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CISM – Convegno Collevalenza 17/21 novembre 2014

CISM – Area di animazione della Vita Consacrata


“Custodire per essere Custodit”
Convegno Collevalenza 17/21 novembre 2014

18 novembre 2014
La fraternità custodisce
relazione di fondamento biblico e teologico
P. Michael Davide Semeraro, osb

Entriamo nell’argomento con una premessa.


Custodire, essere custoditi. Questa parola, questo verbo, custodire, è fondamentale nella
tradizione delle scritture ebraico-cristiane. In realtà si potrebbe dire così: custodire è il fine, il vero
fine, della creazione. Quando l’Altissimo crea il mondo, dal nulla o dal caos, lo fa per consegnarlo
all’umanità perché sia capace di custodia. Questo è fondamentale perché custodire è la vocazione
dell’umanità in quanto tale. Chiaramente questa vocazione alla custodia esige questo lavoro
interiore che riguarda tutti gli uomini e le donne di recuperare continuamente quell’immagine e
somiglianza con Dio, che è il modello della nostra creazione, che quando crea lo fa non come atto
di potenza ma come espressione di depotenziamento di se stesso per dare spazio ad altro. Questa
è la creazione. Secondo le Scritture, la creazione non è il segno dell’onnipotenza divina ma è il
primo gradino della kenosi del verbo, la prima espressione di un dio che quando si pensa, lo fa in
regime di limitazione e non di dilatazione della potenza. L’atto di creazione è un atto di fare spazio
ad altro. Chiaramente questo fare spazio ad altro diventa la necessità concreta di fare spazio
all’altro. Nelle Scritture abbiamo due racconti di creazione ma non dimentichiamo che ci sono
anche due racconti di quello che indichiamo tradizionalmente come l’origine di ogni peccato: il
terzo e il quarto capitolo della Genesi. Sono due racconti speculari in cui le Scritture si interrogano
sulla provenienza della sofferenza, del male, del disordine, della fatica. Se il primo racconto parla di
questo in senso più verticale, il secondo racconto, quello di Caino e Abele, ci porta direttamente a
comprendere che l’origine di ogni malessere (a noi non importa il male cos’è, ma lo stare male ci
tocca!) nasce dalla maledizione del confronto, quando Caino non riesce a sopportare in Abele la
sua relazione diversa con Dio che Caino identifica come una relazione di privilegio. Sono tutte le
nostre storie comunitarie. Il problema è che bisogna uscire da questa maledizione del confronto,
perché il confronto è una maledizione. Soprattutto perché, quando la viviamo, abbiamo una specie
di automatismo per cui identifichiamo la diversità con una situazione di privilegio, per cui Caino
pensa che tra Abele e Dio ci sia una relazione di privilegio; in realtà, fra i due è Caino che ha questo
tipo di relazione: egli è così ossessionato dall’idea che Abele abbia un rapporto di privilegio con Dio
che lo uccide. E qui c’è la domanda a Caino: “dove sei?”. Nel capitolo terzo della Genesi, all’uomo
che si è appena fidato più del serpente che della parola dell’Altissimo, il Signore Dio chiede: “dove
sei?”. Dio non asserisce all’atto di Caino; pone una domanda. Nel momento dell’uccisione, Dio
chiede a Caino dove fosse Abele: “chi è tuo fratello per te, tanto da eliminarlo? Chi è diventato
nella tua vita?”. In questa situazione, Dio si prende cura di Caino, non di Abele che è morto. Il
problema non è chi è morto, ma chi è vivo e chi deve portare il peso di questa relazione mancata,
di questo fallimento consumato. E davanti a Caino che si chiede cos agli succederà, Dio si fa
garante della custodia di Caino: nessuno potrà stendere la mano su di lui. Questo ci dice una cosa
molto banale che noi viviamo nella concretezza delle nostre vite fraterne: ogni volta che entriamo
nella logica del confronto, viviamo un’esperienza di maledizione, di malessere; e quando viviamo
ciò, in realtà pecchiamo non dal punto di vista della relazione fraterna ma compiamo un peccato
teologico, molto più profondo, nel senso che non accettiamo che la relazione dell’altro con Dio sia
unica e nella quale io non posso assolutamente entrare. Se si va in una comunità, dove ci sono
normalmente dei problemi una interessante sarebbe chiedere a ciascuno chi è Gesù per ognuno: la
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cosa bella è che si vive nella stessa comunità ma si adora un Dio diverso. Il mio modo di sentire Dio
non è uguale a quello del mio fratello. Ed è giusto. Serviamo l’unico Signore che non è lo stesso
Signore e molti problemi comunitari nascono dal fatto di non mettere in conto che, pur vivendo
insieme ciascuno di noi ha un’esperienza di relazione con Dio che cambia e cresce nella vita. Nelle
comunità invece si ha l’idea di avere un solo Gesù per tutti. Molti conflitti nascono da questa
pretesa di avere lo stesso Gesù Cristo: non mettiamo in conto che l’altro ha la sua esperienza di Dio
e soprattutto l’esperienza che l’altro ha di Dio ha una ritmica che non sempre è la stessa del
cammino comunitario o degli altri fratelli. Ogni volta che entriamo in questa logica del confronto le
cose diventano complicatissime. Invece se notate, nel capitolo 4 della Genesi la cosa stupenda è
che, persino nel capitolo 3, quando la donna prende il frutto, Dio non fa mai mucchio: parla ad
Adamo, all’uomo, alla donna, al serpente, non parla mai al plurale. Parla all’uno e all’altro e persino
al serpente. E questo noi lo troviamo anche in Caino e Abele ma anche in tutte le Scritture da Caino
e Abele al Signore Gesù, a ciò di cui si parla nell’Apocalisse. In tutte le Scritture c’è questo filo rosso,
fratelli non si nasce ma si diventa e lo si diventa nella misura in cui si smette di essere fratelli per
desiderare di essere semplicemente figli. Anche nella storia di Giuseppe, la colpa è di Giuseppe che
fa le veci del papà: si sente investito di tenere d’occhio gli altri, di custodire, di riferire. I fratelli non
sono cattivi, si difendono da questo fratello al quale, il padre Giacobbe, malato di sentimentalismo,
è particolarmente affezionato. E gli altri? Come quando il superiore si innamora di qualcuno. Il
problema di Giacobbe è che si innamora di Giuseppe e gli fa una tunica. I fratelli dicono basta e,
quando arriva Giuseppe a controllare gli fanno la festa. E diventerà fratello in Egitto,
nell’umiliazione e alla fine della sua vita il suo cruccio sarà quello di non essere riuscito a
convincere i fratelli di essersi convertito alla fraternità. Infatti i fratelli, anche dopo la morte di
Giacobbe, non ci credono.
Nelle Scritture, la fraternità, la condivisione della vita è claudicante per natura. Al capitolo 32 della
Genesi, quando Giacobbe deve affrontare Esaù, a cui ha rubato la primogenitura con la complicità
della madre Rebecca, gelosa che a Esaù piacciono le donne. Lei fa una scelta di campo per
Giacobbe il quale ruba la primogenitura ad Esaù. E dopo anni, Giacobbe ed Esaù si incontrano, e
Giacobbe nella notte incontra questo angelo che è l’angelo di Esaù, con cui si scontra e vince e
trova il coraggio di affrontarlo. Ma Giacobbe dice che non possono stare insieme: hanno ritmi
diversi, ma in realtà è lui che non può stare al passo di una fraternità come quella esigita da Esaù,
ha una ritmica diversa, ha una personalità diversa.
Non facciamo quindi la poesia della comunità che è per definizione un purgatorio. Non
dimentichiamo questa stupida invenzione degli ultimi decenni per cui la comunità è il paradiso:
essa è il luogo della purificazione, il luogo dove ognuno deve fare i conti con se stesso.
Qui arrivo ad un'altra icona biblica. Quando parliamo di vita comunitaria parliamo di Bethania,
Lazzaro, Marta, amici del Signore. La finale del capitolo 11 di Giovanni dice: “liberatelo e lasciatelo
andare” perchè Lazzaro era morto per l’oppressione di Marta e Maria. Infatti, Gesù dice agli altri:
“adesso è risorto, liberatelo e lasciatelo andare”. Lazzaro non ha detto nulla a nessuno, lo
ritroviamo nella sua vita ordinaria in una cena a cui Gesù partecipa. Di cosa è morto Lazzaro? Non
si sa, ma sappiamo che l’ultima parola del Signore suona così: “liberatelo e lasciatelo andare!”. E
sembra che Lazzaro si sia liberato da Marta, che comanda, si inventa le cose, controlla. Quanti di
