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6 P. v.

Möllendorff: Szlagor, Verflochtene Bilder

moralische Überlegenheit behauptet, ist selbst der Heuchelei am stärksten ver-


dächtig. Hieraus erklären sich dann auch alle Elemente in den untersuchten
Texten, die die Erzählerfigur als naiv oder prätentiös erweisen.
Zuletzt sei folgendes angemerkt. Bei ihren Untersuchungen der Frage, ob Lu-
kian bei den Portraits seiner Figuren feste Typen vor Augen gehabt hat, konzen-
triert sich S. immer wieder stark auf die Analyse literarischer Darstellungstech-
niken, vor allem natürlich intertextueller Bezugnahmen. Hierbei zeigt sie sich
sehr hellhörig. Wenn Rez. ihren Anspielungsrekonstruktionen auch in den mei-
sten Fällen zustimmt, so sind doch Vorbehalte gegenüber den Folgerungen ange-
bracht, die S. aus ihnen zieht. Es ist nämlich kurzsichtig, aus der Existenz literari-
scher Vorbilder automatisch auf die Ahistorizität des entsprechenden Aspekts zu
schließen. Vielmehr gibt sich der Erzähler ja als ein pepaideuménos aus, die imi-
tative Aufladung seiner Texte ist also schon qua Rezipientenerwartung geboten,
und das bedeutet in diesen biographischen Texten die literarische Überblendung
oder Überformung realer individueller Züge als ein zentrales Darstellungsverfah-
ren. Schließlich müßte man wohl auch nachdrücklicher ins Kalkül ziehen, daß
Persönlichkeiten wie Alexander, Peregrinos oder Nigrinos bei ihrer Selbstinsze-
nierung darauf geachtet haben könnten, gebildeten Anhängern die Gelegenheit
zu entsprechenden gebildeten Assoziationen zu geben, und zwar deutlich über
relativ plumpe Anspielungen – bzw. Alexanders Pythagoras-Imitation – hinaus;
zu solchen Fragen der Selbstinszenierung hätte S. beispielsweise unbedingt Paul
Zankers ’Maske des Sokrates‘ (1995)1 konsultieren müssen.
Gießen Peter von Möllendorff

Gianfranco Agosti: Nonno di Panopoli, Parafrasi del Vangelo di San Giovanni. Canto
Quinto. Introduzione, edizione critica, traduzione e commento. Firenze: Università
degli Studi di Firenze; Dipartimento di Scienze dell’Antichità ’Giorgio Pasquali‘ 2003.
560 S. (Studi e Testi. 22.) 40 €
Nel recensire su questa rivista (77, 2005, 311–316) il canto I della Parafrasi (P.) di
Nonno (N.), curato da Claudio De Stefani (2002), facevo riferimento in apertura,
nel momento in cui scrivevo, all’edizione del V che Gianfranco Agosti (A.), dopo
«una lunga incubazione», aveva appena pubblicato nel 2003. Ebbene, dovendo
adesso discutere di questo ponderoso volume, non esiterò a dire che la lunga
maturazione, a cui A. ha sottoposto l’originaria tesi di dottorato del 1995, ci
consegna un’opera destinata a restare un mirabile esempio di dottrina e
intelligenza, preziosa non solo per gli studiosi del poeta delle Dionisiache (D.),
cui essa si rivolge in primis, ma per quanti – filologi, epigrafisti e storici dell’arte –
indagano la complessità culturale della Spätantike.
Dopo la Premessa (7–9), nella quale si sottolinea a ragione la necessità di «una
lettura storica e religiosa, ancor più che letteraria» (8) della P., e la Bibliografia
(11–32), il libro presenta una ampia Introduzione (35–239) divisa in due capitoli e
quattro sezioni. Il titolo iniziale (La poesia di Nonno nell’ambiente culturale e

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1
Paul Zanker, Die Maske des Sokrates. Das Bild des Intellektuellen in der antiken
Kunst, München 1995.

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D. Accorinti: Agosti, Nonno di Panopoli 7

religioso del V secolo. Una lettura del quinto canto della Parafrasi), seguito da
una breve nota esplicativa, è relativo ai due capitoli, ciascuno dei quali ha una
complessa (forse un po’ labirintica) articolazione interna: I) La guarigione del
paralitico (vv. 1–56 ~ Jo. 5.1–15) (I.1 La città e il tempio (vv. 1–2) [38–47]; I.2 La
piscina di Bethesda (vv. 3–10) [47–52]; I.3 Descrivere i segni: il miracolo del
paralitico (vv. 6b–56). Per una contestualizzazione della poesia nonniana [52–
130], I.3.1 Tra esegesi e liturgia [52–70], I.3.1.1 Poesia e simbologia [70–73], I.3.2
Miracoli e guarigioni: parafrasare l’episodio del paralitico nel V secolo [73–81],
I.3.2.1 Asclepio nella tarda antichità [81–89], I.3.2.2 La Parafrasi e il paganesimo
[89–94], I.3.2.3 Il destinatario della Parafrasi [95–102], I.3.2.4 Esaltare il Ueåw
ˆnÜr [102–107], I.3.3 Fonti evangeliche [107–110], I.3.4 L’episodio alla luce della
poesia biblica: per una valutazione della tecnica parafrastica nonniana [111–121],
I.3.5 Alcune strutture stilistiche [121–126], I.3.6 Vedere il miracolo: poesia e arti
visive [127–130]); II) La persecuzione dei Giudei e il discorso sul potere del
Figlio di giudicare (vv. 57–120 ~ Jo. 5.16–30). La testimonianza sul Figlio (vv.
121–182 ~ Jo. 5.31.–47) (II.1 Una scansione narrativa [131–135], II.2 Nuclei
tematici [135–147], II.2.1 La Resurrezione (vv. 76–82; 89–116) [135–141], II.2.2
La krÝsiw (vv. 83–86; 113–120) [141–142], II.2.3 La martyrÝa e la testimonianza
di Giovanni e Mosè (vv. 121–182) [142–144], II.2.4 Il libro e la sua voce [144],
II.2.5 Giovanni ’ortodosso‘: sulla scorta di Cirillo [145–147]).
12. Di Ashton 1991 è disponibile anche una traduzione italiana, J. Ashton,
Comprendere il Quarto Vangelo, Città del Vaticano 2000. – 17 s. L’articolo di C. De
Stefani, dedicato al Koechly, è stato pubblicato su Eikasmòs 14, 2003, 259–329. – 20. Per
Grillmeier 1996 cfr. l’edizione italiana, A. Grillmeier, Gesù il Cristo nella fede della
Chiesa, vol. II/4, La chiesa di Alessandria, la Nubia e l’Etiopia dopo il 451, con la
collaborazione di Th. Hainthaler, a cura di A. Zani, Brescia 2001. – 27. Da aggiungere alla
bibliografia la traduzione inglese della P. di M. A. Prost, Nonnos of Panopolis. The
Paraphrase of the Gospel of John, Ventura 2003, su cui vd. ora la rec. di B. Garstad,
BMCR 2006.12.32. – 31. Dei canti III e IV di Apollonio Rodio già da tempo è uscita,
sempre a cura di F. Vian, una seconda edizione (Paris, rispettivamente 1995 e 1996). – 43 n.
19. Per la visione consolatrice della chiesa di Santa Sofia in Paolo Silenziario, cfr. M. L.
Fobelli, Un tempio per Giustiniano. Santa Sofia di Costantinopoli e la Descrizione di
Paolo Silenziario, Roma 2005, 23. – 44 n. 28. L’incipit replica quello della n. 26. – 45. Alle
«analisi ’incrociate‘» di luoghi di D. e P. si presta anche l’arrivo di Dioniso ad Atene in D.
47.1–33, dove si allude all’ingresso trionfale di Cristo a Gerusalemme (Jo. 12.13), vd. D.
Accorinti, Nonno di Panopoli. Le Dionisiache, IV (Canti XL–XLVIII), Milano 2004, 25–
36. – 46 n. 34. Per Soterico di Oasi cfr. T. Derda-P. Janiszewski, Soterichos Oasites
revisited, in T. Derda et alii (edd.), E‡ergesÝaw xÀrin. Studies presented to Benedetto
Bravo and Ewa Wipszycka by their disciples, Warsaw 2002, 51–70 e T. Braccini, L’oasi di
Soterico, Aegyptus 83, 2003, 163–181. – 47–52. Sulla piscina di Bethesda cfr. M. Sasse,
Beobachtungen zum Verhältnis von Archäologie und Exegese am Beispiel der
Ausgrabungen am Teich Betesda in Jerusalem (Joh 5), in S. Alkier-J. Zangenberg (edd.),
Zeichen aus Text und Stein: Studien auf dem Weg zu einer Archäologie des Neuen
Testaments, Tübingen 2003, 250–261. – 52 n. 51. Per i bagni nell’età tardoantica vd. il
resoconto bibliografico di H. Manderscheid, Ancient Baths and Bathing: A Bibliography
for the years 1988–2001 (Journal of Roman Archaeology, Suppl. Ser. 55), Portsmouth
2004, 136–140 (Early Christian/Byzantine Baths and Bathing). – 60–62. Sulla simbologia
battesimale rinviare adesso alle edizioni dei canti IV e XIII della P., curate rispettivamente
da M. Caprara (Pisa 2005, 14 s.) e C. Greco (Alessandria 2004, 119 s.). – 61. Perplessità ha
suscitato l’interpretazione dell’agg. maxlÀw, «lascivo», nella clausola di P. 12.15 maxlÀdi
xaÝtÿh, riferita ai capelli della Maddalena: Heinsius (1627), «molli capillo», Sherry (1991),
«with her luxuriant mane», Prost (2003), «with her wanton hair». Come aveva già

