compare per lo più in contesti che sottolineano gli effetti negativi
dell'atto sessuale. Galeno, nei commenti al terzo e sesto libro delle Epidemie ne attribuisce la
citazione a Sabino, un medico vissuto nella prima metà del II sec. d.C. il quale utilizza
spesso un altro commentatore ippocratico, Rufo Efesio, a sua volta citatore di testimo-
nianze più antiche (cf. Deichgräber 1965, 29 n. 1.). Gal. In Hipp. Epid. III 1,4 (25,3 Wenke-
bach = XVII A,521 K.) (68 B 32 DK; 527 L.) sumbaivnei toi'" ojyimaqevsin ejnantiwvmata
levgein ajkaivrw" fluarou' sin. tiv" ga;r h\ n aj navgkh gravf ein Dhmovkriton me;n eijrhkev nai mi-
kra;n ejpilhyivan ei\ nai th; n sunousivan, Epivkouron de; mhdevpote me; n wjf elei'n ajfrodisivwn
crh'sin, ajgaphto; n dæ, eij mh; blavyeien… ejpi; ga;r tw'n ejx ajfrodisivwn ajmevtrwn noshsav ntwn
ejcrh'n eijrh'sqai tou;" lovgou", ouj k ejpi; tw'n ej nantivw" aujtoi'" diaithqevntwn. ajllæ o{mw" kai;
tau'tæ e[grayan oiJ peri; to;n Sabi'non, ouj k aijsqanovmenoi th'" ej nantiologiva" ª...º kai; tau'ta
gravfousin aujtoi; mnhmoneuvs ante" ej n th'i tw'n prokeimevnwn ej xhghvs ei Dhmokrivtou te kai;
Epikouvrou, mhdevpw mhde; n aj gaqo; n ejx ajfrodisivwn genevsqai faskov ntwn. Cf. Gal. In Hipp.
Epid. VI 3,12 (138,3 Wenkebach-Pfaff = XVII B,28 K.) A questa tradizione medica si rial-
lacciano anche gli autori latini che riportano il frammento. Così Plin. Nat. hist. 28,58; Gell.
Introduzione 7

dell'embrione nell'utero15. Alcune affermazioni sulle cause delle malattie


sono state mediate da Sorano16.
Fra il I sec. a.C. e i primi anni del I sec. d.C., in un clima di recupero
degli antichi, Democrito ha avuto una reviviscenza in ambito medico fra
personaggi che in qualche modo a lui si richiamavano17. Cicerone nomina
dei non ben identificati Democritii in due passi. Dal primo si deduce solo
che si tratta di un gruppo ristretto18, nel secondo si accenna alla divergenza
fra costoro e gli Epicurei nell'interpretazione della dottrina di Democrito
su un tema tipicamente medico quale quello della persistenza della sensa-
zione e del dolore nei corpi morti19. "Democritei" compaiono anche in
una Quaestio convivalis di Plutarco ancora in relazione ad un argomento
medico come l'irrompere nel mondo di malattie prima sconosciute quali
l'idrofobia e l'elefantiasi. Dato che queste erano state trattate in particolare
da Temisone, allievo ribelle di Asclepiade e precursore della scuola meto-

19,2,8 che attribuisce la prima parte del detto a Ippocrate stesso. Cf. inoltre Stob. 3,6,28
che la riporta ad Erissimaco, il medico del Simposio platonico; Clem. Paed. 1,94; [Gal.] An
animal sit 5 (XIX,176 K). A questa citazione allude probabilmente anche il medico Zopiro
nelle Quaestiones convivales (653 Bss.) di Plutarco. La versione più precisa e più ampia veniva
invece riportata negli gnomologi. La lezione ajpoplhxivh si incontra infatti solo in Stob.
3,6,28 (xunousivh ajpoplhxivh smikrhv: ejxevssutai ga;r a[nqrwpo" ejx ajnqrwvp ou), in un conte-
sto etico, ed è sottesa alla citazione in Hippol. Ref. 8,14 che la attribuisce però all'eresiarca
Monoimo l'Arabo e la colloca sullo sfondo dell'interpretazione allegorica delle piaghe d'E-
gitto: Æa[nqrwpo" ãga;rà ejx ajnqrwvpou ejxevsãsÃutaiÆ, fhsivn, Ækai; ajpospa'tai, plhgh'i tini
merizovmeno"Æ. Anche costui potrebbe aver tratto la citazione da gnomologi. Sulla trasmis-
sione di questo frammento, cf. Gemelli Marciano 2007, 215-217.
15 La doxa sulla nutrizione dell'embrione attraverso piccole mammelle poste nell'utero viene
citata anonima in Arist. De gen. anim. B 4, 746a 19 (68 A 144 DK; 535 L.), ma attribuita a
Democrito da Ps.-Plut. 5,16, 907 D (68 A 144 DK; 536 L.), cf. [Gal.] Hist. Phil. 120. In P.
Flor. 115 B (Manetti 1985, 177) la stessa doxa è attribuita anche ad Alcmeone.
16 Cf. Soran. 3,4 (17,25 Bourguière-Gourevich = 105,1 Ilberg) (68 A 159 DK; 567a L.) che
critica l'eziologia democritea dell'infiammazione (flegmonhv) dal flegma (inteso evidente-
mente come elemento caldo, cf. anche Philol. 44 A 27 DK). A Sorano attinge Celio Aure-
liano quando attribuisce a Democrito la spiegazione dell'idrofobia come un'infiammazione
dei tendini e la rispettiva cura con decotto di origano (Acut. 3,14,112ss.). Questa testimo-
nianza è stata considerata spuria dal Diels e dagli altri editori senza una ragione precisa. Se
l'idrofobia come tale sembra essere stata riconosciuta solo alla fine dell'età repubblicana,
dal testo di Celio risulta chiaro che Democrito non si riferiva a questa malattia e alla sua te-
rapia, ma a due forme di spasmo come l'opistotono (Acut. 3,15,120) e l'emprostotono
(Acut. 3,14,112). Su questo, cf. Gemelli Marciano 2007, 221s.
17 Si trattava evidentemente di tendenze arcaizzanti che riprendevano in una certa ottica le
tematiche e gli autori presocratici. Anche Enesidemo, il fondatore del neopirronismo, si ri-
chiamava in molti punti ad Eraclito (cf. l'espressione di Sesto Aijnesivdhmo" kata; ÔHravklei-
ton, infra, n. 21).
18 Cic. Hort. Fr. 53 Straube-Zimmermann (Non. De comp. doctr. 418,13 Lindsay) Itaque tunc
Democriti manus urguebatur; est enim non magna.
19 Cic. Tusc. 1,34,82 (68 A 160 DK; 586 L.) Num igitur aliquis dolor aut omnino post mortem sensus
in corpore est? nemo id quidem dicit, etsi Democritum insimulat Epicurus, Democritii negant.
8 Introduzione

dica20 e dai suoi discepoli, siamo ricondotti ad un gruppo di medici vissuti


in età tardo-repubblicana e sotto il primo impero, collegato sì ad Ascle-
piade, ma anche critico nei suoi confronti, che si richiamava a Democrito.
Nella dossografia sull'egemonico riemergono ancora indizi che rimandano
allo stesso ambito. Sesto riferisce che "alcuni, secondo Democrito", soste-
nevano che la sede del pensiero era in tutto il corpo21. Questo contrasta
con la dossografia di matrice aeziana secondo cui Democrito situava l'e-
gemonico nel cervello22. Quella che Sesto riporta è in realtà una tradizione
interpretativa diversa, di ambito medico, che si ritrova anche in un passo
parallelo del De anima di Tertulliano. Quest'ultimo, che ha come fonte
Sorano, cita tuttavia al posto dei tine;" kata; Dhmovkriton di Sesto un nome
ben preciso, quello del medico Moschione datato fra il I sec. a.C. e il I sec.
d.C.23. Questo personaggio viene nominato da Galeno come il correttore
della definizione di sfugmov" di Asclepiade24 e altrove come autore di ri-
cette farmacologiche25. La denominazione "Democritei", sembra dunque
essere stata applicata a medici che, pur prendendone le distanze, si situa-
vano nell'orbita di Asclepiade 26, sostenitore di dottrine corpuscolari e sicu-
ramente simpatizzante dell'atomismo27.

20 Sulle relazioni fra Temisone e Asclepiade, cf. Moog 1994, 102ss.


21 Sext. Emp. Adv. Math. 7,349 (68 A 197 DK; 456 L.) ajllæ oiJ me;n ejkto;" tou' swvmato" (scil.
th;n diavnoian ei\nai), wJ" Aijnhsivdhmo" kata; ÔHravkleiton, oiJ de; ejn o{lwi tw'i swvmati,
kaqavper tine;" kata; Dhmovkriton.
22 Theodoret. 5,22 (68 A 105 DK; 455 L.) ÔIppokravth" me;n ga;r kai; Dhmovkrito" kai; Plavtwn
ejn ejgkefavlwi tou'to iJdru'sqai. Cf. Ps.-Plut. 4,5, 899 A.
23 Tert. De an. 15,5 Ut neque extrinsecus agitari putes principale istud secundum Heraclitum, neque per
totum corpus ventilari secundum Moschionem. Cf. Waszink 1947, 227 ad loc.; Polito 1994, 454, in
base alla citazione di questo e di altri nomi di medici in Tertulliano-Sorano, ipotizza a
monte di Sorano e di Sesto dei Placita medici. Il tinev" di Sesto si spiegherebbe col fatto che
i nomi menzionati in quella sede erano conosciuti nell'ambito strettamente medico, ma non
dicevano nulla ai profani. Per una diversa interpretazione del passo di Tertulliano, Man-
sfeld 1990, 3165.
24 Gal. De diff. puls. 4,15 (VIII,758 K.).
25 Gal. De comp. med. sec. loc. 1,2 (XII,416 K.); 4,8 (XII,745 K.); 7,2 (XIII,30 K.); De comp. med.
per gen. 2,17 (XIII,537 K.) et al. Cf. anche Soran. 2,29 (II,41,37 Burguière-Gourevitch =
75,13 Ilberg); Plin. Nat. hist. 19,87. Su Moschione, cf. Deichgräber 1935, 349.
26 La cui morte si situa con una certa sicurezza nel 91 a.C., cf. Rawson 1982.
27 Sulla dottrina di Asclepiade e i suoi rapporti con l'atomismo, cf. Stückelberger 1984, 101-
13; per una interpretazione più strettamente medica di Asclepiade, Vallance 1990. Vallance
tende a separarlo nettamente dalla tradizione "filosofica" atomista e a porlo invece sulla
scia di Erasistrato. Sebbene questa visione sia in parte giustificata, egli tralascia il fatto che
in un passo fondamentale, citato da Celio Aureliano, Asclepiade difende espressamente
coloro che ponevano corpuscoli primi privi di qualità i quali non possono essere altro che
gli atomisti (Acut. 1,14,106 Nec, inquit, ratione carere videatur quod nullius faciant qualitatis cor-
pora). Faciant, che presuppone un soggetto plurale e traduce il verbo greco poiei'n, "assu-
mere", indica chiaramente che Asclepiade si riferisce a teorie di altri ("e non sembra essere
privo di logica, dice, che assumano corpi privi di qualità"). Vallance, seguendo Gottschalk
Introduzione 9

Una posizione particolare nella ricezione di Democrito, soprattutto per


quanto riguarda questioni di metodo, occupano i medici empirici che lo
citano come un'autorità contro gli avversari dogmatici. Galeno, nell'opera
Sulla medicina empirica, in gran parte perduta nell'originale greco, ma so-
pravvissuta in una traduzione araba28, riporta per lo meno due citazioni
letterali da Democrito: il famoso frammento sul giudizio dei sensi contro
la frhvn29 e un altro sul ruolo dell'esperienza nello sviluppo delle technai
conservato solo nella traduzione araba30. Il fatto che questi frammenti non
vengano citati da nessun'altra fonte costituisce un indizio forte per la con-
sultazione diretta da parte dei medici empirici di opere democritee. Dalla
cerchia empirica proviene forse anche una notizia riportata da Celso se-
condo cui, per Democrito, non sarebbe possibile stabilire con esattezza
quando veramente un corpo è morto. Il contesto, infatti rimanda ad una
impossibilità di prevedere in base a segni sicuri una morte imminente31.
È invece improbabile che Galeno, nonostante la sua erudizione,
avesse letto delle opere democritee innanzitutto perché le due citazioni
suddette, le uniche letterali da lui riportate, provengono dalla tradizione
empirica (è infatti un medico empirico che parla nel dialogo). Per il resto, i
vari riferimenti agli atomisti antichi disseminati nella sua opera, compreso
il lungo excursus del De elementis secundum Hippocratem32, sono basati sulla
rielaborazione di resoconti di varia provenienza. Galeno, inoltre, sembra
non conoscere un attributo originale dell'atomo come nastovn33, attestato

1980, 46, pone corpora come soggetto di faciant aggiungendo un complemento oggetto inesi-
stente nel testo latino (It is not illogical, says Asclepiades, that bodies with no quality should make up
the sensible world). Cf. su questo punto la critica a Gottschalk e la traduzione esatta del passo
di Stückelberger 1984, 109. Contro la svalutazione dei rapporti di Asclepiade con l'atomi-
smo anche Casadei 1997.
28 Walzer 1944; sulla presenza di Democrito nella medicina empirica, cf. anche Walzer 1932,
466ss.; Löbl 1976, 26ss.; 1987, 8ss.
29 Gal. De exper. med. 15,7, 114 Walzer (68 B 125 DK; 79-80 L.). Cf. su questo passo, Gemelli
Marciano 1998.
30 Gal. De exper. med. 9,5, 99 Walzer (68 A 171 DK Nachtr.; 558 L.) And in short, we find that
of the bulk of mankind each individual by making use of his frequent observations gains
knowledge not attained by another; for as Demokritos says, experience and vicissitudes
have taught men this, and it is from their wealth of experience that men have learned to
perform the things they do.
31 Cels. 2,6,13s. (68 A 160 DK; 586 L.) Illud interrogari me posse ab aliquo scio: si certa futurae mortis
indicia sunt, quomodo interdum deserti a medici convalescant? quosdamque fama prodiderit in ipsis funeri-
bus revixisse. Quin etiam uir iure magni nominis Democritus ne finitae quidem uitae satis certas notas esse
proposuit, quibus medici credidissent: adeo illud non reliquit, ut certa aliqua signa futurae mortis essent.
32 Su questo brano, v. infra, VI 3. 2. 3. Sul debito di Galeno nei confronti della tradizione
scettica, cf. Morel 1996, 375-91 e Gemelli Marciano 1998.
33 Cf. la critica al medico di età traianea Archigene per aver usato il termine in relazione alle
arterie piene di sangue in De dign. puls. 4,2 (VIII,931 K.) (68 A 46 DK) ejn touvtwi de; tw'i
lovgwi prw'ton tiv dhloi' to; nastotevr an ouj pavnu safw'" oi\da, dia; to; mhde; suv nhqe" ei\ nai
10 Introduzione

in Aristotele e ben documentato in tutta la dossografia di ascendenza


teofrastea.

2. 2. Democrito nella tradizione bibliotecario-grammaticale

L'ambito bibliotecario-grammaticale ha tramandato per lo più glosse in sé


scarsamente informative da un punto di vista "dottrinale", ma interessanti
perché, nella loro specificità, aprono uno spiraglio sullo stile di Demo-
crito, uno stile particolare, ricercato, talvolta criptico e vicino a quello di
sofisti come Antifonte, uno stile che, fuori dall'ambito in cui e per cui gli
scritti sono stati redatti, doveva risultare estremamente inusuale e ostico.
In effetti, già nel III sec. a.C. Callimaco aveva composto un Pivnax tw'n
Dhmokrivtou glwssw'n kai; suntagmavtwn34, un segno che i testi democritei
erano ai suoi tempi di difficile lettura anche per i dotti. A quest'opera ri-
salgono probabilmente in ultima analisi le glosse sparse riportate da Esi-
chio e dai grammatici35.
Sempre da notizie riguardanti la sfera bibliotecario-grammaticale in
senso lato si apprende che l'opera di Democrito era presente ancora alla
fine del II sec. a.C. in Asia Minore. Egesianatte, un grammatico
proveniente dalla Troade, che aveva esercitato funzioni di consigliere e
ambasciatore di Antioco III di Siria36, aveva redatto un'opera Sullo stile di

toi'" ”Ellhsin o[noma kata; tou' toiouvtou prav gmato" levgesqai. a[rton me; n gavr tina nasto; n
ejkavloun, ouj mh;n a[llo gev ti sw'ma pro;" auj tw'n ou{ tw" wjnomasmev non ejpivstamai. auj to;" de; oJ
Arcigevnh", dikaiovtaton ga;r th;n ej n toi'" oj novmasin aujtou' sunhvqeian par aujtou'
manqavnein, dokei' moi to; nasto; n ajnti; tou' plhvrou" oj nomav zein.
34 Callim. Fr. 456 Pfeiffer (Suda s.v. Kallivmaco") (68 A 31 DK; CXXIV L.). Questa formula-
zione ha creato difficoltà ad alcuni interpreti moderni e portato talvolta a tentativi di corre-
zione del testo. Oder 1890, 74 proponeva Pivnax tw'n Dhmokrivtou kai; glwssw'n suvntagma.
West 1969, 142 corregge glwssw'n in gnwmw'n con la motivazione che Democrito non era
famoso per le glosse, ma per le massime. Dato che dal IV sec. a.C. in poi si sarebbe diffuso
un gran numero di sentenze falsamente attribuite a Democrito, Callimaco avrebbe redatto
un inventario di quelle autentiche per mettere ordine in questa congerie. Il titolo dell'opera
viene tradotto generalmente Indice delle glosse e delle opere di Democrito (Diels-Kranz app. ad
loc.). Secondo questa traduzione, dunque, Callimaco avrebbe stilato, con l'elenco delle
glosse, anche quello di tutte le opere democritee. Cassio 1991, 11s., ha formulato invece l'i-
potesi che si trattasse di un elenco di glosse con il titolo delle rispettive opere da cui esse
erano tratte. Egli cita il parallelo di un glossario ippocratico di Glaucia, cui fa cenno Ero-
tiano (7,23 Nachmanson) compilato secondo questo criterio. Cf. anche O'Brien 1994,
699ss. L'ipotesi mi sembra verosimile in quanto anche le glosse di Antifonte Sofista ripor-
tate dai lessici sottendono un procedimento del genere (cf. 87 B 3-5, 11, 14-15, 17-19 al.
DK).
35 Cf. Schmid 1948, 245 n. 3.
36 Cf. Jacoby 1912.
Introduzione 11

Democrito37. A quest'opera, attraverso i manuali di retorica, fanno capo


probabilmente i giudizi sullo stile di Democrito che troviamo negli autori
posteriori quali Cicerone e Dionisio di Alicarnasso38.
All'età di Tiberio risale poi il grande catalogo delle opere democritee,
corredato di una introduzione e redatto da Trasillo per tetralogie sul mo-
dello di quello che egli aveva composto per Platone39. Il fatto che Trasillo
scrivesse un'introduzione alla lettura degli scritti di Democrito, testimonia
che tali opere nella sua cerchia e nel luogo in cui egli si trovava al mo-
mento della redazione del catalogo erano ancora lette. La difficoltà sta,
però, proprio nell'identificare questo luogo. Il Löbl40 dà per sicuro che
Trasillo abbia redatto il suo catalogo a Roma alla corte di Tiberio, ma non
c'è nessun indizio a supporto di questa ipotesi. Più interessante è invece
osservare da quale territorio l'astrologo-filosofo proviene e a quale tradi-
zione si riallaccia. Egli è infatti un egiziano di Alessandria41 che si ricono-
sce nella tradizione pitagorica con cui a più riprese collega anche Demo-
crito. Se si pensa inoltre che Trasillo è indovino e astrologo (caratteri tipici
della rinascita del pitagorismo in età repubblicana e imperiale), si può ca-
pire perché Democrito fosse così importante per lui e per quelli come lui.
Proprio in Egitto, qualche secolo prima, egli era stato l'autore di riferi-
mento per Bolo di Mende, autore di un'opera di carattere magico Sulle
simpatie e sulle antipatie42 e dei Cheirokmeta (Manufatti). Bolo viene definito
dalle fonti tarde, oltre che espressamente come "Democrito", anche come
un pitagorico43. Le due cose non si escludono44 visto che Democrito viene
più volte, dal V sec. a.C. in poi, messo in relazione col pitagorismo. È
possibile dunque che in Egitto, fra i neopitagorici platonizzanti per i quali
la magia era un elemento essenziale, il nome e le opere stesse di Demo-
crito assumessero una particolare rilevanza. Nella grande biblioteca di

37 Herodian. Peri; parwnuvmwn, 895,40 Lentz (68 A 32 DK; CXXV L.) ÔHghsiavnax gramma-
tiko;" gravya" Peri; th'" Dhmokrivtou levxew" biblivon e} n kai; Peri; poihtikw'n levxewn. h\ n de;
Trwiadeuv".
38 V. infra, 2. 4 n. 90.
39 Diog. Laert. 9,41 (68 A 1 DK; I, CXXVII L.) wJ" de; Qrasuvlo" ejn tw'i ejpigrafomevnwi Ta;
pro; th'" ajnagnwvsew" tw'n Dhmokrivtou biblivwn. Non ci sono testimonianze che possano far
risalire l'ordinamento tetralogico delle opere di Democrito ad un periodo anteriore, cf.
Mansfeld 1994, 101.
40 1987, 128.
41 Cf. Vetter 1936, 581.
42 L'attenzione di Bolo per Democrito in questo contesto non è così strana come si potrebbe
pensare se si tiene conto del fatto che la dottrina dei pori e degli effluvi, che caratterizza
gran parte delle eziologie democritee e in particolare la spiegazione dei sogni, delle appari-
zioni di fantasmi, del malocchio, sta alla base della magia, v. infra, VII 4.
43 Pitagorico: Suda s.v. Bw'lo" Mendhvsio". Democriteo: Schol. Nic. Ther. 764; Suda s.v. Bw'lo"
Dhmovkrito".
44 Cf. Kingsley 1995a, 326ss.
12 Introduzione

Alessandria queste ultime erano ancora presenti. In questo campo si pos-


sono naturalmente fare solo ipotesi, ma è probabile che Trasillo abbia
redatto il suo catalogo ad Alessandria in particolare per una cerchia di
filosofi pitagorizzanti che si interessavano a Democrito come autore-mo-
dello. Trasillo è comunque l'ultimo erudito del quale sia testimoniato un
interesse per l'intera opera democritea.

2. 3. Democrito negli scrittori di trattati tecnici e di storia naturale

Dal catalogo di Trasillo si può dedurre che Democrito fa parte di quel


gruppo di sophistai che nell'ultimo quarto del V sec. a.C. invadono il campo
delle technai scrivendo trattati teorici sui più svariati argomenti45. Delle sue
opere tecniche si è tuttavia conservato ben poco anche per una caratteri-
stica propria alla letteratura tecnica per cui generalmente i manuali più
recenti soppiantano quelli più antichi. A questo si aggiunge il problema
costituito dalla letteratura pseudo-democritea legata al nome di Bolo che
rende ardua la valutazione delle citazioni riportate da autori tardi. Così è
spesso difficile stabilire se e in che misura Columella, Plinio e i Geoponica
riportino materiale democriteo originale, anche se lo scetticismo della
filologia tedesca di fine '800-inizio '900 è sicuramente esagerato e determi-
nato in parte anche dal pregiudizio secondo cui un filosofo che si rispetti
non può scrivere di agricoltura46.
Per quanto riguarda gli autori latini di scritti tecnici si può osservare
che Vitruvio riporta alcune notizie su Democrito non presenti in altre
fonti. Tuttavia i suoi brevi accenni in cataloghi di autori che hanno trattato
un determinato tema, rivelano la loro provenienza da manuali tecnici e
non da letture dirette47.

45 Una polemica contro questi autori in ambito medico, è evidente già nei trattati ippocratici
come ad esempio VM 20,1 (145,18 Jouanna = I,620 Littré) e Acut. 6,1 (38,11 Joly = II,238
Littré). Per quanto riguarda l'agricoltura se ne avvertono gli echi in Xen. Oec. 16 dove viene
loro rimproverato di trattare il tema da un punto di vista teorico, senza avere alcuna espe-
rienza pratica. Questa stessa obiezione sta alla base dell'ironica tirata socratica nel Lachete
platonico (183c-184a) contro il sofista Stesileo, che tiene conferenze dotte sull'oplomachia
e subisce una clamorosa smentita all'atto pratico quando tenta di usare (a sproposito) in
una battaglia navale una nuova arma. Nei Memorabili di Senofonte (3,1,1) Socrate ironizza
sul sofista Dionisodoro che insegna la tattica militare.
46 Cf. Oder 1890; Wellmann 1921. Cf. anche Hammer-Jensen 1924. Per una visione più
articolata del problema, cf. Sider 2002; Gemelli Marciano 2007, 224-228.
47 Cf. Vitruv. 7,pr. 11 (68 B 15b DK; 139, 160 L.); 9,5,4; 9,6,3 (68 B 14,1 DK; 424,1 L.). Alla
dossografia manualistica risale anche l'excursus sui principi di Vitruv. 2,2,1 Democritus quique
est eum secutus Epicurus atomos, quas nostri insecabilia corpora, nonnulli individua vocitaverunt; Pythago-
reorum vero disciplina adiecit ad aquam et ignem aera et terrenum. Ergo Democritus, etsi non proprie res
nominavit sed tantum individua corpora proposuit, ideo ea ipsa dixisse videtur, quod ea, cum sint disiun-
Introduzione 13

Anche Eliano (II sec. d.C.), che nelle Storie naturali riporta notizie piuttosto
dettagliate sulle cause di alcune caratteristiche di animali in diverse zone
climatiche48, difficilmente ha avuto accesso ai libri delle Aijtivai peri; zwviwn
(68 A 33 (VI) DK; CXV (VI) L = Diog. Laert. 9,47). e ha molto più
verosimilmente utilizzato materiale indiretto49.

2. 4. Leucippo e Democrito nelle scuole filosofiche

Per il tema trattato in questo lavoro, in particolare la tradizione sull'atomo,


ci si può avvalere solo in maniera indiretta ed episodica delle fonti cui ho
finora accennato. Le peculiarità dell'atomo sono descritte infatti princi-
palmente nelle testimonianze che fanno capo alle diverse scuole filosofi-
che, un fatto che pone serie ipoteche sulla possibilità di avere un quadro
chiaro e incontrovertibile dei fondamenti stessi della dottrina. Infatti le
teorie degli atomisti hanno subito i più profondi rimaneggiamenti proprio
nell'ambito della tradizione filosofica. Se si escludono gli scarsi frammenti
riguardanti la gnoseologia, ci si trova infatti di fronte ad una trasmissione
indiretta che si estende da Aristotele e Teofrasto fino ai commentatori
neoplatonici di Aristotele.
Lasciando per ora da parte le interpretazioni di Democrito nell'Acca-
demia e nel primo Peripato, tema che costituisce l'oggetto principale di
questo studio, cercherò qui di seguito di tracciare un breve schizzo della
ricezione degli atomisti nell'ambito delle scuole filosofiche dall'età elleni-
stica in poi. Si tratta ovviamente non di un esame esaustivo, ma di una
panoramica globale offerta a titolo di orientamento.

cta, nec laeduntur nec interitionem recipiunt nec sectionibus dividuntur, sed sempiterno aevo perpetuo infi-
nitam retinent in se soliditatem. Il testo corrisponde grosso modo alla prima parte di Ps.-Plut.
1,3, 877 D, infra, VI 3. 2. 2. Alla letteratura pseudo-democritea è da riportarsi invece Vitruv.
9,14 (68 B 300,2 DK).
48 Aelian. Hist. nat. 12,17 (68 A 152 DK; 521 L.): perché ci sono più aborti nelle zone
meridionali che in quelle settentrionali del mondo. 12,16 (68 A 151 DK; 519, 545, 561 L.):
perché il cane e il maiale sono multipari. 12,18 (68 A 153 DK; 541 L.): perché ai cervi cre-
scono le corna. 12,19 (68 A 154 DK; 543 L.): perché i buoi arabi femmina hanno corna
sottili lunghe e storte. 12,20 (68 A 155 DK; 542 L.): spiegazione del fatto che ci sono tori
senza corna. Cf. inoltre 9,64 (68 A 155a DK; 554 L.): i pesci si nutrono dell'acqua dolce
che si trova nel mare. 5,39 (68 A 156 DK; 549 L.): il leone nasce con gli occhi aperti. In
quello che il Diels designa come Fr. 150a, Eliano cita in realtà Democrito solo come esem-
pio retorico di ricerca di cause e non come autore della doxa contenuta nel brano, Hist. nat.
6,60 (68 A 150a DK; 560 L.) ajlla; ei[te aijdw' famen ei[te fuvs ew" dw'ron ajpovrrhton, tau'ta
Dhmokrivtwi te kai; toi'" a[lloi" kataleivpwmen ejlev gcein te kai; ta;" aijtiva" levgein oi[esqai
iJkanoi'" uJp e;r tw'n aj tekmavrtwn te kai; ouj sumblhtw' n. Allo stesso modo procede Cicerone
in De orat. 2,58,235 (68 A 21 DK; LXI, 513 L.) Atque illud primum, quid sit ipse risus, quo pacto
concitetur, ubi sit, quo modo exsistat [...] viderit Democritus.
49 Cf. su questo Perilli 2007, 158s.
14 Introduzione

Nel Peripato Democrito ha suscitato un particolare interesse soprattutto


nelle prime due generazioni di aristotelici. Oltre a Teofrasto, anche l'altro
allievo di Aristotele, Eudemo di Rodi, aveva sicuramente letto Democrito
seguendo le linee interpretative del maestro. Simplicio cita direttamente le
sue parole per lo meno su due questioni: la critica al vuoto democriteo, da
lui interpretato come causa del movimento50, e la discussione sul ruolo
della tuvch. Soprattutto riguardo a questo secondo punto, Eudemo sembra
aver avuto davanti un testo specifico democriteo. Riferisce infatti un logos,
non altrimenti attestato, che eliminerebbe la funzione della tuvch51. Come
già Aristotele e Teofrasto, anche Eudemo preferisce la parafrasi alle cita-
zioni letterali. Democrito è sicuramente conosciuto anche da Stratone
(attraverso di lui i suoi scritti potrebbero essere arrivati alla biblioteca di
Alessandria) il quale aveva ammesso, come gli atomisti e contrariamente
all'aristotelismo ortodosso, un vuoto interno ai corpi. Stratone aveva co-
munque aspramente criticato la dottrina delle forme atomiche quali quelle
ad amo e ad uncino definendola come "sogni di un Democrito non mae-
stro, ma visionario"52. Dopo di lui non si hanno più tracce di una discus-
sione o di una acquisizione di dottrine democritee nel Peripato. E' piutto-
sto verosimile che, in generale, da questo momento in poi, l'interesse per
Democrito cadesse progressivamente, soppiantato dalle discussioni sul-
l'atomismo epicureo. La difficoltà di lettura dei testi, di cui proprio nel III
sec. a.C. si cominciavano a redigere le glosse, e le opere di Aristotele e di
Teofrasto su Democrito, più semplici e di più agevole consultazione,
contribuivano ovviamente all'oblio53. Per trovare menzioni di Democrito
fra i Peripatetici bisogna scendere fino ad Alessandro di Afrodisia il quale,
però, non ha letto nulla degli atomisti antichi. Non solo egli non riporta
alcuna citazione diretta, ma, o si serve unicamente di materiale di scuola
(dal quale non sono assenti talvolta sovrapposizioni fra atomismo demo-
criteo ed epicureo54), o si limita a parafrasi dei testi aristotelici nei quali
viene nominato Democrito. Dunque, nel Peripato, dal III sec. a.C. in poi
non è più documentabile una lettura diretta delle opere democritee.
L'Epicureismo è stato determinante non tanto per la trasmissione di
testi, quanto soprattutto per l'interpretazione delle dottrine di Democrito.

50 Eud. Fr. 75 Wehrli (Simpl. In Phys. 209a 18, 533,14) (251 L.).
51 Eud. Fr. 54a Wehrli (Simpl. In Phys. 196a 11, 330,14) (68 A 68 DK; 24, 99 L.), infra, VII 6.
1 n. 64. Cf. anche Fr. 54b Wehrli (Simpl. In Phys. 196b 10, 338,4).
52 Cic. Ac. 2,38,121 (68 A 80 DK; 26 L.). Per il testo e un esame più approfondito del passo,
v. infra, VI 3. 2. 1 n. 111.
53 Per le opere di Aristotele su Democrito, cf. Diog. Laert. 5,26s. (68 A 34 DK; CXVII L.).
Arist. Fr. 208 Rose (Simpl. In De cael. 279b 12, 294,33) (68 A 37 DK; 172, 197 L.). Per
quelle di Teofrasto, cf. Diog. Laert. 5,43; 49 (68 A 34 DK; CXVIII L.). Ovviamente Teo-
frasto faceva testo anche col De sensu e con la sua raccolta di Physikai (o Physikon) Doxai.
54 V. infra, VI 1.
Introduzione 15

Dall'epoca di Epicuro infatti, inevitabilmente, l'atomismo antico si è tro-


vato ad essere veicolato, in positivo e in negativo, dalla forma moderna e
dominante dell'atomismo epicureo. Contrapposto o assimilato a quest'ul-
timo, non ha più avuto una vita autonoma né rappresentato un oggetto di
interesse primario. Ma qual è il ruolo giocato da Epicuro stesso e dalla sua
scuola nella lettura e nella trasmissione dei testi e delle dottrine degli ato-
misti antichi? Da quanto è rimasto, non sembra che gli Epicurei abbiano
contribuito molto alla diffusione delle teorie dei loro antenati dottrinali,
anzi, semmai si sono distinti per un atteggiamento critico nei loro con-
fronti55. Epicuro, come si è visto, aveva, con il suo discepolo Ermarco,
negato l'esistenza di Leucippo56. Con questa presa di posizione, una fra le
tante destinate a suscitare scandalo, Epicuro rispondeva probabilmente a
Teofrasto che aveva attribuito a Leucippo il Mevga" diavkosmo". Nell'Epi-
stola a Pitocle ci sono comunque chiare allusioni anonime alla cosmogonia
di Leucippo, in particolare al "grande vuoto", al vortice cosmico,
all'ajnavgkh, alla fine dei mondi. Dato che le espressioni caratteristiche della
cosmogonia di Leucippo di ascendenza teofrastea sono tutte presenti nel
passo epicureo57, non si può stabilire con sicurezza se Epicuro si riferisse
al testo originale o al resoconto che ne aveva dato Teofrasto. Allo stesso
modo la critica all'infinità delle forme atomiche58 lascia aperta sia la
possibilità di una conoscenza diretta, sia quella della consultazione delle
opere di Aristotele e Teofrasto, sia ambedue. Alcune testimonianze dei
papiri ercolanesi sembrerebbero indicare che Democrito era presente nella
biblioteca di Epicuro. In un'opera di Filodemo infatti si menziona la ri-

55 Per una esaustiva trattazione della posizione degli Epicurei nei confronti degli atomisti
antichi rimando a Morel 1996, 249-355.
56 V. supra, n. 11.
57 Ep. Ep. 2,88 (67 A 24 DK; 383 L. comm.) kovs mo" ejs ti; periochv ti" oujranou' a[stra te kai;
gh'n kai; pav nta ta; fainovmena perievcousa, ajpotomh; n e[cousa ajpo; tou' ajp eivrou ª...º o{ti de;
kai; toiou'toi kovsmoi eijsi;n a[peiroi to; plh'qo", e[s ti katalabei' n, kai; o{ti kai; oJ toiou'to"
duvnatai kovsmo" giv nesqai kai; ej n kovsmwi kai; metakosmivwi o} levgomen metaxu; kovs mwn
diavsthma ej n polukev nwi tovpwi kai; oujk ejn megavlwi kai; eijlikrinei' kenw' i, kaqavper tinev"
fasin, ejpithdeivwn tinw' n spermavtwn rJ uev ntwn ajfæ eJ no;" kovsmou h] metakosmivou h] kai; ajpo;
pleiovnwn ª...º ouj ga;r ajqroismo;n dei' mov non genevsqai oujde; di'non ejn w|i ej ndevcetai kovs mon
givnesqai kenw'i kata; to; doxazovmenon ejx aj nav gkh", au[xesqaiv te, e{w" a]n eJtevrwi
proskrouvshi, kaqavper tw'n fusikw' n kaloumev nwn fhsiv ti". tou' to ga;r macovmenovn ejsti
toi'" fainomevnoi". Cf. su questo passo, Silvestre 1985, 125-29. Per Leucippo, cf. Diog.
Laert. 9,33 (67 A 1 DK; 382 L.) kovsmou" te ejk touvtou ajpeivrou" ei\nai kai; dialuvesqai eij"
tau'ta. giv nesqai de; tou; " kovs mou" ou{tw: fevresqai kata; ajpotomh; n ejk th' " ajp eivrou polla;
swvmata pantoi'a toi'" schv masin eij" mev ga kenov n, a{per ajqroisqevnta divnhn ajp ergavzesqai
mivan kaqæ h}n proskrouvonta kai; pantodapw' " kuklouvmena diakriv nesqai cwri;" ta; o{moia
pro;" ta; o{moia. ei\naiv te w{sper genevsei" kovsmou, ou{tw kai; aujxhvs ei" kai; fqivsei" kai;
fqora;" katav tina ajnavgkhn. Cf. anche Hippol. Ref. 1,12 (67 A 10 DK; 23, 291 L.). Una pa-
noramica dei passi di Epicuro riferentisi a Democrito in Gigante 1981, 50-62.
58 Ep. Ep. 2,42s.
16 Introduzione

chiesta di Epicuro ad un discepolo di testi di Democrito59. Lo stato estre-


mamente lacunoso del papiro impedisce però di sapere di quali libri si
trattasse. In un'altra opera, Filodemo accenna ad uno scritto di Epicuro
contro Democrito, ma anche qui il testo non fornisce ulteriori chiari-
menti60. Nei frammenti dal Peri; fuvsew" di Epicuro non ci sono menzioni
dirette degli atomisti antichi, ma piuttosto una critica al presunto determi-
nismo democriteo61. Anche queste allusioni, tuttavia, non dicono nulla di
certo sulla consultazione delle opere originali in quanto si tratta di punti
trattati diffusamente nei testi aristotelici62 che Epicuro sicuramente aveva
presenti. Insomma, se Epicuro aveva letto le opere degli atomisti antichi e
anzi, come gli aneddoti biografici vogliono far credere, era stato spinto alla
filosofia dai libri di Democrito63, la sua critica segue le linee delle esposi-
zioni aristoteliche e teofrastee e non aggiunge nessuna informazione sup-
plementare a quanto già detto dai due Peripatetici.
Per quanto riguarda gli allievi di Epicuro, a Metrodoro di Lampsaco
viene attribuita un'opera contro Democrito64. Essendo un trattato ad
hominem, è probabile che egli conoscesse gli scritti di prima mano, ma an-
che qui non c'è nulla che lo testifichi. Diverso è il discorso per Colote,
l'altro allievo di Epicuro che aveva attaccato Democrito. Le sue citazioni
democritee hanno infatti tutta l'aria di essere di seconda mano e la sua
interpretazione ha buone probabilità di essere basata sull'immagine del
Democrito scettico che circolava anche nell'Accademia di Arcesilao65.
Plutarco, nell'opera Contro Colote, forse con una esagerazione retorica, ma
da tenere pur sempre in considerazione, gli rimprovera proprio di non
aver mai letto i libri di Democrito.
Dall'epicureismo tardo, dal I sec. a.C. in poi, non vengono testimo-
nianze tali da far propendere per una consultazione diretta dei testi piutto-
sto che per una conoscenza di tipo manualistico. Tracce di questa manua-

59 Philod. Ad contubernales Fr. 111,166s. Angeli æprºosevªtºaxa ª---ºON uJmi'n ª---º.. KTAª..---º
perievstaªi---º. A. ª...... to; perºi; ªSwºkravtªou" tou' Arºistivppou ªkºai; Speuªsivppou toºu'
Plavtwno" ªejgkwvmionº kai; Aristotevªlou" ta;º Analutika; kai; ªta; Peri;º fuvsew", o{saper
ejªnekrivnºomenæ: ejpi; d Eujbouvlªou: æth;º n ejpistolh; n PROSDª....ºGOIS kai; tw'n Dhªmokrivºtou
tinav, oujc oi|on...
60 Philod. De libert. dicendi Fr. 20 Olivieri (68 A 34 DK; 36a L.) e[ti de; th;ªnº merizomevnhn
sungªnºwvªmºhn ejn oi|" dievp eson, wJ " e[ n te toi'" pro;" Dhmovkriton i{stat ai dia; tevlou" oJ
Epivkouro" kªai; pro; "º ÔHr akleivdhn ej n…
61 Per la critica al determinismo contenuto nel concetto di ajnavgkh contro coloro "che hanno
ricercato le cause" (oiJ d aijtiologhvsante"), cf. Long-Sedley 1987, II,20C, 107 (Ep. Peri;
fuvsew" [34. 30] Arr.) (68 A 69 DK; 36a L.).
62 Arist. Fr. 208 Rose (Simpl. In De cael. 279b 12, 295,18-20) (68 A 37 DK; 293 L.); Arist.
Phys. B 4, 196a 24ss. (68 A 69 DK; 18, 288 L.).
63 Diog. Laert. 10,2 (68 A 52 DK; XCV L.).
64 Diog. Laert. 10,24 (68 A 34 DK; CXXIII L.)
65 V. infra, VI 2. 1. 2.
Introduzione 17

listica scolastica di ambito epicureo o di altra provenienza si ritrovano in


Lucrezio. Egli cita Democrito espressamente solo due volte: sul corso e la
posizione delle stelle, e sulla posizione dei corpuscoli dell'anima alternati a
quelli del corpo. Le notizie sull'astronomia corrispondono a quelle del
resoconto di Diogene Laerzio su Leucippo e di Pseudo-Plutarco66. La doxa
sull'anima non è pervenuta attraverso altre fonti, ma potrebbe derivare
anche da materiale dossografico di ambito medico data la brevità e lo stile
dell'accenno67. Filodemo è l'unico epicureo attraverso cui conosciamo
citazioni dirette da Democrito. La doxa sull'origine della credenza negli dèi
contenuta nel De pietate è tuttavia chiaramente di matrice dossografica in
quanto corrisponde a Sext. Emp. Adv. Math. 9,24 (68 A 75 DK; 581 L.)68,
negli altri casi si tratta di excerpta che non riguardano la dottrina fisica,
bensì la sfera etica e l'origine della musica69. D'altra parte nei titoli della
biblioteca ercolanese non compaiono opere dell'Abderita. Evidentemente
la scuola epicurea era concentrata soprattutto sul proprio atomismo e
riteneva ormai superato quello antico, atteggiamento, del resto, condiviso
anche dalle altre scuole filosofiche. Diogene di Enoanda riporta anch'egli
delle doxai di Democrito derivate comunque da una trasmissione indiretta
interna alla tradizione epicurea, ma nulla più70.
Nel complesso si può quindi concludere che la lettura diretta delle
opere fisiche democritee e leucippee da parte di Epicuro è probabile, ma

66 Lucr. 5,621-37 (68 A 88 DK; 380 L.); cf. Diog. Laert. 9,33 (67 A 1 DK; 382, 389 L.); Ps.-
Plut. 2,15, 889 B (68 A 86 DK; 390 L.).
67 Lucr. 3,370 (68 A 108 DK; 454 L.). Sulle concezioni dei medici che, secondo Sesto, Adv.
Math. 7,349, seguivano Democrito nell'affermare che l'egemonico è sparso in tutto il corpo,
v. supra, n. 21 e 23. Lucrezio allude, fra l'altro, nei versi precedenti (350-69), alle teorie di
Stratone che in Sesto sono attribuite anche ad Enesidemo "secondo Eraclito". Lucrezio se-
gue nell'esposizione anche lo stesso ordine: teoria di Stratone (in Sesto di Enesidemo)-teo-
ria di Democrito (in Sesto "alcuni secondo Democrito"). Una sequenza simile si trova an-
che nel passo parallelo di Tertulliano (De an. 15,5), supra, n. 23. La doxa potrebbe risultare
dallo sviluppo di una osservazione aristotelica in De an. A 5, 409b 2-4 (ei[per gavr ejstin hJ
yuch; ej n panti; tw'/ aijsqanomevnwi swvmati, aj nagkai'on ej n tw'i aujtw'i duvo ei\nai swvmata, eij
sw'mav ti hJ yuchv).
68 P. Herc. 1428 fr. 16, cf. Henrichs 1975, 96-106.
69 Sull'etica, cf. Philod. De ira P. Herc. 182, col. XXIX,20 Indelli (68 B 143 DK; 64 L.); De
adulat. P. Herc. 1457, col. X (Crönert 1906, 130) (68 B 153 DK; 611 L.). La stessa citazione
compare anche in Plut. Reip. ger. praec. 821 A. Considerazioni sulla morte, in Philod. De
morte, P. Herc. 1050, col. XXIX,27-32 e col. XXXIX,9-15 Mekler (68 B 1a DK; 587 L.).
Sull'origine della musica, Philod. De mus. IV, P. Herc. 1497, col. XXXVI,87 Neubecker (68
B 144 DK; 568 L.). Cf. l'ultima lettura del papiro in Gigante-Indelli 1980, 451-66.
70 Così l'accusa di sovvertire la vita (Diog. Oenoand. Fr. 7 II Smith = 61 L.), corrisponde
quasi perfettamente a quella di Colote (Plut. Adv. Colot. 1109 A-1110 F); quella al moto
"costretto" degli atomi (Diog. Oenoand. Fr 54 II-III Smith = 68 A 50 DK; 39 L.), riecheg-
gia un frammento del Peri; fuvs ew" di Epicuro ([34.30] Arr.). L'accenno agli idoli che com-
paiono nei sogni (Diog. Oenoand. Fr. 10 I,4ss.; IV,10ss. Smith) corrisponde alla descri-
zione data da Plut. Quaest. conv. 734 F (68 A 77 DK; 476 L.).
18 Introduzione

non produce in ogni caso informazioni di particolare rilievo. La sua


scuola, invece, sembra aver vissuto piuttosto, a parte qualche rara ecce-
zione, di una trasmissione interna indiretta o mediata da altre scuole.
Per quanto riguarda lo stoicismo antico è pervenuto solo un titolo di
un'opera di Cleante Contro Democrito71. Un allievo suo e di Zenone, Sfero,
aveva scritto contro gli atomi e gli ei[dwla72, ma il titolo non lascia capire
se si dirigesse contro Epicuro o contro Democrito. Nella lunga lista delle
opere di Crisippo, non compare invece nulla che abbia a che fare con
l'atomismo antico, ma sappiamo, attraverso Plutarco, che Crisippo aveva
per lo meno discusso un paradosso democriteo, il cosiddetto dilemma del
cono73. E' evidente che comunque l'interesse degli Stoici doveva essersi
concentrato soprattutto sull'atomismo epicureo a loro contemporaneo
dalla cui ottica probabilmente veniva giudicato anche quello antico: le
critiche fondamentali agli atomi di Epicuro (mancanza di un principio
attivo e ordinatore e discontinuità di una materia "passiva"74) erano valide
anche per quelli di Democrito. Questa tendenza assimilatrice delle due
dottrine è poi quella dominante nella dossografia tarda.
Fondamentali per la trasmissione di notizie dirette e indirette su De-
mocrito è stato sicuramente Posidonio. Attraverso di lui si sono traman-
dati tre tipi di informazioni:
1. citazioni più o meno rimaneggiate75,
2. doxai su argomenti specifici, in particolare sull'astronomia e le que-
stioni naturali76,
3. schemi dossografici nei quali le concezioni atomiste rientrano in un
quadro più generale e classificatorio dei vari tipi di corpuscolarismo77.

71 SVF I 481, 107,1.


72 SVF I 620, 139,25.
73 Plut. De comm. not. 1079 E (68 B 155 DK; 287a L.).
74 Su questo punto, v. infra, VI 2.
75 Tali sono quella sull'attrazione dei simili conservata da Sext. Emp. Adv. Math. 7,116-118
(68 B 164 DK; 11, 316 L.), cf. anche Ps.-Plut. 4,19, 902 C-D (68 A 128 DK; 11, 316, 491
L.), l'esempio dei vasi di vetro e di bronzo in Sen. Nat. quaest. 4,9,1, una testimonianza non
riportata né da Diels-Kranz né da Lur'e, ma segnalata da Stückelberger (1990, 2576), v. an-
che infra, VII 6. 2. 1 n. 88. Per le affermazioni sugli ei[dwla che si ritrovano in diversi autori
di età imperiale, infra, VII 4.
76 In quest'ultimo ambito rientrano gli excursus piuttosto ampi che si incontrano nelle Natura-
les quaestiones di Seneca come la descrizione dei venti e dei terremoti in Nat. quaest. 5,2 (68 A
93a DK; 12, 371 L.) e, rispettivamente, 6,20 (68 A 98 DK; 414 L.), una doxa democritea
sulla via lattea (F 130 E.-K. = Macr. Somn. 1,15,6, infra, VII 6. 2. 1 n. 87) non presente nelle
raccolte di frammenti del Diels e del Lur'e, e probabilmente anche una doxa sulla spiega-
zione dei terremoti riportata in un commento di Olimpiodoro ai Meteorologica aristotelici,
diverso da quello greco e tramandato solo in arabo (Badawi 1971, 133s.; traduzione in
Strohmaier 1998, 363, v. infra, VII 6. 2. 1 n. 84).
77 V. infra, VI 2. 2.
Introduzione 19

Un particolare interesse nell'ambito del tema dell'atomo riveste la tra-


dizione scettica nei suoi due filoni ben distinti, ma spesso confluenti e
intersecantisi nelle testimonianze antiche: scetticismo pirroniano e neopir-
roniano (da Timone ad Enesidemo fino a Sesto Empirico) e scetticismo
dell'Accademia di mezzo nelle sue varie gradazioni fino ad Antioco. Nelle
successioni dei filosofi Pirrone è posto spesso in stretta relazione con
Democrito attraverso la linea Anassarco-Metrodoro di Chio78. Pirrone non
ha però scritto nulla e sembra fosse interessato soprattutto all'etica79. Dun-
que la notizia di un allievo, secondo cui egli apprezzava molto Demo-
crito80, potrebbe riferirsi ad opere etiche di quest'ultimo. Il detto "nulla è
in verità, ma gli uomini agiscono per consuetudine e secondo un costume
stabilito"81 sembra comunque riecheggiare la famosa massima democritea
"novmwi glukuv..."82. Il suo allievo Timone dedica a Democrito alcuni versi
dei Silloi chiamandolo, oltre che "sapientissimo" (perivfrona), anche "pa-
store di discorsi" (poimevna muvq wn) e "ciarlone dal pensiero ambiguo"
(ajmfivnoon lesch'na)83. Timone potrebbe alludere con queste definizioni
alla polymathia, al carattere narrativo ed evocativo del linguaggio84, alla
enorme produzione libraria di Democrito e a quella sua presunta ambi-
guità rispetto al problema della conoscenza delineata nelle opere aristoteli-
che e in Teofrasto85. Nell'ambito del neopirronismo abbiamo infine la
testimonianza di Sesto Empirico la cui posizione esemplifica tra l'altro
quanto si diceva sul valore delle citazioni letterali per determinare la cono-
scenza di prima mano di un autore. Per quanto infatti egli riporti un di-
screto numero di citazioni altrimenti sconosciute, col titolo delle opere da
cui sono tratte, Sesto non ha letto nulla di Democrito. Nel caso ad esem-
pio dell'ampio frammento riportato in Adv. Math. 7,135 si rifà ad una
fonte intermedia86. Per altre citazioni, che si incontrano anche in autori

78 Cf. Clem. Strom. 1,14,64,2 (67 A 4 DK; VIII, 152 L.); [Gal.] Hist. phil. 3 (67 A 5 DK; 152
L.); Eus. Praep. Ev. 14,17,10 (VIII L.); cf. anche 14,18,27 (LXXXIII, XCIV L.); Epiph. De
fide 15, 505,30 Holl (VIII L.).
79 Il carattere principalmente etico della filosofia di Pirrone viene ribadito con energia da
Görler 1994, 735ss.
80 Diog. Laert. 9,67 (XCII L.).
81 Pyrrh. T 1 Decleva Caizzi (Diog. Laert. 9,61) oujde;n ga;r e[fasken ou[te kalo;n ou[t aijscro;n
ou[te divkaion ou[ t a[dikon: kai; oJmoivw" ejpi; pav ntwn mhde;n ei\nai th'i ajlhqeivai, nov mwi de; kai;
e[qei pav nta tou; " ajnqrwvpou" pravttein: ouj ga;r ma'llon tovde h] tovde ei\nai e{ kaston.
82 Cf. Hirzel III, 1883, 14 n. 2; Decleva Caizzi 1981, 144; 1984, 16-19; Di Marco 1989, 218s.
83 Tim. Fr. 46 Di Marco (68 A 1 DK; LXXX L.).
84 Sulle immagini di Democrito, v. infra, cap. VII.
85 Decleva Caizzi 1984, 18; Di Marco 1989, 218.
86 Cf. Sedley 1992, 27-44; Gemelli Marciano 1998.
20 Introduzione

come Cicerone, si serve di materiale proveniente dall'Accademia scettica87,


per le interpretazioni e le doxai democritee fa capo, oltre che a quest'ul-
tima, a Posidonio, alla tradizione epicurea e ai medici empirici.
L'immagine completamente scettica di Democrito, tuttavia, più che
dal pirronismo, viene mediata dall'Accademia scettica di Arcesilao. Come
di tutti i predecessori, anche di Democrito, Arcesilao forniva questa
visione estrapolando verosimilmente dal contesto alcune massime
interpretabili secondo i suoi scopi. A lui risale sicuramente una sequenza
di due citazioni, la famosa massima "novmwi glukuv..." e quella altrettanto
famosa "ejn buqw'i...", riportate da Diogene Laerzio come esempi di
interpretazioni scettiche di Democrito. Le stesse due frasi, infatti,
compaiono rispettivamente in parafrasi e in traduzione letterale negli
Academica di Cicerone: Arcesilao avrebbe dichiarato di seguire, nella sua
professione di scetticismo, non solo Socrate, ma anche presocratici come
Empedocle, Anassagora, Democrito88. Ad Arcesilao non si può attribuire
una trattazione globale dell'atomismo in quanto, al di fuori di questi
frammenti gnoseologici, non ci è rimasta nessun'altra testimonianza, ma è
verosimile che egli avesse conoscenza diretta delle opere di Democrito per
poterne fare degli excerpta. Al contesto della sentenza "ejn buqw'i…" allude
infatti anche Aristotele nel libro G della Metafisica89. La presenza di
Democrito nell'Accademia di mezzo da Carneade fino ad Antioco è
deducibile con sicurezza soprattutto dalle opere ciceroniane. Cicerone,
nelle vesti di Accademico, o per bocca di un Accademico, cita più volte
Democrito, spesso esprimendo un giudizio positivo e contrapponendolo
ad Epicuro, ma talvolta anche pronunciandosi criticamente sulle sue teorie
proprio per la loro affinità con quelle epicuree. Importante è anche il fatto
che Cicerone nomina più di una volta insieme a Democrito anche
Leucippo, cosa non frequente nelle testimonianze postteofrastee.
Cicerone, tuttavia, non ha sicuramente letto i libri di Democrito. Le sue
osservazioni sullo stile, che a prima vista potrebbero fa pensare ad una
conoscenza diretta, erano luoghi comuni nella retorica90 e risalivano
probabilmente all'opera sullo stile di Democrito di Egesianatte. La sua
conoscenza degli atomisti antichi si basa per lo più su materiale

87 E' questo ad esempio il caso dell'incipit dell'opera democritea che compare solo in Sext.
Emp. Adv. Math. 7,264 e in Cic. Ac. 2,23,73 (68 B 165 DK; 63, 65 L.). Per altre citazioni
comuni, cf. Decleva Caizzi 1980; Gemelli Marciano 1998.
88 Diog. Laert. 9,72 (68 B 117 DK; 51 L.); Cic. Ac. 1,12,44 (59 A 95 DK; II, 58 L.). Su questo,
cf. Gemelli Marciano 1998.
89 Arist. Metaph. G 5, 1009b 11 h[toi oujqe;n ei\nai ajlhqe;" h] hJmi'n gæ a[dhlon.
90 Cf. soprattutto l'affinità della sequenza Democrito-Platone-Aristotele in Cic. De orat.
1,11,49 e Dionys. De comp. verb. 24 (68 A 34 DK; 827 L.); la coppia Democrito-Platone ri-
torna ancora in Cic. Orat. 20,67 (68 A 34 DK; 826 L.).
Introduzione 21

dossografico scolastico interno all'Accademia91. Dai testi ciceroniani


emerge soprattutto un interesse strumentale alle dottrine fisiche
democritee in contesti critici dell'epicureismo e in excursus dossografici più
generali atti a giustificare una attitudine scettica nei confronti delle varie
scuole filosofiche. Per quanto riguarda il primo tipo di contesto gli accenni
ciceroniani si possono sostanzialmente ordinare in due gruppi principali:
1. critica globale ai principi atomistici e relativa assimilazione di De-
mocrito ad Epicuro,
2. critica specifica all'atomismo epicureo in cui, per contrasto, viene
valutata positivamente la dottrina democritea.
Nel primo gruppo rientrano le critiche agli atomi impassibili e privi di
qualità, alla possibilità di un arresto della divisione in un corpo per sua
stessa natura divisibile all'infinito, alle forme atomiche e ad un cosmo
governato dal caso. La confutazione attinge ad argomentazioni di diversa
provenienza sia stoica che peripatetica. Nei testi del secondo gruppo viene
sottolineata invece la superiorità delle tesi democritee e vengono confutate
le eventuali obiezioni di parte epicurea a queste ultime. Un esempio è la
trattazione della teoria epicurea del clinamen, presentata nel De fato (10,22)
non come un miglioramento, ma come un peggioramento della dottrina
democritea. Ambedue i tipi di testo rientrano comunque in sequenze dia-
lettiche di ampio respiro che si servono di tesi e controtesi tipiche del
modo di argomentare accademico. Un secondo tipo di contesto è costi-
tuito dall'excursus dossografico di Ac. 2,37,118 risalente in ultima analisi
all'opera teofrastea92 e rimaneggiato in versione accademica (per sottoline-
are il disaccordo fra i filosofi e quindi l'impossibilità di aderire ad una o ad
un'altra tesi dogmatica). Gli Accademici scettici hanno comunque usato
una pluralità di schemi interpretativi e confutativi a seconda della necessità
del contesto. All'occasione si sono serviti anche, cambiando loro di segno,
delle polemiche epicuree contro l'atomismo antico e di quelle di matrice
stoica contro la dottrina atomistica in generale.
Se Cicerone riflette per lo più una rappresentazione manualistica e
scolastica dell'atomismo antico, la conoscenza diretta delle opere fisiche di
Democrito nei filosofi vissuti dopo il I sec. a.C., è piuttosto desolante.
L'immagine che ci restituiscono le fonti antiche è quella di un'assoluta
preponderanza della tradizione indiretta anche laddove ci sono citazioni
letterali. Forse un'unica eccezione è costituita da Plutarco. La sua cono-
scenza diretta di Democrito è una vexata quaestio mai risolta definitiva-

91 Anche a tanta distanza di tempo, sulle fonti di Cicerone rimane fondamentale e insuperata
nella sua globalità Hirzel I, 1877, 32-45 per le fonti accademiche del primo libro del De na-
tura Deorum e III, 1883, 251-341 per le fonti degli Academica.
92 La menzione di Leucippo è un'ulteriore indicazione in questo senso. Sulla provenienza
teofrastea delle doxai di Ac. 2,37,118, cf. Mansfeld 1989 [1990b, 238-63].
22 Introduzione

mente. Un fatto tuttavia è certo: egli riporta una gran quantità di citazioni
letterali non reperibili in altre fonti. Questo non basta comunque per af-
fermare che egli abbia sempre attinto agli originali democritei. Infatti i
relativi contesti permettono di ipotizzare non una, ma due modalità di
acquisizione dei testi:
1. Una consultazione diretta di opere democritee. Il fatto che non citi
mai titoli particolari non è in sé rilevante in quanto, anche per altri autori
presocratici egli riporta raramente l'indicazione dell'opera.
2. Una consultazione di fonti molto dettagliate che riportavano anche
citazioni letterali democritee soprattutto nel caso di oggetti specifici quali
ad esempio la demonologia93.
Plutarco riutilizza comunque più volte nelle sue opere, secondo la sua
normale prassi, le citazioni democritee creando dei "doppioni" diversa-
mente ricontestualizzati94 e rendendo difficile l'eventuale ricostruzione del
contesto originale. Egli si serve però anche di resoconti di matrice dosso-
grafica laddove espone sinteticamente i fondamenti della dottrina demo-
critea con relativa critica come nella Contro Colote95. In questo caso ripro-
duce un modello di esposizione e critica dell'atomismo corrente
nell'Accademia di mezzo. Le argomentazioni fornite da Plutarco com-
paiono infatti anche in Cicerone e, per accenni, in Sesto Empirico.
Dopo Plutarco e, in generale, dopo il I sec. d.C., nei primi decenni del
quale Trasillo redige il suo catalogo, difficilmente si possono trovare indizi
di una conoscenza diretta delle opere fisiche democritee. Gli autori dal I
sec. d.C. in poi fanno ricorso, per lo meno per illustrare la dottrina fisica, a
fonti indirette siano esse pure di pregevole fattura come quella di ascen-
denza teofrastea utilizzata da Diogene Laerzio per la sua esposizione della
cosmogonia leucippea. Quest'ultimo usa solo fonti di seconda e di terza
mano96 e così fanno anche gli autori cristiani Ippolito e Clemente97, per

93 Secondo Hershbell 1982, 94 apparterebbero a questo gruppo anche le citazioni delle


Quaestiones convivales. Per il problema della presenza di Democrito nel De tranquillitate animi e
in altre opere etiche, cf. Id., 84-89 con bibliografia in n. 3.
94 Cf. ad es. la citazione sul cordone ombelicale in due contesti diversi: embriologico, vicino
probabilmente all'originale, De amore prol. 495 E (68 B 148 DK; 537 L.) e cosmogonico, ma
riportato come citazione dotta e senza nominare Democrito, De fort. Rom. 317 A (68 B 148
DK; 537 L.). Sulle modalità di citazione di Plutarco, cf. Kidd 1998.
95 Lo stile dossografico di Adv. Colot. 1110 F (68 A 57 DK; 179 L.) è indubitabile per le
numerose concordanze con altri resoconti che si incontrano negli autori tardi quali ad
esempio Pseudo-Plutarco e Galeno. Su questo brano, v. infra, VI 2. 1. 2.
96 Le scarse e incomplete citazioni letterali sono di provenienza scettica, cf. Gemelli Marciano
1998.
97 Le due uniche citazioni letterali riguardanti, una la fisiologia umana, l'altra la concezione
degli dèi che troviamo in Clemente provengono, una da una tradizione di tipo medico pre-
sente anche in altri autori (v. supra, n. 14), l'altra, pur essendo attribuita in questi termini a
Democrito solo da Clemente Protr. 6,68,5; Strom. 5,14,101,4 (68 B 30 DK; 580 L.), si ritrova
Introduzione 23

non parlare poi dei commentatori tardi di Aristotele cui si accennerà in


seguito. In pratica, dopo Plutarco, le opere fisiche originali di Democrito
sembrano essere sparite dall'orizzonte dei dotti.

3. Interpretazioni moderne dell'atomismo antico


Dalla mappa fin qui tracciata risulta anche troppo evidente come la tra-
smissione delle dottrine democritee abbia sofferto dei pre-giudizi e dei
pre-supposti delle fonti antiche tanto da rendere estremamente arduo
qualsiasi tentativo di interpretazione. Chi cerca di comprendere i fonda-
menti dell'atomismo antico deve dunque non solo destreggiarsi fra le varie
tendenze della trasmissione indiretta, ma anche spingersi al di là dell'am-
bito ristretto delle scuole filosofiche dal IV sec. a.C. in poi per ricostruire,
nei limiti del possibile, l'atmosfera e il contesto in cui Leucippo e Demo-
crito hanno vissuto.
Le ipotesi sulla natura del cosiddetto atomo e, più in generale, sul ca-
rattere delle dottrine di Leucippo e Democrito dall'ottocento ad oggi sono
caratterizzate da un approccio teorico-ideologico oscillante continuamente
fra due poli opposti: fisica o ontologia in qualche modo già condizionata
dalla matematica, empiria o deduttivismo, dottrina di matrice eleatica o
radicata nella filosofia della natura della Ionia? Ciò che colpisce è proprio
la scarsa attenzione ai due punti succitati: all'analisi delle fonti che veico-
lano la visione dell'atomismo98 e alla realtà storico-culturale in cui gli
atomisti antichi hanno vissuto e operato. La preoccupazione principale
degli interpreti, a parte rare eccezioni99, sembra quella di "salvarli" da ac-
cuse di materialismo e di superficialità etica e filosofica (come la maggior
parte degli storici della filosofia di fine-ottocento) o di scarsa coerenza

in una serie di esemplificazioni del comune concetto dell'esistenza degli dèi. Il corrispettivo
esempio latino (versi di Ennio) di ciò che nel modello greco andava sotto il nome di De-
mocrito compare in Cic. De nat. deor. 2,2,4. Allo stesso modo la citazione riguardante l'ispi-
razione del poeta in Clem. Strom. 6,18,168 (68 B 18 DK; 574 L.) proviene molto probabil-
mente in ultima istanza dall'opera sullo stile di Democrito di Egesianatte. Una simile
rappresentazione si ritrova infatti anche in Cic. De orat. 2,46,194; De div. 1,37,80; Hor. Ep.
2,3,295-97 (68 B 17 DK; 574 L.). Clemente conosceva le massime etiche democritee attra-
verso gnomologi del tipo di quelli che si trovano in Stobeo con il quale talvolta concorda,
cf. e.g. Strom. 4,23,149,3; Stob. 2,31,65 (68 B 33 DK; 682 L.).
98 Una eccezione è Morel 1996 il quale, però, è interessato soprattutto al contesto più stretta-
mente filosofico delle fonti.
99 Cf. Salem 1996, che cerca per lo meno di storicizzare le testimonianze e di precisare le
relazioni delle opere democritee nella loro globalità con altri testi a loro contemporanei.
24 Introduzione

logica (prevalente invece negli interpreti del novecento in particolare di


area anglosassone100 ).
La critica del primo ottocento, i cui rappresentanti di spicco sono l'al-
lievo di Schleiermacher, Ritter, e Brandis, interpretava l'atomismo soprat-
tutto come una teoria materialista e meccanicista legata alla rappresenta-
zione del mondo dei cosiddetti ionici e in stretta correlazione/
opposizione con le dottrine anassagoree101 . Ritter, sulla scia del suo mae-
stro102 , ne dava un giudizio estremamente negativo considerandolo una
forma di sofistica che non andava a fondo di nessun problema, che aveva
rifiutato di porsi domande sull'origine del movimento103 , ridotto i feno-
meni spirituali a fatti corporei104 e negato la possibilità di conoscenza e
quindi di scienza105 . Insomma l'atomismo era una teoria antifilosofica che
negava l'unità e dissolveva tutto nell'infinita molteplicità degli atomi e
nell'infinità del vuoto106 . Questa visione prevalente ai tempi dell'edizione
preliminare dell'opera zelleriana107 scaricava sull'atomismo un pre-giudizio
etico e di merito derivato da considerazioni completamente anacronisti-
che. Sul versante opposto stava l'autorevole interpretazione di Hegel che
nelle sue Vorlesungen über die Geschichte der Philosophie, pubblicate postume,
aveva visto nell'atomo non un'entità fisica, ma piuttosto l'unità astratta, il
tentativo di determinazione dell'assoluto108 . Proprio a questa visione hege-
liana dell'atomo come uno si riallacciava Zeller nella sua rivalutazione
dell'atomismo soprattutto contro Ritter109 . Egli insisteva in particolare su
due punti strettamente connessi e non scevri anch'essi da pre-supposti:

100 Cf. ad es. Makin 1993, 12 "What recommends the account that will be given of Democri-
tean atomism is charity. The indifference arguments which generate, and practically con-
stitute, the basic atomic theory are cogent and stimulating arguments, and one should so
interpret a philosopher as to attribute the more cogent and plausible positions to him". E'
ovvio che qui la "cogenza" e la "plausibilità" pre-supposte sono quelle codificate dalle cate-
gorie del pensiero filosofico moderno. Sui problemi sollevati da questa "concezione crite-
riologica della razionalità", cf. Putnam 1985, 120-123; Tambiah 1993, 166s.
101 Cf. Brandis I, 1862, 303ss.
102 Schleiermacher 1839, 19; 72; 74ss. L'opera fu pubblicata postuma da Ritter stesso.
103 Ritter, 1829, 567; cf. anche Brandis I, 1862, 319s.
104 Ritter 1829, 574.
105 Ritter 1829, 576ss.
106 Ritter 1829, 581 "Überblickt man diese ganze Lehre des Demokrit, so läßt sich das
Antiphilosophische seiner Bestrebung nicht leicht verkennen. Denn nicht nur hebt er die
Einheit der Welt, sondern auch die Einheit der Seele und des Bewußtseins auf. An die
Einheit der Wissenschaft ist dabei nicht zu denken; Alles löst sich ihm in die unbestimmte
Vielheit der Atome und in das Unermeßliche des Leeren auf".
107 Zeller 1844, 195-200.
108 Hegel 1996, 355ss.
109 Zeller si rivolgeva contro queste tesi già nel 1843 in un excursus sulle "storie della filosofia"
pubblicate negli ultimi 50 anni (Zeller 1910, 46s.) e riprendeva con maggior dovizia di ar-
Introduzione 25

1. Da una parte sul fatto che l'atomismo come dottrina materialistica,


per una specie di necessità storica dello sviluppo dello spirito, non poteva
derivare dalla dottrina anassagorea che poneva invece un principio spiri-
tuale (il Nous) al di fuori della materia sviluppando un primo nucleo di
concezione teleologica del mondo. Anassagora "doveva", secondo lo
schema evoluzionistico hegeliano, essere anche cronologicamente poste-
riore agli atomisti. Per questo Zeller si schierava a favore della cronologia
bassa di Leucippo: non era Anassagora ad aver influenzato gli atomisti,
bensì il contrario. Conseguentemente, nella Philosophie der Griechen, que-
st'ultimo veniva trattato dopo Leucippo e Democrito.
2. Dall'altra sul fatto che l'atomismo, pur essendo una dottrina mate-
rialista, era radicato nella dottrina eleatica sulla cui scia aveva posto il pro-
blema dell'uno110 . A questo proposito Zeller portava in primo piano la
testimonianza aristotelica di De generatione et corruptione A 8 secondo cui
l'atomismo deriverebbe dalla accettazione/ correzione di tesi eleatiche 111
ed enfatizzava poi sempre più nelle successive edizioni della Philosophie der
Griechen questa dipendenza a scapito della presunta ascendenza eraclitea112 .
In questo modo cercava di liberare l'atomismo dal pregiudizio etico con-
tro materialismo e sofistica diffuso ai suoi tempi, senza tuttavia staccarsi
egli stesso da una visione che valutava positivamente soprattutto le dot-
trine nelle quali si potesse intravvedere in qualche modo una teorizzazione
dell'unità e una preminenza dello spirito sulla materia.

gomentazioni la critica a Ritter nell'edizione preliminare della Philosophie der Griechen I, 1844,
198ss.; cf. anche Zeller-Nestle I, 2, 2, 1920, 1166ss.
110 Zeller-Nestle I, 2, 2, 1920, 1171 "Ebenso ist es schief, wenn man wegen der Vielheit der
Atome behauptet, es fehle diesem System gänzlich an Einheit. Fehlt seinem Prinzip auch
die Einheit der Zahl, so fehlt doch nicht die Einheit des Begriffs; indem es vielmehr der
Versuch macht, alles ohne Einmischung weiterer Voraussetzungen aus dem Grundgegen-
satz des Vollen und des Leeren zu erklären, so erweist es sich eben damit als das Erzeugnis
eines konsequenten, nach Einheit strebenden Denkens und Aristoteles ist in seinem rechte,
wenn er gerade seine Folgerichtigkeit und die Einheit seiner Prinzipien rühmt und ihm in
dieser Beziehung vor der weniger strengen empedokleischen Lehre den Vorzug gibt".
111 Zeller 1844, 213s. Sul passo, infra, cap. III.
112 Questa evoluzione si riscontra confrontando l'edizione preliminare del 1844 con le succes-
sive. Così se in Zeller 1844 l'influsso eracliteo è dato per sicuro (216 "Eben dieser Satz
(Das Ichts sei nicht mehr als das Nichts) ist es aber nun auch, durch den die Atomistik
auf's Bestimmteste auf Heraklit zurückweist [...] Wenn daher die Atomisten dem eleati-
schen Sein das Nichtsein eben in der Absicht zur Seite setzen, um dadurch das Werden
und die Bewegung möglich zu machen, so sind wir durch den innern Zusammenhang die-
ser Idee mit der Heraklitischen Philosophie genöthigt, auch einen geschichtlichen Einfluß
des letzteren auf die Entstehung des atomistischen Systems zu vermuthen"), molto più
cauta è la formulazione nella sesta edizione (1920, 1177 ob bei dem Widerspruch der Ato-
miker gegen die Eleaten der Einfluß des heraklitischen Systems mitwirkte, läßt sich nicht
sicher bestimmen") dove anche un influsso degli ionici viene messo in discussione (1181,
"von einem Einfluß der älteren ionischen Schule zeigen sich in der atomistischen Physik
vereinzelte Spuren").
26 Introduzione

Mentre Zeller rielaborava le diverse edizioni della sua monumentale opera,


le tesi di un atomismo radicato nella filosofia anassagorea venivano riprese
dalla critica positivista, da Gomperz nei suoi Griechische Denker, la cui
prima edizione era comparsa nel 1896, e da Brieger113 . Gomperz attribuiva
congiuntamente a Parmenide e a Leucippo il riconoscimento della
"costanza qualitativa" della materia, ma metteva in guardia dal sopravva-
lutare i punti di contatto fra gli atomisti e gli Eleati114 in quanto questi
ultimi avevano risolutamente negato quello che per gli altri era un postu-
lato fondamentale e cioè il movimento. Gomperz vedeva piuttosto le
radici dell'atomismo nelle dottrine ioniche e in Anassagora. Allo stesso
modo Brieger sottolineava in particolare come i presupposti dell'atomismo
fossero contenuti nelle tesi anassagoree dell'eternità e dell'infinità dei semi
(che egli interpretava tuttavia come corpuscoli), della generazione e della
dissoluzione per composizione e scomposizione, dell'affermazione impli-
cita che nulla nasce dal nulla115 .
Il problema delle origini dell'atomismo ha cessato di essere tale nel
momento in cui sono venute meno le ragioni storiche per cui era stato
posto e la visione zelleriana è stata accolta quasi come un dogma. Se si
eccettua uno studio di Sinnige che ha discusso le testimonianze aristoteli-
che alla maniera chernissiana riportando alla Ionia e ad Anassagora le
radici dell'atomismo e riferendo eventuali echi eleatici alla mediazione di
quest'ultimo116 , la rappresentazione eleatizzante trasmessa soprattutto da
Aristotele o da quello che di Aristotele si è voluto interpretare come tale,
si è imposta in maniera indiscussa a cominciare dal Bailey che nel suo
Greek Atomists and Epicurus, faceva di Leucippo un allievo degli Eleati.
Sempre sulla scia di questa tendenza, ma con una ulteriore spinta verso
una ontologizzazione e una rappresentazione matematizzante della dot-
trina atomista, si è posto l'Alfieri il quale, fortemente influenzato dal giu-
dizio hegeliano, ha sovrapposto un assunto metodologico, di tipo hege-
liano appunto, alle testimonianze reali sull'atomismo. Egli dichiarava
apertamente che si devono ricercare, al di là delle testimonianze dossogra-
fiche, i presupposti logici della dottrina atomista per non sminuirne il
valore speculativo117 . La preoccupazione, già zelleriana, per eventuali criti-
che ad un atomismo empirico determina tutta l'interpretazione alfieriana la
quale fa di Leucippo e Democrito dei platonici ante litteram, sostenitori di

113 Brieger 1901, 161-186.


114 Gomperz 1922, 288: "Verkehrt aber ist es, aus den sonstigen Berührungen der beiden
Lehren (scil. des Leukipp und des Parmenides) auf die Abhängigkeit der einen von der an-
deren zu schliessen".
115 Brieger 1901, 179.
116 Sinnige 1968, 138-71.
117 Alfieri 1979, 15.
Introduzione 27

una dottrina di matrice eleatica matematizzante, radicata negli assunti del


pitagorismo (o piuttosto in quelli che Alfieri riteneva tali). A queste radici
matematiche risalirebbero la valutazione positiva del non essere come
spazio e della molteplicità. Ancora al pitagorismo sarebbe da ricondurre il
carattere dell'atomo concepito come unità aritmetica e forma geometrica
astratta. In pratica Alfieri trasponeva esplicitamente118 agli atomisti le ori-
gini della filosofia platonica: Platone avrebbe solamente sviluppato un
maggior interesse per l'intellegibile, gli atomisti per il sensibile, l'uno e gli
altri, però, avrebbero individuato nelle forme matematiche degli enti in-
termedi. A prescindere dal carattere teorico astratto della matematica de-
mocritea, tutto da dimostrare, l'interpretazione dell'Alfieri è il risultato più
evidente della persistenza nei secoli dei pre-supposti che avevano origi-
nato anche una certa rappresentazione aristotelica dell'atomismo, e cioè la
problematica dell'infinita divisibilità e degli indivisibili e i relativi concetti
elaborati in questo ambito da Platone e dall'Accademia. Rispetto comun-
que ad Aristotele, che forniva anche una immagine alternativa e una rap-
presentazione fisica dell'atomismo, Alfieri prescindeva metodologica-
mente proprio da quelle testimonianze che presentano una dottrina fisica
e non matematica come egli la intendeva.
Dipendenza dagli Eleati e anticipazione di dottrine accademiche119 ed
Epicuree costituiscono in sintesi l'interpretazione dell'atomismo fornita da
Lur'e le cui tesi sono state comunque ampiamente confutate già da Mau e
Furley. Lur'e ha il merito di aver raccolto finora la più grande congerie di
testimonianze sull'atomismo, ma il suo principale difetto metodologico
consiste nell'utilizzazione acritica delle fonti120 .
Se Alfieri e Lur'e costituiscono portano all'estremo la platonizzazione
dell'atomismo, altri interpreti come Furley (1967; 1987), pur accettando le
tesi della derivazione dall'eleatismo, individuano anche i problemi che ne
scaturiscono, in particolare la difficoltà di definire il tipo di indivisibilità
dell'atomo e la sua specifica relazione con i paradossi zenoniani.
Una linea interpretativa di area anglosassone si è, in questo ultimo de-
cennio, affannata a "salvare" la reputazione di Democrito come filosofo 121
proprio basandosi sulle presunte risposte ai paradossi zenoniani e svilup-
pando brillanti ipotesi che tuttavia fanno sparire completamente dall'oriz-

118 Alfieri 1979, 50.


119 Fino all'assurdità di anticipare a Democrito la successione punto-linea-superficie-solido,
testimoniata solo per la scuola platonica e di vedere anche una critica all'atomismo antico
nel trattato De lineis. Cf. Lur'e 1932, 148ss.; 1970, 333.
120 Lur'e attribuisce ad esempio lo stesso valore ad Aristotele e ai suoi commentatori neoplato-
nici. Il suo esempio è stato seguito anche in alcune dissertazioni più recenti sull'atomismo,
in particolare Löbl 1976 (cf. anche 1987) e Nikolau 1998.
121 Cf. Makin 1993, supra, n. 100.
28 Introduzione

zonte il contesto in cui Democrito ha vissuto e il sostrato della trasmis-


sione delle sue dottrine. A monte del rapporto Democrito-Zenone c'è
naturalmente l'ulteriore problema della definizione dei paradossi, della
loro funzione e della posizione stessa di Zenone nel suo contesto storico-
culturale. Negli studi moderni egli viene infatti interpretato secondo l'im-
magine canonica tramandata da Platone nel Parmenide, quella di un allievo
che ha cercato di dimostrare per altra via l'assunto del suo maestro se-
condo cui l'essere è uno. In realtà questa rappresentazione, predominante
nella storiografia filosofica antica, ha completamente isolato questa figura
dal suo contesto storico-culturale. Sebbene non sia questo il luogo di rive-
dere la tradizione su Zenone, è opportuno sottolineare che, quando si
parla di una "reazione" democritea ai paradossi, si deve tener presente che
Democrito, se mai li ha presi in considerazione, potrebbe averne avuto
anche una percezione diversa da quella platonica122 . I paradossi zenoniani
risultano in effetti molto meno matematizzanti e astratti se liberati dal
carico concettuale delle interpretazioni seriori e visti come una strategia
pratica tesa a distruggere gli automatismi mentali. In ogni caso sia il vero
Zenone che il vero Democrito potevano essere anche diversi dalla rappre-
sentazione che ne dà la tradizione platonica e rispettivamente aristotelico-
teofrastea.
L'inserimento dell'atomismo nell'ambito della problematica degli indi-
visibili conduce comunque ad un ulteriore dilemma, sempre dibattuto, ma
mai risolto completamente e cioè quello della natura dell'atomo. Si tratta,
anche in questo caso, di una vecchia questione presente nella tradizione
antica in descrizioni del tutto contrastanti che hanno generato, a seconda
del peso maggiore assegnato all'uno o all'altro testo, interpretazioni del
tutto divergenti. Una soluzione palesemente anacronistica è quella di Lur'e
che ha interpretato l'atomo democriteo come un indivisibile fisico delimi-
tato a sua volta da minimi privi di parti come quello epicureo. Lur'e si
appoggia in particolare su un passo di Alessandro di Afrodisia123 adattando
altre testimonianze a questo schema e attribuendo errori di interpretazione
ai numerosi testi che contraddicono questa visione.
Per il resto, l'interpretazione dell'atomo degli atomisti antichi è oscil-
lante a seconda della valutazione delle fonti. Alcuni interpreti vedono
l'atomo come un indivisibile assoluto in quanto solo così potrebbe costi-
tuire una soluzione del paradosso zenoniano. A conferma di questa tesi
citano il rimprovero di Aristotele agli atomisti di essere andati contro i
principi della matematica e altri testi tardi che attribuiscono loro specifi-

122 Su una rappresentazione alternativa a quella del Parmenide platonico, attestata già dal IV
sec. a.C. e in Platone stesso, che vede Zenone disputare in utramque partem, v. infra, III 2. 1.
n. 24.
123 Alex. Metaph. 985b 19, 36,25 (123 L.). Per la discussione del passo, v. infra, VI 3. 1 n. 77.
Introduzione 29

camente dei minimi privi di parti124 . Indivisibilità fisica, ma non teoretica


gli viene attribuita da coloro che ritengono invece il problema dell'indivi-
sibilità matematica estraneo alla prospettiva fisica democritea che separa
nettamente la fisica dalla geometria125 . Mau faceva dell'atomo democriteo
un minimo-misura variabile a seconda dell'ordine delle grandezze126 . Una
tendenza impostasi in area anglosassone negli anni novanta punta invece il
dito sull'inadeguatezza di queste interpretazioni giudicando il dibattito
sull'indivisibilità fisica e teoretica un falso problema. L'indivisibilità sa-
rebbe giustificata non in base ad un argomento fisico, ma in base ad un
argomento "filosofico" di matrice eleatica quale quello dell'omogeneità
dell'atomo che risponderebbe ai requisiti posti dall'argomento dell'indiffe-
renza: non c'è ragione che un atomo sia divisibile più in un punto che in
un altro127 .

