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CELEBRARE NELLO SPAZIO

QUANDO LA CHIESA ERA UNA CASA

Alle origini dell’esperienza ecclesiale i cristiani non si radunavano in luoghi "speciali" per il culto.
Negli Atti degli apostoli leggiamo che essi frequentavano il tempio di Gerusalemme, seguendo la prassi
celebrativa del culto ebraico (Cfr. At 2, 46; 3, 1; 5, 12.42; 21, 26-30; 22, 17).
Pur non avendo interrotto la partecipazione ai momenti liturgici israelitici, da subito si realizza una
celebrazione specificamente cristiana: la fractio panis ("la frazione del pane", cioè l’attuale celebrazione
eucaristica").
Il luogo in cui si divideva il pane eucaristico era la casa di un battezzato.
Senz’altro veniva privilegiata una casa particolarmente capiente che potesse accogliere un buon numero di
discepoli, com'era quella dove il giorno di Pentecoste "i fratelli radunati erano circa centoventi" (At 1, 15).
I cristiani organizzano queste riunioni per "ascoltare l'insegnamento degli apostoli, vivere nella comunione
fraterna, spezzare il pane e pregare" (At 2, 42).
Per fare questo bastava una grande sala da pranzo, poiché l'oggetto principale della riunione era un pasto.
E così a Gerusalemme per "la casa di Maria, madre di Giovanni, detto anche Marco, dove si trovava un buon
numero di persone raccolte in preghiera" (At 12, 12), quando Pietro era stato messo in prigione.
A Troade, i cristiani si riunivano il primo giorno della settimana in una stanza al piano superiore per spezzare
il pane (At 20, 7-8).
A Roma, Paolo saluta Prisca e Aquila e "la comunità che si riunisce nella loro casa" (Rm 16, 3-5).
A Laodicea, la comunità si raduna nella casa di Ninfa (Col 4, 15); a Colossi, in quella di Filemone (Fm 2).
Il fatto che i primi cristiani non avessero un luogo riservato in maniera esclusiva al culto è in linea con
quanto è affermato nella "Lettera a Diogneto" (scritto di autore anonimo del II secolo):

"I Cristiani infatti non si distinguono dagli altri uomini per il loro paese, per la lingua, per gli abiti. Non
abitano città che siano loro proprie, non si servono di un qualche dialetto straordinario, il loro stile di vita
non ha nulla di singolare. (…) Si distribuiscono nelle città greche e barbare a seconda del lotto che gli è
toccato; si conformano alle abitudini del luogo per ciò che riguarda gli abiti, gli alimenti, lo stile di vita (...).
Adempiono a tutti i doveri di cittadini e ricoprono ogni incarico come stranieri. Ogni terra straniera è per loro
patria e ogni patria una terra straniera. Si sposano come tutti, hanno dei bambini, ma non abbandonano i
loro nascituri. Condividono la stessa tavola, ma non il letto. Sono nella carne, ma non vivono secondo la
carne. Passano la loro vita sulla terra ma sono cittadini del cielo".

L’esperienza di fede come l’esperienza liturgica passano per la quotidianità degli eventi e dei luoghi.
La casa è il luogo della "familiarità", luogo di condivisione.
Ciò che conta è l’esperienza di fede del singolo e della comunità ecclesiale, a prescindere dai luoghi o dai
contesti sociali in cui questa debba determinarsi. Come ricorda san Girolamo: "Parietes non faciunt
christianos" (Non sono i muri a fare cristiani).
Quando le prime comunità cominciarono a contare un numero sempre crescente di fedeli nacque l’esigenza
di una casa da utilizzare esclusivamente per gli incontri comunitari.
Sorgono così le "case della chiesa" (dove per chiesa si intende la comunità dei battezzati).
La "domus ecclesiae" è il primo luogo direttamente conducibile alle attuali chiese-edificio.
È dalla domus ecclesiae che deriva il termine "chiesa" per individuare il luogo di culto.
La riforma liturgica ha rivalutato l’esperienza liturgica della chiesa primitiva, restituendo alle celebrazioni e al
luogo in cui si realizzano una forte dimensione comunitaria.
Oggi, senza nulla togliere al sentimento di ammirazione e di omaggio a Dio, si preferisce vedere nella chiesa
la "domus ecclesiae", la "casa della comunità", e non tanto un monumento a Dio.
DALLA CASA ALLA BASILICA

Tutti sanno che, quando una famiglia cresce, sorgono "problemi di spazio".
Fu così anche per la comunità cristiana dei primi secoli.
Si vivevano tempi difficili: momenti di pace e di persecuzione si alternavano in maniera repentina.
Nonostante le gravi difficoltà, le comunità non rinunciano ai loro incontri per l’ascolto della Parola e la
celebrazione dell’Eucaristia.
Intorno al 268 lo scrittore pagano Porfirio, parlando dei cristiani, testimonia l’esistenza di "amplissime sale
dove si radunano per pregare".
Lo storico cristiano Eusebio, proprio nell’imminenza delle sanguinose persecuzioni di Diocleziano (284-305),
descrive la situazione in cui si determinava l’attività della comunità, sottolineando il fatto che un numero
sempre maggiore di persone era solito affluire presso le case di preghiera, per questo motivo "non ci
accontentava più delle costruzioni del passato, e in ogni città si erigevano ampie e imponenti chiese".
I ruderi della "casa della comunità" di Dura Europos (antica città della Mesopotamia, sulla riva destra del
fiume Eufrate, nel deserto siriano, al confine con l’Iraq) testimoniano questo salto di qualità dei luoghi di
culto cristiano.
Non si tratta più di una semplice "dumus ecclesiae" ma di una casa, probabilmente acquistata dalla comunità
locale, e successivamente adattata per un uso esclusivamente cultuale.
P. Jounel descrive così questo singolare sito archeologico:

