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Dialoghi de' morti di

Luciano, volgarizzati dal


greco [da M. Pastoni]
Source gallica.bnf.fr / Bibliothèque nationale de France
Lucien de Samosate (0125?-0192?). Dialoghi de' morti di Luciano, volgarizzati dal greco [da M. Pastoni]. 1813.

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DIALOGHI

DE' MORTI DI LUCIANO

VOLGARIZZATI DAL GRECO.


DIALOGHI

DE' MORTI DI LUCIANO

VOLGARIZZATI DAL GRECO.

MILANO,

DALLA STAMPERIA REALE,

1813.
LUCIANO fa di Samosata ('I) p oggi Se-

misat, capitate della Comagene in su le

sponde dell' Eufrate. Il tempo della sua


nascita, sicconte quelLo della sua morte
sono del pari incerti. Conghietturau ch'egli
vivesse a'tempi di Cesare Trajano (:&), vale
a dire dopo l'anno centoventi delV era cri-
stiana insino all' anno dugento di Gesù
Cristo. Queslo intervallo c o mp ren dereb be
l'imperio de' due Antonini e di Comodo, o
in quel torno (3). Vossio dice che Luciano
visse sotto il regno di M. Aurelio, e poscia
sotto Comodo e Pertinace , ed eziandio

(i) A/l/la ieai T~ epriv %arpida, ha^iotrara. Luc.


(2) Aeyetai oe yevsovat, e%I TOV ~Kaiqapo,
~TpatalloV, ~xal ewsxeifra. Suida, ~yit. Luc.
(3) De Hist. Graec. , lib. a, c. 15.
VI
Severo e Giuliano. Cost è avviso al Gil

Cognato e alio Zuingero. Luciano in par-


lando della guerra marcomanica, chiama
Marco ~® £ og divus (0. Vedesi ch' egli non è
tanto per parlare della guerra co' Marco-
mani e co' Quadi, quanto per dar questo
aggiunto a Cesare. Dal che si vuol senza
cóntrasto argomentare che Luciano visse al

tempo di Marco Antonino il filosofo, a


cui si riferiscono alcuni ragionamenti che

egli ebbe con Alessandro il falso profeta.


Il padre di Luciano, di mezzana fortuna,
lo pose alla scultura, arte in cui alcuni
de' suoi antenati erano valuti assai (2). Ma
avendo egli rotta una tavola nel comin-
ciare i primi saggi, tanto agri morsi e
VII
ne ebbe dal. suo maestro, che
trafitture
a quell' interno , impulso che più
aggiunte
alto il e a cui di rado i sommi in-
portava,
gegni resistono; tosto si
sdegno, di un' arte
i cui principj erano states le lagrime. ';')
,
jiY Da prima si mise a far l'oratore in

Antiochia, città, della Siria; ma ben presto


annojato de'cavilli e delle, controversie del

foro, lo abbandono (I); e si diede alia pro-


fessione di retore ed allo studio della filo-
sofia e delle lettere; e molto scrisse. II
Bourdelozio H'eI, Zuingero affermano che
Luciano fu gralnatico ,,> retore , avvocato ,
medico , storico , folosofo, peta, policito,
siccome anco da" suoi dialoghi apparisce.
Passo poscia nella Ionia, scorse tutta la
Grecia; , e pre.se stanza in ap-
Atene per
pararvi la greca lingua , e divenne, il sofista
pill celebre suoi Wi ohvm. i
de' giorni

(2) II nome di sofista, caduto in disprezzo dopo


Socrate e Platone era venuto infama,e se ne
gloriavano di portarlo gli uomini di primo grado :
ed accennava forse uomo di lettere e posseditore
VIII
Mentre che Atene non piu libera gemea
sotto Id sigrtdrid de3 Romani, scaduta cutco
da quello splendore che rcnduta V aved Id

pdPrid detla filosofia e delle scienze, cef-


cdtide in vdno quella impetuosd eloqaenza
di Demostene che la rianimava alle antiche

Virtu, « che la tribuna di lui non era pto-


fanata che da declamatori infamia della
eloquenza, Luciano abbandonato il [fN':O,
si formo un geiiere di scrwere tutto nuovo :
i/ diede alla ragione la
leggiadria delle

grazie, accoppiando lo.., scherzo più vivo


e leggiero cohha più severd filosofia. Percid

nel grave mescendovi la


haja, ride: e my
dendo, il vero dice. Studid le passioni ed
i costumi degli uomini, e presso che col

pennello pingendoli, te li mette sotto degli


occhi : in'ê dlcun ordine di
persone fuggì
allo sgudrdo di cotesto conoscitor profondo
del cuore umano.

T 1- - ; , 1 .1 n i > * *
':.;1
de' tesori della greca lingua. Cotesta lingua era
allora quella de' dotti e delle persone galanti non
meno, ed era quella che si parlava alia corte di
Adriano, dove aveano accesso tutti i letterati.
IX
Luciano dimoro alcun
tempo nelle Calliez
celebre per la sua eloquenza,
quivi fattosi
dandovi pubbliche lezioni, ne ritrasse molto
danaro. Passò quindi in Italia dove pare
cK egli scrivesse molti de' suoi dialoghi o>,
e specialmente in Barna ov' egli ando per
visitare il filosofo Negrino da lui conosciuto
in Crecia. Scorse anco l'Asia minore, e

giunto in Aboil w, vide il falso profeta


Alessandro. Costui, siccome era usato, gli
porse la mano da baciare, che Luciano
morse. Alessandro non fece segno di risen-

timento, ma anzi gli proferse una nave


da proseguire il suo viaggio, ordinando ad
un ora al navalestro di gettarlo in mare

quando vedesse il bello. Questi, non volendo


macchiar la sua vita con un delitto ? isvelo
il tradimento. Su di tale notizia Luciano
lnise piede a terra a Egiala di cui Omero.
ne fa menzione nel suo poema, ed ebbe

posto nel vascello degli ambasciatori del

Bosforo che andavano in Bitinia da parte

(i) I letterati al servigio de' grandi. T. I,


(a) Città della,Paflagonia.
*
x
I
del re Eupatore a portare alV imperatore
i tribllti, e senza pericolo fu condotto ad
Amestri ove era suo padre. Non essendo
riuscito a, Luciano di far punire cotesto

impostore, se ne vendico poscia scrivendo


la vua vita dopo la morte di lui, e la in-
titolo A Celso filosofo epicureo: cio che
, ha credere a quale ch' e' pure
: fatto
filosofia epicurea, ma potrebbe,
professasse
avventura esser ito a versi dell' amico.
per
Fatto sta che nel suo Trattato delle sette
o sia l'Ermotimo dice che non ne sapea
nessuna (0. ,T
prender
Ritornato in Atene, vi stette forse insino
all' anno CLXV in cui Peregrino
rappresentò
in Olimpia la sua tragicommedia, e forse
si riferisce a questo tempo il clialogo con

questo titolo: II due volte accusato (2), ove


si giustifica in faccia ad Atene di aver
abbandonata l'eloquenza. Non v ha clubbio
ch* e' non soggiornasse lungo tempo in Atene,
e cio trapela da' suoi costumi e da quella

(1) Tom. I.
(2) Tom. II.
XI
attica e puriàa della grcca lingua
eleganza
che ha tanta fama anche oggidi
Per la Macedonia egli fece ritorno nella
sua patria; ma non è facile lo assegnare
il tempo al quale si riferisce forse il dia-.

logo Erodoto. Passo poi in Egitto trattovi


daLla tanto celebrata scuola alessandrina, e
vi scrisse il dialogo nominato i/Filopatris ( ).
Marco Aurelio informato del suo merito
lo fece intendente di Egitto. Luciano par-
larulo di quell a sua carica si giustifica con
Sabino che dopo aver e9 cotanto declamato
contro i letterati che si mettono al servigio
de'grandi y abbia egli consentito di essere
amministratore dell' imperatore o iri altro
simile ufficio : e dice cK ella e ben altra
cosa essere al servigio de' grandi; perocche
questi non hanno parte alcuna nel gover-
no e muojono schiavi. Che all' op-
sempre
posto e' fa le veci del principe in Egitto
ed e l'arbitro delle province, componendo
e le quistioni de' e
diffinendo privati ,

(i) Scrisse in Alessandria il Filopatris. Tom. III.


Cosi appare dal nome del mese, non siriaco, non
greco , non romano , ma alessandrino.
XII

vegliando all' osservanza delle leggi delle

quali era interprete, e ch' egli riceve le sue

provvigioni non da chicchessia, ma dallo im-

peratore: non un salario come a famigliare,


ma largo assegnamento ( 7roXvTCcKocyrov ),
con fiducia , ben portandosi, di passare a

grado più alto. Era egli allora ben innanzi

negli anni secondo ch' e' mette in bocca


al suo biasimatore, ed avea gia un piede
nella barca di Caronte (1). Vogliono alcuni
ch. egli sia vissuto insino ai novant' anni
ed anco ai cento (2). Altri pensano ch' egli
abbia avuto moglie ed un figliuodo. Cio
sembra ritrarsi alla fine del dialogo Panfilo
o l' Eunuco (3). Parrebbe dal Tragopodagra
che il nostro autore avesse patito di podagra
e che per allevialnento di questa malattia
e' n avesse fatto materia a' suoi scherzi (4).

(3) Tom. II.


xm

Qualcuno ha creduto ch e fosse cristiano:


in vero chi legge il s,uo dialogo del Pelle-

Proteo, v' è da pendere a questa cre-


grino
denza; imperocche ivi egli si mostra molto 4
innanzi ne misteri della
religione nostra
e' ne' costumi degli antichi crutiani; € si
vieole anco ch' egli apostatasse. Ma cio non
si ha che da una parola male intesa da
Suida, secondo cbe osserva il TilLemont m,
JJO stesso Suida lo
fa pure lacerato dm
cani per aver bestemmiato il nome di Cri-
sta w* Ma qual fede merita un compilatoire
la aii ignoranza eguagiia sovente la mala,
fede, verso di tanti del Bourdelbzio , ilel
Turnebd e cento altri encomiatori di Lu-
ciano l E la sola apologia di Erasmo
basta a far tacere il Volaterano e centomila

(li) Rist. de M. Aurèle. T. II, pag. 404.

(3) Epist. lib. 29, ep. 5. ,


XIV
aceaniti abbajatori. E Bourdelozio cosi ne

parla nella prefazione delle opere di Lu-


ciano (i). Nè basta a Suida di farlo morire
lacerato da' cani; e' vuole eziandio chei
si rimanga eternamente in compagnia di
Satana brugiartdo nel fuoco dell' inferno!
Luciano e grande fra gli antichi non

soloy ma nelle opere sue ha saputo accoz-


zar l'utile col dilettevole; ammaestrare ad
un' ora e deridere , e con la eloquenza la
dottrina congiugnere. Egli ha collegata Van-
tica commedia con la satira f senza quella
protervia che parea propria di lei. Dio
imntortale, esclama Erasmo, quanto senno,
quanto fino accorgimento, quanta grazia e

lepore in tutte sue opere. si raccoglie! Con


quanti motteggi acquista lentamente l'am-
mirazione, e calando giù la visiera, niente
vi e tocco a caso, e con la baja sempre
qualcuno rimane colpito , e spezialmente i

filosoji pittagorici e platonici. Luciano non

(I) Unicum exemplum continentiæ Lucianus


vitiorum omnium inimicus , unius virtutis et phi-
losophise perfectæ gestator, cui nec viget quid-
quam simile aut secundum.
XV
è finto co3 finti; non fazioso co' faziosi;
ma con una maschia virtù, con modesto

pudore a gara contende.


, O sia egli nel lutto o vada in cerca
della felicità o con allusioni morda, il suo
stile e sempre e grazioso;
ameno e le sue

opere che a traverso a' secoli ci furono con-


servate, famose saranno sempre per la pu-
rità del greco stile, per la sua robustezza,
giovialità ed acume, e per quel felice quasi
innesto ch' e' seppe fare dell' attico sale
con l'urbanità romana, per cui ogni suo
scritto si legge sempre, con sommo diletto.
Ed Hemesterhusio o) dice che non v' ha
certo un uomo più ingegnoso di Luciano ,
e che ne pur anco pervenne all' eta nostra
un opera che ai dialoghi di Luciano com-

parar si possa (2); ed aggiugne Erasmo che


non v* ha commedia, ne satira che più
delizia ed utilitd ad un ora apportar possa
di quello che fa la lettura de' dialoghi suoi.