4. Democrito, l'Accademia e le interpretazioni dell'atomo


Come si vede le ipotesi sui fondamenti dell'atomismo antico e sulla natura
dell'atomo sono numerose e partono comunque tutte dal pre-supposto
che specifici testi aristotelici o di autori tardi offrano una visione reale e
obiettiva dell'atomismo e delle sue radici. In tutti questi studi manca tutta-
via una decisa e radicale analisi delle fonti a cominciare dai vari passi ari-
stotelici per finire con gli autori neoplatonici. Tali testi vengono usati di
volta in volta per dimostrare l'una o l'altra tesi, ma mai sottoposte ad un'a-
nalisi critica globale.
Lo scopo primario di questo lavoro consiste invece principalmente
nell'esame e nella valutazione contestuale e sistematica delle fonti antiche
che permetta di individuare i pre-supposti di una certa interpretazione
unidirezionale delle dottrine di Leucippo e Democrito, limitata esclusiva-
mente alla considerazione dei rapporti con altre "filosofie" e all'inseri-
mento nella problematica degli indivisibili. Si tratta di un passaggio neces-
sario per ampliare la prospettiva sul contesto e la natura dell'atomismo ad
altri ambiti fuori di quello specificamente filosofico.
Uno dei lavori più importanti per un nuovo inquadramento della pro-
blematica dell'atomismo, non tanto perché tratti il tema specifico, quanto
per le indicazioni e gli spunti che offre, e che è incomprensibilmente pas-

124 Furley 1967, cap. VI; 1987, 124-127. Per la discussione dei passi di Arist. De cael. G 4 e
Simpl. In Phys. 231a 21, 925,10 (67 A 13 DK; 113 L.) in particolare, v. infra, VI 3. 4.
125 Calogero I, 1967, 432; Baldes 1972, 16, 38, 43ss.; lo stesso Furley 1987, 130 sembra venti-
lare un'ipotesi di questo tipo per risolvere i problemi del rapporto con la matematica.
126 Mau 1954, 22ss.
127 Cf. Makin 1989; 1993, 54-62; Lewis 1998.
30 Introduzione

sato quasi inosservato anche nelle interpretazioni più recenti, è il capitolo


su Democrito di Platonismus und hellenistische Philosophie di Hans Joachim
Krämer. Krämer individua molto chiaramente nelle polemiche di Aristo-
tele contro gli indivisibili accademici uno dei maggiori pre-supposti del-
l'inquadramento aristotelico dell'atomismo antico. L'atomismo accade-
mico, il cui rappresentante principale per la tradizione antica è Senocrate,
è stato in realtà sempre completamente trascurato negli studi sull'atomi-
smo antico (se si esclude un breve capitolo eminentemente descrittivo, ma
isolato, dedicatogli da Furley128 ). Eppure la tematica della divisibilità
all'infinito delle grandezze e degli indivisibili discussa nell'Accademia
fornisce ad Aristotele l'apparato concettuale per interpretare l'atomismo e
rappresenta il filtro culturale attraverso cui passano le sue letture non solo
degli atomisti, ma anche delle presunte teorie corpuscolariste dei preso-
cratici. E' infatti principalmente il confronto critico implicito o esplicito
con le dottrine accademiche a costituire il sottofondo di molti passi nei
quali Aristotele discute questi temi129 , confronto di cui egli spesso si serve
come di un'arma contro quelli che erano nel frattempo divenuti i suoi più
diretti avversari. Indizi presenti in allusioni aristoteliche e in testi più tardi,
combinati con aneddoti riguardanti la conoscenza di Democrito da parte
di Platone, portano a pensare che le teorie democritee fossero state inter-
pretate e discusse non tanto dal maestro quanto soprattutto dai suoi allievi
pitagorizzanti130 . Gli autori antichi riportano inoltre con sicurezza a Seno-
crate la discussione e la soluzione dei paradossi zenoniani con la dottrina
delle linee indivisibili. Si tratta proprio dello stesso punto da cui, secondo
l'interpretazione moderna di un passo di Aristotele (De gen. et corr. A 2),
avrebbe preso le mosse anche Democrito. Questa coincidenza e il fatto
che il passo aristotelico non attribuisce la dimostrazione della necessità
degli indivisibili specificamente a Democrito, ma si mantiene su formula-
zioni piuttosto vaghe, giustifica il sospetto che il pre-supposto della pro-
blematica trattata qui da Aristotele stia proprio nella discussione accade-
mica del paradosso cosiddetto "della dicotomia" di Zenone. In questo
sostrato interpretativo, nel quale anche Aristotele spesso si inserisce e del
quale utilizza i concetti, si devono dunque ricercare le radici di quella rap-
presentazione delle dottrine fisiche leucippee e democritee in una certa
prospettiva teorica (il vuoto come un altro dall'essere, l'atomo come un
minimo fisico assolutamente indivisibile) legata alla problematica dell'elea-
tismo. In questa ottica va rivista anche la trattazione aristotelica della na-
scita dell'atomismo di Leucippo come correzione di teorie eleatiche, ma su
128 Furley 1967, cap. VII.
129 Per il presunto corpuscolarismo di Empedocle, cf. Gemelli Marciano 1991a.
130 V. infra, I 2. Eraclide Pontico aveva scritto ben due opere su Democrito. Heraclid. Fr. 22
Wehrli (Diog. Laert. 5,86) Pro;" Dhmovkriton. Pro;" to;n Dhmovkriton ejxhghvsei" a .v
Introduzione 31

presupposti eleatici e la presentazione della dottrina dell'atomo come ri-


sposta alle aporie zenoniane. D'altra parte Aristotele e Teofrasto forni-
scono parallelamente anche un quadro dell'atomismo diverso dal prece-
dente, legato soprattutto a considerazioni eminentemente fisiche che sem-
bra talvolta entrare in collisione con l'altra rappresentazione. Si tratta in
realtà di contesti diversi in cui prevalgono interessi storico-descrittivi su
quelli argomentativi maggiormente sottoposti al condizionamento dell'ap-
parato concettuale corrente e dei fini stessi della dimostrazione.
L'immagine bifronte dell'atomismo antico si estende comunque attra-
verso la mediazione della dossografia e della tradizione di scuola per tutta
l'antichità rendendo difficile qualsiasi tentativo di interpretazione. Accanto
ad un atomo di Leucippo e Democrito solido e compatto come quello
epicureo (la rappresentazione nettamente prevalente), emerge qua e là un
minimo fisico indivisibile per la piccolezza e privo di parti contrapposto a
quello solido di Epicuro. Come sia stata mediata questa immagine, che nei
testi aristotelici si intravvede solo raramente in un sottofondo di allusioni,
rimane un problema. Si può stabilire invece, attraverso l'esame delle ca-
ratteristiche strutturali dei testi che presentano questa interpretazione del-
l'atomo, l'identità dei mediatori di questa visione "diafonica" dell'atomi-
smo. Jaap Mansfeld ha mostrato, per quanto riguarda la dossografia
sull'anima, che il tratto specifico della diaphonia, presente in alcuni testi
rimanda all'Accademia scettica131 . Lo stesso si può dire per i passi in cui
l'atomo indivisibile per la piccolezza e privo di parti di Leucippo (più ra-
ramente di Democrito), viene opposto a quello solido epicureo: è l'Acca-
demia scettica ad aver discusso e formulato in maniera dialettica la pro-
blematica dell'atomismo e ad aver propagato anche l'immagine bifronte
del rapporto fra le dottrine di Epicuro e quelle degli atomisti antichi sot-
tolineandone, a seconda del contesto, la sostanziale uguaglianza o l'aperto
dissenso. Questo procedimento, che ha disorientato gli esegeti moderni,
era tuttavia funzionale al metodo dialettico confutativo con cui l'Accade-
mia scettica affrontava le dottrine dei cosiddetti dogmatici. Nel momento
in cui si voleva mettere in rilievo la scarsa originalità di Epicuro, se ne
sottolineava la servile dipendenza da Democrito, quando invece si voleva
dimostrare che Epicuro aveva fatto peggio dei predecessori o che gli ato-
misti si contraddicevano l'un l'altro, si applicava lo schema della diaphonia.
Alcuni degli excursus delle fonti antiche impostati soprattutto su una critica
all'atomismo in genere hanno come modelli queste confutazioni. Ciò non
impedisce ovviamente che, per altri aspetti della dottrina atomista, autori
come Cicerone e Plutarco abbiano potuto servirsi anche di altre fonti. Gli
autori cristiani, spesso tralasciati e considerati di scarso rilievo negli studi

131 Mansfeld 1989a, 338-342; cf. anche 1990a, 3056-3229.


32 Introduzione

sull'atomismo, si sono abbondantemente serviti, ovviamente attraverso


mediazioni, della rappresentazione critica elaborata nell'Accademia scet-
tica. Per quanto arbitrarie e personali possano sembrare certe loro argo-
mentazioni, non si tratta affatto di critiche sviluppate individualmente, ma
di motivi dialettici risalenti all'uso dell'Accademia scettica di confutare le
dottrine dogmatiche mettendone in luce non solo la discordanza con altre,
ma anche le contraddizioni interne. Quest'uso si integrava perfettamente
con il fine degli scrittori ecclesiastici: l'annientamento della tradizione cul-
turale pagana. Dimostrando come quelli che i "gentili" stimavano filosofi
fossero una accolita sempre in disaccordo fra di loro e sostenessero delle
tesi apertamente contradditorie, essi minavano alle basi la credibilità della
cultura e dei valori pagani132 . Gli autori cristiani si dimostrano dunque
estremamente utili per chiarire certe oscurità di resoconti dossografici
facenti capo in definitiva alla stessa tradizione.
Una attenzione particolare è stata dedicata nel presente lavoro anche
ai commentatori aristotelici la cui utilizzazione ha portato ad interpreta-
zioni assolutamente discordanti. Essi sono stati spesso assunti come te-
stimonianze valide a tutti gli effetti per ricostruire una dottrina atomista
originaria, nonostante sia comunemente ammesso che nessuno di loro
aveva accesso diretto alle opere degli atomisti133 . Se è vero che Simplicio
conosceva di prima mano l'opera di Aristotele su Democrito, di cui riporta
l'unico frammento esistente, e le doxai di Teofrasto dalle quali verosimil-
mente attinge per il resoconto su Leucippo e Democrito, non è comunque
assolutamente scontato che se ne serva ogniqualvolta tratta dell'atomismo.
I commentatori, quando devono commentare uno specifico passo aristo-
telico, seguono spesso esegeti a loro vicini o si rifanno alla dossografia o a
tradizioni più antiche, ma non ai testi originali. Lo stesso Simplicio, l'unico
che conosce gran parte degli originali di prima mano, li cita solo in casi
particolari, quando cioè è in disaccordo con qualcuno dei suoi predeces-
sori sull'interpretazione di un determinato passo. Per quel che riguarda le
testimonianze di questi esegeti sull'atomismo antico, il panorama è com-
plesso e sconsolante: a fronte dell'ortodossia peripatetica e aristotelica
talvolta integrata con la tradizione epicurea di Alessandro, sta la volubilità

132 Questo assunto, fondamentale delle opere di Eusebio e Teodoreto, giustifica la dovizia di
informazioni sulle opinioni dei filosofi greci da loro offerta. Cf. Diels 1879, 47. Sull'uso
della diaphonia presso gli autori cristiani finalizzato alla confutazione delle dottrine pagane,
cf. Riedweg 1994, VI 3 con abbondante esemplificazione.
133 Ancora negli studi più recenti (cf. e.g. Löbl 1976, 1987, Nicolau 1994, Makin 1993, 49-53)
si continua sorprendentemente ad utilizzare ad esempio il Filopono nel quale non c'è la
minima traccia di contatto diretto coi testi non solo degli atomisti, ma neppure degli altri
presocratici più citati come Empedocle. Sullo scarso valore delle testimonianze del Filo-
pono in relazione all'indivisibilità dell'atomo, cf. anche Bodnár 1998. Simplicio poi conti-
nua a fare testo, cf. Makin 1993, Lewis 1998, Hasper 2002.
Introduzione 33

dei commentatori neoplatonici che, senza alcun problema, offrono esegesi


opposte in contesti diversi. Questo è tuttavia perfettamente comprensibile
alla luce della tradizione dei commenti neoplatonici ad Aristotele: talvolta
infatti i commentatori si rifanno ad Alessandro o a qualche altro peripate-
tico, talaltra utilizzano i testi dei loro predecessori neoplatonici quali Porfi-
rio e Giamblico creando nei moderni quell'impressione di "schizofrenia
esegetica" da cui scaturiscono rappresentazioni totalmente discordanti
dell'atomismo antico.
Qualcuno potrebbe obiettare che queste considerazioni rischiano di
offuscare l'immagine di Simplicio togliendogli ogni "originalità" e facen-
done un semplice compilatore, ma anche la difesa dell'"originalità" degli
autori antichi è in gran parte un bisogno derivato dai nostri pre-supposti
culturali. Oggi, essere "originali" significa distanziarsi dalla tradizione, dire
qualcosa che nessuno ha mai detto. Per i commentatori neoplatonici di
Aristotele, e non solo per loro, invece, la continuità con la tradizione, che
significa anche ripresa più o meno letterale di brani dei predecessori, è
fondamentale. Essi possono "aggiungere" qualcosa a quanto già detto o
anche talvolta esprimere posizioni differenti, ma il grosso del loro com-
mento è basato sugli insegnamenti dei "maestri"134 e sull'interpretazione
che costoro hanno dato dei singoli passi. Su questo punto è illuminante un
articolo di John Dillon che illustra in modo esemplare il tema dei "debiti"
dei commentatori neoplatonici soprattutto nei confronti di Giamblico.
Cercando di raccogliere i frammenti del perduto commento alle Categorie
aristoteliche di quest'ultimo, Dillon afferma di essere arrivato a questa
conclusione
that there is really no pressing need to collect the fragments of Iamblichus' lost
commentary on the Categories because after all it is not really lost; it is virtually all
still there, embedded in the amber of Simplicius135 .
Prescindendo dunque da giudizi di valore e tenendo conto di questa pecu-
liarità metodologica dei commentatori neoplatonici di Aristotele, si può
affermare che le loro testimonianze sugli atomisti antichi vanno esaminate
alla luce dei singoli contesti. Il risultato, come si vedrà, non è entusia-
smante: i testi dei commentatori, fuori dalle citazioni dirette da Aristotele
o Teofrasto, sono inutilizzabili per la ricostruzione delle dottrine atomisti-

134 Cf. e.g. le dichiarazioni Simplicio nel suo commento alle Categorie (Prooem. 3,4 ejgw; ga;r
ejnevtucon me; n kaiv tisi tw'n eijrhmev nwn suggrav mmasin, ejpimelevsteron de; wJ" oi|ov" te h\ n toi'"
Iamblivcou parakolouqw'n ajpegrayavmhn, kai; aujth'i pollacou' th'i levxei tou' filosovfou
crhsavmeno"), su cui ha attirato l'attenzione Dillon 1998, 175. Simplicio continua affer-
mando che il suo scopo è quello di riassumere le opere dei suoi predecessori per comuni-
carne il contenuto anche a coloro che non sono in grado di leggerle per esteso. Sul metodo
di Simplicio, cf. anche Hadot 1987 e 2002.
135 Dillon 1998, 176.
34 Introduzione

che originali. La delusione per l'esito è comunque compensata dalla con-


statazione che uno dei principali motivi di confusione e di infiniti dibattiti
è completamente privo di consistenza.

5. Osservazioni metodologiche
Dato che alcuni problemi e concetti più generali concernenti la trasmis-
sione e l'interpretazione delle dottrine degli antichi e altri riguardanti più
specificamente l'atomismo sono stati e sono tuttora oggetto di discussione
e ridefinizione, ritengo opportuno fare alcune precisazioni sull'approccio e
la terminologia adottata nel presente studio.
Un punto fondamentale da chiarire poiché spesso, soprattutto in que-
sti ultimi anni, ha costituito un nodo cruciale e dibattuto nell'ambito del-
l'interpretazione dei presocratici e sul quale a mio parere vige attualmente
una certa confusione è la legittimità di un certo approccio "filosofico", in
particolare analitico, a questi autori. E' un problema antico che risale so-
prattutto ad Aristotele al quale più o meno consciamente si richiamano
tutti i difensori della tesi secondo cui i presocratici sono "filosofi" e come
tali vanno interpretati. Rimane tuttavia da definire se essi debbano consi-
derarsi "filosofi" nel senso moderno, cioè personaggi dediti alla discus-
sione speculativa e lontani dalle "cure" pratiche e se debbano quindi rien-
trare a questo punto in una storia della filosofia che si ostina a considerare
tale solo la discussione di questioni teoriche, o se invece si tratti di sapienti
radicati nel loro contesto culturale che li influenza e che essi stessi influen-
zano attivamente e dunque siano "filosofi" nel senso etimologico di
"amanti della sofiva" con tutte le connotazioni pratiche che questo ter-
mine comporta. E' questo infatti il nodo cruciale passato sotto silenzio
nell'approccio esclusivamente filosofico. Si deve dunque essere ben consci
del fatto che i loro testi sono stati, da Aristotele in poi, estrapolati a pia-
cere dal loro contesto culturale e continuamente riusati e manipolati ai fini
della discussione dialettica o della dimostrazione di determinate teorie o
della ricostruzione di un albero genealogico delle scuole filosofiche senza
alcuna considerazione per la loro diversità intrinseca e per il loro contesto
specifico. Essi sono stati per così dire "travolti dalla filosofia" e da testi
estremamente diversi fra loro per origine, scopi e destinazione pratica,
sono diventati appunto esercizi speculativi di personaggi che, come mo-
derni accademici, discutono fra loro più o meno a distanza di questioni
teoriche. Se questa immagine può attagliarsi alle scuole filosofiche elleni-
stiche (ma anche qui ci sarebbero da fare dei distinguo), è assolutamente
priva di fondamento per i presocratici, ma viene continuamente riproposta
nell'approccio filosofico analitico che può così prescindere dall'analisi
Introduzione 35

globale delle fonti e della tradizione indiretta, dall'esame di una più vasta
gamma di testimonianze di diverso genere fuori dell'ambito strettamente
filosofico, dal tentativo di ancorare i frammenti e le testimonianze ad un
contesto storico. La giustificazione generalmente fornita per questo tipo di
interpretazione è che in ogni caso non si può arrivare ad una ricostruzione
esatta del pensiero di questi autori e che dunque è legittimo spiegarli con
concetti a noi familiari per poterli comprendere (la cosiddetta "rational
reconstruction"136 ), ma su questo punto valgono le osservazioni fatte
all'inizio di questo capitolo. Questo tipo di approccio alla cultura antica, se
nell'immediato sembra produttivo e gratificante, a lungo termine non può
che portare alla cancellazione di ogni traccia delle dottrine originali. L'in-
terpretazione moderna di Democrito, condotta su questa linea, ha con-
dotto non solo a durissimi giudizi etici e filosofici e a successivi tentativi
altrettanto anacronistici di "salvataggio"137 , ma anche al rigetto e all'emargi-
nazione sistematica di aspetti importanti della sua opera quali quello "tec-
nico", un fatto che si è ripercosso anche sull'interpretazione della dottrina
dell'atomo. In questo lavoro ho quindi cercato, con tutti i limiti e le possi-
bilità di errore connaturati ad una ricerca a vasto raggio su un campo dis-
seminato di rovine, di affrontare l'analisi delle fonti antiche sull'indivisibi-
lità dell'atomo e di contestualizzarle ogni volta nell'ambito da cui esse
provengono.
Per tutto quanto ho ora esposto e nonostante ormai sia divenuto un
topos nella Sekundärliteratur sugli atomisti precisare tutte le possibili sfu-
mature del termine indivisibilità, ho deciso deliberatamente di tralasciare
questo tema non solo perché altri lo hanno già fatto138 , ma soprattutto
perché, in relazione all'atomismo antico, si tratta, a mio avviso, di distin-
zioni prive di qualsiasi fondamento storico139 . Rimando per questo alla
lettura del capitolo conclusivo in cui ho cercato brevemente di contestua-
lizzare le dottrine degli atomisti nell'atmosfera culturale del V sec. a.C.
sottolineandone in particolare il rapporto con la medicina e rivalutando
anche aspetti stilistici e testimonianze generalmente trascurate. In questo
contesto le speculazioni moderne sull'indivisibilità dell'atomo risultano

136 Cf. Makin 1998 e Rorty 1984.


137 Makin 1993, 15 giustifica il suo uso di "analytic techniques" lontane dalla realtà storica dei
presocratici con il già citato principio della "charity", ma aggiunge che tuttavia i risultati di
questo procedimento non devono essere necessariamente "ahistorical". Egli però intende
per "storico" una "Entwicklungsgeschichte des Geistes" alla maniera zelleriana e si limita a
considerare come "evidenza storica" la testimonianza o il frammento in sé e per sé senza
alcuna correlazione con un contesto storico-culturale.
138 Cf. la discussione del termine in Barnes 1982, 50ss.; Lewis 1998, 6ss.; Makin 1979, 1993,
cap. III; Taylor 1999, 164-171.
139 Cf. anche Sorabji 1983, 354-357; Held 1998, 27.
36 Introduzione

estremamente lontane da una visione del mondo sostanzialmente ancorata


alla realtà socio-politica, ai fenomeni, ai corpi.
Un'altra precisazione va fatta riguardo all'impiego dei termini "dosso-
grafia" e "dossografico". Diels, che li ha coniati, si riferiva esclusivamente
alle raccolte di doxai facenti capo al cosiddetto Aezio e risalenti nel loro
nucleo originario alle Fusikai; dovxai di Teofrasto. Col tempo questi ter-
mini hanno assunto una connotazione più ampia con evidenti degenera-
zioni140 . Mansfeld 141 e Runia mettono in guardia dall'uso improprio di que-
sto termine estendendo la restrizione anche a quei testi contenenti sì passi
"dossografici", ma tali solo nella forma, non negli scopi. In un discorso
sulla trasmissione di dottrine specifiche rimane comunque, al di là delle
distinzioni concettuali, il problema di rendere questi passi immediata-
mente riconoscibili. Ed è per questo che, in maniera pur imprecisa, ma per
una questione di comodità, ho usato talvolta il termine "dossografico"
anche quei resoconti caratterizzati da uno stile dossografico come certi
brani di Cicerone, Plutarco e Sesto Empirico142 . Un ulteriore problema di
denominazione si presenta in relazione ad un altro tipo di testimonianze.
Ci sono infatti buone ragioni per credere che, accanto ad una trasmissione
compendiaria (la dossografia cioè in senso stretto), ci fosse, per lo meno
in alcune scuole filosofiche, la consuetudine di utilizzare repertori di cita-
zioni letterali su temi particolari. Questa tendenza è particolarmente evi-
dente nella trasmissione di citazioni sul tema della gnoseologia nella tradi-
zione scettica. Le stesse citazioni o gli stessi gruppi di citazioni letterali
dagli stessi autori si ripetono regolarmente nelle fonti riconducibili a que-
sto filone e riportabili in alcuni casi sicuramente al capostipite dell'Acca-
demia scettica, Arcesilao143 . Tali "repertori" non appartengono al genere
"dossografico" in senso stretto, ma presentano similitudini nella forma (in
quanto riportano, sebbene in forma letterale, dovxai su argomenti specifici)
e negli obiettivi (in quanto forniscono una panoramica generale delle opi-
nioni su determinati problemi). Gli studi moderni hanno inoltre eviden-
ziato l'importanza di rudimentali raccolte di opinioni, organizzate intorno
a temi-chiave quali il numero dei principi, circolanti in ambito sofistico già
prima di Platone144 e di cui quest'ultimo e Aristotele, si sono serviti
ampliandoli e adattandoli ai loro scopi145 . Mi sembra dunque che l'uso
ristretto della denominazione "dossografia" e "dossografico", invece di

140 Cf. un excursus sugli usi moderni impropri del termine in Runia 1999, 33s.
141 Mansfeld 1999, 19.
142 Cui, secondo Mansfeld 1999, 19 e Runia 1999, 52 non si dovrebbe applicare questa "eti-
chetta".
143 Nel caso specifico di Democrito, cf. Gemelli Marciano 1998.
144 V. infra, III 2. 2. 1.
145 Cf. von Kienle 1961, Cambiano 1986, Mansfeld 1986 [1990b, 22-83].
Introduzione 37

semplificare, complichi inutilmente il problema terminologico. Se ci può


essere accordo sul fatto che la dossografia come genere specifico è quella
teofrasteo-aeziana, è tuttavia anche innegabile che certi brani di stile dos-
sografico, con relative interpretazioni, nella letteratura filosofica o scienti-
fica fanno parte a pieno titolo di una trasmissione di doxai all'interno di
una tradizione e non sono semplici rimaneggiamenti dell'autore stesso di
materiale direttamente tratto da manuali come quello di Aezio146 . Per que-
sti motivi ho usato la denominazione resoconto dossografico in maniera
talvolta informale e in una accezione più vasta rispetto all'uso originale
dielsiano e a quello raccomandato da Mansfeld e Runia. Ho considerato
resoconti dossografici in senso lato anche dei brani di Aristotele, sia isolati
sia inseriti in contesti argomentativi, caratterizzati da uno stile "dossogra-
fico" vale a dire da una esposizione schematica, basata su concetti-chiave
(ad es. numero dei principi, carattere dei principi) nella quale prevalgono
interessi descrittivi. In pratica quegli appunti che Aristotele stendeva per
avere davanti a sé un panorama riassuntivo globale delle opinioni dei pre-
decessori su un determinato problema e dai quali attingeva di volta in
volta a seconda delle proprie esigenze147 . Che Aristotele disponesse, anche
nel caso di Democrito, di appunti di questo genere, lo si può dedurre dal
parallelismo di diversi passi descrittivi riguardanti le dottrine atomiste148 .
Nella tradizione tarda si fa poi strada anche una maniera diversa di
utilizzare i dati dossografici. Spesso infatti le informazioni sono organiz-
zate secondo schemi antilogici, vale a dire come doxai contrapposte tese a
dimostrare l'inconsistenza di tutte le opinioni dogmatiche. Si tratta del
metodo utilizzato nell'Accademia scettica e nel neopirronismo di cui si
trovano esempi numerosi in Cicerone e Sesto Empirico, ma anche negli
autori cristiani. In questo caso le doxai vengono usate in un contesto parti-
colare, talvolta organizzato in forma di dialogo, che implica, spesso in
maniera non facilmente distinguibile, interventi critici. In questi casi, le
singole opinioni degli antichi trascinano con sé anche il bagaglio critico e il
tutto diventa "repertorio" manualistico.
Ho impiegato con parsimonia anche il termine "fonte" nella sua acce-
zione tradizionale di testo identificabile con una certa sicurezza e ricopiato
in maniera più o meno fedele da un determinato autore. Ho fatto invece

146 Sulla necessità pratica dell'uso più ampio della denominazione di "dossografia", cf. Van der
Eijk 1999, 21s.
147 Sulla necessità di redigere tali appunti subordinatamente alla trattazione dei singoli pro-
blemi, cf. Top. 105b 12 e Mansfeld 1992b, 332.
148 Cf. in particolare le concordanze fra Arist. Fr. 208 Rose e De gen. et corr. A 8, infra, III 4. 3.
38 Introduzione

più spesso riferimento ad una "tradizione"149 . Questo perché, nella


maggioranza dei casi, i resoconti postteofrastei, generali o particolari, sulla
dottrina dell'atomo risalgono a schemi correnti nelle diverse scuole filoso-
fiche ellenistiche e tardo-ellenistiche, talché è impresa disperata stabilire
con precisione la "fonte". Si può invece, con un margine inferiore di arbi-
trarietà, parlare di "tradizione" intendendo con questo termine le tendenze
interpretative delle teorie democritee tipiche di singole scuole filosofiche o
di una specifica letteratura tecnica. In questo tipo di trasmissione rimane
aperto e fluttuante, spesso entro limiti non ben definibili, il gioco di inter-
scambio fra trasmissione orale e fissazione scritta di una determinata in-
terpretazione. Questo vale ad esempio per l'immagine di un Democrito
scettico cui è collegato un gruppo specifico di sentenze irradiate dalle
lezioni di Arcesilao150 , ma confluite poi nelle trattazioni di scuola da cui
attinge ad esempio Cicerone. Soprattutto risulta difficile stabilire delle
precise distinzioni fra trasmissione orale e scritta nell'ambito, peraltro
importante e indicativo, della critica sviluppata contro una determinata
doxa. Qui repertori argomentativi tramandatisi oralmente nell'esercizio
scolastico hanno avuto probabilmente la stessa efficacia e la stessa persi-
stenza di critiche fissate per iscritto. In questo caso, più importante della
determinazione della precisa provenienza della critica e della doxa che l'ha
generata, è l'individuazione della tendenza interpretativa da questa veico-
lata e, in termini più generali, la possibilità di risalire per lo meno ad una
scuola filosofica o ad una tradizione di altra provenienza. E' soprattutto
l'elemento di continuità nell'esegesi dei testi e degli autori antichi all'in-
terno delle scuole filosofiche e delle altre tradizioni a costituire il filo con-
duttore dell'interpretazione dei dati. Nel caso particolare delle testimo-
nianze sui fondamenti dell'atomismo antico, anche le rigide differenzia-
zioni fra citazione letterale, parafrasi, reminiscenza perdono facilmente il
loro valore funzionale. Si può comunque osservare che testi fondamentali
rimangono delle parafrasi quali quelle di Aristotele e di Teofrasto che,
nonostante i rimaneggiamenti, attingono direttamente agli originali.
Paradossalmente spesso le scarse citazioni letterali, quali quelle di Sesto
Empirico, Diogene Laerzio, Galeno ed altri, provengono da excerpta
conservatisi in una determinata tradizione di scuola o tramandatisi attra-
verso raccolte e, più che chiarificare, creano ulteriori complicazioni e pos-
sibilità di fraintendimento. La maggior parte del materiale è però costituito
da resoconti di seconda o di terza mano importanti per determinare il

149 Cf. Mansfeld 1999, 29 il quale utilizza, per l'interpretazione data dai singoli autori all'in-
terno di una tradizione, il termine "ricezione". Per la discussione sui termini "fonte" e "tra-
dizione" in relazione a Plotino, cf. Harder 1957.
150 Se Arcesilao abbia posto per iscritto delle opere filosofiche, risulta ancora poco chiaro dalle
testimonianze, cf. Görler 1994, 786s.
Introduzione 39

filone che li ha trasmessi, ma non fondamentali per risalire ad un nucleo


dottrinario originale.
Il presente lavoro è dedicato, per ragioni di economia e di unitarietà,
unicamente all'esame dei fondamenti e dell'origine della dottrina atomista
e tralascia volutamente un altro aspetto importante quale il tema della
conoscenza. Questo non solo investe una problematica che si allarga a
tutta la cultura del V sec. a.C., ma assume un suo carattere specifico anche
per ciò che concerne l'esame delle fonti e necessiterebbe di una trattazione
particolare. A questo aspetto ho dedicato comunque un piccolo spazio nel
capitolo conclusivo esaminando il cosiddetto "scetticismo" democriteo da
un'altra ottica, quella cioè delle strategie comunicative comuni anche ai
medici ippocratici.
Ho tralasciato altresì il problema specifico della matematica democri-
tea la cui discussione si basa soprattutto su testi generici o di difficile in-
terpretazione151 , dai quali poco di sicuro si può ricavare, o sui titoli delle
opere che presentano tutti i problemi dovuti alla catalogazione e alla tito-
lazione tarda e la cui lezione è talvolta controversa. Il problema rientra, a
mio avviso, nella questione generale della definizione della matematica del
V sec. a.C. il cui carattere di astrattezza e di sistematicità "scientifica" in
senso moderno non è assolutamente dimostrato. Del resto, se anche De-
mocrito fosse stato un buon matematico, ciò non deve necessariamente
aver influito sulla dottrina fisica; Senocrate, sostenitore delle linee indivisi-
bili, pur conoscendo gli assunti della matematica, ha ugualmente formu-
lato un'ipotesi considerata contraria a queste leggi. In secondo luogo il
problema del carattere matematico della dottrina democritea si pone solo
per chi parta dal presupposto che egli abbia veramente impostato la sua
teoria riflettendo sul problema astratto della divisibilità, presupposto ben
lungi dall'essere sicuro in quanto dipende in gran parte dall'interpretazione
del passo aristotelico di De gen. et corr. A 2 già citato precedentemente.
Questo lavoro affronta anche problematiche relative all'atomismo ac-
cademico, ma non può costituire uno studio specifico su di esso. Per que-
sta ragione, pur tenendo conto delle diverse tendenze interpretative, le ho
discusse dettagliatamente solo riguardo ai punti più direttamente significa-
tivi per le relazioni con l'atomismo antico, per il resto ho rimandato agli
studi specialistici. Per lo stesso motivo, ho lasciato ai margini la vexata
quaestio dell'attribuzione della dottrina delle linee indivisibili anche a Pla-
tone e in generale il problema della ungeschriebene Lehre e ho preferito se-
guire la tendenza esplicita delle fonti antiche che attribuisce sicuramente a
Senocrate la discussione delle aporie di Zenone e le linee indivisibili. In

151 Cf. Plut. De comm. not. 1079 E (68 B 155 DK; 126 L.); Archim. Mech. II,428,26 Heiberg (68
B 155 DK app.; 125 L.).
40 Introduzione

effetti, l'unico brano in cui sia menzionata esplicitamente una posizione


critica dell'Accademia nei confronti degli atomisti152 , sembra piuttosto da
ricondursi a Senocrate che a Platone.
Un particolare ruolo di chiarificazione dei presupposti e delle meto-
dologie dell'atomismo acquistano nell'ambito del presente studio i con-
fronti con i testi ippocratici. Nonostante la datazione controversa, se-
condo le edizioni recenti di alcuni trattati, sembra ormai assodato che i più
antichi si situino fra la seconda metà del V e la prima metà del IV sec. a.C.
e sono quindi grosso modo contemporanei a Democrito. Il principio se-
condo cui ho utilizzato questi testi è tuttavia in certo modo indipendente
dal problema cronologico in senso stretto. Non mi sono infatti, se non in
un caso specifico, soffermata su presunti echi più o meno diretti di dot-
trine democritee nel corpus secondo una metodologia invalsa fra gli storici
della filosofia, quanto piuttosto sul confronto neutro di tematiche e me-
todi, non necessariamente correlati, ma scaturenti da un fondo di cultura e
di esperienza comuni.
A differenza di quanto è stato fatto in molti studi sull'atomismo an-
tico, ho utilizzato solo marginalmente, e in casi specifici, finalizzati ad una
interpretazione delle fonti antiche, i testi epicurei e lucreziani nei quali è
sempre difficile stabilire i confini fra il riproduttivo e l'esegetico. Per
quanto riguarda in particolare l'interpretazione di Epicuro dell'atomismo
antico, ho cercato soprattutto di individuare una via alternativa: ho infatti
collegato la rivalutazione da parte di Epicuro delle dottrine democritee
all'interazione fra le critiche accademiche a quelle teorie da una parte, e la
sistematica utilizzazione in funzione antiaccademica da parte di Aristotele
dall'altra, e non alle critiche aristoteliche all'atomismo antico come vuole la
tradizione dall'antichità ad oggi. La trattazione di Epicuro sotto questo
aspetto non vuole essere un'analisi esauriente né una presa di posizione
definitiva, ma uno spunto funzionale alla ricostruzione della trasmissione
dell'atomismo antico, e come tale va valutata.
Per quanto riguarda l'ambito della dossografia in senso stretto, ho te-
nuto conto dell'interrogativo che oggi, sempre più frequentemente si pone
sulla validità oggettiva delle classificazioni dielsiane153 . Se nessuno
misconosce il grande valore dei Doxographi graeci del Diels, molti sono
dell'avviso che comunque vadano rivisti i presupposti che hanno guidato
le sue ricostruzioni in particolare quella del cosiddetto Aezio attraverso il
confronto fra i testi dello Pseudo-Plutarco e di Stobeo. Tali testi spesso
coincidono perfettamente, ma talvolta sono anche piuttosto diversi so-

152 Sext. Emp. Adv. Math. 10,248ss., v. infra, II 4.


153 Cf. Kingsley 1994, 235 n. 3; Mansfeld-Runia 1997.
Introduzione 41

prattutto nell'ordinamento delle voci154 e nell'espressione stessa di determi-


nate doxai. Diels ha spesso uniformato intervenendo sull'uno o sull'altro
testo ed eliminando così delle differenze che hanno ragione di esistere non
solo per la distanza cronologica fra un testo e l'altro, ma anche per la loro
diversità strutturale. Nel presente lavoro ho fatto riferimento separata-
mente ai due testi rilevandone l'identità, ma indicandone anche all'occa-
sione, le differenze funzionali. Allo stesso modo ho citato separatamente il
testo di Teodoreto che nei Doxographi graeci compare sempre in nota e in
subordine ai due autori precedenti. Per lo Pseudo-Plutarco ho riportato le
varianti della versione eusebiana solo nel caso in cui questo era necessario
al chiarimento testuale, per il resto ho seguito la lettura fornita da Diels
indicando le eventuali deviazioni. Ho fatto talvolta ricorso, ma solo limi-
tatamente, anche alla versione araba dello Pseudo-Plutarco nella tradu-
zione tedesca di Daiber 1980. I frammenti e le testimonianze sono stati
citati secondo le edizioni di Diels-Kranz 1952 (DK) e Lur'e 1970 (L.).
Laddove compaia solo l'indicazione di quest'ultima edizione, significa che
la testimonianza manca nell'altra.

154 Nello Stobeo, come lo stesso Diels 1879, 56 osservava, il carattere antologico richiede una
strutturazione completamente diversa. Cf. Mansfeld-Runia 1997, cap. IV.
Capitolo primo

Platone e Democrito

1. Considerazioni generali
L'interrogativo sulla presenza di Democrito nell'Accademia si pone presso
le fonti più antiche nella forma del rapporto Platone/ Democrito. Cono-
sceva Platone Democrito e, se sì, perché non lo ha mai nominato? Platone
è, in generale, piuttosto parco di riferimenti diretti ad autori specifici e in
questo segue una prassi già consolidata negli autori del V sec. a.C.1 Inoltre,
frequentemente, critica un'idea diffusa sotto la quale raggruppa più autori
perché, in un contesto dialettico, sono più importanti le idee che le per-
sone2.
Quello di Democrito (o Leucippo), tuttavia, sarebbe per Platone
stesso un caso estremo. Egli infatti nomina Eraclito, Empedocle, Anassa-
gora, Parmenide, Zenone, Melisso, i Sofisti, ma non Democrito. Platone,
comunque, non menziona mai neppure Diogene di Apollonia che, se-
condo gli interpreti moderni, avrebbe goduto di una grande fama ad
Atene tanto da essere addirittura il bersaglio delle allusioni di Aristofane
nelle Nuvole3. Ora, nessuno degli antichi, si è mai chiesto perché Platone
non nomini mai Diogene4. Il fatto quindi che il quesito nelle fonti antiche
sia stato posto solo in relazione a Democrito, che Aristotele contrappone
spesso a Platone e agli Accademici, è un indizio per scoprire l'ambiente in

1 Erodoto, ad esempio, fa riferimento esplicito all'opera di Ecateo solo due volte (2,143;
6,137), pur alludendo spesso polemicamente a lui. Diogene di Apollonia menzionava gene-
ricamente dei Sophistai. Gli autori ippocratici sono anch'essi estremamente vaghi sull'iden-
tità dei loro avversari e solo raramente fanno dei nomi.
2 Cf. Cambiano1986, 69ss. Su questo procedimento dialettico, v. infra, III 2. 2. 1.
3 Questa opinione corrente va comunque ridimensionata in quanto le allusioni di Aristofane
potrebbero riguardare un'ampia gamma di personaggi che sostenevano teorie simili a quelle
di Diogene, cf. Orelli 1996, 94-109.
4 Fra i moderni solo Steckel 1970, 194s. rileva questo fatto.
Capitolo primo 43

cui esso si è originato. Un interrogativo che suona come una chiara pole-
mica nei confronti di Platone si adatta perfettamente all'atmosfera del
primo Peripato e in particolare alla vena antiplatonica che ne attraversa la
storiografia. In questa prospettiva si inquadra il resoconto di Diogene
Laerzio (9,40) risalente nel suo complesso ad Aristosseno: Platone non
nomina l'Abderita, in quanto era cosciente di non poter competere col
migliore dei filosofi5. Sul resoconto di Aristosseno tornerò comunque
diffusamente in seguito. Per ora mi limito a segnalare che il problema del
silenzio di Platone era già stato sollevato nell'antichità e che si è di volta in
volta riproposto fino ai giorni nostri.
Fra i moderni, Gigon (1972) ha avanzato l'ipotesi che Platone non
parli di Democrito in quanto Socrate, il protagonista dei suoi dialoghi, non
lo conosceva. Tuttavia le opere nelle quali si sono ravvisate allusioni alla
fisica democritea, sono, oltre al Cratilo e al Teeteto, anche il Sofista e il Timeo
dove il protagonista non è più Socrate. Secondo un articolo della Ham-
mer-Jensen divenuto famoso, il Timeo rivelerebbe una recente acquisizione
da parte di Platone di teorie che Aristotele attribuisce anche agli atomisti,
ma si distinguerebbe soprattutto per una valutazione diversa delle con-
cause rispetto al Fedone. Nel Timeo Platone avrebbe accettato anche una
spiegazione meccanicistica della formazione del mondo legata all'ananke,
pur subordinandola alla causa finale; il mondo si svilupperebbe infatti
inizialmente in modo del tutto meccanico senza l'intervento del dio6. A
parte le difficoltà di interpretazione della cosmogonia del Timeo (che dagli
allievi di Platone in poi è sempre risultata enigmatica), c'è tuttavia da os-
servare che la cosiddetta concausa non è rigettata neppure nel Fedone dove
(99a), come nel Timeo (46d), si afferma che essa può essere considerata
solo "ciò senza il quale", cioè una condizione necessaria, ma non una vera
causa. Sulla scia della Hammer-Jensen molti hanno ipotizzato che nel
Timeo Platone non solo abbia preso le mosse dall'atomismo di Democrito,
ma vi alluda criticamente7. Secondo Eva Sachs8 la critica alla dottrina dei
quattro elementi in Ti. 48b-c sarebbe rivolta espressamente contro Demo-
crito. Siccome in realtà la dottrina atomista diverge notevolmente da
quella criticata da Platone, la Sachs era necessariamente costretta, per sal-
vare l'ipotesi, ad attribuire forzatamente agli atomisti una dottrina dei
quattro elementi mutuata da Empedocle e inserita come un corpo estraneo
in quella atomista. Tutto questo sarebbe deducibile:

5 Su questo punto, v. infra, § 2.


6 Hammer-Jensen 1910, 96-105.
7 Cf. e.g. Guthrie II, 1965, 462, 502; Stückelberger 1990, 2562.
8 Sachs 1917, 193-221.
44 Platone e Democrito

1. Dalla cosmogonia di Pseudo-Plutarco9 riportata dal Diels come leu-


cippea, ma in realtà anonima, dove, secondo la Sachs, gli atomi giochereb-
bero un ruolo limitato rispetto agli elementi veri e propri.
2. Dalla cosmogonia-zoogonia riportata da Diodoro10 nella quale gli
atomi non compaiono affatto.
Al tempo in cui scriveva la Sachs si era imposta la visione
reinhardtiana11, ormai ampiamente ridimensionata12, secondo cui la cosmo-
gonia e la zoogonia diodorea risalirebbero, attraverso Ecateo di Abdera, a
Democrito. Ora, la sicura provenienza democritea del resoconto di Dio-
doro non è più accettata da nessuno e il passo di Pseudo-Plutarco è di
dubbia attribuzione13. In ogni caso, gli atomi, in questa cosmogonia com-
paiono e, semmai, è la dossografia tarda che ha mediato il resoconto ad
esprimere i concetti nella propria terminologia. Un altro punto nella quale
la Sachs individuava il riferimento agli atomisti, era l'ironica allusione
all'ajpeiriva di chi aveva ipotizzato l'esistenza di a[peiroi kovsmoi (Ti. 55c),
ma la dottrina degli infiniti mondi è attribuita dalla dossografia anche ad
altri presocratici14. Dunque nessuno degli ipotetici riferimenti a Democrito
nel Timeo è sicuro15 perché Platone si mantiene comunque sul generico.

9 1,4, 878 C (67 A 24 DK; 297, 372, 383 L.).


10 1,7,1 (68 B 5,1 DK; 515, 572a L.).
11 Reinhardt 1912, 492-513.
12 Cf. in particolare Spoerri 1959. Uno status quaestionis aggiornato in Utzinger 2003, 155-167.
13 Il discorso su questo brano è complesso e comunque esula da questo contesto. Accenno
qui solo ad alcuni problemi fondamentali per l'attribuzione di questa cosmogonia: 1. La di-
screpanza con quella di Leucippo in Diog. Laert. 9,30 (67 A 1 DK; 382, 389 L.) secondo
cui gli astri si formano per afflusso nell'aggregato sferico di atomi provenienti dall'esterno e
non per espulsione dei corpuscoli più leggeri dalla massa più pesante all'interno dell'agglo-
merato stesso. 2. La preponderanza di elementi epicurei che aveva portato l'Usener ad inse-
rire il brano fra le testimonianze su Epicuro (Ep. Fr. 308 Us.). Michele Psello (Theol. 23,
87,9 Gautier), in un testo che riassume lo Pseudo-Plutarco, afferma che si tratta di una co-
smogonia epicurea, ma aggiunge, in una nota erronea dovuta ad un fraintendimento, che
Democrito ha seguito in questo Epicuro (Epikouvreio" au{th dovxav ejstin, h|" ta;" ajrca;"
diadexavmeno" oJ Dhmovkrito" to; kivbdhlon tw' n spermavtwn ej n toi'" fuomev noi" aj nevd eixen).
Forse Psello ha inventato, come fa spesso, forse aveva davanti una versione dello Pseudo-
Plutarco che esordiva con una frase del tipo: Epivkouro" kata;; Dhmovkriton filosofhvsa"
(cf. Ps.-Plut. 1,3, 877 D) e ha dunque riferito ad ambedue la cosmogonia, ma ordinando
Democrito dopo Epicuro. Per una attribuzione ad Epicuro anche Epiph. Adv. haer. 1,8,1,
186,12 Holl. Solo Herm. Irris. 12 (67 A 17 DK; 306, 373 L.) riporta questa cosmogonia a
Leucippo.
14 Cf. la sezione Peri; kovsmou presso Stob. 1,22,3 (Dox. 327; 12 A 17 DK; 352 L.) che enu-
mera insieme a Leucippo e Democrito anche Anassimandro, Anassimene, Senofane, Dio-
gene di Apollonia e Archelao. Per Diogene di Apollonia, cf. anche [Plut.] Strom. 12 (64 A 6
DK); Diog. Laert. 9,54 (64 A 1 DK). Sulla confutazione della Sachs riguardo a questo
punto e ad altri menzionati sopra, cf. Sinnige 1968, 184-187.
15 Per altre possibili allusioni, cf. Morel 2003, 138ss. il quale si mostra tuttavia molto cauto
sulla loro reale portata.
Capitolo primo 45

Per quanto riguarda altri dialoghi, Haag16 ha, ad esempio, voluto vedere in
certe etimologie del Cratilo e in una certa metodologia di scomposizione e
di analisi delle parole, l'influsso di una concezione atomista. Platone
l'avrebbe solo riecheggiata, ma non affrontata direttamente in quanto egli
si rivolgeva a dei lettori che non conoscevano i testi democritei, ma solo
quelli di Anassagora e di quegli "Eraclitei" che ad Atene andavano per la
maggiore. Singoli accenni come l'accusa contro Anassagora di aver
utilizzato delle teorie astronomiche antiche, la stessa che Apollodoro attri-
buiva a Democrito17, o l'etimologia di gunhv come gonhv (Crat. 414a), che è
anche democritea18, sono sì interessanti, ma rimandano probabilmente a
opinioni diffuse e non attribuibili specificamente ad un solo autore. Haag,
seguito poi da altri19, vedeva un'allusione a Democrito anche nella teoria
dei komyovteroi del Teeteto (156a), secondo cui le sensazioni non hanno
una loro essenza specifica, ma sono il prodotto temporaneo dell'incontro
di due dunavmei" provenienti rispettivamente dall'oggetto sensibile e dal
soggetto senziente. Haag vedeva una conferma nel fatto che ai sostenitori
di queste tesi viene attribuita una concezione corpuscolarista. Tutto:
l'uomo, la pietra e ogni essere vivente, sarebbe costituito da aggregati. A
prescindere dal fatto che le teorie esposte nel passo sembrano avvicinarsi
maggiormente a quelle dei cirenaici20, si potrebbe obiettare che, se c'è una
allusione a Democrito nel Teeteto, non è da individuarsi nelle tesi dei kom-
yovteroi, bensì in quelle di coloro che considerano sostanze solo i corpi e
ciò che si può afferrare con le mani21. Tali individui vengono infatti desi-
gnati con termini che sembrano ricordare le proprietà degli atomi demo-
critei: sklhroi; kai; ajntivtupoi. Richiama ancora le cosmogonie atomiste
che fanno nascere il mondo ajpo; taujtomavtou l'affermazione ironica di
Teodoro secondo cui i cosiddetti Eraclitei non sono allievi di nessuno,
"ma spuntano spontaneamente da dove capita" (180c ajll aujtovmatoi
ajnafuvontai oJpovq en a]n tuvchi). Tuttavia la caratterizzazione di costoro
come "ispirati" e critici gli uni nei confronti degli altri fa pensare piuttosto
ai dibattiti sofistici e all'immagine degli agoni retorici descritti nell'Encomio
di Elena di Gorgia22 che agli atomisti. L'allusione sembra coinvolgere più

16 Haag 1933.
17 Apollod. ap. Diog. Laert. 9,34s. (68 B 5 DK; 159 L.).
18 68 B 122a DK; 567 L.
19 Haag 1933, 60ss. Su questa linea anche Guthrie V, 1978, 78.
20 Cf. Natorp 1884, 24s. n. 1. Zeller, scettico su questo punto dalla prima alla quarta edizione
della sua Philosophie der Griechen, nella quinta edizione del 1892 (I. 2, 1098) accetta anch'egli
questa tesi. Per una storia di questa interpretazione e di quella contraria che invece nega il
riferimento ad Aristippo e ai Cirenaici, cf. Giannantoni 1968, 129-45. Cf. anche Friedlän-
der, III, 1975, 144.
21 Theaet. 155e. Si tratta di una tesi sostenuta a suo tempo da Duemmler 1882, 58.
22 82 B 11 (13) DK.
46 Platone e Democrito

personaggi catalogabili tutti sotto la denominazione generale di Eraclitei.


Come nella famosa gigantomachia del Sofista (245e) che sarà esaminata più
dettagliatamente in seguito, anche qui Platone non vuole probabilmente
alludere a nessuno in particolare, ma piuttosto a tendenze generali23. I
passi platonici suggeriscono in ogni caso che, nella cerchia dei cosiddetti
Eraclitei, e in generale nella fisica di fine V sec. a.C., tesi corpuscolariste
erano molto più diffuse di quanto si pensi. Non è da escludere che anche
coloro che si richiamavano a Cratilo sostenessero dottrine di questo ge-
nere: nel Fedro, l'etimologia di i{mero", che riecheggia quelle del Cratilo, è
basata proprio sullo scorrere di particelle dall'oggetto all'occhio e sulla loro
azione materiale sull'anima24. Un testo molto indicativo in questo senso è
anche il gorgiano Encomio di Elena. Gorgia presenta il logos non come qual-
cosa di incorporeo e immateriale, ma come un corpuscolo piccolissimo e
invisibile che produce azioni divine25 e provoca una alterazione dell'anima,
sia nel bene che nel male, agendo su di essa come una medicina agisce sul
corpo. Anche se la data di composizione dell'Encomio è incerta26 e non si
può escludere a priori che Gorgia sia stato influenzato dall'opera di Leu-
cippo27, è più probabile che abbia egli stesso elaborato indipendentemente
dottrine corpuscolariste come potrebbero aver fatto anche i seguaci di
Cratilo. Sulle allusioni del Sofista ai materialisti, mi soffermerò in seguito.
Per quanto riguarda poi il passo del decimo libro delle Leggi (889a-890a)
che, per alcuni28, costituirebbe una sicura allusione a Democrito, valgono
le controosservazioni già elaborate dal Sinnige e da altri29: se è vero che la
terminologia della prima parte, la menzione di teorie che fanno nascere il

23 Friedländer III, 1975, 144 sostiene una posizione estrema, secondo cui Platone non solo
non vorrebbe alludere a nessuna dottrina specifica, ma si costruirebbe un avversario non
filosofo con cui è impossibile ogni forma di discussione. Se tuttavia le posizioni descritte
da Platone si avvicinano in qualche modo alla tendenza eracliteggiante, è piuttosto impro-
babile che egli voglia dirigersi semplicemente contro un "non filosofo". Inoltre risulta
chiaro da Theaet. 152d che Platone cerca di inglobare sotto la denominazione di Eraclitei il
maggior numero possibile di predecessori: tutti i sapienti, tranne Parmenide, sarebbero in-
fatti d'accordo sul fatto che tutto diviene e nulla è mai. In questa schiera vengono annove-
rati non solo Protagora ed Eraclito, ma anche Omero ed Epicarmo.
24 Phaedr. 251c ejkei'qen mevrh ejpiovnta kai; rJevo nt—a} dia; dh; tau'ta i{mero" kalei'tai.
25 82 B 11 (8) DK lovgo" dunavsth" mevga" ejstivn, o}" smikrotavtwi swvmati kai; ajf anestavtwi
qeiovtata e[rga ajpotelei'.
26 In ogni caso difficilmente cade dopo il 415 a.C. in quanto le Troiane di Euripide, rappresen-
tate in quell'anno, ne presuppongono la conoscenza.
27 Cf. Mazzara 1984, 133.
28 Per la bibliografia su questo punto, cf. Ferwerda 1972, 359 n. 1 che accetta l'ipotesi di
un'influenza indiretta delle tesi atomiste su Platone.
29 Cf. Sinnige 1968, 199, il commento ad loc. di England 1921 e Tate 1936, 48-54. Anche
Furley 1987, 173 sottolinea la difficoltà di individuare gli atomisti come obiettivo dell'at-
tacco platonico. Una pluralità di personaggi fra cui, ma con molte riserve, potrebbe essere
compreso anche Democrito, indica Zeppi, 1989, 209-214.
Capitolo primo 47

mondo fuvsei kai; tuvchi ricorda le definizioni della cosmogonia democri-


tea presso Aristotele, la seconda parte (in particolare 889e-890a) allude
chiaramente a tesi sofistiche. Inoltre, la dottrina dei quattro elementi, at-
tribuita a questi nuovi sapienti, porta ad escludere che Platone pensi agli
atomisti. Partendo dunque dai dialoghi platonici non si può evincere al-
cuna notizia certa di un suo riferimento diretto a questi ultimi30.

2. Democrito e Platone nella tradizione biografica


Forse più indicative, nonostante la loro marcata partigianeria, sono le
notizie biografiche frequentemente liquidate come inattendibili31. Tali
indicazioni, per lo più di carattere aneddotico, sono spesso, dal punto di
vista della verità storica, contraffazioni, ma, nei particolari, riportano al-
l'ambiente in cui sono sorte e al fine per cui sono state concepite, due
elementi fondamentali per inquadrare la ricezione di un autore.
Nel caso del rapporto Platone/ Democrito è importante un aneddoto
che fa entrare in scena anche Socrate. Diogene Laerzio riporta di seguito
tre notizie di diversa provenienza, ma strettamente collegate una all'altra
sui rapporti (o non-rapporti) fra Socrate e Democrito:
1. Secondo Demetrio di Magnesia (I sec. a.C.), Democrito sarebbe
stato ad Atene, ma non si sarebbe preoccupato di farsi conoscere, poiché
disprezzava la fama. Egli avrebbe conosciuto Socrate, ma questi lo
avrebbe ignorato. Demetrio riporta a questo proposito la famosa frase
"sono venuto ad Atene e nessuno mi ha riconosciuto"32.
2. Trasillo sostiene invece che sarebbe proprio Democrito il perso-
naggio anonimo al quale Socrate, nel dialogo I rivali in amore sulla cui au-
tenticità, però, Trasillo stesso nutre dubbi, dice che il filosofo è un pen-
tatleta33 in quanto veramente Democrito avrebbe sperimentato tutti i
campi della filosofia, della matematica, della ejgkuvklio" paideiva e delle
technai34.

30 Questa è anche la conclusione di Sinnige 1968, 187. Ferwerda 1972, 359 giudica molto
probabile la conoscenza degli atomisti da parte di Platone nonostante riconosca che nei
dialoghi platonici non si incontrano sicure allusioni. Cf. ora per una posizione critica e bi-
lanciata nei confronti delle presunte allusioni platoniche a dottrine democritee Morel 2003.
31 Un esempio tipico di questo scetticismo che riduce tutta la tradizione aneddotica sui rap-
porti Socrate/ Democrito e Platone/ Democrito ad un gioco di deduzioni di Diogene
Laerzio o a semplici topoi biografici è Chitwood 2004, 100-102.
32 Dem. Magn. ap. Diog. Laert. 9,36 (68 B 116 DK; XXIV L.).
33 [Pl.] Amat. 136a.
34 Thrasyll. ap. Diog. Laert. 9,37 (68 A 1 DK; 493a L.). In realtà Socrate nel dialogo si rivolge
ad un giovane ateniese che si atteggia a filosofo polymathes e mette in discussione proprio
attraverso la similitudine col pentatleta la concezione della filosofia come polymathia.
48 Platone e Democrito

3. Demetrio Falereo, a sua volta, nell'Apologia di Socrate, affermava che


Democrito non era mai stato ad Atene35.
Queste tre notizie, riportate da Diogene senza alcun legame apparente,
sono tuttavia implicitamente collegate in quanto la seconda e la terza co-
stituiscono due risposte alternative alla prima.
La notizia di Demetrio di Magnesia, al di là dell'autenticità letterale
della frase democritea, mette in risalto soprattutto la modestia di Demo-
crito, ma getta nel contempo un'ombra sulla figura di Socrate il quale ri-
sulta per lo meno sprezzante per non aver neppure preso in considera-
zione un così grande personaggio. Il sospetto che questo aneddoto sia
piuttosto antico e possa derivare da una fonte peripatetica, quale ad esem-
pio Aristosseno, interessata ad una svalutazione di Platone e del suo mae-
stro, è per lo meno legittimo: la frase di Democrito sarebbe in perfetta
sintonia con una dimostrazione dell'arroganza socratica36. Le altre fonti,
contemporanee o posteriori a Demetrio, riportano in effetti la stessa noti-
zia senza alcun accenno a Socrate37.
La terza informazione confuta l'ipotesi che Democrito sia mai stato ad
Atene. Il fatto che risalga a Demetrio Falereo (il quale tende sistematica-
mente a sminuire l'importanza di Atene a causa delle sue vicende perso-
nali) e che comparisse nell'Apologia di Socrate suggerisce che l'autore la ri-
portava per rimuovere ogni ombra dalla figura di Socrate: questi non
conosceva Democrito non perché, per arroganza, non lo avesse neppure
preso in considerazione, ma perché quest'ultimo non era mai stato ad
Atene38.
Trasillo doveva conoscere l'aneddoto riportato da Demetrio di
Magnesia e potrebbe averlo addirittura citato nella sua introduzione alla
lettura di Democrito perché la sua suona come una risposta implicita a
quelle affermazioni: Socrate e Platone conoscono Democrito e lo stimano.
Tuttavia il fatto che Trasillo, il quale aveva redatto il catalogo delle opere

35 Dem. Phaler. Fr. 93 Wehrli (Diog. Laert. 9,37) (68 A 1 DK; XXV, 493a L.).
36 Aristosseno aveva fornito di Socrate un quadro non propriamente edificante descrivendolo
come incontinente, collerico e ignorante, cf. Fr. 52b; 54a-b; 56 Wehrli.
37 Cic. Tusc. 5,36,104 (68 B 116 DK; XXIV L.); Val. Max. 7,7 ext. 4 (68 A 11 DK; XXIV L.);
cf. anche l'allusione anonima in Antonin. 7,67 livan ejndevcetai qei'on a[ndra genevsqai kai;
uJpo; mhdeno;" gnwrisqh'nai.
38 Gigon 1972, 155 sostiene che Demetrio Falereo o non conosceva la presunta frase di
Democrito, o la emarginava come invenzione. Il fatto che Demetrio negasse la presenza di
Democrito ad Atene proprio nell'Apologia di Socrate rende tuttavia più probabile la seconda
soluzione. Non solo egli conosceva la frase, ma sapeva che era finalizzata ad una svaluta-
zione della figura di Socrate.
Capitolo primo 49

platoniche, abbia fatto ricorso ad un dialogo della cui autenticità dubitava 39


significa che non aveva trovato in nessun altro possibili riferimenti a De-
mocrito.
E veniamo ora all'aneddoto principale sui rapporti fra Platone e De-
mocrito riportato da Diogene Laerzio
Aristosseno nei Commentari storici, dice che Platone voleva bruciare tutti gli scritti
di Democrito che si potessero raccogliere, ma i Pitagorici Amicla e Clinia glielo
impedirono dicendo che non serviva a nulla: infatti i libri erano già nelle mani di
molti. Ed è chiaro: infatti Platone, che fa menzione di quasi tutti gli antichi, non
nomina da nessuna parte Democrito, ma neppure laddove dovrebbe confutarlo,
chiaramente sapendo che dovrebbe misurarsi col migliore dei filosofi40.
Tre sono i problemi principali posti dal testo di Diogene:
1. La diversità di stile, indiretto fino a bibliva e poi diretto da kai;
dh'lon de; ha fatto pensare che solo la prima parte del resoconto provenga
da Aristosseno. Gigon sostiene che sarebbe costruita sul modello del rogo
dei libri di Protagora da parte degli Ateniesi. Platone, che nel decimo libro
delle Leggi si era scagliato contro i filosofi empi, avrebbe voluto punire con
l'annientamento dei libri l'empietà di non ben precisate affermazioni de-
mocritee. La seconda parte, invece, riguarderebbe il giudizio sul valore
filosofico di Democrito, l'unico a potersi contrapporre a Platone41.
2. Se si ammette, con Wehrli e Bollack42 che si tratti invece di un
blocco compatto proveniente da Aristosseno e che faccia parte di un
gruppo di storielle sui plagi di Platone, la seconda parte non sarebbe ar-
monizzata con la prima. Infatti l'accusa di plagio contrasterebbe con l'as-
senza di Democrito nell'opera platonica.
3. Enigmatico è poi il richiamo ai Pitagorici. Wehrli e Bollack hanno
cercato di integrarlo nel motivo del plagio: i Pitagorici avrebbero impedito
la distruzione dei libri, testimonianza del plagio di Platone, memori di

39 Il valore ipotetico di ei[per è stato messo ultimamente in dubbio da Mansfeld 1994, 100 il
quale traduce con "because". Cf. tuttavia le convincenti controargomentazioni di Tarrant
1995, 150s.
40 Aristox. Fr. 131 Wehrli (Diog. Laert. 9,40) (68 A 1 DK; LXXX L.) Aristovxeno" dæ ejn toi'"
ÔIstorikoi'" uJpomnhvmasiv fhsi Plav twna qelh's ai sumflevxai ta; Dhmokrivtou suggravmmata,
oJpovsa ejdunhvqh sunagagei' n, Amuvklan de; kai; Kleinivan tou; " Puqagorikou;" kwlu's ai
aujtov n, wJ" oujde; n o[felo": para; polloi'" ga;r ei\nai h[dh ta; bibliva. kai; dh'lon dev: pav ntwn ga;r
scedo;n tw'n ajrcaivwn memnhmev no" oJ Plav twn oujd amou' Dhmokrivtou diamnhmoneuvei, ajllæ
oujdæ e[ nqæ aj nteipei' n ti aujtw'i devoi, dh'lonãovtià eijdw;" wJ" pro; " to;n a[riston auj tw'i tw'n filo-
sovfwn ãoJ ajgw; nà e[soito. Accetto il testo canonico, mantenuto anche nell'ultima edizione di
Diogene Laerzio del Marcovich, che presenta alcune correzioni, ma necessarie, contro l'in-
verosimile mantenimento del testo dei Mss. proposto da Bollack 1967, 243s. (dh'lon eijdw;"
wJ" pro;" to; n a[riston ou{tw tw'n filosovfwn e[soito. Sachant de toute évidence que quand il répon-
dait au meilleur, il serait de cette manière parmi les philosophes).
41 1972, 153s.
42 Wehrli 1967, II, ad loc., 87; Bollack 1967, 243s.
50 Platone e Democrito

quello subito dalla loro setta43. Gigon lascia in sospeso la questione dichia-
rando enigmatica la loro presenza.
Il problema sintattico e quello della coerenza contenutistica dell'aned-
doto possono essere chiariti attraverso il confronto con altri passi di Dio-
gene Laerzio. In un passo della vita di Platone ricompare infatti il quesito
del perché il filosofo non abbia menzionato Democrito. Il brano offre una
lista di "invenzioni" platoniche: Platone è stato il primo ad aver introdotto
nella filosofia il metodo dialettico, il primo ad aver usato termini specifici
come "elemento", "qualità", "dialettica", il primo ad aver studiato le po-
tenzialità della grammatica e, avendo egli per primo parlato contro quasi
tutti i suoi predecessori, ci si chiede perché non abbia ricordato Demo-
crito44. Questa lista risale a Favorino (II sec. d.C.), ma non è certamente
inventata da lui perché una variante della stessa viene riportata anche dal-
l'autore dei Prolegomena alla filosofia platonica45 e singole "invenzioni"
platoniche sono nominate anche da altri46. Favorino si è rifatto verosimil-
mente ai Peripatetici di cui, a detta di Plutarco47, era un fervido
ammiratore. L'immagine di Platone come prw'to" euJrethv" e "rinnovatore"
della filosofia circolava infatti sicuramente in ambito peripatetico, ma era
seguita talvolta da un giudizio negativo. Mentre infatti Eudemo aveva
attribuito a Platone l'introduzione di stoicei'on come termine tecnico per
"elemento", la fondazione di una nuova astronomia e, probabilmente,
anche di una nuova matematica48, Dicearco lo aveva definito nel con-
tempo rinnovatore e distruttore della filosofia in quanto, con il suo stile
raffinato, avrebbe creato una "moda" (la forma del dialogo) che allonta-
nava dalla vera filosofia (le ricerche specialistiche del Peripato)49. I
Peripatetici accettavano evidentemente alcuni assunti sviluppati dagli al-
lievi di Platone sulle innovazioni del maestro, ma ne mettevano in luce

43 Wehrli 1967, II, ad loc. 87; Bollack 1967, 242s. Wehrli si limita a formulare l'ipotesi, Bol-
lack interpreta invece sunagagei'n come "comprare" forzando il testo. La storia sarebbe
collegata con quella del famoso plagio del libro di Filolao, cf. Burkert 1972, 223ss.
44 Diog. Laert. 3,24 (LXXX L.) prw'tov" te ajnteirhkw;" scedo;n a{pasi toi'" pro; aujtou',
zhtei'tai dia; tiv mh; ejmnhmov neuse Dhmokrivtou.
45 Anon. Proleg. 5,1-46.
46 Cf. Barigazzi 1966, 219-20; Riginos 1976, 188.
47 Quaest. conv. 734 F.
48 Per il primo punto, cf. Eudem. Fr. 31 Wehrli, Burkert 1958, 174. Per l'astronomia, Eudem.
Fr. 148 Wehrli. Per la matematica, Eudem. Fr. 133 Wehrli. In Index Acad. P. Herc. 1021,
col. Y, nel quale Platone viene presentato come l'ispiratore di tutti i progressi compiuti
dalla matematica nell'Accademia, sono state fatte ipotesi diverse sulle fonti, ma il paralleli-
smo con la funzione attribuita a Platone da Eudemo nello sviluppo dell'astronomia ha fatto
propendere Gaiser 1988, 347 per Eudemo mediato da Dicearco. Cf. anche Dorandi 1991,
207s.
49 Ap. Philod., Index Acad. P. Herc. 1021, col. I. Che il testo riporti le parole di Dicearco ha
sostenuto Gaiser 1988, 314; cf. anche le considerazioni di Burkert 1993, 25s.
Capitolo primo 51

polemicamente anche i lati negativi. Nella vita di Platone di Diogene Laer-


zio si avverte un'eco di quella tradizione, epurata dalle polemiche perché
mediata da Favorino, un Accademico. Il quesito della non menzione di
Democrito da parte di Platone viene posto in modo neutrale come tema
di ricerca (zhtei'tai dia; tiv). Nel brano della vita di Democrito, invece,
l'aggressività antiplatonica è ancora tutta presente e ben evidenziata e non
può risalire né a Diogene stesso, che non mostra mai particolare avver-
sione nei confronti di Platone, né tantomeno al pitagorico platonizzante
Trasillo. Neppure l'aristotelismo tardo raggiunge punte polemiche così
aspre nei confronti di Platone. Dunque anche la seconda parte del brano,
che spiega il perché Platone non abbia mai menzionato Democrito, deve
risalire ad Aristosseno.
L'improvvisa variazione di stile da diretto a indiretto senza soluzione
di continuità non è d'altra parte un problema in Diogene: la si ritrova in-
fatti anche nell'aneddoto immediatamente precedente, derivato da Anti-
stene di Rodi50. E' probabile che anche il brano di Aristosseno sia stato
mediato da Trasillo. La sua identificazione del personaggio anonimo dei
Rivali in amore con Democrito è infatti anche una risposta indiretta a chi
attaccava Platone e Socrate facendo perno sulla mancanza di accenni a
Democrito nelle opere platoniche.
Per quanto riguarda invece l'argomento di Gigon, che ipotizza una
provenienza diversa delle due parti del brano di Diogene Laerzio vedendo
nella prima una condanna morale di Democrito da parte di Platone, nella
seconda un giudizio filosofico, si può osservare quanto segue: l'aneddoto
sul rogo dei libri democritei difficilmente è stato costruito sulla tipologia
del rogo di quelli di Protagora per due motivi. Quest'ultimo risulta infatti
una misura pubblica con valenza politica (sarebbe stato infatti decretato
dagli Ateniesi) ed è difficilmente trasferibile ad una vicenda privata (non
esistono nell'aneddotica antica altri esempi di simili proiezioni). Inoltre
sarebbe stato anacronistico rappresentare un Platone che vuole distrug-
gere per la sua empietà unicamente i libri di Democrito, quando avrebbe
avuto davanti altri esempi di presunti atei quali Protagora, Crizia o Pro-
dico citati spesso come tali nella tradizione successiva51. Dunque non ci
sono motivi per separare il brano di Diogene Laerzio in due parti e ci

50 Diog. Laert. 9,39 (FGrHist 508 F 14) ejlqovnta dhv fhsin (scil. oJ Antisqevnh") aujto;n ejk th'"
ajpodhmiva" tapeinovtata diav gein, a{te pa'san th; n ouj sivan katanalwkovta: trevfesqaiv te dia;
th;n ajporivan ajpo; tajdelfou' Damavsou. wJ" de; proeipwvn tina tw'n mellovntwn eujdokivmhse,
loipo;n ejnqevo u dovxh" para; toi'" pleivstoi" hjxiwvqh.
51 Per Protagora, cf. Sext. Emp. Adv. Math. 9,56 (80 A 12 DK). Per Crizia, cf. Sext. Emp.
Adv. Math. 9,54 con la citazione dei versi del Sisifo (88 B 25 DK). Per Prodico Sext. Emp.
Adv. Math. 9,51; cf. anche 9,18 (84 B 5 DK). Queste accuse di empietà sono comunque
nella maggioranza dei casi un topos letterario.
52 Platone e Democrito

sono invece buone ragioni per riportarlo nella sua globalità ad Aristos-
seno.
Se tutto il resoconto risale a lui, il fatto che Democrito sia assente dal-
l'opera platonica, porta ad escludere il motivo del plagio52 come movente
del desiderio di Platone di bruciarne i libri. Il tono antiplatonico del brano
e la ricezione aristotelica di Democrito in funzione antiplatonica e antiac-
cademica suggeriscono invece un'altro motivo: Platone vuole toglierli dalla
circolazione perché li avverte come un pericolo per il suo prestigio anche
e soprattutto all'interno della sua scuola.
Un punto fondamentale per la comprensione e la contestualizzazione
del racconto è costituito dall'enigmatica figura dei due "Pitagorici" i cui
nomi non sono fatti a caso. Clinia è un personaggio citato anche altrove
da Aristosseno come modello di vita pitagorica53 e Amicla, soprattutto,
non è un pitagorico qualsiasi, ma uno dei fedelissimi discepoli di Platone.
Amicla di Eraclea nel Ponto era annoverato da Eudemo54, fra quei plato-
nici che avevano portato la geometria ad una maggiore perfezione. Una
variante del nome, “Amuklo", dovuta probabilmente ad una corruttela del
testo, ma con la stessa indicazione toponomastica, ÔHraklewvth", si trova
nel catalogo dei discepoli di Platone in Diogene Laerzio (3,46). Amicla
compare inoltre come fedele discepolo del vecchio Platone, accanto a
Speusippo e Senocrate, in un aneddoto di parte accademica nel quale
viene sottolineata l'arroganza di Aristotele e i suoi tentativi di mettere in
difficoltà il vecchio maestro, rintuzzati poi da Senocrate. Aristotele non
era amato da Platone per il suo comportamento e la sua eleganza troppo
raffinata e disdicevole per un filosofo. Il maestro quindi gli preferiva
Speusippo, Senocrate e Amicla. Durante un'assenza di Senocrate ed es-
sendo Speusippo malato e impossibilitato ad accompagnarlo, Platone uscì
nel peripato esterno della scuola senza i discepoli più fedeli. Aveva già
ottant'anni e una memoria ormai piuttosto labile. Aristotele gli si fece
incontro e, postoglisi dinanzi, cominciò a tendergli dei trabocchetti e a
porgli delle domande con un ben determinato intento confutatorio. Pla-
tone, comprendendone lo scopo, si ritirò all'interno. Quando Senocrate
ritornò, non lo trovò più ad insegnare nel peripato dove l'aveva lasciato; al
suo posto c'erano Aristotele e i suoi seguaci. Senocrate notò che quest'ul-

52 Accuse così velate non sono, del resto, nello stile di Aristosseno, il quale rinfacciava aperta-
mente a Platone di aver copiato di sana pianta la Repubblica dagli Antilogici di Protagora (Fr.
67 Wehrli).
53 Aristox. Fr. 30 Wehrli, da Spintaro che aveva conosciuto direttamente anche Socrate (Fr.
54a Wehrli). Clinia è menzionato anche da un altro peripatetico, Chamaileon (Fr. 4 Wehrli).
54 Eudem. Fr. 133 Wehrli che lo designa specificamente come ei|" tw'n Plavtwno" eJtaivrwn
distinguendolo ad esempio da Menecmo, allievo di Eudosso, che aveva solo "frequentato"
Platone (Plavtwni suggegonwv").
Capitolo primo 53

timo, terminato il suo insegnamento, non rientrava presso il maestro, ma


se ne andava a casa propria, in città. Chiese dunque notizie di Platone e
apprese che questi, costretto da Aristotele a ritirarsi, teneva ora scuola nel
suo giardino. Senocrate andò a salutarlo e lo trovò che dialogava con i
suoi numerosi discepoli. Quando il raduno si sciolse, rimproverò Speu-
sippo per aver lasciato cacciare il maestro e poi affrontò Aristotele in
modo così deciso che riuscì ad estrometterlo e a restituire a Platone la sua
sede usuale55. Questo aneddoto presenta due gruppi contrapposti: da una
parte Platone e i suoi fedeli discepoli che, in assenza di Senocrate, non
riescono ad opporsi con sufficiente energia all'arroganza di Aristotele;
dall'altra lo Stagirita con una buona schiera di seguaci che assume un at-
teggiamento di sfida nei confronti del vecchio maestro. Se si inserisce
l'aneddoto di Aristosseno su Platone e Democrito nell'atmosfera dell'Ac-
cademia negli ultimi anni di Platone, come indica la presenza di Amicla,
correlato con questo periodo della sua vita, e lo si inquadra nel clima di
crescente rivalità fra Platone e i suoi fedelissimi e Aristotele e il suo
gruppo56, i particolari del racconto acquistano un loro valore funzionale. I
libri di Democrito, da un punto di vista peripatetico, costituiscono un
oggetto destabilizzante per il prestigio platonico: Aristotele li usa ripetu-
tamente nella sua opera in funzione antiplatonica. Aristosseno attribuisce
dunque a Platone il desiderio di bruciarli come un ultimo tentativo di sal-
vare il suo prestigio compromesso insinuando nel contempo maligna-
mente che Platone non ha mai fatto cenno a Democrito, anche quando
avrebbe dovuto contrapporglisi, per mancanza di validi argomenti. L'a-
neddoto riportato da Eliano presenta lo stesso atteggiamento rinunciatario
di Platone di fronte alla pressione della dialettica aristotelica. Davanti ad
Aristotele e, metaforicamente, davanti a Democrito, il vecchio Platone si
ritira.
La presenza di Amicla e Clinia, soprattutto in un autore come Aristos-
seno che ha dedicato a Pitagora e ai Pitagorici diverse opere, e ne ha co-
nosciuti alcuni di persona, non deve stupire. Il loro atteggiamento è quello
di chi conosce i libri di Democrito e il loro impatto, ma anche di chi cerca
di preservare un autore a loro vicino. La tradizione che collega Democrito
ai Pitagorici è infatti molto antica e contemporanea al filosofo stesso: se-
condo Glauco di Reggio era infatti discepolo di un non ben precisato

55 Ael. Var. hist. 3,19 (Xenocr. Fr. 11 IP; Arist. T 36 Düring). Sulla correlazione di questo
passo con quella serie di rappresentazioni dell'Accademia negli ultimi anni della vita di
Platone che compaiono nell'Index Academicorum e che risalgono alla generazione degli im-
mediati allievi di Platone o di Aristotele, cf. Burkert 1993, 18ss.
56 Per ulteriori aneddoti biografici sui rapporti fra Platone e Aristotele, cf. Düring 1957;
Swift-Riginos 1976.
54 Platone e Democrito

pitagorico57. Ecfanto, un Pitagorico contemporaneo di Platone, aveva


sostenuto tesi chiaramente atomiste58. E' probabile che anche alcune inter-
pretazioni pitagorizzanti di Democrito che emergono di tanto in tanto in
Aristotele siano influenzate da questa ricezione "pitagorica".
Dal resoconto di Aristosseno si possono trarre dunque alcune indica-
zioni:
1. egli non intravvedeva evidentemente nei dialoghi platonici alcuna
esplicita presenza di Democrito né attribuiva a Platone una diretta utiliz-
zazione delle dottrine atomiste ai fini dell'elaborazione del Timeo. Se infatti
avesse individuato nel dialogo delle affinità con l'atomismo, non avrebbe
certamente risparmiato a Platone delle accuse esplicite di plagio.
2. L'atmosfera e i personaggi dell'aneddoto rimandano agli ultimi anni
della vita di Platone. La ricezione di Democrito coinvolge soprattutto i
suoi allievi. Sono infatti principalmente loro, sia quelli favorevoli, come
Clinia e Amicla, che quelli ostili al maestro, come Aristotele, a prendere
posizione sull'opera democritea.
Queste considerazioni trovano conferma anche nell'opera aristotelica
dove Platone e Democrito vengono spesso confrontati, ma mai posti in
un rapporto di dipendenza diretta. Mentre Aristotele dice chiaramente che
Platone ha ripreso la dottrina pitagorica sostituendo unicamente il termine
mimesi con metessi59, pone la relazione fra Platone e Democrito (o Leu-
cippo) sempre e solo a livello tipologico, mai genetico.
Particolarmente significativo a questo proposito risulta il confronto di
due brani della Metafisica: A 6, 987a 29ss. e M 4, 1078b 12ss. Se è vero che
i problemi posti dalla cronologia delle opere aristoteliche sono insolubili e
che è difficile datare i libri dei vari trattati, nessuno mette tuttavia in dub-
bio che il secondo passo sia una rielaborazione del primo60. In Metaph. A 6,
987a 29ss. Aristotele traccia le linee della nascita della dottrina platonica
dell'uno e della diade: essa risulterebbe dalla confluenza di tre tradizioni,
quella eraclitea, quella socratica e quella pitagorica. Dagli Eraclitei Platone
avrebbe mutuato la concezione del continuo scorrere del sensibile e della
conseguente impossibilità di conoscere qualcosa su di essi, da Socrate,
interessato unicamente all'etica, la ricerca dell'universale e della defini-
zione, vale a dire la dottrina delle idee, dai Pitagorici, invece, il concetto di

57 Diog. Laert. 9,38 (68 A 1 DK; XVII, 154 L.). La notizia di Duride di Samo (FGrHist 76 F
23; 154 L.), secondo cui Democrito era allievo di Arimnesto figlio di Pitagora è da spiegarsi
probabilmente come un tentativo di individuazione di questo generico pitagorico cui allude
Glauco.
58 51 1 DK (Hippol. Ref. 1,15); 51 2 DK (Aet. 1,3,19 [Stob. 1,10,16a]); 51 4 DK (Aet. 2,3,3 [Stob.
1,21, 6a]).
59 Metaph. A 6, 987b 10ss.
60 Cf. Annas 1976, 154 con riferimenti bibliografici.
Capitolo primo 55

partecipazione dei sensibili alle idee e l'idea del numero come principio. In
questo contesto non compare nessuna menzione di Democrito o di Leu-
cippo, anzi, poco prima, Aristotele sottolinea come solo i Pitagorici, fra i
presocratici, abbiano "cominciato a parlare di essenza e a definirla" anche
se lo hanno fatto in maniera troppo semplicistica61. Egli utilizza qui,
soprattutto per sottolineare la dipendenza di Platone dai Pitagorici, uno
schema canonico, probabilmente già accademico, concepito per presen-
tare la dottrina platonica come compendio e culmine di tutte le ricerche
precedenti62. Il fatto che Democrito non compaia affatto, significa che
Aristotele non vedeva fra la dottrina democritea e quella platonica alcun
rapporto genetico né tantomeno un influsso diretto dell'una sull'altra,
influsso che invece egli espressamente ribadiva nel caso dei Pitagorici.
In Metaph. M 4, 1078b 12ss. Aristotele ripropone lo stesso schema per
giustificare la nascita della dottrina delle idee. Questa ha le sue radici nella
fusione della dottrina eraclitea del continuo scorrere del sensibile e del-
l'impossibilità di averne conoscenza con quella socratica della definizione
dell'universale ricercata attraverso la dialettica. Fra i fisici Democrito (con
il tentativo di definizione del caldo e del freddo) e, prima di lui, i Pitagorici
(definendo alcuni concetti per mezzo di numeri) avrebbero solo sfiorato
in qualche modo il problema della definizione dell'essenza63. Si tratta di
una seconda fase di sviluppo dello schema, come si può dedurre dal ri-
chiamo alla precedenza dei Pitagorici su Democrito nella definizione del-
l'essenza. Quest'ultimo viene dunque inserito in uno schema già preesi-
stente, ma in una prospettiva ben lontana da una parentela genetica.
La stessa tipologia del confronto a posteriori, con gradazioni che
vanno dal parallelismo neutrale all'utilizzazione polemica della dottrina
atomista contro quella platonica, si incontra costantemente nell'opera
aristotelica. Mi limiterò a far riferimento ai brani senza affrontare la spi-
nosa questione della differenza fra Leucippo e Democrito che porterebbe
troppo lontano dal tema centrale. Si può qui solamente osservare che, in
effetti, il nome di Leucippo compare senza quello di Democrito per lo
meno in un testo considerato molto antico come il libro L della Metafisica.
Il confronto è neutrale, Leucippo e Platone si trovano appaiati e posti

61 Metaph. A 5, 987a 20-21 peri; tou' tiv ejstin h[rxanto me;n levgein kai; oJrivzesqai, livan d
aJplw'" ejpragmateuvqhsan.
62 Lo schema presenta infatti la dialettica platonica come sintesi e superamento delle ricerche
precedenti distinte in fisica ed etica, uno schema che persiste nella tradizione platonica e
che ritroviamo nella vita di Platone di Diogene Laerzio (3,56) ou{tw" kai; th'" filosofiva" oJ
lovgo" provteron me;n h\n monoeidh;" wJ " oJ fusikov", deuvteron de; Swkravth" prosevqhke to; n
hjqikovn, trivton de; Plav twn to;n dialektiko; n kai; ejtelesiouvr ghse th;n filosofivan.
63 Metaph. M 4, 1078b 19 tw'n mevn ga;r fusikw'n ejpi; mikro;n Dhmovkrito" h{yato movnon kai;
wJrivsatov pw" to; qermo;n kai; to; yucrovn: oiJ de; Puqagovr eioi provteron periv tinwn ojlivgwn,
w|n tou;" lovgou" eij" tou; " ajriqmou;" aj nh'pton, oi|on tiv ejsti kairo;" h] to; divkaion h] gav mo".
56 Platone e Democrito

sullo stesso piano per aver assunto l'eternità del movimento64 (Aristotele si
riferisce qui al movimento disordinato della Chora nel Timeo65). Il solo Leu-
cippo come rappresentante dell'atomismo compare un'altra volta nell'o-
pera aristotelica e precisamente in De generatione et corruptione A 866, che
verrà esaminato dettagliatamente nel terzo capitolo. In questo testo, che si
inserisce nella trattazione dell'agire e del patire, Aristotele sottolinea, senza
commenti particolarmente polemici, le similarità e le differenze fra la dot-
trina dei triangoli e quella dei corpi indivisibili. Platone si differenzia da
Leucippo per il fatto che pone come indivisibili delle superfici invece che
dei solidi, e perché assume forme prime limitate invece che infinite e am-
mette inoltre che la generazione e la separazione avvengano solo attra-
verso il contatto mentre Leucippo le fa avvenire attraverso il contatto e il
vuoto (325b 25-33)67. Per il resto ambedue pongono dei principi indivisi-
bili e definiti dalla forma.
Più apertamente polemici sono invece altri confronti riguardanti i
principi del mondo sensibile come in De gen. et corr. A 2. Qui infatti Ari-
stotele prende posizione, pur rilevandone l'incongruenza, a favore delle
tesi degli atomisti contro Platone. La divisione fino alle superfici è assurda,
quella fino ai corpi, pur essendo anch'essa poco conforme a ragione, ha
comunque il merito di giustificare la genesi e il cambiamento ipotizzando
delle differenze di figura di posizione e di ordine dei corpuscoli. Invece
quelli che mettono insieme dei triangoli possono ottenere solo dei solidi,
ma non dei corpi in quanto questi enti matematici non possono generare
alcuna affezione tipica del corpo. Rispetto all'altro passo, compare qui
anche Democrito che viene nominato addirittura prima di Leucippo. Al di
là delle differenze di tono, è comunque comune ad ambedue i brani il
confronto tipologico e non genetico delle tesi atomiste con quelle del
Timeo. Il tono di crescente polemica in questi brani del De generatione et
corruptione denota un dibattito sempre più acceso e ruotante intorno alle
dottrine del Timeo, o meglio, intorno all'interpretazione che di questo dia-
logo davano gli allievi di Platone. Quest'ultimo, infatti, non ha mai parlato
di triangoli indivisibili come invece costantemente si afferma nel De genera-
tione et corruptione e come interpretavano anche gli altri allievi di Platone. Se
inoltre Aristotele sottolinea con insistenza la superiorità delle dottrine

64 Metaph. L 6, 1071b 31-37 (67 A 18 DK; 17 L.).


65 Cf. anche De cael. G 2, 300b 9-19.
66 L'ipotesi di De Ley 1968, 629ss. secondo cui tali brani sarebbero residui di appunti redatti
nel periodo di permanenza nell'Accademia non è da sottovalutare.
67 Contrariamente a quanto sostiene Silvestre 1985, 38 n. 17, non c'è in questo brano alcuna
conferma del fatto che Platone abbia utilizzato le dottrine atomistiche per la stesura del
Timeo. Aristotele instaura infatti unicamente un confronto tipologico, non genetico, fra le
due dottrine.
Capitolo primo 57

degli atomisti su quelle platoniche, è altrettanto verosimile che dall'altra


parte, nell'Accademia, queste stesse dottrine fossero invece considerate
inferiori a quelle del maestro. Dunque l'opera aristotelica, in particolare il
De generatione et corruptione, riflette in certo modo l'atmosfera che troviamo
nell'aneddoto di Aristosseno e cioè una polemica sempre più aspra nei
confronti di Platone per condurre la quale viene utilizzato Democrito: le
sue teorie, secondo la rappresentazione aristotelica, sono in ogni caso
superiori a quelle platoniche. Questo confronto, dal quale Democrito esce
vincitore, sta probabilmente alla radice del maligno quesito, perché Pla-
tone non abbia mai fatto menzione di Democrito anche laddove (nel Ti-
meo?) avrebbe dovuto criticarlo.
Nell'opera aristotelica tuttavia, se pure in rari accenni, si può cogliere
anche una rappresentazione pitagorizzante di Democrito che giustifica la
presenza nell'aneddoto di Aristosseno del pitagorico e dell'allievo pitago-
rizzante come consiglieri di Platone e, nel contempo, come tutori dei libri
di Democrito.
In particolare sono significativi due brani in cui a Democrito e ai Pita-
gorici vengono attribuite dottrine simili. In De cael. G 4, 303a 9-11 gli atomi
vengono esplicitamente equiparati ai numeri dei Pitagorici
in un certo modo anche costoro fanno di tutte le cose esistenti dei numeri e le
compongono da numeri; e se anche non lo manifestano chiaramente, tuttavia vo-
gliono dire proprio questo68.
Si tratta di una strana assimilazione che non compare altrove in Aristotele.
La ragione va forse cercata nella stretta relazione che quest'ultimo instaura
fra la concezione dell'anima degli atomisti e dei Pitagorici in De an. A 2,
404a 1-21: ambedue la porrebbero nel pulviscolo atmosferico69. Nello
stesso capitolo Aristotele allude alla eguaglianza fra le sferette democritee
e la monade, l'anima numero che muove se stesso, di Senocrate, a sua
volta "pitagorizzante". Se si pensa che la prima menzione di Democrito in
autori a lui posteriori compare nei due titoli di Eraclide Pontico70, notoria-
mente pitagorizzante, su di lui, risulta chiaro che le opere democritee non
erano conosciute solo da Aristotele, ma anche dagli allievi pitagorizzanti di
Platone.

