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Sardegna

Cagliari e il golfo degli Angeli


le coste della Gallura
Barbagie e Gennargentu

Guide d’Italia
Edizione 2001

Touring Club Italiano


Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring Editore Srl - Milano
Touring Club Italiano
Presidente: Roberto Ruozi
Direttore generale: Guido Venturini
Touring Editore
Amministratore delegato: Alfieri Lorenzon
Direttore editoriale: Michele D’Innella
Editor: Anna Ferrari-Bravo
Coordinamento redazionale: Gino Cervi
Redazione e realizzazione: Cinzia Rando e Luciana Senna con la collaborazione di Guglielmo
Martinello per la selezione di alberghi e ristoranti
Segreteria di redazione: Laura Guerini
Coordinamento tecnico: Vittorio Sironi
Cartografia: Servizio cartografico del Touring Club Italiano
Impaginazione di copertina: Mara Rold
Testi di: Manlio Brigaglia (Gli ambienti e i paesaggi; Sardegna: una storia che viene da lonta-
no; tutti i box tranne quello di pag. 24; itinerari tematici: La grande stagione del romanico,
Costumi e manifestazioni tradizionali, Un'isola di specialità enogastronomiche); Antonio Arca
(Alghero, revisione di Aldo Sari); Mimma Brigaglia (Gli altri luoghi eccetto alberghi e ristoran-
ti, di Il territorio di Cagliari e del Capitolo 4) Gino Camboni (Il territorio di Cagliari; Capitolo
4); Gino Cervi (box di pag. 24); Barbara Fenu (Introduzione a La Nurra e il Paese di Villanova;
Dal golfo dell'Asinara ad Alghero; Il Paese di Villanova e Bosa) Roberto Coroneo (Il percorso
storico e artistico e relativo box); Franco Fresi (Introduzione a La Gallura; Verso Tempio
Pausania; La Costa Smeralda e il Nord); Attilio Mastino (Testo di Bosa); Antonello Mattone
(Capitolo 9); Geltrude Piquereddu (Capitolo 7); Salvatore Pirisinu (Capitolo 8); Ludovica
Romagnino (Introduzione a Cagliari e il suo territorio; Cagliari: Castello; La città bassa);
Antonio Sanciu (Capitolo 6; Porto Torres); Eugenia Tognotti (Introduzione a Olbia e il suo
golfo; L'Arcipelago della Maddalena; Tempio Pausania); Salvatore Tola ( Sardegna: come visi-
tarla; Capitoli 3 e 11; itinerari tematici La Sardegna delle spiagge e La Sardegna delle monta-
gne); Luisanna Usai (Capitolo 2); Raimondo Zucca (Capitolo 5).

Hanno contribuito inoltre:


Il decumano, per la revisione redazionale
Studio Tragni, per l'impaginazione
Rossella Barresi / Realy Easy Star, per la ricerca iconografica
Giorgio Pomella, per la tavola alle pagine 106-107
Fotografia di copertina: Isola dell’Asinara, cala d’Arena (Egidio Trainito)

Grande cura e massima attenzione sono state poste, nel redigere questa guida, per garantire
l'attendibilità e l'accuratezza delle informazioni. Non possiamo tuttavia assumerci la respon-
sabilità di cambiamenti d'orario, numeri telefonici, indirizzi, condizioni di accessibilità o
altro sopraggiunti, né per i danni o gli inconvenienti da chiunque subiti in conseguenza di
informazioni contenute nella guida.

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Touring Club Italiano - corso Italia 10, 20122 Milano


www.touringclub.it
© 2001 Touring Editore s.r.l. - Milano
Codice L17
ISBN 88-365-2163-0
4a ristampa - maggio 2005

Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring Editore Srl - Milano
L’immagine della diversità della Sardegna entrò nella letteratura di viaggio ottant’anni fa,
quando David Herbert Lawrence ne diede la famosa definizione di terra "che non assomiglia
ad alcun luogo". È un’immagine per molti aspetti ancora attuale, che neppure il flusso del
turismo – che si è riversato sull’isola, a ritmo crescente, dagli anni sessanta in poi – è riuscito
sostanzialmente a intaccare.
È un’immagine che, tuttavia, non è di segno negativo. I visitatori mostrano di gradirla, stimo-
lati a una curiosità di sapere e di scoprire che è tra gli aspetti più qualificanti del turismo nel-
l’isola. I sardi, alla loro diversità, sono affezionati e in questo atteggiamento affiorano, talvol-
ta, punte di orgoglio. Ne contrastano la matrice più insidiosa, quella che viene da una plurise-
colare storia di isolamento, ma nel confrontarsi coi ritmi veloci della necessaria trasforma-
zione non rinunciano all’attenta difesa della propria identità.
Anche nella rappresentazione della Sardegna proposta dalla guida, il tema della diversità ha
un adeguato rilievo. Senza indulgere a facili mitizzazioni, si è cercato di non lasciare in ombra
nessun aspetto della sua eterogenea realtà, sottolineando che qui natura e storia, cultura e
società hanno concorso a creare una eccezionale concentrazione di beni e richiami tra i più
amati dai visitatori.
C’è la Sardegna solatia del mare e delle spiagge, di celeberrima notorietà e affollata frequen-
tazione, tanto che ad essa la guida dedica un apposito e particolareggiato itinerario tematico.
Ma c’è anche la Sardegna delle montagne, non solo delle Barbàgie, che si ammantano di un
fascino diverso ma non meno convincente di quello costiero. Anche alla severa bellezza delle
montagne sarde la guida riserva un itinerario tematico, altrettanto particolareggiato e ricco
di efficaci indicazioni.
Se la fascia litoranea e i rilievi costituiscono gli elementi più rappresentativi della natura e
del paesaggio con cui la grande isola è identificata, non minore significato vi rivestono altri
aspetti più legati alla storia, alla cultura e all’evoluzione sociale. Tre di essi, non a caso svi-
luppati a fondo nella sezione tematica, meritano qui di essere citati. Sono le manifestazioni
del costume e del folclore, che in Sardegna vantano una spettacolarità e una autenticità note-
voli, le specialità enogastronomiche, per le quali la regione va egualmente famosa, e natural-
mente "la grande stagione del romanico", le cui espressioni potrebbero valere da sole un
viaggio nell’isola. È quella, infatti, una stagione che rimanda a una delle due epoche storiche
che i sardi amano ricordare con particolare fierezza: quella giudicale, in cui dall’inizio dell'XI
secolo all’inizio del XIV lo spirito di indipendenza si contrappose validamente a una lunga
vicenda di dominazioni. L'altra, misteriosa e remota, è "la bella età dei nuraghi", che per un
millennio e mezzo disseminò dalla Gallura all’Iglesiente migliaia di testimonianze di una cul-
tura tra le più emozionanti della protostoria europea.
Una delle caratteristiche precipue delle Guide verdi d’Italia è che, alla doverosa attenzione
nei confronti delle tendenze del turismo maggiormente consolidate, si intreccia sempre quel-
la funzione di stimolo alla conoscenza di aspetti meno noti che favorisce un costume turisti-
co civile e avanzato. Su questa regola si basa anche la nuova guida che racconta e descrive la
Sardegna, curata nei dettagli sia per quanto riguarda i volti dell’isola più rinomati sia per
quelli che, solitamente trascurati, possono riservare invece momenti di sereno appagamen-
to. I piccoli paesi dell’interno, per esempio, e i musei di esigua dimensione, numerosi e sem-
pre ben tenuti. Anche attraverso queste testimonianze, che esprimono il rispetto per il pro-
prio passato, si riesce a conoscere e capire un territorio così denso di valori e di storia.

Roberto Ruozi
Presidente del Touring Club Italiano

Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring Editore Srl - Milano
Sommario

8 Quadro d’unione degli itinerari di visita


e indice delle carte e delle piante
10 Come consultare la guida

Introduzioni
Quadro ambientale, storico, culturale e turistico della regione

14 Gli ambienti e i paesaggi


18 Sardegna: una storia che viene da lontano
24 Box: Lingua e dialetti
27 Dalla preistoria alla Sardegna contemporanea:
il percorso storico-artistico
31 Box: Lo sfavillio dei retabli
33 Sardegna: come visitarla
36 Box: La musica tradizionale
Carta: Parchi naturali e aree protette, pag. 16

Itinerari di visita
Le descrizioni dettagliate dei luoghi di interesse turistico

1 Cagliari e il suo territorio


38 Profilo della città
39 Cagliari: Castello
44 Cagliari: la città bassa
49 Il territorio di Cagliari
50 Box: Sa genti arrubia
52 Box: Le saline di Molentàrgius
Pianta urbana di Cagliari, pagg. 40-41

2 Il Sulcis e l’Iglesiente: mare e miniere


53 Profilo dell‘area
54 Da Cagliari a Sant‘Antìoco
59 Le isole sulcitane

4
Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring Editore Srl - Milano
63 Box: La Madonna dello Schiavo
64 L’Iglesiente
66 Box: Memoria delle miniere
Pianta urbana di Iglesias, pag. 68.
Piante archeologiche: Scavi di Nora, pag. 55, e Fortezza di Monti Sirai, pag. 70;
Carta delle isole di Sant’Antìoco e San Pietro, pag. 60;

3 Il Sàrrabus e il Gerrei:
la montagna meridionale
72 Profilo dell’area
72 Il Sàrrabus
76 Il Gerrei

4 Trexenta, Marmilla e Sarcidano:


la Sardegna delle colline
80 Profilo dell’area
81 La Trexenta e la Marmilla
84 Le Giare e il Sarcidano
86 Box: I cavallini della Giara
87 Intorno al monte Arci
Pianta archeologica di
Su Nuraxi di Barùmini,
pag. 85

5 Oristano e il Sinis
90 Profilo della città
92 Oristano
92 Box: La Sartiglia
94 Il Campidano
di Oristano
96 Box: Gli stagni
di Oristano
Pianta urbana di Oristano,
pag. 93
Pianta archeologica
di Tharros, pag. 97

6 Nelle terre
d’Arborèa
102 Profilo dell’area
103 Da Oristano al lago Omodeo
103 Box: Lussorio e i suoi fratelli
108 Il Montiferru
Tavola del nuraghe Losa di Abbasanta, pagg. 106-107

7 Nùoro
112 Profilo della città
113 La città e il monte Ortobene
115 Box: Il parco letterario Grazia Deledda
Pianta urbana di Nùoro, pag. 114

5
Tratto da Guida Verde d’Italia Sardegna del Touring Club Italiano - © 2001 Touring Editore Srl - Milano
8 Le Barbàgie: il cuore montano dell’isola
116 Profilo dell‘area
117 Da Nùoro all’Ogliastra
122 L’Ogliastra e le Barbàgie
126 Tra Nùoro e il Gennargentu
127 Box: I murales di Orgòsolo
128 Box: Il Carnevale
132 La costiera orientale e il monte Albo

9 Sassari
135 Profilo della città
136 I quartieri storici e la città ottocentesca
141 Box: La Cavalcata sarda
Pianta urbana di Sassari, pag. 137

10 La Nurra e il Paese di Villanova


143 Profilo dell’area
144 Al golfo dell’Asinara e ad Alghero
149 Alghero
152 Box: Il corallo di Alghero
153 Box: Il Paese di Villanova e Bosa
Piante urbane di Alghero, pag. 150, e di Bosa, pag. 155

11 L’Anglona e il Logudoro
157 Profilo dell’area
157 Da Sassari a Castelsardo
161 I colli dell’Anglona
164 Il Lugodoro: Montacuto, Gocèano e Meilogu
167 Box: L’intramontabile sughero

12 La Gallura: il granito nel vento


170 Profilo dell’area
171 Olbia e il suo golfo
174 Verso Tempio Pausania
176 Box: Le tombe di giganti
178 La Costa Smeralda e l’estremo Nord
6
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182 L’Arcipelago
della Maddalena
185 Box: Garibaldi e Caprera
Pianta urbana di Olbia,
pag. 171;
Carte della Baia di Porto Cervo,
pag. 180,
e dell’Arcipelago della
Maddalena, pag. 183

Itinerari tematici
187 La Sardegna delle spiagge, carta a pag. 189
193 La Sardegna delle montagne, carta a pag. 189
198 La grande stagione del romanico, carta a pag. 199
201 Costumi e manifestazioni tradizionali, carta a pag. 202
204 Un’isola di specialità enogastronomiche

Informazioni turistiche e indici

208 Gli altri luoghi: alberghi, ristoranti,


curiosità. Orari e indirizzi
Il compendio delle notizie utili
e di carattere pratico

236 Indice dei nomi


I principali personaggi storici e gli autori
di opere d’arte citati nella guida

238 Indice dei luoghi e delle cose


Per la rapida individuazione
delle località e dei monumenti

Referenze iconografiche
Archivi Alinari/Archivio Seat: pag. 31, 61, 134, 138, 142; R. Brotzu: pag. 35, 36, 66, 91, 104, 105,
116, 118, 126, 127, 128, 154, 156, 168, 200, 203 in basso, 206 in alto e in basso; M. Lanfranchi:
pag. 59, 62, 64, 121, 122, 147, 181, 182, 184, 186 in alto, 187; Realy Easy Star: 166 in alto, M.
Bruzzo: pag. 34, X. Carreras: 149, G. Corte: 176, Di Paolo: 20, 22, P. Ferrer:152 in alto e in bas-
so, G. Iacono: 92, A. Maisto: 6, 7, 77, 96, 113, 135, 139, 140, 141, 144, 158, 161, 162, 164, 173
in alto, 177, M. Marchetti: 18, 96, A. Picone: 15, 33, V. Rossato: 86, L. Sechi: 148, 151, 160, 167,
186 in basso, 205, T. Spagone: 21, 23, 25, 54, 76, 82, 115 in basso, 120, 157, 179, 201, 204, C.A.
Zabert, 185; D. Ruiu: pag. 26, 53, 72, 88, 100, 112, 124, 130, 131, 132, 174, 194, 196, 197; A. Sa-
ba: pag. 43, 44, 46, 48, 67, 69, 75, 79, 94, 99, 101, 103, 198; P. Sanna: pag. 14, 19, 27, 28, 42, 51,
56, 65, 71, 80, 85, 90, 115 in alto, 143, 163, 165, 166, 170, 190, 203 in alto; E. Trainito: 172, 173
in basso, 192, 207.
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Quadro d’unione degli itinerari di visita in Sardegna
Il quadro d’unione indica, schematicamente, le aree territoriali e le tavole cartografiche
relative agli itinerari di visita in Sardegna.
Nell’elenco numerato sono riportati il titolo e il numero di pagina di ciascuna tavola.
Le città sottolineate in rosso sono dotate di pianta.

1 Il territorio di Cagliari, pag. 49


2 Da Cagliari a Sant’Antìoco per la Costa del Sud, pag. 57
L’ Iglesiente, pag. 57
3 Il Sàrrabus, pag. 73
Il Gerrei, pag. 73
4 La Trexenta e la Marmilla, pag. 81
Le Giare e il Sarcidano, pag. 81
Intorno al monte Arci, pag. 81
5 Il Campidano di Oristano, pag. 95
6 Da Oristano al lago Omodeo, pag. 102
Il Montiferru, pag. 102
7 Da Nùoro a Dorgali e ad Àrbatax, pag. 119
L’Ogliastra e le Barbàgie, pag. 119
Tra Nùoro e il Gennargentu, pag. 119
La costiera orientale e il monte Albo, pag. 119
8 Da Sassari al golfo dell’Asinara e ad Alghero, pag. 145
Da Alghero a Bosa per Villanova Monteleone, pag. 145
9 Da Sassari a Castelsardo, pag. 158
I colli dell’Anglona, pag. 158
Il Logudoro: Montacuto, Gocèano e Meilogu, pag. 158
10 Il territorio di Olbia, pag. 175
La Gallura tra Olbia e Tempio Pausania, pag. 175
La Costa Smeralda e l’estremo Nord, pag. 175

Carte territoriali Le manifestazioni tradizionali,


Sardegna (1: 900 000), nel risguardo pag. 202
anteriore I luoghi dell’archeologia, nel risguardo
Le isole sulcitane (1: 270 000), pag. 60 posteriore
L’Arcipelago della Maddalena
(1: 150 000), pag. 183 Piante di città
Alghero (1: 9500), pag. 150
Carte tematiche Bosa (1: 10 000), pag. 155
Da non mancare: i tesori scelti Cagliari (1: 13 000), pagg. 40-41
dal TCI, nel retro del Iglesias (1: 11 000), pag. 68
risguardo anteriore Nùoro (1: 16 000), pag. 114
Parchi naturali e aree protette, pag. 16 Olbia (1: 20 000), pag. 171
La Sardegna delle spiagge e delle mon- Oristano (1: 13 000), pag. 93
tagne, pag. 189 Porto Cervo (Baia di; 1: 20 000), pag.
La grande stagione del romanico, pag. 180
199 Sassari (1: 15 000), pag. 137

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e indice delle carte e delle piante

Piante di aree archeologiche Su Nuraxi di Barùmini,


Fortezza di Monte Sirai, pag. 70 pag. 85
Nora, pag. 55 Tharros, pag. 97

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Come consultare la guida
La guida si apre con alcuni capitoli introduttivi che delineano le caratteristiche
ambientali, storiche, culturali e turistiche della Sardegna, a cui seguono i capitoli de-
scrittivi della regione organizzati per itinerari di visita. Chiude il volume un esaurien-
te compendio di indirizzi e informazioni utili.

Delle località citate nel corso Il colore azzurro indica: L’asterisco singolo (*)
degli itinerari vengono negli itinerari di città, o doppio (**) richiama
indicati l’altimetria i monumenti, i musei, le vie l’attenzione sui luoghi
(m sta per metri) e le piazze di maggiore e le cose che presentano,
e, per i comuni, il numero rilievo turistico; negli nel loro genere,
degli abitanti (abbreviati ab.), itinerari territoriali, rispettivamente speciale
desunti dalle più aggiornate i centri ai quali si suggerisce o eccezionale interesse.
fonti ISTAT disponibili di dedicare una sosta.
al momento della redazione
del volume.

Il carattere corsivo indica gli Gèsturi


altri monumenti e opere Da Barùmini si prosegue verso Gèsturi
d’arte degni di segnalazione. (m 310, ab. 1445), il paese che possiede la
più ampia porzione della Giara.
Seguendo la via principale, dopo la bian-
Il carattere nero segnala ca facciata della chiesetta di S. Maria Egi-
i monumenti d’arte ziaca (XVI sec.), si incontra il cartello gial-
e i luoghi che, anche se non lo per la Giara di Gèsturi**.
contrassegnati dal colore
azzurro, risultano
La strada asfaltata per il pianoro s’inerpica
turisticamente importanti. tortuosa sino al ciglio basaltico dove pren-

Molto importanti sono


i riquadri, definiti
da lettere e da numeri,
in cui le piante risultano
suddivise, perché è a essi
che si riferiscono
le indicazioni poste accanto
a monumenti, musei ecc.
Es. S. Francesco (B1).

L’abbreviazione f.p. dopo il


riferimento indica che
il monumento si trova fuori
pianta, in corrispondenza
del riquadro segnalato.

La riconoscibilità dei monumenti è facilitata dalla seguente gerarchia di valori:


monumenti monumenti tutti
molto interessanti gli altri
interessanti (in bistro (in bistro
(in nero) scuro) chiaro)

L’elenco completo dei simboli contenuti nelle piante è a pag. 12.

10
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3.1 Il Sárrabus 3.2 Il Gerrei Nelle carte territoriali, che
accompagnano ciascun
itinerario, il percorso da
seguire è indicato dal
tracciato in colore, lungo
il quale sono segnalati
i singoli luoghi dove sostare
per la visita.
La partenza e l’arrivo sono
evidenziati con una
bandierina.
L’elenco completo dei
simboli contenuti in queste
piante e carte è a pag. 12.

Le grandi tavole illustrative


(in questa guida alle pagg.
106-107), appositamente
eseguite da un artista
disegnatore, costituiscono uno
strumento per agevolare la
comprensione e la visita dei
complessi monumentali.

Nei box, collocati qua e là


tra gli itineraridi visita, notizie
curiose, aneddoti
e altro rappresentano
piacevoli approfondimenti
della visita stessa.

Il corredo fotografico,
selezionato tra i migliori
fotografi, completa anche
visivamente le descrizioni
contenute nei testi e illustra i
luoghi più belli, i monumenti
più significativi e le situazioni
più tipiche dell’area.

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Come consultare la guida
Informazioni turistiche

Per gli alberghi è riportata


Sant’Antìoco K 09017
la classificazione ufficiale dell’esercizio
espressa nel numero di stelle. Pagina 59
I ristoranti sono preceduti dalle L Pro Loco, piazza Repubblica 41, t.
tradizionali ‘forchette’ (da una a cinque) 078182031, 0781840592.
che ne indicano la qualità.
mo Alberghi, ristoranti, campeggi e villaggi
V L’Eden. Piazza Parrocchia 15, t.
Per i musei e le istituzioni culturali
0781840768, fax 0781840769. Camere 26.
si riportano modalità di visita, orari,
giorni di chiusura in vigore al momento
Aria condizionata, parcheggio. Centrale,
della redazione dei testi e suscettibili, nei pressi della Basilica, recentemente
pertanto, di variazioni. ampliato e di sobria eleganza.
I Musei e istituzioni culturali
Tophet. Via Tanit, t. 078183590. Visite: esti-
Per gli altri indirizzi, cioè servizi
vo (aprile-settembre) 9-13 e 15,30-19,30;
turistici, luoghi di spettacolo e
di ricreazione, feste, botteghe di
invernale (ottobre-marzo) 9-13 e 15,30-18.
prodotti tipici distribuiti uniformemente
in tutta la regione, si riportano
g Botteghe, arti e mestieri
soprattutto elementi di caratterizzazione Cooperativa tessitrici Sant’Antioco
e informazioni utili al loro reperimento. Martire. Centro pilota dell’Isola, Istituto

Alle In aggiunta alle modalità e agli orari di visita indicati, si segnala che generalmente i musei, i monumenti,
le aree archeologichepossono osservare i seguenti giorni di chiusura totale: 1° gennaio, Pasqua, 25 aprile, 1°
maggio, la prima domenica di giugno, 15 agosto, 25 dicembre. Si tenga inoltre presente che gli orari delle chie-
se non sono indicati quando non si discostano dai consueti orari d’apertura (indicativamente 8-12 e 16-19).

Legenda piante di città


Grande arteria di attraversamento Monumento molto interessante

Via principale Altro monumento interessante

Altre vie Chiesa

Rampa pedonale Ufficio di informazione turistica

Ferrovia e stazione ferroviaria Parcheggio

Altimetria con curve di livello e quote Giardino/Ospedale

Legenda itinerari
Itinerario e direzione seguita Autostrada

Partenza itinerario Strada principale

Arrivo itinerario Altre strade

Località principale dell’itinerario Chiesa/Villa

Località nei dintorni Castello/Torre

Area urbana Nuraghe/Rovine, resti archeologici

Parco, riserva, area protetta Grotta/Curiosità naturali

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Introduzioni

Quadro ambientale, storico,


culturale e turistico del territorio

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Gli ambienti e i paesaggi

Se isola vuol dire non solo una terra tutta circondata dal mare, ma anche una ‘zattera’
di terra sufficientemente lontana dalla terraferma, la Sardegna è, fra quelle maggiori, l’u-
nica vera isola italiana. Le sue coste distano 180 km dall’Africa, 190 dall’Argentario, 230
da Civitavecchia, 280 dalla Sicilia, 330 dalle Baleari, 375 da Marsiglia, 395 da Genova.
Collocata fra il 41° e il 38° parallelo, è divisa quasi per metà dal 40° parallelo, che pas-
sa anche (tanto per avere un’idea) a Toledo e Minorca a occidente, a Lecce, il monte Olim-
po e Ankara a oriente. Delle sue due città principali, Cagliari è alla stessa latitudine di
Cosenza, Sassari di Salerno e Napoli.

Un’isola antica
II geologo vi dirà che la Sardegna ingloba, nel sottosuolo del Sulcis-Iglesiente (il rettangolo
sud-occidentale dell’isola), la zolla più antica del territorio italiano: nata qui nel Cam-
briano, da 600 a 500 milioni di anni fa.
Ma tutta la Sardegna è poi emersa dal mare e si è venuta plasmando in una serie di con-
vulsioni vulcaniche, di sprofondamenti e di corrugazioni che l’hanno rapidamente (si
fa per dire, perché sono processi che durano nell’ordine delle decine di milioni di an-
ni) lavorata, limata e ‘invecchiata’. La montagna più alta dell’isola, la punta La Marmora
nel massiccio centro-orientale del Gennargentu, supera di poco i 1800 metri (la vicina
Corsica ne ha di oltre 3000, con nevi quasi eterne). A un viaggiatore dell’Ottocento, l’i-
sola si presentò all’orizzonte «come un vasto altopiano azzurro posato sul mare». Pae-
se di molte colline e di brevi pianure (salvo la grande piana alluvionale del Campida-
no, un tempo granaio dell’isola), la Sardegna ha poche montagne: e, come abbiamo det-
to, di moderata altitudine.
Strana contraddizione con l’impressione che invece più frequentemente il visitatore ri-
ceve e gli stessi sardi amano comunicare della loro terra: un’isola-montagna, abitata
da un popolo fatto quasi tutto di pastori (e pastori, in Sardegna, vuol dire ancora mon-
tagna – come qua si chiama anche l’alta collina). Il fatto, spiegano i geografi (di quelli
che hanno studiato la Sardegna almeno uno ne andrà evocato per nome: Maurice Le
Lannou, uno dei più grandi geografi francesi del XX secolo, che negli anni trenta prese
la Sardegna come oggetto delle sue ricerche, lasciandoci un libro indimenticabile e fon-
damentale, tradotto col titolo Pastori e contadini di Sardegna), è che la montagna sar-
da è tutta ‘spaccata’, fessurata, divisa da grandi gole, un tempo pressoché invalicabi-
li. «La Sardegna – ha scritto Le Lannou – è come un grande mosaico di terra, le cui tes-
sere siano state furiosamente scompigliate». Una montagna difficile, aspra, severa: una
montagna ‘vera’.
Questa durezza della tettonica sarda ha anche avuto due conseguenze storiche, che han-

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Gli ambienti e i paesaggi
no operato direttamente sulle vicende e i caratteri dei sardi: ha isolato i villaggi l’uno
dall’altro, alimentando nei secoli la disunione e l’estraneità fra gruppi pure contigui (dun-
que, impedendo la nascita di una più vasta unità nazional-regionale), e ha isolato la mon-
tagna dal resto dell’isola, rendendone difficili gli accessi e spesso negando alla monta-
gna più frequenti contatti con le pianure ‘civilizzate’. I romani conquistarono tutta la Sar-
degna, ma per piegare i popoli della montagna impiegarono più d’un secolo: e neppu-
re alla fine si sentivano del tutto sicuri di
averli addomesticati. Un grande storico
francese parla della montagna sarda come
del «luogo della libertà, delle libere re-
pubbliche pastorali». E un grandissimo
come Fernand Braudel ha notato che del-
l’isolamento della Sardegna – altro con-
notato portante della sua storia millenaria
– la montagna è responsabile nella stessa
misura del mare, e forse anche di più.

I caratteri dell’insediamento
La Sardegna ha oggi circa 1 milione 650
mila abitanti. Distribuiti su una superficie
di 24 mila chilometri quadrati, fanno una
densità di 70 abitanti per chilometro qua-
drato, quasi un terzo di quella italiana. Do-
po la Valle d’Aosta, la provincia di Nùoro è
la meno popolata d’Italia (39 abitanti per
km2). Caratteristica dell’insediamento dei
sardi nel territorio è, quasi dappertutto, la
concentrazione degli abitanti in grossi bor-
ghi, circondati da una campagna pressoché
radicalmente deserta. Solo due regioni dell’isola, la Gallura nell’estremità nord-orienta-
le e il Sulcis nell’estremità sud-occidentale, conoscono quello che i geografi chiamano l’ha-
bitat disperso, cioè la presenza, nelle campagne, di piccole aziende agro-pastorali costituite
come unità produttive (un tempo quasi) autosufficienti: si chiamano medàus o furria-
dròxius nel Sulcis, stazzi (dal latino statio, ‘luogo dove ci si ferma, dove si sta’) nella Gal-
lura. Punteggiano le campagne o svettano sulle colline con le loro bianche facciate, il gro-
viglio dei recinti per il bestiame, i piccoli pezzi verdi di orto e di vigna.
Negli ultimi cinquant’anni la Sardegna ha conosciuto due fenomeni importanti (il che
non vuol dire immediatamente anche positivi): il primo è stato un imponente inurba-
mento, che ha visto le città e i centri maggiori crescere a ritmo sostenuto, con tutti i pro-
blemi di infrastrutture civili e di qualità della vita che questa corsa alla città porta sem-
pre con sé; il secondo è stata la nascita del turismo, come conseguenza della eradica-
zione della malaria (terribile male endemico che ha angustiato i sardi per quasi tre mil-
lenni), e l’intensificarsi delle abitazioni (più seccamente: del cemento) sulle coste un tem-
po pressoché inabitabili.
Cagliari ha oggi, all’anno 2000, 168 000 abitanti: ne ha avuto anche più di 200 000, ma dal
corpo centrale si sono staccati molti sobborghi, diventati comuni autonomi; e anzi si cal-
cola che la conurbazione cagliaritana superi oggi i 400 000 abitanti. Quartu, così conti-
gua a Cagliari che è ormai impossibile distinguere i confini fra i due centri, è con i suoi
quasi 70 000 abitanti la terza città dell’isola. Sassari ne ha 130 000, gli altri due capoluoghi
di provincia, insieme, altri 70 000 (38 000 Nùoro, 33 000 Oristano). Olbia, spinta dallo svi-
luppo del turismo, me ha 44 000, Alghero 40 000.
Quasi un terzo della popolazione vive raccolta negli agglomerati urbani: la campagna,
che già colpiva i visitatori del passato per i suoi grandi silenzi, è ancora più deserta. E
siccome in questi stessi ultimi cinquant’anni due sardi su cinque hanno abbandonato
i paesi dove erano nate e vissute le generazioni dei padri e dei nonni, i piccoli comuni
sono diventati anche più piccoli e hanno visto moltiplicarsi i problemi dei servizi es-
senziali (tre per tutti: la scuola, l’assistenza medica, il sistema dei trasporti).
Gran parte di loro hanno reagito rivalutando orgogliosamente le radici della propria iden-
tità particolare: quasi tutti i paesi della Sardegna hanno oggi piccoli (e spesso intelligenti)
musei archeologici o etnografici, della vita contadina o dell’abbigliamento tradizionale.
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Gli ambienti e i paesaggi
Queste cifre e queste considerazioni per introdurre il lettore ai grandi spazi che carat-
terizzano il paesaggio sardo: tanto sulle coste, con le loro frastagliate sequenze di spiag-
ge e di rocce, quanto nell’interno, dove dalle pianure litoranee si sale rapidamente ver-
so la collina o, nella Sardegna centro-orientale, verso la montagna.
La geografia, e con essa la storia, hanno lavorato a dividere l’isola in zone fortemente
caratterizzate, ciascuna con la sua vicenda passata, la sua economia presente, diverse
perfino nelle varianti della lingua regionale e diverse, sino a qualche decennio fa, nello
stesso modo di vestire nella quotidianità e più nelle feste (le grandi sagre-rassegne in
cui i sardi indossano i loro costumi ne sono la testimonianza visiva più efficace).
Ognuna di queste sub-regioni ha una sua specificità: del paesaggio e della gente. Sicché,
talvolta, parlare di Sardegna come di un tutt’uno, di una entità indistinta, se non è pro-
prio una comoda astrazione certo presuppone una sintesi di impressioni, di tratti, di sug-
gestioni che sono di singoli “segmenti” dell’isola. Negli ultimi anni cinquanta un libro for-
tunato, che fece un po’ da incunabolo non soltanto a tutta la letteratura turistica sull’isola
ma anche allo stesso avvio di una qualche attività nel settore, era intitolato Sardegna qua-
si un continente. Il titolo rende bene questa immagine di una terra mossa, dove la suc-
cessione dei paesaggi e la differenza fra area e area sono recuperate da alcuni tratti fon-
damentali: il silenzio, gli spazi, il verde della campagna e della montagna, il senso di una
vita naturale e umana semplice e a tratti anche severa.

Le regioni nella regione


Al viaggiatore che arriva in Sardegna dal nord (dove sono i grandi porti di Olbia, Golfo
Aranci e Porto Torres, e gli aeroporti di Olbia-Costa Smeralda e Alghero-Fertilia) è so-
prattutto la Gallura a dare l’impressione di questa vastità e diversità insieme. Dai pri-
mi anni sessanta, quando sui bordi del mare gallurese nacque la Costa Smeralda – de-
stinata a diventare in breve il punto di attrazione di un turismo d’élite, ma anche l’im-
magine-copertina di un’intera isola di vacanze – le rocce e il mare della Gallura sono en-
trati a far parte dell’immaginario collettivo del turista, italiano o straniero che fosse. I
possenti contrafforti di granito, che arrivano sino al bordo del mare, modellati in mil-
le forme dalla forza erosiva del vento, delle onde e della pioggia, appartengono in realtà
quasi soltanto a questa cuspide nord-orientale dell’isola: anche se una catena di mon-
tagne granitiche si svolge lungo tutta la costa tirrenica. Il Logudoro, a nord-ovest, è in-
vece regione di brevi pianure e dolci colline. Il suo nome (logu de oro, il ‘luogo dorato’)
gli sarebbe venuto dal biondo delle messi, quando un po’ dappertutto, nell’isola, si col-
tivava il grano: è una delle regioni più “storiche”, protesa dal mare settentrionale sin ver-
so il centro dell’isola. I suoi abitanti si vantano (non correttamente, secondo i filologi)
di parlare il ‘vero’ sardo. Il Gocèano è la zona di transizione verso la montagna centra-
le: e intanto si affaccia sulla valle del Tirso (il padre dei fiumi sardi, ma i fiumi in Sardegna
sono sempre assediati dalla siccità) dall’erta costa del suo Màrghine, dove i piccoli cen-
tri stanno arroccati verso le foreste delle cime. A occidente la Planargia (terra d’altopiano)
scende da Macomèr verso il mare di Bosa. Il centro della Sardegna è, paradossalmen-
te, spostato a oriente: è il grande acrocoro del Gennargentu, il cuore di pietra dell’iso-
la, regno dell’economia e della vita pastorali, che i sardi sentono come un nucleo, un no-
do saldo di patria all’interno della più grande patria regionale. Dopo l’altopiano di Ab-
basanta e le creste vulcaniche del Montiferru, nella Sardegna meridionale si apre il gran-
de corridoio del Campidano, orlato a oriente dalla catena del monte Arci e a occiden-
te, man mano che si scende verso il mare di Cagliari, dalle montagne dell’Arburese, del-
l’Iglesiente e del Sulcis, sacre alle memorie del lavoro minerario. Il Campidano fu per se-
coli destinato alla cerealicoltura, granaio dei conquistatori di turno; oggi ha saputo con-
vertirsi all’agricoltura intensiva e ha già al suo attivo numerose esperienze nel campo
delle colture biologiche. Dal Campidano si può risalire, volgendo a ovest, la valle del Cixer-
ri, che porta all’Iglesiente e al Sulcis (con i loro ricordi di Cartagine, di Roma e del me-
dioevo, ma anche con litorali fra i meno toccati dell’isola), oppure, prendendo a est, ar-
rivare alla imponente costa dell’Ogliastra attraverso i paesaggi contadini della Marmilla
e della Trexenta o la “piccola Svizzera” delle groppe montane del Gerrei.
Abbiamo fatto una corsa a perdifiato dal nord al sud dell’isola: una sintesi troppo veloce,
ma i singoli quadri regionali che formano il corpo di questa guida daranno meglio ragione
di tutte le specificità che, messe e ‘godute’ insieme, fanno della Sardegna un’isola diversa,
che si vanta di questa sua diversità.

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Sardegna: una storia che viene da lontano

Più ancora della geografia, sono state le lunghe vicende della storia a conferire alla Sar-
degna i tratti essenziali della sua identità. Della storia e anche della preistoria.
La preistoria sarda comincia intorno al 14 000 avanti Cristo: nel senso che è a quella da-
ta che si collocano i primi avanzi di qualcosa di ‘umano’, ritrovati in una grotta del Nuo-
rese (famosa perché si dice che lì avesse eletto il suo temuto rispettatissimo rifugio una
sorta di ‘patriarca’ del banditismo sardo di fine Ottocento: in Sardegna tutta la storia sem-
bra svolgersi in un’infinita linea di continuità, l’archeologia finisce alle soglie della sto-
ria contemporanea). In realtà, non è da molti anni che gli studiosi dell’antichità sarda
hanno indicato in alcune pietre d’un greto di torrente presso Pèrfugas (nella Sardegna
settentrionale, ai bordi della Gallura), scheggiate al modo clactoniano (come lo chiamano
gli specialisti, dal nome della località inglese in cui per la prima volta ne furono trova-
te e individuate di simili), le tracce dell’uomo sardo del Paleolitico inferiore, un’età che
va da 200 a 150 000 anni fa.

La bella età dei nuraghi


Ma la preistoria vera, quella più gremita di frequenze e di presenze umane, si fa inizia-
re intorno a 6-5000 anni prima di Cristo, e la si segue nel suo svolgimento lungo tutto il
Neolitico sino al 1500 quando inizia quella che Giovanni Lilliu – il maestro degli archeologi
sardi – chiama «la bella età dei nuraghi». In quei tre-quattro millenni che dura il Neoli-
tico, gli studiosi individuano, nell’isola, il susseguirsi di una serie di culture ognuna del-
le quali prende nome, in genere, dalla località in cui per la prima volta sono state trovate
le testimonianze che più
originalmente la connota-
no: così, una dopo l’altra, la
cultura di S. Michele (è il
nome di una grotta di Ozie-
ri: ma monumenti e resti
di quella ‘cultura’ si trova-
no in tutta l’isola), quella di
Abealzu-Filigosa, quella di
Monte Claro e di Bonnàna-
ro (in mezzo, anche la cul-
tura detta del Vaso campa-
niforme). Quando, a parti-
re dalla prima metà del se-
condo millennio a. C., scop-
pia l’età nuragica, i suoi
monumenti coprono, si
può dire, l’intero territorio
isolano. Sono 7 mila torri,
in pietra scura di trachite o basalto, che dominano – allineate nella gran parte sui cri-
nali delle colline – l’intero paesaggio sardo. In alcune aree se ne contano più di uno per
km2. Costruiti con grandi massi sovrapposti in file circolari tenute insieme dalla sola for-
za di gravità, alti spesso sino a 20 metri, non sono soltanto una sorta di monumento-mar-
chio della Sardegna. Sono anche l’emozionante testimonianza di una vicenda che,
svolgendosi per quasi un millennio, ha lasciato un patrimonio sterminato di monumenti
e di memorie: dalle sepolture dette tombe di giganti (tanto grandi e forti si pensava che
ne fossero i costruttori) ad alcune centinaia di piccole statue in bronzo, in cui il popo-
lo nuragico è ritratto con i suoi capitribù, i guerrieri, gli arcieri, i sacerdoti, i pastori, gli
animali. Eppure queste manifestazioni di vita associata, di senso religioso, di modi di la-
vorare, di conoscenze tecnologiche, di articolati assetti sociali, di fantasia architetto-
nica e plastica – che ben meritano, tutte insieme, il nome di civiltà – non sono arrivate
a costruire una nazione: e meno ancora uno Stato. La civiltà dei sardi nuragici fu emi-
nentemente ‘cantonale’, cioè frammentata in tante piccole comunità (clan, tribù), se-
parate anche dalla tormentata orografia dell’isola. Ne è derivata, sin dalle origini, come
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Dall’età nuragica alle prime invasioni
una debolezza (politica, civica) che sembra aver poi
funzionato come una costante di tutta la storia isolana.
Grotticelle, Tombe di giganti, nuraghi (e, prima di loro,
ancora dolmen e menhir), l’intero patrimonio della
monumentalità preistorica è ‘in campagna’. Un altro de-
ficit della civiltà nuragica – e di tutte le culture che l’han-
no preceduta – è che essa non arrivò mai a creare la
città: il massimo dell’insediamento si espresse in villaggi
di cento-duecento capanne al massimo, spesso raccolte
ai piedi d’un nuraghe. Questa ruralità della preistoria
sarda fa sembrare il paesaggio dell’isola ancora più an-
tico. È un effetto curioso, ma esiste. E permane come
una sensazione profonda nel visitatore. Isolamento, in-
sularità, antichità della terra, ruralità della preistoria,
severità del paesaggio e del carattere: sono già alcune
linee di rotta per capire meglio la Sardegna e le direttrici
stesse della sua storia. Che è, dopo il periodo felice del-
l’indipendenza nuragica, quasi tutta storia di domina-
zioni e invasioni

Le prime invasioni
Comincia con i fenici, intrepidi viaggiatori di tutto il Me-
diterraneo. Collocata al centro del bacino occidentale,
non troppo lontana dalle altre terre abitate, la Sardegna
era un’isola-scalo ma anche, a quei tempi, un’isola ric-
ca di risorse. La prima materia sarda a essere esportata
fu l’ossidiana: una pasta vulcanica, nera dura e vetro-
sa, atta a cento usi (primo fra tutti, a farne punte di freccia). Ne ha vasti giacimenti il mon-
te Arci, che domina a oriente la pianura del Campidano, seguendo con le sue creste ar-
rotondate il lento svolgersi della piana subito dopo Oristano. Partendo dall’isola, quel-
la ossidiana circolò praticamente per tutto il mondo occidentale allora conosciuto: gli
archeologi l’hanno chiamata, con efficace immagine, l’«oro nero dell’antichità». Ma i fe-
nici venivano a cercare anche altre cose: come le cercavano in tutto il Mediterraneo, fre-
neticamente scambiando tutto quello che c’era da maneggiare e scambiare. Arrivaro-
no nell’isola intorno al 1000 avanti Cristo: i loro insediamenti si fecero sempre più sta-
bili e costruiti, rispetto ai primi scali, sicché quando Cartagine e poi Roma s’acquar-
tierarono nell’isola, le loro città andarono a posarsi sui resti e le strutture delle primi-
tive città fenicie.
Ai cartaginesi questa successione dovette riuscire più facile: i cartaginesi erano infat-
ti i fenici d’Occidente: la parola romana punici viene, come si sa, dalla stessa parola phói-
nix (nome greco della conchiglia da cui si tingeva la porpora) che è anche alla radice del-
la parola fenici. I cartaginesi arrivarono in Sardegna intorno al 550 a.C. Il loro insedia-
mento fu molto più stabile ed esteso. Nacquero così le prime città della storia sarda, qua-
si tutte disposte lungo il sud-ovest isolano, quasi in linea (di mare) con Cartagine: da Ca-
gliari (forse Kàrales, roccia, collina) sino a Tharros, passando per Nora, Bithia, Sulci. Fat-
ta eccezione per Bithia, di tutte le altre città esistono ancora ruderi imponenti, sebbe-
ne nascosti dalle sovrapposte architetture d’età romana. La dominazione cartaginese
– che peraltro non fu così pervasiva e totalizzante come sarebbe stata quella romana –
durò solo due secoli: eppure la storia sarda ne fu così segnata che ancora oggi s’accende
ogni tanto una polemica sulla quantità di debiti che il carattere dei sardi ha verso quei
lontani antenati. Perfino l’idea fondamentale della vita e della morte verrebbe, ai sardi,
più dai culti di Tanìt e di Ashtart, divinità dell’Olimpo fenicio-punico, che dalla filosofia
romana o dalla stessa religione cristiana.

Mille anni di Roma


I romani arrivarono in Sardegna nel 238 a.C., nell’intervallo fra la prima e la seconda guer-
ra punica, col pretesto dell’inosservanza d’una clausola del trattato di pace. Roma ri-
mase in Sardegna non solo sino al 476, anno canonico della caduta dell’Impero d’Occi-
dente, ma anche ben oltre, attraverso l’appartenenza dell’isola – per il tramite della pro-
vincia d’Africa, di cui fece parte – all’Impero romano d’Oriente. Qualcosa come quasi mil-
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Sardegna: una storia che viene da lontano
le anni di romanizzazione: le cui tracce sono profondamente incise soprattutto nella lin-
gua sarda, la più latina delle lingue neolatine. Roma, che pure in città come Cagliari ave-
va lasciato sopravvivere religione e perfino magistrati punici, estese in ogni angolo del-
l’isola la sua presenza attraverso insediamenti di guarnigioni militari e una straordina-
ria rete di grandi strade che mise in collegamento le città del Sud – e in particolare Ca-
gliari, che proprio sotto Roma venne assumendo quel ruolo di città-leader che avreb-
be poi conservato (e rafforzato) nei secoli – con le nuove realtà del Nord, dove erano
nate città come Olbia e Turris Libisonis (l’attuale Porto Torres), abitata da famiglie di
coloni e magistrati romani. C’era solo la zona della montagna a opporre una lunga re-
sistenza: non per niente i romani indicavano quelle terre come popolate dalle civitates
Barbariae, dove il termine Barbària, da cui deriva alla regione intorno al Gennargentu
il nome attuale di Barbàgia, segnala il difficile rapporto fra i conquistatori e le genti del-
la montagna sarda.
Per Roma la Sardegna era importante, e per molti motivi. La sua collocazione geogra-
fica ne faceva l’ideale testa di ponte verso l’Africa e perfino verso la Spagna. Le montagne
del Sulcis-Iglesiente erano già famose dai tempi dei fenici per i loro giacimenti di piom-
bo e d’argento: spesso Roma mandava ad metalla i ‘devianti’ dell’Urbe. E soprattutto c’e-
ra il Campidano, una pianura lunga cento chilometri e larga venticinque, dove già i car-
taginesi avevano proibito, pena la morte, che si piantassero alberi per lasciare tutto lo
spazio e tutto il sole alla coltivazione del grano. Con la Sicilia e l’Africa, la Sardegna era,
come diceva Cicerone, uno dei tria granaria Reipublicae subsidia firmissima, solidissimo
granaio della Repubblica. Anche da Bisanzio vennero alla Sardegna pezzi importanti del-
la sua civiltà: l’esperienza del monachesimo e della re-
ligiosità orientali, nuove magistrature e una diversa or-
ganizzazione dell’amministrazione statale, colture nuo-
ve (per esempio, si dice, il fico), architetture chiesa-
stiche, l’uso (presto dimenticato) della lingua greca,
perfino l’onomastica bizantina: i sardi arrivarono a
eleggere santo, a furor di popolo, l’imperatore Co-
stantino, al quale è dedicato il più famoso santuario sar-
do e in onore del quale si celebra ogni luglio la più dram-
matica e animata delle feste equestri isolane.

Dall’alto medioevo ai giudicati


Ma c’è, nella storia della Sardegna, un ‘bu-
co nero’ di quasi mezzo millennio, che va
dal 500 d.C. (in questo periodo si colloca
una passeggera, ma anche crudele domi-
nazione vandalica) sin verso il Mille. La fu-
ria predatoria delle flotte arabe radica-
lizzò l’isolamento di una terra già isolata
dalla sua stessa geografia. Quando co-
minciano a riaffiorare i primi documenti
scritti, la Sardegna ci appare già divisa in
quattro territori sostanzialmente sepa-
rati uno dall’altro e praticamente ormai in-
dipendenti dalla lontana, irraggiungibile Bisanzio. Si chiamano giudicati, e giudici, ju-
dikes, i loro signori e alla memoria di questi piccoli e automi Stati i sardi affidano vo-
lentieri anche oggi (come all’altro periodo eroico, quello nuragico) i titoli del proprio
spirito regionale (e regionalistico).
I giudicati si chiamano, dai loro territori o dalle città principali, di Logudoro (o Torres)
e di Gallura a nord, di Arborèa (con capitale a Oristano) e di Cagliari a sud. Sulla loro ori-
gine si sa ancora poco. L’ipotesi più accreditata è che si tratti di una divisione del ter-
ritorio operata per motivi di controllo amministrativo e politico (e di difesa), in cui quel-
la che potrebbe essere stata un’unica potente famiglia patrizia di Cagliari (i de Làcon,
forse) avrebbe distribuito fra i propri componenti le diverse ‘province’ di quello che era,
all’inizio, un unico possedimento. Ma la caratteristica più interessante di questi nuovi
Stati è appunto la loro novità: pur riecheggiando modelli di statualità e di organizzazione
sociale presenti nell’Europa loro contemporanea, i giudicati se ne discostano per dare
luogo a una società in parte anche democratica (le coronas de logu, cioè le assemblee
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L’età giudicale
dei maggiorenti del territorio, coadiuvano il signore nel governo del rennu, del regno),
ma in parte anche più arretrata di quella europea: non esiste il feudalesimo, ma la mag-
gioranza della popolazione è di servi, tenuti alle più diverse specie di tributi e di servizi.
Rapidamente i giudici entrano nel mirino di altre potenze continentali. Nel 1016 una sor-
ta di grande crociata navale bandita dal pontefice per liberare la Sardegna dalle incur-
sioni dei mori, sempre più frequenti negli ultimi tre secoli, vede Pisa e Genova prima scon-
figgere il potente emiro Mugiahid al-Amiri poi invadere l’isola con i loro mercanti e le lo-
ro famiglie patrizie, che si legano ai signori sardi in una fitta rete di alleanze politiche,
commerciali e matrimoniali. Arrivano in Sardegna, in questo stesso periodo, anche gli
ordini monastici, chiamati dai giudici a coltivare la terra e a insegnare la fede di Roma
a popolazioni che hanno conosciuto, semmai (e in tempi di scisma), l’osservanza del-
la Chiesa orientale. Energici lavoratori, bonificatori indefessi, educatori del popolo, i mo-
naci creano nell’isola potenti centri di riferimento, il cui nucleo è costituito spesso da
nuove, grandi chiese, figlie del romanico, che essi innalzano coraggiosamente nella stes-
sa campagna in cui si sono insediati.

Genova, Pisa, Aragona e Spagna


Dei giudicati, tre scompaiono prima della fine del Duecento: Gallura e Cagliari divisi per
eredità fra potenti signori d’oltre Tirreno (gli ultimi signori di Gallura sono i Visconti pi-
sani, come quell’Ugolino-Nino che Dante ricorda nel suo Purgatorio, quello di Logudo-
ro frantumato dal rapido svilupparsi di una nuova città presto eretta a libero Comune,
Sassari, formatasi alle immediate spalle del porto di Torres, in una zona più sicura, me-
no malarica e più ricca di acque e di terreni fertili. Un Comune libero in libertà ‘condi-
zionata’: prima sotto la protezione di Pisa, che vi manda i suoi podestà, poi sotto Genova
(ma alcune grandi famiglie liguri hanno già stabilito forti teste di ponte nel nord dell’i-
sola, dove i Doria hanno fondato Castelgenovese – oggi Castelsardo – e la città-fortez-
za di Alghero, e i Malaspina controllano centri importanti come Òsilo e Bosa).
L’unico giudicato che sopravviva è quello di Arborèa. Gli abitanti di Tharros si sono tra-
sferiti a Oristano portandosi appresso, si dice, non solo l’arcivescovo ma anche le pie-
tre della città romana. I signori si sono imparentati con la potente famiglia catalana dei
Bas-Serra, e molti dei loro figli sono educati alla corte di Barcellona.
Nel 1297, per dipanare l’aggrovigliata matassa di problemi internazionali creati dalla
guerra dei Vespri, papa Bonifacio VIII cede la Sardegna in feudo a Giacomo II d’Arago-
na. Così nel 1323 il principe ereditario Alfonso sbarca in Sardegna con una potente ar-
mata e nel giro di pochi mesi s’impadronisce dell’isola. Padrone, o quasi: perché il giu-
dice di Arborèa, che era stato suo alleato al momento dell’invasione, diventa quasi im-

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Sardegna: una storia che viene da lontano
provvisamente il principale
nemico degli aragonesi sino a
capeggiare una lunga solleva-
zione, praticamente estesa a
tutte le zone della Sardegna. È
quella che alcuni storici sardi
chiamano, magari con una
punta di esagerazione, una
‘guerra di liberazione nazio-
nale’. Dietro il vessillo d’Ar-
borèa (che ha al centro l’al-
bero sradicato che diventerà
quasi il simbolo della resi-
stenza sarda) comunità, tribù,
piccoli eserciti si organizzano
per opporsi al conquistatore:
che intanto, come premio del-
la conquista, ha spartito i tre-
cento villaggi dell’isola fra i nobili catalani che lo hanno accompagnato nell’impresa.
Così la Sardegna conosce ora quel feudalesimo che è scomparso da qualche secolo in
quasi tutto il resto d’Europa.
La resistenza arborense dura sino al 1409, anno della battaglia di Sanluri. Arborèa diventa
un marchesato, finisce la stirpe dei suoi giudici: eppure ancora nel 1478 un loro lonta-
no discendente rialzerà la bandiera della rivolta. Occorrerà batterlo in campo aperto,
a Macomèr, per poter considerare definitivamente domata la Sardegna, proprio negli stes-
si anni in cui, per il matrimonio fra Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, comincia
quella che si chiama l’età della Sardegna ‘spagnola’.
Resta, del periodo giudicale, il ricordo sempre affascinante di una libertà e di un’auto-
nomia che saranno vagheggiate nei secoli avvenire come un diritto inestinguibile dei sar-
di. E resta la memoria della grande Eleonora che, giudicessa d’Arborèa durante la pri-
gionia del marito, non solo continuò a guidare imperterrita la guerra ‘nazionale’, ma
emanò anche, intorno al 1392, un codice di leggi conosciuto come Carta de logu (il ‘co-
dice del territorio’ arborense). Aragona lo estenderà di lì a qualche anno a tutta la Sar-
degna rurale e durerà in vigore sin quasi il 1830. Si dice che perfino Caterina di Russia
invidiasse, a distanza di secoli, quella donna sarda così guerriera e così saggia.
Il periodo spagnolo è considerato, dai sardi, quello in cui l’isola conosce – sotto il go-
verno dei viceré che seggono a Cagliari (la Sardegna è un regno per decreto pontificio)
– il suo periodo più infelice: pesti, carestie, spopolamento, povertà; nelle città l’arroganza
dei funzionari spagnoli, nei paesi l’inesausto bisogno di denaro dei feudatari (gran par-
te dei quali abitano in Spagna) e dei loro ufficiali. Il dominio spagnolo dura sin verso il
1720, quando, a conclusione di una serie di guerre (prima fra tutte la guerra di succes-
sione spagnola), l’isola passa – dopo una breve parentesi di presenza asburgica – nel-
le mani dei Savoia, costretti dalla pace dell’Aja a cedere la ricca Sicilia (da cui hanno ot-
tenuto il titolo di re) in cambio della povera Sardegna. Finiscono così quattro secoli in
cui i sardi sono vissuti nell’orbita non solo d’un potere iberico ma anche della cultura
e della civiltà di Spagna: i rapporti con l’Italia non si sono mai interrotti (sebbene qual-
che legge li vietasse espressamente), ma le istituzioni, la lingua, la letteratura, la religiosità,
le tendenze dell’arte e perfino alcuni elementi ‘archetipici’ del carattere spagnolo la-
sceranno tracce profonde nella civiltà della Sardegna. Il bilancio ha anche qualche vo-
ce attiva, come la fondazione delle due Università di Sassari e Cagliari tra fine Cinque-
cento e inizi del Seicento, l’affascinante produzione dei retabli, e come la stessa esistenza
(secondo le usanze prima di Aragona e poi di Spagna) di un Parlamento che esercita una
qualche funzione ‘nazionale’ di rappresentanza del popolo sardo (o, se si vuole, delle
sue classi dominanti).
Ma il lascito più originale e fascinoso dei quattro secoli catalano-spagnoli è un’intera città.
Ancora oggi Alghero, pure fondata dai Doria a immagine di una città fortificata di tipo
genovese, è chiamata Barceloneta, la piccola Barcellona. Carlo V, che fu qui di passag-
gio nel 1541, la trovò «bonita y bien asentada», graziosa e felicemente collocata. Alghe-
ro lo è ancora oggi che è diventata, come diceva uno slogan degli anni pionieristici, «la
porta d’oro del turismo sardo».
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Dal governo spagnolo a quello piemontese
La Sardegna piemontese
La Sardegna fu piemontese per quasi centocinquant’anni, sino all’Unità. In realtà si po-
trebbe dire che fu il Piemonte a essere sardo, visto che dalla Sardegna prendeva nome
il nuovo regno. Ma piemontesi erano i monarchi, i viceré, gli alti magistrati, i grandi fun-
zionari: il destino della Sardegna veniva deciso, un giorno dopo l’altro, più a Torino che
a Cagliari. E perché non ci fossero equivoci, i Savoia non convocarono più il Parlamen-
to che pure, al momento dell’acquisto dalla Spagna, si erano impegnati a convocare ogni
dieci anni, come si era fatto nel passato.
All’inizio, in realtà, i Savoia non volevano tenersi quell’isola lontana, spopolata e malarica,
praticamente priva di risorse, più bisognosa d’aiuto che capace di contribuire al reddito
dello Stato. Poi, a partire dal 1743, il conte Gian Lorenzo Bogino, ministro di Carlo Ema-
nuele III, cominciò a introdurre elementi d’un cauto ma sapiente riformismo: furono ria-
perte le Università, travolte nel Seicento dalla crisi dello smisurato impero spagnolo; fu-
rono riformati e rafforzati i consigli ‘comunitativi’, antenati delle moderne assemblee ci-
viche; furono creati i Monti frumentari, per incrementare l’agricoltura con prestiti in gra-
no e attrezzi, e i Monti nummari per far girare un po’ di denaro fra i contadini.
Ma, morto il re, il figlio Vittorio Amedeo III, nel momento stesso in cui gli succedeva, li-
cenziò il Bogino. La Sardegna era ancora nelle mani di un centinaio di feudatari: solo le
città maggiori (esse stesse ‘baronesse’ della campagna circostante) ne erano esenti, e
alcune di loro profittavano di questa condizione per crescere con istituzioni scolastiche
e iniziative commerciali. Tempio diventa sempre più importante in Gallura, mentre la re-
gione tutta intorno si va popolando di coloni, molti dei quali provenienti dalla Corsica:
il dialetto gallurese nasce così, come il corso, su radici toscane; viene fondata Carloforte
(1738), popolandola con coloni d’origine ligure che ancora oggi conservano parlata e
costumi d’un tempo, e viene occupato l’arcipelago di La Maddalena (1767), dove crescerà
presto una robusta piazzaforte militare marittima; Bosa schiera sui bordi del fiume Te-
mo le sue attive concerie; Nùoro e Ozieri si sviluppano da grossi borghi a piccole città
(e tali lo stesso Carlo Alberto le consacrerà nel 1836).
Il secolo dei Lumi finisce in Sardegna, come nel resto d’Europa, fra le fiamme della ri-
voluzione. Anzi, di quella che si chiamò “la sarda rivoluzione”, un vasto moto antifeu-
dale, animato da intellettuali borghesi di città, da pastori e contadini di paese, da co-
raggiosi parroci di villaggio: ma il suo capo, Giommaria Angioy, giudice della massima
magistratura isolana, sconfitto, fu costretto all’esilio (morì a
Parigi nel 1808, dopo aver inutilmente cercato di.convincere i
governi francesi a ‘liberare’ la Sardegna).

Il difficile Ottocento
Gli anni-chiave dell’Ottocento sono i decenni centrali del se-
colo: nel 1839 prende concretamente corpo un editto, già
emesso nel 1820, che permette a chi possiede la terra di
chiuderla con muri, siepi o fossati (di qui il nome di edit-
to “delle chiudende”), nella speranza di attivare la
formazione di una piccola borghesia agraria
imprenditrice; nel 1836-39 viene abolito il
feudalesimo; fra il 1859 e il 1865 vengono
aboliti gli ‘ademprivi’, cioè i diritti che le co-
munità avevano sulle terre feudali e demaniali.
Sono tre grandi serie di provvedimenti legislativi,
volti (come altre misure coeve) ad allineare il più ra-
pidamente possibile la Sardegna al resto d’Europa o,
come minimo, al resto (continentale) del Regno di
Sardegna. Ma sono leggi che sconvolgono, nell’isola, as-
setti plurisecolari: con esiti, nella gran parte dei casi, che
vanno nella direzione opposta a quella per la quale era-
no stati pensati. L’abolizione del ‘comunismo’ agrario non
crea la borghesia imprenditrice, solo consegna ai possi-
denti di paese la possibilità di far pagare più cari i fitti dei
pascoli: nasce una nuova classe, ma parassitaria e as-
senteista, s’invelenisce l’antico antagonismo fra pa-
stori e contadini, molti terreni sono più usurpati
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Sardegna: una storia che viene da lontano

Lingua e dialetti

Tra gli idiomi che hanno avuto origine isolamento, sono le sopravvivenze di for-
dal latino, il sardo è quello che ha mag- me prelatine, forse riferibili a ceppi lin-
giormente conservato tratti della lingua guistici iberi, berberi o punici. I toponimi
madre. Lo storico isolamento della re- recano spesso i segni più evidenti di que-
gione - diverso peraltro a seconda delle tre sti “fossili” linguistici: la parola nurra,
principali varietà dialettali: il campida- esclusiva dell’area sarda col significato di
nese, al sud, e il gallurese-sassarese al “voragine, crepaccio nel terreno”, ma an-
nord, più permeabili all’influenza toscana; che, antiteticamente, di “cumulo di terra,
il logudorese, al centro e nelle zone mon- di sassi” - da cui ha origine nuraghe - si ri-
tuose dell’interno, assai più resistente e trova in Nuràminis, Nurallào, Nurachi,
arcaico - ha preservato il sardo da feno- Nuragus, oltre che nel coronimo Nurra, la
meni evolutivi che hanno determinato in- subregione nord-occidentale dell’isola.
vece le sorti linguistiche di altre aree ro- Altra origine prelatina è da attribuire alla
manze: quasi assente, ad esempio, l’in- base gon(n)- , correlata al significato di “al-
flusso delle lingue germaniche, come pu- tura, monte”: Goni, Gonnesa, Gonnosco-
re solo superficiali i contatti con greco o dina, Gonnosfanàdiga, Gonnosnò, Gon-
arabo. Per limitarci soltanto all’ambito nostramatza (in quest’ultimo caso, il tema
lessicale, numerosi sono i vocaboli di di- si unisce con la parola sarda tramattsu, “ta-
retta derivazione latina sopravvissuti nel merice”).
sardo fino ai giorni nostri: mannu da ma- Interessanti “isole” linguistiche all’interno
gnus, invece dell’italiano “grande”; domu del panorama sardo sono quelle del ca-
da domus, al posto dell’italiano “casa”; talano ad Alghero e di un antico dialetto
janna (“porta”) da janua, solo per citarne ligure che caratterizza la parlata delle cit-
alcuni tra i più comuni. tadine di Carloforte e Calasetta sull’isola
Sempre riconducibili alle stesse cause di di San Pietro.

che chiusi. L’abolizione del feudalesimo avviene attraverso il riscatto dei feudi: in pra-
tica, lo Stato paga ai feudatari le rendite dei loro privilegi, ma ne carica l’obbligo del rim-
borso sui Comuni, che cominciano la loro nuova vita già oberati di debiti. La cancella-
zione degli ademprivi, cioé dei diritti dei poveri di andare a far legna, a cogliere ghian-
de e funghi, allevare maiali nei boschi demaniali priva i pastori senza gregge e i conta-
dini senza terra dei mezzi elementari della sussistenza. Questi decenni (e queste leggi)
gettano un seme di violenza che germoglierà nel banditismo rurale di fine secolo.
Ma l’anno dei portenti, in Sardegna, è il 1847. Tra ottobre e novembre un moto di bor-
ghesie urbane, intellettuali e commerciali, chiede e ottiene la “fusione perfetta” fra Sar-
degna e Stati di Terraferma: è la fine dell’autonomia del Regnum Sardiniae, la rinuncia
ai (pochi) privilegi d’origine spagnola, l’inizio di un’integrazione diseguale nel resto del-
lo Stato, un processo non ancora compiuto e ancora drammaticamente in discussione.
La stessa unificazione della Penisola avvia in Sardegna, di fronte ai problemi che crescono,
un ripensamento di quel moto con cui i sardi, in fondo, avevano anticipato gli unitari-
smi del risorgimento. «Fu una follia collettiva», dirà, a qualche anno dall’evento, uno dei
capi delle ‘radiose giornate’ del 1847. La Sardegna sperimenterà così, con quasi quin-
dici anni d’anticipo, il difficile rapporto Nord-Sud.
Il secolo finisce con una crisi epocale: chiusi gli sbocchi commerciali con la Francia dal-
la “guerra delle tariffe”, crollano una dietro l’altra le banche, falliscono le industrie agri-
cole, il banditismo nel Nuorese scoppia così violento che Pelloux ordina, nel 1899, una
vera e propria spedizione militare. Resiste la pastorizia (industriali del Lazio comincia-
no a produrre in Sardegna quel “pecorino romano” che ora si fa quasi soltanto nell’iso-
la); resiste, anzi cresce, l’industria mineraria che ha la sua area privilegiata nel Sulcis-Igle-
siente, dove si sviluppa una classe operaia insieme disperata e combattiva (oggi che le
miniere sono arrivate al loro anno zero, le nere architetture minerarie sono uno dei più
emozionanti spettacoli dell’archeologia industriale italiana). Le due città maggiori, sul-
la spinta di attive borghesie commerciali o delle professioni, aprono nuovi, eleganti quar-
tieri: a Cagliari il nuovo palazzo del Municipio s’affaccia dritto sul porto, quasi a consa-
crazione del destino mediterraneo della città (1899), a Sassari sull’umbertina piazza d’I-
talia si dispiega la vasta fronte classicheggiante del palazzo della Provincia (1873-80).
L’età giolittiana, in cui l’Italia passa da paese contadino a potenza industriale, è segna-
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Ottocento e Novecento
ta in Sardegna dallo straripare della pastorizia (oggi l’isola con i suoi 3 milioni di peco-
re possiede più d’un quarto dell’intero patrimonio ovino nazionale) e da sanguinosi scon-
tri nelle miniere (l’eccidio di Buggerru, settembre 1904) e nelle città (i moti per il caro-
vita, maggio 1906): anche i sardi cominciano a emigrare.

La Grande Guerra e il fascismo


Questa “appendice incerta” dell’Italia entra prepotentemente nell’immaginario nazio-
nale quando, nel novembre del 1915, il bollettino del Comando Supremo cita «gli intre-
pidi Sardi della Brigata Sassari», conquistatori di una «munitissima posizione nemica».
C’è un sussulto d’orgoglio anche in Sardegna: dopo il Piave il presidente Orlando dirà
alla Camera: «Quando ho visto i soldati della Brigata Sassari ho sentito l’impulso di in-
ginocchiarmi davanti a loro». La media regionale dei caduti in guerra è per l’isola una
delle più alte d’Italia.
Il dopoguerra dovrebbe essere il momento in cui lo Stato paga i suoi debiti. Nasce nel-
l’isola il più forte movimento regionale di ex combattenti, che chiede nuova attenzione
dai governanti e l’autonomia politico-amministrativa. È la matrice non soltanto di un’o-
riginale formazione politica, il Partito sardo d’Azione, ma anche d’un vasto moto di ri-
vendicazionismo regionalista che, covando durante il fascismo «come il fuoco sotto la
cenere» (l’immagine è di uno dei più prestigiosi ‘capitribù’ della Sardegna moderna, Emi-
lio Lussu), avrà una sanzione costituzionale nel 1948 con lo Statuto regionale di auto-
nomia speciale.
Il fascismo non è neppure in Sardegna una ‘parentesi’. Nell’isola il governo conduce il
suo più vasto esperimento di bonifica agraria ‘integrale’ (e nascono così le ‘città nuo-
ve’ di Mussolinia, oggi Arborèa, presso Oristano, e Fertilia, sul golfo di Alghero), attiva
nelle miniere le produzioni più funzionali alla politica autarchica (nel 1938 viene fondata
Carbonia), finanzia con ‘la legge del miliardo’ (1924) un vasto programma di opere pub-
bliche, prova a combattere il più antico dei mali dell’isola, la malaria.
Al censimento ‘imperiale’ del 1936 i sardi superano il milione di unità e Cagliari i centomila

abitanti. Ma il mondo della campagna – questa vasta, imprendibile, inabitata campagna


sarda – resta sostanzialmente intatto. Non solo: alla fine del ventennio più di quattro quin-
ti dei paesi sardi non avranno ancora acqua, luce, fognature, scuole, in qualche caso nep-
pure cimitero. E il mondo delle miniere – la struttura industriale più importante dell’i-
sola, autentica risorsa strategica del Paese – s’arrenderà in pochi anni alla concorren-
za internazionale.
Nel 1962 il primo Piano di rinascita lancia un imponente programma per la moderniz-
zazione della Sardegna: basato sulla creazione di alcuni robusti poli industriali (Sassa-
ri, Porto Torres, Cagliari, Olbia, Àrbatax e poi ancora Oristano, Macomèr, Ottana), si fer-
ma però alla creazione di una massiccia industria petrolchimica di base, esposta ai ca-
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Sardegna: una storia che viene da lontano

pricci e agli intrighi del mercato mondiale del petrolio. Nel 1974 la prima crisi del Golfo
travolge il fragile impero e avvia una fase di forte recessione da cui la Sardegna non è
ancora uscita: numerose manifestazioni di malessere isolano (anche la più clamorosa,
quella del banditismo delle zone interne, che si esprime soprattutto nell’‘industria’ del
sequestro di persona) sono da ricondurre, in parte, a queste nuove, difficili condizio-
ni di vita e di lavoro. La Sardegna è oggi un mondo straordinariamente antico e insieme
curiosamente moderno.
La grande svolta si colloca nel 1950. In quell’anno nessun sardo s’ammala di malaria. Un
grandioso esperimento igienico-sanitario, condotto da tecnici italiani, finanziato e diretto
da americani, ha portato in meno di quattro anni all’eradicazione dell’Anopheles ma-
culipennis, la zanzara portatrice di questa millenaria piaga delle coste mediterranee. La
scomparsa della malaria sgombra da un pericolo micidiale ogni insediamento nel ter-
ritorio: da quello dell’industria a quello nelle stesse campagne e, soprattutto, nelle zo-
ne costiere. Il turismo sardo è figlio, quasi tutto, del ‘miracolo’ del DDT: il famoso di-
sinfestante è da tempo nell’occhio del ciclone ecologista, ma i sardi conservano anco-
ra, e con qualche gratitudine, i ‘marchi’ del passaggio dell’operaio-disinfestatore segnati
sullo stipite delle porte di centinaia di villaggi.

Non solo mare


È stata la scomparsa della malaria a dettare le direzioni dello sviluppo dell’isola negli
ultimi cinquant’anni, che hanno visto l’impetuoso sviluppo del turismo. La Sardegna sta
ora nel Gotha internazionale delle vacanze.
Del resto, l’isola ha qualcosa come 1897 chilometri di coste, un quarto esatto dell’in-
tero perimetro litoraneo d’Italia. È giusto, dunque, che quando si dice Sardegna si di-
ca (specie se lo dice chi ci viene in vacanza) mare, sole, silenzio. Ma c’è anche altro so-
le e altro silenzio, e un verde non molto diverso da quello del mare, nella Sardegna in-
terna. Intanto, dal mare, in Sardegna, non ci si allontana mai troppo: nessun punto del-
l’isola è distante più di 50 chilometri dal mare. In ogni luogo dell’isola il mare, se non
si vede, si sente.
Salendo verso gli altipiani e le montagne centrali, fra piccole chiese campestri, quasi
mimetizzate nella macchia (ce ne sono, in Sardegna, più di seicento: e spesso sono l’u-
nico segno d’una presenza umana recente) e foreste di sughere, lecci, querce, boschetti
di olivastri e i grandi viluppi della macchia mediterranea con i suoi cento colori e i suoi
cento profumi, si va verso il cuore stesso non di un’isola ma di una storia. La storia del
popolo sardo, la sua più intrinseca civiltà.

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Dalla preistoria alla Sardegna contemporanea:
il percorso storico-artistico

Le culture preistoriche e l’età nuragica


Alcuni sporadici reperti attestano la presenza dell’uomo in Sardegna fin da tempi anteriori
al Neolitico antico. Le prime tracce sono relative all’insediamento in grotta di piccole
comunità dedite alle attività di caccia e di raccolta con occasionali esperienze agrico-
le, localizzate sulle coste. L’industria litica è ben rappresentata dall’ossidiana del mon-
te Arci, che costituisce anche merce d’esportazione.
Nella prima metà del IV millennio a.C. si colloca la cultura di Bonuighinu, già del Neoliti-
co medio, documentata sia in caverne sia in villaggi all’aperto, soprattutto grazie a re-
perti ceramici con eleganti decorazioni incise. Attorno al 3000 a.C. le subentra la cultu-
ra di Ozieri, riferibile al Neolitico recente e al primo Calcolitico, nel cui ambito si ma-
nifestano relazioni culturali più strette con il Mediterraneo orientale, soprattutto nel-
l’importante santuario megalitico di Monte d’Accoddi presso Sassari. A partire da
quest’epoca si diffondono i culti funerari, documentati specialmente dalla presenza di
grotticelle artificiali, dette domus de janas (si segnalano quelle di Anghelu Ruju presso
Alghero), talvolta decorate con simboli elementari o anche dipinte. Dal 2000 a.C. fanno
la loro comparsa figurette in pietra riferibili alla Dea Madre il cui culto è diffuso nell’intero
bacino mediterraneo e in Medio Oriente. A queste si affiancano le stele-menhir con at-
tributi femminili; in un secondo momento compaiono anche statue-menhir con attributi
maschili (sono notevoli quelle di Pranu Mutteddu presso Goni). Queste ultime segna-
no un’epoca di transizione, nella quale la diffusione della metallurgia è sintomo di una
pratica della guerra, apparentemente sconosciuta fino ad allora in Sardegna. Il quadro
di riferimento è quello della cultura dolmenica, che segnala relazioni con il continente
italico ed europeo, esplicitate dalle culture del Vaso campaniforme, di Monte Claro e di
Abealzu-Filigosa.
Verso il 2000 a.C. la Sardegna rielabora in modo originale le due componenti culturali co-
stitutive delle origini, quella orientale e quella occidentale, soprattutto con la creazione
delle forme iniziali di nuraghe a pianta circolare o allungata. Intorno al 1500 la cultura di
Bonnànaro produce le prime forme di nuraghe complesso, particolarmente apprezzabili
nelle fasi evolutive del grandioso complesso di Su Nuraxi a Barùmi-
ni, nel quale al mastio centrale si aggiunge una cinta di torri,
con sviluppo del villaggio circostante. Tra il XVI e il IV se-
colo a.C., la cultura nuragica rappresenta l’elemento di
continuità locale nell’isola interessata via via dal-
la frequentazione dei mercanti micenei (sino al
1200 a.C.) e fenici (sino al VII sec. a.C.), quindi dal-
la conquista militare a opera dei cartaginesi e
dei romani (238 a.C.). Oltre che con il suo monu-
mento più caratteristico, che è il nuraghe (Santu An-
tine a Torralba, Serra Òrrios a Dorgali, Losa ad Ab-
basanta, Arrubiu a Orroli), essa si esprime con
santuari (Santa Vittoria a Serri), pozzi sacri (Su
Tempiesu a Orune, Santa Cristina a Paulilàtino), se-
polture dette tombe di giganti e, dal punto di vista pla-
stico, non solo con le piccole sculture in bronzo di guer-
rieri, navicelle, figure femminili di dea madre o di sacerdo-
tessa (oggi soprattutto a Cagliari nel Museo archeologico
nazionale), ma anche – ed è una scoperta recente –
con la statuaria monumentale in pietra, documentata
dai frammenti di monte Prama nell’Oristanese.

La colonizzazione fenicio-punica e l’età romana (VII secolo a.C.-IV d.C.)


Il primo momento della frequentazione fenicia della Sardegna corrisponde alla fase pre-
coloniale (XI-IX sec. a.C.), cui subentra, tra l’VIII e il VII secolo, la fondazione di colonie lun-
go la costa sud-occidentale, fra le quali assumono speciale rilevanza Nora (che ha re-
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Dalla preistoria alla Sardegna contemporanea: il percorso storico-artistico
stituito la più antica iscrizione semitica nell’isola), Bithia (attuale Chia), Sulci (attuale
Sant’Antìoco), Tharros (Cabras) e Càrales o Kàrales (Cagliari).
Per garantire la sicurezza delle proprie colonie i fenici intraprendono la costruzione del-
le prime fortezze nell’entroterra (Monte Sirai presso Carbonia), potenziate dai cartaginesi
nel momento in cui, a partire dal VI sec. a.C., la città africana assume un ruolo egemo-
ne fra le colonie d’Occidente. Il controllo cartaginese della Sardegna, fino alla cessione
ai romani all’indomani della seconda guerra punica, si limita preva-
lentemente alle coste e alle vie di comunicazione, lungo le quali tran-
sitano le merci oggetto di scambio con le non sottomesse popo-
lazioni barbaricine dell’interno. Fuori dalle città, configurate co-
me porto-mercato attorniato da un tessuto non regolare di ca-
se, botteghe, officine e santuari urbani, si collocano le necropoli
e i tophet, luoghi deputati alla sepoltura e al sacrificio di fanciulli
e di piccoli animali. Nelle botteghe transitano i manufatti d’im-
portazione, sia italica sia orientale; nelle officine si produco-
no vetri, oggetti d’oreficeria, terrecotte (di particolare interesse
le maschere votive nel Museo archeologico di Cagliari), scul-
ture in metallo e in pietra, fra le quali spiccano le stele aniconiche
o antropomorfe dei tophet.
I siti, le produzioni e la stessa vita quotidiana delle città puniche non
subiscono sostanziali variazioni nel passaggio della Sardegna da Car-
tagine a Roma, dopo il 238 a.C. La continuità devozionale è docu-
mentata nel santuario di Àntas (Fluminimaggiore), già dedi-
cato alla suprema divinità paleosarda, poi al dio semiti-
co Sid-Addir, quindi al Sardus Pater ricordato nelle fonti
classiche. Nei primi secoli della romanizzazione la città
egemone è Nora, fra le cui rovine si conservano ambien-
ti termali, pavimenti musivi di ville e il teatro; dal I secolo
a.C. emergono Càrales, dove si segnala soprattutto l’an-
fiteatro, e Turris Libisonis (Porto Torres), colonia di fon-
dazione augustea, della quale restano ruderi dell’ac-
quedotto e le strutture termali del cosiddetto palazzo
di Re Barbaro. I manufatti della Sardegna romana,
sia quelli d’importazione (notevole la serie marmorea
di ritratti imperiali giulio-claudi recuperata a Sulci), sia quelli di produzione locale, ri-
velano l’adeguamento alle mode extraisolane, in tutto simili agli analoghi reperti del con-
tinente italico e dell’Africa, dai cui centri proviene la ceramica sigillata, esportata fino
all’alto medioevo (VI-VII secolo).

L’età tardoantica e bizantina (V-X secolo)


Bisogna arrivare alla fine del III-inizi del IV secolo per trovare il più antico frammento di
sarcofago marmoreo di soggetto cristiano, rinvenuto a Olbia e oggi nel Museo nazionale
di Cagliari. La cristianizzazione dell’isola, iniziata fin dai primi secoli, non conosce in-
terruzioni nemmeno nell’epoca della dominazione vandalica, fra il 455 e il 534. In que-
st’anno le truppe di Giustiniano, nel quadro della campagna africana, riconquistano la
Sardegna, che rientra a far parte dei territori dell’impero romano e fra il VI e il X secolo
vive un corso storico differente rispetto a quello dei territori italici e dell’Occidente in
genere: non viene occupata da popolazioni germaniche, non entra a far parte dei domini
carolingi, mantiene un’ininterrotta dipendenza politico-amministrativa da Costantino-
poli, dunque dall’impero che si suole definire bizantino.
Nella produzione artistica i riflessi sono immediati: alle importazioni di manufatti da Ro-
ma si affiancano quelle dall’Oriente. È databile alla prima metà del VI secolo un notevole
capitello marmoreo del Museo archeologico di Cagliari, lavorato nelle botteghe presso
Costantinopoli e quindi esportato in Sardegna. Altre sculture, come i capitelli con co-
lombe riutilizzati nella basilica romanica di S. Gavino a Porto Torres, documentano l’a-
dattamento locale dei modelli di provenienza orientale. Anche le architetture superstiti
mostrano di risentire dei modi bizantini, ma restano fedeli al prototipo tardoantico del
martyrium a pianta cruciforme con cupola all’incrocio dei bracci voltati a botte. Tale do-
veva essere l’originale configurazione strutturale di tre grandi chiese, erette fra il V e il
VII secolo: S. Saturno di Cagliari (ristrutturata in forme romaniche dopo la donazione ai

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L’età tardoantica e bizantina
monaci Vittorini nel
1089), S. Antioco del cen-
tro omonimo e S. Gio-
vanni di Sinis (Cabras).
Esiste poi un gruppo di
chiese cruciformi cupo-
late, di minori dimensio-
ni, delle quali è difficile
stabilire l’esatta cronolo-
gia: il santuario di Bonàr-
cado, S. Teodoro di San
Vero Congius (Ollastra Si-
maxis), S. Elia di Nuxis,
S. Salvatore di Iglesias, S.
Maria di Cossoìne, S. Cro-
ce di Ittireddu. È possibile che siano state costruite fra il IX e i primi decenni dell’XI se-
colo, quando la Sardegna bizantina evolveva nella Sardegna giudicale.
In questi secoli i locali rappresentanti dell’autorità imperiale di Costantinopoli si tro-
vano ad agire praticamente in autonomia da Bisanzio ed elevano se stessi al rango di ‘giu-
dici’, di fatto autorità supreme nelle quattro città più importanti dell’isola: Cagliari, Ori-
stano, Porto Torres e Olbia. Si costituiscono così i quattro giudicati, o regni, nei quali
la Sardegna risulta divisa a partire dalla metà dell’XI secolo. Nella sua fase formativa, l’i-
stituzione, la cultura e l’arte giudicale avvertono il bisogno di legittimare la propria realtà
storica attraverso il riferimento a Bisanzio, mediante la lingua greca delle iscrizioni e il
linguaggio bizantino delle sculture marmoree. Queste ultime, giunte a noi frammenta-
rie, rivelano forti relazioni con la costa campana, sede di ducati di cultura bizantina. Si
trattava di pilastrini e plutei di recinzione presbiteriale, fra i quali riveste uno speciale
interesse la lastra con grifo e pegaso, ritrovata in mare presso l’isola di San Macario (Pu-
la) e custodita nel Museo di Cagliari.