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8 D. Accorinti: Agosti, Nonno di Panopoli

compreso Heinsius nelle sue Exercitationes (cfr. PG 43.1150D–1151B), N. qui identifica la


Maddalena con la peccatrice di Lc. 7.37–50 (il motivo è diffuso nei commentari siriaci,
molti dei quali dipendono dall’Omelia sulla peccatrice attribuita ad Efrem, cfr. H. Hunt,
Joy-bearing Grief. Tears of Contrition in the Writings of the Early Syrian and Byzantine
Fathers, Leiden-Boston 2004, 107–125). – 64. Per l’acqua del Nilo come fonte di
benedizione secondo le credenze popolari e la teologia della tarda antichità, vd. S. Heid,
Gottes Sorge für das Land des Nils in Volksglaube und Theologie der Spätantike, JbAC
Ergb. 1998, 167–186. – 69 (cfr. 293). Sulla localizzazione di Siloe accanto a Bethesda nel
Diatessaron di Ephrem, vd. T. Baarda, ’Siloam‘ in Joh 5,2? Ephraem’s Commentary on the
Diatessaron, EthL 76, 2000, 136–148. – 70. Per una lettura ’liturgica‘ della P. interessanti
spunti in L. S. B. MacCoull, Nonnus (and Dioscorus) at the Feast: Late Antiquity and
After, in D. Accorinti-P. Chuvin (edd.), Des Géants à Dionysos. Mélanges de mythologie
et de poésie grecques offerts à Francis Vian, Alessandria 2003, 489–500, dove si analizza il
canto VI. – 71 n. 110. Il saggio citato di A. Grabar si può leggere anche in traduzione
italiana nel volume Le origini dell’estetica medievale, Milano 2001, 29–83. – 80 n. 134. Sulla
religiosità nell’Egitto tardo cfr. D. Frankfurter, The Consequences of Hellenism in Late
Antique Egypt: Religious Worlds and Actors, ARG 2, 2000, 162–194 e, del medesimo
autore, Voices, Books, and Dreams: The Diversification of Divination Media in Late
Antique Egypt, in S. I. Johnston-P. S. Struck (edd.), Mantikê. Studies in Ancient
Divination Media in Late Antique Egypt, Leiden-Boston 2005, 233–254, Hagiography and
the Reconstruction of Local Religion in Late Antique Egypt: Memories, Inventions, and
Landscapes, Church History and Religious Culture 86, 2006 (J. Dijkstra-M. van Dijk
[edd.], The Encroaching Desert Egyptian Hagiography and the Medieval West), 13–37. –
81–89. Alcuni addenda alla vasta bibliografia citata su Asclepio: D. Knipp, ’Christus
Medicus‘ in der frühchristlichen Sarkophagskultur. Ikonographische Studien der
Sepulkralkunst des späten vierten Jahrhunderts, Leiden-Boston-Köln 1998, che dedica il
quarto capitolo della sua monografia al miracolo del paralitico (Die Heilung des
Gichtbrüchigen am Teich Bethesda auf theodosianischen Sarkophagen, 140–184), cfr.
inoltre il primo capitolo (Forschungsbericht, 1–23), nel quale l’autore parla del rapporto
Cristo-Asclepio (3–4, 17–21); A. Breitenbach, Wer christlich lebt, lebt gesund.
Medizinische und physiologische Argumentation im Paidagogos des Klemens von
Alexandrien, JbAC 45, 2002, 26 sg., sul parallelo Cristo-Asclepio (con bibliografia alle nn.
12–15); A. Kolde, Les épiclèses d’Asclépios dans l’inscription d’Ysillos d’Épidaure:
implications politiques, in N. Belayche et alii (edd.), Nommer les Dieux. Théonymes,
épithètes, épiclèses dans l’Antiquité, Turnhout 2005, 543–555; J.-L. Vix, Les épiclèses
d’Asclépios dans les discours XXX et XXXIII d’Aelius Aristide, ibid., 557–566; J. W.
Riethmüller, Asklepios. Heiligtümer und Kulte, I, Heidelberg 2005, 382–392 (Das Abaton
und der zentrale Ritus der Inkubation). – 85. Per Gaza cfr. C. A. M. Glucker, The City of
Gaza in the Roman and Byzantine Periods, Oxford 1987, 51–57 (The Rhetorical School of
Gaza and the Writings of Choricius); alla scuola monastica è consacrato il saggio di B.
Bitton-Ashkelony-A. Kofsky, The Monastic School of Gaza, Leiden-Boston 2006. – 85 n.
154. Sulla descrizione nonniana di Berito nelle D. (41.14–49), cfr. Accorinti, Nonno di
Panopoli. Le Dionisiache, IV, 174–179 e, da ultimo, P. Chuvin in Nonnos de Panopolis.
Les Dionysiaques, t. XV: Chants XLI–XLIII, texte établi et traduit par P. C. et M.-Ch.
Fayant, Paris 2006, 10–11 (Notice), 154–158 (ad loc.). – 88. Per il santuario di Menouthis e
i santi Ciro e Giovanni, cfr. D. Montserrat, ’Carrying on the work of the earlier firm‘.
Doctors, medicine and Christianity in the Thaumata of Sophronius of Jerusalem, in H.
King (ed.), Health in Antiquity, London-New York 2005, 230–242. – 92 nn. 180–181. Sul
navigium Isidis cfr. S. Ensoli, Il santuario di Iside e Serapide sull’acropoli. III. La fase
ème
tardoantica del culto isiaco a Cirene, in L. Bricault (ed.), Isis en occident. Actes du II
Colloque international sur les études isiaques, Lyon III, 16–17 mai 2002, Leiden-Boston
2004, 218. Per Isis lactans vd. L. Langener, Isis lactans – Maria lactans: Untersuchungen
zur koptischen Ikonographie, in S. Emmel et alii (edd.), Ägypten und Nubien in
spätantiker und christlicher Zeit. Akten des 6. Internationalen Koptologenkongresses,
Münster, 20.–26. Juli 1996, I, Wiesbaden 1999, 223–229. – 93 n. 184. I Blemmi sono
oggetto dello studio di E. Fantusati, I Blemmi in Bassa Nubia: la fine del paganesimo e i