"Si tratta di un edificio costruito verso il 230 e rimasto in uso per vent’anni.
Di questo complesso, a pianta quadrangolare con cortile interno, sono stati portati in luce il battistero e
verosimilmente l’aula liturgica.
La vasca battesimale è sormontata da un soffitto a volta decorato di stelle, mentre sulle pareti sono
raffigurate diverse scene bibliche, fra cui campeggia l’immagine del buon Pastore".

Inoltre sono state poste in rilievo altre strutture liturgiche e in modo particolare la sede presidenziale.
L’anno 313 costituisce una svolta decisiva per la storia del cristianesimo.
L’imperatore Costantino, insieme a Licinio, stese, in forma di rescritto, il "programma di tolleranza"
comunemente noto come "editto di Milano".
Al cristianesimo fu così riconosciuta, al pari di altre religioni, una completa equiparazione di diritti, tra cui la
libertà di culto.
È l’inizio della cristianizzazione dell’impero romano che, tra i secoli IV e VI, comportò la fioritura di nuovi e
sempre più numerosi luoghi di culto.
La comunità cristiana, così come avvenne per le antiche "case della comunità", non si pone il problema di
progettare e realizzare degli ambienti originali per gli incontri di preghiera, ma utilizza, adattandole, delle
strutture preesistenti: le basiliche.
La basilica deriva dall’ambiente architettonico persiano e in origine costituiva la sala per gli incontri del re
(basileus).
I romani, apprezzando le caratteristiche di tali costruzioni (immense aule a più navate, sostenute da pilastri e
dotate di ampie absidi), le ritennero adatte per ospitare assemblee giudiziarie e per la discussione degli
affari.
Già altri movimenti religiosi - prima dei cristiani - utilizzarono le basiliche romane come luoghi di culto per i
riti di iniziazione frequentati da folti gruppi di adepti.
L’uso cristiano determinò delle modifiche alle strutture basilicali.
Nell’abside si individuò il luogo ideale per al realizzazione della sede presidenziale del vescovo e attorno i
sedili per i presbiteri.
L’altare e l’ambone trovarono locazioni diverse a seconda delle regioni: a Roma l’altare trovò posto tra
l’abside e la navata, mentre nelle regioni Africane fu edificato più avanti, verso la navata.
Nel tempo la basilica non fu più frutto di trasformazione di un precedente edificio ma una soluzione
architettonica originale.
Le dimensioni e le disposizioni degli spazi acquisirono così maggiore armonia, grazie anche alle decorazioni -
soprattutto musive - che ponevano in risalto le absidi, gli archi trionfali, i cibori, le balaustrate e tutte le altre
strutture architettoniche.
DALLA BASILICA ALLA CHIESA TRIDENTINA