La Sardegna giudicale (XI-XIII secolo)


Attorno alla metà dell’XI secolo la Sardegna si presenta divisa in quattro giudicati (Ca-
gliari, Arborèa, Torres, Gallura), ognuno delimitato da confini, entro i quali l’autorità su-
prema era esercitata da un ‘giudice’, o re. Nel giudicato di Torres, il giudice Gonnario-
Comita si fa promotore della grandiosa ricostruzione romanica della basilica di S. Ga-
vino, caratterizzata dalla pianta a due absidi, che si aprono nei lati brevi del corpo tri-
navato. Nei setti divisori si utilizzano colonne e capitelli di spoglio; la muratura è di ti-
po lombardo, con paramenti scanditi da lesene e conclusi in alto da archetti.
Nella seconda metà del Mille si assiste all’avvio di un’intensa attività edilizia, che nel
secolo successivo dà origine a un panorama architettonico fra i più intatti e significa-
tivi del romanico europeo, destinato a caratterizzare il paesaggio storico dell’isola. Il cre-
scente controllo che le repubbliche marinare di Pisa e Genova esercitano sulla vita po-
litico-sociale dei giudicati determina la diffusa presenza di maestranze di provenienza
toscana e ligure, che si radicano in Sardegna e sviluppano modi locali. La scala dimen-
sionale si rapporta alla funzione delle chiese: è infatti massima nella cappella palatina
di S. Maria del Regno ad Àrdara; in cattedrali come S. Simplicio di Olbia, S. Pietro di Bo-
sa, S. Antioco di Bisarcio (Ozieri), S. Pietro di Sorres (Borutta), S. Nicola di Ottana (con-
sacrata nel 1160), S. Giusta nel centro omonimo; in chiese monastiche benedettine cas-
sinesi come S. Maria di Tergu, S. Nicola di Silànis (Sèdini), S. Pietro del Crocifisso di Bul-
zi, camaldolesi come la SS. Trinità di Saccargia (Codrongiànos) e S. Maria di Bonàrca-
do (consacrata nel 1146), cistercensi come S. Maria di Corte (Sindìa), vittorine come S.
Efisio di Nora (Pula). Variano dalla media alla minima scala dimensionale le altre chie-
se, anch’esse monastiche o parrocchiali; meritano una menzione S. Maria di Sibiola, S.
Platano di Villa Speciosa e S. Maria di Uta.
La caduta del giudicato di Cagliari in mano pisana, nel 1258, è la premessa storica per
la costruzione nella città della cattedrale di S. Maria e della cinta muraria del quartie-
re di Castello, che si conclude nel 1305-07 con le torri di S. Pancrazio e dell’Elefante, pro-
gettate da Giovanni Càpula e tuttora superstiti. Nella seconda metà del XIII secolo si am-
plia S. Maria di Bonàrcado e si costruisce la cattedrale di S. Pantaleo di Dolianova, nel
cui cantiere si formano le maestranze che erigono numerose chiese minori del territo-
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Dalla preistoria alla Sardegna contemporanea: il percorso storico-artistico
rio; nel 1293 l’architetto Anselmo da Como dirige la fabbrica del S. Pietro di Zuri (Ghi-
larza), che denota analoghe forme di transizione dal romanico al gotico.
Tutte queste chiese romaniche sono caratterizzate da un esuberante apparato di de-
corazione architettonica, che si esplica nei peducci delle archeggiature esterne e talvolta
nell’uso di colonne e capitelli di spoglio. Sono invece poche le sculture capaci di svin-
colarsi da uno stretto rapporto con la struttura architettonica. Gli esempi più significativi
sono costituiti per il XII secolo dai due plutei marmorei del Duomo di Oristano (uno dei
quali con Daniele nella fossa dei leoni),
per il Duecento dalla coppia di picchiotti
bronzei per la stessa cattedrale (con la
data 1228, la firma di Piacentino e la men-
zione del giudice arborense e dell’arcive-
scovo committente) e dal pregevole grup-
po di statue lignee che compongono la
Deposizione dalla croce, già nella chiesa di
S. Pietro del Crocifisso e oggi nella par-
rocchiale di Bulzi. Ugualmente rarefatta è
la documentazione per quanto attiene al-
la pittura parietale romanica, che anno-
vera soprattutto gli affreschi della SS. Tri-
nità di Saccargia, del S. Nicola di Trullas
(Semèstene), del S. Pietro di Galtellì.

L’età aragonese e spagnola


(XIV-XVII secolo)
Fin dalla metà del Duecento la presenza dei
Francescani determina l’introduzione in
Sardegna di tipologie architettoniche e de-
corative legate ai modi gotici italiani, in ba-
se ai quali viene intrapreso l’ampliamento
della cattedrale cagliaritana di S. Maria di
Castello. Nel 1323 Alfonso d’Aragona sbar-
ca nell’isola e nel 1326 conquista il Castel-
lo pisano di Cagliari. Negli anni dell’assedio
della città gli aragonesi costruiscono il santuario della Madonna di Bonaria, primo edi-
ficio gotico-catalano in Sardegna, e dopo il 1326, nella Cattedrale, alla cappella “pisana”
a destra del presbiterio si affiancherà, a sinistra, quella “aragonese”, simbolo visivo del-
la presa di possesso da parte dei nuovi dominatori. Inizia il lento processo di catala-
nizzazione dell’isola, che si svolge lungo l’arco di un secolo. Per tutto il corso del Tre-
cento si verifica la sostanziale continuità dei rapporti artistici con il continente italico
e la Toscana in particolare, documentata da opere come gli affreschi della cappella del
castello di Serravalle a Bosa, la pala di Ottana (commissionata fra il 1339-43 dal vesco-
vo Silvestro e da Mariano IV, futuro giudice d’Arborèa) e la statua marmorea del santo
vescovo nel S. Francesco di Oristano (firmata da Nino Pisano attorno al 1360).
Fin dagli inizi del Quattrocento si assiste invece a un mutamento delle rotte commerciali
e culturali, che non fanno più capo a Pisa bensì a Barcellona e a Napoli. Nell’arredo li-
turgico delle chiese si impone il retablo, la grande pala lignea d’altare, decorata e dipinta,
di tipologia e provenienza catalano-valenzana; il primo esemplare giunto fino a noi, per
quanto incompleto, è il retablo dell’Annunciazione, del 1406-09 circa, attribuito al pit-
tore catalano Joan Mates. Attorno alla metà del secolo la committenza isolana non si li-
mita a importare retabli dalla Catalogna, ma richiede il trasferimento degli artisti nel-
l’isola: nel 1455-56 due pittori iberici, Rafael Tomás e Joan Figuera, dipingono a Caglia-
ri il retablo di S. Bernardino. La personalità più rappresentativa della pittura sardo-ca-
talana quattrocentesca rimane ancora oggi anonima: si tratta del Maestro di Castelsar-
do, cui si attribuisce un corpus di opere a Barcellona, in Corsica e in Sardegna, delle qua-
li l’unica sicuramente datata è il retablo di Tuili, che gli fu pagato nell’anno 1500.
Il nuovo secolo segna l’ingresso del reame di Sardegna nei domini della corona di Spa-
gna. Esso vede da un lato l’ultimazione delle parrocchiali campidanesi esemplate sul S.
Giacomo di Cagliari (S. Pietro di Assèmini, S. Giorgio di Sestu, S. Pietro di Settimo San
Pietro), dall’altro l’elaborazione di un analogo modello, applicato alla fabbrica di quel-
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L’età aragonese e spagnola

Lo sfavillio dei retabli

Retablo (in catalano retaule) è parola ca- splendore inusitato. Gran parte dei re-
stigliana che deriverebbe dal latino re- tabli sardi (o, talvolta, delle tavole che ne
trotabula altaris, e indica le grandi pale avanzano) è conservato presso la Pina-
d’altare dipinte su legno che costitui- coteca nazionale di Cagliari. Ma molti si
scono la manifestazione più interessan- trovano ancora nelle chiese dei villaggi e
te della pittura sarda fra la metà del Tre- dei centri per le quali furono realizzati:
cento e i primi anni dei Seicento. Com- Oristano e Sassari, ma anche, nel Nord
posti di due parti principali, in basso Sardegna, la basilica di Saccargia, Àrda-
una predella orizzontale, in alto una va- ra (forse il più grande e il più bello, da-
sta composizione verticale articolata su tato 1515), Castelsardo, Ozieri e Bene-
scomparti dipinti, piccole sculture e una tutti, dove si trovano le opere di artisti
fitta serie di cornici, i retabli vennero conosciuti solo col nome Maestro di
introdotti in Sardegna dalla Catalogna Ozieri; nel Centro Bortigali, Nùoro e Ol-
subito dopo la conquista dell’isola. Al- zai; al Sud Villamar (nella foto quello di
l’inizio venivano direttamente da Bar- Pietro Càvaro, del 1518) e Milis. Al Me-
cellona, poi gli stessi artisti catalani si tra- tropolitan Museum di New York sono
sferivano in Sardegna per realizzarli, in- conservati i disegni preparatori di un
fine furono maestri sardi (in particolare retablo del sardo Francesco Pinna.
la cosiddetta scuola di Stampace, dal
nome di un quartiere cagliaritano) a
riprodurli. Il retablo, che all’inizio ri-
prende la lezione della pittura gotica
catalana e poi subisce
sempre più l’influsso
della cultura italiana,
è un trionfo della figu-
razione e dei colori:
l’uso dei fondi oro dà
a questi dipinti uno

le della Sardegna set-


tentrionale (S. Giorgio
di Pèrfugas, S. Giulia di
Pàdria, S. Maria di Cos-
soìne, S. Vittoria di
Thiesi, S. Giorgio di
Pozzomaggiore). Il pre-
sbiterio di queste chie-
se, di tipologia gotico-
catalana, rappresenta lo
spazio ideale per l’in-
serimento dei reta-
bli, che talvolta do-
minano anche all’in-
terno di edifici romanici: è il caso del retablo di S. Maria del Regno di Àrdara, datato al
1515, il più grande nell’isola. A Cagliari, fin dal secondo decennio del Cinquecento la sce-
na pittorica è dominata dalla scuola di Stampace (così detta dal quartiere in cui si tro-
vava la bottega) e dalla personalità di Pietro Càvaro, che nel 1518 firma il retablo di Vil-
lamar. Nella seconda metà del secolo saranno il figlio Michele e Antioco Mainas ad as-
sumere le commissioni sempre più numerose che giungevano alle botteghe di Stampace.
In ambito sardo settentrionale si segnala l’attività di un altro anonimo, il Maestro di Ozie-
ri, nella cui pittura è constatabile un adeguamento ai canoni manieristi, analogo a
quello apprezzabile nell’opera matura di Pietro Càvaro e dei suoi epigoni. Nei decenni
finali del secolo l’orientamento classicista impresso all’ambito cagliaritano dalla poli-
tica culturale di Filippo II ha riflessi non solo nelle imprese architettoniche, con la co-
struzione della chiesa di S. Agostino Nuovo (1577-80), ma anche nella committenza, che
spezza il monopolio delle botteghe locali e si rivolge nuovamente a quelle extraisolane.
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Dalla preistoria alla Sardegna contemporanea: il percorso storico-artistico
Questa tendenza si registra anche per l’intero corso del Seicento, quando giungono nel-
l’isola numerosi dipinti di scuola genovese, romana, napoletana; della stessa provenienza
sono anche le sculture lignee che si inseriscono nelle nicchie di retabli di tipologia ba-
rocca, che vanno a sostituire quelli tardogotici già innalzati nel presbiterio delle chie-
se. L’interazione fra l’opera dei costruttori e degli scalpellini locali e quella dei maestri
che giungevano dal continente italico si constata soprattutto nella fabbrica sassarese
della chiesa gesuitica di S. Caterina (1579-1609), nella ristrutturazione della Cattedrale
di Cagliari (iniziata nel 1615 con il santuario dei Martiri e conclusa nel 1703 con la fac-
ciata barocca) e nella costruzione dell’imponente portico della cattedrale di S. Nicola
di Sassari, datata 1714 e caratterizzata da un esuberante apparato decorativo barocco.

La Sardegna sabauda e post-unitaria (XVIII-XX secolo)


Il definitivo passaggio della Sardegna ai Savoia nel 1720 non segna un’interruzione del-
le fabbriche in corso, contrassegnate dall’adesione al linguaggio tardobarocco, destinato
a perdurare sino alla fine del secolo. Tra il 1674 e il 1712 viene costruito il complesso ge-
suitico di S. Michele a Cagliari, decorato ad affresco da Giacomo Altomonte. Nel 1722 An-
tonio Felice De Vincenti esegue i disegni per la nuova basilica di Bonaria a Cagliari, se-
condo i modi di Guarino Guarini e Filippo Juvarra. Dallo schema di questa facciata, mai
realizzata, deriveranno quelli di altre chiese sarde, fra cui la parrocchiale di Nostra Signora
delle Grazie a Sanluri, eretta fra il 1781 e il 1786 su progetto di Carlo Maino e Antonio Igna-
zio Carta. Il linguaggio tardobarocco si esplica soprattutto nel complesso (chiesa e mo-
nastero) del Carmine di Oristano, progettato nel 1776 dal piemontese Giuseppe Viana.
L’allineamento alle mode degli ambienti artistici italiani si intensifica nell’Ottocento con
l’opera di alcuni architetti nativi dell’isola ma formatisi a Torino, al corrente delle for-
me neoclassiche che andavano diffondendosi in Europa. Giuseppe Cominotti progetta
il cappellone di S. Luigi Gonzaga nella Cattedrale di Oristano (1829-37), dove si collo-
cheranno sculture neoclassiche del sassarese Andrea Galassi (1793-1845). Antonio Ca-
no dirige la ristrutturazione della chiesa francescana di S. Maria di Betlem a Sassari (1829-
34) e la costruzione della cattedrale di S. Maria della Neve a Nùoro (1835-40). Ma il pro-
tagonista del secolo XIX in Sardegna è l’architetto cagliaritano Gaetano Cima, cui si de-
vono la chiesa di S. Maria Assunta a Guasila (1839-52) e l’ospedale di S. Giovanni di Dio
a Cagliari (1844-48), che pone il Cima al passo con il funzionalismo in campo interna-
zionale. Alla metà del secolo il pittore più rappresentativo è Giovanni Marghinotti
(1798-1865), che nel 1830 dipinge la grande tela con Carlo Felice munifico protettore del-
le Belle Arti in Sardegna, oggi nella sala del sindaco nel Palazzo civico di Cagliari, e la-
vora poi per il Palazzo reale di Torino.
L’ultimo quarto del secolo è segnato sia dagli sforzi artistici volti alla costruzione di un’I-
talia sabauda anche culturalmente unitaria, sia dalla valorizzazione delle specificità sto-
riche dell’isola. A Oristano si innalza il monumento di Eleonora d’Arborea, realizzato nel
1875-77 da Ulisse Cambi e Mariano Falcini; a Sassari e a Cagliari si eseguono grandi ci-
cli decorativi, a celebrazione di casa Savoia. Gli affreschi delle sale consiliari del Palazzo
provinciale di Sassari sono affidati al catanese Giuseppe Sciuti (1878-82), quelli del Pa-
lazzo di Cagliari al perugino Domenico Bruschi (1893-96).
La lenta e difficile integrazione nell’Italia delle nazioni ha come contropartita, nel primo
trentennio del Novecento, l’invenzione di un’identità artistica sarda, perseguita dallo scul-
tore Francesco Ciusa (1883-1949), dai pittori Giuseppe Biasi (1885-1945), Filippo Figari
(1885-1974) e Mario Delitala (1887-1990), e dalla poliedrica attività, fra arte, artigiana-
to e design, dei fratelli Melkiorre e Federico Melis. Il processo di costruzione di un’ar-
te connotata da caratteri regionali sardi si arresta nel ventennio fascista, quando in cam-
po architettonico si assiste a una decisa accelerazione verso la modernità, secondo i ca-
noni funzionalisti perseguiti dagli architetti di regime.
Il dopoguerra vedrà da un lato la stanca ripetizione di quelle formule folcloriche inaugurate
da Biasi, Figari e Delitala, dall’altro l’adeguamento agli stimoli che provenivano dalla con-
temporaneità internazionale, soprattutto nell’opera di Eugenio Tavolara (1901-63) e
Mauro Manca (1913-69). Negli ultimi decenni del XX secolo la Sardegna è inserita piena-
mente nella globalizzazione che interessa ormai l’intero ambito della cultura non solo oc-
cidentale. A distinguersi sono soprattutto le sculture di Costantino Nivola (1911-89), nel-
le quali l’esperienza maturata negli Stati Uniti si coniuga a un’originale riscoperta delle
radici classiche e mediterranee del linguaggio artistico-artigianale del popolo sardo.

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Sardegna: come visitarla

«La Sardegna, che non assomiglia ad alcun luogo. La Sardegna che non ha storia, né età,
né razza, nulla da offrire. Vada per la Sardegna. Dicono che né romani né fenici né gre-
ci né arabi la conquistarono mai. E c’è ancora una Sardegna non conquistata. È dentro
la rete della civiltà europea, ma non è stata ancora tirata in secco».
Chi verrebbe oggi in Sardegna con idee come queste, già un po’ stravaganti, forse, quan-
do David Herbert Lawrence le scriveva all’inizio degli anni venti? Comunque, in Sarde-
gna ci venne: una rapida corsa di un paio di settimane da Cagliari a Terranova Pausa-
nia (come si chiamava allora Olbia) attraverso le montagne del versante orientale, su
trenini periclitanti ai bordi di piccoli abissi e autobus zeppi di quella umanità aspra e
selvaggia, così primitiva, anzi primigenia, che all’autore di L’amante di Lady Chatterley
piaceva moltissimo.
Su quel viaggio Lawrence scrisse un libro famoso, Mare e Sardegna. Anche oggi per i
turisti standard la Sardegna è soprattutto mare, centinaia forse migliaia di spiagge. Ma
c’è anche una Sardegna interna, con le sue regioni montane di cui è re il massiccio del
Gennargentu. È l’“altra Sardegna”: visitata e, soprattutto, capìta è capace di raccontare,
dai maestosi nuraghi sino al più raffinato gioiello dell’artigianato, una civiltà origina-
ria e originale.

Quando andare
Ogni stagione è buona per vedere la Sardegna. La scelta è tutta affidata alle preferen-
ze personali del visitatore: se si amano (o si debbono scegliere) le stagioni sacre al tu-
rismo, che in Sardegna è soprattutto turismo marino, allora bisogna andarci in luglio
o in agosto. Siccome i giorni del “pieno” cadono tra la fine di luglio e il 20 agosto e le
temperature medie sono già alte in giugno e si prolungano fino a settembre (nella fa-
scia costiera stanno tra i 26 e i 30° C), sono i due mesi estremi dell’estate che andreb-
bero consigliati per un più rilassante soggiorno: il mare di settembre in Sardegna non
teme confronti. Ma anche il mite autunno, l’inverno mai troppo freddo e la splenden-
te primavera hanno il loro fascino.

Come andare
Per andare in Sardegna, come in ogni altra isola, bisogna prenotarsi per tempo. Per ma-
re si può arrivare da Genova, Livorno, Civitavecchia, Napoli o Palermo con traghetti del-
la Tirrenia, delle Ferrovie dello Stato o di diverse compagnie private. Il viaggio verso i
porti sardi (i più serviti sono Porto Torres, Golfo Aranci e Olbia nella Sardegna setten-
trionale, Àrbatax e soprattutto Cagliari in quella meridionale) ha una durata variabile,
da un massimo di 13 ore a un minimo di 7 nella tratta più breve, quella fra Civitavecchia
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Sardegna: come visitarla
e Olbia o Golfo Aranci; su questa – ma anche sulle Fiumicino-Golfo Aranci, La Spezia-Ol-
bia e Genova-Porto Torres - operano in alta stagione anche le “navi veloci” che arriva-
no a dimezzare il tempo.
La Sardegna è collegata da una rete di servizi aerei che fa capo agli aeroporti di Alghe-
ro-Fertilia (tel. 079935039 o 079935194; Alitalia 079935033 o 079935037; Ryanair e Vola-
re Airlines 079935282) e Olbia-Costa Smeralda (informazioni: tel. 078952634, bigliette-
ria 0789922637; Meridiana 199111333 o www.meridiana.it) nella Sardegna settentrionale;
Cagliari-Elmas (tel. 070241014, Alitalia
147865643, Meridiana 070240169 o 070669161;
Volare Airlines, Air Dolomiti e Alpi Eagles
0702128263) e Tortolì-Àrbatax (tel. 0782624300)
in quella meridionale.
L’Esit (Ente Sardo Industrie Turistiche), l’ente
preposto al turismo isolano (Cagliari, via Mameli
97, tel. 07060231; www.esit.net.it), ha un effi-
ciente servizio di informazioni (tel. 800013153)
e dispone di molto materiale informativo.
La crescita del turismo è stata accompagnata nel-
l’isola da un notevole sviluppo delle agenzie di
viaggio (con i servizi connessi, dal reperimento
degli alloggi al servizio rent-a-car): tutti i centri
d’un qualche rilievo ne posseggono più d’una.
Informazioni si possono chiedere anche agli
Enti provinciali per il turismo:Cagliari, piazza
Deffenu 9, tel. 070604241, www.regionesarde-
gna\eptca.it, con uffici informazioni alla sta-
zione marittima, tel. 070668352, e all’aeroporto
di Cagliari Elmas, tel. 070240200; Oristano, via
Cagliari 278, tel. 078373191; enturismo.oristano@tiscalinet.it; Nùoro, piazza d’Italia 19,
tel. 078430083; Sassari, viale Caprera 36, tel. 079299546; ufficio informazioni all’aeroporto
di Alghero-Fertilia, tel. 079935124.
I centri di maggiore importanza hanno anche Aziende di Soggiorno e Turismo, gran-
dissima parte dei paesi hanno attive Associazioni Pro Loco (per le Aziende e le Pro Lo-
co v. la sezione Gli altri luoghi).
Avvertenza non inutile: la cosiddetta “tradizionale ospitalità sarda” non è, nella gran par-
te dei casi, mera propaganda turistica; in ogni centro la gente vi sarà prodiga di detta-
gliate informazioni e notizie.

I trasporti interni
La rete ferroviaria lascia parecchio a desiderare per durata del viaggio e comfort dei tre-
ni: la rete principale è una sorta di Y che collega Olbia e Golfo Aranci (Sardegna di nord-
est), Porto Torres e Sassari (Sardegna di nord-ovest) con Cagliari. I centri maggiori so-
no collegati con linee automobilistiche (fra Cagliari, Sassari e Porto Torres e Nùoro esi-
ste anche un servizio non stop: durata del viaggio da Cagliari a Sassari, 210 km, 3 ore 15’).
Le linee ferroviarie minori sono ridotte a pochi tronchi, ma conservano la caratteristi-
ca di viaggiare in paesaggi fortemente suggestivi: restano in funzione, ormai più con tre-
nini verdi a carattere turistico che con servizi di linea, le tratte da Cagliari a Mandas, da
Mandas a Sòrgono e da Mandas ad Àrbatax, da Sassari a Tempio e Palau, da Macomèr
a Nùoro e da Macomèr a Bosa Marina. L’ufficio informazioni è a Monserrato, vicino a Ca-
gliari, via Pompeo, tel. 070580246.
Le strade sarde sono in genere strette e ricche di curve, ma quasi tutte asfaltate e ben te-
nute. Tra Porto Torres-Sassari e Cagliari esiste una superstrada a quattro corsie (la sta-
tale 131 Carlo Felice) di 228 km. Tratti di superstrada esistono anche sulla Cagliari-Iglesias
e Olbia-Siniscola-Nùoro-Abbasanta; “direttissime” fra Sassari e Olbia, Sassari e Tempio.

Ospitalità
La Sardegna ha ormai un’attrezzatura ricettiva adeguata alla domanda: soltanto nei gior-
ni ‘caldissimi’ intorno a Ferragosto può essere difficile trovare posto, soprattutto nel-
le località balneari.
Lo sviluppo del turismo ha favorito in questi anni la crescita dell’attività agrituristica
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Sardegna: come visitarla
che è, più ancora dell’accoglienza ‘moderna’ in ristoranti e alberghi, estensione natu-
rale dell’ospitalità tradizionale. Il fenomeno ha preso piede dapprima nell’Oristanese,
è stato adottato poi nelle zone del maggiore sviluppo turistico, la Nurra di Alghero e la
Gallura, e si è esteso infine a quasi tutte le altre aree dell’isola.
Le aziende sono circa 300, segno che la crescita è stata agevolata dall’apprezzamento dei
clienti. La loro frequentazione si è rivelata infatti come uno dei modi più efficaci per ve-
nire a contatto con una civiltà così distante da quella delle città di terraferma e del mon-
do industrializzato: in queste case – per lo più in campagna, ma a volte nelle periferie dei
piccoli centri – ci si trova di fronte a modi di produrre e di vivere (e quindi anche, ov-
viamente, di mangiare) che altrove sono sconosciuti o appartengono al passato. Sono ca-
se e fattorie, per fare qualche esempio, nelle quali si alleva e si cucina il ricercatissimo
“porcetto”, si coltiva la vite e si fa il vino, si tengono le api e si ricava il miele. Non solo:
nelle sale da pranzo sono organizzate spesso esposizioni di antichi strumenti e oggetti
della civiltà contadina, e nei dintorni si può trovare la sorgente cristallina, il nuraghe, l’a-
rea naturalistica. Assaggiare i cibi e partecipare ai momenti della convivialità diventano
così parte di una più profonda presa di contatto con la realtà isolana.
Gran parte delle aziende fanno capo ad associazioni con sede nei capoluoghi provinciali,
alle quali ci si può rivolgere per le informazioni: Agriturist Sardegna, via Bottego 7, 09125
Cagliari, tel. 070303486; Terranostra, viale Trieste 124, 09123 Cagliari, tel. 070280537; Tu-
rismo Verde, sede regionale: via Libeccio 31, 09126 Cagliari, tel. 070373733, 070373966,
070372628. Sedi provinciali: viale Carlo Felice 18, 09124 Cagliari, tel. 070651992; via Al-
ghero 3, 08100 Nùoro, tel. 078435963; via Diego Contini 40, 09170 Oristano, tel. 078372896;
emiciclo Garibaldi 16, 07100 Sassari, tel. 079235516; Consorzio Agriturismo di Sardegna,
piazza Duomo 17, 09170 Oristano, tel. 078373954;Cooperativa Turistica Dulcamara,
07040 Alghero-Santa Maria La Palma, tel. 079999197.

Gli sport
Le caratteristiche del paesaggio isolano e le specificità del turismo sardo hanno fatto
crescere in molti centri strutture per lo sport e il tempo libero direttamente legate al-
l’industria delle vacanze. La stessa dotazione di porti e approdi turistici è nata come con-
seguenza di una domanda eminentemente estiva.
Alcuni comprensori turistici hanno anche strutture di rilievo come campi da
golf: sul golfo di Cagliari a Santa Margherita di Pula (Is Molas Golf Hotel,
tel. 0709241006; www.ismolas.com); sulla Costa Smeralda (Pevero
Golf Club, Cala di Volpe, tel. 0789958000); nella penisola del Sinis (Is
Arenas Golf, località Is Arenas, tel. 078352235).
Altre due attività sportive connesse alla natura della Sardegna so-
no il windsurf (praticato un po’ dappertutto lungo le coste, con
preferenza per i riparati, ma insieme ventilati, golfi della costa set-
tentrionale) e l’equitazione in tutte le sue forme (maneggi esi-
stono presso molti degli alberghi della costa, mentre l’interno of-
fre straordinarie manifestazioni dell’antica pratica equestre dei
sardi), con particolare riguardo per il trekking a cavallo (in Sar-
degna esiste un rinomato Istituto per l’Incremento Ippico della
Sardegna, ‘genitore’ del cavallo anglo-arabo-sardo: Ozieri, piaz-
za Borgia 4, tel. 079787852).
La frequenza di scogliere a picco sul mare (soprattutto sulla costa
orientale) ha imprevedibilmente sviluppato anche attività di free-
climbing di grande attrattiva per gli amanti di questa difficile arte.
Allo stesso modo, la frequenza di grotte marine e terrestri, soprattut-
to nella massa calcarea che corre dal Nuorese verso l’Iglesiente,
ha dato vita a numerosi club speleologici (tra i più attivi quelli che
hanno recapito a Cagliari e a Nùoro).

L’artigianato
Anche in Sardegna l’artigianato è nato dal breve circuito della vita rurale: dalle materie
offerte dal mondo (vegetale e animale) che circonda il villaggio, con le quali pastori e
contadini – ma soprattutto le loro donne – inventavano gli oggetti essenziali della vita
quotidiana, abbellendoli sulla base di un gusto quasi istintivo.
Le materie prime sono il legno, le piante (l’asfodelo, il giunco, la palma, il grano, il lino),
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Sardegna: come visitarla

La musica tradizionale l’osso, il cuoio, l’argilla, la lana. Le erbe for-


niscono i coloranti. La lavorazione del fer-
La forma più antica della musica sarda è ro, ma anche dei metalli preziosi, e la pesca
quella delle launeddas (nella foto, un ar- locale del corallo aggiungono altri settori
tigiano intento alla costruzione di un ‘merceologici’ alla inesauribile vena delle
esemplare), lo strumento a tre canne tessitrici, le filatrici, le cestinaie che lavo-
che gli esecutori riescono a suonare in rano accanto ai vasai, i conciatori, i cuoiai,
continuazione, usando le gote come i falegnami, i fabbri, i gioiellieri della fili-
“sacca di compensazione” del respiro. grana d’oro e d’argento, i coltellinai.
Vengono impiegate per accompagnare le L’inventario degli oggetti prodotti un tem-
cerimonie religio- po per le necessità quotidiane è
se e soprattutto entrato oggi nei cataloghi dell’Iso-
per dare il tempo la (Istituto Sardo per l’Organizza-
al “ballo tondo” e zione del Lavoro Artigiano), creato
alle altre forme del dalla Regione sarda (via Bacaredda
ballo locale, ese- 184, 09127 Cagliari, tel. 070400707,
guito da uomini e isola@tiscali.it; negozi a Cagliari,
donne che indos- Sassari, Nùoro, Oristano e, stagio-
sano i variopinti nale, a Porto Cervo nella Costa
costumi della fe- Smeralda). Sassari ospita, nel Pa-
sta. Il ballo veniva diglione dell’Artigianato, aperto
e viene guidato an- tutti i giorni feriali, una grande ras-
che con il canto segna biennale (tel. 079230101).
del “coro a teno- Nel corso della visita è bene sape-
re”, la cui origine re quali sono i principali centri di
risale ugualmente ai primordi della ci- produzione, in modo da poter vedere gli ar-
viltà sarda: è costituito da quattro voci tigiani all’opera ed eventualmente acqui-
maschili che eseguono – nel caso del stare i prodotti direttamente da loro.
ballo – brevi testi poetici di natura amo- In un ideale viaggio a volo d’uccello da
rosa e spesso erotica, ma anche altri di nord verso sud (durante il quale bisognerà
vari argomenti. Nel corso di alcune feste vincere a più riprese l’imbarazzo della
religiose si tramanda la consuetudine scelta) si segnala in primo luogo Castel-
dei gosos, lodi dei santi di lontana origi- sardo, per l’intreccio e la produzione dei
ne iberica. cestini, documentati anche in un museo
A queste, che sono le forme-base della ospitato nel castello; sulla costa occiden-
musica sarda, altre se ne sono venute tale Alghero e Bosa propongono i monili ot-
aggiungendo nel tempo: il ballo, ad tenuti dal corallo; all’interno della provin-
esempio, viene condotto dal suono del- cia sassarese Pattada vanta l’antica tradi-
l’organetto diatonico, che ha nell’isola zione dei coltelli a serramanico (sa patta-
degli ottimi esecutori; e alcuni “cori a te- desa: “la pattadese”), cui si sono aggiunti
nore”, come a Bitti, hanno sperimenta- di recente apprezzati violini e altri stru-
to la collaborazione con esecutori di menti a corda. A poca distanza Nule, cele-
musica moderna, rock in particolare. bre per i tappeti dai vistosi disegni “a fiam-
ma”. Per i tappeti e gli arazzi si distinguo-
no ancora Sarule, non lontano da Nùoro, e
in provincia di Oristano, Samughèo e soprattutto Mògoro, che, come Aritzo (Nùoro), van-
ta anche l’intaglio del legno. I coltelli a serramanico si lavorano anche a Santu Lussur-
giu (Oristano; insieme ai finimenti in ferro e pelle per cavalli) e ad Àrbus (Cagliari), do-
ve un produttore ha aperto, adiacente alla sua officina, un piccolo interessante museo.
In provincia di Nùoro si distingue Dorgali, dove si lavorano la pelle, l’argento e l’oro e
si perpetua una scuola della ceramica. Ancora più a sud abbiamo una rinomata scuola
di ceramica ad Assèmini; la lavorazione di cestini con vivaci inserti di stoffa a Sìnnai; una
scuola di argentieri a Iglesias.

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Itinerari di visita

Le descrizioni dettagliate
dei luoghi di interesse turistico

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1 Cagliari e il suo territorio

Profilo della città


Un panorama di pietra e di mare, di stagni e di sole. Questa
è Cagliari* (m 6, ab. 167 490): con le sue case a picco sui pre-
cipizi, i bastioni inondati di luce dorata, lo specchio lucido
delle saline appena dietro la spiaggia. Un gioiello d’ambra, che
fiorisce improvviso nell’insenatura della costa, come la vide
lo scrittore inglese David Herbert Lawrence negli anni venti, o la città sbocciata da un
paesaggio lunare descritta da Guido Piovene in una delle sue pagine di viaggio. Raccolta
tra le rocce di calcare bianco e l’azzurro del mare, Cagliari tiene unite le molte anime che
la compongono: l’antico approdo dei navigatori fenici è rimasto in parte arroccato e dif-
fidente, come all’epoca di Pisa, ma ha saputo votarsi ai traffici e ai commerci, seguen-
do la vocazione già coltivata dai mercanti di Roma. Chiese e palazzi rievocano i sovra-
ni di Spagna, ma è del governo sabaudo l’impronta di moderna città italiana.
La storia della capitale sarda è dunque la chiave per entrare nelle sue vie e nei suoi quar-
tieri. Una storia che è già tutta contenuta nel nome: pietraia nuda e solitaria nel signi-
ficato dell’antico toponimo Càralis (o Kàralis), trasformato poi nella forma plurale Ca-
rales, a indicare probabil-
mente un abitato che si
estendeva e suddivideva
in rioni autonomi. Nel me-
dioevo fu Calaris e Calares,
ma con i pisani divenne
Callari, nome che i succes-
sivi dominatori spagnoli
pronunciavano col suono
attuale. Riassunta in questi
battesimi ripetuti, la lunga
vicenda di Cagliari parte
da lontano. I primi insedia-
menti risalgono a epoche
preistoriche, come atte-
stano i ritrovamenti, riferi-
bili al Neolitico, di Borgo
S. Elia e S. Bartolomeo,
Monte Urpinu e Monte Cla-
ro. Attratti dalla posizione
costiera, i fenici fondano i
loro empori (circa sec. VIII a.C.) nel promontorio di S. Elia e nella laguna di S. Gilla. I car-
taginesi realizzano poi la prima forma di tessuto urbano, con strutture commerciali e luo-
ghi di culto (necropoli di Tuvixeddu, tophet di S. Paolo, ai margini di S. Gilla, dove so-
no comparsi numerosi reperti votivi, i templi di via Malta e delle colline di Bonaria e di
S. Elia). Il dominio romano (dal 238 a.C.) porta significativi cambiamenti nell’assetto ur-
bano. Cagliari viene dotata di vie e piazze, case di prestigio, magazzini, nuove necropoli.
Nel 46 a.C. Cesare la dichiara municipium. Il declino arriva con la decadenza dell’impero
romano. Nel 455 la conquistano i vandali, a cui succedono nel 534 i bizantini. Agli inizi
dell’XI secolo le ripetute scorrerie arabe provocano l’intiepidimento dell’interesse bi-
zantino alle sorti dell’isola. Le istituzioni passano ai ‘giudici’ locali, giuridicamente e for-
malmente autonomi. La decadenza del centro urbano si aggrava quando il giudicato di
Cagliari, per ragioni di sicurezza, sceglie come sede di governo la periferica S. Igia, nel-
la laguna di S. Gilla. Nel 1258 Pisa vittoriosa nella lunga guerra con Genova per il pre-
dominio sulla città, le dà una nuova legislazione amministrativa e giudiziaria: il colle di
Castello diventa la rocca fortificata sede degli uffici pubblici, si incrementano le attività
mercantili. Nel 1323 gli aragonesi sbarcano nell’isola, assumendo negli anni successivi
la guida della città e del suo giudicato. Gradualmente viene introdotto un ordinamen-
to che esclude i sardi dalla vita pubblica e li fa oggetto di pesanti prevaricazioni da par-
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Profilo della città
te dei nuovi dominatori. È uno dei periodi più oscuri per Cagliari e la Sardegna che si pro-
lunga, sotto la Spagna, sino al 1720 (con un breve intervallo austriaco, 1708-17). Il trat-
tato di Londra (1718) consegna però la Sardegna a Vittorio Amedeo II di Savoia. Con l’ar-
rivo dei piemontesi Cagliari si avvia verso una lenta ma sostanziale trasformazione. La
Cittadella, sulla punta nord di Castello, è l’ultima importante opera militare in una città
che si sviluppa in altre direzioni. Progressivamente l’assetto feudale perde definizione
ed emerge, seppure a fatica, la classe borghese. Avvenimenti di grande rilievo politico
agitano la società sarda sul finire del Settecento. È del 1793 il bombardamento della città
da parte di una flotta francese. L’anno successivo una sollevazione antisabauda culmina
nella temporanea cacciata dei piemontesi. Dopo la restaurazione, il governo torinese pun-
ta alla trasformazione urbana: illuminazione pubblica, collegamento stradale con Sas-
sari, servizio postale, edifici civili e chiese. Nel 1847 la “fusione perfetta” con gli stati di
terraferma segna la fine del regime doganale separato, l’estensione alla Sardegna dei co-
dici civili e penali del Piemonte, la soppressione della carica di viceré. Con l’attuazio-
ne del piano regolatore di Gaetano Cima comincia il lento abbattimento delle mura (in
Castello, dove la configurazione del quartiere le lascia sostanzialmente intatte, perdo-
no il carattere difensivo). Con l’Unità, Cagliari rafforza la sua posizione di preminenza
nell’economia isolana, anche per merito di una classe politica matura. Nel periodo fa-
scista, evita almeno le devastazioni del ‘piccone risanatore’.
Il dopoguerra – medicate le tremende ferite dei bombardamenti del febbraio e maggio
1943 – è stato per Cagliari una corsa verso le campagne del Campidano, gli stagni, il ma-
re; con l’abitato che si è velocemente esteso sino a sfiorare i comuni più vicini.

1.1 Cagliari: Castello


Itinerario pedonale nel centro antico (pianta alle pagg.40-41)

Il colle di Castello, con la cinta bastiona- Il percorso a piedi, effettuabile in un paio


ta e le torri come sentinelle, sembra qua- d’ore (escluso il tempo occorrente per le vi-
si una corona assisa sulla sommità della site ai musei), si svolge nella fitta rete di
città alta e ripida. strade di segno spagnolo, aperte a im-
È la rocca antica e panoramica, meta pri- provvise vedute sulla città, con i prospet-
vilegiata della visita a Cagliari. Proprio ti dei palazzi nobiliari affiancati da umili abi-
qui, in “su Casteddu”, i sardi identificano tazioni, le tante botteghe artigiane e anti-
l’intera città. La sua storia inizia ufficial- quarie impegnate nella rivitalizzazione di
mente nel 1217, quando la giudicessa di Castello. Diverse le vie d’accesso; prefe-
Cagliari, Benedetta, cedette ai pisani il rendo l’ingresso dalla centrale piazza Mar-
Kastrum Kàralis. I toscani innalzarono
mura difensive e torri, rafforzarono la
cinta bastionata gli spagnoli prima e poi
i piemontesi, che vi costruirono anche
l’arsenale e i terrapieni. La struttura del
quartiere, bloccata sin dalle origini dalla
forma del colle, allungata e in forte pen-
denza, è rimasta pressoché immutata an-
che dopo l’abbattimento ottocentesco di
parte delle mura. I bastioni meridionali fu-
rono trasformati in belvedere dal gover-
no piemontese, che si preoccupò anche di
abbellire le porte, attenuando così la
chiusura nei confronti dei sottostanti rio-
ni di Marina, Villanova e Stampace. Con il
progressivo spostamento della sede del
potere politico, Castello fu fatalmente av-
viato al degrado, abbandonato anche dai
suoi abitanti tradizionali, i nobili e i fun-
zionari pubblici. I bombardamenti del
1943 hanno danneggiato ulteriormente
le abitazioni, che in gran parte attendono
ancora convenienti restauri.
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1 Cagliari e il suo territorio
tiri si potrà salire dal bastione di Saint si, è stata recentemente restaurata per farne una
Remy per via Fossario, in direzione della sede di eventi ed esposizioni.
Cattedrale, oppure entrare da porta del
Leone dopo aver percorso via Mazzini. In Le torri di S. Pancrazio e dell’Elefante.
questo secondo caso il cammino che por- Presenze caratteristiche nella scenografia
ta al Duomo sarà più lungo e tortuoso, ma cagliaritana, le due torri gemelle in conci
permetterà di conoscere chiese e palazzi. di calcare furono costruite rispettivamente
Alla rocca si sale anche, più velocemente, nel 1305 e nel 1307 su progetto dell’archi-
per mezzo di due ascensori, collocati l’u- tetto sardo Giovanni Capula. La torre di S.
no a lato del bastione di Saint-Remy, l’altro Pancrazio (B3), posta sul lato settentrio-
a metà del viale Regina Elena. nale di Castello, nel punto più alto della
rocca, permetteva il controllo di tutto il
Bastione di Saint Remy (D3). Fu edificato territorio intorno alla città: dal ’600 fino al-
fra il 1899 e il 1902 sistemando gli antichi la fine dell’800 fu adibita a carcere. La tor-
bastioni spagnoli dello Sperone e della re dell’Elefante (C3), che segnava l’in-
Zecca, nell’estremità meridionale del quar- gresso alla parte più bassa del quartiere,
tiere. Lo compongono due terrazze: quel- è contraddistinta da un elefantino scolpi-
la più grande, intitolata a Umberto I, e l’al- to nella pietra, eletto a simbolo della città.
tra, più piccola e sovrastante, dedicata a
S. Caterina. Elemento di raccordo fra Ca- Cattedrale di S. Maria* (C3). Di impianto
stello e Villanova, il bastione nacque come pisano, domina piazza Carlo Alberto, l’an-
passeggiata e belvedere panoramico, fun- tica plazuela degli spagnoli, che si trova a
zione rimarcata dallo scenografico pro- un livello sottostante rispetto al piano
spetto neoclassico in granito e calcare, stradale di piazza Palazzo. Dell’edificio
con arco trionfale e lunga gradinata in di- originario la chiesa conserva all’esterno
rezione di piazza Costituzione. la torre campanaria quadrata (tranne il pa-
Dal lato destro della scalinata parte la ramento, la cuspide e le monofore), l’ar-
Passeggiata coperta. Gravemente dan- chitrave del portone centrale, i portali
neggiato dai bombardamenti, il bastione è del transetto, frammenti di tarsìe e scul-
stato fedelmente ricostruito. Oggi, in di- ture. Il primitivo prospetto medievale fu ri-
suso come luogo di passeggio, è sede di un disegnato nel 1702 in forme barocche da
mercatino domenicale dell’usato. Pietro Fossati e rifatto in ‘stile’ romanico-
pisano-lucchese nel 1933. Anche l’in-
In via Università, a sinistra l’ex Se- terno, a tre navate con presbi-
minario tridentino e l’Università terio sopraelevato e tran-
(C3), costruiti nel ’700 sul setto, ha subìto ampi ri-
bastione del Balice da Sa- maneggiamenti seicen-
verio Belgrano di Famo-
teschi nel corpo lon-
lasco; a destra, accanto
ai ruderi del Teatro ci- gitudinale. Addossa-
vico impiantato anco- to alla controfaccia-
ra da Belgrano e ri- ta è il pulpito*, rea-
strutturato nel secolo lizzato da Gugliel-
successivo dal caglia- mo da Pisa tra il
ritano Gaetano Cima, 1159 e il 1162 per il
l’ottocentesco palazzo Duomo della sua città
Boyl in via Mario De Can- e donato a Cagliari dal
dia. Superata la torre del-
l’Elefante (v. sotto) si trovano
comune toscano nel
le chiese di S. Giuseppe (1641), 1312; nel 1670 fu smem-
di S. Croce (1661, di brato in due parti e i quattro
fronte al panorami- leoni posti alla base
cissimo bastione del- delle colonne tra-
lo stesso nome) e di S. Maria del Sacro Monte di sferiti ai piedi del presbiterio.
Pietà, eretta nel 1591 secondo un impianto tar- Nelle navate laterali si aprono tre cappel-
doaragonese. Aggrappato sulle mura di cinta del le per parte: da notare (1a a destra.) Le noz-
bastione di S. Croce si trova un complesso di co- ze di Cecilia e Valeriano di Pietro Angeletti
struzioni indicate come Ghetto degli Ebrei. In
realtà il quartiere dove la comunità ebraica e una gotica Madonna nera in legno dora-
abitò sino al 1492, quando ne fu decretata la cac- to (sec. XIV; 2a). Il transetto, con la primitiva
ciata da tutti i territori, si estendeva nelle vici- struttura ad arconi, conserva nel braccio
nanze. La caserma militare S. Carlo, costruita nel destro una cappella in stile gotico catala-
1738 per disposizione delle autorità piemonte- no, a pianta poligonale e volta nervata: il
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1.1 Cagliari: Castello
Per via Martini, si arriva in piazza Indi-
pendenza (B3), delimitata dal conser-
vatorio delle Figlie della Provvidenza
(1740), dalla torre di S. Pancrazio
(v. pag. 42), dal palazzo delle
Seziate (così chiamato per le
‘sedute’ in cui il viceré ascol-
tava le richieste dei reclusi
nella vicina torre) e dalla se-
de del Museo archeologico
(v. sotto) progettata all’inizio
del xx secolo da Dionigi Sca-
no. Con una deviazione in
via La Marmora, prima di
superare il voltone che im-
mette in piazza Arsenale e
porta alla Cittadella dei Mu-
sei, si raggiunge la chiesa del-
la Purissima.

La Purissima (B-C3). Costrui-


ta nel 1554 per volontà della
nobildonna cagliaritana Gerola-
ma Rams, insieme a un convento
chiuso nell’800, la chiesa reca sul
portale d’ingresso lo stemma dei
Brondo, che vi esercitavano il pa-
tronato. L’interno è a una navata, cappel-
trittico di Clemente VII, di attribuzione in- le laterali e presbiterio rialzato. Tra i pre-
certa (Gerard David o scuola di Rogier ziosi arredi si segnalano un trittico di An-
van der Weyden), occupa la parete sopra tioco Casula del 1593 (1a cappella destra),
l’altare. Dal transetto destro si raggiun- un’ancona lignea settecentesca all’altare
gono la sagrestia dei Beneficiati, l’aula ca- maggiore e un S. Girolamo di Lorenzo Cà-
pitolare e il santuario scavato nella roccia varo (1a cappella sinistra).
e diviso in tre cappelle. Ritornati nell’aula
centrale, una scala conduce al presbite- Cittadella dei Musei* (B3). Vi trovano
rio, cinto da una balaustra in marmo di sti- posto: la Pinacoteca nazionale, il Museo
le barocco; vi sono sistemati manufatti in siamese Cardu, la Mostra di cere anato-
argento e in ferro della produzione arti- miche di Clemente Susini e il Museo ar-
giana sarda e iberica del ’600. Nel transetto cheologico qui trasferito da piazza Indi-
sinistro si apre una piccola cappella pisa- pendenza nel 1993. La Cittadella occupa
na con bifora. Nella cappella centrale del- l’area sin dal 1825 destinata all’Arsenale
la navata sinistra è di rilievo un Martirio di militare; i resti delle fortificazioni pisane,
S. Barbara di pittore napoletano del sec. aragonesi, spagnole e sabaude sono ora in-
XVIII. Le volte sono state affrescate dal sar- globati nel recente e panoramico com-
do Filippo Figari tra gli anni trenta e ses- plesso progettato da Pietro Gazzola e Li-
santa del Novecento. Locali annessi ospi- bero Cecchini. Accanto agli ambienti mu-
tano il Museo capitolare, che custodisce il seali trovano posto anche gli Istituti uni-
tesoro del duomo: manufatti (in parte di versitari di Studi sardi e Antichità, Ar-
produzione locale) tra i secoli XVI e XIX, e cheologia e Arte.
preziosi paramenti sacri.
Museo archeologico nazionale*. Mate-
Palazzo viceregio (C3). Attuale sede del- riali di altissima qualità testimoniano le
la Prefettura e aula di riunione del Consi- culture antiche e tardoantiche che si sono
glio provinciale, fu dimora dei viceré spa- succedute nell’isola, dal Neolitico (6000
gnoli e sabaudi. È di impianto catalano, rin- a.C.) sino all’età altomedievale (sec. VII-VIII
novato dai piemontesi. La sala di rappre- d.C.). Provenienti dalle stazioni neoliti-
sentanza fu affrescata tra il 1894 e il 1895 che ed eneolitiche, dalle sepolture prei-
dal perugino Domenico Bruschi, che si storiche “domus de janas”, dai nuraghi e
ispirò alla storia sarda per sei grandi com- da tombe a pozzo, sono esposti: dell’era
posizioni siglate S.P.K. (Senatus Populu- prenuragica, vasellame ceramico decora-
sque Kalaritanus). to e statuine di dee-madri in pietra e osso;
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1 Cagliari e il suo territorio
dell’era nuragica, armi e lingotti di rame, centesca scuola di Stampace. Più modeste
forme di fusione per armi e strumenti da appaiono invece le opere dei secoli XVII e
lavoro, decine di bronzetti**, databili dal- XVIII. La sezione contemporanea è occupa-
l’età del Ferro (900-750 a.C.) sino al perio- ta dalla ritrattistica di Giovanni Marghi-
do fenicio, che raffigurano navicelle voti- notti e Giuseppe Sciuti, dai busti di An-
ve, guerrieri, lavoratori e drea Galassi, Vincenzo Vela, Giuseppe Sar-
sacerdoti ritratti in varie torio, Gavino Tilocca, insieme alle tele
pose; reperti fenici, punici di artisti sardi della metà del secolo XX
e romani, tra cui spiccano come Stanis Dessy, Cesare Cabras,
gli splendidi gioielli punici Pietro Antonio Manca, Mario Delita-
di Tharros*, paste vitree, la. Alla Pinacoteca è annessa anche
avori, manufatti in osso, una ricca e interessante collezione
statue, stele, cippi, monete, artigianale-etnografica.
vasi greci e romani; prezio-
si oggetti di oreficeria del- Museo siamese Cardu.
l’età tardomedievale. Di proprietà comuna-
le, comprende oltre
Pinacoteca nazionale*. 1300 pezzi: armi, va-
Comprende retabli, tele, sellame e oggetti
stemmi e arredi dal ’400 al provenienti da
’700, oltre a un’esigua colle- Siam, Laos, Celebes,
zione di pitture e sculture dei Giava, Malacca, Cina.
sec. XIX e XX. La parte più in-
teressante della raccolta è co- Mostra di cere anatomi-
stituita dai retabli quat- che di C. Susini. Racco-
trocenteschi provenien- glie modelli anatomici in
ti dalla distrutta chiesa di S. Francesco in cera colorata, minuziosi e perfetti. Furono
Stampace, tra cui il retablo della Porziun- creati dal celebre ceroplasta fiorentino
cola del Maestro di Castelsardo e quelli di Clemente Susini, tra il 1803 e il 1805, per l’a-
Pietro e Michele Càvaro e di Antioco Maì- natomista di Olzai Francesco Antonio Boi,
nas, i maggiori esponenti della cinque- su incarico del futuro sovrano Carlo Felice.

1.2 Cagliari: la città bassa


Itinerario solo in parte pedonale e suddiviso in più percorsi (pianta alle pagg. 40-41)

Il tragitto riguarda una porzione molto luoghi all’antico insediamento punico e ro-
ampia della città e tocca i quartieri stori- mano. Conclude l’itinerario, riportando
ci ai piedi di Castello: Stampace, Marina e nel cuore della città, la sosta in piazza
Villanova. È per questo consigliabile fra- Yenne e la discesa per largo Carlo Felice,
zionarlo in più visite distinte. Uscendo da alla cui estremità sorge, di fronte al porto,
Castello per porta Cristina, si entra in il Palazzo comunale. Il lato opposto del lar-
Stampace, che con Villanova costituiva go Carlo Felice delimita il rione Marina, un
l’area di espansione della città antica. Il definito quadrilatero che richiama la strut-
quartiere, ripartito idealmente da via Azu- tura del castrum romano: lo segnano, in
ni in Stampace alto e Stampace basso, basso, la palazzata ottocentesca di via
conserva ancora la struttura urbanistica Roma e il porto, in alto via Manno (l’anti-
medievale. Nell’uniformità delle abitazio- ca sa Costa, oggi fulcro commerciale del-
ni, in gran parte ancora abbandonate al de- la città) e a est viale Regina Margherita.
grado, spiccano le chiese di S. Michele e S. L’andamento delle strade, regolare nella
Anna. La visita a Stampace è però anche parte pianeggiante più vicina al mare, per-
conoscenza delle testimonianze delle ci- de linearità quando comincia a salire ver-
viltà che hanno attraversato la storia di Ca- so il colle, divenendo ripido sotto le forti-
gliari. L’anfiteatro romano e la villa di Ti- ficazioni di Castello. Il quartiere, antica-
gellio, nella parte interna del quartiere, e, mente chiamato Lapola, era cinto da mu-
già ai margini di S. Avendrace, la necropoli ra, demolite alla metà dell’Ottocento. L’ab-
di Tuvixeddu e la Grotta della vipera (rag- bondanza di edifici religiosi (in parte scom-
giungibili in auto o con le linee di bus 1 e parsi) suggerisce di privilegiare in una ra-
9), confermano l’appartenenza di questi pida visita almeno le chiese del Santo Se-
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1.2 Cagliari: la città bassa
polcro e di S. Eulalia e, restauri permet- S. Anna (C2). Costruita tra il 1785 e il 1817,
tendo, di S. Agostino in via Baylle. Viale Re- è in stile tardobarocco di ispirazione pie-
gina Margherita e, più in alto, il Terrapie- montese, con ampia scalinata d’accesso in
no indicano a occidente l’inizio di Villanova marmo bianco e due campanili (il secondo
(Città nuova), che fu il quartiere dell’e- innalzato negli anni trenta). L’interno, a uni-
spansione di Cagliari verso la campagna. ca navata con cappelle laterali e presbite-
Il confine orientale si è progressivamente rio, conserva tra gli arredi anche una sta-
spostato nell’ultimo secolo, dando origine tua del beato Amedeo di Savoia, opera del
soprattutto nel secondo dopoguerra a sassarese Andrea Galassi. L’edificio subì
nuovi grandi quartieri. Scomparse le mu- gravi danni nei bombardamenti del ’43,
ra che cingevano il nucleo storico, Villa- ma fu fedelmente ricostruito.
nova continua a mantenere nella parte
più antica la vocazione ‘rurale’ delle sue S. Efisio (C2). Sorge dietro la chiesa di S.
abitazioni. Tra case basse e uniformi, pri- Anna, ed è dedicata al martire cristiano na-
ve di architetture pubbliche o private di ri- tivo di Elia, in Asia Minore. Il racconto
lievo, si nascondono infatti molti orti e agiografico vuole che Efisio, inviato in Sar-
giardini. Dalla salita del Terrapieno si rag- degna da Diocleziano per combattere i
giungono i giardini pubblici e la Galleria co- barbaricini e gli iliensi, sia stato ucciso a
munale d’Arte moderna. Scendendo per i Nora nel 304 per non aver rinnegato la
vicoli ripidi e le scalette che tagliano tra- sua religione. Nacque così una devozione
sversalmente il quartiere, merita di esse- che si rafforzò dopo il 1652, quando nel-
re conosciuta la chiesa di S. Domenico. Si l’estremo tentativo di salvare la città da
torna quindi indietro in piazza S. Giacomo, una terribile pestilenza i consiglieri civici
dove sorgono la chiesa e l’oratorio del si rivolsero al santo, legando Cagliari al vo-
Crocifisso, punto di partenza delle pro- to perpetuo di un rito annuale di ringra-
cessioni che animano i riti della Settimana ziamento. Dalla chiesa settecentesca, edi-
Santa. Verso est, con un lungo percorso a ficata sul probabile carcere del soldato
piedi ben oltre Villanova, si arriva alla ba- romano, parte ogni 1° maggio una grande
silica paleocristiana di S. Saturno. A orien- sagra* che fonde religiosità e folclore.
te la basilica di Bonaria domina il colle di Centinaia di partecipanti in costume tra-
fronte al mare. Dalla direttrice di viale dizionale, convenuti da ogni parte dell’i-
Diaz, sottostante alla chiesa, si accede al sola, sfilano a piedi o su “traccas” (carri a
grande recinto della Fiera della Sardegna, buoi bardati a festa) secondo un preciso
aperta tra aprile e maggio con un’esposi- cerimoniale. Li accompagnano miliziani a
zione campionaria annuale. cavallo, suonatori di “launeddas” e i mem-
Ancora più avanti, deviando a destra pri- bri dell’arciconfraternita di S. Efisio. Pre-
ma di arrivare al Poetto, la grande spiaggia ceduta a cavallo dall’“Alternos”, rappre-
dei cagliaritani, merita una visita S. Elia, il sentante della municipalità, la processio-
borgo dei pescatori. ne è chiusa dal cocchio dorato con una sta-
tua lignea del ’600 di modesta fattura che
S. Michele (C2). Uno dei maggiori esempi ritrae il santo in fogge spagnolesche. Il
del barocco spagnolo nell’isola, fu co- corteo raggiunge la massima solennità in
struita dai Gesuiti nel XVII sec. insieme al- via Roma per sciogliersi in viale Pula, da
la contigua casa del Noviziato, ora sede del- dove il simulacro comincia il viaggio ver-
l’Ospedale militare. Un portico a tre arca- so Nora per ritornare a Cagliari, con pro-
te immette nell’atrio dove è collocato il pul- cessione ridotta, il 4 maggio.
pito di Carlo V, scolpito a bassorilievo.
Dal pergamo l’imperatore avrebbe assi- Anfiteatro romano e villa di Tigellio. A
stito alle cerimonie religiose indette nel poca distanza l’uno dall’altra (rispetti-
1535 in occasione della spedizione contro vamente in viale Fra’ Ignazio e in via Ti-
Tunisi partita dal porto di Cagliari. L’in- gellio), sono tra le maggiori testimonian-
terno della chiesa, a pianta ottagonale cu- ze del periodo romano. L’anfiteatro* (B2),
polata e cappelle radiali, riprende l’ab- del sec. II d.C., conserva gran parte delle
bondanza di ornamentazioni del prospet- gradinate ellittiche, la cavea, le recinzio-
to. La sagrestia, affrescata da Giacomo Al- ni e il podium da cui i maggiorenti assi-
tomonte, conserva tra i molti quadri La stevano ai giochi. La villa di Tigellio (C2)
strage degli innocenti, opera di grandi pro- prende il nome dal musico sardo amico di
porzioni dipinta nel primo Settecento dal- Cesare e Cleopatra, vissuto nel I sec.a.C.,
lo stesso Altomonte e dal napoletano Do- ma nessun elemento storico avvalora
menico Colombino. questa relazione. I ruderi del comples-
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1 Cagliari e il suo territorio
risistemata con nuova pa-
vimentazione, panchine,
vasconi decorativi e lam-
pioni. Una colonna in pie-
tra, datata 1822, indica l’i-
nizio della strada, voluta
da Carlo Felice, che con-
giunge il capoluogo sardo
a Sassari e a Porto Torres.
Un monumento al sovra-
no sabaudo si alza poco
più avanti, in cima al largo
omonimo. La statua, che
ritrae il re in foggia roma-
na, fu commissionata dagli
Stamenti sardi ad Andrea
so, da tempo recintati e osservabili a di- Galassi nel 1827, ma collocata sul basa-
stanza, mostrano un sistema di tre domus mento in granito (disegnato da Gaetano
ad atrio tetrastilo, impluvium e tablinum Cima) solo nel 1860. Singolare la posa
con vani laterali e altri ambienti nella assunta dalla figura in bronzo, che indica
parte retrostante. La casa del tablino di- una direzione opposta a quella della
pinto e la casa degli stucchi conservano i strada che intende celebrare.
resti di eleganti decorazioni.
A ridosso della scalinata di S. Antonio la chiesa
Necropoli di Tuvixeddu (A1, f. p.). Di ori- del Santo Sepolcro, ha la stessa intitolazione del-
gine fenicio-punica, fu utilizzata anche dai l’antica confraternita (detta anche dell’Orazio-
ne e Morte) che curava la sepoltura dei poveri
romani. Gli scavi, iniziati nel XIX secolo, nel piccolo cimitero oggi occupato dalla piazza.
hanno messo in luce centinaia di tombe Di impianto tardogotico, a navata unica, pre-
prevalentemente a pozzo verticale, a una sbiterio coperto da volta a crociera e cappelle
o due sepolture e ricche di corredi fune- laterali, conserva tracce evidenti di interventi
rari, databili tra il sec. VI a.C. e il I d.C. Di in epoca barocca: a questa fase è da ricondur-
particolare rilievo sono la tomba dell’Ureo, re la grande Cappella della Pietà, costruita nel
dalla figura alata ritratta nella fascia pa- 1686 dal viceré Lopez de Ayala; un bel retablo
rietale interna, e quella del combattente, in ligneo reca l’effigie della Vergine della Pietà.
cui è dipinta la figura di un guerriero, for-
se il divino Sid liberatore da tutti i mali. At- S. Agostino (D2). La chiesa, progettata
tualmente la necropoli è visitabile solo da Giorgio Palearo (il Fratino) nel 1577, è
dietro appuntamento con la Soprinten- una delle poche architetture rinascimen-
denza. Attende attuazione un progetto di tali in Sardegna. Vi era annesso il conven-
parco archeologico e museo. to degli Agostiniani, smantellato nella se-
conda metà dell’800. Gli scavi hanno ri-
Grotta della vipera* (A1, f. p.). All’inizio portato in luce reperti romani e tardoan-
di viale S. Avendrace, prosecuzione di via- tichi, che sembrano ricollegare tutta l’area
le Trento (B1), protetta da una cancellata, a una complessa struttura termale. L’edi-
la grotta scavata nella roccia è contrasse- ficio ha prospetto sobrio e lineare, appe-
gnata dall’emblema di due serpenti scol- na arricchito dai motivi floreali della cor-
piti nel frontone. Risale al sec. I d.C. e ori- nice dell’architrave. Nell’interno con pian-
ginariamente aveva la forma di un colom- ta a croce greca, con bracci voltati a bot-
baio, con atrio e colonne ora scomparsi. te e sormontati da una cupola emisferica,
Deve la sua notorietà alle iscrizioni in gre- preziosi arredi e altari in legno dorato.
co e latino che raccontano la storia di Ati-
lia Pomptilla, devota moglie di Cassio Fi- Risale al sec. XV, ed è parrocchiale del quar-
lippo, che si offerse agli dei per liberare il tiere Marina, la vicina chiesa di S. Eulalia. Co-
marito dal pericolo di morte. struita in stile gotico catalano, a navata unica
e cappelle laterali, occupa un’area antichis-
sima, messa in luce da scavi recenti, dove so-
Piazza Yenne (C2-3). Cuore di Stampace, no affiorati resti di una via lastricata e di edi-
la sovrasta il bastione di S. Croce, che ne fici romani. Sul retro della chiesa è il museo
costituisce uno scenografico sfondo. In- che raccoglie il tesoro di S. Eulalia: argenti,
titolata al viceré sabaudo Yenne e cinta in preziosi paramenti sacri, crocifissi e statue li-
parte da palazzotti ottocenteschi, è stata gnee, con alcuni pezzi pregiati provenienti

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1.2 Cagliari: la città bassa
dalla bottega dello scultore settecentesco conserva ancora lo schema catalano a na-
Giuseppe Antonio Lonis. vata unica con ‘capilla mayor’ rialzata e
cappelle laterali. Ampliata e dotata di cam-
Galleria comunale d’Arte moderna* panile tra 1438 e 1442, subì nel ’700 l’oc-
(A3). Da piazza Marghinotti la lunga e pa- cultamento delle strutture tardogotiche.
noramica salita del Terrapieno conduce ai L’attuale prospetto neoclassico fu dise-
giardini pubblici. In fondo all’area verde gnato da Gaetano Cima nel 1838. Dopo i
sorge una palazzina in stile neoclassico, bombardamenti è stata riparata con suc-
che in origine svolgeva funzioni di polve- cessivi interventi che hanno riportato in
riera. Riattata alla fine degli anni venti, luce gli elementi gotici di alcune cappelle.
ospita la Galleria d’Arte moderna e, in lo- Tra gli arredi è degno di nota (1a cappella
cali collegati, la Biblioteca e l’Archivio sinistra) il gruppo del Sepolcro in terra-
storico comunali. La Galleria conserva cotta policroma (sec. XV-XVI).
una collezione di sculture e pitture delle L’oratorio del Crocifisso (o del Santo Cri-
neoavanguardie italiane degli anni ’60 e ’70, sto) fu edificato fra 1665 e 1667 su una pre-
affiancate a quelle degli artisti sardi che si cedente struttura. Nell’interno si custo-
sono ricollegati alle ricerche internazionali discono le statue lignee dei sette Misteri di
contemporanee. Trovano posto anche le Cristo, scolpite da Giuseppe Antonio Lonis
opere degli artisti isolani del Novecento, a metà del sec. XVIII e tuttora portate in pro-
cui sono dedicate in prevalenza le mostre cessione durante la Settimana Santa. I ri-
temporanee. Dal gennaio 2001 la Galleria ti, seguiti con commossa partecipazione
si è arricchita di una eccezionale colle- popolare, sono di ascendenza spagnola e
zione di oltre 700 opere dei maggiori arti- obbediscono a un complesso cerimoniale.
sti del Novecento, appartenuta all’avvo-
cato romano Francesco Paolo Ingrao e La processione dei Misteri è organizzata dal-
donata dalla signora Elisa Mulas. l’arciconfraternita del Crocifisso (operante dal
1616): il venerdì precedente la Domenica delle
S. Domenico* (C4). Il primo impianto ri- Palme i confratelli accompagnano le statue del
Lonis in sette chiese del centro storico, la-
salirebbe, secondo la tradizione, al 1254,
sciando in ognuna un simulacro. All’arcicon-
ma la chiesa tardogotica, ora quasi inte- fraternita della Solitudine (1608) è affidata la
ramente distrutta, fu iniziata ai primi del processione del Cristo morto che il Venerdì
’400. I danni della seconda guerra mon- Santo porta i simulacri del Cristo e dell’Addo-
diale imposero la riedificazione del com- lorata da piazza S. Giacomo al Duomo, attra-
plesso. L’architetto Raffaello Fagnoni ela- verso viale Regina Elena e le vie Mazzini, De Can-
borò il progetto di recupero delle parti dia e Canelles. Un analogo corteo parte dall’o-
antiche sopravvissute, da inglobare nel ratorio del Crocifisso alle 15 e percorre le vie Su-
nuovo edificio inaugurato nel 1954. Ne è ri- lis, Garibaldi e Sonnino alla volta della chiesa di
S. Lucifero in piazza Ss. Cosma e Damiano. La
sultata una costruzione dal prospetto in mattina di Pasqua avviene “s’incontru” tra la
calcare, con ampia gradinata e campanile statua del Cristo risorto e quella della Madon-
a canna quadrata, interno a navata unica na. Il rito parte ancora da piazza S. Giacomo e
con due altari laterali, presbiterio so- si conclude in via Garibaldi.
praelevato, sovrastato da cupola ogivale.
L’antica chiesa gotica funge da cripta: nel- S. Saturno* (D4). Sorge nella piazza inti-
la grande cappella del Rosario (1580; 5a da tolata a Cosma e Damiano, i santi protet-
sinistra) si conserva uno stendardo che gli tori della corporazione dei medici e degli
archibugieri sardi avrebbero innalzato speziali, ed è una delle più antiche chiese
nella battaglia di Lepanto del 1571. L’in- di tutta l’isola: l’area che la circonda è
gresso al convento si apre su via XXIV connessa alla necropoli romana orientale
Maggio, da cui si accede al chiostro a pian- e paleocristiana. Il primo impianto risale
ta quadrata, risparmiato dalle bombe. I di- al V-VI sec., sul martyrium del santo ca-
versi stili dei bracci ne rimandano la co- gliaritano Saturno: la struttura era a croce
struzione a tempi distinti: quelli a sud- greca sovrastata da una grande cupola
ovest, coperti da belle volte a crociera emisferica. Dai Vittorini di Marsiglia, cui fu
gemmate, appartengono alla fine del ’400, affidata nel 1089, fu trasformata in senso
gli altri due al XVI secolo. basilicale. Al gusto romanico-provenzale si
devono il completamento del braccio
Piazza S. Giacomo (C3). Nella piazza si orientale, diviso in tre navate, e il corpo an-
raccolgono la chiesa di S. Giacomo e, a fian- teriore, che con il crollo della volta as-
co, l’oratorio del Crocifisso*. La chiesa, la sunse la funzione di atrio. La distruzione
cui esistenza è già documentata nel 1346, dei bracci a nord e a sud coincise con
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1 Cagliari e il suo territorio

l’abbandono dei monaci, che determinò la portale gotico proviene invece dalla chie-
decadenza dell’edificio di culto. Colpita dai sa di S. Francesco in Stampace, distrutta
bombardamenti del 1943, la basilica fu ri- nel 1875. Sull’altare maggiore è collocata
pristinata nel dopoguerra. la statua lignea della Madonna, che se-
condo una leggenda sarebbe qui appro-
Nella vicina via S. Lucifero (D4) si trova data nel 1370. Nella scalinata che scende
l’Exmà, il mattatoio cagliaritano; costruito verso il mare, una colonnina segna il pun-
nel 1845 su progetto di Carlo Barabino e rin- to in cui sarebbe stato ritrovato il simula-
novato nel 1892, è stato restaurato e adibito a cro della Vergine, ora protettrice dei na-
centro culturale. La struttura, che ha recupe- viganti. Più fondatamente però la statua ri-
rato in gran parte l’edificio originario, è arti- sale alla seconda metà del ’400. Nella sa-
colata in locali affacciati su un grande spazio
grestia del santuario si può visitare una
aperto. Accoglie mostre temporanee, confe-
renze, spettacoli. singolare collezione di imbarcazioni d’e-
poca in miniatura e altri ex voto dei sec.
XVII-XVIII, offerti da pescatori e marinai. La
Nostra Signora di Bonaria* (E-F5). La col-
basilica fu edificata nel 1704 su progetto di
lina da cui prende il nome (Buon’aria, per-
Felice De Vincenti, poi rimaneggiato da
ché distante dai miasmi pestilenziali che
Giuseppe Viana. La monumentale costru-
avvolgevano le sottostanti spiagge di su zione, con prospetto in calcare e lunga
Siccu) è un luogo storico: ospitò infatti l’in- scalinata d’accesso, interno a croce latina
sediamento delle truppe aragonesi prima divisa in tre navate e cupola ottagonale al-
che conquistassero il Castello nel 1326. Al- l’incrocio dei bracci, è uno degli elementi
la dominazione catalano-aragonese si rial- caratterizzanti del paesaggio cittadino.
laccia il santuario, la parte più antica del-
l’intero complesso che comprende anche A sud-est, oltre lo stadio calcistico, è il vecchio
la basilica e il convento dei Mercedari. Borgo S. Elia, già di pescatori e sorta di ap-
Nonostante i rimaneggiamenti ottocente- pendice della città. Il quartiere di piccole abi-
schi che ne hanno allungato il corpo cen- tazioni in parte risanate e di caseggiati co-
trale, la basilica conserva lo schema ori- struiti negli anni settanta, ospita un caratteri-
stico mercato domenicale del pesce. Il Lazza-
ginario a navata unica con presbiterio a ba- retto, antico ricovero per gli equipaggi delle na-
se poligonale e cappelle laterali. Pure ara- vi ritenute infette, è stato restaurato e aperto
gonese è la torre campanaria, i cui ruderi alla visita: è sede di un museo del fumetto sar-
si vedono sul retro della costruzione. Il bel do e di mostre temporanee.

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1.3 Il territorio di Cagliari
Itinerario automobilistico attorno al capoluogo con arrivo a Gùtturu Mannu, km 67 escluse le
deviazioni (carta qui sotto)

Se i guasti nel territorio che cinge Caglia- lentàrgius, gli abitati che assediano gli
ri sono molti, non sono meno numerosi, specchi d’acqua, le montagne che chiu-
tuttavia, i frammenti di natura, di storia, di dono l’orizzonte. La zona umida è un’oasi
arte, di folclore che meritano di essere di eccezionale importanza per la varietà e
conosciuti. Per una veduta d’assieme dei il numero di uccelli che vi trovano rifugio,
paesaggi dell’hinterland e del Campida- come si vede quando si percorre l’asse
no meridionale si consiglia di salire sul viario di scorrimento veloce che aggira la
colle di S. Michele*, nella periferia nord- città costeggiando lo stagno tanto da vi-
ovest: con un percorso che si snoda entro cino che è possibile scorgere fenicotteri, ai-
un parco, fra vegetazione spontanea e pra- roni o garzette a pochi metri dalla strada,
ti verdi, si raggiunge sulla cima l’omonimo oppure il lungomare che divide le acque
Castello di epoca pisana, recentemente stagnanti dalla sabbia di una delle spiagge
restaurato ma non ancora aperto al pub- più vaste d’Italia, quella del Poetto, o quan-
blico; da questo punto panoramico, il più do si viaggia lungo viale Marconi, lam-
alto della città con i suoi 120 m, si può os- bendo i canneti del Bellarosa Minore. L’a-
servare Cagliari circondata dal mare, dagli sfalto di entrambi i percorsi porta nel ter-
stagni e dalle montagne del Sulcis a ovest ritorio di Quartu Sant’Elena, la terza città
e da quelle del Sàrrabus a est. Dall’altra della Sardegna per numero di abitanti. A
parte della città si può seguire l’asfalto di essa si salda ormai, senza interruzione,
viale Europa (D-E6) e raggiungere il colle di l’abitato di Quartucciu, che a sua volta si
Monte Urpinu. Ammantato di pini e im- congiunge con Selàrgius, così come que-
preziosito da laghetti artificiali, popolati di st’ultimo si unisce a Monserrato, che s’in-
oche e anatre, il colle, nella parte più ele- contra con Pirri.
vata, offre un panorama suggestivo con gli Ciascuno di questi centri ha radici nel vec-
stagni e le saline del compendio del Mo- chio mondo rurale e ne conserva il ricor-

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1 Cagliari e il suo territorio

Sa genti arrubia e romani, chiese bizantine. Alcune di que-


ste tessere, come la tomba di giganti di Is
Concas, lungo le pendici del Sette Fratel-
Per i milioni di uccelli che, di stagione in li, e il villaggio nuragico di Fanèbas, nel
stagione, migrano dalle zone fredde alle complesso montano di Gùtturu Mannu,
regioni più calde, attraversando da nord sono inserite in suggestive oasi naturali. In
a sud il Mediter- una di esse, a Gùtturu
raneo, la Sarde- Mannu, riecheggiano,
gna è la sede a fine estate, i bramiti
ideale per ripo- dei cervi in amore.
sarsi prima di ri-
prendere il vo-
lo. Sono soprat- Molentàrgius*
tutto gli stagni, e Si percorre viale Mar-
in particolare coni, da Cagliari ver-
quelli della par- so Quartu. All’ingresso
te meridionale di Quartu si gira a de-
dell’isola (a cli- stra in via Turati e si
ma più temperato), ad attirare queste le- prosegue in via della
gioni di visitatori volanti. È stato calco- Musica, percorsa la quale si svolta, sempre
lato che nel solo stagno di Molentàr- a destra, per via Is Arenas, una strada
gius, ai bordi del grande lido cagliarita- sterrata che costeggia lo stagno di Mo-
no del Poetto, abitano 177 delle 330 spe- lentàrgius sino alla cosiddetta Città del
cie che compongono l’intera famiglia sale, le vecchie strutture dell’industria
degli uccelli sardi, più di un quarto del- delle saline, alla periferia di Cagliari verso
la più grande famiglia degli uccelli eu- capo Sant’Elia e il Poetto. Si possono esplo-
ropei. In certi periodi dell’anno arrivano rare così i segreti dello stagno e conosce-
a superare anche i 10 mila individui. re da vicino i suoi eccezionali abitatori: fe-
Di questi abitatori delle zone umide il nicotteri rosa dal collo sinuoso, falchi di
più amato è il fenicottero, che sverna in palude che solcano l’aria in cerca di prede,
Sardegna da ottobre a marzo-aprile. I garzette dalla livrea candida, avocette dal
suoi luoghi sardi di riferimento sono in lungo becco ricurvo, polli sultani che
particolare, oltre quello di Molentàr- scompaiono tra i canneti del Bellarosa
gius, gli stagni del Sinis, presso Orista- Minore. È un pianeta a sé, dove la vita
no, e di Sant’Antìoco. Una certa quantità scorre tra richiami nascosti, pigre nuota-
di esemplari si ferma anche negli stagni te, tuffi nell’acqua, voli improvvisi. Nei
settentrionali di Stintino e Alghero e in giorni degli arrivi autunnali, quando mi-
quelli meridionali di Muravera e Villa- gliaia di esemplari delle specie più diver-
simìus. «Se alcuni restano nell’isola an- se si ritrovano assieme, lo stagno diventa
che durante l’estate - scriveva qualche un vero spettacolo: sembra che vi si fe-
anno fa Attilio Mocci Demartis, emerito steggi, tra battiti d’ali e voli radenti, una
studioso dell’avifauna isolana - questi grande sagra dedicata al dio dei nomadi
sono per la maggior parte immaturi non dell’aria. Ma lo spettacolo più affascinan-
ancora pronti alla cova». Ma da qualche te Molentàrgius lo offre da qualche anno a
anno in qua i fenicotteri hanno ripreso questa parte in primavera quando i feni-
a nidificare a Molentàrgius. Nell’Orista- cotteri, creando una splendida macchia ro-
nese li chiamano sa genti arrubia, ‘il po- sa, si raggruppano a migliaia sugli argini
polo rosso’: basta vederli levarsi in vo- per nidificare (v. box qui accanto).
lo, con le fiammeggianti ali spiegate,
per capire il perché. Alcuni anni fa, quando l’inquinamento dello sta-
gno era ancora sotto controllo, il complesso
del Molentàrgius vedeva in attività anche l’antica
do nelle case dai grandi portali e dai mat- industria del sale (v. box a pag. 52), già cono-
toni di fango e paglia, nelle chiesette me- sciuta al tempo dei fenici. Poi i liquami hanno in-
dievali, nelle sagre, nei costumi, nei dolci vaso le vasche evaporanti delle saline e la pro-
d’una volta. Dove non ha imperversato il duzione si è spenta del tutto. L’auspicata isti-
tuzione del Parco di Molentargius dovrebbe
cemento affiorano ogni tanto, come tes- portare a un risanamento delle zone inquinate,
sere disperse di un antico mosaico, resti di al ripristino delle attività delle saline e a una mi-
villaggi neolitici, ceramiche del primo Cal- gliore fruizione da parte dei visitatori, anche con
colitico sardo, tombe monumentali e poz- la possibilità di percorrere in canoa i canali che
zi sacri d’età nuragica, insediamenti punici costeggiano lo stagno collegandolo al mare.