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D. Accorinti: Agosti, Nonno di Panopoli 9
primordi dell’evangelizzazione, SMSR, n.s., 17, 1993, 209–224, cfr. M. Weber in RAC,
Suppl.-Lief. 9 (2002), s.v. Blemmyer, 7–28. – 95 n. 196. Per le critiche di Cirillo al termine
synÀfeia usato da Nestorio cfr. S. A. McKinion, Words, Imagery and the Mystery of
Christ. A Reconstruction of Cyril of Alexandria’s Christology, Leiden-Boston-Köln 2000,
43, 96 s. – 96. Sul cristianesimo primitivo in Egitto cfr. K. Rudolph, Das frühe
Christentum in Ägypten: zwischen Häresie und Orthodoxie, in Gnosis und spätantike
Religionsgeschichte. Gesammelte Aufsätze, Leiden-New York-Köln 1996, 278–290, J. J. F.
Sangrador, Il Vangelo in Egitto. Le origini della comunità cristiana di Alessandria [1994],
trad. it., Cinisello Balsamo 2000. Non peregrina l’idea di A. che la P. sia stata composta a
Panopoli. – 97 s. Condivisibile il giudizio secondo il quale la P., pur rivolgendosi ad un
«uditorio cristiano», doveva aprirsi nelle intenzioni del suo autore anche ad un’audience
pagana. – 101. Per il pubblico dei contaci di Romano cfr. J. Koder, Romanos Melodos und
sein Publikum. Zur Einbeziehung und Beeinflussung der Zuhörer durch das Kontakion,
AnzWien 134/1, 1999, 63–94. – 105 n. 231. Un dibattito critico intorno al celebre libro di
T. F. Mathews, di cui è uscita recentemente una traduzione italiana (Scontro di dei. Una
reinterpretazione dell’arte paleocristiana, Milano 2005), è svolto da A.-O. Poilpré, Bilan
d’une décennie de réactions à l’ouvrage de Thomas F. Mathews, Clash of Gods, A
Reinterpretation of Early Christian Art, Princeton, 1993, AnTard 13, 2005, 377–385. – 116
n. 264. Su Eudocia e i centoni omerici cfr. R. Schembra, Il riuso cristiano del modello
omerico negli Homerocentones, in F. Montanari (ed.), Omero tremila anni dopo. Atti del
congresso di Genova 6–8 luglio 2000, con la collaborazione di P. Ascheri, Roma 2002,
505–510 e, del medesimo, I centoni omerici online e su CD-rom. Alla scoperta dei rapporti
di intertestualità con Omero e i Vangeli, Gaia 7, 2003, 425–438. – 120. Per la poikilÝa
nonniana vd. M.-Ch. Fayant, L’art poétique de Nonnos dans les Dionysiaques. PoikilÝa
et unité dans l’épisode d’Icarios (47, 1–264), exposé fait au congrès G. Budé ’Poésie et
poétique‘, Orléans, août 2003 (in corso di stampa), R. Faber, The description of Staphylos’
palace (Dionysiaca 18.69–86) and the principle of poikilÝa, Philologus 148, 2004, 245–254,
V. Giraudet, Les Dionysiaques de Nonnos de Panopolis: un poème sous le signe de Protée,
BAGB 2005, 75–98; alcune osservazioni anche nel mio contributo Poésie et poétique dans
ème
l’œuvre de Nonnos de Panopolis, presentato al 4 Colloque international sur la littérature
byzantine ’ERMHNEIA‘, ’Doux remède‘: Poésie et Poétique à Byzance, Paris, EHESS,
23–25 février 2006 (in corso di stampa). – 121 n. 276. Sulla metrica di Giorgio di Pisidia vd.
e
il lavoro di M. D’Ambrosi, L’esametro accentuativo in Giorgio Pisida, BollCom, III s., 24,
2003, 105–133. – 127–130. Per la funzione didattica della pittura vd. P. C. J. van Dael,
Biblical Cycles on Church Walls: pro lectione pictura, in J. den Boeft-M. L. van Poll-van
de Lisdonk (edd.), The Impact of Scripture in Early Christianity, Leiden-Boston-Köln
1999 (cit. da A., 127 n. 292), 122–132. – 129 n. 298. Sull’iconografia del miracolo del
paralitico in età bizantina vd. M. G. Parani, Reconstructing the Reality of Images.
Byzantine Material Culture and Religious Iconography (11th–15th Centuries), Leiden-
Boston 2003, 177 s. (i bedsteads che si vedono nelle illustrazioni del miracolo del paralitico
«could reflect actual types of beds in use in Byzantine monastic hospitals» [178]), 254 (i
calzoni rossi del paralitico nella raffigurazione del miracolo nella Metropoli di Mistra), 271
(la singolare presenza di un cuscino rosso, che è portato sulle spalle da un piccolo ragazzo,
nell’iconografia del miracolo nella Metropoli di Mistra). – 130 n. 303. Per i capelli lunghi
dei Galilei cfr. G. Dagron, L’image de culte et le portrait, in A. Guillou-J. Durand (edd.),
Byzance et les images, Paris 1994, 134 s. – 144. Il titolo del paragrafo II.2.4 ha ispirato ad
A. quello della sua introduzione a Nonno di Panopoli, Le Dionisiache, III (Canti XXV–
XXXIX), Milano 2004, 7–44 (Il libro, la sua voce).
Seguono nell’introduzione quattro sezioni non numerate: Tecnica parafrastica,
stile, lingua (149–174), Metrica (175–210), La tradizione manoscritta (211–227),
La Vorlage (229–239). Quanto a quest’ultima, concordo con la decisione di A.
(cfr. 226) che, diversamente da De Stefani (vd. quanto da me osservato su questa
rivista, 77, 2005, 314), riporta sotto la traduzione italiana una verosimile
ricostruzione del testo evangelico parafrasato da N. Tale scelta che consente al

