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SILVANA GHIGONETTO

“ISRAEL DES ALPES”

Nuove ipotesi sulla microstoria dell’alta Valle Po

Nuove ipotesi sulla microstoria dell’alta Valle Po Dispensa “Università delle Alpi- Associazione culturale

Dispensa “Università delle Alpi- Associazione culturale alpina “tribù di Levi” Bedigliora- Paesana 2011

In Memoria di Rav. Mordechai Robbio (Hebron 1785) e di mia nonna, Maria De Robbio

Ringraziamenti:

Un ringraziamento sincero va a Mariella Becchio che, non senza litigi e feroci insulti reciproci (non ci parliamo più da ben tre anni!), mi ha instancabilmente sollecitata, facendomi comprendere la necessità di intervenire e riscrivere la storia.

Ringrazio alcuni rappresentanti della Comunità Ebraica di Torino, in particolare la famiglia Segre di Saluzzo, per avermi fornito importanti spiegazioni circa gli usi, ,i costumi e le tradizioni ebraiche in Piemonte; rispondendo inoltre alcuni miei interrogativi circa i contenuti del Talmud.

Ringrazio il Signor Daniel Vogelmann, titolare della Casa editrice “La Giuntina” ( Firenze), per avermi permesso di riprodurre gratuitamente la cartina Gli ebrei dell’Impero Romano”, tratta da M. Gilbert, “Atlas of Jewish History”, Edizioni Giuntina, Firenze 1984.

PRESENTAZIONE

“Israel des Alpes” è la sintesi di uno studio che mette in luce gli aspetti intimi della nostra vallata, l’Alta Valle Po. Si tratta di un insieme di codici di comportamento, cultura e tradizione fino ad oggi nota solo all’interno della nostra gente, la quale pur tramandando gli insegnamenti di generazione in generazione ha finito col perderne il significato originario. Il lavoro di Silvana Ghigonetto ha messo insieme questi aspetti profondi della nostra tradizione ponendoli in relazione con la documentazione storica ufficiale. Ne è emerso un quadro storico sorprendente nel quale l’ autrice ipotizza antichissime radici semitiche delle nostre genti oltre ad un susseguirsi di afflussi ebraici “ad ondate” nel corso della storia, che toccano anche la Valvaraita e le vallate limitrofe . Discendenti della tribù sacerdotale isreaelita dei Levi (e da una parte della tribù di Giuda per via del toponimo Ustana) imprigionati e deportati dai babilonesi nel 500 a. C., secondo l’ipotesi di Silvana Ghigonetto, i nostri antenati sarebbero stati tradotti qui come schiavi per lavorare nelle miniere della valle. La stessa sorte, molti secoli dopo, toccherà a migliaia di ebrei (molti di loro cristiani) deportati dai romani in tutto il cuneese e in Valle Po dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 d. C. Dal lavoro dell’autrice apprendiamo che l’Alta Valle Po, i cui toponimi risultano verosimilmente essere in ebraico e aramaico, fu raggiunta anche dagli Apostoli in predicazione in Gallia subito dopo la morte di Cristo e nell’XI secolo fu sede di una importante Scuola teologica che ebbe come allievo della “Crissolana gens” il vescovo di Milano. Nel medioevo, Paesana accolse i “marrani” (ebrei condannati al rogo) in fuga dalla Provenza, Catalogna, Savoia, Portogallo…

Dunque, un quadro storico avvincente che, come la stessa autrice auspica, meriterebbe ulteriori studi, verifiche ed approfondimenti in futuro.