Dalla fioritura delle prime basiliche cristiane (secoli IV-VI) alla celebrazione del concilio di Trento (1545-
1563) scorrono circa undici secoli.
È un lungo periodo in cui il luogo di culto cristiano è sottoposto a innumerevoli cambiamenti.
Alla base di tali modificazioni si possono riscontrare due motivi principali.
Il primo è legato al continuo rinnovarsi della teologia e della prassi celebrativa, il secondo alle variazioni di
gusto artistico e architettonico.
La basilica, fino al IX-X secolo circa, risponde a precise intuizioni ed esigenze teologico-celebrative.
È uno spazio al quale viene conferita una sempre più chiara connotazione simbolica nella sua architettura
globale (ad esempio la pianta a forma di croce ottenuta dal transetto che interseca la navata) come anche
nella disposizione delle strutture interne (la posizione dell’altare, dell’ambone, della sede presidenziale; la
realizzazione di locali annessi per la celebrazione del battesimo, per la custodia dei vasi sacri e delle offerte
per l’eucaristia) ed esterne (i primi campanili sorgono attorno al V secolo e i cimiteri adiacenti le chiese sono
in certo modo legati all’antichissimo culto dei martiri).
L’acquisizione di una dimensione simbolica del luogo di culto comporta una progressiva variazione del senso
della struttura chiesastica: da "casa della comunità" tende ad essere concepita sempre più come "luogo
sacro" abitato da Dio. Le decorazioni interne, realizzate con tecniche differenti (mosaici, dipinti e sculture)
hanno uno scopo didattico.
I cicli pittorici medioevali (si pensi ai famosissimi affreschi giotteschi delle basiliche di Assisi) sono vere e
proprie catechesi bibliche, "narrazioni" di vite di santi, raffigurazioni di concetti teologici (ad esempio i grandi
"giudizi universali").
A partire dal IX secolo si riscontra una profonda evoluzione delle forme celebrative.
Iniziano i tempi della fissazione dei testi liturgici.
La celebrazione acquisisce una più marcata dimensione verbale e spettacolare.
Contemporaneamente si assiste ad un crescente individualismo liturgico-devozionale.
Tale situazione determina l’"eclissi dell’assemblea liturgica" e la "clericalizzazione" delle celebrazioni.
La celebrazione eucaristica viene "applicata" secondo un’intenzione particolare espressa dal singolo fedele:
per uno o più defunti, per chiedere una grazia speciale, per ringraziamento, in onore di un santo…
Ciò determina una mutazione significativa: si rinuncia all’unicità dell’altare (simbolo di un solo Cristo e di un
solo sacrificio) nello stesso edificio, e in numero sempre crescente ne vengono realizzati nelle navate e nel
transetto.
Il presbiterio fu modificato per accogliere i sedili per la recita dell’Ufficio da parte dei monaci o dei canonici.
Vennero realizzate strutture (talvolta anche dei muri) che segnassero una netta divisione tra navata e
presbiterio.
Si arriva così ai tempi della riforma luterana e al Concilio di Trento.
La reazione cattolica alla dottrina protestante che poneva in crisi tutta la prassi dei sacramenti trovò le sue
concretizzazioni non solo nelle definizioni dottrinali ma anche in un "rinnovamento" liturgico.
Il Messale di Pio V (del 1570) divenne l’opera più significativa.
Le chiese tridentine convergono verso il grande altare nel quale non solo si celebra l’eucaristica ma si
conservano anche le specie eucaristiche.
Il luogo di culto è concepito esclusivamente come il "luogo in cui è presente la divinità", un "monumento
dedicato a Dio".
La riaffermazione della dottrina sacramentaria è a discapito del valore della proclamazione della Parola.
Non è più necessario l’ambone che viene sostituito da un leggio mobile.
Il grande pulpito è la sede in cui, soprattutto al di fuori dei momenti celebrativi, si pronunciano i "sermoni
dottrinali".
Si realizzano, inoltre, delle strutture apposite per la celebrazione del sacramento della penitenza
(confessionali).
L’arte barocca ha contribuito a completare l’opera.
Dipinti e sculture attribuiscono agli ambienti un’aria fastosa che conduce i fedeli verso il punto più
importante della chiesa: il tabernacolo.
Nei secoli successivi, fino al Concilio Vaticano II, pur variando l’aspetto artistico e architettonico delle chiese,
il riferimento liturgico-dottrinale continuò ad essere quello del Concilio di Trento.
LA CHIESA EDIFICIO NELLA LITURGIA “RINNOVATA”

Il Concilio Vaticano II, proposti i principi ispiratori della riforma liturgica, indica anche le norme da tener
presenti nell'ambito dell'edilizia di culto, degli arredi e degli stili artistici.
Nel n. 128 della Sacrosanctum Concilium si legge:

"Si rivedano quanto prima, insieme ai libri liturgici, i canoni e le disposizioni ecclesiastiche che riguardano il
complesso delle cose esterne attinenti al culto sacro, e specialmente quanto riguarda la costruzione degna e
appropriata degli edifici sacri, la forma e la erezione degli altari, la nobiltà, la disposizione e la sicurezza del
tabernacolo eucaristico, la funzionalità e la dignità del battistero, la conveniente disposizione delle sacre
immagini, della decorazione e dell'ornamento. Quelle norme che risultassero meno rispondenti alla riforma
della liturgia siano corrette o abolite; quelle invece che risultassero favorevoli siano mantenute o introdotte".

I primi orientamenti concreti vennero con la pubblicazione del documento applicativo "Inter Oecumenici"
(26/9/1964).
La prima affermazione circa la disposizione delle chiese è la seguente:

"Nel costruire nuove chiese, o nel restaurare quelle già esistenti ci si preoccupi diligentemente della loro
idoneità a consentire la celebrazione delle azioni sacre secondo la loro vera natura, e ad ottenere la
partecipazione attiva dei fedeli" (n. 90).

Sono due i criteri di base proposti dal testo:


1) nella chiesa devono potersi realizzare dei riti secondo verità, capaci di esprimere pienamente ciò che
intendono comunicare;
2) lo spazio chiesastico deve accogliere un'assemblea celebrante, soggetto primario dell'azione liturgica.
Da ciò consegue una revisione dei singoli spazi: l'altare maggiore viene staccato dalla parete rendendolo
"centro ideale a cui spontaneamente converga l'attenzione di tutta l'assemblea" (n. 91); la sede del
"celebrante" deve essere visibile da parte dei fedeli così che sia recepita come lo spazio da cui si esercita un
servizio di presidenza dentro l'assemblea (n. 92); viene abolito l'uso di edificare altari minori (n. 93); viene
data l'opportunità di porre il tabernacolo al di fuori dell'altare maggiore e del presbiterio (n. 95); è
ripristinato l'ambone come struttura privilegiata per la proclamazione della Parola di Dio.
Particolare rilievo è dato allo spazio riservato ai fedeli:

"Si studi con diligenza la disposizione dei posti per i fedeli, affinché questi possano partecipare nel modo
dovuto alle sacre celebrazioni con lo sguardo e con lo spirito.
Conviene che normalmente si pongano per loro dei banchi o dei sedili.
Si provveda, anche con l'aiuto dei moderni mezzi tecnici, che i fedeli possano non solo vedere, ma anche
udire senza difficoltà il celebrante e i ministri" (n. 98).