68 Arist. De cael. G 4, 303a 9-11 (67 A 15 DK; 109, 174 L.) trovpon gavr tina kai; ou|toi pavnta
ta; o[ nta poiou'sin ajriqmou; " kai; ejx ajriqmw' n: kai; ga;r eij mh; safw' " dhlou'sin, o{mw" tou'to
bouvlontai lev gein.
69 Su questo brano, v. infra, VII 5.
70 68 A 34 DK; CXIX L.
58 Platone e Democrito

3. Sintesi
L'aneddoto di Aristosseno e i brani aristotelici ora esaminati forniscono in
qualche modo degli indizi per porre l'entrata dell'atomismo nell'Accademia
durante gli ultimi anni della vita di Platone. Leucippo e Democrito sono
stati recepiti e discussi dai suoi allievi "pitagorizzanti" e da Aristotele.
Quest'ultimo in particolare se ne è servito per polemizzare contro il mae-
stro. Da questa atmosfera scaturisce l'aneddoto di Aristosseno sul deside-
rio di Platone di bruciare quei libri la cui diffusione avrebbe potuto infe-
rire un duro colpo al suo prestigio. Posto che comunque per lo meno gli
allievi pitagorizzanti di Platone devono aver conosciuto le dottrine atomi-
ste, come i criptici accenni aristotelici e l'aneddoto del salvataggio dei libri
di Democrito da parte dei "Pitagorici" sembra indicare, il problema è
quello di stabilire se, nell'ambito della ricezione dell'atomismo antico, da
Aristotele in poi, si possa ritrovare qualche traccia di una "lettura" acca-
demica degli atomisti. Questo è possibile per lo meno riguardo alla querelle
sui principi corporei o incorporei, impostata nel Sofista platonico, e pre-
sentata da Aristotele come dibattito fra Accademici e materialisti fra i quali
sono talvolta compresi anche gli atomisti. Lo stesso confronto riemerge in
Sesto Empirico, in un passo che riporta sicuramente anche dottrine acca-
demiche71, nella forma di una diaphonia fra gli "eredi dei Pitagorici", vale a
dire gli Accademici, e i sostenitori di dottrine corpuscolari, in particolare,
gli atomisti. Dalla critica alle dottrine che pongono come principi dei
corpi, ancorché invisibili, gli Accademici partono per ribadire la superio-
rità dei principi incorporei. Questo aspetto della ricezione di Democrito
verrà trattato nel capitolo successivo.

71 Adv. Math. 10,248ss., v. infra, II 4.


Capitolo secondo

Principi corporei/ incorporei.


Atomisti antichi, Platone, Accademici da Aristotele a Simplicio

1. Il compito del vero fisico


La contrapposizione che Aristotele instaura fra atomismo antico e principi
accademici si inquadra nel più ampio dibattito che egli conduce con la
scuola platonica sulla concezione della scienza. Per Aristotele esistono più
scienze ognuna delle quali abbraccia un ambito limitato ed ha principi
propri1. Quelli del mondo fisico devono avere tutte le caratteristiche dei
corpi per poter generare i fenomeni. La ricerca fisica deve dunque tener
conto di questo limite. I principi dell'essere costituiscono invece il campo
di indagine di un'altra scienza, la scienza prima2, che studia l'essere in
quanto tale. Per Platone e per i suoi allievi, invece, la scienza è sostanzial-
mente una, quella dell'essere, e ha una struttura piramidale al cui apice
stanno i principi ultimi; la matematica, l'astronomia, la fisica, sono solo
gradi nell'ascesa verso questi principi.
Aristotele imposta spesso sullo sfondo del problema generale dei
principi propri alla fisica il confronto fra atomisti e Platone/ Accademici,
confronto dal quale i primi risultano sempre vincitori proprio perché
hanno posto a fondamento della realtà naturale dei corpi. Il motivo con-
duttore della critica agli Accademici è invece quello di aver assunto come
principi del mondo fisico degli enti matematici che si situano ad un livello
completamente differente e non possono generare alcun fenomeno fisico.
Nel primo libro della Metafisica, pur considerandosi ancora, all'atto della
stesura di queste considerazioni, un membro dell'Accademia (come indica

1 Sulla stretta correlazione fra l'ambito di ricerca e i suoi principi e sulla conseguente diffe-
renziazione negli obiettivi e nei metodi, cf. Wieland 1970, 52-58.
2 Cf. e.g. Phys. A 2, 184b 25s.
60 Principi corporei/ incorporei

l'uso della prima persona plurale), Aristotele critica dall'interno questo


modo di affrontare la ricerca sulla natura
E, in generale, mentre la "sapienza" ricerca la causa dei fenomeni evidenti, noi
abbiamo tralasciato di indagare proprio questo (infatti non diciamo nulla sulla
causa da cui trae origine il mutamento) e, credendo di enunciarne la sostanza, af-
fermiamo che vi sono altre sostanze, ma, per dimostrare che queste ultime sono
sostanze di quelle, parliamo a vuoto; infatti la partecipazione, come abbiamo detto
anche prima, non è nulla. [...] ma la filosofia, per quelli dei nostri giorni, è dive-
nuta matematica anche se loro affermano che si deve studiare la matematica in
vista di altri fini3.
Poco più oltre, Aristotele critica la concezione di un'unica scienza i cui
principi sarebbero il fondamento anche del mondo sensibile sottolineando
che una scienza operante fuori dalle sensazioni non potrà mai averne co-
noscenza4. Quelli che sostengono la dottrina delle idee, come egli afferma
nel secondo libro della Fisica5, fanno come il matematico che studia sì gli
stessi oggetti del fisico, ma astrae col pensiero dalla loro fisicità e li consi-
dera come se fossero privi di movimento. Una costante della critica ari-
stotelica a Platone e agli Accademici è proprio la debolezza dei loro fon-
damenti epistemologici e del loro metodo: essi riducono tutto a un
numero limitato di ipotesi teoriche che ritengono assolutamente vere
senza occuparsi di ciò che ne consegue per la realtà fenomenica. Il fine
della fisica è però proprio quello di trovare una spiegazione in consonanza
coi fenomeni6.
Per gli Accademici, invece, il fenomeno non è qualcosa di evidente da
accettare come tale, ma un punto di partenza per un cammino a ritroso
verso i veri fondamenti dell'essere, i primi principi, che si situano fuori del
mondo fisico e che sono individuabili solo attraverso la dialettica. I fon-
damenti di questa concezione, come è risaputo, sono già enunciati da
Platone soprattutto nel Timeo, nella Repubblica e nel Filebo. La realtà fisica,
in quanto in continuo fluire, non offre alcuna possibilità di una scienza
sicura; la scienza vera è solo quella dell'invisibile e dell'intellegibile sempre
uguale a se stesso ed eterno7. E' necessario dunque superare il comune

3 Metaph. A 9, 992a 24-29 o{lw" de; zhtouvsh" th'" sofiva" peri; tw'n fanerw'n to; ai[tion, tou'to
me;n eijavkamen (oujqe; n ga;r levgomen peri; th'" aijtiva" o{qen hJ ajrch; th'" metabolh'"), th; n d
oujsivan oijovmenoi levgein aujtw' n eJ tevr a" me;n oujsiva" ei\naiv famen, o{pw" d ejkei'nai touvtwn
oujsivai, dia; kenh'" lev gomen: to; ga;r metevc ein, w{sper kai; provteron ei[pomen, oujqev n ejstin.
ª...º ajlla; gevgone ta; maqhvmata toi'" nu' n hJ filosofiva, faskov ntwn a[llwn cavrin aujta; dei'n
pragmateuvesqai.
4 Metaph. A 9, 992b 18-993a 10.
5 Phys. B 2, 193b 22-37.
6 De cael. G 7, 306a 5-26.
7 Ti. 51e-52a touvtwn de; ou{tw" ejcovntwn oJmologhtevo n e}n me;n ei\nai to; kata; taujta; ei\do"
e[con, ajgevnnhton kai; ajnwvl eqron, ou[te eij" eJ auto; eijsdecov menon a[llo a[l loqen ou[te aujto;
Capitolo secondo 61

metodo di ricerca dei fisici che si arresta ai principi corporei per rivolgersi
invece a quelle che sono le vere cause prime del reale, incorporee e intel-
legibili8. I fisici si arrestano al mondo del divenire, ma non raggiungono la
conoscenza vera che si può acquisire solo studiando le cose eterne e
prime in se stesse9. Questo ha come conseguenza anche la totale svaluta-
zione dell'aspetto empirico delle scienze in quanto l'empiria opera su sin-
goli oggetti corporei, in sé non conoscibili con sicurezza, senza astrarne le
forme eterne. Il vero geometra non studierebbe mai seriamente per sco-
prirvi i concetti geometrici disegni anche bellissimi fatti da un pittore
espertissimo così come il vero astronomo non studia i movimenti degli
astri reali nella loro corporeità, ma coglie teoricamente i rapporti numerici
fra questi astri e i fra i loro movimenti. Per Platone, dunque, bisogna pro-
cedere non con l'osservazione, ma formulando dei problemi e lasciar per-
dere sia le figure geometriche reali, che i corpi celesti reali se vogliamo far
funzionare davvero l'elemento intelligente dell'anima10.
In questa tensione fra il superamento della fisica da parte di Platone e
degli Accademici e il ritorno alla fisica su altre basi rispetto a quelle dei
filosofi della natura da parte di Aristotele si colloca il dibattito sugli atomi-
sti antichi.

2. La gigantomachia del Sofista e lo schema


principi corporei/ incorporei in Aristotele
Come già osservato nel primo capitolo, difficilmente Platone faceva pre-
cisi riferimenti agli atomisti. Tuttavia spesso ci si appoggia su un passo
specifico per dimostrare il contrario: la "gigantomachia" del Sofista. Qui lo
straniero di Elea accenna a due schiere contrapposte: coloro che conside-
rano come oujsiva solo quello che si può toccare, cioè il corpo, e i sosteni-
tori delle forme intellegibili e incorporee
Str. E dunque sembra che fra di loro si combatta come una gigantomachia a
causa del dibattito sull'essenza. […] Gli uni trascinano tutto dal cielo e dall'invisi-
bile sulla terra, afferrando semplicemente con le mani rocce e querce. Infatti toc-
cando tutte queste cose assicurano che esiste solo quanto offre qualche possibi-
lità di essere toccato e palpato, definendo l'essenza e il corpo la stessa cosa e

eij" a[llo poi ijovn, ajovraton de; kai; a[llw" aj naivsqhton, tou' to o} dh; novhsi" ei[lhcen ejpisko-
pei'n: to; de; oJmwvnumon o{moiovn te ejkeivnwi deuvteron, aijsqhtovn, gennhtov n, peforhmev non aj ei;,
gignovmenovn te e[ n tini tovpwi kai; pavlin ejkei'qen ajpolluvmenon, dovxhi met ai[sqhvsew" pe-
rilhptovn. Cf. anche Resp. 524c-d.
8 Ti. 46d; 48a-b; 68e.
9 Phil. 58c-59b.
10 Resp. 529d-530c.
62 Principi corporei/ incorporei

guardando dall'alto in basso chi affermasse che qualcos'altro che non ha corpo è,
senza voler ascoltare null'altro — Teet. Parli sicuramente di uomini tremendi; in-
fatti anch'io ho già avuto occasione di incontrarne numerosi— Str. Per questo i
loro oppositori nel dibattito si difendono assai prudentemente dall'alto, da una
certa zona dell'invisibile, incalzandoli col dire che la vera essenza sono certe
forme intellegibili e incorporee e, facendo a pezzettini nelle loro argomentazioni i
corpi di quegli altri e quella che loro chiamano verità, li definiscono un divenire
incessante invece che un'essenza. Riguardo a queste cose c'è sempre stata fra gli
uni e gli altri, o Teeteto, un'accanita battaglia11.
Chi si debba identificare nei due gruppi è stato oggetto di infinite conget-
ture12. In ogni caso l'opposizione fra coloro che ammettono solo essenze
corporee e coloro che, al contrario, assumono come essenze forme incor-
poree è una novità introdotta da Platone accanto a schemi oppositivi
preesistenti e da lui stesso utilizzati13 e si inserisce nel quadro più generale
della ricerca dei principi ultimi del reale. In questo contesto tutti i fisici
sono coinvolti nella denominazione di materialisti in quanto il campo
comune della loro scienza è quello della natura e del sensibile e quindi dei
corpi, un modello superato solo da Platone e dai suoi allievi. Che la tipo-
logia dei materialisti fosse una struttura generica e aperta, passibile di rice-
vere qualsiasi contenuto a seconda della discussione e del contesto è di-
mostrato dal fatto che in Aristotele l'identità dei sostenitori di principi
corporei varia da testo a testo proprio perché tutti i cosiddetti "filosofi
della natura" vengono considerati "materialisti"14. La tipologia dei sosteni-

11 Soph. 246a XE. kai; mh;n e[oikev ge ejn aujtoi'" gigantomaciva ti" ei\nai dia; th;n ajmfisbhvthsin
peri; th'" oujsiva" pro;" ajllhvlou". ª...º oiJ me; n eij" gh' n ejx oujranou' kai; tou' ajoravtou pav nta
e{lkousi, tai'" cersi;n ajtecnw'" pevtra" kai; dru'" perilambav nonte". tw' n ga;r toiouvtwn
ejfaptovmenoi pavntwn diiscurivzontai tou'to ei\nai movnon o} parevc ei prosbolh;n kai; ejpafhv n
tina, tauj to;n sw'ma kai; oujsivan oJrizovmenoi, tw' n de; a[llwn ei[ tiv" ãtià fhvsei mh; sw'ma e[con
ei\nai, katafronou'nte" to; paravpan kai; oujde; n ejqevlonte" a[llo ajkouv ein. QEAI. h\ deinou;"
ei[rhka" a[ ndra": h[dh ga;r kai; ej gw; touvtwn sucnoi'" prosevtucon. XE. toigarou' n oiJ pro;"
aujtou;" ajmfisbhtou' nte" mavla eujl abw' " a[ nwqen ej x ajoravtou poqe; n ajmuvnontai, nohta; a{tta
kai; ajswv mata ei[dh biazovmenoi th; n ajlhqinh; n oujsivan ei\nai: ta; de; ejkeiv nwn swvmata kai; th;n
legomev nhn uJp auj tw'n ajlhvqeian kata; smikra; diaqrauvo nte" ej n toi'" lovgoi" gevnesin aj nt
oujsiva" feromev nhn tina; prosagoreuvousin. ej n mevswi de; peri; tau'ta a[pleto" aj mfotevrwn
mavch ti", w\ Qeaivthte, aj ei; sunevs thken. Per la definizione dei materialisti come "non ini-
ziati, uomini rozzi, duri e resistenti" i quali danno il nome di ousia solo a ciò che è corpo,
cf. anche Theaet. 155e.
12 Cf. in particolare la lista fornita da Diès 1925, 291-293; Friedländer III, 1975, 476 n. 44.
Ambedue sono però convinti dell'impossibilità di individuare l'identità di questo gruppo e
sottolineano il carattere generalizzante della descrizione platonica. Questa ipotesi è con-
fermata a mio parere dall'affermazione di Teeteto di avere incontrato spesso individui
come i materialisti descritti dallo straniero.
13 Sui modelli "dossografici" preplatonici utilizzati poi anche da Aristotele, cf. von Kienle
1961, 38-57; Mansfeld 1986 [1990b, 22-83].
14 In Metaph. A 5, 987a 3-5 i sostenitori di principi corporei sono in generale "i primi filosofi",
in G 5, 1010a 1-3 tutti i presocratici fino ad Omero. In De cael. G 1, 298b 15-26 rientrano in
Capitolo secondo 63

tori delle forme incorporee del Sofista rimanda invece inequivocabilmente


a Platone e ai suoi allievi15.
In alcuni passi Aristotele riprende per intero lo schema del Sofista ri-
producendo le argomentazioni degli Accademici contro la concezione del
corpo come sostanza. Sebbene egli non offra chiare indicazioni sull'iden-
tità delle dottrine materialiste prese di mira dai sostenitori dei principi
incorporei, ci sono tuttavia indizi che rimandano alle tesi atomiste. In
Metaph. B 5, sottoponendo a verifica l'affermazione che le sostanze vere
sono gli enti matematici, Aristotele riproduce le argomentazioni con le
quali gli Accademici hanno superato la concezione del corpo come so-
stanza.
In quanto a ciò che sembrerebbe indicare in maggior grado la sostanza, cioè l'ac-
qua, la terra, il fuoco e l'aria, di cui sono costituiti i corpi composti, le loro affe-
zioni, il caldo, il freddo e le altre di tal genere non sono sostanze; come ente e so-
stanza permane invece solo il corpo che subisce queste affezioni. Ma il corpo è
meno sostanza della superficie, questa della linea e questa della monade e del
punto; il corpo è infatti delimitato da queste e sembra che queste possano sussi-
stere senza il corpo, il corpo invece non possa senza quelle. Perciò i molti e gli
antichi erano del parere che il corpo fosse l'ente e la sostanza, le altre cose sue af-
fezioni, talché anche i principi dei corpi sarebbero i principi delle cose esistenti; i
moderni, invece, che sembrano più sapienti di quelli, hanno posto come principi
delle cose esistenti i numeri16.
Le dottrine degli "antichi", che ipotizzano come ousia solo il corpo in
quanto tale e che i sostenitori degli enti matematici e dei numeri ritengono
di superare, hanno le caratteristiche tipiche dell'atomismo. E' infatti solo
Democrito fra i predecessori di Platone a porre alla base del mondo sen-
sibile semplici corpi privi di affezioni17. Aristotele, con un'ironia di stampo

questa categoria anche Parmenide e Melisso pur avendo essi attribuito ai sensibili caratteri-
stiche tipiche degli enti eterni. In Phys. D 6, 213a 19ss. sono gli "uomini comuni" a soste-
nere che gli enti veri sono solo corpi.
15 Sulle varie identificazioni degli amici delle forme, cf. Diès 1925, 292 n. 1 e Friedländer III,
1975, 476 n. 44.
16 Metaph. B 5, 1001b 32-1002a 12 a} de; mavlist a]n dovxeie shmaivnein oujsivan, u{dwr kai; gh'
kai; pu'r kai; ajhvr, ej x w|n ta; suv nqeta swvmata sunevs thke, touvtwn qermovthte" me;n kai; yu-
crovthte" kai; ta; toiau'ta pavqh, oujk oujsiv ai, to; de; sw'ma to; tau' ta peponqo;" movnon uJpo-
mevnei wJ" o[ n ti kai; oujsiv a ti" ou\sa. ajlla; mh; n tov ge sw'ma h|tton oujsiva th' " ejpifaneiva", kai;
au{th th' " grammh' ", kai; au{th th'" monavdo" kai; th' " stigmh' ": touvtoi" ga;r w{ ristai to; sw'ma,
kai; ta; me; n a[neu swvmato" ejndev cesqai dokei' ei\nai to; de; sw' ma a[ neu touvtwn ajduv naton.
diovper oiJ me;n polloi; kai; oiJ provteron th; n oujsivan kai; to; o]n w[ionto to; sw'ma ei\nai ta; de;
a[lla touvtou pavqh, w{ ste kai; ta; " ajrca; " ta;" tw'n swmavtwn tw' n o[ntwn ei\ nai ajrcav ": oiJ d
u{steroi kai; sofwvteroi touvtwn ei\ nai dovxante" ajriqmouv".
17 Sulla definizione democritea della "sostanza", cf. Arist. Metaph. M 4, 1078b 19-21 (68 A 36
DK; 99, 171 L.), supra, I 2 n. 63; Theophr. ap. Simpl. In de cael. 299a 2, 564,24 (68 A 120
DK; 171 L.), infra, 6. 3 n. 137.
64 Principi corporei/ incorporei

platonico18, liquida la presunta superiorità degli Accademici ristabilendo le


proporzioni. In un diverso contesto, nel quarto libro del De caelo, il con-
fronto fra gli antichi e i moderni, che si conclude con una notazione si-
mile, ha come protagonisti atomisti e Accademici: Platone e i suoi allievi
hanno spiegato la leggerezza e la pesantezza dei corpi composti col fatto
che essi sono formati da una quantità più piccola o più grande di triangoli:
Gli uni [Platone e i suoi allievi] hanno dunque definito in questo modo il leggero
e il pesante; ad altri [gli atomisti] 19, invece, una definizione di questo genere non
sembrò sufficiente, ma, pur appartenendo ad un'epoca più antica, elaborarono
concezioni più nuove su quanto ora esposto20.
Anche qui Aristotele sottolinea, sebbene in maniera meno ironica e pun-
gente, che le teorie degli atomisti, pur essendo più antiche, sono superiori
a quelle più recenti degli Accademici. In ambedue i brani, della Metafisica e
del De caelo, si ritrova comunque lo spirito dell'aneddoto di Aristosseno:
come là il prestigio di Platone, così qui quello dell'Accademia in generale
subisce un duro colpo nel confronto con le dottrine atomiste.
Uno schema ancora più vicino nell'espressione linguistica a quello del
Sofista si ritrova in Metaph. Z 2. Qui Aristotele nomina espressamente co-
loro che ritengono i corpi meno sostanze degli incorporei, e i limiti dei
corpi e i numeri come le vere ousiai
Sembra ad alcuni che i limiti del corpo, cioè la superficie, la linea, il punto e la
monade, siano sostanze e ancor più del corpo e del solido. Inoltre gli uni pen-
sano che oltre ai sensibili non ci sia nulla di tal genere, gli altri invece ritengono
che ce ne siano di più e che siano più eterni, come Platone, il quale considera che
le idee e gli enti matematici siano due sostanze e che la terza sia quella dei corpi
sensibili. Speusippo, invece, pone un numero ancora maggiore di sostanze, co-
minciando dall'uno, e principi per ciascuna sostanza: uno per i numeri, uno per le
grandezze e poi per l'anima e, in questo modo, allarga il numero delle sostanze.
Alcuni, invece, affermano che le idee e i numeri hanno la stessa natura e che le
altre cose, le linee e le superfici fino alla sostanza dell'universo e agli oggetti sen-
sibili, dipendono da queste21.

18 Cf. Pl. Theaet. 180d.


19 Che siano gli atomisti risulta chiaro dal seguito, 309a 2ss.
20 De cael. D 2, 308b 29 oiJ me;n ou\n tou'ton to;n trovpon peri; kouvfou kai; barevo " diwvrisan: toi'"
d oujc iJkano;n e[doxen ou{tw dielei' n, ajlla; kaivper o[ nte" ajrcaiovteroi tai'" hJlikivai" kaino-
tevrw" ejnovhsan peri; tw' n nu'n lecqev ntwn.
21 Metaph. Z 2, 1028b 16 dokei' dev tisi ta; tou' swvmato" pevrata, oi|on ejpifavneia kai; grammh;
kai; stigmh; kai; monav ", ei\nai oujsiv ai, kai; ma'llon h] to; sw'ma kai; to; stereovn. e[ti para; ta;
aijsqhta; oiJ me; n oujk oi[ontai ei\ nai oujd e;n toiou' ton, oiJ de; pleivw kai; ma' llon o[nta ajivdia,
w{sper Plavtwn tav te ei[dh kai; ta; maqhmatika; duvo oujsiva", trivthn de; th;n tw'n aijsqhtw'n
swmavtwn ouj sivan, Speuv sippo" de; kai; pleivou" oujsiv a" ajpo; tou' eJ no;" ajrxav meno", kai; ajrca; "
eJkavs th" oujsiva", a[llhn me; n ajriqmw'n a[llhn de; megeqw' n, e[peita yuch'": kai; tou'ton dh; to; n
trovpon ejpekteiv nei ta;" oujsiva". e[nioi de; ta; me;n ei[dh kai; tou; " ajriqmou; " th;n aujth; n e[cein
Capitolo secondo 65

Anche qui Platone, Speusippo e Senocrate (il sostenitore delle idee-nu-


mero) partono dal confronto con coloro che pongono le sostanze nei
sensibili per sviluppare poi una gerarchia degli incorporei fino ai principi.
Rispetto al brano precedente della Metafisica qui i Platonici sottolineano
che le loro sostanze sono "più eterne" dei corpi. Questo stesso dibattito
sulle sostanze eterne si avverte in sottofondo nel resoconto aristotelico su
Democrito riportato da Simplicio. Aristotele esordisce infatti spiegando
che Democrito avrebbe individuato "la natura delle cose eterne" in "pic-
cole sostanze"22. I principi atomistici vengono qui inquadrati in un dibat-
tito più ampio sulla natura delle sostanze eterne (corpi privi di affezioni o
incorporei?) già inscenato nella gigantomachia del Sofista e rappresentato
con attori più definiti nei passi della Metafisica analizzati sopra. Se Aristo-
tele, riprende la diaphonia del Sofista, facendo intravvedere una contrappo-
sizione degli Accademici agli atomisti, è possibile che la critica degli "amici
delle forme incorporee" cui Platone allude, si sia concentrata ad un certo
punto, negli ultimi anni di vita del maestro, specificamente contro questi
ultimi. Nel clima di rivalità fra l'Accademia e il Peripato non stupisce che
proprio quelle tesi che gli allievi di Platone ritenevano superate dalla dot-
trina dei principi incorporei, fossero invece da Aristotele considerate net-
tamente superiori e utilizzate per minare il prestigio dei Platonici. Nei
brani della Metafisica aristotelica si lasciano comunque intravvedere gli
indizi di una critica agli atomisti che Sesto Empirico, nel decimo libro
Contro i Matematici, attribuisce ai "figli dei Pitagorici" (gli Accademici ap-
punto) e che verrà esaminata più oltre.

3. Platone e Democrito in Teofrasto


Teofrasto nel De sensibus riprende dei concetti aristotelici, ma mantiene il
parallelo Platone/ Democrito su un piano di neutralità. Essi sarebbero gli
unici ad aver affrontato il problema della definizione della natura dei sen-
sibili nel modo più ampio e ad averli trattati individualmente. Platone però
non avrebbe negato loro una physis, mentre Democrito ne avrebbe fatto
delle semplici affezioni della sensazione23. Ambedue avrebbero comunque
disatteso le loro premesse elaborando in pratica delle tesi opposte ai loro

fasi; fuvsin, ta; de; a[lla ejcovmena, gramma;" kai; ejpivpeda, mevcri pro;" th;n tou' oujranou'
oujsivan kai; ta; aijsqhtav.
22 Fr. 208 Rose (Simpl. In De cael. 279 b 12, 295,1-2) (68 A 37 DK; 172 L.) Dhmovkrito"
hJgei'tai th;n tw'n ajidivwn fuvsin ei\ nai mikra;" oujsiva" plhvqo" ajpeivrou".
23 De sens. 60 (68 A 135 DK; 71 L.) Dhmovkrito" kai; Plavtwn ejpi; plei'stovn eijsin hJmmevnoi,
kaq e{kaston ga;r ajforivzousi: plh;n oJ me;n oujk ajposterw'n tw'n aijsqhtw'n th; n fuvsin,
Dhmovkrito" de; pav nta pavqh th' " aijsqhvsew" poiw'n.
66 Principi corporei/ incorporei

scopi. In questa maniera Teofrasto pone sullo stesso piano le loro dottrine
e le accomuna nella critica. Altrove egli accennava, sulla scia di Aristotele,
a coloro che, considerando semplici affezioni le quattro qualità fonda-
mentali, proseguivano la ricerca al di là di queste fino alle cause prime24.
Platone è il primo referente, ma Democrito, che aveva cercato di definire
"la sostanza del caldo e del freddo"25, veniva in una certa misura inglobato
nello schema. Teofrasto riteneva tuttavia superfluo ricercare la causa di
questi fenomeni fisici e, altrove, criticava proprio per questo Platone so-
stenendo che è ridicolo domandarsi perché il fuoco brucia e la neve raf-
fredda26. Lo schema teofrasteo nel quale Platone e Democrito vengono
posti in maniera neutrale sullo stesso piano e criticati conseguentemente
per aver ricercato ulteriori cause delle qualità fondamentali determina poi
gran parte della tradizione posteriore.
Il quadro finora delineato, soprattutto attraverso Aristotele, con ri-
scontri nei testi platonici e con uno sguardo alla posizione di Teofrasto ci
offre dunque sostanzialmente tre modelli di confronto fra Platone/ Acca-
demici e gli atomisti.
1. Lo schema apertamente polemico di Aristotele che vede in Platone
e negli Accademici coloro che trattano la fisica coi logoi e assumono quindi
principi inadeguati per quest'ambito. Egli utilizza all'occasione le dottrine
atomiste in funzione antiplatonica e antiaccademica sottolineandone la
superiorità nel campo della ricerca fisica. Il confronto verte comunque
principalmente sulle dottrine del Timeo reinterpretate dagli allievi e, in
misura minore, su quella delle idee-numero. L'utilizzazione polemica delle
teorie atomiste contro Platone e gli Accademici da parte di Aristotele va
inquadrata nel contesto più vasto della concorrenza fra le due scuole:
dall'altra parte probabilmente, come si può dedurre dagli accenni aristote-
lici stessi, gli Accademici cercavano di dimostrare la superiorità delle loro
tesi su tutte quelle che ponevano principi corporei, in particolare l'atomi-
smo.
2. Il secondo modello di confronto consiste nell'opposizione critica
degli Accademici a tutte le dottrine materialiste, già adombrata nella gi-
gantomachia del Sofista. L'atomismo, in particolare, che poneva il corpo in

24 Theophr. De igne 7-8 ajlla; ga;r tau'ta e[oiken eij" meivzw tina; skevyin ejkfevrein hJma'" tw'n
uJpokeimev nwn, h} zhtei' ta; " prwvta" aijtiva". faiv netai ga;r ou{ tw lambavnousi to; qermo;n kai;
to; yucro;n w{sper pavqh tinw'n ei\nai kai; oujk ajrcai; kai; dunav mei".
25 Arist. Metaph. M 4, 1078b 19-21 (68 A 36 DK; 99, 171 L.), supra, I 2 n. 63; per l'opinione di
Teofrasto, cf. Simpl. In De cael. 299a 2, 564,24, infra, n. 137.
26 Theophr. Fr. 159 FHS&G (Procl. In Tim. II,120,18-22) toiau'ta me;n oJ Qeovfrasto" ejpiti-
ma'i tw'i Plav twni peri; th'sde th' " yucogoniva", oujde; ejpi; tw'n fusikw' n pav ntwn levgwn dei'n
hJma'" ejpizhtei'n to; dia; tiv: geloi'on gavr fhsin ajporei' n, dia; tiv kaivei to; pu'r kai; dia; tiv yuvc ei
hJ ciwvn.
Capitolo secondo 67

sé privo di qualità a fondamento del mondo fisico, doveva essere ad un


certo punto diventato l'obiettivo principale per chi, invece, non si fer-
mava, ma procedeva nella ricerca fino alle sostanze incorporee, ai numeri
e ai principi ultimi, uno e diade indefinita. In questo contesto, il termine di
confronto non era solo il Timeo, ovviamente reinterpretato, ma anche e
soprattutto la dottrina dei primi principi. Questo schema oppositivo, che
riproduce quello del Sofista platonico, è presupposto in alcuni passi della
Metafisica aristotelica.
3. Un paragone sostanzialmente neutro, quello di Teofrasto, che si ri-
chiama in parte ad Aristotele, ma senza le sue punte polemiche, e cerca di
confrontare a livello tipologico gli atomisti e Platone in particolare sul
problema dei fondamenti delle qualità elementari prendendo in considera-
zione soprattutto la dottrina del Timeo.
Il modello di confronto polemico aristotelico, fuori dall'ambito delle
discussioni a lui contemporanee e soprattutto a causa dell'enorme influsso
del platonismo non poteva ovviamente essere assunto nella tradizione
posteriore. Esso poteva semmai valere limitatamente a singole osserva-
zioni critiche e sembra essere stato utilizzato in questo modo da Epicuro e
dalla sua scuola27. Nella tradizione tarda che riporta notizie sui principi di
Democrito e di Platone ha prevalso, per ovvi motivi, il modello neutro
teofrasteo anche perché Teofrasto costituiva il principale punto di riferi-
mento per la dossografia antica.
La polemica di segno opposto a quella aristotelica, quella cioè degli
Accademici contro gli atomisti, emerge invece in un brano del decimo
libro Contro i Matematici di Sesto Empirico. Esso si discosta, non solo per il
suo carattere dialettico, ma anche per il contenuto (confronto fra atomi-
smo e dottrina dei principi), dagli altri resoconti tardi facenti capo alla
tipologia teofrastea di parallelismo neutro fra l'atomismo e la geometria
del Timeo e restituisce probabilmente quel nucleo di discussione sull'ato-
mismo antico nell'Accademia di cui sono rimaste solo labili tracce nell'o-
pera aristotelica.
Qui di seguito il brano di Sesto verrà trattato dettagliatamente e con-
frontato con il resto della tradizione tarda facente capo al modello teofra-
steo e ai suoi intermediari. Si potrà quindi cominciare a precisare entro
quali binari si muove la tradizione sull'atomismo antico fuori dai testi
fondamentali di Aristotele e Teofrasto, un lavoro necessario anche per
operare un distinguo fra notizie di autori tardi di varia provenienza e valore
che non hanno certamente attinto agli originali.

27 Cf. su questo punto, infra, VI 3. 1.


68 Principi corporei/ incorporei

4. La tradizione "diafonica". Accademici contro atomisti in


Sesto Empirico Adv. Math. 10,248-262 (121 L.)
Adv. Math. 10,248-262 costituisce un testo fondamentale per ricostruire
un'eventuale discussione dell'atomismo nell'Accademia. Si tratta di un
passo molto discusso, non solo per il suo valore di testimonianza sulla
dottrina accademica, ma anche per i vari problemi che esso pone. Il primo
è un problema di attribuzione: il brano si riferisce alle lezioni platoniche
Sul bene o piuttosto alle interpretazioni che ne davano gli allievi? Il se-
condo, quello che in questo contesto interessa più da vicino, riguarda
l'autenticità della polemica dei cosiddetti Pitagorici contro gli atomisti: si
tratta solo di una ricostruzione a posteriori o ha un valore anche storico?
Il terzo punto, il più controverso, riguarda la fonte del brano di Sesto.
Prima di affrontare l'analisi del brano è opportuno premettere un
dettaglio importante spesso trascurato e cioè che Sesto ne fornisce una
redazione parallela e riassuntiva negli Schizzi Pirroniani (3,151ss.). In questa
versione, di stile tipicamente dossografico, mancano sia l'esposizione det-
tagliata delle varie teorie che i riferimenti a polemiche dirette. Attraverso il
confronto dei due passi è possibile perciò stabilire quali sono i punti della
redazione originale della fonte che Sesto ha mantenuto nel resoconto
principale, ma che ha giudicato poi non essenziali nella redazione riassun-
tiva.
Il resoconto di Sesto si presenta piuttosto articolato. Molto probabil-
mente la sua fonte aveva attinto a sua volta a più fonti, come indica lo
stacco fra i paragrafi 262 e 26328. Nei paragrafi che seguono, vengono
infatti esposte altre versioni di dottrine accademiche: quella delle catego-
rie, quale si ritrova anche in Ermodoro, diretto allievo di Platone29, e la
versione manualistica, canonica negli autori tardi e di probabile prove-
nienza posidoniana30, della derivazione del tutto dai numeri. Per il tema
qui trattato sono però rilevanti i paragrafi 248-262 in quanto sono gli unici
a riportare una diaphonia dei Pitagorici (Accademici) con gli atomisti nella
ricerca dei principi. L'excursus sui numeri in cui questa compare viene in-

28 Sext. Emp. Adv. Math. 10,262s. kai; o{ti tai'" ajlhqeivai" au|taiv eijsin tw'n o{lwn ajrcaiv,
poikivlw" oiJ Puqagorikoi; didavskousin.
29 Cf. Hermod. Fr. 7 IP. Per i rapporti fra i due testi, cf. Heinze 1892, 38ss.; Wilpert 1941,
230; De Vogel 1949, 205ss.; Theiler 1964, 92; Krämer 1959, 284; Isnardi Parente 1979,
108s.; 1982 440s.
30 Cf. Burkert 1972, 54ss. La teoria della rJuvsi" del punto riportata nei § 281-283 era stata
comunque per lo meno sicuramente trattata e difesa anche da Eratostene (Sext. Emp. Adv.
Math. 3,28). Cf. Isnardi Parente 1992, 159-163.
Capitolo secondo 69

trodotto nella discussione sul tema del tempo trattato poco prima perché,
come osserva Sesto, è con i numeri che si misura il tempo31.
Egli passa poi ad una considerazione generale sull'importanza dei nu-
meri nella fisica dei "Pitagorici"
Dopo aver portato a termine l'esame di quel tema [il tempo], riteniamo oppor-
tuno fare un resoconto anche su questo [il numero], soprattutto perché i più sa-
pienti fra i fisici hanno attribuito ai numeri una tale importanza da farne i principi
e gli elementi di tutte le cose. Costoro sono i seguaci di Pitagora di Samo. Quelli
che filosofano veramente —essi dicono— sono simili a quelli che studiano il di-
scorso. Come infatti questi ultimi esaminano prima le parole (infatti il discorso è
composto da parole) e, poiché le parole sono composte da sillabe, esaminano
prima ancora le sillabe, siccome però le sillabe si risolvono nelle lettere della lin-
gua scritta, studiano ancor prima queste ultime, così —dicono i Pitagorici— i
veri fisici, quando ricercano i principi del tutto, devono in primo luogo esaminare
in quali elementi il tutto si scompone32.
Carattere distintivo di questa introduzione è la definizione dei Pitagorici
come "i più sapienti fra i fisici" che non si ritrova in nessun altro dei passi
paralleli di Sesto, né in Pyrrh. hyp. 3,151, né in Adv. Math. 7,93ss., né in
Adv. Math. 4,2ss. né è corrente nella tradizione tarda anche di ascendenza
neopitagorica. Questo giudizio, che riecheggia in certo modo quello del
Filebo (16c-e) sui saggi antichi che hanno elaborato la dottrina dei numeri
come intermedi fra l'uno e l'infinito, risale dunque ad un ambito platonico
che si poneva come alternativo alla concezione aristotelica del fisico: i
migliori fisici non sono quelli che si occupano dei fenomeni, ma quelli che
hanno scomposto il tutto fino ai suoi principi ultimi, i numeri. Di ascen-
denza platonica, sebbene mediata, è anche l'analisi grammaticale come
modello della scomposizione del mondo fino agli elementi primi33.
Di ben altro tenore è l'introduzione parallela di Pyrrh. hyp. 3,151. Qui
si passa ex abrupto dalla dichiarazione che l'estremismo dei dogmatici sui
numeri ha sollevato le critiche degli scettici, al semplice accenno al fatto

31 Adv. Math. 10,248.


32 Adv. Math. 10,248 kalw'" e[cein hJgouvmeqa meta; th;n proanusqei'san hJmi'n peri; ejkeivnou
zhvthsin kai; to;n peri; touvtou diaqevsqai lovgon, kai; mavlisq o{ti oiJ ejpisthmonevstatoi tw'n
fusikw'n ou{tw megavlhn duv namin toi'" ajriqmoi'" ajpev neiman, w{ste ajrca;" kai; stoicei'a tw' n
o{lwn touvtou" nomivzein. ou|toi dev eijsin oiJ peri; to;n Sav mion Puqagovran. ejoikevnai ga;r
levgousi tou; " filosofou'nta" gnhsivw" toi'" peri; lovgon ponoumev noi". wJ" ga;r ou|toi prw'ton
ta;" lev xei" ejxetavzousin (ejk levxewn ga;r oJ lovgo"), kai; ejp ei; ejk sullabw' n aiJ levxei",
prw'ton skevptontai ta;" sullabav", kai; ejpei; ejk sullabw' n ta; stoicei' a th'" ejggrammavtou
fwnh'" ajnaluomevnwn, peri; ejkeiv nwn prw'ton ejreunw'sin, ou{tw dei'n fasin oiJ peri; Puqa-
govran tou;" o[ntw" fusikouv", ta; peri; tou' panto;" ejr eunw' nta", ej n prwvtoi" ejxetavzein eij"
tivna to; pa' n lambav nei th; n ajnavlusin. Cf. anche Moderat. ap. Porph. V. P. 48s.
33 Cf. e.g. Pl. Pol. 278d; Theaet. 201ess.; Ti. 48b e Wilpert 1949, 129ss.
70 Principi corporei/ incorporei

che i Pitagorici hanno considerato elementi i numeri34. Manca sia l'enco-


mio di questi ultimi, sia la parte giustificativa del loro metodo, e cioè il
parallelismo con l'analisi del discorso.
In Adv. Math. 10,250 Sesto espone poi l'argomentazione dei Pitagorici
a favore della loro tesi
E' dunque in certo modo contrario alla fisica sostenere che il principio di tutte le
cose è visibile: infatti ogni cosa visibile deve essere composta da invisibili, ma ciò
che è composto da qualcosa non è principio, lo è invece ciò da cui quello è com-
posto. Per questo non bisogna affermare che ciò che appare è principio di tutte le
cose, ma che lo sono le componenti di ciò che appare, le quali, però, non sono
più visibili. Perciò [i Pitagorici] hanno posto come principi delle cose esistenti dei
principi non evidenti e invisibili e in maniera differenziata35.
Qui si intravvede l'intervento dello scettico (Sesto o la sua fonte) in
quanto manca sostanzialmente una dimostrazione del fatto che i fenomeni
sono composti. Il tutto viene presentato tendenziosamente come una
ipotesi. Nei tropi scettici la considerazione delle dottrine dogmatiche
come semplici ipotesi riveste una funzione fondamentale36. Proprio questa
argomentazione è l'unica dell'introduzione ad essere riportata nella ver-
sione parallela di Pyrrh. hyp. 3,152 dove invece è caduto tutto il resto37.
Nel brano di Adversus Mathematicos segue poi il passo che interessa più
da vicino e cioè la diffusa critica alle dottrine atomiste e corpuscolariste le
quali hanno posto come principi sì degli invisibili, ma pur sempre dei
corpi
Infatti quelli che hanno affermato che gli atomi o le omeomerie o le "masse" o,
in generale, i corpi intellegibili sono i principi di tutte le cose esistenti, per un
verso hanno visto giusto, per l'altro invece hanno sbagliato. Infatti, in quanto ri-
tengono che i principi siano invisibili, procedono come si conviene, in quanto
però li pongono come corporei, sbagliano. Come infatti i corpi intellegibili e invi-
sibili precedono i corpi sensibili, così anche gli incorporei devono essere principi
dei corpi intellegibili. E questo è logico: come infatti gli elementi della parola non

34 Sext. Emp. Pyrrh. hyp. 3,151 ejp ei; oJ crovno" dokei' mh; a[neu ajriqmou' qewrei'sqai, oujk a]n ei[h
a[topon kai; peri; ajriqmou' bracev a diexelqei'n. o{son me; n ga;r ejpi; th'i sunhqeivai kai; ajdo-
xavstw" ajriqmei'n tiv famen kai; ajriqmo;n ei\ naiv ti aj kouvomen: hJ de; tw'n dogmatikw' n perier-
giva kai; to;n kata; touv tou kekiv nhke lovgon. aujtivka gou'n oiJ ajpo; tou' Puqagovrou kai; stoi-
cei'a tou' kovs mou tou;" ajriqmou; " ei\ nai levgousin.
35 Adv. Math. 10,250s. to; me;n ou\n fainomevnhn ei\nai levgein th;n tw'n o{lwn ajrch;n ajfusikovn
pw" ejstivn: pa' n ga;r to; fainovmenon ejx ajf anw'n ojfeivlei sunivstasqai, to; d e[k tinwn su-
nestw; " oujk e[stin ajrchv, ajlla; to; ej keivnou aujtou' sustatikov n. o{qen kai; ta; fainovmena ouj
rJhtevon ajrca;" ei\ nai tw'n o{lwn, ajlla; ta; sustatika; tw'n fainomevnwn, a{p er oujkevti h\n fai-
novmena. toivnun ajdhvlou" kai; ajfanei' " uJpevqento ta;" tw'n o[ntwn ajrcav" kai; ouj koinw' ".
36 L'assegnazione ai dogmatici di un passaggio non motivato dai fenomeni alle loro cause
nascoste è un procedimento tipico anche dei medici empirici, cf. Gal. De exper. med. 24,3,
133s.; 25,2, 136 Walzer.
37 Pyrrh. hyp. 3,152 fasi; gou'n, o{ti ta; fainovmena e[k tino" sunevsthken, aJpla' de; ei\nai dei' ta;
stoicei'a: a[dhla a[ra ejsti; ta; stoicei'a.
Capitolo secondo 71

sono parole, così anche gli elementi del corpo non sono corpi; ma devono essere
o corpi o incorporei, perciò certamente sono incorporei. E non è ammissibile
dire che gli atomi si trovano ad essere eterni e che, per questo, essi possono es-
sere principi di tutto pur essendo corporei. In primo luogo, infatti, anche coloro
che assumono come elementi le omeomerie e le "masse" e i minimi privi di parti
assegnano loro una esistenza eterna, talché gli atomi non sono più elementi di
questi. Secondariamente, si ammetta pure che gli atomi siano veramente eterni;
tuttavia, come coloro che ammettono che il cosmo sia ingenerato ed eterno, non
di meno ricercano con la mente i primi principi che lo compongono, così anche
noi, dicono i fisici Pitagorici, cerchiamo con la mente da quali principi sono
composti questi corpi eterni e visibili con la ragione. Dunque le loro componenti
saranno o corpi o incorporei. Ma non potremmo dire che sono corpi, poiché bi-
sognerebbe porre come componenti di quelli dei corpi e così, procedendo la
mente all'infinito, il tutto sarebbe privo di principio 38.
Questo brano, al di là dei rimaneggiamenti, contiene le linee generali di
quella che doveva essere una argomentazione originaria dei "Pitagorici".
Essi partivano dalla critica a coloro che ponevano principi corporei (esat-
tamente come gli Accademici di Aristotele), fossero essi pure invisibili,
sottolineando come l'eternità da loro attribuita a tali corpi fosse solo appa-
rente (in Aristotele Platone e i suoi allievi sottolineano che i loro principi
sono "più eterni" dei corpi39). La vera eternità e i veri principi si trovano
infatti negli incorporei cui si arriva attraverso un procedimento mentale
(kat ejpivnoian). Se inizialmente l'argomentazione sembra rivolta contro
tutte le dottrine atomiste e corpuscolariste, nella seconda parte è però
inequivocabilmente diretta contro gli atomisti che hanno posto gli atomi
corporei come sostanze eterne. I Pitagorici-Accademici prendono le di-
stanze da questi ultimi utilizzando un tipico argomento dialettico basato

38 Adv. Math. 10,252-256 oiJ ga;r ajtovmou" eijpovnte" h] oJmoiomereiva" h] o[gkou" h] koinw'" nohta;
swvmata pavntwn tw'n o[ ntwn a[rcein ph'i me; n katwvrqwsan, ph'i de; dievp eson. h|i me; n ga;r
ajdhvlou" ei\ nai nomivzousin ta;" ajrcav ", deov ntw" ajnastrevfontai, h|i de; swmatika;" uJpo-
tivqentai tauvta", diapivptousin. wJ " ga;r tw'n aijsqhtw'n swmavtwn prohgei'tai ta; nohta; kai;
a[dhla swvmata, ou{tw kai; tw' n nohtw' n swmavtwn a[rcein dei' ta; ajswvmata. kai; kata; lovgon:
wJ" ga;r ta; th' " levxew" stoicei'a oujk eijsi; levxei", ou{tw kai; ta; tw' n swmavtwn stoicei'a ouj k
e[sti swvmata: h[toi de; swvmata ojf eivlei tugcav nein h] ajswvmata: dio; pav ntw" ejsti;n ajswvmata.
kai; mh; n oujde; e[ nesti fav nai, o{ti aijwnivou" sumbev bhken ei\nai ta;" ajtov mou", kai; dia; tou' to
duvnasqai swmatika;" ou[sa" tw'n o{lwn a[rcein. prw'ton me;n ga;r kai; oiJ ta;" oJmoiomereiv a"
kai; oiJ tou;" o[gkou" kai; oiJ ta; ejl avcista kai; aj merh' lev gonte" ei\nai stoicei'a aijwvnion ajpo-
leivpousi touvtwn th; n uJpovstasin, w{ste mh; ma'llon ta; " ajtov mou" h] tau't ei\nai stoicei' a.
ei\ta kai; dedovsqw tai'" ajlhqeivai" aijw nivou" ei\ nai ta; " ajtovmou": ajl l o}n trovpon oiJ
ajgevnhton kai; aijwvnion ajpoleivponte" to;n kovsmon oujde; n h|tton pro;" ejpivnoian zhtou' si ta;"
prw'ton susthsamev na" aujto; n ajrcav ", ou{tw kai; hJmei'", fasi;n oiJ Puqagorikoi; tw'n fusikw'n
filosovfwn, kat ejpivnoian skeptovmeqa to; ejk tivnwn ta; aijwv nia tau'ta kai; lovgwi qewrhta;
sunevsthke swvmata. h[toi ou\n swvmatav ejsti ta; sustatika; aujtw' n h] ajswvmata. kai; swvmata
me;n oujk a]n ei[paimen, ejp ei; dehvsei kajkeivnwn swvmata levgein ei\nai sustatika; kai; ou{ tw"
eij" a[peiron probainouvsh" th'" ejpinoiv a" a[ narcon givnesqai to; pa'n.
39 Metaph. Z 2, 1028b 16ss., v. supra, n. 21.
72 Principi corporei/ incorporei

sulla scomposizione mentale dei composti nelle loro costituenti più sem-
plici. Come i sostenitori delle idee nel Sofista, essi "fanno in briciole nei
logoi" i corpi dei loro avversari e dimostrano che questi non sono vere
sostanze eterne, in quanto mentalmente possono sempre essere scomposti
in altri corpi in una infinita progressione che priva il tutto di un principio
e di un ordine (a[narcon givnesqai to; pa'n). E' un'immagine parallela a quella
della molteplicità senza l'uno fatta balenare da Platone nel Parmenide e
riemergente anche nelle presunte critiche degli Eleati ai pluralisti in De
generatione et corruptione A 8 di cui si parlerà nel terzo capitolo40.
Nel resoconto parallelo di Sesto in Pyrrh. hyp. 3,152 manca sia la critica
agli atomisti sia la conseguente spiegazione della sottrazione kat ejpivnoian
fino ai principi e rimane solo l'opposizione rigidamente binaria fra corpo-
reo e incorporeo nella forma tipica anche di altri passi dossografici di
Sesto e in generale di una certa tradizione sui principi: degli invisibili al-
cuni sono corporei (atomi, o[gkoi), altri incorporei (figure, idee, numeri).
Il brano di Sesto non riproduce comunque alla lettera il discorso dei
Pitagorici-Accademici come è evidente sia dallo stile che dagli incisi sparsi
qua e là. Uno di questi è il richiamo ad Epicuro al paragrafo 257. I "Pita-
gorici" concludono infatti la loro argomentazione contro i principi corpo-
rei ribadendo che l'unica possibile soluzione rimane quella di cercare dei
principi incorporei. A questo punto viene introdotta la seguente osserva-
zione completamente anacronistica in un discorso fatto da Pitagorici-Ac-
cademici:
Cosa che anche Epicuro ha ammesso, dicendo che il corpo è concepito per ag-
gregazione di figura, grandezza, solidità e peso41.
La proposizione relativa e per di più espressa all'aoristo segnala comunque
che si tratta di un inciso42. Il discorso dei Pitagorici-Accademici è infatti
condotto tutto al presente.
Che dunque i principi dei corpi visibili solo col pensiero debbano
essere degli incorporei è evidente, continua il testo, ma il solo fatto di
essere incorporei non li qualifica automaticamente come principi. Infatti
anche Platone ha riconosciuto che le idee, pur essendo incorporee e
preesistenti ai corpi, che si generano secondo il loro modello, non sono
principi in quanto ciascuna idea presa in sé è uno, ma in combinazione

40 V. infra, III 2. 2. 2 e n. 56 per il testo di Parm. 165a-b.


41 Adv. Math. 10,257 o{per kai; Epivkouro" wJmolovghse, fhvsa" kata; ajqroismo;n schvmatov" te
kai; megevqou" kai; ajntitupiva" kai; bavrou" to; sw'ma nenoh'sqai.
42 Si tratta di una definizione di corpo variamente utilizzata da Sesto: in Adv. Math. 10,240
viene riportata ancora come epicurea e confutata, in Pyrrh. hyp. 3,152 viene invece intro-
dotta come definizione generale di corpo come ajqroismov" di accidenti incorporei, in Adv.
Math. 9,367 ricompare come tesi dei "Matematici".
Capitolo secondo 73

con altre è due, tre o quattro; dunque esse sono governate dal numero43.
Nel resoconto parallelo degli Schizzi pirroniani mancano completamente le
osservazioni su Platone, le quali quindi risalgono con molta probabilità al
testo originario dei cosiddetti Pitagorici. Se Alessandro sosteneva che
Aristotele, nel Peri; tajgaqou', attribuiva a Platone il superamento della
dottrina delle idee verso i principi, uno e diade, Simplicio faceva risalire
questa notizia non solo al libello aristotelico, ma anche alle altre redazioni
della lezione platonica sia di Speusippo che di Senocrate e di altri allievi44.
Dunque questo passaggio dalle idee al numero si integra perfettamente
con l'ipotesi dell'utilizzazione di uno scritto degli allievi di Platone da parte
della tradizione cui la fonte di Sesto si richiama45.
Dopo l'accenno alla teoria platonica delle idee, i Pitagorici-Accademici
procedono ad esporre il passaggio dai corpi agli elementi incorporei fino
ai principi primi, l'uno e la diade indefinita:
e le figure solide, che hanno una natura incorporea, vengono pensate prima dei
corpi, ma ancora non sono i principi di tutte le cose; infatti nella rappresenta-
zione mentale vengono prima le superfici poiché i solidi sono formati da queste.
Ma neppure le superfici possono essere poste come principi di tutte le cose; in-
fatti ciascuna di esse a sua volta è composta da elementi che la precedono, le li-
nee, e le linee hanno come presupposti i numeri in quanto la figura composta di
tre linee si chiama triangolo e quella composta di quattro quadrangolo. E poiché
la semplice linea non viene pensata senza il numero, ma, condotta da un punto
all'altro, segue il due e tutti i numeri cadono anch'essi sotto l'uno (infatti la diade
è una diade e anche la triade è un uno e la decade è una somma di numeri). Pren-
dendo le mosse da queste considerazioni, Pitagora ha posto come principio delle
cose esistenti la monade per partecipazione alla quale ciascuna delle cose esistenti
si dice uno. E questa, pensata secondo l'identità con se stessa, viene pensata
come monade, aggiunta a se stessa secondo la diversità, costituisce la cosiddetta
diade indefinita in quanto non è nessuna delle diadi numerabili e definite, ma
tutte vengono pensate come tali per partecipazione a questa. Dunque due sono i
principi degli esseri: la prima monade, per partecipazione alla quale tutte le mo-

43 Adv. Math. 10,258 h[dh de; oujk ei[ tina proufevsthke tw'n swmavtwn ajs wvmata, tau't ejx
ajnavgkh" stoicei'av ej sti tw'n o[ntwn kai; prw'taiv tine" ajrcaiv. ijdou; ga;r kai; aiJ ijdevai ajswvma-
toi ou\sai kata; to; n Plav twna proufesta'si tw' n swmavtwn, kai; e{kaston tw'n ginomev nwn
pro;" auj ta; " giv netai: ajll ou[k eijsi tw'n o[ ntwn ajrcaiv, ejpeivper eJkavsth ijdev a kat ijdivan me; n
lambanomev nh e} n ei\nai levgetai, kata; suvllhyin de; eJ tevra" h] a[llwn duv o kai; trei'" kai;
tevssare", w{ste ei\naiv ti ejpanabebhko; " aujtw' n th'" uJpostavs ew", to; n ajriqmovn, ou| kata; me-
toch;n to; e} n h] ta; duvo h] ta; triv a h] ta; touvtwn e[ti pleivona ejpikathgorei'tai aujtw' n.
44 Xenocr. Fr. 98 IP (Simpl. In Phys. 187a 12, 151,6-11).
45 Gaiser 1968b, 66 emargina la notizia su Platone come aggiunta ellenistica. Se fosse tale,
non si capisce perché non dovrebbe comparire, per lo meno in accenno, anche nella ver-
sione degli Schizzi pirroniani.
74 Principi corporei/ incorporei

nadi numerabili sono pensate come monadi, e la diade indefinita, per partecipa-
zione alla quale le diadi definite sono diadi46.
Il resoconto è qui in alcuni punti sicuramente distorto in quanto la tetrade
nella dottrina delle idee-numero non ha come corrispettivo geometrico il
quadrangolo, ma la piramide e c'è una confusione fra la diade come primo
dei numeri e la diade-principio (v. infra), ma il procedimento di sottrazione
dal corpo alla linea riproduce quello che si trova anche in altre testimo-
nianze sulla dottrina delle idee-numero. Nel resoconto degli Schizzi ven-
gono assunti come principi incorporei, in sequenza, le figure, le idee e i
numeri47 senza alcun accenno al metodo di sottrazione, come se si trat-
tasse di entità a sé stanti.

4. 1. Autenticità della polemica antiatomista nell'excursus di Sesto

Tra gli anni quaranta e cinquanta Paul Wilpert, nella sua opera di raccolta
di testimonianze sulla dottrina non scritta di Platone, aveva creduto di
individuare in questo brano di Sesto Empirico un frammento delle lezioni
Sul bene di Platone e ipotizzato conseguentemente una opposizione di
quest'ultimo a Democrito48. In seguito, tuttavia, anche chi ha riconosciuto

46 Adv. Math. 10,259-262 kai; ta; sterea; schvmata proepinoei'tai tw'n swmavtwn, ajswvmaton
e[conta th;n fuv sin: ajll ajnavpalin ouj k a[rcei tw'n pavntwn: proavgei ga;r kai; touvtwn kata;
th;n ejpivnoian ta; ejpivpeda schvmata dia; to; ejx ejkeiv nwn ta; sterea; sunivstasqai. ajlla; me;n
oujde; ta; ejpivpeda schvmata qeivh ti" a] n tw' n o[ ntwn stoicei'a: e{kaston ga;r aujtw'n pavlin ejk
proagovntwn suntivqetai tw'n grammw' n, kai; aiJ grammai; proepinooumevnou" e[cousi tou;"
ajriqmouv", parovson to; me; n ejk tw' n triw'n grammw'n trivgwnon kalei'tai kai; to; ej k tessavrwn
tetrav gwnon. kai; ejp ei; hJ aJplh' grammh; ouj cwri;" ajriqmou' nenovhtai, ajll ajpo; shmeivou ejpi;
shmei'on aj gomev nh e[cetai tw' n duei' n, oi{ te ajriqmoi; pav nte" kai; aujtoi; uJpo; to; e}n peptwv kasin
(kai; ga;r hJ dua;" miva ti" ejsti; duav ", kai; hJ tria; " e{ n ti ejstiv, triav ", kai; hJ deka; " e} n ajriqmou'
kefavl aion), e[nqen kinhqei;" oJ Puqagovra" ajrch; n e[fhsen ei\ nai tw' n o[ ntwn th; n monavd a, h|"
kata; metoch;n e{kaston tw' n o[ ntwn e}n levgetai: kai; tauvthn kat aujtovthta me; n eJauth'" no-
oumev nhn monavd a noei'sqai, ejpisunteqei's an d eJauth'i kaq eJterovthta ajp otelei'n th;n ka-
loumev nhn ajovriston duavda dia; to; mhdemiv an tw' n ajriqmhtw'n kai; wJrismevnwn duavdwn ei\ nai
ªth;n secl. Heintzº aujthv n, pavs a" de; kata; metoch;n aujth'" duavd a" nenoh'sqai, kaqw;" kai; ejpi;
th'" monavdo" ejlev gcousin: duvo ou\ n tw' n o[ ntwn ajrcaiv, h{ te prwvth monav ", h|" kata; metoch;n
pa'sai aiJ ajriqmhtai; monavde" noou'ntai monavde", kai; hJ ajovristo" duav", h|" kata; metoch;n aiJ
wJrismevnai duavde" eijsi; duavde".
47 Pyrrh. hyp. 3,152 tw'n de; ajdhvlwn ta; mevn ejsti swvmata, wJ" aiJ a[tomoi kai; oiJ o[gkoi, ta; de;
ajswvmata, wJ " schvmata kai; ijdev ai kai; ajriqmoiv. w| n ta; me;n swvmatav ej sti suv nqeta, sunestw'ta
e[k te mhv kou" kai; plavtou" kai; bavqou" kai; aj ntitupiva" h] kai; bavrou". ouj movnon a[ra a[dhla
ajlla; kai; ajswvvmatav ejsti ta; stoicei' a. ajlla; kai; tw'n ajswmavtwn e{kaston ejpiqewrouvmenon
e[cei to;n ajriqmovn: h] ga;r e{ n ejstin h] duvo h] pleivw. di w|n sunav getai o{ti ta; stoicei'a tw'n
o[ntwn eijsi;n oiJ a[dhloi kai; ajswv matoi kai; pa' sin ejpiqewrouvmenoi ajriqmoiv. kai; oujc aJplw'",
ajll h{ te mona;" kai; hJ kata; ejpisuv nqesin th'" monavdo" ginomev nh ajovristo" duav ", h| " kata;
metousiv an aiJ kata; mevro" givgnontai duavde" duavde".
48 Wilpert 1941, 229-248; 1949, 128ss.; 1950, 49-66.
Capitolo secondo 75

nel brano la presenza di un nucleo di dottrina platonica, ha avanzato


dubbi sulla sua originalità globale. Già Jaeger, recensendo il lavoro di Wil-
pert, aveva richiamato l'attenzione sulla terminologia ellenistica di vari
punti del brano e sugli evidenti interventi della fonte o delle fonti inter-
medie. Tra questi Jaeger annoverava anche la diaphonia fra "Pitagorici" e
atomisti considerandola una ricostruzione a posteriori49. Gaiser, che nel
volume Platons ungeschriebene Lehre la accettava come parte del resoconto
originale concordando con Wilpert sull'ipotesi di una diretta critica plato-
nica all'atomismo50, diviene poi più cauto nello studio particolare dedicato
a questo brano. Come altri dopo Jäger, anch'egli inclina a considerare il
nucleo che illustra la diaphonia un inserimento in quanto presenta il reper-
torio dossografico ellenistico sui principi presente anche altrove in Sesto e
in altri autori51. A favore di questa tesi sembrerebbe giocare anche un
passo di Sesto in cui viene esposto il decimo tropo scettico della sospen-
sione del giudizio, quello della relatività delle concezioni dogmatiche, nel
quale compare anche la lista tipica della vulgata dossografica sui principi e
la dichiarazione che le varie ipotesi dogmatiche vengono dagli scettici
contrapposte, ora a loro stesse (l'accento è sulle loro contraddizione in-
terne), ora a ciascuna delle altre52. La diaphonia fra i Pitagorici e gli atomisti
potrebbe dunque essere una costruzione seriore.
Per stabilire se e in che misura il brano presenti una contrapposizione
originale degli Accademici agli atomisti bisogna tuttavia osservare il reso-
conto di Sesto da un'ottica diversa rispetto a quella di chi ne rifiuta in
blocco l'originalità. In questo brano, come è stato più volte rilevato, ci
sono sì dei rimaneggiamenti (evidenti ad esempio nella terminologia di
matrice stoica, corrente negli autori di età imperiale) e degli inserimenti
che risalgono ad una tradizione posteriore, ma questi in generale risaltano

49 Jaeger 1951, 250s. [1960, 424s.].


50 Gaiser 1968a, 28s.; 82-85; 354 n. 60; cf. anche 229, 298, 465. Della stessa opinione anche
Krämer 1971, 294 n. 227.
51 Cf. in Gaiser 1968b, 64; 74 n. 103 con l'elenco degli autori in cui compare la sequenza
atomisti, corpuscolaristi, sostenitori di principi incorporei. Un elenco più esauriente in
Theiler 1964, 90 dove però non viene fatta alcuna differenziazione fra i vari tipi di reso-
conto dossografico. Manca in ambedue le liste un passo di Alessandro di Afrodisia, De
mixt. 213,18-214,6 dove i limiti dei corpi sono identificati con i triangoli platonici, v. infra,
n. 77. In ogni caso questi resoconti trattano i limiti dei corpi come dottrina a sé stante così
come Sext. Emp. Pyrrh. hyp. 3,152ss. La problematizzazione di questo passo manca sor-
prendentemente in Thiel 2006, 343s. e 349s. che dà per scontata l'autenticità della polemica
antiatomista.
52 Sext. Emp. Pyrrh. hyp. 1,145ss. devkatov" ejsti trovpo" ª...º oJ para; ta;" dogmatika;" uJpolhvyei"
ª...º dogmatikh; dev ejstin uJpovlhyi" paradoch; prav gmato" di ajnalogismou' h[ tino" ajpo-
deivxew" kratuv nesqai dokou'sa, oi|on o{ti a[toma e[sti tw' n o[ntwn stoicei'a h] oJmoiomerh' ãh]Ã
ejlavcista h[ tina a[lla. aj ntitivqemen de; touvtwn e{kaston oJte; me; n eJ autw'i oJte; de; tw'n a[llwn
eJkavs twi.
76 Principi corporei/ incorporei

proprio per il loro anacronismo come l'accenno ad Epicuro menzionato


precedentemente. Il fatto che Sesto riporti lo schema dossografico am-
pliato sui principi corporei di età ellenistica (atomi, omeomeri, "masse",
minimi privi di parti) non è in sé probante in quanto non esclude a priori
che il nucleo originale (Accademici contro atomisti) sia stato "aggiornato"
con tutta la lista tipica della dossografia tarda53. In generale, comunque,
Sesto presenta come storicamente vere, riproducendone abbastanza fe-
delmente la sostanza, solo le polemiche effettivamente condotte da autori
specifici contro altri54. Non presenta invece come un dato storico, ma
come una semplice divergenza di opinioni fra i dogmatici deducibile dalle
loro rispettive dottrine una diaphonia ricostruita a posteriori.
Nel brano di Sesto si avverte comunque quell'atmosfera di contrappo-
sizione dialettica degli Accademici ai sostenitori dei principi corporei deli-
neata nel Sofista ed evocata più volte nell'opera aristotelica che ho cercato
di delineare nella prima parte di questo capitolo. Qui si possono aggiun-
gere ulteriori considerazioni a conferma di questo fatto:
1. L'affermazione di principio secondo cui i fenomeni devono neces-
sariamente essere composti di elementi invisibili sembra proprio ripro-
durre nella terminologia stessa quella tendenza degli Accademici contro
cui Aristotele si scaglia nel primo libro della Metafisica e nel secondo libro
della Fisica accusandoli di far derivare le cose evidenti da ciò che non si
vede55.
2. I Pitagorici di Sesto mettono sullo stesso piano teorie corpuscolari
e atomiste: ambedue presupporrebbero corpuscoli eterni, ma non tali in
realtà in quanto sia gli uni che gli altri sono ulteriormente divisibili con la
mente. Questa assimilazione fra dottrine atomiste e corpuscolariste ritorna
sia nei resoconti aristotelici che trattano gli indivisibili sia, in particolare, in
un brano del terzo libro del De caelo, il cui tema è proprio l'alternativa fra
eternità o corruttibilità dei corpi elementari: i corpi elementari eterni ai
quali si arresterebbe la divisione sono o atomi, o ancora divisibili, ma mai
divisi. Questa seconda teoria corpuscolare viene attribuita molto strana-
mente ad Empedocle: egli avrebbe ammesso un corpuscolo "divisibile,

53 Su questa linea si pone la risposta data da Krämer 1964, 156ss. alle critiche rivoltegli da
Vlastos 1963, 644-648 il quale, adducendo l'argomento della rielaborazione tarda, negava la
possibilità di una eventuale presenza di materiale originale accademico nel brano. Ciò che
invece risulta più problematico della tesi di Krämer, come vedremo, è che il brano di Sesto
riporti effettiva dottrina platonica non filtrata dall'interpretazione degli allievi. Sull'amplifi-
cazione da parte della dossografia di problematiche e discussioni originarie, cf. Mansfeld
1992b e 2002 che tratta in particolare il materiale peripatetico.
54 Cf. e.g. quella fra Alessino il megarico e il suo contemporaneo Zenone stoico e degli stoici
successivi contro Alessino (Adv. Math. 9,108-110); fra Diogene di Babilonia e gli oppositori
di Zenone (9,133s.).
55 Metaph. A 9, 992a 24-29, v. supra, n. 3; cf. anche Phys. B 1, 193a 5ss.
Capitolo secondo 77

senza che possa mai venire dissolto"56. Tale esegesi dei principi empedo-
clei è tuttavia, molto probabilmente, già accademica e deriva da una rein-
terpretazione della dottrina empedoclea alla luce della teoria corpuscolare
di Eraclide Pontico. Egli aveva infatti assunto come componenti ultime
dei corpi piccole masse prive di connessioni al loro interno (a[narmoi
o[gkoi), e quindi ulteriormente scomponibili, separate da pori57. In Sesto i
"Pitagorici" fanno presente che l'assumere come principi dei corpi intelle-
gibili, siano essi atomi o corpuscoli ulteriormente divisibili come gli o[gkoi,
equivale ad una progressione all'infinito: in quanto corpi essi si possono
sempre immaginare composti di altri corpi senza poter arrivare ad un
principio ordinatore del tutto.
3. Il brano di Sesto si stacca da tutto il resto della tradizione dossogra-
fica tarda di marca teofrastea in quanto è l'unico non solo a presentare
una contrapposizione fra atomismo e dottrine "pitagoriche" dei principi,
superando lo schema della concordanza di fondo58, ma anche a confron-
tare gli atomi non con i triangoli del Timeo, bensì con la dottrina dell'uno e
della diade.
4. Sesto menziona fra coloro che hanno assunto come principi dei
corpi solo intellegibili gli atomisti, coloro che hanno posto le omeomerie,
o gli onkoi, o i minimi privi di parti secondo il normale schema presente
anche in altri autori tardi (v. infra). L'allusione ai sostenitori degli ejlavcista
kai; ajmerh' è, nel migliore dei casi, un anacronismo, in quanto questi prin-
cipi sono attribuiti nella lista dossografica corrente a Diodoro Crono po-
steriore a Senocrate59. Tuttavia, nel seguito del passo, la critica dei cosid-
detti Pitagorici è rivolta espressamente contro gli atomisti e non contro
tutte le tesi menzionate. Anzi, come risposta all'eternità dei loro atomi, si
obietta che, in fondo, anche i corpuscolaristi hanno considerato i loro
corpuscoli eterni; dunque gli atomi non sono "più elementi" dei corpu-

56 De cael. G 6, 305a 1-6 eij de; sthvsetaiv pou hJ diavlusi", h[toi a[tomon e[stai to; sw'ma ejn w|i
i{statai, h] diaireto;n me;n ouj mevntoi diaireqhsovmenon oujdevpote, kaqavper e[oiken
Empedoklh'" bouvlesqai levgein. a[tomon me;n ouj k e[stai dia; tou;" provteron eijrhmevnou"
lovgou": ajlla; mh; n oujde; diaireto;n me; n oujdevpote de; dialuqhsovmenon.
57 Heraclid. Fr. 118-123 Werhli. Sull'interpretazione degli a[narmoi o[gkoi di Eraclide, cf.
Stückelberger 1984, 17-19 con bibliografia. Sull'interpretazione corpuscolare di Empedocle
e sulle sue ascendenze accademiche, cf. Gemelli Marciano 1991a.
58 Anche Aristotele applica del resto lo schema "sinfonico" Pitagorici-atomisti nel breve
accenno congiunto a Democrito e ai Pitagorici di Metafisica M 4. Le differenze di questo
accostamento con lo schema diafonico del brano di Sesto sono evidenti. Innanzitutto i Pi-
tagorici di Aristotele vengono prima di Democrito e non possono essersi posti in posi-
zione critica nei suoi confronti. Inoltre sostengono anch'essi dei principi corporei in
quanto i loro numeri non sono separati dai sensibili. Aristotele li situa poi sullo stesso
piano di Democrito in quanto anch'essi hanno cercato in qualche modo di definire l'es-
senza.
59 V. infra, V 1 n. 12.
78 Principi corporei/ incorporei

scoli. Atomisti e corpuscolaristi vengono posti sullo stesso piano. La ne-


gazione di una eternità vera e propria all'ambito del corporeo è in perfetta
consonanza con la tradizione platonica che, da Platone in poi, esclude dal
mondo sensibile tutti i concetti assoluti60. L'intervento di cosmesi della
fonte di Sesto non è dunque da individuarsi nell'argomentazione princi-
pale, bensì unicamente nell'ampliamento della lista dei sostenitori dei
principi corporei.
5. Nel suo nucleo, inoltre, questa parte introduttiva del brano in cui si
parte dalla critica agli atomisti per il successivo superamento del corporeo
attraverso le figure fino al numero, presenta delle strette analogie coi brani
aristotelici nei quali, nella prima parte di questo capitolo, si sono ravvisate
tracce di una possibile critica degli Accademici agli atomisti.
Wilpert faceva inoltre rilevare in particolare due punti che riguardano
sia l'aspetto più generale dell'excursus dossografico, sia l'opposizione speci-
fica Pitagorici/ atomisti61:
1. La necessità di porre elementi non ulteriormente scomponibili,
neppure con la mente, scaturisce dalla problematica della divisibilità all'in-
finito così come era stata impostata nell'Accademia62.
2. Alla base dell'opposizione dei "Pitagorici" alle dottrine atomiste e
alla loro ricerca dei principi sta una marcata equivalenza fra ciò che può
venir pensato e ciò che è nella realtà63 quale si ritrova anche nella descri-
zione dei molti senza l'uno del Parmenide platonico (165b) e quale viene
continuamente rimproverata da Aristotele agli Accademici in generale64.
Per loro ciò che si può scomporre con la mente è in realtà scomponibile e
dunque non può essere principio. Le critiche rivolte alle dottrine atomiste
e corpuscolariste dai "Pitagorici" di Sesto sono perfettamente coerenti con
le concezioni e il metodo degli Accademici e richiamano l'immagine degli
amici delle idee del Sofista platonico che fanno a pezzi nei logoi i corpi dei
loro avversari.
Nel brano di Sesto è dunque possibile individuare, al di là delle riela-
borazioni tarde, una terminologia e una impostazione della discussione
che rimanda ad una opposizione degli Accademici agli atomisti su punti
fondamentali quali l'essenza e l'eternità dei principi.

60 Una conferma indiretta dell'autenticità della polemica antiatomista degli Accademici viene
poi dalla formulazione della dottrina dei minimi dell'atomo da parte di Epicuro che tiene
conto sia delle critiche accademiche che delle risposte aristoteliche agli Accademici stessi,
v. infra, VI 3. 1.
61 Wilpert 1949, 128ss.; 1950, 55.
62 Wilpert 1950, 56ss.
63 Wilpert 1949, 242-244; 1950, 62-65.
64 Il termine "tecnico" usato da Aristotele per questo modo di procedere è logikw'" skopei'n,
cf. De gen. et corr. A 2, 316a 5; Phys. G 8, 208a 14, v. infra, IV 2.
Capitolo secondo 79

Verificata l'autenticità della polemica antiatomista del brano di Sesto


rimangono da definire ancora due punti qualificanti per la ricezione del-
l'atomismo nell'Accademia e per la trasmissione di questa visione dell'a-
tomo alla tradizione tarda:
1. In primo luogo l'identità dei Pitagorici in questione. Wilpert e Gai-
ser attribuivano la dottrina direttamente a Platone, la Isnardi Parente è
incline a considerarla più propriamente senocratea. Nel primo caso sa-
rebbe l'unico indizio reale di una trattazione da parte di Platone dell'ato-
mismo antico, nel secondo verrebbe invece rafforzata l'ipotesi secondo
cui erano piuttosto gli allievi ad aver preso posizione nei confronti degli
atomisti.
2. In secondo luogo chi sia la fonte di Sesto e da dove essa stessa pre-
sumibilmente attinga.