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10 D. Accorinti: Agosti, Nonno di Panopoli

lettore, pur nei limiti che ha una tale ricostruzione della Vorlage evangelica, di
cogliere immediatamente lo scarto del parafraste rispetto al testo di Jo., era stata
adottata già in passato da Livrea (canti XVIII e II) e Accorinti (canto XX), e ora
seguita anche da C. Greco (canto XIII) e M. Caprara (canto IV). Rispetto inoltre
alle edizioni precedenti, questa autonoma sezione sulla Vorlage costituisce un
pregevole tentativo di mettere a fuoco una problematica così delicata quale il
rapporto del poeta col modello evangelico. Analogamente alla questione delle
deroghe prosodiche nella P. (vd. infra), A. ritiene che una ricostruzione della
Vorlage chiami necessariamente in causa un giudizio sull’opera di N.: «È chiaro
che se la si considera una pedissequa transcodificazione in linguaggio alto del
Vangelo c’è poco spazio per concedere autonomia all’autore; d’altro canto se si
vede in essa una compiuta operazione esegetica e poetica […] cambia la
valutazione delle ’varianti‘ di Vorlage» (232).
149 n. 4. Per l’epica biblica latina vd. il recente saggio di F. E. Consolino, Il senso del
passato: generi letterari e rapporti con la tradizione nella ’parafrasi biblica‘ latina, in I.
Gualandri et alii (edd.), Nuovo e antico nella cultura greco-latina del IV–VI secolo, Milano
2005, 447–526. – 162. L’esametro nonniano per A. crea «una cantilena affascinante». Come
non ricordare il giudizio che della poesia di N. aveva dato Yacobaki Rizo Néroulos? Ecco
come lo riporta il conte Marcellus nella sua introduzione alle D., rievocando l’incontro del
1818 con il patriota e scrittore fanariota: «Lisez Nonnos. Je ne vous dis pas de l’imiter; il
n’est point modèle, si ce n’est peut-être dans l’emploi d’un rhythme qui n’offre aucune
ressource à la poésie de nos jours. Mais vous verrez sous quelles entraves, bien plus étroites
que la rime moderne, les anciens avaient enchaîné l’art des vers. Ah! si j’avais pu mener ma
vie à mon gré, j’aurais aimé à montrer Nonnos tel qu’il a dû être, lorsqu’il a donné le signal
d’une réformation poétique. J’aurais voulu faire ressortir cette école d’euphonie, où les
poëtes de notre décadence, et surtout les anthologues, puisèrent la perfection de
l’hexamètre» (Nonnos, Les Dionysiaques ou Bacchus, poëme en XLVIII chants, grec et
français... rétabli, traduit et commenté par le Comte de Marcellus, ancien ministre
plénipotentiaire, Paris 1856, LVIII). – 167 s. Giustamente si osserva che «l’attenzione per il
vedere» è una caratteristica dell’epoca tardoantica. Questo, vorrei aggiungere, è in
relazione con il voyeurismo della poesia nonniana che emerge, peraltro, dall’ampio e vario
utilizzo di verba videndi nelle D. (vd. infra, 378). – 180. Interessante la coincidenza
segnalata da A. («la Metafrasi salmica comincia con lo stesso verbo che chiude la P.
[šlpomai]»), che potrebbe gettare nuova luce sulla controversa questione dei rapporti fra
N. e lo Ps.-Apollinare di Laodicea. – 191. Sui tetracoli cfr. l’appendice di F. Vian, Nonnos
de Panopolis. Les Dionysiaques, t. XVIII: Chant XLVIII, Paris 2003, 215–219. – 205–210.
Le conclusioni cui giunge A., alla fine della sezione dedicata alla metrica della P., sono
equilibrate, a partire dal problema delle anomalie prosodiche che non può non investire il
giudizio sull’opera nonniana in sé: «è chiaro che, se si considera la P. un centone di scarso
rilievo letterario, le deroghe prosodiche appaiono questione di grande momento. Chi
invece muove da una valutazione dell’opera come contributo esegetico al testo evangelico
si preoccupa in primo luogo di cercare di capire le ragioni profonde del dettato dell’autore
e di contestualizzare le singole paroles» (205 n. 122). Plausibile anche l’interpretazione
della riforma metrica nonniana come una sorta di ’ipercorrettismo‘ (207 s.) di fronte al
circolare di una produzione esametrica, quale quella dei poemetti del codice Bodmer,
caratterizzata da una prosodia anomala. – 212. Aggiungere alla bibliografia sul
re
Laurentianus 7.10 A. Tuilier in Saint Grégoire de Nazianze, Œuvres poétiques, t. I: 1
partie, Poèmes personnels, II, 1, 1–11, texte établi par A. T. et G. Bady, traduit et annoté
par J. Bernardi, Paris 2004, XCII–XCVI. – 213 s. Sulla scuola neoplatonica di Alessandria
e, in particolare su Ammonio, cfr. E. J. Watts, City and School in Late Antique Athens and
Alexandria, Berkeley-Los Angeles-London 2006, 204–231. – 215. Per il Bordatus vd.
quanto ho scritto su questa rivista (77, 2005, 312 s.) nella rec. a De Stefani. – 216. Sul
Vaticanus Palatinus Gr. 90 cfr. Tuilier in Saint Grégoire de Nazianze, Œuvres poétiques,