Queste prime indicazioni furono sviluppate e chiarite prima nel capitolo quinto dell'introduzione al Messale
Romano (PNMR 253-280) e in seguito nelle ricchissime introduzioni del Pontificale Romano circa i riti di posa
della prima pietra e di dedicazione della chiesa e dell'altare.
Questi testi sono il punto di riferimento imprescindibile per la progettazione di nuove chiese.
Ad essi si aggiunge la nota pastorale della Commissione episcopale della CEI per la liturgia "La progettazione
di nuove chiese" (18/2/1993).
Circa lo stile da utilizzare è sempre attuale il dettato conciliare:

"La Chiesa non ha mai avuto come proprio un particolare stile artistico, ma, secondo l'indole e le condizioni
dei popoli e le esigenze dei vari riti, ha ammesso le forme artistiche di ogni epoca, creando così, nel corso
dei secoli, un tesoro artistico da conservarsi con ogni cura.
Anche l'arte del nostro tempo e di tutti i popoli e paesi abbia nella Chiesa libertà di espressione, purché
serva con la dovuta riverenza e il dovuto onore alle esigenze degli edifici sacri e dei sacri riti.
In tal modo essa potrà aggiungere la propria voce al mirabile concento di gloria che uomini eccelsi
innalzarono nei secoli passati alla fede cattolica" (SC 123).
GLI ARREDI LITURGICI

L’articolazione delle celebrazioni cristiane comporta l’utilizzazione di diversi oggetti, strutture fisse o mobili,
suppellettili, vasi sacri.
Con il termine generico "arredi liturgici" si è soliti indicare tutti quegli oggetti che servono in qualche modo
all’esercizio della liturgia.
Anche la riforma liturgica conciliare ha trattato questo argomento:

"Con speciale sollecitudine la Chiesa si è preoccupata che la sacra suppellettile servisse con la sua dignità e
bellezza al decoro del culto, ammettendo nella materia, nella forma e nell'ornamento quei cambiamenti che il
progresso della tecnica ha introdotto nel corso dei secoli" (SC 122).

Gli arredi liturgici devono rispondere a tre caratteristiche principali: la funzionalità, la significatività e
l’estetismo artistico.

1. La funzionalità.
La caratteristica della funzionalità è imprescindibile: gli arredi liturgici devono poter essere utilizzati con
praticità a seconda dell’uso che se ne deve fare.
La funzionalità degli arredi è da stabilire in base al luogo in cui vengono usati e in base a coloro che li usano.
Pensiamo, ad esempio, come risulti inutile l’utilizzazione di un piccolo ostensorio in una grande aula
celebrativa.
Spesso capita di vedere dei giovanissimi ministranti gravati dal peso di candelieri o croci processionali fuori
dalla loro portata.
Legato al discorso della funzionalità è quello della manutenzione e cura degli oggetti che spesso risultano
inutilizzabili a causa dell’usura.

2. La significatività.
L’uso di un oggetto liturgico non è fine a se stesso, deve infatti comunicare qualcosa a qualcuno.
Dall’arredo liturgico deve emergere non solo la funzionalità ma il segno liturgico che con esso si vuole
realizzare.
A questo proposito sarà bene utilizzare per la loro realizzazione i materiali più adatti e significativi. Anche la
significatività degli oggetti liturgici può essere sottolineata o impoverita a seconda della loro collocazione,
della illuminazione dell’ambiente, del modo di usarli da parte dei ministri.
È inoltre legata alla capacità dei fedeli di comprendere la portata simbolica dell’oggetto stesso e del suo
determinato uso.
Una catechesi sul valore simbolico degli oggetti liturgici farà sì che tale significatività sia colta con precisione
e immediatezza.

3. L’estetismo artistico.
Il Concilio afferma: "Fra le più nobili attività dell'ingegno umano sono annoverate, a pieno diritto, le belle
arti, soprattutto l'arte religiosa e il suo vertice, l'arte sacra.
Esse, per loro natura, hanno relazione con l'infinita bellezza divina che deve essere in qualche modo
espressa dalle opere dell'uomo, e sono tanto più orientate a Dio e all'incremento della sua lode e della sua
gloria, in quanto nessun altro fine è stato loro assegnato se non quello di contribuire il più efficacemente
possibile, con le loro opere, a indirizzare religiosamente le menti degli uomini a Dio.
Per tali motivi la santa madre Chiesa ha sempre favorito le belle arti, ed ha sempre ricercato il loro nobile
servizio, specialmente per far sì che le cose appartenenti al culto sacro splendessero veramente per dignità,
decoro e bellezza, per significare e simbolizzare le realtà soprannaturali; ed essa stessa ha formato degli
artisti" (SC 122).
La bellezza non è qualcosa che viene ad aggiungersi all’utilità e simbolismo dell’oggetto.
L’estetica fa parte della funzione stessa dell’oggetto-segno.
ALTARE