noi si ammalano per uscirne. Noi siamo nella vita consacrata ma prendiamo più psicofarmaci degli
altri. Perché? Questa vita che di principio dovrebbe essere liberante, contemplante,…e poi:
lexotan! E poi noi religiosi abbiamo fatto la fortuna della psicoterapia. Quando non si sa a che
santo affidarsi, si va dallo psicologo. Perché? Da qualche parte forse c’è qualcosa che non va ma
attenzione a non fare poesia, a essere realisti, ad avere il coraggio di chiamare le cose per nome.
Molti ricorrono a medicine, medici, amici del cuore, guide spirituali…
C’è questa icona bellissima dell’eunuco sul carro di Candace (Atti 8). Siamo in un momento
particolare, a cavallo tra il martirio di Stefano (“..e deposero i mantelli ai piedi di Saulo”), alla cui
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fine compare il nome “Saulo”, e la conversione di Saulo a Damasco. Qui lo Spirito dice a Filippo di
andare sulla via da Gerusalemme a Gaza che è deserta. Ma c’è questo eunuco della regina Candace
che torna da Gerusalemme sul suo carro. Filippo accostandosi al carro chiede cosa stesse facendo
l’eunuco che sta leggendo il passo del carme “sono come una radice tagliata”. Questa è la vita
consacrata: essere eunuchi, essere persone tagliate, a cui manca qualcosa, essere persone che
devono fare conto di essere monche. Siamo eunuchi per il regno. Gesù non ha detto di farci vergini
per il regno, ma eunuchi. Anzi Gesù precisa che ci sono tre tipi di eunuchi: quelli fatti dalla vita,
dall’uomo e per il regno.
Ciò che sta alla base della vita consacrata e condivisa in fraternità è questa capacità di assumere la
propria struttura antropologica, la propria storia, che fa di noi delle persone monche. Si entra con
un’idea nella vita consacrata ma ciò che fa la differenza è che io sono un uomo o una donna che
porta una ferita, che hanno accolto la propria vita segnata da una sofferenza e hanno incontrato li
il Salvatore. L’unica testimonianza che dobbiamo dare al mondo è che se il Signore ha salvato me
può salvare anche te. Noi invece vogliamo convertire il mondo senza dire in cosa ci ha salvati il
Signore. Il passaggio è da giusto a peccatore perdonato. Nietzsche parla del cammello, più lo
carichi, più è se stesso ma poi non passa dalla porta. Gesù dice di essere non cammelli ma bambini.
Ci sono leoni fra noi che portano Gesù ma Lui o c’è o nessuno lo porta, possiamo aiutare a sentire
questa presenza. Attenzione perché poi diventiamo narcisisti, come il serpente. Normalmente uno
entra in monastero per peccare serenamente. S. Bernardo dice che in monastero devono entrare i
peccatori, i santi in giro per annunciare il Vangelo. La vita consacrata è un voto pubblico per dire
che noi siamo peccatori che stanno facendo esperienza di misericordia e ti testimonio che questo è
possibile anche per te.
L’eunuco con Filippo interpreta il testo e poi chiede: “cosa mi impedisce di essere battezzato?”.E
Filippo dice: “niente”. Tutti e due scendono insieme nell’acqua. La vita comune è la capace di dire
all’altro fino in fondo chi è e poi insieme vivere i battesimi della vita.
La nostra vita fraterna è un luogo in cui possiamo essere noi stessi oppure dobbiamo indossare una
maschera insieme all’abito? La comunità ci è data come luogo in cui noi dovremmo essere veri.
Solo così diventa salvifica. La comunità di relazioni vere è un segno di speranza. Gli altri si rendono
conto se stiamo facendo teatro o se siamo veri.
Dunque le Scritture, la Tradizione, ciò che viviamo nella Lectio Divina, ci attestano che non esiste
una vita condivisa dove non c’è conflitto, ma in questo conflitto dovrebbe diventare il luogo di una
individuazione. Ce l’abbiamo con l’individualismo ma noi siamo figli di questo tempo. Non è colpa
nostra se siamo diversi dai nostri padri. Per noi essere persone individuali è qualcosa di
irrinunciabile. Noi siamo figli, parte del mondo di cui facciamo parte.
Tutti si lamentano che siamo in un tempo difficile per la fraternità: siamo in un tempo diverso.
Abbiamo assistito alla fine di un mondo. Già altri sono finiti, ma siamo la prima generazione che
assiste alla fine di più mondi in una stessa vita perché c’è un’accelerazione inedita. La vita fraterna
esige l’accoglienza che siamo in una situazione antropologica diversa da altre.
Con il voto di castità non rinunciamo alla sessualità ma al matrimonio, a quelle strutture difensive
della vita che ci assicurano un futuro. I matrimoni più solidi sono le professioni solenni. Noi
abbiamo rinunciato alla sicurezza. Non si può vivere senza intimità ma la vita consacrata esige il
vivere un’intimità che non esige il risarcimento. La nostra rinuncia al matrimonio, la nostra
assunzione del vuoto della nostra vita è un atto libero di cui gli altri sono semplicemente spettatori.
Nella nostra situazione, soprattutto per la vita e la custodia fraterna, noi siamo in una situazione di
riformattazione: in passato si faceva una riforma, come alcuni fanno anche ora ma non è vero che il
meglio è nel passato. I nostri padri si sono incardinati nella storia. Quindi, non si tratta di fare
riforme, ritornare ad una volta: l’avere vocazioni non vuol dire che è una buona comunità. Siamo
tutti molto disposti a morire personalmente ma difficile quando si parla della morte della
congregazione. Non bisogna riformare ma riformattare: il meglio, quello che ci viene chiesto, non
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è nel passato, ma nel presente già aperto al futuro. Attenzione a queste tentazioni di riforma che
normalmente si identificano in una violenza simbolica: non vado vestito con l’abito in treno; non
cedere all’anonimato. Esige molto lavoro, equilibrio, confronto. Attenzione alla differenza tra
declino e decadenza: ciò che si chiede ad un discepolo e ad una comunità di discepoli è di essere
perseveranti fino alla fine nel dono della vita. Non è detto che una comunità che ha molte repliche
ha trovato la soluzione giusta. Non c’è un automatismo e i giovani non sono la speranza di una
comunità: è Gesù, con o senza giovani. È persino augurabile non avere giovani se la comunità
prende un certo cammino.
In tutto questo ci sono due estremi. Dopo il Concilio abbiamo vissuto una fase necessaria di
demonasticizzazione della vita consacrata. Fino al Concilio c’erano i monaci e le monache e gli altri
si avvicinavano. Si va nei monasteri perché li si prega. E gli altri? La demonasticizzazione è stata
doverosa anche per la vita comunitaria: una cosa è vivere in monastero, un’altra vivere in comunità
mobili. Ma la demonasticizzazione può aprire il varco alla mondanizzazione. Il criterio è evitare i
due estremi dell’anonimato assoluto e della violenza simbolica, cioè trovare la quadra di
un’identità visibile che si offre ma che non si impone. Secondo il Diritto Canonico, noi siamo in
mezzo, ne gerarchici ne laici. E questa è la nostra croce. Il presbiterato deve obbedire al fatto che
sono monaco. Il presbiterato deve abbassarsi.
Passare da una radicalità ostentata ad una profezia sofferta Papa Francesco ha precisato
che la vita consacrata non è una vita di radicalità evangelica. Se qualcuno vuole essere discepolo
del Signore Gesù deve entrare in questo cammino. Chi crediamo di essere? Una profezia sofferta
cioè una fedeltà non ostentata ma che si incarna nella vita, non speciale ma è l’unica che abbiamo.
La comunione prima della comunità. Non non siamo entrati in monastero per la comunità.
È solo un mezzo, uno stile, un linguaggio che dovrebbe darci tutti i mezzi di cui abbiamo bisogno
per purificare passione ed egoismi. Il fine della nostra vita non è la comunità: essa è quel mezzo
che ci da i mezzi necessari per la purificazione personale per poter creare comunione. E quando le
strutture comunitarie sono di ostacolo alla comunione sono da cambiare. Il fine non è la comunità,
non è il nostro servizio pastorale ma siamo chiamati a vivere una comunione che è prima della
comunità ed è il fine. Vivere in comunità vuol dire liberarsi dal desiderio di possedere e di essere
posseduti. S. Benedetto dice “i fratelli si aiutino, si soccorrano castamente”: l’altro ha il suo
cammino che non è per me. Nella comunità purifichiamo le nostre passioni ma non per pagare il
biglietto alla comunità ma per una comunione in cui sentirsi responsabili e mai padroni. Amen.