(1) Hemesterhusio in prolegom. notarum ad Lu-


cinni Dial. mortuor. edit. minor.
(2) Epist. 4. 29, ep. 5. :
XVI
Di quelli de' morti che io metto in luce ,
iltiuJlo non sembrerebbe promettere che
il più tristo soggetto ; pure egli ci mo-
stTæ un filosofo anzi lepido che no, col
sorriso della gioja anche nelle tombe in

compagnia de' morti. E se nell' inferno


e' disoende, non
e quwi per piagnere, ma

per; instruire, per dire la verità, la quale


non si giammaï con più forza intendere
fa
che in questo soggiorno di tristezza.

Egli mette in iscena re vili ed effeminati,


che ywn dì sfolgorarono in ml trono Ø ,
ed appo i quali non ebbero stato che
vili ed adulabori cortigiani. Sotto il nome
di un Cinico egli insulta alia bassezza loro:

gli umdia, deprime,li gli spoglia di quella

grandezza che non ista poi che nel titolo,


allorchè questa corredata non fu da virtu,
e da azioni magnifiche che con l'amor

de' popoli alla posterita trapassino.


La v c un avaro che per amor di ric-

chezza agogna l'eredità di un opulente


vecchio ; ma una immatura morte di sua

(I) Dial. I.
XVII
il punisce. lontano vi è
cupidigia Piw-
un re famoso per le sue conquiste cI>, al
cui cospetto V universe* tremava, e che ora

serve di giuoco ad un cinico filosafo. Così


a mano a mano mettendo in campo le

degli uomini, con gli sre-


passioni diverse
golamenti loro , ci da le più utili lezioni.
` alcun
Ciammai uomo non ha meglio
scoperta la Mnitii e l'impostura de3 falsi
Dei, ne l'orgoglio e l'ignoranza de' filo-
sofi, con l'instabilità insieme delle Ulnane
cose: e per avventura non c' e un miglior
libro in questo Perche e' si fa luogo
genere.
con lo scherzo, e la sua morale è tartto

pi utile quanto ella e più gradepole, ed


artatamente ride per far meglio gust are i

principj di una severa virtu, ed agli uomini


i doveri loro. , ,
Cotesti dialoghi che descrivono le querele,
il giudizio e le pene dell' inferno, sono
eccellentemente condotti. Diveersi ne possono
essere i fini, ma sempre quello d' instruire.
Tp ha in essi una lezione tutti, ed in
per

(I) Dial. XI.


XVIII

pei grandi, i quali sembra in


ispezieltd
lnodQ prender di mira. Imperoc-
particolar
che il trono, le dovizie, le magistrature,

e quant' altro i mortali ambiscono , tutto


è vano e caduco. Ma colà sard avuto ad

ognuno uno stesso riguardo: ivi sarà per-


fetta eguaglianza, e ciascuno avrà pcna o

supplicio secondo che avrd merilato, perchè


possanza, onori o fama non seguiranno
i mortali oltre alla tomba. Quindi Luciano

finge che le anime de' grandi che avranno


abusato in questo mondo del, lor potere,
ad informar corpi di animali,
passeranno
ed in ispezie degli asini, giusta la prete-
rita inerte e neghittosa lor vita. Cosi egli
allude all' asino, in cui si finge trasforma-
to, e racconta le avventure diverse che gli

accaddero, infinche e' riprese la sua prima


ne ha rubato il sog-
figura. Apulejo poscia
getto che ha allargato ed aggrandito.
Jo non ho scelto che venti di questi dia-

loghi che nel suo genere mi sono paruti


i migliori, lasciando gli altri, che io ho
ed ho
giudicato di minore importanza;
omessa eziandio alcuna frase meno decqnte,
XIX
venire alle mani
perchè egli
potrebbono
delta a cui m3e avviso che non
gioventu,
si potrebbe dare un libro più acconcio.
Non oserei prender che questa
fiducia
mia versione sia per trovare indulgenza.
Io non vi ho omessa diligenza per quanto
da me si e se non vi sono ben
potea;
riuscita, la mia buona volontà mi giovi
iscusa e compenso appo i colti e discreti
per
leggitori: avuto altresì riguardo alle altre
traduzioni che mi hanno preceduta. Se rin-
verrò quella benignita che vorrei poter
meritare, mi sarà cresciuto animo a met-
tere in luce qualche altro de' miei lavori.

Qualunque sia per essere V accoglienza


che avrà la mia traslatazione, questi Dia-
loghi meritano di esser letti e riletti, per
moderare la cupidigia, gli sregolati desiderj,
riducendosi alla memoria che siam polve
ed ombra, e che nessuna fortuna aceom-

pagna di la i defunti, ne loro giova.

M. PASTONI.
DIALOGHI

DE' MORTI DI LUCIANO

VOLGARIZZATIDAL GRECO.

DIALOGO I.

CRESO, PLUTONE, MENIPPO ,

MIDA, SARDANAPALO.

Creso. :1

Noi non possiam piu, o Plutone, sop-


portare cotesto can diMenippo appo di noi:
sicchè o mandalo in altro luogo o noi ce
n' andremo dove che sia.

Plutone.

E qual male vi fa egli che è morto come


voi?
Creso.

Allorchè piangendo e sospirando ci ram-


mentiamo delle cose di lassù, questo Mida
1
2
dell' oro,
Sardanapalo delle molte delizie
ed io de'tesori miei, costui ci dà la baja,
ci svillaneggia, chiamandoci schiavi e

feccia, e talora anco cantcrellando turba


i lamenti nostri: in somma egli è affatto
molesto.

Plutone.

Che dicon di te, o Menippo?

Menippo.

II vero, o Plutone; perche io odio costoro


vili e scellerati, a' quali non bastò di mal
vi vere, ma anche morti ricordano e vo-
ritenere le cose di là su ; laonde
gliono
io me la godo di metterli così in croce.

Plutone.

Ma non istà bene; perchè e' non si dol-

gono di aver perduto poco.

Menippo.

E tu pure impazzi, o Plutone,


approvando
le doglianze loro ?
3

Plutone.

No, certo; ma io non vorrei che voi


faceste tumulti.

Menippo.
Sia che si vuole: o voi pessimi tra i

Lidj, i Frigi e gli Assiri, sappiate che io


non cesserò mai , e dovunque andiate vi
seguiterd straziandovi, e cantando e fa-
cendovi le beffe.

Creso.

Or, non è villania cotesta?

Menippo.

No; anzi villania era quella che voi


facevate volendo essere adorati, insultando

orgogliosamente ad uomini liberi, non ram-


memorandovi punto della morte; percio
piagnete, spogliati di tutte quelle cose.

Creso.

Di molte e grandi possessioni, oh Dei!

Mida.

Di quan t' oro io !


4

Sardanapalo.
E io di quante delicatezze!

Menippo.

Orsù, fate cosi: voi lamentatevi intanto


che io vi verrò cantando sovente all'orec-
chio : Conosci te stesso; troppo ben
perche
si affà a tali mia canti-
doglianze questa
lena.
5

DIALOGO II.

MERCURIO E CARONTE.

Mercurio.

Facciamo un po' le ragioni, o Navale-

stro, se ti pare, di quanto mi déi infino


ad ora, perchè non s'abbia un' altra volta
a piatir di questo.

Caronte.

Facciamole pure , o Mercurio , che e

meglio venirne al fermo, per non averne

poi altra briga.

Mercurio.

Per un' áncora che ti ho recata di tua

commissione, dramme cinque.

`
Caronte.

Tu di' molto.
6
Mercurio.

In fè di Plutone ella mi sta ben tanto,


e il coreggiuolo del remo, oboli due. <*>

Caronte.

Metti cinque dramme e due oboli.

Mercurio.

E r ago da racconciare la vela, oboli

cinque ho spesi.

Caronte.

Aggiugni anco questi.

Mer curio.

E pece da turar le fessure della navi-


cella, e chiodi e parecchi trefoli, di cui tu
festi un canapo da tirar 1' antenna: in tutto
dramme due.

Caronte.

Bene tu comprasti tai cose a buon prezzo.

(*) Obolo, piccola moneta che valea la sesta parte


della dramma attica, e corrispondeva a soldi tre di
F rancia.
Viaggio di Anacarsi. Tav. XI, T. ultimo, c. 165.
7
Mercurio.

Ecco il tutto, salvo se isfuggito non


siaci cosa nel conto. E quando
qualche
di rimborsarmi tu?
prometti
Caronte.

Per ora , o Mer curio, è impossibile. Ma


se pestilenza o guerra ci mandera
qualche
in buon dato, allora nella mol-
gente araii
titudine si potrà cosa
guadagnare qualche
rubando su i noli.

Mer curio.

A1 presente io debbo dunque far mula


di medico, e pregare che avvengano ma*
lanni grandissimi per goder qualche cosa
da quelli.
Caronte.

Non può essere altramente , o Mercurio.


Ora siccome tu vedi, son pochi quei che
ci perche è pace.
giungono,
Mercurio.

Meglio cosi, benchè debba esserci ri-


tardato il tuo pagamento. Se non che quegli
8

antichi, o Caronte, tu sai come ci veni

vano, tutti forti, pieni di sangue; e i piu,

feriti; ma chi dal figliuolo fatto


oggidi
morir di veleno o dalla moglie; chi con
la pancia e col ventre gonfio per mollezza
di vivere; pallidi tutti e cascanti, non punto
simili a quelli. La maggior parte e' vengono
qui avendosi tese insidie 1' un 1' altro per
cagion di ricchezze, come pare.

Caronte.

Perchè di vero i danari son cosa molto

ghiotta.

Mercurio.

Non adunque si potrà imputarmi a colpa


se esigo con le brusche quanto tu mi déi.
9
DIALOGO III.

PLUTONE E MERCURIO.

Plutone.

Conosci tu quel vecchio, dico quel de-

crepito , il ricco Eucrate che non ha fi-

gliuoli, ma bene cinquantamila che tirano


F ajuolo alla sua eredita ?

Mercurio.

Sì, tu di' quel di Sicione; e che percio ?

Plutone.

Lascia ch' e' campi, o Mercurio, aggiu-


a' novant' anni che è vivuto, due
gnendo
cotanti e più, s' egli è possibile ; ma gli
adulatori suoi, Carino il giovine e Damone
e gli altri, strascinali qui tutti tutti.

Mercurio.

Cotal cosa parrebbe sconvenevole.


ro
Plutone.

Niente affatto, anzi giustissima ; coil


ciò sia che per qual ragione fanno egli
voti che co lui muoja, se non perchè egli
i suoi beni, senza aver che fare
agognano
cosa del mondo con esso lui? E la cosa
che fra tutte è la più scellerata, si è, che
tai cose, tuttavia il piaggiano
pregandogli
alla scoperta : e s' egli è ammalato,
però
l'intenzion loro sia a tutti
avvegnachè
palese, pure si votano di far sagrifizj
guarisce. In somma, prende tutte le
s'egli
forme la costoro adulazione. E però quegli
sia immortale e cotestoro vadano innanzi,

dopo di essere stati lungamente indarno


a bocca a perta.

Mer curio.

Oh come ben questa beffa andrebbe in-


vestita a que' mariuoli ! Ma anche colui
molto bene gli tiene in pastura , e gli fa

sperare, e mostrando sempre di essere al

lumicino, egli è piu rubizzo che i giovani:


ed eglino, divisa già fra loro l'eredita, si
11

vanno pascendo colla speranza della vita


beata che secondo i conti che fanno avranno
a menare.

Plutone.

costui, spogliandosi della vec-


Dunque
chiezza, ringiovenisca siccome Jolao , e
coloro nel colmo delle speranze loro, ab-
bandonando le sognate ricchezze, vengano
tosto, e mali che sono malamente vi
qua
muojano.

Mercurio.

Non ti dar o Plutone, che io vo


briga,
a condurteli l'un dopo l'altro: e'son sette
a quello che io mi penso.

Plutone.

Strascinali pure , e costui di vecchio


fatto giovane di primo pelo accompagnera
sil sepolcro ciascun di loro.
12

DIALOGO IV.

SENOFANTE E CALLIDEMIDE.

Senofante.

E tu come se' morto , o Callidemide ?


io essendo parassito di Dinia
imperocchè
affoltandomi a mangiare, affogai: tu
troppo
il sai che fosti a vedermi morire.

Callidemide.

Ben fui, o Senofante; ma il mio fu caso


veramente strano. Anche tu conoscevi il
vecchio Tiodoro.

Senofante.

Quel traricco, quel senza figliuoli, in


cui casa io ti vidi bazzicar così spesso ?

Callidemide.