L’altare non può essere assolutamente considerato un "arredo liturgico", esso è infatti uno "spazio
celebrativo" di carattere architettonico.
Sono purtroppo ancora numerosi gli edifici chiesastici sprovvisti di un altare le cui caratteristiche
corrispondano alle indicazioni del diritto liturgico (cfr. Principi e norme per l’uso del Messale Romano, nn.
259-267; Precisazioni CEI, n.14).
Non bisogna quindi meravigliarsi se spesso tale struttura è da considerarsi un arredo, e, in molte situazioni,
di pessima qualità funzionale, estetica e simbolica.
Dal punto di vista funzionale e strutturale l’altare è un "tavolo" - preferibilmente fisso e di materiale solido e
degno (è da privilegiare la pietra naturale) - opportunamente preparato (tovaglia, ceri, fiori...) per un
momento sacrificale-conviviale.
Su di esso devono poter essere agevolmente posati, al momento opportuno, la patena con il pane e il calice
con il vino per la celebrazione dell’Eucaristia.
Inoltre sul suo piano si è soliti porre - secondo attenzioni più o meno garbate - il messale e il microfono.
In molte chiese l’altare è un vera e propria credenza.
C’è di tutto: teca con la riserva di ostie, quaderno per gli avvisi, libretto o foglio dei canti, lastre di vetro o
fogli di plastica trasparente, orazionale, chiave del tabernacolo, occorrente per il lavabo, leggio e microfono
ingombranti, fiammiferi...
I termini "altare" e "mensa" sono utilizzati come sinonimi poiché indicano funzionalmente la medesima
struttura ma rivelano una sottolineatura simbolica differente.
Si è soliti riferire il termine altare all’aggettivo latino altus (= elevato).
L’altare è quindi il luogo elevato che serve da punto di congiungimento tra Dio e il mondo.
Per questo le cime di montagne e colline sarebbero stati i luoghi privilegiati per la loro edificazione.
Ma l’etimologia più corretta sembra essere quella che fa derivare questo vocabolo dal verbo latino ad-oleo, il
cui significato è "far bruciare, offrire un sacrificio, far salire il profumo dell’offerta verso la divinità".
Altare indica quindi la dimensione sacrificale della celebrazione che in esso si svolge.
Anche il termine mensa deriva direttamente dal latino.
Indica il tavolo conviviale in cui vengono disposti cibi e bevande per la consumazione di un pasto.
Questo vocabolo indica la dimensione conviviale-comunionale dell’atto sacramentale che si realizza sulla
mensa.
I praenotanda del rito di dedicazione di una chiesa pongono in evidenza il valore simbolico dell’altare a
partire dai gesti che il vescovo compie su di esso.
Con l’unzione del crisma, l’altare diventa simbolo di Cristo, il Consacrato per eccellenza.
L’incenso bruciato sull’altare significa che il sacrificio di Cristo e le preghiere dei fedeli salgono a Dio in odore
di soavità.
La copertura dell’altare attraverso la tovaglia indica che esso è insieme luogo del sacrificio eucaristico e
mensa del Signore.
Sacerdote e fedeli vi celebrano il memoriale della morte e risurrezione di Cristo e partecipano alla Cena del
Signore.
È per questo che l’altare, mensa del convito sacrificale, viene preparato e ornato a festa (fiori).
I ceri accesi ricordano che Cristo risorto è luce per illuminare le genti. (cfr. Pontificale Romano, Premesse al
rito di dedicazione della chiesa e dell’altare, n.42).
La portata simbolica dell’altare chiarisce il senso dei gesti di venerazione che si compiono verso di esso.
I ministri ordinati (diaconi, presbiteri e vescovi) sono soliti baciare l’altare all’inizio e alla fine della
celebrazione, mentre tutti gli altri ministri e i fedeli fanno un inchino.
Il bacio all’altare - gesto eccessivamente ripetuto prima della riforma liturgica - è un segno di venerazione
molto antico che indica rispetto e amore alla mensa in cui si celebra l’Eucaristia e a Cristo stesso.
È un atto di fede verso Cristo-Roccia (1Cor 10,4) sul quale il ministro si appoggia con sicurezza nell’atto di
baciare l’altare.
AMBONE

Il termine "ambone" indica il "luogo elevato" (deriva infatti dal verbo greco anabàinein che significa salire)
da cui si proclamano i testi biblici durante le liturgie.
Nella celebrazione della messa l’altare e l’ambone segnano - attraverso una duplice dimensione spaziale - i
due poli celebrativi comunemente noti come liturgia della parola e liturgia eucaristica.
La Costituzione conciliare sulla divina rivelazione afferma:

"La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il Corpo stesso di Cristo, non mancando
mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane di vita dalla mensa sia della parola di Dio che del
Corpo di Cristo, e di porgerlo ai fedeli" (Dei Verbum, 21).

È quindi chiara la relazione che intercorre tra ambone e altare.