Aldo Perotti

Presidente Comunità Montana Valli Po, Varaita, Bronda e Infernotto

Ai discendenti dei “valdenses”( montanari dell’Alta Valle Po),

ho deciso di rendere pubblici i miei appunti sulla storia della Vallis Peysana perché mi sono resa conto dell’esistenza di alcuni aspetti sorprendenti che ho avuto modo di comprendere solo recentemente e sono sinceramente convinta che questi meritino la vostra attenzione. Gli studi di Vindimmio e Di Francesco sulle comunità di Paesana e Crissolo mi avevano permesso, già alcuni anni fa, di intravedere alcune stranezze e una sorta di filo conduttore “sotterraneo”dal quale ho ricavato una nuova chiave di lettura sul passato della nostra valle. Ciò significa che molte vicende erroneamente interpretate hanno lasciato individuare contenuti di stampo ereticale, un tempo pericolosissimi. Talmente pericolosi da essere stati occultati dai nostro stessi antenati. Eretici, i paesanesi tutti e non solo quelli del terziere di Santa Margherita come spesso vien detto, i nostri antenati erano gli eredi di una storia molto antica, che li ha visti protagonisti di una visione sociale all’avanguardia persino per la società contemporanea. Dopo anni di letture, dopo aver ascoltato decine di lezioni accademiche sulle radici “germaniche e latine dei toponimi” paesanesi, trascritti oltretutto senza averne mai colto il suono (Un-din non può essere tradotto in Odino e Bër-sàh-iàh non può diventare una spagnoleggiante “Bersalha”, per non parlare poi dello stiracchiato “Padus-Zana”, ecc.) e dopo aver visto assemblare i documenti antichi in modo troppo schematico e rigorosamente incatenato ai dettami imposti dalla storia ufficiale, credo si debbano considerare tracce e percorsi di ricerca alternativi. Sul fatto che i nostri antenati fossero molto religiosi e osservassero principi e regole morali molto forti non ho dubbi, ma non concordo con chi scrive paginate esaltanti sulla devozione cattolica dei paesanesi sapendo che i cosiddetti “ferventi catholici”, quelli ’d’zà (Parrocchia di Santa Maria) hanno portato il Sambenito (saio benedetto), ossia la veste gialla degli ebrei e degli eretici torturati dall’inquisizione, fino al 1961. Questi reperti oggi sono spariti nel nulla e non si sa più dove siano andati a finire né i Sambenito, né i documenti relativi alle confraternite; però fortunatamente rimangono le testimonianze degli anziani. Avete presente la cosiddetta “Cunfraternita d’l fià cürt?”*. Ecco, proprio quella lì,…chissà “come mai” la chiamavano così! L’uso del Sambenito dimostra che sia a Paesana ’d’zà che ’d’là si è avuta una repressione inquisitoriale forte, alla quale sono seguite alcune reazioni molto violente ma comunque sempre finalizzate al raggiungimento di una coesistenza pacifica tra le varie confessioni di matrice ebraico- cristiana tipiche del Medioevo che probabilmente sussistevano contemporaneamente in valle. Gli storici spesso hanno scritto che gli eretici di Paesana venivano da fuori, ma non è così: la storia, di fatto, pare molto più complicata e articolata. Forse cristiani fin dalle antichissime origini, ma non precisamente cattolici, i paesanesi erano “valdenses”, cioè montanari eretici che si dicevano discendenti dei Profeti, affermando così di avere origini israelitiche. A questo proposito sappiamo che alle sorgenti del Po è attestata la Tribù dei Levi che secondo la storiografia sarebbero celti, mentre invece i Libici anch’essi attestati in Piemonte nella stessa epoca sarebbero per l’appunto libici. Poiché Libia e Palestina sono vicine, non si capisce il perché di questa interpretazione. Quindi, se da un lato la storia del Piemonte attesta i Libici verso Novara nel V secolo A. C., non si comprende la ragione che spinge a considerare la Tribù dei Levi un tribù celtica “a sinistra”*, senza aver nemmeno minimamente considerato che potrebbe trattarsi di una tribù israelita. Le affermazioni esternate dai “valdenses” in epoca inquisitoriale circa la loro discendenza dai profeti suonano infatti molto strane sulla bocca di presunti montanari ignoranti e analfabeti: come avrebbero potuto avere una simile consapevolezza storica dei poveri pastori semi-pagani arroccati sulle pendici del Monviso? Come questo, gli interrogativi che ci poniamo in generale sulla storia della nostra valle sono molteplici. Come mai proprio a Paesana venne a morire e fu sepolto Desiderio, Re dei Longobardi? Perché nell’XI secolo, il Vescovo di Milano si definì “ alunno della gens Crisolana”? Cosa spinse il nipote