Quello gli andava a' versi


appunto :
e' promesso d'instituirmi
sempre, avendomi
erede alla sua morte. E poichè io vidi
i3

che la cosa andava all' infinito , e che 1


vecchio che Titone vivea, trovai una
più
scorciatoja da pervenire alFeredita: perchè
del veleno, indussi il coppiere
comprato
che quando Tiodoro chiedesse bere (e bee
molto ), ne gettasse buona quantità nel

bicchiere, e tenesselo pronto e glielo desse:


e se facesse questo, gli promisi con giu-
ramento che libero il farei.

Senofante.

Che ne avvenne dunque? perche parmi


che tu abbia a dire cosa molto mirabile.

Callidemide.

Ritornati dal bagno, il fante avendo


le due tazze , 1' una per Tiodoro
preste
avvelenata e l'altra
per me, non so come

isbaglio, e' diede a me quella del veleno ,


e a Tiodoro l'altra che non avea veleno:

egli be we: e io di botto caddi a terra


disteso, morto su pposto in vece di lui 0.

(-)!) Morto supposto, gentil metafora tolta da quello


che si fa de' parti, prendendo occultamente fanciullo
nato d' altra femmina, che il Boccaccio nel Labirinto
chiamò parti supposti.
H
Che è questo? ridi, o Senofante? e' non si
vuol così dar la baja ad un uomo tuo
amico.

Senofante.

Perchè, o Callidemide, è ben curioso il


fatto; e del vecchio che ne fu?

Callidemide.

In si turbò un poco a quel


prima colpo
improvviso; poi conosciuto, io credo ciò
che era, rise anch' egli dell' operato dal
suo coppiere.

Senofante.

Ma ne pur tu dovevi andar pe'tragetti,


chè per la via battuta ti sarebbe venuta

( l'eredità) più sicuramente, benche un

poco più tardi.


i5

DIALOGO V.

MENIPPO E CERBERO.

Menippo.
O Cerbero, essendo io tuo parente,
poichè son cane anch'io come tu, dimmi,
per lo stige! quale contegno teune Socrate
allor ch' e' discese tra di voi? tu che es-
sendo un Dio non solamente latri, ma
ancora umanamente favelli quando vuoi.

Cerbero.

Al vederlo, o Menippo, di lontano pareva


del tutto ch' egli venisse con fermo viso
e che non temesse punto la morte, o che
e' volesse farne mostra a coloro che fuori
della bocca si stavano; ma poi che incur-
Vossi per entrar dentro al baratro , vide
r oscura e che io, lui
caligine indugiante
ancora la cicuta che avea bevuta,
per
datogli un morso , il tirai per un piede;
allora guaì corne fanno i fanciulli, e piagne-
va i suoi facendo mille moresche.
figliuoli
i6

Menippo.
Dun que cotest' uomo era un sofista, e
non dispregiava veramenfe la morte.
Cerbero.

No, ma poscia che e' vide che era pur


prese animo quasi fosse
giuocoforza, per
non di mala voglia cio che del tutto
patire
soffrir dovea, acciocchè lo ammirassero gli
E in generale di tutti cotestoro
spettatori.
dire che audaci e coraggiosi - si mo-
potrei
strano insino all' imboccatura; ma entrati
dentro, si veggono le ragioni chiare.

Menippo.
Ed io come ti parve che ci venissi?

Cerbero.
Tu solo, o Menippo, ti mostrasti degno
della tua schiatta (1), e Diogene avanti di
te: voi ci veniste non forzati, non
perche
sospinti, ma volenterosi ridendo, denun-
ziando a tutti di piagnere (2).

(I) Della tua schiatta, cioe della setta cinica o


canina, come sopra Menippo avea detto a Cerbero che
amhedue erano cani.
(2) Maniera greca usata'anche da'latini, alia qnale
corresponde nella nostra lingua mandar guai a uno.
M7
DIALOGO VI.

CNEMONE E DAMNIPPO.

Cnemone.

Ecco ben avverato il II cer-


proverbio:
biotto ha preso il lione.

Damnippo,

A che sdegnarti, o Cnemone?

Cnemone.

E domandi a che mi sdegno? Io, misero


me ingannato! ho lasciato uno erede contro

voglia, privando quelli i quali io massi-


mamente volea che avessero i miei beni.

Damnippo.

Or, come è ita cotesta bisogna?

Cnemone.

Io corteggiava quell'Ermolao ricchissimo


che non ha figliuoli, tenendo d' occhio

a
1:8
alla sua morte, ed e9 non disgradiva la mia
servitu: e parvemi che sarebbe anche gran
senno il fare testamento in pubbIico, nel

quale io gli lasciava tutto il mio, acciocche

egli gareggiasse con meco e facesse il


medesimo.

Damnippo.

Ed egli?

Cnemone.

Quello che egli si abbia scritto nel suo


testamento, io non sò; ma io mi morii,

improvvisamente cadutomi sopra il tetto


della casa: e ora Ermolao si gode il fatto

mio, avendo tratto a se, come il pesce


ragno, r amo e 1' esca.
I

Damnippo.
Non solo, ma anche te pescatore ; in

guisa clie tu se' rimasto alle tue reti.

Cnemone.

Cosi mi pare a me; e perciò io mi

dispero.
19
DIALOGO VII.

CARONTE, MENIPPO E MERCURIO.

Caronte.

o scellerato, il tuo passaggio.


Paga,

Menippo.
Grida pure a tua voglia, o Caronte.

Caronte.

Paga, dieo, quanto tu mi déi.

Menippo.
Non puoi ricevere da chi non ha.
-
Caronte.

È chi non abbia un obolo ?

Menippo.
Se alcun altro v' abbia, nol so: io di
certo non l'ho.

Caronte.

Giuro per Plutone che io ti strangolo,


o giuntatore, se non mi paghi.
20

Menippo.
Ed io con un bastone ti spacco il cranio.

Caronte.

Avrai dunque fatto a ufo cotanto valico?

Menippo.
Mercurio mi ti ha consegnato, e' ti
pa-
per me egli.
ghi
Mercurio.

Per Giove, io mi starei fresco se do-


vessi pagare anco pe'morti.
-
Caronte.

10 ti starò pure a' panni.

Menippo.

Quanto a ciò tira a terra la navicella,


e stammi pure a' panni: per altro quello
che non ho, come Favresti ?

Caronte.

Non sapevi tu che pagar si volea il passo?

Menippo.
11 sapea certo, ma io non avea nulla :
che dunque? perciò io dovea non morire?
21
Caronte.

Sarai tu '1 solo che ti vanterai


dunque
di aver travalicato gratis et amore?

Menippo.

Non gratis et amore, o galantuomo,


perchè ho faticato alla tromba, a1 remo,
e solo fra i passeggieri non piansi.
--
Caronte.

Tutto ciò nulla ha che fare col navolo:


un obolo mi déi tu, perche non è giusto
che la cosa vada altrimenti.

Menippo.

Dunque rimettimi di nuovo in vita.

Caronte.

O questa è bella, che oltre a cio io mi


sia frustato da Eaco.

Menippo.

Dunque non mi dar noja.

Caronte.

Mostrami che cos' hai nella bisatcia.


22

Menippo.

Lupini, se li vuoi, e '1 rilievo di una


cena di Ecate.

Caronte.

Donde, o Mercurio, ci menastu cotesto


cane? il quale per tutta la navigazione
ciarlava egli,si ridea de' passeggieri, bef-
favali , solo cantava , mentrè gli altri

piagnevano.

Mercurio.

Non sai tu, o Caronte, qual uomo tu abbi


passato? Libero, se ve ne furono giammai,
senza un pensiero al mondo : questi è

Menippo. :

Caronte.

Oh se mai t' acciuffo !

Menippo.
Pur chc mi pigli; ma non mi piglierai
due volte.
23

DIALOGO VIII.

CRATETE E DIOGENE.

Cratete.

Mirico il ricco 1' hai tu conosciuto, o


colui che avea cotante ricchezze
Diogene,
in Corinto, e molte navi da carico, di cui -
il cugino Aristeo, ricco esso pure, avea

sempre in bocca quel detto di Omero : 0


tu levi me o io levo te c*): costoro corteg-
giavansi a vicenda.

Diogene.
Per qual cagione , o Cratete?

Cratete.

Per ereditare ruu daIFaltro, avvegnachè


egli fossero della medesima età: e i testa-
menti loro avevan messi in palese : Che

(*) Parole che dice A jace ad Ulisse nella lotta che


facevano tra loro nel lib. XXIII della Iliade, le quali
Aristeo volgeva a quest' altro senso: O muori prima
tu e rai lascia il tuo, o morirò prima io e lascerò a
te il mio.
24
Mirico se morisse prima, lasciava Aristeo

padrone di tutto il suo; ed a converso, se


Aristeo si fosse ito innanzi di Mirico. Ciò era
fermato per iscritta: ed intanto amenduni si
lisciavano, facendo a chi potesse adu-
più
larsi F un l' altro. E gF indovini e
quei
die dalle stelle conghietturano F avvenire
e quei che dai e quello
sogni, e i Caldei,
che è più, lo stesso Apollo Pizio, or davano
la vittoria ad Aristeo ed or a Mirico; e la
bilancia pendeva e per l'uno e per F altro.

Diogene.
Che ne avvenne dunque, o Cratete ? che
F udire è bello.

Cratete.
Amendue son morti il di medesimo , e
divennero eredi Eunomio e Trasicle, ambi-
due cui
gl' indovini non avevano
parenti,
mai tal cosa; perche passando
prognosticata
mare da Sicione a Cirra, nel mezzo
per
del corso un vento di po-
sopravvenendo
nente <*>e dato di traverso nella nave, sotto
F onde li sommerse.

(*) \biltvyi, Japix. Soluti aliis ventis pi aster Japiga,


dice Orazio.
25

Diogene.

Oh buono! ma noi quando eravamo in

vita, non avevamo mai tali pensieri Funo


dell' altro; ne mai che morisse
pregammo
Antistene per ereditare il suo bastone
( che
era fortissimo fatto di olivo selvatico
pure ),
ne tu, o Cratete, io mi penso bramasti mai
la morte mia per possedere la mia botte e la
mia bisaccia che tenea due misure di lupini.

Cratete.

No, nulla di ciò mi


perche bisognava;
ne a te altresi, o Diogene: perciocchè le
cose che ci eran mestieri, tu le ereditasti
da Antistene e io da te, le quali son molto
e magnifiche che 10 imperio dei
migliori
Persiani.

Diogene.

Quali di' tu?

Cratete.

La la verità, la franchezza di
sapienza,
par lare, la libertà.

Diogene.
Per Giove! me ne rammento bene di
26

aver ricevuto da Antistene questa ricchezza,


e lasciatala a te anzi che no vantaggiata.

Cratete.

Ma altri nessun caso facevano di co-


gli
tali , e niuno ci onorava speran-
possessioni
do di ereditare, anzi tutti miravano all' oro.

Diogene.

Così è,perocchè non avevano onde ri-

coglier da noi simili cose, essi che tutti


eran cascanti per mollezza, come borse
marce: sicchè se alcuno avesse sparso in
loro o sapienza o franchezza o verità, subito
cascava e andava via; come avviene a

quelle figliuole di Danao che cava no l'acqua


nel doglio forato. Ma F oro lo teneano e
co' denti e colle unghie e con modo.
ogni

Cratete.

Or noi ci guarderemo anche qui le ric-


chezze nostre: essi poi verranno non ap-
che un obolo, e questo solamente
portando
-
infino al barcajuolo.
27
DIALOGO IX.

AJACE E AGAMENNONE.

Agamennone.

Se tu, o Ajace, divenuto furioso uccidesti


te stesso ed eri per fare il medesimo a
noi tutti, a che ne accagioni Ulisse (*)?
Testè quando e' venne per consultar l'ora-
colo ( Tiresia ), tu non gettasti uno sguardo
nè degnasti dire una parola ad un uomo
che fu tuo compagno d'armi e tuo amico;
ma in atto di sprezzo a gran passi lo

trapassasti.

(*) Si dee leggere, secondo la certa correzione


dell' Hemsterhusio, : fosti per fare o pen-
efJbeX%7i(Ta(;
sasti di farc; e dall'Ajace di Sofocle si vede che non
essendogli riuscito di uccidere i principi del greco
esercito, Ajace disperato volsc la spada contro di se ,
come dice il Petrarca :

Ajace in mold e poi 9n sè stesso forte.


28

Ajace.
Nol meritava, o Agamennone ? egli fu
desso costui che mi fu cagione che io di-
venissi frenetico; solo essendomi stato con-
tra nel giudizio delle. armi.