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CXLVII–CXLIX. – 224. Per la fortuna di N. nella poesia del Cinque e del Seicento, cfr. F.
R. Adrados, Dioniso erótico en Nonno, in Accorinti-Chuvin (edd.), Des Géants à
Dionysos, 412 s., dove si parla di un possibile influsso delle D. sulla composizione della
Favola di Polifemo e Galatea del poeta spagnolo Gongora (1561–1627). – 225. Sul gesuita
Antonio Possevino vd. ora L. Balsamo, Antonio Possevino S.I. bibliografo della
Controriforma e diffusione della sua opera in area anglicana, Firenze 2006. – 229–239. Per
il testo di Jo. 5 vd. ora Text und Textwert der griechischen Handschriften des Neuen
Testaments, V, Das Johannesevangelium, 1. Teststellenkollation der Kapitel 1–10, Band
1,2: Resultate der Kollation und Hauptliste, in Verbindung mit K. Witte, hrsg. von K.
Aland, B. Aland, K. Wachtel, Berlin-New York 2005, 93–116. – 233 (cfr. 295). Sulla
problematicità testuale di Jo. 5,3b–4 vd. T. Nicklas-Th. J. Kraus, Joh 5,3b–4. Ein längst
erledigtes textkritisches Problem?, ASEs 17, 2000, 537–556, che ritengono il passaggio
originale. – 235 (cfr. infra, 387–389). Per l’Entjudaisierung nella P. vd. quanto ho scritto, a
proposito della resa nonniana di Jo. 19.13, in Nonno di Panopoli, Le Dionisiache, IV, 9–
13. – 238. La lez. di Jo. 5.29 oÓ dÛ si legge anche in U; al vs. 37 l’indicazione della tradizione
della variante a‡tÞw non è esatta, vd. Nestle-Aland in app.
27

Passando al testo critico e alla traduzione italiana (244–261) del canto V della
P., va segnalato innanzitutto che l’apparato che correda il testo di questa edizione
è positivo e non registra, generalmente, le varianti grafiche e le congetture non
significative. A. (cfr. 226) ha inoltre omesso (già De Stefani) i versi aggiunti nelle
edizioni rinascimentali della P. per colmare presunte lacune, ma, come si è già
detto, ha nuovamente stampato in calce alla traduzione italiana una ricostruzione
della Vorlage. Le divergenze testuali, rispetto all’edizione di A. Scheindler (1881),
non sono numerose, a riprova che il filologo austriaco aveva già fornito alla fine
del XIX sec. un testo critico di P. attendibile.
In app., al v. 3, si cita probateÝÿh di Passow, ma non si precisa (contra, al v. 20: «mÞliw
temptavit Passow») che si tratta di una congettura da questi relegata in app. («fort.
probateÝÿh») e non accolta nel testo, come invece la corr. xionÛhn al v. 2. Al v. 4 si corregge
il refuso di Scheindler pantypleàrÿhsin (recte tany−), originato probabilmente dal fallace
panypleàroisin di Passow. Al v. 20, in app., mÞgiw precede e non segue, come dovrebbe,
leptalÛÿh. Al v. 42 si stampa il tràdito a‡tÞw in luogo della corr. di Koechly oëtow recepita
da Scheindler. Al v. 61 si mantiene il tràdito ˆkÀn©aiw al posto di ˆÛllaiw di Tiedke, che
aveva anche postulato una lacuna al verso successivo terminante in ˆkÀn©aiw soluzione
adottata da Scheindler. Al v. 63 il tràdito kÞsmÿv è preferito a ©esmÿ¡ di Marcellus, seguito
da Scheindler. Al v. 97 si stampa ˆnazÜsvsin (da correggere in app. il refuso ˆnazÜsvsni)
di Lg (non a; per questa imprecisione nel citare in app. la lezione dell’archetipo, cfr., p. e.,
vv. 48, 113) invece di ˆnazÜsoysin di V. Al v. 113 ˆe©leàontew di LV è preferito ad
ˆe©leàsantew di g. Alla fine del v. 160 è da correggere šgnv in šgnvn. Al v. 170 si stampa
potidÛgmenoi di g al posto della corr. ‰pidÛgmenoi di Wernicke (non di Passow, come
erroneamente citato in app.), accolta da Scheindler (vd. infra, 535). Modifiche inoltre nella
punteggiatura, rispetto a Scheindler, ai vv. 47, 48, 110, 182 (alla fine del v. 45 occorre però
collocare un segno d’interrogazione), con l’ulteriore inserzione delle virgolette nel discorso
diretto. La traduzione, generalmente corretta, stimola alcuni rilievi. Al v. 17, «versando la
sua voce misericordiosa», il possessivo è un’aggiunta rispetto al testo greco (così ai vv. 22
«mio ministro», 64 «la mia opera», 150 «la sua voce»), ma, al v. 38, «con voce che compie
segni» trascura l’Ôÿƒ di N. Al v. 28, «verso il cielo» è traduzione un po’ fiacca di
ˆersipÞthton. Nel tradurre al v. 31 noysalÛow «il malato», non si osserva la variatio
rispetto a à kÀmnvn (v. 18), reso in precedenza allo stesso modo (contra, Marcellus: «le
malheureux» [v. 18] e «l’impotent» [v. 31]), cfr. anche Åbrin (v. 48) e ˆmplakÝhn (v. 51),
tradotti ambedue con «peccato», e inoltre f©oneroàw (v. 40) e zhlÜmoni (v. 53), resi con
«invido/i». Al v. 35 si traduce nhÿ¯ con «Tempio» (la maiuscola viene usata anche al v. 47;
cfr. v. 1, dove per A. dÞmow = nhÞw) ma «tempio» al v. 58. Al v. 41, «in cui giacevo» non
esprime la nozione precipua contenuta nel participio pÛsonta, peraltro illustrata nel suo

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12 D. Accorinti: Agosti, Nonno di Panopoli