di Calvino e, secondo la tradizione orale, Calvino stesso a venire a Paesana? Perché proprio a Paesana si tenne il synodo valdese? Forse le parole dei nostri antenati andrebbero riconsiderate oggi con minore sufficienza di quanto fatto in passato. Ne consegue che la storia andrebbe ristudiata, uscendo dai percorsi “canonici” e valutando tutti i documenti; utilizzando perciò anche l’ottica ereticale e non solo quella delle versioni ufficiali. I segnali, i documenti e la tradizione che mi sono impegnata a raccogliere e ad esporre suscitano perplessità e interrogativi anche a me stessa poiché sono scomodi, imbarazzanti, difficilmente collocabili e decodificabili. Non possono tuttavia essere interpretati come semplici casualità: sono troppi, per nulla sporadici e costringono ad una riflessione. Perciò dopo essemi documentata e aver letto approfonditamente quanto gli altri hanno scritto sull’argomento, ritenendomi insoddisfatta nel constatare troppe discrepanze, ho voluto intervenire per evitare l’accrescersi di alcune distorsioni che a mio modesto avviso stanno diventando macroscopiche proprio perché non tengono conto di questi elementi. Nell’ambito di questo studio che tiene dunque in considerazione la tradizione orale e comportamentale tramandatasi all’interno dei nuclei famigliari, emergono molti aspetti sorprendenti, sapientemente criptati dai nostri antenati in difesa dell’azione inquisitoriale.

Certo, io non ho la presunzione di dare risposte ad un fenomeno complesso che peraltro intuisco nitidamente sia nella sua evoluzione che nei contenuti, al contrario questo mio lavoro è proprio il susseguirsi di tutta una serie di domande che spero valgano l’invito agli studiosi di voler considerare nuove chiavi di lettura probabilmente più vicine alla realtà.

Silvana Ghigonetto

*”Cunfraternita d’l fià cürt”= lett. “Confraternita del “fiato corto”

*sui Levi “Tribù a sinistra” vedi p. 36

Indice:

Capitolo I: L’eresia nella Vallis Peysana L’eresia nella Vallis Peysana (aspetti generali)…

Il Credo degli eretici di Peysana……………………………………………………………….p.15 La procedura nei processi d’inquisizione contro i valdenses……………………… ………….p.20

p.9

I nostri antenati: stregoni o rivoluzionari?

p.23

Le reazioni anti-inquisitoriali………………………………………………………………… Capitolo II: Le tracce ebraiche

p.28

1)

I levi alle sorgenti del Po………………………………………………………………p.42

2)

Gli ebrei nelle Alpi in epoca romana e paleocristiana……………………

p.55

3)

I valdenses e lo Shabbat………………………………………………………………

p.59

4)

Gli appellativi Bar-ba e Bar-bet………………………………………………………

p.63

5)

I toponimi di probabile radice ebraica e aramaica……………………………………

p.75

6)

I cognomi nella genealogia ebraica…………………………………………………….p.81

7) I valdenses di Paesana in fuga da Francia, Portogallo, Catalogna……………………. p.94

8) canti in ebraico nell’arco alpino…………………………………………………… p.100

9)

I modi di dire in ebraico……………………………………………………

p.104

10) La “chabra”= compagnia……………………………………………………………

p.107

11) I misteriosi riti: la Yeshiva e il Talmud dell’Alta Valle Po…………………………

p.111

12) L’insegnamento morale dei valdenses………………………………………………

p.122

13) I due versanti della valle e il marchio mamzen……………………………………….p.124

14) La Cunfraternita d’l fià cürt e il Sambenito…………………………………

p.129

Capitolo III: La vera storia di Paesana sarà andata così?