 Domande al relatore

1. Caino entra nella maledizione del confronto: uccide Abele per punire lui, Abele, Dio o
per liberarsi del suo malessere?
Caino voleva eliminare Abele e si è trovato con un peso più grande. Dio ha avuto la capacità
di accogliere ciò che è successo. Non fa questioni su ciò che è stato fatto ma dice che Caino sarà
segnato per sempre. Non dobbiamo avere paura degli incidenti di percorso. Altrimenti cadiamo nel
rammarico, la fine. La salvezza è sperare che Dio mi accompagna, mi difende da me stesso (il segno
che Dio impone a Caino è per difenderlo dalla sua stessa angoscia).

2. Siamo eunuchi per il regno dei cieli perché questa è una via di salvezza. Dio mi salva
attraverso questa strada. Sceglie lui o io?
Non so. Penso bisogna avere un beneficio di inventario fino alla fine. Io preferisco non
saperlo. In Paradiso forse sapremo. Ogni vocazione è il frutto di un concorso alchemico tra
costrizioni e libertà e credo sia sano non dettagliare troppo. Ognuno ha scelto per una serie di
libertà e, nel momento della professione, ci viene chiesto cosa IO voglio. Quindi noi abbiamo

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voluto qualcosa. Se Dio ti ha scelto, è una cosa grossa. Dire che io ho scelto di vivere la mia vita così
è più giusto sebbene Dio c’entra nella vita di tutto e non c’entra perché ci ha creati con la libertà.

3. Il fine della vita consacrata è la comunione. Con chi e perché?


La comunione è con Dio. Non si può però pensare una vita consacrata senza questa scelta di
intimità con Dio. La comunità non è il sostituto della famiglia che non ci siamo creati. I termini che
usiamo sono termini analogici (madre, padre, fratelli,…). La comunione è con Dio e questa porta il
frutto di una vita condivisa dalla quale non aspettarsi non troppo perché la comunità è il luogo in
cu i ci si da prima di tutto. Il giudizio di una vita comunitaria è quanto io mi do.

4. Tutto ciò che è stato detto, come i formatori possono includerlo nel progetto
formativo?
Penso che a cuore di un formatore dovrebbe esserci l’accompagnamento. Chi chiede di
essere accompagnato deve essere messo in condizione di essere vero, in ciò che vive. Uno che oggi
chiede di farsi religioso è una cosa strana, dovrebbe metterci in allarme. La prima cosa è quella di
fare un percorso in cui l’aspirante si percepisce vero e poi il resto. Non può essere vero se non ti
sente vero.

5. Come possiamo essere persone che custodiscono se non ci sentiamo custoditi dai
superiori?
Il formatore non deve mai identificarsi in questa funzione. Essere formatori rischia di farci
perdere la memoria che siamo eunuchi: non abbiamo eredità ne figli e non li vogliamo. La
fecondità spirituale è l’albero secco, senza eredità, senza lasciare traccia. Ma noi abbiamo
rinunciato al matrimonio, senza eredità ma dobbiamo lasciare traccia. Non identificarsi con questo
ruolo di formativo. Attenzione alla lussuria spirituale e all’inganno: non trasformare i noviziati in
Gardaland. Fare un giro in infermeria sarebbe meglio. Quando accogliamo qualcuno gli facciamo
vedere tante cose belle.

6. Parlare di radicalità evangelica è cultura della riforma o della riformattazione?


Della riforma perché ciò che si è mosso intorno a questo termine è stato un modo nuovo di
parlarne senza parlarne. La nostra tradizione di vita consacrata è legata ad una dose di narcisismo e
di prometteismo. Se un fratello partiva in Congo, era salesiano ma con gli attributi!! Perché? Perché
si era stufato di ciò che viveva! Ma non per questo: è successo qualcosa, è cambiato qualcosa.
Attorno alla figura della radicalità abbiamo truccato l’idea dell’eroismo. Invece la vita in genere, e
in particolare quella consacrata, va valutata in termini di fedeltà: stare sotto a ciò che siamo.
Nessuno deve pensare di dover dare ciò per cui non è stato creato e voluto. Nella missione viene
trascurato chi è veramente l’altro. La comunità degna di questo nome è il luogo in cui ognuno può
essere vero. Se uno si è stufato, è perché sotto c’è un appello diverso, qualcosa di nuovo. Siamo noi
che cresciamo, ci trasformiamo, e ciò che era adeguato a 20 anni non è più adeguato a 50.

7. E se altri ci dicono che non siamo ne gerarchici ne laici, dobbiamo preoccuparci?


Noi come consacrati non ci identifichiamo ne con uno ne con l’altro. Noi non abbiamo la
responsabilità di dire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Non abbiamo la responsabilità di
identificarci con alcune battaglie, che è compito dei laici. Noi consacrati ne di qua ne di la, abbiamo
la libertà e il compito di osare quando bisogna decidere se rimanere in una situazione in silenzio o
denunciare. Si denuncia e poi si va o si sta senza denunciare? Possiamo permetterci il lusso di
privilegiare la presenza senza abbracciare la denuncia. Sebbene l’essere consacrati e preti
comporta l’essere della gerarchia. Ma non lo fa un battitore libero: non dimentichiamo che siamo
soggetti a superiori. L’essere consacrati è un portare la gerarchia in questa terra di mezzo.
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8. La paternità e la maternità. Non è biologica ma Dio è padre e madre e la sua paternità


e maternità è superiore. Su questo aspetto come religiosi non dobbiamo avere un sentimento di
sterilità. Questo aspetto arriva anche nelle nostre comunità e ha quel qualcosa di grande che è
giusto e doveroso per noi.