significato simbolico da A. nel comm. (385). Andava reso nella traduzione del v. 69 il
kaÝ. Al v. 78, «perfette» traduce il comparativo teleiotÛrvn, che però, nel comm. (440),
viene rettamente interpretato «più compiute» (sc. šrgvn). Al v. 104 viene omesso nella
traduzione l’infinito telÛein e, al v. 128, ÃdÝthn. L’ipallage ammessa nella traduzione al v.
137 (taxydinÛow riferito a strofÀligga anziché a Ïrhw) andava forse chiarita nel comm.
Non è tradotto al v. 153 ©eÞn. Al v. 155, «eterno» è resa poco efficace dell’agg.
palinayjÛi. Al v. 168, viene tralasciato nella traduzione il participio fanÛnta. Passando
infine al testo di Jo., stampato in calce alla traduzione italiana, occorre correggere qua e là
la punteggiatura adottata, come, p. e., al vs. 7 ‰n ÿú d⠚rxomai ‰gç ktl., segnare una
virgola dopo ‰gq, al vs. 8 un punto in alto dopo \Ihsoíw, parimenti, al vs. 10, dopo
te©erapeymÛnÿv. Al vs. 18, ˆll’ ‰ti sarebbe la variante che leggeva N. (vd. A., 237 e 426),
ma non è segnalata con *.
Venendo da ultimo al commento (263–549), la documentazione raccolta e
discussa da A. è davvero esuberante e non può lasciare spazio in questa sede che a
brevi e cursori addenda. L’unica riserva che si potrebbe forse muovere è la
distribuzione non uniforme del materiale in esso confluito, giacché, mentre per
commentare i primi 50 versi del canto V (totale 182 vv.) sono state necessarie ben
138 pagine (265–402), per gli ultimi 50 ne sono bastate solo 50 (499–549), anche se
una tale contrazione è in parte ’fisiologica‘ e nell’economia di ogni commento, e
tanto più in un testo ’formulare‘ come la P., per il quale è agevole rinviare
progressivamente a quanto trattato nei lemmi precedenti.
270. In D. 41.15 leggere o‡, lez. di L, corretta da Koechly in oë, vd. Accorinti, Nonno
di Panopoli. Le Dionisiache, IV, 174 sg., e adesso il comm. ad loc. di Chuvin, Nonnos de
Panopolis. Les Dionysiaques, t. XV. – 271 s. Per dÞmow = tempio cfr. la trad. di Prost, 79
«Then Jesus climbed the nearby Temple heights»; su D. 18.63 ss. vd. Faber, The
Description of Staphylos’ Palace. Il motivo della costruzione «che tocca il cielo» è presente
nel centone euripideo Chr. Pat. 660 o‡ranodrÞmÿv jàlÿ, vd. inoltre B. Baldwin, The
Language and Style of some anonymous Byzantine epigrams, Byzantion 52, 1982, 21, 23
(= Studies on Late Roman and Byzantine History, Literature and Language, Amsterdam
1984, 419, 421). Nella trattazione del topos, sarebbe stato forse preferibile non mescolare
fra i loci similes le fonti greche e le latine. – 273. Sul testo di D. 45.141, 143 vd. Accorinti,
Nonno di Panopoli. Le Dionisiache, IV, 420. – 276–281. Ottima la discussione sulla
lezione tràdita al v. 2, kionÛhn, da mantenere. – 277 n. 39. Per l’episodio delle nozze di
Cana cfr. I. Broer, Das Weinwunder zu Kana (Joh 2,1–11) und die Weinwunder der
Antike, in U. Mell-U. B. Müller (edd.), Das Urchristentum in seiner literarischen
Geschichte. Festschrift für Jürgen Becker zum 65. Geburtstag, Berlin-New York 1999,
291–308. – 278 n. 40. Sulle neoformazioni quali kionikÞw e kionoeidÜw cfr. LBG, s.vv. –
279–281 (cfr. 432). Per l’epigramma di AP 1.10 vd. Mary Whitby, The vocabulary of praise
in verse celebration of 6th-century building achievements: AP 2.398–406, AP 9.656, AP
1.10 and Paul the Silentiary’s Description of St Sophia, in Accorinti-Chuvin (edd.), Des
Géants à Dionysos, 601–606. – 285 sg. Da segnalare la proposta di B. Górka, Sadzawka
Bethesda (J 5,2) w patrystycznej i wspólczesnej egzegezie, VoxPa 19, 1999, 455–464, che,
seguendo G. Gerleman, ricollega probatikõ di Jo. 5.2 non a prÞbaton ma a probaÝnv,
interpretando la discussa pericope evangelica iniziale «Nei sobborghi di Gerusalemme». –
297. Si osserva che «il gorgoglio dell’acqua della vita è sottolineato in vari testi gnostici»,
ma questa nozione è assente nell’…rxoàmenon del v. 7, che esprime invece il moto
sovrannaturale (cfr. l’incipit ±lmasin a‡tomÀtoisin) dell’acqua che danza. – 300. Per il
passo di v. Mos. 2.121 (e non 2.122, come citato) vd. il comm. di M. Simonetti, Gregorio di
Nissa. La vita di Mosè, [Milano] 1996 , 298 sg. – 301. A. discute il valore di pepainomÛnhw
2

(v. 9) riferito a noàsoy, che starebbe a «indicare la malattia che in qualche modo perviene a
una soluzione», giustificando così la traduzione adottata («male che guariva»). Preferibile
però a mio avviso mantenere l’accezione di «maturo», in cui è insita la nozione medica del
male che ha raggiunto la fase acuta (vd. S. Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana,