Agamennone.

Pretendevi tu di non aver avversario


e di vincer tutti?

Ajace.

Si, io mel credeva; perciocchè quell' ar-


matura apparteneva a me, e alla mia fa-

miglia, essendo del mio cugino; e voi altri


che molto meglio di lui valevate, ricusaste
d' entrare in lizzia e mi cedeste la
palma.
E cotesto figliuolo di Laerte che tante volte
io salvai essendo per essere trucidato dai

Frigj, egli si credette piu degno e che a


lui meglio stesse di possedere quelle armi.

Agamennone.

Non accusarne dunque, o valoroso, che


Teti, la quale, in vece di farne erede il suo

parente, le espose al pubblico concorso.


29
Ajace.

No, io 1' ho con Ulisse, che fu il solo


che mi si oppose.

Agamennone.

Gli è scusabile se uomo essendo bramò


dolce di tutt' i beni, e per la
gloria più
ciascun di noi resse al pericolo ; e
quale
e' ti vinse sentenza de' Trojani
poi per
stessi.

Ajace.

II so ben io
condannò;chi mi
ma non
è da far le ragioni agli Dei. Per altro, o

Agamennone , io non mi potrò tener di


odiare Ulisse, non se Minerva stessa mel
comandasse.
3o

DIALOGO X.

ALESSANDRO, ANNIBALE, MINOSSE, SCIPIONE.

Alessandro,
*
Io essere a te , o Afri-
deggio anteposto
cano, perche io sono migliore.

Annibale.

Non tu, ma io.

Alessandro.

Dunque Minosse giudichi.

Minosse.

Or chi siete voi?

Alessandro.

Questi è Annibale il io
Cartaginese :
Alessandro figliuolo di Filippo.

Minosse.

Di vero siete amenduni famosi; ma di


che disputate ?
31
Alessandro.

Delia preminenza, per che costui dice di


essere stato più gran capitano di me: io

poi, siccome tutti sanno, dico di aver su-

perato in guerra non solo lui, ma quasi


tutti coloro che mi hanno preceduto.

Minosse.

Parlate uno per volta: comineia tu , o


Africano.

Annibale.

Buon per me, o Minosse, che mentre


che sono stato qui, mi ho apparata la

greca lin gua, di modo che costui non


in ciò soverchiarmi. Io dico che.
potrà
degni di lode sono precipuamente coloro
che nulla essendo da principio, a grande
stato pervennero, avendosi da se acquistato

potenza, ed essendo riputati degni di co-


mando. Io dunque con pochi passato nel-

l'Iberia, essendo prima luogotenente di


mio fratello, fui creduto acconcio a gran-
dissime imprese, e giudicato il migliore.
Presi la Celtiberia ed i Galli
espugnai
32

occidentali (*) , e travalicate le grandi mon-


intorno all' Eridano, tutto trascor-
tagne
rendo, cosa misi a sacco, tante città
ogni
devastai, sottomisi la pianura d'Italia, e
infino a' sobborghi principali della città
e tanti uccisi in un
pervenni; giorno
Romani, che le anella loro misuravansi a

moggia, e di cadaveri feci ponti a'fiumi.


Tutte queste cose io oprai, non dicendomi

figliuolo di Ammone , non facendomi un

Dio, nè spacciando sogni della madre;


ma confessando di esser uomo , e misu-
randomi co' più esperti capitani, e azzuf-
fandomi co' più bellicosi combattitori. Non
a Medi ed Armeni ebbi a far fronte, che

si prima che alcuno gli assalga,


fuggono
e cedon tosto al più au dace la vittoria.
Ma Alessandro prendendo ilprincipato
del e' lo accrcbbe, e di molto lo
padre,
estese , seguendo il corso della fortuna.
Poi che
dunque ebbe vinto e domato a Isso
e ad Arbela quel Dario indegno di vivere ,

(*) Galli occidentali per distinguerli dai Galli del-


rAsia, detti anche Gallogreci.
33

cleviando dalle patrie leggi , volle essere


adorato: adottò i costumi de' Medi: trucidd
amici ne' conviti, e ne fece prendere
gli
trarli al supplicio. Ma io comandai
per
essendo nella mia patria
egual diritto di
con gli altri ; e quando mi richiamò per
essere i nemici con grande armata passati
nell' Africa, di presente ubbidii : e poi
ritornato semplice privato ed ingiustamente
condannato, di buon animo tollerai l'esilio.
E questo io feci essendo barbaro e non
educato nelle discipline della Grecia , e
senza aver declamato, siccome costui, i
versi di Omero, nè essere stato dal
sapien-
tissirno filosofo Aristotile ammaestrato ; e
solo col soccorso di un' indole generosa.
Queste sono le cose per le quali io mi
dico essere d' Alessandro migliore. Chè se
costui è più dignitoso e bello, perche ebbe
la testa cinta di diadema , appo i Mace-
doni forse questo renderlo venera-
potea
bile. Ma non si vuol percio preferirlo ad
un uomo e ad un prode ca-
magnanimo
pitano, chiaro più per le doti dell' animo,
clie pei favori della fortuna.
3
34
Minosse. :

Di vero non è ignobile il dir di costui,


e quale non si sarebbe aspettato da un
Africano. E tu, o Alessandro, che hai a
-
rispondere a ciò ?

Alessandro.

Nulla, o Minosse, ad un uomo cotanto


audace: da che basta la fama a farti co-

noscere io fui re, e quale fu costui


quale
masnadiere. Tuttavia veggiamo, se io di

poco lo vantaggiassi.
,
Io era ancor ben giovine quando fui

posto al il regno disordinato


governo:
assassini di mio padre,
composi: punii gli
la Grecia con la distruzione di
spaventai
Tebe, e di unanime consentimento fui
eletto capitano di essa. Non reputai cosa

degna di me, conservando l'impero dei


Macedoni, contentarmi di ciò che mio

padre mi avea lasciato , ma abbracciai


colla mente la terra tutta, e non potendo
soffrire che tutto non fosse in mio potere,
con pochi feci impeto nell' Asia. E al Gra-
nico riportata vittoria , presi la
segnalata
35

Lidia, la Jonia e la
Frigia; e soggiogando
tutto mi si parava dinanzi,
sempre quanto
ad Isso, dove Dario con innume-
giunsi
rabile esercito attendeami. Dopo ciò voi
altri sapete, o Minosse, quanti morti io vi
inviai in un giorno. 11 navalestro certa-
mente dice che non potendo contenerli
tutti nella sua barca, molti di quelli pas-
sarono sopra zattere. E queste io
opere
feci, mettendomi io stesso innanzi g1i altri
in pericolo , e andando incontro ad ono-
rate ferite. Io non narrerotti quanto io
mi feci a Tiro e ad Arbela; ma io andai
infino nelle
Indie, e posi 1' Oceano per
confine del mio imperio: presi gli elefanti
loro, e feci Poro prigioniero. E gli Sciti5
non ispregevole, travalicato il Ta-
gente
nai in una grande equestre zuffa io gli
sconfissi. Ricompensai gli amici e mi ven-
dicai de' nemici. Chè se gli uomini mi
come un Nume , meritano
riguardarono
scusa, che per la grandezza delle mie geste
quella opinione di me. In fine
prendessero
che io mi son morto e co-
egli è certo re,
stui in esilio presso Prusia re di Bitinia,
36

siccome era
degno, essendo pieno di frode
e crudelissimo. Che in qual modo e' vinse

gl'Italiani, tralascio di dire: non colla for-

za, ma con
la malvagita, con la mala fede,
con gl' inganni: secondo legge e aperta-
mente , nulla oprò mai. E poichè e' mi
taccia di lusso, egli dee, cred' io, aver di-
menticato quello che ei fece in Capua,
ove con femmine di mondo vivendo ,
1' nomo mirabile consumò ne' piaceri le

opportunità della guerra (1). Io poi se non

(I) V' hanno delle cose, dice Montesquieu, che


tutti dicono, perchè sono state gia dette. Si vuole
che Annibale facesse uno sbaglio di non assediar Roma
dopo la battaglia di Canne. Egli è certo che i Romani
trovaronsi nell' estremo spavento; ma la costernazione
appunto che da ciò ne risulta, in un popolo bellicoso
si cangia quasi sempre in coraggio. Prova ne sia che
Annibale non sarebbe riuscito, che i Romani furono
da poi in istato di mandar soccorsi per ogni dove. Si
dice anco che commise un errore di condur la sua
armata a Capua dove si ammollì. Si rimonti alla vera
causa. I soldati di quest' armata divenuti gia ricchi
dopo tante battaglie, non avrebbon per ogni dove
rinvenuta Capua?
Alessandro che comandava i snoi sudditi, in pari
circostanze fece attaccar fuoco al bagaglio. Espediente
che non potea prender Annibale, che comandava mi-
lizia mercenaria. Si dice che Koulican fece lo stesso
3?
avessi giudicato esser picciola cosa Too
cidente, e vôlto non mi fossi all' oriente,
che cosa avrei fatto poi di si grande sot-
tomettendo senza sparger sangue 1' Italia,
l'Africa e tutto infino a Gade ? Non mi

parvero degne di esser vinte con guerra


da me quelle genti che già mi paventa-
vano, e per padrone mi riconoscevano (i).

dopo la conquista delle Indie, non lasciando a' suoi


soldati che una porzione di danaro. Istoria della sua
vita. Paris 1745, pag. 403.
Le medesime conquiste di Annibale fecero cangiar
di fortuna questa guerra. Egli non era stato mandato
in Italia da' Magistrati di Cartagine: pochissimi soc-
corsi ei ricevea, sia per la gelosia dell' un partito, sia
per la troppa fidanza dell'altro. Sinchè la sua armata
resté riunita , potè disputarla con i Romani; ma quando
e' dovette separar le sue forze per difendere gli acquisti
fatti, la sua armata s' indeboli, e a poco a poco si
perde. Montesquieu, Grand, et décad. des Romains,
tom. VI, chap. IV , c. 45.
(I) Egli è certo che Alessandro fu uno de' guerrieri
più celebri dell'antichità, e nell'opinione degli uo-
mini egli è tuttavia il maggiore de' capitani. Ma se
dopo aver domata l'Asia e' vôlto si fosse all' ocpiden-
te, e portate avesse le sue arme contro a'Roraaní così
famosi ne' militari fasti; io non so, se questo popolo,
che già il paventava e per padrone il riconosceva, non
avesse finito per oscurar la passata sua gloria, e
la conquista d' Italia divenuta non fosse per lui una
38

Ho detto: tu, Minosse, giudica: perocche


del molto che dir potrei, basti questo. a
;.. :-,.--~ f t'--_.!
'II - r,-.,.,.'i.',.
chimera. Egli non dovea tener fronte a de" molli ed
effemininati Asiatici: torma immensa di uomini senza
uif soldato, e senza un capo atto a gnidarli: ad un
Dario fra la porpora e 1' oro ammollito, seco dietro
traendosi una schiera di Eunuchi e di femmine , inu-
tile apparecchio di grandezza, che semhrava otfrir piu
presto una preda, che un neniieo esercito a debellare.
Quella ben ordinata militar disciplina che instituita
fu iasiu daila fondazioiie della città, forino de" Romani
un popoto il piix bellicoso, che inespugnabile il rese
presso i regni e le genti tutte. E può dirsi con Mon-
tesquien, che giammai nessuna nazione preparò la
guerra con più prudenza, ne la fece con maggiore
audacia. E dice Giuseppe, De bello judaico, lib. II ,
che la guerra era pe'Romani una meditazione, e la
pace un esercizio. Roma impresse un rispetto a tutta
la terra, mise in silenzio i re , e al dir pur di Mon-
tesquieu (Grand. et décad. des Romains, tom. VI,
chap. VI, c. 78) come stupidi li rese: perchè arri-
schiando essi una guerra, non avevano a paventar solo
per la potenza loro, ma per la vita, perla cattivita,
e l'infamia di un trionfo. Roma con 1' ajuto degl'Ita-
liani avea sottomesso 1' universo e ridotte le cose ad
un punto che le nazioni, le leggi le erano soggette ,
senza sapere a qual titolo, e dichiarata erasi la protet-
trice delle nazioni.
Or sarebbono stati vinti dalla prudenza e dal con-
siglio di un solo giovane que'consoli, que'dittatori,
quel senato che di tanti re sembrava composto ? quel
39
Scipione.