4. 2. Senocrate "figlio dei Pitagorici" e la polemica antiatomista

Se Wilpert, Gaiser e Krämer vedevano nel resoconto di Sesto la dottrina


non scritta di Platone, c'è invece una corrente che riporta il passo all'Ac-
cademia, ma non a Platone stesso65. Alcuni elementi nella prima parte del
resoconto, già accennati dalla Isnardi Parente, fanno propendere per una
derivazione da Senocrate. In particolare la concezione dell'idea come una
realtà composita, molteplice al suo interno (kata; suvllhyin). Si tratterebbe
di un ulteriore sviluppo della dottrina del Sofista dove Platone parla di
sumplokh; tw'n eijdw'n, ma non di suvllhyi", un concetto a lui estraneo, mentre
Senocrate viene indicato da Temistio come il sostenitore di una conce-
zione dell'idea-numero come molteplicità (sugkeivmeno" ejx eijdw'n)66. Ai fini
dell'attribuzione a Senocrate sono però ancora più rilevanti altri due fatti e
cioè:
1. La considerazione del solido come un incorporeo con una conse-
guente nettissima separazione, senza possibilità di mediazione se non
attraverso il concetto di partecipazione, fra sensibile e intellegibile.

65 Merlan 1960, 203s. accettava la tesi che il contenuto del brano di Sesto fosse basato su un
nucleo derivato dall'Accademia, ma non da Platone facendo notare, fra l'altro, che nel re-
soconto viene citato il nome di Platone stesso. Krämer 1964, 158 n. 56 e Gaiser 1968b,
passim, interpretano il riferimento come una aggiunta della fonte di Sesto, ma in realtà esso
rientra in un discorso originario e coerente che accoglie la dottrina delle idee, indicando nel
contempo anche le linee del suo superamento. Isnardi Parente 1982a lo ha riportato
espressamente a Senocrate inserendolo nella sua edizione. Cf. ultimamente anche Thiel
2006, III 6.
66 Isnardi Parente 1981, 41s.; 1982, 348-50.
80 Principi corporei/ incorporei

2. L'allusione alla generazione del cosmo kat ejpivnoian che, al di là della


terminologia di matrice stoica67, richiama l'interpretazione didaskaliva"
cavrin data dagli allievi di Platone della generazione del cosmo nel Timeo68.
Il chorismos dei corporei dagli incorporei e la complessità delle idee,
sono i temi dominanti di un resoconto sulla dottrina di Senocrate nella
parafrasi al De anima di Temistio che si richiama, anche se forse attraverso
mediazioni69, al Peri physeos di Senocrate stesso. In questo brano, come nel
resoconto di Sesto, il solido è appunto considerato un incorporeo mentre
in Platone è il corpo stesso e nelle testimonianze sul Peri; tajgaqou' e nella
tradizione platonica tarda il primo incorporeo è la superficie 70.
La natura incorporea, spiega Temistio esponendo l'opinione di Seno-
crate, essendo priva della massa corporea, non appartiene alla sfera del
continuo, ma deve possedere i caratteri del discontinuo. La molteplicità
presente in questo ambito è fatta di monadi vere e non di unità apparenti
quali quelle del mondo fisico. L'incorporeo è dunque costituito di numeri
ideali che, in quanto numeri, esprimono una molteplicità, in quanto unità
ideali, sono realmente delle unità. Elementi del numero ideale sono l'idea
dell'uno e quella della prima diade, della prima triade e della prima tetrade.
Siccome, però, nel mondo intellegibile devono comparire anche i fonda-
menti matematici del sensibile e questo è composto da lunghezza, lar-
ghezza e profondità, la lunghezza prima (la linea), la superficie prima (il
triangolo), il solido primo (la piramide) costituiscono i corrispettivi geo-
metrici della diade, della triade e della tetrade71. Al di là della terminologia

67 L'espressione non è attestata né in Platone né in Aristotele, ma risale all'opposizione stoica


kat ejpiv noian (o ejpinoiv ai)/ kaq uJpovstasin (Posidon. F 16; 92 E.-K.) e diventa un ter-
mine corrente negli autori di età imperiale, cf. e.g. Gal. De diff. puls. 2,7 (VIII,609 K.); PHP
8,3,7 (II,496,14 De Lacy = V,668 K.), infra, 5. 2 n. 108.
68 Cf. Arist. De cael. A 10, 279b 32.
69 Isnardi Parente 1982a, 429-431; 1992, 147 n. 38.
70 Cf. Pl. Ti. 53c; Leg. 894a; Arist. Fr. 28 Rose (Alex. In Metaph. 987b 33, 55,20) ajrca;" me;n
tw'n o[ntwn tou;" ajriqmou;" Plavtwn te kai; oiJ Puqagovreioi uJpetivqento, o{ ti ejdovkei aujtoi'"
to; prw'ton ajrch; ei\nai kai; to; ajs uvnqeton, tw'n de; swmavtwn prw'ta ta; ejp ivpeda ei\nai—ta;
ga;r aJplouvsterav te kai; mh; sunanairouvmena prw'ta th'i fuvsei. Philo Op. 50; Macr. Somn.
Scip. 1,5,13 Ipsam vero superficiem cum lineis suis primam post corpora diximus incorpoream esse natu-
ram nec tamen sequestrandam propter perpetuam cum corporibus societatem; cf. anche Chalc. In Tim.
101,19ss. Theiler 1964, 101 riteneva questi ultimi brani paralleli a quello di Sesto, ma essi
differiscono proprio in questo punto fondamentale.
71 Xenocr. Fr. 260 IP (Themist. In De an. 404b 20, 11,20) th;n ga;r ajswvmaton fuvsin tou' me;n
sunecou' " posou' povrrwqen ei\nai pantavp asin uJpelavmbanon oiJ a[ ndre" ejkei'noi, a{ te ej n
o[gkwi mh; uJf estw's an, tou' diwrismevnou de; oijkeivan ei\nai: plh'qo" ga;r kai; ejkeivnh" ei\nai
th'" fuvsew" ej x eJ navdwn ajlhqinw' n sunteqeimev non uJp enovo un, oujc oi{ai" hJmei'" crwvmeqa ejpi;
tw'n swmavtwn monavsin, w|n oujdev n ejsti e}n ajkribw' ", ajlla; pleivw, ma'llon de; a[peira: dio; kai;
eijjdhtiko;n ejkavloun tou'ton to; n ajriqmo;n a{te sugkeivmenon ejx eijdw' n, kai; tou;" ajriqmou;"
ejkeivnou" ei[dh tw'n o[ntwn ejtivqento: 'ajriqmw'i dev te pant ejpevoike'. tou' me; n ou\n aujtozwviou,
toutevsti tou' kovsmou tou' nohtou', stoicei'a ta; prw'ta ejpoivoun tw' n eijdhtikw'n ajriqmw'n th;n
Capitolo secondo 81

tarda nella quale Temistio espone72, le concezioni di fondo del brano com-
baciano comunque con la dottrina dei Pitagorici di Sesto se si esclude il
fatto che quest'ultimo o la sua fonte distorcono il concetto di triade e
tetrade applicandolo erroneamente a triangolo e quadrangolo e non a
triangolo e piramide. Ambedue i brani sottolineano comunque il chorismos
del mondo sensibile dalle entità geometriche che ne costituiscono il fon-
damento, un tratto tipico della dottrina di Senocrate73. La concezione del
solido come incorporeo non è dunque platonica né deriva da una even-
tuale contaminazione della fonte tarda in quanto, più oltre, nello stesso
resoconto il solido viene chiaramente definito come to; stereo;n sch'ma kai;
to; sw'ma 74, ma risale a Senocrate.
Un altro punto che porta ad escludere la provenienza del brano di Se-
sto dalle dottrine non scritte di Platone e a riportarlo invece a Senocrate è
l'allusione ad una interpretazione non letterale, ma kat ejpivnoian della na-
scita del cosmo e degli enti di per sé eterni. Essa infatti non può essere di
Platone per ovvie ragioni e difficilmente è inserzione della fonte interme-
dia. Se infatti l'interpretazione allegorica della nascita del cosmo è comune
nel medio- e neoplatonismo75, non è invece documentata in relazione alla
genesi dei solidi e dei numeri. Ambedue le interpretazioni, compresa la
generazione dei numeri qewrh'sai e{neka, sono invece attribuite nei testi
aristotelici espressamente ai sostenitori delle idee-numero, cioè a Seno-
crate76. Dunque l'accenno alla genesi del cosmo, ma anche al carattere

tou' eJ no;" ijdev an kai; th; n th'" prwvth" duavdo" kai; th;n th'" prwvth" triavdo" kai; th;n th'" prwvth"
tetravdo": ejp eidh; ga;r ej n tw'i nohtw'i kovsmwi dei' pavntw" ta; " ajrca; " paremfaiv nesqai tou'
aijsqhtou', oJ de; aijsqhto;" ej k mhvkou" h[dh kai; plavtou" kai; bavqou", tou' me;n mhv kou" ijdevan
ei\nai th; n prwvthn ajpefhv nanto duavda: ajpo; ga;r eJno; " ejf e} n to; mh'ko", toutev stin ajpo;
shmeivou ejpi; shmei'on: tou' de; mhvkou" a{ma kai; plavtou" th;n prwvthn triavda: prw'ton ga;r
tw'n ejpipevdwn schmav twn ej sti; to; trivgwnon: tou' de; mhvkou" kai; plavtou" kai; bavqou" th;n
prwvthn tetravda: prw'ton ga;r tw' n sterew' n ejsti; n hJ puramiv". tau'ta de; a{panta labei'n
e[stin ejk tw'n Peri; fuvsew" Xenokravtou".
72 Il brano di Temistio, che Saffrey 1955, 37-43 aveva considerato di scarsa affidabilità, è
stato riabilitato da Cherniss 1977, 427-429 nella recensione a Saffrey e accettato a pieno
titolo come testimonianza su Senocrate da Pines 1961, 15ss. e da Isnardi Parente 1982a,
429-431; 1992, 145 n. 36.
73 Cf. anche la netta separazione fra sostanza sensibile e intellegibile in Xenocr. Fr. 83 IP
(Sext. Emp. Adv. Math. 7,147-149). Cf. su questo punto anche la critica aristotelica alle
dottrine senocratee Metaph. N 3, 1090b 21-29.
74 Adv. Math. 10,280; cf. anche i passi paralleli Adv. Math. 7,100 e 4,5. Per altre testimonianze
che utilizzano la vulgata tarda e identificano il solido col corpo, cf. Philo Op. 49-51; Plut. De
E 390 D; Hippol. Ref. 6,23,3; Anatol. ap. Iambl. Theolog. arithm. 23, 29,10-12 De Falco.
75 Per un elenco esauriente degli autori che hanno affrontato questa problematica, cf. Cher-
niss 1976, 170 n. a.
76 Per la genesi del cosmo Arist. De cael. A 10, 279b 32 e il commento corrispondente in
Simpl. In De cael. 279b 32, 303,33 (Xenocr. Fr. 154 IP). Per la genesi dei numeri qewrh'sai
e{neka Metaph. N 4, 1091a 23-29 e il commento di Burkert 1972, 79s.
82 Principi corporei/ incorporei

composto degli enti ideali kat ejpivnoian, porta ad identificare i cosiddetti


Pitagorici con quest'ultimo. E' perciò assai probabile che Senocrate, il
quale è l'unico nell'Accademia ad aver elaborato una dottrina degli indivi-
sibili, abbia preso posizione nei confronti dell'atomismo (che Aristotele
invece esaltava) contrapponendogli non semplicemente le tesi del Timeo,
ma la dottrina dei principi incorporei. L'interpretazione di coloro che
vedono nella prima parte del resoconto di Sesto una ricostruzione a po-
steriori di una polemica non è dunque corretta. La sua fonte ha solo am-
pliato, secondo uno schema corrente, la lista delle teorie corpuscolariste,
ma ha ripreso sicuramente un confronto dialettico originale come fa in
molti punti del suo resoconto sui numeri. Questo risulta anche dall'esame
degli altri brani dossografici sui principi (che definirò "la vulgata"), alcuni
dei quali di Sesto stesso, portati generalmente come prova della deriva-
zione tarda della polemica77. Nonostante siano sempre stati considerati
perfettamente paralleli a questo, essi presentano in realtà differenze di

77 Sext. Emp. Adv. Math. 9,363 (124, 169 L.) Dhmovkrito" de; kai; Epivkouro" ajtovmou", eij mhv ti
ajrcaiotevr an tauvthn qetevon th; n dovxan, kai; wJ" e[legen oJ Stwiko;" Poseidwvnio", ajpo;
Movcou tino;" aj ndro;" Foivniko" katagomevnhn, Anaxagovra" de; oJ Klazomevnio" oJ moiome-
reiva", Diovdwro" de; oJ ejpiklhqei;" Krovno" ejl avcista kai; ajmerh' swvmata, Asklhpiavdh" de;
oJ Biquno;" ajnavrmou" o[gkou", oiJ me; n peri; Puqagovr an tou;" ajriqmouv" e[lexan pav ntwn
a[rcein, oiJ de; maqhmatikoi; ta; pevrata tw'n swmavtwn, oiJ de; peri; to;n Plavtwna ta; " ijdeva".
Cf. Pyrrh. hyp. 3,32; Adv. Math. 10,318. [Gal.] Hist. phil. 18 (124 L.) Dhmovkrito" de; kai;
Epivkouro" ta;" ajtovmou" ajrca; " pav ntwn nomivzousin, ÔHrakleivdh" de; oJ Pontiko;" kai;
Asklhpiavdh" oJ Biquno;" aj navrmou" o[gkou" ta; " ajrca; " uJpotivqentai tw'n o{l wn, Anaxagovra"
de; oJ Klazomevnio" ta;" oJmoiomereiv a" Diovdwro" de; oJ Krov no" ejpikeklhmevno" aj merh' kai;
ejlavcista swvmata, Puqagovra" de; tou;" ajriqmouv ", oiJ maqhmatikoi; ta; pevr ata tw' n
swmavtwn, Strav twn de; oJ fusiko;" proswnomasmev no" ta;" poiovthta". Alex. De mixt. 213,18
(124 L.) w|n oiJ me;n a[toma swvmata a[p eira tw'i plhvqei, kata; sch'ma kai; mevgeqo" movnon th;n
pro;" a[llhla diafora; n e[ conta, ta;" ajrca;" kai; ta; stoicei' av fasin ei\ nai, kai; th'i touvtwn
sunqev sei te kai; poia'i periplokh'i e[ti te tavxei kai; qevsei ta\lla givnesqai: ejf h|" dovxh"
prw'toi me;n Leuv kippov" te kai; Dhmov krito" genevsqai dokou'sin, u{steroi de; Epivkourov" te
kai; oiJ th;n aujth; n touvtwi trapevnte": oiJ de; aujtw' n, ouj k ajtovmou", oJmoiomerh' dev tinav fasin
a[peira ei\nai swvmata, ejx w| n hJ tw' n aijsqhtw'n gev nesi" swmav twn ginomevnh kata; suv gkrisin
kai; suvnqesin, ãejfà h|" dovxh" Anaxagovra" te kai; Arcevlao" dokou'si gegonev nai: h[dh dev
tine" kai; ajmerh' tina swv mata ta; " ajrca;" kai; stoicei'a tw' n pav ntwn prohvcqhsan eijpei' n:
e[sti dev ti" dovxa kai; ej x ejpipevdwn th;n gevnesin poiou'sa tw'n swmavtwn kai; ejx ajriqmw'n ti"
a[llh. Cf. la versione riguardante i principi corporei di Calc. In Tim. 283,17-284,8 Waszink
Restat nunc, ut eorum quoque qui generatam esse corpoream silvam negant sententias exequamur; quorum
aeque diversae opiniones omnino sunt. Sunt enim qui textum eius et quasi continuationem quandam cor-
pusculis, quae intellegantur potius quam sentiantur, conexis sibi invicem assignent in aliquo modo positis et
aliquatenus figuratis, ut Democrito et Epicuro placet. Addunt alii qualitatem, ut Anaxagoras, sed hic
omnium materiarum naturam proprietatemque in singulis materiis congestam esse censet; alii propter exi-
guitatem individuorum corporum, quorum numerus in nullo fine sit, subtilitatem silvae contexi putant, ut
Diodorus et non nulli Stoicorum, quorum sit fortuitus tam coetus quam segregatio. Il resoconto di Cal-
cidio presenta le tipiche assimilazioni della trasmissione dossografica (ad alcuni stoici viene
addirittura attribuita una forma di atomismo e una formazione casuale dei corpi, ciò che
essi sempre criticano). Su questi schemi Mansfeld 1990a, 3070 n. 38 e 3158s.
Capitolo secondo 83

rilievo. In questi brani, infatti, le dottrine che pongono come principi le


idee, le superfici (o i limiti dei corpi) e i numeri vengono considerate come
tesi separate, senza alcun collegamento fra loro e attribuite a personaggi
diversi: i sostenitori dei "limiti dei corpi" (le superfici) come principi sono
ad esempio i "Matematici", identificati con sicurezza come matematici e
astronomi di età ellenistica78, quello dei numeri è Pitagora, delle idee, Pla-
tone. Una breve notazione del Filopono, unica nel panorama dossografico
antico, solo apparentemente simile alla vulgata, riporta invece una lista con
varianti significative che richiamno il resoconto di Sesto. Se infatti fra i
"materialisti" vengono annoverati Talete, Democrito, Anassimene Anas-
simandro ed Eraclito, che compaiono anche nella vulgata79, i sostenitori dei
principi incorporei sono unicamente i Pitagorici e Senocrate che hanno
posto come come principi i numeri. L'aggiunta a quest'ultimo gruppo di
Platone con formula dubitativa rimanda evidentemente all'interpretazione
della sua dottrina da parte della fonte del Filopono80. Nella vulgata Seno-
crate non compare mai come sostenitore del numero (che è invece Pita-
gora) e Platone è sempre decisamente il rappresentante della dottrina delle
idee. Inoltre il Filopono fa seguire anche un elenco di coloro che avreb-
bero sostenuto una posizione intermedia ammettendo sia principi corpo-
rei che incorporei, come Anassagora (omeomerie e Nous), Empedocle
(quattro elementi e Neikos e Philia) e lo stesso Democrito (atomi e vuoto).
Il Filopono attinge dunque ad un'altra versione dell'opposizione corporei/
incorporei che ha ben presenti le tesi di Senocrate e che mostra delle
analogie con l'excursus di Sesto sulla diaphonia fra "Pitagorici" e atomisti.
Ambedue si distanziano dalla vulgata sui principi corporei e incorporei e
attribuiscono gli incorporei unicamente ai Pitagorici e, il Filopono, anche
a Senocrate, la fonte ultima del brano di Sesto. La prima parte di questo
passo, dunque, lungi dal riprodurre semplicemente la vulgata di età elleni-
stica, riporta, pur con qualche integrazione, una originale critica di Seno-
crate agli atomisti. La parte critica si incentrava sull'assimilazione delle
loro dottrine alle presunte tesi corpuscolariste e sul concetto di eternità
dei principi. La considerazione che i principi corporei, per definizione,
non possono essere eterni in quanto mentalmente sempre scomponibili,
serviva poi come punto di partenza per l'ajnavl usi" eij" ta; prw'ta, l'uno e la
diade secondo quel procedimento rispecchiato nei testi aristotelici esami-
nati nella prima parte di questo capitolo. Il carattere teoretico dell'opera-

78 Burkert 1972, 42s., n. 76; Isnardi Parente 1992, 159ss.


79 Sext. Emp. Adv. Math. 9,360-364 e 10,310-318.
80 Philop. In De an. 404b 30, 82,17 (Xenocr. Fr. 119 IP) swmatika;" me;n ou\n ta;" ajrca;"
ejtivqento oiJ fusikoiv, Qalh'", Dhmovkrito", Anaximev nh" Anaxivmandro", ÔHravkleito",
ajswmavtou" de; oiJ ajriqmou;" levgonte" wJ" oiJ Puqagovreioi kai; Xenokravth", dokei' de; kai; oJ
Plavtwn.
84 Principi corporei/ incorporei

zione di sottrazione dal corporeo alle figure geometriche, ai numeri e ai


principi stessi veniva espressamente sottolineato col risultato di separare
nettamente l'ambito degli incorporei da quello del corpo: quest'ultimo
infatti anche se, di fatto, fosse eterno, non potrebbe comunque esserlo in
realtà, poiché i veri enti eterni sono solo gli intellegibili. Gli oggetti mate-
matici perdevano così quel carattere di mediazione che avevano rivestito
per Platone per rientrare nel dominio degli intellegibili puri.

4. 3. Una fonte scettica per Sesto

La fonte del brano di Sesto è difficile da determinare e la discussione è


tuttora aperta, ma, anche solo dall'analisi della prima parte del brano, che
termina con 10,263, si possono ricavare elementi utili per individuarla.
Universalmente riconosciuto è il fatto che si tratta di una fonte tardo-elle-
nistica in quanto presenta in alcuni punti quella volgarizzazione delle teo-
rie del numero che si ritrova in autori tardi81. Il problema si pone quando
si tratta di stabilire con precisione a quale ambito appartenga. Come si è
già osservato, la questione è complicata dal fatto che la fonte di Sesto ha a
sua volta utilizzato più fonti per questo excursus sui numeri. Sono state
avanzate varie ipotesi di cui vale la pena fornire un breve sunto valido
anche come punto di partenza per ulteriori riflessioni.
1. Posidonio. La tesi di Posidonio ha avuto un grande seguito soprat-
tutto per le analogie di Adv. Math. 10,277-284 con 7,92-100 dove il filo-
sofo viene espressamente nominato. Ed effettivamente questi paragrafi
mostrano una utilizzazione di Posidonio o, per lo meno, di una versione
tarda, da lui derivata, sui numeri pitagorici, versione che, del resto, ricom-
pare tale e quale anche in Adv. math. 4,2-982. Essa è basata sostanzialmente
su una interpretazione del Timeo alla luce delle dottrine dell'uno e della
diade e della massima pitagorica della tetraktys, fonte della natura eterna.
La tetrade costituisce il fondamento sia della struttura corporea che dell'a-
nima del mondo. Genera il corpo attraverso la progressione, o lo scivola-
mento del punto alla linea, di questa alla superficie, e di questa al solido
corporeo, e l'armonia del cosmo sulla base degli accordi contenuti nei
numeri dall'uno al quattro: l'accordo di quarta (4:3) di quinta (3: 2) e l'ot-
tava (2:1)83. Né in questi resoconti, né nella vulgata tarda che ritorna in altri

81 Cf. Burkert 1972, 54s.


82 Cf. Burkert 1972, 53ss.
83 Adv. Math. 10,282s. La derivazione posidoniana della teoria dell'anima del mondo è confer-
mata dal passo corrispondente in Adv. Math. 4,8 (kata; th;n ajrchvqen uJpovqesin tessavrwn
o[ntwn ajriqmw'n, tou' te eJno; " kai; duvo kai; triva kai; tev ssara, ej n oi|" ejlevgomen kai; th;n th'"
yuch'" ijdev an perievcesqai kata; to; n ej narmov nion lovgon...) nel quale viene riecheggiata la
Capitolo secondo 85

autori compaiono, però, il motivo della diaphonia dei Pitagorici con gli
atomisti e la caratterizzazione del solido come incorporeo.
2. Eudoro o un neopitagorico. E' la tesi più affermata da quando il Theiler
l'ha proposta leggendo in 10,260s. una reinterpretazione monistica della
dottrina dei principi tipica di Eudoro84. In realtà, nel brano di Sesto, come
è stato osservato, non c'è un monismo del tipo eudoreo che pone l'uno
come principio supremo, identificabile con il dio, al di là della dualità dei
principi uno e diade85, ma una predominanza dell'uno rispetto al secondo
principio che Aristotele stesso nella Metafisica attribuisce ad alcuni Pitago-
rici e agli Accademici86. Venuta meno dunque la motivazione principale
per far risalire ad Eudoro il resoconto di Sesto, non ci sono altri partico-
lari possano confermare questa tesi. La coloritura stoica del linguaggio è
infatti una caratteristica comune degli autori tardo-ellenistici87. Non c'è,
d'altra parte, neppure nessuna ragione per attribuire ad un non ben identi-
ficato neopitagorico un resoconto sui numeri solo perché vi si parla di
Pitagorici e viene riferita anche la vulgata pitagorizzante relativa alla te-
trade. Sesto, infatti, non si limita ad attingere alla sua fonte per il semplice
resoconto, ma, come vedremo in seguito, assume in blocco anche la parte
critica della dottrina dei cosiddetti Pitagorici. Soprattutto la prima parte
del brano, quella già commentata (248-262) e questa parte critica sono
importanti per individuare questa fonte che ha composto un resoconto
sui numeri pitagorici servendosi di materiali disparati: della vulgata tardo-
ellenistica, ma anche di altre fonti più antiche.
Alcuni indizi rimandano ad una fonte scettica, nella fattispecie Enesi-
demo88:
1. Enesidemo aveva preso in considerazione i numeri probabilmente
trattando il tema del tempo in quanto li annoverava nelle stesse categorie:
per lui sia la monade sia l'istante erano sostanze, gli altri numeri e il giorno

definizione di Posidonio (F 141a; T 45 E.-K.) (Plut. De an. procr. 1023 B ijdevan ei\nai tou'
pavnthi diastatou' kat ajriqmo;n sunestw' san aJrmonivan perievconta). Sulla provenienza po-
sidoniana della vulgata relativa alla tetrade pitagorica come espressione della formula del
corpo e dell'anima, cf. Merlan 1960, 51-53.
84 Theiler 1965, 208.
85 Cf. Burkert 1972, 54 n. 7; Isnardi Parente 1992, 150 n. 41.
86 Metaph. M 6, 1080b 6 scedo;n de; kai; oiJ levgonte" to; e}n ajrch;n ei\nai kai; oujsivan kai; stoi-
cei'on pavntwn, kai; ej k touvtou kai; a[llou tino; " ei\nai to;n ajriqmovn, e{kasto" touvtwn tina;
tw'n trovpwn ei[rhke. Ibid. 30-32 monadikou;" de; tou; " ajriqmou;" ei\nai pav nte" tiqev asi, plh;n
tw'n Puqagoreivwn, o{soi to; e} n stoicei'on kai; ajrchvn fasin ei\nai tw'n o[ntwn.
87 In particolare Theiler 1964, 90 si riferisce alla terminologia stoica della seconda parte del
brano di Sesto, quella riguardante la sistemazione categoriale. Egli stesso, però (p. 89), cita
un passo (Adv. Math. 8,161) che indica chiaramente come la terminologia stoica fosse im-
piegata anche dagli scettici.
88 A quanto mi risulta, finora solo il Krämer 1967, 29 n. 30; 1964, 157 n. 55 ha ventilato
questa ipotesi senza tuttavia soffermarvisi.
86 Principi corporei/ incorporei

il mese e l'anno solo dei multipli, cioè una quantità. L'introduzione del
brano sui numeri come attinenti alla definizione di tempo, ricorda inoltre
quella data da Enesidemo89.
2. In Adv. Math. 10,251-52, in un inciso non ben integrato con il di-
scorso dei Pitagorici, si sottolinea come coloro che hanno assunto ele-
menti invisibili lo abbiano fatto ouj koinw'"90. Questa espressione riecheggia
la formula del quinto tropo di Enesidemo contro le opinioni dogmatiche
secondo cui tutti coloro che assumono delle cause lo fanno ciascuno se-
condo proprie ipotesi sugli elementi, ma non secondo un metodo comune
e concordato91.
3. Ad Enesidemo rimanda anche la confutazione che Sesto fa seguire
all'excursus sui Pitagorici dove vengono utilizzati argomenti dei dialoghi
platonici in particolare del Fedone e del Parmenide92. Sesto confuta, utiliz-
zando un Platone "scettico"93, il dogmatismo dei Pitagorici. Particolar-
mente indicativo è l'uso dell'aporia del Fedone (96e-97b) per la critica al
concetto di diade. Nel dialogo platonico era impiegata per mostrare l'im-
possibilità della generazione meccanica da composizione o divisione di
entità preesistenti: come è possibile infatti che il due possa derivare da due

89 Sext. Emp. Adv. Math. 10,248 ejpei; e[ti tw'n suzugouvntwn tw'i crovnwi pragmavtwn ejsti; kai;
oJ ajriqmo;" dia; to; mh; cwri;" ejxariqmhvsew" th;n tou' crovnou givnesqai katamev trhsin, ka-
qavper wJrw'n kai; hJmerw' n kai; mhnw'n, e[ti de; ejniautw'n. Cf. Enesidemo in Adv. Math.
10,216s. th;n me;n crovno" proshgorivan kai; th;n mona;" ejpi; th'" oujsiva" tetavcqai fhsivn, h{ti"
ejsti; swmatikhv, ta; de; megevqh tw' n crov nwn kai; ta; kefavlaia tw'n ajriqmw'n ejpi; poluplasia-
smou' mavlista ej kfevresqai. to; me; n ga;r nu' n, o} dh; crovnou mhvnumav ejstin, e[ ti de; th; n monavda
oujk a[llo ti ei\ nai h] th;n oujsivan, th; n de; hJmevr an kai; to; n mh' na kai; to;n ejniauto; n polupla-
siasmo;n uJpavrcein tou' nu' n, fhmi; de; tou' crovnou, ta; de; duvo kai; triva kai; devka kai; eJkato; n
poluplasiasmo; n ei\ nai th'" monavdo".
90 La frase toivnun ajdhvlou" kai; ajf anei'" uJpevq ento ta;" tw'n o[ntwn ajrcav" kai; ouj koinw'" è una
riflessione della fonte sulla diaphonia fra dogmatici che sta per esporre. Segue infatti la cri-
tica dei Pitagorici alle tesi che sostengono principi invisibili corporei in generale e agli ato-
misti in particolare.
91 Sext. Emp. Pyrrh. hyp. 1,183 pevmpton kaq o}n pavnte" wJ" e[po" eijp ei'n kata; ta;" ijdiva" tw'n
stoiceivwn uJpoqevs ei" ajll ouj katav tina" koina; " kai; oJmologoumev na" ej fovdou" aijtiolo-
gou'sin. Sulla eventuale trattazione diafonica dei "fisici" da parte di Enesidemo e sulle sue
ascendenze nell'Accademia scettica, cf. Mansfeld 1988, 250 [1990b, 211] e n. 47; 251
[1990b, 212] e n. 48-50.
92 In particolare l'aporia del Parmenide (131a-c) secondo cui i molti non possono partecipare
dell'idea né come tutto né come parte. Cf. Adv. Math. 10,293-298. Nel passo corrispon-
dente degli Schizzi pirroniani (3,159), per dimostrare che il concetto di partecipazione di-
strugge l'unità dell'idea, viene riportata una variante dell'esempio del velo del Parmenide
(uJpoteqevntwn gumnw'n ajnqrwvpwn, eJno;" de; o[nto" iJmativou kai; tou'to eJno;" ajmfiasamevnou,
gumnoi; menou'sin oiJ loipoi; kai; cwri;" iJmativou. eij de; mevrou" aujth'" metevc ei e{kaston,
prw'ton me;n e{xei ti mevro" hJ monav", kai; a[p eirav ge e{xei mevrh, eij " a} diairei' tai).
93 Sull'immagine e l'evoluzione dell'interpretazione scettica di Platone, cf. l'esauriente reso-
conto in Tarrant 1985, 71-88. Cf. anche Bonazzi 2003. Il Fedone e il Parmenide sembrano es-
sere stati utilizzati per tale rappresentazione.
Capitolo secondo 87

unità distinte, di cui ciascuna era uno prima di aggiungersi all'altra, se esse
rimangono tali e quali erano precedentemente, o che lo stesso due si ge-
neri semplicemente se una unità viene tagliata a metà? Si tratta di un
preambolo introduttivo alla critica alla spiegazione meccanicistica dei
fenomeni da parte di Anassagora e dei fisici come lui. Nel brano di Sesto
gli argomenti vengono ripresi, anche con una lunga citazione letterale
(Phaed. 97a), e ampliati94. Il Platone scettico che emerge da questo brano
non è quello di Sesto stesso, che lo considerava un dogmatico come gli
altri e lo criticava come tale95, ma risale a quell'esegesi scettica cui egli
allude nel primo libro degli Schizzi pirroniani e che è sempre stata oggetto
di controversa attribuzione. Secondo Sesto, alcuni interpretavano non
solo il Platone dei dialoghi aporetici, ma anche quello dei dialoghi dogma-
tici, come un puro scettico. Dato che i manoscritti esibiscono in questo
punto una irreparabile crux, si è posto il quesito se questa visione fosse
quella di Enesidemo o se costui, come Sesto, vi si opponesse96. L'espres-

94 Adv. Math. 10,302-307 eij de; mnhvmhi kat ejpisuvnqesivn tinwn e[gnwstai (scil. oJ ajriqmov"),
ajporhvsei ti" tw'n aijsqhtw'n ajpostav ", kaqw;" kai; oJ Plavtwn hjpovrei ejn tw'i Peri; yuch'" pw' "
ta; duvo kat ijdivan me; n o[ nta ouj noei'tai duvo, sunelqovnta de; eij" taujto; givnetai duvo ktl.).
Isnardi Parente 1992, 163ss. ipotizza per questo passo una polemica diretta di Sesto contro
Platone. Che questo sia impossibile risulta in primo luogo dal fatto che il passo viene ri-
portato come un sostegno alla confutazione dei Pitagorici come indicano le espressioni in-
troduttive dei singoli punti dell'aporia (cf. 10,302 e 305 oJ de; Plavtwn kai; a[llw" ejpiceirei'n
bouvletai... 308 toiou'to" me; n kai; oJ Plavtwn: e[ nesti kai; w|d e sunerwta'n), in secondo
luogo dal confronto con un passo parallelo (Adv. Math. 4,11ss.) dove effettivamente Sesto
polemizza contro Platone attribuendo a lui la dottrina dei numeri e sostenendo che pitago-
rizza (puqagorikwvteron oJ Plavtwn fhsivn...). Cf. in particolare Adv. Math. 4,21 (contro la
diade assunta da Platone come principio) a[poro" gavr pw" kai; au{th (scil. hJ duav") sunivsta-
tai kata; th;n tw' n monavdwn suvnodon, w{sper kai; Plavtwn dia; tou' Peri; yuch'" provteron
hjpovrhken). Il Fedone viene in questo secondo caso utilizzato espressamente per dimostrare
come Platone sia in contraddizione con se stesso.
95 Cf. la feroce critica contro la composizione e il carattere matematico dell'anima nel Timeo
in Pyrrh. hyp. 3,189. Una stessa differenza di giudizio su Platone in passi paralleli, da cui ri-
sulta chiaro che Sesto offre un'immagine scettica di Platone solo quando segue letteral-
mente la sua fonte, in Pyrrh. hyp. 1,28 e Adv. Math. 7,281. La stessa definizione di uomo
tratta dalle definizioni pseudo-platoniche viene interpretata nel primo passo alla luce del-
l'affermazione che nessuno dei sensibili esiste veramente: Platone fornisce la definizione di
uomo, non come un dato sicuro, ma solo, come è solito fare, secondo la verosimiglianza
(kata; to; piqanovn). Nel secondo caso (Adv. Math. 7,281), invece, Sesto critica la definizione
platonica come la peggiore di tutte in quanto non definisce affatto l'uomo, ma elenca solo
una serie di attributi positivi e negativi. Nel brano degli Schizzi pirroniani abbiamo proprio
un saggio interpretativo di quella corrente da cui Sesto prende le distanze, ma di cui nel
contempo si serve come fonte. Cf. su questo punto Tarrant 1985, 75-77; Decleva Caizzi
1980, 408s.; 1986, 175.
96 Pyrrh. hyp. 1,221s. to;n Plavtwna ou\n oiJ me;n dogmatiko;n e[f asan ei\nai oiJ de; ajporhtikovn, oiJ
de; kata; mevn ti ajporhtiko;n kata; dev ti dogmatikovn ª...º. peri; me; n ou\ n tw'n dogmatiko; n
aujto; n ei\nai legov ntwn, h] kata; mevn ti dogmatiko;n, kata; dev ti ajporhtikovn, perisso;n a]n ei[h
levgein nu' n: aujtoi; ga;r oJmologou'si th; n pro; " hJma'" diaforav n: peri; de; tou' eij e[stin eijli-
88 Principi corporei/ incorporei

sione che segue direttamente la menzione di Enesidemo nel tormentato


passo: ou|toi ga;r mavlista tauvth" proevsthsan th'" stavsew", denota tuttavia una
presa di distanza da quella tendenza, della quale evidentemente Enesi-
demo era uno dei rappresentanti principali97. Proprio il fatto che Sesto usi
lo stesso passo platonico del Fedone in Adv. Math. 10,302ss. nell'argomen-
tazione contro i "Pitagorici", seguendo l'interpretazione scettica di Pla-
tone, e in Adv. Math. 4,21, invece, per confutare un Platone pitagorico e
dogmatico, fa pensare che l'interpretazione data da Enesidemo fosse
quella di un Platone scettico sul modello del Platone aporetico dell'Acca-
demia di mezzo98. Enesidemo aveva, del resto, tradotto in termini scettici
l'aporia del Fedone argomentando contro il concetto di generazione 99.

krinw'" skeptiko;" platuvteron me; n ej n toi'" uJpomnhv masi dialambavnomen, nu'n de; wJ " ej n uJpo-
tupwvsei lev gomen † katapermhdoton† kai; Aijnhsivdhmon (ou|toi ga;r mavlista tauv th" pro-
evsthsan th'" stavsew") o{ti o{tan oJ Plavtwn ajpofaiv nhtai peri; ijdew'n h] peri; tou' provnoian
ei\nai h] peri; tou' to;n ejnavreton bivon aiJretwvteron ei\nai tou' meta; kakiw'n, ei[te wJ"
uJpavrcousi touvtoi" sugkatativqetai, dogmativzei, ei[te wJ" piqanwtevroi" prostivqetai, ejp ei;
prokrivnei ti kata; pivstin h] ajpistivan, ejkpevfeuge to;n skeptiko; n carakth' ra. Se il nome di
Enesidemo è chiaro, così non è né per il contesto, né per il nome di Menodoto, che si
sono voluti ricostruire dall'incomprensibile katapermhdoton dal Fabricius in poi. Nono-
stante tutti i tentativi di ripristinare il testo (kata; ãtw'nà peri; Mhnovdoton Heintz, Mau: kata;
ãtou;"Ã peri; Mhnovdoton Natorp, Mutschmann: kaqavper oiJ peri; Mhnovdoton Spinelli 2000),
la crux rimane, cf. Perilli 2004, 105-109; 2005.
97 Sesto usa anche altrove una espressione simile per definire una tendenza rappresentata da
Enesidemo e da altri da cui egli si dissocia. Cf. Adv. Math. 7,350 (identità fra anima e sen-
sazioni) h|" stavsew" h\rxe Stravtwn oJ fusiko;" kai; Aijnhsivdhmo". Inoltre con il termine
stavsi" Sesto indica sempre una posizione filosofica diversa dalla sua (cf. TLG da cui
traggo solo alcuni esempi Pyrrh. hyp. 3,131 Stoici; Adv. Math. 7,190; 202; 300 Cirenaici;
7,399 Seniade; 8,62 Democrito e Platone), cf. anche Heintz 1922, 30ss. Görler 1994, 840
osserva che un attacco ad Enesidemo da parte di Sesto non è fuori luogo in quanto poco
prima (Pyrrh. hyp. 1,210-212) egli polemizza contro Enesidemo e contro la sua interpreta-
zione di Eraclito in chiave scettica. C'è dunque una tendenza del fondatore del neopirroni-
smo ad attribuire posizioni scettiche ai predecessori. L'eventuale opposizione di Sesto ad
Enesidemo è stata rigettata sostanzialmente con l'argomentazione che quest'ultimo, ri-
chiamandosi a Pirrone e a Timone, difficilmente avrebbe potuto considerare Platone un
puro scettico (Decleva Caizzi 1992, 186s.; Isnardi Parente 1992, 122s. n. 3; Bonazzi 2003,
150ss.). Tuttavia coloro che sostengono questa tesi omettono, nella discussione del passo,
proprio l'analisi della frase che segue la menzione di Enesidemo tauvth" proevsthsan th'"
stavsew". Per quanto riguarda l'attribuzione ad Enesidemo dell'interpretazione di Platone
scettico, cf. Ioppolo 1992, 186ss. e Tarrant 1985, 74-77.
98 Cf. Cic. De or. 3,18,67 Arcesilas primum, qui Polemonem a udierat, ex variis Platonis libris
sermonibusque socraticis hoc maxime arripuit, nihil esse certi quod aut sensibus aut animo percipi possit.
Cf. Glucker 1978, 36ss.; Ioppolo 1984, 342. Sulla interpretazione aporetica di Platone nel-
l'Accademia di mezzo, cf. inoltre Annas 1992, 43ss.
99 Un corpo non può generarne un altro rimanendo in sé (dalla divisione di una unità non
possono risultarne due), né, congiungendosi con un altro, generarne un terzo diverso da
ambedue (da due unità non può generarsene un'altra diversa da ambedue). Infatti l'uno
non può generare il due se già prima non lo conteneva nella sua natura, né il due il tre. Ma
se così fosse ogni unità conterrebbe in sé numeri infiniti, cf. Sext. Emp. Adv. math. 9,220s.
Capitolo secondo 89

Enesidemo probabilmente raccoglieva, da fonti disparate, una serie di


testimonianze sulle dottrine di quelli che al suo tempo erano designati
come "Pitagorici". L'utilizzazione di una pluralità di fonti su una stessa
dottrina "dogmatica" è del resto tipica delle tradizioni scettiche, sia acca-
demica che neopirroniana, ed è funzionale alla confutazione: la credibilità
dei dogmatici è seriamente messa in discussione se essi sono colti in con-
traddizione con se stessi o con quelli che sostengono le loro stesse dot-
trine. Fonti diverse forniscono informazioni e prospettive diverse e sono
estremamente utili a questo scopo. Per quanto riguarda la parte che qui
interessa, cioè i paragrafi 248-261, se non si può escludere a priori, sembra
tuttavia improbabile che Enesidemo attingesse direttamente a Senocrate.
Per gli altri due resoconti sui "Pitagorici" successivi a questo, quello sulla
dottrina delle categorie e la vulgata sulla derivazione dai numeri, egli ha
infatti certamente utilizzato fonti intermedie100. E' dunque assai verosimile
che anche i paragrafi 248-261 siano stati mediati da una fonte la cui iden-
tità rimane, però, campo di congettura101 . Si può solo osservare che non
riproduce la tradizione interpretativa teofrastea della somiglianza fra i
fondamenti della dottrina platonica e atomista comune nei testi tardi e di
matrice posidoniana (v. infra, § 5-6), bensì il modello polemico sostenitori
degli incorporei contro materialisti sviluppato nell'Accademia antica.
Rispetto ai resoconti tardi sui principi in cui compare Democrito il
brano di Sesto si caratterizza comunque per un elemento fondamentale. Il
confronto, infatti, non riguarda Platone e Democrito, ma gli atomisti e i
cosiddetti Pitagorici, cioè gli Accademici. Nei resoconti successivi, che
fanno capo alla tradizione teofrastea, gli attori del rapporto rimangono in
primo luogo Platone e Democrito e, solo in seguito, per influsso del neo-
pitagorismo, vengono aggiunti anche i Pitagorici. Questo termine fa però

Il Fedone costituiva un testo fondamentale per l'interpretazione scettica di Platone, cf. Anon.
Proleg. 10,1ss. in cui vengono citati a questo proposito Phaed. 65b, 66b, 79c.
100 La terminologia dell'esposizione sulle categorie (263-276) rispecchia sicuramente una
rilettura posteriore pur basandosi sostanzialmente sulle teorie dell'allievo di Platone, Er-
modoro (Gaiser 1968b, 63ss., Isnardi Parente 1982a, 443; 1992, 152-157). Nel resoconto
sulla genesi delle figure dal punto (277-282) sono descritte due teorie distinte, una statica e
una dinamica, che compaiono anche in altri passi di Sesto e in autori tardi (Adv. Math.
7,99-100; 3,20-21; Philo, Op. 49; Theo Smyrn. Exp. rer. math. 93,21 Hiller): 1. quella di deri-
vazione speusippea, che si basa sulle analogie punto-monade, linea-diade, superficie-triade,
solido-corpo-tetrade (Speus. Fr. 84-85 IP), 2. quella della rJuvsi" del punto che origina di-
namicamente le varie dimensioni, risalente probabilmente al pitagorismo antico, ma ripresa
anche da Eratostene come si può ricavare da Sesto stesso (Adv. Math. 3,28).
101 Burkert 1972, 94 ipotizza che l'attribuzione della dottrina dell'uno e della diade a Pitagora e
la denominazione degli allievi di Platone come "pitagorici" risalga all'Accademica scettica
che voleva tenerli distinti da un Platone genuinamente "scettico" e rileva come questa tra-
dizione potrebbe aver influenzato anche il resoconto di Sesto Empirico.
90 Principi corporei/ incorporei

riferimento non agli Accademici, ma agli scritti pseudo-pitagorici quali


quello di Timeo di Locri o comunque a teorie neopitagoriche.

5. La tradizione "sinfonica" sui principi di Platone e


Democrito
I testi tardi che nominano congiuntamente Platone e Democrito presen-
tano dei caratteri piuttosto diversi da quelli del brano di Sesto. Le teorie
platoniche e atomiste sui principi vengono infatti poste sullo stesso piano
in quanto ambedue avrebbero superato l'ambito del sensibile per ricercare
principi che diano una ragione delle qualità come il caldo e il freddo. In
questi contesti i corpuscoli di Democrito vengono avvicinati sempre più
agli intellegibili platonici e vengono definiti nohta; swvmata . Si tratta di una
terminologia distinta da quella della dossografia aeziana dove gli atomi
democritei vengono per lo più designati come lovgwi qewrhta; swvmata 102 .
Questo confronto, basato sostanzialmente su una rielaborazione del mo-
dello teofrasteo, domina tutta la tradizione tarda sui principi di Democrito
e Platone. Di quest'ultimo vengono prese in considerazione unicamente le
dottrine del Timeo, che si spingono fino ai limiti dei corpi (cioè alle super-
fici), non la cosiddetta dottrina non scritta. I triangoli platonici vengono
invece subordinati ai principi ultimi, forma e materia, secondo i canoni del
platonismo aristotelizzante di matrice tardo ellenistica. Il parallelismo
Platone-Democrito è stato dunque ripreso in margine all'interpretazione
del Timeo secondo il modello aristotelico-teofrasteo. Sia Aristotele che
Teofrasto, infatti, l'uno a fini polemici e affermandone la superiorità, l'al-
tro in maniera neutrale, confrontavano l'atomismo con le teorie del Timeo.
La tradizione tarda subordina Democrito a Platone valutandolo positiva-
mente solo in quanto avrebbe, come quest'ultimo, superato il sensibile
nella ricerca dei principi e inserendolo comunque sempre in uno schema
fisso privo di qualsiasi ulteriore valore informativo. L'evoluzione del mo-
dello di un Democrito superiore ad un Democrito subordinato e funzio-
nale a Platone, che passa attraverso il confronto neutro di Teofrasto,
porta il marchio dei tempi. Se al tempo di Aristotele e di Teofrasto la
discussione sulle teorie democritee e platoniche era un elemento vitale
non solo a livello di teorie filosofiche, ma anche di prestigio di scuola, con
l'affermazione indiscussa del platonismo e la sovrapposizione a quello
antico del più recente atomismo epicureo, l'interesse filosofico in positivo
o in negativo per Democrito sfuma a poco a poco. Per la maggioranza dei

102 Nel brano di Sesto (Adv. Math. 10,253-257) compaiono ambedue le denominazioni.
Capitolo secondo 91

filosofi di età imperiale egli è poco più che un nome. Se mai viene letto,
l'ottica interpretativa è comunque quella della filosofia dominante legata al
fantasma di Platone. In questo clima si afferma un cliché che si riprodurrà
invariato per secoli, pur in contesti esegetici diversi, fino ai commentatori
di Aristotele.

5. 1. Plutarco De prim. frig. 948 A-C (506 L.)

In un brano singolare dal De primo frigido, Plutarco devia brevemente dal


discorso esclusivamente fisico sul caldo e sul freddo correlati agli elementi
per porre la questione sul piano dei principi "veri" di queste qualità. Egli
osserva che, coloro che hanno posto la causa del freddo nella ruvidezza di
certe forme triangolari (l'allusione ai triangoli del Timeo è chiara), se anche
sbagliano in qualcosa, per lo meno, partono da una metodologia corretta.
Infatti chi si limita alle cause più prossime al fenomeno, si comporta come
un medico o un contadino o un costruttore di flauti i quali, ovviamente, si
accontentano di risalire a quelle cause che sono immediatamente utili per
la loro arte, ma non vanno oltre.
Per il fisico, invece, che cerca la verità in vista della conoscenza teorica, la cono-
scenza delle cause più prossime [al fenomeno] non è il fine, ma il principio dell'a-
scesa verso le cause prime e più alte. Per questo giustamente Platone e Demo-
crito, cercando la causa del caldo e del peso, non hanno arrestato il loro
ragionamento alla terra e al fuoco, ma, riportando i fenomeni sensibili alle cause
intellegibili, sono arrivati come a dei semi minimi103 .
Il brano rimane un fatto episodico nel De primo frigido perché subito dopo
Plutarco ritorna ai principi sensibili dei quattro elementi, le qualità, men-
zionando Empedocle, Stratone e gli Stoici. Il tono difensivo del brano
presuppone, però, una "risposta" ad una critica a Platone soprattutto, ma
anche a Democrito, per aver posto dei principi non sensibili per il mondo
sensibile. Aristotele rivolge normalmente questa accusa contro Platone e
gli Accademici contrapponendo loro, però, proprio Democrito. Teofra-
sto, invece, nel De sensibus, critica congiuntamente ambedue, Platone e
Democrito, per aver posto delle figure alla base delle affezioni sensibili. Il
fantasma di Teofrasto aleggia su tutto il brano di Plutarco. La ricerca dei

103 Plut. De prim. frig. 948 C (506 L.) tw'i de; fusikw'i qewriva" e{neka metiovnti tajlhqe;" hJ tw'n
ejscavtwn gnw'si" ouj tevlo" ejs ti;n ajll ajrch; th'" ejpi; ta; prw'ta kai; aj nwtavtw poreiva". dio; kai;
Plavtwn ojrqw'" kai; Dhmovkrito" aijtivan qermovthto" kai; baruvthto" zhtou' nte" ouj katevpau-
san ejn gh'i kai; puri; to;n lovgon ajll ejpi; ta; " nohta;" aj nafevronte" ajrca; " ta; aijsqhta; mevcri
tw'n ejl acivstwn w{sper spermavtwn proh'lqon. Il termine spevrma richiama chiaramente Ti.
56b e[stw dh; kata; to;n ojrqo;n lovgon kai; kata; to;n ejoikovta to; me;n th'" puramivdo" stereo;n
gegono;" ei\do" puro;" stoicei'on kai; spevrma.
92 Principi corporei/ incorporei

principi del caldo e del peso richiama proprio il De sensibus che fa seguire
al confronto fra i due autori la trattazione del peso in Democrito. La di-
fesa di Plutarco presuppone poi la critica di Teofrasto a coloro che sono
andati a ricercare le cause del caldo e del freddo oltre il sensibile104 . Plu-
tarco confuta queste obiezioni ricordando che per il filosofo, il quale si
trova all'apice della piramide della conoscenza, i principi fisici sono solo
un punto di partenza verso la ricerca di cause più alte. Si tratta della con-
cezione della filosofia tipica di Posidonio che classifica le varie scienze
secondo un criterio gerarchico: la filosofia, la sola scienza in grado di
spiegare le cause e la physis di tutto sta al primo posto105 , le altre, come la
geometria e la matematica, sono scienze ausiliarie che non si occupano
della ricerca delle cause ultime, ma si basano sugli elementi di cui la filoso-
fia ha fornito la dimostrazione. Il brano di Plutarco si colloca dunque in
quella tradizione, che si irradia da Teofrasto e passa attraverso Posidonio,
che vede Democrito e Platone come sostenitori di principi "intellegibili".

5. 2. Galeno e i principi di Platone: PHP 8,3,1


(II,494,26 De Lacy = V,667 K.)

Una trattazione sui principi perfettamente parallela a quella plutarchea, ma


concernente solo le dottrine platoniche, compare anche in Galeno, sicu-
ramente da una fonte di ambito stoico, in quanto viene menzionato Cri-
sippo. Il resoconto di Galeno è ovviamente indipendente da Plutarco in
quanto è molto più dettagliato e non nomina Democrito. Nell'ottavo libro
del De Placitis Hippocratis et Platonis, Galeno, confrontando i principi dei
due autori, osserva che il primo non ha ritenuto opportuno procedere
oltre i quattro corpi elementari nella ricerca dei principi perché si occupa
di una scienza pratica quale la medicina. Platone, invece, mettendo al
primo posto la filosofia teoretica, non si è fermato alle proprietà apparenti

104 V. supra, n. 26.


105 Posidon. F 90 E.-K. (Sen. Ep. 88,24-26) Quemadmodum, inquit, est aliqua pars philosophiae
naturalis, est aliqua moralis, est aliqua rationalis, sic et haec quoque liberalium artium turba locum sibi
in philosophia vindicat. cum ventum est ad naturales quaestiones, geometriae testimonio statur: ergo eius,
quam adiuvat, pars est [...] 26 Sapiens enim causas naturalium et quaerit et novit, quorum numeros men-
surasque geometres persequitur et supputat. Qua ratione constent caelestia, quae illis sit vis quaeve natura
sapiens scit: cursus et recursus et quasdam obversationes, per quas descendunt et adlevantur ac speciem in-
terdum stantium praebent, cum caelestibus stare non liceat, colligit mathematicus. Questa divisione
delle scienze è testimoniata anche per l'allievo di Posidonio, Gemino (Posidon. T 73 E.-
K.), ed è diffusissima nella filosofia tarda dove è evidentemente entrata a far parte delle de-
finizioni scolastiche. Si ritrova infatti in Filone Alessandrino (De congr. erudit. grat. 144-147)
e viene riportata, negli stessi termini, come una delle definizioni di filosofia nel commento
di Ammonio all'Isagoge di Porfirio (Prooem. 7,13ss.). Sulla relazione del brano di Plutarco
con la concezione della scienza di matrice posidoniana, cf. anche Theiler 1982, II, 178.
Capitolo secondo 93

degli elementi, ma ha cercato anche le cause della loro generazione, ricerca


che per un medico è inutile. Chiedersi infatti perché l'acqua bagna e per-
ché il fuoco brucia o perché l'acqua scorre e il fuoco va verso l'alto, o
perché la terra è la più stabile e la più pesante non serve per guarire le
malattie. Il ricercare le cause per cui il fuoco taglia e divide, siano esse la
sua forma piramidale o qualche altro motivo, è invece compito della filo-
sofia teoretica cui Platone ha posto mano106 . La corrispondenza di questa
prima parte del brano di Galeno con quello plutarcheo è pressoché per-
fetta: la distinzione fra una scienza pratica, quale quella del medico, che si
limita alle cause più prossime, e quella teoretica del filosofo, che risale ai
primi principi, porta a giustificare la ricerca platonica delle cause nelle
forme geometriche. Anche qui è implicita la risposta alle critiche teofra-
stee: se lo scoprire perché il fuoco brucia non è compito delle scienze
pratiche, lo è invece del filosofo il quale deve risalire alle cause prime.
L'impronta posidoniana di questa concezione risulta chiara dal confronto
con i testi che riflettono le concezioni di Posidonio107 .
Galeno passa poi a descrivere la composizione degli elementi in una
maniera che rivela ancora l'impronta di Posidonio: Platone avrebbe diviso
"concettualmente" gli elementi in materia e figura e, essendo la figura
solida limitata da superfici, sarebbe risalito ai triangoli rettangoli che com-
pongono il triangolo equilatero di aria, acqua e fuoco e il quadrato della
terra. Dal momento che non avrebbe potuto andare oltre, si sarebbe fer-
mato a questi triangoli come a minimi chiamandoli elementi108 . Qui ab-

106 Gal. PHP 8,3,1 (II,494,26 De Lacy = V,667 K.) dovxei d ejn tw'i mh; kalei'n aujta; (scil. pu'r,
ajhvr, u{dwr, gh') stoicei'a diafevresqai pro;" ÔIppokravthn: kaivtoi ge oujd ejkei'no" wj novmasen
aujta; stoicei' a, mov non d o{ti touv twn suniovntwn kai; kerannumevnwn ta; fusika; givgnetai
swvmata. kai; touvtwn proswtevrw cwrei' n oJ me; n ÔIppokravth" oujd emivan aj nav gkhn ei\ naiv fhsi,
praktikh;n ouj qewrhtikh; n metercov meno" tevc nhn: oJ de; Plavtwn wJ" a]n th; n qewrhtikh;n fi-
losofivan hJgouv meno" ei\nai timiwtavthn oujk hjrkevsqh movnai" tai'" fainomevnai" ej n toi'"
stoiceivoi" dunavmesin ajlla; kai; th;n aijtivan ejpizhtei' th' " genevsew" aujtw' n, a[crhston ija-
trw'i skevmma. dia; tiv ga;r uJgraiv nei me; n to; u{dwr, kaivei de; to; pu'r h] dia; tiv rJei' me;n to; u{dwr,
a[nw de; fevretai to; pu'r, eJdraiotav th de; kai; barutavth tw'n stoiceivwn ejsti; n hJ gh', pro;" ta;"
tw'n novswn ijavsei" oujde; n suntelei' ª...º to; d ejkzhtei'n ei[t ejk puramoeidw'n tw'i schvmati
morivwn suvgkeitai to; pu'r ei[t a[llh tiv" ejs tin aijtiv a di h}n tev mnei te kai; diairei' ta;
plhsiavzonta swvmata, th'" qewrhtikh'" filosofiva" e[r gon ejstivn, h}n metaceirizovmeno" oJ
Plavtwn ta; me;n tou' puro;" movria puramoeidh' fhsin ei\nai, ta; de; th'" gh' " kuboeidh', to; de;
kalouvmenon ojktavedron sch' ma tou' aj evro" i[dion ei\nai nomivzei kaqavp er kai; to; eijkosav e-
dron u{dato".
107 V. supra, n. 105.
108 Gal. PHP 8,3,7 (II,496,14 De Lacy = V,668 K.) diairei' de; tw'i lovgwi pavlin aujta; tau'ta
kat ejpivnoian ei[" te th; n u{lhn kai; to; sch'ma: kajpeidh; to; sch'ma suv nqetovn ejsti, to; me;n th'"
puramivdo" ejk tettavrwn ijsopleuvrwn trigwvnwn, to; de; ejxavedron tou' kuv bou tetragwv nwn
e{x,ª...º pavlin ejpiskopei'tai tw' n ta; sterea; schvmata periorizovntwn ejpipevdwn th;n tav xin
kaiv fhsi to; me;n ijsovpleuron trivgwnon ejk trigwv nwn ojrqogwnivwn duoi'n genevsqai, to; de; te-
travgwnon ejk tettavrwn. ejp ei; de; mhkev ti aj nwtevrw proelqei'n ei\c en, wJ " ej n ejlacivstoi"
94 Principi corporei/ incorporei

biamo una versione più diffusa di quello che Plutarco liquida con un ac-
cenno (Platone e Democrito sarebbero giustamente risaliti per i sensibili a
minimi intellegibili). Indicativo è il rilievo che Platone non ha di che an-
dare oltre le superfici nella ricerca dei principi. Si tratta di una interpreta-
zione scolastica stoicizzante della dottrina platonica basata esclusivamente
sul Timeo, che esclude ogni allusione agli a[grafa dovgmata. In questa ottica,
che concilia platonismo e aristotelismo, il corpo, nella sua unità di forma e
materia, viene assunto come fondamento della realtà. Le forme geometri-
che platoniche vengono invece relegate nell'ambito della pensabilità, fun-
zionale alla ricerca delle cause: la forma, infatti, è mentalmente analizzabile
nelle sue componenti geometriche pur non esistendo in sé, al di fuori di
un corpo. Tale esegesi, che risale a Posidonio, non ammetteva, però, che
si superasse nella ricerca dei principi del corpo l'ambito della geometria109
fondandosi su Ti. 53d: gli ulteriori principi, al di là dei triangoli, li conosce
solo il dio o chi fra gli uomini gli è caro110 . Questa interpretazione è
presupposta in Antioco di Ascalona, per quanto si può giudicare dal Varro
ciceroniano111 ed è corrente nel platonismo successivo; i commentatori
neoplatonici di Aristotele la utilizzano in particolare in difesa di Platone
dalle accuse aristoteliche di aver generato i corpi da elementi incorporei.
Così, nel commento al De caelo, Temistio giustifica la teoria della composi-
zione dei corpi da triangoli come una operazione mentale tesa alla ricerca
delle cause, che comunque non infirma la realtà del sinolo di forma e
materia112 .

i{statai touvtoi", kai; dia; tou't aujto; prosagoreuvei stoicei' a, to; me;n e{teron ijsopleuvrou
trigwvnou, to; d e{teron tetragwvnou.
109 Nella versione stoicizzante della dottrina del Timeo che si trova in Diogene Laerzio (3,67)
vengono distinti due ambiti, quello dell'anima, che avrebbe un principio di carattere mate-
matico, e quello dei corpi, invece, basato su principi geometrici. Cf. 3,70 per la descrizione
della composizione degli elementi da triangoli.
110 Questo presupposto viene esplicitato in Anon. Proleg. 11,27 tw'i d ajnalutikw'i (scil. trovpwi)
ejn Timaivwi kevcrhtai aj naluvwn ta; fusika; pav nta eij" dexamenh; n kai; ei\do" (dexamenh; n
kalw'n th;n u{lhn), to; de; ei\do" pavlin eij" schvmata, ta; de; schvmata eij" trivgwna, ta; de;
ejpevkeina touvtwn movnon qeo; n lev gwn eijdev nai kai; to; n touv twi fivlon. Cf. anche [Justin.] Co-
hort. ad Graec. 26,1.
111 Cic. Ac. 1,2,6 Nostra tu physica nosti, quae cum contineantur ex effectione et ex materia ea, quam fingit
et format effectio, adhibenda etiam geometria est.
112 Themist. In De cael. 299b 31, 158,23-159,2 Atque in universum modo aliquo absurdum non est, ut,
cum de prima forma, quae est in materia, quaesierit aliquis—et est id, quod tribus dimensionibus praedi-
tum est— quam reliquae naturae, nempe caliditas, frigiditas, siccitas, humiditas et qualitates, quae ex eis
constant, consequuntur —et ideo tantum invenitur forma per se, cum quaesierit primam formam, quae est
in materia, et formas dissolverit— <dico, absurdum non est> ut primo superficies sint et istae ante rectan-
gulos (ad eas namque sermo terminatur), quoniam ipsae longe plurimum praecedunt, in quantum etiam in-
veniuntur reliquas qualitates corpori impartiri, sed ea ratione, qua forma, non praecedunt, siquidem corpus
eis prius extitit.
Capitolo secondo 95

Interessante è anche la seconda parte del testo di Galeno che prosegue


esemplificando il concetto di "elemento" come lo intende Platone: egli
chiamerebbe infatti elementi sia i triangoli che le figure solide113 . A riprova
di ciò viene citato Ti. 56b: "sia dunque secondo la giusta definizione e
secondo quella verosimile la forma della piramide che si è generata
elemento e seme del fuoco". Il fuoco è un ammasso di corpuscoli di fi-
gura piramidale così come in un mucchio di grano ciascun granello è ele-
mento del mucchio. Questa concezione viene corroborata attraverso il
confronto con la dottrina crisippea del linguaggio: allo stesso modo anche
Crisippo chiama "elementi" sia le sillabe, in quanto esse generano i nomi, i
verbi e le altre parti del discorso, sia le lettere che compongono le sil-
labe114 . Il nome di Crisippo e l'esemplificazione, tipicamente stoica, del
mucchio115 , riporta chiaramente il resoconto di Galeno nell'ambito dello
stoicismo. La similitudine dei granelli di un mucchio di grano con le pira-
midi del fuoco (favorita dal testo platonico stesso) getta inoltre luce sul-
l'affermazione di Plutarco secondo cui Platone e Democrito sono arrivati
fino ai "semi" minimi. Plutarco si è dunque rifatto ad un'interpretazione
corrente del Timeo risalente a Posidonio, nella quale Democrito veniva
citato, secondo il modello teofrasteo, accanto a Platone per essere risalito
ai principi "intellegibili" del corporeo.

6. Simplicio sui principi di Democrito e Platone


La dossografia derivata da Posidonio marca comunque tutta l'imposta-
zione successiva del confronto fra Platone e Democrito che si trova sin-
tetizzata e stratificata principalmente in Simplicio. Simplicio stesso sceglie
consapevolmente la tradizione sinfonica opponendola a quella diafonica,
un metodo, come egli dice, applicato da alcuni (l'allusione è agli autori
cristiani che sfruttano ampiamente la tradizione scettica) a tutta l'inter-

113 Cf. anche Diog. Laert. 3,70.


114 Gal. PHP 8,3,11 (II,496,31 De Lacy = V,670 K.) nu'n me;n ou\n ta; sustatika; trivgwna tw'n
oJrizovntwn ejpipevdwn ta; sterea; schvmata kevklhtai stoicei'a: pro[s]elqw;n de; kai; aujta; ta;
periorizovmena swvmata pro;" tw' n eijrhmevnwn ejpipevdwn oj nomav zei stoicei' a gravfwn ou{tw":
"e[stw dh; kata; to;n ojrqo;n lovgon kai; kata; to;n ejoikovta to; me;n th'" puramivdo" gegono;" ste-
reo;n ei\do" puro;" stoicei'ovn te kai; spevrma". to; aijsqhto;n touti; pu'r ajqrovon a[qroisma no-
mivzei[n] mikrw'n ei\nai swmavtwn to; sch'ma pav ntwn ejcovntwn puramivdo". ejkeiv nwn ou\ n
e{kaston stoicei'on ei\naiv fhsi tou' purov", wJ " eij kai; tou' tw' n purw' n swrou' stoicei'on
e[legen ei\naiv ti" e{kaston tw' n purw' n, kata; de; to; n aujto; n lovgon kai; ta; me; n th'" fwnh'"
stoicei'a genna' n prwvta" me;n ta;" sullabav ", ei\t ejx aujtw' n genna'sqai tov t o[noma kai; to;
rJh'ma kai; th; n provqesin a[rqron te kai; suvndesmon a} pavlin oJ Cruvsippo" ojnomav zei tou'
lovgou stoicei' a.
115 Cf. SVF II 471, 153,2-6; 472, 153,29-31; 473, 154,14s.
96 Principi corporei/ incorporei

pretazione della filosofia. Egli cerca invece costantemente di conciliare le


tesi presocratiche fra loro e con la dottrina neoplatonica trasponendo a
tutte le teorie dei fisici quel carattere enigmatico che gli altri commentatori
attribuiscono alle dottrine pitagoriche116 . Si giustifica così la scelta da parte
di Simplicio di fonti che sottolineino piuttosto la concordanza fra Platone
e Democrito che una eventuale discordanza.
Esiste tuttavia nelle testimonianze di Simplicio una varietà di contesti
che rivelano la sedimentazione nel tempo di diverse problematiche fra
loro collegate su di un unico troncone dossografico di matrice teofrasteo-
posidoniana riguardo ai principi di Platone e Democrito. Ogni interprete
ha assunto una tesi precedente ampliandola secondo i propri scopi. In
questo ambito compaiono sempre accenni a Democrito praticamente
privi, però, di un vero valore informativo in quanto ormai cristallizzati
nello schema di assimilazione a Platone. Quello che presenterò qui di
seguito fa parte di una tradizionale Quellenforschung che va ben oltre il ri-
stretto ambito dell'atomismo penetrando nella selva della tradizione dei
commenti neoplatonici ad Aristotele. Questa ricerca rivela però i suoi lati
positivi e, talvolta, la sua imprescindibile utilità perché dimostra in via
definitiva come tali testi siano del tutto inutilizzabili ai fini dell'interpreta-
zione della dottrina democritea.
Le notizie dossografiche sui principi di Platone e Democrito in Sim-
plicio si inquadrano principalmente nel contesto generale dell'interpreta-
zione del Timeo (identificato nelle fonti più tarde con Timeo di Locri e
considerato cronologicamente anteriore a Platone). Nei testi simpliciani,
che ammettono una continuità fra Pitagorici, Platone e Aristotele e una
comunanza di metodo fra atomisti e Platone nella ricerca dei principi,
compaiono anche chiari indizi del dibattito sull'ordinamento delle catego-
rie sviluppatosi dopo la pubblicazione del testo aristotelico da parte di
Andronico (I sec. a.C.) e protrattosi fino all'inizio del II sec. d.C. Era in-
fatti sorta una disputa fra coloro che ordinavano la quantità dopo la so-
stanza117 , seguendo Aristotele, e coloro che invece davano la precedenza
alla qualità. Sappiamo, dai commenti alle Categorie, che al primo gruppo

116 Simpl. In Phys. 184b 15, 36,15-32 ou{tw" ou\n oiJ me;n eij" nohtovn, oiJ de; eij" aijsqhto;n diavko-
smon ajforw'nte", kai; oiJ me;n ta; prosech' stoicei' a tw' n swmavtwn, oiJ de; ta; ajrcoeidevstera
zhtou'nte" ª...º kai; oiJ me; n stoicei' a mov non, oiJ de; pavnta ta; ai[tia kai; sunaivtia zhtou' nte"
diavfora me; n lev gousi fusiologou'nte", ouj me; n ejnantiva tw'i krivnein ojrqw' " dunamev nwi ª...º
ajlla; tau'ta me; n dia; tou; " euj kovlw" diafwniv an ej gkalou'nta" toi'" palaioi'" ejpi; plevon
hjnagkavsqhmen mhku' nai. ejpeidh; de; kai; Aristotevlou" ejl evgconto" aj kousovmeqa ta; " tw'n
protevrwn filosovfwn dovxa" kai; pro; tou' Aristotevlou" oJ Plavtwn tou'to faivnetai poiw'n
kai; pro; aj mfoi'n o{ te Parmenivdh" kai; Xenofav nh", ijstevon o{ti tw'n ejpipolaiovteron
ajkrowmev nwn ou|toi khdovmenoi to; fainovmenon a[topon ej n toi'" lovgoi" aujtw' n dielevgcousin,
aijnigmatwdw'" eijwqovtwn tw'n palaiw'n ta; " eJ autw'n ajpofaivnesqai gnwvma".
117 Cf. Olymp. In Cat. 4b 20, 81,21.
Capitolo secondo 97

apparteneva probabilmente Andronico stesso (al quale infatti i commen-


tatori non attribuiscono cambiamenti di sorta nell'ordine delle categorie) e
Lucio118 , al secondo Eudoro e lo Pseudo-Archita119 . L'accanimento con cui
le due tesi opposte venivano difese si spiega col fatto che, per questi au-
tori, l'ordinamento delle categorie non aveva una funzione esclusivamente
logica, ma si dilatava nel campo dell'ontologia. Dunque era importante
stabilire se l'essere si fondasse su una concezione qualitativa o quantita-
tiva. Le teorie platoniche non solo venivano utilizzate per difendere l'una
o l'altra teoria, ma venivano a loro volta difese contro i sostenitori della
tesi opposta. Automaticamente, per effetto della trasmissione scolastica
marcata dal modello teofrasteo-posidoniano, la menzione dei triangoli
platonici veicolava anche quella degli atomi di Democrito.
Due brani del commento alla Fisica riportano una versione dei principi
di Platone e Democrito proveniente da un ambito che difendeva la
priorità della quantità sulla qualità: ambedue i filosofi avrebbero infatti
cercato ulteriori elementi degli elementi e sarebbero risaliti dalle qualità
alle figure. Si tratta di due brani complementari che si integrano e si
illuminano a vicenda e che permettono di individuare con una certa
trasparenza la stratificazione delle fonti. Lo schema teofrasteo-
posidoniano viene mantenuto praticamente intatto soprattutto in uno dei
due resoconti. Verrà trattato in primo luogo il brano che, pur venendo
dopo nell'ordine del libro simpliciano, evidenzia maggiormente il contesto
della discussione sull'ordinamento delle categorie.

6. 1. Simpl. In Phys. 188a 17, 179,12

Nel commento a Phys. 188a 17 Simplicio fornisce un elenco di coloro che


hanno posto principi "più principianti": Anassagora avrebbe assunto degli
elementi più principianti di Empedocle introducendo come principi le
qualità, ma avrebbe fallito perché queste per lui sono composte, non
semplici. Avrebbero invece condotto una ricerca più perfetta Aristotele,
Platone e, "prima di lui", i Pitagorici risalendo a forma e materia. Fra que-
ste ultime dottrine, tuttavia, le più complete sono quelle che hanno posto

118 Simpl. In Cat. 6a 36, 156,20 a[llw" tev, fasivn (scil. oiJ peri; to;n Louvkion) eij" duvo diairou-
mevnwn tw'n legomev nwn, ei[" te to; kaq auJto; kai; eij" to; pro;" e{teron, ajrxavmenon peri; tw'n
kaq auJto; lev gein, ej n oi|" hJ oujsiva kai; to; posovn, e[dei kai; to; poio;n prosqev nta ou{tw" ejpi; ta;
prov" ti metabh'nai. Cf. Moraux 1983, 547 n. 89; Gioè 2002, 151.
119 Per Eudoro, cf. Simpl. In Cat. 8b 25, 206,10. Per altri passi, risalenti probabilmente ad
Eudoro, in cui compare questo ordinamento, cf. Mansfeld 1992a, 68 n. 26. Per Pseudo-
Archita, cf. Ps.-Arch. Peri; tou' kaqovlou lovgou, 34,13ss. Szlezák (22,13ss. Thesleff); T 3
Szlezák (Dexipp. In Cat. 4b 20, 65,8-15); Simpl. In Cat. 4b 20, 121,14-18. Cf. anche Moraux
1983, 522; Dillon 1981, 24-27.
98 Principi corporei/ incorporei

la forma (la piramide o altre figure) alla base delle differenze qualitative
degli elementi, ritenendo la differenza di forma del corpo privo di qualità
più consona alla materia. Anche Democrito sembra aver visto giusto, ma,
rispetto agli altri, non ha proceduto alla scomposizione dei corpi semplici
in forma e materia120 .
L'interpretazione della materia sensibile primariamente come
"quanto" e non come "quale", si allinea sulle posizioni di coloro che ordi-
navano la quantità (come dimensionalità) prima della qualità consideran-
dola più adeguata al concetto di sostanza corporea. Quest'ultima, infatti,
non viene eliminata come tale se le si sottraggono tutte le qualità e le si
lasciano solo le dimensioni, mentre non esiste più se viene privata della
dimensionalità121 . Questa tendenza era seguita sicuramente da Porfirio122 il
quale si rifaceva comunque ad autori precedenti123 . Quando Simplicio, nel
brano del commento alla Fisica, dice che le figure (espressione della di-
mensionalità e quindi della quantità) "sono maggiormente adeguate alla
materia", segue dunque probabilmente una interpretazione porfiriana che
utilizzava il solito schema dossografico di derivazione teofrasteo/ posido-
niana per confermare l'esattezza dell'ordinamento aristotelico delle catego-
rie: la posizione della quantità prima della qualità si giustificava in quanto
la materia corporea, per sua stessa definizione, è inconcepibile senza la
dimensionalità. Non a caso nel brano di Simplicio non si fa cenno alla
scomposizione dei solidi in triangoli che non presentano la terza dimen-
sione.

120 Simpl. In Phys. 188a 17, 178,33-179,19 eij mh; a[ra kai; Anaxagovra" ta;" aJp la'" kai; ajrcoei-
dei'" poiovthta" uJpevqeto stoicei'a, ajlla; ta; suvnqeta (cit. 59 B 12 e B 15 DK) ª...º. ou{tw"
me;n ou\ n ejpi; ta; aJpla' ei[dh ajnadramw;n Anaxagovra" ajrcoeidev steron dovxei tou'
Empedoklevou" ta; peri; tw'n stoiceivw n filosofei'n. teleiovteron de; i[sw" Aristotevlh" kai;
Plavtwn kai; pro; ajmfoi'n oiJ Puqagovreioi stoiceiwvdei" ajrca; " th; n u{lhn kai; to; ei\do"
uJpevqento, kai; e[ti teleiovteron, o{soi th;n kata; ta; schvmata diafora; n tou' ajpoivou swvmato"
prosecestevran th'i u{lhi nomivs ante" uJpevqhkan tai'" kata; ta;" poiovthta" tw'n stoiceivwn
diaforai'", puramivda me; n tw'i puriv, a[llo de; a[llwi tw' n schmavtwn: o{p er kai; Dhmovkrito"
e[oike teqea'sqai kalw'", ejlleivpei de; to; mhkevti eij" ei\do" kai; u{lhn aj nalu's ai ta; aJpla'
swvmata.
121 Simpl. In Cat. 4b 20, 120,29-121,3 levgousin ou\n o{ti sunufivstatai tw'i o[nti to; posovn ª...º
o{ti prohgei'tai to; a[poion diastato;n th'" ejn aujtw'i ej gginomev nh" poiovthto", kai; o{ti tw'n me; n
a[llwn aj naireqev ntwn oujk aj nairei'tai hJ oujsiv a, eij to; diastato;n kataleiv poito, touvtou de;
ajnaireqev nto" sunanhvirhtai hJ swmatikh; ouj siva. Cf. Ibid. 8b 25, 207,19.
122 Porph. Isag. 4b 20, 100,13-16 to; sw'ma, i{na me;n sw'ma h\i, trich'i diastato;n ei\nai ojfeivlei,
i{na de; poio;n sw'ma h\i, tovte leuko; n h] mevlan ei\nai ojfeivlei. prohgei'tai de; to; sw'ma ei\nai
tou' poio;n ei\nai sw'ma. Cf. anche Ammon. In Cat. 4b 20, 54,4-9; 5a 3, 58,10-11.
123 Cf. la concezione della materia sensibile come "quanto" che accoglie ed è determinato da
estensione e molteplicità di Moderato che Porfirio stesso cita altrove (Porph. ap. Simpl. In
Phys. 191a 7, 231,6ss.).
Capitolo secondo 99

6. 2. Simpl. In Phys. 184b 15, 35,22ss. (67 A 14 DK; 111, 247, 273 L.)