9. Declino e decadenza.
La vita ingloba la morte. Noi siamo molto disposti ad assimilare la morte di un fratello. Ma
non siamo disposti a pensare che l’ordine dei Benedettini scompaia. Ma se scompaiono le suore di
quest’ordine non siamo disposti a questo: non siamo disposti alla morte dell’ordine scelto.
Cadiamo nell’accanimento terapeutico. Può darsi che ci sia una decadenza della comunità per cui i
giovani non entrano oppure forse l’ordine ha terminato la sua parabola storica e quindi arrivare in
fondo serenamente senza colpevolizzarsi. La Pasqua non è solo affari degli altri, ma anche nostro.
Dal punto di vista umano è un fallimento, è chiudere. Attenzione a non colpevolizzarci. Ma siamo
impreparati su questa cosa. E se uno entra lo roviniamo perché tutto gli facciamo vedere tranne la
vita religiosa.

10. Nella vita consacrata, dove deve andare lo sguardo per primo da riformattare.
La macchina è così come lo abbiamo ricevuta. C’è una simbolica, una liturgia, preghiera,
abito… tutto ciò deve comunicare con i nuovi linguaggi, le nuove icone,..e poi deve esserci
l’assunzione del fatto che non siamo più come eravamo: ciò che era importante, l’obbedienza, la
povertà, non sono come ieri. Una volta una persona entrava in monastero, obbediva di meno che a
casa, ci guadagnava in libertà, in spazio, in aspettativa di vita e poteva sperare, pur essendo di
poveri natali, di diventare badessa o superiore. Oggi, quando uno entra, va in una comunità la sua
aspettativa di vita, dal punto della tradizione, dovrebbe aumentare. Non è che uno entra in un
museo di mummie! Il discernimento sulla riformattazione è che non abbiamo più gli usi del
Medioevo o di 30-40 anni fa: questa mutazione ci viene da Dio ed è il migliore in assoluto.
Riformattare significa dire che la macchina e i programmi sono questi ma sono cambiate le
prospettive di vita: molte congregazione danno motivi per soffrire e sentirsi vivi. C’è un erotismo
nella tradizione mistica. Quando viene a mancare l’erotismo, c’è la depressione. Uno dei conflitti
tra ordini antichi, rinnovati e nuove comunità è che dei giovani ti chiedono cosa devono sentire:
vogliono qualcuno che gli faccia sentire qualcosa, che li faccia scommettere. Entrare in una
relazione in cui c’è un combattimento, una crescita: la comunità deve accogliere l’altro come un
alter, con cui confrontarsi. È l’aspettativa di vita che fa la differenza. I giovani hanno bisogno di
essere presi sul serio nel loro desiderio ma mai trattati: davanti ad una vita che aggredisce, morde
e da li uscirà l’aspettativa di vita. Altrimenti i giovani migliori o li perdiamo o andranno altrove.

11. La maledizione tra Giuseppe e Giacobbe, confronto che in alcuni momenti è


privilegiato per una predilezione della debolezza. Questa predilezione tra Giacobbe e Giuseppe
come si coniuga nel modo di agire di Gesù: che tipo di predilezione fa Gesù? Quali rischi ci sono e
quali potenzialità riguardo a questo aspetto?
Giuseppe nella relazione con i fratelli è mancante perché non li tratta come tali ma il
problema è la predilezione di Giacobbe per lui, più degli altri. Giacobbe non ha mai perdonato ai
figli di aver fatto morire Rachele e loro non gli hanno mai perdonato di aver preferito Giuseppe.
Manca quindi il riconoscimento di una differenza e il perdono, che porta ad un rinnovamento della
sofferenza. Nelle nostre comunità c’è una tale dose di sofferenza che genera, violenza, e sofferenza
e non se ne esce. Se ne esce dichiarando che io ce l’ho con te. Giacobbe non agisce da padre con
Giuseppe ma da madre, perché Giuseppe ha perso la madre.

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Normalmente oggi le comunità sono in ostaggio ai deboli con la complicità dei superiori perché si è
passati dalla visione valida tempo fa, che se non si era in grado di portare il peso, a livello di lavoro
e psicologico, si rimandava a casa, non si era adatti perché per vivere in monastero ci vuole una
certa tempra. Oggi non più: si rimanda la tenuta psicologica a dopo la professione solenne, quando
è tardi. I giovani li sopportiamo fino a li, poi li buttiamo nell’arena e ci rendiamo conto che sono
liberi. Ma la speranza della professione solenne ci fa andare avanti!! Spesso i superiori non
chiamano le cose con il loro nome. C’è bisogno di fratelli e sorelle deboli ma anche che trainano la
comunità ma vengono caricati così tanto che alla fine i deboli rimangono e i forti se ne vanno
perché non reggono più. Questo dipende dai superiori, perché nel loro servizio manca la virilitas,
chiamare le cose per ore, portare i fratelli a dire le cose come stanno davvero. Bisogna vivere in
comunità con cicatrici, non con ferite aperte. Dal punto di vista dei forti bisogna chiedere una certa
chiarezza. La vita religiosa obbedisce alla legge marziale. Tu firmi nella vita religiosa, c’è l’ingaggio,
si obbedisce, quindi ad un certo punto non ci si può piangere addosso. Gli arbitri, i garanti della
misericordia ma anche della lex sono i superiori che, dopo aver accettato l’incarico di governo, o
dimissiona subito oppure va avanti sennò la comunità viene presa in ostaggio dai più deboli e i forti
o sclerano o se ne vanno.

19 novembre 2014
Fraternità fragile, dono e compito da custodire
relazione di “spiritualità pratica” della fraternità
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CISM – Convegno Collevalenza 17/21 novembre 2014

Sr. Giuseppini Alberghina, sgbp

Mi è stata chiesta una relazione di spiritualità pratica. La spiritualità è certamente pratica ma la