p.137

Sintetizzando………………………………………………………………………………….p.138

Prima fase: i Levi e

Profeti…………………………………………………………………………………………p.139

Seconda fase: a)i romani insediano i prigionieri ebrei in Piemonte e Liguria; b) arrivano gli

Apostoli……………………………………………………………………………………….p.139

Terza fase: “Leone” fonda la setta cristiana dei valdenses………………………………… Quarta fase : i valdenses di Crissolo danno vita ad una importante scuola

teologica………………………………………………………………………………………p.146

p.144

Quinta fase:Valdo si innesta sul valdismo e lo

diffonde……………………………………………….………………………………………p.151

Conclusioni: ………………………………………………………………………………….p.153 Bubliografia………………………………………………………………………………… p.156

Capitolo I

L’eresia nella Vallis Paysana

L’ eresia della Vallis Peysana (aspetti generali)

Le vallate del Piemonte, la Savoia, il Delfinato, la Valle d’Aosta, Ginevra, l’Embrunaise, Gap e l’Arras sono luoghi in cui la repressione cattolica è stata violentissima, forse più violenta che altrove, poiché proprio da questi territori gli eretici fuggivano dall’inquisizione per trovare scampo altrove, ad esempio in Lombardia, per essere successivamente sterminati dalla morsa di Carlo Borromeo. Un fenomeno vastissimo quello ereticale, durato a lungo nel tempo e che proprio per questo dovrebbe essere documentatissimo, eppure se cerchiamo notizie sulle eresie dei secoli compresi tra l’XI e il XVII notiamo che tutte le informazioni si basano solo ed esclusivamente su materiale di provenienza inquisitoriale, senza mettere a disposizione nessuna fonte documentaria autenticamente ereticale. A rigore di logica ci si chiede: come è possibile che non sia rimasto un solo scritto, un solo vangelo, un solo documento completo autenticamente “eretico”? Come è potuto accadere che una chiesa vastissima come ad esempio quella catara, presente su tutti i territori compresi tra la Francia del sud (Occitania), l’Italia centro-settentrionale e la Bosnia non abbia lasciato la minima traccia della sua struttura, gerarchia, riti, riflessioni teologiche e dottrinali? Eppure sappiamo che i catari costituivano una chiesa di grandi dimensioni, guidata da una complessa struttura gerarchica composta da vescovi e un Papa. Non potendo dare una risposta resta comunque il fatto che i documenti cartacei sulle eresie e sui movimenti ereticali attualmente in nostro possesso non sono la voce degli eretici ma “l’interpretazione degli eretici” tramandataci dai loro oppositori, ossia dagli “inquisitori”.

1)La “Setta valdenses” più pericolosa in assoluto. Nel contesto generale, rispetto agli altri territori noi dell’Alta Valle Po siamo però più fortunati, poiché, grazie a quei paesanesi che hanno aderito in parte alla Riforma Protestante, la memoria, la tradizione e i molti documenti sono stati conservati all’interno della Chiesa Calvinista, consentendoci oggi di capire meglio il nostro passato. Ecco perché possiamo ricostruire il pensiero “rivoluzionario” dei nostri antenati e sapere che furono considerati la “setta valdeses” più pericolosa in assoluto, quella che gli inquisitori chiamavano i “Leonisti”. Questa notizia ricavata dagli “errores” degli eretici di Paesana é confermata dall’inquisitore Rainero nel libro IV contro i Valdesi : “le sette degli eretici furono più di settanta, le quali tutte per grazia di Dio distrutte sono tranne quelle de’ Manichei, degli Ariani, dei Roncarii, e dei Leonisti, che infettarono l’Alemagna. Tra tutte queste sette che sono o furono, niuna è che sia alla Chiesa di Dio più perniciosa dei Leonisti. E ciò per tre cagioni. La prima, perché è più antica; poiché alcuni dicono che durato abbia insin dal tempo di Silvestro, alcuni da quello degli apostoli. La seconda perché è più generale, poiché non vi è quasi alcuna terra in cui questa setta non vi sia. La terza perché tutte le altre sette, per l’enormità delle loro bestemmie contra Dio inducono orrore negli uditori, laddove questa dei Leonisti fa pompa di grande pietà, perché innanzi agli uomini vivono secondo giustizia.(1).”