C'è però nella Fisica un altro passo molto più dettagliato di questo nel
quale compaiono tre ulteriori elementi:
1. la menzione di Timeo di Locri, autore dello pseudoepigrafo Sulla
natura del cosmo, come pitagorico e ispiratore di Platone,
2. l'interpretazione dei triangoli platonici come figure fisiche, aventi
cioè anche la terza dimensione,
3. l'attribuzione a Leucippo e Democrito di forme particolari del
freddo contrarie a quelle del caldo.
Il modello interpretativo di Simplicio per questo passo è diverso dal
precedente. L'autenticità dello scritto di Timeo, già sostenuta da autori
medioplatonici124 , ricorre in seguito, in particolare, in Giamblico125 il quale
è anche il primo a interpretare i triangoli platonici come tridimensionali
per difendere Platone dagli attacchi aristotelici alla generazione del sensi-
bile da corpi matematici126 .
Leucippo, Democrito e il pitagorico Timeo, dice Simplicio, non
negano che i quattro elementi siano principi dei corpi composti. Anche
costoro, come i Pitagorici, Platone e Aristotele, vedendo che il fuoco,
l'aria e l'acqua e forse anche la terra si cambiano l'uno nell'altro, cercavano
delle cause più principianti e più semplici che potessero giustificare anche
le differenze qualitative degli elementi. Dunque Timeo e Platone, che ne
segue la dottrina, hanno posto dei triangoli di figura differente e forniti
anche di profondità come "elementi degli elementi" ritenendo la natura
corporea con le figure corporee più principio e causa delle differenze qua-
litative127 .
Leucippo e Democrito, invece, che chiamano i corpi primi minimi, atomi, [af-
fermano] che dalla differenza delle loro figure, posizione e ordine derivano i
corpi caldi e infuocati, quelli che sono composti da corpi primi più acuti e sottili
e disposti in maniera omogenea, e i corpi freddi e acquosi, quelli che sono com-

124 Nicom. Encheir. Harm. 11,6; Taur. ap. Philop. De aet. mundi 6,8, 223,12. Cf. Baltes 1972, 20.
125 In Nicom. Intr. arithm. 105,11; 118,26.
126 V. infra, n. 129.
127 Simpl. In Phys. 184b 15, 35,22-36,7 (273 L.) oiJ de; peri; to;n Leuvkippon te kai; Dhmovkriton
kai; to;n Puqagoriko;n Tivmaion oujk ejnantiou'ntai me; n pro;" ta; tevttara stoicei'a tw' n
sunqev twn ei\nai swmavtwn ajrcav". kai; ou|toi dev, w{sper oiJ Puqagovreioi kai; Plavtwn kai;
Aristotevlh", oJrw'nte" eij " a[llhla metabavllonta to; pu'r kai; to; n aj evra kai; to; u{dwr, i[sw"
de; kai; th;n gh' n, ajrcoeidevs terav tina touvtwn kai; aJplouvstera ejzhvtoun ai[tia, di w| n kai; th; n
kata; ta;" poiovthta" tw' n stoiceivw n touvtwn diafora; n ajpologhvsontai. kai; ou{tw" oJ me; n
Tivmaio" kai; oJ touv twi katakolouqw' n Plavtwn ta; ejpivpeda bavqo" ti e[conta kai; schmavtwn
diafora;" stoicei'a prw'ta tw' n tettavrwn touv twn e[qeto stoiceivwn th; n swmatikh; n fuvsin
meta; tw'n swmatikw' n schmavtwn ajrcoeidestevran kai; aijtivan th' " tw' n poiothvtwn diafora; "
nomivzwn.
100 Principi corporei/ incorporei

posti da forme contrarie, e gli uni sono luminosi e splendenti, gli altri foschi e
bui128 .
La sequenza soggiacente è quella già incontrata precedentemente per il
mondo sensibile: corpo (fornito di dimensioni)-figura-qualità. Tuttavia la
terminologia indica una fonte che riprende meno sobriamente di Porfirio i
dati della dossografia. Questa fonte immediata di Simplicio è sicuramente
Giamblico, come si può dedurre da un passo parallelo del commento
simpliciano alle Categorie nel quale egli viene citato espressamente e nel
quale ricompare l'interpretazione dei triangoli platonici "materiali".
E infatti [Giamblico] obietta che Platone spiega che le figure, precedenti alla
formazione dei corpi, sono cause dell'essere dei corpi e che le differenze di qua-
lità derivano dalle differenze di figura, dicendo che è caldo ciò che è composto da
figure con angoli acuti, quali le piramidi, e freddo ciò che è composto da figure
che ne hanno di meno, quali l'icosaedro, e ciò vale anche per le altre qualità, ma
non intende le figure matematiche; quelle infatti non sono né materiali, né fisi-
che, né sono osservabili in movimento come invece le superfici platoniche; Pla-
tone infatti pone queste ultime come materiali e fisiche129 .
Dato che questo passo viene citato a proposito del quarto genere della
qualità, la figura, si può dedurre che Giamblico accettava sì la teoria se-
condo cui le figure venivano prima delle qualità dei corpi elementari, ma
considerava anch'esse come qualità riallacciandosi ad Aristotele130 . Su que-
ste basi poteva anteporre le figure alle qualità fisiche degli elementi e so-
stenere nel contempo la precedenza della qualità sulla quantità nell'ordi-
namento delle categorie: le figure venivano prima "delle altre qualità".
Quando dunque in Simplicio si incontra la formula secondo cui le figure
sono "più principianti delle altre qualità", c'è, mediata o diretta, la mano di

128 Simpl. In Phys. 184b 15, 36,1-7 (67 A 14 DK; 111, 247 L.) oiJ de; peri; Leuvkippon kai;
Dhmovkriton ta; ejlavcista prw'ta swvmata a[toma kalou'nte" kata; th;n tw' n schmavtwn aujtw' n
kai; th'" qev sew" kai; th' " tavxew" diafora; n ta; me;n qerma; givnesqai kai; puvr ia tw'n swmav twn,
o{sa ejx ojxutevrwn kai; leptomerestevrwn kai; kata; oJmoivan qevsin keimev nwn suvgkeitai tw'n
prwvtwn swmavtwn, ta; de; yucra; kai; uJd atwvdh, o{s a ejk tw'n ej nantivwn, kai; ta; me; n lampra;
kai; fwteinav , ta; de; aj mudra; kai; skoteinav.
129 Iambl. Fr. 78 Larsen (Simpl. In Cat. 10a 11, 271,8-16) kai; ga;r ejfistavnei (scil. oJ Iavmbliko")
o{ti Plavtwn me; n ta; schvmata prohgouvmena th'" sustavsew" tw' n swmavtwn wJ" ai[tia toi'"
swvmasi tou' ei\nai kai; tw'n poiothvtwn ta; " diafora; " ajpo; th'" tw' n schmavtwn diafora' " ajpo-
logivzetai, qermo;n levgwn ei\nai to; ajpo; tw' n ojxugwnivwn schmavtwn sugkeivmenon, oi|aiv eijsin
aiJ puramivde", kai; yucro;n to; ajpo; tw'n h|tton toiouvtwn, oi|on to; eijkosav edron, kai; ejpi; tw' n
a[llwn wJsauvtw", ouj ta; maqhmatika; schvmata paralambav nwn: ejkei'na ga;r ou[te e[nulav
ejstin ou[te fusika; ou[te ej n kinhvs ei qewrouvmena, w{sper ta; Plav twno" ejpivpeda: tau'ta ga;r
kai; e[ nula kai; fusika; tivqhsin oJ Plavtwn. Cf anche Procl. In Tim. II,36,24, infra, n. 138.
Proclo stesso, cui Simplicio attinge nel commento al De caelo sostiene la tesi dei triangoli
"materiali" cioè forniti anche di profondità in quanto la materia prima è sì priva di qualità,
ma corporea e come tale tridimensionale. Simpl. In De cael. 306a 23, 648,19 pro;" tou'to
levgei oJ Provklo", o{ti ta; fusika; ejpivpeda ouj k e[s tin ajbaqh .
130 Cat. 10a 11ss.
Capitolo secondo 101

Giamblico. Così, in un passo di commento alle Categorie, in base a questa


formula, le figure atomiche di Democrito e di Epicuro divengono imper-
cettibilmente dei qualia:
Anche Democrito e, in seguito, Epicuro, ipotizzando gli atomi impassibili e privi
di tutte le altre qualità tranne la figura e la loro composizione qualitativa, affermano che le
altre qualità, quelle semplici, come il calore e la levigatezza, e quelle relative ai co-
lori e ai succhi vengono dopo131 .
Se si confronta questo passo con la versione dossografica canonica degli
atomi privi di qualità che si trova in Plutarco, in Sesto e in altri autori, si
nota subito la precisazione significativa e tipica di Giamblico che le figure
sono "prive delle altre qualità tranne le figure"132 .
Tornando al brano del commento alla Fisica, Simplicio/ Giamblico,
nel descrivere gli atomi di Leucippo e Democrito, si riferisce agli atomi
dell'anima come risulta da un passo parallelo del De anima di Giamblico
stesso non incluso né da Diels né da Lur'e nella raccolta delle testimo-
nianze su Democrito nel quale gli atomi vengono definiti "più elementari
degli altri elementi"133 . L'affermazione che i corpi freddi e acquosi hanno
forme contrarie a quelli caldi e infuocati è ovviamente una deduzione sulla
base del confronto con i solidi platonici. Questo passo di Simplicio non
può dunque essere citato come testimonianza del fatto che Democrito

131 Simpl. In Cat. 15a 13, 431,24 kai; oiJ peri; Dhmovkriton de; kai; u{steron oiJ peri; Epivkouron
ta;" ajtovmou" ajp aqei'" kai; ajpoivou" uJpotiqevmenoi tw' n a[llwn poiothvtwn para; ta; schvmata
kai; th;n poia;n aujtw' n suv nqesin ejpigivnesqai levgousi ta; " a[lla" poiovthta", tav" te aJpla'"
oi|on qermovthta" kai; leiovthta", kai; ta; " kata; ta; crwvmata kai; tou; " cumouv ". O'Meara
2000, 246 suppone che in questo passo Simplicio utilizzi Giamblico. La formulazione usata
dal commentatore costituisce a mio avviso, una prova sicura. La stessa formula ricompare
ancora nel commento a De cael. 299b 23, 576,5ss. dove ad Aristotele viene attribuita una
teoria della precedenza della figura sulle "altre qualità" (o{ti de; ajrcoeidevsteraiv eijsin aiJ
kata; ta; schv mata aijtivai tw' n kata; ta; " poiovthta", dh'lon, ei[per kai; aujto; " oJ Aristotevlh"
pro; tw'n a[llwn poiothvtwn ej ggiv nesqai ta; schvmata th'i u{lhi nomivzei).
132 Plut. Adv. Colot. 1110 F (68 A 57 DK; 179 L.) ti; ga;r levgei Dhmovkrito"… oujsiva" ajpeivrou"
to; plh'qo" ajtov mou" te kai; ajdiafqovrou", e[ti de; ajpoivou" kai; ajp aqei'", ejn tw'i kenw'i fevr e-
sqai diesparmevna". Gal. De elem. sec. Hipp. 2,16 (60,19 De Lacy = I,418 K.) (68 A 49 DK;
112 L.) aiJJ me;n ou\n a[tomoi suvmpasai swvmata ou\s ai smikra; cwri;" poiothvtwn eijsiv. Sext.
Emp. Pyrrh. hyp. 3,33 ouj ga;r dhvpou dunhsovmeqa kai; toi'" peri; Asklhpiavdhn
sugkatativqesqai, qrausta; ei\nai ta; stoicei'a levgousi kai; poiav, kai; toi' " peri; Dhmovkri-
ton, a[toma tau' ta ei\nai favskousi kai; a[poia.
133 Iambl. De an. 26,13-18 Finamore-Dillon (Stob. 1,49, 363,11-18 Wachsmuth) tine;" eij" ta;"
tw'n tessavrwn stoiceivwn ajrca; " th; n oujsivan th' " yuch' " ajnafevrousin. ei\nai me;n ga;r ta;
prw'ta swvmata a[toma, pro; tw'n tessavrwn stoiceivwn stoiceiwdevstera: eijlikrinh' d o[nta
kai; peplhrwmev na pav nthi kaqara'" prwvth" oujsiv a" mh; devcesqai mhd oJpwstiou'n eij " aujta;
diaivresin. tau'ta toivnun a[peira e[c ein schvmata, e}n de; autw' n ei\nai to; sfairoeidev", ajpo;
de; tw'n sfairoeidw'n ajtov mwn ei\nai th;n yuchvn. Il riferimento all'infinità delle forme atomi-
che e alla forma sferica degli atomi dell'anima mostra chiaramente che il resoconto ri-
guarda solo gli atomisti antichi e non anche Epicuro. Giamblico segue qui Aristotele, cf.
Finamore-Dillon 2002, 78.
102 Principi corporei/ incorporei

dava una forma agli atomi del freddo134 perché è solo l'epigono di uno
schema dossografico ripetutamente rielaborato.

6. 3. Simpl. In De cael. 299a 2, 564,10-566,16 (68 A 120 DK; 171 L.)

Simplicio riporta ancora in due brani paralleli del commento al De caelo


(299a 2, 564,10ss. e 306a 1, 641,1ss.) una interpretazione della genesi dai
triangoli del Timeo nella quale è compreso l'accenno a Democrito: prima di
Platone anche Democrito sarebbe risalito nella ricerca delle cause oltre i
quattro elementi fino agli atomi, come Platone fino ai triangoli. Lo scopo
di Simplicio, in ambedue i casi, è la difesa di Platone dagli attacchi aristo-
telici.
Nel commento a De Cael. 299a 2 Simplicio affronta uno dei temi più
spinosi e ricorrenti nella critica di Aristotele a Platone e ai suoi allievi,
quello di aver voluto comporre il mondo sensibile da oggetti matematici
che, non avendo nessuna delle caratteristiche di un corpo fisico, non sono
in grado di generare corpi. Simplicio, come è solito fare, rimprovera ad
Aristotele di fermarsi alle apparenze e di non approfondire la sostanza.
Infatti i triangoli del Timeo non sono triangoli matematici, ma fisici, hanno
cioè una profondità in quanto Platone avrebbe posto a fondamento del
mondo fisico innanzitutto il sinolo di materia e forma. I triangoli che
formano i quattro elementi non sono semplici "forme" disgiunte dalla
materia corporea tridimensionale, ma sono forme "materiali". Simplicio
cita a questo proposito il "pitagorico" Timeo di Locri e distingue poi due
tipi di interpretazioni platoniche: da una parte quella "simbolica", cioè non
letterale, di alcuni esegeti di Platone, e di Giamblico e, dall'altra quella dei
"platonici recenti" che interpretano invece il Timeo in senso letterale135 . Chi
siano questi ultimi è difficile determinare, ma si tratta probabilmente di
Proclo che Simplicio utilizza ampiamente nel commento al De caelo. La
prima parte (quella che esemplifica l'interpretazione dei "platonici re-
centi") contiene infatti lo schema teofrasteo di critica alla ricerca delle
cause fisiche al di là dei sensibili cui Proclo, come si è visto, si riferisce.
Queste sono le linee del resoconto della prima parte, quella nella quale
è nominato anche Democrito: siccome i quattro elementi sono composti
di forma e materia e in un discorso sui principi non possono essere consi-
derati primi, alcuni, come Aristotele, fanno generare per primi nella mate-

134 Come ad es. Curd 2004, 185.


135 Simpl. In De cael. 299a 2, 564,10 tauvthn de; th;n dia; tw'n schmavtwn fusiologivan tine;" me;n
tou' Plav twno" ej xhghtw' n, w|n kai; oJ qei'o" Iav mblicov" ejsti, sumbolikw'" eijrh'sqai
nomivzousi, kai; ou{tw" aujto;" ejxhgei'tai to;n Platwniko; n Tivmaion, oiJ de; newvteroi tw'n Pla-
twnikw'n filosovfwn wJ" ou{tw" kata; to; legovmenon e[cousan peirw'ntai deiknuv nai.
Capitolo secondo 103

ria le qualità cosiddette passive (caldo, secco e i loro contrari) e i quattro


elementi col corpo privo di qualità. Alla domanda perché il fuoco riscaldi,
rispondono unicamente: perché è caldo (564, 14-24)136 .
Democrito, invece, come riferisce Teofrasto nella Fisica, fra coloro che hanno
cercato in modo imperfetto una giustificazione del caldo e del freddo e hanno
addotto tali cause, è risalito agli atomi; allo stesso modo i Pitagorici ai triangoli
ritenendo le figure e le grandezze cause del caldo e del freddo. Infatti le figure
che distinguono e dividono producono la sensazione di caldo, quelle che uni-
scono e astringono quella di freddo; e infatti ogni corpo, per la sua stessa so-
stanza, subito diventa un quanto, la figura, se anche è una qualità, ma è stata tratta dal
genere dei quanti, perciò ciascun corpo è un quanto fornito di figura. La materia in
sé infatti è incorporea, il secondo sostrato è un corpo privo in sé di qualità, ma
informato da varie figure e differisce dal corpo matematico perché è materiale e
tangibile, in quanto il tatto lo percepisce come massa e non come caldo o freddo.
Questo secondo sostrato decorato con diverse figure, costituisce—dicono—gli
elementi più principianti dei quattro elementi.137 .
A questa differenza di figure conseguono tutte le altre proprietà e i cam-
biamenti reciproci. Dunque i Pitagorici e Platone non hanno ragionato in
modo sbagliato (mh; ajlovgw") quando hanno riportato tutto alle figure. Qui
vengono in sostanza riprodotte le argomentazioni dei sostenitori della
precedenza della quantità sulla qualità riassunte nel commento al primo
libro della Fisica e viene ribadito (implicitamente contro l'interpretazione
di Giamblico) che, pur essendo la figura una qualità, essa appartiene al
genere dei "quanti". L'argomentazione viene arricchita con la caratterizza-
zione delle figure come e[nula ei[dh, forme "materiali" impresse in un corpo
tridimensionale preesistente caratteristica di Giamblico, ma anche di Pro-
clo138 . E' verosimilmente quest'ultimo il modello interpretativo di Simpli-

136 La linea è quella dell'esposizione delle teorie teofrastee fornita da Proclo (In Tim. II,120,18-
22 = Theophr. Fr. 159 FHS&G). Per quest'ultimo testo, v. supra, n. 26.
137 Simpl. In De cael. 299a 2, 564,24 (68 A 120 DK; 171 L.) Dhmovkrito" de;, wJ" Qeovfrasto" ejn
toi'" Fusikoi'" iJstorei', wJ" ijdiwtikw'" ajpodidovntwn tw' n kata; to; qermo;n kai; to; yucro;n kai;
ta; toiau'ta aijtiologouvntwn ejpi; ta; " ajtovmou" ajnevbh, oJmoivw" de; kai; oiJ Puqagovreioi ejpi; ta;
ejpivpeda nomivzonte" ta; schv mata ai[tia kai; ta; megevqh th' " qermovthto" ei\ nai kai; th' "
yuvxew": ta; me; n ga;r diakritika; kai; diairetika; qermovthto" sunaivsqhsin parevcesqai, ta;
de; sugkritika; kai; pilhtika; yuvxew": kai; ga;r pa' n sw'ma kat ouj sivan eujqu;" pepovswtai, to;
de; sch'ma, eij kai; poiovth" ejstivn, ajll ejk tou' gevnou" ei[lhptai tw'n posw' n, dio; tw'n swmavtwn
e{kaston posovn ejstin ej schmatismev non: hJ me;n ga;r u{lh kaq auJth; n aj swvmatov" ejs ti, to; de;
deuvteron uJpokeivmenon sw'ma me;n a[poion kaq auJtov, schvmasi de; poikivloi" memorfwmev non
kai; tou' maqhmatikou' swv mato" diafevron tw'i e[nulon kai aJpto; n ei\nai th' " aJfh' " kata; to; n
o[gkon ajntilambanomev nh" aujtou' kai; ouj kata; qermovthta h] yucrovthta. tou'to ou\ n to;
deuvteron uJpokeivmenon diafovroi" schvmasi diazwgrafouvmenon ta; tw' n tessavrwn stoi-
ceivwn fasi;n uJfistavnein ajrcoeidevs tera stoicei' a.
138 Cf. Procl. In Tim. II,36,24 oJ me;n qei'o " Iavmblico" ou|to" ga;r oJ ajnh;r diaferovntw"
ajntelav beto th'" toiauvth" qewriva", tw' n a[llwn w{ sper kaqeudovntwn kai; peri; to; maqhma-
tiko;n kalindoumev nwn mov non, diakriv nein moi dokei' ta; aJpla' tw' n sunqev twn kai; ta; mevrh
tw'n o{lwn kai; aJplw'" eijpei'n ta;" ej nuvlou" dunavmei" kai; ta; ei[dh ta; e[nula tw'n sumplhrou-
104 Principi corporei/ incorporei

cio in questo passo del De caelo. Da qui anche la differenza nel taglio ese-
getico.
In ogni caso lo schema di fondo di questi resoconti di Simplicio, pur
attraverso i vari rimaneggiamenti e adattamenti, permane quello di matrice
posidoniana che si ritrova anche nel De primo frigido Plutarco e nel De placi-
tis di Galeno. Elementi comuni a questi resoconti sono:
1. La individuazione dei principi ultimi di Platone in materia e forma
(u{lh e sch'ma in Galeno, u{lh e ei\do" in Simplicio).
2. L'accenno al fatto che i peripatetici si fermavano alle qualità ele-
mentari ritenendo inutile farsi domande sull'origine del caldo e del freddo.
3. La ricerca delle cause protratta invece da Democrito fino agli atomi
e dai Pitagorici, nella fattispecie Timeo di Locri, e da Platone fino ai trian-
goli elementari (in Plutarco compaiono Democrito e Platone, in Galeno
solo Platone).
Si può dunque a questo punto ricostruire l'iter di un brano dossogra-
fico sui principi di Platone e di Democrito da Teofrasto fino a Simplicio:
1. Brano della Fisica di Teofrasto nel quale Platone e Democrito ven-
gono presi come esempio di un procedimento contrario ai principi della
fisica in quanto hanno superato i limiti propri di questa scienza cercando
elementi di elementi.
2. Utilizzazione critica del testo teofrasteo da parte di Posidonio in un
contesto sulle finalità della filosofia come scienza universale delle cause:
Platone e Democrito hanno fatto quello che il vero fisico e il vero filosofo
devono fare, sono cioè risaliti alle cause ultime dei corpi. Per Platone tut-
tavia si tratterebbe sostanzialmente di una scomposizione mentale a fini
eziologici che non comporterebbe necessariamente l'esistenza della forma
separata dalla materia. Plutarco riporta, di questo testo, solo un breve
excursus nel quale compaiono sia Democrito che Platone. Galeno, dato il
carattere specifico della sua trattazione, si limita ovviamente alla dottrina
platonica, ma riproduce una versione più ampia del testo di matrice posi-
doniana.
3. Utilizzazione dello stesso testo nell'ambito del dibattito sull'ordi-
namento delle Categorie aristoteliche: la precedenza della quantità sulla
qualità viene dimostrata attraverso l'esempio delle figure di Democrito e
Platone. Questa potrebbe essere forse già la posizione di Andronico se-
guito da altri commentatori del secondo secolo e infine da Porfirio, una
delle fonti di Simplicio nel commento alla Fisica. Giamblico, dal canto suo,
riprende lo stesso modello spiegando, però, che la figura è una qualità e

mevnwn ajpæ aujtw' n oujsiw'n, kai; ta; me; n ejpivpeda kalei'n, ta; de; stereav: kaqavper ga;r to;
ejpivpedon e[scato" o{ro" ejsti; tou' maqhmatikou' swvmato", ou{tw dh; kai; to; e[nulon ei\do" kai;
hJ duvnami" hJ tw' n swmavtwn morfh; kai; pevra" ejsti; tw' n uJpokeimev nwn.
Capitolo secondo 105

non una quantità e che quindi Platone e Democrito hanno posto le figure
prima delle "altre qualità". Anche questa interpretazione riemerge nel
commento alla Fisica di Simplicio. Proclo, a sua volta, si riallaccia a Giam-
blico, ma ribadisce che le figure di Democrito e Platone sono una quan-
tità, non una qualità, una esegesi che Simplicio riprende nel commento al
De caelo.
E' superfluo sottolineare come in tutti questi contesti la funzione dei
principi democritei sia totalmente subordinata rispetto ai triangoli plato-
nici, tanto che, fuori dal nucleo teofrasteo vero e proprio, non vengono
neanche più presi in considerazione.
Se si confrontano i brani di Simplicio con la tradizione "diafonica"
presente in Sesto Empirico si può constatare dunque una diversità di im-
postazione nel rapporto Platone (Pitagorici)-Democrito. Da una parte, in
Sesto, abbiamo una opposizione di fondo basata su due concezioni di-
verse della realtà: una sostanzialmente materialista, quella atomista, una di
tipo matematico, quella dei cosiddetti Pitagorici i quali presenterebbero le
loro dottrine proprio come un superamento decisivo della mentalità sog-
giacente alla concezione atomistica antica. Solo nell'ambito dei principi
incorporei intellegibili si possono trovare i fondamenti di tutta la realtà,
anche di quella del mondo sensibile. E questo non è un assunto tardo
ellenistico, ma una problematica viva nell'Accademia platonica le cui
tracce sono ben individuabili sia nelle allusioni platoniche che negli excur-
sus aristotelici riguardanti le dottrine dell'Accademia. L'autore tardo elleni-
stico che ha rielaborato il resoconto originale ha aggiunto alla diaphonia
solo i caratteri superficiali tipici dell'ellenismo, ma ha riportato una pro-
blematica che non era tipica del suo tempo. Questo risulta dal confronto
con il filone rappresentato da Plutarco nel De primo frigido, da Galeno nel
De Placitis e dai brani dei commentari aristotelici di Simplicio. L'assunto
fondamentale di tutto questo filone è una sostanziale identità fra le conce-
zioni atomiste e quelle platoniche e pitagoriche. Il pitagorismo che com-
pare qui è però ben diverso da quello che si incontra in Sesto ed è in par-
ticolare legato al nome di Timeo di Locri, rappresentante di un
platonismo aristotelizzante. La somiglianza configurata in questi testi tardi
fra Platone, i Pitagorici e Democrito dipende da una visione condizionata
dall'immagine aristotelizzante e stoicizzante di Platone e basata principal-
mente sull'interpretazione del Timeo. Nell'ottica di una interpretazione che
attribuiva a Platone materia e forma come ultimi principi (u{lh a[poio" che
riceve le forme geometriche) e che arrestava la ricerca dei principi dei
corpi ai triangoli del Timeo, anche le distanze dei triangoli dai corpuscoli di
Democrito si accorciavano. L'unica effettiva mancanza di Democrito era
quella di non aver enunciato materia e forma come principi ultimi, ma in
sostanza la sua dottrina non si discostava molto da quella platonica. È un
106 Principi corporei/ incorporei

punto che Alessandro stesso rilevava139 . Questa simbiosi fra l'atomismo


democriteo e il Timeo platonico si concreta in due tendenze presenti nei
commentatori neoplatonici:
1. Le forme degli atomi del freddo o di certi colori, che Democrito
non ha specificato o ha definitio diversamente, possono anche essere
descritte come i solidi del Timeo. Si tratta di un procedimento utilizzato
soprattutto dal Filopono, sia nel commento alla Fisica, sia in quello al De
generatione et corruptione140 .
2. Per contro, i triangoli platonici si trasformano in figure corporee,
fornite cioè di una terza dimensione come in Giamblico e possono essere
difese dagli attacchi aristotelici. La distanza che li separa dagli atomi de-
mocritei, che Aristotele aveva considerato nettamente superiori, non è più
così grande e, in ogni caso, il confronto non va a svantaggio di Platone.
Se il processo di avvicinamento fra l'atomismo di Democrito e i trian-
goli di Platone è già particolarmente evidente nella vulgata di matrice posi-
doniana quale quella di Plutarco, è ulteriormente accelerato dagli autori
che si servono dei principi platonici e democritei, fuori da un contesto che
riguarda direttamente le loro dottrine, in vista di uno scopo ben preciso,
vale a dire per dimostrare la correttezza o la debolezza dell'ordinamento
aristotelico delle categorie, un dibattito vivo soprattutto fra il I sec. a.C. e
la prima metà del II sec. d.C., e ripreso dai neoplatonici. In questo conte-
sto non contavano tanto le differenze fra Democrito e Platone, quanto
piuttosto i loro caratteri comuni, il fatto cioè che essi avessero posto a
fondamento del sensibile delle figure, vale a dire la quantità. Se dunque il
rapporto Democrito-Platone-Pitagorici veniva trattato su questa linea di

139 Alex. ap. Simpl. In De cael. 299b 23, 576,5 (122 L.) ajlla; tiv, fhsivn (oJ Alevxandro"), dioivsei
th'" Dhmokrivtou dovxh" hJ ejk tw'n ejpipevdwn levgousa, ei[per kai; auj th; kata; ta; schvmata
eijdopoiei'sqai ta; fusika; swvmatav fhsi…
140 Philop. In Phys. 184b 20, 25,19 (101 L.) ei[dou" ga;r lovgon ejn tai'" ajtovmoi" to; sch'ma e[cein
e[legen oJ Dhmovkrito". h] kai; ej nantiv a": h[toi tou'tov fhsin o{ti Dhmovkrito" e}n to; gevno" uJp e-
tivqeto tw'n aj tovmwn, diafevrein de; aujta;" kata; ta; schvmata, ouj movnon de; diafevrein, ajlla;
kai; ejnantiva" ei\nai (ejpeidh; ga;r qermovthta kai; yuv xin kai; leukovthta kai; melanivan oujk
e[legen ei\nai ej n tai'" ajtovmoi" oJ Dhmovkrito", ajll ejk tw' n schmavtwn ajp egev nna ta; pavqh kai;
th'" pro;" hJma' " tw' n ajtovmwn scevs ew": ta; " me;n sfairikav ", wJ" eujkinhvtou", qermovthto" kai;
tou' puro;" ei\nai aijtiva": wJ" ga;r eujkivnhtoi, diairou'si qa'tton kai; dieisduvnousi, tou'to de;
i[dion puro;" to; tmhtiko;n kai; eujkiv nhton: ta; " ga;r kubika;" de; fevr e eijpei'n, wJ" wjqouvs a"
ma'llon kai; pilouvsa", yuvxin ejr gav zesqai: pilhtiko;n ga;r to; yucrovn. oJmoivw" kai; ejpi; tw'n
crwmavtwn giv nesqai e[legen. o{tan me;n tw'n puramivdwn fevre eijpei'n aiJ korufai;
prosbavllwsi th'i o[yei, toiavnde poiei'n crwvmato" fantasivan, oi|on leukou': diakritiko;n
ga;r th'" o[y ew" to; leuko;n, diairetiko; n de; kai; to; ojxuv , oi{a ejsti; kai; hJ korufh; th'" pura-
mivdo": o{tan de; aiJ bavsei", mevl ano": sugkritiko;n ga;r to; mevl an, toiou'ton de; to; ajmbluv: pi-
lei' ga;r kai; eij" taujto;n th'i pilhvsei sunwqei' ta; diestw' ta. ejp ei; ou\ n toi'" diafovroi"
schvmasi tw'n ej nantivw n paqw'n poihtikaiv eijsin aiJ a[tomoi, ouj movnon diafevrein aujta;" toi'"
schvmasin ei\pen, ajlla; kai; ejnantiva" ei\nai)... Cf. anche Ibid. 188a 19, 116,28-117,10; 194a
20, 228,28-229,2; In De gen. et corr. 314b 15, 17,29-33.
Capitolo secondo 107

sostanziale omogeneità, è improbabile che Eudoro, cui da alcuni viene


attribuito il resoconto di Sesto, seguisse la via opposta. Eudoro infatti era
stato uno dei primi ad avviare il dibattito sull'ordinamento delle Categorie.
In ogni caso tutti questi autori utilizzano schemi manualistici in diatribe
nelle quali anche lo scopo puramente informativo della notizia dossogra-
fica viene a cadere. In questo contesto soprattutto vanno valutate le testi-
monianze sui principi di Democrito e di Platone presso i commentatori di
Aristotele ora esaminate.

7. Sintesi
Se le ipotesi sviluppate in questo capitolo sono esatte, ci si trova di fronte,
per quanto riguarda il confronto fra i principi di Democrito e Platone
(Pitagorici), ad una doppia tradizione.
1. Quella dominante di matrice teofrastea che si fonda sulla ricerca
delle somiglianze fra l'atomismo di Democrito e la dottrina del Timeo.
Teofrasto criticava ambedue per aver ricercato "elementi di elementi"
violando quindi una concezione della fisica che Aristotele aveva elaborato,
secondo cui la ricerca fisica doveva arrestarsi ai quattro elementi. Aristo-
tele aveva finalizzato il confronto Democrito/ Platone alla sua polemica
contro i principi accademici preferendo ogni volta l'atomismo fisico del
primo rispetto a quello matematizzante del secondo. Teofrasto ha invece
posto Platone e Democrito sullo stesso piano criticandoli poi ambedue,
ma astenendosi dal prendere posizione a favore di uno o dell'altro. Da
Teofrasto si è sviluppata una linea conciliatoria che, attraverso Posidonio,
è passata in quasi tutta la tradizione successiva. La versione prettamente
manualistica di questo confronto è stata poi accolta e variamente utilizzata
nel dibattito sull'ordinamento delle categorie aristoteliche ed è arrivata
fino a Simplicio. Quest'ultimo, per questo confronto, non attinge diretta-
mente a Teofrasto, anche se lo conosceva di prima mano, ma ad altri
commentatori quali Porfirio, Giamblico e Proclo.
2. Se la tradizione ora esaminata propone una sostanziale similarità fra
i triangoli del Timeo e gli atomi di Leucippo e Democrito, nel decimo libro
Contro i Matematici di Sesto Empirico emerge invece la prospettiva "diafo-
nica". I Pitagorici, cioè gli allievi di Platone, avrebbero criticato e superato
le dottrine atomiste postulando, invece che dei corpi di per sé sempre
scomponibili e quindi non eterni per natura, delle sostanze incorporee ed
eterne in assoluto, gli oggetti matematici, e i numeri i cui principi ultimi
sono l'uno e la diade indefinita. Si tratta di uno schema di opposizione
corporeo/ incorporeo che riprende quello del Sofista platonico, arricchen-
dolo di nuovi contenuti e che emerge in Aristotele in brani che espon-
108 Principi corporei/ incorporei

gono appunto la dottrina accademica nella prospettiva del superamento


dei principi corporei. Il confronto non è legato alle teorie del Timeo, ma
alla dottrina delle idee-numero di Senocrate. L'atteggiamento critico degli
allievi di Platone verso gli atomisti è presupposto anche dalle prese di
posizione talvolta estreme a favore di Democrito e dell'atomismo antico
nell'ambito dell'assunzione dei principi in diversi passi dell'opera aristote-
lica, in particolare del De generatione et corruptione e del De caelo. La veemenza
di tali attacchi ai principi accademici e l'utilizzazione di Democrito in fun-
zione antiaccademica, si spiegano meglio se, dall'altra parte, nell'Accade-
mia, Senocrate predicava, in direzione opposta, il superamento dei prin-
cipi degli atomisti. La sopravvivenza in Sesto di questo filone, deviante
rispetto a quello dominante di matrice teofrastea, si spiega proprio per
l'utilizzazione da parte dello scetticismo tardo non solo di una varietà di
fonti, ma anche di tradizioni diverse rispetto a quelle correnti. Sesto, in-
fatti, fa capo ad una fonte interna allo scetticismo stesso, ovverosia Enesi-
demo, il fondatore del neoscetticismo.
Capitolo terzo

Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8)

1. Considerazioni generali
Sullo sfondo del confronto con le dottrine accademiche dei principi e con
le specifiche problematiche ad esse legate, anche i resoconti aristotelici che
individuano l'origine delle dottrine atomiste nella soluzione delle aporie
"eleatiche" sulla molteplicità e il movimento vanno viste in una diversa
prospettiva. L'immagine di un Leucippo che, in un confronto dialettico,
"concede" agli Eleati alcune premesse (non c'è movimento senza il vuoto),
ma nel contempo vuole accordare le sue dottrine con i fenomeni (il vuoto
esiste in quanto non essere e l'essere non è uno, ma molti simili all'uno
eleatico), presentata in un famoso passo del De generatione et corruptione (A
8), ha infatti segnato tutta la storia dell'interpretazione dell'atomismo an-
tico fino ai giorni nostri. La rappresentazione degli atomisti come Eleati
deviati è stata inoltre corroborata nei primi anni del novecento dall'indivi-
duazione, in un altro passo dello stesso trattato (A 2), di una presunta
argomentazione di Democrito a favore degli indivisibili come soluzione
dei paradossi zenoniani della divisione all'infinito1. La versione aristotelica
della nascita dell'atomismo è stata considerata dall'ottocento ad oggi quasi
un dogma. In realtà, come notava Solmsen2, e come si cercherà di mo-
strare con l'analisi dei due brani in questo capitolo e nel successivo, i due
resoconti sollevano più dubbi di quanti ne risolvano. Le aporie che essi
presentano necessitano però più che di una soluzione di un inquadra-
mento nel contesto nel quale Aristotele pensava, sviluppava le sue idee e
interpretava i predecessori. Tale contesto è costituito dalle discussioni
sulle presunte tesi eleatiche nell'Accademia platonica, che hanno portato
alla definizione del non essere come "altro dall'essere", alla distinzione fra

1 Cf. Hammer-Jensen 1910.


2 1988, 60ss. Solmsen, per istituire un legame fra gli atomisti antichi e gli Eleati, si basava
però su un passo ancora più dubbio di quelli succitati e cioè Phys. A 3, 187a 1ss. (su questo
brano, v. infra, 3. 2) e su altri di Lucrezio che, sebbene interessanti, non permettono di infe-
rire nulla sulle origini dell'atomismo antico.
110 Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8)

essere e uno e all'assunzione di indivisibili, e dalla contestazione da parte


di Aristotele di tali soluzioni. La trattazione delle tesi di Leucippo e De-
mocrito sullo sfondo di queste problematiche più ampie non poteva e non
doveva essere un esatto resoconto. A questo proprosito assume una
grande rilevanza il carattere dialettico dei contesti aristotelici3. Aristotele fa
infatti dialogare di volta in volta i suoi protagonisti secondo schemi impie-
gati nelle discussioni accademiche e da lui codificati nei Topici per poi di-
mostrare l'inadeguatezza della loro impostazione e affrontare i problemi
da premesse diverse.
E' necessario dunque esaminare le testimonianze aristoteliche sulla de-
rivazione dell'atomismo dall'eleatismo in un'ottica differente da quella
nella quale generalmente vengono lette, concentrando l'attenzione so-
prattutto sugli schemi dialettici in base ai quali viene impostata la discus-
sione.

2. Leucippo e gli "Eleati"


De gen. et corr. A 8, 324b 35 - 325a 2-30 ha costituito uno dei cardini della
tesi secondo cui l'atomismo antico è il risultato di una correzione delle
dottrine eleatiche sull'unità dell'essere, con l'accettazione però di determi-
nate premesse. Leucippo avrebbe formulato la sua concezione del mondo
composto di atomi e di vuoto a seguito di una "discussione" con non ben
precisati "Eleati", accettandone alcune affermazioni, ma cercando nel
contempo anche un "accordo" con la realtà dei fenomeni. L'artificialità di
questo schema è già di per sé palese non solo perché non trova alcun ri-
scontro nella realtà storica (di Leucippo non è neppure sicuro il luogo di
provenienza), ma soprattutto perché questo tipo di "cavalleresco" con-
fronto dialettico è del tutto anacronistico nel V sec. a.C. Lo schema ari-
stotelico rimanda piuttosto a quell'atmosfera rarefatta e "cortese" della
conversazione fra Zenone, Parmenide e Socrate nel Parmenide e più speci-
ficamente agli esercizi dialettici della scuola platonica i cui fondamenti
sono delineati nei Topici aristotelici4.

3 L'influsso della discussione dialettica sull'impostazione delle aporie in altri scritti aristotelici
è già stato più volte esaminato. Cf. le considerazioni generali in Krämer 1971, 27-32 e le
analisi particolari in Beriger 1989 e Föllinger 1993.
4 I dibattiti pubblici hanno nel V sec. a.C. una marcata forma agonale che non permette di
"concedere" nulla agli avversari. Cf. ad es. le violente polemiche nei trattati ippocratici e in
particolare gli agoni nella tragedia euripidea e nelle Nuvole di Aristofane che riproducono, se
pure in rielaborazioni letterarie, lo spirito di questi dibattiti. Aristotele stesso distingue net-
tamente nei Topici (Q 5,159a 26ss.) la discussione dialettica di scuola, che ha come scopo
l'apprendimento e che viene condotta cavallerescamente, rispettando regole ben precise, da
quella agonale che mira invece alla vittoria con qualsiasi mezzo.
Capitolo terzo 111

Se i pre-supposti aristotelici sono, come si vedrà, da ricercarsi negli schemi


dialettici accademici, quelli degli interpreti moderni hanno le loro radici
nell'indiscussa autorità di Aristotele e dei grandi storici della filosofia del-
l'ottocento, in particolare Hegel e Zeller, come si è già detto nell'introdu-
zione. Se il tentativo di questi ultimi di rivalutare l'atomismo radicandolo
nella filosofia (per quei tempi) positiva e "metafisica" dell'eleatismo ha una
sua giustificazione storica, oggi, cadute le ragioni che stavano alla base
delle tesi zelleriane, le relazioni degli atomisti con gli Eleati vanno nuova-
mente verificate.
Il modello interpretativo dominante dal Bailey5 ad oggi si basa sul pre-
supposto evoluzionistico secondo cui l'atomismo costituirebbe il naturale
sviluppo delle teorie eleatiche dell'essere-uno. Gli atomisti sarebbero dun-
que necessariamente partiti da un esame dialettico delle proposizioni elea-
tiche per formulare la loro ipotesi. Siccome questa tesi si basa principal-
mente sulle testimonianze aristoteliche del De generatione et corruptione, è
indispensabile far riemergere i pre-supposti di queste ultime, cioè l'impo-
stazione storico-dialettica dei passi per ricostruire il quadro culturale in cui
l'interpretazione aristotelica degli atomisti si è sviluppata.

2. 1. Il logos eleatico in Aristotele (De gen. et corr. A 8, 325a 2-23):


considerazioni generali

Il resoconto del De generatione et corruptione sulle origini dell'atomismo co-


stituisce solo una parte di un discorso più ampio nel quale Aristotele nega
validità a tutte le dottrine che spiegano i fenomeni fisici attraverso la
suvgkrisi" e la diavkrisi" di particelle o di grandezze atomiche per intro-
durre la sua tesi della generazione e della corruzione come cambiamenti
qualitativi di un sostrato. E' importante dunque esaminare nel dettaglio
anche la prima parte del brano, quella che costituisce, secondo Aristotele,
la fonte dei tentativi successivi di soluzione del problema uno-molteplice,
stasi-movimento alla base dei concetti di generazione, corruzione e cam-
biamento, cioè le aporie "eleatiche" che negano tutti questi fenomeni e
affermano che l'essere è uno e immobile. Aristotele, che aveva trattato in
A 2 il problema degli indivisibili come soluzione del paradosso della divi-
sibilità all'infinito, presenta in A 8 l'atomismo di Leucippo come risposta
alla negazione dell'esistenza del non essere, della molteplicità e del movi-
mento. A Leucippo viene poi aggregato un Empedocle presunto atomista
e Platone per la sua presunta assunzione di superfici indivisibili. Il presup-
posto aristotelico nella trattazione di queste dottrine sta nel fatto che co-

5 Bailey 1928, 70ss.


112 Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8)

loro che hanno ammesso in qualche maniera degli indivisibili sono co-
munque partiti dalle tesi eleatiche accettandone certe premesse e cadendo
quindi in una aporia. E' l'accettazione non ponderata di alcune premesse
dell'avversario spesso a determinare il fallimento di una confutazione.
In un brano della Metafisica di cui si parlerà ancora in seguito6, Aristo-
tele traccia una netta linea di demarcazione fra il vecchio e il nuovo modo,
il suo, di affrontare le aporie riguardanti l'essere e l'uno. Platone e i suoi
allievi non sono arrivati ad una soluzione soddisfacente perché non hanno
definito prima correttamente i vari significati dell'oggetto di ricerca e
hanno quindi assunto, come gli Eleati, per l'essere e per l'uno un signifi-
cato univoco (per Aristotele essi si predicano in più modi). Così facendo
hanno dovuto dar ragione a questi ultimi su assunti fondamentali e am-
mettere l'esistenza del non essere assoluto per spiegare la molteplicità
rimanendo imprigionati nelle stesse aporie che intendevano risolvere.
L'ajporh'sai ajrcaikw'" è per Aristotele l'elemento che unifica tutte le solu-
zioni del problema dell'essere, della molteplicità e del divenire antecedenti
alla sua, in particolare quelle che presentano la maggiore affinità fra loro
come i due tipi di atomismo leucippeo-democriteo e accademico.
A questo si deve aggiungere una ulteriore considerazione sui metodi
espositivi aristotelici delle aporie stesse. Le formulazioni di base dei logoi
eleatici e quelle dei loro avversari che troviamo in Aristotele risalgono in
definitiva alla prassi dialettica platonica di unificare il più possibile sotto
una sola voce diverse teorie e di contrapporre fra loro quelle i cui fonda-
menti, in questo modo sintetizzati, sembrino opposti7. Lo scopo principale
di queste sintesi non è quello di dare un resoconto obiettivo dei testi presi
in considerazione, ma, al contrario, di coglierne il significato profondo, la
diavnoia, che gli autori non hanno potuto o non sono stati in grado di
esprimere esplicitamente8. Si tratta quindi in sostanza di adattare i testi di
volta in volta al tema in discussione trovandovi elementi comuni o oppo-
sizioni di fondo, la prassi dialettica usuale nei dialoghi platonici9 e
nell'Accademia codificata poi da Aristotele nei Topici10. Questa prassi di co-

6 Metaph. N 2, 1088b 35ss., v. infra, 3. 2 n. 83.


7 Per l'utilizzazione di schemi polari da parte di Platone e Aristotele, cf. anche Giannantoni
1986, 273.
8 Cf. ad es. Metaph. A 4, 985a 3ss. in relazione ad Empedocle e le numerose affermazioni di
Aristotele sulle "dottrine" presocratiche che rimandano, nell'uso di e[oike, dokei' e di altre
espressioni simili, ad una interpretazione non letterale delle stesse. In particolare, per
Esiodo, Metaph. A 4, 984b 23-31; per Empedocle, De cael. G 6, 305a 3-4; Phys. D 1, 208b 29-
209a 1; per Anassagora, Metaph. A 8, 989a 30-b 21.
9 Cf. a questo proposito, Cambiano 1986, 68ss.
10 Cf. in particolare le osservazioni sulla formulazione della proposizione, del problema e
della tesi nel primo libro dei Topici (A 10, 104a 3-11; 11, 105a 1-9; 14, 105a 34-105b 25).
Sulla presenza in sottofondo nei Topici di una prassi scolastica accademica, cf. Düring 1976,
Capitolo terzo 113

struzione di logoi dialettici, che ha le sue radici nella sofistica11, sta alla base
del brano del De generatione et corruptione che espone la tesi eleatica e la ri-
sposta di Leucippo12. Il logos eleatico riportato da Aristotele costituisce un
caso di quella che in Top. A 11, 104b 19-22 viene definita una "tesi", vale a
dire un tipo particolare di teorema dialettico13:
Tesi è un'ipotesi contraria all'opinione generale di qualche personaggio famoso
nel campo della filosofia come [...] il fatto che tutto si muove, secondo Eraclito, o
che l'essere è uno, come dice Melisso14.
E ancora:
discende necessariamente da quanto si è detto che o la grande maggioranza delle
persone sia in disaccordo con i sapienti riguardo alla tesi o che all'interno di uno
qualsiasi di questi due gruppi (i molti e i sapienti) ci sia disaccordo giacché la tesi
è una ipotesi fuori del senso comune15.
Ciò significa che si potevano assumere come tesi quella eleatica e come
antitesi le opinioni di coloro che sostenevano il movimento incessante di
tutte le cose, oppure, all'inverso, porre queste ultime come tesi e attribuire
agli Eleati il ruolo di critici. In ogni caso i disputanti si mettevano nei
panni dell'uno o dell'altro autore le cui opinioni venivano poste come tesi
e, rispettivamente, come antitesi e si immedesimavano col suo presunto

85ss., Krämer 1971, 17ss. n. 68 con una ricca bibliografia; Flashar 1994, 326s. Sull'impor-
tanza dei passi dei Topici riguardanti la "tesi" per la definizione del carattere e della struttura
della dossografia peripatetica, cf. Mansfeld 1992b, 332ss. Sul problema della presenza in
Aristotele di interpretazioni dei cosiddetti presocratici correnti nell'Accademia, cf. anche
Gemelli Marciano 1991a, passim; 1991b, passim.
11 Cf. Arist. Soph. El. 34,183b 36ss. Cf. a questo proposito von Kienle 1961, 38-57; il volume
di Cambiano 1986 in generale e, in particolare, l'esauriente resoconto di Mansfeld 1986
[1990b].
12 Come si vedrà anche in seguito, coloro che hanno assunto il logos eleatico e la successiva
risposta di Leucippo se non come autentiche e dirette citazioni, per lo meno come una pa-
rafrasi diretta di testi di Eleati e di Leucippo (cf. e.g. Bollack 1969; Löbl 1976, 145-150),
hanno proprio tralasciato di considerare questo carattere schematico e topico dell'opposi-
zione e dei termini dell'opposizione stessa. Cf. anche la critica di De Ley 1972.
13 Il termine tecnico è già accademico: Senocrate aveva scritto venti libri di qevsei" oltre che
quattordici sulla dialettica (Xenocr. Fr. 2 IP) qevsewn bibliva k', th'" peri; to; dialevgesqai
pragmateiv a" bibliva id'.
14 Top. A 11, 104b 19-22 qevsi" dev ejstin uJpovlhyi" paravdoxo" tw'n gnwrivmwn tino;" kata;
filosofivan, oi|on ª...º o{ti pavnta kinei'tai, kaq ÔHravkleiton, h] o{ti e}n to; o[n, kaqavp er
Mevlissov" fhsin. Le due tesi vengono confrontate e poste sullo stesso piano da Aristotele
nel primo libro della Fisica (A 2). Sull'importanza di Top. A 11 nella impostazione della di-
scussione dei problemi fisici in Aristotele stesso e nella dossografia in generale, cf.
Mansfeld 1992b, 332ss. Per considerazioni generali, cf. anche Beriger 1989, 40ss.
15 Top. A 11, 104b 32-34 ajnavgkh ga;r ejk tw'n eijrhmevnwn h] tou;" pollou;" toi'" sofoi'" peri; th;n
qevsin ajmfisbhtei' n h] oJpoterousou' n eJ autoi'", ejp eidh; uJpovlhyiv" ti" paravdoxo" hJ qevsi"
ejstivn.
114 Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8)

modo di pensare scambiandosi all'occasione anche i ruoli16. In questo


schema i sostenitori delle varie tesi e antitesi variavano a seconda del con-
testo. Le tesi e le antitesi inoltre non solo erano interscambiabili, ma pote-
vano anche essere attribuite ad autori diversi. Su questo sfondo si delinea
la struttura dialettica di De generatione et corruptione A 8 composto di due
parti: la tesi presupposta (e non enunciata) nella prima parte è quella di
coloro che sostengono la molteplicità, il movimento e l'esistenza del
vuoto, l'antitesi è il logos eleatico che confuta tutto questo sostenendo
l'unicità dell'essere. Questo logos viene però presentato a sua volta come
tesi cui si contrappone, come antitesi, la dottrina di Leucippo17. In altri
passi aristotelici gli oppositori degli Eleati non sono gli atomisti, ma gli
Accademici18.
Ryle, riferendosi espressamente alla prassi descritta nei Topici, eviden-
zia tre tratti fondamentali delle argomentazioni dialettiche: il loro carattere
"pubblico" (tutti conoscevano gli argomenti principali a favore dell'una o
dell'altra tesi19), la loro conseguente, progressiva cristallizzazione in "bloc-
chi" e la loro riutilizzazione da parte di interlocutori diversi con sviluppo o
esclusione di determinati punti20. Aristotele non ha dunque "costruito" ex
novo delle contrapposizioni dialettiche fra i suoi predecessori, ma ha sicu-
ramente attinto ad un patrimonio di logoi dell'Accademia platonica la cui
paternità si perde nell'esercizio dialettico ripetuto e costante21. Un modello
di questi logoi è il Parmenide. Secondo le dichiarazioni del protagonista

16 Cf. Top. Q 5, 159b 27 a]n dæ eJtevrou dovxan diafulavtthi oJ ajpokrinovmeno", dh'lon o{ti pro;"
th;n ejkeivnou diav noian ajpoblevponta qetevo n e{kasta kai; ajr nhtevo n ª...º poiou'si de; tou'to
kai; oiJ paræ ajllhvlwn decovmenoi ta; " qev sei": stocavzontai ga;r wJ " a] n ei[peien oJ qevmeno".
17 A questo carattere di logos dialettico-tipo fa probabilmente riferimento anche l'enigmatico
accenno ai logoi di Leucippo nel trattatello De Melisso Xenophane et Gorgia (980a 3-9) inter-
pretato spesso come allusione proprio al passo di De gen. et corr. A 8. Cf. Newiger 1973,
120-22, con rassegna critica di altre interpretazioni. Il carattere particolare dell'espressione
era già stato rilevato da Diels che tuttavia lo considerava un possibile termine leucippeo
(lettera a Zeller del 26 Aprile 1880, Ehlers II, 1992, 38 "aber da der betr. Ausdruck lovgou"
bei Aristoteles, soviel ich weiß, allerdings auffallend und vielleicht aus Leucipp selbst ge-
nommen ist…").
18 Cf. Phys. A 9, 191b 35ss. e Metaph. N 2, 1088b 35-1089a 6, infra, 3. 2 n. 83.
19 Cf. Arist. Top. Q 14, 163b 17 prov" te ta; pleistavki" ejmpivptonta tw'n problhmavtwn
ejxepivstasqai dei' lovgou", kai; mavlista peri; tw' n prwvtwn qevsewn. Poco prima (163b 4-9)
Aristotele raccomanda di scegliere e confrontare argomenti correlati ad una stessa tesi per-
ché questo fornisce una gran quantità di materiale per poter poi condurre più facilmente la
confutazione. Cf. su questo passo Balthussen 2000, 38.
20 Ryle 1968, 75s.
21 Cf. Ryle 1968, 76 (in relazione ad una tesi di tipo etico) "To ask whether the finally
crystallized refutation of the thesis that pleasure is not a good is the handiwork of Aristotle or
of someone else is to ask an unanswerable question. It has passed between all the mill-sto-
nes. Dialectic is a co-operative and progressive polemic—a polemic not between persons,
but between theses and counter-theses".
Capitolo terzo 115

stesso del dialogo, il vecchio Parmenide, si tratta di un lovgo" gumnastikov"


nel quale si dimostrano tutte le conseguenze di una tesi paradossale quale
"se l'uno è uno" (e in questo caso si arriva alla conclusione che esso deve
essere tale da non esistere) e di quella, altrettanto paradossale, "se l'uno
non è" (e anche in questo caso si arriva al paradosso della non esistenza
del tutto), ma anche le difficoltà della tesi intermedia e cioè "se l'uno è", la
quale implica o la contemporanea presenza di unità e molteplicità o la non
esistenza dell'uno sia nell'uno che nell'altro dall'uno. Il Parmenide è un logos
costruito sulle aporie di Zenone che ha influenzato tutta la tradizione sul-
l'Eleate, talché a tutt'oggi si discute se i suoi paradossi fossero una difesa
della dottrina dell'uno di Parmenide o se invece fossero diretti sia contro
l'assunzione dell'essere come uno sia contro la sua qualificazione come
molti22. Probabilmente non sono né l'uno né l'altro23, ma si inquadrano in
un metodo tendente a demolire le opinioni umane e a confondere la
mente per prepararla alla ricezione di un altro messaggio, quello parmeni-
deo appunto24. Non è questo il luogo di trattare in modo approfondito i
paradossi di Zenone. Quello che interessa è invece il fatto che nel Parme-
nide platonico si ritrovano alcuni tratti tipici della costruzione di logoi quali
quelli descritti nei Topici aristotelici. Tre sono in particolare interessanti per
il contesto del De generatione et corruptione in questione:

22 La versione secondo cui Zenone vuole ajnairei'n to; e{n è quella che troviamo in Alessandro
il quale a sua volta la fa risalire ad Eudemo di Rodi (ap. Simpl. In Phys. 185b 25, 99,13 = 29
A 21 DK). Un'interpretazione di Zenone scettico negatore dell'uno, derivata da una dos-
sografia di matrice accademico-scettica, si ritrova anche in Sen. Ep. 88,44 (29 A 21 DK).
Simplicio rigetta questa esegesi perché segue l'interpretazione canonica platonizzante che
vede in Zenone il difensore delle dottrine parmenidee. Altre fonti (e.g. Philop. In Phys.
185b 5, 42,9 = 29 A 21 DK) riferiscono la confutazione all'uno della molteplicità: questa è
infatti composta di unità. La tradizione riguardante Zenone è stata più volte esaminata
sotto tutti questi aspetti. La tendenza prevalente è quella di dar credito alla versione del
Parmenide platonico e all'interpretazione ortodossa di Simplicio (così Fränkel 1975, 102-142;
Furley 1967, 63ss.). Un'analisi della tradizione zenoniana condotta "in utramque partem" da
Solmsen 1971, 116-141, si conclude con una sospensione del giudizio e allo stesso modo si
pronuncia anche Barnes 1986, 234s.
23 Il Parmenide monista è in realtà il risultato di tutta una tradizione interpretativa dovuta ad
un approccio esclusivamente filosofico e ha poco a che fare con lo stile del poema stesso
che si basa principalmente su "immagini" ed ha una marcata funzione evocativa: l'attributo
e{n fa parte di una sequenza di "immagini" di completezza dell'essere che vuole trasmettere
una esperienza e non una "dottrina" filosofica in senso platonico-aristotelico. Per un ap-
proccio a Parmenide che tiene conto della funzione e del contesto del poema, cf. Kingsley
2003.
24 Cf. Kingsley 2003, 295-302 e 585. Platone stesso, nel Fedro (261d = 29 A 13 DK), riferisce
che Zenone dava l'impressione ai suoi ascoltatori di affermare che le stesse cose sono uno
e molti. Una interpretazione simile si trova anche in Isocrate, Hel. 3 (pw'" ga;r a]n ti" uJper-
bavloito ª...º Zhvnwna to;n taujta; dunata; kai; pavlin ajduv nata peirwvmenon aj pofaivnein…) ed è
adombrata nell'epiteto ajmfoterovglwsso" affibiatogli da Timone (Fr. 45 Di Marco). Evi-
dentemente Zenone era famoso proprio per questa sua capacità di confondere.
116 Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8)

1. Il tentativo di inglobare le dottrine di Zenone in quelle di Parme-


nide per farle confluire in un solo logos. A Zenone viene attribuita solo una
variazione di forma che avrebbe ingannato i profani. Per sua espressa
ammissione, egli sarebbe stato lontano da qualsiasi pretesa di originalità
rispetto al pensiero del maestro25.
2. Come conseguenza di questo primo passo, la successiva discussione
delle aporie sull'uno da parte dello stesso Parmenide e non dell'allievo
Zenone. In sostanza questo significava trattare un logos eleatico come un
blocco compatto in cui le differenze potevano essere trascurate.
3. Il fatto che Parmenide rivesta il ruolo di oppositore a tesi cronolo-
gicamente a lui posteriori. Egli infatti imposta il suo discorso partendo
dalla critica alle idee socratiche. In questo caso la tesi è rappresentata da
Socrate, l'antitesi da Parmenide.
Il logos aristotelico di De generatione et corruptione A 8 riproduce tratti e
schemi delle discussioni dialettiche descritte nei Topici e ha qualcosa in
comune con quelli del Parmenide descritti sopra. Si tratta infatti di un logos
composto di argomentazioni tratte in parte dagli Eleati, ma sicuramente
filtrate e rielaborate in quanto mancano riferimenti precisi sia a singoli
personaggi, sia alle dottrine contro cui si rivolgevano. Normalmente, Ari-
stotele, quando riporta dottrine eleatiche, è sempre abbastanza preciso
nell'indicarne l'appartenenza26. Sono state tentate varie ipotesi sugli autori
cui egli allude27 e tutte risultano plausibili e implausibili allo stesso modo
proprio perché probabilmente egli si serve di una forma generica di logos
che riassume le presunte argomentazioni a favore dell'unicità e dell'immo-
bilità dell'essere e contro la molteplicità e il movimento. Inoltre, le aporie
che il logos mette in evidenza potrebbero essere dirette anche contro un'i-
potesi atomista28 oltre che contro tesi corpuscolariste29. Infatti, non solo si

25 Parm. 128a-e.
26 Cf. ad es. le discussioni delle teorie eleatiche in Phys. A 2-3; De cael. G 1, 298b 15ss.
27 Per un elenco dei vari autori che sono stati di volta in volta identificati nelle teorie esposte
da Aristotele, cf. Löbl 1976, 138ss. con relativa bibliografia.
28 Che il logos eleatico di Aristotele contenga argomentazioni contro l'atomismo è già stato
notato da Newiger 1973, 117-119 il quale vi vede una critica diretta di Melisso a Leucippo.
29 Il carattere dialettico degli argomenti esposti nel logos eleatico era stato notato da Joachim
1922, 159. L'argomentazione eleatica era diretta secondo lui contro i pluralisti le cui pre-
messe non potevano dar ragione della pluralità e del movimento. Due sono le tesi dei plu-
ralisti in questione: A. Che i molti sono separati dal vuoto. B. Che i molti sono unità di-
screte in contatto non separate dal vuoto. La prima sarebbe dei Pitagorici, l'altra di
Empedocle. L'Empedocle corpuscolarista (e atomista) che emerge talvolta in Aristotele è
un'interpretazione probabilmente già accademica (cf. Gemelli Marciano 1991a). La conce-
zione del vuoto che separa è sì di matrice pitagorica, ma si inserisce in un contesto di rein-
terpretazioni come si vedrà più oltre. L'unico motivo per cui Joachim negava categorica-
mente che nella critica eleatica fossero compresi gli atomisti era la successiva attribuzione a
Leucippo di una risposta agli Eleati. E' importante citare alla lettera il suo commento in
Capitolo terzo 117

nega il vuoto come condizione del movimento e come elemento di divi-


sione, ma viene rigettata come una ipotesi artificiosa anche l'assunzione di
una pienezza di parti del tutto contrapposta ad una non pienezza, la tesi
fondamentale del successivo logos di Leucippo. C'è infatti da tener presente
che il discorso sull'omogeneità dell'essere degli Eleati riguarda il tutto e
non le sue singole parti.
Sullo sfondo del carattere dialettico del brano aristotelico si delinea
anche il significato tecnico del termine logoi riferito alle dottrine di Leu-
cippo riportate come "antitesi" al logos eleatico (Leuvkippo" d e[cein wjihvqh
lovgou"). I logoi di Leucippo non sono infatti necessariamente la trasposi-
zione fedele di opinioni espresse dall'autore stesso, ma piuttosto una loro
rielaborazione nell'ottica di una discussione dialettica. Ciò risulta princi-
palmente da due fatti:
1. I due logoi, quello degli Eleati e quello di Leucippo, hanno in sé una
struttura chiusa ed estrapolabile dal contesto: non riguardano infatti
espressamente l'agire e il patire, il tema principale del capitolo aristotelico
(che nel logos eleatico non viene neppure nominato), ma la problematica
dell'uno e del molteplice, del movimento e della stasi, problemi generali di
cui l'agire e il patire costituiscono solo un aspetto specifico e contingente.
Aristotele ricollega il problema dei principi col suo tema solo in 325a 32-
325a 32-325b 5 ritrascrivendo in termini di poiei'n e pavscein il meccani-
smo che per Leucippo spiegava la generazione, la corruzione e il cambia-
mento cioè l'intrecciarsi e il separarsi degli atomi nel vuoto30.
2. C'è una scarsa coerenza fra il logos eleatico che confuta implicita-
mente delle tesi come quelle di Leucippo e l'affermazione di Aristotele
secondo cui quest'ultimo risponderebbe agli Eleati accettandone certi
postulati.
Questi problemi sono dovuti ad una sovrapposizione, non immedia-
tamente percepibile, su di un originario schema piuttosto semplice e di
probabile matrice sofistica, di tematiche sviluppate nell'Accademia e ri-
prese e discusse da Aristotele. Qui di seguito cercherò di individuare gli

quanto è un esempio di ragionamento seguito dalla gran parte degli interpreti moderni,
159s.: "The opponents in question cannot be the atomists: for atomism (cf. 25a 33ss.) was
developed under the influence of, and subsequently to, the Eleatic criticism of this parti-
cular theory of a many and void".
30 De gen. et corr. A 8, 325a 32-325b 5 poiei'n de; kai; pavscein h|i tugcavnousin aJptovmena ª...º
kai; suntiqevmena de; kai; periplekovmena genna' n ª...º ou{tw pa's an ajlloivwsin kai; pa'n to;
pavscein tou'ton givnesqai to;n trovpon, dia; tou' kenou' ginomev nh" th' " dialuvsew" kai; th' "
fqora'", oJmoivw" de; kai; th'" auj xhvsew", uJpeisduomev nwn sterew' n. Hussey 2004, 244 parla a
proposito di questo brano di una posizione a "sandwich" (The two parts of the discussion
of Empedocles begin and end the chapter, like the outside of a sandwich. Inside the san-
dwich is a long discussion (324b 35-326b 6) of atomism as a physical theory, which goes
well beyond the topic of 'action-passion').
118 Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8)

strati del brano aristotelico e di inquadrarlo nel contesto più ampio del
dibattito con l'Accademia sulla questione dei principi.

2. 2. Gli strati del logos eleatico

2. 2. 1. Lo schema sofistico

Il logos eleatico è formulato come segue:


Con metodo soprattutto e con un discorso globale che abbraccia tutto Leucippo
e Democrito hanno dato le loro spiegazioni assumendo un principio conforme
alla natura, così come essa è. Alcuni infatti degli antichi erano dell'opinione che
l'essere fosse necessariamente uno e immobile; [dicevano] infatti che il vuoto è un
non-essere, ma che non ci può essere movimento se non c'è un vuoto separato. E
neppure ci sono i molti, se non c'è ciò che separa; d'altra parte non c'è nessuna
differenza fra il credere che il tutto non sia continuo, ma [fatto di parti che] si
toccano rimanendo separate, e l'affermare che esistono i molti, che non c'è un
"uno" e che c'è il vuoto. Se infatti [il tutto] è divisibile in ogni parte, non c'è un
"uno", cosicché non ci sono neppure i molti, ma il tutto è vuoto. Ammettere
d'altra parte che è divisibile in un punto e non in un altro è simile ad una spiega-
zione inventata ad arte; infatti fino a che punto e perché una parte del tutto si
trova in questa condizione ed è piena, un'altra parte invece è divisa? Allo stesso
modo è necessario [secondo loro] affermare che non c'è il movimento. Da questi
argomenti desumono, senza curarsi e senza tenere alcun conto della sensazione
come se ci si dovesse lasciar guidare soltanto da un ragionamento dialettico, che il
tutto è uno, immobile e alcuni anche infinito; il limite infatti, [dicono], confine-
rebbe col vuoto. Gli uni dunque si sono espressi in questo modo e per questi
motivi "sulla verità". Inoltre a parole sembra che questo avvenga, nella realtà dei
fatti, invece, pensare in questo modo sembra avvicinarsi alla follia, giacché nessun
pazzo sembra essere andato a tal punto fuori di sé da credere che il fuoco e il
ghiaccio siano una sola cosa, ma ad alcuni a causa della loro follia sembra solo
che le cose belle e quelle che appaiono tali solo per consuetudine non differi-
scano in nulla 31.

31 Arist. De gen. et corr. A 8, 324b 35 (67 A 7 DK; 146 L.) oJdw'i de; mavlista kai; peri; pavntwn
eJni; lovgwi diwrivkasi Leuv kippo" kai; Dhmovkrito", ajrch; n poihsavmenoi kata; fuvsin h{per
ejstivn. ej nivoi" ga;r tw' n ajrcaivwn e[doxe to; o]n ejx aj nav gkh" e} n ei\ nai kai; ajkivnhton: to; me;n ga;r
keno; n oujk o[n, kinhqh'nai dæ oujk a] n duvnasqai mh; o[nto" kenou' kecwrismevnou. oujdæ au\
polla; ei\nai mh; o[ nto" tou' dieivrgonto": tou'to de; mhde; n diafevrein, ei[ ti" oi[etai mh; su-
nece;" ei\nai to; pa' n ajllæ a{ptesqai dihirhmevnon, tou' fav nai polla; kai; mh; e}n ei\nai kai; ke-
novn. eij me; n ga;r pav nthi diairetov n, oujde; n ei\nai e{ n, w{ste oujde; pollav, ajlla; keno; n to; o{lon:
eij de; th'i me; n th'i de; mhv, peplasmev nwi tini; tou'tæ ejoikev nai: mevcri povsou ga;r kai; dia; tiv to;
me;n ou{tw" e[cei tou' o{lou kai; plh'rev" ejs ti, to; de; dihirhmev non… e[ti oJmoivw" fav nai
ajnagkai'on mh; ei\nai kivnhsin. ejk me;n ou\n touvtwn tw' n lovgwn, uJperbav nte" th;n ai[sqhsin kai;
paridovnte" auj th;n wJ" tw'i lovgwi devon ajkolouqei'n, e}n kai; ajkivnhton to; pa' n ei\naiv fasi kai;
a[peiron e[nioi: to; ga;r pevra" peraivnein a] n pro;" to; kenov n. oiJ me; n ou\ n ou{tw" kai; dia; tauv ta"
ta;" aijtiva" ajp efhvnanto peri; th'" ajlhqeiva". e[ti de; ejpi; me; n tw' n lovgwn dokei' tau'ta sum-
Capitolo terzo 119

Il logos è formulato già come un'antitesi a tesi che pongono il movimento e


la molteplicità. Lo schema sostenitori del movimento e della molteplicità/
sostenitori della stasi e dell'uno è corrente in testi risalenti ai primi decenni
del IV sec. a.C. In un passo polemico dell'Elena, Isocrate, scagliandosi
contro i suoi contemporanei che, secondo lui, vogliono fare sfoggio della
loro abilità retorica sostenendo tesi paradossali e di nessuna utilità per la
vita, fa notare come questa pratica non sia affatto nuova, ma risalga ai
sapienti del secolo precedente. Egli cita come esempio Gorgia, che ha
affermato che nulla esiste, Zenone, che avrebbe presentato successiva-
mente la stessa tesi come possibile e impossibile e Melisso il quale avrebbe
cercato di dimostrare che tutto è uno nonostante per natura esista una
infinita pluralità di cose32. Nell'Antidosis l'oratore mette in guardia i giovani
dal lasciarsi inaridire la mente perdendosi nei logoi degli antichi sapienti
ognuno dei quali sostiene una tesi diversa dall'altro sul numero delle cose
esistenti. La gamma dei sapienti si estende qui dai sostenitori dell'infinita
molteplicità, di cui non vien fatto alcun nome, a quelli di una molteplicità
finita (Empedocle, Ione e Alcmeone), a quelli di un solo ente (Parmenide
e Melisso), per concludere con Gorgia che afferma che nulla esiste33.

baivnein, ejpi; de; tw'n pragmavtwn maniv ai paraplhvsion ei\nai to; doxavzein ou{tw": oujd evna ga;r
tw'n mainomev nwn ejxestav nai tosou' ton w{ste to; pu'r e}n ei\nai dokei'n kai; to;n kruvstallon,
ajlla; movnon ta; kala; kai; ta; fainovmena dia; sunhvqeian, tau't ej nivoi" dia; th;n manivan oujqe; n
dokei' diafevrein. Per i problemi testuali e sintattici della seconda parte del brano (oiJ me; n
ou\n ª...º diafevrein), cf. Joachim, ad loc., 161s. Egli vede una lacuna dopo ajlhqeiva" e ipo-
tizza che uno o più argomenti contro l'eleatismo siano caduti. La lezione ejpei; per e[ti, sa-
rebbe un tentativo di ripristinare la logica del passo; cf. anche Löbl 1976, 146s. In realtà, se
si considera il fenomeno dello iotacismo, la lezione ejpei; potrebbe essere stata favorita dal
successivo ejpi; e il problema sintattico è solo apparente. Aristotele riprende e adatta infatti
un logos preesistente intercalandolo con osservazioni proprie e procedendo per accumula-
zione, non sempre ordinata, di argomenti. Egli sembra aver concluso il tema (oiJ me;n ª...º
ajlhqeiva") dopo un giudizio critico sulle argomentazioni eleatiche (ejk me;n ou\n ª...º e[ nioi) e
l'aggiunta di una ulteriore teoria fuori degli schemi uno/ molti e immobile/ in movimento,
quella cioè che pone l'uno come infinito (a[peiron... kenovn). In realtà egli riprende poi an-
cora la critica precedentemente espressa con la formula cumulativa tipica nei suoi scritti
(e[ti dev). Si tratta di un procedimento dialogico-discorsivo tipico delle discussioni dialetti-
che e funzionale al discorso orale. Su questo "residuo" di oralità nelle pragmateiai aristoteli-
che, cf. Föllinger 1993, 268. Non c'è dunque alcuna necessità di supporre una lacuna come
Joachim e Löbl, né di accettare la lezione ejp ei; di altri manoscritti come Rashed 2005, 38 e
138s. n. 6.
32 Isocr. Hel. 3 pw'" ga;r a[n ti" uJp erbavloito Gorgivan to;n tolmhvsanta levgein wJ" oujde;n tw'n
o[ntwn e[stin h] Zhv nwna to; n taujta; dunata; kai; pavlin ajd uvnata peirwvmenon ajpofaiv nein h]
Mevlisson o}" ajpeivrwn to; plh'qo" pefukovtwn tw' n pragmavtwn wJ" eJno; " o[nto" tou' panto;"
ejpeceivrhsen ajpodeivxei" euJrivskein;
33 Isocr. Antid. 268 (82 B 1 DK) ª...º tou;" lovgou" tw'n palaiw'n sofistw'n, w|n oJ me;n a[p eiron
to; plh'qo" e[fhsen ei\ nai tw'n o[ntwn ª...º Parmenivdh" de; kai; Mevlisso" e{ n, Gorgiva" de; pan-
telw'" oujdev n. Platone, nel Sofista (242c), fa ricorso ad una lista simile, ma senza contem-
plare i sostenitori dell'infinita pluralità e del numero zero.
120 Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8)

Senofonte riproduce, da parte sua, nei Memorabili, varianti di questo


schema in una forma ancora più decisamente antitetica. Il suo Socrate
paragona infatti coloro che si occupano della ricerca sulla natura a due
schiere di pazzi che sostengono tesi contrarie: gli uni sono dell'opinione
che l'essere sia uno solo, gli altri invece che gli enti siano infiniti di nu-
mero, gli uni pensano che tutto si muova, gli altri che nulla si muova, gli
uni che tutto si generi e si distrugga, gli altri che nulla mai si generi e si
distrugga34. Il panorama descritto da Senofonte rimanda in effetti ai dibat-
titi pubblici fra "filosofi" cui allude anche Gorgia nell'Encomio di Elena (82
B 11 (13) DK). Gorgia stesso sta probabilmente all'origine di questi
schemi di diaphonia: nel suo scritto Sul non essere aveva infatti delineato le
posizioni antitetiche dei suoi predecessori prima di passare alla dimostra-
zione che nulla esiste35.
E' possibile dunque che le origini remote del logos eleatico nel De gene-
ratione et corruptione siano da ricondursi ad una sintesi di ambiente sofistico
di dottrine contrapposte: da una parte i sostenitori della molteplicità e del
movimento, dall'altra quelli dell'unità e immutabilità dell'essere. Ad una
originaria matrice sofistica dello schema fa pensare anche la critica che
segue immediatamente (325a 17-23): se a parole queste dottrine sembrano
verosimili, nei fatti nessun pazzo andrebbe così fuor di senno da dire che
il ghiaccio e il fuoco sono la stessa cosa. Il tono fortemente ironico della
polemica e l'insistenza sulla maniva è estraneo alla tipologia delle critiche
aristoteliche sempre piuttosto misurate, anche quando sono più decise36.
Tale accusa, rivolta sia agli Eleati che ai loro antagonisti, era però un topos
nel periodo della sofistica come si può vedere nel passo di Senofonte ci-
tato sopra37. Critiche di questo tipo erano certamente conosciute anche
nella cerchia platonica se, nel Parmenide, Zenone afferma espressamente di

34 Xen. Memor. 1,1,13 ejp ei; kai; tou;" mevgiston fronou'nta" ejpi; tw'i peri; touvtwn levgein ouj
taujta; doxavzein ajllhvloi", ajlla; toi'" mainomevnoi" oJmoivw" diakei'sqai pro;" ajllhvlou" […]
tw'n te peri; th'" tw' n pavntwn fuvs ew" merimnwv ntwn toi'" me; n dokei'n e} n mov non to; o] n ei\nai,
toi'" d a[peira to; plh'qo": kai; toi'" me;n ajei; pav nta kinei'sqai, toi'" d oujde;n a[ n pote
kinhqh'nai: kai; toi'" me; n pav nta giv gnesqai te kai; ajpovllusqai, toi'" de; ou[t a]n genevsqai
pote; oujde; n ou[te ajpolevsqai.
35 MXG 979a 13-18 kai; o{ti me;n oujk e[sti, sunqei;" (scil. Gorgiva") ta; eJtevroi" eijrhmevna, o{soi
peri; tw'n o[ntwn lev gonte" tajnantiva, wJ" dokou'sin, ajpofaivnontai auJtoi'", oiJ me;n o{ti e} n kai;
ouj pollav, oiJ de; au\ o{ti polla; kai; oujc e{n. Cf. Mansfeld 1986, 32ss. [1990b, 55ss.]
36 Cf. ad es. le obiezioni rivolte a Parmenide e Melisso in Phys. A 2-3. Aristotele rivolge una
accusa simile, ma più attenuata (debolezza mentale) ai sostenitori della stasi continua in
Phys. Q 3, 253a 32 to; me;n ou\n pant hjremei'n kai; touvtou zhtei'n lovgon ajfevnta" th;n
ai[sqhsin, ajrrwstiva tiv" ejsti dianoiv a". La stranezza dell'accusa di follia nel brano del De
generatione et corruptione viene notata anche da Hussey 2004, 250.
37 Cf. Xen. Memor. 1,1,13 supra, n. 34. Cf. ancora l'accusa del Socrate di Senofonte ad Anassa-
gora in Mem. 4,7,6. L'accusa di maniva viene utilizzata come strumento confutativo anche
nel trattato ippocratico De arte 8,2 (232,17 Jouanna = VI,12 Littré).
Capitolo terzo 121

aver voluto difendere il suo maestro da coloro "che volevano ridicoliz-


zarlo" e di aver a sua volta dimostrato che, assumendo le tesi degli anta-
gonisti, sarebbero risultate delle conseguenze ancora più risibili38.
L'originario schema sofistico consisteva probabilmente in una
contrapposizione dei sostenitori della stasi e dell'unicità dell'essere (Me-
lisso?) alle tesi del movimento e della infinita molteplicità degli enti con
una successiva ridicolizzazione, però, dei primi. I passi di Isocrate e di
Senofonte suggeriscono inoltre alcune ulteriori considerazioni:
1. Il fatto che Isocrate (e in subordine anche Senofonte il quale però,
in generale, non fa nomi) in nessuno dei due passi menzioni i sostenitori
della pluralità infinita e che questa voce non compaia neppure nel passo
parallelo sul numero degli enti del Sofista platonico (242d) fa pensare che
tale posizione non venisse attribuita a nessuno in particolare, ma fosse
considerata una opinione corrente e condivisa che Platone, proprio in
quanto tale, non prende in considerazione. Si tratta dunque di una casella
"vuota" nello schema passibile di essere "riempita" con nomi diversi39.
2. Dagli schemi isocratei si ricava l'impressione che le tesi dei sosteni-
tori dell'uno siano principalmente ricalcate sui logoi di Melisso che aveva
espressamente polemizzato contro coloro che ammettevano il movimento
e la molteplicità senza fare però precisi riferimenti40. Era infatti principal-

38 Parm. 128c e[sti de; tov ge ajlhqe;" bohvqeiav ti" tau'ta ta; gravmmata tw'i Parmenivdou lovgwi
pro;" tou;" ejpiceirou'nta" aujto; n kwmwidei'n wJ " eij e{n ejsti, polla; kai; geloi'a sumbaiv nei
pavscein tw'i lov gwi kai; ej nantiv a aujtw'i. Quella di portare alle sue conseguenze paradossali
una tesi era una pratica sofistica (Arist. Soph. elench. 12, 172b 10s.) ampiamente utilizzata
nella dialettica accademica. Nelle Confutazioni sofistiche (12, 173a 6), Aristotele esemplifica
l'eij" paravdoxon a[gein con un esempio tratto dal Gorgia platonico. Cf. su questi punti Krä-
mer 1971, 45.
39 Aristotele, nel primo libro della Metafisica, cita come rappresentante di questa tesi Anassa-
gora (A 3, 984a 11-13), mentre ordina gli atomisti fra i dualisti, nel primo della Fisica, in-
vece, i sostenitori dell'infinita pluralità sono Democrito e probabilmente Anassagora (A 2,
184b 20) e all'inizio del De generatione et corruptione (A 1, 314a 17s.), in ordine: Anassagora,
Leucippo, Democrito.
40 Melisso parte dalla considerazione che tutto ciò che vediamo è molteplice e cambia. Se
tuttavia si ammette che ciò corrisponda alla verità, ma che, d'altra parte, esista una molte-
plicità di enti eterni che rimangono, si va incontro a due difficoltà principali: A. Che questo
va contro la verità dei fenomeni da cui si parte per affermare che c'è la molteplicità (com'è
possibile infatti dire che ci sono i molti perché noi vediamo che tutto cambia e poi affer-
mare nello stesso tempo che non è vero ciò che noi vediamo e che ci sono dei molti che
non cambiano?). B. Che questi enti eterni o hanno una massa, e quindi hanno parti e sono
una molteplicità soggetta alla dissoluzione come tutto il resto o, se non hanno parti, non
sono nulla perché sono incorporei (30 B 8 e B 9 DK). La priorità di Melisso o Leucippo è
ancora argomento di discussione, ma, se Melisso è il generale che ha combattuto contro
Pericle, Leucippo, contemporaneo di Anassagora, dovrebbe essere più vecchio di una ven-
tina d'anni. Questo non esclude naturalmente che egli potesse criticare un suo contempo-
raneo più giovane, ma il fatto che il nome di Melisso come rappresentante dell'uno e della
stasi emerga soprattutto negli autori di fine V-inizio IV sec. a.C. oltre che presso il Socrate
122 Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8)

mente Melisso per gli autori di inizio IV sec. a.C. il sostenitore-tipo dell'u-
nicità dell'essere, come si può vedere dal passo dell'Elena e dallo scritto
ippocratico De natura hominis risalente a questo periodo41. In Isocrate gli
Eleati negano la realtà della molteplicità infinita posta da altri secondo uno
schema usato anche da Platone e Aristotele nell'ambito della problematica
della stasi e del movimento. Nel Teeteto "i Melissi e i Parmenidi" si oppor-
rebbero42 ai sostenitori del moto continuo ("Eraclitei" e loro predecessori)
e nel quarto libro della Fisica Melisso risponde a coloro che ammettono il
vuoto (fra i quali sono compresi anche gli atomisti) che quest'ultimo è un
non-essere43. In una problematica del movimento e della stasi o dell'uno e
del molteplice, il logos eleatico poteva comparire dunque tanto come tesi,
quanto come antitesi.