domanda di fondo è: come vive una comunità di fede? Quali sono le relazioni che si stabiliscono in
una comunità che per scelta è una comunità di fede. E questo è un presupposto che non possiamo
dare per scontato. C’era stato un padre generale di un ordine francescano che disse: “forse siamo
religiosi ma non siamo credenti”.
Partirei da un espressione di padre Florenskij, teologo russo, un Leonardo Da Vinci del mondo
slavo, sacerdote, un grande uomo spirituale. Nella sua opera, La colonna e il fondamento della
verità, lui parte con un’espressione particolarmente adatta per la mia riflessione: la verità
manifestata è l’amore, l’amore realizzato è la bellezza. La verità quando si rivela, Dio è verità, è
l’amore; e l’amore, quando è realizzato, è la bellezza. E questo anche nella vita religiosa noi lo
abbiamo sperimentato anche personalmente. Pensate madre Teresa di Calcutta, un mucchietto di
ossa, che camminava con una faccia piena di rughe, che quando l’anno chiamata all’ONU, lei si
mette in piedi e inizia a pregare il Padre Nostro: tutta l’assemblea dell’ONU si è alzata a
contemplare questa donna trasfigurata dalla preghiera. E non c’è stato nessuno che ha contestato.
Il suo volto aveva una bellezza spirituale così trasparente che nessuno ha potuto rimanere
indifferente. Di conseguenza, quello che ha detto dopo è venuto naturale.
Io non posso parlare della vita fraterna, anche segnata dalla fragilità, che è la vita fraterna in se
stessa, senza parlare della fonte che è Trinitaria: il Padre in comunione con il Figlio, in una relazione
che non è un’idea ma è una persona, lo Spirito Santo. Noi partiamo da quella fonte che ci è donata
gratuitamente. E questo Figlio ha accettato uno svuotamento tale da venire incontro alla creatura
amata che si è allontanata, e quindi l’incarnazione.
Non possiamo dare per scontato i due misteri principali della fede e che per troppo abbiamo
definito inefficaci. Senza questo fondamento non andiamo da nessuna parte perché la creatura
umana, creata a immagine e somiglianza di Dio, è persona, un essere per la relazione. Devo
precisare che noi viviamo in un’epoca in cui il vocabolo persona è stato sostituito dal vocabolo
individuo. C’è una differenza abissale e dobbiamo stare molto attenti perché, se nelle nostre
comunità c’è una somma di individua parliamo di corruzione non di fraternità, è una corruzione
dell’antropologia teologica. La persona è necessariamente un essere per la relazione, per la
comunione; l’individuo è un solitario, che parte e torna da se, diventa un divorato degli altri
usandoli senza riuscire a essere felice. Bisogna fare questo passaggio da individuo a persona che è
già definito per la comunione. È quindi anche fragile, la persona, perché si è separata dalla
relazione fondante con Dio: da quando è stata troncata, ha cominciato a creare quella solitudine
senza legami, senza vita. Lo sappiamo che ciò che si separa non vive; anche l’uomo separa l’anima
dal corpo, è morto. Ora, il Figlio di Dio, che si è fatto uomo, ha assunto la nostra fragilità. Non ha
fatto altro che assumere questa fragilità fondamentale che è la morte, l’ha presa su di se. Ha
riunito ciò che si era separato. Lui ha fatto comunione, ha riportato la vita perché tutto ciò che è
unito è vivo. E noi abbiamo il desiderio della vita, non possiamo vivere senza la comunione. Il
contrario è la separazione, la morte, la sua conseguenza.
Con l’incarnazione, il Figlio di Dio ha consegnato a noi un nuovo modo di esistenza che abbiamo
ricevuto col battesimo: la vita nuova ricevuta è un modo totalmente nuovo di esistere, secondo
questa unione. È proprio questa vita che realizza Dio in noi, che realizza Cristo in noi. C’è quindi
una comunione che si sposa con la nostra fragilità e non è frutto del nostro sforzo o buon cuore: ci
è donato. A noi compete l’iniziativa libera con l’azione di Dio, la sinergia.
Quindi le relazioni sono all’interno di questo corpo di Cristo che viene accolto e a cui si cerca di
dare una risposta. Noi dobbiamo collaborare con l’opera di Dio.
E questo dono ci permette di amare gratuitamente. La Chiesa è questo corpo vivo le cui membra
sono unite a Cristo che ha assunto la nostra fragilità. Lo psicologo ti da un pacchetto ma Cristo lo
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CISM – Convegno Collevalenza 17/21 novembre 2014

ha assunto su di se, lo ha redento; una vita che non conosce la corruzione se noi siamo uniti a
Cristo.
Allora noi riceviamo questo dono della vita fraterna in comunità perché siamo stati chiamati a
seguire Cristo più da vicino nella forma delle nostre congregazione. Cosa ci è chiesto? La grazia a
caro prezzo della comunione. Perché? Perché per realizzare queste premesse e collaborare con
Cristo bisogna sanguinare: se non si passa la Pasqua non si può vivere insieme. Al limite possiamo
vivere come in un albergo. L’attuale decadenza della vita religiosa è legata ad un insieme di
individui che vivono come se fossero in albergo. Francesco anelava alla riforma della Chiesa.
Convivere con la propria e la altrui fragilità comporta una lotta con la tendenza dell’individualismo.
Ma che rapporto è? Sull’ascesi bisogna intendersi. Un’ascesi di tipo stoico ha creato delle patologia.
Non parliamo di perfezionismo. L’ascesi viene dalla relazione cioè: dietro il volto del Signore c’è il
fratello, la sorella, e quindi il ridurre le mie esigenze, la capacità di un’autodisciplina viene
dall’amore. I perfezionisti sono più pericolosi dei peccatori incalliti. La fragilità è un dono
dell’incarnazione, è un dono che accogliamo da Cristo stesso, serve per purificarci reciprocamente,
per fare in modo che il vecchio Adamo si riduca sempre di più e cresca il nuovo Adamo che è la vita
in Cristo. Se il vecchio non si riduce, non si può vivere insieme. Non ci sono consulenze, strategie o
altro che possono far vivere insieme un gruppo di religiosi. Solo l’assunzione della vita in Cristo.
Perché c’è il sacrificio della proprio volontà; senza di esso non c’è assolutamente la possibilità di
amare in modo cristico, come ha amato Cristo.
Una fragilità redenta permette di superare quella referenzialità che fa diventare una fraternità
un’amicizia. S. Giovanni Crisostomo dice che l’amicizia è la via della Chiesa, e nei conventi abbiamo
paura di parlare dell’amicizia. Per essere amici in senso cristiano bisogna superare il monte dei
propri sentimenti. Se io voglio possedere la persona cara la distruggerò perché la vorrò per me.
La fraternità deve avere l’impronta della Pasqua: la cultura della Pasqua deve essere vissuta nelle
nostre comunità. Non è possibile che noi viviamo insieme e ci dimentichiamo che bisogna passare
il venerdì santo. Non va enfatizzato però. Tutto ciò che ha vissuto Cristo, la grazia di morire a me
stessa. La Pasqua relazionale non riguarda solo me e la mia storia ma anche la mia cultura: devono
morire al me stesso prima del battesimo ma anche al me italiano, in questo caso, per far spazio
all’altro diverso. Nel momento in cui io muoio alla mia cultura per accogliere l’altra cultura, la mia
risorge più purificata, più gradevole, più ricca. E qui c’è la reciprocità. Anche se non c’è, se io sono
morta, per fare spazio all’altro, questo purifica me e la mia cultura e diventa un lievito, questa
Pasqua, che aiuta me e gli altri.
In una comunità in cui la fragilità viene assunta e redenta, il superiore è una persona che accoglie
la fragilità nell’ascolto. Ma concretamente non è sempre così. Ascoltare è la cosa più difficile.
Quando ascoltiamo un fratello, non prepariamo la risposta. Invece mentre ascolta, prega nel suo
cuore e presenta al Signore ciò che gli viene detto. Quando avrà finito, il superiore dirà solo una
parola soltanto, donata dal Signore come grazie, e farà strada nel cuore dell’altro. Va detta bene, e
può anche ferire: se non tocca qualche punto delicato di quella persona, è stato tempo perso.
Nelle nostre comunità abbiamo delle situazioni incancrenite perché sono passati anni e decenni in
cui un superiore ha parlato con le persone affidategli. S. Ignazio di Antiochia dice: “porta ciascuno
nel tuo cuore, ma parla a ciascuno singolarmente”.
Quando ci si guarda non si è allenati a leggere dentro. Alcune fragilità. Ad esempio non è salutare
quando le comunità sono troppo omogenee. Non è salutare per la vita. Un superiore deve stare
attento che nella vita corrispondano le tappe della vita spirituale. Ci può essere l’anziano chiuso,
brontolone. Cosa fare? Un amore pasquale è capace di accogliere questa scorza dura e trovare un
tesoro in quella persona. O il giovane che si porta dietro situazioni pesanti. Poi c’è l’adulto che a
volte sente la gioia di gustare la gioia dell’amicizia.
Perché la fragilità sia un luogo di salvezza, che non avviene subito, spesso dura nel tempo, ci vuole
pazienze, ha bisogno di trovare persone di discernimento: il discernimento del cuore. Abbiamo
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usato questa parola per parlare del discernimento come un metodo per cercare e trovare la
volontà di Dio. Ma il discernimento è proprio l’arte della relazione, di comprendersi con Dio e tra di
noi. Che cosa abita nel mio cuore? Questo è il discernimento. Il primo passo è la purificazione
perché il cuore è inquinato in partenza, abbiamo una falsa immagine di noi stessi, degli altri, di Dio:
Dio è Babbo Natale, sono euforici o depressi, vivono con delle maschere
La seconda fase, la fase propositiva, cioè aderire a Cristo: non il Salvatore del mondo ma il mio
Salvatore. Il criterio per fare poi le scelte nasce da questa libera adesione a Cristo. Sono quindi una
persona libera anche quando devo decidere delle cose. Oggi le riunione comunitarie sono dei
campi di battaglia o facciamo delle cose carine.
Ecco il discernimento del cuore.