Questa connessione fra le "due mense" dovrebbe condurre architetti e artisti a realizzare dei progetti che
evidenzino anche stilisticamente questo reciproco legame.
Strutturalmente l’ambone è realizzato secondo sistemi architettonici e stilistici diversi, e nel corso della storia
ha avuto collocazioni diverse all’interno dell’aula chiesastica.
Le indicazioni funzionali proposte da Principi e norme per l’uso del Messale Romano sono sufficientemente
chiare:

"Conviene che tale luogo generalmente sia un ambone fisso e non un semplice leggio mobile.
L’ambone, secondo la struttura di ogni chiesa, deve essere disposto in modo tale che i ministri possano
essere comodamente visti e ascoltati dai fedeli" (n. 272).

Inoltre le Precisazioni CEI invitano a non utilizzare l’ambone come supporto per altri libri all’infuori
dell’Evangeliario e del Lezionario (cfr. n. 16).
L’ambone è una struttura che contiene anche il leggio per riporvi i libri delle Scritture, ma un semplice leggio
non costituisce un ambone.
Pertanto, come nel caso dell’altare, l’ambone non va concepito come un arredo ma come una spazio
architettonico armonizzato con l’ambiente che lo accoglie e con le altre strutture.
L’ambone non ha bisogno di essere ricoperto da drappi e altri ornamenti.
Una sobria confezione floreale può porlo in risalto ma mai occultarlo o renderlo difficilmente accessibile e
funzionale.
È bene curare un illuminazione adeguata per assicurare una buona visibilità dell’ambone da parte
dell’assemblea e una perfetta leggibilità dei testi da parte dei lettori.
In molte chiese sprovviste di ambone fisso si nota la presenza di due leggii: uno per la proclamazione della
Parola, l’altro per reggere il messale presso la sede: può anche trovarsi un terzo leggio per la guida
dell’assemblea.
Ci si potrebbe chiedere: quale di queste strutture è la sede della Parola di Dio dato che spesso infatti sono
leggii uguali ?
Se una chiesa è sprovvista di un ambone fisso la sede della proclamazione della Parola deve potersi
distinguere dalle altre strutture che funzionalmente sono uguali (servono tutte per sostenere dei libri) ma
simbolicamente sono ben diverse.
Molto bella la sottolineatura di J. Aldazábal:

"Una lettura, da qualunque posto venga proclamata ha sempre lo stesso valore.


Ma è certamente più espressivo l’annuncio fatto alla comunità da un luogo riservato e degno: è la cattedra
dalla quale Dio ci parla, il vero trono della sapienza dal quale Cristo si rivela nostro unico Maestro.
Una Parola che ci viene dall’alto, non inventata da noi. Una Parola trasmessa con la mediazione della Chiesa,
non per iniziativa privata".

Circa l’utilizzo dell’ambone è bene ricordare che da esso si proclamano esclusivamente le letture e il salmo
responsoriale.
Con una "formula concessiva" Principi e norme (n. 272) afferma: "ivi inoltre si può tenere l’omelia e la
preghiera dei fedeli". L’omelia è da tenersi preferibilmente alla sede (cfr. n.97).
Infine è espressamente affermato che "non è conveniente che all’ambone salga il commentatore, il cantore o
l’animatore del coro".
L’uso improprio dell’ambone comporta un impoverimento della portata simbolica che esso deve trasmettere
durante le celebrazioni.
SEDE

Il verbo "presiedere" (dai termini latini prae-sedere = essere seduto davanti) non è ricorrente nel Nuovo
Testamento, ad usarlo è solo S. Paolo in riferimento a coloro che hanno il compito di dirigere una comunità.
L’uso biblico di questo termine non è liturgico, ma designa l’attività globale dei vescovi e dei presbiteri come
capi di una comunità.
Nell’uso attuale si scorge quasi esclusivamente un significato liturgico.
È pur vero che, poiché la liturgia - e soprattutto la celebrazione eucaristica - è culmine e fonte di tutta la vita
della Chiesa, la presidenza liturgica avrà il suo pieno significato alla luce di tutta l’attività della comunità.
Per il presbitero quindi la presidenza liturgica è "culmine" e "fonte", punto di arrivo e punto di partenza, di
tutta l’azione pastorale.
Chi presiede un’assemblea liturgica, ovvero chi è "seduto davanti" ad un’assemblea, deve poter rendere
visibile il proprio ministero di guida; è quindi indispensabile la realizzazione di uno spazio adatto a questo
scopo: una "sede" speciale.
Ecco come la sede presidenziale è descritta nell’introduzione al messale:

"La sede del sacerdote celebrante deve mostrare il compito che egli ha di presiedere l’assemblea e guidare la
preghiera.
Perciò la collocazione più adatta è quella rivolta al popolo, al fondo del presbiterio, a meno che non vi si
oppongano la struttura dell’edificio e altri elementi, ad esempio la troppa distanza che rendesse difficile la
comunicazione tra il sacerdote e l’assemblea." (PNMR, 271).