2. 2. 2. Le problematiche accademiche del logos: vuoto, contatto e divisione

Lo schema sofistico si presenta tuttavia estremamente rielaborato nel re-


soconto aristotelico. La terminologia rimanda a definizioni del vuoto e a
discussioni sulla divisibilità all'infinito riecheggiate anche in altre opere
aristoteliche, che hanno però le loro radici nelle discussioni accademiche
sui primi principi: l'uno e la diade indefinita. In particolare le definizioni
del vuoto alla base del logos eleatico sono estremamente importanti per
individuare i pre-supposti del passo. Fra gli "Eleati" l'unico ad aver parlato
espressamente di vuoto è Melisso44. Tutte le interpretazioni moderne che
hanno attribuito allusioni al vuoto a Parmenide si basano su pure specula-
zioni e su una esegesi decontestualizzata del poema, non hanno quindi
alcuna reale consistenza. Melisso aveva negato l'esistenza del vuoto, in
quanto "non essere", e con questo anche quella del movimento e del

platonico, suggerisce in ogni caso che le sue dottrine hanno avuto una larga diffusione solo
in un periodo in cui Leucippo era presumibilmente già morto.
41 Nat. hom. 1 (166,9-11 Jouanna = VI,34 Littré), cf. Mansfeld 1986, 34 [1990b, 56s.]. Platone
stesso (cf. Theaet. 180e, nota seguente) menziona Melisso prima di Parmenide e Aristotele,
nel primo libro dei Topici (A 11, 104b 22), indica come sostenitore della tesi paradossale che
l'essere è uno Melisso e non Parmenide.
42 Plat. Theaet. 180e to; de; dh; provblhma a[llo ti pareilhvfamen para; me;n tw'n ajrcaivwn meta;
poihvsew" ejpikruptomev nwn tou; " pollouv", wJ" hJ gevnesi" tw' n a[llwn pavntwn Wkeanov" te
kai; Thqu;" rJeuvmata ão[ntaà tugcav nei kai; oujde; n e[ sthke ª...º ojlivgou de; ejpelaqovmhn, w\
Qeovdwre, o{ti a[lloi au\ tajnantiva touvtoi" ajp efhvnanto (cit. errata di 28 B 8,38 DK) kai;
a[lla o{sa Mevlissoiv te kai; Parmenivdai ejnantiouvmenoi pa'si touvtoi" diiscurivzontai, wJ"
e{n te pavnta ejsti; kai; e{sthken aujto; ej n auJ tw'i oujk e[con cwvr an ej n h|i kinei'tai. In questo
passo Platone traduce significativamente nel concetto più astratto di chora il vuoto di Me-
lisso (30 B 7 DK kenou' de; mh; ejovnto" oujk e[cei o{khi uJpocwrhvs ei).
43 Phys. D 6, 213b 4-14, v. infra, 4. 1. 1 n. 104.
44 Cf. anche Barnes 1986, 217s.; Curd 2004, 182 n. 7.
Capitolo terzo 123

denso e del rado, in quanto quest'ultimo è più vuoto del denso (30 B 7,6-9
DK). Nell'argomento riportato da Aristotele emergono tuttavia una impo-
stazione del problema e una terminologia che vanno ben oltre il fram-
mento di Melisso. Il vuoto è definito come "ciò che separa" (definizione
che non compare in Melisso), quindi, in seguito, equiparato alla divisione e
concepito come un sostrato della realtà: se il tutto fosse diviso in ogni
parte, esso si ridurrebbe a un tutto vuoto.
Per comprendere meglio i concetti soggiacenti a questa rielaborazione
di tesi eleatiche offerta nel logos aristotelico, è opportuno andare alla di-
scussione sul vuoto e sul luogo del quarto libro della Fisica. Aristotele
presenta qui due concezioni del vuoto: quella di Platone e dei Platonici e
quella attribuita a "Democrito, Leucippo e a molti dei fisici". I primi po-
stulerebbero un vuoto-spazio concepibile mentalmente come sostrato
"separato" di corpi e grandezze, ma nella realtà sempre pieno (la Chora del
Timeo e il vuoto come ipostasi fisica della diade indefinita dei Platonici45).
Per gli altri, invece, il vuoto esiste "in atto" e "divide l'intera massa corpo-
rea del tutto in modo che sia discontinua" o "si trova fuori della massa
corporea del tutto"46. Le definizioni del vuoto che Aristotele attribuisce
agli atomisti e ad altri fisici sono in realtà modellate su quelle pitagoriche,
come si può constatare dal seguito dell'esposizione. Egli riferisce infatti
poco dopo che nelle cosmogonie pitagoriche, l'universo respira dall'infi-

45 Phys. D 2, 209b 6-12, per il testo, v. infra, n. 59. Phys. D 7, 214a 13 diov fasivn tine" ei\nai to;
keno; n th;n tou' swvmato" u{lhn (oi{per kai; to;n tovpon to; aujto; tou'to), levgonte" ouj kalw'": hJ
me;n ga;r u{lh ouj cwristh; tw' n pragmavtwn, to; de; keno; n zhtou' sin wJ" cwristovn. Che questa
sia la concezione dei Platonici, derivata dall'interpretazione della Chora del Timeo alla luce
del secondo principio, la diade indefinita, è confermato dal commento di Simplicio In Phys.
cor. de loc., 618,16 (267 L.) pavlin de; au\ tw'n to; keno;n aujto; tiqemevnwn oiJ me;n a[peiron
ei\naiv fasi kai; uJperbavllon ajpeirivai ta; swvmata kai; dia; tou'to a[llo ejn a[lloi" eJautou'
mevresi katadecovmenon, wJ" a]n e[t ucen, ei[per mevrh levgein ejpi; tou' ajpeivrou kenou' dunatov n.
toiauvthn de; peri; aujtou' dovxan ejs chkev nai dokou'sin oiJ peri; Dhmovkriton ajrcai'oi fusio-
lovgoi. oiJ de; ijsovmetron aujto; tw'i kosmikw'i swvmati poiou'si, kai; dia; tou'to th'i me;n eJautou'
fuvsei keno; n ei\ nai lev gousi, peplhrw'sqai de; aujto; swmavtwn ajeiv, kai; movnhi ge th'i ejpi-
noivai qewrei'sqai wJ" kaq auJ to; uJfestwv", oi|oiv tine" oiJ polloi; tw'n Platonikw'n filosovfwn
gegov nasi. Cf. anche 601,17 (266 L.). Per "Platonici" sono intesi qui gli allievi diretti di
Platone, cf. la stessa denominazione in In De cael. 279b 32, 303,33 dokei' me;n pro;" Xeno-
kravthn mavlista kai; tou;" Platwnikou; " oJ lov go" teivnein. Per la concezione accademica del
vuoto come ipostasi della diade indefinita nel mondo fisico, cf. Theophr. Metaph. 6a 25
(Xenocr. Fr. 100 IP; Speus. Fr. 87 IP) tou;" ga;r ajriqmou;" gennhvsante" kai; ta; ejpivpeda kai;
ta; swvmata scedo;n ta\lla paraleivpousin plh;n o{son ejf aptovmenoi kai; tosou'ton movnon
dhlou'nte", o{ti ta; me;n ajpo; th'" ajorivstou duavdo", oi|on tovpo" kai; keno; n kai; a[peiron, ta; d
ajpo; tw' n ajriqmw' n kai; tou' eJ no;", oi|on yuch; kai; a[ll a{tta. Cf. anche Happ 1971, 111s.
46 Phys. D 6, 213a 31 ou[koun tou'to dei' deiknuvnai, o{ti ejstiv ti oJ ajhvr, ajllæ o{ti oujk e[sti
diavsthma e{teron tw' n swmav twn, ou[te cwristo;n ou[ te ej nergeivai o[n, o} dialambavnei to; pa'n
sw'ma w{s te ei\nai mh; sunecev", kaqavper lev gousin Dhmovkrito" kai; Leuvkippo" kai; e{ teroi
polloi; tw'n fusiolovgwn, h] kai; ei[ ti e[xw tou' panto; " swvmatov" ejstin o[nto" sunecou' ". Per la
traduzione, cf. Ross 1960, 582 ad loc.
124 Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8)

nito il vuoto che entra e lo divide poiché "il vuoto è una separazione e una
delimitazione di parti contigue"47. La definizione del vuoto attribuita qui
agli atomisti non dà ragione della complessità della loro concezione, come
si vedrà in seguito48, ma, soprattutto, si basa sull'idea che esista una massa
omogenea primordiale dalla quale il cosmo si genera per divisione, tipica
dei Pitagorici. Gli atomisti in realtà partono dal principio opposto, da
corpuscoli che si muovono nel vuoto e generano per aggregazione. La
definizione "pitagorica" del vuoto come "ciò che separa" e che permette la
molteplicità sta alla base del discorso degli "Eleati" in De generatione et cor-
ruptione A 8. Secondo la prospettiva assimilante del quarto libro della Fisica,
la critica eleatica potrebbe, però, senza problemi essere rivolta anche con-
tro gli atomisti.
La seconda parte del logos eleatico è invece diretta contro presunte tesi
corpuscolariste, che, pur senza ammettere il vuoto, comporrebbero il tutto
da particelle separate, ma in contatto. La confutazione di queste tesi è
basata ancora sulla equivalenza vuoto-divisione, ma con l'aggiunta signifi-
cativa della concezione del vuoto come sostrato pensabile tipica degli
Accademici.
D'altra parte non c'è nessuna differenza fra il credere che il tutto non sia conti-
nuo, ma [fatto di parti che] si toccano rimanendo separate, e l'affermare che esi-
stono i molti, che non c'è un "uno" e che c'è il vuoto. Se infatti [il tutto] è divisi-
bile in ogni parte, non c'è un "uno", cosicché non ci sono neppure i molti, ma il
tutto è vuoto. Ammettere d'altra parte che è divisibile in un punto e non in un
altro è simile ad una spiegazione inventata ad arte; infatti fino a che punto e per-
ché una parte del tutto si trova in questa condizione ed è piena, un'altra parte in-
vece è divisa? Allo stesso modo è necessario affermare che non esiste il movi-
mento49.
L'equivalenza di vuoto e divisione, oltre che essere un concetto mutuato
dal pitagorismo, è in perfetta consonanza con la proiezione a livello fisico
del secondo principio accademico, la diade indefinita, quella che genera
divisione e molteplicità: il vuoto, sostrato pensabile del mondo sensibile,
ne è una manifestazione50 e l'infinita divisione lo farebbe emergere nella
sua attualità. L'equivalenza divisione-vuoto permette inoltre di porre sullo

47 Arist. Phys. D 6, 213b 22-27 (58 B 30 DK) ei\nai d e[f asan kai; oiJ Puqagovreioi kenovn, kai;
ejpeisievnai auj tw'i tw'i oujranw'i ej k tou' ajpeivrou †pneuv mato"† wJ " aj napnevo nti kai; to; kenovn,
o} diorivzei ta;" fuvsei", wJ" o[ nto" tou' kenou' cwrismou' tino" tw'n ejfexh'" kai; [th'"] dio-
rivsew". Sul problema testuale e i vari emendamenti, cf. Burkert 1972, 35 n. 35. Cf. inoltre
Arist. Phys. G 4, 203a 10ss.; Fr. 201 Rose.
48 V. infra, 4. 2. 2 e VII 2.
49 Per il testo greco, v. supra, n. 31.
50 V. supra, n. 45.
Capitolo terzo 125

stesso piano presunte dottrine corpuscolari e atomiste51. Se infatti non c'è


più nessuna distinzione fra i due concetti, ambedue le teorie sono attacca-
bili secondo i presunti postulati eleatici in quanto ambedue non solo in-
troducono il non essere, ma, o riducono il tutto a nulla, o pongono artifi-
cialmente un arresto della divisione ipotizzando che una parte sia piena e
l'altra no senza ulteriori giustificazioni. La stessa critica viene rivolta ad un
inusitato Empedocle atomista nel seguito del brano aristotelico52. Di una
riduzione a un tutto vuoto attraverso la divisione non parlano né Zenone 53
né Melisso il quale si limita ad equiparare la divisione al movimento54 se-
guito in questo da Gorgia che, secondo l'autore del trattatello De Melisso
Xenophane et Gorgia, parlava di divisione invece che di vuoto55.
Parte delle argomentazioni riportate da Aristotele, sviluppano sul
piano fisico gli assunti del Parmenide platonico. Il vecchio Parmenide,
esaminando alcune conseguenze dell'ipotesi "se l'uno non è" (una rilettura
dell'aporia del Fr. 29 B 1 DK di Zenone), presentava lo scenario ango-
sciante di una processione continua alla ricerca di quell'uno che manca e
che sempre sfugge56. Egli concludeva che, se l'uno non è, anche "l'altro
dall'uno", vale a dire la molteplicità, non può esistere in quanto, essendo
questa composta di unità, il tutto si riduce a nulla: eij ga;r mhde;n aujtw'n

51 Una unificazione fra atomismo e presunto corpuscolarismo in senso inverso, dove il vuoto
degli atomisti viene equiparato ad una divisione e quindi, di fatto, privato della sua fisicità si
trova ancora in un brano della Fisica sulla definizione di infinito: per Democrito e Anassa-
gora sarebbe "continuo per contatto", Phys. G 4, 203a 16 (68 A 41 DK; 145, 220, 237 L.)
o{soi dæ a[peira poiou'si ta; stoicei'a, kaqavper Anaxagovra" kai; Dhmovkrito", oJ me; n ejk tw'n
oJmoiomerw'n, oJ dæ ejk th' " panspermiva" tw'n schmavtwn, th'i aJfh'i sunece;" to; a[peiron ei\nai
fasivn. Schofield 1980, 47 ha notato questa strana assimilazione senza tuttavia fermarsi ul-
teriormente sul problema.
52 Sulle ascendenze accademiche di una tale interpretazione che emerge anche in altri scritti
aristotelici, cf. Gemelli Marciano 1991a. Cf. in particolare l'assimilazione dell'atomismo ad
un presunto corpuscolarismo empedocleo che postula corpuscoli indivisi anche se ulte-
riormente divisibili in De cael. G 6, 305a 1-6, supra, II 4. 1 n. 56.
53 Furley 1967, 80, che fa risalire a Zenone l'argomento dell'infinita divisione, trova infatti
strana l'equivalenza, non zenoniana, di "tutto diviso" e "tutto vuoto". Questo punto è in-
vece trascurato da Makin 1993, 27s. e Lewis 1998, 15ss. che, come Furley, attribuiscono
l'argomentazione a Zenone.
54 Mel. 30 B 10 DK. eij ga;r dihvirhtai, fhsiv, to; ejovn, kinei'tai: kinouvmenon de; oujk a]n ei[h.
55 MXG 980a 3-9 w{ste eij pavnthi kinei'tai, pavnthi dihvirhtai. eij dæ ou{tw", pavnta oujk e[stin.
ejklipe;" ga;r tauv thi, fhsivn, h|i dihvirhtai, tou' o[nto", ajnti; tou' kenou' to; dihirh'sqai levgwn,
kaqavper ej n toi'" Leukivppou kaloumev noi" lovgoi" gev graptai. Questo significa che Gorgia
evidentemente non impiegava il termine "vuoto" e che l'autore del trattatello si basa per la
sua deduzione su una equivalenza fra vuoto e divione presente in un "discorso-tipo" messo
in bocca a Leucippo (nei cosiddetti logoi di Leucippo). V. supra, 2. 1, n. 17.
56 Parm. 165a-b prov te th'" ajrch'" a[llh ajei; faivnetai ajrchv, metav te th;n teleuth;n eJtevr a
uJpoleipomevnh teleuthv, e[n te tw'i mevswi a[lla mesaivtera tou' mevsou, smikrovtera dev, dia;
to; mh; duv nasqai eJ no;" aujtw' n eJ kavs tou lambav nesqai, a{ te oujk o[ nto" tou' eJ nov".
126 Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8)

ejsti;n e{n, a{panta oujdevn ejstin, w{ste oujd a]n polla; ei[h57. Nel brano
aristotelico quest'ultimo assunto è riprodotto quasi letteralmente: eij me;n
ga;r pavnthi diairetovn, oujde;n ei\nai e{n, w{ste oujde; pollav, ajlla; keno;n to;
o{lon. L'oujdevn platonico è sostituito dal vuoto, ipostasi fisica della diade
indefinita. Il tutto vuoto è infatti concepibile se si considera il vuoto un
sostrato spaziale pensabile delle grandezze, nella realtà sempre occupato.
Come già accennato, Aristotele esemplifica questo assunto nel quarto libro
della Fisica proprio parlando della concezione accademica del "luogo" che
equivarrebbe, secondo lui, al "vuoto"
In quanto sembra essere l'intervallo della grandezza, il luogo è materia/ sostrato58:
questo è infatti altro dalla grandezza, cioè è lo spazio occupato e delimitato dalla
forma, ad esempio da una superficie e da un limite. E questo è la materia/ il so-
strato e l'indefinito. Se si sottraggono la superficie delimitante e le proprietà della
sfera, non rimane nulla al di là della materia/ del sostrato. Perciò Platone nel Ti-
meo dice che la materia e lo spazio sono la stessa cosa…59
L'equivalenza fra tutto-diviso e tutto-vuoto di cui gli "Eleati" di Aristotele
si servono per criticare dottrine che ammettono una infinita serie di parti
che si toccano ha dunque le sue radici nelle concezioni accademiche del
vuoto come manifestazione fisica della diade indefinita.
Si può dunque concludere che il logos eleatico riportato da Aristotele
presenta tracce della rielaborazione accademica di uno schema sofistico di
opposizione degli Eleati (in particolare di Melisso) ai pluralisti. Il logos
prendeva di mira sia atomisti che presunti corpuscolaristi accusandoli di
introdurre il non essere, ridurre tutto a vuoto o postulare un arbitrario
arresto della divisione in un tutto omogeneo e dimostrava che costoro,
avendo ricercato dei principi corporei, erano criticabili dal punto di vista
eleatico, in quanto, in mancanza di ulteriori fondamenti logici e ontologici,
non spiegavano perché un essere omogeneo (corporeo) potesse essere da
una parte diviso e dall'altra no. Solo attraverso la ricerca di principi incor-
porei e la definizione di categorie logiche universali, anche la molteplicità
del mondo fisico poteva essere spiegata in modo soddisfacente.

57 Parm. 165e.
58 Lascio qui espressa la doppia valenza del termine perché la sola accezione "materia" po-
trebbe dare adito a fraintendimenti. Sul significato di "materia" in questo passo cf. Happ
1971, 129; Algra 1995, 114s.
59 Cf. Phys. D 2, 209b 6-12 h|i de; dokei' oJ tovpo" ei\nai to; diavsthma tou' megeqou", hJ u{lh: tou'to
ga;r e{teron tou' megevqou", tou'to dæ ejsti; to; periecovmenon uJpo; tou' ei[dou" kai; wJrismevnon,
oi|on uJpo; ejpipevdou kai; pevr ato", e[sti de; toiou'ton hJ u{lh kai; to; ajovriston: o{tan ga;r ajf ai-
reqh'i to; pevra" kai; ta; pavqh th'" sfaivra", leivpetai oujde;n para; th;n u{lhn. dio; kai; Plavtwn
th;n u{lhn kai; th; n cwvr an taujtov fhsin ei\nai ej n tw'i Timaivwi.
Capitolo terzo 127

3. Logoi eleatici nell'Accademia?


3. 1. Il logos eleatico di Porfirio 135 F Smith
(Simpl. In Phys. 187a 1, 139,24)

I commentatori di Aristotele attribuiscono costantemente la soluzione


delle aporie eleatiche dell'uno e del molteplice non agli atomisti, ma a
Senocrate. Egli sembra aver postulato indivisibili come "misure" e ipostasi
dell'uno ad ogni livello dell'essere, dai corpi alle grandezze matematiche 60
distinguendo i concetti di uno (come parte, indivisibile) e di essere (come
tutto, divisibile e derivante dalla combinazione dell'uno con il secondo
principio, la diade indefinita). Il limite ultimo assoluto della realtà fisica
sarebbe però la linea indivisibile che Senocrate avrebbe postulato partendo
dall'aporia "zenoniana" della divisione all'infinito, il cosiddetto "logos della
dicotomia" la cui formulazione esatta peraltro non è mai stata individuata
con sicurezza61. Presso le fonti antiche, al di fuori dei testi aristotelici, la
soluzione di questo paradosso con la dottrina degli indivisibili viene co-
stantemente riportata a Senocrate, non a Leucippo o a Democrito62. Fra
questi testi uno, quello di Porfirio, è particolarmente interessante in
quanto, contrariamente a tutti gli altri, attribuisce il logos della dicotomia,
cui Senocrate avrebbe risposto, non a Zenone, ma a Parmenide riportan-
dolo per esteso come citazione letterale (fhsiv). Tale logos presenta delle
analogie con quello eleatico di De gen. et corr. A 8 e con la dimostrazione
della necessità degli indivisibili di A 2 che verrà trattata più oltre, ma non

60 Riguardo all'interpretazione degli indivisibili senocratei esiste una certa confusione nelle
fonti antiche. Se la tendenza dei neoplatonici è quella di trasporre l'indivisibilità della linea
nell'ambito delle forme intellegibili, il trattato pseudo-aristotelico De lineis insecabilibus pre-
senta invece un allargamento degli indivisibili anche a tutte le grandezze matematiche e ai
corpi postulando degli indivisibili ad ogni livello dell'essere come "misure" e ipostasi del-
l'uno. Cf. Krämer 1971, 356-362; 1983, 55; Heinze 1892, 62s.; Isnardi Parente 1974, 966ss.
con una esauriente bibliografia sull'argomento.
61 Di un logos sulla dicotomia parlano sia Aristotele (Phys. A 3, 187a 1-3, v. infra, 3. 2) che i
commentatori, ma Aristotele non sembra riferirsi a nessuno dei logoi di Zenone fra quelli
riportati da Simplicio. In Phys. Z 9, 239b 11-14 (29 A 25 DK) sembra identificarlo con il
primo argomento contro il movimento secondo cui un mobile che si muove lungo una li-
nea, prima di arrivare ad un dato punto, deve sempre percorrere la metà del segmento di
cui quel punto è l'estremo. Simplicio (In Phys. 187a 1, 140,27-141,8) invece, parlando del-
l'argomento della dicotomia, riferisce i frammenti 59 B 1 e B 3 DK che illustrano il pro-
cesso all'infinito nell'individuazione delle parti del tutto. A questo argomento si riferiscono
per lo più gli interpreti moderni, cfr. Ross 1936, 479s.; Furley 1967, 63-69; Baldes 1972,
30).
62 Aristotele stesso, quando nel terzo libro della Fisica ribadisce l'infinita divisibilità delle
grandezze, cita come esempio-tipo di soluzione atomista, le linee indivisibili e non gli atomi
di Democrito Phys. G 6, 206a 16-18 to; de; mevgeqo" o{ti me;n kat ejnevr geian oujk e[stin
a[peiron, ei[rhtai, diairevs ei d ejstiv n: ouj ga;r calepo;n aj nelei' n ta;" ajtovmou" grammav".
128 Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8)

deriva da Aristotele. In primo luogo perché la risposta al logos eleatico è


attribuita a Senocrate e non a Leucippo, secondariamente perché le pre-
sunte argomentazioni di Parmenide sono dirette esplicitamente sia contro
dottrine corpuscolari che atomiste, cosa che nel logos aristotelico viene
sottaciuta.
Secondo Porfirio, Parmenide avrebbe utilizzato il "logos della dicoto-
mia" per dimostrare che l'essere è uno e, come tale, indivisibile e privo di
parti.
Porfirio, comunque, dice che anche il logos della dicotomia è di Parmenide il quale
cercava di dimostrare, partendo dalla dicotomia, che l'essere è uno. Egli scrive
quanto segue: "Parmenide aveva un altro logos, quello che si riteneva dimostrasse
attraverso la dicotomia che l'essere è uno solo e che questo uno è privo di parti e
indivisibile. Se infatti l'essere fosse divisibile, dice, lo si divida in due parti, e poi
ancora ciascuna delle due parti in due. Se si continua con quest'operazione, è
chiaro —dice— che, o rimarranno alcune grandezze ultime minime e insecabili, infi-
nite di numero, e il tutto sarà composto di minimi infiniti per numero, o sparirà e si
dissolverà nel nulla e sarà composto dal nulla. Queste ipotesi sono assurde, dun-
que non si dividerà, ma rimarrà uno. E infatti, dal momento che l'essere è omo-
geneo in ogni parte, se è divisibile, lo sarà dappertutto allo stesso modo, ma non
in una parte sì e nell'altra no. Lo si divida dunque in ogni parte; è chiaro perciò
nuovamente che non rimarrà nulla e sparirà e, se si ricomporrà, si ricomporrà dal
nulla. Se infatti rimarrà qualcosa, non sarà ancora diviso in ogni parte. Da questo
è chiaro —dice— che l'essere è indivisibile e privo di parti e uno"63.
Il logos di Parmenide riferito da Porfirio presenta delle analogie con quello
eleatico del De generatione et corruptione A 8 in quanto assimila le due solu-
zioni atomista e corpuscolarista e afferma che, ammettendo la divisione, il
tutto si riduce a nulla. Il logos di Porfirio, però, dice espressamente che non
si può arbitrariamente fermare la divisione a corpuscoli minimi e indivisi-
bili perché l'essere è omogeneo, cosa che nel logos aristotelico viene pre-
supposta, ma non esplicitata. Inoltre accenna a due presunti paradossi ri-
sultanti dalla prospettiva della ricomposizione del tutto (che riemergono in
De generatione et corruptione A 2 e presuppongono una equivalenza fra ciò

63 Porph. 135 F Smith (Simpl. In Phys. 187a 1, 139,24) (Xenocr. Fr. 139 IP) oJ mevntoi Por-
fuvrio" kai; to;n ejk th'" dicotomiva" lovgon Parmenivdou fhsi;n ei\nai e} n to; o]n ejk tauv th"
peirwmevnou deiknuv nai. gravfei de; ou{tw": Æe{tero" de; h\ n lovgo" tw'i Parmenivdhi oJ dia; th'"
dicotomiva" oijovmeno" deiknuvnai to; o]n e} n ei\nai movnon kai; tou'to ajmere; " kai; ajdiaivreton. eij
ga;r ei[h, fhsiv, diairetovn, tetmhvsqw divca, ka[peita tw' n merw' n eJkavteron divca, kai; touvtou
ajei; genomev nou dh'lovn fhsin, wJ" h[ toi uJpomenei' tina; e[scata megevqh ejl av cista kai; a[toma,
plhvqei de; a[peira, kai; to; o{lon ejx ejlacivstwn, plhvqei de; ajpeivrwn susthv setai: h] frou'don
e[stai kai; eij" oujqe; n e[ ti dialuqhvsetai, kai; ejk tou' mhdeno;" susthvs etai: a{per a[ topa. oujk
a[ra diaireqhvsetai, ajlla; menei' e{n. kai; ga;r dh; ejpei; pavnthi o{moiovn ejstin, ei[per diaireto;n
uJpavrcei, pavnthi oJ moivw" e[ stai diairetovn, ajll ouj th'i me; n th'i de; ou[. dihirhvsqw dh; pav nthi:
dh'lon ou\n pavlin wJ" oujde;n uJpomenei', ajll e[stai frou'don, kai; ei[per susthvsetai, pavlin ejk
tou' mhdeno;" susthvsetai. eij ga;r uJpomenei' ti, oujdev pw genhvsetai pav nthi dihirhmevnon.
w{ste kai; ej k touv twn fanerov n fhsin, wJ " ajdiaivretovn te kai; ajmere; " kai; e} n e[stai to; o[n.
Capitolo terzo 129

che può essere pensato e la realtà infra, IV 4. 1): la ricostituzione da mi-


nimi indivisibili darebbe come risultato una estensione infinita. Nel caso
della divisione all'infinito invece, l'essere dovrebbe ricomporsi dal nulla e
cioè dal non essere. Rispetto al logos aristotelico manca in quello di Porfirio
la menzione esplicita del vuoto e l'equiparazione vuoto-divisione. Questo
dipende dalla diversa focalizzazione delle aporie: il logos di Porfirio, come
anche quello di De generatione et corruptione A 2, è incentrato principalmente
sull'aporia della divisibilità all'infinito, quello di De generatione et corruptione A
8 su quella dell'esistenza del non essere.
Porfirio continua riportando la risposta di Senocrate al logos parmeni-
deo:
Senocrate ha ammesso che sussista la prima conseguenza, cioè che, se l'essere è
uno, è anche indivisibile, ma l'essere non è indivisibile. Perciò ancora l'essere non
è uno, ma molti. Pertanto esso non è divisibile all'infinito, ma la divisione ha fine
in certi indivisibili. Questi, però, non sono indivisibili in quanto minimi privi di
parti, ma, in relazione alla quantità e alla materia sono divisibili e hanno parti, in
relazione invece alla forma, sono indivisibili e primi, assumendo che ci siano al-
cune linee indivisibili prime e che ci siano superfici prime da queste formate e so-
lidi primi. Dunque Senocrate crede di risolvere l'aporia derivante dalla dicotomia
e semplicemente dalla sezione e dalla divisione all'infinito, introducendo le linee
indivisibili e in generale assumendo grandezze indivisibili, evitando di dissolvere e
di eliminare l'essere nel non essere dal momento che le linee indivisibili da cui gli
esseri sono composti, rimangono insecabili e indivisibili64.
Il lungo brano di Porfirio propone uno schema di aporia e soluzione nella
quale si possono distinguere due momenti:
1. la "tesi" dell'unità dell'essere di Parmenide diretta nel contempo
contro soluzioni atomiste e corpuscolariste.
2. l'"antitesi" di Senocrate il quale fa a Parmenide alcune concessioni
(indivisibilità è uguale ad unità), correggendone però il presupposto fon-
damentale, dando cioè una diversa definizione dei concetti universali di
essere (divisibile e molteplice) e di uno (indivisibile). Le grandezze indivi-
sibili proposte da Senocrate sarebbero comunque diverse dai minimi criti-

64 Porph. 135 F Smith (Simpl. In Phys. 187a 1, 140,5) (Xenocr. Fr. 139 IP) oiJ de; peri; to;n
Xenokravthn th; n me;n prwvthn ajkolouqivan uJp ei'nai sunecwvroun, toutevstin o{ti eij e{n ejsti to;
o]n kai; ajdiaivreton e[stai, ouj mh;n ajdiaivreton ei\nai to; o[n. dio; pavlin mhde; e} n movnon
uJpavrcein to; o[n, ajlla; pleivw. diaireto;n mev ntoi mh; ejp a[peiron ei\nai, ajll eij" a[tomav tina
katalhvgein. tau'ta mevntoi mh; a[toma ei\nai wJ" ajmerh' kai; ejlavcista, aj lla; kata; me; n to;
poso;n kai; th; n u{lhn tmhta; kai; mevrh e[conta, tw'i de; ei[dei a[toma kai; prw' ta, prwvta" tina;"
uJpoqevmeno" ei\nai gramma; " aj tovmou" kai; ta; ejk touvtwn ejpivpeda kai; sterea; prw'ta. th;n ou\n
ejk th'" dicotomiva" kai; aJplw'" th' " ejp a[p eiron tomh'" kai; diairevsew" uJp antw'san ajporivan oJ
Xenokravth" oi[etai dialuvesqai ta; " ajtovmou" eijsagagw;n gramma; " kai; aJ plw'" a[toma poi-
hvsa" megevqh, feuvgwn to; ãto;Ã o] n ei[per ejs ti; diaireto;n eij " to; mh; o]n dialuqh'nai kai;
ajnalwqh'nai tw'n aj tovmwn grammw' n ejx w| n uJfivstatai ta; o[ nta menousw' n ajtmhvtwn kai; ajdiai-
revtwnÆ.
130 Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8)

cati da Parmenide in quanto sarebbero indivisibili solo "secondo la


forma", ma non "secondo la quantità e la materia" cioè non dal punto di
vista matematico. Porfirio rielabora senz'altro la dottrina di Senocrate alla
luce dei concetti aristotelici di materia e forma per difenderlo dagli attacchi
che gli erano stati rivolti da Aristotele stesso di essere andato contro la
matematica assumendo degli indivisibili.
I presupposti teorici della soluzione senocratea dell'aporia sono espo-
sti tuttavia più chiaramente da Alessandro secondo cui, però, Senocrate
risponderebbe a Zenone. L'Accademico avrebbe basato la sua soluzione
sulla differenza fra tutto (l'essere, divisibile e molteplice) e parte (l'uno,
indivisibile). Egli avrebbe dunque concesso che tutto ciò che è divisibile è
molteplice e che non è possibile che la stessa cosa sia uno e molti, ma
avrebbe affermato che non tutte le grandezze sono divisibili e hanno parti
(perché altrimenti non esisterebbe un uno) e posto come unità le linee
indivisibili65. Nonostante le diversità, Alessandro concorda con Porfirio
nei concetti di fondo che hanno caratterizzato la teoria senocratea e che
corrispondono grosso modo a quelli riferiti nel trattato sulle linee indivisi-
bili: Senocrate traccia una distinzione logica universale fra essere come
tutto (molteplicità definita e divisibile), e uno come parte indivisibile che
ne costituisce il limite ultimo e la misura66. In questo modo elimina l'aporia
dell'omogeneità dell'essere e della presenza contemporanea nello stesso
oggetto di unità e molteplicità e definisce dei limiti ultimi delle grandezze
(le linee indivisibili) che corrispondono all'unità. Porfirio, rispetto ad Ales-
sandro, cerca di mascherare la parte dell'indivisibile dimensionale per non
esporre Senocrate alle critiche di essere andato contro i principi della ma-
tematica.
Per quanto riguarda il discorso di Parmenide, Porfirio non l'ha certa-
mente inventato perché la frequente ripetizione di fhsiv indica che egli ha
davanti un testo di cui ritiene di riferire la lettera. Non riproduce d'altra
parte il logos di De generatione et corruptione A 8 perché parla apertamente di
una critica di Parmenide a tesi atomiste e di un superamento di tali dot-
trine da parte di Senocrate. Per inciso, il Filopono, commentando il brano
aristotelico, riproduce il modello esegetico porfiriano attribuendo a Par-

65 Alex. ap. Simpl. In Phys. 187a 1, 138,10 (Xenocr. Fr. 138 IP) touvtwi de; tw'i lovgwi, fhsiv, tw'i
peri; th'" dicotomiva" ej ndou' nai Xenokravth to; n Kalchdovnion dexavmenon me; n to; pa'n to;
diaireto;n polla; ei\nai (to; ga;r mevro" e{teron ei\nai tou' o{lou) kai; to; mh; duvnasqai taujto; n
e{n te a{ ma kai; polla; ei\ nai dia; to; mh; sunalhqeuvesqai th; n ajntivf asin, mhkevti de;
sugcwrei'n pa' n mevgeqo" diaireto;n ei\nai kai; mevro" e[cein: ei\nai gavr tina" ajtovmou" gram-
mav", ejf w|n ouj kevti ajlhqeuvesqai to; polla;" tauvta" ei\nai. ou{tw" ga;r w[ieto th;n tou' eJno; "
euJrivskein fuvsin kai; feuvgein th; n aj ntivfasin dia; tou' mhvte to; diaireto; n e} n ei\nai ajlla; pol-
lav, mhvte ta;" aj tovmou" gramma;" polla; ajll e}n movnon.
66 Il valore fondamentale per il pensiero senocrateo della distinzione logica fra tutto e parte,
estesa a diversi ambiti, è stato messo in luce da Pines 1961, 5ss.
Capitolo terzo 131

menide il logos eleatico e interpretandolo come una critica congiunta all'a-


tomismo e al corpuscolarismo incurante del fatto che lo scopo di Aristo-
tele è quello di dimostrare come gli atomisti abbiano risposto agli Eleati e
non come Parmenide abbia confutato le dottrine atomiste67.
Porfirio si riallaccia ad un filone di tradizione platonica in quanto la
sua esposizione presenta diverse tracce che portano fino a Platone. Anche
quest'ultimo attribuiva infatti a Parmenide dei logoi in prosa a quanto ri-
sulta dal breve accenno del Sofista68. Simplicio, a dieci secoli di distanza, si
trovava davanti un testo di Parmenide nel quale, fra i versi, comparivano
alcune frasi in prosa69. C'era dunque, da Platone in poi, una tradizione che
attribuiva a Parmenide dei discorsi in prosa. Inoltre, come nel Parmenide
platonico l'Eleate confutava la dottrina delle idee di Socrate notevolmente
più giovane di lui, anche nel logos di Porfirio, Parmenide rigetta delle teorie
a lui cronologicamente posteriori quali quelle atomiste e corpuscolariste.
Ciò è indizio di una impostazione soprattutto dialettica e non cronologica
dei rapporti fra i vari autori. Inoltre la trasposizione a Parmenide di logoi
zenoniani ha il suo capostipite nel Parmenide platonico stesso dove le apo-
rie di Zenone sono proposte da Parmenide e non è isolata nella tradizione
tarda. Favorino, a detta di Diogene Laerzio, trasferiva a Parmenide la pa-
ternità del famoso paradosso di Achille e della tartaruga70. Porfirio, d'altra
parte, era entrato in contatto non solo mediato71, ma anche diretto con
opere degli allievi di Platone. Simplicio riferisce come, in un commento al
Filebo, egli affermasse di aver corretto l'esposizione oscura e enigmatica
delle trascrizioni degli allievi di Platone del Peri; tajgaqou' del maestro72.

67 Philop. In De gen. et corr. 325a 6, 157,12ss. oJ de; ajlhqh;" lovgo" e[cei o{ti kai; kenou' mh; o[nto"
oujde;n kwluv ei kai; diaivresin ei\ nai kai; kivnhsin, tw' n pragmavtwn dihirhmevnwn me; n aJpto-
mevnwn de; ajllhvlwn kai; kenw'i mh; dieirgomev nwn, tou'to aj nairw'n oJ Parmenivdh" fhsi;n o{ti to;
ou{tw" uJpotivqesqai oujd e;n diafevr ei tou' a[toma kai; keno;n eijsfevrein. povteron gavr, fhsiv, to;
o]n pav nthi ejsti; diaireto;n h] ou[ … eij me;n ga;r pavnthi ejsti; diairetovn, ouj movnon polla; oujk
e[stai ta; prav gmata, ajll oujde; e{ n (diaireqe; n ga;r pav nthi oujde; n e[s tai loipovn, ajlla; movnon
kenov n), eij de; mh; pav nthi diairetovn, peplasmev nwi to; toiou'ton e[oiken: dia; tiv ga;r ph'i mev n
ejsti diaireto;n ph'i d ou[… ou{tw de; kai; hJ tw'n aj tovmwn eijskwmavs ei dovxa, h|itini e{petai kai;
to; keno;n ei\nai.
68 Soph. 237a pezh'i te w|de eJkavstote levgwn kai; meta; mevtrwn.
69 Simpl. In Phys. 184b 15, 31,3 kai; dh; kai; katalogavdhn metaxu; tw'n ejp w'n ejmfevr etaiv ti
rJhseivdion wJ" auj tou' Parmenivdou e[con ou{ tw"...
70 Diog. Laert. 9,23 (30 A 1 DK) kai; prw'ton (scil. to;n Parmenivdhn) ejrwth'sai to;n Acilleva
lovgon, wJ " Fabwri'no" ej n Pantodaph'i iJstorivai. Cf. anche Diog. Laert. 9,29 (29 A 1 DK).
71 Egli aveva attinto ad opere di medioplatonici quali Dercillide che avevano letto diretta-
mente scritti degli allievi di Platone quali Ermodoro. Cf. Porph. 146 F Smith (Simpl. In
Phys. 192a 3, 247,30ss.; Hermod. Fr. 7 IP).
72 Simpl. In Phys., 202b 36, 453,27-454,14 (Porph. 174 F Smith) kai; to; mevga de; kai; to; mikro;n
tiqei;" a[p eiron ei\ nai e[legen ej n toi'" Peri; taj gaqou' lovgoi", oi|" Aristotevlh" kai; ÔHra-
kleivdh" kai; ÔEstiai'o" kai; a[lloi tou' Plavtwno" eJtai'roi paragenov menoi ajnegravyanto ta;
rJhqevnta aijnigmatwdw'", wJ " ejrrhvqh, Porfuvrio" de; diarqrou'n aujta; ejpaggellovmeno" tavde
132 Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8)

C'è inoltre un passo specifico delle Confutazioni sofistiche di Aristotele,


l'unico in cui Parmenide e Zenone siano accomunati come sostenitori
dell'uno non solo nel corpus aristotelico, ma anche negli autori del IV sec.
a.C. al di là di Platone73, che rimanda a discussioni in corso sulla defini-
zione di essere e uno proprio come risposta congiunta ai due Eleati. Si
tratta di discussioni che non possono essere nate altro che nell'Accademia
ai cui modelli dialettici Aristotele si richiama nei Topici e nelle Confutazioni.
Parlando dei paralogismi legati all'omonimia Aristotele afferma:
altri sembrano sfuggire anche ai dialettici più sperimentati (un segno di questo
fatto è che spesso dibattono sui nomi, come ad esempio sul fatto se l'essere e
l'uno abbiano in tutti i casi lo stesso significato o un significato diverso; infatti agli
uni sembra che l'essere e l'uno significhino la stessa cosa, gli altri risolvono il logos
di Zenone e di Parmenide affermando che l'essere e l'uno si dicono in molti
modi)74.
La menzione congiunta di Parmenide e Zenone come monisti, estranea ad
Aristotele e inusitata fuori dai testi platonici, non può che derivare dai logoi
dialettici cui egli si riferisce, cioè quelli accademici e spiega anche perché
Porfirio, se aveva davanti un logos di Senocrate, abbia potuto trovarvi il
nome di Parmenide e non quello di Zenone. L'Accademico, come il suo
maestro, metteva in bocca a Parmenide aporie rielaborate su quelle zeno-
niane.
E' ovviamente impossibile dimostrare con certezza che il logos parme-
nideo di Porfirio è antico quanto quello eleatico di Aristotele, anche se ci
sono buone ragioni per ritenerlo tale, come si è visto, ma il dato di fatto
più importante è che comunque Senocrate è partito da un logos di questo
tipo che, nella sostanza, era conosciuto a tutti i commentatori antichi75.
Infatti Alessandro e altri gli attribuiscono concordemente, in termini simili
a quelli porfiriani, la soluzione delle aporie eleatiche sulla divisibilità del-

peri; auj tou' gev grafen ej n tw'i Filhvbwi: ª...º tau'ta oJ Porfuvrio" ei\pen aujth'i scedo; n th'i
levxei, diarqrou'n ejpaggeilavmeno" ta; ej n th'i Peri; taj gaqou' sunousiv ai aijnigmatwdw' "
rJhqevnta.
73 Cf. anche Fedele 1999, 11s.
74 Arist. Soph. El. 33, 182b 22 ta; de; kai; tou;" ejmpeirotavtou" faivnetai lanqavnein (shmei'on de;
tou'tou o{ti mav contai pollavki" peri; tw'n ojnomavtwn, oi|on povteron taujto; shmaivnei kata;
pavntwn to; o]n kai; to; e{n, h] e{teron: toi'" me; n ga;r dokei' taujto; shmaivnein to; o]n kai; to; e{ n, oiJ
de; to;n Zhvnwno" lovgon kai; Parmenivdou luvousi dia; to; pollacw' " fav nai to; e}n levgesqai kai;
to; o[n). Sull'ambiente accademico in cui queste distinzioni vengono fatte Krämer 1971, 18
n. 69; Ryle 1968, 74.
75 Makin 1993, 24ss. attribuisce il logos tout-court a Zenone senza prendere in considerazione
né il contesto (che rimanda alla soluzione di Senocrate e comporta quindi la possibilità che
il logos sia stato rimaneggiato), né il fatto che la prima parte di questo passo contiene una
critica all'atomismo. Senocrate aveva del resto scritto un'opera Sulle dottrine di Parmenide (Fr.
1 IP Peri; tw'n Parmenivdou aæ). Sull'origine accademica del logos della dicotomia in generale
e sulle sue varie interpretazioni fino a Simplicio, cf. Fedele 1999.
Capitolo terzo 133

l'essere attraverso l'introduzione delle linee indivisibili. La differenza sta


nel fatto che essi accennano solamente ad un logos della dicotomia di Ze-
none ed espongono invece più diffusamente la soluzione di Senocrate.
Le similitudini fra il logos eleatico di Porfirio, da cui Senocrate sarebbe
partito per definire l'essere e l'uno e assumere degli indivisibili, e quello
aristotelico rendono verosimile l'ipotesi che Aristotele si sia ispirato ad un
logos eleatico corrente nell'Accademia che costituiva il punto di partenza
per definire i concetti di essere e di uno e impostare il discorso sugli indi-
visibili. Aristotele stesso indica del resto costantemente le aporie eleatiche
come base per le soluzioni accademiche del problema dell'essere e del-
l'uno.

3. 2. "Concedere ai logoi". Aporie eleatiche e loro soluzione


(Arist. Phys. A 3, 187a 1)

In un famoso passo della Fisica Aristotele allude ad "alcuni" che avrebbero


fatto concessioni (un termine tecnico nella discussione dialettica) ai logoi degli
Eleati proprio in relazione alla problematica dell'essere e dell'uno
Alcuni hanno fatto concessioni ad ambedue i logoi: a quello secondo cui tutto è
uno, se essere significa uno, affermando che c'è il non essere, a quello della dico-
tomia, ponendo grandezze indivisibili76.
I commentatori moderni hanno spesso letto in questo passo un riferi-
mento agli atomisti in base al confronto con la presunta risposta di Leu-
cippo agli Eleati in De generatione et corruptione A 8. In realtà, se si considera
che a monte della presentazione aristotelica dell'atomismo sta tutta la di-
scussione ora esaminata sulle aporie eleatiche nell'Accademia, la prospet-
tiva va rovesciata. Il brano della Fisica è piuttosto una chiave per com-
prendere lo schema dialettico e la "soluzione" dell'aporia eleatica da parte
di Leucippo e non viceversa.
I commentatori antichi sono concordi nell'affermare che Aristotele
vuole alludere a Platone, principalmente al Sofista77, e a Senocrate78 i quali

76 Phys. A 3,187a 1 e[nioi d ejnevdosan toi'" lovgoi" ajmfotevroi", tw'i me;n o{ti pavnta e{n, eij to; o]n
e}n shmaiv nei, o{ti e[sti to; mh; o[ n, tw'i d ejk th'" dicotomiva", a[ toma poihvsante" megevqh.
77 Alessandro (ap. Simpl. In Phys. ad loc., 134,21ss.) lo presuppone implicitamente; il Filo-
pono, richiamandosi ad Alessandro stesso e a Temistio, vi accenna esplicitamente (In Phys.
ad loc., 81,25-29 tau'ta dev fasin aujto;n aijnivttesqai eij" Plavtwna kai; oJ Alevxandro" kai; oJ
Qemivstio": uJpotiqevmeno" ga;r oJ Plavtwn, fasivn, ejn tw'i Sofisth'i ei\nai to; kaqovlou mh; o[n,
o{per th;n tou' o[nto" fuvsin ejkpevf eugen, aj nhvirei to; ta; pav nta e}n ei\nai levgwn ou{tw": æeij to;
o]n pa'n e{ n ejstin, oujk e[stai to; mh; o[n: ajlla; mh;n e[sti to; mh; o[n: oujk a[ra to; o]n pa' n e{ n ejstiæ.
Cf. Themist. In Phys. ad loc., 12,6-17; Simpl. In Phys. ad loc., 134,14ss. Solo Porfirio, che ri-
ferisce la dottrina platonica in termini aristotelici di forma e materia, si distanzia da quella
degli altri commentatori basandosi, invece che sul Sofista, sul Timeo e identifica il non essere
134 Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8)

avrebbero risposto rispettivamente a Parmenide e a Zenone. E' pur vero


che anche questo schema esegetico (l'opposizione di maestro a maestro e
di allievo ad allievo) ha sapore di manualistica scolastica e che il passo del
Sofista non rientra in una problematica fisica, ma in un contesto logico-
dialettico. Nel Sofista Platone dirige la dimostrazione dell'esistenza del non
essere come altro dall'essere esplicitamente contro la proposizione parme-
nidea Æouj ga;r mhvpote tou't oujdamh'i ei\nai mh; ejovnta79 dimostrando come
ogni cosa partecipi sia dell'essere, in quanto esiste, che del non essere, non
come negazione dell'essere, ma in quanto "altro" rispetto a tutto il resto.
Infine dichiara di aver dimostrato, contro Parmenide, non solo che ciò che
non è è, ma anche di aver individuato il genere del non essere nella natura
dell'"altro" di cui tutte le cose partecipano80. Lo schema del Sofista costi-
tuiva tuttavia un modello di soluzione di aporia trasferibile dall'ambito
della logica a quello dei principi. Tale modello riemerge infatti molto chia-
ramente in un brano della Metafisica aristotelica nella critica ai principi ac-
cademici e in particolare alla diade indefinita.
Molte sono dunque le ragioni dell'essersi rivolti in maniera fuorviante81 verso
queste cause (scil. l'uno e la diade indefinita), ma il motivo principale è costituito
dal fatto che essi hanno posto i problemi in modo antiquato82. Infatti sembrò

di Platone con la materia prima a[morfon kai; ajneivdeon, secondo principio metafisico (134
F Smith) (Simpl. In Phys. ad loc., 135,1-5 fhsi; de; oJ Porfuvrio" to;n Plavtwna kai; to; mh; o]n
levgein ei\nai, ou{tw" mev ntoi ei\nai wJ" mh; o[n. to; me;n ga;r o[ntw" o]n ajpefhvnato ei\nai th; n
ijdevan kai; tauvthn o[ntw" ei\nai oujsivan, th; n de; ajnwtavtw prwvthn a[ morfon kai; ajneivdeon
u{lhn ejx h|" ta; pavnta ejsti; n ei\nai mevn, mhde;n de; ei\ nai tw'n o[ ntwn. auj th; ga; r ejf eJauth' " ejpi-
nooumevnh dunav mei me; n pavnta ejstiv n, ejnergeivai de; oujd e;n. Per l'allusione al Timeo, cf. Ibid.
135,9).
78 Alex. ap. Simpl. In Phys. ad loc., 138,10 (Xenocr. Fr. 138 IP). Per il testo, v. supra, n. 65. Cf.
Porph. 135 F Smith (Simpl. In Phys. ad loc., 140,6-18) (Xenocr. Fr. 139 IP); Themist. In
Phys. ad loc., 12,6-17 (Xenocr. Fr. 140 IP); Philop. In Phys. ad loc., 83,19-22 (Xenocr. Fr.
141 IP); Schol. In Arist. Phys. 334a 36ss. Brandis (Xenocr. Fr. 144 IP); Simpl. In Phys. ad loc.
142,16-27 (Xenocr. Fr. 145 IP).
79 Parm. 28 B 7,1-2 DK. Per il problema testuale costituito dalla lettura non metrica v. infra,
n. 84.
80 Soph. 258d hJmei'" dev ge ouj movnon ta; mh; o[nta wJ" e[stin ajp edeivxamen, ajlla; kai; to; ei\do" o}
tugcav nei o]n tou' mh; o[nto" ajpefhnav meqa: th; n ga;r qatevrou fuvsin ajpodeiv xante" ou\sav n te
kai; katakekermatismevnhn ejpi; pavnta ta; o[nta pro;" a[llhla, to; pro;" to; o]n e{kaston movrion
aujth' " ajntitiqevmenon ejtolmhvs amen eijpei'n wJ " auj to; tou' tov ejstin o[ ntw" to; mh; o]n.
81 Cf. Phys. A 8,191a 24-32 e b 31-33 dove il verbo ejktrevpein viene impiegato per indicare la
maniera fuorviante degli "antichi" di porre il problema dell'esistenza del non essere unica-
mente in antitesi all'essere. Si tratta di una obiezione che Aristotele mantiene, nella so-
stanza, anche contro gli Accademici.
82 La ragione dell'accusa di Aristotele di usare un sistema antiquato di porre i problemi, sta
anche nello schema topico dell'argomentazione dell'esistenza del non essere in quanto non
essere, tipico di una certa dialettica sofistica. Altrove Aristotele lo ritiene infatti un proce-
dimento eristico generatore di un sillogismo apparente (Rhet. B 24, 1402a 3-6 e[ti w{sper ejn
toi'" ejristikoi'" para; to; aJplw'" kai; mh; aJplw'", ajlla; tiv, givgnetai fainov meno" sullogismov",
oi|on ejn me;n toi'" dialektikoi'" o{ti ej sti; to; mh; o]n o[n, e[sti ga;r to; mh; o]n mh; o[ n...).
Capitolo terzo 135

loro che tutte le cose esistenti fossero uno, l'uno in sé, se non si fosse risolto e
confutato il logos di Parmenide "che infatti mai in nessun modo si verifichi questo,
che le cose che non sono siano", ma sembrò necessario dimostrare che il non es-
sere è; così infatti, dall'essere e da un "qualcos'altro" deriverebbero le cose esi-
stenti se sono molte"83.
Il passo di Parmenide proposto come aporia da risolvere è esattamente
quello citato da Platone nel Sofista, di cui mantiene persino la lettura non
metrica84. Evidentemente costituiva, dopo Platone, un modello-tipo di
aporia eleatica sul non essere proposto alla discussione nell'Accademia.
Non si tratta tuttavia di una semplice riproduzione dell'argomentazione
logico-dialettica del Sofista, ma della sua trasposizione al piano dei principi,
uno e diade indefinita. Un passo della Fisica insiste sullo stesso tema: gli
Accademici avrebbero concordato con Parmenide che la genesi deve deri-
vare dal non essere. Per risolvere il paradosso, avrebbero però attribuito a
questa natura, grande e piccolo o diade indefinita che dir si voglia, un
carattere di esistenza in assoluto senza distinguere i significati di non es-
sere assoluto e relativo come invece ha fatto Aristotele85. L'aspetto più
interessante del passo della Fisica per il tema qui trattato è la formulazione
della presunta risposta accademica al problema posto dagli Eleati: essi
"concordano" con Parmenide che, per giustificare la generazione, è neces-
sario ammettere l'esistenza del non essere. Si tratta dello stesso modo
arcaico di porre i problemi (ajporh'sai ajrcaiücw'") che Aristotele rimpro-
vera anche altrove in modo più o meno esplicito agli Accademici86.

83 Metaph. N 2, 1088b 35-1089a 6 polla; me;n ou\n ta; ai[tia th'" ejpi; tauvta" ta;" aijtiva" ejktro-
ph'", mavlista de; to; ajporh's ai ajrcaiükw'". e[doxe ga;r aujtoi'" pavnt e[sesqai e}n ta; o[ nta, aujto;
to; o[n, eij mhv ti" luvsei kai; oJmovse badiei'tai tw'i Parmenivdou lovgwi Æouj ga;r mhvpote tou't
oujdamh'i, ei\ nai mh; ejovntaÆ, ajll aj nav gkh ei\ nai to; mh; o]n dei'xai o{ti e[stin: ou{tw gavr, ejk tou'
o[nto" kai; a[llou tinov ", ta; o[nta e[sesqai, eij pollav ejstin.
84 La lezione tou'to damh' di E e J, accettata sia in Diels-Kranz 1952 per il Fr. 28 B 7,1 DK di
Parmenide, sia nell'edizione della Metafisica dello Jaeger, costituisce solo una correzione
tarda dell'evidente errore metrico tou't oujdamh'i riportato invece tale e quale in Ab (un co-
dice che risale ad una edizione papiracea per lo meno del I sec. d.C., cf. Jaeger 1957, IX-X).
Fra i codici di Simplicio, che cita tre volte il frammento nel commento alla Fisica (187a 1,
135,21; 143,31; 191b 35, 244,1), solo quello più dotto, E, riporta tou'to damh'i costante-
mente, una evidente correzione a posteriori di una metrica zoppicante da parte di un copi-
sta colto. Il codice D, inferiore ad E, ma ancora relativamente buono, oscilla: in 135,21 e
244,1 porta tou'to mhdamh'i, in 143,31 concorda con E. Il codice F, invece, il meno dotto,
presenta una lacuna in 135,21, tou'tou oujdamh; in 143,31 e tou't oujdamh'i in 244,1. Eviden-
temente non vede il problema metrico e riproduce fedelmente il testo che ha davanti. Ross
1924, ad loc., accetta la lezione tou'to damh'i dell'edizione dielsiana di Simplicio senza far
parola di questa oscillazione nei codici.
85 A 9, 191b 36 prw'ton me; n ga;r oJmologou'sin aJplw' " giv nesqai ejk mh; o[ nto", h|i Parmenivdh"
ojrqw'" lev gein. Aristotele rimprovera agli Accademici di non aver distinto non essere per
accidente (materia) e non essere assoluto (privazione).
86 Sull'ajporh's ai ajrcaikw'", cf. Merlan 1967, 120 il quale, però, non menziona questo passo
della Fisica.
136 Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8)

La problematica di fondo cui rimanda l'allusione aristotelica in Phys. A 3 a


coloro che "hanno concesso" ai logoi eleatici l'esistenza del non essere e
che hanno risposto con le grandezze indivisibili all'argomento della dico-
tomia, è dunque quella della definizione di essere, non essere e uno e del-
l'assunzione di grandezze indivisibili nell'Accademia87. Questo è tanto più
vero se si considera che, per la tradizione neoplatonica, che interpreta
l'allusione aristotelica come diretta contro gli accademici, sarebbe stato
molto più comodo in questo caso spiegarla come un attacco contro gli
atomisti per evitare di dover poi difendere Platone e Senocrate. E' evi-
dente che questo passo della Fisica in tutta la tradizione antica era sempre
stato interpretato come una allusione a questi ultimi. Dato però che, fra i
moderni, proprio in base alla presunta risposta di Leucippo in De genera-
tione et corruptione A 888, la "concessione" ai logoi degli Eleati è sempre stata
attribuita agli atomisti, si è interpretato in questo senso anche l'allusione
nel passo di Phys. A 389 e perciò si è dovuto necessariamente sostenere che

87 Sedley, che ringrazio per avermi gentilmente messo a disposizione un suo articolo in corso
di stampa (Atomism's Eleatic Roots, in Curd-Graham), è anch'egli incline, per motivi di-
versi da quelli ora esposti, a vedere nel passo aristotelico una allusione agli Accademici e in
particolare a Senocrate.
88 Sintomatico a questo proposito è il commento al passo di Ross, 1936, 480s., che rispecchia
perfettamente questo tipo di ragionamento fondato essenzialmente su una valutazione uni-
direzionale delle testimonianze aristoteliche. Dopo aver affermato che tutto sembrerebbe
alludere a Platone e alla sua scuola sulla base del confronto con Metaph. N 2, 1089a 1ss. e i
commenti dei commentatori antichi che riferiscono l'allusione aristotelica a Platone e Se-
nocrate, Ross nota che Simplicio avanza delle riserve per quanto riguarda il riferimento a
Platone in quanto quest'ultimo non avrebbe assunto un semplice non essere, ma un non
essere qualcosa (In Phys. ad loc., 137,7-20). Da questa obiezione, che egli considera valida,
Ross parte per cercare un'alternativa e la trova nell'allusione agli atomisti fondandosi su De
gen. et corr. A 2. Ora, la critica di Simplicio (anche se centra il punto debole dell'interpreta-
zione aristotelica di Platone) è, come sempre, tesa alla difesa di Platone stesso e dunque
non può costituire l'unico elemento per rigettare delle testimonianze evidenti. In secondo
luogo, se così fosse, non si spiega come mai, lo stesso Ross non citi anche 191b 35ss. dove
compare la stessa formulazione del problema e che, secondo il suo stesso commento (ad
loc., 497), è un chiaro riferimento a Platone e all'Accademia, riferimento che Simplicio
ugualmente rigetta, contro tutti gli altri esegeti, sulla base delle stesse argomentazioni ad-
dotte per il brano precedente (Simpl. In Phys. 191b 35, 242,22ss.). Il ragionamento di Ross è
seguito evidentemente anche da Barnes 1986, 354 e 619 n. 26, il quale afferma che solo gli
atomisti avrebbero sostenuto ambedue le tesi cui Aristotele si riferisce. Tuttavia, quando
Aristotele allude alle dottrine accademiche, spesso considera in blocco determinate pro-
blematiche senza differenziare un autore dall'altro. Inoltre, come si è visto nei brani della
Metafisica e della Fisica esaminati sopra, attribuisce la ammissione del non essere (la diade
indefinita) a seguito dell'aporia eleatica principalmente agli Accademici.
89 Per l'attribuzione agli atomisti Burnet 1930, 173; Ross 1936, ad loc. 479-81; Cherniss 1962,
75 n. 303; Hirsch 1953, 66; Furley 1967, 81; Kirk-Raven-Schofield 1983, 409; Baldes 1972,
45 non si pone neppure il problema di una diversa esegesi; Barnes 1982, 354; secondo
Krämer 1971, 260 con bibliografia in n. 103, sarebbero sottintese ambedue le scuole. Per
l'attribuzione a Platone e ai Platonici, Nicol 1936, 120s.; Isnardi Parente 1982, 356.
Capitolo terzo 137

tutti i commentatori si sono sbagliati90. Questa interpretazione è dovuta


però ad un rovesciamento della prospettiva che fa perdere di vista la pro-
blematica più generale sottesa agli schemi dialettici di De generatione et cor-
ruptione A 8, quella radicata nelle discussioni accademiche delle aporie ele-
atiche.

4. I logoi di Leucippo: De gen. et corr. A 8, 325a 23-b 11


(67 A 7 DK; 146 L.)
Aristotele è partito da un logos eleatico, le cui tracce portano all'Accademia
e che già conteneva una confutazione dell'atomismo e delle dottrine cor-
puscolari, per riformularne un altro. Agli argomenti degli Eleati egli con-
trappone infatti, come antitesi, quelli di Leucippo secondo uno schema
dialettico di cui generalmente si serve per esporre le soluzioni accademi-
che delle aporie eleatiche. Egli si basa ovviamente anche su effettive af-
fermazioni dell'autore come risulta dai tratti più marcatamente espositivi
che emergono nella seconda parte del resoconto e corrispondono ad altri
brani di questo tipo presenti nella sua opera, ma nello schema dialettico
della risoluzione del problema eleatico dell'uno e del molteplice attraverso
il non essere e una molteplicità di "unità" simili all'essere eleatico, Leu-
cippo sta sulla stessa linea di Platone e degli Accademici91.

90 L'argomentazione dell'errore dei commentatori è il modo più sbrigativo per eliminare una
importante controprova. A Ross aveva già risposto Nicol 1936, 121 n. 1, facendo notare
che Aristotele, nel passo di Metaph. N 2 citato più sopra, si riferisce a Platone e non agli
atomisti. Furley 1967, 81s., che riprende il tema dell'errore dei commentatori, accenna a
questo passo come possibile supporto per la loro tesi, ma afferma comunque, senza ulte-
riori argomentazioni, che è più probabile che Aristotele pensi agli atomisti portando come
unica prova il brano del De generatione et corruptione A 2.
91 Aristotele impiega anche altrove questo procedimento di assimilazione di dottrine
presocratiche ed accademiche allo scopo di dimostrare che Platone e i suoi allievi hanno
riprodotto un modo di pensare antiquato, con l'aggravante di non accordare i loro principi
coi fenomeni. Un passo significativo a questo proposito è quello del primo libro della Me-
tafisica, in cui espone (considerandosi ancora un accademico e usando la prima persona plu-
rale "noi") l'interpretazione accademica di Anassagora. Anassagora, pur non avendolo
espresso chiaramente, avrebbe assunto due principi, l'uno (il nous), e l'"altro" (l'infinito).
Egli avrebbe dunque detto le stesse cose degli Accademici, ma col vantaggio di accordare
maggiormente coi fenomeni le sue teorie, Metaph. A 8, 989a 30-b 21 (59 A 61 DK)
Anaxagovr an d ei[ ti" uJpolav boi duvo levgein stoicei' a, mavlist a] n uJpolav boi kata; lovgon, o} n
ejkei'no" aujto; " me;n ouj dihvrqrwsen, hjkolouvqhse ment a]n ejx aj nav gkh" toi'" ejp avgousin
aujtov n ª...º ejk dh; touvtwn sumbaiv nei levgein aujtw'i ta; " ajrca; " tov te e} n (tou'to ga;r aJplou' n
kai; aj mige; ") kai; qavteron, oi|on tivqemen to; ajovriston pri;n oJrisqh'nai kai; metascei'n ei[dou"
tinov", w{ste levgei me; n ou[t ojrqw'" ou[te safw'", bouvletai mev ntoi ti paraplhvsion toi'" te
u{steron levgousi kai; toi'" [nu' n] fainomevnoi" ma'llon ãajkolouqei'Ã ). Platone aveva criticato
Anassagora per essere partito da principi giusti, ma per non averli poi in pratica applicati
138 Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8)

Qui di seguito, dunque, esaminerò i modelli dialettici ed esegetici più


generali sottesi al logos di Leucippo e li confronterò con le altre testimo-
nianze aristoteliche e quelle posteriori ad Aristotele sugli atomisti che
offrono prospettive esegetiche alternative.
Aristotele, dopo aver esposto il logos eleatico, propone in questi ter-
mini la risoluzione di Leucippo:
Leucippo, invece, credette di avere dei logoi che, procedendo in accordo con la
sensazione, non confutassero né la generazione né la corruzione e neppure la
molteplicità delle cose esistenti. Avendo da una parte concesso questo ai feno-
meni, dall'altra, a quelli che sostengono la tesi dell'uno, che non ci sarebbe movi-
mento senza il vuoto, dice che il vuoto è non essere e che nulla di ciò che è è non
essere. Infatti l'essere nel senso proprio è il tutto-pieno92, ma non è uno solo, ma

(Phaed. 97c). Aristotele riprende una interpretazione accademica, per dimostrare invece im-
plicitamente che gli Accademici hanno riprodotto lo stesso modo di affrontare i problemi
con lo svantaggio di non accordare le loro teorie coi fenomeni.
92 Seguo qui il testo tradizionale e la punteggiatura del passo di Joachim e Diels (oJmologhvsa"
de; tau'ta me;n toi'" fainomev noi", toi'" de; to; e} n kataskeuavzousin wJ" ouj k a] n kivnhsin ou\ san
a[neu kenou', tov te keno; n mh; o] n kai; tou' o[ nto" oujqe; n mh; o[ n fhsin ei\nai: to; ga;r kurivw" o] n
pamplh're" o[ n ajllæ ei\ nai to; toiou'ton oujc e{ n, ajllæ a[peira to; plh'qo" v. nota seguente) per-
fettamente giustificabile alla luce della terminologia e del carattere dialettico del logos. La
proposta di una nuova lettura da parte di Rashed 2001, 323-25 (cf. anche 2005, 39 e 139 n.
ad loc.), seguito da Hussey 2004, 263s. non tiene conto né del senso generale del brano, né
dello stile aristotelico. Le ricerche di Rashed sulla tradizione testuale del De generatione et cor-
ruptione, per quanto estremamente documentate e importanti per il testo in generale, non
aggiungono in realtà su questo punto nulla di sorprendentemente nuovo. L'esistenza di
queste varianti era già ben documentata nell'apparato critico di Joachim e non è in sé parti-
colarmente rilevante. La tradizione manoscritta da sola non giustifica la scelta dell'una o
dell'altra, tanto è vero che Rashed stesso si basa abbondantemente su presupposti e inter-
pretazioni personali (cf. 2001, 324). Il testo offerto da Rashed è il seguente oJmologhvsa" ª...º
toi'" de; to; e} n kataskeuav zousin wJ" ou[t a] n kivnhsin ou\s an a[ neu kenou', tov te keno;n mh; o]n
kai; tou' o[ nto" oujq e;n mh; o[n, fhsin ei\ nai to; kurivw" e} n pamplh're" o[n (2001, 324 pam-
plh're"): ajll ei\nai to[ toiou'ton oujk e{n ... Hussey dà un testo che si discosta in parte da
questo (oJmologhvs a" ª...º toi'" de; to; e}n kataskeuavzousin wJ" oujk a]n kivnhsin ou\s an a[neu
kenou', tov te keno; n mh; o] n kai; tou' o[nto" oujqe; n mh; o[ n, fhsin ei\ nai to; kurivw" o]n pamplh're"
o]n: ajll ei\nai to; toiou'ton oujk e{ n. Un ou[te, da lui citato al posto di oujk, nella sua spiega-
zione del testo, non compare invece all'interno di quest'ultimo). La versione di Rashed è
estremamente problematica per il senso e per lo stile. A differenza di quanto afferma
Rashed, che fa dipendere, senza ulteriori argomentazioni, tutte le proposizioni da wJ" a
oujqe;n mh; o[n da oJmolovghsa", la costruzione tov te keno;n mh; o]n kai; tou' o[ nto" oujqe; n mh; o[n è
sintatticamente perfetta (te ... kai; retto da fhsin ei\nai) e coerente, anche dal punto di vista
dello schema dialettico, con una presunta risposta di Leucippo agli Eleati. Il fatto che il
vuoto sia non essere (e come tale esista) e che l'essere sia il tutto pieno e molteplice è, se-
condo le regole della discussione dialettica, la nuova riformulazione del problema da parte
di Leucippo che dopo aver concordato con una premessa degli Eleati (che non c'è movi-
mento senza il vuoto), ridefinisce le altre premesse (la concezione di essere e di non essere)
facendo le necessarie distinzioni. In questo contesto oujk, riportato da E e M, è perfetta-
mente corretto e notevolmente superiore a ou[te accolto da Rashed. Al sintagma fhsin
ei\nai egli attribuisce poi una posizione inusitata in Aristotele. Il sintagma (con l'altra va-
riante ei\naiv fhsin) è infatti frequentissimo nelle opere aristoteliche (come del resto in tutti
Capitolo terzo 139

infiniti per numero e invisibili per la piccolezza delle loro masse. Questi si muo-
vono nel vuoto —infatti il vuoto c'è— e producono, combinandosi, la genera-
zione, separandosi, la disgregazione. Essi agiscono e subiscono nella misura in cui
vengono fortuitamente a contatto; in questo modo infatti non formano una unità.
E, componendosi e intrecciandosi, generano. Ma da ciò che è veramente uno non
può generarsi una molteplicità né da quelli che veramente sono molti l'uno, ma
ciò è impossibile. Ma come Empedocle e alcuni altri dicono che le affezioni si
producono attraverso i pori, così [anche Leucippo sostiene che] ogni alterazione
e ogni affezione si produce in questo modo, dal momento che la dissoluzione e la
disgregazione si producono attraverso il vuoto, e allo stesso modo anche l'accre-
scimento, a causa della penetrazione delle particelle solide [negli spazi vuoti]. An-
che Empedocle deve però quasi necessariamente sostenere le stesse tesi di Leu-
cippo. Infatti ci devono essere certi corpi solidi, e per giunta indivisibili, se non ci
sono dovunque pori che si susseguono l'un l'altro. Questo è tuttavia impossibile:
infatti oltre ai pori non ci sarebbe qualcosa di solido, ma tutto sarebbe vuoto.
Dunque è necessario che le particelle a contatto siano indivisibili e che gli inter-
stizi fra l'una e l'altra, che egli chiama pori, siano vuoti. Così parla anche Leucippo
riguardo all'agire e al subire93.

gli autori greci), ma compare sempre (e non solo in Aristotele) o immediatamente dopo il
soggetto (espresso, e non sottinteso come qui), ma con fhsin in posizione enclitica (co-
struzione peraltro molto rara, cf. Hist. anim. Z 5, 563a 6 kai; dia; tou'to kai; ÔHrovdwro" oJ
Bruvswno" tou' sofistou' pathvr fhsin ei\nai tou;" gu'p a" ajfæ eJtevr a" gh'"), o, molto più fre-
quentemente, dopo il soggetto di ei\nai (Phys. A 5, 188a 22 kai; Dhmovkrito" to; plh're" kai;
kenov n, w|n to; me; n wJ" o]n to; de; wJ" oujk o]n ei\naiv fhsin. Cf. anche A 2, 185a 33 Mevlisso" de;
to; o]n a[peiron ei\naiv fhsin. D 2, 209b 11 Plavtwn th;n u{lhn kai; th;n cwvran taujtov fhsin
ei\nai ej n tw'i Timaivwi. De gen. et corr. A 5, 320b 33Dio; kai; croia;n ou[ fhsin ei\nai. A 8, 325b
32 Plavtwni de; kata; th;n aJfh;n movnon: keno;n ga;r oujk ei\naiv fhsin. Cf. anche Metaph. A 3,
983b 21 e passim), o comunque dopo il nome del predicato (Metaph. A 8, 989a 21
Empedoklh'" tevttarav fhsin ei\nai swvmata th;n u{lhn. De gen. et corr. A 8, 326a 9 kaivtoi
baruvterov n ge kata; th; n uJperochv n fhsin ei\nai Dhmovkrito" e{kaston tw' n ajdiairevtwn). La
posizione del sintagma proposta da Rashed e Hussey è dunque contraria all'uso aristotelico.
Per quanto riguarda la scelta di e{n per o[n è importante sottolineare che la tesi eleatica qui
discussa non è la natura dell'uno, ma quella dell'essere, se esso è uno o molti, immobile o in
movimento (ejnivoi" ga;r tw'n ajrcaivwn e[doxe to; o]n ejx ajnavgkh" e}n ei\nai kai; ajkivnhton).
L'inquadramento del brano nell'ambito della distinzione di essere e uno come risposta alle
aporie eleatiche giustifica, anche al di là delle considerazioni stilistiche, la lettura
tradizionale.
93 Arist. De gen. et corr. A 8, 325a 23-b 11 (67 A 7 DK; 146 L.) Leuvkippo" dæ e[cein wjihvqh
lovgou", oi{tine" pro;" th;n ai[sqhsin oJmologouvmena levgonte" oujk aj nairhvs ousin ou[te gevne-
sin ou[te fqora; n ou[te kivnhsin kai; to; plh'qo" tw'n o[ ntwn. oJmologhvs a" de; tau'ta me; n toi'"
fainomevnoi", toi'" de; to; e} n kataskeuavzousin wJ" oujk a] n kivnhsin ou\s an a[ neu kenou', tov te
keno; n mh; o] n kai; tou' o[ nto" oujqe; n mh; o[ n fhsin ei\nai: to; ga;r kurivw" o]n pamplh're" o[n, ajllæ
ei\nai to; toiou'ton oujc e{ n, ajllæ a[p eira to; plh'qo" kai; ajovrata dia; smikrov thta tw' n o[ gkwn.
tau'ta dæ ejn tw'i kenw'i fevresqai (keno;n ga;r ei\nai), kai; sunistavmena me;n gev nesin poiei'n,
dialuovmena de; fqoravn. poiei'n de; kai; pavscein h|i tugcav nousin aJptovmena: tauvthi ga;r oujc
e}n ei\nai. kai; suntiqev mena de; kai; periplekovmena genna' n: ejk de; tou' katæ ajlhvqeian eJ no;"
oujk a] n genevsqai plh'qo" oujdæ ejk tw' n ajlhqw'" pollw'n e{ n, ajllæ ei\nai tou'tæ ajduv naton: ajllæ,
w{sper Empedoklh'" kai; tw'n a[llwn tinev" fasi pavscein dia; povrwn, ou{tw pa'san ajlloivwsin
kai; pa'n to; pavscein tou'ton givnesqai to;n trovpon, dia; tou' kenou' ginomevnh" th'" dialuvs ew"
kai; th'" fqora' ", oJmoivw" de; kai; th'" aujxhvs ew", uJp eisduomevnwn sterew' n scedo; n de; kai;
140 Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8)

L'esposizione aristotelica è caratterizzata da tre parti:


1. Una di tipo argomentativo che mira a inquadrare le teorie di Leu-
cippo nella discussione dialettica di tesi generali sulla definizione di essere,
sul movimento e sul numero dei principi secondo lo schema dei Topici.
2. Una di carattere descrittivo che espone più dettagliatamente la dot-
trina per confermare l'inquadramento fornito nella prima parte e correlarlo
col tema dell'agire e del patire trattato nel capitolo94. Le notizie di questa
seconda parte corrispondono pressoché esattamente a quelle dell'excursus
di Aristotele su Democrito presso Simplicio95 e concordano grosso modo
anche con le notizie sulla cosmogonia di Leucippo riportate da Diogene
Laerzio96 e Ippolito97 di derivazione teofrastea.
3. Una che, riprendendo e specificando il logos eleatico, cerca di dimo-
strare la sostanziale equivalenza fra le teorie di Empedocle e quelle di Leu-
cippo.

4. 1. La prima parte del logos di Leucippo (De gen. et corr. A 8, 325a 23-30)

La prima parte del logos, che, in sostanza, inquadra in uno schema dialet-
tico incentrato sulla formulazione di un'antitesi quanto esposto nella se-
conda parte, risente ovviamente di una più profonda rielaborazione. La
terza parte riprende un assunto del logos eleatico (equiparazione di un pre-
sunto corpuscolarismo empedocleo all'atomismo) e fornisce una inter-
pretazione di Empedocle pressoché inusitata per lo stesso Aristotele.
La formulazione dell'antitesi alle tesi eleatiche della prima parte dei lo-
goi di Leucippo è fortemente marcata dalla terminologia tecnica della di-
scussione dialettica. Così l'espressione "avere dei logoi" indica, nei Topici, il
possesso di argomentazioni generali da usare in una disputa dialettica98. I
logoi di Leucippo non "confutano" (oujk ajnairhvsousin) la generazione, la
corruzione, il movimento e la molteplicità: ajnairei'n è un termine tipico

Empedoklei' aj nagkai'on levgein w{ sper kai; Leuvkippov" fhsin. ei\nai ga;r a[tta stereav,
ajdiaivreta dev, eij mh; pav nthi povroi sunecei'" eijsin. tou'to dæ ajduv naton: oujqe;n ga;r e[stai
e{teron stereo;n para; tou;" povrou", ajlla; pa' n kenov n. ajnavgkh a[r a ta; me; n aJptovmena ei\nai
ajdiaivreta, ta; de; metaxu; aujtw'n kenav, ou}" ejkei'no" levgei povrou". ou{tw" de; kai; Leuvkippo"
levgei peri; tou' poiei' n kai; pavs cein.
94 Ad esempio ajll ei\nai to; toiou'ton (scil. to; o]n) oujc e}n, ajll a[p eira to; plh'qo" è una
espressione tipica degli schemi prearistotelici che oppongono monisti a pluralisti (cf. Xen.
Mem. 1,1,13, supra, n. 34). Cf. a questo proposito Mansfeld 1986, 32-41 [1990b 55-63].
95 Arist. Fr. 208 Rose (Simpl. In De cael. 279b 12, 295,5-20) (68 A 37 DK; 293 L.).
96 Diog. Laert. 9,30ss. (67 A 1 DK; 289, 382 L.).
97 Hippol. Ref. 1,12 (67 A 10 DK; 16, 23, 291, 318 L.) Per quanto riguarda invece la testimo-
nianza su Leucippo attribuita a Teofrasto, v. infra, 5. 1.
98 Top. Q 14, 164b 16 dei' de; kai; pepoihmevnou" e[cein lovgou" pro;" ta; toiau'ta tw'n pro-
blhmavtwn ejn oi|" ejl acivstwn eujporhvsante" pro;" plei'sta crhsivmou" e{xomen.
Capitolo terzo 141

per indicare la confutazione come kataskeuavzein per indicare la difesa di


una tesi99. Con gli Eleati che difendono la tesi (kataskeuavzonte") monista
Leucippo concorda (oJmologhvsa", un altro termine tecnico della discussione
dialettica100 ) che non c'è movimento senza il vuoto, ma, secondo le regole
dei Topici, "definisce" con più esattezza gli oggetti in discussione: l'essere
propriamente inteso101 è il "tutto pieno" che va distinto dal vuoto-non
essere, un essere improprio. Una volta introdotta la definizione precisa di
essere (corrispondente a quella dell'essere-uno eleatico), nulla si oppone
alla tesi della molteplicità degli enti come tante unità, che, per Leucippo,
però, sono infinite di numero102 .
Già dalla terminologia del passo risulta dunque che i logoi di Leucippo
non sono una riproduzione fedele, ma un rimaneggiamento dell'originale
in base ad uno schema dialettico-tipo di soluzione delle aporie eleatiche.
La stessa impressione si ricava dall'analisi dei presupposti della concessione e
della risposta agli Eleati103 . Infatti nella formulazione degli argomenti viene
implicitamente presupposto:
1. Che Leucippo si sia posto un "problema del movimento" cercan-
done nel vuoto la causa o, per lo meno, la condizione necessaria.
2. Che abbia definito l'essere come una molteplicità di unità simili al-
l'essere-uno eleatico e attribuito al non essere un grado inferiore di esi-
stenza (un essere non propriamente inteso, dunque un "altro dall'essere").

4. 1. 1. Vuoto e movimento

Come si è visto, Aristotele, nei Topici, porta come esempio di "tesi" e "an-
titesi" in una disputa dialettica le trattazioni del movimento: da una parte
la negazione assoluta dello stesso (Melisso), dall'altra la tesi del movimento
continuo (Eraclito). Nel primo brano del De generatione et corruptione gli
Eleati rispondono ai sostenitori del movimento, così come Melisso nel

99 I due termini compaiono appaiati in Top. B 3, 110b 9, 11; 7, 112b 29; 8, 113b 16; G 6, 119a
34 e passim.
100 Top. G 6, 120a 4; Z 13, 150b 31; H 3, 153b 29; Q 7, 160a 20.
101 Sulla necessità di "definire" i significati delle espressioni di una tesi per eliminarne le ambi-
guità e renderne più facile la confutazione, cf. Top. Q 3, 158b 8 tw'n de; o{rwn dusepi-
ceirhtovtatoi pavntwn eijsi;n o{soi kevcrhntai toiouvtoi" ojnovmasin a} prw'ton me;n a[dhlav ej stin
ei[te aJplw'" ei[te pollacw'" lev getai, pro;" de; touv toi" mhde; gnwvrima povteron kurivw" h] kata;
metafora;n uJpo; tou' oJrisamev nou levgetai…
102 Nel logos eleatico di Porfirio l'assunzione di grandezze atomiche infinite viene però rigettata
in quanto assurda, v. supra, n. 64.
103 Cf. anche Gomperz I, 1922, 279; Lewis 1990, 241-245.
142 Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8)

quarto libro della Fisica104 , nei logoi di Leucippo è invece quest'ultimo a


sostenere l'antitesi. La sua presenza in uno schema dialettico non implica
dunque necessariamente una sua reale presa di posizione nei termini de-
scritti da Aristotele. Da altre testimonianze aristoteliche e di derivazione
teofrastea sugli atomisti, infatti, non risulta che essi si siano posti il pro-
blema di giustificare il movimento o di cercarne una causa rispondendo ad
eventuali oppositori. Il movimento degli atomi ha un valore di postulato, è
qualcosa che esiste da sempre ed è connaturato all'atomo stesso. Non c'è
dunque bisogno di cercarne una causa esterna105 . Aristotele stesso, nella
Metafisica, critica Leucippo, insieme a Platone, proprio perché avrebbe
posto un movimento eterno senza cercarne la causa106 e nei brani più pret-
tamente espositivi non fa alcun cenno alla ricerca di cause del movimento
esterne agli atomi, ma riferisce semplicemente che essi lottano e si muo-
vono nel vuoto perché sono diversi di forma e di grandezza107 . Teofrasto,
da parte sua, pur riprendendo lo schema dialettico aristotelico, tratta co-
munque le dottrine di Leucippo come affermazioni dogmatiche diame-
tralmente opposte a quelle degli Eleati: questi ultimi hanno posto un tutto
uno immobile e ingenerato, Leucippo elementi infiniti e sempre in movi-
mento108 . Il carattere assiomatico del movimento eterno connaturato agli
atomi è confermato anche da altri resoconti risalenti alla tradizione teofra-
stea dove gli atomi sono descritti come a[peira kai; ajei; kinouvmena109 e
soprattutto dal fatto che anche le loro proprietà (figura, modo di "voltarsi"
e di intrecciarsi reciprocamente) non sono concepibili a prescindere dal
movimento110 . Per questa natura stessa di particelle dinamiche gli atomi
non sono comunque comparabili all'essere eleatico immobile.

104 Phys. D 6, 213b 4-14 levgousi d e}n me;n o{ti kivnhsi" hJ kata; tovpon oujk a]n ei[h (au{th d ejsti;
fora; kai; au[xhsi"): ouj ga;r a] n dokei'n ei\nai kivnhsin, eij mh; ei[h kenov n: to; ga;r plh're"
ajduv naton ei\nai devxasqaiv ti. eij de; devxetai kai; e[stai duvo ej n taujtw'i , ejndevcoit a] n kai;
oJposaou'n ei\ nai a{ma swvmata ª...º Mevlisso" me; n ou\n kai; deivknusin o{ti to; pa'n ajkiv nhton ejk
touvtwn: eij ga;r kinhvs etai, aj nav gkh ei\naiv fhsi kenov n, to; de; keno;n ouj tw'n o[ntwn. Aristotele
riproduce lo schema platonico di Theaet. 180d-e dove vengono contrapposti i sostenitori
dell'eterno movimento a Parmenide e Melisso, v. supra, n. 42.
105 Cf. già Gomperz I, 1922, 281-283. Cf. anche Morel 1996, 65 e Perilli 1996, 94-97.
106 Metaph. L 6, 1071b 31 (67 A 18 DK; 17 L.) dio; e[nioi poiou'sin ajei; ejnevrgeian, oi|on
Leuvkippo" kai; Plavtwn: ajei; ga;r ei\naiv fasi kivnhsin. ajlla; dia; tiv kai; tivna ouj lev gousin.
107 Arist. Fr. 208 Rose (Simpl. In De cael. 279b 12, 295,9-11) (68 A 37 DK; 293 L.) stasiavzein
de; kai; fevresqai ej n tw'i kenw'i diav te th; n anomoiovthta kai; ta;" a[lla" eijrhmevna" diaforav ".
108 Theophr. Fr. 229 FHS&G (Simpl. In Phys. 184b 15, 28,7) (67 A 8 DK; 147 L.) ejkeivnwn ga;r
e}n kai; ajkiv nhton kai; aj gev nhton kai; peperasmev non poiouv ntwn to; pa' n, ª...º ou|to" a[p eira
kai; aj ei; kinouvmena uJpevqeto stoicei'a ta; " ajtovmou". Su questo brano, v. infra, 5. 1 n. 164.
109 Hippol. Ref. 1,12 (67 A 10 DK; 151 L.) Leuvkippo" de; Zhvnwno" eJtai'r o" ouj th;n aujth;n
dovxan diethvrhsen, ajllav fhsin a[peira kai; ajei; kinouvmena kai; gev nesin kai; metabolh; n su-
necw' " ou\ san.
110 V. infra, 4. 2. 2 e cap. VII.
Capitolo terzo 143

4. 1. 2. Vuoto e non essere

Secondo Aristotele, Leucippo avrebbe "concesso" agli Eleati che non


esiste il movimento senza il vuoto, ma affermato che il vuoto è non essere
distinguendo un significato proprio, "forte", di essere (il tutto pieno), da
uno più "debole" (il vuoto). In questa argomentazione il vuoto si confi-
gura dunque come un tiv, un qualcosa "altro dall'essere" proprio, che esi-
ste, ma non alla stessa stregua ed è necessario per poter spiegare il movi-
mento e la molteplicità. Lo schema soggiacente alla prima parte del logos di
Leucippo è dunque quello della soluzione dell'aporia eleatica attraverso
l'ammissione dell'esistenza del non essere come un "altro dall'essere" che
esiste, ma in un grado inferiore, e che Aristotele stesso attribuisce agli
Accademici111 . In questo modello, applicato al mondo fisico, luogo e vuoto
equiparati corrispondono alla Chora platonica e all'ipostasi fisica della
diade indefinita112 . Aristotele lo impiega anche per l'interpretazione di un
autore al di sopra di ogni sospetto di "filosofia" come Esiodo proprio
seguendo un modello esegetico accademico113 . Nella discussione delle
dottrine che ammettono l'esistenza del luogo come "un qualcosa" di indi-
pendente e "altro" dal corpo, egli spiega, infatti, sulla falsariga della Chora
platonica, il Chaos esiodeo come spazio preesistente e indistruttibile, con-
dizione necessaria delle cose esistenti114 .