 Domande al relatore

1. Vivere nella verità di se stessi, più facile con i laici che nella comunità.
Io ho insistito sulla verità di Dio, me stesso e gli altri. Liberarsi dalle false immagini. È necessario
che queste tre cose siano unite. Ma quando sono giunto alla mia verità non mi è possibile
condividerla. Una delle cose sulle quali si sta misurando la vita religiosa è quella di condividere
l’esperienza di fede. Nelle comunità è possibile condividere non solo con un caffè insieme ma
anche in momenti che tengano conto che siamo chiamati a condividere l’esperienza di Dio.
Cominciare a proporre questo. Perché l’esperienza di fede è quella che mette in luce la verità del
nostro cammino. Più approfonditamente può avvenire con un fratello o una sorella. Devo
condividere ciò che la Parola ha detto a me mettendomi a nudo un po’ quindi devo mettere davanti
agli altri la mia fragilità. Chiunque poi può usare quella cosa che sto dicendo.

2. Si parla tanto di identità, di affermazione di se, e abbiamo parlato della Pasqua, morte
di se. Ma come avviene in concreto in una comunità?
Se io ho una consorella di diversa cultura, come muoio a me stessa. E la mia identità? Ecco,
io devo essere sicura che se muoio alla mia identità farò spazio all’altra. È quella capacità di morire
a se stessi che non annienta ma purifica la propria identità. Non devo buttarla via.

3. Parliamo di fragilità. Ma quando in una comunità ci sono patologie? Che si fa? Si scarta
la persona, la si mette in altre comunità? O le si accolgono?
Nelle comunità ci sono le patologie e sono l’espressione delle nostre fragilità. Allora si
curano ricorrendo ai medici. L’unica cosa è contenere il danno: mettere la persona in una
situazione il più favorevole possibile ma anche fare in modo che la comunità non venga
danneggiata. La persona non bisogna soffocarla, bisogna curarla.

4. Fino a quando bisogna avere pazienza con le fragilità?


Non dovremmo chiamare la formazione così ma probazione: mettere alla prova i desideri,
le aspirazioni, i sogni… mettere alla prova della fede per vedere se la persona sta cercando Cristo o
un’autorealizzazione, anche inconsapevolmente. Se la persona si rivela testarda, rigida, sia
rimandata nel mondo. La maestra e la comunità devono avere la fiducia assoluta della superiora in
carica. Abbiamo anche la responsabilità di non farle fare un percorso sbagliato. Ci deve essere
fiducia con chi dirige. Ma abbiate la libertà e il coraggio di mettere alla prova.

Molte volte per un malinteso senso del rispetto della persona la comunità non viene messa
al corrente della situazione reale e che non permette di prendere delle strategie adeguate. La
comunità deve sapere che c’è questa situazione da risolvere ma anche da tutelare.

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CISM – Convegno Collevalenza 17/21 novembre 2014