Non prima di ascoltarmi:


pronuilziar

Senato che oprando sempre con la maggiore profondita


e saggezza avea esteso il suo credito su tutti i po-
poli: e mentre che le armate portavano per ogni
dove la costernazione, teneva nell' avvilimento quel
clie trovava abbattuti: che ergendosi giudice delle
genti, alla fine della guerra decretava delle pene e
ricompense da ciascun meritate.
Egli è altresì certo che il sito d' Italia sarebbe pa-
vuto ad Alessandro molto diverso da quello dell'Indie
(per le quali e' camminò con l'esercito mezzo ebro fra
le delicatezze de' conviti ), considerando le selve della
Puglia e le montagne de' Lucani, ed i freschi vestigi
de' domestici danni, ove il suo zio materno, Alessan-
dro re d' Epiro, era stato testè distrutto, ed il qual
vuolsi che ferito a morte facesse paralello con le for-
tunate sue guerre dell" Asia e le attuali cose sue
d' Italia.
Ma sia pure immaginata la grandezza di Alcssandro
all' altezza che si vuole: ella non sarà perd altro ché
la grandezza di un sol uomo raccolta insieme' dalla
felicita di poco più di dieci anni. E che cosa è ella
mai a fronte di un popolo guerreggiante già da piu
secoli? Alessandro vinto in un sol fatto d'armi , per
avventura il sarebbe stato per sempre'. Ma quale
esercito e quale forza avrebbe vinto i Romani, che
non furono vinti. ne sbigottiti per la sconfitta di
i'
Caudio o di Canne ?
Tit. Liv. dec. 19 lib. IX, cap. 147 :''
40
Minosse.

Chi se' tu. o buon uomo? e donde sei,


e che dirai?

Scipione.

L'italiano Scipione , quel duce che di-


strusse Cartagine e sottomise 1'Africa con

grandi battaglie.

Minosse.

Che perciò ? che vuo' tu dire ?

Scipione.

Che infcriore sono ad Alessandro, ma


di Annibale maggiore, cui già io vinsi e
cacciai. Come dunque non è egli impu-
dente, che con Alessandro contende, al
io stesso che vinsi costui non oso
quale
paragonarmi.

Minosse.

Per Giove, tu di' bene , o Scipione: sic-


che giudicato sia il primo Alessandro, il
secondo tu , e il terzo, se il credi, Anni-

bale, chè ne pur questi poi è da


spregiarsi
4i
DIALOGO XI.
I

DIOGENE ED ALESSANDRO.

Diogene.
Che è questo, o Alessandro ? anche tu
se' morto come noi tutti?

Alessandro.
"-
Tu vedi, o Diogene, e non è meraviglia,
se uomo essendo io mi sia morto.

Diogene.

Dunque mentiva Ammone dicendo che


tu eri suo figliuolo? ma tu eri di Filippo.
Alessandro.

Di Filippo senza dubbio : da che io non


sarei morto essendo di Ammone.

Diogene.
Ma quante cose diceansi di Olimpia tua

madre; che un drago stette con lei, e fu


veduto nel letto e così tu poi nascesti, e

Filippo era credendosi di esser


ingannato
tuo padre.
42
Alessandro.

Questo sentii a dire ancor io, siccome

tu; ma ora veggo che niente di vero ne


mia madre ne i profeti di Ammone diceano.

Diogene,
Ma la menzogna loro, o Alessandro, non
fu inutile a' fatti tuoi: perchè molti teme-
vanti avvisando che tu fossi un Nume. Ma

dimmi, a chi lasciasti tu cotanto imperio ?


Alessandro.

Nol so, o Diogene; non fui


imperocchè
a tempo di pensare a questo, se non che
morendo consegnai il mio anello a Perdicca:
or di che ridi, o Diogene?

Diogene.
E di che altro, che d' essermi tornato
in mente quello che fecero i Greci, subito
che succedesti nel reame, adulandoti ed

eleggendoti a loro supremo capitano contro


i barbari : e alcuni anche tiposero al nu-
mero de' dodici Dei, fabbricandoti templi
e facendoti sacrificj; siccome a figliuolo del

drago. Ma dimmi, dove ti seppellirono i.


Macedoni ?
43
Alessandro.

Mi giaccio ancora da tre giorni in Ba-


bilonia. Tolomeo però uno de' miei Scu-
dieri promette, come sieno sedati i presenti
tumulti , di farmi trasportare in Egitto e
ivi darmi sepoltura, a voler che io mi di-

venga uno degli egiziani Dei.

Diogene.
Non ridero io, o Alessandro, vedendo
che anco nell' inferno tu impazzi, sperando
divenire un Anubi o un Osiri? Ma con
tutto ciò, o divinissimo, non isperarlo: pe-
I rocchè egli non lice che coloro che hanno
una volta varcata la palude e sono dentro
la bocca entrati, tornino su; perche non è
trascurato Eaco, nè Cerbero è dispregevole.
Ma vorrei saper da te con qual anime

supporti il pensiero delle tante beatitudini


che in su la terra lasciasti venendo- quaggiù :
le del corpo, gli scudieri , i tanti
guards
tesori e le tante nazioni che ti adoravano:
e Babilonia e Battra e le grandi bestie D

(*) Gli elefanti.


44
e 1' onorificenza e la gloria e 1' essere in

singolare dagli altri onorato, scorrendo


soVra un carro col capo cinto di candida

fascia, e di manto di porpora rivestito. Non


ti affliggeegli il ridurti ciò a memoria?
che piangi, o stolto? non t'insegnò il saggio
Aristotile a far questa ragione, che stabili
non sono i doni della for tuna?

- Alessandro.

Saggio colui, il più scellerato fra gli


adulatori? io solo so come meco usava

Aristotile, quanto e' mi chiedea, che cosa ei


mi scri vea, come abusava del mio amor
le scienze, lodandomi ora della mia
per
bellezza come se anche questa fosse una

parte della felicita o , ed ora de' miei fatti


e delle mie ricchezze, perche e'ragguardava
queste come un per non
bene, vergognarsi
di riceverne. Costui, o Diogene, era un

impostore e sapea tutte le arti d' ingannare.


Percio tutto il frutto che m' ho raccolto

(*) Aristotile poneva la felicita nella somma di


tutt' i beni.
45
dalla costui sapienza è di affliggermi, come
beni grandissimi, di quelle cose che
per
tu hai dianzi toccate.

Diogene.
Ma sai tu quello che hai a fare? io ti
mostrero un rimedio contro al tuo dolore:
e poichè qui non nasce 1' elleboro, tira
dell' acqua di Lete e bevine a josa, e ribe-
vine poi e spesso, perche cesserai di do-
lerti de' beni d" Aristotile. Ma ioveggo
Clito e Callistene ed altri molti che
quel
ti vengono addosso per farti in brani e
vendicarsi de' mali che tu facesti loro, per-
cio vanne d' altra parte e béi più. volte
come io t' ho detto.
46
DIALOGO XII.

ALESSANDRO E FILIPPO.

Filippo.

Ora di vero, o Alessandro, non potrai


negare di non esser mio figliuolo, concio-
siachè non tu morire essendo di
potevi
Ammone.

Alessandro.

Non 1' ignorava, o padre, che io era


di Filippo di Amminta; ma io
figliuolo
accolsi T oracolo che credei utile alie bi-

sogne mie.

Filippo.
Che di' tu? util credesti il lasciarti gab-
bare dagl' indovini ?

Alessandro.

Non questo; ma i barbari mi paventa-


rono e niuno più usò starmi a fronte,
di battagliare con un Dio; sicchè
pensando
agevolmente io gli vinsi.
47
---
Filippo.
E quali vincesti tu mai uomini valorosi,
che sempre venisti alle mani con vili, ar-
mati di piccioli archi, d' asticciuole e di
scudi tessuti di vinchi? Loespugnare i
Greci era gran fatto, i Beozi, i Focesi e

gli Ateniesi: e i bellicosi Arcadi e la ca-


valleria tessalica e i lanciatori degli Elei
e gli scudi de' Mantinesi; ovvero i Traci
o gli Illirj e i Peoni soggiogare: grandi
imprese eran queste. Ma de'Medi, de'Per-

siani, de' Caldei uomini ornati d' oro e


molli, non sai tu che riportaron vittoria
i diecimila che prima di te con Clearco
andarono in que'luoghi, non avendo coloro
ardito nè di pur venire alle mani con essi,
ma fuggendo innanzi che fossero a un trar
di saetta?
:,
Alessandro.
>
Ma gli Sciti, o padre, e gli elefanti degli
Indiani non fu dispregevole opra: pure
non suscitai in fra loro discordie, ne con
tradimenti e compra vittoria io gli espu-
gnai; ne giammai io usai lo spergiuro o
48
mancai delle promesse o adoprai mala fede

per cagion di vincere. E quanto alla Grecia,


senza sparger sangue io la sottomisi. I
Tebani poi avrai forse udito come io li
trattai.

Filippo.

y So tutto questo, perocchè Clito mel rac-


conto, cui tu in un convito trapassandogli
con rastaU petto, uccidesti; perche ebbe
ardire di lodar me sopra le tue azioni.
Tu poi gittasti via la clamide macedonica
vestendo in vece, come dicono , il manto
e ponendoti sul capo la tiara
persiano ,
diritta, e volevi farti adorar da' Macedoni
uomini liberi. E
quello che è sopra ogni
altra cosa ridevolissimo, imitavi i modi
de' vinti. Tralascio di dire le altre cose ;
clie facesti rinchiudere co' leoni gli uomini
scienzati; quelle tue nozze; amare oltre
modo Efestione. Di una cosa ti lodai,
quando la intesi, clie ti astenesti dalla mo-

glie di Dario che era bella, e cura avesti


della madre di lui e delle figliuole. Cotesto
fu atto di re. • :,
49
Alessandro.

B mio ardire di espormi a' pericoli non,


lodi, o padre, e che io il primo nella terra

degli Ossidraci saltai dentro le mura e


tante ferite riportai?

FLlippo.

No, cotesto io non lodo, o Alessandro,


non perchè io non creda bello ad un re
r esser talvolta anclie ferito e correr pe-
ricolo alla fronte dell' esercito, ma perche
ciò a te non era punto utile; perciocche
-creduto com' eri di essere un Dio, se fossi
stato ferito e t' avesser veduto portato
fuori della pugna grondante sangue, ge-
mente per la piaga, questo avrebbe fatto
ridere i riguardanti: e Ammone sarebbe
stato convinto d' essere
impostore e un
fa lso indovino, e i suoi profeti adulajori.
Olx! chi non avrebbe riso, veggendo il fi-
di Giove in sul mandar 1' anima*
gliuolo
delF ajuto de' medici ? Ora che
bisognoso
non tu che vi
già se' morto, pensi sieno
che si beffano di quella finzione,
parecchi
vedendo il cadavere di un Dio lungo e

.4
50

disteso, imputridito e gonfio secendo


già
la condizione de" corpi tutti? Senza che, o
Alessandro, anche quel vantaggio che di-
cevi di vincere agevolmente per questo
che eri creduto un Dio, molto scemò la

gloria de' tuoi gran fatti; perciocchè tutto

pareva essere picciola cosa credendosi ope-


rato da un Dio.

Alessandro.

Non è che hanno gli


questa l'opinione
uomini di me; ma come l'emulo di Ercole
e di Bacco e' mi riguardano. Fatto sta che

quel monte Aerno che ne Ercole ne Bacco

poterono prendere, io solo espugnai.

Filippo.

Vedi che cotesto dici tu, come figliuolo


di Ammone qual e
il paragona se stesso
ad Ercole e a Bacco? e non ti vergogni,
o Alessandro, lie apparerai a deporre il
tuo orgoglio, a conoscere te stesso e a
che se' già morto?
capire
Si

DIALOGO XIII.

ACHILLE E ANTILOCO.

Antiloco.

Qual discorso testè tenevi tu, Achille,


con Ulisse intorno alla morte? deh, quanto
e indegno della dottrina de' due
ignobile
precettori tuoi Chirone e Fenice! Impe-
rocchè io ti sentii dire che tu avresti tolto
di stare a opera con qualche uomo che
nulla possedesse, e non avesse molta vi-

vanda, ma vivo, anzi che comandare a


tutti i morti: una
vigliaccheria è ben co-

testa , ed a qualche vile uom di


Frigia,
che oltre a1 decoro amasse la vita,
per
avventura staria bene questp parlare. Ma
al di Peleo, che di tutti eroi
figliuolo gli
il avido si mostrò di pericoli, quale
piu
onta portare si bassi sentimenti di
gránde
se stesso, contrarj cotanto a' fatti della
tua vita! Sei pur tu che potendo regnar
lungamente oscuro nella Ftiotide, di voglia

anteponesti una morte.


gloriosa
5a
Achille.