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1.3 Da Molentàrgius a Settimo San Pietro
Quartu Sant’Elena Qui, sulla sinistra della parrocchiale, è
Da via della Musica si raggiunge il centro di però un gioiello dell’arte romanica a ri-
Quartu Sant’Elena (m 6, ab. 68 384). In via chiamare l’attenzione: la piccola chiesa di
Eligio Porcu, al N. 271, una tipica casa cam- S. Giuliano*. Costruito con materiale di
pidanese ospita il Museo etnografico “Il ciclo spoglio d’età romana, come mostrano ete-
della vita”*: una raccolta di reperti risa- rogenei fusti di colonne e capitelli, il pic-
lenti a un periodo storico compreso tra il colo tempio, datato tra XII e XIII sec., è con-
XVIII e il XX secolo e provenienti da tutta la siderato, pur nelle sue minute dimensioni,
Sardegna permette di ripercorrere i mo- una “mirabile opera di architettura me-
menti significativi della vita, dalla nascita al- dievale”. In esso, da qualche tempo, si è in-
la morte, della società agro-pastorale sarda nestato un rito recente, quello della pro-
e dei rituali propiziatori ad essi legati. Den- messa ai figli futuri fatta ogni anno da una
tro la città raccontano il passato le chiesette giovane coppia di sposi che, in settembre,
medievali di S. Maria di Cepola e di S. Pietro si unisce in matrimonio nella chiesa del-
del Ponte; richiama lontani riti pagani il l’Assunta legandosi simbolicamente con
carro a buoi a forma di prua di nave che, una catena, così come vuole l’usanza di “sa
nella sagra di S. Giovanni, trasporta in pro- coia antiga”, lo sposalizio della tradizione.
cessione sino alla chiesa campestre di S. An-
drea, sette giovinette, “is traccheras”, ve- Settimo San Pietro
stite con i costumi della tradizione. All’uscita da Selàrgius si attraversa la sta-
tale 554 per Settimo San Pietro. Bastano po-
Da Quartu Sant’Elena, raggiungendo la
circonvallazione 554, si può imboc-
care la statale per Muravera, girare a
destra al bivio per Piscina Nuxedda e
proseguire sino a San Pietro Paradiso,
dove s’incontra, nella zona di Is Con-
cas, a destra della strada, una ‘tomba
di giganti’*, un monumentale sepolcro
nuragico con la grande esedra, le fos-
se sacrificali e il bètilo.

Selàrgius
Lungo la statale 554 la segnaletica
indica, dopo Quartucciu, l’acces-
so per Selàrgius (m 11, ab. 26 612).
Si è nella Kellarious bizantina e
giudicale, ma il paese affonda ra-
dici ben più antiche nell’area prei-
storica di Su Coddu, che ha resti-
tuito numerosi reperti del Neoli-
tico di S. Michele d’Ozieri e scorie
di fusione di rame e argento del
primo Calcolitico sardo. Purtrop-
po gran parte dell’area archeolo-
gica è ormai sepolta sotto il ce-
mento dell’hinterland: ne sanno qualcosa co più di 3 km per raggiungere il paese (m
le vecchie domus campidanesi, le case a 70, ab. 5829). Dopo le prime case si svolta
corte dai grandi portali archivoltati e dai a sinistra, in via Gramsci, e si va avanti si-
muri in “làdiri” (mattoni di fango e pa- no a incontrare, sempre a sinistra, la stra-
glia), sempre più sacrificate ai bisogni del- da che conduce alla collina di Cùccuru Nu-
la città che cresce. Di esse solo alcune re- raxi, che nel suo grembo accoglie un tem-
sistono tra la via Roma, dove s’incastona pio nuragico a pozzo. Il colle «divenne la se-
il carcere seicentesco dei marchesi di de di un singolare edificio religioso per il
Quirra, nella cui struttura è in allestimen- culto naturalistico delle acque – scrive
to un museo archeologico che raccoglie i l’archeologo Enrico Atzeni – di un santua-
reperti provenienti dai siti del territorio se- rio nell’inusitata proiezione in luogo alto e
largino, e la piazza Si’ e Boi, dove la cimi- isolato, visibile a grande distanza, e nell’i-
niera in mattoni rossi d’una ex distilleria di nedita articolazione con un nuraghe».
liquori sfida in altezza la cupola della par- Dalla strada per Cùccuru Nuraxi si rag-
rocchiale dell’Assunta. giunge anche il Golf Club Meirana, un cam-
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1 Cagliari e il suo territorio

Le saline di Molentàrgius

Tra Cagliari e Quartu, subito alle spalle del vasto litorale del Poetto, che è la gran-
de spiaggia dei cagliaritani, si stende per oltre 500 ettari lo stagno di Molentàrgius.
Il suo nome racconta la sua storia. Molenti, nella Sardegna meridionale, è il nome
dell’asinello che, nelle case contadine, girava sa mola, il piccolo mulino domesti-
co. E molentargiu è l’uomo che guida l’asinello. Molentargius, ‘asinai’, erano gli
uomini che nei secoli passati venivano qui a trasportare sino al luogo dell’imbarco
il sale prodotto nelle saline dello stagno.
Un tempo dallo stagno si estraevano altri sali oltre il cloruro di sodio, cioè il nor-
male sale marino. Si calcola che la produzione annua raggiungesse, anche in tempi
recenti, le 130 mila tonnellate. Una serie di canali e poi quello principale, detto di
Terramàini, fornivano alle chiatte che andavano al mare vicinissimo una comoda
via per il trasporto del prodotto. L’attività delle saline diede vita nel tempo non
soltanto a strutture per la lavorazione e la conservazione del prodotto, ma anche
ad una sorta di piccolo villaggio, oggi destinato ad altri usi, con edifici propri
come la palazzina della direzione e addirittura anche un piccolo teatro, oggi intel-
ligentemente restaurato (e che si chiama, non a caso, il Teatro delle Saline). Ma
mentre l’attività saliniera si va esaurendo con l’apparire di nuovi concorrenti sul
mercato mondiale, Molentàrgius viene trasformato in un parco naturale, impor-
tante per la sua vegetazione e soprattutto per la grande attività di specie di uccelli
che vi abitano o che vi vengono a svernare.

po pratica che sarà ampliato sino a di- stituto Sardo per l’Artigianato, si possono
ventare un percorso a diciotto buche. confrontare i diversi metodi di lavorazio-
ne delle ceramiche e acquistare, oltre a
Sestu queste, elaborati dell’artigianato.
Si torna indietro sino alla statale 554 e si A ridosso dello stagno di Santa Gilla, pres-
svolta a destra in direzione del bivio per so l’Istituto Tecnico Giua, è allestito il Mu-
Sestu (m 44, ab. 13 998). Dal bivio al pae- seo di Storia naturale Aquilegia: le sue sa-
se sono 6 km. Si attraversa per intero l’a- le sono dedicate agli aspetti paleontolo-
bitato verso nord per raggiungere, dopo gici, geologici, zoologici e botanici della
meno di 5 km, la chiesa di S. Gemiliano; ro- Sardegna, di cui sono ricostruiti, a scopo
manica, a due navate (XIII sec.), vi si cele- didattico, due ambienti tipici, quello la-
bra ai primi di settembre una grande sagra gunare e quello montano. Il richiamo mag-
dedicata al santo. Il colle su cui sorge il giore, però, Assèmini ce l’ha lontano dal-
tempio ha rilevante interesse anche per l’abitato, nell’oasi di Gùtturu Mannu. Ci si
l’archeologo: per un lungo arco di secoli, arriva percorrendo verso sud la strada
in tempi diversi, vi hanno vissuto, in mo- che conduce agli impianti dell’Enichem,
desti villaggi di capanne, comunità neoli- l’industria chimica di Macchiareddu, in
tiche, calcolitiche e nuragiche. vista delle candide saline di Santa Gilla. Si
svolta poi verso ovest, in direzione della
Assèmini montagna. Tra lecci e lentischi, carrubi e
Dista da Sestu una decina di chilometri; la oleandri, cisti ed eriche, una strada bian-
si raggiunge dalla statale 131 e da qui sul- ca s’inerpica dentro l’oasi verde, raggiun-
la 130. Nel cuore del nucleo storico del ge la chiesetta di S. Lucia, il bivio per la mi-
paese (m 6, ab. 23 109), che si raccoglie at- niera abbandonata di S. Leone, la diga di
torno allo svettante campanile della par- S. Antonio e, ancora oltre, la zona di Is Pau-
rocchiale di S. Pietro (sorta nell’XI sec., ma ceris dove affiorano ruderi e ceramiche di
ricostruita nel XVI), merita una visita, poco un insediamento punico-romano.
più a sud, la bizantina piccola chiesa di S.
Giovanni*, con pianta a croce greca in- Più avanti s’incontra un incrocio e si prende a
scritta e campanile a vela, del X-XI sec.; destra per la fonte di Fanèbas, un’ottima sor-
gente frequentata già nella preistoria. In que-
conserva all’interno alcune epigrafi giu- st’angolo di montagna sembra che storia e na-
dicali in caratteri greci. tura si siano alleate per comporre un mosaico
In paese sono numerosi i laboratori di ce- di grande fascino con i resti muschiati d’un vil-
ramiche. Nella Mostra Mercato dell’Arti- laggio nuragico nascosto tra i lecci e l’acqua lim-
gianato locale (in via Lazio), curata dall’I- pida di un attraente laghetto.

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2 Il Sulcis e l’Iglesiente:
mare e miniere

Profilo dell’area
Mare e miniere abbandonate ma non solo, in questa terra di
pianure, colline e montagne boscose. Tanta archeologia, in-
nanzitutto, giacché l’uomo scelse di viverci già dai tempi più
remoti. Chi sale sul pianoro di Montessu può pensare che gli
uomini non potevano trovare 5000 anni fa luogo migliore per far riposare i loro morti:
tombe scavate nella roccia, chiuse da portelli di pietra e custodite da simboli divini in
un anfiteatro naturale che guarda verso il mare. Ma furono soprattutto i fenici e i puni-
ci che privilegiarono questa parte di Sardegna per i loro insediamenti: Sant’Antìoco, No-
ra, Monte Sirai. Navigatori e commercianti, approdati attraverso rotte già percorse dai
micenei, che scelgono gli approdi migliori, che costruiscono case e templi, che porta-
no la scrittura. E lasciano la suggestiva testimonianza del tophet. Luogo di sacrificio cruen-
to per gli dei, come ci hanno raccontato gli storici romani, o terra consacrata ai fanciulli
morti prematuramente, come ci dicono gli archeologi. Pochi luoghi invitano al silenzio
come il tophet di Sant’Antìoco. Nella valle di Àntas le colonne d’un tempio punico-romano
reggono la dedica al Sardus Pater, il dio dei sardi divenuti ormai romani. E poi gli edifi-

ci del culto cristiano: la piccola chiesa romanica di S. Efisio, a due passi dal mare, dove
a maggio ritorna ogni anno il santo per ricordare il suo martirio, la cattedrale di S. Ma-
ria di Monserrato rimasta a guardia del villaggio deserto di Tratalìas, il santuario di
Sant’Antìoco con le tombe dei primi cristiani, le chiese di Iglesias. E con gli edifici le an-
tiche tradizioni religiose: la suggestiva processione sulla spiaggia di Nora per Sant’Efi-
sio, i riti della Settimana Santa a Iglesias e Teulada, il matrimonio mauritano a Santadi.
E, infine, l’archeologia industriale: le montagne di detriti, le gallerie, i pozzi, i miseri vil-
laggi, gli eleganti edifici della direzione e un’intera città, Carbonia. Un patrimonio immenso
che dovrebbe costituire la parte più consistente del Parco geo-minerario della Sardegna.
Sullo sfondo, il paesaggio naturale. Il mare con lunghe spiagge di sabbia finissima e sco-
gliere frastagliate: le dune dorate di Piscinas, la splendente baia di Chia, le Colonne di
Carloforte, il Pan di Zucchero di Masùa. Ma anche grandi boschi come le foreste demaniali
di Gùtturu Mannu-Pantaleo, Pixina Manna, Is Cannoneris e Marganai-Oridda, con alcu-
ne aree di ripopolamento del cervo sardo.
E per gli amanti della speleologia le grotte: quella di Su Benatzu di Santadi, scelta dalle
genti nuragiche come luogo di culto, quella vicina di Is Zuddas con le sue bianchissime
aragoniti, quella di Su Mannau, nascosta tra i boschi dell’Iglesiente.
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2.1 Da Cagliari a Sant’Antìoco
Itinerario lineare per la Costa del Sud e Santadi, km 131 (carta a pag. 57)

Il percorso segue nella prima parte le co- degna all’isola di Sant’Antìoco e al suo
ste del Sulcis mentre nella seconda si ad- omonimo centro principale.
dentra all’interno della regione. Con-
sente quindi di apprezzare anche il tipi- Pula
co paesaggio interno con gli abitati spar- Il paese (m 15, ab. 6393) si segnala per la
si (in particolare fra Teulada e Santadi) villa S. Maria progettata da G. Cima nel
e monumenti come la necropoli a do- 1838 in stile neoclassico e, soprattutto, per
mus de janas di Montessu e la pregevo- il Museo archeologico Giovanni Patroni,
le Cattedrale di Tratalìas. che utilizza una vecchia struttura a due
Dalla zona del porto di Cagliari si prende piani con ampio loggiato e due piccoli
la strada a scorrimento veloce che co- cortili interni, mantenendo le forme tipi-
steggia il nuovo porto canale e ci si im- che dell’architettura locale. I materiali
mette nella statale 195. Dopo circa 30 km esposti provengono in parte dagli scavi
una deviazione sulla sinistra consente di antichi e recenti del vero e proprio abita-
arrivare a Pula e all’antica Nora. Ci si reim- to di Nora, in parte da ritrovamenti effet-
mette poi nella statale 195 e arrivati al km tuati sull’istmo e nei fondali marini. Si-
44 si segue la strada a sinistra che porta a gnificativi i materiali provenienti dallo
Chia e alla Costa del Sud. Si ritorna quindi scavo ottocentesco del tophet punico con
sulla statale 195 che raggiunge in breve stele figurate databili dal sec. V al III a.C.; le
Teulada; da qui si prende la strada per raffigurazioni riportano alla sfera religio-
Santadi. Si attraversano diverse piccole fra- sa con rappresentazioni della divinità in
zioni ormai quasi disabitate, sorte intorno forma umana ma più frequentemente in
forma simbolica. Vi sono
inoltre corredi provenienti
dalla necropoli punica
(sec. V-III a.C.) nei quali è
ben documentata la cera-
mica a vernice nera, im-
portata da Atene. I mate-
riali delle necropoli roma-
ne (sec. II a.C.-III d.C.) ripe-
tono tipi ampiamente dif-
fusi nel mondo romano,
compresi alcuni bei conte-
nitori in vetro. Anfore e an-
core, provenienti da recu-
peri subacquei nei fondali
prospicienti la zona di No-
ra, testimoniano gli intensi
ai vecchi “medaus” e “furriadroxius”, e si traffici che facevano capo alla città in
trovano le grotte Is Zuddas. Arrivati a San- epoca punica e romana.
tadi, si prende l’uscita per Giba-Narcao-Ca-
gliari e, all’incrocio, si prosegue diritti, si S. Efisio
attraversa il piccolo centro di Villaperuc- Fuori dell’abitato di Pula, presso l’area
cio e si va verso Narcao per raggiungere l’a- degli scavi di Nora, si trova la piccola chie-
rea della necropoli di Montessu (cartello sa, una delle più antiche del Cagliaritano;
indicatore sulla sinistra). conserva intatta la fisionomia romanica
Ritornati sulla strada per Narcao ci si di- che alla fine del sec. XI le diedero i mona-
rige nuovamente verso Villaperuccio e si ci Vittorini, in forme che derivano dall’ar-
segue il cartello indicatore per Is Pintus; chitettura franco-provenzale. Nonostan-
dopo 5 km si devia a sinistra per Tratalìas. te le modeste dimensioni, la sua struttura
Uscendone si prosegue verso San Gio- risulta monumentale e il suo interno estre-
vanni Suergiu e, arrivati a un incrocio, si mamente suggestivo. Dalla navatella di
prende per Sant’Antìoco, immettendosi a destra si scende alla cripta dove è il locu-
sinistra nella statale 126. Si arriva, infine, lo che, secondo la tradizione, contenne i
all’istmo artificiale che congiunge la Sar- corpi dei santi Efisio e Potito. La chiesa è
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2.1 Da Cagliari a Nora
legata alla tradizione del martirio di S. Efi- municipium è documentato da un’iscri-
sio ed è quindi il punto di arrivo della pro- zione, mentre numerosi miliari testimo-
cessione che ai primi di maggio porta il si- niano l’importanza della città, soprattutto
mulacro da Cagliari a Nora. fra II e III sec. d.C., epoca alla quale risale la
maggior parte delle strutture ora visibili.
Nel circondario di Nora, più precisamente sul- Verosimilmente le scorrerie dei vandali e
la penisola di Fradis Minoris, si può visitare il le incursioni di pirati arabi provocarono il
Centro di Educazione ambientale “Laguna di rapido decadere della città.
Nora”. La struttura principale comprende un La visita all’area archeologica consente
aquarium con le specie ittiche più rappresen-
di vedere i resti di alcuni edifici tipici del-
tate nei mari sardi e una sala con vasche che
ospitano gli organismi della fauna acquatica la città romana ma, soprattutto, una ricca
che vivono sul fondo del mare. Un percorso sul- e originale testimonianza di mosaici, ca-
la penisola di Fradis Minoris consente di ac- ratterizzati dall’uso pressoché esclusivo
quisire informazioni sull’ecosistema lagunare e dei colori bianco, nero e ocra.
di osservare la flora e la fauna tipica delle zone Immediatamente a sinistra dell’ingresso al-
umide. Il centro si occupa anche di recuperare, l’area vi sono alcuni ruderi di un edificio
assistere e curare gli esemplari feriti di delfini termale. Si incontra poi la grande piazza
e tartarughe marine. del Foro (1) pavimentata in andesite, così
come tutta la rete viaria. Vicino alla piaz-
Nora** za si conserva un tempio con un prònao di
Di questo importante scalo fenicio, poi sei colonne e altare, grande cella e picco-
centro punico e quindi fiorente città ro- lo penetrale (2). Continuando il tracciato
mana sappiamo poco dalle fonti letterarie viario si trova uno degli edifici meglio con-
ed epigrafiche, ma molte notizie ci pro- servati, il teatro (3), datato fra l’epoca di
vengono dagli scavi archeologici che si Traiano e quella di Adriano: sotto il pal-
susseguono nell’area della città e che con- coscenico, originariamente in legno, ri-
tinuano a fornire nuovi dati (pianta qui sot- mangono dei grandi dolii, forse destinati
to). Certamente tra la fine dell’VIII e l’inizio ad ampliare i suoni. Ben conservati i resti
del sec. VI a.C. esisteva un consistente delle Terme a mare (4) che presentano
centro fenicio che alla fine dello stesso sec. sui lati nord ed est due porticati da cui si
VI passò sotto il controllo cartaginese. Po- accedeva all’interno. Un altro complesso
co resta della città punica, ma i ricchi ma- importante è quello dedicato alla divinità
teriali di corredo delle tombe ci danno salutifera Esculapio con una grande ter-
l’immagine di un florido centro mercanti- razza mosaicata (5) databile al sec. IV d.C.:
le. Durante il periodo romano lo status di forse qui si celebrava il rito dell’incuba-

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2 Il Sulcis e l’Iglesiente: mare e miniere

zione, per ottenere dal dio i rimedi ai ma- 13) dalle poche case immerse nel verde.
li da cui i devoti erano afflitti. Oltre alle pic- Prima di Chia una deviazione di 4 km con-
cole terme (6) e alle Terme centrali (7), si sente di visitare a Domus de Maria (m 66,
segnala quanto resta del cosiddetto tempio ab. 1525) il Museo archeologico comunale,
di Tanìt (8), cartaginese, donde la vista spa- sito in corso Vittorio Emanuele. In attesa
zia sull’aggregato urbano. della ristrutturazione dell’intero edificio,
Gli edifici di abitazione sono costituiti da il museo ospita una mostra provvisoria de-
agglomerati di piccole case con uno o due dicata agli scavi dell’antica Bithia. Sono
vani ma anche da abitazioni signorili del- esposti corredi di tombe fenicie (VII sec.
le quali la meglio conservata è la casa del- a.C.) e romane (I sec. a.C.–I sec. d.C.) venuti
l’atrio tetrastilo (9), preziosa testimonian- in luce dalla necropoli una ventina d’anni
za del tipo di abitazione patrizia separata fa. Vi è, inoltre, una selezione dei materiali
dal centro urbano vero e proprio. Vi sono della stipe votiva del tempio di Bes, sca-
preservati in gran parte i mosaici pavi- vato negli anni sessanta del secolo scorso;
mentali; notevole in particolare quello con si tratta di ex voto costituiti principal-
Nereide su centauro marino. mente da statuette di figure umane, molto
Recenti interventi nell’area archeologica semplici come manifattura ma estrema-
con la realizzazione di passerelle di legno mente espressive, che indicano con le ma-
consentono la visita anche ai disabili. ni le parti del corpo di cui chiedono la
guarigione.
Verso e oltre Chia Oltre Chia una breve deviazione consente
La costa fra Santa Margherita di Pula e di accedere al mare fin sotto la torre di Chia
Porto di Teulada, affiancata da una stra- che faceva parte, con quelle di Budello,
da panoramica che consente un percor- Malfatano e Piscini, del sistema di difesa
so agevole ed estremamente suggestivo, approntato nei sec. XVI-XVII contro le escur-
costituisce uno dei tratti più interessan- sioni barbaresche.
ti del litorale sulcitano. È caratterizzata Tra il promontorio di Chia e il monte Co-
da uno sviluppo mosso e frastagliato, goni si trovano i resti dell’antica Bithia,
con dolci o aspri declivi che spesso giun- fondata dai fenici e vissuta con alterne
gono fino al mare, alternati a calette sab- vicende fino a epoca tardoromana. I resti
biose e a cordoni di dune, mentre dal attualmente visibili del centro, un tempo
mare affiorano qua e là scogli e isolotti. importante, sono scarsi.
Nella vegetazione costiera, varia e rigo- A ovest della torre si stendono le spiagge
gliosa, spiccano vaste formazioni a mac- di Chia orlate da bellissime formazioni di
chia di ginepro. dune, colonizzate da secolari ginepri.
Tutto il primo tratto di costa vede proli-
ferare ville e alberghi, spesso in netto Costa del Sud*
contrasto con l’armonioso ambiente na- Contrasta con la ridente piana di Chia il
turale: una piacevole eccezione è costi- granitico capo Spartivento, caratterizza-
tuita dal piccolo agglomerato di Chia (m to da emergenze rocciose e dal faro che lo
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2.1 La Costa del Sud
ciosi e piccole rade, in un ambiente natu-
rale quasi integro. Tutto il percorso è un
susseguirsi di splendidi panorami, ma è
particolarmente suggestivo quello che si
gode dal capo Malfatano. Questo pro-
montorio scistoso, sormontato dalla tor-
re omonima (m 64), chiude il cosiddetto
Porto di Malfatano, caratterizzato dalla
presenza di alcune calette ciottolose e
dall’isoletta di Tueredda sullo sfondo.

Teulada
Disposto sul fondovalle dei rilievi monta-
ni che lo racchiudono, il centro (m 50, ab.
4233) presenta un tessuto viario molto
vario e singolare. La chiesa della Madonna
del Carmelo, con forme già neoclassiche
nel prospetto molto semplice, risale al
tardo Settecento e conserva all’interno
sovrasta. A partire da questo punto e lun- begli arredi marmorei. La chiesa di S. Fran-
go tutta la fascia territoriale fino al picco- cesco ha invece forme tardogotiche, con
lo golfo detto Porto di Teulada, la morfo- aula coperta da capriate lignee, facciata
logia costiera si modifica bruscamente. semplice con finestra ottagonale sul por-
In questa parte di litorale, denominata tale e campanile a vela.
Costa del Sud, si alternano alti tratti roc- Chi visita il paese nel periodo pasquale

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2 Il Sulcis e l’Iglesiente: mare e miniere
può seguire, il Venerdì Santo, il notevole ri-
to della Deposizione del Cristo dalla croce,
detto “s’Iscravamentu”.
Particolarmente interessante è l’artigia-
nato teuladino, che produce soprattutto
bellissimi ricami dai punti delicatissimi e
raffinati, arazzi, tappeti, lavori in sughero
e in pelle e caratteristiche pipe in terra-
cotta con coperchio di rame ottonato.

Santadi
Il borgo agricolo, diviso dal rio Mannu in
due nuclei (m 107 e 135, ab. 3875), domi-
nato dall’ottocentesca chiesa di S. Nicolò,
conserva tra i segni del passato la fortez-
za di Pani Loriga, fenicio-punica, che, ar-
ticolata in una necropoli e un’acropoli,
ingloba precedenti strutture nuragiche e Nella campagna vicino all’abitato di Villape-
domus de janas. ruccio (m 64, ab. 1128) è un allineamento di
Nel nucleo più antico dell’abitato, in un menhir. Sulla provinciale per Narcao sopravvi-
edificio degli inizi del Novecento che ri- ve il furriadroxiu di is Meddas: sulla corte a
specchia nella struttura di base le tipiche pianta quadrata si affacciano la residenza pa-
dronale e le basse case dei contadini.
abitazioni contadine (“furriadroxius”) del-
l’area sulcitana si trova la Casa-museo “Sa
Domu Antiga”. Gli ambienti principali si af- Necropoli di Montessu*
facciano sulla strada, mentre sul retro am- Sull’altopiano di Montessu (o monte Essu,
pio spazio è occupato dal cortile con il m 278) si trova un parco archeologico con
pozzo e dagli ambienti di lavoro. I vani del- uno dei più importanti e suggestivi siti di
l’abitazione sono stati arredati con l’in- età prenuragica della Sardegna: una ne-
tento di rappresentarne l’originaria fun- cropoli a “domus de janas”, scavata in
zione. Oltre ai semplici mobili tradiziona- uno splendido anfiteatro naturale.
li e al telaio, nella casa sono custoditi sva- Le tombe hanno forme e dimensioni di-
riati attrezzi per il lavoro dei campi, tra cui verse ed erano chiuse all’origine da portelli
un carro a buoi e un aratro, e utensili im- di pietra; alcune conservano decorazioni
piegati per la trasformazione dell’uva e incise o in rilievo collegate al culto delle
la conservazione del vino. due divinità principi del mondo prenura-
Nei pressi del Municipio, in una struttura gico: la dea Madre e il dio Toro. Le simbo-
moderna, è allestito il Museo archeologico, logie più ricche e più complesse si trovano
di imminente apertura. L’allestimento rias- nella tomba detta delle spirali per il motivo
sume, anche con l’ausilio di pannelli illu- che orna le pareti della camera sepolcrale,
strativi dei monumenti più importanti, le ma la tomba più bella è quella in cui corna
vicende della preistoria sulcitana, dando scolpite in bassorilievo ornano la volta
particolare spazio ai reperti rinvenuti nel- con stile quasi baroccheggiante e una pro-
la necropoli di Montessu; di speciale e tome taurina a tutto tondo fa da scalino.
notevole effetto la ricostruzione ideale Quattro notevoli tombe monumentali han-
del ritrovamento di numerosissimi vasi no ampi padiglioni e allineamenti di gros-
in terracotta di età nuragica nella grotta- se pietre che delimitano, nella parte anti-
santuario di Su Benatzu. stante, un’area più o meno circolare.

Grotte Is Zuddas* Tratalìas


Si aprono nel calcare cambrico del monte Nel medioevo era il centro più importan-
Meana (m 236). Particolarmente sugge- te del Sulcis; in tempi recenti la formazio-
stive sono la bellissima sala dell’Organo, ne del vicino invaso di monte Pranu ha
che deve il suo nome a una colonna sta- provocato gravi dissesti nell’antico paese,
latto-stalagmitica che ricorda quello stru- che è attualmente quasi disabitato, e por-
mento, con pareti ricoperte da cristalli di tato alla costruzione di una nuova Tra-
bianchissime aragoniti aghiformi, l’impo- talìas (m 17, ab. 1149), con interessanti for-
nente salone del Teatro e la sala delle Ec- me di paese modello.
centriche, nella quale rarissime aragoniti di Nel vecchio centro, dove si conservano al-
un bianco abbagliante ornano la volta. cune case che mantengono l’impianto ori-
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2.1 Da Tratalìas a Sant’Antìoco
ginario, si può ammirare la cattedrale di S. rante due leoni affrontati sull’architrave
Maria di Monserrato*, risalente al 1213, del portale sul lato settentrionale.
come testimonia un’epigrafe sulla faccia- Delle tre navate quella centrale è absida-
ta. Elementi caratteristici della chiesa so- ta, il presbiterio è rialzato e illuminato da
no le due losanghe sulla facciata, di deri- una finestra, la copertura è in legname su
vazione pisana, e la scaletta d’accesso al capriate. Alla sinistra dell’altare maggiore,
tetto, lasciata in vista nel suo ultimo trat- Madonna in trono fra S. Giovanni Battista e
to. La facciata, divisa orizzontalmente da S. Giovanni evangelista, interessante trit-
una cornice modanata e da archetti pensili tico tardocinquecentesco.
su mensole scolpite, ha nella parte infe-
riore un bel portale con lunetta, inserito Si attraversa l’istmo di Sant’Antìoco, lungo
tra esili lesene e sormontato da un rosone quasi 3 km, costruito dai cartaginesi e com-
pletato dai romani (i ruderi di un loro ponte a
lobato. I fianchi e l’abside sono ornati da più arcate segnano ancora l’antico tracciato).
teorie di archetti pensili spartiti da lesene. Conserva segni di più antica frequentazione:
Di grande interesse le sculture sui capitelli due pietre in trachite, dette popolarmente “su
del portale sul lato meridionale, di deri- para” e “sa mongia”, il frate e la suora, sono due
vazione pisana, e il bassorilievo raffigu- menhir risalenti all’epoca prenuragica.

2.2 Le isole sulcitane


Itinerario composito, da Sant’Antìoco a vari siti dell’isola di San Pietro (carta a pag. 60)

Delle isole sulcitane Sant’Antìoco (108.9 trione dell’isola. Un’altra strada litoranea,
km2) è collegata da un istmo (v. sopra) al- partendo dal porto verso sud, lambisce la
la terraferma e San Pietro (51 km2; v. pag. costa orientale e meridionale dell’isola.
62) è raggiungibile via mare. Un terzo percorso, infine, conduce, sempre
La cittadina di Sant’Antìoco è ricca di te- partendo dall’estremità meridionale del
stimonianze archeologiche, Calasetta e paese, al capo Sandalo.
Carloforte presentano caratteristiche del
tutto particolari rispetto agli altri centri Sant’Antìoco
non solo della zona ma dell’intera Sar- Nel luogo dell’attuale abitato (m 7, ab. 11
degna. L’ultima parte dell’itinerario por- 868) i fenici fondarono, verso il 750 a.C.,
ta alle zone naturali maggiormente signi- Sulci, che fiorì in maniera sorprendente.
ficative di San Pietro. Con la conquista della Sardegna da parte
Oltre l’istmo che collega una serie di iso- dei romani nel 238 a.C., la città mantenne,
lette formatesi in seguito agli apporti flu- grazie anche al commercio dei minerali del
viali del rio Palmas, si entra nell’abitato di territorio iglesiente, la sua importanza
Sant’Antìoco, situato sulla sponda orien- tanto da essere elevata, probabilmente
tale dell’omonima isola, la più grande del- nel corso del sec. I d.C., alla condizione di
l’arcipelago sulcitano. Partendo da piazza municipium.
De Gasperi, seguendo via Calasetta e per- Di queste vicende numerose testimonian-
correndo una strada che
attraversa campagne e vi-
gneti, si arriva al secondo
centro dell’isola, Calaset-
ta. Dal molo, ubicato a
oriente dell’abitato, parto-
no le corse per Carloforte e
l’isola di San Pietro (30 mi-
nuti di navigazione). Da
Carloforte si possono se-
guire diversi percorsi che,
su strada asfaltata, condu-
cono ai punti costieri più si-
gnificativi dell’isola colle-
gati anche con linee pub-
bliche delle FMS. Partendo
dal lungomare verso nord
si può arrivare in località la
Punta, nell’estremo setten-
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ze sono visibili grazie anche a diversi in- La necropoli punica ipogeica occupa pra-
terventi di scavo. Le più cospicue si pos- ticamente tutto il colle su cui sorgono il ca-
sono vedere nella parte alta del centro stello sabaudo e la piazza di Chiesa; le
attorno al fortino sabaudo. tombe puniche sono costituite da una ca-
A nord del castello, sotto il declivio, si si- mera sotterranea, semplice o doppia, ac-
tua l’acropoli della città punica. Tutta la zo- cessibile mediante un lungo e stretto cor-
na ha subìto diverse vicende col passare ridoio in discesa con gradini, scavato nel-
del tempo: acropoli fortificata sotto i pu- la roccia a cielo aperto.
nici, sede di una struttura templare in età Molto meno resta della necropoli romana
romana, fu infine, in periodo tardoromano, poiché essa fu impiantata proprio sopra
nuovamente ristrutturata per scopi at- quella punica ipogeica. Dopo un periodo
tualmente ignoti. Si può vedere un tratto di abbandono fu utilizzata in periodo cri-
delle mura che difendevano l’acropoli pu- stiano, come mostrano sarcofagi aperti
nica, costruite in blocchi di trachite squa- nel pavimento oppure ricavati nello spes-
drati e risalenti al sec. IV a.C. La struttura sore delle pareti, talora sormontati da ar-
templare di epoca romana (sec. II a.C.) si cosolio. Verso la base del pendio dell’a-
trova a meridione del complesso fortifi- cropoli si trovano i resti dell’anfiteatro ro-
cato ed è disposta a diversi livelli. mano, databile intorno al sec. II d.C.
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2.2 L’isola di Sant’Antìoco
A circa 400 m di distanza dall’acropoli, li si giunge alla tarda epoca imperiale ro-
impostato su un’alta emergenza rocciosa mana, intorno al III-IV sec. d.C. L’esposi-
trachitica, si colloca il tophet* fenicio-pu- zione del Monte Granatico è arricchita da
nico, le cui testimonianze si protraggono una serie di pannelli didattici che presen-
per oltre sei secoli, dal VII al I a.C. La visi- tano immagini grafiche e fotografiche del-
ta segue un percorso obbligato ed estre- le principali aree archeologiche.
mamente suggestivo, essendo state la-
sciate sul posto molte urne originali (altre Il santuario di S. Antìoco*, edificato su un
sono copie). Sul fianco occidentale del ri- cimitero cristiano e una chiesa di età bi-
levamento trachitico una spaccatura ver- zantina, appare oggi profondamente tra-
ticale naturale della roccia, dove sono sta- sformato da interventi successivi. La chie-
te trovate ceneri con frammenti di ossici- sa, di pianta longitudinale, con aula a tre
ne e un forte strato di bruciato, costituiva campate, transetto e presbiterio absidato,
il luogo di arsione per il sacrificio. è coperta da volte a botte con una cupola
all’incrocio dei bracci.
Museo archeologico. In attesa di siste- I Vittorini ebbero il santuario nel 1089 dal
marvi in modo più congruo i materiali ‘giudice’ Torchitorio di Cagliari; lo re-
provenienti dagli scavi di Sant’Antìoco, staurarono, creando probabilmente il rac-
una parte di essi è esposta nei locali ri- cordo fra la chiesa e le attigue catacombe,
strutturati del Monte Granatico cittadino. e nell’ingresso alle catacombe realizzaro-
Le testimonianze di epoca preistorica nel no la cripta con l’altare. Recenti interven-
moderno museo sono piuttosto ridotte, ti di ripulitura delle superfici murarie e il
mentre meglio documentata è la più anti- rifacimento dei pavimenti hanno consen-
ca presenza semitica nell’isola grazie alla tito il recupero di numerosi frammenti
scoperta e allo scavo dell’insediamento fe- marmorei scolpiti di epoca bizantina. Nel
nicio arcaico nell’area del Cronicario. È ’600, dopo il ritrovamento delle reliquie del
questo il più antico insediamento civile fe- santo, si aggiunse all’aula una campata; nel
nicio finora scoperto in Sardegna, svilup- ’700 fu costruita l’attuale facciata di forme
patosi tra la metà dell’VIII e i primi decen- tardobarocche.
ni del sec. VII a.C. Ma la maggior parte dei In una piccola nicchia nel vano destro del
reperti sono di epoca punica e romana. transetto si trova un grande reliquiario in
Stele e urne ricompongono uno spaccato legno intagliato e dorato che ne contiene
esemplificativo del tophet. La selezione uno più piccolo in argento dorato, creato
delle stele rappresenta le tipologie prin- nel ’600 per custodire le reliquie del corpo
cipali, dalle rappresentazioni più stretta- di S. Antioco.
mente simboliche a quelle figurative. Al di sotto della chiesa si trovano la crip-
Ampio spazio è dedicato alla necropoli ta e il nucleo principale delle catacombe.
punica di Sulci. Nei corredi appartenenti ai La cripta ospita il sarcofago-altare che si
singoli inumati che, dentro i sepolcri, era- ritiene abbia conservato le spoglie del
no sistemati in bare lignee, si santo ed è adornata con colonne
può notare la presenza ricor- marmoree recuperate da
rente di due forme rituali edifici di varie epoche. Le
utilizzate nelle cerimonie catacombe sono state rea-
funerarie puniche: la broc- lizzate sfruttando per lo
ca con orlo a fungo e quel- più i precedenti ipogei pu-
la biconica a orlo lobato. nici e modificandoli se-
Gioielli aurei, collanine in condo le nuove esigenze,
pasta vitrea e i tipici sca- per cui sono caratterizzate
rabei in diaspro verde di- da percorsi irregolari e in-
stinguono alcuni dei cor- tricati. La varia tipologia
redi. Per quanto concer- delle sepolture testimonia
ne l’età romana i materia- l’utilizzo per un lungo arco
li riguardano da un lato di tempo (sec. IV-VII d.C.).
testimonianze di vita quo- In alcuni punti si possono
tidiana, quali pentole da percepire resti della deco-
cucina e piatti di uso co- razione dipinta che inte-
mune adoperati nelle case ressava, originariamente,
di prima età imperiale, dal- molte delle tombe, come la
l’altro i corredi funerari parte inferiore della figura
delle necropoli, con i qua- del Buon Pastore.
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2 Il Sulcis e l’Iglesiente: mare e miniere
In uno degli ambienti la tradizione colloca in seguito, negli anni tra il 1750 e il 1755.
la cosiddetta camera del Santo, il luogo,
cioè, dove questi si sarebbe recato a pre- Carloforte*. È l’unico comune (m 10,
gare e a morire di fronte ai soldati romani ab.6606) dell’isola, singolare per valore
giunti per arrestarlo. La denominazione ambientale e tradizioni che lo differen-
popolare è stata certo influenzata dall’e- ziano dagli altri centri sardi; venne edifi-
sistenza di un tipo di tomba diverso dai so- cato a partire dal 1738 secondo un trac-
liti, detto a “baldacchino”, con pilastri
ciato viario a sud e a nord dell’asse cen-
che si alzano sino alla volta e databile fra
i secoli V e VI d.C. trale che congiungeva i tre poli costituiti
da piazza Carlo Emanuele sul mare, l’at-
Presso il fortino di età sabauda, nella parte più tuale piazza della Repubblica al centro e
antica dell’abitato, si può visitare il Museo la parrocchiale sul fondo.
agropastorale del Sulcis, allestito in una strut- Le case, bianche o tenuamente colorate,
tura, il cui primo impianto è databile al XVIII con balconcini a mensola, si sviluppano
sec., composta da una parte coperta e un
grande cortile secondo uno schema comune
lungo strade rigidamente ortogonali spes-
agli ambienti di lavoro di area sulcitana. Sono so molto strette (i "carrugi") o seguendo le
esposti attrezzi collegati alle varie attività: curve di livello della collina con sugge-
coltivazione dei campi, raccolta e la-
vorazione del latte, viticoltura e vi-
nificazione, panificazione.

Calasetta
Il paese ha una storia recente: sor-
se infatti nel 1769 quando nuclei
familiari di origine ligure, resi-
denti nell’isola tunisina di Ta-
barka, si stabilirono presso la pic-
cola insenatura di Cala di Seta
che diede poi il nome all’abitato.
Si aggiunsero in seguito anche fa-
miglie piemontesi, ma l’impronta
che tuttora permane nei costumi
e nel dialetto è quella genovese.
La struttura dell’abitato (m 9, ab.
2744), a maglia regolare con tes-
suto viario a scacchiera, è invece
di tradizione piemontese.
Pur non possedendo monumenti
architettonici di qualità questo
borgo di pescatori e viticoltori
colpisce per il suo spiccato ca-
rattere, con le case tinteggiate di
bianco o di colori pastello, sulle
quali emerge la parrocchiale, modesto stive scalette e archi di raccordo. Ci si
esempio di barocco piemontese, e in cima può soffermare nella piazzetta della par-
alla collina, la torre del XVII secolo. rocchiale di S. Carlo Borromeo, semplice
ma armoniosa, e vedere, nella via XX Set-
Isola di San Pietro tembre, l’oratorio della Madonna dello
La presenza di alcuni nuraghi indica che Schiavo che conserva all’interno forme
già genti protosarde vi si erano insediate. ispirate al rococò. Deriva il suo nome dal
Fu poi frequentata dai punici che la chia- simulacro della Madonna in tiglio nero po-
mavano Inosim (isola degli sparvieri) e sta sull’altare maggiore e proveniente, pro-
abitata dai romani, ma non si hanno noti- babilmente, da un’imbarcazione di cui co-
zie di popolamento nell’alto medioevo. stituiva la polena. (v. box a pag. 63).
L’isola fu concessa nel 1736 da Carlo Ema- Di un certo interesse è la chiesa di S. Pietro,
nuele III a un nucleo di liguri di origine che nelle forme attuali risale al tardo Set-
pugliese, i cui ascendenti erano stati por- tecento ma che fu riedificata sulle rovine
tati a forza nel 1540 nell’isola tunisina di di una duecentesca dedicata ai Novelli In-
Tabarka; altri tabarchini si aggiunsero nocenti, a ricordo di un naufragio in cui
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2.2 L’isola di San Pietro

La Madonna dello Schiavo

Dal 711 sin quasi alla metà dell’Ottocento ti alla costa della Tunisia. Portati a Tuni-
la Sardegna è stata preda ambìta prima da- si, vengono venduti come schiavi. Li aiu-
gli arabi e poi dai pirati barbareschi. Qual- ta la religione, perché i tunisini sono tol-
che tentativo di conquista all’inizio, poi leranti in materia. Potevano battezzare i
frequenti razzìe: di bestiame e di viveri, figli, qualche coppia di fidanzati, fatta
non di rado anche di uomini e donne. prigioniera insieme, poté sposarsi.
La più famosa e dolorosa impresa dei pi- Un giorno del 1800 un giovane, Nicola
rati si svolge nella notte fra il 2 e il 3 set- Moretto, trovò sulla spiaggia una statua
tembre 1798. Cinque navi barbaresche della Madonna: era - come ha argomen-
sbarcano trecento uomini a Carloforte e tato lo storico Giuseppe Vallebona - la po-
dopo due giorni e due notti di saccheggio lena caduta dalla prua di un bastimento
ripartono portando con sé più di otto- che forse si chiamava “Immacolata”.
cento abitanti, uomini, donne e bambini. Quando nel 1803 i carolini, liberati in
I carolini abitano nell’isola di San Pietro cambio di molto denaro, poterono tor-
soltanto da una sessantina d’anni. Da nare in patria, portarono con sé la statua,
quando erano stati invitati a trasferirvisi che ora si venera col nome di Madonna
fuggendo da Tabarka, un’isoletta davan- dello Schiavo.

perì una parte dei giovinetti che intorno al Girìn, quella detta di Punta Nera (dal pic-
1212 si avventurarono nella semileggen- colo promontorio che la divide in due),
daria “Crociata dei fanciulli”. ove si apre una grotta sepolcrale della pri-
Nella parte alta dell’abitato si possono ma età del Bronzo, e la spiaggia di Bobba.
vedere i resti delle fortificazioni e delle mu- Da qui, presso Punta delle Colonne, si pos-
ra che definivano il perimetro urbano, sono facilmente raggiungere a piedi le fa-
pressoché quadrangolare. Nel settecen- mose Colonne, due suggestive guglie tra-
tesco forte Carlo Emanuele III il Museo ci- chitiche emergenti dall’acqua, ultimi resi-
vico raccoglie testimonianze storiche sul- dui di una coltre lavica demolita dal mare.
la nascita e lo sviluppo della colonia ta- Proseguendo sulla strada costiera si per-
barkina e una consistente collezione di viene alla provinciale per la Caletta, ma si
conchiglie del Mediterraneo; documenta può prendere una breve deviazione a si-
inoltre l’attività principale degli abitanti, la nistra per visitare l’ampia cala Mezzaluna,
pesca del tonno. con le sue maestose falesie. Su queste il
mare ha inciso le stupende grotte, habitat
La Punta, Punta delle Colonne, la Caletta. ideale, in un tempo non molto lontano, vi-
Le coste rappresentano uno degli aspetti sto che permane nel ricordo degli anziani,
più interessanti dell’isola di San Pietro, so- della foca monaca.
prattutto nella parte occidentale dove l’a- Rientrati nella strada principale si prose-
zione demolitrice dovuta all’erosione ma- gue a sinistra per la bellissima spiaggia del-
rina ha creato strapiombi, grotte, falesie, la Caletta, incastonata tra la punta dei Can-
rientranze di suggestiva bellezza. La costa noni e la punta Spalmatore.
orientale si presenta invece bassa, rettilinea
e sabbiosa. Per poter ammirare nella loro Capo Sandalo. Dalla zona meridionale di
interezza gli scorci più belli è consigliato il Carloforte, costeggiando le saline, dove è
periplo dell’isola in barca, ma alcune loca- spesso possibile vedere gruppi di fenicot-
lità si possono raggiungere su strada. teri, si prosegue in direzione ovest. Attra-
Dalla periferia nord di Carloforte si può ar- versando l’interno dell’isola si incontrano
rivare a la Punta, dove resistono due ton- varie cave dei giacimenti non più coltivati di
nare con le infrastrutture e le apparec- manganese, diaspri, ocre rosse e gialle e di-
chiature un tempo utilizzate per la lavo- stese di vigneti punteggiati dalle “barac-
razione alimentare dei tonni; di fronte si che”, le tipiche case bianche di campagna
trova l’isola Piana con la tonnara omoni- che caratterizzano l’entroterra di San Pietro.
ma, da sempre proprietà di genovesi. La provinciale termina nel piazzale di ca-
Prendendo invece la direzione sud, pas- po Sandalo con ampio panorama su tutta
sando accanto alla torre S. Vittorio, attual- la costa ovest. Sul promontorio sorge il fa-
mente utilizzata come osservatorio astro- ro, costruito nel 1864, punto di riferimen-
nomico, si può seguire la costa sud-orien- to per gran parte del traffico marittimo nel
tale con le sue numerose spiagge: quella di Tirreno occidentale.
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2.3 L’Iglesiente
Itinerario circolare, con partenza e arrivo a Cagliari, toccando Iglesias e Carbonia, km 224
deviazioni escluse (carta a pag. 57)

Tragitto piuttosto lungo e vario, con alcuni due centri si consigliano due deviazioni en-
tratti un po’ disagevoli ma di estremo in- trambe segnalate: una per la grotta di Su
teresse paesaggistico. Nella prima parte si Mannàu, che si raggiunge dopo 1.5 km su
attraversano alcuni borghi agricoli del strada in parte a fondo naturale, e l’altra
Campidano centrale per poi inoltrarsi nel per il tempio di Àntas (km 2.2 di strada).
Guspinese e nell’Iglesiente, visitando cen- Da Iglesias si prosegue, sempre sulla sta-
tri grandi e piccoli strettamente collegati tale 126, verso Carbonia in un paesaggio
in passato all’attività mineraria. profondamente segnato nel primo tratto
Dalla statale 131 dopo il km 11 si esce al bi- dalla secolare utilizzazione mineraria. Do-
vio per San Sperate, per poi proseguire po 8 km si trova a destra l’imbocco della
verso Villasor in un paesaggio di pianura strada panoramica costiera per i centri mi-
con orti intensamente coltivati. Da questo nerari di Nèbida e Masùa. Dopo altri 12 km
centro si prende la statale 196 e, dopo si incontra, presso le case di Sirai, la de-
aver deviato al km 22.4 sulla destra per vi- viazione a destra (strada asfaltata, km
sitare Villacidro e la cascata di Sa Spèn- 1.9) per la fortezza fenicio-punica di mon-
dula, la si percorre fino a Gùspini. Attra- te Sirai. Da Carbonia, ritornati all’incrocio
versato questo paese, si esce verso Ter- di Sirai, si prosegue per Villamassargia e
ralba e si trova subito il bivio per Monte- poi per Domusnovas. Da qui ci si immette
vecchio. Si arriva in questo piccolo centro sulla strada a scorrimento veloce 130 e si
minerario dopo poco più di 9 km su un rientra a Cagliari passando per Siliqua,
percorso brullo, però interessante. Da con possibile deviazione per Uta.

Montevecchio una strada bianca (km 10) San Sperate


ma estremamente suggestiva, sulla quale Fiorente centro agricolo del Campidano (m
si affacciano numerosi edifici minerari di 41, ab. 6836), noto per il gran numero di
varie epoche ormai abbandonati, condu- murales che ornano le pareti esterne del-
ce a Ingurtosu. Da qui la strada (sempre le case. Divulgata intorno al 1968 per ope-
bianca) prosegue verso la spiaggia di Pi- ra dell’artista Pinuccio Sciola, nativo del
scinas, attraversando altri insediamenti luogo, questa forma d’arte è stata appli-
minerari abbandonati tra i quali spicca cata alle modeste dimensioni dell’archi-
quello di Naracàuli. Da Piscinas si ritorna tettura paesana. San Sperate si è coperto
a Ingurtosu e si prende la strada asfaltata di vivaci colori con l’esecuzione di questi
che immette nella statale 126. Questa at- dipinti murari ispirati a forme figurative la-
traversa Fluminimaggiore (prima del pae- tino-americane.
se è possibile deviare sulla costa, verso Oltre ai murales fra le vie e le piazzette del
Buggerru) e conduce a Iglesias. Tra questi paese si possono vedere molte sculture in
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2.3 Da San Sperate a Villacidro
pietra, opera dello stesso Pinuccio Sciola
o di suoi allievi.

Villasor
Nel grosso centro agricolo (m 25, ab. 7251)
resta uno dei rari edifici non religiosi del-
l’architettura gotico-catalana in Sardegna,
la cosiddetta casa-fortezza, palazzetto ba-
ronale fortificato, situato tra le vie Ca-
stello e Baronale. La costruzione dell’edi-
ficio risale agli anni immediatamente suc-
cessivi al 1415; è dotato di contrafforti e di
quattro torrette a merlatura guelfa; il ca-
rattere gotico si evidenzia in particolare
nelle due finestre che si aprono sulla fac- orchidee selvatiche e ciclamini. Una delle più fa-
ciata principale, di forma rettangolare con cili è quella che conduce alla cascata di Sa
soglia e stipiti in pietra e architrave. Nel- Spèndula* in un percorso semplice e con bel-
le viste verso la montagna.
le sale si conservano le originarie impal- È consigliabile visitare anche la seicentesca
cature in legno sorrette da mensole di le- chiesa di S. Sisinnio, che spicca bianca su una
gno intagliato o di pietra. spianata a destra del rio Leni, immersa tra oli-
vastri secolari. La chiesa è cinta su tre lati da un
Villacidro loggiato con tetto a travature lignee poggianti
Grosso borgo agricolo (m 267, ab. 14 980) su pilastrini con capitelli di foggia diversa.
disposto scenograficamente alla base di
imponenti roccioni di granito rosa, è com- Gùspini e Àrbus
posto da due settori, dei quali quello più Nel primo paese (m 130, ab. 12 971) meri-
alto costituisce il nucleo più antico, sorto ta una sosta la parrocchiale di S. Nicolò, del
attorno alla piazza ove si affaccia la par- sec. XV, con arredi coevi, mentre nella vi-
rocchiale di S. Barbara (XVI sec.) con por- cina Àrbus (m 311, ab. 7338) si visita il Mu-
tale architravato sormontato da un tim- seo del coltello sardo*, con la ricostruzio-
pano curvilineo spezzato. Il campanile è a ne di un antico laboratorio del fabbro con
canna quadrata con monofore ogivali. L’in- arnesi dell’Ottocento. La rassegna di col-
terno, a una navata con volta a botte, è ar- telli comprende esemplari antichi, pro-
ricchito da settecenteschi arredi rococò: dotti moderni rappresentativi della pro-
il fonte battesimale, l’altare maggiore in duzione di tutti gli artigiani sardi contem-
marmo policromo e il pulpito in marmo poranei e i migliori prodotti dell’artigia-
bianco. Sempre del ’700 è l’interessante or- nato locale.
gano a canne.
Di fronte alla parrocchiale si trova l’ora- Montevecchio e Ingurtosu
torio della Madonna del Rosario, addossato La zona da Gùspini e Arbus verso la costa
ai resti del Monte Granatico, e all’angolo di offre, in particolare con le miniere di Mon-
via Parrocchia l’oratorio delle Anime, dal tevecchio (m 355) e Ingurtosu (m 250),
semplice prospetto con cornice modana- testimonianze significative di archeolo-
ta e un campanile a vela. gia industriale. A partire dalla seconda
Nella parte bassa del paese, in piazza dei metà dell’800 le miniere sarde, conosciu-
Mille, è il lavatoio pubblico costruito nel te fin dall’antichità, furono sfruttate in
1893, validissimo esempio di architettura modo intensivo, ma la ricorrente crisi del-
in ferro; consta di due padiglioni a pianta l’industria estrattiva ha portato spesso
quadrangolare raccordati da un corpo all’abbandono di veri e propri insedia-
centrale, con pilastri e archi finemente menti risalenti nella maggior parte dei ca-
decorati. Oltre alle vasche è inserita una si all’Ottocento.
fontana in pietra con stemma decorativo La miniera di Montevecchio* è stata nel pe-
e tre bocche a testa di putto. Nel cimitero riodo successivo alla seconda guerra mon-
è sepolto lo scrittore Giuseppe Dessì diale una tra le più grandi e produttive
(1909-77) nativo di Villacidro. d’Europa. A testimonianza di ciò riman-
gono i cumuli di detriti, i caseggiati dei poz-
Dal paese si possono fare diverse escursioni in zi, gli impianti e gli edifici del villaggio
un ambiente di mezza montagna dove la mac- che attualmente ospita gli abitanti rimasti,
chia mediterranea cede il passo a lecci, casta- pochi superstiti di una popolazione ben
gni, noci con un sottobosco ricco di funghi, più numerosa. L’antica attività e il relativo
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2 Il Sulcis e l’Iglesiente: mare e miniere

Memoria delle miniere

Il Sulcis e l’Iglesiente occupano il qua- volevano sbarazzarsi. Nel medioevo, Vil-


drante sud-occidentale dell’isola. Quasi la di Chiesa (Iglesias) fu la città dell’ar-
defilati rispetto alle grandi direttrici via- gento e sul finire del Duecento ebbe un in-
rie (che vanno da sud a nord avendo per sieme di norme, conosciute come il Bre-
capilinea Cagliari e Sassari-Porto Torres, ve di Villa di Chiesa, che regolavano mi-
lungo i 230 chilometri della “Carlo Feli- nuziosamente l’attività mineraria. Ab-
ce”), hanno avuto negli ultimi centon- bandonata o trascurata nei secoli, ripre-
cinquant’anni una storia tutta loro. È qui se con un’autentica esplosione di con-
infatti che è nata e si è svolta la grande av- cessioni e di lavori a metà dell’Ottocento.
ventura della storia mineraria dell’isola. Arrivavano capitali, tecnici e maestranze
Le miniere dell’Iglesiente erano già co- da ogni parte del mondo. Sul finire del se-
nosciute nell’antichità, forse fin dal tem- colo nacquero qui, fra gli oltre diecimila
po dei popoli nuragici, certo fin da quel- minatori, i primi nuclei socialisti. Entrato
lo dei fenici e dei cartaginesi. I romani in crisi subito dopo la fine della seconda
mandavano qui, ad metalla, la gente di cui guerra mondiale, quel mondo è ormai
quasi tutto archeologia industriale (nel-
la foto, Montevecchio); alcune miniere si
possono già visitare, ma un Parco geo-
minerario, storico e ambientale (il pri-
mo del mondo), che comprenderà otto
aree dislocate in differenti punti della
Sardegna, ne salverà il ricordo.

miniera: nel 1985 è stato riconosciuto Monu-


mento nazionale.

Prima di arrivare a Fluminimaggiore (m 58,


ab. 3227), borgo fondato nel 1704, si ha sulla de-
stra una deviazione per Buggerru (m 51, ab.
1229), ex centro minerario posto in una gola di-
benessere si riflettono in particolare nel- gradante verso il mare.
l’elegante palazzina della direzione, re- In piazza suggestive sculture ricordano un
centemente restaurata; ospita la rasse- drammatico sciopero di minatori (1904), tragi-
gna biennale Arresojas (coltelli), dedicata camente represso nel sangue.
a questa attività artigianale. Nel centro abitato di Fluminimaggiore si trova
Se il piccolo agglomerato e la sua miniera il Museo paleontologico con fossili di estremo in-
tentano faticosamente di opporsi alla cri- teresse rinvenuti, in prevalenza, nel Fluminese
ma anche provenienti da località straniere. La
si incombente, del tutto abbandonato è il grotta di Su Mannàu è la più lunga cavità dell’I-
centro minerario di Ingurtosu, che, realiz- glesiente finora conosciuta, quasi 6 km. Per un
zato nel sec. XIX, conserva, accanto alle va- certo tratto è attrezzata per visite guidate, ma
rie ma in genere cadenti costruzioni che gli amanti di speleologia che vogliano visitare
ebbero funzioni logistica e abitativa, il l’intera grotta possono rivolgersi sul posto al
complesso direzionale della miniera. Si Gruppo Grotte Fluminese.
tratta di un’ampia costruzione con corte
interna in pietra a vista, dalla tipica ar- Tempio di Àntas**
chitettura neoclassica con particolari li- La suggestiva valle di Àntas, anticamente
berty, quali l’elegante ballatoio ligneo. ricca di boschi e giacimenti di ferro, cu-
stodisce numerose testimonianze ar-
La vicina spiaggia di Piscinas*, oltre che per la cheologiche delle quali il tempio dedicato
bellezza non deturpata da moderne costruzio- in età romana a Sardus Pater Babi (o Ba-
ni, riveste particolare interesse per la presenza bay) costituisce l’aspetto più emozionan-
alle sue spalle di una vasta formazione di dune, te: dopo ampi interventi di restauro, ap-
unica nell’isola per dimensioni e caratteristiche pare oggi come un edificio di stile greciz-
ecologico-paesistiche. Per un raggio di circa 3
km2 alle montagne di sabbia dorata, alte fino a zante con basamento a pianta rettangola-
50 m, ancora in movimento, si alternano quel- re tripartita, provvisto di quattro colonne
le ormai consolidate dove vegetano bellissimi sulla fronte e preceduto da una scalinata.
ginepri. L’albergo Le Dune ha il lungo corridoio Salendo si arriva al pronao o vestibolo
d’ingresso ricavato dalla galleria di una antica con colonne a basi attiche e capitelli a
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2.3 Dal Tempio di Àntas a Iglesias
volute ioniche. Si varca poi la soglia di un tre fasi di sviluppo urbanistico: quella di
portale monumentale e si entra nel vano impostazione medievale, contenuta al-
mediano, che conserva parte del pavi- l’interno delle fortificazioni pisano-arago-
mento con un semplice mosaico a tessere nesi; quella verificatasi nell’800 con l’e-
bianche e nere ed è decorata da pilastri ad- spansione delle attività minerarie; quella
dossati alle pareti. del secondo dopoguerra tesa a colmare i
Nel muro di fondo due porte danno ac- vuoti dell’edilizia precedente.
cesso a due piccoli vani che costituiscono Particolarmente interessante è lo schema
il penetrale, il settore più sacro del tempio. del primitivo insediamento del quale ri-
Davanti a loro si aprono due bacini qua- mangono talune chiese e i ruderi delle
drati, destinati a contenere acqua lustra- strutture militari, mentre non è rimasto
le per cerimonie di purificazione. nulla dell’apparato civile. La maggior par-
Lo scavo ha evidenziato, al di sotto della te delle sostituzioni degli edifici più antichi
struttura attualmente visibile, le testimo- avvenne nell’800; lo sviluppo program-
nianze edilizie del precedente luogo di mato si svolse all’esterno delle antiche
culto punico. È probabilmente ad Augusto mura, lungo direttrici volte a raccordare la
che si deve la costruzione del primo tem- città sia con le miniere adiacenti sia con la
pio romano; sotto l’imperatore Caracalla, stazione ferroviaria, inaugurata nel 1871. Si
tra 213 e 217 d.C., esso subì un profondo sistemò la vasta piazza Sella e venne co-
restauro come testimonia l’iscrizione sul- struito il Municipio in forme vagamente
la fronte dell’edificio. classiche. Di quel rinnovato benessere
della città sono testimonianza diverse
Deviando a sinistra dalla statale per Iglesias, ver- strutture in stile liberty, tra le quali il bel
so la frazione San Benedetto, si può raggiungere
il giardino montano di Linasia dove, su una su-
palazzetto Spada in via Matteotti.
perficie di circa un ettaro, sono riproposte le
piante endemiche della zona.

Iglesias
Pur essendo frequentata in età punica e
romana, è solo a partire dalla conquista
pisana che Iglesias (m 200, ab. 29 375; pian-
ta a pag. 68) acquista grande rilevanza, di-
ventando, col nome di Villa di Chiesa, la
città sarda più importante dopo Cagliari. Il
maggiore splendore lo raggiunse, in parti-
colare, quando appartenne alla potente fa-
miglia dei conti di Donoratico: sotto i della
Gherardesca la città crebbe, si arricchì di
chiese, protetta dalle mura e dal castello di
Salvaterra, e venne organizzata sul model-
lo dei comuni toscani con proprie leggi (il
famoso Breve di Villa di Chiesa) e il diritto
di coniare moneta. Lo statuto regolamen-
tava, tra l’altro, anche lo sfruttamento mi-
nerario e, all’avanguardia per i tempi, pre-
vedeva interventi sociali per i lavoratori del- La cattedrale di S. Chiara* (B2) si trova
le miniere. Ma la conquista aragonese, par- nell’unica vera piazza del nucleo antico,
tita proprio da Iglesias nel 1324, segnò l’i- quella del Municipio, sulla quale si affac-
nizio del declino della città. Nell’800 lo ciano anche il Municipio ottocentesco e il
sfruttamento minerario venne nuovamen- palazzo dell’Episcopio, di fine ’700.
te incrementato da gruppi industriali della La chiesa, edificata fra 1285 e 1288, come ri-
Penisola, ma in anni recenti la crisi dell’at- corda una lapide inserita al lato del porta-
tività mineraria ha coinvolto anche Igle- le, fu ampliata e trasformata in stile gotico
sias. La città si sta ora costruendo una nuo- catalano tra 1576 e 1588; tra Sei e Settecento
va economia, anche con lo sviluppo turi- furono invece realizzate le cappelle latera-
stico legato alla valorizzazione degli im- li coperte da volta a crociera e il retablo di
pianti e dei villaggi minerari ormai dismessi. S. Antioco con le pitture e le statue che
Il tessuto topografico di Iglesias riflette le contiene. All’interno, pregevoli arredi e,
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tra i numerosi argenti, la Croce astile tar- sante è la decorazione dei capitelli del-
dogotica con Pietà scolpita nel riccio, ope- l’arco d’accesso al presbiterio con diver-
ra di argentiere cagliaritano del ’500. Vi si si episodi, probabilmente legati alla vita di
conservano anche numerose statue e al- S. Francesco.
cuni dipinti: in particolare la grande tela set- In piazza Manzoni, il santuario di S. Maria
tecentesca con la Vergine Assunta e santi. delle Grazie (B2), molto suggestivo per la
sua posizione fra le antiche case dell’in-
Nel centro storico. Lungo il fianco sinistro sediamento medievale, è degli inizi del
del Municipio la via Satta e, ancora a sini- XIV secolo ma fu notevolmente modificato
stra, la via Don Minzoni conducono alla nel ’700. Della primitiva struttura la fac-
chiesa di S. Francesco (B2), risalente a ciata conserva solo la parte inferiore con
un’epoca imprecisabile tra XV e XVI sec. portale a lunetta e cornice di archetti pog-
ma certamente rimaneggiata nel ’500. Ha gianti su piccole mensole. L’interno, ad
facciata a capanna, con portale a ogiva or- aula unica con piccole cappelle laterali, è
nato da semplici colonne e due piccoli caratterizzato da un ampio presbiterio
rosoni. All’interno sui capitelli, peducci e quadrangolare, con cupola ottagonale,
gemme, si stende una decorazione molto datato da un’epigrafe al 1708. Nella sa-
varia sia per le forme adottate che per i te- grestia si conservano varie tele e statue li-
mi decorativi. Particolarmente interes- gnee settecentesche.
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2.3 Da Iglesias a Monte Sirai
Verso il Castello. Da piazza Sella (B2-3), te all’intensa attività mineraria del perio-
punto di ritrovo della città (monumento, do. Sul lato sinistro si notano le palazzine
opera di Giuseppe Sartorio, a Quintino adibite a uffici amministrativi e il vecchio
Sella, promotore nell’800 del rinnovato ospedale di S. Barbara destinato ai mina-
impulso dell’industria mineraria in Sar- tori infortunati, mentre sul lato destro si
degna), si imbocca verso nord-ovest l’an- conservano le più modeste vecchie case a
tica via Eleonora d’Arborea, all’inizio del- due piani dei lavoratori.
la quale sopravvive qualche lembo delle Fuori dall’abitato, una ripida salita rag-
mura medievali. Al termine, dallo slargo giunge la chiesa di Nostra Signora di Buon
della porta Fenza, si stacca la via Ghibel- Cammino (A1) dalla quale si apre un vasto
lina che sale lungo le pendici meridionali panorama sulla città e dintorni.
del monte Altai alle rovine del castello di
Salvaterra (A-B2). Costruito nel sec. XIII, il La strada per Nèbida e Masùa ricalca un trac-
castello fu utilizzato anche in epoca ara- ciato un tempo di interesse esclusivamente mi-
gonese ma, perduta la sua importanza mi- nerario, ma consente scorci paesaggistici tra i
litare, andò quasi completamente in rovi- più belli dell’isola. Superata la spiaggia di Fun-
tanamare prosegue verso i piccoli centri di Nè-
na nella seconda metà dell’800, contem- bida (m 175) e Masùa (m 141) che sorgono sul
poraneamente alla distruzione della cinta costone roccioso a picco sul mare. Da Masùa si
muraria della città. La struttura difensiva può ammirare lo splendido faraglione detto
era contigua all’antica porta di S. Antonio, Pan di Zucchero per la forma e il candido colo-
una delle quattro che si aprivano nella re della roccia calcarea.
cinta fortificata. Di questa avanzano ormai A ridosso della cala è visibile il complesso del-
pochi resti, costituiti da alcune torri e la miniera di porto Flavia con ingresso aperto
cortine merlate. direttamente sulla falesia.

Chiesa della Madonna di Valverde. Ex- Fortezza di Monte Sirai*


tramuraria (la si raggiunge da piazza Sel- Verso il 725 a.C. l’altura di monte Sirai (m
la per le vie Valverde e Cappuccini), co- 191) fu occupata dai fenici con lo scopo di
struita tra 1285 e 1290, ricalca in modi controllare la via di penetrazione verso le
meno eleganti il prospetto della Catte- fertili piane sulcitane, la via d’accesso alle
drale. Nuova è, invece, la decorazione che ricchissime miniere dell’Iglesiente e le stra-
si sviluppa sulle mensole e nei fianchi con de di collegamento con la pianura del Cam-
motivi geometrici e soggetti animali in un pidano. A questo primo periodo, che durò
contesto gotico. Sul lato destro le menso- fino agli ultimi anni del sec. VI a.C., sono da
le antropomorfe e le foglie riverse ricor- attribuire l’impianto dell’acropoli, in forme
dano la decorazione della chiesa di S. Ma- probabilmente in gran parte differenti da
ria di Tratalìas. All’interno, radicalmente quelle attuali, e l’impianto della necropoli
trasformato alla fine del ’500, il presbiterio a incinerazione.
ha una bella volta a crociera con gemma Alla fine del sec. VI a.C. anche monte Sirai,
pendula scolpita con una Madonna col come molti altri insediamenti fenici,
Bambino di tipo rinascimentale. passò ai cartaginesi. Da questo
momento l’insediamento creb-
Prima di lasciare Iglesias. be di dimensioni, la ne-
Al N. 4 di via Roma, nel- cropoli a incinerazio-
l’Istituto tecnico minera- ne fu abbandonata e
rio G. Asproni (C1-2), è fu costituito il monu-
conservata un’interes- mentale impianto del-
sante raccolta di minera- la necropoli con tom-
logia e paleontologia, be a camera ipo-
mentre nel pianoterra è geica. All’inizio
ricostruita con bell’effet- del sec. IV a.C. l’a-
to una galleria di cropoli e parte
scavo. del pianoro furo-
L’aspetto della no racchiusi in
città dell’800 lo si un impianto for-
coglie percorren- tificato organico
do via Cattaneo e sorse il tophet
(B1), lungo la qua- con l’annessa
le si succedono area templare.
unità edilizie lega- Con la conquista
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L’area sacra si compone
del tophet (4) e di un sacel-
lo contiguo. Una gradina-
ta monumentale, ai piedi
della quale erano deposte
le urne e le stele, conduce-
va a un tempio che ripete
lo schema dei santuari fe-
nici e punici: vestibolo, an-
ticella, cella o penetrale e
vano di servizio.

Carbonia
Sebbene non offra emer-
genze architettoniche si-
gnificative, costituisce un
interessante esempio di
“città nuova”(m 111, ab. 31
980), interamente progetta-
ta. Fu costruita, infatti, nel
1937-38 in seguito all’im-
pulso dato alle miniere dal-
la politica autarchica e dal-
romana della Sardegna l’impianto urba- le “sanzioni” applicate all’Italia dalla So-
no subì ampie ristrutturazioni, ma verso la cietà delle Nazioni.
fine del sec. II a.C. il centro fu completa- L’aspetto urbanistico di Carbonia è deci-
mente abbandonato per cause non anco- samente cambiato negli ultimi anni per
ra ben accertate. l’integrarsi di programmi abitativi pub-
La visita dell’area archeologica (ore 8- blici e privati; uscita dalla grave crisi eco-
tramonto; pianta qui sopra) può iniziare nomica dell’attività mineraria degli anni
dalla cosiddetta opera avanzata (1), un settanta, lo sviluppo dei commerci e dei
complesso di edifici ubicati davanti alla servizi l’ha fatta diventare polo di attra-
fronte dell’acropoli. Nell’area dell’abitato zione per i nuclei del circondario.
fortificato si può notare, sulla destra, una La tipica edilizia del borgo pianificato ori-
rientranza: probabilmente il posto di guar- ginario si concentra attorno a piazza Ro-
dia per una sentinella. Procedendo si ma, ai cui lati si dispongono i più impor-
sbocca sul piazzale principale dell’acro- tanti edifici pubblici, dall’uniforme para-
poli (2); vi si affacciano numerosi edifici: mento in conci di trachite a bugnato ru-
il più importante è il poderoso mastio, stico. Sul lato est la parrocchiale di S. Pon-
che, costruito sulle rovine di una più an- ziano, con campanile modellato, in scala
tica torre nuragica, costituisce l’opera ridotta, su quello di Aquileia, ospita al
edilizia più robusta sulla quale faceva piano terra una cappella votiva dedicata a
perno la difesa dell’abitato e nel cui in- S. Barbara, patrona dei minatori. Sul lato
terno era ospitato un luogo di culto. L’a- alla destra della chiesa si trovano la Torre
spetto attuale è quello relativo all’ultima civica (ex littoria) e il Teatro, mentre su
fase di vita dell’abitato. quello opposto è situato il Municipio. Il
Fuori dell’acropoli si trovano la necropoli quarto lato si apre sui giardini pubblici, de-
(3) e l’area sacra extraurbana. Nell’area fu- lineati dai viali lungo i quali furono edificati
neraria sono visibili, seppure appena ac- i complessi residenziali più rappresentativi
cennate, le fosse della necropoli fenicia a in- e le sedi delle società carbonifere.
cinerazione, mentre di fronte a sinistra si Imboccando via Napoli, si incontra al N. 4
possono scorgere i corridoi gradinati di un ampio parco con un edificio costruito
accesso alle tombe sotterranee, eseguite in alla fine degli anni trenta come residenza
epoca punica. Lungo le pareti loculi, desti- del direttore delle miniere. L’edificio è se-
nati a contenere i defunti, e nicchie, nelle de del Museo archeologico Villa Sulcis
quali talvolta veniva posta una parte del che, seppure in una sistemazione provvi-
corredo di accompagnamento. Su un pila- soria e parziale, offre un quadro delle vi-
stro nella roccia è scolpito a rovescio il cende culturali del Sulcis, dalla preistoria
simbolo di Tanìt, massima divinità femmi- all’età paleocristiana e altomedievale. Due
nile per i cartaginesi. stazioni multimediali offrono un pro-
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2.3 Da Carbonia a Uta
gramma sull’insediamento fenicio e puni- Siliqua
co di Monte Sirai. Punto di contatto fra Sulcis-Iglesiente e
Non lontano, in via Campania, è il Museo Campidano, l’abitato (m 66, ab. 4268) van-
carboniense di Paleontologia e di Speleo- ta la parrocchiale di S. Giorgio, d’impianto
logia, che raccoglie reperti sardi, in parti- gotico catalano, con presbiterio e cap-
colare del Sulcis. pelle a volte gemmate e ornate di rilievi, e
la seicentesca chiesa di S. Sebastiano, dal
Domusnovas bel frontone ad arco inflesso.
Dell’antico borgo altomedievale perman-
gono solo scarse tracce nella chiesa di S. In vista del paese, a sud, è il colle lavico coro-
Barbara, costruita all’interno delle mura nato dalle rovine del castello di Acquafredda
quando Domusnovas (m 152, ab. 6756) era (m 253) eretto dopo il 1267 dai conti pisani
della Gherardesca; alle sue mura sono legate le
un villaggio fortificato e faceva parte del vicende tragiche seguite alla morte del conte
sistema difensivo costruito dai pisani a Ugolino ricordato nell’Inferno dantesco.
protezione di Villa di Chiesa (Iglesias) e
del bacino minerario dell’Iglesiente. Nel borgo di Uta (m 6, ab. 6755), 2.5 km a sud
L’antica facciata costituisce oggi la parte della statale 130, con deviazione a una dozzina
posteriore dell’edificio, rimaneggiato tra di km dopo Siliqua, si può ammirare una tra le
’600 e ’700; l’attuale facciata è opera di re- più belle e importanti architetture romaniche
cente esecuzione. dell’isola, la chiesa di S. Maria*. Edificata dai
La parrocchiale della Madonna dell’As- Vittorini tra il 1135 e il 1145, con maestranze di
sunta mostra, invece, l’impianto tipico del- ambito francese e pisano, giunta a noi presso-
le chiese settecentesche a croce latina, ché intatta nella decorazione dei capitelli, nel-
le sculture sulle mensole, nel fregio arabeg-
con volta a botte; la facciata è in pietra ne- giante che chiude il primo ordine della faccia-
ra ispirata a forme romaniche. ta, si presenta a tre navate, la centrale absida-
In via Garibaldi si può visitare, su richiesta, ta. Il campanile a vela, di età gotica, è formato
l’Esposizione etnografica “Sotgiu”, allestita da un largo arco a tutto sesto. L’interno pare più
in un edificio in pietra e “làdiri” (mattoni vasto del reale per la risonanza della luce e
crudi), risalente agli anni
quaranta del secolo XIX. Ol-
tre ottocento pezzi, esposti
in un piccolo ambiente con
pavimento in terra battuta
e camino e in un cortile por-
ticato, illustrano i modi di
vita di un’economia agro-
pastorale.

Da Domusnovas parte una


strada asfaltata che attraversa
la grotta calcarea di S. Gio-
vanni e sbocca poi nella foresta
demaniale di Marganai-Orid-
da, una delle più interessanti
zone naturalistiche dell’isola.
La grotta di S. Giovanni*, for-
matasi per l’erosione del fiume
che scorre ora incavato late-
ralmente, è una delle pochis-
sime cavità naturali percorri-
bili in auto. L’ingresso è posto
alla base di un’ampia parete
che inghiotte la strada pro-
vinciale; sulla sinistra si nota-
no le opere di captazione del-
la sorgente carsica che convoglia l’acqua per gli l’ampiezza degli intercolumni; le colonne, che
acquedotti di Cagliari e Domusnovas. Presso en- riutilizzano materiale di spoglio, hanno capitelli
trambi gli imbocchi residuano avanzi di mura ci- di varia foggia che rivelano, come le belle de-
clopiche, verosimilmente di epoca nuragica. corazioni scultoree dell’esterno, il confluire di
All’interno non esistono o quasi concrezioni sta- modi stilisticamente diversi. Anche la pila del-
lattitiche ma in diversi punti si trovano grandi l’acquasantiera reimpiega un bel capitello co-
vasche stalagmitiche. rinzio d’epoca bizantina.

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3 Il Sàrrabus e il Gerrei:
la montagna meridionale

Profilo dell’area
Quando, nella prima metà dell’Ottocento, ebbe modo di vi-
sitare la fascia sud-orientale della costa sarda, Alberto La Mar-
mora si trovò in uno dei territori «più fertili dell’isola e allo
stesso tempo uno dei più malsani», caratterizzato dall’assenza
della popolazione, allontanatasi a causa delle incursioni barbaresche; e abbandonato
perciò «ad agricoltori e a pastori nomadi». A distanza di tanto tempo è stata vinta la ma-
laria che, favorita dalla presenza di stagni costieri, costituiva il rischio maggiore per chi
si avventurava in quelle plaghe; mentre si conserva un aspetto dei luoghi solitario e qua-
si desertico che, alternato a tratti coltiva-
ti con metodi moderni, evoca atmosfere da
paesi coloniali. La natura delle regioni in-
terne – in questo triangolo tra Cagliari,
Villasimìus e Jerzu – è ugualmente solitaria,
ma la vegetazione spontanea (macchia e
bosco) e l’affiorare delle rocce (i “tacchi”
calcarei a nord, le guglie granitiche a sud)
dànno l’idea di una regione selvaggia, pra-
ticata soltanto da pastori e cacciatori.
Sparsi qua e là, a volte isolati a volte riuni-
ti in gruppi di due o tre, sorgono i villaggi –
in crescita di popolazione quelli della costa,
in calo quelli dell’interno – attaccati in par-
te alle forme tradizionali dell’economia e in
parte impegnati nella ricerca di nuove pro-
spettive, legate inevitabilmente al turismo.
Le maggiori attrattive sono perciò in quelli
rivieraschi, che riescono a offrire, oltre a un
mare segnalato a più riprese per la qualità
delle sue acque, i prodotti genuini della ter-
ra e un ricco ventaglio di manifestazioni
tradizionali. Così, mentre San Vito è la patria del più noto tra i suonatori di launeddas – lo
strumento primordiale a tre canne che accompagna con i suoi accenti delicati i momenti
della festa – Villasimìus ha appena inaugurato un’area marina protetta, creata per salva-
guardare l’integrità delle spiagge e la popolazione vegetale e animale dei fondali. I paesi del-
l’interno si affidano alle ricchezze che vengono dal passato: così, se Orroli ha il suo gigan-
te preistorico di pietra rossa in nuraghe Arrubiu, Armungia punta sulla memoria del “suo”
personaggio, Emilio Lussu, e sugli strumenti con i quali pastori, contadini e artigiani af-
frontavano la fatica quotidiana. Ovunque poi, col contributo crescente delle aziende agri-
turistiche, così connaturate a questo territorio, si scoprono e si riscoprono prodotti e
cibi che sfuggono alla omologazione della produzione industriale.

3.1 Il Sàrrabus
Itinerario circolare, da Cagliari a Cagliari, per la costa sud-orientale e l’interno, km 145
senza le deviazioni (carta a pag. 73)

Vario e ricco di scorci paesaggistici, è per di valle e di collina sul fianco del gruppo del
la prima metà costiero: alla parte sino a Vil- Sette Fratelli, uno dei tratti più suggestivi
lasimìus e alla Costa Rei, molto frequenta- dell’Orientale Sarda. Si possono quindi al-
ta dai cagliaritani e punteggiata di inse- ternare le soste lungo le spiagge o le sco-
diamenti stabili e stagionali, segue quella gliere con le escursioni in zone alte di bo-
sino a Muravera, meno ‘battuta’ e in qual- schi e acque cristalline: domina ovunque la
che parte solitaria; viene infine il percorso natura granitica delle rocce e del terreno.