20 novembre 2014
Custodire = responsabili della crescita reciproca
relazione di itinerario educativo
Fra Gaetano La Speme, ofmcap
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Vorrei partire dal sottotitolo: un itinerario educativo. Vorrei dedicare l’introduzione proprio ai
percorsi educativi e in che modo interrogarci.
Sappiamo che la nostra cultura ci orienta verso una pluriforme. Per questo, un atteggiamento di
fondo nella ricerca è l’umiltà. Ciascuno sa che ciò che sta portando è un contributo, non il
contributo. Significa quindi ascoltare gli altri con curiosità e compassione e ciò che è richiesto dalla
ricerca, un debito.
Per cui nei percorsi educativi, non voler vincere a tutti i costi e aprirsi a prospettive diverse è
fondamentale. Perché l’educazione si realizza nella pluralità e nell’umiltà.
Commentando il Deuteronomio (32, 10-11), il Card. Martini diceva: 2mi colpì in particolare
l’espressione lo educò insieme a lo circondò. Vidi come il tema dell’educare non consiste tanto nel
da farsi dell’uomo ma era innanzitutto un darsi da fare di Dio”.
Nel campo educativo abbiamo molto da imparare soprattutto per lo stile con la quale ci raggiunge,
dalla Scrittura. Ci porta a considerare ogni aspetto della vita alla luce dello sguardo di Dio. Ogni
pagina della Scrittura, luminose, oscure, umili, solenni, appartengono tutte alla storia di Dio e
all’umanità. Non è così anche per le pagine dell’economia della salvezza scritte lungo la storia da
ogni uomo?
Dallo schema c’è un secondo punto. In un percorso educativo, i primi a mettersi in gioco sono gli
educatori. Alla luce dell’esperienza di fede occorre ricordare che l’educatore partecipa alla continua
opera di Dio. Dio educa ascoltando, dialogando, facendo continuo dono di se, compromettendosi,
confrontandosi, attraverso la ricerca, attendendo, convertendosi: bellissima la pagina della Genesi,
di Abramo. Dio educa partendo dall’esperienza di fallimento lanciando sempre nuovi inizi. È un arte
che non può essere improvvisata ma deve tener conto della complessità dell’uomo. Necessita
preparazione.
L’educatore necessità di una formazione che sia intellettiva, che passa attraverso percorsi umani,
spirituali. Non si può essere educatore se non coltivando un continuo atteggiamento d umiltà; ciò
significa aprirsi al confronto con la Chiesa locale, con gli altri responsabili della formazione, con i
laici. Collaborare è un modo diverso di coniugare l’umiltà.
Emergono alcune domande che ci si pone.
Com’è possibile educare ad una vita comunitaria che realizzi l’appartenenza all’istituto e la
realizzazione personale?
Com’è possibile attendere o andare fino in fondo?
Come educare quando gli orizzonti di riferimento sono diversi?
Nelle fonti francescane c’è uno scritto, la lettera che scrive a Leone, suo segretario (FF 249) emerge
chiaro che nell’educare, nel governare, il voler bene va coniugato alla fiducia. Chi aiuta nella
crescita sa che c’è un tempo in cui la persona vada per le vie che il Signore gli da. Ma allo stesso
tempo l’educatore è chiamato ad offrire la certezza a chi cresce di poter tornare da colui che lo ha
educato: mi fido e se hai bisogno di me ci sono!
Riprendo un aspetto citato già che non è superfluo: la dimensione dell’umiltà dei formatori.
Educare comporta rischi e affanni e nell’intervista che Papa Francesco lasciò ad Antonio Spadaro
diceva: “cercare e trovare Dio in tutte le cose presenta un margine di incertezza. Se uno ha risposte
a tutte le domande vuol dire che Dio non è con lui. Le grandi guide del popolo di Dio hanno sempre
lasciato spazio al dubbio. Bisogna essere umili. Lasciare spazio a Dio”.
Per un formatore un elemento importante è accostarsi alla crescita con gradualità. Nella prima
lettera ai Corinzi, capitoli 8-11, Paolo dice che bisogna prestare occhio alla comunità in cui ci si
trova, gradualità nelle cose. Un criterio di azione: la dimensione relazione della vita, del governo,
della crescita. Paolo agisce non ad occhi chiusi ma in base al peso che il fratello, soprattutto più
debole, può sopportare. È una fede vissuta non senza l’altro, non contro, ma con l’altro. Barbaglio
scrive: “a prima vista, per il suo illimitato adeguamento ai modi di viva, si potrebbe definire Paolo
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un opportunista. In realtà c’è un punto fermo nel prendersi cura di questa comunità è il Vangelo.
Tutto il resto è relativo, e in questo quadro di servizio tiene conto del valore dell’alterità delle
persone che sono chiamate a credere. Non è questo il motivo per cui subito dopo scriverà che pur
essendo libero si è fatto servo di tutti”.
Sulla gradualità e sull’ascolto, Papa Francesco in un’omelia del 7 luglio scorso diceva di ascoltare i
giovani, perché hanno bisogno, i loro successi, le loro difficoltà, mettendosi seduti, anche se è lo
stesso libretto, ma con musica differente e con pazienza.
Alla luce di queste provocazione, è importante nella formazione gestire con sguardo benigno il
caos e custodire: la sapienza dell’alternanza, lasciare a Dio e ai fratelli il tempo di fare pausa e non
evitare il contrattempo.
Ci riferiamo a Giuseppe, il giusto e il sognatore, sia della Genesi che nei Vangeli. Da lui
impariamo la sapienza dell’alternanza: in sogno l’angelo gli da tre comandi, fuggi, resta, va.
Movimento in direzioni opposti, due di movimenti, uno di stasi. Nel piano di Dio c’è anche la fuga.
Giuseppe impara nei sogni che Dio porta avanti la sua storia chiedendo nel tempo ora una cosa ora
un’altra, il progetto è uno ma la concretizzazione è diversa.
Giuseppe impara che Dio parla un poco alla volta e che sa attendere il cammino dell’uomo.
Quando Dio appare a Giuseppe (Mt 1-2), prima ha paura, sogna e poi gli dice di andare in Galilea.
Il contrattempo, l’ostacolo, per Giuseppe fu il compimento di una profezia (Mt 2).
In che modo custodirsi reciprocamente?
La nostra esperienza di consacrati si fonda con la relazione con Dio che è Padre e con gli
altri che custodiamo come fratelli. Nel Padre nostro i discepoli guardano a Dio con familiarità e a
guardarsi con spirito di fede, umiltà. Imparano che sono tutti fratelli, che il pane fa cercato per
tutti, che ognuno ha debiti, e che dal male si è liberati insieme. Imparano a costruire una fraternità
ecclesiale. Matteo ricorda al capitolo 23 questo. Quindi la vita di qualità nella comunità di Gesù
dipende dalla qualità delle relazione che si possono costruire e offrire. Lo stile relazionale con Dio e
con i fratelli che ci viene dato nel discorso della montagna diventa la pietra angolare su cui si fonda
l discepoli.
Si custodisce imparando ad essere grati. Chiaro a Paolo che inizia le lettera rendendo grazie
a Dio e a chi ha davanti. Conosce bene ciò che c’è in quella comunità. Come le affronta? Ai Corinzi,
nell’incipit, richiama il loro essere chiamati, perché non c’è peccato ne confusione che possa
togliere il Signore che ha redento quella chiesa. Il rendimento di grazie per ciò che sono i credenti
di Corinto è il modo per entrare in contatto con loro. Imparare a ringraziare nel silenzio del proprio
cuore e esternarlo se possibile fa crescere la comunità.
È importante non solo vivere insieme ma da fratelli. (PC 15, VC). Si rimarcava la dimensione
fraterna già in Congregavit nos in unum al numero 3.
Noi riceviamo i fratelli come vasi di creta, prendendoci cura di coloro che in vari momenti vivono
momenti di sofferenza. Papa Francesco nella Evangelii Gaudium sottolinea questa cosa nel numero
90 e 92. Nel vivere insieme sappiamo che è importante il clima relazione che dipende in modo
particolare da chi ne ha una speciale responsabilità. Essere fratello dipende da come io decido di
stare con l’altro. Padre Salonia ricorda che il crocifisso dice che si salva il fratello se si resta fratello.
Papa Francesco dice ancora: “ci fa bene amare gli altri al di la di tutto; tutti abbiamo simpatie e
antipatie ma offriamo al Signore, preghiamo per la persona con cui siamo irritati.
Pregare è importante ma occorre saper pregare. Pregare non da farisei ma da fratelli che sanno che
il più delle volte hanno bisogno di capirsi. Non si tratta di pregare perché l’altro si converta ma
perché io possa capire le ragioni che non vedo”.
Nell’esperienza di Francesco, essere fratello va coniugato con la minorità che è la grazia che
ci libera dalla tentazione che i fratelli hanno, di dover esser e più bravi e migliori degli altri. Siamo
sempre minacciati dall’eresia di una fraternità perfetta che è un’espressione narcisistica. Nel 1974,
Bergoglio, partecipando al Sinodo, disse: “le elite religiose sono pericolose”. Le elite religiose,
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creare comunità perfette, è pericoloso. I nostri santo fondatori pensano ai nostri istituti come un
gregge, evangelico, si cammina insieme, sotto la guida amorevole dell’unico Bel Pastore. Si rallenta
ma non ci si attarda, si può correre di più ma ci si separa e nelle salite ci si sostiene a vicenda. Papa
Francesco nell’EV 82 dice che l’ansia di oggi degli operatori pastorali non accettano la critica e la
contraddizione. In alcuni passaggi dell’esortazione ci sono passaggi pratici con cui prendersi cura
dei minori (cfr. 171, 187, 271).
Debolezza in Dio. Non è una virtù, ne desiderabile, ne apprezzabile, ma è stata assunta dal
Figlio di Dio, e se scelta per amore del Vangelo è il luogo in cui Dio si rivela. In Gesù è diventata il
modo privilegiato di Dio per testimoniarci il suo amore: nasce a Betlemme, si battezza come tutti,
sceglie i dodici con la sola parola, da aiuto agli affamati, cavalca un asinello, resta umano davanti a
Pilato e sull’altare della croce è agnello immolato. Non si è mai voluto spogliare della debolezza che
aveva assunto. Allora la fragilità nel ministero, nella salute nelle strutture è la condizione che Gesù
ha voluto assumere per salvarci e in questa condizione viene a visitarci. Non è più il luogo della
vergogna ma l’argilla che Dio utilizza e su cui alita il suo spirito; il modo che noi abbiamo di vivere e
annunciare il Vangelo. Capisco che tutto ciò non è facile ne da comprendere ne da vivere. È una
grazia che si può accogliere solo a caro prezzo, una beatitudine amara, una sapienza forse troppo
altra. Riconoscere la grazia della debolezza evangelico è ciò che ha fatto Francesco e lo ha
convertito. Padre Shesser diceva: “la debolezza scelta diventa una spiritualità delle mani vuote
dove si capisce che tutto può diventare dono e grazia di Dio, manifestazione del suo amore che
solo può trasformare la debolezza in un ricchezza spirituale”.
Penso che dalla tentazione di fuggire la fragilità è incappato anche Paolo: sentiva la fragilità del
ministero, voleva ritirarsi per la sua o per la fragilità della comunità che stava educando? Dio gli
dice che gli basta la sua grazie!
Vita fraterna è capacità di chiedere aiuto con fiducia. Francesco nella regola bollata al
numero 6 scrive: “ovunque si trovino, manifestino con sicurezza le loro necessità”. Osservando il
lessico ci sono termini che richiamano al campo semantico della famiglia perché lui pensa alla vita
dei frati come una vita dove possono circolare stima, calore, fiducia, promozione dell’altro, che si
dovrebbero respirare in famiglia. Egli prende queste espressioni da Paolo (1 Ts 1, 7-8). Il codice
materno è un’esigenza cristiana. Una madre non fa mai vergognare il figlio. Quando ci si prende
cura non si fa mai vergognare l’altro.
La storia testimonia che in alcune circostanza c’è stato il momento delle rivendicazione.
Ripensarla come un dono e quando il cuore è libero, cambia la correzione fraterna. Forse per
questo bisognerebbe lavorare di più su stessi, non attaccarsi al cambiamento altrui. Risentire il
proprio cuore, fragilità, paure.
Il dovere di essere se stessi. Per Paolo il Vangelo può essere concretizzato in molti modi. Sa
bene che gli ideali possono essere incarnati in svariati modi perché molteplici sono i doni dello
Spirito che distribuisce a ciascuno come vuole. Alla comunità di Corinto Paolo dice che Dio ha dato
a ciascuno un modo proprio per essere credenti. In fraternità si costruisce insieme, ciascuno con la
loro debolezza e ricchezza. Luciano Penna dice di evitare il conformismo e la frantumazione che si
evitano entrando nella logica della sinfonia, non del canto unico.
Papa Francesco dice che l’unità non è uniformità, non è pensare allo stesso modo o perdere
l’identità: è accettare con gioia i doni diversi che lo Spirito da ad ognuno, accettare le differenza,
avere la libertà di pensarla diversamente e manifestarlo.
Nell’EV, Papa Francesco ha parlato della tenerezza che comporta uscire, andando incontro a
chi è ferito, in difficoltà.
Simone Cristicchi canta: “ti regalerà una rosa per dipingere ogni cosa, per poter dimenticare ogni
piccolo dolore”.