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Note:

1) Mons. Andrea Charvaz, Vescovo di Pinerolo, ” Origine dei Valdesi”, 1838, pag 155-156.

2) L’accusa: “stregoni e adoratori del Diavolo”. Per sconfiggere questi valdenses i cattolici adottarono varie strategie e, tra queste, la diffamazione: iniziarono quindi a far circolare strane voci riguardanti misteriosi riti proibiti, stregoneschi, praticati di notte nelle grotte.

Fu così che quegli stessi “Barba”sopravvissuti in Piemonte nelle valli Pellice e Chisone (a suo

tempo massicciamente presenti nelle valli Po e Varaita), secondo questa accusa furono appellati “stregoni”. Definiti dall’inquisizione d’Arras del 1459 una “setta demoniaca”, i valdesi vennero in seguito riabilitati con una sentenza collettiva del 1491 dal Parlamento di Parigi. Una riabilitazione in verità solo formale, poiché il danno si era ormai irrimediabilmente prodotto:

nell’immaginario collettivo infatti, l’associazione “valdenses-eretici-stregoni”era aleggiante ovunque, acquisito e incancellabile. Nella realtà di ieri e di oggi sappiamo invece che gli “stregoni” di Arras altri non erano che quelli che oggi chiamiamo Pastori della “Chiesa Evangelica Riformata”, peraltro conosciuti da sempre per

essere molto rigorosi, severi e intransigenti, alla peggio un po’ bacchettoni, ma ovviamente lontanissimi da simili pratiche. Forse il mondo cattolico peninsulare, soprattutto del passato (ricercatori universitari compresi), non conoscendo la realtà valdese da vicino e ignorando, fino a pochi anni fa, l’esistenza di intere vallate piemontesi ufficialmente “non cattoliche” da circa un millennio (se non addirittura dall’epoca apostolica), potrebbero aver creduto che tali accuse potrebbero essersi motivate in misteriosi, ma tuttavia legittimi fondamenti.

Ma noi, montanari piemontesi delle valli saluzzesi, i valdesi li conosciamo bene anche perché quasi

tutti, prima di passare per le maglie dell’inquisizione, eravamo “valdenses” o comunque “non cattolici” nel senso “canonico” del termine. Ecco perché sorge il coraggio di escludere categoricamente questo parallelismo demoniaco e stregonesco “a priori”, anche a rischio di ricevere accuse di “non- scientificità” da parte degli studiosi di storia medievale. E questo non perché non si voglia accettare la realtà, ma perché un’accusa del genere non corrisponde affatto alla realtà stessa.

3) Gli inquisitori e gli “scemi del villaggio”. A mio avviso, gli studiosi, nell’impegno di provare la veridicità o meno di tali deposizioni, hanno dimostrato a volte di non capire un granché dalle poche carte in loro possesso, poiché di fatto estranei alla tradizione culturale “ereticale” tramandatasi velatamente per intere generazioni all’interno delle famiglie storiche delle valli menzionate e mai esternata al di fuori del proprio contesto. Ciò significa che costoro solo raramente sono stati in grado di interpretare nel giusto modo quanto hanno avuto sotto gli occhi.