O figliuolo di Nestore, allora io era


tuttavia nuovo delle cose di quaggiù, ed

qual di quelle due cose fosse la


ignorando
migliore, anteposi quella miserabile glo-
riuzza alla vita. Ma ora intendo final mente
che quella è inutile, che che ne dican
lassù i poeti nelle cantilene loro ; e che
fra morti è onori,
parità di
e ne quella
bellezza, o Antiloco, nè la forza ci è piu;
ma giacciam tutti eguali sotto le medesime

tenebre, senza difFerenza alcnna dall' uno


all' altro : llè le ombre de' Trojani mi te-
mono, ne quelle degli Achei mi ri veriscono.
L' egualità è perfetta, e morto delpari
è il vile e il valoroso. Questo mi attrista
si, che non mi parrebbe grave il servire
e vivere.

Antiloeo.

Tuttavia che farci, o Achille ! poichè


è alia natura, che tutti
questo piaciuto
senza rimedio morir dobbiamo ; sicchè bi-
alia legge e non affliggerci dei
sogna stare
comandi che ci sono imposti: oltre a cio
53

tu vediquanti tuoi compagni ti stiamo


d' intorno; e fra poco anche Ulisse ci
verra. A ogni modo ella è pur una con-

solazione la comunione delle cose, e il


non soffrir da solo. Vedi Ercole e MeleagrO
ed altri maravigliosi uomini che non pa-
tirebbono, ; credo io, d' essere rimandati
in su la terra per servir poveri e pezzenti
omicciatoli.

,.: Achille. ; I

Tu mi conforti da amico ; ma io non


so come non attristarmi alia ricordanza
delle cose della vita: ed io estimo clie cosi

avvenga a ciascheduno di voi ; e se nol


confessate, tanto peggio, che tacendo sof-
frite il medesimo. v

Antiloco.

No certamente, anzi meglio, o Achille;

perciocchè veggiamo quanto sia inutile il


dire. Adunque crediam noi di dover tacere
e sopportare e sostenere, per non meri-
tarci le beife, siccome fai tu, con cotali
voti.
5<t<
DIALOGO XIV.

DIOGENE E MAUSOLO.

Diogene.
O tu di Caria, su che fondi tu cotanto

orgogiio da crederti degno d' essere ono-


rato sopra tutti noi?

Mausolo.

Nelregno, o Sinopese, chè fui re di tutta


la Caria, comandai ad una parte della Li-
dia, ridussi in mio potere alcune isole, e
andando insino a Mileto,
soggiogai gran
della Ionia. E bello io era, di grande
parte
statura e forte nelle guerre. E quello che

ogni altra cosa avanza, che in Alicarnasso


ho sopra me un grandissimo monimento,
quale non ha alcun altro morto lie con
tanta bellezza lavorato, essendovi effigiati
al vivo uomini e cavalli in bellissimi mar-
mi, tal che tu peneresti a trovar tempio
da mettervi a lato. Non ti par egli che a
buon diritto io possa per queste cose gran-
demente vantarmi ?
55

Dio gene.

Vuoi dire per lo reame, per la bellezza,


lo gran peso del sepolcro?
per

Mausolo.

Cosi e, per Giove! ;

Diosene.

Ma, o bel Mausolo, al presente nulla più


hai ne di
quella gagliardia , ne di quelle
fattezze. Se dun que scegliessimo qualcuno
per giudice della bellezza, non mi saprei
dire e' potesse preferire il tuo cra-
perchè
nio al mio, da che sono amen due calvi
p e parimente
nudi, mostriamo i denti,

e siam senz' occhi e co' nasi camosci. Quan-


to a1 sepolcro e a que'ricchi marmi, gli
Alicarnassei posson forse mostrargli e van-
tarsene co" forestieri , che appo loro è un

grande edifizio; ma tu, o buon uomo, non

veggo che goda di quello , se già non vo-


lessi dire che tu porti maggior peso di

noi, essendo aggravato da tanti sassiir


56

Mausolo.

Inutili dunque saranno per me tutte

quelle cose , e pari onore avrà Mausolo


con Diogene?
-
Diogene.

Non pari, o nobilissimo, no; perche


Mausolo piagnerà membrando le cose di

sopra la terra in cui e' foudava la sua fe-

licità ;Diogene si befferà di lui: egli par-


lera del suo sepolcro di Alicarnasso fatto
da Artemisia sua sposa e dalla sorella in-
nalzare ; Diogene non sa tampoco, se il
suo corpo ebbe alcun sepolcro , perche di

questo e' non si curò ; ma avendo vivuto


vita da uomo, ha lasciato di se agli ot-
timi una più sublime memoria che'1 tuo
monimento, o vilissimo di tùtt" i Carj , e

sopra più solide fondamenta fondata.

A
51m
DIALOGO XV.

MENIPPO E TANTALO.

Menippo.

A che piagni cosi, o Tantalo? e perchè


ti stai tu dolorando a proda della palude ?

Tantalo.

Perche, o Menippo, io mi muojo di sete.

Menippo.

Or sei tu si da poco che per bere non


curvarti e trar 1 acqua facendo cio-
possa
tola delle tue mani?

Tàntalo.

Nulla mi gioverebbe il curvarmi; per5


che com' ella mi seute avvicinare a
fugge
lei: e se pur qualche volta n'attingo e
la mi reco a bocca, non giungo a bagnar

J' estremita delle labbra, che per le dita


mi scorre, non so come, e mi lascia COllie

prima la mano asciutta. ,


§8
Menippo.

Deh! miracolosa disgrazia, o Tantalo!


Ma dimmi, qual bisogno hai tu di bere,
che non hai corpo? ma quello che potea
aver sete e bere, fu nella Lidia sepolto :
e tu che sei anima , come puoi tuttavia
aver sete e bere? )

Tantalo.

Questa è appunto la mia pena, che la


mia anima abbia sete, come se fosse corpo.

Menippo.

Ma questo noi così ti crediamo, poichè


tu di' che la tua sete è per punirti. Ma

qual male perciò ti avverrà? Temi che 1


difetto di bevanda non ti faccia morire ?
con cio sia che io non veggo un altro
inferno dopo questo e un5 altra morte che
debba farti trarnutare di qua in altro luogo.

Tantalo,

Tu di'bene; ma cotale è la mia pena,


che io mi debba desiderar di bere
sempre
senz' averne bisogno.
59

Menippo.

Baje, o Tantalo : e invero par che tu


abbi bisogno di bere ; ma elleboro pretto,
per Giove! prendi tu cui avviene il con-
trario che a quelli che son morsi da' cani
arrabbiati, non avendo tu in orror l'acqua,
ma la sete.

Tantalo.

Nè r elleboro di bere io ricuso, o Me-

nippo s fossemi solo conceduto.

Menippo.
Fa cuore, o Tantalo, perchè nè tu ne

gli altri morti beono, che è loro impos-


sibile, sebbene non però tutti sien con-
dannati siccome tu ad aver sete , mentre
F acqua lor fugge dinanzi.
6o

DIALOGO XVI. <*>

MENIPPO E CHIRONE.

Menippo.

Intesi, o Chirone, che essendo tu'Dio


desiderasti morire.

Chirone.

Vero è quanto intendesti, o Menippo: e


morii siccome vedi, potendo essere im-
mortale.
Menippo.

E qual amor ti prese della morte, cosa


inamabile alla più parte ?

Chirone.

Dirollo a te che non sei uno scimunito.


Non era a me più dolce il godere dell'im-
mortalità.
Menippo.
Non ti gustava vivendo veder la luce?

(*) II testo è guasto.


6i

Chirone.

No, o
Menippo ; perche il piacere io
credo che sia una certa cosa varia e non

semplice e uniforme ; e io vivendo mi

godea sempre de' medesimi oggetti del

sole., della luce, del cibo, delle medesime

stagioni e di tutte le cose , ciascuna per


ordine , come seguonsi l'una all' altra: io
ne fui sazio. Imperocchè il diletto non
istà mica nel goderne sempre , ma anche
nel mutar godimento.

, Menippo.

Tu di' bene , o Chirone : e come com-

porti tu le cose dell' inferno, da che to-


di venir qua?
gliesti

Chirone.

Non male, o Menippo, perche l'egualità


onori è veramente popolare senza
degli
differenza alcuna, sia nella luce sia nelle

tenebre, e oltre a ciò non c' è uopo aver


nè sete ne fame, siccome la su, ma siam
tutti senza bisogni.
6a

Menippo.

Bada bene, o Chirone, a non urtar con


teco stesso, e che il tuo discorso non
torni al medesimo.

Chirone.

Come di' tu questo ?

Menippo.
Perche se nella vita la continua somi-
e sempre lo stesso ti venne in
glianza,
fastidio, anche qui le cose sempre eguali
ti saranno fastidiose, e sarà uopo cercare
anclie di qua alcun mutamento in un' al-
tra vita, il clie io estimo jmpossibile.

Chirone.

Che farci dunque, o Menippo ?

Menippo.

Quello, io credo, che si suol dire, cfie


il savio dee contentarsi e aver pazienza
delle cose presenti, e riputare che niuna
di esse è tale che comportar non si possa.
63

DIALOGO XVII.

MENIPPO, EACO, PITAGORA, EMPEDOGLE

E SOCRATE.

Menippo.

Per Plutone ! o Eaco, narrami tutto quello


si fa nello inferno.

Eaco.

Non è facile , o Menippo , narrar tutto :


ti farò conoscere le principali cose. Tu
sai che questo è Cerbero, e quegli è il
navichiere che ti tragitto; e lo stagno e
l'infocato Flegetonte che entrando hai già
veduto.

Menippo.

Conosco queste cose, e te che ne custo-


disci le porte, e vidi il re e le erinni; ma
tu mostrami gli uomini antichi e massi-
mamente i più illustri di loro.
6^
Ectco.

Questi è Agamennone, l'altro Achille,


quegli a ppresso è Idomeneo, poscia LTlisse,
indi Ajace e Diomede, e i fra
migliori
i Greci.

Menippo.

Capperi, Omero! come gli eroi de' tuoi

poemi son gettati in terra, ignoti e de-


formi! tutti
polvere e gran cianeia, siccome
teste veramente imbecilli. E costui, o Eaco,
chi è egli mai?

Eaco.

E Ciro, quell' altro è Creso, appo lui

Sardanapalo: di là da questi lVlida: poi


colui Serse.

Menippo.

Se' tu adunque, o scellerato, che te


per
paventò la Grecia, quando con un ponte
congiugnesti 1' Ellesponto, e ti toccò ]a
brama di navigare a traverso de' monti ?
E quale anche è Creso? Quanto poi a Sar-

danapalo, permetti, o Eaco, che io gli dia


un pugno in sulle tempia.
65

Eaco.

il cranio che è
No, chè gli fracasseresti
cranio femminile.

Menippo.

Ma almeno sputerò in faccia a costui


del tutto effeminato.

Eaco.

Vuo' tu che io ti dimostri anche i sa-

pienti ?
pienti? (

Menippo.

Per Giove! si certo.

Eaco.

Questo primo che io ti presento, è Pi-


-
tagora.

Menippo.

Buon di, o Euforbio, o Apollo, o che


che tu vogli essere.

Pitagora.

Altresi a te, o Menippo.


5
66

Menippo.

Non hai più quella coscia d' oro?

Pit ago a.

No certo; ma lasciami vedere nella tua


bisaccia se tu ci abbia qualche cosa da
man giare.

Menippo.
-
Fave, o gaudioso ; ma non è cibo da
mau giarsi da te.

Pitagora.

Dammene pure, perche altre dottrine


sono i morti, e ho apparato che nulla
appo
somiglianza è tra le fave e le teste dei

genitori C).

Eaco.

Questi è Solone , figliuolo di Essecestide,


e quegli è Talete; e presso a loro Pittaco
e gli altri: in tutto e' son sette siccome
vedi.

(*) Diceano i Pitagorici ch'è il inedesimo mangiar


la fava che la testa del proprio padre e madre.
6?
;.:':" :
Menippo.

Soli costoro, o Eaco, sono senza dolori


e lieti fra gli altri. E colui ieno di ce-
, p.j < ; -
nere, come un pane soccellericClO e tutto
coverto di pustule, chi è egli?
,:',
Eaco.

Empedocle, o Menippo, venuto qui mezzo


abbruciato dall' Etna.
t- - li
Menippo.

O buon uomo da' calzari di bronzo, per


qual cagione ti gittastu in quelle bocche
ardenti o?