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3.1 Il Sàrrabus
Il fondo stradale è generalmente buono, il che tratto rimboschito a pini ed eucalipti.
tracciato molto tortuoso nella parte finale. Nella zona di Solanas la strada si inerpica
su uno sperone roccioso; poi, allo sbocco
Dal golfo di Quartu a capo Boi verso l’altro versante, la vista sul capo
Lasciata la città e la zona d’acqua tra lo sta- Boi e, più lontano, sul capo Carbonara.
gno e il golfo di Quartu, si continua per po-
co in zona pianeggiante, quindi le pro- Villasimìus
paggini del gruppo montuoso del Sette Il paese (m 41, ab. 2835) sorge a un paio di
Fratelli rendono vario e movimentato il chilometri dal mare, in zona abitata sin dai
paesaggio. La strada ora corre all’inter- tempi più antichi, come dimostrano i resti
no, ora si affaccia su tratti incantevoli di numerosi, ma di non grande rilievo, delle
mare, dove le scogliere si alternano alle epoche prenuragica, nuragica, fenicio-pu-
spiagge ritmate dalle antiche torri di guar- nica e romana.
dia. All’interno, arido e desertico, i rilievi Il centro attuale è sorto nel 1822, ma il
granitici sono coperti da modesta mac- maggior impulso allo sviluppo è venuto a
chia. In tutta la fascia costiera si moltipli- partire dagli anni sessanta con la valoriz-
cano i villaggi turistici, intervallati da qual- zazione turistica che, grazie alla ‘scoperta’

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3 Il Sàrrabus e il Gerrei: la montagna meridionale
del mare limpido e delle magnifiche spiag- penale, queste terre pianeggianti hanno
ge, ha fatto di Villasimìus un frequentato potuto manifestare tutte le loro potenzia-
luogo di vacanza. lità. E nelle fattorie sparse intorno a Ca-
Il paese, divenuto così centro di servizi per stiàdas (m 168, ab. 1308), Olìa Speciosa
i villeggianti, presenta alcuni motivi d’in- (m 60) e altri nuclei si è sviluppata una di-
teresse. Per primo il Museo civico, che in screta attività agrituristica: quasi ovun-
una casa padronale del centro storico que si possono assaggiare i cibi locali, in
espone: nella sala del Mare i frutti dei ri- molti casi si può anche pernottare, acqui-
trovamenti nei vicini fondali; in quella del stare i prodotti del luogo, tra i quali il mie-
Santuario i resti di un tempio fenicio-ro- le, e praticare l’equitazione. Presso priva-
mano; in quella del Territorio i reperti da- ti e alla cantina sociale si può far provvista
gli insediamenti romani; in quella del Re- di vini: il Cannonau, qui particolarmente
litto quanto ha restituito una nave catala- forte e profumato, la Mònica, la Malvasìa.
na del Cinquecento. Nella casa parroc-
chiale si conserva una statua marmorea di San Priamo
donna (romana, forse del sec. I d.C.), rin- La piccola borgata agricola (m 9) alla con-
venuta tra gli scarsi resti di un edificio fluenza della strada da Villasimìus nell’O-
termale, che per anni è stata scambiata, e rientale Sarda (statale 125), prende nome
venerata, come una Madonna. dalla chiesa di S. Priamo, collocata su uno
spuntone di roccia: costruita nel Sette-
I veri tesori di Villasimìus sono lungo le coste. cento in luogo dedicato da secoli al culto
Se ne può avere un’idea con un’escursione al ca- dell’acqua, conserva al suo interno una do-
po Carbonara (6 km), al termine di una penisola mu de janas nonché una piccola sorgente.
protesa verso sud che segna il confine tra il ma- Poco più distante, sulla destra della statale
re del versante meridionale della Sardegna e per Cagliari, il nuraghe Asoru, in granito,
quello della costa orientale. Alla destra il golfo
di Carbonara, con in fondo il capo Boi; a sinistra con torre centrale alta 7 metri.
il piccolo stagno di Notteri, quindi il lungo bian-
chissimo arco sabbioso della spiaggia di Simìus, Dall’Orientale Sarda diretta a Muravera si può
con in fondo la punta Molèntis (‘degli Asini’) e, deviare a destra per Torre Salinas, un tratto di
al largo, l’isoletta di Serpentara. Si passa vicino costa ancora intatto e poco affollato. La stra-
al porticciolo e si giunge a un piazzale che ha di della che in meno di un km giunge al mare ha
fronte l’isoletta dei Cavoli: tutto questo tratto di sulla sinistra lo stagno delle Saline; sul fondo do-
mare e di costa, sino a capo Boi verso Cagliari minano la spiaggia e tutta la zona, dall’alto di
e sino a cala Pira verso nord, è stato di recente una collina, i resti della torre costruita nel ’600
sottoposto ai vincoli di un’Area marina protetta dagli spagnoli per impedire lo sbarco dei pre-
detta di Capo Carbonara, istituita al fine di doni africani. Di lassù si vedono bene le bianche
salvaguardare i beni naturali e regolare il mol- spiagge di Salinas, a nord, di Cristolaxedu e Co-
tiplicarsi degli insediamenti; quasi come un lostrài a sud: negli ultimi anni sono state più vol-
auspicio, nell’agosto del 2000 è stato avvistato te segnalate per la purezza e limpidezza delle ac-
un rarissimo esemplare di foca monaca. que. Dietro la spiaggia di Colostrài si stende lo
Tra i resti del passato si può vedere la grande stagno omonimo, adibito a peschiera, che si può
torre seicentesca dalla pianta a stella che do- raggiungere con un sottile nastro d’asfalto che
mina il porto, aperta alla visita, e le tombe ru- piega sulla destra prima della torre. Lo popolano
aironi, anatre, polli sultani, falchi di palude.
pestri, a domus de janas, in prossimità della
spiaggia del Riso.
Per conoscere meglio il mare di Villasimìus ci si Muravera
può imbarcare su uno dei battelli dal fondo Il centro (m 11, ab. 4648), situato ai margini
trasparente (aquavideo) che compiono quoti- della piana alluvionale costruita dal Flu-
dianamente, nella buona stagione, escursioni in- mendosa (il cui letto è ora povero d’acque
torno al capo Carbonara. Il percorso tocca sem- e ricco di canneti e oleandri), costituisce
pre il punto in cui si trova, in un fondale di 10 m, con i vicini Villapitzu e San Vito (v. itine-
la Madonna del naufrago: realizzata in un bloc- rario 3.2) quasi un continuum di circa 20
co di trachite dallo scultore Pinuccio Sciola, è
stata collocata nel 1979 tra il capo Carbonara e
mila abitanti che sembra aver assorbito i
l’isola dei Cavoli, in un passaggio irto di diffi- primi flussi turistici senza rimanerne tra-
coltà nel quale si sono verificati numerosi nau- volto e senza snaturarsi.
fragi. Da allora, la seconda domenica di luglio, La zona, fertile e riparata dai venti, pun-
si celebra un festa che comprende una pro- teggiata di stagni pescosi, fu popolata sin
cessione a mare sino al simulacro. dall’antichità, ma nel corso dei secoli la vi-
ta delle popolazioni è stata ostacolata dal-
Tra Castiàdas e Olìa Speciosa le incursioni dal mare e dalle inondazioni
Dopo lunghi lavori di bonifica, che furono provocate dal fiume. Oggi, chiuse alcune
avviati oltre un secolo fa con una colonia miniere, perno dell’economia è l’agricol-
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3.1 Da San Priamo a Muravera e a Cagliari
tura: rinomate in particolare le colture de- km, al punto più suggestivo del percorso,
gli agrumi. E intanto Muravera – ma anche l’arco dell’Angelo: una grande punta di
Villaputzu e San Vito - punta sul turismo, granito rosato si sporge al di sopra della
che può contare qui su ambienti naturali strada, che ha alla parte opposta il fon-
ancora intatti e sulla loro varietà: paese e dovalle con le acque limpide del fiume
campagna, monte e mare, fiume e stagno. circondate da una folta vegetazione.
Il fascino dell’area è accresciuto dal per- La strada continua poi a salire tortuosa fi-
sistere di alcune attività tradizionali. Qui no al valico di Arcu ’e Tidu (passo del Co-
si intrecciano ancora cestini artigianali e lombaccio, m 426); da qui inizia la discesa
si trovano prodotti genuini come il miele, verso Cagliari: segue la valle del rio Longu,
il vino e i dolci preparati da sempre per le incassata tra le propaggini del monte Ser-
grandi ricorrenze: amaretti, paste di man- peddì, a destra, e quelle del Sette Fratelli,
dorla (gueffus), formaggelle (pàrdulas), a sinistra, con ai lati i rilievi boscosi che sin
pan di sapa (pan’ ’e saba).
dall’Ottocento accolgono gruppi di case di
La riprova dell’attaccamento di queste
vacanze dei cagliaritani; quindi le zone
popolazioni alle tradizioni si ha soprat-
tutto in occasione delle feste: le principa- coltivate a vite e la pianura.
li sono per Muravera sant’Agostino, a fine A destra del valico Arcu ’e Tidu, dove si trova an-
agosto, per Villaputzu santa Vittoria, a che la cantoniera di Campu Omu, una strada
metà ottobre, per San Vito quella del san- asfaltata conduce in 7 km a Burcei (m 648, ab.
to omonimo, a metà giugno. Alle proces- 3010), il paese più alto della provincia di Caglia-
sioni e ai balli prendono parte gruppi in co- ri. Fondato nel ’600 da pastori, è noto per la pro-
stume tradizionale: a Muravera quello duzione delle ciliegie. Oltre l’abitato una strada
femminile si distingue per il
velo bianco di pizzo, i cor-
petti variopinti sulle gonne
violacee; quello maschile
per il gilè in orbace e il col-
letto di pizzo che guarni-
sce la camicia. Compaiono
numerose anche le “trac-
cas”, i carri tirati dai gioghi
di buoi ormai scomparsi in
buona parte dell’isola, e si
esibiscono i maestri delle
“launeddas”, l’antichissi-
mo strumento a tre canne
che ormai sopravvive sol-
tanto in questa zona e nel-
l’Oristanese. Costruiscono
con le proprie mani gli strumenti, e alcu- a fondo naturale, percorribile in auto, conduce in
ni di loro li vendono. 8.5 km alla punta Serpeddì (1067 m) dalla quale si
ha un’ampia vista panoramica.
Andando da Muravera verso San Vito, prima del
Sempre dal passo Arcu ’e Tidu un bivio a sini-
ponte sul Flùmini Uri, affluente del Flumendo-
stra, in corrispondenza di quello per Burcei,
sa, si può imboccare sulla sinistra la strada a
conduce invece, dopo breve tratto su fondo
fondo naturale che, in poco meno di 4 km, con- naturale, alla caserma della Forestale Umberto
duce alla miniera d’argento di monte Narba, Noci, nella quale è stato allestito di recente il Mu-
ora abbandonata. Lungo il percorso ampie zo- seo del Cervo sardo (preavvisare per telefono,
ne a bosco e alcune domus de janas, le tombe 070 27991 o 831038). I reperti riguardano la va-
prenuragiche scavate nella roccia. rietà sarda del cervo, “Cervus elaphus corsi-
canus”, in pericolo d’estinzione e protetta: so-
Da San Priamo a Cagliari no pelli, corna di esemplari di diversa età, tro-
Lasciata la piatta pianura costiera pun- fei, stampe e materiale audiovisivo.
teggiata di stagni, si imbocca (percorren- Tutt’intorno le foreste delle pendici del monte
do il tratto iniziale dell’Orientale Sarda) la dei Sette Fratelli (m 1023), nelle quali ci si può
lunga valle tracciata tra i rilievi dai rii Pi- inoltrare proseguendo sulla stessa strada. Do-
po 6 km si giunge alla ‘Caserma Vecchia’ da do-
cocca, Cannas e Màlliu; questa si va via via ve, con una camminata di un paio d’ore, si può
restringendo, mentre le masse rocciose si raggiungere la vetta. Si attraversa un fitto bosco
fanno più imponenti e minacciose sulla di lecci, sughere e corbezzoli, nel quale trovano
strada: si giunge così, dopo una decina di rifugio rare specie animali.

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3.2 Il Gerrei
Itinerario lineare nel Sud-est dell’isola, da Cagliari a Ballao, km 209 senza le deviazioni
(carta a pag. 73)

Il viaggio conduce nelle zone interne più de e armonizza lo stile pisano del primo e
impervie e inaccessibili, e di fatto meno un misto di romanico e gotico del secondo
frequentate della regione. Dalle campa- con gli influssi islamici del terzo. A una pa-
gne del Campidano ci si inoltra tra i rilie- rete esterna è aggiunto un sarcofago ro-
vi del Gerrei, poi verso le coste disabitate mano sostenuto da due colonne; all’inter-
del Salto di Quirra per piegare di nuovo al- no, con rustiche colonne dagli stili diver-
l’interno, lungo la valle del rio Pardu, tra i si, un’ancona d’autore spagnolo (Il marti-
superbi “tacchi” dell’alta Ogliastra, quin- rio di san Pantaleo), un Arbor Vitae (Albe-
di in un’altra plaga desertica, quella di ro della Vita), affresco scoperto di recen-
Perdasdefogu. Le ‘tratte’ sono: 70 km da te che rappresenta simbolicamente tutto
Cagliari ad Armungia, lungo la statale 387 quanto è derivato dal Cristo, e un raro ba-
e da San Nicolò Gerrei su vie secondarie; cile battesimale in arenaria del periodo
30 da qui a Villaputzu su un’altra secon- paleocristiano.
daria; quindi 50 per arrivare a Jerzu se-
guendo l’Orientale Sarda sino a pochi km Sant’Andrea Frìus
dal paese; altri 59 per raggiungere Ballao. Si abbandona il territorio ondulato siste-
mato a colture mediterranee per entrare in
Dolianova un tratto arido di colline incolte, utilizza-
Al centro di una zona dolce e amena di col- te a pascolo.
tivazioni, il paese (m 212, ab. 8044) fonda I terreni sono però nuovamente coltivati a
la sua economia su un’agricoltura vivace mandorli, olivi e viti intorno al piccolo
e varia: una cooperativa di olivicoltori centro di Sant’Andrea Frìus (m 300, ab.
produce olio e olive da tavola; presso la 1926): la popolazione, fortemente legata al-
Cantina sociale si trovano Nuragus, Nasco, le tradizioni, celebra una bella festa il 23
Moscato e Malvasia, tutti a Doc; tra i ca- maggio in onore dei santi protettori Andrea
seifici, specializzati nelle varietà del pe- e Isidoro. Da qui, verso oriente, la strada si
corino, uno confeziona anche una parti- fa subito scoscesa, su e giù per la vallata
colare crema di formaggio piccante. del rio Coxinas; quindi, dopo un pianoro,
Capoluogo della Partiolla, Dolianova fu si tuffa in una zona ancora più aspra e sel-
un tempo sede della diocesi di Dolìa, e di vaggia, con i monti Cùccuru Orru a de-
quel periodo conserva uno straordinario stra e Ixi a sinistra. Dopo una decina di km
monumento, la chiesa di S. Pantaleo*. presso l’omonima cantoniera è il Pranu
Costruita in tre diversi periodi, tra la se- Sànguni (Pianoro del Sangue), così detto
conda metà del sec. XII e la fine del XIII, fon- perché i fiori spontanei gli danno a perio-
di un colore rossastro.

San Nicolò Gerrei


A San Nicolò (m 365, ab. 994), piccolo ca-
poluogo del Gerrei, si può far sosta al ca-
seificio (in località S’Acquadròxiu) che
vende formaggi ovini e caprini e, in vaset-
ti, la Crema del Gerrei, formaggio fuso pic-
cante. Quindi si prende a destra sulla pro-
vinciale per Villasalto con altro percorso
tortuoso nella valle del rio Tolu; dopo 8 km
bivio a sinistra per inoltrarsi in una zona di
grandi roccioni calcarei. E finalmente com-
pare Armungia.

Armungia*
Si nota subito il nuraghe che, raro esempio
nell’isola, si conserva in buone condizioni
proprio al centro dell’abitato (m 366, ab.
633), adiacente all’ex casa comunale. Que-
sta ospita il piccolo Museo etnografico S’O-
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3.2 Da Dolianova a San Vito e Villaputzu
terranea. Dopo una ventina di chilometri
il Flumendosa descrive un grande mean-
dro, chiamato S’Arcu de sa rena (L’arco di
sabbia) perché ha formato una spiaggia e
un piccolo lago.

San Vito e Villaputzu


Si trovano come Muravera (v. pag. 74),
con cui presentano diverse analogie, ai
margini della piana alluvionale del Flu-
mendosa; una zona di antico insediamen-
to, se si considera che in territorio di Vil-
laputzu (m 8, ab. 5016) sorgeva la città fe-
nicia di Sàrcapos (da cui, sembra, il nome
Sàrrabus), che utilizzava un porto realiz-
zato alla foce del Flumendosa e curava in
particolare gli scambi con l’Etruria.
La tessitura, ancora ben viva sia a San Vi-
to (m 13, ab. 3970) sia a Villaputzu (oltre
che a Muravera), produce coperte, tova-
glie e tappeti. Per questi ultimi viene usa-
mu de is Aìnas (‘La Casa degli attrezzi’), ta la tecnica “a pibiònes”, cioè ad acini, che
con strumenti del lavoro domestico, del rende il tessuto soffice e consistente allo
contadino, del pastore e del cacciatore; e stesso tempo.
una mostra fotografica su Emilio Lussu, lo Tra i monumenti merita una visita la pic-
scrittore e uomo politico antifascista cola chiesa di S. Lussorio, a San Vito: situata
(1890-1975) che ad Armungia nacque e fe- ai margini dell’abitato, verso la parte alta,
ce ripetutamente ritorno. Anche nei suoi si raggiunge con una strada in salita, se-
scritti torna il ricordo degli anni dell’in- gnalata, che si stacca dalla via centrale pri-
fanzia, delle leggendarie battute di cac- ma di uscire verso Villasalto. Ha linee sem-
cia, di una civiltà antica e originale: «Sono plici e massicce, con due grossi con-
nato in un piccolo villaggio della montagna trafforti sulla facciata, che termina con
e credo di aver conosciuto gli ultimi avan- campanile a vela, e un piccolo portico la-
zi di una comunità patriarcale senza clas- terale. L’interno, a una sola navata, ha co-
si e senza stato». La sua casa, nel rione pertura in legno e volta a botte.
Cannedu, è tra le più belle tra quante si
conservano dell’edilizia tradizionale lo- Interessante la discesa al mare di Porto Corallo,
cale basata sull’impiego di scaglie di schi- 6 km oltre Villaputzu: imboccata una strada
sto: fa parte di un percorso di visita col- ben segnalata subito dopo il paese, si passa sul-
legato al museo che comprende anche il la destra di uno stagno formato dalle acque
del Flumendosa, poi di un’altura dove si scor-
nuraghe, alcune altre abitazioni del centro gono i resti del castello di Gibas, quindi si giun-
storico e un’officina di fabbro. ge in prossimità di una delle tante torri elevate
dagli spagnoli: qui nel 1812 la popolazione riu-
Strada del Flumendosa scì a respingere uno degli ultimi attacchi dei pi-
Oltre Armungia si continua su percorso rati saraceni. Si costeggia il porto turistico e si
sempre asfaltato e con una breve discesa continua su una strada a fondo naturale che
tortuosa si raggiunge, per imboccarla sul- consente di esplorare la costa.
la destra, la statale 387 che congiunge
Ballao con San Vito e l’Orientale Sarda: Verso Tertenìa
un’arteria dal percorso moderno, con via- Lungo la 125 Orientale Sarda in direzione
dotti e gallerie, che consente di giungere nord, si continua su un percorso sempre
molto rapidamente al mare nonostante lontano dal mare sino a incontrare a circa
l’asperità del territorio attraversato. Si 15 km da Villaputzu, vicinissima alla stra-
procede a mezza costa sul versante destro da ma nascosta da una casa diroccata, la
della valle, che è tortuosa e a tratti molto campestre chiesa di S. Nicola, unico esem-
stretta perché dovuta esclusivamente al- pio in Sardegna di edificio sacro costruito
l’erosione fluviale. Nel paesaggio domi- in mattoni cotti. Fu realizzata dai pisani in
nano qua e là alcune masse rocciose stile romanico. Sul colle a destra si notano
conformate a “tacco”. I versanti delle al- i ruderi del castello di Quirra, costruito in-
ture sono ricoperti dalla macchia medi- torno al ’200 dai ‘giudici’ di Cagliari. Qui è
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3 Il Sàrrabus e il Gerrei: la montagna meridionale
l’aspro Salto di Quirra (‘salto’ è termine Una breve deviazione, lasciando per il mo-
che significa area incolta). mento il bivio per Perdasdefogu, conduce in me-
La strada continua poi ancora lontana dal no di 2 km a Ulàssai, tranquilla borgata di alta
collina (m 775, ab. 1650). All’ingresso un cartello
mare, dal quale è separata da una serie di
sulla sinistra indica la vicina cooperativa di
rilievi: qualche km dopo la chiesa di S. tessitrici Su Màrmuri: usando lana sarda, cotone
Nicola si entra in provincia di Nùoro. Nel e lino, produce con diverse tecniche tappeti,
territorio, sempre scarsamente abitato, tende, asciugamani e copriletti. Motivo domi-
larghi tratti desertici, di rocce e piccola nante della decorazione, la figura della capra.
macchia, si alternano a piane coltivate. Dal locale della cooperativa una strada prose-
gue a monte dell’abitato, quindi – sempre asfal-
Tertenìa tata – si inerpica ripida in una stretta valle con
Nel paese (m 121, ab. 3710), che ha sosti- orti e zone coperte di pini, tra alte masse roc-
ciose: sono le pareti strapiombanti di altipiani
tuito l’originaria economia mineraria con calcarei, caratteristiche di questa zona e note
le attività agricole e pastorali ed è ora im- come tacchi o tònneri. A poco più d’un km dal
pegnato nella valorizzazione turistica del- paese, una strada asfaltata, per gole e aspri
la costa, si può fare una sosta per cono- “taccus” di grande suggestione, giunge all’in-
scere i prodotti locali, i formaggi e i dolci gresso della grotta Su Màrmuri*, attrezzata
della tradizione; presso privati si trovano per la visita, che richiede una guida.
buoni vini. Nella bella stagione, presso Al ritorno al paese la prima strada a sinistra con-
due chiese campestri si svolgono le due fe- duce a un interessante monumento alla donna,
ste principali, con processioni, costumi, realizzato in un vecchio lavatoio pubblico per
iniziativa dell’artista Maria Lai, nativa del luogo:
canti e balli tradizionali: il 2 agosto quella all’interno le corde tese al soffitto rievocano la
di S. Pietro apostolo; il 1° settembre quel- fatica del telaio.
la della patrona S. Sofia.
Da Jerzu a Perdasdefogu
Al mare si arriva con una strada che si stacca
dall’Orientale Sarda all’altezza del paese: un Ripreso il percorso per Perdasdefogu si
tempo conduceva a una miniera di barite. Dopo procede in zona pittoresca e panoramica,
aver osservato il panorama dal passo Arcu de caratterizzata da altri enormi tacchi. Poco
Sàrrala (m 233) si scende in una stretta piana co- dopo la possibilità di una breve sosta è of-
stiera che termina con spiagge alternate a sco- ferta dalla campestre chiesa di S. Anto-
gliere sulle quali si affacciano insediamenti tu- nio, sulla sinistra della strada, in area rim-
ristici ricavati in parte dalle vecchie case dei mi- boschita a pini; festa con balli tradiziona-
natori. La zona è caratterizzata dalla presenza di
nuraghi: a ridosso dell’arco sabbioso di Sa Foxi
li il 13 giugno. Dopo una salita ci si affaccia
Manna, facilmente raggiungibile, si trova il nu- su un’altra spettacolare distesa di tacchi,
raghe Aleri; ripresa la strada verso sud si trova quindi si passa a una zona di masse colli-
sulla destra il Longu, molto alto, uno dei pochi nari arrotondate, coperte prevalentemente
che conservi ancora la copertura. Più oltre, una dalla macchia: una delle aree meno po-
torre aragonese e il villaggio turistico San Gio- polate dell’isola.
vanni di Sàrrala con il suggestivo nuraghe Su Con- Si giunge infine a Perdasdefogu (m 599,
cali, che ha due piccole torri aggiunte. ab. 2430; nel nome, ‘Pietre di fuoco’, è for-
se il ricordo di un’antica attività vulcani-
Jerzu ca), che nell’abitato e nel territorio ospita
Lasciata l’Orientale Sarda al valico Genna insediamenti e poligoni militari. Di recen-
’e Cresia (‘Porta della Chiesa’, m 267), con
te è stata restaurata e riaperta al culto, nel-
percorso sempre in salita si raggiunge Jer-
la parte alta del paese, la paleocristiana
zu (m 427, ab. 3391). Prima di entrare in
chiesa di S. Sebastiano.
paese sosta piacevole e panoramica alla
fonte Bau ’e Munsa, con piccola oasi verde. Approfittando di una bella strada asfaltata si
In alto dominano le strutture della grande può deviare sulla sinistra, all’uscita del paese,
Cantina sociale. Allo spaccio si trovano tut- per un’escursione di circa 20 km al monte Car-
te le varianti del Cannonau, che qui do- diga (m 676): si procede in un paesaggio calca-
mina incontrastato: rosso, rosato e riser- reo desertico, con ampia vista su una serie di
va a Doc, quindi ancora rosso, rosato, dry, sommità collinari arrotondate tutte a macchie
dolce e persino bianco. di cisto e corbezzolo. Alcune stradelle si iner-
Una passeggiata lungo la via Umberto, la picano sul fianco del monte, che, insieme ad al-
cune fontane, conserva parti dei grandi boschi
principale del paese, offre di tanto in tan- di elci che un tempo lo coprivano per intero e
to scorci panoramici sulla profonda vallata che ospitano ancora interessanti varietà della
del rio Pardu, a nord-est. Nelle località fauna originaria: cinghiali, gatti selvatici, mar-
Perda Puntuta e Sa Ibba s’Ilixi sono presenti tore, pernici, astori, aquile ecc. Dalla cima la vi-
gruppi di domus de janas. sta è spettacolare.

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3.1 Da Jerzu a Ballao
Escalaplano Funtana Coberta
Nel paese (m 338, ab. 2575), oltre a nu- Sulla strada per Ballao (di nuovo in pro-
merose abitazioni in pietra, interessante la vincia di Cagliari) una carrareccia sulla de-
parrocchiale di S. Sebastiano, in via Ro- stra porta dopo 100 m alla Funtana Cober-
ma, con rosone traforato e bassorilievi ta, pozzo sacro nuragico del tipo più anti-
d’impronta rinascimentale all’interno (Mar- co, costruito cioè, come i nuraghi, con pie-
tirio di S. Sebastiano e Vergine e Apostoli). tre lavorate solo in parte: una scalinata
In direzione di Orroli, a 3 km dal paese, una conduce alla camera sotterranea, alta più
stradella a sinistra conduce su un cocuz- di 5 m, che va restringendosi verso l’alto col
zolo con querce da sughero dove si trova sistema a tholos, come nelle torri nuragi-
la chiesa di S. Giovanni, luogo di una festa che, appunto; il tutto in materiale calcareo.
tradizionale il 24 giugno. Ampia vista sul
paese e dintorni e, nelle rocce intorno, le Ballao
domus de janas di Sa Fossada. Il paese (m 90, ab. 1039) è in un basso
pianoro, lungo un’ansa del Flumendosa, in
Più avanti una stradella asfaltata sulla sinistra una zona abitata sin dai primordi. L’ag-
della strada di Orroli conduce in meno di 10 mi- glomerato non ha edifici di pregio, ma
nuti alle rive di un lago artificiale, il Mulàrgia, sul conserva molte abitazioni realizzate con
quale si affaccia un punto di ristoro con cucina una tecnica antichissima: in pietra sci-

specializzata in cibi tipici locali. Lungo il per- stosa nella parte bassa, quindi in làdiri, i
corso, bella vista sullo specchio d’acqua con al- mattoni d’argilla e paglia cotti al sole in uso
cune rive di terra rossa. nel Campidano. Il paese viveva un tempo
anche delle attività minerarie di Corti Ro-
Ancora oltre sulla via per Orroli una fontana con
grande abbeveratoio sulla destra indica il pun- sas, oggi abbandonate: gli appassionati di
to nel quale si devia per il vicino nuraghe Ar- minerali possono raggiungere (con una
rubiu*. È uno dei più grandi sinora conosciuti, strada a destra dopo il ponte sul Flumen-
circondato come è da un abitato utilizzato an- dosa, sulla strada per Escalaplano) la zo-
che in epoca romana. Molto grandi e articolate na degli scavi, che si compivano a cielo
anche le costruzioni nuragiche e difensive: la aperto, e trovare negli ammassi di resi-
torre centrale, alta 16 m, è circondata da cinque dui bei cristalli di antimonite.
torri minori collegate da un bastione che deli- Feste tradizionali si svolgono il lunedì dopo
mita un ampio cortile interno; un più vasto an-
Pasqua nella chiesetta campestre di S. Cleo-
temurale alterna altre sette torri a lunghi mu-
raglioni, cui si aggiunge verso sud-est ancora fe: il 29 giugno per i Ss. Pietro e Paolo; il 22
una muraglia con cinque torri. Nelle vicinanze luglio per la patrona S. Maria Maddalena; il
è il villaggio nuragico di Su Putzu di un centinaio primo lunedì di ottobre per S. Vitalia.
di capanne con tempio sacro a pozzo, con cor- Da Ballao è possibile raggiungere (12 km)
tile a mezzaluna per i pellegrini. San Nicolò Gerrei (v.pag. 76).

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4 Trexenta, Marmilla e Sarcidano:
la Sardegna delle colline

Profilo dell’area
La Trexenta, la Marmilla e il Sarcidano, situate nella parte cen-
tromeridionale della Sardegna, sono regioni ricche di storia,
tradizioni e ambienti naturali particolari. Una moltitudine di
ritrovamenti archeologici testimoniano la presenza dell’uo-
mo già dal Neolitico: le cave di ossidiana del monte Arci, le statue-menhir del Sarcida-
no, i circoli megalitici a “cromlech” del territorio di Làconi, i villaggi e i santuari nura-
gici di Barùmini e di Santa Vittoria di Serri non sono che gli aspetti più conosciuti di que-
ste regioni, che custodiscono “domus de janas”, “tombe di giganti”, pozzi sacri e nura-
ghi sparsi in tutto il territorio. Gli abitanti sono fieri delle proprie tradizioni: è ancora
possibile vedere al lavoro i ramai di Ìsili, le tessitrici di Mògoro e di Sàrdara e le cera-
miste di Villanovaforru, o degustare piatti tipici accompagnati dagli ottimi vini della
Trexenta. Sono proprio i produttori di questi vini, in particolare del Nuragus, che pro-
pongono, in collaborazione con le cantine del Campidano, un itinerario enogastronomico
percorribile con il “trenino verde”. Ma l’aspetto più caratterizzante di queste zone è quel-
lo ambientale: le aree di monte Arci e della Giara, per la loro unicità, sono inserite in un
progetto di salvaguardia che prevede l’istituzione di due parchi regionali. Sulla Giara,
un altopiano basaltico dal profilo trapezoidale, vivono gli unici esemplari di una razza
di cavalli selvaggi
dalle piccole dimen-
sioni, dalla lunga co-
da e dagli occhi a
mandorla che pa-
scolano nei boschi
di sughere e si abbe-
verano nei “paùlis”,
laghetti che in pri-
mavera si ricoprono
della fioritura dei ra-
nuncoli acquatici.
Il monte Arci sovra-
sta il Campidano di
Oristano, dividendo-
lo dall’alta Marmilla,
con il suo profilo “a
schiena d’asino”, co-
me lo chiamano i
geografi . Di origine
vulcanica, supera di
poco gli 800 metri di altezza nella sua cima più alta, la Trèbina Longa, e conserva testi-
monianze di presenze umane che si possono far risalire a parecchi millenni fa: le cave di
ossidiana, la lucente pietra nera, furono infatti sfruttate già nel Neolitico antico dalle gen-
ti protosarde, che utilizzavano “l’oro nero” come materiale per fabbricare utensili e ar-
mi o come merce di scambio con le genti della Toscana, della Liguria e della Corsica. I re-
sti degli insediamenti sono inseriti in un ambiente naturale ancora sufficientemente in-
tegro, fatto soprattutto di boschi di lecci e sughere, a cui spesso si associano piante di
corbezzolo: in autunno, la contemporanea presenza di fiori e frutti su questi arbusti re-
gala al visitatore uno spettacolo di colori, profumi e sapori indimenticabile, a cui si può
aggiungere spesso la raccolta di funghi di cui il sottobosco del monte Arci è ricco.
Negli ultimi anni, tutto il territorio si è arricchito di iniziative che vanno dalla costitu-
zione di consorzi turistici all’allestimento di nuovi musei territoriali, dall’apertura di azien-
de agricole e conserviere all’introduzione di nuove forme di allevamento, come quello
degli struzzi e dei bufali nelle campagne di Ortacesus, alla creazione dell’albergo diffuso
o di servizi di bed & breakfast in case private.
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4.1 La Trexenta e la Marmilla
Itinerario lineare, da Cagliari a Senorbì e a Sanluri, km 102 escluse le deviazioni (carta qui sopra)

Si svolge sino a Monastìr sulla statale 131; raggio, vigneti, mandorli, vecchi ulivi, greg-
di qui a Suelli lungo la statale 128 per poi gi al pascolo ne caratterizzano ancora i
toccare, seguendo strade provinciali e paesaggi, così come nei piccoli centri so-
brevi tratti della statale 197, gli abitati di no un denominatore comune le ultime ca-
Guasila, Villanovafranca, Villanovaforru e se a corte dai portali archivoltati. La mi-
Sàrdara; un breve tratto sulla 131 e si è a tezza del clima, la fertilità del terreno, la
Sanluri. Terre di nude e ondulate colline presenza di piccoli corsi d’acqua hanno fa-
mioceniche, la Trexenta e la Marmilla han- vorito la nascita di primi insediamenti già
no molto in comune. Entrambe portano i nel Neolitico medio e non c’è paese che
segni di un’antica tradizione contadina le- non possieda aree archeologiche; cui si af-
gata soprattutto alla produzione di cerea- fiancano, non di rado, interessanti musei.
li, di quel grano duro che per lunghi seco- Tracce di un lontano passato si colgono
li ha dato impulso all’economia delle due anche nelle sagre che fondono assieme
sub-regioni. Campi coltivati a grano e fo- mondo pagano e fede cristiana.
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4 Trexenta, Marmilla e Sarcidano: la Sardegna delle colline
Pimentèl tabili al IV millennio a.C. Comunità neoliti-
Dalla statale 131, all’altezza dell’abitato che erano ben presenti, però, anche in al-
di Monastìr, ci si immette nella statale 128 tre aree del territorio di Senorbì: «La loca-
per Senorbì e, dopo 10 km, si svolta a si- lità di Sa Turriga – conferma Giovanni Lil-
nistra per Pimentèl (m 154, ab. 1224). È liu – ha restituito il più grande ed elegante
questo il paese delle “domus de janas”del- degli idoli sardi di Dea Madre», una statui-
la necropoli preistorica di S’Acqua Salida, na di oltre 42 cm d’altezza, di tipo cicladi-
nelle campagne di Pranu Efisi. Dall’abita- co. Alla Madre di Dio è dedicata invece, su
to si segue verso nord l’asfalto per Guasi- un colle alla periferia nord del paese, la
la e, al quarto incrocio con le strade di chiesetta campestre di S. Maria di Segolai,
campagna, si svolta a sinistra per incon- un piccolo tempio romanico edificato ver-
trare, dopo circa 350 m, su un rilievo di so la metà del XIII secolo.
roccia arenaria, una necropoli di otto tom-
be ipogeiche. Sempre dalla strada per
Guasila, svoltando alla prima strada bian-
ca che s’incontra da Pimentèl, si arriva do-
po 300 m alla domu de janas di Corongiu: è
la tomba dove sembra di cogliere negli
elementi decorativi e nei simboli a spira-
le «lo schema di un viso umano – spiega
l’archeologo Giovanni Lilliu – in particolare
quello della dea degli occhi», immagine
idealizzata della dea Madre di tradizione
neolitico-calcolitica.

Senorbì
È uno dei centri più grossi e rappresenta-
tivi della Trexenta (m 199, ab. 4347). Qua-
si al centro dell’abitato, in piazza Munici-
pio, è una casa ottocentesca, con il log-
giato (“sa lolla”), con l’acciottolato del
cortile, (“s’impedrau”), con il pozzo e le
stalle. È il nuovo Museo archeologico Sa do- Da Senorbì si può compiere una deviazione dal-
mu nosta, istituito di recente per acco- l’itinerario per dedicare qualche ora alla ne-
gliere ed esporre, innanzitutto, i preziosi cropoli preistorica di Pranu Mutteddu*. L’area
reperti venuti alla luce nella necropoli pu- archeologica dista una ventina di chilometri e la
si raggiunge percorrendo verso est, la strada tor-
nica e romana di monte Luna, dove tombe tuosa che supera la piccola frazione Arixi, si la-
a pozzo e a fossa hanno restituito anfore a scia alle spalle le case di San Basilio e svolta a si-
fasce dipinte, brocche a bocca trilobata, nistra verso Goni. Dal bivio si va avanti per cir-
piatti, lucerne, coppe, monete dei sec. IV e ca 6 km sino a incontrare, sempre sulla sini-
III a.C., anelli e pendenti in oro con scara- stra, prima del paese, una carrareccia che por-
bei incastonati, orecchini, collane, brac- ta ai menhir e alle tombe a circolo della necro-
ciali, rasoi in bronzo. Non lontano dalla ne- poli: un’area suggestiva per quei misteriosi mo-
cropoli sono stati individuati, a Santu Te- noliti in arenaria allineati su una radura dell’al-
topiano, tra sughere imponenti e secolari, schie-
ru, anche i resti dell’abitato cui apparten- rati come antichi guerrieri, di fronte alla strada
gono, quasi certamente, i corredi funera- bianca che li divide da una singolare tomba a cir-
ri. Gli insediamenti sono stati inseriti in un colo con al centro una grotticella artificiale, sca-
Parco archeologico, all’interno del quale vata con grande maestrìa in un unico blocco di
sorge un complesso ricettivo composto da pietra. Di rilevante interesse archeologico.
un bar ristorante, una sala convegni e una
saletta didattico-espositiva dove, trami- Suelli
te un sistema di telecamere a circuito Da Senorbì bastano 3 km d’asfalto per in-
chiuso collegato ad alcune tombe, è pos- contrare, verso nord, il paese (m 254, ab.
sibile osservare l’interno delle sepolture e 1182), di quel san Giorgio di Suelli, “epi-
la collocazione dei corredi. scopus Barbariae”, vissuto tra X e XI sec.,
È lo stesso museo a ricordare che Monte cui la tradizione popolare attribuisce gran-
Luna ha conosciuto insediamenti anche de umiltà, amore per il prossimo e sor-
molto più antichi di quello punico, come di- prendenti miracoli. Le spoglie del santo so-
mostrano i frammenti di ceramica deco- no conservate nel santuario che si erge
rata, le lame e le cuspidi in ossidiana, da- su un piazzale dentro l’abitato, a fianco del-
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4.1 Da Senorbì a Sàrdara
la chiesa di S. Pietro. Qui si rinnova, in pri- Villanovaforru
mavera, la grande sagra che Suelli dedica Il borgo (m 310, ab. 704) è qualcosa di più
al suo vescovo. Il tempio di S. Pietro con- che un semplice paese della Marmilla. È un
serva una pregevole ancona del ’500, ope- laboratorio di idee, di iniziative, di scom-
ra di Pietro e Michele Cavaro, che raffigu- messe che hanno come fulcro il vecchio edi-
ra una Madonna col Bambino e i Ss. Pietro, ficio del Monte Frumentario divenuto Mu-
Paolo e Giorgio vescovo. Sulla destra del- seo archeologico*. In esso sono raccolti gli
la cattedrale si erge la chiesa del Carmine, askoi, i grandi ziri, i vasi piriformi a deco-
gotico-aragonese. razione geometrica, le lucerne, i portabra-
Al fascino del sacro, Suelli unisce il gusto ce, le scorie di fusione di piombo e rame del
del profano con la bella casa padronale complesso nuragico di Genna Maria (sec.
della famiglia Ruda, una sorta di museo-ri- XV-VII a.C.; v. sotto), che lunghi e pazienti sca-
storante che raccoglie assieme oggetti vi hanno portato alla luce sulla sommità di
del mondo contadino e vecchi sapori del- una collina a poca distanza dal paese.
la cucina d’una volta.
A ovest del paese, sulla strada per Collinas,
Guasila una sterrata supera i 408 m del colle omonimo
sino al complesso fortificato e villaggio nura-
Da Suelli l’itinerario punta verso ovest e, gico di Genna Maria*. Dal torrione centrale del
attraversando Sèlegas e Guamaggiore, Bronzo medio al bastione trilobato del Bronzo
giunge a Guasila (m 211, ab. 3038), La sua recente, rinforzato da un antemurale con torri,
Parrocchiale è uno degli esempi più si- delle quali quattro ancora riconoscibili, crebbe
gnificativi dell’architettura sacra neo- nella prima età del Ferro un abitato abbando-
classica di cui è stato artefice nel’Otto- nato nel sec. VIII a.C. per ragioni rimaste ignote.
cento Gaetano Cima. All’interno richia- Luogo sacro deputato al culto agrario di De-
mano interesse pregevoli sculture di Giu- metra e Core per più di ottocento anni, è dal
seppe Antonio Lonis. All’Assunta, nei gior- 1969 oggetto di scavi sistematici.
ni di Ferragosto, Guasila dedica un inso- Con una deviazione di 7 km verso est, si rag-
lito rito profano, quello di “S’acchixed- giunge, superata Lunamatrona, il caratteri-
da”, un rodeo che vede protagonisti gli stico abitato di Siddi (m 184, ab. 845), dove
scapoli del paese e una povera giovenca. un’antica dimora padronale, casa Steri, risa-
Alla vigilia della sagra , di buon mattino, lente al sec. XVII, ospita il Museo delle tradizioni
la giovenca viene prima liberata e poi in- agroalimentari della Sardegna. Con un accu-
seguita senza tregua da giovani cavalieri. rato progetto etnografico e antropologico, il
museo si propone di ricostruire l’intreccio di
Vince chi per primo riesce a prenderla al relazioni fra il cibo, le sue tecniche di lavora-
laccio. A questa sagra, da qualche anno, zione, i modi di consumo e la vita sociale che
è stato abbinato il Palio dell’Assunta, det- si svolgeva dentro la casa. Ritornando verso
to anche Palio dei Comuni, perché vi par- Villanovaforru, sulla strada per Collinas, si
tecipano rappresentanti di tutti i Comuni costeggia a nord la Giara di Siddi, chiamata “Sa
dell’Isola. Nel moderno e funzionale Ip- Corona arrubia” per la sua conformazione e
podromo i cavalieri cavalcano “a pelo” e per la sua copertura di licheni rossi. Ai suoi
piedi è stato realizzato il Museo naturalistico
al vincitore viene consegnato il drappo ri- del Territorio, su una collina che diventerà
camato in oro zecchino con l’effigie della un Parco geobotanico mediterraneo speri-
Vergine Assunta. mentale. Una seggiovia permette di raggiun-
gere la sommità della Giara, a oltre 300 m di al-
Villanovafranca tezza, ricca di testimonianze archeologiche: la
Il paese (m 300, ab. 1552), che apre la por- più importante è Sa Domu ’e s’orcu , una tom-
ta alla Marmilla, si stende tra fertili colline, ba di giganti tra le più grandi e meglio con-
servate dell’intera isola.
raccolto attorno alla grande cupola e allo
svettante campanile a canna quadrata del-
la parrocchiale di S. Lorenzo. A meno di un Sàrdara
chilometro e mezzo dall’abitato, sul dorso Si va verso la statale 131. Al bivio, dove ap-
di una collina che domina la vallata di Riu pare verso occidente, su un colle, la sa-
Mannu, s’incontra il complesso megalitico goma scura delle rovine del castello di
di Su Mulinu, che ha rivelato interessanti Monreale (XIII sec.), appartenuto ai ‘giudi-
particolari sulla nascita delle torri a tholos, ci’ di Arborèa, si svolta a destra per Sàr-
nei secoli del Bronzo medio, e sui rituali sa- dara (m 155, ab. 4423). Proprio dentro l’a-
cri praticati nella prima età del Ferro. I re- bitato è il tempio nuragico di S. Anastasia,
perti provenienti da questi siti sono espo- conosciuto come “sa funtana ’e is dolus”,
sti nel Museo archeologico comunale, ospi- la fonte che cura i dolori. Molta parte dei
tato nel vecchio Monte Granatico. reperti sono ora esposti nel Museo civico,
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4 Trexenta, Marmilla e Sarcidano: la Sardegna delle colline
dove spiccano anche due splendide sta- stauri. La sua costruzione viene fatta ri-
tuine in bronzo con gonnellino assiro tro- salire al XIII sec., anche se è conosciuto co-
vate nel sepolcro nuragico di Sa Costa, me il castello di Eleonora d’Arborea, ‘giu-
alla periferia del paese. Accanto al com- dicessa’ dal 1383 al 1402. I locali del ca-
plesso nuragico si erge la tardogotica chie- stello, che appartiene attualmente ai con-
sa di S. Anastasia (XV sec.). ti Villasanta, sono stati trasformati in sale
Lungo la provinciale per Pabillonis, si tro- museali che espongono cimeli, armi e ban-
va il moderno complesso termale di S. Ma- diere del Risorgimento, in gran parte pro-
ria is Acquas, sorto sui resti dell’antico venienti dalla reggia napoletana di Capo-
impianto romano di Aquae Neapolitanae. dimonte, dove erano raccolte sino al 1927.
Avvolte dal verde di un boschetto di eu- Alcune sale sono dedicate anche alla sto-
calipti, le terme si trovano accanto all’o- ria d’Italia nelle due guerre mondiali. Al pri-
monima chiesetta in stile gotico che a mo piano un’interessante raccolta di ce-
metà settembre si affolla di fedeli per la roplastiche.
grande sagra dedicata sia alla Madonna sia Dentro l’abitato merita una visita la ba-
al culto delle acque. rocca parrocchiale di Nostra Signora delle
Grazie, già gotico-aragonese ma rifatta tra
Sanluri 1781 e 1786 da Carlo Maino e Antonio
È l’ultima tappa dell’itinerario. Dentro il Ignazio Carta su evidenti modelli pie-
paese (m 135, ab. 8581), si fa subito nota- montesi. Di Giovanni Marghinotti è una Ma-
re la sagoma quadrata, dominata da quat- donna delle anime (2a cappella destra),
tro torrette merlate, dell’unico castello mentre la 3a cappella sinistra custodisce,
medievale sardo non in rovina, ma addi- in un retablo scolpito e dorato, un note-
rittura abitato e curato con attenti re- vole Crocifisso ligneo del ’400.

4.2 Le Giare e il Sarcidano


Itinerario lineare, da Sanluri a Barùmini e a Gergei, km 81 deviazioni escluse (carta a pag. 81)

Si svolge quasi interamente lungo le stata- maestri di quest’arte, tra incudini e alti sga-
li 197 e 128, consentendo deviazioni ai pie- belli a treppiede continuano a plasmare e
di delle Giare. A 3.8 km da Sanluri (bivio di decorare, con maestria e pazienza, cal-
Villasanta) s’imbocca la 197 toccando in daie e “cupas”, bracieri dai riflessi dorati,
successione las Plassas, Barùmini, Gèstu- pentole e “artàinis”, padelle dai neri manici
ri e Nuragus, dove si devia a sinistra per Ge- di ferro.
noni e Làconi, con un anello che si chiude
su Nurallao; di qui la 128 reca a Ìsili, a Ser- Las Plassas
ri e a Gerrei. Isola nell’isola, giardino pen- Al bivio di Villasanta, dalla statale 131 di-
sile, perla verde: la fantasia si è impegnata verge la 197 per Villamar (m 108, ab. 3055),
a fondo per esprimere in due parole il fa- il paese dei murales, della chiesetta roma-
scino di sa Jara, la Giara di Gèsturi. Vasti bo- nica di S. Pietro (XIII sec.), del retablo del
schi di sughere, bacini imbriferi, cavallini 1518 di Pietro Càvaro, conservato nella
allo stato brado e testimonianze archeo- tardogotica chiesa di S. Giovanni Battista. Si
logiche ne fanno uno degli angoli più pre- attraversa l’intero abitato e si prosegue in
ziosi della terra sarda. L’altopiano basalti- direzione di Barùmini. Bastano poco più di
co s’innalza sulle basse colline mioceniche 6 km per vedersi venire incontro, dopo
della Marmilla e del Sarcidano e domina co- qualche curva, una delle immagini più sug-
me una fortezza naturale i centri abitati che gestive della Marmilla: la collina perfetta-
lo circondano. In tempi recenti ciascuno di mente conica di las Plassas, incoronata
questi paesi ha costruito la ‘sua’ strada dai ruderi di un castello giudicale degli Ar-
sugli impervi sentieri delle “scalas”, dei borea e delimitata sullo sfondo dalla sa-
passaggi naturali, e sui tracciati di “su cam- goma inconfondibile della Giara di Gèstu-
minu ’e garru”, i vecchi percorsi del carro ri. Sulla sommità, sotto le rovine medieva-
a buoi, per raggiungere con facilità e tene- li, conserva tracce di un insediamento nu-
re sotto assedio l’isola dei cavallini. ragico; alla base, la seicentesca chiesa di S.
A Ìsili, nel Sarcidano, vivono gli ultimi “ar- Maria Maddalena a croce greca.
ramanaius”, quegli artigiani del rame dai
caratteri slavi e dalla misteriosa parlata, Barùmini
“su romaniscu”, che la tradizione consi- Prima di entrare nell’abitato si scorge, a oc-
dera eredi d’una comunità zingara. Abili cidente del paese, la mole del complesso
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4.2 Le Giare e il Sarcidano

quadrilobato di Su Nuraxi** (pianta qui in vengono radunati i cavallini spinti a valle dal-
basso), una ‘reggia’ megalitica che vede l’altopiano per “sa marca”, il rito anacronistico
racchiusi in sé molti secoli di storia, dal e crudele della marchiatura a fuoco che, seb-
Bronzo medio (sec. XVI-XIII a.C.), cui appar- bene imponga non lievi sofferenze agli animali,
tiene il primo impianto della torre centra- viene ancora proposto come spettacolo turi-
stico. Tuìli merita più interesse per l’architettura
le, alla seconda età del Ferro (sec. VI-III a.C.; di stile spagnolo coloniale della bianca chiesa di
una reggia iscritta dal 1997 nella “Lista del S. Antonio, avvolta nell’ampio muro di cinta, per
Patrimonio dell’Umanità UNESCO”. Fra i re- gli eleganti edifici neoclassici, come la villa Pit-
sti grandiosi, isolati su un colle dominan- zalis, progettata da Gaetano Cima, e la villa
te la vasta e integra solitudine della Mar- Asquer; per la parrocchiale di S. Pietro, che si er-
milla, si riconoscono il nuraghe centrale ge su un piazzale costellato di frammenti di
polilobato a tre camere so-
vrapposte (sec. XVI-XIII a.C.),
il successivo bastione arti-
colato in 4 torri, il pozzo
profondo 20 m, un più re-
cente baluardo. Distrutto
nel sec. VII a.C., il villaggio fu
ricostruito e abitato sino a
età romana. Dal nuraghe le
case di Barùmini (m 202,
ab. 1453) distano solo po-
che centinaia di metri. Den-
tro l’abitato si fa notare, ac-
canto alla parrocchiale del-
l’Immacolata, costruita in
forme tardogotiche nel XVI
sec., la casa degli Zapata
(chiusa per restauri), che ri-
chiama gli anni della domi-
nazione spagnola. Resiste
al tempo, poco distante, la
medievale chiesa di S. Gio-
vanni Battista: uno dei pi-
lastri che dividono le due
navate absidate ha dei bu-
chi lungo gli angoli, dove
si legavano, in attesa del-
l’esecuzione, i detenuti con-
dannati a morte.
Da Barùmini bastano 3 km per
raggiungere Tuìli (m 208, ab.
1221), ai piedi della Giara. Qui,
a fine agosto, alla periferia del
paese, sotto il sole cocente,

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4 Trexenta, Marmilla e Sarcidano: la Sardegna delle colline

I cavallini della Giara

Si chiamano giare, in Sardegna, dei brevi a proprietari dei paesi circostanti, ma vi-
altipiani isolati che si ergono con ripide vono tutto l’anno a pascolo brado, uniti
pareti sul paesaggio circostante. Il più in folti branchi: all’avvicinarsi dell’uomo
famoso è la Giara di Gèsturi, lunga 12 scattano tutti insieme, la loro fuga è una
chilometri, larga 4, alta fra i 500 e i 600 me- piccola sinfonia di rumori e di colori.
tri. Vasto terrazzo basaltico, arido e de- Non si sa quanto siano antichi. Un tempo
serto, è popolato dalla macchia medi- si pensava che fossero selvatici da sem-
terranea da cui spuntano sughere con- pre. Oggi li si ritiene discendenti di un
torte dal tempo e dal vento. Qua e là dei gruppo di cavalli che, abbandonati per
piccoli specchi d’acqua offrono da bere una delle tante vicende della storia sarda,
alla straordinaria popolazione della Gia- si sarebbero rifugiati qui e si siano pro-
ra, i cavallini. Si chiamano così perché so- gressivamente inselvatichiti. Piacciono
no di altezza modesta, poco più che po- ai cacciatori di frodo e qualcuno ne ven-
nies, ma con tutta la bel- de la carne: ma la consa-
lezza, la resistenza e la pevolezza della loro im-
nevrilità dei loro fratelli portanza è ora sempre
maggiori. Appartengono più diffusa.

antiche mole e che conserva ca penetra nel pianoro tra


all’interno un retablo* del mirti, lentischi, fioriture
Maestro di Castelsardo, da- di cisti e profumo di eli-
tato all’anno 1500 e restituito crisi e si inoltra verso l’ac-
allo splendore di un tempo
grazie a un intervento di re- qua degli stagni, Paùli Oro-
stauro. Il paese, punto di par- meo, Paùli Aba Mingiàu,
tenza per escursioni guidate dove non è difficile, nella
al Parco della Giara di Gesturi, buona stagione, incontra-
si sta arricchendo di iniziative re i cavallini.
turistiche e culturali, come il
recupero di antiche strutture utilizzate per l’al- Genoni
lestimento del Museo della Musica etnica e del È il paese (m 447, ab. 1022) che vanta la
Museo delle Auto storiche. proprietà del maggior numero di cavallini
della Giara. Appare dominato dal piccolo
Gèsturi pianoro di Santu Antine, con i resti di una
Da Barùmini si prosegue verso Gèsturi fortezza punica sulla quale il primo cri-
(m 310, ab. 1445), il paese che possiede la stianesimo ha eretto una cappella intito-
più ampia porzione della Giara. L’abitato lata ai santi Costantino e Elena.
conserva ancora molto dell’architettura
rurale e si raccoglie compatto attorno al- Làconi
la parrocchiale di S. Teresa d’Avila (XVI Si prende per Làconi (m 550, ab. 2359), che
sec.). Seguendo la via principale, dopo come Genoni appartiene al Nuorese: è il
la bianca facciata della chiesetta di S. Ma- paese delle statue-menhir, del parco mar-
ria Egiziaca (XVI sec.), si incontra il cartello chionale, dell’oasi di Su Dominariu, dove
giallo per la Giara di Gèsturi**. La stra- una volta allevavano mandrie di cavalli “is
da asfaltata per il pianoro s’inerpica tor- milanesos”, i milanesi. Alle statue-menhir il
tuosa sino al ciglio basaltico dove prende paese ha dedicato il Museo archeologico
inizio, a un cancello di legno, una delle comunale*. I monoliti recano scolpiti dop-
strade bianche che attraversano l’alto- pi pugnali e misteriosi simboli antropo-
piano. A poca distanza si erge il protonu- morfi rovesciati, i cosiddetti “capovolti”. So-
raghe di Bruncu ’e Màdugui*, che domina no gli affascinanti testimoni della lunga
dall’alto le colline della Marmilla. L’arcai- evoluzione delle pietre fitte. Alcune di esse
co monumento è considerato un impor- hanno trovato ospitalità sotto la casa mu-
tante esempio dell’evoluzione del mega- nicipale, di fronte al parco e alla monu-
litismo nell’isola mentale villa dei marchesi Aymerich*, neo-
A una cinquantina di metri dal bastione classica, progettata da Gaetano Cima. Den-
megalitico si estende, verso l’interno, un tro i confini di Làconi ci sono anche i ruderi
vasto agglomerato di capanne preistori- del castello giudicale avvolti dal verde se-
che. Dal cancello di legno la strada bian- colare del parco.
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4.2 Le Giare e il Sarcidano
Nurallao suti con disegni e metodi tradizionali, ma
Da Làconi si punta verso sud, in direzione con materiali inusuali.
di Ìsili, e si incontra l’abitato di Nurallao (m
390, ab. 1437), ben conosciuto per le sta- La Giara di Serri
tue-menhir che, a circa 3 chilometri dal Una giara più piccola, anch’essa nata da co-
paese, nell’area archeologica di Aiodda*, late di basalto di lontane eruzioni vulcani-
sono state rinvenute come materiale di riu- che, è il petroso altopiano di Serri. Qui
tilizzo in una tomba di giganti. La tomba ha non ci sono cavallini e non sono molti gli al-
restituito frammenti ceramici, spilloni di beri che danno ombra ai pascoli, ma un ri-
rame o bronzo e «spesso riproponenti, in- chiamo forte c’è ugualmente: il grande san-
cisi o in bassorilievo, i simbolici motivi del- tuario nuragico di S. Vittoria*. Ci si arriva
le statue-menhir di Làconi». da Serri (m 617, ab. 781), lungo la stradina
che sale al pianoro. I ruderi del santuario si
Ìsili ritrovano assieme alla campestre chiesa di
Solo 8 km dividono Nurallao da Ìsili (m S. Vittoria, collegata alla settembrina sagra
523, ab. 3156), importante centro del Sar- del ringraziamento per i frutti della terra.
cidano che dentro l’abitato raccoglie uffici Un muro di cinta divide l’area sacra del tem-
amministrativi, piccole industrie, attività pio a pozzo da quella del recinto delle feste.
commerciali e artigianali. Qui resistono gli Poco lontano sorgono le abitazioni dei cu-
ultimi eredi di quell’antica arte del rame che stodi del santuario e, in disparte, l’ampia
la tradizione vuole di origine zingaresca e costruzione circolare per le riunioni ‘poli-
che ha radici nelle vecchie case del rione di tiche’, per le assemblee dei «prìncipi della
Coroneddu. Ìsili offre anche il gusto e la buo- stagione delle aristocrazie nuragiche, dal
na fattura di tappeti, arazzi, coperte e bi- sec. X al VI a.C.» (Giovanni Lilliu). La visita
sacce impreziositi dai vecchi simboli ere- al santuario nuragico può essere prece-
ditati dall’arcaico telaio in legno e canna e duta da quella all’Antiquarium, nei giardini
presenti anche nei preziosi lavori del legno del Comune, dove foto aeree e pannelli il-
intagliato. In paese sono da visitare la par- lustrativi permettono una maggiore com-
rocchiale di S. Saturnino (XIV sec.) e la chie- prensione della grandiosità dell’insedia-
sa di S. Giuseppe Calasanzio (XV sec.) ma so- mento di S. Vittoria.
prattutto, alla periferia dell’abitato, vicino
al campo sportivo, il complesso nuragico di Da Serri si può visitare Gergei (m 374, ab. 1505),
Is Paras*, trilobato, uno degli esempi più che dista circa sei chilometri. È il paese dell’o-
perfetti e armonici di quell’architettura. lio, prodotto e imbottigliato da due moderni
Per far conoscere la tradizione dei ramai, frantoi, e della buona cucina. Ma Gergei, che ri-
ma anche delle tessitrici di Ìsili, è stato re- chiama interesse anche per non pochi e prege-
voli dipinti sacri del XVI sec. custoditi nella coe-
centemente aperto il Museo per l’Arte del ra- va parrocchiale di S. Vito, ha fama soprattutto
me e del tessuto*. Nell’ex convento di S. Giu- per un arcaico rito che si celebra il 3 febbraio,
seppe, una costruzione seicentesca, sono giorno di S. Biagio, quando i bambini portano in
raccolti gli attrezzi e i prodotti dei ramai in processione e in chiesa per la benedizione “su
tutte le fogge e per tutti gli usi. Al piano su- sessineddu”, un grappolo di frutti legati assieme
periore sono esposti splendidi arazzi tes- da un’erba palustre, “su sèssini”.

4.3 Intorno al monte Arci


Itinerario lineare da Mògoro a Villaurbana, nell’Oristanese interno, km 60 senza le deviazioni
(carta a pag. 81)

Da Mògoro (5 km dal bivio di Ponte Trèbina Longa, il monte Arci appare im-
Cracàxia, sulla Carlo Felice: 62 km da Ca- ponente e maestoso sulle basse colline
gliari, 32.4 da Oristano) si raggiunge Mor- dell’alta Marmilla e sulla piana solcata dal-
gongiori (8 km) e, seguendo la statale 442, l’asfalto della statale 131 di Carlo Felice. Era
Àles (6.5 km; di qui, deviazione al monte Ar- l’Eldorado del Neolitico, una fonte inesau-
ci). Al bivio di S. Lucia (18 km) si prende a ribile di quell’‘oro nero’ che ha preceduto
sinistra piegando a nord-ovest verso Mo- la storia dei metalli. Con l’ossidiana si pro-
gorella, Villaurbana e Siamanna, in dire- ducevano, molto meglio che con la selce, la-
zione di Oristano. È un percorso che con- me taglienti, punte di freccia, bulini, ra-
sente una buona conoscenza di alta Mar- schiatoi. Con un colpo secco su un nucleo
milla e Brabaxana. Sebbene non superi in già predisposto si staccavano lame per-
altezza gli 812 m con i rilievi più elevati di fette e affilatissime, più taglienti di un ra-
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4 Trexenta, Marmilla e Sarcidano: la Sardegna delle colline
soio. In tutto il Mediterraneo la sua pre- Morgongiori
senza è limitata a pochissime aree. La Sar- Sopra l’abitato (m 351, ab. 967), ai piedi d’u-
degna fu sicuramente una delle mete più na grande croce, si apre nella roccia una
ambite per la qualità e l’abbondanza dei profonda fenditura che nasconde, nel buio
giacimenti del monte Arci. Nel fitto dei bo- più totale, due rampe di scale in pietra
schi e lungo i corsi d’acqua si moltiplica- d’un tempio ipogeico d’età nuragica. È Sa
rono così, nell’arco di più millenni, centri Domu ’e is Caombus, la ‘Casa dei colombi’,
di raccolta e officine litiche, dove le ossi- dove si praticavano misteriosi culti. Per vi-
diane traslucide e opache venivano scheg- sitarla è necessario un regolare permesso
giate, lavorate, commer- della Soprintendenza ar-
ciate e portate anche in cheologica di Cagliari e
terre lontane. Ne sono Oristano. Dal paese,
una conferma le ossidia- prendendo la strada
ne sarde rinvenute in To- asfaltata per la pineta di
scana, Liguria, Provenza, Is Benas, si può compie-
Catalogna. In Corsica il re una prima escursione
vetro vulcanico del mon- tra i paesaggi del monte
te Arci è stato raccolto, Arci e vedere da vicino
nella grotta sepolcrale di Sa Trèbina, un ciclopico
Curacchiagghiu, in uno treppiede naturale for-
strato che risalirebbe al mato da due torrioni ba-
6610 a.C. e, ancora, nel- saltici. Prima di iniziare
l’abitato preistorico di la salita, si può visitare il
Basi-Serra di Ferro, tra Centro di Documentazio-
ceramiche di circa 7750 ne ambientale per rac-
anni or sono. cogliere informazioni sul
Parco naturale di Monte
Mògoro Arci, visitare una mostra
Il bivio della Carlo Felice fotografica sugli aspetti
per Mògoro è vigilato a naturalistici del territo-
distanza dal rilievo del nuraghe di Cuccu- rio, o usufruire dei servizi di guida per il
rada, al centro di una campagna di scavi parco e i siti archeologici.
che lo ha riportato alla luce nella sua im-
ponenza, tanto da renderlo visibile anche Àles
dalla statale. Mògoro (m 132, ab. 4971) è il Altri 6 km di curve, tutti in discesa, porta-
centro più attivo e popoloso dell’alta Mar- no ad Àles (m 194, ab. 1691), capoluogo del-
milla e si fregia del titolo di capitale del te- l’alta Marmilla, sede di una delle più anti-
laio della tradizione. Tappeti e arazzi ven- che diocesi della Sardegna e paese natale
gono ancora prodotti, nel centro pilota Su di Antonio Gramsci (1891-1937), grande
Trobaxu, all’ingresso del paese, con telai in figura politica e intellettuale precocemen-
legno perfettamente ricostruiti sul model- te stroncata da una lunga detenzione nel-
lo di quelli tradizionali. Su di essi si perpe- le carceri fasciste. Sulle case del centro, ac-
tuano gusti, forme, colori di lontana eredità corpata al Palazzo vescovile, al Semina-
con figure stilizzate di liocorni, pavoncelle, rio e all’oratorio della Madonna del Rosa-
colombe, upupe, tralci di vite, rose e garo- rio, spicca imponente, con la grande cu-
fani, danze e fontane. La tessitura si spe- pola e le due torri campanarie, la Cattedrale
cializza per ciascun tipo di lavoro: a “pi- barocca di Domenico Spotorno, costruita
bionis” per i tappeti, a “briabi” per tovaglie tra il 1683 e il 1688 sulle rovine del tempio
e panni comuni, a “bagas” per gli arazzi, preesistente, travolto dal crollo del vecchio
opere d’arte, quest’ultimi, impreziosite dal- campanile. Ricca di marmi e opere in legno
l’oro e dall’argento dei broccati. intagliato, come il prezioso coro in noce del-
Il momento più importante per le artigia- la metà del ’600 di Ambrogio Ziquina e un
ne del telaio è la Fiera del Tappeto, che si Crocifisso trecentesco, la chiesa è cono-
tiene a Mògoro per due settimane tra luglio sciuta anche per il suo tesoro di ori e ar-
e agosto e vede raccolti assieme capola- genti sbalzati e cesellati, capolavori di abi-
vori di mezza Sardegna. li artigiani dei sec. XV, XVI e XVII. Dalla cat-
Il paese si segnala anche per la barocca tedrale si diparte la strada principale del
parrocchiale di S. Bernardino e soprattut- paese, la via Umberto. Bisogna percorrer-
to per la chiesa del Carmine (XIV sec.), tar- la quasi tutta per giungere alla casa natale
doromanica con elementi gotici. di Antonio Gramsci, indicata da una lapide
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4.3 Da Àles a Villaurbana
in marmo incastonata sul muro esterno. nuragico, che nasconde più a valle anche
Porta il suo nome anche la piazza in calcare un pozzo sacro, semisepolto da materiale
e basalto con il sole di pietra dello sculto- di crollo, colpisce per l’arcaicità delle strut-
re Giò Pomodoro. La si incontra entrando ture e per la sua vastità, circa tre ettari.
in paese, sulla strada di Morgongiori.
Al castello di Medusa
Subito prima di entrare ad Àles venendo da Al bivio di Escovedu si svolta a sinistra
Morgongiori, e prima di una collina divisa in due verso Làconi. Al bivio di S. Lucia, dove se ne
dall’asfalto, si svolta a sinistra per raggiungere, stanno solitari, l’uno accanto all’altra, un
dopo 9 km di curve e d’asfalto, una delle zone
più suggestive del monte Arci: il bosco di lecci
nuraghe e una chiesetta campestre, si va a
e la sorgente di Acqua Frida. Da qui nelle gior- sinistra per Asuni. All’interno dell’abitato si
nate terse si domina parte dell’Arborèa e tutta prende la strada asfaltata per il castello di
la piana di Oristano sino al mare. Medusa. Dopo circa 4 km s’incontra sulla si-
nistra una strada bianca. Si lascia la mac-
Pau china e si prosegue a piedi. Il paesaggio è
Poco più di 3 km separano Àles da Pau, aspro e tormentato, ma denso di storia e
un paesino (m 315, ab. 367), che nascon- leggende. Questa è la terra di Brabaxana,
de tra il nuovo cemento piccole case in dove si apre la porta della Barbagia, non a
pietra provate dal tempo. Nella parte al- caso difesa e vigilata dall’antica fortezza, ri-
ta dell’abitato una strada sale verso il dotta ormai a poche rovine. Per la leggen-
monte e porta al camping di S’Onnixeddu. da le vestigia sono dell’antico castello di re
Qui, ancora venti anni fa, una spessa col- Medusa: un “castrum” il cui primo impian-
tre di ossidiana nera lastricava il terreno to risale all’età romana, messo a protezio-
e dava un fascino particolare alla zona. ne della zona dalle incursioni barbaricine,
Ora l’“antica fabbrica” è scomparsa, ma poi utilizzato anche in periodo giudicale.
basta frugare con gli occhi tutt’intorno Per visitarlo, il periodo migliore è all’inizio
per scoprire infinite scaglie nere e lu- della primavera, quando il sole è già tiepi-
centi. L’ossidiana è dappertutto, è parte do e le acque torrentizie dell’Araxisi e del
della natura vulcanica della montagna e Flumineddu danno spettacolo scontran-
a volte se ne scoprono anche rari fram- dosi impetuose ai piedi del bianco torrione
menti di un bel rosso mattone. A valle del di calcare silurico, alto circa 210 m. Dall’alto
camping, dentro la pineta di Giuanni Cor- il panorama è, nello stesso tempo, superbo
rias, grosse scaglie di vetro nero sono e impressionante.
state incastonate, per devozione di al-
cuni fedeli, intorno al simulacro della Villaurbana
Madonna nera d’Oropa. Il paese (m 84, ab. 1847), su cui si arriva da
Asuni per Mogorella, richiama particolare
Villa Verde interesse per l’elevato numero di nura-
Da Pau si prosegue per Villa Verde (m 204, ghi, ben 58 su un territorio di 58 km2, e per
ab. 401), l’antico Bànari, che nel 1952 ha vo- le oasi di verde che conserva sul versan-
luto prendere il nuovo nome dal verde del- te settentrionale del monte Arci. Con l’aiu-
la sua montagna. Un vasto patrimonio di to di una buona guida (si può chiedere per
lecci e roverelle avvolgeva il paese ancora questo indicazioni in paese) meritano di
in anni recenti, sino a un grande incendio essere visitati i boschi e le sorgenti di
nell’estate del 1983. Ora di quel mare di al- S’Utturu ’e su Cadru, di S’Arangiu Aresti, di
beri non restano che radi frammenti e ri- Is Aruttas Santas, dove si fa ammirare una
mane la giovane lecceta che offre la sua scultura lavica a fessurazione colonnare.
ombra ai ruderi megalitici del villaggio Oggetto di richiamo sono anche il com-
preistorico di Brunch’e s’Omu*, vigilato dal- plesso nuragico polilobato di Craddaxus,
le torri di un nuraghe polilobato. Ci si ar- con le capanne del villaggio e la tomba di
riva, dall’abitato, svoltando a sinistra e se- giganti, e la grotticella funeraria preistorica
guendo lo stretto nastro d’asfalto che s’i- di Sa Conca ’e s’Òmini, che secondo una
nerpica tortuoso sino alla fonte di Mitz’e leggenda è la prigione dove si custodiva il
Mraxani. Qui si lascia la macchina e si pro- segreto delle ragazze madri che vi veni-
segue a piedi seguendo la strada bianca vano sepolte vive per espiare la colpa di
che s’immette tra i resti di ciclopiche ca- “sa pecca”, del peccato commesso.
panne, evidenziate in parte dagli scavi di Da Villaurbana, per Simaxis, si può rapi-
un cantiere archeologico. L’insediamento damente raggiungere Oristano.

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5 Oristano e il Sinis

Profilo della città


Torri medievali, il campanile ottagono della Cattedrale, le cu-
pole di chiese e palazzi rivestite di tegoli iridescenti e le al-
tissime palme verticalizzano lo skyline orizzontale della città,
conferendole un’ atmosfera andalusa orientaleggiante. Que-
sto è il retaggio del medioevo, quando Oristano era la capitale
di un regno (il giudicato d’Arborèa) e gli ultimi giudici-re combattevano tenacemente con-
tro le armate degli invasori catalano-aragonesi.
Andare per le strade lastricate del centro, munite delle targhe viarie che ripetono i no-
mi antichi delle rugas (vie), è un incamminarsi lungo il tempo perduto, dove la pietra,
il mattone, il ferro battuto respirano ancora l’aura della città antica.
Vi è un brevissimo giro di giorni in cui, ogni anno, l’oristanese si riscuote dal destino

silenzioso dei secoli e si anima di una passione che diresti ebbrezza della vita. È quan-
do la domenica di quinquagesima e il successivo martedì, ultimo di Carnevale, si cor-
re in sa ruga de Santa Maria, di fronte alla grande Cattedrale, la Sartiglia, una delle ulti-
me corse equestri all’anello dell’intera Europa.
Nell’immediato entroterra del golfo omonimo, al centro della costa di ponente della Sar-
degna, Oristano (m 9, ab. 33 017; pianta a pag. 93) si estende all’estremità occidentale
di una vasta e piatta terrazza alluvionale, delimitata a nord dal fiume Tirso, a ovest dal-
le dune litoranee e a sud dallo stagno di Santa Giusta.
La caratterizzazione ‘lacustre’ di Oristano è già documentata nel VII sec. dallo scrittore
bizantino Giorgio di Cipro che menziona lo stagno di Aristiane (Aristianes limine), men-
tre sin dal sec. XII il nome della città è analizzato, con una falsa etimologia, come “Aureum
Stagnum” e nel suo stemma è raffigurato un lembo di terra emergente da una laguna do-
rata. In realtà il nome deriva dal prediale Aristianum, cioè dalla denominazione dei fon-
di posseduti in quest’area, nel periodo romano, da un Aristius. L’entroterra del golfo di
Oristano, estremamente fertile e caratterizzato da stagni pescosi, risulta interessato in
età antica da tre formazioni urbane collegate da strade: Tharros sul capo S. Marco a nord,
Neapolis a sud-est del capo Frasca e Òthoca presso l’odierna Santa Giusta.
Intorno al sec. VI, al principio dell’età bizantina, risale la prima testimonianza del nuo-
vo centro: una necropoli sorta intorno all’ecclesia di S. Maria Assunta, destinata a divenire
nell’XI sec. la cattedrale cittadina. Un complesso di cause (interrimento dei porti, pira-
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Profilo della città
teria saracena, caduta demografica) portò al progressivo spopolamento di Tharros e di
Neapolis, mentre Òthoca, ribattezzata Sancta Justa, perdeva importanza rispetto ad Ari-
stiane, difesa dalle acque del mare e delle lagune. Nel 1070, con il trasferimento delle au-
torità politiche e religiose da Tharros in Oristano, la città divenne capitale del giudica-
to d’Arborèa e sede dell’arcivescovo arborense.
Dalla fine del XIII sec. il nucleo della città medievale, detto Pottu, era circondato da una
cortina muraria turrita che definiva un perimetro subcircolare, delimitato dalle odier-
ne vie Mazzini, Solferino, Cagliari, Diego Contini e da piazza Roma. Le porte d’accesso
alla città erano due: porta Manna (grande) a nord, aprentesi sul prospetto della torre di
San Cristoforo, nella piazza Roma, e porta Mari (del mare o della laguna), a sud-ovest,
distrutta nel 1907, presso la scomparsa torre di S. Filippo in piazza Manno.
Il castello, il palazzo giudicale, la Cattedrale con l’episcopio, la chiesa conventuale di S.
Francesco e altri minori edifici chiesastici, un ospedale e la “ruga mercatorum” erano
concentrati a ridosso della linea occidentale delle mura. Gravitante sul lato opposto del-
le mura è la trecentesca chiesa di S. Chiara con l’annesso convento delle Clarisse. Ester-
no al circuito murario risulta Su Brugu, il borgo, o meglio i borghi, i quartieri popolari
sorti lungo le strade che si dipartono dalle porte cittadine: Pontixeddu (Ponticello), nel-
la via Tirso, Congidargius (via Fìgoli), Maddalena (presso l’oratorio omonimo, piazza Ma-
riano), None (via Aristana), S. Lazzaro (via Cagliari, via Gramsci).
Dopo la dissoluzione degli altri giudicati sardi, avvenuta nel sec. XII, la città di Oristano,
per sottrarsi all’interessata alleanza dei pisani, si appoggerà agli aragonesi, favorendo nel
1323 la costituzione del Regnum Sardiniae et Corsicae, che lasciò indipendente il vasto e
potente giudicato d’Arborèa.
Alla metà del sec. XIV il grande sovrano arborense Mariano IV, e successivamente i figli
Ugone III ed Eleonora d’Arborèa, si trovarono costretti a schierare le proprie armate con-
tro i catalano-aragonesi. La guerra, durata con alterne vicende oltre mezzo secolo, si con-
cluse con la sconfitta degli Arborèa a Sanluri (1409). I tre secoli di dominio aragonese e
spagnolo furono la causa di un profondo declino delle sorti della città.
Nel sec. XVIII (e ancora di più nel XIX) la città conosce uno sviluppo architettonico-ur-
banistico notevole con la ricostruzione della Cattedrale (in forme barocche) e l’edifi-
cazione delle chiese del Carmine e di S. Efisio (tardosettecentesche), di S. Francesco e
S. Vincenzo (in forme neoclassiche). Il dinamico accrescimento attuale della città (che
ha raddoppiato la popolazione nell’ultimo quarantennio) è legato alla costituzione
della quarta provincia sarda (1974).
I nuovi quartieri (Città Giardino, S. Nicola, Torangius), caratterizzati prevalentemente
da palazzine, vanno ribaltando il carattere originario della città, distesa sulla pianura,
con vaste case di làdiris (mattoni di fango) circondate da alti muri di cinta da cui tra-
boccano i rami fioriti del gelsomino e del glicine. Solamente gli altissimi palmizi che svet-
tano tra le cupole iridescenti della Cattedrale e del palazzo Arcais conferiscono anco-
ra alla città quel carattere orientaleggiante che colpì i primi viaggiatori in Sardegna.
Il territorio pianeggiante intorno al capo-
luogo è detto Campidano di Oristano, o,
con un nome moderno, Arborèa. Recen-
temente si sono spostate le lancette della
presenza dell’uomo nell’Oristanese fino
al VII millennio a.C. Gli uomini del Neolitico
e dell’Eneolitico (V-III millennio a.C.) po-
polarono ogni lembo del territorio, depo-
nendo i loro morti nelle fosse o nelle do-
mus de janas di Cabras e di San Vero Milis.
Fra 2500 e 1800 a.C. sorsero i primi nuraghi.
Ma dopo l’età dei fenici e dei cartaginesi e
il dominio romano e vandalico, con il pe-
riodo bizantino l’insicurezza dei mari por-
terà a un progressivo spopolamento dei
territori costieri, di Tharros e del Sinis in
particolare. L’affermazione di Aristiane
quale capitale del giudicato d’Arborèa non
porterà alla ripresa antropica del Sinis,
che ancora oggi appare un deserto umano.
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5.1 Oristano
Itinerario urbano, pedonale, di circa 2 km (pianta della città a pag. 93)

Dalla piazza Manno ci si dirige lungo le vie il convento rococò dei Carmelitani. Da
Vittorio Emanuele e Duomo, su cui pro- qui, lungo via Francesco Crispi, si risale in
spettano la Cattedrale e la chiesa di S. direzione di piazza Manno.
Francesco. Da qui si fa ingresso nella piaz-
za Eleonora. Si devia a sinistra in corso S. Maria Assunta (B1). La Cattedrale è il
Umberto (via Dritta), percorrendolo sino frutto di una ricostruzione (architetto Gio-
alla piazza Ro- vanni Battista Arieti di Alghero) in forme
ma, dominata barocche del 1721-33 della struttura goti-
dalla torre di ca del primo venticinquennio del sec. XIII.
Mariano II. L’alto campanile ottagonale è assegnato al
Da questa sec. XV, ad eccezione della cella campa-
piazza si im- naria e dell’iridescente cupola a corona im-
bocca la via periale, del XVIII.
Parpaglia con L’interno a croce latina presenta una navata
la cinquecen- unica con transetto terminato alle testate
tesca casa di da cappelloni neoclassici. Il presbiterio so-
Eleonora e l’ot- praelevato è ornato da tele di Giovanni
tocentesco pa- Marghinotti (sec. XIX) e, al centro, da una te-
lazzo Parpa- la ovale con l’Assunta di Vittorio Amedeo
glia sede del- Rapous (sec. XVIII). Notevoli (1a cappella a
l’Antiquarium destra) una statua lignea policroma del-
arborense. La- l’Annunciata di Nino Pisano (sec. XIV) e due
sciato il mu- frammenti di amboni romanici della pri-
seo, si prende ma metà del sec. XII con Daniele nella fossa
a sinistra la via S. Chiara con il trecentesco dei leoni e Due leoni che abbattono due cer-
convento e chiesa delle Clarisse, sino al- biatti. Nel sec. XIV i marmi furono riusati co-
l’incrocio con la via Garibaldi. Si segue a me predella di ancona, e scolpiti con scene
destra la via Garibaldi sino allo sbocco a si- bibliche e di santi da un artista barcello-
nistra nella via Mazzini dominata dal tor- nese. Nel transetto destro si apre la gotica
rione spagnolo di Portixedda. Si retrocede cappella del Rimedio (sec. XIV), con volta a
nella via Garibaldi fino alla via La Marmo- crociera gemmata; sulla parete destra è l’i-
ra (a sinistra) seguendola sino al bivio a si- scrizione funeraria del canonico giurista Fi-
nistra per via del Carmine, con la chiesa e lippo Mameli che reca la data 1349.