111 Cf. Metaph. N 2, 1088b 35-1089a 6, supra, n. 83. La distizione fra un essere a pieno titolo
(o[ntw" o[n) e un essere di grado inferiore è comunque di ascendenza platonica (cf. e.g. la de-
scrizione della Chora in Ti. 52a-d). Cf. anche Owen 1960, 183s.
112 Phys. D 2, 209b 6-12 e supra, n. 59.
113 Sull'interpretazione del Chaos esiodeo in Aristotele e negli autori tardi, cf. Gemelli Marciano
1991b.
114 Arist. Phys. D 1, 208b 25-209a 1 e[ti oiJ to; keno;n favskonte" ei\nai tovpon levgousin: to; ga;r
keno; n tovpo" a] n ei[h ejs terhmevno" swvmato". o{ti me; n ou\ n e[sti ti oJ tovpo" para; ta; swvmata
kai; pa' n sw'ma aijsqhto; n ej n tovpwi, dia; tou'twn a] n ti" uJpolav boi: dovxeie dæ a]n kai; ÔHsivodo"
ojrqw'" levgein poihvsa" prw'ton to; cavo". levgei gou' n Æpavntwn me; n prwvtista cavo" gev netæ,
aujta;r e[p eita gai'æ eujruvsterno",Æ wJ" devo n prw'ton uJpavrxai cwvran toi'" ou\si, dia; to; no-
mivzein, w{sper oiJ polloiv, pavnta ei\naiv pou kai; ej n tovpwi. eij dæ ejsti; toiou' to, qaumasthv ti"
a]n ei[h hJ tou' tovpou duv nami" kai; protevr a pav ntwn: ou| ga;r a[ neu tw' n a[llwn oujde; n e[ stin,
ejkei'no dæ a[ neu tw'n a[llwn, ajnavgkh prw'ton ei\nai: ouj ga;r ajpovllutai oJ tovpo" tw'n ej n auj tw'i
fqeiromevnwn. Il linguaggio ispirato alla descrizione della Chora del Timeo (52b) è palese. Cf.
anche Simpl. In Phys. 209a 18, 533,35 mavlista de; teivnei pro;" to; mh; ei\nai ajrch;n aujtovn,
o{per ejdovkoun lev gein oiJ to; ÔHsiovdou cavo" kai; to; keno;n Dhmokrivtou profevronte" kai; th; n
fusikh;n tw' n swmavtwn kivnhsin wJ" ajp aijtiva" tou' tovpou ginomevnhn. L'autore del trattatello
pseudo-aristotelico De Melisso, Xenophane et Gorgia pone sia il vuoto che il Chaos esiodeo
come antitesi alle tesi di Melisso (non c'è il movimento perché non c'è il vuoto), interpre-
tandoli, sulla scia di Aristotele, come "un qualcosa", un non-corpo e uno spazio (MXG
976b 12-18 ajkivnhton d ei\naiv fhsin, eij keno;n mh; e[stin: a{panta ga;r kinei'sqai tw'i
ajllavttein tovpon. prw'ton me; n ou\ n tou'to polloi'" ouj sundokei', ajll ei\naiv ti kenovn, ouj
mevntoi tou'tov gev ti sw'ma ei\ nai, ajll oi|on kai; oJ ÔHsivodo" ejn th'i genevsei prw'ton to; Cavo "
144 Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8)

La presunta "risposta" di Leucippo agli Eleati che assegna al vuoto-non


essere una certa esistenza, ma di grado diverso rispetto all'essere vero e
proprio e ne fa una condizione necessaria del movimento si iscrive dun-
que in questi schemi di soluzione delle presunte aporie eleatiche che in-
troducevano un "non essere" come altro dall'essere per spiegare la molte-
plicità e il movimento e che Aristotele stesso attribuiva agli Accademici.

4. 1. 3. Atomi e uno

Anche la dottrina degli atomi come tante unità aventi tutte le caratteristi-
che dell'essere eleatico che segue subito dopo, rientra in uno schema pree-
sistente di definizione dell'essere e dell'uno:
dell'essere niente è non essere perché l'essere propriamente detto è il tutto-pieno,
ma questo non è uno, ma infiniti per numero.
In termini dialettici si tratta infatti di una "ridefinizione" delle premesse
che porta ad una riformulazione della tesi eleatica. L'essere-uno eleatico è
solo quello propriamente detto, il pieno, e non è uno solo, ma una molte-
plicità. Il presupposto non espresso consiste nel fatto che questa moltepli-
cità è resa possibile dall'esistenza di un "altro dall'essere" (il vuoto). Ma c'è
di più. I singoli atomi possono essere paragonati all'essere-uno eleatico
solo eliminandone, come Aristotele fa ripetutamente e insistentemente, la
caratteristica naturale, il movimento, e facendone delle unità astratte. Egli
li interpreta infatti sullo sfondo della problematica più generale della defi-
nizione di essere e uno, uno dei punti-chiave delle discussioni accademi-
che che egli stesso riesamina più volte criticamente. Nella Metafisica Ari-
stotele distingue due impostazioni del problema: quella di Platone e dei
Pitagorici, che avrebbero posto l'uno e l'essere come sostanze in se stesse
distinte una dall'altra, e quella dei fisici che avrebbero considerato con-
giuntamente come essere e uno uno o più sostrati materiali senza fare al-
cuna distinzione fra i due concetti. Fra questi ultimi, dice Aristotele, co-
loro che hanno posto una pluralità di elementi devono necessariamente
sostenere che l'essere e l'uno sono tutti quegli elementi che essi hanno
posto come principi115 . Il presupposto della definizione degli atomi di

fhsi; genev sqai, wJ" devon cwvr an prw'ton uJp avrcein toi'" ou\si toiou'ton dev ti kai; to; kenovn,
oi|on ajggei'ov n ti ajna; mevson ei\ nai zhtou'men).
115 Metaph. B 4, 1001a 9-19 Plavtwn me;n ga;r kai; oiJ Puqagovreioi oujc e{terovn ti to; o]n oujd e; to;
e}n ajlla; tou'to aujtw'n th; n fuvsin ei\nai, wJ" ou[sh" th' " oujsiva" auj tou' tou' eJ ni; ei\nai kai; o[nti:
oiJ de; peri; fuvsew", oi|on Empedoklh'" wJ" eij" gnwrimwvteron aj nav gwn levgei o{ ti to; e{n ejstin:
dovxeie ga;r a]n levgein ti toiou'to th;n filivan ei\nai (aijtiva gou' n ejs ti;n au{th tou' e}n ei\nai
pa'sin), e{teroi de; pu'r, oiJ d ajevr a fasi;n ei\nai to; e}n tou'to kai; to; o[n, ejx ou| ta; o[ nta ei\naiv te
kai; gegonev nai. w{" d au[tw" kai; oiJ pleivw ta; stoicei'a tiqevmenoi: aj navgkh ga;r kai; touvtoi"
tosau'ta levgein to; e} n kai; to; o] n o{s a" per ajrca; " ei\ naiv fasin.
Capitolo terzo 145

Leucippo, in De generatione et corruptione A 8, sta dunque nella problematica


della definizione di essere e uno non leucippea, ma aristotelica e accade-
mica.
La definizione di essere e uno come concetti universali e distinti
costituisce uno dei motivi portanti della soluzione delle aporie eleatiche
che i commentatori attribuiscono a Senocrate. E' la distinzione logica fra
parte (uno indivisibile) e tutto (essere divisibile) a fondare la dottrina degli
indivisibili senocratei. Senocrate risponde agli Eleati che l'essere, in quanto
tutto, è divisibile e dunque non è uno, ma molteplice. L'uno, nelle gran-
dezze, è la parte indivisibile116 . In queste pur sintetiche notazioni, sono
individuabili i punti fondamentali delle tesi di Senocrate: definizione degli
universali, essere e uno, rispettivamente come tutto (risultante dalla com-
presenza dei principi, uno e diade indefinita) e come parte (governata dal
primo principio, l'uno) e loro applicazione all'ambito delle grandezze.

4. 2. Altre prospettive sul vuoto atomistico

Esaminati i pre-supposti teorici dei logoi di Leucippo, è opportuno ora


verificare, comunque, in che misura la formulazione aristotelica corri-
sponda ad una dottrina originale. Si potrebbe infatti obiettare che, al di là
dei presupposti aristotelici, nulla impedisce che anche Leucippo si sia
espresso in questi termini. Il discorso sul contesto culturale delle dottrine
atomistiche, che naturalmente ha una grande rilevanza anche per l'inter-
pretazione delle radici dell'atomismo, verrà affrontato più diffusamente
nel capitolo conclusivo. Qui di seguito verranno invece esaminate altre
testimonianze che permettono di riconsiderare i punti già trattati da una
diversa angolazione. L'analisi della seconda parte dei logoi di Leucippo,
quella più propriamente descrittiva, chiuderà il cerchio permettendo di
stabilire da quali punti della dottrina originale Aristotele è partito per la
sua rielaborazione. Infine verranno prese in esame e interpretate alla luce
della tradizione aristotelico-teofrastea le testimonianze tarde che istitui-
scono una relazione fra gli atomisti e gli Eleati.

116 Alex. ap. Simpl. In Phys. 187a 1, 138,10 (Xenocr. Fr. 138 IP). Cf. testo, supra, n. 65. Porph.
135 F Smith (Simpl. In Phys. 187a 1, 140,6) (Xenocr. Fr. 139 IP) oiJ de; peri; to;n Xenokravthn
th;n me; n prwvthn ajkolouqivan uJpei' nai sunecwvroun, toutevstin o{ti eij e{n ejsti to; o]n kai;
ajdiaivreton e[stai, ouj me; n ajdiaivreton ei\nai to; o]n. dio; pavlin mhde; e}n mov non uJp avrcein to;
o[n, ajlla; pleivw. La formulazione della soluzione riecheggia da vicino quella attribuita da
Aristotele a Leucippo nel brano in questione.
146 Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8)

4. 2. 1. Vuoto e non essere: mh; ma'llon to; de;n h] to; mhdevn


(68 B 156 DK; 7, 78 L.)

Gli interpreti moderni hanno visto una conferma dello schema aristotelico
di soluzione delle aporie eleatiche attraverso l'introduzione del non essere
da parte di Leucippo in una famosa massima: mh; ma'l lon to; de;n h] to;
mhdevn che compare decontestualizzata, parafrasata o solo accennata nelle
testimonianze. In questa forma è riportata solo da Plutarco e attribuita
specificamente a Democrito e non a Leucippo117 , ma essa viene riecheg-
giata soprattutto da Aristotele e Teofrasto e nella tradizione successiva che
a loro si richiama. I termini isolati devn e mhdevn compaiono come denomi-
nazione degli atomi e del vuoto nel frammento dell'opera su Democrito di
Aristotele118 . Quest'ultimo fornisce tuttavia, nel resoconto su Leucippo e
Democrito del primo libro della Metafisica, una parafrasi del contesto in cui
presumibilmente la massima compariva. Qui, però, come anche altrove
nella Metafisica119 e nella Fisica120 , egli considera gli Abderiti da un'altra ottica
e cioè come dualisti che avrebbero posto principi contrari, e assegna con-
seguentemente agli atomi e al vuoto lo stesso grado di esistenza come
sostrato materiale
Leucippo e il suo discepolo Democrito dicono che sono elementi il pieno e il
vuoto, chiamando l'uno essere, l'altro non essere; di questi il pieno e solido è l'es-
sere, il vuoto e rado il non essere (perciò dicono anche che l'essere non è più del

117 Plut. Adv. Colot. 1109 A (68 B 156 DK; 7, 78 L.) oi|" oujdæ o[nar ejntucw;n oJ Kwlwvth" ejsfavlh
peri; levxin tou' ajndrov", ejn h|/ diorivzetai mh; ma'llon tov Æde;nÆ h] tov Æmhde; nÆ ei\nai, Æde; nÆ me; n
ojnomavzwn to; sw' ma Æmhde;nÆ de; to; kenov n, wJ " kai; touvtou fuvsin tina; kai; uJpovstasin ijdivan
e[conto". Le altre occorrenze del termine devn, se si eccettua un passo del Filopono (v. nota
seguente), sono dovute a congetture, in alcuni casi giustificate, in altri no. Nel testo di Ga-
leno De elem. sec. Hipp. 2,16 (60,17-19 De Lacy = I,418 K.) (68 A 49 DK; 90, 185, 197 L.)
kata; de; th; n ajlhvqeian e} n kai; mhdev n ejsti ta; pavnta. kai; ga;r au\ kai; tou'tæ ei[rhken auj tov", e} n
me;n ta; " ajtovmou" ojnomavzwn, mhdev n de; to; kenovn, i Mss. riportano concordemente e{n, che
Mullach, seguito poi da Diels, ha corretto in devn. Dato che Galeno concepisce sempre gli
atomi come unità che hanno tutte la stessa sostanza, ha sicuramente "normalizzato" lo
strano termine democriteo. La lezione dei manoscritti va quindi mantenuta (cf. De Lacy
1996, 167 ad loc.).
118 Arist. Fr. 208 Rose (Simpl. In De cael. 279b 12, 295,3) (68 A 37 DK; 172, 197 L.) prosago-
reuvei de; to;n me;n tovpon toi'sde toi'" ojnovmasi tw'i te kenw'i kai; tw'i ouj deniv ª...º, tw'n de;
oujsiw'n eJ kavs thn tw'i te dev n. Lo Heiberg ha emendato la lezione corrotta (tw'ite de; A) o al-
trimenti lacunosa (tw'i te seq. lac. 7 litt. D: lac. 8 litt. E) di questo passo in Simplicio,
rifacendosi ad un brano del Filopono che sicuramente lo riecheggia, In Phys. 188a 19,
110,10 (188, 197, 328 L.) to; de; plh're" kai; to; keno;n ejnantiva, a{tina o]n kai; oujk o]n ejkavl ei,
kai; de;n kai; oujdev n, de;n me;n to; plh're" to; de; keno; n oujdev n. Anche qui tuttavia compaiono
nei codici le lezioni de;n (K) e e}n (LMt).
119 Metaph. G 5, 1009a 22 (8, 143 L.).
120 Phys. A 5, 188a 19 (68 A 45 DK; 238 L.).
Capitolo terzo 147

non essere, perché neppure il vuoto è più del corpo), questi sono causa delle cose
esistenti come materia121 .
Questo testo ha sempre costituito un problema perché presenta una ver-
sione inusuale dell'atomismo. Accanto a pieno e vuoto, compaiono infatti
rispettivamente come essere e non essere, anche il solido, il corpo in gene-
rale, e il rado. Queste "devianze", sono state imputate per lo più alla tradi-
zione manoscritta, ma, molto più verosimilmente, derivano da una diffi-
coltà oggettiva di Aristotele di adattare a categorie fisse e ben delimitate
delle formulazioni probabilmente vaghe e di più ampio respiro del testo
originale. Due sono le principali difficoltà testuali del brano:
1. Il fatto che vengano indicati come essere e non essere prima il
pieno e il vuoto, poi, immediatamente dopo, il pieno e solido e il vuoto e
rado. In seguito a questa anomalia, che distingue questa dalle altre testi-
monianze su Democrito di tradizione aristotelica e teofrastea, dove solo il
pieno e il vuoto vengono definiti essere e non essere, la maggior parte
degli editori ha espunto te kai; manovn.
2. Il fatto che l'affermazione che l'essere non è più del non essere sia
giustificata da un apparente paradosso: perché neppure il vuoto è più del
corpo. Qui l'esistenza del pieno sarebbe misurata anche su quella del
vuoto e non solo viceversa. Anche in questo caso, già nell'antichità, il testo
è stato reinterpretato e normalizzato. Simplicio, che si richiama a Teofra-
sto, riferisce nel suo resoconto la frase con l'integrazione e[latton122 , Ales-
sandro, invece, nel suo commento al passo, aveva operato tacitamente una
metatesi dei casi123 . Gli editori moderni hanno adottato ora l'una, ora l'altra

121 Arist. Metaph. A 4, 985b 4 (67 A 6 DK; 173 L.) Leuvkippo" de; kai; oJ eJtai'ro" aujtou'
Dhmovkrito" stoicei'a me; n to; plh're" kai; to; keno; n ei\naiv fasi, levgonte" to; me;n o]n to; de; mh;
o[n, touvtwn de; to; me; n plh're" kai; stereov n, to; o[n, to; de; kenovn te kai; manovn, to; mh; o[n (dio;
kai; oujqe;n ma'llon to; o]n tou' mh; o[nto" ei\ naiv fasin, o{ti oujde; to; keno; n tou' swvmato"), ai[tia
de; tw'n o[ntwn tau'ta wJ " u{lhn.
122 Theophr. Fr. 229 FHS&G (Simpl. In Phys. 184b 15, 28,11) (67 A 8 DK; 147 L.) e[ti de;
oujde;n ma'llon to; o] n h] to; mh; o] n uJpavrcein, kai; ai[tia oJmoivw" ei\nai toi'" ginomev noi" a[mfw.
th;n ga;r tw'n ajtovmwn oujsiv an nasth;n kai; plhvrh uJpotiqevmeno" o]n e[legen ei\nai kai; ejn tw'i
kenw'i fevresqai, o{per mh; o]n ejkavlei kai; oujk e[latton tou' o[nto" ei\naiv fhsi. A questa rein-
terpretazione risale l'integrazione più in voga presso gli editori moderni del testo aristote-
lico oujde; to; keno;n ãe[l attonà tou' swmato" (cf. Zeller-Nestle 1920, I, 2, 2, 1056 n. 2; Diels
ad loc.; Taylor 1999, 72). Sulla paternità teofrastea (e non simpliciana, pace Schofield 2002)
del passo, v. infra, n. 168.
123 Alex. In Metaph. 985a 21, 35,24 (214 L.) eJxh'" de; th;n Leukivppou te kai; Dhmokrivtou peri;
stoiceivwn dovxan iJstorei', kai; safw' " ejktivqetai thvn te dovxan aujtw'n kai; th;n pro;" tou; "
a[llou" diaforav n te kai; koinwnivan th; n kata; th; n dovxan. plh're" de; e[legon to; sw'ma to; tw'n
ajtovmwn dia; nastovthtav te kai; ajmixivan tou' kenou' . ojnomavzonte" de; to; me;n plh're" o]n to; de;
keno; n mh; o[n, ejp ei; oJmoivw" aujtoi'" h\n ej n uJp avrxei tov te plh're" kai; to; kenov n, oujde; n ma'llon
e[legon ei\nai to; plh're" tou' kenou'. Fra i moderni hanno proposto questa soluzione Ross
1924, ad loc.; Lur'e 1970, ad loc.; Mansfeld II, 1986, 286; Curd 2004, 181 n. 4, 189. Ascle-
pio pur accogliendo quest'ultima interpretazione, la vede come l'affermazione di una ugua-
148 Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8)

soluzione per restituire lo stesso significato ad ambedue le frasi col risul-


tato di produrre una tautologia. Lo Pseudo-Filopono, tradotto dal Pa-
trizi124 , metteva invece in rilievo la paradossalità della seconda frase
interpretandola come una osservazione ironica di Aristotele nei confronti
degli atomisti125 .
In realtà questo apparente paradosso non ha bisogno di correzioni o
aggiustamenti in quanto è perfettamente comprensibile alla luce dell'uso
leucippeo e democriteo del mh; ma'llon. La massima compare infatti più
volte nella tradizione sugli atomisti come enunciazione di una assoluta
equivalenza126 . Piuttosto i punti oscuri del brano rispecchiano la difficoltà
di Aristotele di adattare al suo schema sui principi un testo originale che
probabilmente si riferiva non solo agli atomi e al vuoto, ma anche, più in
generale, ai corpi solidi e a quelli radi. Se si prescinde per un momento
dagli atomi e dal vuoto e si osserva la struttura del parallelismo aristotelico
touvtwn de; to; me;n plh're" kai; stereovn, to; o[n, to; de; kenovn te kai; manovn,
to; mh; o[n, risulta subito evidente che te kai; manovn non può essere espunto
senza comprometterne irrimediabilmente la simmetria127 . D'altra parte
anche plh're" e stereovn non sono del tutto equivalenti, come invece so-
stiene Jäger128 , in quanto l'uno denota la pienezza, l'altro la solidità che non
compete solo all'atomo, ma, in misura diversa, anche ai corpi visibili e

glianza quantitativa fra atomi e vuoto, cf. Ascl. In Metaph. 985b 4, 33,9 (177 L.) kai; e[legon
o{ti oujk e[stin ejpi; plevon to; o]n tou' mh; o[nto", ejp eidh; ou[te to; sw'ma, toutevstin aiJ a[tomoi,
pleivone" uJp avrcousi tou' kenou': pantacou' ga;r kai; keno;n kai; a[tomoi uJp av rcousin). Egli si
basa evidentemente su Metaph. G 5, 1009a 22. Sulla stessa lunghezza d'onda la correzione
del testo aristotelico (to; sw'ma tou' kenou') di Casaubon.
124 Un testo composto tra il XII e il XIV sec. Cf. l'introduzione di Ch. Lohr alla ristampa
dell'edizione del Patrizi del 1583, XII.
125 Cf. Ps.-Philop., In Metaph. vers. lat. Patritii, f. 3 Iam dicit et de Leucippo et Democrito qui dicebant,
plenum vel ens; et vacuum vel non ens, elementa. Ideo non plus tribuerunt enti, quam non enti. Quando
etiam ambo, elementa dixerunt. Quod vero neque vacuum corporis? irrisio est philosophi in illos.
126 Secondo Simplicio/ Teofrasto, Leucippo e Democrito avrebbero giustificato l'infinita
varietà delle forme atomiche col fatto che una cosa non è più di tal forma che di talaltra,
Theophr. 229 FHS&G (Simpl. In Phys. 184b 15, 28,9-10; 28,25-26) (67 A 8 DK; 2, 147 L.)
kai; tw' n ej n tai'" ajtov moi" schmavtwn a[peiron to; plh'qov" fasi dia; to; mhde;n ma'llon toiou'ton
h] toiou'ton ei\nai. Per l'uso della massima in vari contesti, cf. in particolare De Lacy 1964,
Graeser 1970, che però si attiene all'esegesi tradizionale del passo della Metafisica con rela-
tive correzioni del testo, e Burkert 1997, 30s. che interpreta la frase come espressione posi-
tiva di equivalenza e argomenta a favore del mantenimento del testo tràdito.
127 Cf. anche Sedley 1982, 191s.; Waschkies 1997, 162. Ambedue sottolineano la vaghezza
della concezione di "vuoto" esteso anche al rado. Essi non mettono però in discussione la
valenza dell'interpretazione aristotelica perché tralasciano l'altro problema testuale e il fatto
che plh're" e stereovn indicano sia gli atomi che i corpi composti.
128 1957 app. ad loc.; 1917, 484. Jaeger non offre peraltro alcun argomento a sostegno della
sua tesi.
Capitolo terzo 149

tangibili129 . I due concetti sono speculari a vuoto e rado nella seconda


parte. Vuoto e rado compaiono appaiati come concetti simili anche in un
testo ippocratico contemporaneo a Democrito. Descrivendo le parti po-
rose del corpo quali il polmone o le mammelle, l'autore del trattato De
vetere medicina afferma che esse sono le più adatte ad assorbire liquido in
quanto non sono in grado di evacuarlo ogni giorno come le parti cave
ma quando una di queste parti assorba e riceva in sé il liquido, si riempiono le
parti vuote e rade anche quelle piccole in ogni parte e, invece che molle e rada, la
parte diventa dura e compatta e non opera né cottura né evacuazione130 .
Si tratta qui ovviamente di un contesto fisiologico, che tuttavia dimostra
come vuoto e rado potessero essere posti sullo stesso piano. Del resto
anche l'opinione comune identificava, secondo Aristotele, l'essere col
corpo tangibile, il non essere sia col vuoto che con l'aria (il rado), ambedue
invisibili e impercettibili131 . Sembra dunque che la massima parafrasata da
Aristotele definisca come essere e non essere non solo atomi e vuoto, ma
anche corpi solidi e radi. Plutarco stesso, citando la massima, identifica
mhdevn col vuoto, ma devn col corpo (sw'ma). Se è vero che egli usa il ter-
mine "corpi" al plurale anche per gli atomi seguendo l'uso epicureo132 , qui
si riferisce evidentemente non all'"atomo" singolo, ma al concetto più
generale di "corpo". Solo Galeno, che sostituisce in base ad una sua inter-
pretazione e{n a devn e comunque utilizza un resoconto di seconda mano,
identifica ovviamente l'unità con l'atomo.
Melisso, equiparando espressamente il vuoto al mhdevn, lo distingue
implicitamente dal rado: ambedue non esistono, come non esiste il denso,
ma definisce solo il vuoto un non essere, non anche il rado133 . Anche se la

129 L'immagine che si forma dalla compressione dell'aria all'atto della vista è "solida", Theophr.
De sens. 50 (68 A 135 DK; 478 L.). Per la durezza dei corpi composti, cf. Ibid. 62 (68 A 135
DK; 369 L.) sklhro;n me;n ga;r ei\nai to; puknovn, malako;n de; to; manovn ª...º sklhrovteron
me;n ei\nai sivdhron. Compattezza e durezza sono caratteristiche dei corpi anche nella testi-
monianza di Sen. Nat. quaest. 4,9,1 His, inquit (scil. Democritus), corporibus quae duriora et pres-
siora sunt necesse est minora foramina esse.
130 [Hippocr.] VM 22,6 (151,2 Jouanna = I,630 Littré) ajll o{tan pivhi kai; devxhtai aujto;" ej"
eJwuto; n to; uJ grovn, ta; kena; kai; ajraia; ejplhrwvqh kai; ta; smikra; pavnth, kai; ajnti; malqakou'
te kai; ajr aiou' sklhrov" te kai; pukno;" ej gev neto, kai; ou[t ejkpev ssei ou[t ajf ivhsi.
131 Phys. D 6, 213a 27-31 (67 A 19 DK; 255 L.) oiJ d a[nqrwpoi bouvlontai keno;n ei\nai
diavsthma ej n w|i mhdevn ejsti sw'ma aijsqhtovn: oijovmenoi de; to; o]n a{pan ei\nai sw'ma fasivn, ej n
w|i o{lw" mhdevn ejsti, tou't ei\nai kenov n, dio; to; plh're" ajevro" keno;n ei\nai. I Pitagorici iden-
tificavano del resto il vuoto con il pneuma Phys. D 6, 213b 22-24. Cf. anche De gen. et corr. A
3, 318b 19 dokei' de; ma'llon toi'" polloi'" tw'i aijsqhtw'i kai; mh; aijsqhtw'i diafevrein: ª...º to;
ga;r o] n kai; to; mh; o]n tw'i aijsqavnesqai kai; tw'i mh; aijsqav nesqai diorivzousin.
132 Cf. Plut. Quaest. conv. 653 F; cf. anche. De fort. Rom. 317 A.
133 30 B 7 DK, 7-8 oujde; keneovn ejs tin oujd evn: to; ga;r keneo;n oujd evn ejstin: oujk a]n ou\n ei[h tov
ge mhdev n ª...º pukno;n de; kai; ajr aio;n oujk a] n ei[h: to; ga;r ajr aio;n oujk aj nusto;n plevwn ei\nai
oJmoivw" tw'i puknw'i, ajllæ h[dh to; ajraiov n ge kenewvteron givnetai tou' puknou'.
150 Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8)

massima del mh; ma'llon fosse rivolta contro questa tesi di Melisso, la de-
notazione di "non essere" presso gli atomisti sarebbe comunque più ampia
e si estenderebbe al di là dell'ambito dei principi cui Aristotele vorrebbe
ridurla. Essa costituirebbe inoltre una asserzione dogmatica dell'esistenza
del non essere decisamente opposta a quella di Melisso così come lo sa-
rebbe anche se si supponesse, come spesso viene fatto, che la massima
fosse diretta contro un Parmenide reinterpretato. Dunque gli atomisti non
avrebbero concesso nulla agli Eleati e non avrebbero nulla in comune con
loro, ma andrebbero esattamente nella direzione opposta.
Alcuni interpreti, nel tentativo di "salvare" il prestigio "filosofico" di
Leucippo e Democrito e di farne in qualche modo gli eredi degli Eleati,
ipotizzano però che la massima fosse solo la conclusione di una argo-
mentazione più ampia che è andata perduta134 , altri suppongono che gli
atomisti distinguessero due significati di ei\nai: uno più debole, "esserci"
(del vuoto e degli atomi) e uno più forte, "essere reale", (solo degli atomi
in quanto riempiono lo spazio). Il vuoto esisterebbe in un senso più de-
bole, in quanto spazio vuoto, ma non sarebbe "reale"135 . Tutto questo
riecheggia, in forme moderne, il tentativo di distinzione fra un significato
proprio e improprio di essere già aristotelico, ma non trova alcun riscon-
tro nelle testimonianze sugli atomisti. Il pre-supposto di queste ipotesi sta
nel rifiuto di collocare gli atomisti nel loro contesto storico. Se si esami-
nano i testi concernenti la natura dell'universo e dell'uomo più o meno
contemporanei a Leucippo o a Democrito come i frammenti di Anassa-
gora, di Ione di Chio, di Filolao e i trattati ippocratici, risulta subito chiaro
che affermazioni dogmatiche e lapidarie non vengono a conclusione di
un'argomentazione, ma introducono il discorso e non sono precedute da
definizioni e distinzioni (un tratto tipicamente platonico e aristotelico).
Talvolta sono seguite da qualche "prova" empirica (tekmhvrion, shmei'on,
martuvrion) o argomenti che, dal punto di vista degli interpreti moderni,
sono spesso del tutto insufficienti e nebulosi come le massime stesse136 .
Questo è dovuto al fatto che lo scopo dello scritto non è quello di pre-
sentare un trattato teorico redatto secondo i canoni della logica aristote-
lica, ma quello di influenzare e persuadere un pubblico che condivide gli stessi
pre-supposti culturali compresa la concezione di "argomento persuasivo".

134 Mc Gibbon 1964, 254s.; Curd 2004, 191.


135 Bailey 1928, 75; Barnes 1982, 403-405. Per una critica a questa tesi, cf. Curd 2004, 191s.
136 Cf. e.g. l'incipit del libro di Filolao (44 B 1 DK) "la natura nel cosmo è stata composta di
cose illimitate e di cose limitanti, e il cosmo nella sua interezza e tutto quanto si trova in
esso". I frammenti B 2-6 DK, che dovrebbe fornire una argomentazione a favore di questa
tesi, sono formulati in maniera altrettanto vaga e sibillina quanto l'incipit e proprio per que-
sto sono indice di autenticità. Cf. Burkert 1972, 252ss., Huffman 1993, Part II. 1, cf. anche
93ss.
Capitolo terzo 151

Lo stile dell'enunciazione è dunque parte fondamentale del discorso. In


questo contesto l'affermazione dogmatica, soprattutto se foneticamente
ben costruita, aveva un impatto e un effetto sul destinatario altrettanto
forte di quanto poteva averlo una argomentazione logica formalmente
perfetta sugli allievi del Peripato. Essa denota infatti sicurezza e autorità,
infonde fiducia e soddisfa esteticamente l'uditore ed ha perciò ha tutti i
requisiti per essere accettata. La stessa massima anassagorea oJmou'
crhvmata pavnta h\n (59 B 1 DK), con la sua meravigliosa eufonia137 , è un
buon esempio di questo tipo di enunciazione e non viene esplicitamente
giustificata o spiegata prima, ma costituisce semmai il fondamento del
discorso successivo. Allo stesso modo i Triagmoi di Ione di Chio e il trat-
tato ippocratico De genitura si aprono con una frase ad effetto138 . La mas-
sima atomista era dunque quella che è, una affermazione lapidaria ed effi-
cace, seguita probabilmente da considerazioni quali quelle che si trovano
nella parafrasi aristotelica: il corpo non è più del vuoto perché quest'ul-
timo non è più del corpo.
Quello dell'esistenza del non essere, del vuoto, del rado era un pro-
blema dibattuto nell'ultimo terzo del V sec. a.C. Sul non essere si era
espresso ad esempio Seniade di Corinto, un contemporaneo cui Demo-
crito stesso aveva fatto riferimento, il quale sosteneva che tutte le cose
nascono dal, e periscono nel non essere139 . Gorgia, dal canto suo, aveva
cercato di dimostrare l'opposto di Democrito e cioè che non esistono né
l'essere né il non essere. L'affermazione dell'esistenza del non essere, la sua
equiparazione al rado erano dunque temi correnti nell'ultimo terzo del V
sec. a.C. e su questo sfondo di concezioni comuni e discorsi sofistici va
interpretata la massima democritea. Il vuoto e il rado sono "enti" a pieno
titolo in quanto esistono alla stessa stregua, ma in ogni caso non più, dei
corpi. All'enunciazione della formula poteva seguire qualche prova, se-
condo la procedura corrente nei testi presocratici, ippocratici e in generale
negli autori della seconda metà del V sec. a.C. Aristotele allude, senza

137 La sua sequenza vocalica centrale (e-a-a-a-a) è degna della poesia (riecheggia infatti la
formula epica h{mata pavnta Hom. Il. 8,539 al.; Od. 4,209 al.; Hes. Th. 305 al.) e natural-
mente va persa nella versione che si ritrova più spesso nella tradizione antica oJmou' pavnta
crhvmata (e sostituita da Diels nel testo di Simpl. In Phys. 155,27 alla versione corretta ri-
portata dai codici in questo passo, cf. Rösler 1971 e Sider 2005, 69s.) che non tiene alcun
conto del suono e del ritmo.
138 Ion 36 B 1 DK (Harpocr. s.v. “Iwn) ajrch; dev moi tou' lovgou: pavnta triva kai; oujden plevon h]
e[lasson touv twn tw'n triw'n. eJ no;" eJkav stou ajreth; triav ": suv nesi" kai; kravto" kai; tuvch.
[Hippocr.] Genit. 1,1 (44,1 Joly = VII,470 Littré) novmo" me;n pavnta kratuvnei: hJ de; gonh; tou'
ajndro;" e[rcetai ajpo; panto; " tou' uJgrou' tou' ej n tw'i swv mati ejovnto", to; ijscurovtaton
ajpokriqevn. In questo trattato segue la "prova" (tou' tou de; iJstovrion tovde, o{ti ajpokrivnetai
to; ijscurovtaton): dopo il coito, pur eiaculando una piccola quantità di liquido, ci si sente
deboli.
139 Sext. Emp. Adv. Math. 7,53 (68 B 163 DK; 75 L.).
152 Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8)

tuttavia riportare nomi, ad alcuni martuvria sull'esistenza del vuoto: l'e-


sempio del vaso pieno di cenere che contiene tanta acqua quanto ne
contiene quando è vuoto, rivela che la cenere ha una struttura estre-
mamente rada e contiene moltissimi vuoti140 ; l'esempio della crescita dei
corpi, che avviene per assunzione di cibo, rivela che il corpo ha una
struttura porosa che ne permette la penetrazione 141 .
Lo scenario che la massima mh; ma'llon to; de;n h] to mhdevn con i suoi
corollari presenta è dunque diverso da quello descritto in De generatione et
corruptione A 8: non solo non si vede nessuna differenza fra un essere pro-
priamente detto e un non essere che ha un grado di esistenza inferiore, ma
c'è un'estensione della denotazione di questi termini ad un ambito più
vasto di quello degli atomi e del vuoto. Inoltre, se la massima ha una qual-
che relazione con gli Eleati, questa è di pura opposizione di una dottrina
formulata indipendentemente e non di derivazione o di "concessione".

4. 2. 2. Vuoto e vuoti. Modalità e funzioni

Al di là della massima del mh; ma'llon, l'attenzione degli atomisti si con-


centra comunque non tanto sull'esistenza del vuoto in generale, quanto
piuttosto su quella dei "vuoti" e sulle funzioni specifiche della loro forma
e posizione nella generazione e nel funzionamento del mondo e dei corpi.
Questo non equivale affatto ad una concezione astratta del vuoto come
condizione necessaria o addirittura causa del movimento quale sembra
riflessa in certi passi aristotelici. Riguardo agli atomisti si tratta di un pro-
blema mal posto in quanto essi cercano non la ragione teorica del movi-
mento in generale, ma la causa fisica dell'origine del cosmo e l'eziologia di
fenomeni concreti. Il vuoto, fuori da questo contesto, non è causa di nulla,
come non lo sono gli atomi presi in se stessi come unità astratte ordinate
una dopo l'altra in un generico vuoto. Ciò che fa la differenza sono le
forme diverse e irregolari dei corpuscoli ognuna delle quali conferisce loro
una spinta specifica creando disordine e scompiglio, le loro giravolte e il
loro reciproco impigliarsi, ma anche la forma, la grandezza e la posizione
dei "vuoti" nel contesto cosmogonico e fenomenico. Il mondo degli ato-
misti è un mondo "poroso" e permeabile, dove i pori-vuoti, anch'essi "ir-
regolari", hanno la funzione di accogliere e di lasciar passare effluvi dal-
l'interno all'esterno e viceversa e di permettere continui riassetti all'interno
dei corpi e del cosmo stesso, piuttosto che di "dividere". Le formulazioni

140 Phys. D 6, 213b 21-22 martuvrion de; kai; to; peri; th'" tevfra" poiou'ntai, h} devcetai i[son
u{dwr o{son to; aj ggei'on to; kenovn. Cf. [Arist.] Probl. 938b 24-27.
141 Phys. D 6, 213b 18-20 e[ti de; kai; hJ au[xhsi" dokei' pa'si givgnesqai dia; kenou': th;n me;n ga;r
trofh;n sw'ma ei\nai, duvo de; swvmata ajduv naton a{ma ei\nai.
Capitolo terzo 153

aristoteliche in De generatione et corruptione A 8 e in tutti i passi in cui il vuoto


e gli atomi vengono trattati in termini generali e astratti fanno perdere di
vista proprio il fatto che gli atomisti parlano soprattutto di forme atomi-
che particolari e di vuoti specifici concepiti in un contesto dinamico e non
statico. E' il grande vuoto, il mevga kenovn, e non il vuoto in quanto tale, a "fa-
gocitare" la massa disordinata di atomi in lotta fra loro e ad innescare il
processo cosmogonico142 . Nei corpi i vuoti più grandi o più piccoli favori-
scono in misura maggiore o minore il passaggio di succhi, di nutrimento e
di aria. Quelli più grandi e più diritti, come i pori di certe piante, offrono
ovviamente un transito più agevole al nutrimento accogliendone una mag-
giore quantità e permettendo una maggiore crescita143 . Fenomeni analoghi
si verificano all'interno dei corpi viventi: nella zona dello stomaco e del
ventre, che contiene un grande vuoto, confluisce una grande quantità di
figure dei vari succhi144 . Il suono, pur spandendosi in tutto il corpo, viene
percepito solo con le orecchie perché al loro interno c'è un vuoto più
grande, secco e facilmente penetrabile145 . Pori troppo stretti, invece, come
quelli dell'osso frontale dei buoi senza corna, non possono accogliere il
nutrimento proveniente dal ventre e impediscono la crescita delle corna146 .
Una determinata collocazione dei vuoti e dei pieni all'interno dei corpi, ne
determina la maggiore o minore durezza o le variazioni di peso: il ferro,
che ha una struttura non omogenea con molti vuoti, ma disposti a grandi
intervalli è più duro, ma, nel contempo, più leggero del piombo il quale
contiene meno vuoti, ma ha una struttura regolare e omogenea147 . Il colore

142 Sul contesto e la funzione di questa immagine, v. infra, VII 2. Orelli 1996, Parte II, assegna
a tutti i vuoti un effetto di "trazione", lo stesso esercitato dalle koilivai ippocratiche. Ber-
ryman 2002, 188-90, individua questo ruolo del vuoto nel movimento di corpi macrosco-
pici senza però prestare attenzione alla funzione specifica delle forme e delle dimensioni
dei vuoti.
143 Theophr. De caus. plant. 1,8,2 (68 A 162 DK; 557 L.) o{sa de; kata; ta;" ijdiva" fuvsei", wJ" a]n
gev no" pro;" gevno" ªoJº sugkrivnwn lavboi ti", povtera kata; ta; " eujquvthta" tw'n povrwn
lhptevon, w{ sper Dhmovkrito"… eu[rou" ga;r hJ fora; kai; aj nempovdisto" w{" fhsin.
144 Theophr. De sens. 65 (68 A 135 DK; 496 L.) uJgrainovmena de; kai; ejk th'" tavxew" kinouvmena
surrei'n eij " th;n koilivan: tauv thn ga;r eujporwvtaton ei\nai dia; to; tauv thi plei'ston ei\nai ke-
novn. Teofrasto nel De sensu non parla mai di atomi, ma di figure (schvmata).
145 Theophr. De sens. 56 (68 A 135 DK; 488 L.) eij" ga;r to; keno;n ejmpivptonta to;n ajevr a
kivnhsin ej mpoiei'n, plh; n o{ti kata; pa'n me; n oJmoivw" to; sw'ma eijsiev nai, mavlista de; kai;
plei'ston dia; tw' n w[twn, o{ti dia; pleivstou te kenou' dievrcetai kai; h{kista diamivmnei. ª...º
ajqrovon ga;r a] n ou{tw" eijsiev nai th; n fwnh; n a{ te dia; pollou' kenou' kai; aj nivkmou kai;
eujtrhvtou eijsiou's an.
146 Aelian. Hist. nat. 12,20 (68 A 155 DK; 542 L.) oiJ de; a[kerwi tau'roi to; tenqrhniw'de" (ou{tw
de; ojnomavzei Dhmovkrito") ejpi; tou' brevgmato" ouj k e[conte" (ei[h dæ a]n to; shraggw'd e" levgwn)
ajntituvpou tou' panto;" o[ nto" ojstevo u kai; ta;" surroiva" tw' n cumw' n ouj decomevnou gumnoiv te
kai; a[ moiroi givnontai tw' n ajmunthrivw n.
147 Theophr. De sens. 62 (68 A 135 DK; 369 L.) diafevrein dev ti th;n qevsin kai; th;n ejnapovlhyin
tw'n kenw' n tou' sklhrou' kai; malakou' kai; barevo" kai; kouvfou. dio; sklhrovteron me; n ei\ nai
154 Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8)

nero ha pori non diritti e quindi difficilmente permeabili alla luce148 , il


verde è anch'esso costituito di grosse "figure" e di grossi vuoti e le sue
varietà dipendono dall'ordine e dalla reciproca disposizione degli uni e
degli altri149 . I fulmini e i turbini sono dovuti alla formazione, in nuvole
che si scontrano, di interstizi con molti vuoti attraverso cui (dia; tw'n po-
lukevnwn ajraiwmavtwn) gli atomi generatori del fuoco vengono filtrati.
Quando aggregati di fuoco con molti vuoti al loro interno e circondati da
membrane sono inglobati in spazi contenenti a loro volta molto vuoto
(polukenwvtera sugkrivmata puro;" ejn polukevnoi" katasceqevnta
cwvrai") e si slanciano verso il basso, si forma il turbine infuocato, il
prhsthvr150 . Come si può vedere da tutti questi esempi, non è il vuoto,
principio fisico astratto, che contribuisce a produrre i fenomeni, ma la
grandezza, la forma e la distribuzione dei vuoti concreti nell'universo e nei
corpi.
Quello che si trova nella prima parte del resoconto aristotelico di De
generatione et corruptione A 8 è dunque una rielaborazione di testi atomisti in
base ad una impostazione di problemi quali quello del movimento e della
definizione di essere e uno tipici del contesto culturale in cui Aristotele si
era formato.

sivdhron, baruvteron de; movl ubdon: to; n me;n ga;r sivdhron ajnwmavlw" sugkei'sqai kai; to;
keno; n e[c ein pollach'i kai; kata; megavl a, pepuknw'sqai de; kata; e[ nia, aJplw'" de; plevo n
e[cein kenov n. to;n de; movlubdon e[latton e[conta keno;n oJmalw' " sugkei'sqai kata; pa' n
oJmoivw": dio; baruvteron mevn, malakwv teron dæ ei\ nai tou' sidhvrou.
148 Theophr. De sens. 74 (68 A 135 DK; 484 L.).
149 Theophr. De sens. 75 (68 A 135 DK; 484 L.) to; de; clwro;n ejk tou' stereou' kai; tou' kenou'
sunestavnai megavlwn ejx ajmfoi'n, th'i qevs ei de; kai; tavxei aujtw' n th; n crov an. Diels, eviden-
temente ritenendo improbabile che Democrito tenesse conto anche della dimensione e di-
sposizione dei vuoti per la determinazione del colore e delle sue sfumature, ha cambiato e
integrato la lezione dei manoscritti in questo passo (to; de; clwro;n ejk tou' stereou' kai; tou'
kenou' sunestavnai mikto;n ejx aj mfoi'n, th'i qevsei de; kai; tavxei ãdiallavtteinà aujtw' n th;n
crovan). La correzione mikto;n non ha senso perché è chiaro che non solo il verde, ma ogni
colore come ogni altro oggetto o proprietà è fatto di atomi e vuoto, la seconda è superflua
perché Teofrasto non si riferisce al cambio di colore, ma alle sue varie sfumature: come ci
sono diversi bianchi e rossi (cf. 73; 75) così anche diversi verdi. Sassi 1978, 142 n. 111
cambia, evidentemente in base allo stesso presupposto, megavlwn in me;n gavr. Il passo così
come è tramandato dai manoscritti ha invece un senso perfetto se si tiene conto che la
forma e la disposizione dei vuoti hanno, insieme a quella degli atomi, una funzione fonda-
mentale.
150 68 A 93 DK; 415 L.
Capitolo terzo 155

4. 3. La seconda parte del resoconto aristotelico


(De gen. et corr. A 8, 325a 30-b 11)

Aristotele non costruisce naturalmente sul nulla. Esistevano indubbia-


mente, come si ricava dalla parte più propriamente espositiva del reso-
conto su Leucippo, ma anche dagli altri resoconti di questo tipo sparsi qua
e là nell'opera aristotelica, delle affermazioni che, se astratte dal loro con-
testo immediato e rielaborate in uno schema dialettico, potevano far rien-
trare questo autore nel gruppo di coloro che hanno accettato in parte delle
tesi eleatiche pur criticandole. Il fatto che avesse posto come base del
mondo fisico corpuscoli pieni, solidi e indistruttibili, rendeva facile la loro
assimilazione all'uno, assimilazione che Aristotele stesso fa esplicitamente
in Metaph. B 4 (v. supra, 4. 1. 3 n. 115) e che diverrà poi un caposaldo del-
l'interpretazione hegeliana dell'atomismo. La massima del mh; ma'llon e la
designazione di vuoto e rado come "non essere" favoriva, se lievemente
modificata, l'inserimento di Leucippo nello schema di soluzione dell'aporia
"eleatica" attraverso la distinzione di un essere propriamente detto e di un
non essere come "altro dall'essere".
Il passaggio dalla rielaborazione dialettica alla parte descrittiva di dot-
trine atomistiche in De generatione et corruptione A 8, che riproduce in so-
stanza una "scheda" aristotelica, è piuttosto brusco e sconnesso: non è
chiaro infatti come la tesi di un infinito numero di corpuscoli invisibili si cor-
reli con la presunta risposta agli Eleati. L'invisibilità e l'infinità sono del
tutto ridondanti nel contesto della presunta disputa151 . La ragione di questo
passaggio estemporaneo sta nel fatto che Aristotele collega qui lo schema
dialettico con un suo resoconto-tipo sull'atomismo che impiega anche
altrove e da cui ha preso le mosse per costruire lo schema. Secondo questa
descrizione infiniti corpuscoli invisibili si muovono nel vuoto e, urtandosi
e intrecciandosi, producono una genesi, separandosi, una dissoluzione.
Agiscono e subiscono nei loro contatti fortuiti e generano componendosi
e intrecciandosi: dal vero uno non si genera il molteplice, né dalla vera
molteplicità l'uno. L'immagine dell'atomismo che viene offerta in questa
parte del resoconto è diversa da quella dello schema precedente di con-
fronto dialettico con gli Eleati. Qui viene semplicemente ribadito che il
vuoto esiste e gli atomi non vengono presentati come unità astratte (il
tutto-pieno) separate fra loro dal vuoto, ma come forme in movimento
che "agiscono e subiscono", vengono a contatto e si intrecciano senza
formare mai un corpo unico. Vale la pena soffermarsi su quest'ultima
caratteristica in quanto ritorna frequentemente nei resoconti aristotelici

151 Cf. anche Hussey 2004, 252 n. 18 "why the particles of 'what is' were supposed collectively
infinite in number and individually invisible because of their smallness il left unexplained".
156 Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8)

sull'atomismo152 e viene spesso interpretata come prova del fatto che


manca un vero contatto fra gli atomi, perché essi sono sempre tenuti sepa-
rati da una patina di vuoto153 . Gli interpreti moderni hanno seguito su
questo punto il commento del Filopono154 il quale, però, è frutto di pura
speculazione155 . L'idea che due atomi della stessa materia debbano necessa-
riamente divenire uno, se non c'è nulla che li tiene divisi, deriva dal pre-
supposto aristotelico che le singole parti di un sostrato materiale della
stessa natura debbano necessariamente fondersi se vengono a contatto
senza che ci sia qualcosa che li separa156 . Contatto e vuoto hanno tuttavia
ciascuno la loro funzione per gli atomisti, come dichiara esplicitamente
Aristotele stesso nel seguito del resoconto: per Leucippo la generazione e
la dissoluzione avverrebbero attraverso il contatto e attraverso il vuoto. Il
contatto fra gli atomi è dunque un contatto vero e proprio, come mostra il
termine specifico per il contatto reciproco diaqighv e il richiamo agli in-
trecci (periplevkesqai), agli incroci (ejpallaghv) e al reciproco sostegno
(ajntivlhyi")157 . La prospettiva teorica della divisione attraverso il vuoto in
un sostrato unico continuo fa completamente dimenticare le caratteristi-
che fisiche reali degli atomi: essi non si fondono mai in un unico corpo
non perché sono separati dal vuoto, ma perché sono assolutamente duri e

152 Arist. De cael. G 4, 303a 6 (67 A 15 DK; 47, 292 L.) ou[t ejx eJno;" polla; givgnesqai ou[te ejk
pollw'n e{n. Arist. Fr. 208 Rose (Simpl. In De cael. 279b 12, 295,12-14) (68 A 37 DK; 293 L.)
fuvsin mev ntoi mivan ejx ejkeivnwn kat ajlhvqeian oujd hJntinaou'n genna'i: komidh'i ga;r eu[hqe"
ei\nai to; duvo h] ta; pleivona genevsqai a[n pote e{n. Cf. Metaph. Z 13,1039a 7-14 (68 A 42 DK;
46, 211 L.). Come si vede la formulazione dell'enunciato varia a seconda del contesto.
Nella Metafisica, dove compare non più la molteplicità, ma il due, ha sicuramente influito il
confronto con le teorie senocratee delle idee numero che, secondo Aristotele, ponevano
contemporaneamente come unità sia l'idea-numero (la diade), sia le sue singole componenti
(su questo, v. infra, V 2 n. 27).
153 Cf. e.g. Bailey 1928, 87; Löbl 1976 Barnes 1982, 349; Curd 2004, 184 n. 12.
154 Philop. In De gen. et corr. 325a 32, 158,27-159,3.
155 Cf. l'analisi critica dettagliata della testimonianza del Filopono e dell'interpretazione mo-
derna in Bodnár 1998, 136-140; cf. anche Mansfeld 2007.
156 Cf. De gen. et corr. A 8, 326a 31-33 (critica agli atomisti) eij me;n ga;r miva fuvs i" aJpavntwn, tiv to;
cwrivsan… h] dia; tiv ouj giv netai aJy avmena e{ n, w{sper u{dwr u{dato" o{tan qivghi… cf. Metaph. H 2,
1042b 11-15; Phys. G 4, 203a 33-203b 1; De cael. A 7, 275b 30ss. L'interpretazione aristote-
lica ha condizionato non solo la concezione epicurea, ma tutta l'interpretazione dell'atomi-
smo antico fino ad oggi. Epicuro, quando accenna al vuoto che tiene divisi gli atomi (Ep.
1,44), presuppone la definizione aristotelica (usa lo stesso termine diorivzein). La conce-
zione degli atomi come "materia" e sostrato unico che deve essere tenuto diviso dal vuoto
è anche il pre-supposto più o meno esplicito delle interpretazioni moderne che accettano
come autenticamente democritea la testimonianza aristotelica sugli atomisti antichi di De
gen. et corr. A 8. Cf. e.g. Furley 1987, 118; Makin 1993, 13, 52s.; Algra 1995, 45; Pyle 1997,
46; Curd 2004, 187s. V. anche infra, VII 2.
157 Arist. Fr 208 Rose (Simpl. In De cael. 279b 12, 295,11-18) (68 A 37 DK; 293 L.). Su
ajntivlhyi" come "sostegno", cf. Xen. Eq. 5,7; [Hippocr.] Off. 9 (II,36,10 Kühlewein =
III,302 Littré).
Capitolo terzo 157

compatti e dunque non possono né interpenetrarsi né fondersi. Le stesse


caratteristiche spiegano anche la sterilità dell'atomo. Nella Fisica, dove
confronta le due teorie di Anassagora e Democrito attribuendo ad ambe-
due la concezione di un "infinito per contatto", Aristotele spiega che,
mentre l'uno attribuisce agli omeomeri una infinita capacità generativa
Democrito dice che fra i corpi primi nessuno si genera dall'altro158 .
Questa formulazione potrebbe avvicinarsi maggiormente all'originale della
formula tipica uno-molti, che Aristotele impiega in De gen. et corr. A 8 e in
altri passi in cui parla di queste caratteristiche dell'atomo. Egli tende infatti
a sostituire la formula-tipo ad espressioni come ajpo; (o ejk) tou' aujtou'
eJteroiou'sqai159 .
Gli atomisti distinguono così, diversamente da Anassagora, i corpi fe-
nomenici, sottoposti a continua genesi e cambiamento e, come tali esposti
a squilibri e dissoluzione, dai corpuscoli che ne costituiscono i fondamenti
eterni che, per essere tali, devono essere sterili, immutabili e inattaccabili e
dunque privi di "vie" che permettano l'entrata, l'uscita e lo spostamento di
materia. Non bisogna dimenticare che Democrito equiparava l'atto della
generazione, in cui "un uomo balza fuori da un uomo", ad una piccola
apoplessia e osservava che i corpi fenomenici sono esposti all'azione an-
che di minuscole particelle che vi si insinuano dall'esterno o che cambiano
posizione al loro interno160 . Generazione e cambiamento sono dunque per
Democrito potenziali cause di squilibrio e dissoluzione. Questa conce-
zione del cambiamento è fondamentale nella medicina del quinto secolo 161
e ha come complemento la convinzione che corpi più duri e più compatti,
come quelli maschili, siano più resistenti e più immuni da malattie di quelli

158 Phys. G 4, 203a 33 (68 A 41 DK; 220 L.) Dhmovkrito" d oujde;n e{teron ejx eJtevrou givgnesqai
tw'n prwvtwn fhsiv n.
159 Cf. ad esempio la "traduzione" aristotelica di Diogene di Apollonia, in De gen. et corr. A 6,
322b 13 (64 A 7 DK) kai; tou't ojrqw'" levgei Diogevnh", o{ti eij mh; h\n ejx eJno;" a{p anta, oujk a]n
h\n to; poiei'n kai; to; pavs cein uJp ajllhvlwn. Cf. anche Theophr. De sens. 39 (64 A 19 DK). Il
testo di Diogene è invece il seguente (64 B 2 DK) pavnta ta; o[nta ajpo; tou' aujtou' eJte-
roiou'sqai kai; to; auj to; ei\ nai ª...º ajlla; pav nta tau'ta ejk tou' aujtou' eJ teroiouvmena a[llote
ajlloi'a givnetai kai; eij" to; aujto; aj nacwrei'.
160 Per la concezione dell'atto sessuale, cf. 68 B 32 DK (527; 804a L.), supra, Introduzione n.
14. Per l'estrema influenzabilità e mutevolezza dei corpi, cf. Arist. De gen. et corr. A 2, 315b
13-15 (67 A 9 DK; 70 L.); Theophr. 229 FHS&G (Simpl. In Phys. 184b 15, 28,11) (68 A 8
DK; 147 L.).
161 La medicina si sofferma soprattutto sul carattere negativo del cambiamento prodotto in
uno stato di equilibrio per l'introduzione di qualcosa dall'esterno o per il prevalere di un
elemento all'interno del corpo, processi alla radice della malattia, cf. e.g. Alcmaeon 24 B 4
DK; [Hippocr.] Morb. sacr. 18,1 (31,16 Jouanna = VI,394 Littré); VM 14,4 (136,8 Jouanna
= I,602 Littré). Per il coito come forte alterazione dell'equilibrio corporeo, cf. Genit. 1,2-3
(44,10-45,8 Joly = VII,470-472 Littré). Cf. anche Schubert 1993, 158ss.
158 Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8)

molli e porosi come quelli femminili162 che possono accogliere e trattenere


sostanze estranee dall'interno e dall'esterno.
Se è valido tutto quanto si è osservato finora sul rapporto fra vuoti e
atomi e sulla concezione dei corpi presso gli atomisti, bisogna riconoscere
che la tesi di una nascita dell'atomismo sull'accettazione-correzione di
concetti eleatici nei termini esposti da Aristotele è dettata da una visione
estremamente teorica e astratta che prescinde dai testi reali, dalla loro
terminologia specifica e dalle immagini che rimandano al contesto del loro
tempo come si vedrà più diffusamente nel capitolo settimo. Aristotele non
è in malafede, ma interpreta questi testi alla luce della problematica del suo
tempo, quella cioè finalizzata alla soluzione delle aporie eleatiche impo-
state nell'Accademia.

5. Atomisti ed Eleati in Teofrasto e nelle testimonianze tarde

5. 1. Theophr. Fr. 229 FHS&G (Simpl. In Phys. 184b 15, 28,4-15)


(67 A 8 DK; 147 L.)

Le testimonianze tarde riguardo al tema delle presunte relazioni fra atomi-


sti ed Eleati sono in diversa misura influenzate dai resoconti aristotelici e
soprattutto teofrastei. E' dunque importante prendere in considerazione
anche la testimonianza di Simplicio la quale risale, probabilmente in modo
mediato, a Teofrasto163 .
Leucippo l'Eleate o il Milesio (infatti gli vengono attribuite ambedue le prove-
nienze), pur partecipando della filosofia di Parmenide, non ha seguito la stessa via
di Parmenide e Senofane nella determinazione delle cose esistenti, ma piuttosto,
come sembra, quella contraria. Mentre infatti quelli ponevano il tutto come uno,
immobile, ingenerato e limitato e non ammettevano neppure che si cercasse il
non essere, egli ha posto elementi infiniti e sempre in movimento, gli atomi, e ha
supposto che la quantità delle forme in essi presenti sia infinita perché nulla è più
di tal forma che di talaltra e perché osservava nelle cose esistenti una genesi e un
cambiamento incessanti. Inoltre diceva che l'essere non esiste più del non essere e
che ambedue sono cause delle cose esistenti allo stesso modo. Infatti, ponendo la
sostanza degli atomi come compatta e piena, disse che era l'essere e che si muove
nel vuoto, che chiamava non essere, e dice essere non meno del non essere164 .

162 Su queste concezioni mediche, v. infra, V 4 n. 99-100 e VII 1.


163 Per una utilizzazione mediata di Teofrasto da parte di Simplicio, per lo meno in alcuni
punti dell'excursus sui presocratici, von Kienle 1961, 58ss.
164 Theophr. Fr. 229 FHS&G (Simpl. In Phys. 184b 15, 28,4-15) (67 A 8 DK; 147 L.) Leuvkip-
po" de; oJ Eleavth" h] Milhvsio" (ajmfotevrw" ga;r levgetai peri; aujtou') koinwnhvs a" Parme-
nivdhi th'" filosofiva", ouj th;n aujth;n ej bavdise Parmenivdhi kai; Xenofav nei peri; tw'n o[ntwn
Capitolo terzo 159

In questo resoconto l'appartenenza eleatica di Leucippo non è ritenuta un


dato incontrovertibile, ma solo una delle ipotesi che circolano su di lui,
l'altra lo farebbe, invece, originario di Mileto165 . Teofrasto inoltre non usa
per designare il rapporto Leucippo-Parmenide i termini tecnici del disce-
polato, eJtai'ro" o ajkousthv", bensì un più generico koinwnhvsa" Parme-
nivdhi th'" filosofiva"166 che fa pensare piuttosto ad una ricostruzione a
posteriori sulla scia di De generatione et corruptione A 8. Infine, nel resoconto
teofrasteo risulta abbastanza trasparente un intreccio di schemi oppositivi
di matrice sofistica con interpretazioni aristoteliche. Lo schema di fondo
è, infatti, quello canonico dell'opposizione netta monisti/ pluralisti, soste-
nitori del movimento continuo/ sostenitori della stasi, sostenitori/ nega-
tori della generazione e della dissoluzione di matrice sofistica che si in-

oJdovn, ajll wJ" dokei' th;n ejnantiv an. ejkeiv nwn ga;r e} n kai; ajkiv nhton kai; ajgevnhton kai; pepe-
rasmev non poiouv ntwn to; pa'n, kai; to; mh; o]n mhde; zhtei' n sugcwrouv ntwn, ou|to" a[p eira kai;
ajei; kinouvmena uJp evqeto stoicei' a ta; " aj tovmou" kai; tw' n ejn auj toi'" schmavtwn a[peiron to;
plh'qo" dia; to; mhde;n ma'llon toiou' ton h] toiou'ton ei\nai ªtauvthn ga;rº kai; gevnesin kai; me-
tabolh;n ajdiavleipton ej n toi'" ou\si qewrw'n. e[ti de; oujde; n ma'llon to; o]n h] to; mh; o] n
uJpavrcein, kai; ai[tia oJmoivw" ei\nai toi'" ginomevnoi" a[ mfw. th; n ga;r tw'n ajtovmwn ouj sivan
nasth; n kai; plhvrh uJpotiqevmeno" o] n e[legen ei\nai kai; ej n tw'i kenw'i fevresqai, o{per mh; o]n
ejkavlei kai; oujk e[latton tou' o[ nto" ei\naiv fhsi.
165 Io non credo che Teofrasto su questo punto si limiti a "tradurre" dei dati semplicemente
ricavabili da diverse trattazioni di Leucippo nell'opera aristotelica come pensava Mc
Diarmid 1970, 229. Secondo Mc Diarmid il resoconto teofrasteo sarebbe ricavato dalla
conflazione di Metaph. A 4, dove Leucippo e Democrito sarebbero posti fra gli ionici, e De
gen. et corr. A 8 nel quale appunto Leucippo è rappresentato come seguace degli Eleati. Teo-
frasto rielabora indubbiamente interpretazioni aristoteliche, ma si basa anche su schemi
provenienti da altre tradizioni quali quella sofistica e platonica. La classificazione che com-
pare in Metaph. A 4 è ben lungi, del resto, dal presentare una generazione "ionica" di filo-
sofi (Leucippo e Democrito compaiono fra Empedocle e i Pitagorici), anzi, Aristotele ha
difficoltà ad inserire gli atomisti. Inoltre, se l'origine milesia di Leucippo fosse dedotta uni-
camente dalle classificazioni aristoteliche, anche Democrito, che nella Metafisica viene no-
minato insieme a Leucippo, dovrebbe essere definito milesio oltre che Abderita, cosa che
non avviene. Dunque Teofrasto ha evidentemente accesso anche a delle notizie biografi-
che, per quanto inesatte possano essere, indipendenti dalle successioni dedotte da Aristo-
tele. Cf. anche Diels 1881, 98 [=1969, 187]. Le stesse ipotesi con l'aggiunta di Abdera come
luogo di provenienza sono presenti nel resoconto di matrice teofrastea in Diog. Laert. 9,30
(67 A 1 DK; 152 L.) Leuvkippo" Eleavth", wJ" dev tine", Abdhrivth", kat ejnivou" de;
Milhvsio".
166 L'espressione è stata considerata da Kranz 1912, 19 n. 3 un indizio del fatto che Leucippo
non è stato allievo diretto di Parmenide. Così anche Alfieri 1936, 16 n. 61. Teofrasto defi-
nisce fra l'altro con la stessa espressione il rapporto fra Anassagora e Anassimene (Simpl. In
Phys. 184b 15, 27,2 = 59 A 41 DK) che, chiaramente, non è di discepolo ad allievo. La lieve
differenza nell'espressione (koinwnhvs a" Parmenivdhi th'" filosofiva" per Leucippo, col da-
tivo della persona che sarebbe indice di un rapporto personale, koinwnhvs a" th'"
Anaximevnou" filosofiva" nel caso di Anassagora con il genitivo subordinato a filosofiva"
che sottolineerebbe solo il rapporto con l'oggetto) per la quale Burnet 1930, 392 n. 2, giu-
stificava il rapporto di discepolato di Leucippo con Parmenide, non è un motivo sufficiente
in quanto, come giustamente osservava Kranz, Teofrasto non si sarebbe certo servito, per
indicare il rapporto discepolo-maestro, di un'espressione così artificiosa.
160 Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8)

contra nel brano dei Memorabili di Senofonte già citato (1,1,13)167 . Questo è
dunque lo scheletro originario del resoconto basato su una diaphonia, ma
non su una accettazione da parte di Leucippo di concetti eleatici, né tan-
tomeno su una dipendenza scuola. I modelli aristotelici di De generatione et
corruptione A 8 e del primo libro della Metafisica, del quale vengono mante-
nute in parte anche le formulazioni168 , agiscono comunque in sottofondo.
E' la tensione fra i due modelli, quello aristotelico e quello sofistico, a
creare l'impressione di una certa incongruenza fra la tesi iniziale di un Leu-
cippo seguace di Parmenide e l'esposizione successiva che ne fa pratica-
mente un avversario169 .

167 V. supra, 2. 2. 1 n. 34. l'opposizione Parmenide/ Leucippo si articola esattamente sui punti
indicati nel brano di Senofonte: Parmenide (e Senofane) sostengono che il tutto è uno,
immobile, ingenerato, finito, Leucippo che è infiniti, sempre in movimento e che nelle cose
esistenti c'è una continua genesi e cambiamento.
168 Schofield 2002 ha recentemente sostenuto la tesi che in questo brano Simplicio stesso
abbia operato un ampliamento del resoconto teofrasteo su Leucippo prendendo la mas-
sima del mh; ma'llon dal resoconto su Democrito che segue immediatamente (la spia sa-
rebbe il tauvthn ga;r già posto tra parentesi da Diels 1879, 484 come svista, però, di un co-
pista), e integrandolo con materiale aristotelico (Metaph. A 4, supra, n. 121) per sottolineare
maggiormente l'opposizione di Leucippo agli Eleati. Questa tesi mi sembra debole per due
motivi: perché Teofrasto stesso poteva aver assimilato nel suo resoconto le tesi di Leu-
cippo e Democrito pur mantenendo una lieve distinzione fra i due (anche Aristotele, del
resto, pur distinguendo in De gen. et corr. A 8 la posizione di Leucippo, aveva unificato nella
Metafisica le tesi di ambedue). Questo si ricava chiaramente dal resoconto parallelo di Ippo-
lito (citato anche da Schofield levgei de; oJmoivw" Leukivppwi peri; stoiceivwn) e non c'è nes-
suna ragione di escludere che Teofrasto stesso avesse attribuito la stessa massima a Leu-
cippo e a Democrito e di ipotizzare una macchinosa combinazione di Aristotele e
Teofrasto da parte di Simplicio. Il fatto che Eusebio e Ippolito non riportino per Leucippo
la massima del mh; ma'llon non è di per sé indicativo. Ippolito taglia inesorabilmente in
molti punti tanto da risultare quasi incomprensibile se non vi fosse il resoconto parallelo di
Diogene Laerzio. Non solo, ma sia lui che quest'ultimo sono concentrati soprattutto sulla
cosmogonia di Leucippo e quindi tendono ad eliminare tutto quanto non sia strettamente
connesso con questo tema. E' Teofrasto, su un modello sofistico di opposizione fra Eleati
e sostenitori del moto e non Simplicio su un modello aristotelico (che sarebbe piuttosto di
conciliazione come si è visto) a sottolineare la divergenza fra Leucippo e Parmenide. Que-
sto è confermato anche dall'origine "alternativa" proposta per Leucippo, Mileto.
169 Su questa incongruenza, cf. Mc Diarmid 1970, 228.
Capitolo terzo 161

5. 2. Le testimonianze tarde sui rapporti degli atomisti con gli Eleati

Nelle testimonianze tarde abbiamo due tipi di collegamento degli atomisti


agli Eleati. Uno che si basa sullo schema delle successioni e costituisce una
ricostruzione a posteriori su una tradizione peripatetica170 , uno che ac-
cenna ad una eventuale menzione di Parmenide e Zenone da parte di
Democrito.
Nella tradizione posteriore, Leucippo viene indicato come allievo di
Zenone contrariamente alla testimonianza teofrastea che invece si limita
ad affermare che avrebbe avuto una concezione filosofica comune a Par-
menide e Senofane. Da Clemente, Ippolito, Diogene Laerzio e altri, si
deduce che Zenone è stato collocato nella successione eleatica fra Parme-
nide e Leucippo e ha potuto così diventare maestro di quest'ultimo171 .
Una testimonianza di Trasillo sembra accennare ad una menzione de-
gli Eleati da parte, non di Leucippo, ma di Democrito. Trasillo fornisce
alcuni dati per avvallare la sua datazione di Democrito nel 470 a.C. Egli
sarebbe infatti più vecchio di Socrate di un anno e sarebbe stato contem-
poraneo di Archelao (che fra parentesi era maestro di Socrate e dunque
doveva essere ben più vecchio di Democrito) e di Enopide di Chio
e infatti menziona anche quest'ultimo. Menziona anche la dottrina dell'uno di
Parmenide e Zenone, poiché ai suoi tempi erano assai famosi e Protagora di Ab-
dera, che, concordemente viene indicato come contemporaneo di Socrate.
Il brano, in verità, presenta problemi di critica testuale e, conseguente-
mente, anche di interpretazione172 . Un punto particolarmente controverso
è proprio quello che indicherebbe la menzione di Parmenide e Zenone. I
codici BPF riportano infatti concordemente la lezione mevmnhtai de; kai;
peri; th'" tou' eJno;" dovxh" tw'n peri; Parmenivdhn kai; Zhvnwna, mentre D
(uno dei manoscritti della vulgata) e le versioni latine, in base alle quali il
Casaubon ha corretto il testo, seguito per lo più dagli editori moderni, ne
forniscono un'altra: mevmnhtai de; kai; th'" peri; tou' eJno;" dovxh" tw'n peri;

170 Sul carattere di ricostruzione a posteriori delle diadochai, a cominciare da Teofrasto, cf. in
particolare von Kienle 1961, passim.
171 Clem. Strom. 1,14,64,2 (67 A 4 DK; VIII, 152 L.) th'" de; Eleatikh'" ajgwgh'" Xenofavnh" oJ
Kolofwvnio" katavrcei, ª...º Parmenivdh" toiv nun Xenofav nou" ajkousth; " giv netai, touvtou de;
Zhvnwn, ei\ta Leuv kippo", ei\ta Dhmovkrito". Cf. anche Diog. Laert. Prooem. 15 (152 L.);
9,30 (67 A 1 DK; 152 L.); Hippol. Ref. 1,12,1 (67 A 10 DK; 151 L.); Eus. Praep. Ev.
10,14,15s. (VIII L.).
172 Thrasyll. ap. Diog. Laert. 9,41 (68 A 1, B 5 DK; I L.) ei[h a]n ou\n katæ Arcevlaon to;n
Anaxagovrou maqhth;n kai; tou;" peri; Oij nopivdhn: kai; ga;r touv tou mev mnhtai. mevmnhtai de;
kai; th'" peri; tou' eJ no;" dovxh" tw' n peri; Parmenivdhn kai; Zhvnwna wJ " katæ aujto; n mavlista
diabebohmev nwn, kai; Prwtagovrou tou' Abdhrivtou, o}" oJmologei'tai kata; Swkravthn gego-
nev nai.
162 Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8)

Parmenivdhn kai; Zhvnwna173 . Nel primo caso la traduzione dovrebbe essere


la seguente: "menziona anche, riguardo alla dottrina dell'uno, Parmenide e
Zenone...". Ora, Diogene Laerzio usa la forma mevmnhtai o ejmevmnhto col
genitivo della persona (solo in due casi, 1,76; 9,111, col genitivo della cosa)
senza interposizioni di sorta. Anche se la costruzione risalisse a Trasillo,
sarebbe comunque strana in quanto gli altri nomi ricordati da Democrito
vengono citati senza alcuna ulteriore osservazione. Dunque la lezione più
corretta deve essere la seconda. Tuttavia, anche in questo caso, l'espres-
sione è sibillina. Perché Trasillo attribuisce a Democrito la menzione
"della dottrina dell'uno di Parmenide e Zenone" e non la semplice cita-
zione dei nomi dei due filosofi? Un ulteriore problema è costituito dalla
menzione di Zenone in relazione alla dottrina dell'uno. L'immagine del-
l'Eleate corrente ai tempi di Democrito non era affatto quella del Parmenide
platonico, ma quella di chi argomenta in utramque partem. Lo stesso Platone
lo definisce nel Fedro "il Palamede eleatico che fa sembrare agli ascoltatori
le stesse cose uguali e disuguali, uno e molti, immobili e in movimento" e
Isocrate lo considera uno che fa apparire le stesse cose possibili ed impos-
sibili, un'immagine che persiste ancora in epoca tarda nel giudizio di Ales-
sandro di Afrodisia174 . Se dunque a Parmenide teoricamente si poteva
attribuire la dottrina dell'uno anche ai tempi di Democrito, sebbene in
realtà egli parlasse dell'essere e "uno" fosse solo un segno di completezza,
è piuttosto difficile che la si riferisse anche a Zenone. In realtà questa
interpretazione è quella della tradizione platonica che prende le mosse dal
Parmenide ed è, sulla scia di questo dialogo, che Trasillo attribuisce a De-
mocrito la menzione della dottrina dell'uno di Parmenide e Zenone. Dato
che egli vuole avvalorare la tesi della contemporaneità di Democrito e
Socrate, non c'è dialogo più adatto di questo per inquadrarla storicamente:
i due Eleati compaiono come ospiti di riguardo intorno ai quali si raccol-
gono gli intellettuali ateniesi fra cui il giovane Socrate. L'osservazione
"poiché ai suoi tempi erano i più famosi" rimanda direttamente all'aura di
rispetto e di ammirazione che circonda Parmenide e Zenone nel dialogo
platonico. La presunta menzione di Trasillo è dunque altamente sospetta.
In conclusione si può affermare che, al di là del resoconto aristotelico
del De generatione et corruptione e di quelli influenzati da questo modello, non
ci sono altre testimonianze su un eventuale influsso degli Eleati sulla na-
scita della dottrina atomista.