Per i ricercatori i problemi di approccio scientifico alla materia davvero sono molteplici poiché oltre

all’oggettiva impossibilità di cogliere il profondo contenuto ereticale, per l’ovvia mancanza di un rapporto diretto con tale cultura, devono anche saper riconoscere le distorsioni scaturite dalle

deposizioni forzate, architettate dal Clero, a danno degli eretici.

Mi riferisco a questo proposito alla metodologia inquisitoriale e alle sconcertanti confessioni usate

come pretesto per muovere contro i valdenses accusandoli di stregoneria.

Un esempio macroscopico è riportato da Cameron (studioso valdese). Negli atti dell’inquisizione

provenzale, una valdese di nome Jeanne Bosque confessò nel 1532 che la “Madonna è una prostituta e Cristo il Diavolo”, (2). Una affermazione davvero sconvolgente in bocca a una valdese! Aprendo però la visuale e analizzando più a fondo i documenti si capisce bene cosa ci sia stato dietro a tutto questo tramite le testimonianze coeve (3). Queste ci dicono che quella povera Jeanne Bosque era una donna semplice e mentalmente ritardata; probabilmente spaventata dalle accuse, dall’interrogatorio e dal clima di terrore che aleggiava

ovunque, aveva confuso la Maria Maddalena (la prostituta) con la Madonna lanciandosi poi nel panico e in affermazioni senza senso, forse volutamente imboccate. Del resto è noto a tutti che nei tempi passati non era infrequente incontrare nei villaggi persone un po’ tonte, ma bisogna ricordare che durante il parto all’insorgere di complicanze nel travaglio, che oltretutto in alta montagna avveniva nelle stalle con poca luce, igiene e ossigeno, i bambini a volte rimanevano ritardati mentalmente perché semi-asfissiati o male ossigenati alla nascita. Il fatto poi, che anche a Paesana i documenti ci dicano che gli inquisitori siano andati a prelevare un individuo considerato tra i peggiori dell’intera comunità, lascia supporre che queste scelte dipendessero da una vera e propria strategia: arrestare di proposito e terrorizzare i soggetti più deboli delle comunità (4), i quali essendo scemi, tarati oppure esclusi dalla stessa per i più svariati motivi, finivano col dire delle cose assurde offrendo così il pretesto voluto per giustificare l’offensiva violenta contro tutta la popolazione. Così, subito dopo aver estorto le confessioni più disparate da questi individui deboli, l’inquisizione era legittimata ad intraprendere ulteriori interrogatori impostati secondo uno schema veramente diabolico che non dava alcuna chance di difesa al malcapitato.

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Note :

2) G. Audisio, E. Cameron « Les Vaudois des Alpes- Débat sur un ouvrage récent », in: « Revue de l'histoire des Religions », tome 203 n°4, 1986. pp. 395-409.» alle p. 396-397 : ( Audisio in polemica con Cameron scrive ) : “Mais pour ne pas quitter l’aire Vaudoise, je peux apporter deux exemples tirés des procé dures que l’inquisiteur Jean de Roma dirigea contre les hérétiques de Provence en 1532. Il affirme « qu’il en a mis…à la question qui disoit quod Virgo Maria erat meretrix et quod Christus fuerat conceptus ex Lucifero diabolo ». Voilà una affirmation tout a fait extravagante dans la bouche d’un Vaudois ou d’un réformé ! » …. « Per non lasciare l’area valdese, posso apportare due esempi tratti dai processi condotti dall’inquisitore Jean de Roma contro gli eretici di Provenza nel 1532. Egli afferma “…alla domanda disse che la Vergine Maria era una prostituta e Cristo il Diavolo”. Ecco un’affermazione del tutto stravagante sulla bocca d’un Valdese o d’un Riformato!.”