La Sartiglia

«La Sartiglia - ha scritto Peppetto Pau, il più stimato studioso della storia della sua città
- è quanto di più genuino rimane agli oristanesi dell’era giudicale. Essa è il perpetuarsi
dei tornei e delle giostre che qui si celebravano fin da quando Oristano era capoluogo
del più felice ‘giudicato’ isolano».
Una giostra medievale, dunque, che ha assunto sin dalle origini, forse, la sua aria spa-
gnolesca che si esprime nei colori dei costumi e negli stessi nomi dei protagonisti. A
cominciare da su Cumponidori, che è il capo della corsa: indossa il costume degli agri-
coltori (è infatti il gremio, cioè la corporazione, degli Agricoltori e quella dei Falegnami
a curarne la complessa organizzazione), ma ha il capo avvolto da numerosi fazzoletti
di seta che gli fissano sul viso una maschera cerea, misteriosamente androgina; intorno
alla testa una mantiglia, che culmina in un cilindro nero assai poco medievale. In ma-
no tiene un mazzetto di fiori campestri, detto sa pippìa de maju, la bambola (o la bam-
bina?) di maggio, col quale saluterà gli spettatori. Anche il nome Sartiglia pone i suoi
problemi: lo si ricollega a una parola spagnola che metterebbe insieme tanto la cor-
sa agli anelli quanto l’aspettativa della fortuna che le si lega. Al comando de su Cum-
ponidori una muta di cavalieri si sfida, l’ultima domenica e l’ultimo martedì di Car-
nevale, a una sequenza di galoppate in cui vince (e porta fortuna) il cavaliere che col
suo stocco infilerà più stelle, appese in alto sulle teste della folla festante.

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Nel sagrato della Cattedrale si conserva, in un Piazza Roma (A1). La piazza, di forma ir-
ambiente ipogeo, la scalinata d’accesso al Duo- regolarmente trapezoidale, si sviluppa al-
mo romanico e gotico e alcune tombe a casso- l’esterno della cinta muraria medievale, di
ne bizantine del VI secolo, del tutto simili a
quelle di Karales e Cartagine, riferibili alla pri- cui sussiste la massiccia torre di S. Cri-
ma area cimiteriale dell’Aristiane bizantina. stoforo, o torre di Mariano II (1290). A
pianta quadrilatera, la torre, costruita in
S. Francesco (B1). La chiesa, neoclassica, blocchi di arenaria, costituiva l’ingresso
con pronao ionico e aula a impianto cen- principale della città, attraverso l’ogivale
trale cupolato, venne realizzata dal ca- porta Manna, inquadrata entro un fornice
gliaritano Gaetano Cima (1840), dopo la di- a tutto sesto. Alla sommità si eleva una cu-
struzione del tempio gotico del 1250 circa; riosa torretta campanaria del sec. XV.
di questo residuano resti del prospetto, in-
corporati nell’attiguo Distretto militare. La torre è detta anche di San Cristoforo poiché
All’interno è collocato, sull’altare a sini- al suo interno venne inserito un retablo del
stra, il Cristo crocifisso**, detto di Nico- santo, protettore dei viandanti, forse sin dal xv
demo, massima espressione della scultu- secolo. L’ incasso per accogliere il piccolo re-
ra lignea di ambiente catalano del sec. XV tablo, rimesso in luce nei recenti accurati re-
presente in Sardegna. stauri, è visibile alla destra di chi entri attra-
verso la porta gotica.
Lo splendido chiostro* gotico della metà
del XIII secolo, riformato secondo il gusto
catalano nel XVI secolo, è in corso di re- Antiquarium arborense* (B1). Il museo di
stauro ad opera della Soprintendenza ai Oristano fu costituito nel 1938 con l’ac-
Beni architettonici. Ne è prevista la tra- quisto della raccolta archeologica di Efisio
sformazione in centro culturale. Pischedda.
La collezione, allocata nell’ottocentesco
Piazza Eleonora (B1). Vi sorge il monu- palazzo Parpaglia, comprende utensili in
mento marmoreo alla giudicessa Eleonora ossidiana e vasellame dai centri preistorici
d’Arborèa eseguito nel 1881 da Ulisse Cam- del Sinis, una ricca serie di vasi votivi
bi. Sulla sinistra è il Palazzo comunale, (sec. XII-X a.C.) dal nuraghe Sianeddu di Ca-
già neoclassico convento degli Scolopi. bras, alcuni bronzi nuragici e il più ampio
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5 Oristano e il Sinis
complesso di corredi funerari delle tombe S. Chiara (B2). Eretta intorno al 1343, si pre-
fenicie e puniche di Tharros, tra cui una senta con un sobrio prospetto in conci di
maschera ghignante in terracotta. Chiu- arenaria, arricchito da due monofore cie-
dono l’esposizione numerosissime cera- che e da un rosone. L’interno, fatto ogget-
miche e vetri di epoca romana, da Tharros to di restauro, mostra l’originaria cappel-
e da varie parti del Sinis. la presbiteriale con volta a crociera e bifo-
In una sala del museo sono esposte due ta- ra inquadrata da un arco acuto sul fondo.
vole di un trittico con storie di S. Martino A sinistra l’epitafio di Costanza di Saluzzo
(inizi sec. XV) e vari scomparti di un’an- (1348), nonna di Eleonora d’Arborèa.
cona con santi francescani di Pietro Càva-
ro (1533), conservata in S. Francesco. Torrione di Portixedda (B2). Su un basa-
mento tronco-conico, in conci di arenaria,
si innalza un corpo cilindrico provvisto di
tre saettiere. Scavi eseguiti nel 1992 hanno
consentito di datare la fortificazione al
periodo spagnolo (seconda metà del xv
sec.) e di individuare una preesistente
torre quadrata giudicale.

Nostra Signora del Carmine (B1). È la più


leggiadra architettura rococò della Sarde-
gna. Dovuta alla munificenza del primo
marchese d’Arcais (1785), la chiesa, pro-
gettata da Giuseppe Viana, mostra il dorato
prospetto di arenaria, scandito da paraste
ioniche e da un finestrone a rene che sor-
monta lo stemma gentilizio degli Arcais.

5.2 Il Campidano di Oristano


Due percorsi circolari (km 62 e km 70), con Tharros e S. Giusta come fulcri (carta a pag. 95)

Un primo tratto dell’itinerario da Oristano ciale 69 e seguendola sino al km 2, de-


raggiunge verso nord il Rimedio (km 2): da viando quindi a destra sino a Marceddì
qui si segue la provinciale 1 fino al km (km 7.5), borgata di pescatori. Da questa
2.370, quindi a destra la provinciale 3 fino località si retrocede sino alla biforcazione
a Cabras (km 1); lambendo le lagune, lun- della provinciale 49, da cui si prosegue
go le provinciali 4 e 6 si arriva a San Gio- verso Terralba (km 6), innestandosi nella
vanni di Sinis (km 12) e a Tharros, l’antica statale 126, e seguendola, per 6 km attra-
città fenicia. Da questa località si retroce- verso Marrubiu, fino all’inserzione della
de sino al bivio a sinistra per S. Salvatore Carlo Felice, all’altezza del km 76.200. Si
di Sinis (km 5.5), da cui si procede sulla procede lungo la statale 131 in direzione
provinciale 7 per 8 km, sino al bivio a si- nord (con la deviazione a destra al km
nistra della provinciale 66 per Putzu Idu 77.600 per Is Bangius), per 10 km fino allo
(km 7), fiancheggiando la salina dei feni- svincolo di Santa Giusta, da cui si procede
cotteri. Da qui si può compiere l’escur- (km 5) sulla provinciale per Oristano.
sione marittima fino all’isola di Mal di Ven-
tre, per secoli covo dei pirati. Si ritorna a Cabras
Putzu Idu e percorrendo la provinciale 10 Sulle sponde della vasta laguna omoni-
per 9.5 km si arriva all’innesto con la sta- ma, l’abitato (m 6, ab 8966), di origine me-
tale 292, che si segue in direzione di Riola dievale («masone de Capras» in un docu-
e Nurachi fino alla Beata Vergine del Ri- mento del XII sec.) possedeva un castello
medio (km 11); e da qui lungo la provin- dei signori d’Arborèa, di cui sussistono
ciale 1 si è in breve a Oristano. scarse strutture in laterizio sul bordo del-
Nel secondo tratto, dal capoluogo si rag- la laguna, dietro la cinque-seicentesca par-
giunge (in 1 km) Santa Giusta, centro di ori- rocchiale di S. Maria.
gine fenicia; all’uscita dell’abitato si se- Nel 1997 è stato inaugurato il Museo civico
gue la provinciale 49 per Arborèa (km 12) di Cabras, robusta struttura quadrilatera in
e successivamente la stessa per 2 km, rossa trachite eretta sull’ orlo dello stagno
prendendo il bivio a destra per la provin- nella via Tharros. Vi è disposta con aggior-
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5.2 Cabras e il Sinis

nati criteri museografici un’ampia raccolta in origine, attorno alla cattedrale del ve-
di reperti dai villaggi neolitici ed eneolitici scovo tharrense, intitolata a S. Giovanni
del territorio (in particolare da Cuccuru Battista. La chiesa sorse intorno al VI sec.,
is Arrius), da nuraghi e da villaggi nuragici con schema a croce greca e corpo cupo-
del Sinis e soprattutto dalla città di Tharros, lato centrale, che traeva ispirazione dal
di cui è ricostruito uno spaccato del tophet modello cagliaritano di S. Saturno. Nel IX-
con urne cinerarie, stele e cippi. Lo stagno X sec. la cattedrale venne ampliata am-
di Cabras* in carte duecentesche è deno- morsando al nucleo originario un avan-
minato Maris (Mar’ ’e Pontis, a indicarne la corpo a tre navate, mutando la pianta in
grande estensione, circa 2000 ettari, e l’im- croce latina.
portanza del ponte romano che consentiva A sud, oltre San Giovanni, fra dune di sab-
i collegamenti fra le importanti città di bia coronate da falasco e qualche super-
Tharros e Òthoca). stite esempio delle tradizionali “barracas”

I sistemi arcaici di pesca at-


tuati su barche di giunco («fas-
sonis») erano inquadrabili nel
regime feudale d’uso della la-
guna, di proprietà privata sino
agli anni settanta del Nove-
cento. Questi sistemi hanno
lasciato il posto, con il pas-
saggio del compendio laguna-
re al demanio regionale, a più
aggiornate modalità di itticol-
tura non sempre redditizie ri-
spetto al passato. L’ecosiste-
ma lagunare che comprende,
oltre alla laguna di Pontis, gli
stagni di Sa Màrdini (con la
settecentesca peschiera) e di
Mistras offre uno straordinario
habitat e varie specie di avi-
fauna stanziale e migratoria:
numerosi, e purtuttavia unici,
gli aggraziati fenicotteri.

San Giovanni di Sinis


Da Cabras lungo la provin-
ciale si giunge al villaggio
balneare di San Giovanni
di Sinis (m 7), costituito,
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5 Oristano e il Sinis

Gli stagni di Oristano

Una convenzione internazionale li ha di pesci, in par-


iscritti fra le zone umide più importanti ticolare spigole,
del mondo: gli stagni dell’Oristanese si anguille e so-
estendono su una superficie complessiva prattutto mug-
di 6 mila ettari. Il più famoso è lo stagno gini. Già dal me-
di Cabras, 2 mila ettari. È - come scrivo- dioevo esiste-
no geografi e biologi – l’ambiente palustre vano qui delle
più importante della Sardegna e uno dei peschiere che,
principali d’Europa. perfezionate col
In comunicazione col mare, non solo tempo, arriva-
ospita molte specie di uccelli acquatici (il vano a rifornire
fistione turco vi ha la sede più intensa- di pesce (nella
mente nidificata d’Italia; e insieme anatre foto in basso, la barca detta “fassoni”)
selvatiche, il tarabuso, l’airone rosso – gran parte dei paesi della Sardegna in-
nella foto in alto – la folaga, il pollo sul- terna: in molte zone dell’isola il muggine
tano), ma è anche densamente popolato è ancora chiamato ‘pesce di Oristano’. Il
muggine è anche centrale nella gastro-
nomia dell’Oristanese, cui fornisce la
merca (che è lo stesso pesce bollito in
una forte salamoia) e più ancora la bot-
targa, derivata dalle sue uova, ricercata
come profumatissimo condimento.
Lo stagno di Mistras, nell’area dell’antica
Tharros, è il regno dei gabbiani e dei fe-
nicotteri. Quello di Sale Porcus, verso
Putzu Idu, è “oasi permanente di prote-
zione faunistica”; nello stagno di Is Benas
si pesca il caniottu, un’orata di piccola ta-
glia e grande profumo.

dei pescatori, intelaiate in tronchi con pa- le la città, elevata probabilmente al rango
reti e spioventi in canne e fascine, si giun- di colonia onoraria, riebbe il suo ruolo
ge all’area archeologica di Tharros. guida di centro del commercio interna-
zionale. Le prime comunità cristiane, suc-
Tharros** cedute forse a un nucleo giudaico, ap-
Tharros (pianta a fronte) è una città bi- paiono documentate dal IV sec., mentre
mare, come Corinto. I fenici prediligevano un’organizzazione vescovile è attestata
le penisolette affusolate per fondarvi le lo- dal VI secolo.
ro colonie. Infatti questi promontori con- L’insicurezza dei mari in età bizantina
sentivano alle navi di collocarsi a riparo portò alla riduzione della città in un ca-
dei marosi in una delle due rade, qualun- strum mentre la popolazione civile do-
que fosse la direzione del vento. I fenici co- vette costituire il nuovo centro di Sines,
stituirono la città intorno al 730-700 a.C. es- presso la chiesa di S. Giovanni di Sinis.
senzialmente come scalo commerciale. L’imperversare delle flottiglie saracene
Nei sec. VII e VI il raggio d’azione dei mer- portò a un progressivo decremento della
canti di Tharros è vastissimo, andando popolazione, sino all’abbandono di Thar-
da Cipro all’Egitto, dalla Ionia all’Etruria, ros-Sines nel 1070, a favore della non di-
dalla Spagna al mondo celtico. La con- stante città di Oristano.
quista della Sardegna a opera di Cartagine La visita dell’area archeologica prende le
(510 a.C.) non influenzò il predominio ma- mosse dal piccolo locale, all’ingresso de-
rittimo di Tharros. L’avvento del dominio gli scavi, in cui sono esposte la pianta ge-
romano (238 a.C.) segnò invece un’inver- nerale della città, le planimetrie degli edi-
sione nelle fortune dell’antica città: il nuo- fici principali e la documentazione foto-
vo orientamento dei traffici commerciali, grafica di manufatti fenicio-punici resti-
diretti a Roma, ne determinò la decaden- tuiti dalle campagne di scavi attivate nel-
za dal 77 a.C. Durante il periodo imperia- l’area urbana a partire dal 1956. La città si
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5.2 L’area archeologica di Tharros
rivela, sostanzialmente, nel suo aspetto strada principale, che mette in comuni-
tardoromano (sec. III-IV d.C.), benché non cazione i quartieri meridionali con il pia-
manchino testimonianze cartaginesi e al- noro di Muru Mannu. La via, che presenta
tomedievali. al centro le fognature (oggi ricoperte da un
Lasciato il locale espositivo si prende a de- tavolato), disimpegnava, sui due lati, sta-
stra la strada lastricata in basalto, per- bilimenti artigianali, negozi e diversi locali
correndola fino a una piazzetta (compi- di ristoro (tabernae, cauponae; 2).
tum), che ospitava un’edicola consacrata, Alla sommità del pianoro la vista guadagna
probabilmente, alle divinità che proteg- a nord l’intera regione del Sinis. Si prose-
gevano i crocicchi, i Lares compitales. Sul gue verso un’arena subcircolare delimitata
lato nord prospetta un ampio edificio qua- da un terrapieno, cinto da una struttura
drangolare (1): si tratta di un cisternone o muraria composita, e destinato a ricevere
del castellum aquae, serbatoio conclusivo le gradinate in legno: in questo spazio si ri-
dell’acquedotto (sec. II-III d.C.) che ali- conosce il modestissimo anfiteatro di Thar-
mentava una fontana pubblica. ros (sec. II-III d.C.), dislocato in periferia, for-
Dalla piazzetta si risale, a nord, lungo la se per evitare pericoli alla comunità, in ca-

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5 Oristano e il Sinis
so di fuga delle bestie feroci utilizzate nel- la strada a sinistra, tra isolati di modeste
le “venationes”. L’arena di Tharros occu- abitazioni, per ritornare al compitum e, da
pa parzialmente l’area del tophet (3), il qui, all’uscita degli scavi.
santuario proprio delle città fenicio-pu- All’esterno dell’area recintata, sul pendio
niche, destinato ad accogliere le urne ci- occidentale del colle di Torre di San Gio-
nerarie dei bambini nati morti o defunti in vanni, si osservano resti di una cinta mu-
tenera età, consacrati al dio Baal e, dal v raria tardoantica o altomedievale (forse il
sec. a.C., anche alla dea fenicia Tanìt. Il kastron menzionato da Giorgio di Cipro),
tophet di Tharros, in uso tra il sec. VIII e il costruita riutilizzando i blocchi squadra-
II a.C., venne impiantato sulle rovine di ti e le merlature a coronamento arcuato
un villaggio nuragico costituito da capan- della cortina muraria cartaginese del IV
ne circolari (sec. XV-XIV a.C.). secolo prima di Cristo.
Oltre il tophet si individuano le fortifica-
zioni settentrionali della città (4). Scavi San Salvatore
hanno messo in luce i resti delle mura Si retrocede lungo la provinciale sino al bi-
con torri quadrate, in blocchi regolari di vio a sinistra per San Salvatore (m 6), un
arenaria, della cinta cartaginese (fine sec. villaggio religioso sorto nel XVII-XVIII sec. at-
VI a.C.), cancellate da una cortina muraria torno alla chiesa omonima (per l’accesso
in blocchi poligonali di basalto, dotata di chiedere l’autorizzazione alla Soprinten-
due postierle, in età romana repubblicana denza archeologica di Cagliari). All’inter-
(sec. II a.C.). Coevo a queste mura romane no dell’edificio una scala reca a un san-
è il fossato con il terrapieno provvisto di tuario ipogeico* pagano parzialmente
muro di controscarpa in tecnica poligo- scavato nella roccia e in gran parte co-
nale, che, colmato nel sec. I a.C. fu adibito struito (300 d.C. circa). Vi si praticava il
entro il sec. I d.C. ad area cimiteriale. culto salutifero delle acque da parte degli
Si ripercorre a ritroso la strada dall’anfi- adepti di una corporazione a carattere re-
teatro fino al compitum, mentre la vista ligioso. Sugli intonaci figurazioni di divi-
spazia, verso sud, sull’erto promontorio di nità del pantheon romano (Ercole, Venere,
San Marco, che chiude la penisoletta del Si- Marte, Eros, una Musa), corse di carri,
nis, e, oltre il braccio di mare del golfo di scene gladiatorie e immagini di navi, ri-
Oristano, sul lungo promontorio della Fra- prendono la simbologia della lotta che la
sca, sopra il quale si stagliano i monti az- divinità conduce contro il male. Né pare
zurri dell’Arcuentu e del Linas. slegata dal culto di salvezza la dedica del-
Si discende, dal compitum, a sinistra ver- la chiesa al Salvatore.
so il golfo. Lungo la strada lastricata, a si- Di qui si procede verso Putzu Idu, lungo la
nistra, emerge il grande complesso (non piana del Sinis, fra le colline di basalto
del tutto scavato) delle terme III, mentre a costellate di nuraghi a sinistra e la laguna
destra si individuano i resti del tempio di Cabras a destra.
cartaginese delle semicolonne doriche (5), Imboccata la provinciale 66 a sinistra, do-
intagliato in parte nell’arenaria, databile al po 3 km appare a destra l’abbacinante sa-
principio del sec. III a.C. lina di Sale Porcus, habitat della “zent’ar-
La strada si arresta di fronte alle terme I (6) rubia”, i fenicotteri.
del sec. II d.C., riutilizzate dai cristiani nel
v sec. per costituire una basilica con bat- Isola di Mal di Ventre
tistero (7) a vasca esagonale. Quest’ultimo Da Putzu Idu, durante la stagione estiva
è visibile a nord delle terme. Dalle terme I partono le escursioni verso la suggestiva
a destra si raggiunge un edificio con due isola di Mal di Ventre, situata a 4.5 miglia
colonne rialzate e restaurate. Si tratta, nautiche dalla costa.
probabilmente, di un tempio a quattro co- L’isola è un affioramento lungo 2 km su un
lonne, di ordine corinzio, che risale al 50 mare di smeraldo, di graniti paleozoici
a.C. circa. coronati da lentischio e assenzio e regno
Seguendo la strada si giunge in un piazzale di conigli, testuggini e rettili. Un nuraghe
trapezoidale che conserva il lastricato litoraneo, presso la cala dei Pastori, cera-
esclusivamente nel settore destro: il Foro mica fenicia dell’VIII secolo a.C., una strut-
di Tharros, la piazza degli affari su cui tura romana con elementi architettonici in
gravitavano gli edifici pubblici principali. arenaria e un modesto insediamento di età
Il lato sud-est della piazza era delimitato bizantina, forse di carattere monastico,
dal portico di accesso alle terme II, dette da cui proviene una lucerna con il mono-
anche terme del Foro (8), del 200 d.C. La- gramma di Cristo del VI secolo, segnalano
sciate alle spalle le terme II, si risale lungo la storia antica di questo breve territorio
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5.2 Dal Sinis a Santa Giusta
insulare, che poteva ricadere nella sfera e un tratto della strada lastricata che col-
d’influenza di Tharros. legava Òthoca con Kàrales, ossia Cagliari.
Da Putzu Idu, lungo la verde piana campi- Sul poggio più elevato dell’area, all’in-
danese, si rientra a Oristano per la se- gresso da nord, sede della acropoli antica,
conda parte dell’itinerario. si innalza la cattedrale di S. Giusta*, in sti-
le romanico, eretta nel 1135-45 da mae-
Santa Giusta stranze di educazione pisana, che utiliz-
Il centro (m 10, ab.4278), localizzato su una zarono la dorata arenaria del Sinis ravvi-
terrazza alluvionale compresa tra la lagu- vata da qualche sobrio inserto di marmo
na omonima e lo stagno di Palmas, corri- candido e di ferrigno basalto. Il prospetto
sponde alla città fenicia di Òthoca (in se- è scandito da tre arcate che inquadrano il
mitico “la [città] vecchia”). Il nome odier- portale, definito da pilastri con capitelli
no è attestato a partire dal XII sec. in rela- zoomorfi, e da una trifora. Il colmo del
zione al culto di una martire locale. timpano è guarnito dal motivo del rombo
Òthoca venne fondata dai fenici intorno al gradonato, di schietta ascendenza pisana.
730 a.C. per usufruire tanto delle risorse I fianchi sono ritmati superiormente da ar-
cerealicole e di allevamento del Campi- catelle impostate, con alternanza, da men-
sole e da lesene. L’abside,
solenne, è guarnita da se-
micolonne.
L’interno, profondamente
austero, è suddiviso in tre
navate da colonne in mar-
mo e granito con capitelli e
basi prevalentemente di
spoglio forse da edifici ro-
mani di Òthoca. Il presbi-
terio si innalza su una crip-
ta di modello lombardo.
A sud di S. Giusta, lungo la
via Giovanni XXIII, merita
una breve sosta la chiesa di
S. Severa, caratterizzata da
un bel prospetto in conci di
arenaria, riportabile al XIV
secolo.

Verso Arborèa
Lasciata Santa Giusta, si su-
pera il rio Palmas, lascian-
do a destra il ponte e la
strada romana e si imbocca
la provinciale per Arborèa,
con a destra la laguna di S.
Giusta e a sinistra la Paùli
Tabentis, che talvolta ospi-
dano quanto della provvida ricchezza it- ta colonie di fenicotteri e altre specie del-
tica offerta dalla laguna. Gli scavi (1861- l’avifauna, tra tamerici e cisti. La strada at-
1866; 1910; dal 1984 sono in corso) hanno traversa il territorio di Cirras, di recente
rivelato resti della cinta muraria fenicia sul rimboschimento con lunghi filari di eu-
colle della Cattedrale, tracce dell’abitato calyptus, sino allo stagno di S’Ena Arrubia,
(quartiere attuale di Is Olionis) e, soprat- dominato a sinistra dalla monumentale
tutto, la necropoli di cui è visitabile pres- idrovora di Sassu (1934) realizzata con la
so la chiesa di S. Severa una tomba fenicia magniloquenza dell’epoca in funzione del
a camera costruita in blocchi di arenaria, prosciugamento del vasto stagno di Sassu,
utilizzata fino al sec. I a.C. I materiali degli a compimento della bonifica integrale del-
scavi saranno esposti nel Museo di Òthoca, la piana acquitrinosa che si stendeva tra
in allestimento. A epoca romana appar- S’Ena Arrubia e lo stagno di Marceddì
tengono il ponte a cinque arcate (di cui so- (1922-35).
lo due superstiti) che valica il rio Palmas La spiaggia arenosa e bassa è guarnita da
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5 Oristano e il Sinis

una vasta pineta in cui si sono ambienta- Marceddì (dal nome di un personaggio romano,
te le specie della macchia mediterranea: ci- Marcellinus) costituiva il “portus Neapolita-
sto, lentisco, filliree, ginepri. nus”, così detto dalla scomparsa città di Nea-
Dopo alcune curve la provinciale assume polis, sulla riva opposta.
un rigoroso andamento rettilineo nord-
sud, affiancato dai centri rurali di Sassu e Terralba
di s’Ungroni, che richiamano ricordi e sa- Alla biforcazione della provinciale 49 si
pori romagnoli e veneti mediati dai nu- raggiunge Terralba (m 9, ab. 10 644), di ori-
clei originari dei coloni. gine cartaginese, poi romana, sede epi-
Superata la rigogliosa pineta Barany (a scopale tra il XII sec. e il 1503. Nel 1144 ven-
sinistra), si giunge ad Arborèa, considerata ne compiuta la chiesa di S. Pietro, dalle
la migliore esperienza urbanistica sarda stesse maestranze di S. Giusta. Demolita in
del movimento architettonico del razio- epoca imprecisata, fu ricostruita in for-
nalismo tra le due guerre. me tardobarocche nel 1822.

Arborèa Verso Oristano


La cittadina (m 7, ab. 3943), fondata col no- Da Terralba, lungo la statale 126, si transita
me di Mussolinia di Sardegna nel 1928, si nell’abitato di Marrubiu (m 7, ab. 5055), ‘vil-
raccoglie intorno alla fiorita piazza S. Ma- la nueva’ del sec. XVII, con una bella Par-
ria Ausiliatrice dominata dalla chiesa par- rocchiale seicentesca dedicata alla Beata
rocchiale neogotica. Sul lato opposto si Vergine, raggiungendo l’innesto con la su-
eleva il Palazzo comunale, caratterizzato perstrada Carlo Felice, lungo la quale si va
dal gusto liberty tardivo che aveva as- in direzione di Oristano. La statale attra-
sunto schemi e ornati medievali e rina- versa il Campo S. Anna, sede di un vastis-
scimentali: al suo interno è esposta l’in- simo bosco di lecci, roverelle e sughere, re-
teressante Collezione civica archeologica gno incontrastato di cervi e cinghiali fino
con reperti punici, romani e altomedie- agli inizi dell’Ottocento.
vali derivati da necropoli del territorio. Al km 77.6 è segnalata la deviazione a de-
Unico nell’isola è un askòs* (vaso-otre) a stra per is Bangius (km 1), dove gli scavi
busto di fanciulla, del sec. II a.C. hanno messo in luce un “praetorium”, con
terme del sec. II d.C., utilizzato come resi-
Oltre Arborèa una strada a destra conduce a denza dal governatore della Sardegna du-
Marceddì (m 1), villaggio di pescatori sulle rante i suoi spostamenti verso il centro
sponde della laguna omonima. La chiesa della montano dell’isola. Secondo la targa mar-
Vergine di Bonaria e la torre Vecchia, cinque- morea del III sec. che vi è stata ritrovata,
centesca (di difesa costiera), sono le testimo- venne edificato lungo la strada secondaria
nianze architettoniche di rilievo.
Fa contrasto a sud il maestoso scenario di mon-
che permetteva il rapido collegamento
ti azzurri e violetti, sino al pizzo dell’Arcuentu, con Forum Traiani (Fordongiànus), sede di
dominato da un castello medievale dei giudici un distaccamento militare per il controllo
d’Arborèa, e il verdissimo altopiano della Fra- delle “civitates Barbariae”, le popolazioni
sca che chiude il golfo di Oristano. Lo stagno di indigene della Barbàgia.

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6 Nelle terre d’Arborèa

Profilo dell’area
L’ampia area della Sardegna centro-occidentale che si esten-
de dal Campidano di Oristano fino alla Planargia deve il suo
aspetto all’intensa attività eruttiva di un vulcano, dai nu-
merosi crateri, che ha prodotto il vasto complesso del mon-
te Ferru (m 1050). Le colate trachitiche e basaltiche del vul-
cano hanno caratterizzato gran parte del territorio giungendo, da un lato, tumultuose
fino all’attuale pianura e al mare, e formando così un paesaggio aspro e dirupato, dal-
l’altro, verso oriente, spandendo-
si fino a creare l’ampia distesa
dell’altopiano di Abbasanta, ora ri-
coperto di sughere, olivastri e len-
tischi. Ai margini dell’altopiano
scorre il Tirso: la valle del fiume
più importante dell’isola fu, nel-
l’antichità, fra le principali vie di
penetrazione culturale e com-
merciale verso l’entroterra mon-
tano. Causa a valle di rovinose
inondazioni, le sue piene sono ora
contenute dal lago Omodeo, rea-
lizzato fra 1918 e 1924.
Costa, montagna, altopiano e
sponde del fiume conobbero sino
dalla preistoria l’insediamento
umano che qui raggiunse, in età
nuragica, espressioni di alto li-
vello come nel caso del nuraghe
Losa di Abbasanta, o del pozzo
di S. Cristina di Paulilàtino. In età
storica il territorio ebbe due cen-
tri urbani di notevole rilevanza
almeno fino all’età altomedievale:
Cornus, presso la costa, e For-
dongiànus, sul Tirso, ai confini fra
la pianura ‘civilizzata’ e la monta-
gna popolata dalle tribù barbaricine: presso entrambe le città passavano due impor-
tantissime strade romane di collegamento fra il nord e il sud dell’isola. Nel medioevo l’a-
rea era divisa fra il giudicato di Torres e quello di Arborèa, che hanno fra l’altro lascia-
to un’eredità linguistica nelle due parlate, logudorese e campidanese, che si incontra-
no rispettivamente a nord e a sud del monte Ferru. Restano, solenni testimonianze di
quel periodo, numerose chiese romaniche che svelano influssi francesi, pisani e lombardi
e che costituiscono – si pensi a S. Nicola a Ottana o a S. Maria a Bonàrcado – esempi in-
signi dell’architettura medievale religiosa in Sardegna.
Ma quello che più colpisce in questa regione, e in particolare nell’altopiano di Abbasanta
e nella Planargia, è il fitto reticolo di muretti a secco: retaggio ottocentesco frutto del-
le continue divisioni del terreno, in gran parte causate dalle successioni ereditarie. Og-
gi la pastorizia transumante ha in parte ceduto il passo all’allevamento stabile con raz-
ze bovine e ovine selezionate. I centri abitati, quasi tutti di origine medievale, sono sta-
ti in alcuni casi travolti, a partire dagli anni sessanta, da un’ansia di rinnovamento che
qualche volta ha modificato il loro volto antico, ma si sta già iniziando a pensare al lo-
ro recupero. Resistono invece, conservando i loro aspetti più puri e genuini, alcune fra
le più antiche manifestazioni di fede del popolo sardo e, fra di esse, la sfrenata corsa
dell’«Àrdia» di Sèdilo che ogni anno ai primi di luglio commemora, con la vittoria del-
l’imperatore Costantino su Massenzio, il trionfo del cristianesimo.
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6.1 Da Oristano al lago Omodeo
Itinerario circolare che risale la valle del Tirso per poi tornare a Oristano, km 80 escluse le
deviazioni (carta qui sotto)
Si svolge nel primo tratto lungo la statale Paulilàtino conduce in breve al suggestivo
388, risalendo da Oristano la bassa valle del santuario federale nuragico di Santa Cri-
Tirso e attraversando i centri abitati di stina. Toccando i centri agricoli di Bauladu
Simàxis, Ollastra e Villanova Truschedu. e Tramatza, ai limiti meridionali della pia-
Dopo la chiesa romanica di S. Lussorio e il na di Milis, si segue la 131 sino a Oristano.
paese di Fordongiànus, ci si inoltra nella
media valle del Tirso percorrendo la stra- La valle del Tirso
da per Abbasanta e deviando, dopo quasi Si esce da Oristano lungo la statale 388.
8 km, per raggiungere il lago Omodeo che Nella frazione Silì (m 10), sulla sinistra si
si costeggerà sul lato occidentale, in una trova la trecentesca chiesa della Madda-
stretta vallata, fino a Tadasuni. Prima di lena, d’impianto romanico ma dalle sug-
giungere al grosso borgo di Ghilarza, una gestioni gotiche rintracciabili negli ar-
deviazione lungo la strada a scorrimento chetti trilobi e nella grande bifora del-
veloce da Nuoro ad Abbasanta permette la l’abside. Si aprono sulla facciata un portale
visita al santuario di S. Costantino di Sèdilo pisano e una finestra incorniciata da soli-
(km 10) e, proseguendo (altri 15 km), al- de sagome, mentre il frontone è adorno
l’importante chiesa romanica di S. Nicola d’archetti pensili su due ordini.
a Ottana. Da Ghilarza, seguendo il tratto Sottopassata la 131, in meno di 10 km si è
terminale della Nùoro-Abbasanta e de- a Simàxis (m 17, ab. 2204), borgo agricolo
viando a sinistra sullo svincolo che im- cui segue Ollastra (m 23, ab. 1301), che
mette nella statale 131 Carlo Felice, si rag- vanta la seicentesca parrocchiale di S. Se-
giunge facilmente l’imponente complesso bastiano, con aula di quattro campate su
del nuraghe Losa. Di qui, percorrendo l’al- pilastri più antichi e un arco trionfale,
topiano basaltico di Abbasanta sulla 131, nonché la cripta della chiesa di S. Marco,
dopo circa 3 km si devia per Paulilàtino. Ri- cinquecentesca.
presa la 131, una deviazione ben segnala- La chiesa campestre di S. Costantino an-
ta a circa 4 km dall’ultimo svincolo per nuncia la diga di S. Vittoria. Oltre un’ansa

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6.1 Da Oristano a Fordongiànus

Lussorio e i suoi fratelli

Lussorio era un apparitor, cioè qualcosa ingresso fu sistemato un corridoio per


come un ufficiale giudiziario. Stava a Fo- permettere ai pellegrini di sfilare ordina-
rum Traiani, oggi Fordongiànus: una città- tamente di fronte alla tomba del santo: nel
fortezza, costruita dai romani proprio di giro dei secoli due interi strati di mosai-
fronte ai varchi dai quali i barbaricini, co si consumano davanti al sepolcro e nel
eternamente ribelli, potevano scendere a VI secolo il vescovo Elia vi fa apporre una
razziare nelle pianure. epigrafe che dice: «Qui fu sparso il sangue
Nel 304 Lussorio viene travolto dalla del beatissimo martire Lussorio».
grande persecuzione di Diocleziano. Af- Quando la Sardegna finisce sotto l’in-
ferma la sua fede cristiana ed è martiriz- fluenza della Repubblica di Pisa, il
zato sul posto. Il 304 è l’anno dei martiri, vescovo pisano Gerardo,
in Sardegna: muore a Cagliari sant’Efisio, nel 1084, trasporta le reli-
a Olbia san Simplicio, a Sulci sant’An- quie del santo in un mo-
tioco; muoiono a Torres i santi Gavino, nastero che sorge al-
Proto e Gianuario. Lussorio viene pre- l’interno di un grande bo-
sto venerato come santo (nella foto sco, vicino alla città. Si
statua del santo a Selàrgius). Già un chiamerà S. Rossore,
secolo dopo la sua morte si co- cioè Lussorio.
struisce, appena fuori le mu-
ra di Forum Traiani, una crip-
ta che diventa subito og-
getto di grande devo-
zione. Tanto che al suo

del Tirso è Villanova Truschedu


(m 56, ab. 342), da dove un breve le, presenta
tratto di strada conduce verso nord copertura con volta a
alla tardoromanica chiesa di S. Gemiliano, botte e conserva ancora tracce
edificata in trachite locale e ornata d’un ro- di affreschi e di mosaici pavimentali data-
sone; intorno si trovano le “cumbessìas”, bili ai secoli IV e V. Scavi effettuati in oc-
casette per pellegrini che vi si recavano casione di opere di restauro hanno rivelato
per le ricorrenti novene. la presenza delle fondamenta di un edificio
La strada sale: alle spalle la vista spazia sacro bizantino, che risale al VII secolo.
sulla piana e sul golfo di Oristano. Col Tir-
so a sinistra, comincia la discesa verso la Fordongiànus
storica chiesa di S. Lussorio. Piccolo centro (m 35, ab. 1112) del Bari-
gadu a economia prevalentemente agri-
S. Lussorio cola, caratteristico per le abitazioni rea-
Fu costruita dai monaci Vittorini intorno al lizzate in trachite rossastra e noto per le
1100 sopra un ipogeo paleocristiano dove, sorgenti termali, conserva cospicue te-
secondo la tradizione, sarebbe stato se- stimonianze preistoriche nel territorio e
polto san Lussorio, qui martirizzato du- importanti monumenti d’età storica. La
rante le persecuzioni di Diocleziano del nascita del centro, avvenuta probabil-
304. Il sito rientra nell’area cemeteriale mente verso la fine del I secolo a.C., fu
extraurbana di Forum Traiani (Fordon- probabilmente dovuta anche alla presen-
giànus). Del primitivo impianto romani- za delle acque termali. Il suo nome più
co, di influenze provenzali, la chiesa con- antico fu Aquae Ypsitanae, poi Forum
serva il fianco nord e l’abside. Il fianco sud, Traiani, dal quale deriverebbe il nome at-
crollato insieme all’originaria volta a bot- tuale. Dal V secolo vi ebbe sede un vesco-
te, fu ricostruito tra il 1250 e il 1270 men- vo. Sotto Bisanzio, munita di nuove forti-
tre la facciata, con portale gotico-arago- ficazioni e probabilmente con il nome di
nese, è un rifacimento ancora più tardo Chrysopolis (città aurea), fu luogo di re-
(sec. XV). Dall’interno (visite a richiesta, t. sidenza dei comandanti militari dell’isola.
078360110), si può accedere all’ipogeo do- Fra le emergenze archeologiche d’età ro-
ve sarebbero stati deposti i corpi dei mar- mana che caratterizzano Fordongiànus
tiri Lussorio e Archelao. Formato da un (resti dell’acquedotto, dell’anfiteatro, di
lungo corridoio con un ambulacro latera- un ponte e di edifici urbani), la più signifi-
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6 Nelle terre d’Arborèa
cativa è senza dubbio il complesso terma- furti e azioni vandaliche: i resti dei suoi
le* situato presso la riva sinistra del Tirso. tronchi fossilizzati riappaiono quando le
La parte più antica è quella della grande pi- acque del lago sono in secca. Alcuni di es-
scina con portico, che sfrutta le acque cal- si sono stati trasportati presso la chie-
de naturali (54 °C di temperatura) e che si setta di S. Maria a Soddì, all’esterno della
data al sec. I d.C. Gli ambienti retrostanti al quale sono attualmente esposti.
portico si datano invece agli inizi del sec.
III. Alle spalle degli impianti termali è il Dopo la diga di S. Chiara una diramazione sulla
sinistra consente la visita di alcune chiese cam-
grande spazio lastricato del foro sul quale pestri con cumbessìas, le tipiche casette per l’al-
si affacciano una scalinata monumentale e loggio dei novenanti. Fra di esse, in vicinanza del-
i resti di un grande edificio, da alcuni rite- le sponde del lago, si segnala S. Serafino*, cir-
nuto un “hospitium” (albergo) da altri un condata da un grazioso villaggio che si anima in
occasione della novena per la
festa dell’arcangelo Raffaele
che si celebra il 24 ottobre. La
chiesa, il cui primo impianto ri-
sale alla fine del XIII sec., pre-
senta nella lunetta del portale
della facciata un concio in cui
sono scolpiti l’Agnus Dei fra
serafini e, nell’architrave del
portale meridionale, un serafi-
no e quattro personaggi in at-
teggiamento di preghiera.

Tadasuni
Nella casa parrocchiale di
Tadasuni (m 180, ab. 210),
in via Adua N. 7, don Gio-
vanni Dore, parroco del pae-
“macellum” (mercato), che conserva fra se, ha riordinato in esposizione una colle-
l’altro un ambiente con tracce di affreschi. zione*, unica nel suo genere in Sardegna, di
In via Traiano, nei pressi della chiesa par- oltre quattrocento strumenti musicali, da
rocchiale, merita d’essere visitata casa lui riuniti nel corso di oltre vent’anni. La rac-
Madeddu, una dimora signorile di fine XVI- colta, che è visitabile previo accordo te-
inizi XVII sec., con portale e finestre in fog- lefonico (tel. 078550113) sotto la guida del
gia tardogotica aragonese. sacerdote, comprende in gran parte stru-
menti specifici della tradizione sarda.
Lago Omodeo
Realizzato fra il 1918 e il 1924 per la pro- S. Pietro di Zuri
duzione di energia elettrica, per l’irriga- La chiesa, che sorgeva nel fondo della val-
zione della piana di Oristano e di quella le ora ricoperta dalle acque del lago Omo-
d’Arborèa e per regolare le piene del Tir- deo, è stata ricostruita negli anni venti
so, è il lago artificiale più vasto d’Italia e con gli stessi conci in trachite rossa e se-
per un lungo periodo lo fu anche di tutta condo le forme originarie. Come dice un’i-
l’Europa. L’invaso, che prende nome dal- scrizione sulla facciata, la fabbrica fu rea-
l’ingegnere Angelo Omodeo che lo pro- lizzata nel 1291, sotto il regno del ‘giudice’
gettò, ha una lunghezza di oltre 20 km, Mariano II d’Arborèa, da Anselmo da Co-
una larghezza massima di 3 e può conte- mo, lo stesso architetto al quale si attri-
nere fino a 402 milioni di m3 di acqua a un buisce S. Pietro di Bosa. L’edificio, di for-
livello di m 102 s.l.m. Lo sbarramento del me romaniche lombarde con tendenze go-
corso del Tirso fu praticato in una stretta tiche, ha subìto nel ’300 il rifacimento del-
valle rocciosa, con la costruzione della l’abside, di stile gotico catalano, e agli ini-
diga di S. Chiara (1923), alta 70 m e lunga zi del ’500, in occasione della costruzione
260. Nella vallata ora ricoperta dalle acque del campanile a vela su arcate, della par-
si trovavano il paesino di Zuri e la chiesa te superiore della facciata. Fra i vari rilie-
romanica di S. Pietro, poi ricostruiti più a vi che ornano la chiesa si può osservare,
monte, mentre sul fondo sono rimasti una all’esterno, una serie di personaggi che si
quindicina di nuraghi, tre tombe di gigan- tengono per mano: si tratta probabilmen-
ti e una foresta pietrificata miocenica, pur- te di una raffigurazione della danza sarda
troppo irrimediabilmente devastata da detta “ballo tondo”.
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6.1 Dal lago Omodeo al nuraghe Losa
A circa un km dall’abitato di Sèdilo (m 283, ab. si del Maestro di S. Maria del Regno di Àrdara
2545), sul fianco di una collina a breve distan- (fianco nord, abside e transetto). L’interno del-
za dal lago Omodeo, è il celebre santuario di S. la chiesa, a unica navata coperta a capriate li-
Costantino, edificio eretto nel 1789 probabil- gnee, conserva una preziosa pala* databile al
mente su una preesistente chiesa medievale. 1339-44, attribuita al Maestro delle Tempere
Noto in tutta la Sardegna come Santu Antine, l’e- Francescane, pittore lorenzettiano che lavorò a
dificio, il cui interno è tutto un ex voto, ha ac- Napoli, e commissionata dal vescovo di Ottana,
canto un bètilo, due stele d’età nuragica e nu- Silvestro, e da Mariano d’Arborea. A Ottana si
merosi cippi funerari romani qui collocati in celebra ancor oggi un carnevale di antichissime
tempi recenti. Presso il santuario, racchiuso in origini che vede protagonisti “merdùles” e
un vasto recinto di cumbessìas, si celebra a lu- “boes”, maschere raffiguranti esseri umani e ani-
glio una fra le più famose e sentite feste popo- maleschi in lotta fra di loro, e la “filonzana”, vec-
lari dell’isola che trova i suoi momenti più spet- china deforme intenta a filare il filo della vita.
tacolari il pomeriggio del 6 e la mattina del 7 nel-
l’Àrdia**, spericolata cavalcata che rievoca Ghilarza
la vittoria dell’imperatore romano Costantino su Centro (m 290, ab. 4627) dell’altopiano di
Massenzio nella battaglia di Ponte Milvio (312). Abbasanta dove l’edificio (corso Umberto
Il culto di Costantino, che non è riconosciuto co-
me santo dalla Chiesa romana, fu probabil- 57) in cui dal 1898 al 1908 abitò Antonio
mente introdotto in Sardegna dai bizantini, che Gramsci, è attualmente sede del Centro
consideravano l’imperatore “isapòstolos”, cioè documentazione e ricerca “Casa Gramsci”
uguale a un apostolo. e conserva, riordinati in esposizione mu-
seale, numerosi cimeli e una biblioteca
Ottana (m 185, ab. 2563), situata nel Nuorese al dove sono raccolti suoi scritti e tutte le
centro della fertile piana della media valle del opere a lui dedicate.
Tirso, fu probabilmente capoluogo di curatoria In piazza San Palmerio, in una suggestiva
nonché sede episcopale in età medievale, per
poi decadere nel xv sec., forse anche in segui-
ambientazione medievale, è la romanica
to alla malaria. Modesto borgo pastorale fino chiesa di S. Palmerio. Edificata tra il 1200
agli anni sessanta, nel suo territorio è stata ef- e il 1225, con corsi alternati di conci in tra-
fettuata una discussa riconversione industria- chite scura e bianca, presenta una bella
le con l’installazione di moderni impianti chi- facciata tripartita da arcate. A lato si erge
mici che hanno modificato l’assetto culturale ed una possente torre del ’400, bell’esempio
economico dell’area. di architettura militare catalana, forse in
La romanica chiesa di S. Nicola* è situata in po-
sizione dominante nella parte sud dell’abitato.
origine sede dei marchesi di Oristano, dal
Realizzata in conci di trachite scura, fu portata XVII sec. utilizzata come carcere, poi ab-
a compimento nel 1160 con il lavoro di due di- bandonata e nuovamente usata come pri-
verse maestranze che, pur operando forse con- gione dal 1893.
temporaneamente, denunciano l’una influen-
ze pisane (facciata e fianco sud), l’altra influs- Nuraghe Losa**
Il complesso del nuraghe Losa (v. anche al-
le pagg. 106-107), in prossimità di Abba-
santa (m 315, ab. 2798), è senz’altro da an-
noverarsi fra i monumenti preistorici più
importanti dell’isola. Presenta due fasi
costruttive principali, entrambe presu-
mibilmente ascrivibili alla seconda metà
del II millennio a. Cristo. La parte più antica
è formata da una torre a due piani, con ca-
mere centrali sovrapposte (quella del pia-
no inferiore è fornita di tre nicchie), co-
perte a falsa volta e collegate da una sca-
la elicoidale che parte dall’andito. Questa
struttura fu successivamente inglobata in
un bastione triangolare dotato di tre torri,
due accessibili attraverso corridoi che si
aprono subito dopo l’ingresso principale,
la terza da un ingresso secondario sul la-
to nord. Altre due torri con feritoie, rac-
cordate da possenti cortine, proteggono la
struttura nella sua parte posteriore, men-
tre di fronte all’entrata principale si ad-
dossa una torre a due ingressi opposti, con
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6 Nelle terre d’Arborèa
funzioni non ancora ben chiarite. Un cir- maggio). Il monumento principale è il poz-
cuito murario più ampio doveva proteg- zo sacro, forse l’esempio più mirabile di ar-
gere il villaggio che si estendeva intorno. chitettura religiosa nuragica nell’isola. Cir-
condato da un recinto con sedili, si presen-
Paulilàtino ta composto da un profondo vano circolare
A Paulilatino (m 280, ab. 2580) è stato aper- aggettante, con una stretta bocca superio-
to al pubblico, nel 1995, il Museo archeolo- re, al quale si accede attraverso un’ampia
gico-etnografico “Palazzo Atzori”. Al piano ter- scala, realizzata in opera isodoma, che re-
ra della costruzione, risalente nel suo primo stringendosi gradualmente conduce diret-
impianto al XVIII sec., avevano sede gli uffici tamente sul fondo. A lato e alle spalle del-
del notaio Giovanni Antonio Atzori, pro- l’edificio è una lunga serie di vani a pianta
prietario della casa defunto nel 1900, mentre quadrangolare, forse le logge di un mercato,
al primo piano era situata la parte abitativa. che si aprono su un ampio spiazzo insieme
Attualmente l’esposizione comprende nu- con una grande capanna circolare, proba-
merosi oggetti di interesse etnografico che bilmente luogo di riunione dei maggiorenti
illustrano la vita e le attività agricole e pa- che convenivano per la festa. Dal tempio,
storali dei tempi passati a Paulilàtino. Nel che risalirebbe al sec. X a.C., provengono fra
centro del paese, ove si conservano ancora l’altro alcuni bronzetti fenici, databili fra il IX
numerose vecchie case costruite in basalto, e l’VIII sec. a.C. Attraverso l’area delle cum-
sorge la parrocchiale di S. Teodoro, d’im- bessìas si possono raggiungere il nuraghe e
pianto gotico-aragonese, affiancata da un il villaggio pertinenti al santuario. Nei pres-
campanile con cuspide a cipolla. si della torre, che conserva ancora intatta la
camera centrale con copertura a tholos, è
Santuario nuragico di S. Cristina** una capanna rettangolare allungata, coper-
Sorge a breve distanza dal villaggio di ta a ogiva, da interpretarsi come ricovero
“cumbessìas” presso la chiesa di S. Cristina, per animali e forse risalente a età romana. Si
che ne ha ereditato la tradizione religiosa tratta di una tipologia diffusa presso Pau-
(la festa si celebra la prima domenica di lilàtino, durata fino a età moderna.

6.2 Il Montiferru
Itinerario circolare che da Oristano si spinge nell’estremo ponente nuorese, km 135 escluse
le deviazioni (carta a pag. 102)

Si snoda attraverso le regioni storiche del comèr, centro principale del Màrghine, e
Montiferru, della Planargia, del Màrghine poi verso sud- ovest, nuovamente in dire-
e del Campidano di Milis. Si esce da Ori- zione del Montiferru. A circa 14.5 km da Ma-
stano in direzione nord seguendo la statale comèr, rientrati in provincia di Oristano, si
292 e, oltre Riola Sardo, si costeggiano le giunge a San Leonardo de Siete Fuentes e,
propaggini del monte Ferru, percorrendo dopo 6 km, a Santu Lussurgiu, dove è un in-
l’ampia zona di dune sabbiose, ora in gran teressante museo etnografico. Si prose-
parte rimboschita, di is Arenas. Giunti al- gue verso sud fino a Bonàrcado (km 8.5) e,
la costa, caratterizzata in questo tratto ormai nella fascia del Campidano supe-
da belle falesie calcaree, una deviazione fra riore, a Milis (km 5.7) e a San Vero Milis (km
le località balneari di S’Archittu e Santa Ca- 5.8) per fare poi rientro a Oristano.
terina di Pittinuri conduce (km 25 da Ori-
stano) agli scavi di Cornus. Si prosegue fi- Verso Santa Caterina di Pittinuri
no a Cùglieri (km 15.5) da dove è possibi- Oltrepassati Nurachi (m 6, ab. 1623), nella
le effettuare escursioni sul monte Ferru de- cui parrocchiale di San Giovanni Battista
viando per la strada che conduce a Santu sono i resti di una fonte battesimale pa-
Lussurgiu. leocristiana, e Riola Sardo, si incontra il
Continuando verso nord, si transita per tratto più interessante dal punto di vista
la Planargia, regione caratterizzata da un paesaggistico. La strada corre tra le pendici
vasto altopiano che digrada sul mare, at- aspre del monte Ferru sulla destra e le du-
traversando Tresnuràghes e, entrati in pro- ne sabbiose di is Arenas sulla sinistra. Pro-
vincia di Nùoro, Suni (km 16 da Cùglieri). Di prio questa strada ha contribuito, insieme
qui si imbocca la strada per Macomèr fino con una serie di rimboschimenti, a conte-
a Sindìa (km 10 da Suni) e, a circa 3 km dal- nere l’avanzata delle sabbie. Prima di que-
l’abitato, si devia per l’abbazia cistercense sti interventi si estendeva per numerosi
di S. Maria di Corte. Si prosegue fino a Ma- chilometri un’area desertica unica nel suo
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6.2 Il Montiferru

genere in Europa, con dune mobili di sab- lica maggiore. Dotata in origine di nartece,
bia alte sino a 50 m di altezza. Al loro posto era divisa in tre navate con altare al centro
c’è ora una pineta presso la quale si è for- e cattedra episcopale presso l’abside.
mato un fitto sottobosco popolato da nu- Ancora adiacente e parallelo a questo edi-
merose specie di animali selvatici. ficio era il battistero, con una serie di di-
La costa si raggiunge a Torre Su Puttu, do- visioni interne; al centro sta la fonte bat-
ve è una torre spagnola del XVII sec., e a tesimale cruciforme dotata di scalini e in-
S’Archittu, con bella vista di scogliere cal- globata in una struttura ottagonale.
caree purtroppo deturpate dalla vicinan-
za di costruzioni sorte disordinatamen- Cùglieri e il monte Ferru
te. Poco oltre, dopo il bivio per Cornus (v. Centro della regione del Montiferru, a eco-
sotto), è Santa Caterina di Pittinuri: una bre- nomia agro-pastorale, Cùglieri (m 483, ab.
vissima diramazione all’uscita dell’abitato 3198) deriva il nome dalla città romana di
conduce alla cinquecentesca torre di Pit- Gurulis Nova, il cui sito ricadrebbe nel
tinuri, dalla quale si gode una veduta ve- territorio di questo comune. Nella parte al-
ramente splendida della costa. ta del paese, che conserva ancora alcuni
angoli pittoreschi, è la seicentesca chiesa
Cornus di S. Maria della Neve, costruita su un pre-
Il nome di questa antica città è legato alle cedente impianto del XIII secolo.
figure dell’eroe sardo-punico Ampsicora
e del figlio Iosto che nel 215 a.C., nel corso Da Cùglieri è possibile effettuare escursioni
della seconda guerra punica, guidarono sul monte Ferru (m 1050) percorrendo almeno
un’insurrezione contro i romani. La lotta, una decina di chilometri della strada che con-
duce a Santu Lussurgiu. Sulla destra, salendo,
che vide i sardi combattere a fianco delle si notano subito, sulla cima di un colle, i resti di
truppe cartaginesi di Asdrubale il Calvo, Casteddu Ezzu, fortezza medievale restaurata,
culminò con la morte in battaglia di Iosto, eretta dai giudici di Torres. Sul monte, a su-
il suicidio di Ampsicora e la conquista mi- perfici spoglie e a picchi rocciosi, si alternano
litare di Cornus. L’area attualmente visita- vaste distese di roverelle, lecci, maestosi agrifo-
bile, in località Columbaris, è adiacente al gli, talora associati con esemplari di Taxus bac-
sito del centro punico e romano; com- cata, detto anche “albero della morte” per le sue
prende la sede episcopale, che conserva i bacche velenosissime.
resti di due basiliche, di un battistero e di Subito dopo il complesso della Madonnina, luo-
go di villeggiatura e di convegni culturali di pro-
un’area cemeteriale in uso dal sec. IV fino al prietà di una fondazione cattolica sassarese,
IX, abbandonati in seguito a scorrerie ara- una stradetta asfaltata sulla destra (km 9.3 da
be. Varcato l’ingresso, si incontrano subi- Cùglieri), che conduce al ripetitore Rai di Bad-
to sulla destra una lunga teoria di sepolcri de Ùrbara, consente di raggiungere la tenuta di
e un edificio rettangolare noto come basi- Su Pabarile dove vivono cervi sardi e mufloni.
lica sepolcrale per il gran numero di tom-
be che contiene. Disposta perpendicolar- Flussìo
mente a questa prima struttura se ne in- In questo piccolo centro della Planargia (m
contra subito un’altra, la cosiddetta basi- 305, ab. 500) è tuttora vivo l’artigianato lo-
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6 Nelle terre d’Arborèa
cale dell’intreccio dell’asfodelo per la la- di un castello oggi scomparso. Nella sot-
vorazione di cestini e canestri in genere tostante piana si svolse nel 1478 la batta-
esposti per la vendita all’esterno delle glia che, con la sconfitta del marchese di
abitazioni. Suggestivo lo spettacolo, in Oristano Leonardo de Alagón, vide spe-
primavera, degli asfodeli stesi ad asciugare gnersi le ultime speranze di scuotere l’isola
lungo le vie del paese. Come nei centri vi- dal dominio iberico. Oggi Macomèr, nodo
cini, a Flussìo (dove fra l’altro ha sede ferroviario e stradale, è forse il centro di
una cantina sociale) si può trovare l’ottima maggior vitalità della Sardegna centrale
Malvasia di Bosa, vino liquoroso dal colore per gli allevamenti del bestiame e per l’in-
dorato e dal profumo delicatissimo. dustria casearia. Da vedere il rione di San-
ta Croce, nel quale ci si può addentrare a
Sindìa piedi partendo da piazzetta Garibaldi: nu-
Al centro del paese (m 510, ab. 2073) sor-
ge la romanica chiesetta di S. Pietro (per la
visita, t. 078541043), costruita intorno al
1150-60 dai monaci cistercensi di S. Maria
di Corte. L’edificio presenta semplice fac-
ciata a spioventi sormontata da campani-
le a vela e abside decorata da archetti
pensili. Nella chiesa di S. Demetrio (chiavi
dal parroco), si conserva una bella statua
lignea di S. Demetrio della seconda metà
del XVII sec., forse proveniente dalla Spa-
gna. La parrocchiale di S. Giorgio, due-
centesca, mescola elementi romanici, go-
tici e aragonesi, come nella cappella gen-
tilizia dell’inquisitore Gavino Pintor Serra.

S. Maria di Corte*
Bernardo di Chiaravalle, su richiesta di
Gonario II ‘giudice’ di Torres (che diven-
terà beato dell’Ordine cistercense), inviò
in Sardegna i Cistercensi che tra il 1147 e
il 1149 fondarono l’abbazia di S. Maria di merosi i portali e le finestre gotico-arago-
Corte o di Cabuàbbas. Gli stessi monaci in- nesi scolpiti nella trachite rossa di Bosa.
trodussero il sistema delle grange, orga- Qualche pregio architettonico ha la par-
nizzazione benedettina di aziende agrico- rocchiale di S. Pantaleo, con facciata degli
le che si estesero dalla Planargia al Màr- inizi del ’600 su un precedente edificio
ghine svolgendo un ruolo determinante cinquecentesco; conserva fra l’altro un
nel riassetto agrario del territorio. Il pri- pregevole Crocifisso ligneo che risale alla
mitivo impianto romanico della chiesa seconda metà del XVII secolo.
(chiavi presso il parroco di Sindìa), è da
considerarsi fra gli esempi più antichi di Numerosi i monumenti preistorici nei dintorni.
architettura cistercense in Europa: si con- Su una collina prospiciente l’ospedale civile, do-
minata dal nuraghe Ruggiu, monotorre, sono
serva nel braccio sud del transetto con scavate le domus de janas di Filigosa, tombe plu-
due cappelle, in parte dell’elevato del co- ricellulari che hanno contraddistinto, con i lo-
ro e nella sagrestia. Dell’antico monastero ro corredi, l’omonima cultura sarda dell’età
restano soltanto le fondamenta dell’aula del Rame. Di notevole interesse è il nuraghe S.
capitolare e del chiostro, messi in luce Barbara*, raggiungibile dalla statale 131, forse
negli scavi del 1964. uno dei più begli esempi di architettura nura-
gica, con una maestosa torre rossa di muschi
Macomèr che svetta sul mastio. Per visitare le tombe di gi-
ganti e i bètili di Tamuli, si prende la strada
Centro (m 563, ab. 11 417) del Màrghine, si-
che dalla provinciale per Santu Lussurgiu si
tuato ai margini di un altopiano basaltico, stacca per il parco di monte S. Antonio (devia-
passaggio obbligato lungo la più impor- zioni segnalate), cono vulcanico ricoperto da
tante via di comunicazione fra il nord e il una fitta foresta di lecci, roverelle e sughere.
sud dell’isola, è luogo con un’altissima
densità di costruzioni nuragiche. Di una San Leonardo de Siete Fuentes
certa rilevanza in epoca romana col nome Frazione (m 684) di Santu Lussurgiu svi-
di Macopsissa, fu munito nel medioevo luppatasi intorno al centro religioso di S.
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6.2 Da Macomèr a Oristano
Leonardo, dotata di alcune attrezzature strutturazione avvenuta intorno alla metà
turistiche, è nota per la presenza, all’in- del ’200, mentre restauri sono stati con-
terno di un bel parco di lecci, olmi e ca- dotti una settantina d’anni or sono e poi,
stagni, delle sette sorgenti (che hanno di recente, negli anni novanta. Nell’interno,
dato nome alla località) dalle quali sgor- una vasca con pavimento in mosaico ap-
gano acque radioattive e diuretiche. La partenente alla fase romana e un bassori-
chiesa di S. Leonardo fu costruita intorno lievo del ’500 in terracotta policroma del-
alla metà del XII secolo. Ristrutturata in for- la Madonna col Bambino.
me gotiche nel XIV (apprezzabili soprat- La romanica chiesa di S. Maria fu costrui-
tutto nell’interno mononavato), conserva ta entro il 1147 dai monaci dell’annesso
del primitivo impianto romanico la parte monastero camaldolese. Al primitivo im-
inferiore della facciata e il lato sud. Pres- pianto mononavato, del quale si conser-
so l’edificio era un ospedale, oggi scom- vano la facciata tripartita da arcate, la pa-
parso, dove nel 1295 morì Guelfo, figlio del rete sud e il primo ordine della torre cam-
conte Ugolino della Gherardesca. panaria, fu aggiunto negli anni 1242-68 un
più ampio corpo a tre navate realizzato
Santu Lussurgiu probabilmente da maestranze iberiche di
Paese (m 503, ab. 2718) del Montiferru si- cultura architettonica araba.
tuato all’interno di un cratere di origine
vulcanica, è tuttora centro di attività arti- Milis
gianali quali la tessitura dei tappeti, l’in- Il paese (m 72, ab. 1668) si adagia ai piedi
taglio delle cassapanche, la fabbricazione del monte Ferru, su una rigogliosa piana
di coltelli e soprattutto la produzione di sti- fitta di agrumeti, la cui coltivazione fu qui
vali, selle e ogni altro oggetto connesso introdotta già nel medioevo, probabil-
con la bardatura dei cavalli. mente dai Camaldolesi. Alla periferia sor-
Interessante, in piazza Mercato, la chiesa ge la romanica chiesa di S. Paolo: fu edifi-
di S. Maria degli Angeli, costruita nel 1483 cata nel 1140-50 e completata, nel 1200-25
da san Bernardino da Feltre. All’interno, con la realizzazione del paramento mura-
presso l’altare maggiore del ’700, si con- rio bicromo della parte superiore della
serva il gruppo ligneo della Madonna degli facciata in conci di trachite e di arenaria.
Angeli, opera di fine ’500-inizi ’600, forse L’interno, a navata unica con copertura a
importata dall’Italia meridionale. Di no- capriate lignee, custodisce un retablo del
tevole interesse etnografico è il Museo 1503, dovuto forse a maestri catalani, raf-
della Tecnologia contadina in via Deodato figurante una Crocifissione e una Madonna
Meloni N. 2, visitabile previo appunta- col Bambino e angeli.
mento telefonico con il maestro F. Salis, al- Di un certo interesse, al centro del paese,
lestitore e curatore della struttura mu- il settecentesco palazzo Boyl (non ancora
seale (tel. 0783 550617-550706). La rac- aperto al pubblico) che conserva arredi
colta consiste in oltre 2000 oggetti, siste- d’epoca e, di fronte, la quattrocentesca
mati in un’ampia dimora padronale del parrocchiale di S. Sebastiano.
’700, comprendenti soprattutto attrezzi
da lavoro e vari oggetti di uso quotidiano San Vero Milis
tutti selezionati e raccolti nell’ambito del- Paese del Campidano superiore, ove si
la comunità di Santu Lussurgiu. produce un’ottima vernaccia ed è ancora
vivo il tipico artigianato dell’intreccio di
Bonàrcado cestini e canestri.
In questo paese agro-pastorale del Mon- Al centro dell’abitato (m 10, ab. 2494) è la
tiferru (m 283, ab. 1707) si conserva un no- seicentesca parrocchiale di S. Sofia, dal-
tevole complesso monumentale sacro – l’interessante facciata con tre portali, in cui
chiesa e santuario – che costituisce un si combinano elementi gotici e barocchi,
importante luogo di venerazione mariana, e dal maestoso campanile con cupola a ci-
meta di pellegrinaggi soprattutto nei tre polla. All’interno si conserva una scultura
giorni della festa, tra 18 e 20 settembre. Il lignea di S. Sebastiano della metà del ’600.
santuario della Madonna di Bonacattu* è Un’altra pregevole statua lignea raffigu-
una piccola costruzione cruciforme alto- rante S. Michele Arcangelo, di scuola na-
medievale (VIII-IX sec.) che si imposta su un poletana, anch’essa della metà del ’600, è
precedente ambiente termale romano. La visibile nella vicina chiesa di S. Michele, di
facciata meridionale è frutto di una ri- impianto decisamente barocco.

111
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7 Nùoro

Profilo della città


Rappresentativa delle tradizioni e dei valori delle zone interne
della Sardegna, e insieme del loro recente processo di tra-
sformazione, Nùoro (m 549, ab. 37 890) si stende a cavallo di
una dorsale prevalentemente granitica che dal monte Orto-
bene si allunga
in direzione nord-ovest. È capoluogo di
provincia (costituita nel 1927) in costante
espansione e centro di servizi ammini-
strativi, culturali e commerciali.
Il ritrovamento – nel 1975, durante lavori di
ristrutturazione di un vecchio stabile in via
Ballero – di una tomba a poliandro asse-
gnata a un periodo compreso tra i sec. VII
e VIII (tomba visibile nel Museo speleo-ar-
cheologico), ha messo in luce la più antica
testimonianza della presenza stanziale del-
l’uomo nell’attuale sito della città. Sul mon-
te Ortobene, nei pressi dell’attuale fonte
Milianu, sarebbe sorto un primitivo vil-
laggio, abbandonato – una volta stabiliz-
zatosi il dominio romano – in favore di
una località più a valle; il nuovo nucleo sa-
rebbe sorto nella zona del rione cittadino
di Sèuna, così denominato dal ruscello
(Ribu ’e Sèuna) sull’Ortobene.
I primi documenti scritti risalgono al XIV se-
colo: nelle Rationes Decimarum imposte
dal papa Giovanni XXII, Nùoro è presente
come uno dei paesi più tassati della diocesi di Ottana, e quindi come uno dei più im-
portanti. Il toponimo Nùgor – molti nuoresi ancora oggi chiamano la loro città Nùgoro
– è tuttavia già riportato in diversi registri dei sec. XI, XII e XIII. Concessa in feudo (dopo
il 1478) alla famiglia Carroz, passò nel 1496 dalla diocesi di Ottana a quella di Alghero.
Nel Cinquecento, sotto il dominio di diversi feudatari, la città registrò un notevole pro-
cesso di crescita: nel sec. XVII contava 1600 abitanti e numerosi edifici sacri vennero ad
aggiungersi a quelli già esistenti di S. Croce e del Salvatore (fine ’500).
Nel 1777 Nùoro, con i suoi 2782 abitanti, risulta il maggiore dei centri della zona; è abi-
tata in prevalenza da pastori e contadini, ha un minimo di struttura urbana, con ampie
strade ed edifici; conta 15 chiese all’interno dell’abitato. L’Ottocento si apre con un pe-
riodo di relativa tranquillità, ben presto interrotto a seguito delle disposizioni regie che
ponevano fine all’uso comunitario della terra (editto delle ‘chiudende’, 1820). Una se-
rie di sollevazioni popolari ebbe il suo culmine nel 1868 con la rivolta “de Su Connottu”
a seguito dell’attuazione della legge del 1865 che aboliva gli usi e i diritti d’ademprivio.
A cavallo dei due secoli la città esprimeva una vasta e originale attività culturale e so-
cio-politica che traeva i suoi motivi ispiratori proprio dallo scontro fra la vecchia società
sarda e quella nuova espressa dallo Stato nazionale: basterà ricordare il poeta Sebastiano
Satta (1867-1914), la scrittrice Grazia Deledda (1871-1936), il saggista e uomo politico At-
tilio Deffenu (1890-1918). Con la ricostituzione a capoluogo di provincia nel 1927 (era sta-
ta sede di divisione amministrativa e di intendenza dal 1848 al 1859), la città conobbe
un nuovo sviluppo urbanistico: numerosi edifici pubblici sorsero nei dintorni di via Def-
fenu, di via Dante e di piazza Crispi; gli abitanti passarono dagli 8534 del 1921 agli 11 459
del 1939 e ai 16 949 del 1951.
Il secondo dopoguerra ha visto un’ulteriore accelerazione del processo di urbanizza-
zione, insieme al progressivo mutamento della caratterizzazione agro-pastorale della
città in favore di quella amministrativo-burocratica.
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La città e il monte Ortobene
Itinerario pedonale interrotto dall’escursione, automobilistica, sull’Ortobene (pianta urbana
a pag. 114)

L’abitato è attraversato in senso est-ove- Provincia di Nuoro. Dei quattro piani espo-
st dal corso Garibaldi, il cuore della città, sitivi il primo e il secondo presentano una
e dalla via La Marmora che, oltre piazza selezione di opere di artisti sardi del No-
delle Grazie, prosegue fino a piazza Sar- vecento, prevalentemente di area nuorese,
degna. Dalla già citata piazza delle Grazie per la gran parte derivata da donazioni del-
le strade che salgono verso nord (vie IV le amministrazioni pubbliche locali (la
Novembre, Ferracciu, Saffi e Dante) con- Provincia, ente proprietario e promotore
ducono al centro amministrativo della del museo, il Comune, la Camera di Com-
città (Palazzo comunale, Amministrazione mercio, l’Ente provinciale per il Turismo)
provinciale, Prefettura, Camera di Com- e di privati. Di particolare rilevanza sono
mercio, Poste), al Liceo Ginnasio, alle le opere di Antonio Ballero, Mario Delita-
Scuole magistrali e al vecchio Ospedale. la, Giovanni Ciusa Romagna, Carmelo Flo-
ris, Francesca Devoto, Mauro Manca, Ma-
Verso piazza Satta. Piazza Vittorio Ema- ria Lai, Costantino Nivola e Gino Frogheri.
nuele II (B-C3), ampio spazio scosceso te- Il museo dedica grande impegno nell’or-
nuto a verde, comunicante con piazza Maz- ganizzazione di mostre temporanee, che
zini, è nodo viabilistico fra i più importan- vengono allestite nel piano terra e al quar-
ti del centro cittadino. Da questa via Angioi to piano dell’edificio.
sale al vecchio quartiere che si dispone at-
torno alla raccolta piazza Sebastiano Satta* Piazza Su Connottu. Una discutibile siste-
(B3), sistemata nel 1967 da Costantino Ni- mazione urbanistica l’ha ritagliata nell’an-
vola. Dipinti in bianco gli edifici e ricoper- tico tessuto della zona meridionale del
to di lastroni di granito il terreno, lo scul- quartiere di San Pietro. La si attraversa
tore vi distribuì grandi blocchi di granito longitudinalmente (notare, verso sinistra,
impreziositi da statuette in bronzo (gli ori- la cupoletta della vicina chiesa di S. Croce –
ginali sono esposti al MAN) che raffigura- B3 – di fine sec. XVI, che contiene un Cristo
no il poeta nuorese in diversi momenti flagellato ligneo, forse seicentesco) e – di
della sua vita. Ne è derivato un insieme am- fronte alla chiesetta di S. Carlo, semplice ar-
bientale che, proprio dal contrasto fra gli chitettura (sec. XVII) di tipo rurale dall’in-
inserti recenti e certe modeste architettu- terno disadorno – si prende la via Sassari.
re ottocentesche (come la casa natale di
Satta), trae carattere e pregio. Museo Deleddiano* (B3). È ordinato dal
1983 al N. 28 di via Grazia Deledda, nella ca-
Il MAN, Museo d’Arte della Provincia di sa in cui nacque la scrittrice (1871). Il mu-
Nuoro*. Una palazzina al N.15 di via Satta seo, completamente rinnovato nel 2000, è
(dietro corso Garibaldi), già sede del- di proprietà dell’ISRE (Istituto Superiore
l’Amministrazione provinciale, ospita dal Regionale Etnografico): raccoglie oggetti
febbraio 1999 il MAN, Museo d’Arte della personali, fotografie, autografi, prime edi-

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zioni italiane e straniere delle opere, note Da quella data, alla fine d’agosto di ogni anno si
di stampa e testimonianze varie attinenti celebra sull’Ortobene la festa del Redentore*, oc-
alla vita e all’attività di Grazia Deledda. casione per una delle più importanti manife-
La casa è un dignitoso esempio di abita- stazioni folcloristiche della Sardegna, assai in-
teressante per il concorso di gruppi nei costu-
zione nuorese, adeguata per dimensioni e mi tradizionali e per le musiche e le danze. Va-
aspetto alle esigenze di una famiglia agia- stissimo il panorama che si domina dal roc-
ta della seconda metà dell’Ottocento.Un cione sormontato dalla statua.
attento restauro le ha restituito l’origina-
ria qualità architettonica, collegando l’or- Il Duomo (B-C3). In piazza Asproni è il mo-
ganizzazione degli spazi ai caratteri del- derno edificio sede della Biblioteca Seba-
l’allestimento espositivo. In una parte del- stiano Satta (B3) affiancato dall’ottocen-
le stanze del pianterreno, del cortile e del- tesco palazzo Asproni, con decorazioni di
l’ammezzato sono ricostruiti gli ambienti gusto neorinascimentale. Costeggiandolo
descritti da Grazia Deledda nell’opera au- si raggiunge l’alberata piazza S. Maria del-
tobiografica “Cosima”. la Neve, dove prospetta l’omonima Catte-
drale dalla neoclassica facciata con fron-
Si segue la via Aspromonte (B3) e poi a sinistra tone, colonne ioniche e due campanili la-
il panoramico viale Ciusa (A3). Sulla destra di terali; decentrata rispetto alla zona più
questo, che serpeggia ai margini delle espan-
sioni nord-orientali di Nùoro, si incontra in po-
rappresentativa della città, fu costruita a
sizione leggermente elevata la chiesetta della So- partire dal 1836 e terminata nel 1854.
litudine*, edificata nei primi anni ’50 su disegno L’interno custodisce alcuni dipinti di un
di Giovanni Ciusa Romagna; sorge sul sito di una certo pregio: nella prima cappella a destra,
chiesa seicentesca cara a Grazia Deledda, che una pala di Bernardino Palazzi; alla pare-
dal 1959 è qui tumulata. te fra la prima e la seconda cappella, una
Dal piazzale antistante alla chiesetta una co- tela con Disputa di Gesù fra i dottori attri-
moda strada panoramica (di 7 km) risale il mon- buita a Luca Giordano; in fondo alla na-
te Ortobene*, snodandosi in un paesaggio di vata, una Deposizione del Palazzi. I pan-
enormi massi granitici, cui gli agenti atmosferi- nelli della Via Crucis sono per metà di Car-
ci hanno conferito forme inconsuete, e di zone
a fitta macchia spontanea frequentemente al- melo Floris e per l’altra di Giovanni Ciusa
ternate a conifere piantate negli anni ’30. Vi si tro- Romagna. Alla parete destra del presbite-
va la chiesetta di Nostra Signora di Montenero, del rio, un Angelo che piange sul Cristo deposto,
1608, e la statua bronzea del Redentore, opera di a lungo attribuito ad Alessandro Tiarini,
Vincenzo Jerace, inaugurata nel 1901. forse dei primi dell’Ottocento.
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7 Nùoro
Museo della Vita e Madonna delle Grazie (B-C2). Oltrepas-
delle Tradizioni sato in via Manzoni (N. 22), l’ex con-
popolari sar- vento dei Francescani, si raggiunge
de**(C3). Sorge nella piazza delle Grazie il santuario
sul colle di S. omonimo, costruito negli anni ’50,
Onofrio, in un dove annualmente (21 novembre)
complesso rea- si celebra un rito di ringraziamento
lizzato agli inizi per un presunto avvenimento mira-
degli anni ’60, coloso del sec. XVII. Di maggiore inte-
aperto al pubbli- resse è la vecchia chiesa delle Grazie, cui
co dal 1976. Gli edi- si arriva seguendo alla destra del santua-
fici, disegnati dal- rio la stretta via omonima; edificata dopo
l’architetto Antonio la metà del ’600, è fra i pochi brandelli su-
Simon, presentano perstiti dell’antico rione di Sèuna.
una tipologia e una distribu-
zione spaziale tendenti a rico- Il Parco letterario Grazia Deledda
struire un ideale villaggio sardo
tradizionale. Di particolare in- «I Parchi letterari sono una scialuppa sul mare
teresse per ricchezza e varietà tempestoso della vita d’oggi», ha scritto Stanislao
risultano la collezione di ve- Nievo, presidente della Fondazione Ippolito Nievo
stiario popolare festivo e quo- che ha ideato la realizzazione di una serie di Parchi
tidiano (fine ’800 e prima metà letterari soprattutto nel Mezzogiorno italiano. «Sco-
del ’900), il repertorio di amuleti po - dice ancora Nievo - salvare e preservare la qua-
d’argento e in pietre e materia- lità del territorio che abitiamo, nei casi in cui que-
li vari, la raccolta di ornamenti sti luoghi abbiano già avuto un incontro con un
preziosi e i materiali tessili. Si grande poeta o scrittore della nostra letteratura».
segnala inoltre la sezione dedi- È nato così in Sardegna il Parco letterario dedica-
cata alle maschere tradizionali to a Grazia Deledda, la grande romanziera vissuta
del Carnevale barbaricino (i ma- fra il 1871 e il 1936, che ha fatto del paesaggio sar-
muthones di Mamoiada, i thur- do, e in particolare di quello delle Barbàgie, lo
pos di Orotelli e i merdùles di sfondo di tanti suoi libri. I luoghi del parco sono so-
Ottana) nonché l’esposizione prattutto nel Nuorese. Le ‘porte’ attraverso le qua-
di pani festivi e cerimoniali e di li vi si accede, per iniziare un percorso ricco di co-
dolci del Nuorese. lori e di emozioni, sono a Nùoro, Galtellì e Monte-
leone Rocca Doria. I percorsi tematici sono riferiti
La sommità del colle di S. Onofrio alla vita e ai romanzi di Grazia Deledda, alla Sar-
(m 588), cui si perviene conti- degna deleddiana, al suo romanzo Canne al vento,
nuando oltre il museo lungo il via-
le omonimo, offre un gran panora-
ma sulla città, il monte Ortobene e
il Supramonte di Oliena.

Civico Museo speleo-archeo-


logico (C3). L’edificio della
Scuola elementare F. Podda ne
è la sede provvisoria. Attivo
dal 1978, si è formato dalla fu-
sione delle raccolte del Grup-
po Grotte Nuorese – realizzate
nel corso di numerosi anni di
attività – con la Collezione co-
munale di Nùoro, cui si sono
aggiunti in seguito i notevoli
apporti di materiale prove- al silenzio della magia, all’anima sarda, alle feste nei
niente dalle campagne di sca- santuari campestri: tutti titoli che guidano alla
vo effettuate dalla Soprinten- comprensione dell’arte dell’unica italiana (nella
denza archeologica nella pro- foto, la sua casa di Nùoro) insignita del Premio
vincia di Nùoro, nonché quel- Nobel per la letteratura (1926).
le di alcune raccolte private.