Infatti tutta la disposizione della chiesa deve presentare l’immagine del corpo nel quale Cristo è la testa e i
fedeli sono le membra.
Non più separazione tra navata e presbiterio, tra fedeli e presidente, ma reciproca convergenza,
comunicazione e complementarità. La celebrazione cristiana è posta in atto da tutto il Corpo mistico; in essa
il presidente rende visibile la presenza di Cristo-Capo.
È un luogo dal quale il presidente non esercita il proprio dominio ma la disponibilità al servizio, come pone
bene in evidenza la preghiera di benedizione di una nuova sede:

"Signore Gesù Cristo, tu comandi ai pastori della Chiesa non di farsi servire, ma di servire umilmente i
fratelli; assisti coloro che da questa sede presiedono la tua santa assemblea; fa’ che proclamino con la forza
dello Spirito la tua parola e siano fedeli dispensatori dei tuoi misteri, perché, insieme con il popolo loro
affidato, ti lodino senza fine davanti al trono della tua gloria" (Benedizionale, p. 512).

La sede presidenziale è da concepire come "spazio celebrativo" e non come struttura funzionale alla
posizione seduta del presidente.
Così come un leggio non realizza simbolicamente un ambone, un qualsiasi sedile non è assolutamente una
sede presidenziale.
Diremo, quindi, che è lo "spazio" della sede per la presidenza liturgica che deve contenere un sedile
adeguato.
Inoltre, in tale spazio, il presidente della celebrazione deve poter stare anche in piedi nei momenti opportuni,
perciò sarà bene dotare la sede anche di una pedana confacente.
Dalla sede il presidente, seduto, ascolta le letture e tiene l’omelia; in piedi, presiede i riti di inizio della
messa, introduce e conclude la preghiera dei fedeli, pronuncia la preghiera dopo la comunione, benedice e
congeda l’assemblea.
Là dove fosse necessario, è bene studiare la posizione più conveniente del microfono e del supporto che lo
regge.
Per quanto possa sembrare una banalità, spesso cavi e aste per microfoni diventano vere e proprie trappole
per presidenti liturgici.
Anche lo spazio della sede può essere efficacemente posto in risalto da un’adeguata illuminazione.
Purtroppo è spesso ingombrato e occultato da vistosi leggii o dallo stesso altare.
In sede di progettazione è sempre opportuno curare la non sovrapposizione delle strutture celebrative,
soprattutto della sede che spesso è la più trascurata
TABERNACOLO

Si è soliti chiamare tabernacolo la custodia dell’Eucaristia.


Tale vocabolo significa "piccola abitazione", è infatti il diminutivo del termine latino "taberna" (= tenda,
abitazione, casa).
La "tenda-tabernacolo", già nell’esodo del popolo di Israele, era il luogo della presenza di Dio.
In essa Mosè fece custodire l’arca dell’Alleanza.
Così leggiamo nella Bibbia: "Mosè a ogni tappa prendeva la tenda e la piantava fuori dell'accampamento, ad
una certa distanza dall’accampamento, e l’aveva chiamata tenda del convegno; appunto a questa tenda del
convegno, posta fuori dell'accampamento, si recava chiunque volesse consultare il Signore.
Quando Mosè usciva per recarsi alla tenda, tutto il popolo si alzava in piedi, stando ciascuno all’ingresso della
sua tenda: guardavano passare Mosè, finché fosse entrato nella tenda.
Quando Mosè entrava nella tenda, scendeva la colonna di nube e restava all'ingresso della tenda.
Allora il Signore parlava con Mosè.
Tutto il popolo vedeva la colonna di nube, che stava all’ingresso della tenda e tutti si alzavano e si
prostravano ciascuno all’ingresso della propria tenda.
Così il Signore parlava con Mosè faccia a faccia, come un uomo parla con un altro.
Poi questi tornava nell’accampamento, mentre il suo inserviente, il giovane Giosuè figlio di Nun, non si
allontanava dall’interno della tenda" (Es 33,7-11).
Anche nella tradizione cristiana il tabernacolo è il luogo della presenza di Dio: in esso è presente Gesù Cristo,
il Verbo fatto Carne, nel segno delle specie eucaristiche.
La lampada che vi arde vicino è il segno visibile di tale presenza.
Nell’introduzione generale al Rito della comunione fuori della Messa e culto eucaristico è indicato il fine per
cui si è soliti conservare l’Eucaristia:

"Scopo primario e originario della conservazione della Eucaristia fuori della Messa è l’amministrazione del
Viatico; scopi secondari sono la distribuzione della comunione e l’adorazione di nostro Signore Gesù Cristo,
presente nel Sacramento" (n. 5, p. 14;).

In questo stesso rituale è descritto anche il luogo per conservare l’Eucaristia:

"Il luogo per la conservazione dell’Eucaristia si distingua davvero per nobiltà e decoro.
Si raccomanda caldamente che sia anche adatto all’adorazione e alla preghiera personale, in modo che i
fedeli possano con facilità e con frutto venerare anche con culto privato, il Signore presente nel Sacramento.
È più facile raggiungere questo scopo, se si prepara una cappella separata dal corpo centrale della chiesa,
specialmente nelle chiese in cui si svolgono frequenti celebrazioni di matrimoni o funerali o che sono meta di
pellegrinaggi o di visite per i loro tesori di arte e di storia" (n. 9, p. 16).