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D. Accorinti: Agosti, Nonno di Panopoli 13
IX, Torino 1975, 969, s.v., 3), cfr. la trad. di Marcellus, «maux endurcis». – 309 (cfr. 442).
Per l’imagerie equestre nelle notazioni temporali cfr. G. D’Ippolito, Sulle tracce di una
koinè formulare nell’epica tardogreca, in Accorinti-Chuvin (edd.), Des Géants à Dionysos,
514. – 320. Sull’interpretazione dei legami in Ps. 69 (68).34, vd. G. Ravasi, Il libro dei
8
Salmi. Commento e attualizzazione, II, Bologna 1999 , 431 s. – 335. Per
fytÜkomow/fythkÞmow in N. cfr. il mio comm. a P. 20.67. – 337–346. Alla fine di una nota
davvero «lunga» (lo ammette lo stesso A., 344), volta a persuadere il lettore che nel f¯ta
diÀktoron del v. 22 vi sia un’allusione al Cristo-Hermes, quanto mai opportuno è l’invito
a leggere la P. secondo un’estetica differente da quella della poesia classica. Utili, a questo
riguardo, le considerazioni fatte per Prudenzio da L. Gosserez, Citations païennes dans les
paraphrases bibliques préfacielles de Prudence, in Hôs ephat’, dixerit quispiam, comme
disait l’autre… Mécanismes de la citation et de la mention dans les langues de l’Antiquité,
Recueil coordonné par Chr. Nicolas pour l’Équipe AGREAH, Université Stendhal-
Grenoble 3, 2006 (Recherches et Travaux, Hors série n° 15), 213 «Dans la mesure où elles
[les citations, métriques ou textuelles] font appel à la culture et à l’intelligence du lecteur
qui doit les détecter, elles créent une connivence entre l’auteur et son public. En renvoyant
secrètement à des références communes, elles s’intègrent dans les codes intellectuels d’une
société aristocratique et fermée. Le poète flatte ses lecteurs cultivés en leur donnant
conscience d’appartenir à une élite, seule capable de percevoir son jeu savant», 217 «Une
citation possible de Sénèque se combine ainsi à une réminiscence de Lucrèce dans la
Préface au livre II du Contre Symmaque. Le Christ marchant sur les eaux y est dépeint
dans les mêmes termes qu’Hercule parcourant l’océan gelé […]. En soulignant l’analogie
de situation, la citation disloquée et disséminée suggère une allusion mythologique. Elle
vante la supériorité du miracle divin sur l’exploit du héros». – 356 s. Il sintagma omerico
brotåw ™llow (v. 27) è usato da N. altre due volte in P. (3.65, 7.176), ma mai in D. – 359 s.
Per la descrizione del quadriportico e della fontana in Paul. Sil., Soph. 590–611, vd. il
comm. di Fobelli, Un tempio per Giustiniano, 148–150. – 372. Al v. 34 l’esame autoptico
di L ha permesso ad A. di confermare la lez. ˆkamÀtÿ, congetturata da Hermann e
stampata da Scheindler, che già l’assegnava però in app. a LV, cfr. anche J. Golega, Studien
über die Evangeliendichtung des Nonnos von Panopolis, Breslau 1930, 50 n. 4, «Ε 34 ist
nach L zu lesen ˆkamÀtÿ baràforton ‰pvmÝdi lÛktrvn ˆeÝrvn für ‰pvmÝda ». – 374 n.
248 (cfr. 497). Su sfragÝw come termine battesimale vd. la monografia (più volte utilizzata
da A.) di J. Ysebaert, Greek Baptismal Terminology. Its Origin and Early Development,
Nijmegen 1962, 395–402. – 378. Aggiungere ai passi citati delle D. che rivelano l’attenzione
al ’vedere‘, tipica dell’ekphrasis tardoantica, 40.353–365 (Dioniso a Tiro), un luogo che si
segnala proprio per un largo impiego di verba videndi. – 386. A., notando al v. 42 la
difficoltà di una costruzione di katalÛgv + inf., propone (così in app.) di segnare un
punto in alto dopo katÛlejen, interpretando ˆertÀzein e Ãdeàein come due infiniti con
valore di imperativo. Credo, tuttavia, che l’inf. qui si possa giustificare per il fatto che N.
ha sentito katalÛgv come un verbum imperandi, analogamente al precedente ™nogen (v.
38), costruito con l’inf. Ãdeàein (v. 39). Spiegazione che si ricava, implicitamente, dalla
stessa traduzione di A. del v. 42, «lui mi ha ordinato di alzarmi e camminare», da
confrontare con quella dei vv. 38 s., «chiedevano chi gli avesse ordinato… / di alzare il
letto e camminare avanti e indietro». – 387–389 (cfr. supra, 235). Sull’antisemitismo di N.
vd. quanto ho già notato su questa rivista nella rec. a De Stefani (77, 2005, 315),
aggiungendo J. J. Collins, Jewish Cult and Hellenistic Culture. Essays on the Jewish
Encounter with Hellenism and Roman Rule, Leiden-Boston 2005, 181–201 (Anti-
Semitism in Antiquity? The case of Alexandria). – 402. Per il rapporto fra peccato e
malattia cfr. Hunt, Joy-bearing Grief, 119. – 409 n. 300. Puntuali le osservazioni
sull’impiego ’narratologico‘ di aggettivi e participi nella P. – 411 n. 301. Sull’idillio 26 di
Teocrito vd. C. Cusset, Les Bacchantes de Théocrite. Texte, corps et morceaux. Édition,
traduction et commentaire de l’Idylle 26, Paris 2001. – 413–417. Convincente la difesa del
tràdito ˆkÀn©aiw (v. 61). – 423 s. – Per le metafore tessili adoperate da Proclo di
Costantinopoli vd. N. Constas, Proclus of Constantinople and the Cult of the Virgin in
Late Antiquity. Homilies 1–5, Texts and Translations, Leiden-Boston 2003, 315–358 (The
Purple Thread and the Veil of the Flesh: Symbols of Weaving in the Sermons of Proclus),

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14 D. Accorinti: Agosti, Nonno di Panopoli

della cui edizione ho discusso su questa rivista (77, 2005, 515–522) e in Medioevo greco 4,
2004, 1–5 (A proposito di una recente edizione critica di alcune omelie di Proclo di
Costantinopoli). – 426. Le indicazioni temporali in N. sono state analizzate da D’Ippolito,
Sulle tracce di una koinè, 513–519. – 432 s. Sulla fortuna di N. a Bisanzio cfr. D. A.
Hernández de la Fuente, Nonnus and Theodore Hyrtakenos, GRBStud 43, 2002–3, 397–
407, F. Tissoni, Il Tardoantico a Bisanzio: la ricezione della poesia tardoantica in alcuni
epigrammi bizantini del IX–X secolo tràditi nel XV libro dell’Anthologia Graeca, in
Accorinti-Chuvin (edd.), Des Géants à Dionysos, 621–635. – 436 n. 344. Da non scartare
l’ipotesi di A. secondo cui la rappresentazione ’isolata‘ di Tommaso in P. 20.122 potrebbe
essere stata influenzata dall’iconografia, vd., a questo riguardo, G. W. Most, Doubting
Thomas, Cambridge, Ma 2005, 155–214 (Pictorial Versions: Thomas in Sacred Images). –
451. Su Cometa, AP 15.40.56 (non 55) vd. Tissoni, Il Tardoantico a Bisanzio, 633;
un’analisi metrica di questo epigramma di Cometa sulla resurrezione di Lazzaro, che
mostra evidenti consonanze con la lingua nonniana, si trova in M. D’Ambrosi, La
produzione esametrica di IX–X secolo nell’Anthologia Palatina: Ignazio Diacono,
Anastasio Questore, Cometa, Costantino Rodio, RCCM 1, 2006, 106–114. – 465. Per
thlàgetow (v. 99) cfr. F. Bader, RevPhil 72, 1998, 138. – 485. L’interpretazione proposta
per ÔterÞfrvn di P. 4.155 («che muta la mente») è accolta da Caprara nel suo comm. ad
loc. (255 s.) che riflette quello di A. – 496. Sulla nozione di deserto nel mondo egiziano cfr.
C. Rapp, Desert, City and Countryside in the Early Christian Imagination, Church
History and Religious Culture 86, 2006, 93–112. – 504. Per l’illuminazione della chiesa di
S. Sofia descritta da Paolo Silenziario (Soph. 806–920) vd. Fobelli, Un tempio per
Giustiniano, 161–165. – 519. La conceptio per aurem della Vergine è trattata da Constas,
Proclus of Constantinople, 273–313 (’The Ear of the Virginal Body‘: The Poetics of Sound
in the School of Proclus). – 526. Sull’interesse di N. per le lingue cfr. Accorinti, Nonno di
Panopoli. Le Dionisiache, IV, 7–16. – 535. Manca un comm. a potidÛgmenoi (v. 170),
lezione di g (L piti dÛxmenoi, om. V [A. in app.]) che era stato sì congetturato da Wernicke
(come A. indica in app.), ma al quale lo stesso Wernicke aveva preferito, notando l’unicità
di questo participio omerico in N., ‰pidÛgmenoi: «Homericum potidÛgmenow apud
Nonnum legitur Paraphr. Jo. V.44 (197); sed quum poeta ab usu praepositionis potÝ
abstinuerit […], neque aliud huiusmodi compositum usurparit, coniectura mea non
omnino vana videbitur, olim scriptum fuisse ‰pidÛgmenoi; quo vocabulo supra III.33 (164.)
(‰pidÛxnytai) ad eandem fere notionem Evangelistae exprimendam usus est» (F. A.
Wernicke, TRYFIODVROY ALVSIS ILIOY, Lipsiae 1819, 392). – 543 n. 444.
L’«epocale lavoro» di P. Brown del 1971 è naturalmente il saggio The Rise and Function of
the Holy Man in Late Antiquity, JRS 61, 1971, 80–101. – 545. Per la clausola Ÿpase
kÞsmÿ (v. 180), ripresa da Dioscoro, cfr. MacCoull, Nonnus (and Dioscorus), 489.
Chiudono il volume l’Indice dei termini greci discussi nel commento (551–
556) e l’Indice delle cose notevoli (557–558). Le sviste e i refusi che abbondano
ormai in quasi tutti i libri, persino quelli pubblicati in prestigiose collane (vd. le
mie osservazioni su questa rivista, 77, 2005, 521 s. e 78, 2006, 497), non mancano
qua e là anche in questo lavoro, ma il recensore, pur elencandone, com’è suo
dovere, alcuni, non può che considerarli mende veniali.