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8 Le Barbàgie:
il cuore montano dell’isola

Profilo dell’area
Il Gennargentu – alla lettera “Porta d’argento”, dai termini la-
tini janua e argentum – oltre ad essere la principale eminenza
montuosa della Sardegna, ne è anche il cuore, e quasi il sim-
bolo della fierezza e dello spirito di indipendenza dei sardi. Con
le sue cime dolci, misteriose e inargentate troneggia solenne
su un vasto territorio montano cui una lunga e tormentata vicenda geologica ha conferi-
to un aspetto caratterizzato da paesaggi tutti diversi fra loro ma sempre aspri e selvaggi.
A est è la lunga sequenza lunare dei calcari del Supramonte: una distesa bianca,

primordiale, rotta da improvvise vallate con foreste fittissime, da burroni e da baratri


profondi che danno l’idea che le cime, in realtà dalle quote modeste, appartengano a mon-
tagne molto più alte. A sud è la regione dei “tacchi”, alti e scenografici torrioni calcarei
che emergono solitari dagli altipiani e dalle profonde gole scavate dagli affluenti del Flu-
mendosa. A ovest una lunga sequenza di rilievi, ora brulli e desolati, ora ammantati da
foreste fittissime, digrada progressivamente fino alla valle del fiume Tirso. A nord infi-
ne fa da contrafforte al Gennargentu l’altopiano granitico di Fonni, punteggiato da ra-
de sughere piegate dal maestrale. Gran parte di questi monti, di enorme interesse na-
turalistico e di struggente bellezza, è destinata a ospitare un grande parco nazionale che,
una volta realizzato, sarà il più importante parco naturale di tutto il bacino del Medi-
terraneo. Questa terra, piena di fascino ma impervia e inospitale, è conosciuta dal-
l’antichità col nome di Barbàgia. Furono i romani a chiamarla Barbària perché abitata
da genti che non riuscirono mai a sottomettere completamente e che, con le loro con-
tinue incursioni nei centri colonizzati dalla pianura, costituirono per i dominatori un pro-
blema plurisecolare. Lo stesso cristianesimo vi si diffuse lentamente e con grande dif-
ficoltà: ancora alla fine del VI secolo il papa Gregorio Magno, in una lettera a Ospitone,
‘dux’ dei barbaricini, si lamentava che questi vivessero come «insensata animalia», ado-
rando alberi e pietre. Ancora oggi reminiscenze pagane sono ampiamente presenti in mol-
te feste religiose della Barbàgia.
Isolati dalla stessa conformazione orografica del territorio, gli abitanti di questa regio-
ne hanno conservato quasi intatte usanze e tradizioni le cui origini varcano non di ra-
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Profilo dell’area
do i confini della storia, un patrimonio culturale originalissimo accumulatosi nei seco-
li, che solo negli ultimi decenni, venendo a contatto con la società dei consumi, è sta-
to scalfito e in parte compromesso.
Terra da sempre votata alla pastorizia, ma terra di pascoli magri, la zona montana del
Gennargentu è la regione con più bassa densità d’abitanti di tutta l’isola. Colpisce, nel
paesaggio, la quasi totale assenza di abitazioni rurali. La scarsa popolazione vive tutta
concentrata in pochi grossi villaggi distanti fra loro. Questi, tutti di antica origine, spes-
so isolati l’uno dall’altro, costituiscono ognuno un mondo a sé stante, con un proprio
dialetto, un proprio costume e proprie tradizioni.
Villaggi dall’aspetto rude e pastorale, caratterizzati da vicoli stretti e scoscesi su cui si
affacciano le tipiche case barbaricine, nelle quali la scura severità delle facciate in pie-
tra a vista è generalmente ingentilita da balconi, loggette, estrosi fumaioli, piccole cor-
ti e frondosi pergolati. La recente edilizia pubblica e abitativa stride, spesso, con l’an-
tico contesto in cui sorge e va rapidamente annullando la specificità di questi borghi.

8.1 Da Nùoro all’Ogliastra


Itinerario lineare nel levante nuorese, dal capoluogo ad Àrbatax, km 121 deviazioni escluse
(carta a pag. 119)

È un percorso di prevalente interesse pae- porta in pochi chilometri al livello del ma-
saggistico e naturalistico. Si svolge infat- re. Una breve deviazione sulla sinistra
ti lungo le pendici orientali del massiccio consente di visitare il grazioso agglome-
del Gennargentu, per lo più nell’ambito rato di Santa Maria Navarrese e di reim-
della vasta area destinata a costituire il mettersi subito dopo nella statale 125.
grande Parco nazionale del Gennargentu, Attraversati Lotzorai e Girasole, si rag-
consentendo di visitare alcuni dei siti di giungono rapidamente i centri di Tortolì e
maggior richiamo del futuro parco, ove an- Àrbatax, quasi uniti fra loro.
cora vivono specie animali assai rare in Ita-
lia. Le strade, anche se tortuose, sono tut- Oliena*
te asfaltate (meno la deviazione per la val- Documentata dal medioevo, Oliena (m
le di Lanaittu), a scarsa densità di traffico 379, ab. 7706) ebbe a partire dal XVII sec. un
e di eccezionale panoramicità. particolare sviluppo collegato anche al-
Da Nùoro, raggiunta in breve Oliena, si pro- l’insediamento dei Gesuiti, ai quali fra l’al-
segue in direzione di Dorgali, procedendo tro si deve la creazione di scuole e l’intro-
in una fertile vallata coltivata a vigne e oli- duzione dell’allevamento del baco da seta
veti, ai piedi dell’erto versante settentrio- e di più avanzati metodi di coltura dell’o-
nale del Supramonte. Incontrata (5 km do- livo e della vite. Ancora oggi l’olivicoltura
po Oliena) la deviazione per Su Gologone e e la viticoltura costituiscono una cospicua
per la valle di Lanaittu e superata su un pa- fonte di reddito; i vini, densi e forti, ap-
noramico viadotto la gola occupata dal la- prezzati e cantati anche da Gabriele D’An-
go artificiale del Cedrino, ci si immette in nunzio, sono ricercati in tutta la Sarde-
breve nella statale 125 Orientale Sarda. A gna. Oliena è famosa anche per il suo ar-
questo punto, prima di proseguire a de- tigianato artistico e in particolare per i
stra in direzione di Dorgali, si consiglia di pregiati gioielli in filigrana e per gli scialli
deviare di pochi chilometri sulla sinistra per di seta finemente ricamati.
poter visitare la suggestiva grotta di Ispi- Il centro storico, per quanto alterato da re-
nigoli, una tra le più grandi d’Italia. centi interventi edilizi, continua a essere
Dopo Dorgali, continuando lungo la statale uno dei più caratteristici e interessanti
125, si incontra subito sulla sinistra la de- dell’isola. Nei vicoli tortuosi e stretti, sui
viazione per Cala Gonone e si affronta il quali sembra incombere la mole possente
tratto più tortuoso ma più spettacolare del monte Corrasi (m 1463), si affacciano
dell’itinerario, raggiungendo Baunei do- casette dai muri bianchi di calce con pic-
po 46 km di curve e tornanti di grandiosa cole corti, scalette esterne, archi, pergolati,
panoramicità. Usciti da Baunei, sempre minuscoli balconi e aggraziati fumaioli
seguendo la 125, si trova sulla sinistra la dalle forme insolite: un’architettura spon-
deviazione asfaltata per Sa Pedra Longa; tanea e mossa cui si son rifatti gli architetti
poi una rapida sequenza di curve in di- dei moderni insediamenti turistici. Altro
scesa, con ampie panoramiche sulla sot- elemento caratterizzante del tessuto ur-
tostante piana di Tortolì e sulla costa, bano di Oliena è il gran numero di chiese
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8 Le Barbàgie: il cuore montano dell’isola
(ben undici!) che sorgono nell’abitato, per seguirsi di altipiani di calcare bianchissimo,
lo più di modeste dimensioni e di linee quasi accecante, privi di corsi d’acqua e con ra-
semplici ma ingentilite da civettuoli cam- re macchie di vegetazione, nei quali si aprono
paniletti a vela. Fra queste si distinguono, numerose grotte ed emergono aspre cime roc-
ciose: fra queste la punta Corrasi (m 1463), la più
all’ingresso del paese, la vecchia parroc- alta del Supramonte. Su queste cime nidificano
chiale di S. Maria, di origine duecentesca rapaci a forte rischio di estinzione, come il
ma più volte rimaneggiata, e in corso Vit- grifone e l’avvoltoio monaco.
torio Emanuele II l’attuale parrocchiale di
S. Ignazio di Loyola, eretta dai Gesuiti nei Sorgente di Su Gologone*
primi decenni del XVIII sec. accanto al loro A circa 6 km da Oliena, sulla strada per Dor-
seicentesco collegio; vi si conservano al- gali, si incontra sulla destra una strada
cune interessanti statue lignee seicente- asfaltata che conduce in soli 2 km alla sug-
sche e, in sagrestia, un bel retablo del ’500 gestiva sorgente carsica di Su Gologone e
detto di S. Cristoforo. all’omonimo hotel-ristorante, vero ‘san-
Fra gli edifici sacri minori risalta, in uno slar- tuario’ della gastronomia barbaricina.
go nella centrale via Deledda, la chiesa di S. La sorgente è un potente fiotto d’acqua
Croce, caratterizzata da un rustico loggiato (300 litri al secondo) dato da un fiume
sotterraneo che sgorga all’improvviso da
un crepaccio naturale della roccia, de-
fluendo in un profondo e limpidissimo la-
ghetto sottostante. Un fitto boschetto di
oleandri coloratissimi e, proprio sopra la
sorgente, la rustica bianca chiesetta di No-
stra Signora della Pietà esaltano la sugge-
stione del luogo.

Poco prima della sorgente si apre sulla destra


una strada sterrata segnalata da cartelli turistici
che si inoltra nella valle di Lanaittu*, consen-
tendo di raggiungere vari siti di eccezionale
interesse. Si procede fra massicce dorsali cal-
caree articolate in una serie interminabile di go-
le, crepacci, guglie e paurosi inghiottitoi, ricche
di testimonianze preistoriche.
In questa valle si aprono gli ingressi di alcune
suggestive grotte. Fra queste, Sa Oche (la voce),
che pare derivi il nome dal rimbombo delle
sue acque sotterranee, e Su Bentu (il vento), tra
le più lunghe d’Italia. Le due grotte, ricche di la-
ghetti sotterranei e collegate fra loro, costitui-
scono uno dei più interessanti fenomeni carsi-
ci non solo d’Italia ma d’Europa.
e da un campanile a vela a tre luci. A breve distanza, più a sud, si apre una terza
Fra le feste a Oliena di particolare interesse grotta detta di Corbeddu, che deriva il nome da
è, la domenica di Pasqua, s’Incontru (l’In- un famoso bandito ottocentesco che la utilizzò
contro): i simulacri del Cristo risorto e come rifugio; scavi recenti vi hanno portato
della Vergine vengono portati in proces- alla luce importanti materiali paleontologici e re-
sione per le vie da due distinti cortei in co- sti umani risalenti al 15° millennio a.C. circa.
Superata la valle di Lanaittu e proseguendo
stume fino a incontrarsi fra una folla esul- per un erto sentiero (è consigliabile servirsi di
tante, mentre dai tetti e dalle finestre si una guida) si può raggiungere il monte Tìscali*
spara a salve ripetutamente. (m 515), uno dei luoghi di maggior richiamo di
tutto il Supramonte. È un’imponente rupe cal-
Apparentemente inaccessibile, con le sue can- carea alla cui sommità, in una grotta di cui è
dide pareti a picco sull’abitato, il Supramonte sprofondata la volta, fu costruito ( forse a ca-
di Oliena* può essere raggiunto abbastanza vallo tra il II e il I millennio a.C.) un piccolo vil-
agevolmente. Una strada tortuosa e ripidissima laggio nuragico**, visitabile e di affascinante
ma asfaltata e panoramica porta in pochi chi- impatto; imprendibile e pressoché invisibile, co-
lometri alla foresta di Maccione, una selva di lec- stituì probabilmente uno degli ultimi baluardi
ci nella quale sorge un centro-rifugio dove si della resistenza delle popolazioni barbaricine al-
possono assumere informazioni e contattare l’invasione romana. I suoi resti, raccolti sotto l’a-
le guide per escursioni nella vasta area circo- la di roccia come in un grande tempio, sono an-
stante. A quota più elevata infatti è tutto un sus- cora di altissima suggestione.

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Grotta di Ispinigoli suggerito il ritrovamento, sul fondo della
Si raggiunge dalla statale 125 percorrendo voragine, di ossa umane e monili femminili
una breve deviazione (km 1.3) segnalata da di fattura punica, ora conservati presso il
un cartello turistico. È una delle più gran- Museo archeologico di Dorgali.
di d’Italia, con uno sviluppo di circa 10 km,
e la si visita su percorso attrezzato e illu- Dorgali
minato. L’ambiente di maggior suggestio- In posizione dominante, a mezza costa del
ne e interesse è un grande androne natu- calcareo monte Bàrdia (m 882) vicinissimo
rale, già frequentato in periodo nuragico e al mare, che tuttavia da qui non è visibile,
punico e quasi certamente utilizzato allo- Dorgali (m 390, ab. 8173) ha avuto negli ul-
ra come luogo di culto, al centro del qua- timi decenni un notevole e meritato svi-
le troneggia un’enorme stalagmite di oltre luppo turistico. Il paese accompagna infatti
38 m. Ai piedi si apre una profonda vora- a un mare incontaminato e a coste di in-
gine detta l’abisso delle Vergini, dove for- comparabile bellezza un entroterra di ec-
se si celebravano in periodo punico riti cezionale interesse paesistico e naturali-
propiziatori con sacrifici umani: come ha stico, ricco come pochi altri di importan-
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8 Le Barbàgie: il cuore montano dell’isola
ti e belle testimonianze del passato. Fancello”: è dedicato all’omonimo artista
Nel centro storico, dove si conservano nativo del luogo (1916-1941) la cui pro-
ancora alcuni begli esempi di architettura duzione, nonostante sia morto giovanis-
tradizionale in scura pietra scistosa e di- simo, comprende circa 400 pezzi cerami-
versi dignitosi palazzotti ottocenteschi, ci, oltre disegni, tempere e incisioni.
sorge un gran numero di chiesette, per lo
più seicentesche, di linee semplici ed es- Cala Gonone*
senziali. Risalta, nel cuore dell’abitato, Dista 9 km da Dorgali e si raggiunge per-
l’imponente settecentesca parrocchiale di correndo la strada che si dirama dalla
S. Caterina, al cui interno si conservano 125, la quale, superata una breve galleria
due maestose ancone lignee: una, nel tran- scavata nel monte Bàrdia, offre d’improv-
setto destro, è del 1770; l’altra, nel tran- viso splendide panoramiche sulla sugge-
setto sinistro, è stata invece realizzata nel stiva baia e sull’abitato.
1957 seguendo fedelmente il modello dei Piccolo borgo di pescatori (m 23) svilup-
grandi retabli sardi del ’700. patosi attorno a un porticciolo da cui in
Di pregio sono i vini (soprattutto il Can- passato si imbarcavano legna, carbone e
nonau) prodotti dalla locale Cantina so- formaggio, Cala Gonone era già nell’Otto-
ciale e i formaggi ovini e caprini prepara- cento meta tradizionale di villeggiatura
ti dal locale caseificio o direttamente dai estiva per la borghesia nuorese. Il recente
pastori. Ma Dorgali vanta anche antiche tra- sviluppo turistico lo ha reso un impor-
dizioni artigiana- tante centro balneare dotato di una buona
li, soprattutto organizzazione alberghiera. Il suo piccolo
nell’orefice- porto è base di partenza per i battelli che
ria, nella con corse frequenti portano alle vicine
splendide cale accessibili solo dal mare e
alla famosa Grotta del Bue Marino.

Cala Luna* si stende 7 km a sud di Cala Gono-


ne e può essere raggiunta solo via mare. È do-
tata di un punto di ristoro e d’estate è collega-
ta da un regolare servizio di battelli con par-
tenza da Cala Gonone e da Santa Maria Navar-
rese. Un candido arenile lungo circa 800 m, un
piccolo stagno cinto da un fitto boschetto di co-
loratissimi oleandri, gli imbocchi di otto grot-
toni alla base di un’erta parete rocciosa ne fan-
no una spiaggia delle più belle.

La Grotta del Bue Marino** si apre circa 5 km


a sud di Cala Gonone ed è raggiungibile grazie
a un regolare servizio di battelli con partenza da
questo centro. È una delle più ampie e sugge-
stive della Sardegna. Deriva il nome dal fatto di
aver costituito uno degli ultimi rifugi mediter-
ranei della foca monaca (nel dialetto locale “su
tessitura dei tappeti e nella lavora- boe marinu”). Ha uno sviluppo di circa 5 km ed
zione del cuoio e della ceramica: se si è visitabile su percorso attrezzato e illuminato
vogliono fare interessanti acquisti è suffi- per circa 900 m. Le infinite fantastiche concre-
ciente percorrere la centrale e sempre ani- zioni che si specchiano nei laghetti interni crea-
mata via La Marmora. no effetti di grande suggestione e spettacolarità.
Sempre in via La Marmora, nei locali della
scuola elementare è anche visitabile il Mu- L’ Orientale Sarda da Dorgali a Baunei
seo civico archeologico*, nel quale è espo- Da Dorgali si raggiunge Baunei percor-
sta, accompagnata da chiari pannelli espli- rendo il tratto* più panoramico e sugge-
cativi e da un’ampia documentazione fo- stivo della statale 125 Orientale Sarda: 46
tografica dei siti, buona parte dei reperti di km di curve continue in un paesaggio sel-
periodo prenuragico, nuragico, fenicio- vaggio e solitario, fra picchi dolomitici,
punico, romano e altomedievale restituiti gole profonde e ampie valli in cui la mac-
dai numerosi monumenti presenti nel ter- chia mediterranea si alterna a boschi di
ritorio comunale. lecci fittissimi e cupi. Un ambiente incon-
Al piano terra del Municipio, in viale Um- taminato in cui è pressoché assente ogni
berto, ha invece sede il Museo “Salvatore traccia di presenza umana: alcune case
120
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8.1 Da Dorgali ad Àrbatax
Santa Maria
Navarrese
Ridente località turisti-
co-balneare (m 9), svi-
luppatasi attorno all’o-
monima rustica chiesa*
di origine medievale
che la tradizione vuole
edificata dalla figlia del
re di Navarra per adem-
piere a un voto fatto du-
rante un naufragio. Ac-
canto troneggia un oli-
vastro millenario di ec-
cezionali dimensioni; a
breve distanza è ben vi-
sibile una massiccia tor-
re seicentesca. Il sito è
splendido: al largo del-
cantoniere ormai in abbandono e un al- la rada si possono ammirare le rosse roc-
bergo-rifugio al passo di Genna Sìlana (m ce porfiriche dell’isola dell’Ogliastra.
1017), che può costituire la base di par-
tenza per interessanti escursioni a piedi Tortolì
nel sovrastante Supramonte di Urzulei; in Antico capoluogo del marchesato di Quir-
particolare nella gola di Gorropu**, un ra e sede vescovile fino al 1927, si pre-
impressionante canyon scavato dalla for- senta oggi come una cittadina ordinata,
za delle acque del rio Flumineddu, carat- moderna e particolarmente attiva (m 13,
terizzato da pareti a picco che raggiungo- ab. 9673). Nel centro storico conserva in
no un’altezza di oltre 200 metri. alcuni dignitosi palazzotti sette-ottocen-
teschi, nell’antico Palazzo vescovile com-
Baunei pletato da una curiosa copertura cupola-
Coreograficamente sovrastato da un ripi- ta vagamente arabeggiante e soprattutto
do muraglione calcareo, è, nonostante la nella ex cattedrale di S. Andrea, di forme ba-
sua vicinanza al mare, un borgo (m 480, ab. rocche del tardo ’700, tracce rappresen-
4006) dall’aspetto montano. Da sempre tative e importanti del suo passato.
paese di pastori – la tradizione lo vuole Negli ultimi anni in diverse piazze e strade
fondato da un capraro – oggi Baunei è im- della cittadina sono state realizzate im-
pegnato nella valorizzazione turistica del- ponenti opere plastiche ad opera di artisti
le sue coste, splendide e quasi inconta- di fama nazionale e internazionale. È solo
minate, attorno alle quali si sta proce- l’inizio di un’operazione di più ampio re-
dendo nella realizzazione di un parco na- spiro mirante alla creazione di un museo
turale marino. Di grande bellezza è anche d’arte contemporanea a cielo aperto che
il vasto entroterra e in particolare il Golgo, dovrebbe estendersi anche al territorio.
selvaggio e spopolato altopiano calcareo A nord dell’abitato si trova lo stagno di Tor-
sopra l’abitato. tolì, uno dei più pescosi dell’isola e di
Nel caratteristico, scosceso centro stori- grande importanza per l’avifauna palu-
co risalta, lungo la via principale, la par- stre che vi stanzia soprattutto durante il
rocchiale di S. Nicola, di impianto seicen- periodo invernale.
tesco ma ampiamente rimaneggiata, con
una piacevole copertura cupolata e con un Àrbatax
portale ornato, staccato dal corpo della Sviluppatosi alla base del pittoresco capo
chiesa, che funge da finta facciata. Bellavista, attorno a una massiccia torre
costiera del ’600, è oggi un importante
Percorrendo un’apposita strada asfaltata di 4 scalo portuale e un vivace centro turisti-
km che si stacca dalla statale 125, è raggiungi- co (m 10), praticamente unito a Tortolì
bile Sa Pedra Longa, caratteristico, aguzzo pin-
nacolo alto 128 m che si eleva dal mare, slan-
per il notevole sviluppo edilizio degli ul-
ciato come una guglia. Alle sue spalle le cime dei timi anni. È noto soprattutto per le sce-
monti Argennas (m 711), Giradili (m 757), Gin- nografiche scogliere* di porfido rosso che
nircu (m 811), che cadono anch’esse scoscese emergono dal mare nei pressi del porto. Di
sulle acque del Tirreno. grande suggestione è il panorama che si
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8 Le Barbàgie: il cuore montano dell’isola

può ammirare dal belvedere presso il fa- mento ridotto dal tracciato incredibil-
ro del capo Bellavista (m 150). Àrbatax, ol- mente scenografico che, con partenza da
tre che scalo di linee di navigazione (Ca- Àrbatax, può essere percorsa per un trat-
gliari-Genova e Cagliari-Civitavecchia), è to anche su un trenino turistico con lo-
stazione terminale della linea ferroviaria comotiva a vapore: molto popolare, è co-
Cagliari-Àrbatax: una ferrovia a scarta- nosciuto come “Trenino verde”.

8.2 L’Ogliastra e le Barbàgie


Itinerario lineare da Tortolì a Sòrgono, lungo le pendici sud del Gennargentu, km 130 esclu-
se le deviazioni (carta a pag. 119)

Presenta un notevole interesse antropo- monti del Gennargentu, davanti ai quali


logico, perché consente di visitare alcuni spicca l’inconfondibile slanciato profilo
centri fra i più caratteristici e conservati- del monte Perda Liana.
vi della Sardegna. Ma il motivo di mag- Attraversati i tre agglomerati di Gairo, si
gior interesse è dato dalla spettacolarità procede con visuali sempre più ampie sul-
dei panorami, grandiosi e sempre vari: si l’accidentato altopiano dei tacchi di Jerzu
va dagli scenografici torrioni calcarei oglia- e si costeggia sulla destra una suggestiva
strini noti come “tacchi” alle profonde e successione di cocuzzoli dai fianchi diru-
paurose gole della Barbàgia di Seùlo, dai pati, dall’aspetto più simile a castelli diruti
fitti boschi di castagni della Barbàgia di che a rocce naturali.
Belvì ai dolci paesaggi collinari del più oc- Si giunge così al valico di Arcuerì, da cui si
cidentale Mandrolisai. diparte sulla destra la strada per la foresta
La bellezza e la varietà dei panorami, uni- di Montarbu e per il monte Perda Liana.
tamente alla bassissima densità di traffico, Poi, 8 km dopo Seùi, si lascia la statale
rendono meno pesante la tortuosità (ve- 198 e si svolta a destra per Seùlo. Da que-
ramente notevole) del tracciato, che tut- sto centro si raggiunge Gadoni percor-
tavia si svolge interamente su strade asfal- rendo una nuova strada di eccezionale
tate e solitamente ben tenute. panoramicità e ci si immette poi nella sta-
A Tortolì si imbocca la statale 198 che, tale 295 che, correndo all’ombra di fitti e ri-
procedendo in un dolce paesaggio colli- lassanti boschi di castagni, porta ad Arit-
nare, attraversa Lanusei; poi si viaggia in zo e poi a Belvì, dove si imbocca una scor-
un ambiente più alpestre e si incontra sul- revole provinciale che conduce ad Atzara.
la sinistra la deviazione per la foresta di Se- Da qui si segue la statale 128 che, corren-
leni. La strada diviene di straordinaria pa- do in un paesaggio collinare coltivato a vi-
noramicità quando, costeggiando la sco- gneti, offre la possibilità di deviare a sini-
scesa valle del rio Pardu, offre splendide vi- stra (lungo un’altra statale, la 388 del Man-
ste sul suggestivo muraglione calcareo drolisai) per il santuario campestre di S.
dei tacchi con il centro di Ulàssai e sui Mauro e porta in breve a Sòrgono.
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8.2 L’Ogliastra
Lanusei telli turistici, quanto resta di un villaggio nura-
Graziosa e pittoresca cittadina (m 595, gico comprendente alcune capanne e tombe di
ab. 6189) immersa nel verde, è quasi so- giganti; conserva suggestione per la bellezza
spesa fra il mare e la montagna: l’abitato si dell’ambiente naturale che lo circonda.
stende in vista del Tirreno sul costone di
un ripido colle. Gàiro
Per circa un quarantennio, nell’Ottocento, È un comune formato da tre agglomerati
Lanusei fu capoluogo della provincia di distanti fra loro. Il primo che si incontra è
Ogliastra, poi soppressa; conserva anco- Gàiro Sant’Elena (m 685), sede del comu-
ra i segni dell’autorevole passato nell’im- ne (ab. 1765), un centro realizzato per ini-
pianto urbanistico del centro storico, in al- ziativa statale negli anni cinquanta per
cuni palazzotti di bella architettura e nel- accogliere la popolazione del vecchio abi-
le numerose targhe che ricordano il pas- tato, completamente abbandonato in se-
saggio di personaggi illustri; una ram- guito agli smottamenti del terreno deter-
menta l’origine lanuseina della famiglia di minati dalle eccezionali piogge autunnali
Goffredo Mameli, l’autore dell’inno nazio- del 1951 e 1953. Il nuovo centro è in posi-
nale italiano. zione di grande panoramicità.
La cattedrale di S. Maria Maddalena, dei pri- Dopo 2 km di ripidissimi ma suggestivi
mi del Novecento, ha linee semplici ma tornanti si incontra Gàiro Vecchio*; ag-
gradevoli. Sempre del XX secolo è anche la grappato al fianco ripido della montagna,
maestosa chiesa di S. Giovanni Bosco, che è un vero paese fantasma di grande fasci-
con la sua alta cupola caratterizza il pro- no. Fra le case semicrollate e purtroppo
filo urbano. Di un certo interesse è il Museo saccheggiate dei particolari architettoni-
diocesano dell’Ogliastra che ha sede al ci più significativi, risalta, ancora in di-
primo piano del Seminario vescovile in screto stato di conservazione, la parroc-
via Roma. È dedicato alla storia dell’O- chiale di S. Elena, dalle gradevoli forme ot-
gliastra e della diocesi. Unitamente ad al- tocentesche.
cuni reperti archeologici, sono esposte Il terzo agglomerato del comune è Gàiro
suppellettili liturgiche, scritti medievali e Scalo, o Taquisara (m 760): un centro pic-
importanti documenti. colo e raccolto sviluppatosi attorno a una
stazioncina delle Ferrovie Complementa-
Dalla statale 198, percorrendo una breve stra- ri Sarde, che si stende in una bella gola fra
da asfaltata, si accede alla foresta di Seleni*, a il Taccu Isara (m 935) e la Perda Irsu (m
lecci, fittissima e cupa, che si stende su un al- 1091): ripidi tacchi calcarei ricchi di grot-
topiano a 1000 m in un ambiente quasi incon- te, fra le quali particolarmente suggestiva
taminato. Le sorgenti, freschissime, sono par- la grotta Taquisara o del Marmo, formata da
ticolarmente numerose e la fauna abbondante: diverse gallerie ricche di concrezioni.
cinghiali, volpi, martore, poiane e altri rapaci.
Poco distante dalla zona di sosta è facilmente Circa 500 m dopo il valico di Arcuerì si diparte
raggiungibile, seguendo le indicazioni dei car- sulla destra una strada provinciale asfaltata
per il lago alto del Flumendosa: è una deviazione
lunga (oltre 30 km) ma di grande interesse pae-
saggistico e naturalistico, che si consiglia vi-
vamente. Lasciata subito a sinistra la chiesa del-
la Madonna del Carmelo, nella quale si svolge,
la terza domenica di luglio, una suggestiva festa
campestre, dopo 6 km si incontra sulla destra
la strada che porta alla foresta demaniale di
Montarbu*, una delle meglio conservate del-
l’isola. È un fitto groviglio di lecci, roveri, fras-
sini, agrifogli e tassi che si stende per circa 30
km2 a 1000 m d’altitudine, ospitando una fauna
ricchissima. Presso la caserma della Forestale,
facilmente raggiungibile in auto, si può ottene-
re ogni informazione su possibilità, modalità e
caratteri della visita.
La provinciale prosegue costeggiando sulla de-
stra l’alta muraglia calcarea del monte Tònne-
ri (m 1323) e rasentando il nuraghe Ardasai, po-
sto a dominio della profonda valle del Flu-
mendosa. Si prosegue poi in vista della slan-
ciata sagoma del monte Perda Liana* (m 1293),
il più famoso e spettacolare dei “tacchi”, che

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8 Le Barbàgie: il cuore montano dell’isola
maestoso come un castello troneggia su un ca- Mandas, fu utilizzato ancora in epoca sa-
ratteristico rilievo conico di roccia scistosa. bauda e poi fino al 1975 come carcere man-
Ai suoi piedi, secondo la tradizione, celebravano damentale; è stato restaurato rispettan-
le loro feste gli “Ilienses”, il fiero popolo sardo do le originarie strutture interne e arreda-
dal cui nome sarebbe derivato quello della
montagna. to secondo il gusto tradizionale barbari-
Il lago alto del Flumendosa è un ampio bacino ar- cino dell’800. La settecentesca parrocchiale
tificiale che, come un fiordo, si distende fra di S. Maria Maddalena, profondamente mo-
boschi e foreste ai piedi del Gennargentu. dificata nella sua struttura originaria, con-
serva all’interno un bell’altare ligneo e un
Seùi fonte battesimale seicenteschi.
Principale centro della Barbàgia di Seùlo
(m 820, ab. 1630), col lontano sfondo, oltre Percorrendo un’apposita breve strada sterrata,
il Flumendosa, del Gennargentu. Attual- che si diparte dalla provinciale per Seùlo, si ar-
riva alla grotta di Is Janas, aperta in uno splen-
mente poggia la propria economia preva- dido scenario naturale; circondata da una fitta
lentemente sull’agricoltura e sull’alleva- foresta di lecci, si sviluppa per oltre 200 m for-
mento, ma vanta una sua tradizione mi- mando vari e suggestivi ambienti e inglobando
neraria legata allo sfruttamento di un ric- un laghetto sotterraneo. L’ambiente più ampio
co giacimento di antracite, attività inizia- e spettacolare, dalla cui volta pendono infinite
tasi alla fine dell’800 e protrattasi sino stalattiti, con pareti che paiono quasi decorate
agli anni cinquanta del Novecento. La vec- da preziosi merletti, è detto “sa ’omu ’e is janas”
(la casa delle fate) per la presenza di tre gran-
chia laveria della miniera, a 3 km dal pae- di masse stalagmitiche che, secondo la leg-
se, è tuttora visibile e costituisce un inte- genda, sarebbero appunto tre fate pietrificate.
ressante esempio di archeologia indu- La grotta è aperta al pubblico per visite con gui-
striale. Alla tradizione mineraria di questa da su percorso illuminato.
comunità è dedicato un settore del locale
Museo della Civiltà contadina, pastorale, ar- Seùlo
tigianale, della Miniera e dell’Emigrante, È un piccolo borgo (m 799, ab. 1058) a
che ha sede in un’aggraziata palazzina li- economia agro-pastorale che sorge, cir-
berty nella centrale via Roma. condato da gole profonde e da brulli tor-
Nel centro storico, fra dignitosi palazzotti rioni calcarei, in un paesaggio aspro e sel-
ottocenteschi e begli esempi di rustica ar- vaggio appena ingentilito da piccole vi-
chitettura locale in pietra scistosa, con ar- gne impiantate tutt’attorno al paese con
chi, balconate lignee e tetti in coppo, è in- una paziente opera di terrazzamento. Da
teressante in via Sassari il vecchio edificio queste vigne si ricava un corposo vino
del carcere baronale. Sorto agli inizi del rosso ad alta gradazione alcolica molto ri-
’700 e sottoposto all’autorità del duca di cercato nei paesi del circondario.

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8.2 Da Seùi a Belvì
Il centro, che in passato ebbe una certa im- le di S. Michele Arcangelo, risalente al XIV
portanza, sì da dare il nome alla più meri- sec. ma ampiamente rimaneggiata; all’in-
dionale delle Barbàgie, conserva nella par- terno sono di qualche pregio una statua li-
rocchiale dell’Immacolata, risalente al XVI gnea seicentesca raffigurante S. Cristoforo,
sec. ma varie volte rimaneggiata, il bel un gruppo scultoreo intagliato policromo
portale gotico originario; non distante dal degli inizi del ’700 rappresentante la Pietà
paese è la seicentesca, campestre chiesa e alcune moderne tele del pittore locale
dei Ss. Cosma e Damiano, con portale e ro- Antonio Mura.
sone entrambi tardogotici. Altri edifici degni di nota sono, sempre
nel corso Umberto I, la dimora patrizia
Da Seùlo a Gadoni degli Arangino, edificata ai primi del ’900
I due paesi sono collegati da una strada in linee neogotiche, e, in una ripida scali-
provinciale che, già tortuosissima e a fon- nata vicino alla parrocchiale, una massic-
do naturale, un recente ammodernamen- cia e severa costruzione in scura pietra sci-
to del tracciato ha reso più breve e scor- stosa, nata nel XVII sec. come carcere ba-
revole senza nulla togliere alla sua pano- ronale e utilizzata come carcere manda-
ramicità. La strada discende il ciglione mentale fino all’ultimo dopoguerra. Nei
della profonda gola del Flumendosa, che locali della scuola elementare è provvi-
segna un netto confine fra la Barbàgia di soriamente esposta, in attesa di avere più
Seùlo e quella di Belvì, offrendo grandiosi consona sistemazione in un apposito edi-
scenari su torrioni e altipiani calcarei, e su- ficio in fase di ultimazione nel suggestivo
pera il fiume su un ardito viadotto, il più al- parco comunale di Pastissu, la Raccolta Et-
to dell’isola, dal quale la vista spazia per nografica del Comune di Aritzo. È divisa in
ampio tratto sulla profonda forra scavata due sezioni, la prima dedicata all’abbi-
dalle acque. Una serie di tornanti in salita, gliamento tradizionale locale, la seconda
in un ambiente più rilassante, porta a Ga- alle arti e ai mestieri tipici del luogo, ma
doni, borgo agricolo (m 696, ab. 1002) cre- comprende anche diversi interessanti og-
sciuto attorno alla cinquecentesca par- getti relativi alla sfera magico-religiosa.
rocchiale dell’Assunta. Fra le produzioni artigianali di Aritzo è
degna di nota quella delle cassepanche in-
Aritzo tagliate in legno di castagno.
Il paese (m 796, ab. 1548), cinto da fitti ca-
stagneti, è la più rinomata località di vil- Meta di una piacevole passeggiata fra i boschi
leggiatura montana della Sardegna. può essere il monte Texile (m 975: raggiungibi-
Percorrendo il centrale corso Umberto I si le anche in macchina), uno scenografico rilievo
calcareo dal curioso profilo che ricorda la for-
nota sulla destra la gradevole parrocchia- ma di un fungo e che si erge solitario di fronte
al paese caratterizzando il paesaggio.

Belvì
Piccolo e tranquillo borgo (m 660, ab. 794)
a economia agro-pastorale, rivestì in pas-
sato una certa importanza, tanto da dare
il nome alla regione circostante.
Come nella vicina Aritzo, a Belvì si produce
una gran quantità di nocciole, castagne e
soprattutto ciliegie, per commercializzare
le quali si svolge tutti gli anni, in una do-
menica di giugno, la Sagra delle Ciliegie ac-
compagnata da varie manifestazioni fol-
cloristiche. Meritevole di visita è un pic-
colo Museo di Scienze naturali, che ha se-
de in via S. Sebastiano; comprende una se-
zione di mineralogia, una di paleontologia
e una di entomologia, più una nutrita col-
lezione di animali impagliati tipici della fau-
na sarda, inclusi alcuni rari rapaci.

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8 Le Barbàgie: il cuore montano dell’isola
cune tele di pittori spagnoli
che operarono ad Atzara
nei primi decenni dello
stesso secolo. Particolare
rilevanza ha in questo pae-
se la produzione artigiana-
le di tappeti e arazzi fra i
più belli dell’isola.

Il santuario di S. Mauro*, che


sorge lungo la statale 388 per
Ortueri, è tra i santuari cam-
pestri più interessanti dell’i-
sola. Risalente al XVI sec., as-
socia armoniosamente forme
gotiche e manieristiche. È a
unica navata con volta a botte
e presenta una piacevole fac-
ciata merlata in trachite gri-
Atzara gia impreziosita da un elegante portone rina-
Disteso in un dolce paesaggio collinare scimentale e da un bellissimo rosone gotico di
grandi dimensioni scolpito in un unico blocco.
intensamente coltivato a vigneti, è un bor- La grande aula rettangolare interna è separata
go di origine medievale (m 540, ab. 1351) da un arco a tutto sesto dal presbiterio, so-
che conserva ancora abbastanza intatto praelevato e chiuso da una balustrata, an-
l’antico tessuto urbano, sviluppatosi sul ch’essa in trachite. Addossato alla chiesa e
nucleo dell’antica Villa di Leonisa. È so- tutt’attorno a essa si è andato sviluppando nel
prattutto nei rioni noti come su Frescu e sa tempo un caratteristico villaggetto di “muri-
Montiga ’e josso che si rinvengono, negli stènes”, le rustiche e minuscole casette altrove
chiamate cumbessìas che fungono da ricovero
edifici, tracce dell’epoca aragonese. In ai pellegrini nei giorni della novena e della festa
uno slargo nei pressi della via principale ri- di S. Mauro, che si svolge il 26 maggio. L’insie-
salta la cinquecentesca parrocchiale di S. me, anche per il dolce paesaggio collinare che
Antioco in stile gotico aragonese: alla so- lo circonda, è di indubbia suggestione.
bria facciata merlata impreziosita da un ro-
sone in trachite è addossata una massic- Sòrgono
cia torre campanaria di linee tardoroma- Giace in un’ampia conca circondato da bo-
niche; all’interno si conservano due pre- schi e vigneti, ed è il centro principale (m
gevoli altari lignei di gusto barocco, una 688, ab. 2024) del Mandrolisai, sede di uffi-
statua lignea della Madonna col Bambino ci amministrativi e di varie strutture per ser-
del XVI sec. e preziose argenterie cinque- vizi sociali. Nel centro storico si conserva-
centesche. Altro edificio di un certo inte- no alcuni begli esempi di rustica architet-
resse è, in un vicolo vicino, l’antica casa tura locale e qualche dignitoso palazzotto
parrocchiale, con finestre in trachite fine- ottocentesco. La parrocchiale di S. Maria As-
mente lavorata di stile aragonese. sunta, in una piazza lungo la via principale,
In via Dante, in una vecchia casa padronale conserva dell’originario impianto tardo-
recentemente ristrutturata, ha sede la Pi- gotico solo il campanile del 1580.
nacoteca comunale d’Arte contemporanea: Rinomati i suoi vini, e in particolare il Can-
comprende oltre 50 opere di quasi tutti i nonau, prodotto dalla locale Cantina so-
principali artisti sardi del ’900, oltre ad al- ciale e molto ricercato.

8.3 Tra Nùoro e il Gennargentu


Itinerario circolare nel paesaggio semimontano della Barbàgia di Ollolai, km 158 deviazioni
escluse (carta a pag. 119)

Il viaggio inizia e si conclude a Nùoro, cor- va che altrove quella ‘civiltà sarda’ che si
rendo lungo le pendici settentrionali e oc- esprime, oltre che nella fierezza della gen-
cidentali del Gennargentu, e consentendo te, negli splendidi costumi, nella raffinata
di raggiungerne abbastanza agevolmente produzione artigianale, nella originalità
le cime. Si svolge quasi interamente nella della musica e del canto, nelle numerose fe-
Barbàgia di Ollolai, una regione da sempre ste dal sapore antico.
votata alla pastorizia, nella quale è più vi- Grande è anche l’interesse naturalistico
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8.3 Da Nùoro a Orgòsolo
e paesaggistico dell’itinerario, che pro- porta a Gavoi. Di qui si procede quasi
cede su strade asfaltate, a tratti molto sempre in vista dell’inconfondibile sagoma
tortuose, ma sempre di emozionante pa- del monte Gonare, di natura granitica,
noramicità. perfettamente conico e coronato dall’an-
Da Nùoro si raggiunge Orgòsolo percor- tico santuario che, come un fortilizio, sor-
rendo la strada che corre nella fertile val- ge sulla sua cima aguzza.
le di Locòe; all’uscita del paese si può de- Superato Sarule, noto soprattutto per i
viare per il Supramonte e per la foresta di suoi tappeti tradizionali, si giunge a Orani
Montes. Raggiunta Mamoiada, ci si im- e quindi a Oniferi. Usciti da questo borgo,
mette nella statale 389 che porta a Fonni poco prima di immettersi sulla strada a
correndo in un ambiente tipicamente pa- scorrimento veloce che riporta a Nùoro, è
storale fra leccete e ampie distese a pa- possibile visitare, in un basso ciglione
scolo punteggiate da querce secolari. Il roccioso, l’interessante necropoli delle
tratto Fonni-Dèsulo è il più panoramico di domus de janas di Sas Concas.
tutto il percorso: lasciata sulla sinistra
una deviazione per il monte Spada e per il Orgòsolo
Bruncu Spina, si procede tortuosamente Centro di antichissima vocazione pasto-
fra fitti boschi solcati in inverno da sug- rale (m 620, ab. 4629), fra i più conserva-
gestive cascatelle, fino a raggiungere il tivi del Nuorese, diventato quasi il paese-
passo di Tascusì (m 1245), da cui è possi- simbolo del mondo culturale barbarici-
bile raggiungere le cime del Gennargentu. no. L’abitato, sebbene profondamente al-
Sono poi i castagneti a ombreggiare le in- terato negli ultimi decenni, è caratterizzato
terminabili curve che portano prima a nella parte più antica da ripidi e tortuosi
Dèsulo e poi a Tonara. Subito dopo ci si im- vicoli su cui si affacciano case rustiche ed
mette nella statale 128 che, oltre Ovodda, essenziali, a volte ingentilite da una piccola
costeggia il lago artificiale di Gùsana e loggia o da un pergolato.

I murales di Orgòsolo

Mural è parola spagnola. In realtà viene Orgòsolo: ora i soggetti erano più diret-
dal Messico degli anni venti, dove David tamente legati alla protesta del paese nei
Alfaro Siqueiros usò la pittura su muro confronti dello Stato, accanto alle figure
per trasmettere i messaggi della rivolu- s’imponevano gli slogan, scritti quasi tut-
zione. Una pittura politica, una forma di ti in sardo. Orgòsolo conserva ancora
propaganda. oggi molti dei suoi murales (nella foto), ri-
Il 1968 è l’anno di nascita del muralismo cordo di un periodo “caldo” della vita
sardo. Il giorno del Corpus Domini a San comunitaria ma anche sintesi efficace di
Sperate, un villaggio contadino della pe- alcuni temi ancora sul tappeto. Anche
riferia cagliaritana, lo scultore Pinuccio altri paesi della Barbàgia (Bitti) e dello
Sciola e il pittore Antonio Sini comincia- stesso Campidano (Serramanna, Villa-
rono, con amici e allievi, a dipingere sui mar) parteciparono al movimento.
muri delle case del paese.
Che divenne, secondo il loro
progetto, un Paese-museo.
L’anno dopo, in piena “con-
testazione”, Francesco Del
Casino, professore di dise-
gno a Orgòsolo, produsse
una serie di manifesti (di-
segnati, ma più spesso inci-
si in xilografia) che ripren-
devano i modi della pittura
messicana per dare voce ai
drammatici problemi del
paese. Nel 1975, in occasio-
ne del trentennale della Li-
berazione, Del Casino e i
suoi allievi trasferirono
quelle immagini sui muri di

127
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8 Le Barbàgie: il cuore montano dell’isola

Il Carnevale Una nota di colore nei grigi muri del cen-


tro storico è data dal gran numero di mu-
rales (circa 150), per lo più risalenti agli an-
Il 16 gennaio in tutta la Sardegna “in- ni settanta: generalmente di contenuto
terna” è la festa dei fuochi, omaggio a politico-sociale, documentano in maniera
sant’Antonio Abate. La leggenda sacra espressiva e immediata il contradditto-
lo vuole “inventore” del fuoco, che egli rio impatto fra vecchio mondo pastorale
portò dall’inferno agli uomini. Al centro e nuove realtà contemporanee.
del paese si ammucchiano fascine in- Fra le diverse chiese dell’abitato sono di un
torno a un grande albero (possibilmente certo interesse il rustico oratorio di S. Cro-
vecchio e ormai cavo, scelto per l’oc- ce, risalente agli ultimi del ’500, e la sei-
casione) e intorno al grande incendio si centesca chiesa dell’Assunta, da dove par-
balla, si ride, si mangia e si beve. È l’a- te, il giorno di Ferragosto, una suggestiva
pertura ufficia- processione accom-
le del Carnevale pagnata da un gran
sardo. In quello numero di cavalieri in
stesso giorno costume che dopo i
escono a Ma- riti religiosi si esibi-
moiada i mamu- scono in spericolate
thones (la foto acrobazie equestri. La
ne raffigura u- festa dell’Assunta* è
no). Maschere uno dei più importan-
misteriose, già a ti appuntamenti fol-
cominciare dal cloristici della Barbà-
nome. Indossano gia. Costituisce l’oc-
la mastrucadei pa- casione più adatta per
stori, col vello ri- poter ammirare lo
volto verso l’e- splendido costume
sterno, e sopra di tradizionale delle don-
essa una doppia ne di Orgòsolo, uno
corona di sonagli, dei più particolari del-
più grandi sulle l’isola, con il grem-
spalle, più piccoli biule ricchissimo di
sul petto. Metto- ricami geometrici a vi-
no sul viso sa bi- vaci colori (in sardo,
sera, una ma- “antalena”) e col tipi-
schera di legno co fazzoletto di seta
rozzamente inta- color zafferano (“su
gliato e tinto di lionzu”), acconciato
nero, fissata da in maniera da coprire
un grande faz- quasi interamente il
zoletto che copre anche il berretto, su volto, e da far intravedere solo gli occhi.
bonette. Escono per le vie del paese,
avanzando con un passo cadenzato e Foresta di Montes
sussultante che fa squillare i sonagli. All’uscita di Orgòsolo si imbocca sulla si-
Dietro e accanto a loro, vestiti con una nistra la provinciale 46 che porta dopo cir-
vivida blusa rossa e a viso scoperto, ca 6 km all’altopiano di Pratobello, carat-
gli issokatores, i lanciatori di soka, il lac- terizzato da ampi pascoli intervallati da ve-
cio di pelle usato per prendere il be- re oasi di querce secolari. Giunti a un bivio,
stiame. Lanciano la soka con grande si prosegue dritto in un ambiente spoglio
abilità, catturano gli spettatori e non punteggiato da rocce affioranti e da quer-
di rado anche gli stessi mamuthones. ce isolate. Il paesaggio cambia radical-
Le interpretazioni del rito (perché di mente quando, dopo 17 km da Orgòsolo,
rito si tratta) sono tante: forse un corteo si giunge alla caserma della Forestale di
di prigionieri e i loro vincitori. Nel Car- Funtana Bona (m 1082), nella vasta area
nevale di Orotelli escono i thurpos, tut- della foresta demaniale di Montes, a bre-
ti vestiti di nero, e a Ottana le masche- ve distanza dalla sorgente Funtana Bona e
re beffarde dei boes e dei merdùles, im- dal sovrastante rilievo calcareo di monte
pegnati in goffi duelli rusticani. Fumai, ricco di grotte utilizzate un tempo
come rifugio da pastori e banditi.
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8.3 Da Orgòsolo a Fonni e alle cime del Gennargentu
Dalla caserma della Forestale, al cui in- dizionale in granito a vista, risaltano i due
terno è raccolta un’interessante docu- principali monumenti: la parrocchiale di S.
mentazione delle varietà faunistiche e bo- Giovanni Battista, che conserva tracce
taniche del territorio (qui è in atto un pro- dell’originaria struttura tardogotica, e la
gramma di ripopolamento dei mufloni), è basilica della Madonna dei Martiri*. Que-
vietato alle auto di proseguire. È però pos- sta, con l’annesso convento dei France-
sibile effettuare, in compagnia o dietro in- scani, è così intitolata perché accoglie un
dicazioni delle guardie forestali, escur- venerato simulacro della Vergine realizzato
sioni di estremo interesse: si può rag- a Roma alla fine del XVII sec. con un impa-
giungere una foresta di lecci secolari (alti sto che si diceva ottenuto dalla frantu-
più di 80 m) che, caso unico in Italia, non mazione di ossa e reliquie di martiri.
è mai stata sottoposta a taglio; o l’impo- Il vasto complesso sorge nel cuore del
nente torrione calcareo di monte Novo S. paese in un ampio piazzale cinto da cum-
Giovanni (m 1316) che, isolato, si erge bessìas, i rustici ricoveri per i pellegrini. La
dalla foresta con pareti a picco di oltre 70 chiesa, originariamente intitolata alla SS.
metri. Dalla sommità del torrione, gran- Trinità, risale agli inizi del ’600, ma venne
diosa roccaforte naturale abitata nell’an- ampiamente rimaneggiata, assumendo l’a-
tichità, la vista spazia sconfinata su gran spetto attuale fra 1702 e 1716. La struttu-
parte dei monti del Nuorese. ra dell’edificio e la pregevolezza degli in-
serti e degli arredi, prevalentemente set-
Mamoiada tecenteschi, fanno di questa chiesa uno dei
Grosso borgo (m 644, ab. 2618) a economia maggiori esempi tardobarocchi della Sar-
pastorale già documentato nel medioe- degna; di particolare interesse è la vasta
vo. Nel centro storico, che conserva qual- serie di tempere parietali eseguite dai set-
che antica abitazione con decorazioni di tecenteschi pittori locali Pietro Antonio e
derivazione gotico-aragonese, risalta l’im- Gregorio Are, raffiguranti con modi po-
ponente cupola della parrocchiale di Nostra polareschi scene della prima diffusione
Signora di Loreto, con rara pianta circola- del cristianesimo nell’isola.
re e piacevoli affreschi di gusto popolare-
sco all’interno. Le cime del Gennargentu
Mamoiada è nota soprattutto per il suo La strada tra Fonni e Dèsulo corre fra i
Carnevale tradizionale caratterizzato dal- monti del Gennargentu, che hanno morfo-
la presenza dei “mamuthones”, misterio- logia poco aspra. Le cime, dalle caratteri-
si personaggi vestiti di pelli, col viso co- stiche tonalità argentee, sono in genere
perto da tragiche maschere lignee e con dolci, tondeggianti e quasi spoglie. La fit-
pesanti grappoli di campanacci sulle spal- ta vegetazione di alberi d’alto fusto delle
le, che sfilano per le vie del paese mesta- pendici si dirada man mano che aumenta
mente e con passo cadenzato. l’altitudine, fino a divenire pressoché as-
sente nella zona culminale. Qui è la vege-
Fonni tazione arbustiva che presenta un parti-
Questo grosso borgo (m 1000, ab. 4517) colare interesse scientifico, per le essenze
dalla salda economia pastorale si stende rare e il gran numero di endemismi. Non
su un pianoro granitico alle falde setten- meno interessante è la fauna, e in parti-
trionali del Gennargentu: la posizione e l’al- colare l’avifauna: fra le cime volteggiano
titudine (è il comune più elevato della Sar- ancora lo sparviero, il falco pellegrino,
degna) ne hanno favorito lo sviluppo tu- l’astore, l’avvoltoio grifone, l’aquila reale.
ristico, facendone una rinomata stazione
di sport invernali, ben attrezzata. Le vette più alte sono il Bruncu Spina (m 1829)
Sviluppatosi in un sito già frequentato in e punta La Marmora (m 1834). Il primo è rag-
epoca preistorica e romana e documen- giungibile con estrema facilità seguendo la stra-
tato dal medioevo, Fonni conobbe a par- da che si diparte, 5 km dopo Fonni, dalla pro-
tire dal XVII sec. un particolare sviluppo vinciale per Dèsulo e porta quasi fino alla vetta
economico e civile collegato anche all’in- che può essere guadagnata proseguendo per un
sediamento di una comunità di France- breve tratto a piedi. Vi si può giungere anche im-
boccando al passo di Tascusì una strada asfal-
scani e divenne presto il principale centro tata che porta al rifugio S’Arena (1500 m), dal
della zona, soppiantando anche Ollolai, il quale si può senza eccessiva difficoltà raggiun-
vicino borgo da cui deriva il nome di que- gere a piedi il Bruncu Spina o, seguendo un per-
sta parte della Barbàgia. corso più impegnativo, la punta La Marmora. La
Nel centro storico, che conserva qualche vista spazia per 360 gradi abbracciando, nelle
bell’esempio di rustica architettura tra- giornate terse, quasi tutte le coste dell’isola.

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8 Le Barbàgie: il cuore montano dell’isola
Dèsulo il Museo Etnografico “Casa Montanaru”.
Antico borgo pastorale (m 888, ab. 3010) Nei primi due piani sono documentati i co-
pittorescamente aggrappato alla monta- stumi tradizionali e le attività produttive
gna e cinto da fitti boschi di castagni, fino del paese; nei piani superiori, ancora con
a non molti anni fa era, anche per la sua ru- gli arredi originari, si conserva la biblio-
stica tipologia edilizia, uno dei paesi più teca e l’importante archivio del poeta.
caratteristici dell’isola. Il recente sviluppo
ha in parte snaturato le caratteristiche Tonara
storiche del centro, che conserva però Cinto da fitti castagneti, è un altro antico
ancora alcuni angoli molto suggestivi. So- borgo pastorale (m 900, ab. 2447) che ha
prattutto negli scoscesi vicoli attorno al- recentemente scoperto una sua vocazione

la parrocchiale nuova resistono alcuni be- turistica. Formatosi dalla fusione di tre
gli esempi di architettura tradizionale in distinti agglomerati, conserva un interes-
pietra scistosa con balconate lignee. sante tessuto urbano tutt’oggi nettamen-
Fra questi stretti viottoli non è raro in- te diviso in tre rioni e caratterizzato da vi-
contrare donne che indossano ancora og- coli stretti e scoscesi e da un’architettura
gi l’antico costume locale, di squillanti rustica ed essenziale.
colori rosso, giallo e blu. Diverse vie e piazze sono vivacizzate dal-
Nel centro è sempre viva l’antica tradi- l’inserto di grandi sculture in pietra e in le-
zione artigianale dell’intaglio del legno, gno realizzate di recente da scultori isola-
della tessitura dell’orbace e della confe- ni. La parrocchiale di S. Gabriele, lungo la
zione di dolci tipici. Sulla sinistra della via principale, ricostruita agli inizi del No-
via principale richiama l’attenzione l’ex vecento in sobrie linee moderne, conserva
parrocchiale di S. Antonio Abate (XV sec.) l’originaria torre campanaria seicentesca.
di linee tardogotiche, con uno splendido Particolare rilevanza ha nell’economia lo-
pulpito ligneo del ’600; attualmente è in fa- cale la produzione artigianale del torrone,
se di restauro. Nell’attigua nuova parroc- dei campanacci per gli armenti e dei tap-
chiale, è un bel Crocifisso del ’500, mentre peti che ripetono motivi tradizionali sardi.
altre interessanti opere lignee, risalenti
per lo più al XVII sec., sono visibili in altre Interessanti le escursioni nei dintorni: in parti-
chiese del paese. colare quelle al monte Mungianeddu (m 1468;
Sempre nel centro storico, nella casa che strada carrozzabile di 4 km da Arasulè, uno
fu del noto poeta dialettale Antioco Casu- dei tre agglomerati di cui si compone Tonara)
la (1878-1957), in arte Montanaru, ha sede e alla foresta demaniale di Uatzo.

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7 Da Tonara a Orani
Lago di Gùsana* rato. Di un certo interesse, sull’alto del
È un ampio bacino artificiale realizzato paese, la rustica chiesetta di S. Antioco.
sul fiume Taloro e sul rio Gùsana, perfet-
tamente integrato nello splendido am- Orani
biente naturale che lo circonda, fra fitti bo- Disteso in una conca verdeggiante domi-
schi e aspre cime rocciose. nata dal caratteristico cono di monte Go-
Il lago è un vero paradiso per gli appas- nare, il paese (m 521, ab. 3163) fu in età me-
sionati di pesca ed è dotato di moderne dievale capoluogo della curatoria di Dore,
strutture alberghiere. poi residenza estiva del vescovo di Ottana;
Percorrendo per pochi chilometri una nel XVII sec. venne eretto in marchesato.
strada sterrata che si diparte sulla destra Testimoniano l’agiatezza del passato di-
versi severi palazzotti sette-ottocenteschi
e le numerose chiese che sorgono nell’a-
bitato. Fra queste, tutte lungo la strada
principale o ben visibili da essa: Nostra Si-
gnora d’Itria, di attardate forme gotiche,
con facciata decorata da graffiti* nove-
centeschi di Costantino Nivola; S. Gio-
vanni Battista, seicentesca, con un bel pul-
pito di legno intagliato con simbolo fran-
cescano; la cinquecentesca Madonna del
Rosario, con volte affrescate; la parroc-
chiale di S. Andrea, di tarde forme neo-
classiche, che custodisce un pregevole
polittico di scuola sarda del XVI sec. raffi-
gurante la Madonna in Trono col Bambino.
Interessante e suggestiva è poi, alla peri-
feria dell’abitato, l’antica parrocchiale di
S. Andrea Apostolo, di cui sopravvivono
però solo la maestosa facciata in pietra tra-
chitica e il bel campanile di fattura gotico-
aragonese, recentemente consolidato.
Di grande interesse è il Museo Nivola* de-
dicato al noto scultore contemporaneo
nativo del luogo. Ha sede nei locali e nel
cortile del vecchio lavatoio pubblico ben
ristrutturato, che dalla collina su Cantaru
si affaccia sul paese con una splendida
panoramica. Sono esposte oltre trenta
opere appartenenti per lo più all’ultimo pe-
riodo della produzione nivoliana, dalla
all’altezza del ponte sul rio Aratu, si rag- metà degli anni settanta alla sua morte
giungono i quattro alti menhir di Perdas Fit- (1988). Risaltano, all’esterno dell’edificio,
tas, tutti a breve distanza l’uno dall’altro. le due sculture di grandi dimensioni Magna
Mater e su Muru Pringiu (il muro panciuto).
Gavoi
Il grosso borgo a economia pastorale (m Il santuario di Nostra Signora di Gonare* può
790, ab. 3001) si va affermando anche co- essere raggiunto sia da Orani che da Sarule, su
me luogo di villeggiatura estiva. Sorge sul strade in parte asfaltate. Intitolato alla Vergine,
pendio di una suggestiva conca boscosa, è uno dei più noti e venerati dell’isola e si erge
con le caratteristiche case in granito di- suggestivo sulla cima aguzza del monte Gona-
sposte ad anfiteatro e dominate dall’alto re (m 1083), da cui la vista spazia tutt’intorno.
campanile della parrocchiale di S. Gavino. Risalente al XII sec. (la tradizione lo vuole edifi-
Questa, di linee tardogotiche e risalente al cato da Gonario, ‘giudice’ di Torres), fu am-
pliato e rimaneggiato nel 1618, quando assun-
XVI sec., presenta una facciata semplice ma
se le forme attuali. Interamente in pietra a vista,
impreziosita da un elegante rosone e da un privo di facciata e sorretto da massicci con-
portale rinascimentale, e conserva all’in- trafforti laterali, appare simile a un fortilizio più
terno un bel pulpito in legno intagliato che a un luogo di culto. L’8 settembre vi si svol-
del ’600 e uno splendido fonte battesimale ge una suggestiva festa che richiama fedeli da
del 1706, anch’esso in legno intagliato e do- ogni parte della Barbàgia.

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8 Le Barbàgie: il cuore montano dell’isola
Necropoli di Sas Concas* che si aprono su un bancone trachitico.
La necropoli neolitica delle domus de ja- Fra di esse quella detta ‘dell’Emiciclo’ pre-
nas di Sas Concas (in prossimità della sta- senta incise nelle pareti interne numerose
zione ferroviaria di Oniferi) è la più vasta figure umane schematiche disposte ca-
del Nuorese. È composta da quindici tom- povolte, a significare forse il trapasso dal
be, alcune delle quali a pianta complessa, mondo dei vivi a quello dei morti.

8.4 La costiera orientale e il monte Albo


Itinerario circolare nel Nuorese di nord-est, la Baronìa, km 158 senza le deviazioni (carta a
pag. 119)

Parte da Nùoro e vi ritorna dopo un lungo sulla sinistra una strada in parte a fondo
giro che si svolge quasi interamente nella naturale ma di eccezionale panoramicità
Baronìa, regione che, per morfologia del che porta a Lula procedendo sempre ad al-
terreno, vicende storiche e ambiente uma- ta quota e costeggiando la linea di cresta
no, si differenzia notevolmente da quelle della lunga bastionata calcarea del monte
visitate negli itinerari precedenti. Albo. Attraversata Lula e incontrato sulla
Qui il paesaggio è caratterizzato da pianure sinistra il santuario campestre di S. Fran-
fertili e da dolci colline, alla pastorizia si so- cesco, si raggiunge la statale 131 che ri-
stituisce l’agricoltura. Su questa terra, ve- porta in breve a Nùoro.
ra oasi di fertilità in un territorio avaro, mi-
sero gli occhi i feudatari spagnoli, e da lo- Villaggio nuragico di Serra Òrrios*
ro derivò il suo nome: Baronìa. Che co- Sorge in un altopiano basaltico fra olivi se-
nobbe anche un periodo di profonda de- colari e macchia di lentischio. Fra i meglio
cadenza, a causa della malaria e delle con- conservati, presenta diversi aggregati di
tinue incursioni dal mare dei barbareschi, capanne ad andamento circolare, gravi-
ma le tracce di un passato di rilievo sono tanti su cortili con cisterne e pozzi in co-
tuttora evidenti nelle chiese e nelle antiche mune. Rivestono particolare importanza,
dimore gentilizie presenti in alcuni centri al limite ovest, i resti di due edifici rettan-
e soprattutto a Orosei. golari, forse tempietti, che richiamano per
Il percorso si svolge interamente su stra- le loro strutture le costruzioni a mègaron
de asfaltate, tranne il tratto Siniscola-Lula dell’architettura micenea.
che è in parte ancora a fondo naturale e
che può comunque essere evitato pren-
dendo la strada a scorrimento veloce che
porta direttamente a Nùoro.
Si esce dal capoluogo seguendo la statale
129 che, aggirato il monte Ortobene, pro-
cede in un paesaggio collinare a tratti col-
tivato a vigneti e oliveti. Dopo circa 20 km
si giunge al quadrivio la Traversa; da dove
è possibile raggiungere a destra l’interes-
sante villaggio nuragico di Serra Òrrios, a
sinistra la suggestiva tomba di giganti di
S’Ena ’e Thomes. Proseguendo dritto si
attraversa Galtellì e si giunge a Orosei.
Qui ci si immette, in direzione di Sinisco-
la, nella statale 125 che procede quasi pa-
rallela alla costa, offrendo l’opportunità di
accedere, con diramazioni sulla destra,
alle splendide spiagge e alle località bal-
neari di Cala Liberotto, Capo Comino, San-
ta Lucia e la Caletta. Da Siniscola ci si im-
mette nella provinciale per Lodè che, con
una successione di ripidi tornanti, si ar-
rampica lungo il versante settentrionale
del monte Albo: spettacolari le vedute sul-
la sottostante vallata e sulla costa. Giunti
alla cantoniera di Sant’Anna, si imbocca
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8.4 Da Nùoro a Orosei
Dalla statale 129, deviando per 7 km sulla sini- te ai primi del ’700, rispettosamente re-
stra in località la Traversa, si raggiunge, isola- staurata e arredata con i mobili originari.
ta in una verdeggiante pianura, la tomba di gi- A pochi chilometri dall’abitato insistono
ganti di S’Ena ’e Thomes*, uno dei monumen-
ti più suggestivi della preistoria sarda. Al cen-
su una rupe i resti del castello di Pontes,
tro dell’esedra presenta una splendida stele edificato nel 1070 dai ‘giudici’ di Gallura.
centinata alta oltre tre metri e mezzo e scolpi-
ta in un unico lastrone di granito. Orosei
Distesa in una fertile piana fra il mare e le
Galtellì falde orientali del monte Tuttavista, nel si-
Borgo a economia agricola (m 35, ab. to in cui sorgeva la romana Fanum Carisii,
2397), fu capoluogo di curatoria e sede ve- Orosei (m 19, ab. 5746) è il capoluogo sto-
scovile fino al 1496. Poi, la malaria e le in- rico della omonima Baronìa. Nella parte
cursioni dal mare dei barbareschi ne de- antica del paese, composta e ben conser-
terminarono la decadenza. vata, testimoniano l’agiatezza e l’impor-
Nel piacevole centro storico, caratteriz- tanza rivestita da questo centro già dal me-
zato da case basse imbiancate a calce, dioevo le numerose chiese e un cospicuo
con patii e loggette, sorge la bella parroc- numero di dimore gentilizie risalenti per lo
chiale del SS. Crocifisso che nel rustico e più ai secoli dal XV al XVIII. In una di queste,
suggestivo interno conserva un pregevo- casa Guiso, nella centrale via Maiolu, ha se-
le Crocifisso ligneo del XIV sec., una statua de il Museo “Giovanni Guiso” che com-
della Trinità in legno policromo del ’500 e prende fra l’altro una interessante rac-
un grazioso organo settecentesco inta- colta di abiti da scena indossati anche da
gliato e dipinto. Dalla parrocchiale si rag- artisti famosi e una preziosa collezione
giunge in breve (verso la periferia) l’ex di teatrini d’epoca.
cattedrale di S. Pietro (XII sec.), di arcaiche Cuore del paese è la centrale piazza del Po-
forme romaniche con un rustico campa- polo sulla quale si affacciano vari edifici re-
niletto a torre cuspidata e un interessan- ligiosi che le conferiscono un aspetto in-
tissimo ciclo di affreschi romanici della fi- solito. La domina scenograficamente dal-
ne del XII-inizi del XIII secolo. l’alto la parrocchiale di S. Giacomo Mag-
Nel cuore del centro storico, in via Gari- giore, dall’aspetto vagamente arabeggiante
baldi, merita una visita il Museo etnografi- per il candido intonaco e per l’insolita co-
co “Casa Marras”: un tipico esempio di pertura a cupolette; all’interno, con finis-
architettura spontanea del luogo, risalen- simi stucchi dorati, si conserva un bel

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8 Le Barbàgie: il cuore montano dell’isola
battistero ligneo settecentesco. Addos- Monte Albo*
sata all’abside della parrocchiale è la sei- Deriva il nome dal candido colore della sua
centesca chiesa di S. Croce, mentre sul la- roccia. È un’imponente bastionata calca-
to opposto della piazza sorgono la chiesa reo-dolomitica lunga 20 km e larga da 2 a
del Rosario, anch’essa seicentesca, e quel- 5, che domina con cime comprese fra 1029
la delle Anime (sec. XVIII), con copertura cu- e 1127 m il piatto paesaggio della Baronìa.
polata e bel portico laterale. Caratterizzato da altissime pareti a picco,
Altre chiese degne di nota sono – en- da fiumi sotterranei, da profondi orridi e
trando a Orosei da Galtellì – il santuario da numerose grotte naturali, è una zona di
della Madonna del Rimedio, rifacimento eccezionale interesse. Conserva in alcuni
ottocentesco di uno più piccolo del XVII tratti residue foreste di lecci con gigante-
sec., e la chiesa di S. Antonio Abate, risa- schi esemplari di corbezzolo, tassi e oli-
lente al XIV-XV sec., che conserva all’in- vastri secolari, ma si presenta nel com-
terno una pregevole statua lignea del san- plesso, e soprattutto nella zona culmina-
to (XIV sec.) e degli affreschi (ma molto de- le, spoglio e arido, punteggiato solo da
gradati) dello stesso periodo. Entram- contorti ginepri e da bassi arbusti.
be le chiese sono circondate da ampi La catena culmina nel monte Turuddò
recinti che inglobano antiche cum- e nella punta Catirina che si elevano
bessìas. La festa del 17 gen- entrambe a 1127 m, offrendo un
naio per S. Antonio Abate è emozionante panorama che
resa particolarmente sug- abbraccia le piane della Ba-
gestiva dall’accensione, la ronìa, la costa orientale, i
sera della vigilia, di un monti del Gocéano e il
enorme falò. Gennargentu.

Siniscola Santuario di
Giace in una fertile piana S. Francesco di Lula*
alle falde nord-orientali del- Bianchissimo e immerso
la dorsale calcarea del mon- nel verde, dominato dalla
te Albo ed è il centro (m 39, candida mole del monte
ab. 11 020) più importante Albo, è uno dei più sugge-
della Baronìa, con un’eco- stivi e importanti santuari
nomia tradizionalmente ba- campestri della Sardegna.
sata sull’agricoltura. La tradizione lo vuole fon-
Il recente sviluppo edilizio dato nel ’600 da alcuni
ha un po’ stravolto l’antico fuorilegge nuoresi, e il
tessuto urbano. Tra i mo- santo che vi si venera –
numenti di qualche inte- S. Francesco d’Assisi,
resse sono la chiesa del ma per i sardi S. Fran-
Rosario, ricca di statue e cesco di Lula – è con-
preziosi arredi e, nella centrale via Sassa- siderato il protettore dei banditi e dei “ba-
ri, la settecentesca parrocchiale di S. Gio- lentes” (i valorosi): non di rado la sua pro-
vanni Battista, dall’interno interamente tezione veniva invocata anche prima del-
affrescato e con una curiosità: un’insolita le grassazioni o durante i conflitti a fuoco.
lapide datata 1627 che reca incise delle im- La chiesa attuale, edificata nel 1795, è un
pronte di piedi e una misura d’altezza che rifacimento di una più piccola del XVII sec.
si vorrebbero riferite a Gesù Cristo. e conserva all’interno una statua lignea del
santo di scuola napoletana del ’600.
Negli ultimi anni Siniscola ha conosciuto un Tutt’intorno alla chiesa un gran numero di
notevole sviluppo turistico che ha interessato cumbessìas, i caratteristici ricoveri per i
le vicine località balneari di la Caletta (v. pag. novenanti, formano un articolato e sug-
174) e Santa Lucia*, piccolo borgo di pescato-
gestivo villaggio.
ri sviluppatosi attorno a una massiccia torre co-
stiera del XVII secolo e all’omonima chiesetta ot- La festa di S. Francesco di Lula si svolge dal
tocentesca. 1° al 9 maggio: richiama sempre numerosi
Fra le splendide e suggestive spiagge risalta fedeli da ogni parte della Baronìa e della
quella di Bèrchida, famosa per il candore della Barbàgia, e a tutti viene gratuitamente of-
sabbia e la limpidezza dell’acqua. ferto il pranzo dagli organizzatori.

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9 Sassari

Profilo della città


Distesa sopra un tavolato calcareo dolcemente inclinato, al
margine della pianura che scende verso il mare, Sassari (m
225, ab. 120 649) è il secondo centro urbano della Sardegna
per consistenza demografica e per importanza economica,
politica e culturale. Città a economia prevalentemente ter-
ziaria, che si è gradatamente sostituita negli ultimi anni alle tradizionali e ricche atti-
vità agricole, alla piccola e media industria (concerie, molini, oleifici) e al polo pe-
trolchimico di Porto Torres. Il nucleo storico cittadino si identifica con l’antica città mu-
rata della cui cinta restano significative tracce. Negli ultimi decenni tuttavia l’inse-
diamento si è notevolmente esteso portando così i nuovi quartieri a inglobare gli an-
tichi orti e gli oliveti che circondavano la città.
Il sito ha conosciuto una frequentazione molto remota e in epoca romana, anche in se-
guito alla fondazione nel sec. I a.C. della colonia di Turris Libisonis, il territorio sassa-
rese appare intensamente popolato. Tuttavia il primo nucleo urbano risale all’alto me-
dioevo. Il processo di formazione del luogo fu, all’inizio, piuttosto lento e casuale; in se-
guito (sec. XII-XIII) lo sviluppo fu favorito dagli scambi commerciali con la penisola ita-
liana. Alla fine del XIII risalgono gli Statuti del Comune di Sassari, un vero e proprio cor-
pus normativo teso a regolare tutti gli aspetti della vita urbana e i rapporti col contado.
Nel 1378 Sassari, nel corso della guerra tra il giudicato d’Arborèa e i d’Aragona, fu oc-
cupata dalle truppe giudicali e rimase sotto il dominio dei ‘giudici’ d’Arborèa sino al 1420.
Poi nel XV secolo venne pienamente inserita nel nuovo sistema istituzionale e ammini-
strativo dell’isola che faceva parte, come regno autonomo, della federazione catalano-
aragonese. Risale a questo periodo la fioritura del gotico catalano nell’architettura ci-
vile e religiosa che ancor oggi connota la parte antica della città. Durante il dominio spa-
gnolo sopravviene un periodo di crisi dovuto in gran parte alle guerre mediterranee e
al ristagno dei traffici e delle esportazioni; eppure il XVI secolo coincide con una crescita
civile e culturale del capoluogo del Capo di Logudoro. Tra le città sarde, Sassari è quel-
la che è stata più vicina alle esperienze dell’umanesimo e ai modelli culturali del rina-
scimento italiano. Gli echi della classicità cinquecentesca si possono scorgere in alcu-
ni edifici del centro storico, come palazzo d’Usini, nell’antica carra manna (oggi piazza
Tola), o nella facciata della chiesa gesuitica di Gesù e Maria (oggi S. Caterina).
Nel secolo successivo Sassari, impegnata in un’aspra tenzone municipalistica con Ca-
gliari, fu colpita nel 1652 da una terribile epidemia di peste che falcidiò la popolazione
urbana e ne ridimensionò le ambizioni politiche. La seconda metà del secolo non fu però
un periodo di decadenza: la ripresa demografica e l’affermazione di nuove colture

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agrarie posero le basi dello sviluppo settecentesco. Soprattutto durante il regno di Car-
lo Emanuele III (1730-73) e il ministero del conte Bogino (1759-73) si avvertono, all’in-
terno di una cauta politica di riforma e di modernizzazione, segni di sviluppo dell’eco-
nomia agraria e della vita civile, grazie all’istituzione dei Monti frumentari, all’incorag-
giamento delle nuove colture (gelsi, patate), al restauro dello scalo portuale di Torres,
alla incentivazione del commercio, alla riapertura dell’Università (1765).
Negli anni 1793-1802 Sassari fu al centro delle rivolte antifeudali delle campagne logu-
doresi. La repressione sabauda fu spietata. Nella prima metà dell’Ottocento si verifica
un notevole sviluppo urbanistico della città, grazie al progetto di ampliamento del 1836
orientato in direzione sud-ovest, verso la ‘strada reale’, ultimata nel 1829, che collega-
va Sassari con Cagliari. Nella seconda metà del secolo venne demolita la quasi totalità
delle mura e abbattuto il castello aragonese (del 1330 circa).
La fine del secolo è un momento ricco di fermenti culturali nel campo letterario (E. Co-
sta, P. Calvia), musicale (L. Canepa) artistico (G. Biasi) e politico. Nel ventennio fascista,
la popolazione di Sassari continuò a crescere – 51 700 abitanti nel 1931 – e con essa
l’edilizia pubblica e privata. Tre nuovi piani regolatori, elaborati tra il 1929 e il 1942,
definivano lo sviluppo periferico della città con la creazione del nuovo quartiere po-
polare di Monte Rosello – collegato alla città da un ponte inaugurato nel 1934 – e del
quartiere residenziale di viale Italia-Porcellana. L’intervento nel centro storico fu in-
vece condizionato dalla logica del “piccone demolitore” con lo sventramento di un am-
pio comparto adiacente al Duomo e al corso Vittorio Emanuele II noto come piazza De-
molizioni (oggi piazza Mazzotti).
Nel secondo dopoguerra Sassari, nonostante i limiti e le contraddizioni del suo svilup-
po economico, ha marcato una certa vivacità culturale e politica: i sassaresi Antonio Se-
gni, Enrico Berlinguer e Francesco Cossiga sono stati tra i protagonisti delle vicende più
significative dell’Italia repubblicana.