Inoltre il tabernacolo deve essere unico, inamovibile e solido, non trasparente, e ben chiuso (cfr. Principi e
norme per l’uso del messale romano, n. 276-277).
Notiamo ancora una volta come l’esigenza non sia quella di avere nella chiesa una teca più o meno capiente
ed adornata per custodire le specie eucaristiche, ma di realizzare uno spazio architettonico adatto agli scopi
stessi della conservazione del ss. Sacramento.
È stato già posto in evidenza come i "poli spaziali" della celebrazione eucaristica siano l’ambone (mensa della
Parola) e l’altare (mensa del Pane eucaristico), ai quali si aggiunge la sede presidenziale.
Il tabernacolo non costituisce un riferimento celebrativo e pertanto, là dove è possibile, è bene che non sia
collocato nel presbiterio ma possa comunque essere raggiunto facilmente dai ministri nei momenti
opportuni.
Il luogo della riserva eucaristica può essere ornato con fiori, dotato di una illuminazione adeguata e di posti
idonei per l’adorazione e la riflessione personale.
È bene che accanto al tabernacolo possa trovarsi anche un testo della Scrittura, affinché anche nella
preghiera personale i fedeli possano avere ancora un contatto diretto con la "duplice mensa".
VASI SACRI

I “vasi sacri” sono i diversi recipienti di cui si fa uso della liturgia: il calice, la patena, la pisside o ciborio, la
teca, l’ostensorio, le ampolline per l’acqua e il vino, le ampolle per gli oli santi.
Sono questi gli arredi sacri per i quali bisogna assicurare la maggiore attenzione nella custodia e nella
manutenzione, soprattutto per quelli destinati ad accogliere il Corpo e il Sangue del Signore. La materia dei
vasi sacri deve essere solida e nobile, non soggetta a facile deterioramento.
I vasi sacri in metallo - specialmente calici, patene, pissidi e teche - devono essere abitualmente dorati
all’interno, se il metallo è ossidabile; se invece il metallo è inossidabile si può fare a meno della doratura
(Cfr. PNMR 294).
Il calice deve essere dotato di una coppa realizzata con materia che non assorba, mentre la base può essere
fatta con altre materie pregiate e decorose.
Particolare attenzione è da porre ai calici con la coppa in ceramica la cui vetrinatura può facilmente
deteriorarsi creando alcune zone o anche delle semplici filature assorbenti (Cfr. PNMR 291).
I vasi destinati ad accogliere il Corpo di Cristo (patena, pisside, teca, ostensorio) possono essere fabbricati
con diverse materie, a seconda delle differenti regioni, come l’avorio o legni particolarmente pregiati (Cfr.
PNMR 292).
È significativo che nella celebrazione eucaristica si usi un unico calice e un’unica patena grande che contenga
il pane per il sacerdote, per i ministri e per i fedeli. Il calice e la patena devono essere collocati sulla mensa
solo al momento opportuno, non devono quindi ingombrarla fin dall’inizio della messa.
Nella processione offertoriale devono essere presentati il pane e il vino per il sacrificio eucaristico (Cfr. PNMR
49), non ha senso presentare il calice vuoto e rivestito dei tovaglioli per la sua purificazione al termine della
messa.
Perde di significato anche condurre in processione offertoriale una pisside chiusa - il cui uso proprio è la
conservazione del pane eucaristico - o una patena coperta da un lino.
La processione offertoriale non è un occasione per sfoggiare la bellezza artistica dei vasi sacri, ma è il
momento in cui l’assemblea celebrante presenta il frutto del proprio lavoro che pertanto deve essere visibile
da parte di tutti.
Notiamo infine che come vasi sacri per la celebrazione eucaristica non possono essere usati semplici cestini o
altri recipienti destinati all’uso comune fuori delle sacre celebrazioni, o scadenti per qualità, o che manchino
di ogni stile artistico (Istruzione Inæstimabile Donum, n. 16).
La teca e l’ostensorio sono due vasi eucaristici che vengono usati fuori dalla messa.
La teca è una piccola custodia utilizzata per riporre un piccolo numero di ostie da portare come viatico o
come comunione agli infermi. L’ostensorio invece è sempre una teca ma trasparente, dotata di piedistallo e
di decorazioni diverse, nella quale si pone del pane eucaristico per esporlo all’adorazione dei fedeli.
Le ampolline nelle quali si conserva il vino e l’acqua sono generalmente trasparenti per riconoscerne
facilmente il contenuto.
Si può avere l’impressione che non sia destinata grande attenzione a questi vasi eppure necessitano di una
pulizia frequente e di un completo ricambio periodico di ciò che conservano nel loro interno.
Un’ampollina poco pulita rischia di far inacidire il vino con grande facilità.
Se vengono portate in processione offertoriale è bene che abbiano dimensioni adeguate per essere viste da
tutti.
Presso l’altare può essere portata processionalmente anche la sola ampolla con il vino.
Le ampolle degli oli santi, soprattutto quelle usate come riserva e non per la celebrazione dei sacramenti,
devono essere adatte per conservare a lungo - un intero anno - i tre preziosi unguenti.
La conservazione di queste ampolle è cosa assai delicata.
È bene che non siano nelle mani di chiunque e che possano essere custodite in un luogo in vista dei fedeli
ma ben chiuso.