16, r. 3: l’anno di pubblicazione di Mythologie et géographie dionysiaques di P. Chuvin


non è 1990, ma 1991; 18, r. 22: Bapstismal [Baptismal]; 43, r. 14: kÝvsin [kÝosin]; 46 n. 34,
r. 11: erao [erano]; 57 n. 65: saltato il capoverso nel rimando della nota; 79 n. 132, r. 1: si
trattò [si trattò di]; 88, r. 1 (inizio): d’ [eliminare]; 94 n. 192: il rimando alla n. 203 è
irrelato; 114 n. 258, r. 4: Nestle [Nestler]; 125, r. 18: noàsv [noàsÿ]; 126, r. 1: e‡nö
[e‡nõ]; 139 r. 15: della figlia [del figlio]; 150 r. 15: xrÞnvn [xrÞnon]; 152 r. 4: ˆkoàsosin
[ˆkoàsoysin]; 157 n. 12, r. 2: fieri [fieri posse]; ibid., r. 5: saepe Nonnum [saepe unum
¸
Nonni]; 158 r. 2: Ôterfroni [ÔterÞfroni]; 173 n. 47, r. 1: daslñti [dasplñti]; 193 r. 14:
moi ‰stin [moÝ ‰stin]; 226, r. 13: sigificative [significative]; 233 n. 15, rr. 8–10 (bis):
früchristlicher [frühchristlicher]; 245, v. 20: disse [disse:]; 250, v. 64, in app.: ˆntitàpoiw

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D. Accorinti: Agosti, Nonno di Panopoli 15
[ˆntitàpoiw a]; 253, Jo. 5.22: oÅtvw kaä à yÓåw o¦w ©Ûlei zÿopoieÁ, [eliminare]; 260, v. 182
(fine): ” [eliminare]; 268 n. 6, r. 5: ‰yptÛron [‰;pteron]; 270, r. 7: ˆsteraw: ˆstÛraw; 282,
r. 12: katÛfaineto [katefaÝneto]; 284 n. 60, r. 2: Mathews [Matthews]; 297, r. 2 (dal
basso): 44.113 [47.113]; ibid., n. 85, r. 2 (dal basso): toiw [toÁw]; 303 n. 101, r. 6: costante
[eliminare]; 313, r. 6: attesta [attestato]; ibid., r. 12: oltre che [oltre che da]; 332, r. 9: essa
ella P. [qualcosa è caduto, ex. gr.: essa nella P. è usata]; 356, r. 6 (dal basso): veocità
[velocità]; 379, r. 5: Chrètien [Chrétien]; 389, r. 13: un o un ms. [o un ms.]; 401, r. 4:
inflenza [influenza]; 404, r. 13: sottolineata [-o]; 506 n. 407 (esponente della nota): 407
[408]; 543 n. 444, rr. 1–2: Brown 1982 [Brown 1988].
Questo perché la qualità complessiva del volume di A. è, per ricchezza del
contenuto e originalità di spunti interpretativi, indubbiamente alta e non
sbaglieremmo a vedervi uno dei migliori esiti degli studi attuali sulla poesia della
Spätantike.
Pisa Domenico Accorinti

Sénèque, De la clémence. Texte établi et traduit par François-Régis Chaumartin.


Nouvelle édition. Paris: Belles lettres 2005. XCII, 125 S. z.T. Doppels. (Collection des
Universités de France.) 31 €.
F.-R. Ch(aumartin), già noto per precedenti studi senecani, si è assunto il non
lieve compito di sostituire nella collana delle ’Belles Lettres‘ la datata edizione del
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De clementia di F. Préchac (1921; 1925 [rist. 1967; 1990]). In effetti fin dal suo
primo apparire l’edizione di Préchac aveva suscitato non poche perplessità,
soprattutto per una disposizione del testo in contrasto con quella pervenutaci
dalla tradizione e per comune consenso ritenuta immotivata. Con tale
ordinamento Préchac si era proposto di togliere al De clementia il suo carattere
di incompiutezza rendendolo rispondente al piano enunciato dal suo autore in
1,3,1, dove Seneca dichiara che dividerà l’intera materia in tres partes. Fu così che
Préchac, senza fondati motivi e insieme senza raggiungere un risultato davvero
convincente, collocò dopo 1,3,1 quello che la tradizione tramanda come secondo
libro, al termine del quale pose la parte restante del primo. Ch., dopo aver
ricordato altre precedenti confutazioni, liquida la questione con un secco «il n’y a
donc pas lieu de s’y attarder» (p. XXXVII).
Ma anche il testo stabilito da Préchac aveva suscitato più d’una riserva per
alcune soluzioni avventurose e necessitava quindi di un profondo ripensamento.
In molti casi Ch. esclude (e a ragione) le congetture di Préchac perfino
dall’apparato. In un testo così mal tramandato come quello del De clementia è
inevitabile che molti problemi siano destinati a restare aperti; fa dunque bene Ch.
a muoversi con equilibrio e a lasciare da parte ogni audacia. Un sano
comportamento editoriale già adottato nella sua recente edizione da E.
Malaspina,1 al quale Ch. rende il dovuto omaggio seguendone da presso le orme.
P. es. in 1,1,1 si hoc iugum fregerit … ita loqui secum Ch. giustamente accetta di stabilire
lacuna con Malaspina contro Préchac, che aveva supplito con i recenziori et fra le due
proposizioni. Ma si hoc iugum fregerit senz’altra determinazione sarebbe incomprensibile.
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L. Annaei Senecae De clementia, Prolegomeni, testo critico e commento a cura di E.
Malaspina, Alessandria 2001.

https://doi.org/10.17104/0017-1417_2008_1_6
Generiert durch Università degli Studi di Padova, am 18.10.2018, 13:11:03.
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