 Domande al relatore
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1. Il dovere di essere stessi e il diritto di promuovere gli altri. Qual è la logica


dell’inversione dei due termini?
Avevo formulato diversamente ma ho pensato che fosse stato più provocatorio così. Penso
che sul diritto di essere se stessi nessuno ha dire ma il diritto di promuovere gli altri è una fatica:
possono essere più bravi, possono avere più successo. Rileggere la promozione degli altri non
come un dovere ma come qualcosa che ci rende più umani, più cristiani. Promuovere gli altri non ci
toglie ma accresce la nostra umanità. Se avessi messo il dovere, era come se ci fosse qualcosa di
imposto. Dovere di essere se stessi perché è scontato ma non sempre; a volte si teme di
promuovere se stessi o di essere se stessi. Nell’ultimo Sinodo il Papa ha detto di non aver paura di
esprimersi. Nella Chiesa abbiamo l’obbligo di essere noi stessi fino in fondo senza umiliare gli altri,
di essere veri qualificanti, senza squalificare gli altri, importatnte per custodire gli altri.

2. Gestione dei conflitti. Qualche indicazione.


La nostra cultura è ormai definita tragica perché viviamo con difficoltà e sofferenza,
pensiamo che la vita stessa sia particolarmente difficile. Abbiamo la sensazione che il conflitto non
debba esistere nella vita e nella relazioni. Appartiene invece alla vita e a noi, credenti in Gesù. Fin
dall’inizio nella vita non ci si capisce: Adamo ed Eva, Caino e Abele, i discepoli, Paolo e le sue
difficoltà. Per gestirlo, intanto rasserenarsi, perché c’è, appartiene alla vita ma gestirlo in maniera
evangelica, che sia occasione di crescita. Per far questo, ritornare a se stessi.
A volte abbiamo bisogno di qualcosa, ma invece facciamo altro, litighiamo,… facciamo il terrorismo
delle chiacchiere. Gestire il conflitto in maniera pedagogica ed educativa significa partire da alcune
domande: cosa desidero, cosa mi manca, che bisogni ho, perché ho bisogno che l’altro cambi? È
anche interessante distinguere il livello simmetrico e asimmetrico: avviene tra confratelli,
consorelle, formatori? Avere chiaro questo, si gestisce meglio il conflitto. Senza martoriarsi, quali
sono le difficoltà, entrare nell’ottica che bisogna ripartire da se. Capire cosa abita nel mio cuore,
non rinfacciare, cosa potrei cambiare in me. Ripartire da se stessi. Abbiamo bisogno dell’aiuto di
qualcuno a volte che ci aiuti a capire i punti che non vediamo.

3. L’atto creativo di Dio e l’”intromissione” dell’educatore.


La formazione è partecipare all’atto creativo di Dio, si tratta di entrare nella logica che il
primo formatore è Dio, è lo Spirito e avere fiducia in ciò che suggerire ai cuori degli uomini.
Partecipare a questo vuol dire fare spazio. Ce l’ho dice la tradizione rabbinica nello Zin Zum, che
significa il fatto che Dio si contrae, fa spazio: fare spazio agli altri col codice materno e fraterno.
Partecipare vuol dire fare spazio agli altri, come una madre fa spazio ad un bimbo che cresce nel
grembo. Ma nel grembo si sta 9 mesi; dopo bisogna lasciar andare. È importante che le persone
educate abbiamo il permesso di essere creativi, autonomi, senza far mancare loro il sostegno
affettivo.

4. C’è qualche puntualizzazione riguardo il rapporto tra le generazioni?


È importante avere stima fra la generazioni. Rispettare gli uni e gli altri, per gli anziani e il
momento difficile. I due momenti di debolezza della vita consacrata sono all’inizio e quando si
entra nell’anzianità. Bisogna coltivare la passione per l’integrazione: nessuno è migliore degli altri o
che una sia di peso. Invece tutt’e due possono imparare gli uni dagli altri prendendosi cura dei
bisogni degli altri. Importante la promozione dei giovani e la gratitudine per gli anziani.

5. Perfetta letizia e scontro con la fraternità.


La fraternità è una sfida. Le diversità e la fatica si affrontano restando. Custodirsi significa
restare nella relazione anche quando l’altro dice che non ha più bisogno di me, anche quando
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questo costa fatica. Forse il proprio della VC è scegliere di vivere da fratelli anche quando è più
logica vivere da nemici.

6. Il biglietto che Francesco ha scritto a Leone. Non c’è pericolo di una dipendenza,
l’educatore obbligato al ritorno?
Penso di no perché Francesco è chiaro e Leone non è obbligato a tornare ma se vuole può!
Il cuore materno dice “se vuoi”, il cuore maternalista dice “devi tornare a me”. Non credo che si
crei dipendenza se c’è rispetto della volontà dell’altro. Bisogna dire “se vuoi” altrimenti c’è il rischio
della solitudine.

7. Attendere e fare spazio diventa frustrante. Materni e profetici.


Direi che il superiore è chiamato a essere materno, l’istituto profetico. Poi dovrebbe avere
queste due capacità insieme. Nel governare bisogna mettere insieme profezia, maternità,
fraternità. Fin quando attendere? Mi aiuta il confronto con i consiglieri, sentire gli altri e vedere
cosa pensano.

8. Pregare per capire le ragioni che non vedo.


Si tratta di entrare nella logica che non vogliamo cambiare l’altro ma che segua il Signore
così come lo ispiri e per entrare nel cuore dell’altro basta mettersi nei suoi panni.

9. Come posso rimanere senza essere conturbato dentro?


Significa che a volte possiamo decidere di restare in fraternità ma con rabbia e pretesa. I
motivi sono vari. Il modo migliore è ascoltare il proprio cuore e capire il perché del conturbamento.
Una delle piste può essere non pretendere che l’altro sia migliore, che la fraternità sia perfetta.

10. La forza della tenerezza.


Caratteristica nuova degli ultimi anni. Prima non se ne parlava perché era necessario essere
più forti che teneri. Oggi possiamo permettercelo. Arricchisce le nosre fraternità e allo stesso
tempo esserlo senza pretendere un contraccambio. Tenerezza e amorevolezza può essere la
possibilità di dare autonomia, senza aspettarsi un ritorno.

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