I quartieri storici e la città ottocentesca


Itinerario pedonale da piazza Castello al Duomo e a S. Pietro in Silki (pianta della città a fronte)

L’antico nucleo urbano, un tempo delimi- gliere tra due possibilità: scendere dal-
tato dalle mura, è caratterizzato da inte- l’ottocentesca via Luzzatti e, attraverso
ressanti edifici monumentali e da un’anti- piazza Azuni dirigersi verso corso Vittorio
ca strada, il corso Vittorio Emanuele II, la Emanuele II e girare a sinistra in via S. Ca-
medievale Platha de Codinas che costi- terina che immette nella zona monumen-
tuiva la via principale della città. Lo sman- tale dell’omonima chiesa, del Palazzo Du-
tellamento delle mura e delle porte, co- cale, del Duomo e infine dell’Università e
struite fra XIII e XIV sec. (oggi restano solo della chiesa di S. Maria di Betlem; oppure
frammenti in corso Trinità, in corso Vico, da piazza Azuni, a destra attraverso via C.
in via Torre Tonda e in via Arborèa), non Battisti e l’antica piazza Tola, ci si dirige
consente di cogliere, specie in direzione verso via La Marmora e poi a sinistra lun-
sud, la cesura tra la città medievale e quel- go la caratteristica via Rosello (l’antica
la ottocentesca. Alcuni sventramenti del via degli argentieri) in corso Trinità, con la
periodo fascista e del dopoguerra, la co- sottostante seicentesca fontana del Ro-
struzione di edifici moderni nella parte sello, poi riprendendo via Rosello per ri-
più antica e i due grossi ‘grattacieli’ in mettersi nel corso e attraverso via Duomo
piazza Castello hanno contribuito ogget- visitare la zona monumentale della città.
tivamente al progressivo degrado del cen- Ritornati, dal palazzo dell’Università, in
tro storico della città, per il cui recupero piazza Castello, l’itinerario, snodandosi
solo negli anni più recenti si assiste a una lungo piazza d’Italia e via Roma, propone
timida inversione di tendenza. la visita di aree più recenti.
Diverse le vie d’accesso: da sud, da piaz-
za Castello attraverso piazza Azuni e cor- Piazza Castello (B-C2). Prende nome dal-
so Vittorio Emanuele II; da nord, da piaz- l’antico castello aragonese costruito in-
za S. Antonio verso corso Vittorio Ema- torno al 1330, già sede del tribunale del-
nuele ; da est, da piazza Mercato verso via l’Inquisizione, demolito nel 1877, che sor-
Rosello; da ovest, dal corso Margherita di geva sul sito dell’attuale caserma La Mar-
Savoia, largo Porta Nuova e via Università. mora (1878-81), nel cui cortile si conser-
Preferendo il primo ingresso, si potrà sce- vano gli stemmi dell’antica facciata. Al-
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Il centro storico
l’interno della caserma si può visitare il Mu- va la piazza del Comune con il Palazzo di
seo storico della Brigata Sassari, dedicato Città (area su cui attualmente sorge il Tea-
alle eroiche gesta dei fanti sardi nella guer- tro civico). Nella parte superiore della via
ra 1915-18. Nella contigua via Politeama (l’attuale piazza Azuni, B2) stavano la de-
sorge il politeama Giuseppe Verdi (1884). molita chiesa gotica di S. Caterina e il pa-
Nel lato sinistro della piazza è la chiesa del- lazzo del Podestà, sede in seguito del go-
la Madonna del Rosario (C2), con facciata vernatore del Capo di Logudoro. Nelle vie
dei primi del XVIII sec., che conserva al- laterali erano collocate le misure pubbli-
l’interno uno splendido altare maggiore* che. La maggior parte delle case aveva
barocco in legno dorato, opera di artigia- portici con botteghe di mercanti e arti-
ni locali (1686). giani. Ci sono pervenute alcune case go-
tiche del xv sec., come quella che sorge in
Corso Vittorio Emanuele II (B1-2). Era la via Canopolo (N. 20) e soprattutto quella
via principale della città medievale che nota come casa Farris (N. 23), con belle fi-
lungo l’asse sud-nord tagliava in due Sas- nestre e bifore di stile gotico catalano,
sari. Denominata Platha de Codinas, per- che mostra murati gli antichi portici. Si-
ché scavata nel tufo, alla sua metà si apri- mile impianto di tipo catalano si trova an-

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che nella cosiddetta casa di Re Enzo, del Le mura. Il luogo in cui si possono osser-
XV sec., con uno splendido portichetto vare i frammenti della cinta muraria me-
con capitelli scolpiti, e nella casa con un dievale della città è corso Trinità (A-B1-2).
bel portico gotico all’angolo con via dei Iniziate dai pisani nel XIII sec., vennero com-
Corsi. L’antico municipio è stato sostitui- pletate dai genovesi nei primi decenni del
to nel 1826 da un’elegante costruzione XIV. Dal vicolo Godimondo è possibile ve-
neoclassica (N. 35) che attualmente ospi- dere i camminamenti interni e la singolare
ta il Teatro civico (B2), progettato da Giu- successione delle piccole case addossate
seppe Cominotti sul modello del Carigna- alle mura. Una torre, appena più alta delle
no di Torino. Fronteggia il teatro il neo- mura, si presenta come una sorta di corpo
classico palazzo di S. Sebastiano, del se- avanzato. Poco oltre sono murati tre stem-
condo decennio dell’Ottocento; a destra, mi trecenteschi. Dinanzi sorge la chiesa
la facciata barocca della chiesa di S. Andrea della Trinità (B2) con un’interessante fac-
(1648), ispirata a modelli liguri. La via ter- ciata barocca dell’inizio del XVIII secolo.
mina allargandosi nella piazza S. Antonio
(B1): a sinistra un frammento della cinta Fonte Rosello* (A2). Già nota nel 1295,
muraria medievale con una torre merlata; venne trasformata nell’attuale dimensione
al centro, la colonna di S. Antonio (1954) monumentale a opera di lapicidi genove-
del sassarese Eugenio Tavolara. si nel 1605-1606.
Dinanzi alla piazza sorge la chiesa di S. An- Il gusto ancora rinascimentale compose un
tonio Abate (A-B1) ultimata nel 1709, con insieme di due parallelepipedi sovrappo-
una facciata semplice e ben proporziona- sti, in marmo verde e bianco, coronato
ta di gusto barocco. Capolavoro dell’ap- con due archi incrociati, al cui culmine fu
parato decorativo della chiesa è il retablo* posta la statuetta equestre di San Gavino
dell’altare maggiore, in legno intarsiato e (quella che si vede è una copia del 1975
dorato, del genovese Bartolomeo Augusto. dell’originale perduto). Agli spigoli della
Nella sagrestia sono custoditi il Santo dia- base sono le statue delle stagioni, copie
cono attribuito al pittore Giovanni Muru eseguite nel 1828 di originali distrutti nei
(prima metà del XVI sec.), o al Maestro di moti del 1795-96.
Castelsardo, e l’Addolorata di Giovanni
Marghinotti. Piazza Tola (B2). È l’antica carra manna do-
ve era posta la misura pub-
blica, in sardo “carra”, e co-
stituiva il centro della vita
urbana nel medioevo e nel-
l’età moderna. Al centro
della piazza, il monumento
a Pasquale Tola, storico e
magistrato sassarese, ope-
ra di Filippo Giulianotti
(1903). È notevole il palaz-
zo d’Usini, costruito nel
1577, che costituisce un ra-
ro esempio di architettura
civile e tardorinascimenta-
le in Sardegna. L’edificio
ospita la Biblioteca comu-
nale con una ricca colle-
zione di volumi, periodici,
stampe, fotografie e mano-
scritti riguardanti soprat-
tutto la storia cittadina.

S. Caterina (B2). Già chie-


sa di Gesù e Maria, fu co-
struita tra 1580 e 1607 per
la Compagnia di Gesù su
progetto di Giovanni de
Rosis secondo moduli con-
troriformistici; la realizza-

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Dal corso Vittorio Emanuele al Duomo
mente Carlo Valino, che in-
trodusse nell’edilizia sas-
sarese schemi di deriva-
zione piemontese. La so-
bria facciata a tre piani,
orizzontalmente scompar-
tita da fasce e vertical-
mente da lesene, presenta
le finestre del primo piano
sormontate da timpani ad
arco a cuspide, e quelle del
secondo incorniciate da un
motivo rococò. L’androne,
da cui parte una scala a te-
naglia, affaccia su un ar-
monico cortile.

Duomo di S. Nicola* (B1).


La prima pieve romanica
zione a opera delle maestranze locali ne risale al XII sec., mentre del Duecento è la
spezzò l’austera impronta manieristica. parte inferiore del campanile, ripreso nel
Nell’interno le coperture della navata cen- 1756 con una snella sopraelevazione ot-
trale e delle cappelle con volte a crociera, tagonale. A partire dal 1480, e probabil-
gli archi del transetto e del capocroce ri- mente sino al 1505, la chiesa fu riedificata
velano l’innesto sul progetto originale di in proporzioni più ampie che richiamano
elementi di derivazione gotico-catalana. la tipologia gotica catalana. Tra il 1681 e il
Pregevoli i dipinti del gesuita fiammingo 1715 si svolsero i lavori che portarono al-
Giovanni Bilevelt (attivo a Sassari tra il l’attuale prospetto. L’architetto fu quasi si-
1622 e 1652), tra cui l’Incoronazione della curamente Baldassarre Romero, che sep-
Vergine e la Trinità. pe esprimere in maniera originale i moti-
vi plastici decorativi del tardo barocco
Museo Arte Sassari*. È ospitato, dopo i la- spagnolo mescolandoli al repertorio goti-
vori di restauro ultimati nel 2001, nel- cheggiante e classico. Sul portico con vol-
l’ampio edificio della Casa professa della te stellari si innalza l’alta fronte minuta-
Compagnia di Gesù, costruito tra il 1597 e mente coperta da fitti intagli, su cui si
il 1668 e un tempo sede del Convitto na- aprono tre nicchie con le statue dei santi
zionale Canopoleno. Raccoglie dipinti e Gavino, Proto e Gianuario e nel fastigio su-
sculture provenienti dalle due Soprinten- periore ad arco la statua di S. Nicola. L’in-
denze, dalle collezioni del Comune e del- terno a navata unica mantiene ancora l’an-
la Provincia, da donazioni private, offren- tica fisionomia gotica; i restauri ultimati
do un quadro dettagliato della cultura fi- nel 1998 hanno messo in luce nelle cap-
gurativa sarda dal medioevo al Novecen- pelle laterali ulteriori architetture gotiche
to. Al piano terra le opere relative ai secoli e decorazioni tardocinquecentesche. Tra
XIV-XVI: pur comprendendo autori come i dipinti, pregevoli: nella seconda cappel-
Vivarini e Mabuse, l’interesse si concentra la destra la tela dei Ss. Cosma e Damiano,
su artisti sardi quali il Maestro d’Ozieri (se- attribuita a Carlo Maratta, nella seconda a
conda metà sec. XVI) e sui tradizionali re- sinistra la Fuga in Egitto del caravaggesco
tabli di derivazione catalana. Il primo pia- Alessandro Turchi e la Madonna del Tem-
no raccoglie opere dei secoli XVII-XVIII, con pietto (1626) del sassarese Diego Pinna, e
dipinti di Crespi, Sustermans, Marieschi e nel braccio destro del transetto Ultima
autori sardi; al terzo piano opere di artisti Cena di Giovanni Marghinotti.
sardi del XIX e XX secolo: Marghinotti, Bal- Da qui, attraverso la sagrestia dei Benefi-
lero, Figari, Biasi, Delitala, Dessy. ciati dalla suggestiva volta a crociera mul-
tipla in cotto retta da una colonna centrale
Palazzo Ducale (o del Comune, B1-2). Dal in granito (XVI sec.) e la sagrestia capito-
1900 sede del Municipio, fu fatto costrui- lare, si accede alla settecentesca sala ca-
re dal duca dell’Asinara e rappresenta il pitolare dove è stato allestito il Museo
più rilevante esempio di architettura civile del Tesoro del Duomo, che raccoglie im-
settecentesca della città. A dirigere la co- portanti pezzi di argenteria (sec. XVI-XIX),
struzione dal 1775 al 1805 fu probabil- paramenti sacri e opere d’arte di pregio;
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come il famoso Stendardo processionale*,
dipinto a tempera e olio su tavola, opera
di un ignoto artista della fine del ’400.
Nell’ottocentesco altare maggiore è espo-
sta la Madonna del Bosco, tempera su ta-
vola di scuola senese del Trecento; a de-
stra dell’altare un Crocifisso di scuola
spagnola del XVII secolo. A sinistra in una
teca è conservata la seicentesca statua
d’argento di San Gavino, opera forse di ar-
gentieri locali. Eccellente lavoro di intaglio
è il coro in legno di noce sardo di artigia-
ni locali del primo Settecento. Nel braccio
sinistro del transetto si trova il dipinto di
Vittorio Amedeo Rapous raffigurante S.
Anna e il SS. Sacramento; alla parete de-
stra, mausoleo di Placido Benedetto di Sa-
voia conte di Moriana, opera del torinese
Felice Festa (1807).

Nella chiesa di S. Michele (XVIII sec.), posta di-


nanzi alla facciata della cattedrale, è stato al-
lestito il Museo del Duomo, con buoni dipinti
tra cui la Madonna dell’Unità di Charles Van
talano la cappella dei Muratori, subito a si-
Loo, e interessanti opere di artigianato ligneo
come il Letto della Vergine assunta di impianto nistra dell’ingresso; le altre sei cappelle
barocco (XVII sec.). Nella cripta sono esposti i che si aprono sulla navata appartengono
diversificati e interessanti reperti archeologi- ad altrettanti gremi artigiani e vantano al-
ci di età romana, altomedievale, medievale e tari barocchi intagliati.
moderna, e i frammenti scultorei provenienti Nella cappella a sinistra dell’altare mag-
dagli scavi e dai lavori di restauro. giore si conserva un gruppo ligneo della
Madonna col Bambino della prima metà
S. Maria di Betlem (B-C1). Fondata assie- del xv secolo. Interessante anche il pul-
me al convento nel 1106 dal ‘giudice’ Co- pito barocco, opera del sassarese Anto-
stantino e affidata ai Benedettini, passò ne- nio Giovanni Contena (1741). Nell’ele-
gli anni venti del XIII sec. ai Francescani. Il gante sagrestia settecentesca, Madonna
complesso svolgeva una funzione istitu- in gloria e quattro santi, dipinto di Giaco-
zionale, raccogliendo attorno a sé i lavo- mo Cavedoni. Da qui si accede al chio-
ratori organizzati nei “gremi”; in conti- stro, in gran parte murato, che conserva
nuità col passato, oggi il suo ruolo si eser- lapidi con iscrizioni medievali, catalane e
cita nell’annuale festa dei Candelieri*. La spagnole: al centro, la fontana del bri-
sera del 14 agosto i grandi candelieri votivi gliadore (dal catalano “brillador”, zam-
di legno intagliato, che qui si conservano, pillo), opera del XVI secolo.
vengono portati in processione dai rap-
presentanti dei gremi vestiti dei costumi Palazzo dell’Università (C2). La facciata
del XIX secolo. risale al 1929, mentre quella originaria è la
La parte inferiore della facciata risale al fronte opposta che conserva ancora l’a-
1236-38 ed è il frammento più antico del- spetto cinquecentesco e prospetta sui
l’edificio. Sopra un ordine di arcatelle a tut- giardini pubblici. La nascita dell’Università
to sesto si innesta la parte superiore ri- è legata al testamento del sassarese Ales-
costruita nel 1465 con un grande rosone e sio Fontana (1558), che lasciò tutte le sue
un timpano. Decorazioni e archetti coevi proprietà per fondare un collegio univer-
si sviluppano lungo il fianco sinistro, sul sitario. I corsi tenuti dai Gesuiti iniziarono
cui portale è stato recentemente posto nel 1565; del 1617 è il diploma di Filippo III,
un medaglione a rilievo, sempre quattro- riconoscimento ufficiale dell’Ateneo. Alla
centesco, raffigurante una Madonna. Tra fine del XVII sec., il prestigio dell’Università
il 1829 e il 1834 si collocano gli interventi era alquanto decaduto e soltanto in se-
di Antonio Cano che rimaneggiò il presbi- guito alla riorganizzazione sabauda del
terio e costruì la cupola ornandola di nu- 1765 riprese nuovo slancio. L’edificio, co-
merose statue. struito tra il 1559 e il 1566 su progetto di
Conserva ancora l’originale carattere ca- Fernando Ponce de Léon, e ampliato nel
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Dall’Università al Museo Sanna
’600, si articola attorno a un chiostro cir- La Cavalcata sarda
condato da un doppio ordine di logge. Un
ampio scalone conduce al piano superio-
re, dove l’Aula Magna (1929) è decorata Quando, nell’aprile del 1899, Umberto
con tele di Mario Delitala. Nel Rettorato si I e la regina Margherita vennero in
conservano ritratti di sovrani sabaudi, fra visita in Sardegna, a Sassari si pensò
cui quelli di Vittorio Amedeo III di Giovan- di organizzare in loro onore una sfila-
ni Antonio Molinari (1774-75) e di Carlo Fe- ta di uomini e donne (della sola pro-
lice di Giovanni Battista Biscarra (1830), la vincia di Sassari, che però si estende-
statua marmorea di Ebe (1836 circa) di va allora per metà Sardegna) nei loro
Andrea Galassi e la mazza d’argento con i costumi tradizionali. Le cronache par-
simboli delle facoltà (1765), del piemon- lano di 3 mila partecipanti e di qual-
tese Giovanni Michele Graneri. cosa come 600 cavalli.
La Biblioteca universitaria ha un patri- Nel 1951, quasi casualmente (un con-
monio librario di oltre 250 000 volumi; fra gresso nazionale del Rotary Club si
i manoscritti il celebre Condaghe di San svolse su una motonave, che attraccò
Pietro di Silki (XI-XII sec.), uno dei primi do- ad Alghero), quella sfilata fu resusci-
cumenti in volgare sardo. tata dai responsabili dell’Ente provin-
ciale per il Turismo. Fu un successo
Piazza d’Italia* (C2). L’espansione otto- clamoroso. Da quell’anno a una data
centesca di Sassari ha qui il suo fulcro, fissa (prima il giorno dell’Ascensione,
nato negli anni settanta del XIX secolo. L’in- ora la penultima domenica di maggio)
sieme delle architetture che recingono il la Cavalcata sarda segna praticamen-
simbolico spazio di un ettaro, interrotto al te l’apertura della stagione turistica
centro dal monumento a Vittorio Emanue- isolana, sebbene la preceda, il 1° mag-
le II di Giuseppe Sartorio (1899), formano gio, la grande sagra cagliaritana di
un ambiente armonico e omogeneo. L’edi- Sant’Efisio, che però conserva in
ficio più rappresentativo è il maestoso, buona parte il suo carattere religioso.
elegante palazzo della Provincia, proget- Donne di tutte le età, giovani e bambi-
tato da Eugenio Sironi e Giovanni Borgnini ni, anche qualche vecchio patriarca si
e costruito tra il 1873 e il 1880 in tardo sti- danno appuntamento a Sassari da un
le neoclassico. La facciata, imponente ma centinaio di centri isolani e, indossati
proporzionata, consta di tre ordini di fine- i costumi da festa tolti per l’occasione
stre e culmina con un fregio. Al primo pia- dalle cassepanche dove li ha relegati
no è visitabile l’aula consiliare*, decorata l’avanzare dei tempi moderni, sfilano
nel 1881 da Giuseppe Sciuti: vi sono raffi- lungo un percorso cittadino. Sono
gurati episodi salienti della storia cittadi- ancora migliaia, mentre più difficile si
na; contiguo, l’appartamento reale. Sul la- è fatto il reclutamento dei cavalli: ma
to di fronte al palazzo della Provincia, il pa- alla sfilata partecipano ancora centi-
lazzo Giordano (N. 19): progettato in stile naia di coraggiosi cavallerizzi, che si
neogotico da Luigi Fasoli nel 1878, ha due esibiscono nelle acrobazie della
sale affrescate da Guglielmo Bilancioni. “corsa a pariglia” e chiudono la mani-
festazione con un grande, festoso
Museo nazionale archeologico ed etno- galoppo finale. Uno spettacolo corale
grafico G.A. Sanna** (C3). L’edificio fu fat- di colori, di musiche, d’allegria, un’e-
to costruire dalla famiglia Sanna Ca- mozionante
stoldi per conservarvi le collezioni la- immagine
sciate da Giovanni An- del folclore
tonio Sanna, fi- isolano.
nanziere e uomo
politico, e per
accogliervi il
gabinetto
archeologi-
co dell’Uni-
versità.
Sorto nel 1932, l’ordi-
namento e l’amplia-
mento attuali risalgono
al dicembre 1986 (ma si
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tenga presente la possibilità di probabili mici e materiali in bronzo di uso votivo.
riallestimenti). Collezioni e oggetti singo- Al piano terra l’esposizione prosegue con
li sono esposti in sale nuove o rinnovate i materiali d’epoca storica: per il periodo
secondo i più recenti criteri del ‘museo fa- punico (sala X) una serie di stele funerarie
cile’, ‘per tutti’. Si compone di una pina- provenienti da Sulci, materiali fittili e nu-
coteca, una collezione archeologica e una merosi scarabei e amuleti; per l’epoca ro-
di materiali etnografici relativi alla Sarde- mana una cospicua raccolta di lucerne
gna (quest’ultima, in fase di restauro, non (sala XI), vasellame ceramico, vetri soffiati
è aperta alla visita). Il museo è dotato an- e oggetti d’oro. Importanti i documenti
che di una Sala conferenze e di una Sala di- scritti, costituiti dalla tavola bronzea da
dattica (II e IV). L’insieme si articola in un Esterzili (nella Barbàgia di Seùlo) e dal di-
complesso di diciotto sale, ognuna delle ploma militare del soldato Ursarius.
quali è provvista di pannelli esplicativi; Attraverso pochi gradini si giunge all’am-
chiare didascalie accompagnano quasi pia sala inferiore (XII) nella quale sono
ogni oggetto. esposti materiali tardoromani: sarcofagi
Nella sezione archeologica, che è la più marmorei istoriati, sculture e mosaici pro-
ampia, sono documentati i periodi della ci- venienti da Turris Libisonis (la colonia
viltà sarda dal Neolitico. L’esposizione è romana da cui discende Porto Torres).
preceduta (sala V) da una breve docu- Nelle sale XI e XIII il ricco medagliere rac-
mentazione sulle foreste pietrificate del- coglie monete dal periodo punico (con
l’Anglona risalenti a 15 milioni d’anni fa. La esemplari rari e preziosi) fino a coniazio-
sala VI è dedicata quasi interamente al- ni di Vittorio Emanuele I, 1814-1821.
l’altare preistorico di Monte d’Accoddi,
nel territorio fra Sassari e Porto Torres. Al- S. Pietro in Silki* (D1, f. p.). La chiesa, il
le pareti i rilievi in forma di testa taurina cui appellativo parrebbe derivato dallo
che decorano varie tombe ipogeiche. Nel- scomparso abitato medievale di Silki, esi-
le sale successive (VII-VIII) sono esposti steva già nel XII secolo. La semplice facciata
materiali provenienti da necropoli prenu- che si apre con un grande atrio è del 1675;
ragiche a domus de janas. La parte finale delle precedenti fasi costruttive restano la
illustra le cosiddette tombe di giganti, ap- parte inferiore del campanile risalente al
partenenti alla civiltà nuragica. secolo XIII, dai caratteri romanico-lom-
Nella sezione medievale sono raccolti re- bardi, e le strutture murarie della navata,
perti dei sec. IX-XVI che documentano so- edificate negli anni immediatamente pre-
prattutto la vita materiale della società cedenti il 1477. L’interno è una spaziosa au-
rurale e urbana del territorio sassarese. la coperta a botte lunettata, con quattro
Al piano superiore (sala IX) cappelle sul lato sinistro. La prima, dedi-
è ampiamente documen- cata alla Madonna delle Grazie, rappre-
tata l’epoca nuragica. Ri- senta uno dei più armoniosi esempi del go-
costruzioni in scala esem- tico catalano in Sardegna, grazie anche ai
plificano con apprezzabile rilievi scolpiti nella grigia pietra calcarea
precisione i due tipi di dei capitelli e della gemma della volta (se-
nuraghi, a tholos e a conda metà del XV sec.). Assai pregevole è
corridoio; nelle vetrine, l’altare maggiore in legno intagliato del
numerosi reperti cera- XVII sec. nel quale è collocata la venerata
immagine della Madonna delle Grazie.
Di fronte alla chiesa sorge l’attuale
convento dei Frati Minori, nel
quale è custodita una Visi-
tazione* di anonimo pittore
attivo nella prima metà
del XVI secolo.

142
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10 La Nurra
e il Paese di Villanova

Profilo dell’area
Partendo da Sassari diretti ad Alghero lungo la costa occi-
dentale della Sardegna e i centri che la animano, e prose-
guendo poi fino a Bosa attraverso Villanova Monteleone, si ha
la possibilità di visitare l’ondulata Nurra e un lembo del Lo-
gudoro e del Meilogu, il cui confine è segnato dal territorio di Bosa. Il viaggio interessa
quindi aree diversamente umanizzate e differenti anche sotto l’aspetto geografico. Nel
primo tratto, lasciata Porto Torres, si segue la linea costiera del golfo dell’Asinara e del
Mar di Sardegna per inoltrarsi, nel secondo, nel retroterra di un’isola che continua ad ave-
re due diverse culture: quella costiera e quella delle alture interne. I due territori si pre-
sentano completamente di-
versi: pianeggiante e colli-
nare nella prima parte del
viaggio, con ridenti cittadine
e pittoreschi borghi marini
cui fa da sfondo l’azzurro di
uno dei più bei mari del pia-
neta; fortemente collinare e
montagnoso nella seconda
(allorché ci si addentra nel
cosiddetto Paese di Villano-
va), con borghi che, arroc-
cati sulle alture, richiama-
no il medioevo. Le numero-
se torri spagnole, erette lun-
go le coste contro le inva-
sioni barbaresche soprat-
tutto tra ’500 e ’600, ci dico-
no la difficoltà del controllo
del territorio contro inva-
sori di ogni genere prove-
nienti dal mare. Oggi que-
ste zone, specialmente la
Nurra, sono ancora fertili,
anche se il loro sottosuolo è
andato via via impoveren-
dosi d’acqua.
Nelle zone interne non man-
cano i resti di una civiltà fio-
rente, magari il più delle vol-
te d’origine straniera, testi-
monianza del succedersi di ondate diverse di dominatori. La diversità del Logudoro con-
siste soprattutto nella differente umanizzazione del territorio e in un più accentuato con-
trasto di ambienti fisici, anche vicini l’uno all’altro.
I primi insediamenti umani accertati in Logudoro e Meilogu sono databili al Neolitico an-
tico (VI-V millennio a.C.). In questo territorio si sono sviluppate e succedute importan-
ti culture: Bonuighinu (4000-3500 a.C., documentata sia in caverne sia in villaggi), San
Michele (3000-2000 a.C., che prende il nome dalle grotte presso Ozieri), Bonnànaro (1800-
1600 a.C., dall’omonimo centro logudorese). Dal 1600 al 500 a.C. si sviluppò, come nel-
le altre parti dell’isola, la civiltà nuragica, della quale restano qui numerose testimonianze.
Il Meilogu, che interessa gli itinerari nella parte finale del rientro alla costa, può essere
considerato l’estensione sud-occidentale del Logudoro, anche se il terreno si presenta
meno accidentato, come disteso in una fuga di colline verdeggianti, i cui fondovalle col-
tivati a erbai e a legumi si orientano dolcemente verso il mare.
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10.1 Al golfo dell’Asinara e ad Alghero
Itinerario lineare da Sassari tra il mare e le colline del Nord-ovest, km 143 (carta a pag. 145)

Lasciata Sassari si imbocca il tratto finale Monte d’Accoddi*


della statale 131 Carlo Felice che da Ca- Dopo una dozzina di chilometri in pianu-
gliari arriva a Porto Torres. Prima di que- ra da Sassari per Porto Torres si devia
sto centro si incontra il solare altare prei- dalla 131 per il complesso prenuragico di
storico di Monte d’Accoddi. Proseguendo Monte d’Accoddi, unico esempio in Sar-
oltre Porto Torres, la strada, abbastanza degna e nel Mediterraneo occidentale di al-
scorrevole, si allontana per un tratto dal tare megalitico dove si celebravano i riti
mare per riavvicinarvisi poi prima del propiziatori della fecondità della terra. È
centro balneare di Stintino, cui segue la un enorme ammasso di pietra e terra re-
possibile escursione all’isola del silenzio: staurato recentemente, con alla sommità
l’Asinara. Ritornati al bivio di Pozzo S. Ni- una grande pietra sacrificale e due bètili:
cola si procede verso il borgo minerario la struttura a tronco di piramide ricorda le
dell’Argentiera. Si continua, inoltrandosi “ziggurat” della Mesopotamia. L’altare, a
detta dalla maggioranza degli studiosi, ri-
sale all’età del Rame (2450-1850 a.C.).

Porto Torres
Adagiata su un pianoro che digrada dol-
cemente verso il mare del golfo dell’Asi-
nara, è una delle cittadine (m 5, ab. 21 888)
più importanti del Nord Sardegna, grazie
al suo attivo porto, attraverso il quale si
svolge una grossa parte del traffico pas-
seggeri da e per la Penisola: La nascita del-
la città, che ebbe nome Turris Libisonis,
avvenne probabilmente in età cesariana
(46 a.C.) con la deduzione di una colonia
(unica in Sardegna per quel periodo) di cit-
tadini romani. La città ebbe impianto or-
togonale, con orientamento nord-sud, la-
sciato poi in eredità alla città moderna la
cui via principale, il corso Vittorio Ema-
nuele II, pare ricalchi nel suo ultimo trat-
to la più importante via di comunicazione
della Sardegna romana: la “A Turre Kàra-
les” (da Porto Torres a Cagliari), come a di-
re l’attuale Carlo Felice. La floridezza eco-
nomica della città fu determinata dal suo
all’interno della Nurra fino alla baia di porto, presso il quale venivano imbarcati
Porto Conte e al promontorio di capo Cac- i cereali prodotti nel ricco entroterra del-
cia. Da lì, seguendo la costa, si ripercorre la Nurra. Durante le persecuzioni di Dio-
la stessa strada e si prosegue fino a rag- cleziano del 304, presso Turris avvenne il
giungere Fertilia, lasciando sulla sinistra il martirio dei santi Gavino Proto e Gianua-
nuraghe di Palmavera. Dopo una breve rio (la critica tende a considerare figura
deviazione alla necropoli prenuragica di storica soltanto Gavino): l’episodio si sa-
Anghelu Ruju (per arrivarci basta prose- rebbe rivelato determinante, con la co-
guire da Fertilia in direzione dell’aero- struzione nell’XI sec. della splendida basi-
porto e della “strada dei due mari”), si lica dedicata a S. Gavino, per la prosecu-
giunge ad Alghero. L’itinerario è impor- zione della vita nel sito. Infatti in età me-
tante perché consente al visitatore di co- dievale la città, decaduta dopo essere sta-
noscere alcuni dei luoghi e dei centri bal- ta anche capitale del giudicato di Torres,
neari più suggestivi e rinomati della Sar- si contrasse notevolmente fino a ridursi a
degna nord-occidentale: Porto Torres (19 due piccoli nuclei, uno presso la basilica
km), Stintino (29 km) con l’Asinara, Ar- e a un altro presso il porto.
gentiera (31 km), Porto Conte e capo Cac- La rinascita, degli inizi dell’800, è dovuta
cia, Fertilia (16 km), Alghero (6 km). a vari fattori fra i quali il rifiorire dei com-
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10.1 Porto Torres
merci grazie anche alla realizzazione del- Basilica di S. Gavino*. Costituisce l’e-
la strada Carlo Felice. Ottenuta già da al- sempio più antico, più grandioso per di-
lora l’autonomia da Sassari, Porto Torres mensioni e senz’altro fra i più insigni del-
si è avviata a diventare un centro econo- l’architettura romanica pisana in Sardegna.
mico di notevole rilevanza, con un vasto La menzione più antica della chiesa è nel
territorio che comprende, fra l’altro, anche “Condaghe di S. Pietro di Silki” di Sassari,
l’isola dell’Asinara. riferibile all’anno 1065, sotto Barisone I; un
La città può essere visitata nell’arco di altro documento più tardo attribuisce la
una mezza giornata partendo dalla basili- costruzione al ‘giudice’ Comita. Edificata
ca di S. Gavino, alla quale si arriva, giun- sulla collina detta monte Agellu sul sito di
gendo da Sassari, deviando in via Indi- una più antica basilica sepolcrale, la fab-
pendenza. Raggiunto il corso Vittorio Ema- brica presenta due absidi contrapposte,
nuele, principale arteria cittadina, e suc- caratteristica unica in Sardegna e co-
cessivamente il porto, ove campeggia una munque rarissima in Italia, e due ingressi
torre aragonese del XIV sec., percorrendo per parte nei lati maggiori. Il paramento
in automobile il lungomare Balai si per- esterno, realizzato in conci di calcare, si
viene alla suggestiva rupe calcarea ove presenta scandito da arcature sulle quali
sorge la chiesetta di S. Gavino, sul pre- si aprono, alternate, strette monofore. Nel
sunto sito del martirio dei santi turritani. lato nord, sul quale prospettano le co-
Tornati indietro fino a piazza Umberto I, e struzioni seicentesche del cosiddetto
deviando a destra per via Ponte Romano, “atrio Comita”, si conserva l’unico porta-
si raggiungono l’Antiquarium e gli scavi ar- le romanico, riferibile alla seconda metà
cheologici dell’antica Turris Libisonis. dell’XI sec., decorato con sculture di figu-
re umane e animali dalle
influenze lombarde. Pres-
so il lato sud si apre invece
il mirabile portale gemino
gotico-catalano, datato al
1492, attraverso il quale si
accede attualmente alla ba-
silica. L’interno, ampio e
solenne, è diviso in tre na-
vate, con arcate su robusti
pilastri cruciformi e colon-
ne di reimpiego. La navata
centrale è coperta da ca-
priate lignee, quelle latera-
li da volte a crociera. Pres-
so l’abside orientale sono
esposte, su un catafalco, le
statue lignee dei martiri tur-
ritani (sec. XVII); nella na-
vata settentrionale sono
una statua equestre di S. Ga-
vino (inizi sec. XVII) e un’e-
pigrafe in greco-bizantino
(VII sec.) che commemora
la vittoria di un duce Co-
stantino sui longobardi che
tentavano di invadere la
Sardegna. L’anticripta cu-
stodisce alcuni pregevoli
sarcofagi romani istoriati.
Di qui è possibile accedere
sia ai resti della basilica se-
polcrale del VI sec., sia alla
cripta ove, entro tre sarco-
fagi romani, si conservano
le ossa ritenute dei martiri
uccisi sotto Diocleziano.
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10 La Nurra e il Paese di Villanova
S. Gavino a Mare (o di Balai). Collocata to- to, nell’abside, il pavimento poggiante su
pograficamente presso l’antica necropoli pilastrini e le intercapedini alle pareti per
orientale di Turris Libisonis, fu edificata in- la circolazione dell’aria calda.
torno alla metà dell’800 sul luogo dove, se- All’esterno, strade lastricate fiancheggia-
condo la tradizione, sarebbe avvenuto il no le terme; presso quella con orienta-
martirio e il primo seppellimento di Gavi- mento nord-sud (cardo) si affacciava un
no, Proto e Gianuario. Proprio in memoria portico sul quale si aprivano numerosi
di questo fatto, ogni anno nel mese di locali pubblici (tabernae). Attualmente
maggio vengono qui trasportate dalla ba- l’interno dell’edificio termale è chiuso al
silica di S. Gavino le statue dei tre martiri. pubblico e sono percorribili unicamente le
La chiesa presenta, adiacenti, due ipogei strade che lo fiancheggiano.
utilizzati come sepolture.
Terme Pallottino. L’edificio, databile a
Terme Maetzke. L’edificio è così noto dal età imperiale romana, prende nome dal-
nome dell’archeologo che ne curò lo sca- l’archeologo Massimo Pallottino, autore
vo alla fine degli anni cinquanta. Presenta degli scavi tra il 1940 e il 1942. Si conser-
tre ambienti, dei quali uno absidato, ori- vano parzialmente alcuni ambienti, fra i
ginariamente con pavimenti mosaicati e quali quello settentrionale presenta un’am-
pareti con intonaci dipinti e rivestimenti pia vasca con il pavimento mosaicato con
marmorei, costruiti nella media età impe- un motivo a losanghe e quadrati curvilinei.
riale romana. La parte mancante venne di-
strutta nell’800 in occasione della costru- Il ponte romano sul riu Mannu, realizzato
zione della vicina ferrovia. probabilmente agli inizi dell’età imperiale,
apparteneva alla strada che collegava Tur-
Antiquarium Turritano*. Custodisce i re- ris Libisonis con Kàrales (Cagliari) se-
perti archeologici provenienti dagli scavi guendo la costa occidentale.
di Turris Libisonis e inoltre l’interessante Il monumento, lungo 135 m, varca il fiume
Collezione comunale. Al piano terra rive- su sette arcate a sesto ribassato di gran-
ste notevole interesse l’ara marmorea di C. dezza crescente da est verso ovest, per
Cuspius Felix, dedicata alla divinità egi- consentire una graduale salita della stra-
ziana Bubastis sotto l’imperatore Tiberio, da dalla città verso la campagna, posta a
e ritrovata presso il palazzo di Re Barbaro. un livello più alto. Grazie anche al suo ot-
Nel piano superiore si segnala un mosaico timo stato di conservazione (fino alla fine
policromo* di tarda età imperiale, con due degli anni settanta era ancora aperto al
iscrizioni funerarie corredate da simboli traffico), è la più importante opera di que-
cristiani, facente parte della copertura di sto genere della Sardegna romana.
due tombe rinvenute nella zona di Balai.
Stintino*
Palazzo di Re Barbaro*. Si tratta in realtà Usciti da Porto Torres la strada si allon-
dell’area pertinente alle cosiddette Ter- tana dal mare e, seguendo l’ampia curva
me centrali, ma che ha preso il nome dal della costa del golfo dell’Asinara, punta
mitico governatore che, come vuole la verso Stintino (m 9, ab. 1197), pittoresco
tradizione, avrebbe condannato a morte i villaggio di pescatori ora frequentato cen-
tre martiri turritani. tro balneare, posto quasi sull’estremità
Subito dopo l’ingresso, presso l’Antiqua- della penisoletta che si protende verso
rium, si incontrano i resti di un’insula, un l’isola dell’Asinara. Ha due porticcioli, ben
quartiere abitativo facente probabilmen- attrezzati, uno peschereccio e uno turi-
te parte del primo impianto ortogonale stico. Fondato nel 1885 per trasferirvi gli
della colonia romana. Superata una strada abitanti dell’Asinara (v. oltre), il rinomato
lastricata in basalto (decumanus) si ac- centro di villeggiatura conserva il bel nu-
cede all’imponente edificio termale (rea- cleo originario, di strade tagliate a maglie
lizzato in due fasi distinte nel II e tra la fi- rettangolari e linde casette sempre fre-
ne del III e gli inizi del IV sec.), arrivando al sche di tinteggiature color pastello. Ha
frigidarium, che conserva due vasche a spiagge indimenticabili: basti ricordare
pianta rettangolare con decorazioni mu- quella delle Saline e soprattutto quella
sive a pelte e a motivi geometrici, e poi al della Pelosa dalle acque smeraldine, pro-
tepidarium, anch’esso mosaicato e con tetta dalla bassa isola Piana. Sia sulla pri-
parte delle volte ancora in posto. Seguono, ma spiaggia che sulla seconda si trovano
in successione, i tre ambienti dei calidaria, due torri spagnole. Nello stagno di Casa-
l’ultimo dei quali presenta ben conserva- raccio vicino all’abitato, esteso per circa 10
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10.1 Da Porto Torres a Porto Conte

ettari in una cornice di macchia mediter- dell’Asinara. Ci sono spiagge di mare lim-
ranea e palme nane, stazionano fenicotteri, pido, bellezze naturali quasi intatte, bran-
garzette, aironi e cormorani. chi di mufloni e una piccola congrega di
asinelli bianchi. L’accesso all’isola è con-
L’Asinara* tingentato e regolato: informazioni presso
L’isola dell’Asinara è, con i suoi 52 km2 di la Direzione del Parco, a Porto Torres, via
superficie distesi per quasi 18 chilometri Iosto 7, tel. 079503388.
dallo stretto di Fornelli, a pochi metri dal-
la verde spiaggia della Pelosa, sino alla Oggi Argentiera (deviazione da Palmàdula: me-
punta dello Scorno, a nord, quasi la con- no di 6 km) è un piccolo villaggio (m 42) che di-
tinuazione della penisola della Nurra con mostra con chiara evidenza il suo abbandono.
cui la Sardegna termina nella sua parte Vi fiorì, dalla metà dell’Ottocento fino agli anni
cinquanta del Novecento, un’intensa attività
nord-occidentale. mineraria legata all’estrazione di piombo ar-
Già conosciuta dai romani che la chiama- gentifero e zinco. Anche i romani conoscevano
vano “Herculis insula”, l’isola di Ercole, la zona e ne sfruttarono le risorse del sotto-
punto di riferimento per tutti i naviganti suolo. Il centro minerario, nonostante il suo
che andavano dalla Spagna verso Roma o squallore, ha tutto il fascino di un grande ‘pez-
uscivano dalle tempestose Bocche di Bo- zo’ di archeologia industriale.
nifacio, fu popolata a partire dalla fine del
medioevo da alcune famiglie di pastori Lago di Baratz
sardi e di pescatori liguri: questi addetti al- Con una breve diramazione dalla strada
le tonnare del litorale, quelli alla custodia che conduce a Porto Conte si raggiunge il
del gregge. Ogni tanto dovevano difen- lago di Baratz, unico naturale in un’isola
dersi dalle improvvise incursioni dei pirati: particolarmente ricca di bacini artificiali,
nella seconda metà del Cinquecento sulle dalle acque verdastre e un po’ limacciose
rive furono erette e fortificate torri d’av- ma circondato da una fresca oasi di albe-
vistamento e di protezione. ri ad alto fusto, rifugio di varie specie di uc-
Nel giugno del 1885 lo Stato italiano deci- celli stanziali e di passo.
se di impiantare qui una stazione di qua-
rantena marittima internazionale e una A Porto Conte e alla Grotta di Nettuno
colonia penale all’aperto. L’intera isola Si prosegue verso sud-ovest attraverso
venne interdetta ai suoi abitanti (che era- una ridente scacchiera di vigneti. Poi la
no allora circa cinquecento) ed espro- strada costeggia il mare fino ad arrivare al
priata. Con i pochi soldi degli indennizzi, monte Timidone (m 361) quasi in cima al
45 famiglie ‘deportate’ si spostarono sul- promontorio calcareo di capo Caccia*. Il
la terraferma più vicina dove fondarono il promontorio, dagli scoscesi, alti contorni
borgo di Stintino. intarsiati da aeree falesie e caverne, nido
Nel 1976 il governo decretava il vincolo e rifugio ai grifoni, chiude a U l’insenatura
paesaggistico dell’isola e il 28 novembre di Porto Conte*, il “Portus Nimpharum” di
1997 veniva istituito il Parco nazionale Tolomeo. Nella parete occidentale di capo
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10 La Nurra e il Paese di Villanova
Caccia, a strapiombo sul mare, si apre l’e- arriva al nuraghe di Palmavera, quasi af-
scala del Cabirol* (scala del capriolo), facciato sulla strada. Risultato di una lun-
con i suoi 656 gradini scavati arditamente ga serie di rifacimenti che vanno da prima
nella strapiombante parete rocciosa, che del 1000 al sec. VIII a.C., il nuraghe, re-
portano all’entrata della Grotta di Nettu- staurato e visitabile, ha una pianta carat-
no** Vi si può arrivare anche via mare con terizzata dall’aggiunta di un bastione el-
i numerosi traghetti che durante la sta- littico e di una torretta alla grande torre
gione turistica partono ogni ora dal porto che ne costituisce la parte centrale.
di Alghero. Illuminata elettricamente, la Proseguendo verso Fertilia si possono
grotta, fra le più suggestive del Mediter- raggiungere, con brevi deviazioni, la baia
raneo, può essere percorsa lungo una se- e la torre del Lazzaretto (sec. XVII) e la no-
quenza di laghetti, stretti passaggi, ampi ta spiaggia delle Bombarde.
saloni con colonnati, dove la fantasia del-
la natura ha disposto, con le concrezioni Fertilia
calcaree delle stalattiti e delle stalagmiti, Popolosa frazione (m 9) di Alghero, è una
scenari assolutamente fiabeschi. delle “città nuove” del fascismo, fondata
Quasi di fronte alla grotta è la Foradada, nel 1936 come piccolo centro urbano cui
isoletta attraversata da una parte all’altra doveva far capo il vasto intervento di bo-
da una galleria naturale a fior d’acqua. nifica ‘integrale’ (come si diceva allora)
Nella parete opposta a quella della grotta nella vicina Nurra.
di Nettuno si apre l’ingresso alla grotta All’inizio fu popolata da gruppi di famiglie
Verde, cui si accede dalla parte alta del pro- ferraresi, cui si aggiunsero, subito dopo la
montorio vicino alla torre del Bulo (sec. fine della seconda guerra mondiale, pro-
XVII); la grotta è a 80 m più sotto, nel cuo- fughi giuliani e dalmati provenienti dalle
re della roccia, quasi a livello del mare. Al terre cedute alla Iugoslavia. Intorno al nu-
suo interno sono stati trovati resti di pre- cleo originale di case nello stile del razio-
senza umana databili già al Neolitico an- nalismo, raccolto intorno alla parrocchia-
tico. Alla grotta dei Ricami si arriva invece le di S. Marco e alla torre Littoria (ora sede
solo dal mare, nella parete di capo Caccia di uffici amministrativi), si è sviluppata,
che guarda verso Alghero; l’ingresso è a 4 lungo la costa, una bordura di ville co-
m sulla superficie dell’acqua. Le nivee struite in questi ultimi anni. Dal vasto lun-
concrezioni cristalline dell’interno, limi- gomare dominato dal Leone di S. Marco,
tatamente alle parti già esplorate, sono bella veduta sull’ampio golfo di Alghero.
davvero singolari per la ricchezza e la
straordinaria varietà delle forme. Necropoli di Anghelu Ruju*
Lasciando a sinistra il ponte romano di Fer-
Nuraghe di Palmavera tilia, si segue la cosiddetta strada dei due
Sulla statale 127 bis per Fertilia, costeg- mari per Porto Torres. La necropoli, at-
giando la baia di Porto Conte (punteggia- tualmente piuttosto trascurata, si trova sul
ta di resti di ville romane minacciate da co- bordo a sinistra della strada, subito dopo la
struzioni non sempre molto ponderate) deviazione per l’aeroporto di Alghero-Fer-
con acque d’incredibile trasparenza, si tilia. È un complesso preistorico a domus de
janas fra i più importanti
della Sardegna. Scoperto
nel 1905, è composto da 36
tombe ipogeiche che rical-
cano la tipologia architet-
tonica delle abitazioni: il ve-
stibolo è in qualche caso
preceduto dal dròmos,
mentre i vani laterali con-
tornano quello principale.
Qualche chilometro più avanti,
sempre sulla «strada dei due
mari», sulla destra si trovano gli
ingressi ai vigneti Sella e Mosca
(tenuta I Piani). Nel 1902 i fra-
telli Sella, biellesi, con il co-
gnato Mosca impiantarono, su
540 ettari di terreno incolto ac-
quistato dal comune di Alghe-

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10.1 Da Porto Conte ad Alghero
di Santa Maria La Palma, a 7
km da Fertilia sulla statale 291
che conduce a Sassari.

Verso Alghero
Si raggiunge Alghero co-
steggiando la lunga spiag-
gia di S. Giovanni, lo stu-
pendo ‘lido’ che dalla città
giunge fino a Fertilia. È una
delle spiagge più lunghe e
più larghe della costa sar-
da. Ha sabbie profonde e fi-
nissime dove allignano, a
pochi metri dal mare, pian-
te di ginepri dalle grandi
ro, un’azienda vinicola che ancora oggi è la più contorte radici. Tra duna e duna fiorisco-
importante in Sardegna: vi si producono eccel- no i bellissimi gigli della sabbia («Pancra-
lenti vini bianchi, rosati e rossi liquorosi, che ven-
gono esportati ovunque. Tutto il territorio, del re- tium illyricum»), specie endemica della
sto, ha una chiara vocazione vinicola come di- Sardegna, della Corsica e della Capraia.
mostrano altre aziende, quali la Cantina sociale Non coglieteli: sono protetti.

10.2 Alghero
Itinerario pedonale tra i monumenti del centro storico (pianta a pag. 150)

Sebbene insista su un territorio dalla mil- dialetto arcaico del catalano. Ma nell’800
lenaria vocazione abitativa, di Alghero* la città è troppo cresciuta: così, negli ulti-
(m 7, ab. 40 594), sorvolando sulla paren- mi decenni del secolo, si abbattono le mu-
tesi romana, si può cominciare a parlare ra che separavano Alghero da terra. È un
soltanto dopo la conquista catalano-ara- paradosso, ma è solo a partire dal princi-
gonese (1323) della Sardegna. Occupate pio della sua alterazione che si può parla-
Cagliari e Sassari, ai catalani occorreva re di interesse degli algheresi verso il loro
un comodo approdo sul nord-ovest dell’i- centro storico, offeso da un bombarda-
sola. Alghero era una piccola fortezza por- mento alleato il 17 maggio 1943, e dagli
tuale che la famiglia Doria aveva edificato scempi di un’edilizia scriteriata. Il più im-
nella prima metà del XII secolo. Così, nel portante valore documentale di Alghero è
1354 il re Pietro il Cerimonioso avanzò racchiuso nella mediterranea e catalana
con un’imponente spedizione catalano- città vecchia. Ed è seguendo la via delle
aragonese. Pochi mesi dopo, la roccaforte muraglie che ne racchiudevano il perime-
veniva interamente ripopolata da gente tro che ci si può immergere dentro la sto-
proveniente dai domini iberici. ria di Alghero; andando per torri i cui spa-
Durante gli anni, seguendo le esigenze mi- zi interni sono spesso adibiti a sale per
litari, vennero abbattute le innumerevoli esposizioni, e cercando le tracce delle mu-
piccole torri genovesi, rinforzate e am- raglie che le legavano. Muraglie abbattute
pliate le mura, innalzate torri più alte e o inghiottite dentro casermoni da parte di
grandi. Ma Alghero, che nel 1501 era stata terra, ma ancora vive dalla parte del mare.
elevata al rango di città e godette sempre
dei privilegi che i catalani garantivano al- Torre del Portal o di Porta a Terra (C2).
le colonie d’oltremare, trovò i suoi mag- Fra le sette torri ancora esistenti nel tes-
giori nemici nella scoperta dell’America e suto urbano è la più centrale (sec. XVI). Al-
nelle pestilenze. Nel ’500 si riaprirono le ta e imponente, ancora nell’800 segnava il
porte ai forestieri, palazzi e chiese creb- limite tra città e campagna, e dai suoi por-
bero su se stessi, per non oltrepassare le tali, aperti dall’alba al tramonto, era con-
mura della fortezza. Nel 1720 la Sardegna sentito l’unico accesso dalla parte di ter-
era passata ai Savoia, ma Alghero non ave- ra. Adesso, a murare il portale, vi è il mo-
va perduto la sua catalanità; tanto che, numento ai caduti.
nel 1850, a uso degli algheresi, venne stam-
pato un catechismo in lingua catalana. Torre de Sant Joan o di S. Giovanni (C2).
Ancora oggi molti degli abitanti parlano un Sul vicino largo San Francesco, si erge
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quest’altra torre circolare dirimpetto al- ti dei vecchi palazzi catalani sulla destra.
l’antico Collegio dei gesuiti, anch’essa ri- È l’unica a pianta ottagonale e consentiva
salente al ’500. Le è stato scavato intorno una discesa coperta sul livello del mare; in
una sorta di moderno anfiteatro. tempi non lontani fu utilizzata come cani-
le, e per molta gente è ancora la “Torre
Torre de l’Esperó reial* o dello Sperone dels Cutxus” (dei cani).
(D2). Proseguendo verso il mare si arriva
alla piazza Sulis, davanti alla torre altri- Torre de la Polvorera (B1). Proseguendo
menti nota come torre di Sulis*. Anch’es- ancora verso il mare si cammina sui ba-
sa a pianta circolare, è certamente la più stioni Marco Polo, il primo tratto ancora vi-
ricca di storia e di storie. L’imperatore sibile dell’antica muraglia catalana. Dopo
Carlo V, nel 1541, vedendola non ancora ul- qualche minuto si è sulla punta estrema e
timata, diede alcuni preziosi consigli per più alta della penisoletta rocciosa su cui
la sua costruzione; dal 1800 al 1821 vi fu in- venne edificata la roccaforte. A guardia
carcerato il patriota sardo Vincenzo Sulis. della città e a riferimento dei marinai vi è
la torretta su cui stava una lanterna, e die-
Torre de Sant Jaume o di S. Giacomo tro è la torre polveriera (XVIII sec.), alle cui
(C1). Vi si arriva godendo del mare sulla si- spalle si erge l’enorme edificio che fu ospe-
nistra e della vista dei campanili e dei tet- dale, poi scuola e ora è un rudere cadente.

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10.2 Il centro storico di Alghero

I bastioni. Si prosegue con il mare giù sul- Cattedrale di S. Maria (B1). Divenuta se-
la sinistra, inquietante se visto attraverso de vescovile nel 1503, Alghero volle una
le feritoie nella muraglia. Dopo una sosta cattedrale degna di una città regia e dal se-
sulla torre de Castilla (XVI sec., B1), un ma- condo quarto del XVI secolo diede l’avvio
gnifico belvedere, lungo i bastioni Magel- alla grandiosa fabbrica che avrebbe do-
lano si arriva alla scalinata che dà sul por- vuto emulare le architetture religiose ca-
to, da cui si comincia a intuire la grande talane. Di stile gotico catalano sono, infatti,
muraglia su cui si è passeggiato. Più avan- la zona absidale e l’alto campanile pri-
ti, a destra vi è il forte della Maddalena (B2, smatico cuspidato, alla cui base si apre la
riattato ai primi del ’700), con la relativa bella porta secondaria (porta petita). Cam-
torre intitolata a Giuseppe Garibaldi. biato il gusto, la chiesa procedeva, se-
condo schemi rinascimentali, nelle tre na-
Adesso il perimetro militare in cui è racchiusa vate con ampio transetto e cupola otta-
la storia della “piccola Barcellona” è concluso; gona alla crociera. Nel 1594 i lavori erano
prima di voltare pagina, però, a chi non ha la conclusi. Importanti testimonianze d’età
possibilità di vedere la città da una barca al lar- sabauda sono l’altare maggiore tardoba-
go del porto, si consiglia vivamente di prose- rocco in marmi policromi del 1727 e nel
guire la passeggiata fino alla lanterna sul Molo
nuovo. È un lungo tratto, ma è come cammina-
braccio sinistro del transetto il neoclassico
re in mare aperto stando a pelo d’acqua, e monumento funebre a Maurizio di Savoia,
quando finalmente si è all’estremità e si guarda morto in città nel 1799. Nel 1862 alla fac-
indietro, l’idea del ritorno al passato è chiaris- ciata manieristica fu addossato un pro-
sima: le enormi muraglie, che dalla parte del ma- nao tetrastilo su alto stilobate con scali-
re sono ancora integre, restituiscono viva l’im- nata centrale.
magine di una città del periodo medievale. Adiacente alla Cattedrale è il Museo dio-
cesiano d’Arte sacra, che raccoglie il teso-
Pláia Cívica. Si rientra in città attraverso ro del duomo e qualche pezzo notevole di
Porto Salve, o Porta a Mare (B1), il vero e alcune chiese cittadine. È aperto tutto
solo ingresso all’anima forte di Alghero, l’anno: tutti i giorni d’estate e nei mesi in-
quella marinara. Si accede alla piazza me- vernali il sabato e la domenica.
dievale della città, la Pláia Cívica (B1-2), cui
è stato restituito l’antico selciato di la- Pláia del Bisbe. Sulla piazza del vescovo,
stre e ciottoli. Da una delle finestre gotiche o “del teatre”, si affaccia il Teatro civico dal
dell’imperioso palau Albis (già De Ferrera), bel prospetto neoclassico, edificato nel
interessante esempio di architettura ci- 1862 da Francesco Poggi. Uno dei pochi
vile del XVI sec., nel 1541 Carlo V salutò la teatri lignei conservati pressoché inte-
folla poco prima di salpare verso la cam- gralmente, dopo un lungo restauro è sta-
pagna d’Africa. In questa piazza erano an- to riaperto al pubblico. Sulla piazza si af-
che gli ingressi al palazzo della Dogana e facciano anche il settecentesco Palazzo ve-
al Palazzo comunale, al cui piano terra è scovile e la cosiddetta casa Doria* (C1), o
ospitato attualmente il Circolo dei Marinai. palau Machin, dal nome di un vescovo al-
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gherese che l’abitò. Il palazzetto, databile
alla metà del XVI secolo, è uno splendido
esempio di architettura gotico-catalana.
Notevoli le elaborate finestre architravate
a cortina con cornici a bilancia e il porta-
le dagli influssi rinascimentali.
Alla fine della strada vi è la chiesa della Mi-
sericordia (C1), dove imprescindibile è il Cri-
sto ligneo (dei primi anni del ’600), notevole
scultura dalle braccia snodabili, che ogni
anno durante gli affascinanti riti spagnole-
schi della Settimana Santa i ‘baroni’ de-
pongono dalla croce in mezzo alla folla.

Chiesa di S. Miquel* o S. Michele (C1-2).


Grande esempio (seconda metà del XVII
sec.) della cultura gesuitica in Sardegna, im-
pulso culturale che ancora si intuisce sia al-
l’esterno sia all’interno della chiesa. All’e-
sterno, malgrado la colorazione risalga
agli anni ’60 del XX secolo, la bella cupola la-
stricata di maiolica valenciana; all’interno
Battesimo di Cristo, un ispirato Crocifisso costruzione trasformò l’aula originaria in
settecentesco, e soprattutto il coro ligneo. un impianto a tre navate. Restaurata negli
anni scorsi, oggi ospita nel bel chiostro
Chiesa di S. Francesc* o S. Francesco quattrocentesco importanti manifesta-
(C1-2). Tappa obbligata in ogni percorso zioni musicali.
turistico della città, fu costruita alla fine D’interesse sono l’altare maggiore tardo-
del XV secolo secondo il gusto gotico ca- barocco in marmi policromi (1773) e la
talano, come mostrano il presbiterio, al- scultura lignea settecentesca del Cristo
cune cappelle e il campanile poligonale gu- alla colonna, proveniente dalla scompar-
gliato, salvatisi dal crollo del 1593. La ri- sa chiesa di S. Croce.

Il corallo di Alghero

Il 24 giugno 1355, pochi mesi dopo averla conquistata, re Pietro IV d’Aragona assegnava
ad Alghero lo stemma della città: in alto le quattro barre d’Aragona, in basso «onde
del mare con un ramo di corallo che si erge in mezzo dalle onde verso su». Era la con-
sacrazione di Alghero come centro di riferimento per la pesca del corallo nei mari sar-
di: nel 1384 un altro editto reale imponeva a tutte le barche coralline che pescavano
dal Capo di Napoli sino all’Asinara di fare scalo ad Alghero. Sappiamo che in quel pe-
riodo si pescava da aprile a settembre e che in due mesi una barca poteva tirar su an-
che tre quintali di prodotto.
La pesca del corallo, come si sa, è stata per secoli
una delle più distruttive: perché il cosiddetto “in-
gegno”, il grande trave che la barca trascina sul
fondo del mare in modo che i rami di corallo re-
stino impigliati nella rete in cui è avvolto, lascia
dietro di sé rami spezzati e piante divelte. In que-
sti ultimi anni da una parte la pesca si è specia-
lizzata, impiegando addetti subacquei che, sem-
bra, provochino danni minori ai fondali, e dall’altra
il corallo è stato protetto.
Un tempo gran parte del prodotto finiva a Torre
del Greco. Oggi lo si lavora, e bene, anche ad Al-
ghero: così la città è tornata ad essere una piccola
capitale del corallo, che splende (come si vede nel-
la foto) nelle vetrine di cento gioiellerie.

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10.3 Il Paese di Villanova e Bosa
Itinerario circolare a sud di Alghero, da dove parte e ritorna, dopo km 120
(carta a pag, 145)

Il percorso consente di conoscere uno Cagliari e di Sassari. Oggi Villanova Mon-


scorcio del paesaggio interno della Sar- teleone è uno dei centri più importanti in
degna, senza peraltro allontanarsi troppo Sardegna per l’allevamento degli ovini e
dalle zone costiere. Interessa la parte sud- soprattutto dei cavalli da competizione. Da
occidentale del Logudoro e del Meilogu. visitare la cinquecentesca parrocchiale di
Corre lungo strade tortuose ma dal fondo S. Leonardo da Limoges, in parte alterata
abbastanza buono, che per il primo trat- dalla ristrutturazione del 1789.
to (statale 292) salgono verso le alture del
Villanovese (o Paese di Villanova) per Anche la chiesa della Madonna di Interrìos, a
scendere poi, seguendo a distanza il cor- qualche chilometro dal centro abitato, con il
so del Temo, verso l’attraente cittadina di suo vasto parco alberato, può essere meta di
Bosa che il fiume attraversa nel suo trat- una gita. Proseguendo sulla statale 292 per Bo-
to finale. Si incontrano paesi lindi e ani- sa si incontra il lago artificiale del Temo e si la-
sciano sulla sinistra il minuscolo borgo di Mon-
mati, con una certa memoria storica: Vil- teleone Rocca Doria (m 368, ab. 135) e il picco-
lanova Monteleone (25 km), Pàdria (27 lo centro agricolo di Mara (m 257, ab. 858). A un
km), Suni (21 km), Bosa (10 km), per fare paio di chilometri dal paese è consigliabile de-
poi ritorno ad Alghero (37 km). viare per i resti (due torri e due cisterne) del ca-
stello di Bonu Ighinu, rocca medievale dei Doria.
Scala Piccada* Più a monte, la chiesa di Nostra Signora di Bonu
La statale 292 per Villanova sale dal mare Ighinu dalla straordinaria facciata lavorata co-
quasi improvvisamente, arrampicandosi me un retablo ligneo.
tortuosa per i tornanti di Scala Piccada
(strada scavata col piccone); dalla canto- Pàdria
niera omonima (m 355) lo sguardo spazia Ai confini con il Meilogu sud-occidentale,
su Alghero, sul golfo e sulla possente sa- fu un importante centro cartaginese, chia-
goma di capo Caccia. È uno degli spetta- mato poi dai romani Gurulis Vetus. Ri-
coli naturali più belli della Sardegna: si mangono ancora parti di necropoli ed esi-
ha la sensazione di trovarsi in un sito ben ste un Museo civico archeologico dove si
più alto anche perché i venti dominanti di conservano olle, anfore ed embrici di epo-
ponente e maestrale vengono su fragran- ca punica e romana. Nel medioevo Pàdria
ti e salmastri dal mare aperto. Poi la stra- (m 304, ab. 874) appartenne al giudicato
da prosegue tra formazioni rocciose, bo- del Logudoro; passò poi ai Doria e suc-
schi di roveri e singolari cespugli di palma cessivamente ai ‘giudici’ d’Arborèa.
nana, uno dei tanti endemismi vegetali
presenti ancora nell’isola. La discesa su Bosa
A un paio di chilometri da Villanova Mon- La statale 292 digrada dolcemente verso la
teleone si trova sulla sinistra, proprio al costa, entra in provincia di Nùoro, scorre
margine della carreggiata, la fontana del Pa- in vista del nuraghe Nuraddèo e raggiunge,
radiso, così detta per le acque fresche e dopo una ventina di chilometri, Suni (m
leggermente dolci, alle quali la tradizione 340, ab. 1286), piccolo centro della Pla-
attribuiva sicure proprietà magiche contro nargia che vive di agricoltura e pastorizia.
la tristezza e la sfortuna. Più in basso, sul mare, è l’elegante citta-
dina di Bosa tagliata in due dal fiume Te-
Villanova Monteleone mo, navigabile, a monte, per un lungo trat-
È un antico centro di allevatori (m 567, ab. to e gonfio, fino a dilagare sui marciapiedi
2623) che vive agiatamente di pastorizia, e nei quartieri bassi, nei giorni di burrasca.
di allevamento e di attività artigianali co-
me la tessitura dei tappeti, degli arazzi e
delle coperte di lana ruvida (fressadas). Il Bosa*
paese fu costruito dai profughi della vici- La cittadina (m 2, ab. 7813; pianta a pag.
na Monteleone Rocca Doria che nel 1436 155), che si stende in una bella conca sul-
fuggivano dall’assedio degli eserciti di la destra del Temo, ha origini antiche, che
Sassari, Alghero e Bosa. Nella zona di Cal- alcuni studiosi datano già al sec. IX a.C. Dal
via furono trovate 38 monete d’oro puni- Mille, divenuta feudo dei Malaspina, po-
che che sono conservate ora nei musei di tentemente fortificata, seguì le vicende
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storiche della regione conoscendo anche realizzato con conci di trachite rossa. Due
una notevole prosperità in grazia di una successivi ampliamenti portarono il com-
posizione strategica che la faceva consi- plesso a raggiungere un perimetro di 300
derare «la chiave di tutta l’isola». Dal 1528 m intervallato da sette torri poligonali e
decadde, anche in seguito all’ostruzione quadrate, racchiudendo una superficie di
della foce del Temo; furono i Savoia a pro- oltre un ettaro. Altre importanti modifiche,
pugnarne il rilancio, favorendo la pesca del come per esempio i tre spalti terrapiena-
corallo, anche se il vero risveglio econo- ti per la postazione di armi da fuoco, fu-
mico si ebbe nell’Ottocento con l’incre- rono decise a partire dal 1468.
mento delle attività artigianali (pelli e me- All’interno della cinta, nella piazza d’armi
talli preziosi in particolare). fu costruita nel XIV sec. la chiesa di Nostra
L’edilizia del borgo medievale si è venuta Signora di Regnos Altos (festa la seconda
adattando alla singolare conformazione domenica di settembre), restaurata, al cui
a tronco di cono del colle di Serravalle, sul interno nel 1972 si rinvenne un notevole ci-
quale la città si è addossata per cercare la clo affrescato*, riferito ad ambiente italo-
protezione del castello: il quartiere di ori- provenzale e datato agli anni tra il 1350 e
gine tardomedievale di Sa Costa, che con- il 1370. Il ciclo è articolato sulle tre pareti
serva varie stratificazioni edilizie, man- principali del corpo di fabbrica primitivo
tiene ancora oggi una suggestione storica (quindi non nel presbiterio e nell’abside,
notevole, con i singolari viottoli che se- aggiunti successivamente), su due regi-
guono le curve altimetriche del colle, con stri divisi da una cornice marcapiano a
le scalinate che interrompono asimmetri- mensole; tra i numerosi santi raffigurati,
camente il percorso orizzontale, con le Martino, Giorgio, Costantino con la madre
strutture urbanistiche arcaiche e sor- Elena, Cristoforo, Ludovico da Tolosa, Lo-
prendenti. In situazione di grave degrado, renzo, Lucia, Marta, Giacomo Maggiore.
è attualmente quasi spopolato.
Il Carmine (B2). Sui ruderi della chiesa di
Castello di Serravalle** o dei Malaspina Nostra Signora del Soccorso, fu edificato
(B3). L’imponente complesso fu costruito nel 1779 il convento dei Carmelitani (che
in varie fasi, a partire dal secondo decen- oggi ospita il municipio) e l’annessa chie-
nio del XII sec., allorché vennero realizza- sa del Carmine, consacrata nel 1810: a uni-
te, per iniziativa dei Malaspina, alcune ca navata con quattro cappelle per lato, si
delle torri del mastio, con uno schema si- presenta semplicissima, con una sola con-
mile a quello del castello di S. Michele di cessione al gusto isolano, riconoscibile
Cagliari. La grande torre, attribuita a Gio- nel raffinato gioco cromatico delle mem-
vanni Càpula, è costruita in tufo trachitico brature in trachite rossa. La chiesa pre-
di color rosa chiaro; alla base il bugnato è senta un campanile e tre cupole disposte

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asimmetricamente, oltre che sul presbi- Cattedrale dell’Immacolata (B-C3). Fian-
terio, su due cappelle laterali. All’interno cheggiante il corso, venne rifatta nell’Ot-
degna di nota è la bellissima bussola del tocento, per opera di Salvatore Are, dopo
più puro barocchetto piemontese. che già nel xv sec. s’era intervenuti sulla
originaria struttura (XII secolo).
Più a nord, presso il cimitero, è la chiesa di S. La facciata, divisa in due ordini da una
Giovanni (A2), con facciata a capanna del XIV robusta cornice, è caratterizzata dal mo-
sec., portale ad arco acuto modanato e rosone. vimentato ed elegante cappello sul portale
L’interno a navata unica ha copertura lignea.
d’ingresso. L’interno consiste in un’aula
Sul pendio collinare a sud-est del Carmine,
esercita richiamo l’antico quartiere Sa Costa spaziosa tutta sviluppata longitudinal-
(B2-3), con stradine acciottolate collegate fra lo- mente. Sul coro profondo insiste la cupo-
ro da scalinate in trachite; caratteristica la ti- la ottagona, decorata nel 1877 con una
pologia edilizia, seppure povera e degradata. scena del Paradiso dantesco da Emilio
Scherer, del quale sono pure gli affreschi
Corso Vittorio Emanuele* (B-C2-3). Raf- sul catino dell’abside (S. Emilio, S. Priamo,
finato spazio urbano, attraversa il quar- la Madonna con sullo sfondo una veduta
tiere Sa Piatta, con case elevate in altez- della città ottocentesca) e quelli sui lati del
za, di fisionomia formatasi nel ’700. presbiterio.
Il corso è fiancheggiato da case sette-ot- Interessanti anche il coro ligneo e i mobi-
tocentesche (tra le quali si segnala, sulla li della sagrestia, riferiti al 1803. Sulla tri-
piazza Costituzione, il palazzo Don Carlos; buna si segnala l’organo della fabbrica
si vedano inoltre casa Scarpa e casa Uras, spagnola De Orqueña, inaugurato nel 1810
quest’ultima recentemente restaurata), e più volte restaurato.
con i graziosi balconcini decorati in fer- Nel Tesoro (sagrestia maggiore) sono con-
ro battuto, e più volte interrotto ai lati da servati alcuni notevoli pezzi di argenteria,
archi che danno accesso alle viuzze adia- tra i quali un prezioso reliquiario cinque-
centi pavimentate in basalto e ciottoli. centesco di scuola cagliaritana, forse por-
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tato a Bosa in occasione dell’episcopato decennio del XIII sec., comprende il pro-
del vescovo cagliaritano Antonio Cavaro. spetto e parte della fiancata nord-occi-
dentale, elementi decisamente orientati
Sas Conzas* (C2). Sulla sponda sinistra del verso le forme gotiche francesi, importa-
fiume si trova il pittoresco quartiere arti- te dai Cistercensi.
gianale con i grandi fabbricati che si af- La facciata, attribuita ad Anselmo da Co-
facciano sul Temo, destinati dal Sette- mo, costruttore del S. Pietro di Zuri, è
cento alla concia delle pelli, vero e proprio conclusa da un’edicoletta con colonnine
relitto di archeologia industriale. Il com- sulla cuspide; spiccano nel prospetto i
plesso, in attività ancora nell’immediato tre rosoni quadrilobati, molto rimaneg-
secondo dopoguerra, è stato classificato giati, e i tre archi a sesto acuto con i sim-
nel 1989 come monumento nazionale e boli dei quattro evangelisti. Sull’architra-
sottoposto a tutela. Si tratta di un insieme ve in calcare sono raffigurate le arcaiche
di edifici per complessivi circa 4000 m2 di figure di S. Pietro e S. Paolo, della Madon-
na col Bambino e di S. Co-
stantino imperatore.
Nell’abside sono murate
iscrizioni pagane, prove-
nienti dalla vicina necro-
poli romana, e medievali
di grande interesse storico.
L’interno è a tre navate con
tetto centrale a capriate.

La strada costiera
Bosa-Alghero*
Lungo la litoranea, gli alti
contrafforti sulla destra
impediscono allo sguardo
di arrivare ai centri e alle
campagne conosciuti nel-
l’ultima parte del viaggio.
L’interesse è tutto attratto
dal mare più sotto, verde
scuro. Nell’aria, altissimi,
superficie coperta, con un volume di cir- i grifoni, altro suggestivo endemismo ani-
ca 27 000 m3, attualmente in condizioni di male della Sardegna, che nidificano fra
grave degrado, che però caratterizzano queste scogliere e in quelle di capo Caccia
fortemente l’aspetto della riva sinistra del e punta Cristallo appena più a nord. La roc-
fiume con la loro architettura modulare e cia sulla destra, dove la strada è stata ri-
ripetitiva a timpani affiancati. cavata faticosamente, incombe maesto-
sa con ciuffi di vegetazione. Verso Alghe-
S. Pietro* (C3, f.p.). La costruzione del- ro questo paesaggio solitario si addolcisce
l’antica cattedrale della diocesi di Bosa fu in insolite spiagge dalla sabbia rosso-az-
avviata tra il 1062 ed il 1073; un’iscrizione zurrina come nell’ampio semicerchio del-
all’interno, sulla pila dell’acquasanta, ri- la Speranza, a 8 km dal centro ‘catalano’.
corda anche il nome del vescovo che fece Dopo un breve pianoro verdeggiante di oli-
edificare la chiesa, Costantino de Castra. veti il territorio diventa di nuovo scabro,
L’edificio è il risultato di un lungo proces- con rilievi collinari e profonde insenature
so svoltosi in almeno tre diversi momen- nella costa dai nomi cupi o augurali: la
ti: al 1062-73 risale il corpo centrale, di gu- Cala de l’Omma molt (dell’Uomo morto),
sto romanico-lombardo; nel secondo de- per esempio, oppure Calabona. A qual-
cennio del XII sec. vennero eretti l’abside, che chilometro da Alghero la costa è di
con le due campate contigue, e il robusto nuovo alta e deserta, e le onde, se tira il
campanile; la terza fase, riferita all’ultimo vento, bianche a merlettare gli scogli.

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11 L’Anglona e il Logudoro

Profilo dell’area
L’Anglona e il Logudoro sono nell’insieme come un corridoio
che dalla costa settentrionale conduce verso il cuore dell’isola,
così che la loro civiltà fonde gli influssi che sono di volta in vol-
ta venuti dal mare con le manifestazioni più tipicamente lo-
cali. Sono d’altra parte terre che per il clima dolce, la fertilità
dei terreni e la moderata disponibilità di acqua (il Coghìnas, il primo tratto del Tirso) han-
no sempre reso relativamente facili le condizioni di vita. Dominano ovunque le colline,
arrotondate dagli agenti atmosferici e dal lavoro degli agricoltori; soltanto all’interno, nei
monti di Alà (Pattada è il paese più alto della provincia di Sassari), in quelli del Gocèa-
no e del Màrghine si levano piccole catene che vanno oltre i 1000 metri.
La fascia affacciata sul mare – che è poi quello del golfo dell’Asinara – è anche più ric-
ca di tratti pianeggianti ed è rimasta fedele all’agricoltura. Una strada costiera ha favorito
lo sviluppo del turismo balneare: i punti di maggiore attrazione sono la rocca di Ca-
stelsardo e le grandi spiagge che si stendono a oriente e a occidente.
Da qui è facile dirigersi verso l’interno. Col-
pisce, se lo si fa nel tempo delle vacanze esti-
ve, il passaggio rapido dalla congestione dei
villaggi della costa a zone di solitudine e si-
lenzio, dove i terreni coltivati si riducono
per lasciare spazio ai pascoli, alternati a
qualche zona di macchia e bosco.
Le campagne sono disabitate, la popola-
zione si concentra nei villaggi, ben distanti
uno dall’altro, la maggior parte tra i 1000 e
i 3000 abitanti, ideali per la conservazione
dello spirito comunitario che è parte così
importante della loro natura. Il relativo
benessere che li ha raggiunti, il naturale at-
taccamento alle eredità del passato e in-
sieme l’idea di poter attirare i flussi turistici
della costa li inducono a rinnovare le tra-
dizioni, mantenere le feste, mettere in luce
monumenti sovente di qualità.
Campeggia così, al centro del territorio, il
grande nuraghe di Santu Antine, accom-
pagnato nel vicino paese di Torralba da un piccolo ma attivissimo museo; sulla collina
vicina si leva la chiesa romanica di San Pietro di Sorres, e altre, una più suggestiva del-
l’altra, si allineano da Sassari a Ozieri. Tra le feste tradizionali cui si può assistere rimane
l’imbarazzo della scelta: a Nulvi e a Ploaghe, a Ozieri, Òsilo, Bono ecc. Altre suggestio-
ni vengono dalla gastronomia, che offre una larga varietà di formaggi – a Thiesi, Nulvi
e Pèrfugas soprattutto – e i vini robusti che servono per accompagnare gli arrosti e al-
tri piatti della tradizione. Ancora una volta il soggiorno avrà buona riuscita se alternerà
i passatempi del mare con frequenti “puntate” verso l’interno.

11.1 Da Sassari a Castelsardo


Itinerario circolare da e per Sassari, litoraneo e poi collinare, km 85 (carta a pag. 158)

Una corsa veloce da Sassari al ‘suo’ mare, Tergu, con la sua bella chiesa, e si continua
Platamona, poi una passeggiata lungo l’ar- verso l’interno, in direzione di Nulvi; dopo
co del golfo dell’Asinara sino al centro più 7.5 km una strada sulla destra conduce in
caratteristico, Castelsardo. Da questa zo- 14 km, attraverso una zona alta e movi-
na sempre molto frequentata, soprattutto mentata di colline a macchia con qualche
nella buona stagione, si va da lu Bagnu a residuo di bosco, alla fertile vallata del
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fiume Silis, coltivata a orti e frutteti; da qui
una salita a tornanti porta a Sènnori, che
fa ormai tutt’uno con la vicina Sorso; infi-
ne rientro a Sassari attraverso una diste-
sa ondulata di oliveti.

Da Sassari a Platamona
Si esce dalla città lungo via Pascoli, e po-
co dopo si prende a sinistra la provincia-
le detta di Buddi Buddi, che in leggera di-
scesa conduce al litorale attraverso una
zona di oliveti e frutteti punteggiati di abi-
tazioni. Si rivela, qui, l’antica vocazione
agricola della città, quasi un verde ba-
stione che la lambisce da nord.
A 9 km, verso la fine della discesa che of-
fre per prima la vista del mare, una svolta
a gomito sulla destra, senza segnali, con-
duce, dopo un centinaio di metri, alla chie-
sa di S. Michele di Plaiano*, romanica, tut-
ta in blocchi calcarei, una delle più antiche
del Capo di Sopra. Esisteva già nel 1082,
158
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11.1 Da Sassari a Castelsardo
poi divenne sede centrale dei Vallombro- Castelsardo*
sani di Sardegna, ma in seguito conobbe Fondato forse nel 1102 dai Doria, il borgo
secoli di abbandono; di recente è stata fortificato (m 114, ab. 5314), quasi im-
restaurata, ma ora è nuovamente chiusa. prendibile per la sua posizione, fu poi usa-
La facciata è armoniosa, segnata da tre to a lungo dai dominatori di turno per il
grandi arcate che racchiudono nella par- controllo di quel tratto di costa e del re-
te alta altrettante formelle intarsiate. troterra. Importante quindi dal punto di vi-
Ripresa la strada, un breve percorso con- sta militare, poté godere a periodi di forme
duce alla litoranea Porto Torres-Castel- di autonomia comunale; l’economia, fon-
sardo, che a sinistra, attraverso una zona data tradizionalmente su pesca e agricol-
rimboschita a pineta e densa di insedia- tura, poggia oggi sul turismo, che ha de-
menti balneari, porta al primitivo nucleo terminato la creazione di molteplici strut-
di Platamona (m 7): fu creato a partire dal ture ricettive, e sulla rivalutazione del-
1951 per iniziativa di un intraprendente l’artigianato locale.
sindaco sassarese che voleva dare alla Lasciata la parte bassa dell’abitato, Pia-
città un suo sbocco al mare alternativo a nedda, si sale sulla rocca per raggiungere
quelli tradizionali di Alghero e Porto Tor- la più antica, Casteddu; questa si visita –
res. Sulla sinistra si allunga uno stagno a piedi – per stradette scoscese sulle qua-
costiero di una novantina d’ettari, che ha li si affacciano alcuni pregevoli edifici.
intorno begli esemplari di ginepro e ospi- Precise indicazioni conducono al pano-
ta folaghe, germani reali e altri volatili. ramico Castello medievale che ospita il
Museo dell’intreccio mediterraneo, sem-
Da Platamona a Castelsardo pre aperto con orario ampio, amplissimo
Da Platamona la litoranea verso Castel- nella buona stagione. Vi sono esposti
sardo corre rettilinea tra i pini; i villaggi tu- esempi di cestini realizzati con accurata la-
ristici si fanno meno fitti; sulla sinistra di vorazione a mano in questo centro e al-
tanto in tanto un breve tratto d’asfalto trove; e poi altri esempi di intreccio: nas-
conduce a un parcheggio al bordo della se per la pesca, borse, e persino un’im-
spiaggia. Ci si immette sulla statale 200 e barcazione in materiale palustre – il “fas-
quando la costa si fa alta e rocciosa, si en- soni” – ancora in uso nell’Oristanese. I
tra in un percorso a curve che offre pia- giovani della cooperativa che gestisce la
cevoli scorci del litorale. Si giunge al di- struttura possono dare indicazioni sulle
sordinato insediamento balneare di lu Ba- tecniche e sui materiali impiegati, utili
gnu e infine, dopo una salita e una curva,
si ha di fronte l’abitato di Castelsardo, av-
volto al suo monte sporto sul mare.

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11 L’Anglona e il Logudoro
prima di accostarsi ad acquistare nei nu- cleo centrale e le altre abitazioni sparse
merosi negozi d’artigianato o dalle donne nella campagna circostante. Le occupa-
che sulla porta di casa confezionano e zioni principali sono l’agricoltura e l’alle-
vendono i loro cestini. Scendendo dal Ca- vamento; ultimamente sono state avviate
stello nel caratteristico centro storico si ar- alcune iniziative agrituristiche, e i cestini
riva, passando dalla Casa comunale con che vi si intrecciano non sono inferiori a
porticato gotico, all’originale chiesa di S. quelli di Castelsardo.
Maria, senza facciata, dove è conservato Continuando lungo il rettilineo centrale si
lu Criltu Nieddu* (il Cristo Nero), uno dei giunge alla bella chiesa romanica nota co-
più antichi in Sardegna. Da qui ha inizio e me Nostra Signora di Tergu*. Il tempio,
qui si conclude, il Lunedì Santo, la più im- con intorno i resti dell’antico monastero
portante manifestazione tradizionale lo- benedettino che gli era unito, risale al XIII
cale: è la processione del Lunissanti*, che sec. ed è di stile romanico pisano. Ben te-
al mattino raggiunge Tergu e a sera inol- nuta e utilizzata come parrocchiale, ha
trata si svolge tra le vie del borgo illumi- sul fianco un tozzo campanile quadrato.
nate soltanto da fiaccole: a sfilare sono i Leggiadra la facciata: realizzata alternan-
membri della confraternita di S. Croce di- do armonicamente blocchi di trachite ros-
visi in tre cori di quattro voci ciascuno. sa e di calcare chiaro, è segnata da una se-
Ancora più in basso, affacciata sul mare rie di arcate, un rosone a quattro lobi e pre-
col suo campanile aragonese, è la catte- gevoli formelle intarsiate.