Empedocle. , :

Una certa malinconiao Menippo.

Menippo.
J.r ; r
'<.'
No, per Giove! ma la vanagloria, l' or..
la molta stoltezza : ecco cio
o iLoOdio e che

(*) Dicono ch' essendosi gittato Empedocle Hel-


1' Etna per far credere ch' egli era sparito e non lllor-
to, fu trovata una sua scarpa di bronzo, onde si
conobbe ch'egli da se erasi gittajp là entro (.
68

ti abbrustolò con le tue scarpe di bronzo


in quelle profonde voraggini, dove non
meritavi tu di finire. Per altro a nulla
il sofisma <*>, perche si scoperse
giovotti
che eri morto. E Socrate, o Eaco, dove sta

egli ?

Eaco.

Costui ciancia molto con Nestore e Pa-


lamede.

Menippo.

Pure io vorrei vederlo : dimmi se è qui.

Eaco.

Vedi tu quel calvo?

Menippo.

Tutti son calvi: questo sarebbe indizio


di tutti. ;

Eaco.

Dico quello col naso camoscio.

Ml. ,I '*i'

(*) Io seguO la lezione dell' Henstherusio.


69
-
Menippo.

, Questo pure è comune, che tutti hanno


il naso schiacciato.

Socrate.

Vuo' tu me, o Menippo ?

Menippo.

Appunto te , o Socrate.

Socrate.

Come vanno le cose di Atene?

Menippo.

V' ha di molti giovani che dicono di


filosofare, e se alcun guardi la figura e'1

portamento loro, son certo sommi filosofi,

Socrate.

Moltissimi ne vidi anch' io.

Menippo.

Ma vedesti, io credo, quale a te venne

Aristippo e Platone, quegli spirante un-

guenti, questi ammaestrato a piaggiare i


tiranni della Sicilia.

Socrate.

E di me che pensano?

Menippo.

Beato, o Socrate, sei tu per questo ri-


Tutti dunque reputano te essere stato
spetto.
uomo e che ogni cosa cono-
maraviglioso
scessi, quantunque (e bisogna pur dire il

vero ) tu nulla sapessi.

Socrate.

E questo medesimo io diceva loro; ma


essi credevano che ciò dicessi per fare
„ ironia.

Menippo.

Questi chi sono che ti stanno intorno?

Socrate.

Carmide, o Menippo, e Fedro e il fi-

gliuolo di Clinia.

MerÚppo.

Bravo Socrate, che anche qui la


segui
tua arte e non trascuri i belli.
71
So c rate.

E che altra cosa più dolce potrei fare?


ma giaciti presso a noi, se ti pare.

Menippo.

No, per Giove! che men \o a Creso e


a Sardanapalo per abitar vicino a loro:
certo credo di dover ridere 11011 poco sen-
tendoli piagnere.

Eaco.

Anch'io già mi parto; acciocchè alcumo


de" morti di soppiatto non si fuggisse: molte
altre cose, o Meuippo, le vedrai un' altra
volta.

Menippo.

Va pure: queste ora mi bastano, o Eaco.


72
DIALOCO XVIII.

DIOGENE, ANTISTENE E CRATETE.


*

Diogene.

Antistene e Cratete, noi siamo oziosÌ. Che

dunque non andiamo dirittamente verso


la scesa ( dell' inferno ) per veder quelli
che vengon giù, quali sieno, e che fa
ciascheduno di loro?

Antistene.

Andiamo, o Diogene; imperocche sarà


un bel sollazzo veder gli uni piagnenti,
gli altri supplicanti d' esser lasciati andare:
alcuni discendere a gran fatica; e benchè
Mercurio li tiri per lo collo, pur tuttavia
resistere, e, gittandosi supini, contrastare
senz' alcun pro.

Cratete.

Ed io vi conterò poi quel che io vidi

per la via, quando veni va qua giù.


73

Diogene.

Contalci, o Cratete : indovino che e'vorrà


essere cosa da ridere.

Cratete.

Noi smontavamo a molti insieme e fra

questi alcuni assai ragguardevoli, Isme-


nodoro il ricco de' nostri, e Arsace go-
vernatore della Media, e Orite armeno.
Ismenodoro dunque che era stato ucciso da
certi ladroni presso il Citerone, andando,
cred' io, a Eleusjna, piagneva e avea la
ferita nella mano e chiamava i
figliuoli
pargoletti che avea lasciati, e biasmava se
stesso dell' audacia sua, che dovendo sor-
montare il Citerone e passare
pe' luoghi
vicini ad Eleutera, diserti e devastati dalle

guerre, avea condotti seco solamente due


familiari; e con questo portando cinque
e quattro nappi d' oro. Arsace
guastade
omai e per Giove
poi essendo decrepito ,
con volto assai dignitoso, era di mal animo
e doleasi di andare a piedi, e volea, se-
condo il barbarico costume, che gli fosse
condotto il cavallo; poiche anche il suo
74
cavallo era morto con lui, essendo stati
ambedue con un sol colpo traforati da un
certo Trace armato di scudo leggiero in
una battaglia accaduta sul fiume Arasse
col re di Cappadocia.' Perciocche Arsace,
come narrava egli, cacciatosi sul suo ca-
vallo molto innanzi agli altri, se gli av-
ventò contro; si resse il Trace e copertosi
col suo scudo, devio il lancione di Arsace,
e poscia spinta innanzi l'asta macedonica,
lui e il suo cavallo.
trapassò

Antistene.

Ma com' è possibilc, 0 Cratete, far que-


sto d' un sol colpo?

Cratete.

Facilissimo , o Antistene ; perche Arsace


trascorreva impetuosamente tenendo in-
nanzi un lancione di venti cubiti; e il Trace
- fattosi dello scudo cessò '1 colpo,
usbergo
sicchè la punta passò oltre, e poggiato il
a terra, menato un colpo con
ginocchio
la lancia feri sotto '1 petto il cavallo, che

per la foga e veemenza sua si ficcò nella


75

punta, e fu insieme trapassato Arsace nel-


F anguinaglia fuor fuori fin sotto il dere-
tano. Vedi ora come avvenne? non dell'uomo
ma del cavallo fu anzi che no il fatto.
Tuttavia ei dolevasi di essere pari agli altri,
e pretendea di discendere da cavaliero.

Quanto poi ad Orite uomo privato,


costui avea i piedi si morbidi e molli che
non potea pure stare sulla terra, non che

potesse camminare. Questo avviene gene-


ralmente a tutt' i Medi che quando smon-
tano da cavallo, corne se andassero sulle

spine, vanuo con gran fatica sulla punta


de' piedi. In guisa che Orite prosteso gia-
cevasi, llè per cosa del monde volea riz-
zarsi: il buon Mercurio levatol di peso, il
insino alla barca: ed io rideva.
portò

Antistene.

E io quando discesi non mi mescolai


con altri; ma lasciando quelli piagnere
gli
correndo alla barca, presi innanzi agli
altri il luogo per navigare comodamente.
E in tutto il tragitto, quelli piagnevano
e pati van nausea, e io mi prendea di loro

maraviglioso diletto.
76
Diogene.

A voi o Cratete e Antistene, tai


dunque,
di viaggio toccaronvi. Con meco
compagni
scesero Blepsia r usurajo del Pi reo, e Lam-
di Acarnania, che era condottiero di
pide
soldati stranieri mercenarj, e Damide il
ricco. Damide era morto avvelenato da un
suo Lampide per 1' amore di
figliuolo :
Mirtia cortigiana s'era da se stesso ucciso:
e Blepsia il misero diceasi che era morto
consunto dalla fame: di che facea gran
il sommo suo pallore e l'eccessiva
segno
Or avvegnachè tutto questo io
magrezza.
sapessi, pure gl'interrogai del modo della
morte loro. E a Damide che ne incolpava
il io dissi, non ingiustamente
figliuolo,
hai ciò che avendo tu mille talenti
patito
e vi vendo tu in delizie che avevi novanta
anni, a quel
giovinetto di diciotto anni
davi oboli quattro. Tu poi, Acarnane ( poi-
chè anch' egli piagnea e maledicea Mirtia ),
a che incolpi 1' amore e te stesso no? tu
che non tremasti mai all' aspetto de' nemici;
ma nulla curando i pericoli, combattevi
77
innanzi gli altri; e da una misera femmi-
nuccia, e da finte lagrime e da sospiri fosti

preso , uomo magnanimo !


Quanto poi a Blepsia, egli era primo
ad accusare se stesso della somma sua fol-
lia dell' aver guardati i danari a eredi
che nulla gli appartellevano, credendosi
lo stolto di dover vi ver sempre. A me
certo costoro gemendo furono di non pic-
ciol trastu llo.
Ma già siamo all' imboccatura: ci bi-

sogna aguzzar gli occhi e squadrar di lon-


tano i vegnenti. Poffare il mondo! quanti
e di quante genie! e tutti da
piangono
parvoli e bambini in fnori. Ma anche
questi
i decrepiti si lagnano tutti. Chc è questo?
forse gli occupa qualche amoroso incan-
tesimo della vita? io voglio
dunque doman-
dare questo vecchissimo. A che piagni tu
che sei morto in tale età? forse eri tu re?

Mendico.

No.

Diosene.
V
Satrapo?
78
Mendico.

Ne anche.

Diogene.

Eri dunque molto ricco, e quindi ti


contrista 1' esser morto , lasciando molte
delizie.

Mendico.

Niente di questo; ma io avea novant'anni


o in torno; e colla canna e colla
quel
lenza procacciai una misera vita, senza

figliuoli, e oltre a cio sciancato e di corta


vista.

Diogene.

Ed essendo così volevi tu vivere?

Mendico.

Si, perchè dolce era per me la luce, e


il morir terribile è da fuggirsi.

Diogene.
Tu deliri, o vecchio, e rimbambisci con-
tro al fato; con tutto che tu sii della stessa
79
età col navichiere. Che direm noi duuque
de' giovani, se i così vecchi aman cotanto
la vita? i quali dovrebbon bramar la morte
corne rimedio de' mali della vecchiezza.
Ma torniamo che alcuno non suspicasse
che noi volessimo fuggir di qua, vedendoci

girar d' intorno all' imboccatura.


80

DIALOGO XIX.

DIOGENE E POLLUCE.

Diogene.

O Polluce, tosto che sarai salito sopra,


posciache ti tocca, io credo, di riviver

domani, t' ingiungo che se mai vedi Me-

nippo il cane, e il troverai in Corinto


nel Craneo o nel liceo dar la baja a' filo-
sofi che si bisticciano fra loro, che tu gli

dica, o Menippo : Diogene ti manda di-


cendo che se hai riso abbastanza delle
cose che si fan sulla terra, tuvenga qua
ove avrai troppo più da ridere. Percioc-
chè quivi il tuo riso era ancora dubbioso,
e molto ti si potea rispondere, e chi sa
di certo quel che sarà dopo la vita? ma

qui non resterai di rider sicuramente come


io ora fo: e massimamente quando vedi
i ricchi e i satrapi, e i tiranni così umili
e senza le loro insegne, e che a null' al-
tro che al solo pianto si riconoscono , e
8i

perche molli e ignobili sono, egli membrano


le cose di là su! Questo di' a lui; e anche

digli, che venga qui colla bisaccia piena


di molti lupini, e se per avventura tro-
vasse in un trebbio posta la cena di Ecater
o qualche uovo di espiazione o tale altra
cosa.
Polluce.

Io gli rapportero ogni cosa, o Diogene;


ma acciocchè io ben lo raffiguri, dimmi
come è egli in sembiante?

Diogene.

Egli è vecchio, calvo, porta un tabar-


raccio pieno di buchi, aperto a tutt' i

venti, e pei molti cenci che vi son rap-


su, di cento colori: e ride sem-
pezzati
pre, e il piii delle Yolte beifa que' filosofi
millantatori.

Polluce.

A questi segnali fia agevole il ritrovarlo.

Diogene.

Ma vorrestu qualche mia commissione


a que' filosofi ?

6
82

- Polluce.

DF pure : egli non mi pesa di far


punto
questo. ,

Diogene. :

Generalmente fa saper loro, che si ri-

mangano
u dal cianciare e dal contendere

sopra ogni cosa, e dal piantarsi le corna


T uno all' altro , e dal fare que' loro cocco-

drilli, e dall' insegnare a' giovani di far


tali domande inestricabili (*).

Polluce.

] diranno che io sono un


Ma ignorante,
uno zotico, che appunto la loro sapienza.