3) G. Audisio, E. Cameron « Les Vaudois des Alpes- Débat sur un ouvrage récent », in: « Revue de l'histoire des Religions », tome 203 n°4, 1986. pp. 395-409.» p. 397, in polemica con Cameron scrive : “Mais le témoignage porté contre l’inquisiteur par un habitant du Luberon permet de comprendre comment le tribunal pouvait extorquer de tels aveux: Jeanne Bosque, simple e hors du sens…Roma lui a fait dire et confesser que Marie avait bien fait faute et que Dieu lui avait bien pardonné, et que elle espérait que Dieu lui pardonnerait ; pensant, comme à confessé, qu’ elle parlât de Marie- Madeleine…mais le dit de Roma….chouca en son procès de Marie, mère de Dieu. »… « Ma la testimonianza portata contro l’inquisitore da un abitante del Luberon permette di comprendere come il tribunale riusciva ad estorcere tali confessioni : Jeanne Bosque, semplice e fuori di testa…Roma le fa confessare che Maria aveva peccato e che Dio l’aveva perdonata, e che lei sperava che Dio la perdonasse ; pensando, data laa confessionme, che lei stesse parlando di Maria Maddalena…ma a detta di Roma si riferisce a Maria, madre di Dio”…

4) G.Di Francesco, T. Vendimmio, “Paesana-Documenti storia e arte ai piedi del Monviso, Pinerolo-Torino, 1998,p. 74. Gli autori si riferiscono le notizie del 1509 riportate dal Charneto del Marchese di Saluzzo Paesana, essendo il Marchese medesimo comandante del braccio secolare. “Quando padre Angelo raggiunse la Valle Po, non avendo prove certe ma solo sospetti…solite prediche esortando i colpevoli all’abiura…non vi furono ammissioni. Perplesso, non potendo distinguere i cattolici dai valdesi (non sarà perché erano tutti valdesi?) …le cose mutarono dopo che un sospetto, tale Pér Julian di Pratoguglielmo venne fatto confessare…si trattò di una confessione fin troppo estesa che incolpava tutti gli abitanti di Pratoguglielmo, Bioletto, Bietonetto e Oncino, ma proveniva da persona degna di poca Fede, che aveva sempre tenuto una condotta moralmente riprovevole e che era conosciuto per disonesto”…

4) La difesa: discendenti dei Profeti e degli Apostoli. Basandoci sull’analisi dei documenti e della tradizione scritta e orale tramandata all’interno dei nuclei famigliari, emergono molti aspetti sorprendenti proprio a seguito dell’azione inquisitoriale. Innanzi tutto emerge che i valdenses hanno origini antichissime: torturati dall’inquisizione questi indicavano 4 origini del valdismo: a) i Profeti (epoca pre-cristiana); b) Gli Apostoli (prima epoca paleocristiana; c) Leonas (tarda epoca paleocristiana); d) Valdo (medioevo). Tali affermazioni erroneamente considerate contraddittorie dagli storici e dagli inquisitori, trovano verosimilmente e semplicemente risposta nella “continuità storica” del popolo israelita. Quindi, considerando l’ipotesi che i nostri antenati non fossero celti, perciò pagani, ma israeliti si tratterà di verificare più avanti la consistenza di questa supposizione. Del resto, l’ intuizione che i valdenses non fossero celti e non avessero origini pagane è ampiamente espressa dalla letteratura Protestante dei secoli scorsi. E infatti, con le parole “Israel des Alpes”, Muston titolava il suo libro sulla storia dei Valdesi, pubblicato a Parigi 1851. Il suo studio, che ancora oggi costituisce un riferimento importante sull’argomento, è stato a lungo ritenuto provocatorio dai cattolici, ma in realtà non lo è: dichiara semplicemente le origini Apostoliche del cristianesimo nelle nostre valli. Verificheremo quindi, nell’ambito di questo studio, che che i toponimi di Paesana, le esclamazioni e i modi di dire, l’educazione (che ancora oggi ricalca alcuni precetti talmudici non contemplati dal cristianesimo) e i cognomi conducono ad una radice ebraica e non pagana. Constateremo infine che anche i pricipi morali e il sentimento religioso “scolpito” nel cuore dei paesanesi (e non semplicemente indossato come un rivestimento) non fu sradicato dall’inquisizione, anzi, si paleserà che non fu il clero ad educare i paesanesi ma furono proprio questi ultimi ad educare i sacerdoti giunti in valle, i quali dovettero adeguarsi alla morale e ai principi della popolazione locale e non viceversa. Per dirla alla Don Raso (v. p. 36), i preti, qui da noi, dovevano “filare dritto…”.