Sènnori e Sorso
All’arrivo la strada immette nella parte
alta di Sènnori (m 277, ab. 7390), colloca-
ta ad anfiteatro a ridosso di alcuni rilievi
calcarei e vicinissima a Sorso (m 136, ab.
14 126), distesa sul declivio che confina
con la piana costiera.
Curioso il rapporto tra queste due grosse
borgate, divise da profonde diversità e
un tempo da reciproca avversione; ora
che lo sviluppo edilizio le sta unendo,
vanno a integrarsi a vicenda: mentre Sèn-
nori, che parla logudorese, ha la vocazio-
ne del commercio ed è più legata alle tra-
dizioni, Sorso, che usa un dialetto simile al
sassarese, è tutta dedita alla coltivazione
delle sue fertilissime campagne.
A Sènnori si può fare un giro nelle stradette
del centro storico e raggiungere, nella par-
te alta, la parrocchiale di S. Basilio, che
conserva un’Incoronazione della Vergine
del Cinquecento. Nelle feste (per S. Basilio,
il 14 giugno; per S. Giovanni Battista, l’ul-
tima domenica di giugno, nella chiesa
campestre a 2 km dal paese) si possono
ammirare i costumi tradizionali femmini-
li, tra i più belli e preziosi dell’isola.
Entrando a Sorso e prendendo al primo se-
maforo a destra si imbocca la via Fioren-
drale di S. Antonio Abate, del XVI sec.; al- tina per raggiungere la parrocchiale di S.
l’interno, il coro, alcuni altari in legno e lo Pantaleo, con grande cupola, della prima
splendido retablo* dell’ignoto artista del metà dell’Ottocento; e in un vicino avval-
Quattrocento designato con il nome di lamento la fontana della Billèllara, dalla cui
Maestro di Castelsardo. acqua deriverebbe, secondo la tradizione
popolare, l’estroso carattere degli abi-
Tergu tanti. Qua e là per il paese si possono
Il piccolo villaggio (m 280, ab. 589) è si- comprare direttamente dagli agricoltori,
tuato in una conca fertile, abitata sin dal- che li tengono esposti sulla porta di casa,
le epoche più antiche: ha un piccolo nu- i prodotti dei campi attorno.
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11.2 I colli dell’Anglona
Itinerario lineare da Sassari a Ploaghe, km 139 (carta a pag. 158)

Salvo una piccola puntata al mare in ter- mità del colle dove si trovano i resti del ca-
ritorio di Valledoria, il percorso si snoda stello Malaspina (XIII sec.), restaurati, con
tutto nella parte interna dell’Anglona. una bella torre quadrata; un punto dal
Dapprima lungo la statale 127, che proce- quale la vista spazia su buona parte della
de tortuosissima in un’area di colline cal- Sardegna settentrionale.
caree offrendo la vista di campagne a trat-
ti coltivate, a tratti a pascolo brado, a trat- Nulvi
ti ancora coperte di macchie, con qualche Il paese (m 478, ab. 3016) è collocato ai pie-
resto di bosco e nelle parti alte punte e pa- di del piccolo altopiano calcareo del mon-
reti rocciose inaspettatamente erte. te S. Lorenzo popolato già in antico, come
Subito dopo Laerru si devia a sinistra sul- dimostra l’alta densità di torri nuragiche:
la statale 134 che si dirige verso la costa; da questa deriverebbe l’antico nome Nu-
giunti alla roccia dell’Elefante si prende a gulbi, “Città dei nuraghi”. Col calo delle at-
destra verso Codaruìna; quindi, raggiunta tività agricole, qui da secoli imperniate
la valle del Coghìnas, si torna verso l’in- sulla cerealicoltura, è cresciuto l’alleva-
terno e, costeggiando da lontano la riva si- mento; rinomati i formaggi della coope-
nistra del fiume, si oltrepassano alcuni ri- rativa San Pasquale.
lievi per raggiungere la fertile piana di Nelle strade del centro alcune ragguarde-
Pèrfugas. Da qui il percorso, salvo qualche voli dimore padronali dell’Ottocento e la
breve tappa, segue la “direttissima” di Parrocchiale settecentesca, con armonio-
Tempio Pausania fino a Ploaghe. Del tutto sa facciata in conci calcarei e campanile ot-
agevoli i 23 km per il rientro a Sassari. tagonale; all’interno pulpito in legno con
puttini e due leoni in marmo di stile goti-
Òsilo co. A fianco è la barocca chiesa del Rosa-
Tra i centri minori che fanno corona a rio, con graziosa facciata del 1630.
Sassari, Òsilo (m 615, ab. 3649) è quello Poco dietro è l’oratorio di S. Filippo, dove
che ha saputo conservare meglio la pro- sono custoditi i tre grandi candelieri che
pria identità, forse perché appartato sulla vengono portati in processione il 14 ago-
sommità di una collina. Le attività princi- sto: alti ben 9 m, non sono a forma cilin-
pali sono l’allevamento e l’agricoltura, e si drica, come quelli di Sassari, ma di taber-
producono ancora nei telai orizzontali fi- nacolo, con una grande superficie sulla
nissimi tappeti, arazzi e coperte d’antica quale sono applicati i simulacri dei santi.
tradizione; in occasione della festa mag- Tra le chiese campestri, frequentatissimo
giore (Madonna degli Angeli, 2 agosto), si in occasione della festa, l’8 settembre, il
possono vedere, e ammirare, i preziosi santuario della Madonna sul monte Alma,
costumi tradizionali. un alto “tacco” calcareo (496 m) collegato
All’uscita del paese una strada a tornanti con la statale: 2.5 km dopo il paese si svol-
conduce alla parte più alta dell’abitato e, ta a sinistra su strada asfaltata che lo rag-
per strette viuzze da fare a piedi, alla som- giunge dopo altri 2 chilometri.
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11 L’Anglona e il Logudoro
Se si continua sulla statale e si prende a de- due fasi costruttive: la prima agli inizi del
stra al segnale, si può vedere un bel pozzo XII sec., la seconda un secolo dopo. Vi si
sacro – presso il nuraghe Irru – messo in lu- trovava un tempo una Deposizione di sta-
ce di recente: tutto in pietra calcarea bian- tue di legno colorate del XIII sec., che ora è
ca, ha ancora oggi l’acqua che affiora spon- nella piccola settecentesca parrocchiale di
taneamente, e perciò il pozzo vero e pro- Bulzi, 4 km più avanti.
prio non è praticabile.
Da questo abitato una strada a fondo naturale
Martis che costeggia il campo sportivo conduce (km
All’uscita dall’abitato (m 300, ab. 663) 1.5, meglio se con mezzo fuoristrada) alla valle
del rio Silanis dove, immerse nel verde a poca
svoltando a destra all’altezza della picco- distanza dal corso d’acqua, sono le suggestive
la statua della Madonna, si arriva alla piaz- rovine della chiesa di S. Nicola, XII sec., a suo
za con la monumentale Fontana Nuova e, tempo costruzione romanica di pregio.
subito fuori l’abitato, all’ex parrocchiale di Subito dopo è Sèdini (m 306, ab.1503); all’in-
S. Pantaleo, del XIV sec.; in parte diruta, gresso, segnalate, sono le famose domus de ja-
conserva la bella facciata con rosone po- nas, tombe preistoriche adibite per lungo tem-
licromo e un robusto campanile quadrato po a prigione e poi, sino a pochi anni fa, ad abi-
rifatto nella parte alta. tazione. Aperte in un enorme masso calcareo,
Ripresa la statale si volta subito dopo a de- sono disposte su più piani e comprendono nu-
merosi vani collegati tra loro.
stra: con una discesa asfaltata di 1 km si
giunge nella valle dove, ammucchiati in un Roccia dell’Elefante
Dopo Sèdini la statale prosegue verso
nord, fino a offrire la vista del mare. Al ter-
mine di una lunga discesa fermata d’ob-
bligo alla roccia dell’Elefante: sul ciglio del-
la strada il grande masso trachitico, che
prende il nome dalla sua forma bizzarra,
ospita anch’esso, nella parte bassa, alcu-
ne domus de janas; nel vano a destra si ve-
dono, scolpite su pareti contrapposte,
due coppie di corna taurine, simboli di una
divinità maschile cui veniva attribuita la
virtù di rigenerare dopo la morte. La zona
era fittamente abitata nel periodo nuragi-
co: rimane tra gli altri il nuraghe Paddaggiu
(e non Su Tesoro, come indicato sui car-
telli), al bordo della vecchia strada per Co-
daruìna che si imbocca subito dopo sulla
destra (al segnale Terme di Casteldoria).
campo, sono alcuni dei tronchi che, pro- In parte interrato, il nuraghe conserva
venienti dalla grande foresta di Carucana molte delle strutture originarie.
pietrificatasi nel Miocene, si trovano oggi
sparsi, relitti di ere lontane, in diversi luo- Proseguendo ci si immette nella superstrada
ghi dell’Anglona. per Santa Teresa Gallura, ma la si lascia subito
in direzione della costa; toccata la Muddizza si
S. Pietro delle Immagini* trova sulla sinistra, dopo un piccolo cimitero di
Oltrepassato Laerru (m 177, ab. 1062; al- campagna, il bivio per S. Pietro a Mare. Attra-
l’uscita una grande pipa segnala che Tom verso un bosco di eucalipti si raggiunge subito
Spanu costruisce gioielli per fumatori in ra- il piazzale della chiesetta dal quale si ha la vista
dell’estuario del fiume Coghìnas, che prima di
dica, olivastro e ginepro noti nel mondo), gettarsi in mare corre per lungo tratto quasi pa-
si prende a sinistra la statale 134 per Ca- rallelo alla costa: si è creata così una zona di
stelsardo; dopo 2 km, sulla destra, è la sabbie e di vegetazione di un certo interesse na-
stradetta che conduce (200 m) alla chiesa turalistico, frequentata in particolare da aironi,
di S. Pietro delle Immagini, o di Simbranos, folaghe e gallinelle d’acqua.
già dei Benedettini di Montecassino. La
facciata, a fasce alterne di pietra chiara e Valledoria e Santa Maria Coghìnas
scura, è movimentata da serie di archi Ripresa la strada si attraversa Codaruìna
parte romanici parte gotici disposti su tre (m 16), centro maggiore del comune di
livelli. La visita all’interno (sempre aperto) Valledoria (ab. 3745) che unisce alla vo-
consente di leggere il succedersi delle cazione agricola una certa attività turisti-
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11.2 I colli dell’Anglona
ca. Qui si piega a destra e ci si dirige a San- in pregevoli linee gotico-aragonesi tra il XV e il
ta Maria Coghìnas (m 21, ab. 1455), attra- XVI secolo, a 2.5 km dal paese): opera di un non
verso una fertile piana: bonificata nel do- meglio identificato Maestro di Perfugas del Cin-
poguerra e irrigata, è famosa per la pro- quecento, ha al centro un’originale statua del
santo e tutt’intorno scene della vita di Cristo, i
duzione dei carciofi. Alla fine del lungo padri della Chiesa, e (incorniciati da piccoli
attraversamento dell’abitato si giunge al- pannelli) martiri e santi.
la piccola chiesa di S. Maria con bella fac-
ciata gotica del XIV sec. Da qui si può fare Chiaramonti
una breve deviazione alle terme di Castel- A metà strada tra Pèrfugas e Ploaghe, il
doria (a 2 km), ora chiuse per lavori, che, paese (m 430, ab. 1923) è raggiungibile
in un edificio ai margini del fiume, utiliz- dalla “direttissima” per Tempio Pausania
zano acque salso-bromo-iodiche. Siamo con 3 km di salita panoramica. Poco prima
a brevissima distanza da Viddalba (m 30, di svoltare si può visitare il nuraghe Ruju,
ab. 1745), altro centro agricolo nel quale a pochi metri dalla strada (munirsi di tor-
un piccolo ordinato Museo raccoglie te- cia): all’ingresso una garitta e, a sinistra, il
stimonianze del passato, in particolare cunicolo che porta al vano superiore, se-
una notevole raccolta di stele in arena- midistrutto; davanti la sala maggiore, che
ria, incise, provenienti da una necropoli è rimasta intatta.
d’epoca romana. Salendo attraverso l’abitato si arriva alla
Da Santa Maria Coghìnas ha inizio la pro- sommità del colle di S. Matteo, con le ro-
vinciale per Pèrfugas; dopo 2 km di salita vine del castello dei Doria*, XII sec.; per
si giunge in vista della torre del castello dei quanto non molto alto (464 m), il punto
Doria, edificato nel XII sec. per controllare consente alla vista di spaziare fino al Lim-
questo passaggio e la regione sottostante. bara e alle pendici del monte Sassu.
Pèrfugas Ploaghe
Il paese (m 92, ab. 2544) è affacciato su una Al centro del paese (m 425, ab. 4835) è la
zona pianeggiante di depositi alluvionali e parrocchiale di S. Pietro a tre navate, in
lacustri, molto fertile, che accolse l’uo- buona parte barocca, che ha al fianco il bel
mo sin dai primordi: nel letto del rio Alta- campanile con sommità a punta. Nella vi-
na sono stati trovati attrezzi in pietra ri- cina canonica è la Pinacoteca lasciata da
salenti al Paleolitico inferiore. Questi re- Giovanni Spano, archeologo e linguista
perti (raschiatoi, punte, bulini) sono rac- (1803-78), che comprende soprattutto ope-
colti in una sala del locale Museo archeo- re di pittori sardi. Adiacente alla parroc-
logico e paleobotanico, a destra della via chiale è il vecchio cimitero, celebre per le
principale, segnalato. In altre sale notevoli lapidi in lingua sarda dettate anch’esse
una statuina di Dea madre in marna del da Giovanni Spano.
Neolitico e, del periodo nuragico, due pe- A fianco, nella chiesa di S. Croce, sono
si da telaio in selce; in una sezione paleo- custoditi i due candelieri votivi che, a so-
botanica sono esposti infine esemplari di miglianza di quelli di Sassari, vengono cu-
fossili vegetali dal-
la foresta pietrifi-
cata dell’Anglona
(v. pag. 162).
Più avanti a sini-
stra, anch’esso se-
gnalato, è un note-
vole pozzo sacro
nuragico, che si può
vedere attraverso
la recinzione.

A brevissima distan-
za dal pozzo si leva la
parrocchiale di San-
ta Maria degli Angeli,
al cui interno è con-
servato il retablo di
San Giorgio* (un
tempo nella chiesa
omonima, edificata

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11 L’Anglona e il Logudoro
rati dalle due principali categorie di lavo- con la tecnica a pibiones, a grani, e dei fi-
ratori tradizionali, contadini e pastori; nissimi arazzi a mustra de agu, a ricamo,
escono in processione il 14 agosto, all’ot- sempre su telaio orizzontale.
tava e al Corpus Domini.
Nei pressi dell’incrocio con la statale 597 per
Il paese è rinomato per l’abilità delle sue Sassari è la chiesa di S. Michele di Salvènero e,
tessitrici, che sanno innovare con gusto i 3 km più avanti, la basilica di Saccargia, per le
moduli tradizionali dei tappeti, realizzati quali si rimanda al successivo itinerario.

11.3 Il Logudoro: Montacuto, Gocèano e Meilogu


Itinerario lineare da Sassari a Mores attraverso un lembo del Nuorese, km 186
(carta a pag. 158)

Il percorso si dirige subito, su strade ret- Da Sassari a Ozieri


tilinee e veloci, al cuore del Logudoro fino In uscita dalla città si imbocca la statale
a toccarne il centro principale, Ozieri. Da 131 in direzione di Cagliari e dopo 10 km si
qui si inoltra poi, lungo la statale 128 bis, devia sulla 597 per Olbia, che si inoltra in
in zone movimentate da colline. Da Patta- un pianoro ondulato tra colline. Subito
da si torna indietro per prendere la bella dopo appare, affacciata sulla strada, la
provinciale che, attraverso la parte set- basilica della SS. Trinità di Saccargia**,
tentrionale della catena del Gocèano, ri- uno degli esempi più rilevanti del roma-
conduce nei pressi di Bultei sulla 128 bis; nico in Sardegna. Edificata nel XII sec. al-
la si segue attraversando quella che i sar- ternando, col sistema introdotto dalle
di chiamano “Sa Costera”, la costa mon- maestranze pisane, fasce di calcare chia-
tana affacciata sulla valle del Tirso, fino a ro e di basalto scuro, ha una facciata alta
imboccare la statale 129 verso Macomèr. e mossa, con grande portico ad archi e in
Subito dopo si svolta a destra per attra- alto due serie di arcatelle con rombi e ro-
versare Bolòtana e inerpicarsi poi sulla ca- soni in pietra e ceramica. Al fianco un
tena del Màrghine, in un territorio di mon- campanile quadrangolare a punta di oltre
ti, boschi e suggestivi panorami. Si rag- 40 m; intorno sono i resti di un grande
giunge l’altopiano di Campeda e ci si im- monastero camaldolese. All’interno, a na-
mette sulla statale 131, che si segue poi fi- vata unica con capriate in legno, l’abside
no alla svolta per Mores. è affrescata con figure di santi e scene del-

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11.3 Da Sassari a Ozieri
la vita di Cristo di autore del Duecento Ripresa la 597 la si segue per 6 km, inol-
non identificato. trandosi nella fertile piana nota come
Ripresa la strada si incontra una lunga Campo di Ozieri, quindi si svolta a sinistra
salita: al termine, dopo circa 3 km, im- per Martis: subito appare alla vista la mo-
boccando una carrareccia senza segnali le imponente della basilica di S. Antioco di
sulla destra si giunge alla vicina chiesa di Bisarcio*, che domina da uno sperone
S. Michele di Salvènero, edificata dai Val- roccioso. Un tempo sede vescovile, fu co-
lombrosani nel XII secolo. struita a più riprese a partire dall’XI sec. im-
Percorsi altri 7 km un bivio a destra porta piegando trachite locale e fondendo ar-
(5 km) a un altro affascinante monumento monicamente influssi romanico-pisani e
medievale: la basilica di S. Maria del Re- francesi. Splendida la facciata dell’avan-
gno**, alle porte di Àrdara (m 296, ab. corpo nel quale si apre un porticato fine-
857), antica capitale del giudicato di Torres. mente decorato; nella parte posteriore
Considerata la più ‘sarda’ delle chiese ro- sono una grande abside e un robusto cam-
maniche, fu edificata alla fine dell’XI panile quadrato, mozzato da un ful-
sec. con facciata in pietra lavica mine. L’interno, illuminato da
scura segnata da modanature monofore, ha navata centrale
verticali e una bifora e, ar- e due laterali sensibilmente
retrato su un fianco, il più piccole.
campanile a vela. All’in- Si torna indietro sulla 597
terno, a tre navate con fino al bivio per Ozieri.
colonne sormontate da Dopo 5 km si sfiora Chi-
capitelli di vari stili, si livani (m 226), nodo fer-
possono ammirare un roviario e zona indu-
bel pulpito in legno fine- striale che comprende
mente intagliato e il gran- anche l’ippodromo Deo-
de retablo di cui una par- dato Meloni, uno degli
te fu dipinta nel 1515 da ‘anelli’ più frequentati del-
Giovanni Muru. l’isola. Sede dell’Istituto sar-
do per l’incremento ippico,
Ozieri è la capitale del cavallo
isolano, in particolare dello splen-
dido anglo-arabo-sardo.

Ozieri
La cittadina (m 390, ab. 11 615) sorge in
una conca riparata e ricca di acque po-
polata sin dalle epoche più antiche: dai re-
perti ritrovati nelle grotte di S. Michele (vi-
cine al campo sportivo) prende il nome la
‘cultura’ sviluppatasi in Sardegna fra i 3 e
i 2000 anni a.C. Grazie a una florida eco-
nomia agricola e zootecnica Ozieri ha co-
nosciuto in passato periodi di benessere;
elevata a città da Carlo Alberto nel 1836, è
capitale della subregione del Montacuto e
maggior centro del Logudoro; vanta una vi-
va tradizione culturale, specie per la poe-
sia e il canto in lingua sarda.
Dalla centrale piazza Garibaldi si raggiunge
subito, anche a piedi, il complesso di S.
Francesco: su una piazza si affacciano la
chiesa e l’antico convento.
Nella chiesa di S. Francesco da vedere il
grande altare barocco in legno: in alto
un’aquila bicipite, raro segno della breve
dominazione austriaca in Sardegna, ai pri-
mi del Settecento. Nel vicino convento, re-
staurato per ricavarne un centro poliva-
lente di cultura, si trova il Museo archeo-
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11 L’Anglona e il Logudoro
auto, la zona del monte
Lerno (m 1094), con un’an-
tica foresta che compren-
de esemplari di leccio, tas-
so e agrifoglio.
Il paese è noto per la pro-
duzione del tipico coltello
a serramanico in uso tra i
pastori e i contadini, detto
anche “pattadesa”. Sono
ancora in attività alcune
botteghe artigiane specia-
lizzate che alla produzione
dei modelli usuali affian-
cano quella di ricercati
esemplari da collezione.

logico*: una prima sala raccoglie i materiali Da Pattada a Bono


delle culture prenuragiche, tra le quali ha Da Pattada si torna verso Ozieri per 4 km,
ovviamente maggiore spazio quella di San si svolta sulla sinistra e subito dopo a de-
Michele (o di Ozieri); la seconda quelli del stra, seguendo le indicazioni per Bultei.
periodo nuragico, tra i quali modellini di Dopo una lunga salita la moderna strada
nuraghe in pietra, armi, utensili e alcuni provinciale raggiunge il sommo della ca-
bronzetti; la terza, la quarta e la quinta tena del Gocèano e prosegue a quota 1000
sono dedicate al periodo romano, a quel- in un altopiano leggermente ondulato, con
lo medievale e alla numismatica. ampie distese a pascolo brado e qua e là
Accanto è possibile ammirare un bel pa- punteggiato da gruppi di alberi.
lazzo a due altane, una sulla facciata e Si raggiunge la strada proveniente da Ozie-
l’altra in alto, su un lato: sono eleganti ri e la si segue sino a Bultei, dove si ritor-
terrazze coperte, in parte neoclassiche, ti- na sulla 128 bis. Questa continua in dire-
piche dei più rilevanti edifici della città. zione sud con percorso tortuoso che toc-
Attraversato il centro storico si imbocca, ca i centri abitati procedendo a mezza co-
oltre la piazza Carlo Alberto, o Cantareddu sta: a destra la catena del Gocèano, a si-
(Fontanella), la via Vittorio Emanuele III: si nistra la valle del Tirso.
incontra dapprima la monumentale fon-
tana Grixoni, dal nome del ricco ozierese A Bultei (m 509, ab. 1265) si prende a sinistra, si
che la edificò nel 1881; quindi, prose- attraversa l’abitato e subito dopo si svolta per
guendo sulla sinistra in via Grixoni, la cat-
tedrale dell’Immacolata, con facciata neo-
classica. L’interno, barocco, custodisce
un polittico* del Maestro di Ozieri, del
Cinquecento: sette tavole sulla vita di Cri-
sto e della Madonna hanno al centro il
Trasporto da Nazareth a Loreto.
Ozieri è rinomata anche per la produzione
artigianale di dolci tradizionali, tra i qua-
li i sospiri, paste di mandorla avvolte in
una ‘cappa’ di zucchero o di cioccolato. La
sagra della Madonna del Rimedio, ultima
domenica di settembre, comprende ma-
nifestazioni animate da canti sardi e pro-
cessioni con costumi di tutta l’isola.

Pattada
Paese di alta collina, il più elevato della
provincia di Sassari (m 778, ab. 3646), ha
fama di centro climatico: ha sviluppato
alcune strutture ricettive per il turismo
montano e una bella pineta confina con l’a-
bitato. A breve distanza, raggiungibile in
166
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11.3 Da Ozieri a Bono

L’intramontabile sughero

L’altopiano di Alà e le montagne di Bud- mette al vino di respirare quel tanto che
dusò, nella parte nord-orientale dell’iso- occorre per conservare profumo e gusto.
la, sono il regno della sughera (v. foto in A Calangiànus tutto ruota intorno al su-
basso). Ogni nove anni un esercito di ghero. Accanto alle grandi ditte che so-
operai di altissima specializzazione libe- no costrette addirittura a importare la
ra l’albero dalla sua scorza: il sughero è materia prima (dalla Spagna, dal Porto-
ora pronto per essere lavorato. gallo) per far fronte alle richieste, cen-
A dire la verità, da questo momento in tinaia di artigiani lavorano nei banchet-
poi il regno del sughero si sposta di un cen- ti di casa. Così il reddito si distribuisce
tinaio di chilometri più a nord, in Gallura. un po’ su tutti: alcuni anni fa Calangiànus
L’industria sarda del sughero, infatti, è fu segnalato dalle statistiche come uno
nata verso la metà dell’Ottocento a Tem- dei cento comuni italiani a più alto red-
pio, pare avviata da imprenditori francesi dito pro-capite. Il sughero è leggero, ma
e maestranze catalane, e a metà del No- il suo peso, nell’economia gallurese, è
vecento si è trasferita in gran parte a Ca- ben robusto.
langiànus, una decina di chilometri a est di
Tempio. Oggi Calangiànus è la capitale
italiana della lavorazione del sughero.
Il prodotto principale è ancora il tappo.
Tutti i tentativi che sono stati fatti per so-
stituirlo (per esempio, con la plastica) so-
no malamente falliti: solo il sughero per-

Benetutti e Nule. Dopo 6 km è la zona termale


che prende il nome dalla piccola medievale
chiesa di S. Saturnino, dalle sobrie linee in tra-
chite rossa. Le acque, che hanno natura solfo-
rosa e cloruro-bicarbonato-sodica e tempera-
tura di oltre 30°, erano conosciute già dai ro-
mani («Aquae Lesitanae»); oggi sono sfruttate in
due stabilimenti.
Benetutti (m 406, ab. 2246), paese di contadini e
pastori 6 km più avanti, conserva nella Parroc-
chiale parte di un retablo* del Cinquecento, ope- chiesa di S. Raimondo, che conserva un’an-
ra del Maestro di Ozieri, che racconta il ritrova- tica statua di S. Francesco e offre la vista di
mento della Croce da parte di S. Elena. Conti- tutto il paese. Procedendo nella strada
nuando in salita si arriva subito dopo a Nule (m
650, ab. 1630), noto per l’opera delle tessitrici: tra
centrale si vede sulla destra, dopo aver ol-
i tappeti lisci, prodotti su telai verticali, sono più trepassato il busto di Angioy, la parroc-
noti quelli a “framas”, di colori vivaci. Si può ve- chiale di S. Michele, che ha una bella fac-
derli nei laboratori privati, nel centro di lavora- ciata in stile romanico pisano.
zione promosso dall’Isola (Istituto Sardo Orga-
nizzazione Lavoro Artigiano) e, nell’ultima de- Dalle Scuole elementari ha inizio la strada per
cade di agosto, nella fiera annuale del tappeto. Sassari che, offrendo grandi scorci panoramici,
si inerpica fino al passo Uccàidu (m 1042) e
Bono continua poi, tra boschi e pascoli, per Foresta
Centro maggiore della zona (m 540, ab. di Burgos (m 725; 18 km da Bono), dove l’Istituto
3922), ha dato i natali a Giovanni Maria An- sardo per l’incremento ippico, con sede a Ozie-
gioy, che fu il capo dei moti antifeudali di ri, promuove l’allevamento di cavalli della pre-
fine Settecento. È viva nel paese la me- giata razza anglo-arabo-sarda.
moria di un episodio glorioso di quel pe-
riodo, quando i bonesi riuscirono a re- Castello del Gocèano*
spingere l’attacco delle forze della rea- Da Bono si continua ancora a mezza costa
zione: viene rievocato in forma originale in lungo la statale 128 bis fino a giungere in
occasione della festa di S. Raimondo, 31 prossimità del castello del Gocèano o di
agosto, portando in processione una gran- Burgos, in caratteristica posizione al cul-
de zucca. Dal vasto spiazzo delle Scuole mine di una collina conica. Lo si può rag-
elementari una breve salita conduce alla giungere svoltando a destra a Bottidda e
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11 L’Anglona e il Logudoro

attraversando, dopo 4 km, Burgos (m 561, La catena del Màrghine


ab. 1089). Restano una torre e imponenti Attraversato il paese si esce sulla sinistra,
muraglioni di un grande complesso mili- in direzione della statale 131, e si inizia a
tare, costruito dai giudici di Torres nel XII inerpicarsi sulla catena del Màrghine, in un
sec. e legato alle loro vicende prima, a percorso a tornanti tra boschi di lecci e ro-
quelle dei giudici d’Arborèa più tardi. Nel verelle che offre la vista della piana di Ot-
paese, lungo la strada che conduce al ca- tana e di monti lontani. Più avanti si in-
stello, la Pro Loco gestisce un piccolo mu- contra ai bordi della strada – segnalato – il
seo con tavole che illustrano la sua storia parco di Ortachis, con prati e una bella ca-
e la vita che vi si svolgeva. scata, che confina con un fitto bosco.
Verso Bolòtana Subito dopo, invece di continuare sulla strada
Si giunge al bivio per Illorai, quindi a un an- principale, si può seguire sulla sinistra quella
tico ponte sul Tirso, con due arcate mino- quasi parallela, asfaltata solo in parte, che attra-
ri e una più ampia e ardita: pare sia stato versa la regione di Badde Sàlighes con i resti,
costruito dai pisani nel XII secolo. Subito oggi rivalutati turisticamente, della grande te-
dopo si sbuca sulla statale 129 Nùoro-Ma- nuta con parco e villa creata nell’800 dall’inglese
comèr e la si imbocca verso quest’ultimo Benjamin Piercy, costruttore delle ferrovie sarde.
centro per una veloce puntata nella pro-
vincia di Nùoro: dopo 8 km si svolta per Bonorva
Bolòtana (a km 3.5), grosso centro (m 472, Raggiunta la statale 131 (che procede ver-
ab. 3400) disposto ad anfiteatro alle pen- so Sassari tagliando l’altopiano di Cam-
dici della catena del Màrghine. Si può far peda), dopo 7 km, lungo la veloce discesa
sosta alla chiesa di S. Bachisio, a destra del di Cadréas, un bivio a destra conduce (1
percorso nei pressi del cimitero: edificata km) a Bonorva (m 508, ab. 4257), borgata
in trachite rossa nel Duecento e rimaneg- agricola molto attaccata alle tradizioni,
giata più tardi, ha nella facciata un rosone, patria di «Paulicu» Mossa, poeta in sardo
due nicchie e un bel portale con piccoli ori- (1818-92), e di Antonio Sanna e Angelo
ginali bassorilievi. Dettori (scomparsi entrambi nel 1981),
In alcuni laboratori artigiani si tramanda che della lingua sarda sono stati studiosi
l’arte della tessitura antica: si producono e propagatori assidui.
raffinati e tipici tappeti in lana e cotone nei Ancora molto viva – unitamente alle mani-
quali vengono riportati motivi geometrici festazioni folcloristiche – la tradizione del-
ripresi da antichi mosaici. la tessitura con telaio orizzontale: utiliz-
168
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11.3 Da Bonorva a Mores
zando la tecnica “a punta de agu”, ossia a ri- tili in pietra, pinze da fonditore, fornelli e lu-
camo, si ottengono tappeti e coperte dai di- cerne; e una sezione etnografica nella qua-
segni molto elaborati ispirati al broccato. le vengono allestite mostre tematiche.
In una breve sosta nella piazza centrale si
può vedere la piacevole facciata della Par- S. Pietro di Sorres*
rocchiale, datata 1606; e, di fronte, un’a- Da Torralba si continua per Bonnànaro
bitazione del Cinquecento con colonne (m 405, ab. 1162; rinomato per le ciliegie e
tortili nel portale, stemma e doccioni di per il vino), lo si attraversa e, subito dopo
sembianze animalesche. Nel convento an- Borutta (m 471, ab. 331), si raggiunge la ba-
nesso alla chiesa di S. Antonio da Padova, silica di S. Pietro di Sorres, monumento
del XVII secolo, è stato aperto di recente il isolato su un colle che domina la regione.
Museo civico archeologico: raccoglie re- Edificata in più tempi, a partire dall’XI sec.,
perti delle età prenuragiche e nuragica; in stile romanico pisano, già sede vesco-
una sezione è riservata ai miliari della vile, ha larga facciata in pietra a due colo-
strada romana da Cagliari a Olbia, che ri segnata da archi e lesene disposti su tre
passava nei pressi del paese. piani orizzontali. L’uso della pietra di due
colori torna anche nelle colonne e negli ar-
Si continua in discesa verso il Campo di S. Lucia chi dell’interno, a tre navate, con volte a
e dopo 7 km si prende a destra per raggiunge- crociera in trachite nera.
re, dopo altri 2 km, la chiesa campestre di S. Lu- È l’unico complesso religioso extraurbano
cia e, subito dopo, le grandiose domus de janas
ad aver riavuto vita: nei locali adiacenti
di S. Andrea Priu**. Scavate in un’alta parete
di trachite, utilizzate come tombe tra i 2 e i una comunità di Benedettini cura un cen-
3000 anni a.C. e come chiesa rupestre nel primo tro di restauro del libro e organizza in-
cristianesimo, si compongono di una serie di contri e soggiorni per quanti amano col-
complessi ipogeici con vani per le sepolture e tivare la spiritualità.
luoghi di culto; maggiore tra tutte la tomba del
Capo, che ha ben 18 ambienti. Nel pianoro al di Mores
sopra sono altre piccole domus e una tozza Paese di allevatori e contadini (m 366, ab.
scultura che rappresenta forse un toro. 2112), vanta un campanile sottile ed ele-
gante (ritenuto il più alto nell’isola: 48 m),
La Valle dei Nuraghi* edificato in stile neoclassico tra il 1850 e il
Ripresa da Bonorva la statale 131 la si se- 1871 dall’architetto locale Salvatore Calvia.
gue per 11 km, quindi si svolta a destra, en- Tra i monumenti archeologici del suo ter-
trando nella cosiddetta Valle dei Nuraghi ritorio, suggestivo il dolmen Sa Covecca-
su cui campeggia, vicinissimo, il com- da*, monumento sepolcrale del secondo-
plesso della reggia nuragica di Santu An- terzo millennio a.C.: in ciclopici massi tra-
tine**, uno dei più grandi dell’isola. Al tor- chitici dal bel colore caldo, ha la forma di
rione centrale che, nonostante progressi- una casetta, coperta (coveccada) da una
ve demolizioni, supera ancora i 17 m, si af- grossa lastra orizzontale. Per raggiunger-
fiancano altre tre torri minori, collegate da lo si imbocca dopo Mores la provinciale
una serie di lunghi corridoi e cammina- per Bono; dopo 4 km si prende una strada
menti con feritoie tra i quali è ricavato sterrata che si dirama a destra passati il
anche un grande cortile con pozzo. Pas- ponte sul rio Mannu e la ferrovia. Da qui si
saggi, scale e vani minori completano la devia al primo cancello a sinistra, che bi-
struttura: nella parete del vano principa- sogna poi richiudere; e così, aprendo e
le, che ha la consueta volta a tholos, con chiudendo altri due cancelli, si arriva do-
cerchi di pietre sempre più stretti, oltre al- po 2 km al monumento.
la scala, che porta ai vani superiori, è ri-
cavato un corridoio circolare a piano ter- Si può continuare sulla stessa provinciale e,
ra. Il complesso, costruito in varie fasi, era prendendo a sinistra al primo bivio, si arriva a
ancora in uso in epoca romana. Ittireddu (m 313, ab. 583) dove si trova, annesso
Tornando indietro si passa sotto la statale alla Casa comunale, un piccolo moderno Museo
131 e si continua a destra, sul vecchio trac- civico archeologico ed etnografico* diviso in
due sezioni: quella archeologica, più ampia,
ciato, sino a (4 km) Torralba (m 430, ab. raccoglie in cinque sale i materiali rinvenuti in
1063), dove è il Museo della Valle dei Nura- monumenti dell’epoca prenuragica, nuragica e
ghi del Logudoro-Meilogu. Ha una sezione ar- romana, tra i quali vasi, tegami e fornelli; quel-
cheologica che nella sala Santu Antine con- la etnografica conserva strumenti che si riferi-
serva materiali rinvenuti nel nuraghe, proiet- scono alle attività tradizionali.

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12 La Gallura: il granito nel vento

Profilo dell’area
Col nome Gallura (forse, come nell’ebraico “galil”, Paese
delle alture) si indica la regione nord-orientale della Sarde-
gna. La delimitano verso l’interno dell’isola, a ovest il fiume
Coghìnas e a sud una linea ideale che congiunge il monte Lim-
bara con il piccolo centro di San Teodoro, sulla costa tirre-
nica. Bellissima, la Gallura è fatta di mare, pianura, collina, montagna, zone coltivate, lan-
de deserte. Gli appassionati di archeologia possono trovare in questa diversità ambientale
testimonianze delle civiltà prenuragica, nuragica, punica, romana, medievale. Ma ciò che
più di ogni altro elemento caratterizza il paesaggio della Gallura sono le rocce di granito,
che, ‘lavorate’ dal vento e dalla pioggia, assumono la forma di montagne in miniatura
e di straordinarie sculture naturali. Altro carattere fondamentale della Gallura è la pre-
senza di foreste di querce da cui si estrae il sughero, il cosiddetto “oro morbido”. La la-
vorazione del granito e del sughero, a livello artigianale e industriale, è il cuore dell’e-
conomia locale. Altra nota peculiare della Gallura è l’insediamento rurale sparso costituito
dagli “stazzi”, aziende agro-pastorali in genere cellule abitative unifamiliari autosufficienti
create in origine da pastori, molti dei quali venuti dalla vicina Corsica, tra Sei e Sette-
cento. Lo stazzo, costituito da una casa con intorno ovile, vaccile, porcilaia, orto e vi-
gna, sorge al centro di un appezzamento di terreno più o meno vasto, parte del quale
viene riservata per la coltivazione dei cereali e parte destinata al pascolo brado.
Numerosi (circa 2200) e fiorentissimi fino a qualche decennio fa, molti stazzi sono sta-
ti abbandonati per il fenomeno dell’urbanesimo. La Gallura, spesso lontana dalla gran-
de storia, durante il periodo dei giudicati era molto florida e influente.
Ancora oggi in agro di Luogosanto esistono i resti di due castelli (di Balaiana e di S. Ste-
fano o di Baldo) che pare siano appartenuti ai Visconti di Pisa. La leggenda vuole che
nel primo fosse ospitato addirittura Dante Alighieri. Fra i suoi ruderi si può ammirare
una chiesetta (probabilmente la cappella del castello), tutta in granito nudo, dedicata
a san Leonardo, espressivo esempio di architettura sacra del medioevo isolano. Il per-
corso più suggestivo per accedervi è una ripida scala, scavata in parte nel granito del-
la montagna, di ben 484 gradini. Chi, partendo da Olbia, percorre la statale 125 e svol-
ta ad Arzachena per Luogosanto, trova il piede della gradinata sulla destra, a 3 km dal
paese. Al castello di S. Stefano, che pure costituisce una significativa testimonianza del-
la storia medievale sarda, si arriva comodamente anche in macchina.

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12.1 Olbia e il suo golfo
Itinerario urbano, pedonale (pianta qui sotto), con escursioni automobilistiche finali (carta a
pag. 175)

Situata in un tratto di pianura litoranea de- mana la crescita di Olbia corrispose a quel-
clinante verso il fondo del suo golfo, do- la del porto: fu a lungo, infatti, città florida
minato dalla possente mole dell’isola di Ta- e importante, con un entroterra intensa-
volara, Olbia (m 15, ab. 42 832), già im- mente coltivato e disseminato di centri
portante scalo in età antica, ha riafferma- agricoli. La stessa Atte, l’influente concu-
to la sua tradizionale funzione di raccordo bina di Nerone, vi possedeva terreni, ville
tra la Sardegna e la Penisola in quest’ulti- e una fabbrica di mattoni.
mo trentennio, dopo il decollo dell’indu- Dopo il crollo dell’impero, con le invasio-
stria turistica: vivace centro marittimo, ni vandaliche, Olbia conobbe il destino
scalo aeroportuale e portuale, è il primo in di distruzione e di rovina di tutti i centri co-
Italia per movimento dei passeggeri. An- stieri sardi. Nei pochi, oscuri, documenti
che a queste nuove funzioni è legato l’im- altomedievali compare col nome di Fau-
petuoso sviluppo urbanistico che ha com- siana. Nuove acquisizioni sulla storia di Ol-
promesso gli antichi equilibri urbani. bia in quei secoli stanno arrivando da un
La conca di Olbia fu densamente popolata eccezionale ritrovamento archeologico
in età prenuragica e nuragica, come atte- durante i lavori per la costruzione di un
stano decine di nuraghi, tombe di giganti, tunnel nell’area del porto, dove sono af-
fortificazioni megalitiche e numerosi poz- fiorati i relitti di una decina di navi roma-
zi sacri. La città ha le sue radici su un ter- ne e di un’imbarcazione di età giudicale.
razzo a forma di quadrilatero leggermente Fu nell’XI sec., sotto il dominio dei pisani,
rilevato sul mare: su questo spazio la tra- saldamente insediati in Gallura fino al XIII
ma urbana si definì dal momento della sua sec., che il centro venne ricostruito nel-
fondazione, quasi sicuramente cartagine- l’antico sito della città punica. Le sue ri-
se (sec. V-IV a.C). A partire dall’epoca ro- nate fortune, col nome di Terranova (che

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12 La Gallura: il granito nel vento
rimase in uso sino al 1939), sono docu- I monumenti della città
mentate dalla ritrovata frequenza dei traf- Costruito nel 1930, attraverso l’amplia-
fici marittimi e dallo sviluppo dell’agri- mento della superficie degli isolotti Isola
coltura nella piana. Capitale di curatoria e Fiorita e Isola Bianca, lo scalo di Olbia Ma-
sede vescovile, Terranova vide sorgere rittima (B3, f.p.) serve i collegamenti con i
diversi edifici tra cui la bella chiesa ro- porti della Penisola e Àrbatax. È collegato
manica di S. Simplicio, costruita tra XI e XII alla terraferma da una diga di 1400 m sul-
sec., in posizione topografica eccentrica ri- la quale passa la linea ferroviaria da Ca-
spetto al centro cittadino. gliari e da Sassari-Porto Torres. Il viale Iso-
La successiva lunghissima stagnazione la Bianca (B3) porta all’alberato viale Vit-
economica, demografica, edilizia – cui torio Emanuele. Nell’abitato si segnalano il
contribuirono, unitamente all’inerzia e al Municipio liberty (B2-3) e la chiesa di S. Pao-
malgoverno aragonese e spagnolo, care- lo (1747; B2) in conci di granito a vista
stie, epidemie e malaria – si protrasse fino con cupola maiolicata del secondo dopo-
all’Ottocento. La costruzione della strada guerra. Notevole è anche il tessuto urbano
di collegamento alla Carlo Felice (la statale intorno a corso Umberto (B2), ove gli edifi-
131) e, quindi, l’apertura della ferrovia e la ci recano gli architravi originali in granito.
canalizzazione dei torrenti diretti al mare Alla confluenza fra il corso e via delle Ter-
determinarono la nuova struttura della me è il palazzetto umbertino restaurato di
città, il cui sviluppo si accompagnò alla ri- recente che ospita la biblioteca comunale
nascita della funzione portuale. L’impian- “Simpliciana” e una raccolta di reperti
to di diversi caseifici e, poi, lo sviluppo del- d’età nuragica. In piazza Regina Margheri-
l’industria mitilicola negli anni venti, mo- ta (B2) in seguito a scavi è stata riportata
dificarono la base economica della città alla luce una delle cisterne puniche.
con fenomeni d’immigrazione dalle regio- Al termine del corso, oltre il passaggio a li-
ni centro-meridionali della Penisola. Nel- vello, sulla destra, si arriva alla chiesa di S.
l’ultimo trentennio del XX sec. l’impetuoso Simplicio* (B1-2), tra i più interessanti
sviluppo demografico ha fatto balzare Ol- esempi di romanico dell’isola. È stata co-
bia al quarto posto nella gerarchia urbana struita in fasi successive tra XI e XII sec. su
della Sardegna, conferendole, anche, una un’area cimiteriale cristiana. Interamente in
particolare, composita fisionomia etnico- conci di granito, più semplice di altre gran-
culturale. di chiese romaniche della Sardegna, rivela,
L’itinerario scelto consente una percezio- in particolare nella facciata, la fusione di ele-
ne completa del primitivo impianto topo- menti toscani e lombardi. L’interno è scan-
grafico della città e della successiva evo- dito da pilastri e colonne che sostengono il
luzione. Ma Olbia, dotata di un porticcio- tetto a capriate e le volte delle navate late-
lo turistico e di uno Yacht Club (nei pres- rali. Vi si trova un’interessante raccolta di
si del porto vecchio) e circondata da mol- iscrizioni funerarie provenienti dalle vicine
te belle spiagge a sud e a nord, può rap- necropoli e pietre miliari romane.
presentare la base di partenza anche per
escursioni nei rinomati centri turistici del- Su percorso carrozzabile di 5 km si può rag-
la costa nord-orientale (Golfo Aran- giungere il complesso nuragico di Cabu Abbas
ci: km 18) e sud-orientale fino al- che, scarsamente signifi-
la Caletta in territorio di Si- cativo per l’occhio
inesperto, è fonte
niscola (km 54.5). d’interesse per lo
Verso sud, particolarmente specialista. Da
consigliata per l’ecce- corso Umberto si
zionale interes- prende via D’An-
se paesaggi- nunzio (tratto ur-
stico è l’escur- bano della stata-
sione all’isola di le 125), che do-
Tavolara rag- po due ponti si
giungibile con lascia per im-
barconi (tra- boccare a d. un
cavalcavia fer-
versata 20 mi- roviario; al ter-
nuti) da Porto mine di questo
San Paolo, che parte a sin. la
si trova a 15 via Mincio,
chilometri di primo tratto
distanza. della strada

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12.1 I dintorni di Olbia

vicinale per Cabu Abbas; l’ultima parte del per-


corso, che sale sulla cresta granitica (m 246), si
svolge a piedi. In alto, dominante il golfo di Ol-
bia, si trova una torre a camera circolare con
due nicchie contrapposte e pozzo centrale,
rinforzata da muratura di rifascio; al momento
dello scavo (1937) il pozzo fu trovato colmo di
resti di sacrifici, quali ossa bruciate e ceneri mi-
ste a frammenti ceramici.

Pozzo sacro Sa Testa*


Si trova a pochi metri dalla strada pano- della stazione ferroviaria si trova l’impor-
ramica per Golfo Aranci, a 5 km da Olbia tante pozzo sacro nuragico di Milis.
(cartello indicatore). Considerato tra i più
interessanti monumenti del genere in Sar- Isola di Tavolara*
degna, è ascrivibile al periodo nuragico Chiamata «Hermaea Insula» nelle antiche
medio (sec. VIII-VI a.C.). Dal vasto recinto carte nautiche, Tavolara è un immenso
circolare lastricato, presumibile luogo di tavolato calcareo che emerge dal mare
sosta dei fedeli durante i riti sacri, si ac- come un enorme bastione. Di forma tra-
cede al vestibolo dotato di sedili e posto pezoidale, è alta in media 555 m, lunga 6
a un piano inferiore. Vi si apre l’imbocco km e larga uno. Agli estremi orientale e oc-
della scala a 17 gradini, coperta da archi- cidentale ha due appendici: Spalmatore di
travi, che porta alla camera a tholos dal cui Fuori, montuosa e ripida, e Spalmatore di
pavimento sgorga l’acqua di vena. Terra, quasi totalmente pianeggiante. Qui
si trova un minuscolo insediamento di al-
Golfo Aranci cune case, due ristoranti, un piccolo sug-
Già minuscolo borgo di pescatori ponzesi, gestivo cimitero e un porticciolo. L’isola,
il centro (ab. 2105)si è sviluppato in fun- mèta nei mesi estivi di un flusso continuo
zione del suo porto, divenuto capolinea di visitatori, conserva il suo paesaggio
dei servizi marittimi con la Penisola già nel naturale grazie al divieto di edificabilità im-
1888. All’ampliamento delle opere por- posto dal comune di Olbia. Ospita un’ab-
tuali si è accompagnata una disordinata bondante fauna alata come l’uccello delle
crescita edilizia a cui ha contribuito lo tempeste e il falco pellegrino, e conserva
sviluppo degli insediamenti turistici lungo anche alcune importanti specie botani-
l’arco costiero. Animatissimo durante la che divenute ormai rarissime.
stagione estiva, il paese è situato in un’in-
cantevole posizione in vista del suggesti- Posada
vo isolotto di Figarolo, fitto di macchia Aggrappato a un isolato sperone calca-
mediterranea e rifugio di una colonia di reo del Nuorese nord-orientale e corona-
mufloni. A monte del paese, nei pressi to da un antico castello, è certo il più sce-
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12 La Gallura: il granito nel vento

nografico fra i paesi della zona (m 22, struttura si conservano oggi alcuni tratti
ab.2289). È costituito da due nuclei: uno di murari, le cisterne e una torre alta circa 20
origine medievale e uno sviluppatosi ai metri (dagli spalti, vista panoramica).
piedi del colle.
Il borgo vecchio, un tempo interamente La Caletta
cinto da mura, si dispone a gradoni lungo Si trova nei pressi di Siniscola (da cui dista
le pendici della rupe ed è caratterizzato da 6.4 km) ed è diventata uno dei più fre-
piccole case bianche di calce che si af- quentati insediamenti turistici della co-
facciano su erte scalinate e pittoresche sta a sud di Olbia.
viuzze. Nella parte più alta sorge la par- Già centro balneare dei nuoresi negli anni
rocchiale di S. Antonio Abate, risalente al cinquanta, ha conosciuto un tumultuoso
1324 ma ricostruita nel ’600. Ancora più in sviluppo edilizio che ha in parte compro-
alto è il castello della Fava: costruito dai pi- messo le qualità dell’ambiente naturale.
sani poco prima del 1200, fu baluardo dei Nota per le sue belle dune di bianca sab-
‘giudici’ di Arborèa e sede, a partire dal- bia che continuano ininterrottamente fino
l’epoca aragonese, dei baroni che gover- a Posada, è dotata di un porticciolo turi-
navano il vasto feudo della Baronìa. Della stico-commerciale.

12.2 Verso Tempio Pausania


Itinerario circolare a ovest di Olbia, nella bassa Gallura, km 151 (carta a pag. 175)

I 28 distensivi km che portano da Olbia ad tale 597 attraversa terre collinari coltiva-
Arzachena per la statale 125 sono i primi te digradanti dolcemente verso il mare.
di un itinerario che, quasi tutto su strade
statali, ha come meta l’interno della Gal- Arzachena
lura dove la lontananza dal mare ha con- Adagiato su un costone roccioso, il paese
servato quasi intatta la vita degli abitanti (m 85, ab. 10 406) sarebbe sorto sopra
e la stessa natura. La strada si snoda in un l’insediamento romano di Turibulum Mi-
paesaggio disseminato di stazzi e di rocce nor, e sino alla fine dell’Ottocento era sol-
tafonate di granito grigio; paesaggio che tanto un gruppo di case raccolte intorno al-
non cambia neanche dopo Arzachena fino la già campestre chiesa di S. Maria (ora re-
a Sant’Antonio di Gallura (18 km), Luras staurata rispettando la vecchia struttu-
(17 km) e Tempio Pausania, a 10 km da Lu- ra), dedicata alla Madonna della Neve e
ras. Cambia invece dopo Tempio e per fondata nel 1776.
tutti i 32 km che lo separano da Òschiri at- A partire dalla seconda metà del xx sec. Ar-
traverso le profonde valli, i forti tornanti zachena ha sviluppato la frenetica attività
e i boschi di pini e di querce dei versanti del suo nuovo ruolo di ‘capitale’ della Co-
occidentali del monte Limbara. E cambia sta Smeralda; ha rapidamente aumentato
ancora da Òschiri a Olbia (46 km): la sta- le case e moltiplicato le attività commer-
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12.2 Le tombe di giganti di Arzachena
ciali, dell’edilizia, del terziario e dei servi- essa, una deviazione di poche decine di metri
zi. È un centro che vive, si potrebbe dire, porta alla tomba di giganti di Li Lolghi* (le due
con un occhio rivolto al futuro e l’altro a un tombe – vanto del patrimonio archeologico di
lontanissimo passato. Il territorio di Ar- Arzachena – sono fra le più grandi, le più belle
e le meglio conservate dell’isola).
zachena è infatti letteralmente gremito di La necropoli di Li Muri, scavata a partire dal
monumenti archeologici, alcuni dei quali 1940, è costituita da cinque grandi ciste dol-
di grande interesse. meniche, tombe costruite su lastre di pietra
circondate da brevi circoli di pietre fitte. Qui gli
Uscendo da Arzachena sulla strada per Sant’An- archeologi hanno individuato la testimonianza
tonio, ma deviando dopo meno di 2 km al bivio di una cultura originale denominata appunto di
per Luogosanto, si trova subito la tomba di gi- Li Muri o delle tombe a circolo, coeva della pri-
ganti di Lu Coddhu ’Ecchju** (o di Capichera), missima civiltà nuragica.
quasi sul bordo della strada: il vasto fronte del- Altri due monumenti si trovano invece a 2 km
la tomba è dominato dalla stele di granito alta dal paese sulla strada per Olbia: l’imponente nu-
oltre 4 m; lunga quasi 14 m, la tomba poteva ac- raghe Albucciu e, a sinistra, attraverso un viot-
cogliere decine di defunti. Nei pressi, l’interes- tolo percorribile anche in macchina, il tempiet-
sante nuraghe di La Prisgiona, oggetto in questo to di Malchittu, piccola costruzione a mègaron,
momento di scavi importanti. unica nel suo genere in tutta la Sardegna in gra-
Dopo circa 1 km il segnale turistico indica la ne- nito. Gli archeologi la datano al periodo del
cropoli di Li Muri*; e 500 m prima di arrivare ad Bronzo medio (1500-1200 a.C.).

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12 La Gallura: il granito nel vento
Prima di entrare nell’abitato di Sant’Antonio di
Le tombe di giganti Gallura (m 355, ab. 1669) si trova il bivio, a de-
stra, per il lago artificiale del Liscia distante
Le tombe di giganti sono la forma più appena un paio di chilometri. È un invaso di 104
monumentale delle sepolture nuragi- milioni di m3, che viene utilizzato per l’irriga-
che. La voce popolare le ha chiamate co- zione dei comprensori agricoli di Arzachena e
sì perché le dimensioni della struttura e di Olbia e per i consumi civili della Costa Sme-
la grandiosità della fronte fecero pensare ralda e di numerosi centri della Gallura. Il lago,
che nei giorni di piena sommerge la chiesetta di
che soltanto un popolo di giganti, ap- S. Nicola di Carana, ha, quasi sulla riva, un oli-
punto, potesse mettere in opera pietre vastro gigantesco* (per cingerlo almeno dieci
così grandi e un lavoro così impegnativo. persone devono tenersi per mano) che, se-
Delle oltre trecento tombe disseminate condo gli studiosi, è uno dei più vecchi alberi
nella Sardegna (soprattutto in quella d’Europa. Di recente è stato incluso nell’elenco
nord-orientale), le più famose sono le delle piante da proteggere in Italia.
due che sorgono, a poca distanza una
dall’altra, nelle campagne di Arzachena. Luras
Il paese che è diventato sinonimo della Deviando sulla destra dalla 427 si arriva
modernissima Costa Smeralda fu in dopo 3 km a questo paese antico (m 508,
realtà abitato sin dall’antichità più lon- ab. 2729) dalle belle case in granito, di-
tana: il suo territorio è tutto un piccolo verso dagli altri della Gallura perché vi si
museo all’aria aperta, con nuraghi, tem- parla il logudorese. Oggi i luresi, dediti al
pietti, peculiari tombe “a circolo”. commercio e alla lavorazione del sughero
Le due tombe di giganti, a pochi chilo- e del granito, offrono anche capaci mae-
metri da Arzachena, sono tra i sepolcri stranze all’edilizia della Costa Smeralda.
d’età nuragica meglio conservati dell’i- Tra i più significativi monumenti preisto-
sola. Si chiamano Coddhu ’Ecchju (collo rici del suo territorio, quattro dolmen fu-
vecchio, ma anche altura antica) e Li Lol- nerari prenuragici risalenti al terzo mil-
ghi (è il nome degli anelli cui si legavano lennio a.C. Il più importante di questi è il
i cavalli alle pareti esterne delle case). Ladas*, a un paio di chilometri dal paese,
Sono composte di un’esedra, che co- sulla strada che porta alla statale 133 per
stituisce la fronte della tomba, formata Palau. Da visitare, al centro dell’abitato, an-
da grandi pietre piatte conficcate verti- che la settecentesca Parrocchiale. Da qual-
calmente nel terreno (nella foto quelle che anno un cittadino di Luras, Pier Gia-
di Coddhu ’Ecchju) con al centro una como Pala, ha aperto all’interno di una bel-
grande stele centinata: ognuna delle la casa padronale in granito, al centro del
due stele ha alla base un piccolo foro- paese, il Museo “Galluras. Frammenti della
portello che guarda su un lungo corri- civiltà gallurese”, nel quale si possono ve-
doio, formato da pietre infitte vertical- dere, oltre agli arredi e le suppellettili di
mente e coperte da una serie di altre pie- un’abitazione tradizionale, gli strumenti
tre disposte orizzontalmente (oltre 13 d’un tempo dei lavori di campagna e del-
metri a Coddhu ’Ecchju), che contene- l’artigianato, compresi quelli per la lavo-
va la tomba vera e propria. razione del sughero.

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12.2 Da Luras a Tempio Pausania
Calangiànus ‘monumenti’ dell’archeologia industriale,
Il ricco centro gallurese (m 500, ab. 4770) caratterizzano ancora diverse parti della
sorge in un territorio abitato fin dalla prei- città. Oggi Tempio è sede di diocesi, cen-
storia, come testimoniano significativi re- tro di servizi giudiziari e finanziari; è anche
sti prenuragici. Nel 1698, con circa 1080 sede di attività di trasformazione delle ri-
abitanti, era, dopo Tempio, la seconda sorse locali (sughero e granito). Vi si tro-
città della “Incontrada de Gallura”. Oggi, va pure una Cantina sociale da cui escono
con Tempio, la ‘capitale’ italiana del su- vini rinomati quali il Vermentino e il Mo-
ghero. La lavorazione iniziò a Calangià- scato. Negli anni sessanta vi è sorta anche
nus nel 1851, prima a livello artigianale e la Stazione sperimentale del sughero, isti-
poi quasi subito a livello industriale. At- tuto scientifico di rinomanza europea.
tualmente contribuisce per il 90% circa al- Tempio – dove il clima, il verde dei boschi
la produzione nazionale complessiva: ha circostanti, i giardini e i parchi, le acque
3000 operai, 20 complessi industriali e sorgive rendono assai piacevole il sog-
180 botteghe artigianali. Dal 1978 vi si tie- giorno - è nota in tutta la Sardegna per il
ne un’importante Fiera internazionale del suo Carnevale* straordinariamente par-
sughero. Merita una visita la chiesa di S. Ma- tecipato: alla sfilata dei carri allegorici e al
ria degli Angeli, che conserva un bel coro
settecentesco, un tabernacolo ligneo e al-
cuni quadri ottocenteschi del cagliaritano
Giovanni Marghinotti. La Parrocchiale è
del 1378 e conserva al transetto destro
un’Assunzione di Andrea Lusso.

Tempio Pausania
La città (m 566, ab. 13 979) sorge su un al-
topiano granitico fitto di sughereti e di vi-
gneti cui fanno da sfondo le cime a guglie
del maestoso massiccio del monte Limba-
ra (m 1359). Importante centro sugherico-
lo e vitivinicolo, è anche stazione di villeg-
giatura collinare conosciuta per le qualità
terapeutiche delle acque oligominerali del-
le rinomate fonti di Rinaggiu. È stata fin ol-
tre la metà del ’900 la ‘capitale’ della Gallura.
Il riflesso urbanistico di questo ruolo è leg-
gibile nell’omogeneo tessuto di edilizia ci-
vile e religiosa sette e ottocentesca che fa
corpo intorno alle piazze Gallura e S. Pietro.
Il ridimensionamento delle sue funzioni ur-
bane ha coinciso col processo di avvicina- processo al fantoccio del carnevale, detto
mento delle popolazioni alle coste. “re Giorgio”, assistono, nella giornata di
Tempio è città di fondazione romana. L’in- Martedì grasso, migliaia di persone che poi
sediamento si formò dalla riunificazione di riempiono le sale da ballo aperte tutta la
due stazioni – Gemellae e Templum – lun- notte e fino al successivo martedì.
go la strada Olbia-Tìbula. Villaggio di mi- Via Roma è l’animato fulcro della vita cit-
nuta consistenza demografica ed edilizia tadina; collega piazza Gallura e piazza d’I-
in epoca giudicale e pisana, vide crescere talia lambendo il piccolo, scenografico,
la sua importanza a partire dal Cinque- slargo di S. Pietro dove tra severi edifici in
cento, cui seguì tra XVIII e XIX sec. un mo- granito sono raccolti gli episodi architet-
vimento demografico di stabile accresci- tonici più interessanti, la Cattedrale e l’o-
mento dovuto anche a correnti immigra- ratorio del Rosario. Dedicata a san Pietro, la
torie dalla Corsica. Ad esso corrispose maestosa chiesa è stata ricostruita nel-
un rapido sviluppo edilizio: a questo pe- l’Ottocento. Della preesistente fabbrica tar-
riodo sono ascrivibili i più significativi doquattrocentesca rimangono il portale e
edifici religiosi e civili eretti dalle più in- il campanile absidato; all’interno, nella 3a e
fluenti famiglie della città. 4a cappella sinistra, spiccano due altari li-
È a metà dell’800 che mosse i suoi primi gnei del ’700, finemente intagliati e dorati.
passi l’industria sugheriera: opifici indu- Sulla Cattedrale prospetta l’elegante fac-
striali abbandonati ed edifici di servizio, ciata del settecentesco oratorio del Rosa-
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12 La Gallura: il granito nel vento
rio che mescola piacevolmente motivi sti- “direttissima” Sassari-Olbia. Posto ai con-
listici diversi. Suggestivo lo scorcio urba- fini tra Gallura e Logudoro, Òschiri (m 202,
no offerto da piazza Gallura. ab. 3850) vive di agricoltura, pastorizia e
Al termine di via Garibaldi si accede al- pesca. Ottimi e rinomati i suoi formaggi, ma
l’ombroso parco delle Rimembranze, men- impareggiabili le sue “panadas”, gustosis-
tre il viale della Fonte Nuova* – passeggia- simi involucri di pasta finissima, cucinati in
ta estiva dei cittadini tempiesi – prende il forni speciali, con un ripieno d’anguille
nome dalla fonte perenne di acque fresche del lago o di carne di maiale e vitella.
che vi si trova. Più in alto si trovano le fon-
ti di Rinaggiu*, inserite in un boschetto fit- Non lontano, nella piana d’Ozieri, si eleva sulla
to di alberi. Di recente vi è stato impianta- destra, a 5 km da Òschiri, la chiesa di Nostra Si-
to uno stabilimento termale provvisto di pa- gnora di Castro*, una costruzione romanica di
lestre, bagni turchi, saune, vasche idro- derivazione lombarda, realizzata alla fine del
massaggio, sale per massaggi. Vi operano sec. XII, che colpisce per la facciata in trachite
anche strutture mediche specializzate nel- rosa abbellita da un imponente campanile a
vela. Poco distanti, presso la sponda del lago,
la cura di alcune malattie dei reni. le rovine del medievale castello di Castro.
Usciti da Tempio, sulla statale 392 per Òschiri
Si raggiunge il bivio per Berchidda (m 300, ab.
si incontra la deviazione per Vallicciola sul
monte Limbara. Si sale per 10 km ripidi ma dal 3292), dopo 10 km sulla 597 per Olbia. L’abita-
fondo stradale buono attraverso fitti boschi di to è un florido centro agricolo-pastorale sulle
pini e querce fino allo spiazzo alberato dal qua- pendici meridionali del massiccio del Limbara.
le si gode l’ampio panorama dell’intera Gallura Popolato fin dall’antichità, il territorio è co-
con ‘l’azzurra visione’ della Corsica sullo sfon- sparso di resti archeologici che vanno dalle
do. Da Vallicciola la strada s’inerpica per altri 6 domus de janas e dai dolmen di Santa Caterina
km fino alle vette di punta Balistreri (m 1359) e ai resti del castello di Montacuto di epoca giu-
di Ghjucantinu da dove lo sguardo spazia anche dicale. Attualmente è un paese agiato, con una
sul Logudoro e la Baronìa. Il massiccio del mon- marcata attività cooperativistica e zootecnica.
te Limbara, vero paradiso degli escursionisti, è Anche l’imponente mole granitica del Limbara
ricchissimo di fonti, ruscelli, laghetti tanto ame- rappresenta per Berchidda fonte di benessere con
ni quanto facili da raggiungere. le sue acque, il suo legname, la sua selvaggina.

Verso Òschiri Di ritorno a Olbia


La statale 392 si inoltra nella fitta vegeta- Ritornati sulla statale 199 si raggiunge Ol-
zione fra numerose fonti, tra le quali la bia dopo 36 km di strada scorrevole che,
più copiosa è quella di Fundu di Monti con attraverso terre ben coltivate e irrigate
i suoi cinque bocchettoni che versano l’ac- da più corsi d’acqua, scende dolcemente
qua modicamente diuretica. Superato il verso le piane costiere: nel tratto finale,
passo del Limbara (676 m), si scende tra sulla destra, i resti del medievale castello
suggestive vallate boscose fino al lago ar- Pedreso*, in cima a una roccia, si con-
tificiale del Coghìnas e proprio dentro l’a- trappongono alle moderne architetture
bitato ci si immette nella statale 597, la dell’aeroporto di Olbia-Costa Smeralda.

12.3 La Costa Smeralda e l’estremo Nord


Itinerario prevalentemente costiero, da Olbia a Tempio Pausania, 224 km (carta a pag. 175)

Uscendo da Olbia si imbocca la statale l’interno e toccando note località turisti-


125 che porta a Palau, ma lasciandola qua- che: oltre a Porto Rotondo, Cala di Volpe
si subito e svoltando a destra, si raggiun- (24 km), Porto Cervo (3 km), Liscia di Vac-
ge, dopo 16 km, il lussuoso centro turisti- ca (4 km), Baia Sardinia (29 km), Palau
co-marinaro di Porto Rotondo. Qui la mac- (25 km), Porto Pozzo (13 km), Santa Tere-
chia mediterranea, punteggiata di ville e di sa Gallura (5 km), Capo Testa (6 km), Vi-
rocce granitiche di bellezza non comune, gnola (21 km), Portobello (10 km), Costa
è lussureggiante; il mare è di un tenero ver- Paradiso (17 km), Isola Rossa (8 km), Tri-
de, davvero un verde smeraldo. Questo nità d’Agultu (14 km), Àggius (23 km),
paesaggio accompagnerà il turista, per Tempio Pausania (6 km).
comode strade asfaltate, fino alla conclu-
sione dell’itinerario, che permette di co- Porto Rotondo
noscere quasi tutto il perimetro costiero Il borgo (m 5) si affaccia su una baia ton-
della Gallura dirigendosi alla fine verso deggiante con costruzioni di misurata ele-
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12.3 La Costa Smeralda
ganza che gravitano sulla piccola piazza: si del mondo. Ville e alberghi sono stati co-
da visitare la chiesa di S. Lorenzo*, opera struiti in uno stile definito ‘neo-nuragico’,
di Andrea Cascella, con 20 statue sacre in che però almeno in parte cerca di inserir-
legno scolpite da Mario Ceroli. Per il suo si nel paesaggio senza stravolgerne le linee
porto turistico attrezzatissimo, è il più no- e le caratteristiche. Il litorale è come in-
to tra gli insediamenti balneari sorti negli tarsiato da piccole cale che penetrano fin
ultimi due decenni a nord di Olbia. dentro la fitta macchia creando una serie
di emozionanti contrasti cromatici.
Costa Smeralda**
Lasciato Porto Rotondo, costeggiato il golfo Proseguendo verso Cala di Volpe si incontra a
di Cugnana, si entra nella Costa Smeralda km 13.2 da Porto Rotondo il bivio per San Pan-
taleo (m 166; a 5 km). Vale la pena di visitare
che si allunga per 55 km nel tratto nord- questo paesetto agricolo-pastorale incastona-
orientale della Sardegna, tra Cala Razza di to come un bianco cammeo in una colata sug-
Juncu e l’insenatura di Poltu Quatu. Il nome, gestiva di alte rupi di granito.
legato ai particolari colori del mare dalle tra-
sparenze verdi e turchesi, fu coniato agli ini- Verso Porto Cervo
zi degli anni sessanta da un gruppo di im- Dopo Cala di Volpe si arriva alla spiaggia di
prenditori e finanzieri italiani e stranieri Caprìccioli, chiusa al largo da una ridente
che investirono ingenti capitali su un com- cortina di isolette, e alla falcata distesa
prensorio territoriale di 5000 ettari, realiz- sabbiosa di Liscia Ruia. Porto Cervo (m 8),
zando in una delle zone più deserte dell’i- il vero centro della Costa Smeralda, è ada-
sola il più esteso insediamento turistico-bal- giato in una cala riparata e fornito di nu-
neare del Mediterraneo. merose strutture ricettive, negozi, locali di
L’origine della Costa Smeralda è singolare: ritrovo, campi da golf. L’abitato ruota in-
il principe Karim Aga Khan IV, viste per ca- torno alla famosa “piazzetta” e culmina
so – si dice – queste bellissime coste gal- nella chiesa di Stella Maris* (B2, nella pian-
luresi popolate di pochi contadini e pa- ta alla pagina 180), opera dell’architetto
stori, decise assieme a un gruppo di ami- Michele Busiri Vici. Il portale in bronzo a
ci e soci di realizzarvi una grande opera- bassorilievi rappresentanti l’Annuncia-
zione turistico-immobiliare. Il compren- zione si deve a Luciano Minguzzi; all’in-
sorio della Costa Smeralda, quasi tutto in terno, una Mater Dolorosa impegnativa-
comune di Arzachena (e parte in comune mente attribuita a El Greco e un organo del
di Olbia), si presenta oggi come un auten- Seicento. Il porto turistico (A-B1), fra i più
tico “paradiso per miliardari”: alcune de- attrezzati, dispone di 500 posti barca di-
cine di alberghi, centinaia di ville, un gran- slocati in sette pontili.
de campo da golf, un porto turistico e un Riprendendo la litoranea che serpeggia
centro nautico fra i più attrezzati e famo- tra bianche rocce e macchie si supera

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Baia Sardinia, insediamento popolatissimo segue sulla 133 bis fino al bivio di San Pa-
durante l’estate. Seguendo poi il contorno squale (m 139). Dopo questo paesello sor-
meridionale del golfo di Arzachena si pro- to nel 1776, affacciato come da un aereo
segue verso Palau. poggiolo sull’arcipelago maddalenino, me-
rita sostare nel borgo marino di Porto Poz-
Palau zo (m 9), villaggio di contadini-pescatori
È il vivace centro (m 5, ab. 3355) di pas- secondo un assetto sociale comune a tut-
saggio per La Maddalena. Un chilometro ti i piccoli paesi costieri.
prima del paese, una strada asfaltata con- La 133 bis fra Porto Pozzo e Santa Teresa
duce sulla sinistra a Porto Rafael, sofisti- Gallura corre per una zona pianeggiante
cato borgo turistico raccolto intorno a ricca di macchia mediterranea dove pri-
una breve insenatura, e al promontorio di meggiano le eriche nane e gli olivastri se-
Punta Sardegna, animato da belle ville dis- colari piegati dal vento. Dal lato destro del-
seminate nel verde della macchia medi- la strada si staccano i vari svincoli che, do-
terranea. Trasformatosi negli ultimi de- po 4-5 km, portano alle frequentate località
cenni dell’Ottocento da piccolo villaggio di turistiche distribuite lungo la riva. Il mare
contadini-pescatori in un paese di una cer- di questo squarcio di costa è famoso per
ta importanza per la vicinanza di La Mad- le acque di un incredibile verde-azzurro e
dalena (con la sua grande base navale), Pa- per l’abbondante fauna marina, ricca di
lau ha oggi una sicura vocazione turistica. specie rare e protette.
Una delle bellezze naturali del territorio di Pa- Santa Teresa Gallura*
lau è la famosa roccia di Capo d’Orso*, a 5 km Il centro balneare (m 44, ab. 4157; e, da lu-
dal centro. Ai piedi di questa roccia di podero-
sa bellezza che prende il nome dall’animale di glio a settembre, 40 000 ‘ospiti’) si affaccia
cui la mole possente evoca l’immagine, si dice da un piccolo promontorio roccioso sulle
che Omero abbia localizzato il paese dei Le- Bocche di Bonifacio. La caratteristica più
strìgoni (ma lo si dice per molti altri posti del significativa di questa cittadina, la cui
Mediterraneo). pianta di fondazione fu disegnata nel 1808
di propria mano da Vittorio Emanuele I,
Da Palau a Santa Teresa Gallura che le diede il nome della regina, è la strut-
Abbandonata, appena superato il ponte tura regolare delle sue strade originarie. È
sul Liscia, la 133 diretta a Tempio, si pro- di questi ultimi decenni la trasformazione
180
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12.3 Santa Teresa Gallura
da borgo di ortolani-pescatori in sito tu- A un chilometro da Vignola si trova sulla destra
ristico di risonanza europea. Un fitto av- il bivio per (5 km di strada asfaltata) Portobel-
vicendarsi di spiagge e spiaggette dalla lo di Gallura (m 50). Superato il rio Vignola si ar-
sabbia finissima anima la costa da punta riva a un mare felicemente sposato con la costa
rocciosa ricoperta di olivastri e lentischi piegati
Falcone alla penisoletta di Capo Testa; e pettinati dal vento quasi a continuare la di-
un’autentica sorpresa anche per i turisti stesa ondulata del mare. Fra alberi e rocce, un
più vaccinati contro la magia di tante bel- nucleo di ville sparse nel verde, acquattate sot-
lezze ambientali: mare, granito, sabbia e to il livello della macchia e alcune completa-
macchia dispiegano qui la straordinaria mente nascoste da essa.
gamma dei loro colori primigeni. Di fron-
te alla cittadina si staglia oltre l’azzurro del Proseguendo verso sud-ovest la strada
mare l’ampia mole della Corsica (distante corre tra la macchia mediterranea costel-
appena 14 km), con i suoi bianchi bastio- lata di stazzi: numerose rustiche insegne
ni calcarei della costa di Bonifacio. Dal invitano ad acquistare direttamente dai
porto, protetto da una profonda insena- produttori formaggi, latticini e vini locali
tura che penetra nell’entroterra a fianco in genere gustosi e di prezzo accettabile.
dell’abitato, partono i traghetti di linea Costa Paradiso (m 154), un altro insedia-
per Bonifacio (quotidiani, più numerosi du- mento turistico, è a destra sul mare. La si
rante l’estate: il viaggio dura circa un’ora). raggiunge con una deviazione di 5 km da
Quando i piemontesi costruirono Santa lu Colbu. Porto Leccio e la baia di Tìnnari
Teresa Gallura lì c’era solo la cilindrica tor- con le sue rocce color corallo sono altri
re di Longosardo, eretta nel XVI sec. da Fi- due punti sull’itinerario che vale la pena di
lippo II. E c’è ancora, alta sulla roccia. segnalare al turista.

Con una deviazione di appena


5 km dall’abitato si arriva a
Capo Testa**, promontorio
di granito collegato alla ter-
raferma da uno stretto istmo.
Nella parte nord-occidentale
presenta ancora tracce di ca-
ve di granito sfruttate dai ro-
mani. Anche i pisani nel me-
dioevo ne usarono il granito
per i colonnati del Duomo di
Pisa. Sulla costa che fronteg-
gia la penisoletta è sorto un
vasto insediamento chiama-
to Santa Reparata (m 22), dai
resti di una chiesetta medie-
vale che ha dato nome alla
baia. All’estremità del pro-
montorio c’è cala Spinosa con
le sue acque verdi racchiuse
da un anfiteatro di bianche
rocce di granito.

A Vignola Mare
Da Santa Teresa una lito-
ranea porta fino a Castelsardo seguendo Isola Rossa
il mare o, a tratti, allontanandosene di A 4 km dalla strada per Castelsardo, bian-
qualche chilometro. Dopo il verde dosso co su suggestive rocce di porfido color
di Rena Majore (dove gli antichi localiz- amaranto, s’incontra il piccolo paese (m
zavano le porte dell’inferno per il suo ma- 23), 130 abitanti stanziali e 10-12 mila in
re mugghiante nei giorni di forte mae- estate, sorto con la vocazione per la pesca
strale e oggi sorge un vasto complesso re- e, in seguito, per il turismo.
sidenziale), e dopo il lungo litorale albe- L’isoletta omonima, della stessa rosseg-
rato che fronteggia il promontorio grani- giante pietra, ne delimita a nord-ovest il
tico di Montirussu, s’incontra sulla destra porticciolo. Il borgo nacque agli inizi del
il piccolo centro di Vignola Mare (m 6), vil- ’900 grazie a un gruppo di pescatori e con-
laggio di pescatori ora con posti di risto- tadini napoletani e galluresi che sfrutta-
ro e camping ben attrezzati. rono il mare antistante all’abitato soprat-
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12 La Gallura: il granito nel vento
Verso Àggius
Proseguendo in salita fra un’armoniosa
fuga di colline, al centro di un breve pia-
noro si apre la cosiddetta Valle della Luna,
o “Piana dei grandi sassi”; è una landa
d’aspetto desolato animata un tempo da
rocce granitiche scavate dall’erosione na-
turale, molte con forme animali. Cavatori
senza scrupoli l’hanno ridotta quasi un de-
serto; si è salvata soltanto la testa di Pla-
tone (o del Frate Cappuccino), come vie-
ne chiamata l’enorme roccia vicina alla
strada, sulla destra.
Àggius (m 514, ab. 1731), ridente e sugge-
stivo, sorge sul versante sud-orientale del
monte della Croce (666 m) che assieme ad
altre vette contigue è noto anche come “il
Resegone sardo” per il suo aspetto se-
ghettato. Nel territorio, resti preistorici im-
ponenti: circoli megalitici nella zona di Pi-
trischeddhu e tracce di villaggi prenuragici
a li Pàrisi. Nell’Ottocento il paese fu tor-
mentato da tremende faide: la più celebre
tutto per la pesca dei mitili e dei crostacei. raccontata nel “Muto di Gallura”, romanzo
Vicino all’abitato, scura sulla roccia, an- di Enrico Costa. Oggi Àggius è un florido e
cora imponente, si erge una torre cinque- tranquillo paese dove l’attività più inte-
centesca di difesa. ressante, oltre a quelle legate alla lavora-
zione del granito e del sughero, è la tessi-
Trinità d’Agultu tura dei tappeti lavorati nel rispetto di una
L’abitato (m 365, ab. 2033) si affaccia co- tradizione antichissima. Da luglio a set-
me da un belvedere sul Golfo dell’Asina- tembre una Mostra del tappeto aggese* può
ra, l’Isola Rossa, Baia Trinità e Punta essere visitata tutti i giorni compresi quel-
Canneddhi. È un piccolo centro che vive li festivi. Da vedere sono le quattro chiese
di un’attiva economia agricola. Vicine al del centro storico: la parrocchiale di S. Vit-
paese si trovano le antiche chiese di S. toria (1536), la Madonna d’Itria (1750) e gli
Antonio di Li Colti, di S. Pietro Martire, S. oratori del Rosario (1717) e di S. Croce
Orsola e S. Barbara, le ultime due pres- (1709). Tempio Pausania (v. pag. 177), di-
soché ridotte a ruderi. sta da Àggius meno di 7 chilometri.

12.4 L’Arcipelago della Maddalena


Itinerario solo in parte pedonale sulle due isole maggiori; escursioni in battello per le altre
(carta a pag. 183)

Posto all’estremità nord-orientale della forme e dei colori, la varietà delle specie
Sardegna (imbarchi da Palau), prende il ornitologiche conferiscono a questo trat-
nome dell’isola principale. Formatosi per to di costa – uno dei più suggestivi del-
effetto della sommersione provocata dal- l’intero bacino del Mediterraneo – un ec-
l’innalzamento post-glaciale del livello del cezionale interesse paesaggistico e natu-
mare, è costituito da un gruppo di isole ralistico. La necessità della tutela e della
granitiche per una superficie complessiva valorizzazione delle sue risorse naturali,
di 49.3 km2. ambientali e storico-culturali, hanno por-
Delle sette isole maggiori, quattro, Santo tato alla legge istitutiva del Parco nazionale
Stefano, Spargi, Maddalena, Caprera, si dell’Arcipelago della Maddalena (1996).
trovano vicino alle coste galluresi; le altre Destinato a rappresentare anche una par-
tre, Budelli, Razzoli, Santa Maria, circon- te significativa dell’istituendo Parco marino
date da uno sciame di isolotti e scogli, si internazionale delle Bocche di Bonifacio,
affacciano sulle Bocche di Bonifacio. comprende una superficie superiore ai 20
Lo spettacolare paesaggio delle isole e mila ettari – tra terra e mare – e ben 180
dei fondali marini, la fantasmagoria delle chilometri di coste. Vi rientrano tutte le
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12.4 L’Arcipelago della Maddalena
isole (e isolotti) appartenenti al territorio vata ricchezza di habitat e di specie, al-
del comune di La Maddalena, tra le quali cune di rilevanza internazionale. Il rego-
– all’interno del Parco geo-marino, che lamento provvisorio di salvaguardia am-
aspira a diventare un centro di eccellenza bientale e la protezione con cavi tarozza-
nel campo della tutela dell’ambiente, del- ti de