(*) Piantarsi le corna significa certi sillogismi sofi-


stici, o argomenti cornuti, che presero tal nome da
questo così fatto sillogismo: quello che non perdesti
hai: le corna non perdesti: dunque hai le corna. Coc-
codrillo era un altro sofisma. Il coccodrillo ha rapito
un fanciullo : tu glielo chiedi: ed egli dice: io te 10
renderò se mi rispondi il vero: e subito ti domanda,
ti renderò io il fanciullo o no? E qualunque cosa tu
risponda, dice che non hai risposto il vero: per-
ciocchè se tu rispondi non mel renderai, dice il coc-
codrillo; dunque non tel rendo: se rispondi mel ren-
derai, egli dice non è vero.
83

Diogene.

E tu di' loro da mia parte che s' abbiano


il malanno.

Polluce.

E questo, o Diogene, io riferirò.

Diogene.

A' ricchi poi, o carissimo Pollucino,


dirai in mio nome: Chè, o stolti, guardate
r oro? a che crucciate voi stessi facendo
le ragioni delle usure, e ammassando ta-
lenti sovra talenti, voi che di qui a poco
dovrete venir qui avendo un obolo solo ?

PoLluce.

E questo, o Diogene, sarà detto loro.

Dio gene.

E a que' belli e forti, dico a


Megillo
di Corinto e a Damoseno lottatore, che
fra noi ne la bionda chioma, nè gli occhi
e neri, nè rubiconda faccia
lampeggianti
più non sono, nè robusti nervi, ne omeri
84

gagliardi; ma tutto e una sola Micone,


qome dicono , cranj nudi di bellezza (*).

Polluce.

Non sarà difficile di dir anche queste


cose a' belli ed a' forti.

Diogene.

Ai poveri , o Lacedemone , che pur


mold sono, e ciò soffrono di mal animo
e si dolgono della miseria, dirai che non
e non si lamentino, narrando
piangano
loro , che qui sono tutti egualmente ono-

rati, e che vedranno que'ricchi non punto


da loro. E i Lacedemoni tuoi,
vantaggiati
se ti pare, riprendi, dicendo che essi sono
divenuti dissoluti.

("") Una sola Micone, provcrbio de' Greci per signi-


ficare una confusione di più cose insienxe alla rinfusa:
il qual provcrbio, secondo Strabone, lib. X, c. 746,
nacque dalla favola che i giganti uccisi da Ercole
, giacevano tutti sotto 1' isola Micone; e lo stesso ag-
giugne che alcuni chiamavano i calvi Miconi, per-
che in quell' isola era comune questo difetto, il che
conferma la lezione dell' Hemstherusio da me seguita.
85

Polluce.

Non mi dir nulla de' Lacedemoni, o

Diogene, perchè nol patirò; ma quello


che mi dicesti, agli altri riferirò.

Diogene.

Sia cosi, da che 1' hai per meglio ; ma


a quelli ch' io ti dissi, Ie mie
rapporta
parole.
86

DIALOGO XX.

CARONTE, MERCURIO E VARJ MORTI

Canno leo.

Udite come stanno le cose nostre. Pic-

ciola, come vedete, e un poco marcia è la


navicella e in più parti fa acqua, e se

piega da un lato, darà la volta e perirà;


e voi venite tutti insieme, portando ciascun
molto bagaglio. dunque Semontate con
coteste cose, io temo che poi non abbiate
a pentirvi, massimamente quelli che non
sanno notare.

Morti.

Come farem dunque per navigar felice-


mente ?

Cannoleo.

II vi dirò: bisogna montar nudi, lasciando


tutte coteste cose superflue; perciocchè an-
che cosi appena vi sosterrà il porto. E tu, o
87
Mercurio, dopo ciò abbi cura di non rice-
vere alcun di costoro che non sia spedito,
e che, come dissi, non abbia
gittato via i
suoi arnesi. Percio statti il salitojo
presso
per riconoscerli e per costringerli. a mon-
tar nudi.

Mercurio.

Tu di' bene, così farò: questi che vien


primo, chi è ?

Menippo.

10 Menippo: ed ecco , o Mercurio, la mia


bisaccia e il mio bastone sieno gittati ne!
fiume: e il mantello feci bene a non 10

portare.

Mercurio.

Entra, o
Menippo, ottirno di tutti gli
uomini! ed abbiti il primo posto il
presso
navichiere per osservar tutti da alto. Go-
testo belio chi è?

Cannoleo.

Carmoleo il Megarese.
88

Mercurio,

Spogliati dunque della bellezza e della


folta chioma e del rosso color delle guance
e di tutta la pelle: cosi va bene: sei leg-

giero, entra. Colui vestito di con


porpora
diadema, di terribile aspetto che ci viene
incontro, chi è egli?

Lampico.

Lampico, tiranno de' Geloi.

Mer curio.

A che dun que, o Lampico, vien tu con


tanta salmeria?

Lampico.

E che, o Mercurio, dovea un tiranno


venir nudo?

Mercurio.

Non il tiranno, ma si bene il morto.


Sicchè gitta via coteste robe.

Lampico.

Eccoti che le mie ricchezze son gittate.


89
Mercurio.

E F orgoglio gitta via, o Lampico , la

superbia; poichè coteste entrando teco ag-


graverebbono la barca.

Lampico.

Ma lasciami almeuo tenere il diadema


e il man to.

Mercurio.

No, no; ma deponi anche questi.

Lampico.

Sia: che piì? ho lasciato ogni cosa, sic-


come vedi.
I: N
Mercurio.

E la crudeltà, e la stoltezza, e la violenza,


e F iracondia , queste pur gitta.

Lampico.

Vedi che io mi son nudo.

Mercurio.

Entra ora. E tu grasso e carnacciuto


chi se' ?
6*
90
; Damasia.

Damasia 1' atleta.

Mercurio.

Si, tu se' desso : ti conosco che più volte


io ti vidi a lottare.
;
Damasia.

Si, o Mercurio; ma ricevimi, che nudo


io sono.

Mercurio.

Non nudo, o buon uomo, quando tanta


carne hai indosso, ponla giù: chè se pure
un metti nella barca, di presente va
piede
sotto: e gitta anco coteste corone e i bandi
delle tue vittorie.

Damasia.

Ecco che io sono veramente nudo, come


tu vedi, e di peso agli altri morti eguale.

iWercurio.

Egli è meglio esser così leggiero, pcrciò


entra. E tu, o Cratone, pon giù le ricchezze,
91
e la mollezza di più, e le delicatezze, nè
anche portar la veste sepolcrale, nè le

dignita de' maggiori: lascia la stirpe e la


e se mai la patria dichiaro te con
gloria,
pubblico bando benemerito, e le inscrizioni
delle statue, nè dir che avestimagnifico
sepolcro ; poichè queste rimembranze pe-
sano.

Cratone.

Non volentieri ; ma pur gittero ciò: e


che farci ?

Mer curio.

Poffare! e tu armato che vuo' tu ? e a


che porti cotesto trofeo?

Cratone.

Perchè io vinsi, 0 Mercurio, e feci cose


mirabili in guerra, e 1a patria mi onord.

Mercurio.

Lascia il trofeo in su la terra, per-


che nello inferno è pace, ed armi non ci

bisognano. E costui severo almeno nel


92
altiero, accigliato, tutto sopra
portamento,
pensiero, con folta e lunga barba , chi è

egli mai ?
Menippo.

Un filosofo, o Mercurio; anzi


piuttosto
un mago e di meraviglie pieno: sicche
anche costui, chè vedrai molte cose
spoglia
da ridere nascose sotto il mantello.
*
Mercurio.

Spogliati del tuo abito 1a prima cosa,


e poscia di tutto '1 resto. 0 Giove! quanta
millanteria porta egli, quanta ignoranza e
rissa e quistioni inestricabili e parole spi-
nose, discorsi e viluppi di sentenze ! ma
ancora molte pene inutili , ciance non

vaneggiamenti e minuzie: per Giove!


poche,
c'è anche dell' oro, e voluttà, e sfacciatezza,
e ira, e lusso , e lussuria , e mollezza; cose
tutte che non mi son celate, benché molto
le tcnga tu nascose. Leva via anche la

menzogna, l'lterigia e il crederti migliore


degli altri. Chè se tu entrassi con tutte

queste cose, qnal nave di cinquanta remi


ti potrebbe portare ?
93
Filosofo.

E io tutto questo depongo, poichè così


VUOlo

Menippo.

: Ma ch' e' deponga ancq la barba, 0 Mer-

curio, folta ed irsuta siccome vedi: cinque


mine di pelo vi ha almeno.

Mercurio.

Tu di' bene: e di cotesta ahche spogliati.

, Filosofo. ,

E chi mi tonderà?

Mercurio.

Questo , Menippo, la tagliera prendendo


la scure navale, e servendosi di ceppo
sovra cui tagliarla, dell' asce onde si sale
sulla nave.

Menippo.

No, o Mercurio, ma dammi 1a sega che

sarà cosa più da ridere.


94
Mercurio.

La scitre basta.

Menippo.

Va bene : ora ha più forrna d' uomo

avendo caprino: vuo' tu


laeciato il lezzo
che gli levi anco un poco de' sopraccigli?

(
Mercurio.

Fa, fa, poichè alzava anche questi sopra


la fronte, non so perche tanto levando se
stesso in alto. Che è questo? anche piagni ,
o scellerato , e tellli la morte? entra dunque.

Menippo.

ha tuttavia un' altra gravissima cosa


Egli
sotto 1' ascella. ,

Mercurio. ercr i o.

Che è, o Menippo ?

Menippo.

L' adulazione , 0 Mercurio , di cui tanto


si giovo in vita.
9<>

Filosofo»'

Dunque anche tu, o Menippo, deponi


la libertà, la francliezza di parlare, il non
sentir mai dolore, e 1' animo e'1
generoso
riso: tu solo dunque riderai degli altri?

Mercurio.

No, abbiti pure coteste cose che sono


di facile trasportamento e utili alla navi-

gazione. E tu, o Oratore, gitta via tanta in-


fnità di parole , e le antitesi, e la parità
de'membri,e i periodi c i barbarismi, e gli
altri pesi del dire.

Orator e.
.1

Vedi, io li gitto.

Mercurio.

Ben fatto: percio sciogli le funi, ritiriamo


la scala, si levi l'ancora: spiega la vela,
dirizza il timone, o navalestro: stiamo al-

legri. Che piagnete, o stolti? e tu in ispe-

zieltà, o filosofo, perchè testè ti fu rasa


la barba?
96

Filosofo.
,..
Perche io mi credea, o Mercurio, che
F anima fosse immortale.

Menippo.

E' ne mente; che altra è la cagione del


suo dolore.

Mercurio.

E quale?

Menippo.

Ch' e' non avrà più le suntuose cene,


nè uscendo di notte di nascoso di tutti,
il capo col mantello non potrà
copertosi
andar intorno pei postriboli , e la mat-
tina poi ingannando i giovani prender de-

naro, come colui che insegna la sapienza.

Queste sono le cose che lo affliggono.

Filosofo.

E a te, non rincresce di esser


Menippo,
morto?
97
Menippo.
Come potrebbe cio essere, io che m' af-
frettai di morire da nessun comandato? ma
I
mentre che noi parliamo, non si ode uno
schiamazzio come di persone che gridano
da terra ?
Mercurio.

Si, o Menippo, nè da un solo ;


luogo
ma altri correndo nella pubblica adunanza
ridono tutti lietamente della morte di Lam-
e la moglie di lui è ritenuta dalle
pico,
donne, e i figliuoli bambini anch' eglino
son lapidati dagli altri fanciulli con infi-
niti sassi. Altri applaudiscono all' orator
Diofante che in Sicione recita 1" orazion
funebre di questo Cratone E per Giove!
la madre di Damasia, ululando ad alta
voce, incomincia con le altre femmine la
mesta sua cantilena sovra di Damasia. Ma
o Menippo, nessun e taci-
per te, piagne,
tamente solo ten giaci.

Menippo.

No, ma testè udrai i cani latrar mesta-


mente d'intorno a me, e i corvi dibatter
*

98
le ali, quando raccoltisi insieme mi sep-
pelliraimo.

Mercurio.

Generoso se', o Menippo: ma posciachè


siamo arrivatÏ, voi andate al tribunale,
incamminandovi per quella via diritta; e
io e il navalestro andremo per gli altri.

Menippo.

Buon viaggio, o Mercurio: andiamo in-


nanzi anche noi. A che indugiate ancora?
del tutto conviene esser giudicati: e dicono
le pene esser gravi, ruote e avoltoi e
sassi: e vedrassi di ciascuno la vita.

PINE.