173 Per le lezioni dei codici, cf. Marcovich 1999, 659 in app. Per le versioni latine, cf. l'apparato
di Huebner 1831, 368 (De uno Ambrosius: deque Parmenidis ac Zenonis de uno sententia Aldo-
brandinus).
174 Per questi passi, v. supra, n. 22 e 24.
Capitolo terzo 163

6. Sintesi
La tesi della nascita dell'atomismo da una ripresa e correzione delle dot-
trine eleatiche dell'essere-uno dominante nell'interpretazione moderna
dell'atomismo antico si basa sostanzialmente sul resoconto aristotelico di
De generatione et corruptione A 8. Tale resoconto mostra però, sia nella pre-
sentazione delle dottrine eleatiche che in quella dei logoi di Leucippo, una
struttura marcatamente dialettica che ha le sue radici negli schemi opposi-
tivi sofistici rielaborati per le discussioni nell'Accademia e ampliati e codi-
ficati da Aristotele stesso nei Topici. A formulazioni di tesi e antitesi di
matrice accademica rimandano certi tratti del logos eleatico (cui risponde-
rebbe Leucippo), in particolare l'equivalenza vuoto-divisione di ascen-
denza pitagorica, ma influenzata dalla rappresentazione delle ipostasi fisi-
che della diade indefinita della scuola platonica. Questa assimilazione
permette di riunire sotto una sola voce tesi corpuscolariste e atomiste e
confutarle ambedue. Secondo la rappresentazione corrente nei commen-
tatori di Aristotele la confutazione delle tesi eleatiche e il superamento
delle posizioni atomiste e corpuscolariste in base a nuovi presupposti lo-
gico-ontologici (definizione di essere e di uno) costituisce il punto di par-
tenza per l'argomentazione di Senocrate a favore delle linee indivisibili.
Come il logos eleatico, anche la presunta risposta di Leucippo nel brano
aristotelico, è influenzata dagli schemi dialettici correnti (soluzione delle
aporie eleatiche) e dall'impiego di concetti di cui Aristotele stesso si serve
altrove per esporre le soluzioni accademiche delle aporie eleatiche: intro-
duzione del non essere (il vuoto), come un essere di grado inferiore, un
"altro" dall'essere vero e proprio, definizione di essere propriamente detto
come pieno (e uno come l'essere eleatico), molteplicità di queste "unità".
L'esame della parte espositiva del logos e di altri brani aristotelici e teo-
frastei sugli atomisti mostra che il resoconto sull'origine dell'atomismo da
una concessione/ correzione delle dottrine eleatiche sull'essere, la molte-
plicità e il movimento è piuttosto una costruzione dialettica che un dato di
fatto. Gli atomisti non si sono posti il problema del movimento e delle sue
cause perché il movimento è da sempre e non ha bisogno di giustifica-
zioni, né hanno attribuito al vuoto-non essere un'esistenza di grado infe-
riore rispetto al pieno, perché nella loro spiegazione dei fenomeni i vuoti,
con le loro forme e grandezze, hanno una funzione altrettanto importante
dei "solidi". Inoltre, con la loro massima "il devn non è più del mhdevn "
hanno inteso non solo l'atomo e il vuoto, ma anche il corpo in generale e
il rado rivolgendosi in primo luogo contro concezioni comuni che nega-
vano esistenza a tutto ciò che non era visibile o tangibile. Se essi hanno
polemizzato anche contro gli Eleati, lo hanno comunque fatto da posi-
164 Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8)

zioni dogmatiche già acquisite e non "riflettendo" sui problemi posti dalle
aporie eleatiche, un atteggiamento, questo, tipico della scuola platonica.
Capitolo quarto

La dimostrazione della necessità degli indivisibili


(De gen. et corr. A 2)

1. Considerazioni generali
Come si è visto nel capitolo precedente, secondo tutti i commentatori
antichi l'aporia zenoniana cosiddetta "della dicotomia" aveva costituito il
punto di partenza per la teoria degli indivisibili di Senocrate. Una versione
di questa aporia, attribuita a Parmenide da Porfirio, da cui l'accademico
avrebbe preso le mosse, presenta strette affinità col logos eleatico di De
generatione et corruptione A 8. Questo contesto di soluzione di aporie eleati-
che nell'Accademia va tenuto presente anche quando si analizza la dimo-
strazione-tipo della necessità degli indivisibili di De gen. et corr. A 2. Il
punto di partenza è infatti un logos che ricorda sia quello eleatico di A 8,
sia quello riportato da Porfirio.
Questo brano sulla necessità degli indivisibili ha goduto sempre di una
grande fortuna presso gli interpreti e non c'è studio sugli atomisti che non
vi abbia dedicato almeno un piccolo spazio. La problematica che il reso-
conto aristotelico propone è quindi così nota che basterà riassumerla solo
brevemente. Aristotele pone il problema se, per spiegare la generazione, la
corruzione e l'alterazione, si debba ammettere l'esistenza di grandezze
indivisibili e presenta innanzitutto le tesi di coloro che hanno sostenuto
questa necessità. Egli distingue in questo ambito i due atomismi: quello
fisico di Democrito e Leucippo, che avrebbero assunto corpi indivisibili, e
quello matematico di Platone, che nel Timeo avrebbe posto triangoli indi-
visibili. Ambedue le teorie sono problematiche, ma per lo meno quella dei
corpi indivisibili è in grado di spiegare la generazione e l'alterazione dei
corpi fisici, l'altra no perché non ha una base fisica, ma dialettica.
La ragione per cui costoro hanno una minore capacità di vedere nel suo com-
plesso quanto concorda [coi fenomeni] è la mancanza di esperienza. Perciò co-
loro che hanno maggiore dimestichezza con la fisica sono maggiormente in
grado di postulare principi tali che possano abbracciare un maggior numero di
166 La dimostrazione della necessità degli indivisibili (De gen. et corr. A 2)

fenomeni; quelli, invece, che a causa del loro perdersi in molte discussioni non
vedono i fatti concreti, sono più portati a fare affermazioni sulla base di un nu-
mero limitato di fatti. Si può vedere anche da questo in che cosa differiscano
quelli che fanno una ricerca su basi fisiche da quelli che invece la perseguono at-
traverso ragionamenti dialettici; infatti riguardo all'esistenza di grandezze indivi-
sibili gli uni dicono che il triangolo in sé sarebbe una molteplicità, Democrito, in-
vece, sembrerebbe essere stato persuaso da argomenti più appropriati e di
carattere fisico. Quello che andiamo dicendo risulterà chiaro nel seguito del di-
scorso1.
Nel seguito in realtà viene offerto innanzitutto un logos sulla necessità di
porre un limite, mentale prima che fisico, alla divisione all'infinito di corpi
e grandezze, dove non solo il nome degli atomisti, ma anche i tratti tipici
delle loro dottrine (come il vuoto, la differenza di forme, il movimento)
sembrano sparire nel nulla, mentre stile e argomenti sono quelli di una
dimostrazione dialettica-tipo. Nella seconda parte viene poi fornita una
dimostrazione "fisica" della necessità degli indivisibili nella quale fra l'altro
emergono anche i tipici concetti aristotelici di potenza e atto come si ve-
drà. Dunque nulla risulta chiaro proprio perché questo logos sembra invece
un modello generale di discorso sulla necessità degli indivisibili.
L'ipotesi che Aristotele si basi su materiale democriteo, ma da lui
reinterpretato è quella generalmente più accreditata presso i commentatori
moderni dalla Hammer-Jensen in poi2. Alcuni dei sostenitori questa tesi
intravvedono un ulteriore punto di appoggio nel commento al passo del
Filopono il quale attribuisce espressamente a Democrito la dimostrazione
della necessità degli indivisibili qui riportata3. Ora, il Filopono non solo
non aveva a disposizione alcun testo di Democrito (tutto ciò che egli
riferisce sugli atomisti o è frutto di proprie speculazioni o risale alla tradi-
zione dei commentari ad Aristotele o a resoconti di diversa provenienza),
ma aveva dietro di sé tutta la tradizione neoplatonica che identificava
l'atomismo principalmente con quello di Democrito e di Epicuro. I Neo-

1 Arist. De gen. et corr. A 2, 316a 5 ai[tion de; tou' ejpæ e[l atton duvnasqai ta; oJmologouvmena
sunora'n hJ ajp eiriva: dio; o{soi ejnwikhvkasi ma'llon ejn toi'" fusikoi'" ma'llon duv nantai uJpo-
tivqesqai toiauvta" ajrca;" ai} ejpi; polu; duvnantai suneivrein: oiJ dæ ej k tw' n pollw'n lovgwn
ajqewvrhtoi tw'n uJparcov ntwn o[nte", pro;" ojlivga blevy ante", ajpofaiv nontai rJa'ion. i[doi dæ a[n
ti" kai; ejk touv twn o{son diafevrousin oiJ fusikw'" kai; logikw'" skopou' nte": peri; ga;r tou'
a[toma ei\ nai megevqh oiJ mevn fasin o{ti to; aujtotrivgwnon polla; e[stai, Dhmovkrito" dæ a] n fa-
neivh oijkeivoi" kai; fusikoi'" lovgoi" pepei'sqai. dh'lon d e[stai o} levgomen proiou'sin.
2 Hammer-Jensen 1910, 103-105; 211-214; Joachim 1922, 76 ad loc.; Frank 1923, 52; Lur'e
1932, 129-138; 1970, 441-445; Alfieri 1936, 81s. n. 160; 1979, 63; Cherniss 1962, 113; Gu-
thrie II, 1965, 503s.; Stokes 1971, cap. 8; Baldes 1972, 64ss.; Löbl 1976, 150-156; 1987, 75-
81; Makin 1993, cap. 3; Curd 2004, 185s.; Sedley 2004; Zeller-Nestle I, 2, 2, 1920, 1058 n.
2.
3 Hammer-Jensen 1910, 103; Lur'e 1932, 130; 1970, 441-445; Furley 1967, 83; Löbl 1976,
151; 1987, 78.
Capitolo quarto 167

platonici, come si può agevolmente constatare da altri testi del Filopono


stesso, di Porfirio, Siriano e Simplicio, avevano fatto quadrato intorno a
Platone e Senocrate per preservarli dalle accuse di Aristotele di andare
contro i principi della matematica assumendo grandezze indivisibili e
tendevano quindi a scaricare sugli atomisti il peso delle critiche aristoteli-
che4. Non a caso il Filopono, immediatamente prima dell'attribuzione del
logos sugli indivisibili a Democrito, commentando l'accenno al triangolo in
sé come indivisibile, si produce in una accanita difesa di Platone secondo
le linee tipiche dei commentatori Neoplatonici5. Questa testimonianza
non ha dunque alcun valore come aveva già del resto visto Zeller e hanno
ribadito altri dopo di lui6.
Non esiste dunque, al di là delle interpretazioni soggettive del testo
aristotelico, alcun indizio sostanziale del fatto che la dimostrazione della
necessità degli indivisibili risalga specificamente a Democrito7 anche per-
ché nessuno è in grado di spiegare esattamente quale sia il nucleo originale
democriteo del logos. D'altra parte, lo stesso problema si presenta per l'in-
dividuazione esatta nei testi di Zenone del cosiddetto argomento della
"dicotomia" che, secondo i commentatori moderni, costituirebbe il punto
di partenza della presunta dimostrazione democritea della necessità degli
indivisibili. Le versioni del logos fornite da Aristotele e da Porfirio non
corrispondono a nessun frammento superstite dell'Eleate. La communis
opinio è che l'originale sia andato perduto. In realtà Aristotele non dice

4 V. infra, VI 3. 4.
5 Cf. Philop. In De gen. et corr. 316a 12, 27,8ss. La sostanza dell'argomentazione è la seguente:
Platone non ha mai sostenuto l'esistenza di grandezze indivisibili. Tale tesi gli è stata attri-
buita da Aristotele nei resoconti sulle lezioni non scritte o, secondo l'opinione di alcuni, ri-
sale invece ai Platonici. Una giustificazione di questa presunta indivisibilità del triangolo
consiste nell'affermare che è la figura geometrica ultima non scomponibile in altre figure,
ma solo in un ordine di grandezze ad esso immediatamente successivo, cioè in linee. Il Fi-
lopono, però, la esclude e separa, seguendo una linea esegetica tipicamente neoplatonica,
l'idea del triangolo dalla figura geometrica: il triangolo in sé, in quanto logos del triangolo, si
trova fuori dell'ordine delle grandezze ed è quindi indivisibile. La stessa linea è tenuta da
Porfirio nei confronti delle linee indivisibili di Senocrate come si è visto nel capitolo pre-
cedente.
6 Zeller-Nestle I, 2, 2, 1920, 1058 n. 2; Mau 1952-53,12; 1954, 26; cf. anche Maccioni 1983,
44-53.
7 Sedley 2004 divide, come Lur'e 1932-1933, il resoconto aristotelico in due parti: una
"storica" (316a 15-b 19), dove non ci sarebbero "presupposti" aristotelici (con questo in-
tende evidentemente unicamente la dottrina della potenza e dell'atto), e una ricostruita da
Aristotele stesso (316b 20-34) nella quale egli consciamente fa sollevare a Democrito obie-
zioni contro la sua stessa teoria della potenza e dell'atto. Tuttavia nel contempo ammette di
sospendere il giudizio sul nodo cruciale del problema e cioè se la prima parte sia un reso-
conto diretto da Democrito o solo una ricostruzione aristotelica (68 n. 6). Ma se questa se-
conda ipotesi fosse vera, cadrebbe anche la divisione fra resoconto "storico" e resoconto
"ricostruito". Ambedue sarebbero in ogni caso ricostruzioni.
168 La dimostrazione della necessità degli indivisibili (De gen. et corr. A 2)

affatto che il logos da cui avrebbe preso le mosse il discorso sugli indivisi-
bili sia di Zenone e Porfirio non lo attribuisce a Zenone, ma a Parmenide,
e ne fa, come si è visto, il punto di partenza della dimostrazione della
necessità degli indivisibili di Senocrate. Alessandro e Simplicio sostengono
che il logos della dicotomia è di Zenone, ma Simplicio, per confermare
questa tesi, non riesce a far di meglio che riportare i frammenti 29 B 2, 3,
1 DK in sequenza, nessuno dei quali coincide col logos riportato da Porfi-
rio e tantomeno con quello aristotelico. Nei frammenti di Zenone ripor-
tati da Simplicio non si parla affatto di "divisibilità", ma di un processo
progressivo di individuazione di parti intermedie in un "ente" che porta a
dilatarne all'infinito la dimensione (in quanto non si arriva mai alla fine del
processo), ma anche, nel contempo, siccome l'individuazione comporta
anche un movimento retrogrado, a dissolverlo in qualcosa nel quale non
sono più individuabili parti perché non ha più né estensione né spessore
alcuno. Questo qualcosa, come dimostra Zenone nel frammento B 2, non
è nulla perché, aggiunto ad una grandezza non la rende più grande, sot-
tratto, non la rende più piccola. Se si abbandona per un attimo il condi-
zionamento esercitato da tutte le trattazioni successive di questi fram-
menti alla luce del problema matematico dell'infinita divisibilità delle
grandezze e si guarda Zenone da un'altra angolazione, vediamo qui per-
fettamente rappresentato il percorso della mente che, concentrata sulla
concezione tradizionale di ciò che è, come corpo fornito di grandezza e
spessore, è costretta ad immaginarlo8 nello stesso tempo come infinita-
mente grande e come nulla. In definitiva, Zenone riproduce perfettamente
l'immagine dei dikranoi con una mente "vagante" incapaci di decidere fra
l'essere e il non essere, così efficacemente descritta nel Fr. 28 B 6 DK di
Parmenide, e demolisce le concezioni tradizionali di "essere". Simplicio
riporta questi frammenti perché evidentemente non aveva davanti a sé
nessun testo che corrispondesse al "logos della dicotomia", ma altri che
contenevano solo in parte argomenti assimilabili a quello che veniva desi-
gnato in questi termini. Nasce quindi il sospetto che il famoso argomento
della dicotomia e i logoi ad esso collegati siano una riformulazione dialet-
tica di testi zenoniani alla luce del problema della divisibilità all'infinito e
della definizione dell'uno e del molteplice discussi nella scuola platonica.

8 Lo spirito, se non la lettera, dei frammenti zenoniani è mantenuto da Platone nel Parmenide
(164c) nella descrizione del "sogno" della mente vagante in una molteplicità senza l'uno:
"ma ciascuna massa di questi (scil. dei molti senza l'uno), come sembra, è infinita per nu-
mero di parti, e se anche uno colga ciò che sembra la parte più piccola, come nel sonno un
sogno, compaiono improvvisamente, invece di ciò che sembrava uno, molti, e invece della
parte più piccola una massa enorme rispetto alle particelle che risultano dalla sua fram-
mentazione".
Capitolo quarto 169

2. Democrito e gli Accademici sugli indivisibili: il preambolo


aristotelico (De gen. et corr. A 2, 315b 28-316a 14)
Aristotele parla esplicitamente, nel preambolo, di triangoli indivisibili del
Timeo9, una tesi naturalmente mai espressa nel dialogo. Egli lo conosceva
ovviamente molto bene, ma la sua esegesi era marcata dalle interpretazioni
che dei triangoli platonici davano gli allievi come dimostra la sua breve e
sibillina notazione secondo cui coloro che argomentano dialetticamente
(cioè i Platonici) assumono che, se non ci fossero grandezze indivisibili, il
triangolo in sé sarebbe una molteplicità10. Questa palese deviazione dal
testo platonico così come il sottofondo di interpretazioni accademiche
che l'ha generata dovrebbe in ogni caso rendere cauti sul grado di ade-
renza di Aristotele ai testi originali in un resoconto così fortemente mar-
cato dai concetti e dalle problematiche correnti nella scuola platonica.
Un altro problema del preambolo, già da tempo rilevato da Mau, ma
poi generalmente sottaciuto o sbrigativamente messo da parte dagli inter-
preti successivi, riguarda l'accenno alla supposta argomentazione di De-
mocrito; la formulazione aristotelica a questo riguardo è ambigua e impre-
cisa e suggerisce che Aristotele non ha in mente un preciso testo
democriteo11. Mentre infatti attribuisce con certezza agli Accademici (oiJ
mevn fasin) la teoria secondo cui il triangolo in sé sarebbe molti se non
fosse indivisibile, si esprime, nel caso di Democrito, con la formula dubi-
tativa: Democrito sembrerebbe essere stato persuaso da argomenti "fisici" ap-
propriati al soggetto (Dhmovkrito" d a]n faneivh oijkeivoi" kai; fusikoi'"
lovgoi" pepei'sqai). Questa formulazione rimanda a tesi non di Democrito
stesso (in tal caso infatti ci si aspetterebbe un kecrh'sqai12), ma ad argo-

9 De gen. et corr. A 2, 315b 28 kai; pavlin eij megevqh (scil. ajdiaivreta), povteron, wJ" Dhmovkrito"
kai; Leuv kippo" swvmata tau't ejstiv n, h] w{sper ejn tw'i Timaivwi ejpivpeda.
10 De gen. et corr. A 2, 316a 11-12 peri; ga;r tou' a[toma ei\nai megevqh oiJ mevn fasin o{ti to;
aujtotrivgwnon polla; e[stai. Questo breve accenno è stato interpretato in due maniere:
come una trasposizione dell'indivisibilità del triangolo in sé alla molteplicità dei triangoli fi-
sici (che sarebbero indivisibili in quanto sue ipostasi fisiche), cf. Heinze 1892, 58s.; Cher-
niss 1962, 127s.; Mugler 1966, ad loc., 7 e 80 n. 1; Hirsch 1953, 55s. Maccioni 1983, 32 e n.
21. Come riferimento all'indivisibilità del triangolo in sé (che altrimenti avrebbe parti e sa-
rebbe quindi una molteplicità), cf. Joachim 1922, 76; Barnes 1982, 354. Quest'ultima inter-
pretazione non solo è la più aderente alla sintassi del brano (l'apodosi del periodo ipotetico
della irrealtà al futuro è comunissima in Aristotele e la protasi è qui sottintesa: se non fosse
indivisibile il triangolo in sé sarebbe una molteplicità), ma trova corrispondenza negli ar-
gomenti che nel trattato pseudo-aristotelico De lineis insecabilibus vengono riferiti ai soste-
nitori delle linee indivisibili. Queste sono tali in quanto parti rispetto ad un tutto. Se infatti
così non fosse ed esse avessero parti, ci sarebbero altre grandezze prime rispetto a queste,
vale a dire esse risulterebbero una molteplicità (968a 9-14 = Xenocr. Fr. 127 IP).
11 Mau 1954, 26.
12 Cf. Metaph. G 4, 1006a 2 crw'ntai de; tw'i lovgwi touvtwi polloi; kai; tw'n peri; fuvsew".
170 La dimostrazione della necessità degli indivisibili (De gen. et corr. A 2)

menti che gli si potrebbero attribuire interpretando le sue dottrine da una


certa ottica13. Aristotele contrappone inoltre nel preambolo un modo di
argomentare "logico" (quello degli Accademici) e un modo di argomen-
tare "fisico" (quello di Democrito) e annuncia che nel seguito del discorso
risulterà chiaro quanto va dicendo. Quest'ultima affermazione è stata
generalmente interpretata come un riferimento al solo argomentare fisico
di Democrito e conseguentemente come una implicita ammissione che
tutto ciò che viene dopo è da considerarsi argomento "democriteo"14. In
realtà il problema del riferimento è più complesso. Nulla esclude infatti
che Aristotele si riferisca ad ambedue i modi di argomentare citati prima e
che offra nel seguito, come fa in altri punti della sua opera, semplicemente
un esempio di ambedue i modelli di argomentazione, dialettica e fisica. Se
si guarda in particolare ai passi in cui la contrapposizione è implicita o
esplicita, si può osservare che, per Aristotele, la differenza fra i due modi
di argomentare logikw'" e fusikw'" non concerne tanto l'aspetto formale,
gli oggetti e i singoli argomenti, quanto i limiti e gli scopi dell'argomenta-
zione. L'esame "dialettico" di un problema fisico non fa distinzioni fra ciò
che può essere pensato e ciò che esiste o può verificarsi veramente nel
mondo fisico perché il suo scopo è quello di arrivare ai principi generali
non a quelli specifici di quest'ultimo15. Simplicio, commentando la defini-

13 In Metaph. A 8, 989a 30ss. Aristotele "conduce" Anassagora a riconoscere che il suo oJmou'
pavnta e il suo nou' " corrispondono in realtà all'"altro" e all'"uno" dei Platonici
(Anaxagovran d ei[ ti" uJpolaboi duvo levgein stoicei'a, mavlist a]n uJpolavboi kata; lovgon, o}
ejkei'no" aujto;" me; n ouj dihvrqrwsen, hjkolouvqhse mev nt a] n ejx ajnav gkh" toi'" ejpavgousin
aujtov n).
14 Un esempio di questo procedimento e della maniera sbrigativa di trattare in generale il
preambolo si trova in Furley 1967, 83s. Dopo aver accennato alla formulazione dubitativa
di Aristotele riguardo a Democrito e al fatto che comunque il logos che segue contiene con-
cetti aristotelici così come era stato rilevato da Mau egli osserva: "All this is true: Aristotle
has certainly expressed the arguments in his own terms. But I still think it probable that
the logic of the argument belongs to Democritus. I cannot see why else Aristotle should
begin as he does", e cita 316a 11-14. Nessun altro argomento viene portato a sostanziare la
tesi che l'argomentazione sia di Democrito. Cf. anche Makin 1993, 49-55; Curd 2004, 186.
Sedley 2004 ritiene che la prima parte sia un resoconto storico democriteo senza presup-
posti aristotelici, ma è chiaro che non c'è nessuna testimonianza indipendente che per-
metta di attribuire a Democrito ad esempio l'argomentazione della dissoluzione del corpo
fino ai punti. V. infra, 4. 3.
15 Cf. Phys. G 5, 204b 4ss. dove si incontra la stessa contrapposizione in relazione all'infinito
per grandezza (l'altro corno del dilemma dell'infinità). L'argomentazione dialettica si basa
sulla definizione di corpo come "ciò che è delimitato da una superficie". In base a quest'ul-
tima non c'è dunque un corpo infinito né sensibile né intellegibile, ma neppure un numero
infinito esiste separatamente perché il numero in quanto numerabile può essere numerato
e non è possibile percorrere, cioè numerare, in un tempo finito un infinito. L'argomenta-
zione fisica si basa sul fatto che l'infinito non può essere né composto (due corpi infiniti si
limiterebbero a vicenda) né semplice (un corpo sensibile infinito dovrebbe essere diverso
dagli elementi, ma tale corpo non esiste nella realtà, e, d'altra parte, visto che i fenomeni si
Capitolo quarto 171

zione di ajporiva logikhv, fornisce due spiegazioni del termine che corri-
spondono perfettamente al concetto di argomentare "logico" sopra espo-
sto
la chiama logica […], o perché trae unicamente dal ragionamento la sua verosi-
miglianza e non trova sostegno nei fatti concreti (così infatti vengono definiti i lo-
goi di Zenone i quali confutano in modo verosimile il movimento), oppure defini-
sce logica una aporia più generale non aderente a, né specifica dell'oggetto in
discussione né tale da prendere le mosse dai principi che sono propri di quest'ul-
timo16.
Tutti gli interpreti moderni hanno riconosciuto che il resoconto sulla
dimostrazione della necessità degli indivisibili che segue la succitata affer-
mazione in De gen. et corr. A 2 è nettamente diviso in due parti chiaramente
delimitate da Aristotele stesso. Quello che invece è stato inspiegabilmente
trascurato è che le due parti nei loro oggetti e nei loro scopi corrispon-
dono perfettamente ai due tipi di argomentazione, logica e fisica, annun-
ciati nel preambolo. Questa specificità delle due parti è dunque estrema-
mente rilevante non solo per definire la reale importanza del passo
aristotelico ai fini della "ricostruzione" della nascita dell'atomismo dall'ele-
atismo, ma per ricollocare nel suo contesto reale il problema degli "indivi-
sibili".
Qui di seguito esaminerò dunque dapprima in maniera generale le ca-
ratteristiche delle due parti alla luce della distinzione fra argomentazione
logica e argomentazione fisica. In seguito prenderò in esame i punti so-
prattutto della prima parte che, in base a questa classificazione sono piut-
tosto attribuibili agli Accademici che a Democrito. Infine cercherò di
definire l'importanza del brano per l'inquadramento generale della dottrina
democritea nel contesto della discussione sugli indivisibili fra Aristotele e
l'Accademia.

generano sempre dai contrari, è impossibile che questo infinito sia uno solo degli ele-
menti). Mentre l'argomentazione "logica" si basa esclusivamente su ciò che si può pensare,
quella "fisica" considera (almeno nelle intenzioni) anche ciò che esiste in realtà. Sulla di-
stinzione fra argomentazione dialettica e fisica, cf. la dettagliata analisi di Algra 1995, 164ss.
dei contesti in cui l'opposizione ritorna. Egli sintetizza il problema come segue "A survey
of the way in which Aristotle contrasts physical and logical or general (katholou) problems
and arguments shows indeed that to his mind the distinction did not boil down to the
contrast between 'special empirical' arguments on the one and more general or theoretical
arguments on the other hand, but rather to a contrast between arguments (either directly
empirical or of a more theoretical character) which are, so to speak, embedded in a theory
about the physical world, and, on the other hand, those which are of a purely abstract cha-
racter, taking no recourse to the world as it actually appears to us or even flatly contra-
dicting common appearances. Among the latter kind he ranked tha arguments of the phi-
losophers of the Eleatic tradition".
16 Simpl. In Phys. 202a 21, 440,21. Il brano è segnalato e riportato in questo contesto in Algra
1995, 164 n. 106.
172 La dimostrazione della necessità degli indivisibili (De gen. et corr. A 2)

3. Le due parti del logos sugli indivisibili


Come già aveva visto Lur'e e ha ribadito recentemente Sedley17 il brano è
articolato in due parti: nella prima (316a 15-b17), nella quale si sono tradi-
zionalmente intravvisti argomenti democritei, l'aporia dell'indivisibilità
presenta tutti i tratti dell'argomentazione "logica" quali si trovano anche in
altri passi aristotelici di cui ho parlato precedentemente. Essa infatti pro-
spetta una situazione "verosimile solo sul piano mentale" come la defini-
rebbe Simplicio, ma non sul piano fisico18. La divisione mentale all'infinito
di un corpo fisico sta in effetti alla base della dimostrazione della necessità
degli indivisibili in questa prima parte.
La seconda parte (316b 29-34) è una riformulazione del logos da parte
di Aristotele stesso sulla base di una argomentazione "fisica", sulla base
cioè di quanto accade effettivamente quando si divide un corpo. Se lo si
divide progressivamente non si potrà materialmente portare a termine una
infinita frammentazione, d'altra parte, non è possibile dividere realmente il
corpo contemporaneamente in ogni punto, ma solo in una certa misura.
Se la distinzione fra dimostrazione dialettica e fisica postulata da Ari-
stotele nel preambolo come linea di demarcazione fra la dimostrazione
della necessità degli indivisibili nell'Accademia e quella di Democrito è
rispecchiata nelle due parti succitate, si deve dedurre che la prima parte,
che offre una argomentazione dialettica, non può essere comunque attri-
buita a Democrito. In questo caso però cadono tutti i problemi sull'indivi-
sibilità fisica o teoretica dell'atomo democriteo intravvisti dai commenta-
tori moderni. La dimostrazione "fisica", d'altra parte, ci pone chiaramente
di fronte una grandezza indivisibile perché colui che divide non può pro-
cedere materialmente nella divisione oltre un certo limite. Questa dimo-
strazione non va al di là del senso comune e significativamente Aristotele
non si produce in ulteriori spiegazioni delle cause di questa impossibilità
(per mancanza di tempo? per l'impossibilità di operare una divisione oltre
una certa soglia quando si arriva ad una grandezza minima? perché non
c'è uno strumento adeguato nel caso in cui la divisione sia progressiva?
per l'impossibilità materiale di dividere in ogni punto in simultanea, nel

17 Sedley 2004; cf. anche Atomism's Eleatic Roots (in corso di stampa).
18 Barnes 1982, 358s. tende a sottovalutare proprio il carattere mentale dell'operazione di
divisione sottolineato da formulazioni che insistono sulla possibilità di immaginarla anche
se non verrà mai eseguita nella realtà, cf. 316a 17-19 eij ga;r pavnthi diairetovn, kai; tou'to
dunatovn, ka]n a{ma ei[h tou'to dihirhmevnon, kai; eij mh; a{ ma dihviretai. 316a 22s. ejpei; oujd a] n
eij" muriv a muriav ki" dihirhmevna h\i, oude; n ajd uvnaton: kaivtoi i[sw" oudei; " a]n dievloi. Cf. il
passo della Fisica nella nota seguente che prospetta un'infinità per accrescimento th'i
nohvsei ed è diretto contro gli Accademici.
Capitolo quarto 173

caso della divisione contemporanea in tutti i punti?) perché a lui interessa


l'evidenza dell'impossibilità di una divisione reale all'infinito.
Il richiamo al senso comune, alla realizzazione pratica e all'esistenza
reale di un certo fatto, fa parte di un tipico modo di argomentare "fisico"
aristotelico. Questo risulta chiaro se si confronta il passo con la critica
all'infinito per accrescimento postulato dai Platonici nel terzo libro della
Fisica:
è assurdo basarsi [per affermare che l'infinito esiste in atto] su una rappresenta-
zione mentale; infatti l'eccesso e il difetto non si producono [in questo caso] in
un oggetto reale, ma nella rappresentazione mentale. Infatti ci si potrebbe rap-
presentare ciascuno di noi crescere in progressione all'infinito, ma uno non è più
grande della città o della dimensione che egli possiede perché qualcuno lo pensa
così, ma perché è così19.
come uno non è più grande della dimensione che possiede anche se si
potrebbe immaginare tale, così una divisione di una grandezza all'infinito
e in tutti i punti contemporaneamente o progressivamente quale viene
postulata nel primo logos sugli indivisibili non si verificherà mai nella realtà.
Questo è quanto in modo riassuntivo si può dire dei due logoi. E' op-
portuno ora passare ad una loro trattazione più specifica per confermare
quanto detto in sintesi. Nell'esame della prima parte verrà dunque messo
in rilievo il carattere "dialettico" dell'argomentazione e gli elementi che
fanno pensare alla rielaborazione di un logos accademico. Nell'esame della
seconda parte, invece, si cercherà di stabilire se sia ancora possibile defi-
nire l'argomento "fisico" come un argomento "democriteo".

4. Il logos sugli indivisibili. Prima parte.


Motivi accademici e rielaborazioni aristoteliche

4. 1. Divisione mentale e divisione reale (De gen. et corr. A 2, 316a 15-29)

Punto di partenza del logos sugli indivisibili, è una "tesi" (ei[ ti" qeivh), nel
senso tecnico dei Topici20, una formulazione paradossale, che contiene una
ajporiva (e[cei ajporivan). La tesi pone l'esistenza di un corpo e di una
grandezza divisibili per natura in ogni parte e la possibilità di compiere

19 Arist. Phys. G 8, 208a 14 to; de; th'i nohvsei pisteuvein a[topon: ouj ga;r ejpi; tou' pravgmato" hJ
uJperoch; kai; hJ e[lleiyi", ajll ejpi; th'" nohvsew". e{kaston ga;r hJmw' n nohvs eien a[ n ti" pol-
laplavsion eJautou' au[xwn eij" a[peiron: ajll ouj dia; tou'to e[xw tou' a[steov " tiv" ejstin h] tou'
thlikou'de megevqou" o} e[comen, o{ti noei' ti", ajll o{ti e[stin .
20 Top. A 11, 104b 19-22, v. supra, III 2. 1 n. 14.
174 La dimostrazione della necessità degli indivisibili (De gen. et corr. A 2)

questa divisione. Se questo è possibile, però, si potranno anche dividere o


dovunque e simultaneamente (ka]n a{ma ei[h tou'to pavnthi dihirhmevnon), o
per bisezione continua (oujkou'n kai; kata; to; mevson wJsauvtw"). Nulla in-
fatti è impossibile, neppure se le si dividesse in innumerevoli parti innu-
merevoli volte anche se forse nessuno potrebbe dividerle nella realtà21. Il
risultato sarà che non rimarrà né un corpo né una grandezza, ma solo la
divisione e il corpo si dissolverà nel nulla e sarà composto dal nulla. In
questo caso il tutto non sarà altro che un'apparenza (316a 29 to; pa'n dh;
oujde;n ajll h] fainovmenon). Abbiamo qui dunque due modi di dividere la
grandezza, i quali portano ambedue alla sua dissoluzione: la divisione
contemporanea in tutte le parti e la bisezione progressiva.
La formulazione della tesi richiama, anche nella terminologia, l'imma-
gine della molteplicità senza l'uno del Parmenide platonico. Platone espo-
neva il problema nei termini più generali di uno e altro dall'uno, ma la
sostanza del discorso, e talvolta anche la lettera, sono identici: l'altro dal-
l'uno, senza quest'ultimo, si presenta sempre come una molteplicità infi-
nitamente frammentabile col pensiero. Ogni massa si sbriciola in pezzi
laddove la si concepisca senza l'uno22. Platone sottolinea proprio il carat-
tere mentale (th'i dianoivai) di questo procedimento secondo il quale della
molteplicità pensata senza l'uno (una molteplicità concepita in termini
fisici se l'espressione specifica per designarne le parti è o[gko" e quella per
indicarne lo sbriciolamento è qruvptesqai23) non rimangono nient'altro
che delle unità apparenti, ma non reali (Parm. 164d oujkou'n polloi; o[gkoi
e[sontai, ei|" e{kasto" fainovmeno", w]n de; ou[, ei[per e}n mh; e[stai;). In De
generatione et corruptione A 2 abbiamo lo stesso schema: la divisione mentale
all'infinito porta all'annullamento della realtà nell'apparenza. Rispetto però
all'immagine platonica, ai frammenti stessi di Zenone, che presentano una
individuazione progressiva di parti, al logos di Porfirio e anche al logos elea-

21 De gen. et corr. A 2, 316a 14-23 (68 A 48b DK; 105 L.) e[cei ga;r ajporivan, ei[ ti" qeivh sw'mav
ti ei\nai kai; mev geqo" pavnthi diaireto; n kai; tou'to dunatovn. tiv ga;r e[stai o{per th;n diaivre-
sin diafeuvgei… eij ga;r pav nthi diaireto; n kai; tou' to dunatovn, ka] n a{ma ei[h tou'to pav nthi
dihirhmevnon, kai; eij mh; a{ ma dihvirhtai. ka] n eij tou'to gev noito, oujd e;n a] n ei[h ajduv naton.
oujkou' n kai; kata; to; mevson wJ sauvtw". kai; o{lw" dev, eij pavnthi pevfuke diairetovn, a] n
diaireqh'i, oujde;n e[stai ajduv naton gegonov", ejp ei; oujd a]n eij" muriva muriavki" dihirhmevna
h\i, oujde; n ajduv naton: kaivtoi i[sw" oujdei;" a] n dievloi.
22 Parm. 165b qruvptesqai dh; oi\mai kermatizovmenon ajnavgkh pa'n to; o[n, o} a[n ti" lavbhi th'i
dianoivai: o[gko" gavr pou a[neu eJ no;" ajei; lambav noit a[ n. Cf. anche 158c.
23 Il passo è interessante in quanto Barnes 1982, 358s. e Sedley 2004, 69 concludono, in base
al fatto che in 316a 34ss. si immagina come risultato della divisione del corpo una specie di
segatura (e[kprisma), che nella prima parte del logos aristotelico non venga presa in esame
una divisione mentale, ma reale e se ne servono come argomento per attribuire a Demo-
crito il logos. Come dimostra l'esempio del Parmenide, tuttavia, l'uso di una terminologia fi-
sica non significa nulla. Platone usa infatti immagini estremamente concrete per indicare la
frammentazione mentale dei molti senza l'uno.
Capitolo quarto 175

tico di A 8 che si situa sulla stessa linea, nell'argomento di A 2 compare


anche la divisione simultanea in ogni parte. Questo è un tratto aristotelico
dovuto alla tipica distinzione di significati sempre operata da Aristotele
quando affronta un'aporia: pavnthi diairetovn può essere infatti inteso sia
come divisibile in ogni parte nello stesso momento che in momenti suc-
cessivi. In ogni caso la concezione di una divisione mentale all'infinito
come reale è tipicamente platonico-accademica. Si potrebbe obiettare che
anche l'aporia di Zenone non distingue fra processi mentali e reali, ma il
logos che Aristotele presenta, come si è visto, è vicino a Platone, non a
Zenone e, in ogni caso, il tema della divisibilità all'infinito delle grandezze
nei termini espressi nel logos aristotelico è un punto focale nella trattazione
platonico-accademica del secondo principio (il grande e il piccolo o la
diade indefinita) come si può evincere da numerose testimonianze di Ari-
stotele stesso e dei commentatori24. Aristotele critica in altri punti della sua
opera e in relazione al concetto di infinito per divisione proprio i Platonici
(e non Zenone) per aver attribuito ai procedimenti mentali un carattere di
realtà. Nel terzo libro della Fisica, affermando la possibilità della divisione
all'infinito delle grandezze, specifica, in esplicita polemica contro la dot-
trina delle linee indivisibili, come si deve intendere l'infinito per divisione.
Si tratta di un infinito in potenza, non nel senso che può essere trasposto
in qualche momento in atto, ma nel senso che la divisione può essere
effettuata in un punto qualsiasi in momenti diversi.
Ma che la grandezza non sia in atto infinita, è stato detto; lo è, però, per divi-
sione, infatti non è difficile confutare l'ipotesi delle linee indivisibili. Rimane dunque la
possibilità che l'infinito sia in potenza. Non si deve, però, prendere il significato
'infinito in potenza' nello stesso modo in cui si dice 'se è possibile che questo di-
venga una statua, sarà in effetti una statua', così ci sia anche un infinito che sarà
tale in atto, ma, poiché l'essere si predica in molti modi, come l'essere del giorno
e della gara per essere sempre un altro ed un altro ancora, così anche l'infinito25.

24 Per quanto riguarda i commentatori, oltre al già citato logos di Porfirio che avrebbe costi-
tuito il punto di partenza dell'assunzione di linee indivisibili da parte di Senocrate, è inte-
ressante ad esempio un altro passo di Porfirio che riferisce della cosiddetta "divisione del
cubito" risalente alle lezioni non scritte di Platone (Porph. 174 F Smith = Simpl. In Phys.
202b 36, 453,30-454,14). Qui viene riproposto il tema della divisione progressiva delle
grandezze all'infinito con il suo corrispettivo, l'infinito per accrescimento: si assuma una
grandezza finita, come un cubito, la si divida in due parti lasciandone poi una intatta; se si
divide l'altra metà continuamente e si aggiungono le parti a questa sottratte alla metà rima-
sta intatta, si otterranno due parti, una che procede verso l'infinitamente piccolo e l'altra
che tende all'infinitamente grande. Platone avrebbe dimostrato con questo esempio la pre-
senza, anche nelle grandezze finite, di una tendenza verso l'infinitamente grande e l'infini-
tamente piccolo, effetto del secondo principio, la diade indefinita.
25 Phys. G 6, 206a 16-23 to; de; mevgeqo" o{ti me;n kat ejnevr geian oujk e[stin a[peiron, ei[rhtai,
diairevsei d ejstivn: ouj ga;r calepo;n aj nelei'n ta; " ajtov mou" grammav ": leivpetai ou\n dunav mei
ei\nai to; a[p eiron. ouj dei' de; to; dunav mei o]n lambavnein, w{sper eij dunato; n tou't ajndriav nta
176 La dimostrazione della necessità degli indivisibili (De gen. et corr. A 2)

L'accenno alle linee indivisibili e l'alternativa che Aristotele propone co-


stituiscono un corrispettivo della più diffusa critica al logos sugli indivisibili
di De gen. et corr. A 2. Qui egli spiega che, in quel tipo di dimostrazione si
nasconde un paralogismo che consiste nella mancata distinzione di signifi-
cati fra "divisibile in ogni parte" e "diviso in ogni parte". Divisibile in ogni
parte all'infinito non significa che la divisione debba avvenire in realtà né
simultaneamente, né progressivamente "in tutti i punti" in quanto questo
comporterebbe l'esistenza contemporanea di punti contigui uno all'altro.
Questo non è possibile perché i punti sono limiti e non grandezze, e dun-
que esistono solo nel momento in cui vengono posti. Una grandezza è
divisibile in ogni parte nel senso che lo è in un dato momento in un
punto, in un altro, in un altro: ogni volta, però, non ci sono nella gran-
dezza infiniti punti, ma uno solo26.
La tesi nella prima parte del logos sugli indivisibili di De gen. et corr A 2 è
basata dunque su argomenti tipicamente accademici rielaborati da Aristo-
tele. Il riportare a Democrito una rielaborazione dell'aporia zenoniana in
questi termini non ha alcun fondamento perché non trova nessuna ulte-
riore conferma nelle testimonianze antiche.

4. 2. Corpi e grandezze indivisibili

Aristotele nel brano suddetto parla costantemente di "corpi e grandezze


indivisibili". Ora, le due espressioni non sono equivalenti come taluni
inclinano a credere27, ma designano i due livelli del problema degli indivisi-
bili, quello propriamente fisico, i corpi, e quello delle grandezze matemati-
che, in questo contesto le superfici indivisibili. Se è vero che, nel brano
che precede immediatamente l'excursus sugli indivisibili, Aristotele utilizza
il termine "grandezze indivisibili" in una accezione più generale, egli di-
stingue però al loro interno i corpi indivisibili (di Democrito e Leucippo)
e le superfici indivisibili (del Timeo). Che egli abbia in mente una distin-
zione precisa quando parla di corpi e grandezze, è confermato del resto da

ei\nai, wJ " kai; e[stai tou't ajndriav ", ou{tw kai; a[peirovn ti, o} e[stai ej nergeivai: ajll ejpei;
pollacw'" to; ei\ nai, w{sper hJ hJmevra ejsti; kai; oJ ajgw; n tw'i ajei; a[llo kai; a[llo givnesqai,
ou{tw kai; to; a[peiron. Sulle teorie accademiche come obiettivo di Aristotele nei passi suc-
citati, cf. Krämer 1971, 296-297.
26 De gen. et corr. A 2, 317a 2-12.
27 Questo è stato notato da più parti. Baldes 1972, 44s., partendo dal presupposto che Aristo-
tele si riferisca a materiale democriteo, ipotizza, in modo piuttosto nebuloso, che si tratti di
grandezze matematiche concepite come immanenti ai corpi fisici indivisibili e, in quanto
tali, accidentalmente indivisibili. Lewis 1998, 19 n. 34 fa notare che kai; megevqh è estraneo
alla discussione seguente che riguarda solo la divisione dei corpi e ritiene l'espressione una
semplice aggiunta aristotelica in quanto per lui ogni corpo è anche una grandezza.
Capitolo quarto 177

un altro brano del capitolo nono dello stesso libro dove riassume il ragio-
namento che ha portato agli indivisibili28. Qui Aristotele sostituisce al
sintagma sw'mata ajdiaivreta kai; megevqh, sw'ma ajdiaivreton h] plavto" in
cui il riferimento ai triangoli platonici è palese. Il logos era evidentemente
un discorso generale sugli indivisibili che comprendeva sia la trattazione
dei corpi che quella dei triangoli. Come si vedrà nel cap. V, l'indivisibilità
(relativa) dei corpi e delle grandezze fino all'indivisibile assoluto, la linea, è
un assunto di Senocrate. Per ora comunque ci si può limitare a constatare
che nel logos aristotelico corpi e grandezze hanno due referenti diversi.

4. 3. Punti, segatura e affezioni (De gen. et corr. A 2, 316a 30-b 16)

Vale la pena riesaminare ora singolarmente gli argomenti della prima parte
a favore di corpi e grandezze indivisibili in quanto questi sono un tipico
esempio di rielaborazione aristotelica di temi trattati nell'Accademia e più
volte ripresi da Aristotele in altre parti della sua opera. Da questo esame si
potrà constatare che, in tutto questo, di Democrito non c'è traccia.
L'argomento fondamentale della prima parte del logos è diretto contro
la divisione dei corpi e delle grandezze fino ai punti. Ammettere che que-
sto sia il risultato della divisione equivale a dissolvere i corpi e le gran-
dezze nel nulla e a volerli ricomporre dal nulla.
Poiché dunque il corpo è divisibile in ogni parte, lo si divida. Che cosa rimarrà
dunque? una grandezza? non è possibile perché altrimenti ci sarebbe qualcosa di
non diviso, ma era divisibile completamente. Se tuttavia non sarà né un corpo né
una grandezza, ma ci sarà la divisione, consisterà di punti, e ciò di cui è composto
saranno non grandezze, o nulla del tutto, talché sarà generato da nulla e compo-
sto da nulla e il tutto non sarà altro che apparenza. Allo stesso modo, se sarà
composto da punti, non avrà una estensione misurabile. Infatti quando i punti si
toccavano e la grandezza era un tutto unico e i punti erano insieme, non rende-
vano più grande il tutto. Infatti quando il tutto è stato diviso in due o in più parti,
non lo rendevano né più piccolo, né più grande di prima, talché, se tutti venissero
messi insieme, non produrrebbero una grandezza 29.

28 De gen. et corr. A 9, 327a 6 eij me;n ga;r mh; pavnthi diaireto;n to; mevgeqo", ajll e[sti sw''ma
ajdiaivreton h] plavto" oujk a]n ei[h pavnthi paqhtikovn, ajll oude; sunece; " ouj devn.
29 De gen. et corr. A 2, 316a 23-34 ejpei; toivnun pavnthi toiou'tovn ejs ti to; sw'ma, dihirhvsqw. tiv
ou\n e[stai loipovn… mevgeqo"… ouj ga;r oi|ovn te: e[ stai gavr ti ouj dihirhmev non, h\n de; pav nthi
diairetovn. ajlla; mh;n eij mhde;n e[stai sw'ma mhde; mevgeqo", diaivresi" dæ e[stai, h] ejk stigmw' n
e[stai, kai; ajmegevqh ejx w| n suvgkeitai, h] oujde;n pantavpasin, w{ste ka]n givnoito ejk mhdeno;"
ka]n ei[h sugkeivmenon, kai; to; pa'n dh; oujde; n ajllæ h] fainovmenon. oJmoivw" de; ka] n h\i ejk stig-
mw'n, oujk e[s tai posovn. oJpovte ga;r h{ptonto kai; e}n h\n mevgeqo" kai; a{ ma h\san, oujde; n
ejpoivoun mei'zon to; pa' n: diaireqev nto" ga;r eij " duvo kai; pleivw, oujde;n e[latton oujd e; mei'zon
to; pa' n tou' provteron, w{ste ka] n pa' sai sunteqw'sin, oujd e;n poihvsousi mevgeqo".
178 La dimostrazione della necessità degli indivisibili (De gen. et corr. A 2)

In questo argomento viene scartata una prima soluzione, cioè che da una
divisione completa possa risultare una grandezza. "Grandezza" in questo
contesto viene generalmente interpretato come sinonimo di corpo, ma ciò
è inverosimile almeno per due ragioni: in primo luogo perché Aristotele
subito dopo distingue fra corpo e grandezza come possibile risultato della
divisione (se non ci sarà né un corpo né una grandezza), in secondo luogo
perché il caso della divisione fino ad una minuscola particella corporea
come segatura viene prospettato dopo, come alternativa distinta (316b 1).
Siamo dunque qui confrontati con due possibilità: quella della divisione
fino a corpuscoli e quella della divisione fino a grandezze geometriche.
Aristotele non spiega qui come si possa arrivare nella divisione ad una
grandezza, ma lo fa più volte altrove riferendo il metodo di sottrazione dei
Platonici: il corpo è divisibile in superfici, queste in linee e queste in
punti30. Quest'ultimo passaggio, la divisione in punti, tuttavia, non era
ammesso da chi sosteneva la dottrina delle linee indivisibili come limite
ultimo della realtà fisica. A detta di Aristotele lo stesso Platone avrebbe
polemizzato contro le tesi che ponevano il punto come principio della
linea e avrebbe posto l'arresto della divisione a linee indivisibili31. La-
sciando da parte la dibattuta questione se questa sia tesi platonica o derivi
da una interpretazione di Senocrate, che non è rilevante ai fini del pre-
sente argomento, rimane comunque il fatto che la divisione fino al punto
era stata criticata nell'Accademia nel contesto dell'assunzione di indivisi-
bili: la divisione doveva arrestarsi prima, pena la dissoluzione in una non-
grandezza.
L'identificazione del punto con la non-grandezza ritorna in Aristotele
anche in relazione a Zenone. In Metaph. B 4, in un contesto critico contro

30 Si tratta in particolare della tesi di Speusippo che genera dal punto la linea, da questa la
superficie e infine il solido, cf. Arist. Metaph. N 3, 1090b 5-7 (Speus. Fr. 81 IP); M 9, 1085a
31-34 (Speus. Fr. 84 IP); Iambl. De comm. math. sc. 4, 16,15ss. Festa (Speus. Fr. 88 IP). Un
passo aristotelico particolarmente indicativo perché ripropone la dissoluzione del corpo in
punti (in una critica ai triangoli e alle linee indivisibili) è De cael. G 1, 300a 7-12 o{lw" de;
sumbaivnei h] mhdevn pot ei\nai mev geqo", h] duvnasqaiv ge aj naireqh' nai, ei[ per oJmoivw" e[cei
stigmh; me;n pro;" grammhvn, grammh; de; pro;" ejpivpedon, tou'to de; pro; " sw'ma: pav nta ga;r eij"
a[llhla ajnaluovmena eij " ta; prw'ta ajnaluqhvs etai: w{st ej ndevcoit a] n stigma;" mov non ei\nai,
sw'ma de; mhqevn. Per critiche simili, cf. anche De cael. G 1, 299a 6-9; Metaph. K 2, 1060b 12;
Metaph. B 5, 1002a 4-6.
31 Metaph. A 9, 992a 19-24 e[ti aiJ stigmai; ejk tivno" ejnupavrxousin… touvtwi me;n ou\n tw'i gevnei
kai; diemavc eto Plavtwn wJ" o[nti gewmetrikw'i dovgmati, ajll ejkavlei ajrch; n grammh' "—tou'to
de; pollavki" ejtivqei—ta;" ajtovmou" grammav ". kaivtoi aj nav gkh touv twn ei\naiv ti pevra": w{st ejx
ou| lovgou grammhv ejsti, kai; stigmhv ejstin. Questo passo è stato molto discusso in quanto
contraddice le testimonianze tarde sul Peri; tajgaqou', in particolare quella di Alessandro,
dove il punto viene equiparato all'uno e definito "monade avente una posizione" (In
Metaph. 987b 33, 55,20-26; ap. Simpl. In Phys. 202b 36, 454,23-29). In generale, però, si
suppone che la testimonianza di Alessandro sia imprecisa e viziata da interpretazioni sue o
delle sue fonti, cf. De Vogel 1949, 306-311 e Burkert 1972, 18 n. 17.
Capitolo quarto 179

il concetto accademico di uno in sé come sostanza universale separata e


indivisibile, egli riporta un'interpretazione matematizzante del frammento
29 B 2 DK. Zenone sosteneva che ciò che non ha grandezza è nulla per-
ché aggiunto o sottratto ad un ente non lo rende più grande o più pic-
colo32. Aristotele identifica questo nulla col punto privo di dimensioni
Ancora, se l'uno in sé è indivisibile, secondo l'assunto di Zenone, non è nulla; in-
fatti egli nega che ciò che aggiunto o tolto non rende più grande o più piccolo, sia
uno degli enti, poiché chiaramente l'ente è una grandezza e, se è una grandezza, è
corporea; questo infatti è un essere nella sua completezza, le altre, come la super-
ficie e la linea, quando vengono aggiunte, in un certo modo rendono più grande,
in un certo modo no, il punto e la monade in nessun modo 33.
Aristotele ritorce più volte l'argomento dell'equivalenza del punto col
nulla contro le dottrine dei triangoli e delle linee indivisibili: il punto (che i
sostenitori di queste tesi rigettano come principio in quanto non-gran-
dezza) non è diverso dalle linee e dai triangoli dai quali essi fanno derivare
i corpi in quanto tutti sono limiti e, come tali, non-grandezze.
E' dunque necessario assumere che nella dissoluzione del corpo in
grandezze prospettata in questa prima parte del logos sugli indivisibili sia
presupposta una dissoluzione del solido in superfici, di queste in linee e
infine in punti che, in quanto non-grandezze, non sono nulla e non pos-
sono ricomporre né una grandezza né un corpo. Tale procedimento è
però tipico di Senocrate e di Platone, non di Democrito. Significativa-
mente, coloro che attribuiscono l'argomento a quest'ultimo, non spiegano
come avvenga il passaggio dal corpo ai punti, ma, quando devono portare
l'esempio concreto di una divisione in punti, scivolano impercettibilmente
dal corpo alla linea34. Non c'è dunque nulla che possa far pensare a Demo-

32 29 B 2 DK eij de; ajpoginomevnou to; e{teron mhde;n e[latton e[s tai mhde; au\ prosginomevnou
aujxhvs etai, dh'lon o{ti to; prosgenovmenon oujde; n h\n oujde; to; ajpogenovmenon.
33 B 4, 1001b 7 e[ti eij ajdiaivreton aujto; to; e{ n, kata; me; n to; Zhvnwno" ajxivwma oujqe;n a] n ei[h: o}
gavr mhvte prostiqevmenon mhvte ajf airouvmenon poiei' mei'zon mhde; e[latton, ou[ fhsin ei\nai
tou'to tw'n o[ntwn, wJ " dhlonovti o[nto" megevqou" tou' o[nto": kai; eij mev geqo" swmatikovn:
tou'to ga;r pav nthi o[n: ta; de; a[lla pw;" me; n prostiqevmena poihvsei mei'zon, pw;" d oujqevn,
oi|on ejpivpedon kai; grammhv , stigmh; de; kai; mona;" oujd amw' ". Su questo passo e sul suo con-
testo accademico, cf. Burkert 1972, 286. La decontestualizzazione del passo e l'errata attri-
buzione della definizione del punto come monade avente una posizione ai Pitagorici e non
agli Accademici è all'origine della tesi, sostenuta in primo luogo da Tannéry 1930, 258ss. e
Burnet 1930, 314-17 (cf. anche Alfieri 1979, 41ss.) secondo cui i paradossi di Zenone sa-
rebbero diretti contro una ipotetica matematica pitagorica. Lur'e 1932-1933, 108ss., non
devia sostanzialmente da questa linea in quanto mantiene l'ipotesi di una argomentazione
zenoniana contro il punto, cambiandone solo i presunti obiettivi polemici: invece che i Pi-
tagorici, la matematica del tempo. Cf. anche Mau 1954, 12ss. Per la critica dettagliata a
queste interpretazioni, cf. Burkert 1972, 285-289.
34 Cf. e.g. Furley 1967, 85; Sedley 2004, 70.
180 La dimostrazione della necessità degli indivisibili (De gen. et corr. A 2)

crito di cui non vengono mai menzionate opinioni sul punto o su una
eventuale dissoluzione delle grandezze in punti.
La seconda ipotesi del logos della divisione all'infinito sembrerebbe più
vicina ad una possibile argomentazione democritea: la divisione all'infinito
non produce questa volta punti o nulla, ma un corpuscolo minuscolo,
simile ad una particella di segatura
Anche se comunque dalla divisione del corpo risulta qualcosa, una sorta di sega-
tura, e così dalla grandezza si stacca un corpo, vale per questo lo stesso argo-
mento, come è divisibile?35
Poiché tuttavia si era ammesso che un corpo, per quanto piccolo, poteva
essere per definizione diviso, sorge la domanda di come questo corpu-
scolo possa essere ancora diviso e si ricade nell'aporia precedente (divi-
sione fino ai punti e al nulla). La terminologia fisica, come si è visto, non è
necessariamente indice di una divisione reale. Una teoria corpuscolare che
ammetteva dei corpuscoli ulteriormente divisibili con la mente, ma mai
divisi era sostenuta nell'Accademia da Eraclide Pontico e, probabilmente
sulla sua scia, veniva attribuita anche ad Anassagora e ad Empedocle36.
Questa tesi, però, supponeva che un corpo in quanto tale fosse divisibile
all'infinito, dunque il corpuscolo non diviso deve essere ulteriormente
divisibile, per lo meno con la mente. Questo tema ritorna in forme diverse
nel logos eleatico di De generatione et corruptione A 2 e in quello di Porfirio. In
ambedue si afferma che l'essere non può essere diviso in una parte sì e in
un'altra no e Porfirio ne spiega anche la ragione col fatto che l'essere è
omogeneo. Uno dei capisaldi della critica all'atomismo e al corpuscolari-
smo dei Pitagorici-Accademici in Sesto Empirico era basato sulla tesi che i
corpi sono ulteriormente divisibili con la mente e quindi non possono
essere eterni37. In base a tutto questo, l'arresto della divisione in un corpu-
scolo minuscolo come segatura sarebbe non "reale", ma solo fisico in
quanto la mente può procedere oltre. Si può ricordare a questo punto
anche la frase di Platone riguardo agli "amici delle idee" nella gigantoma-
chia del Sofista: questi ultimi, secondo lo straniero di Elea, "fanno a pez-
zettini nei loro logoi i corpi di quegli altri" definendo un divenire incessante
quella che costoro chiamano essenza38. La prima parte del logos riportato
da Aristotele, che fa proprio questo, potrebbe ben figurare come punto di

35 De gen. et corr. A 2, 316a 34-b 2 ajlla; mh;n kai; ei[ ti diairoumevnou oi|on e[kprisma givnetai
tou' swvmato", kai; ou{tw" ejk tou' megevqou" sw'mav ti ajp evrcetai, oJ aujto;" lovgo", ejkei' no pw'"
diairetovn.
36 V. supra, II 4. 1 n. 56-57.
37 V. supra, II 4 n. 38.
38 Soph. 246b ta; de; ejkeivnwn swvmata kai; th;n legomevnhn uJp aujtw'n ajlhvqeian kata; smikra;
diaqrauvonte" ejn toi'" lovgoi" gevnesin ajnt oujsiva" feromevnhn tina; prosagoreuvousin. V.
supra, II 2 n. 11.
Capitolo quarto 181

partenza per un discorso sugli indivisibili dietro al quale sta, però, quello
sui principi: i corpi e le grandezze, in quanto formati anche dalla diade
indefinita, tendono all'infinità nei due sensi, per divisione e per aggiunta39,
essi vengono però limitati dall'uno, che si configura come misura indivisi-
bile. La necessità del triangolo indivisibile è data dal fatto che questo, in
quanto misura ultima della realtà fisica (nel Timeo la divisione viene pro-
tratta solo fino ai triangoli elementari), deve essere tale, altrimenti sarebbe
anch'esso una molteplicità.
Aristotele aggiunge poi un ulteriore argomento che allude a teorie
specifiche da lui criticate altrove: la divisione all'infinito di un corpo pro-
duce un ei\do" o un pavqo" separato che agisce su punti e contatti. In que-
sto caso si ricade nella prima ipotesi in quanto si deve presupporre una
divisione del corpo in punti (da cui si separerebbero poi forme e affezioni)
e quindi la dissoluzione nel nulla40. Egli attribuisce altrove una dottrina
della "mescolanza" di forme (nel senso platonico di idee) e affezioni sepa-
rate dalla materia ad Anassagora e a Eudosso. Quest'ultimo avrebbe so-
stenuto la tesi secondo cui le idee sarebbero immanenti nei sensibili in
quanto "mescolate" ad essi come il bianco al bianco ponendosi, secondo
Aristotele, sulla scia di Anassagora41. I dettagli di questa mescolanza, non
risultano affatto chiari né da qui né dalla lunga serie di critiche che Ari-
stotele esponeva nel Peri; ijdew'n42. Egli vi vedeva, però, la possibilità che,
in quanto "mescolate", le idee potessero anche essere separate dalla mate-
ria così come, secondo lui, si potevano separare le affezioni dal tutto in
tutto di Anassagora43. Nello stesso primo libro del De generatione et corrup-
tione Aristotele, più oltre, discutendo il concetto di mescolanza, si esprime
in modo altrettanto critico nei confronti di questa presunta teoria: le affe-
zioni non possono essere mescolate perché ciò che si mescola, si può
anche separare e nessuna di esse è separata dai sensibili44. Si spiega perciò

39 Cf. il già citato esempio della "divisione del cubito" attribuito a Platone da Porfirio e
derivante dal Peri; tajgaqou', supra, n. 24.
40 De gen. et corr. A 2, 316b 2-5 eij de; mh; sw'ma ajll ei\dov" ti cwristo;n h] pavqo" o} ajph'lqen, kai;
e[sti to; mevgeqo" stigmai; h] aJf ai; todi; paqou' sai, a[topon ej k mh; megeqw' n mev geqo" ei\nai.
41 Metaph. A 9, 991a 14 (Eudox. Fr. D 1 Lasserre) ou{tw me;n ga;r a]n i[sw" ai[tia dovxeien (scil.
ta; ei[dh) ei\nai wJ" to; leuko; n memigmevnon tw' leukw'i, ajll ou|to" me; n oJ lovgo" livan
eujkiv nhto", o}n Anaxagovra" me;n prw'to" Eu[doxo" d u{steron kai; a[lloi tine;" e[legon
(rJavdion ga;r sunagagei'n polla; kai; ajd uvnata pro;" th;n toiauvthn dovxan). Cf. anche 998a 35.
42 Arist. De ideis Fr. 5 Ross (Alex. In Metaph. 991a 14, 97,27-98, 24). Sui problemi di inter-
pretazione di tale dottrina attribuita da Aristotele ad Eudosso, cf. Krämer 1983, 74-77.
43 Metaph. A 8, 989a 30-b 4 (59 A 61 DK) ajtovpou ga;r o[nto" kai; a[llw" tou' favskein me-
mi'cqai th;n ajrch;n pavnta, kai; dia; to; sumbaivnein a[ mikta dei' n proupavrcein kai; dia; to; mh;
pefukevnai tw'i tucov nti mivgnusqai to; tucovn, pro;" de; touvtoi" o{ti ta; pavqh kai; ta; sumbe-
bhkovta cwrivzoit a] n tw' n oujsiw'n (tw'n ga;r aujtw' n mi'xiv" ejs ti kai; cwrismov").
44 De gen. et corr. A 10, 327b 13-22 to;n aujto;n de; trovpon ou[te tw'i swvmati th;n trofh;n ou[te to;
sch'ma tw'i khrw'i mignuvmenon schmativzein to; n o[gkon: oujde; to; sw'ma kai; to; leuko;n oujd
182 La dimostrazione della necessità degli indivisibili (De gen. et corr. A 2)

perché Aristotele prospetti, al di là della divisione dei corpi, anche l'ipotesi


di una ulteriore divisione in un ei\do" o in un pavqo", perché egli pensa alle
presunte tesi di Eudosso e di Anassagora45 e le aggiunge come ulteriore
caso di risultato di una divisione all'infinito. Siccome tuttavia le idee o le
affezioni dovrebbero agire su punti e contatti, si ricade nell'aporia prece-
dente: come si può ricostituire un corpo da questi ultimi? Tutte le do-
mande e gli esempi che Aristotele fa seguire immediatamente e che hanno
disorientato gli interpreti fanno parte di una strategia di dilazione che
Aristotele stesso raccomanda nei Topici. Esse infatti introducono argo-
menti che, o ripetono quanto già si è detto, o sembrano non essere perti-
nenti al tema. Ma questa è una tecnica che, in una disputa dialettica, per-
mette di confondere l'avversario46. Con questo espediente si può spiegare
ad esempio la strana domanda sulla posizione dei punti e sul loro even-
tuale movimento che non ha nulla a che fare col problema della divisibilità
(qui non si parla affatto di corpi in moto, ma di corpi e grandezze in
quanto tali) e la ripresa e l'ampliamento di argomenti già trattati il cui
unico scopo è di rafforzare ulteriormente l'aporia: se divido un pezzo di
legno e poi lo ricompongo, rimane uguale (vale a dire nulla si aggiunge e
nulla si toglie) e lo stesso succede se lo divido in qualsiasi punto. Se posso
dividerlo dovunque, però, significa che in potenza è diviso in ogni parte47
e, inoltre, se la ricomposizione non ha aumentato la dimensione del legno,
il risultato della divisione dovranno essere necessariamente dei punti privi
di dimensioni48. La conclusione, secondo questo logos, è che vi debbano
essere dei corpi e delle grandezze indivisibili.
Come si vede, l'argomentazione "dialettica" che pone come tesi una
infinita divisibilità mentale dei corpi e delle grandezze è un "modello" di
dimostrazione sviluppata su un nucleo di matrice accademica, ma con
aggiunte e rielaborazioni da parte di Aristotele. Non c'è alcun indizio, al di

o{lw" ta; pavqh kai; ta; " e{xei" oi|ovn te mivgnusqai toi'" pravgmasin: swzovmena ga;r oJra'tai.
ajlla; mh; n oujde; to; leukovn ge kai; th; n ejpisthvmhn ej ndevc etai micqh'nai, oujd a[llo tw' n mh;
cwristw'n oujd evn. ajlla; tou'to lev gousin ouj kalw'" oiJ pav nta pote; oJmou' favs konte" ei\nai kai;
memivcqai: ouj ga;r a{pan a{panti miktovn, ajll uJp avrcein dei' cwristo;n eJkavteron tw'n mic-
qevntwn: tw' n de; paqw'n oujqe; n cwristov n.
45 Sedley 2004, 71, riportando questo argomento a Democrito, ipotizzando che qui si voglia
parlare di "massa" o "solidità" o di qualche altra proprietà dei corpi, tralascia proprio di
considerare il carattere specificamente aristotelico dell'allusione all'ei\do" e al pavqo".
46 Top. Q 1, 157a 1 e[ti to; mhkuvnein kai; parembavllein ta; mhde;n crhvsima pro;" to;n lovgon,
kaqavper oiJ yeudografou'nte": pollw'n ga;r o[ ntwn a[dhlon ej n oJpoivwi to; yeu'do".
47 Il perfetto (pavnthi a[r a dihvirhtai dunavmei), che ha un valore risultativo, si spiega col fatto
che la divisione in potenza che si immagina avverrà di fatto è equivalente ad una divisione
già operata.
48 Questo argomento, che Sedley 2004, 72s. e 75s. vuole trasporre prima di 316b 28 sulla
base del fatto che non sarebbe "democriteo" e dunque non potrebbe stare nel contesto
precedente, è invece in perfetta consonanza con la strategia aristotelica delineata nel testo.
Capitolo quarto 183

là di ragioni puramente ipotetiche, che possa far pensare alla riutilizza-


zione di un testo democriteo.

5. La seconda parte del logos. La dimostrazione "fisica" della


necessità degli indivisibili (De gen. et corr. A 2, 316b 18-35)
La dimostrazione "fisica", nella quale il Lur'e intravvedeva la parte più
propriamente democritea del logos sugli indivisibili e che invece da altri è
stata considerata un argomento aristotelico, è in realtà una riformulazione
dell'aporia "logica" in termini più propriamente "fisici". Il problema, come
osservano molti interpreti, è che essa contiene i concetti tipicamente ari-
stotelici di atto e potenza49. La tesi originaria supponeva che, se si assume
un corpo divisibile in ogni parte, bisogna necessariamente ammetterne
anche la divisione totale, anche se questa in concreto non verrà mai realiz-
zata. Il presupposto di questa tesi è che ciò che si può dividere con la
mente è reale.
Aristotele riformula la tesi partendo dalla sua dottrina dell'atto e della
potenza, le muove una possibile obiezione, ma riporta poi la discussione
nell'ambito "fisico". Una cosa è ciò che si immagina, un'altra ciò che in-
vece avviene nel mondo reale:
Orbene: che ogni corpo sensibile sia divisibile in qualsivoglia punto e indivisibile
non è nulla di assurdo; infatti sarà divisibile in potenza, ma indivisibile in atto.
Sembrerebbe invece che l'essere divisibile in potenza simultaneamente nella sua
totalità fosse impossibile. Se infatti ciò fosse possibile, la divisione potrebbe es-
sere realmente eseguita cosicché il corpo non sarebbe simultaneamente ambedue
le cose, indivisibile e diviso in atto, ma diviso in ogni punto. Dunque nulla reste-
rebbe e il corpo si dissolverebbe nell'incorporeo e si genererebbe nuovamente o
da punti o assolutamente dal nulla e questo come è possibile? Ma è chiaro, co-
munque, che si divide in grandezze separabili, sempre più piccole, distanziate e
distinte una dall'altra. Né se si divide il corpo parte per parte la frammentazione
sarà infinita, né sarà possibile dividere simultaneamente in ogni punto, non è in-
fatti possibile, ma solo fino ad un certo punto. E' necessario dunque che esso
contenga grandezze insecabili invisibili, soprattutto se la generazione e la corru-
zione avvengono l'una per associazione, l'altra per dissociazione50.

49 Mau 1952-53, 12 aveva appunto rigettato per questo la paternità democritea di tutto il
passo di De generatione et corruptione A 2; cf. anche Sinnige 1968, 147. Coloro che, invece, ve-
dono nella prima parte del passo un resoconto "storico" delle tesi di Democrito spiegano
questo argomento come un rimaneggiamento aristotelico di tesi democritee (Furley 1967,
90s.; Baldes 1972, 38; Sedley 2004). Joachim 1922, 84 ipotizzava addirittura che si trattasse
in origine di una nota marginale di Aristotele stesso.
50 Arist. De gen. et corr. A 2, 316b 21-27 to; me;n ou\n a{p an sw'ma ai[sqhto;n ei\nai diaireto;n kaq
oJtiou'n shmei'on kai; ajdiaivreton oujde; n a[topon: to; me; n ga;r dunavmei, to; d ej nteleceivai
184 La dimostrazione della necessità degli indivisibili (De gen. et corr. A 2)

L'obiezione che Aristotele muove alla sua soluzione dell'aporia (la possi-
bilità di distinguere fra divisione in atto e in potenza), si basa sui presup-
posti dell'argomentazione "dialettica", cioè sull'ipotesi che una divisione
attuabile col pensiero equivalga ad una divisione reale; in questo caso la
distinzione fra potenza e atto è nulla e si deve ammettere l'esistenza degli
indivisibili. Anche questa di muovere obiezioni alla propria tesi è un tipico
espediente dialettico, codificato nei Topici, il cui scopo è quello di rendere
l'avversario meno diffidente51. Aristotele ribatte però a questa obiezione
ritornando all'ambito concreto della fisica. In ossequio al principio
secondo cui, trattando di fenomeni fisici, ci si deve attenere a quanto è
realizzabile veramente e non a quanto si immagina, prospetta un altro
scenario. Come riguardo all'infinito per accrescimento osservava che uno
non è più grande di una città perché si immagina tale, così per quanto
riguarda la divisione si richiama a quanto accade in realtà: e di fatto si os-
serva che, quando si divide, si ottengono delle grandezze sempre più pic-
cole, ben distinte e separate (e non delle grandezze in cui non si arriva mai
a isolare veramente una parte come veniva ipotizzato nell'argomentazione
"logica" da Platone nel Parmenide e nel paradosso stesso di Zenone), non
solo, ma, anche che, dividendo progressivamente parte per parte, non si
può portare la frammentazione all'infinito né è possibile materialmente
dividere la grandezza simultaneamente in ogni punto. Ed è questo argo-
mento dell'impossibilità materiale che, nell'argomentazione fisica, porta a
postulare delle grandezze indivisibili nei corpi. Aristotele prosegue poi a
confutare sia l'argomento dialettico, sia quello fisico dimostrando che in
ambedue si nasconde un paralogismo. Ambedue partono infatti dalla
premessa che una grandezza sia costituita in ogni momento da un infinito
numero di punti contigui, ma questo è falso perché il punto non è una
sostanza, ma un limite e quindi non ha un'esistenza in atto. Non è possi-
bile dunque dividere in due o più punti simultaneamente (ad esempio nel
punto centrale della grandezza e in quello immediatamente successivo), o
anche successivamente, ma solo in uno. La grandezza è infinitamente
divisibile in quanto è divisibile in tutti i punti, ma ogni volta c'è su di essa

uJpavrxei. to; d ei\nai a{ma pavnthi diaireto;n dunavmei ajduv naton dovxeien a] n ei\nai. eij ga;r du-
nato; n, ka] n gevnoito, oujc w{ste ei\ nai a{ma a[mfw ej nteleceivai ajdiaivreton kai; dihirhmevnon,
ajlla; dihirhmevnon kaq oJtiou'n shmei'on: oujde;n a[ra e[stai loipovn, kai; eij" ajswv mata
ejfqarmev non to; sw'ma, kai; giv noito d a]n pavlin h[toi ejk stigmw'n h] oJlw" ejx oujdenov". kai;
tou'to pw' " dunatovn… ajlla; mh; n o{ti ge diairei'tai eij " cwrista; kai; ajei; eij " ejl avttw megevqh
kai; eij" ajpevconta kai; kecwrismevna fanerov n. ou[te dh; kata; mevro" diairou'nti ei[h a] n
a[peiro" hJ qruvyi", ou[te a{ma oi|ovn te diaireqh' nai kata; pa'n shmei'on, ouj ga;r dunatovn,
ajlla; mev cri tou: aj nav gkh a[ra ejnupavrcein a[toma megevqh ajovrata, a[llw" te kai; ei[per
e[stai gev nesi" kai; fqora; hJ me; n diakrivs ei hJ de; sugkrivsei.
51 Top. Q 1, 156b 18 dei' de; kai; aujtovn pote eJautw'i e[nstasin fevrein: ajnupovp tw" ga;r e[cousin
oiJ ajpokrinovmenoi pro;" tou;" dokou' nta" dikaivw " ejpiceirei'n.
Capitolo quarto 185

un solo punto, non infiniti. Dunque non c'è bisogno di porre alla base
della realtà delle grandezze indivisibili, anche perché la generazione e la
dissoluzione non avvengono per composizione e scomposizione.
Ritorniamo ora all'argomento "fisico". Se fosse democriteo, risulte-
rebbe che gli atomi sono tali solo perché sono le parti più piccole a cui
possa materialmente arrivare una divisione fisica, sono dunque degli
ejlavcista52 del tutto simili ai corpuscoli delle teorie corpuscolari, cioè a
quella segatura rigettata nell'argomento precedente. In Sesto gli Accade-
mici-Pitagorici rimproverano agli atomisti e ai corpuscolaristi di essersi
fermati nella scomposizione a corpuscoli indivisibili riconoscendo loro
una prerogativa, l'eternità, che in realtà, in quanto corpi, essi non hanno.
Infatti, anche se materialmente non si possono dividere, col pensiero sono
ulteriormente scomponibili fino ai limiti ultimi.
Aristotele rovescia invece la gerarchia dei "modelli" preferendo co-
munque quello "fisico", che bada alla realtà dei fatti, a quello "dialettico"
che sposta l'argomentazione fuori della realtà fisica perché ha come scopo
la ricerca dei principi universali. Ambedue sono però argomenti-tipo usati
con varianti nelle dispute dialettiche. Democrito "sembrerebbe essere
stato persuaso" dall'argomento fisico che in realtà non è suo, ma può
essere dedotto leggendo i suoi testi nell'ottica degli indivisibili. La parte
finale dell'argomentazione rivela infatti in certe piccole incongruenze che
Aristotele ha sì in mente la formulazione generale della dottrina democri-
tea, quella che egli espone nelle sue "schede" in altri punti della sua opera,
ma che l'ha "adattata" alla problematica degli indivisibili. In particolare
saltano agli occhi la menzione di grandezze "invisibili", che non ha nulla a
che fare col problema della divisibilità, e l'affermazione che la generazione
e la corruzione si verificano per composizione e, rispettivamente, per
separazione. La stessa ridondanza è presente nella presunta risposta di
Leucippo agli Eleati in A 8 dove, alla dichiarazione che l'essere propria-
mente detto non è uno, ma infiniti, segue inopinatamente (325a 30) kai;
ajovrata dia; smikrovthta tw'n o[gkwn, che nulla a a che fare con l'argo-
mento. Questa è però ogni volta la "spia" dell'adattamento della solita
"scheda" generale aristotelica sull'atomismo al problema in discussione,
così come lo è l'allusione alla generazione e alla corruzione per composi-
zione e disgregazione di particelle che si ritrova puntualmente anche nel-
l'altro brano del De generatione et corruptione così come in tutti i brani in cui
viene dato un sunto delle dottrine atomistiche53. Si tratta di quelle schede

52 Aristotele stesso critica più sotto nello stesso capitolo (326a 24-29) la tesi che l'indivisibilità
sia da attribuire solo ai corpuscoli piccoli e non a quelli grandi.
53 Arist. Fr. 208 Rose (Simpl. In De cael. 279 b 12, 295,8-20) (68 A 37 DK; 293 L.) ejk touvtwn
(scil. mikrw'n oujsiw'n) ou\n h[dh (D E, Diels: h[/dei A Heiberg) kaqavper ejk stoiceivwn genna'i
kai; sugkriv nei (Diels: genna' n kai; sugkrivnein codd.) tou;" ojfqalmofanei'" kai; tou; "
186 La dimostrazione della necessità degli indivisibili (De gen. et corr. A 2)

che Aristotele nei Topici raccomanda di redigere per poter poi utilizzare al
bisogno54.
L'affermazione che la generazione e la dissoluzione avvengono per as-
sociazione e dissociazione era una enunciazione dogmatica che non aveva
bisogno di dimostrazione perché era largamente condivisa. Né Empedo-
cle né Anassagora hanno dato alcuna giustificazione di questo loro as-
sunto. L'assunzione di minuscoli corpuscoli invisibili diversi dai corpi
visibili (i quali sono esposti a cambiamento, malattia e dissoluzione) e
dunque resistenti, compatti e non tagliati55 era perfettamente adatta a giu-
stificare la persistenza dell'universo. Non c'era bisogno di una trattazione
dialettica generale del problema dell'indivisibilità per questo. Aristotele ha
costruito su questa semplice base di dottrina atomistica una argomenta-
zione fisica da cui Democrito avrebbe potuto essere persuaso se avesse
formulato la sua tesi partendo dalla problematica degli indivisibili viva fra
gli Accademici e tesa alla soluzione delle presunte aporie eleatiche sulla
divisibilità all'infinito.
Se questo è vero, la dimostrazione dell'indivisibilità delle grandezze
come è delineata in De generatione et corruptione A 2 scaturisce da una pro-
blematica accademica e aristotelica, non democritea. Dunque questo
brano non ci dice nulla né su una ipotetica soluzione democritea dei para-
dossi zenoniani, né sul tipo di indivisibilità che Democrito attribuiva al-
l'atomo, ma ci informa unicamente sui presupposti interpretativi di Ari-
stotele e sul contesto in cui egli colloca e discute l'atomismo.

6. Sintesi
Il logos sulla necessità degli indivisibili di De generatione et corruptione A 2 è
stato considerato, come quello di A 8, una ulteriore prova del fatto che gli
atomisti sarebbero partiti dall'aporia zenoniana della divisibilità all'infinito
per formulare la loro dottrina degli indivisibili. In realtà Aristotele ripro-
duce nel suo resoconto sulla necessità degli indivisibili due tipi di argo-

aijsqhtou;" o[gkou" ª...º ejpi; tosou'ton ou\n crov non sfw' n aujtw'n ajntevc esqai nomivzei kai;
summevnein, e{w " ijscurotevra ti" ejk tou' perievconto" aj navgkh paragenomevnh diaseivshi kai;
cwri;" auj ta; " diaspeivrhi. La dichiarazione che generazione e corruzione non sono altro
che composizione e scomposizione di elementi già preesistenti è anche in Anassagora una
enunciazione dogmatica, cf. Anaxag. 59 B 17 DK to; de; givnesqai kai; ajpovllusqai oujk
ojrqw'" nomivzousin oiJ ”Ellhne": oujde; n ga;r crh'ma givnetai oujde; ajpovllutai, ajllæ ajpo;
ejovntwn crhmavtwn summivsgetaiv te kai; diakrivnetai. kai; ou{ tw" a]n ojrqw' " kaloi'en tov te
givnesqai summivsgesqai kai; to; ajpovllusqai diakrivnesqai.
54 Top. A 14, 105b 16-18.
55 Sul significato dell'aggettivo a[tomo" al tempo di Democrito e sulle denominazioni originali
del corpuscolo democriteo, v. infra, V 3.
Capitolo quarto 187

mentazione: una dialettica, che presuppone un'equivalenza fra pensabile e


reale che egli, qui e altrove, designa come caratteristica peculiare degli
Accademici, e una fisica, che "presta" a Democrito nella seconda parte del
logos.
Secondo l'argomentazione dialettica, la necessità di corpi e grandezze
indivisibili è la conseguenza del fatto che, se non si arresta la divisione ad
un certo punto, si rischia di dissolvere la realtà in punti e quindi nel nulla
rendendone impossibile la ricomposizione. L'argomento della dissolu-
zione in punti presuppone il metodo di sottrazione accademico dal corpo,
alla superficie, alla linea, al punto e l'equivalenza del punto al nulla soste-
nuta da Platone e Senocrate. Anche l'altro argomento alla base del logos
sulla necessità degli indivisibili, quello della ulteriore divisibilità col pen-
siero di corpuscoli minuscoli non divisi nella realtà, ha le sue radici nel-
l'Accademia come si può dedurre dalle argomentazioni dei Pitagorici-Ac-
cademici nel decimo libro Contro i Matematici di Sesto Empirico esaminati
nel secondo capitolo. Queste argomentazioni costituivano la base di par-
tenza per formulare la dottrina dei principi, uno e diade indefinita, e per
ordinare il reale: l'indivisibile nei corpi e nelle grandezze è il riflesso del-
l'uno che impone un ordine all'infinita molteplicità generata dalla diade.
L'argomentazione "fisica" si basa invece, come altre argomentazioni
aristoteliche dello stesso tipo, non su ciò che si può pensare avvenga, ma
su ciò che si verifica effettivamente: non si può infatti dividere material-
mente un corpo, né simultaneamente, né in successione, in tutti i punti,
ma ci si deve arrestare necessariamente a corpuscoli indivisibili. Aristotele
"presta" a Democrito quest'ultimo argomento traendo le sue conclusioni
dalla solita "scheda" sull'atomismo che egli utilizza anche altrove. La spia
di questo passaggio da quanto gli atomisti effettivamente dicono a quanto
Aristotele deduce è la menzione di grandezze "invisibili" che, qui come
altrove, non è funzionale all'argomento dell'indivisibilità.
Il logos sugli indivisibili di De generatione et corruptione A 2 è dunque una
ricostruzione aristotelica di due modelli di argomentazione, dialettica e
fisica, che si basa principalmente su problematiche accademiche, non
democritee e non è utilizzabile per spiegare la genesi dell'atomismo antico
e la concezione dell'atomo.
Capitolo quinto

Atomi e minimi. Concetti accademici e terminologia


democritea in Aristotele

1. Minimo privo di parti come misura nell'Accademia


Nei capitoli precedenti si è delineato lo sfondo generale su cui Aristotele
interpreta l'atomismo e cioè le discussioni accademiche delle aporie eleati-
che che sfociano nella dottrina degli indivisibili e dei due principi, l'uno e
la diade indefinita. Aristotele rielabora schemi dialettici e logoi correnti e
inserisce in questi contesti la dottrina atomistica. L'interpretazione dell'a-
tomo cui ci troviamo di fronte, soprattutto nei brani in cui viene discussa
la problematica specifica degli indivisibili, è in generale influenzata dalle
concezioni accademiche delle grandezze indivisibili e dei minimi (ejl avci-
sta). E' quindi necessario tentare di inquadrare questa concezione per
capire meglio le oscillazioni dei testi aristotelici nella rappresentazione dei
corpuscoli leucippei e democritei che vengono ora definiti nei termini
della problematica degli indivisibili, ora colti nella loro fisicità e sullo
sfondo specifico della nascita, della disgregazione e del cambiamento del
cosmo sensibile.
Una teorizzazione dei minimi fisici come solidi geometrici primi ge-
rarchicamente ordinati, costituiva il naturale sviluppo degli assunti del
Timeo1. Platone, infatti, accenna ad una gerarchia delle figure che compon-
gono i vari elementi: primo per genesi è il fuoco, seconda l'aria, terza l'ac-
qua2 e inoltre, ad esclusione della terra che ha una posizione particolare, le

1 Così Krämer 1971, 354ss.; Furley 1967, 106.


2 Ti. 56b-c e[stw dh; kata; to;n ojrqo;n lovgon kai; kata; to;n eijkovta to; me;n th'" puramivdo" ste-
reo;n gegono;" ei\do" puro;" stoicei'on kai; spevrma. to; de; deuvteron kata; gev nesin ei[pwmen
ajevro", to; de; trivton u{dato". pav nta ou\n dh; tau'ta dei' dianoei'sqai smikra; ou{tw", wJ " kaq
e}n e{kaston me;n tou' gevnou" eJkavstou dia; smikrovthta oujde; n oJrwvmenon uJf hJmw' n, suna-
qroisqevntwn de; pollw'n tou;" o[ gkou" aujtw' n oJr a'sqai.
Capitolo quinto 189

figure dell'ottaedro dell'aria e dell'icosaedro dell'acqua costituiscono dei


multipli del tetraedro ovverosia della piramide del fuoco3.
Aristotele, nel terzo libro del De caelo raggruppa sotto una stessa voce
due dottrine anonime che assumerebbero come elemento primo del
mondo fisico il fuoco.
Alcuni di loro, infatti, attribuiscono al fuoco una figura, come quelli che pongono
la piramide, e, fra costoro, gli uni dicono più grossolanamente che la piramide è
la più tagliente fra le figure geometriche, il fuoco è il più tagliente dei corpi, altri
invece adducono in maniera più raffinata a sostegno della loro tesi l'argomenta-
zione che tutti i corpi sono composti da quello più sottile, le figure solide dalla
piramide. Cosicché, siccome fra i corpi il fuoco è il più sottile, mentre fra le fi-
gure solide la piramide è quella composta di parti più piccole e la figura prima è
quella del corpo primo, il fuoco sarebbe una piramide4.
Le due dottrine sono chiaramente accademiche. In particolare quella dei
più raffinati risale probabilmente a Senocrate. E' lui infatti a separare
l'ambito del corpo da quello del solido e a sostenere, come si vedrà più
oltre che il minimo è l'elemento primo e la misura delle grandezze appar-
tenenti allo stesso livello dell'essere. A Senocrate Stobeo attribuisce per
ben due volte una concezione corpuscolare, generalmente contestata in
quanto considerata risultato di confusioni. Nella sezione Sulla mescolanza
egli riferisce che
Empedocle e Senocrate componevano gli elementi da masse più piccole che
sono minimi e come elementi di elementi5.
Pseudo-Plutarco riporta nel passo parallelo solo il nome di Empedocle,
ma questo è semmai il risultato di una epitome6, non di una maggiore
accuratezza. E non c'è neppure ragione di postulare una confusione del
dossografo con Eraclide7, visto che Senocrate compare come sostenitore
di minimi fisici anche nella sezione Sui minimi (v. infra). La testimonianza
di Stobeo, per lo meno nelle sue linee generali, esprime invece concezioni

3 Cf. anche Krämer 1971, 358 n. 437.


4 De cael. G 5, 304a 9-18 oiJ me;n ga;r aujtw'n sch'ma periavptousi tw'i puriv, kaqavp er oiJ th;n
puramivda poiou' nte", kai; touvtwn oiJ me; n aJploustevrw" levgonte" o{ti tw' n me; n schmavtwn
tmhtikwvtaton hJ puramiv", tw'n de; swmavtwn to; pu'r, oiJ de; komyotevrw" tw'i lovgwi prosavgon-
te" o{ti ta; me; n swvmata pav nta suv gkeitai ejk tou' leptomerestavtou, ta; de; schvmata ta; ste-
rea; ej k tw'n puramivdwn, w{st ejp ei; tw'n me; n swmavtwn to; pu'r leptovtaton, tw'n de; schmavtwn
hJ purami;" mikromerevstaton kai; prw'ton, to; de; prw'ton sch'ma tou' prwvtou swvmato", pu-
rami;" a]n ei[h to; pu'r.
5 Stob. 1,17,1 (Xenocr. Fr. 151 IP) Empedoklh'" kai; Xenokravth" ejk mikrotevrwn o[gkwn ta;
stoicei'a sugkriv nei, a{per ejsti; n ejl avcista kai; oiJonei; stoicei'a stoiceivwn.
6 Anche per quanto riguarda la prima dovxa di questa sezione, Stobeo ha "Talete e i suoi
successori" mentre Pseudo-Plutarco abbrevia in "gli antichi". Inoltre, anche nella sezione
"Sui minimi" (1,13, 883 B), quest'ultimo omette sia Senocrate e Diodoro che Eraclide che
compaiono invece in Stobeo 1,14,1k.
7 Cf. Isnardi-Parente 1982, 374s.
190 Atomi e minimi

simili a quelle del passo del De caelo: il fuoco, l'acqua, l'aria e la terra, pos-
sono scomporsi a loro volta in particelle "elementi di elementi". Quest'ul-
tima definizione è profondamente influenzata dal Ti