5) Israel des Alpes: metodologia di ricerca. Sappiamo che i valdenses hanno sempre sostenuto di discendere dai Profeti e dagli Apostoli, scatenando per questo l’isteria degli inquisitori cattolici e degli storici dei secoli successivi, i quali chiedevano loro di produrre prove e documenti . Trascurando l’assurdità della richiesta è comunque chiaro che i “Barba” non avrebbero mai potuto inventarsi una storia del genere se non fossero stati realmente a conoscenza delle loro ascendenze attraverso le tradizioni e i racconti tramandati al loro interno nel corso delle generazioni. Volendo per un attimo accogliere la loro versione, (tenuto conto che tramite i documenti stiamo dialogando con i “Barba” e non con poveri montanari ignoranti) è doveroso almeno tentare di individuare eventuali conferme o palesi smentite sulla questione. I punti che giocano a favore dei Barba, e che analizzeremo nel dettaglio più avanti, sono:

La Tribù di Laevi (Levi), popolazione stanziata il Lombardia, Liguria e Piemonte proprio alle sorgenti del Po, almeno dal V secolo a.C. (e qui siamo proprio all’epoca dei “Profeti” come loro dichiarano) La cartografia storica ci indica una massiccia penetrazione ebraica nei territori dei Laevi tra il 100 e il 300 d.C. La tradizione orale: gli Apostoli nelle Alpi. Stranamente, coerentemente alla penetrazione ebraica storicamente documentata, in tutte le vallate piemontesi e francesi si tramanda il racconto degli Apostoli venuti personalmente in predicazione nell’arco alpino. Alla luce della traccia che indica una presenza ebraica nelle Alpi, possiamo ipotizzare che non si tratti di una semplice leggenda ma che gli Apostoli si siano realmente recati qui, proprio perché consapevoli della presenza di una diaspora. A questo proposito è significativa la deposizione dei valdenses della Val Sangone (Torino) nel corso dei processi inquisitoriali. Costoro spiegano di non essere i successori di Valdo, a loro completamente sconosciuto, ma “dei

quattro apostoli che, dopo l’ascesa del Cristo in cielo, si erano serbati fedeli ai suoi autentici libri, e per tale loro fedeltà erano stati costretti alla clandestinità dagli altri otto apostoli, quelli che erano scesi a compromessi con il mondo”. Segue quindi la fondazione della prima vera e propria “setta valdenses”, che i Barba indicano attorno al 350 d.C., ad opera di Leone, un discepolo di Papa Silvestro. Oltre a questi dati, peraltro molto significativi ed importanti, che pertanto tenderei a non sottovalutare, vi sono altre indicazioni che rafforzerebbero sia l’ipotesi di un’ascendenza ebraica delle nostre genti, sia il susseguirsi, nel corso dei secoli, di una continua e pressoché costante stratificazione ebraica sul nostro territorio. Espulsioni, massacri, fughe e persecuzioni caratterizzano infatti le vicende di questo popolo in tutta l’Europa e cio’ mi spinge a considerare plausibile l’ipotesi di un costante afflusso di ebrei nelle Alpi, essendo queste perfette come zona-rifugio; una sorta di “isola” in mezzo all’Europa. Quindi, la presunta ascendenza ebraica dei Valdesi, peraltro verosimile, non sarebbe da considerarsi come fatto specificamente riguardante loro, bensì come comune denominatore di tutta la popolazione dell’Alta Valle Po. Del resto, sappiamo che il termine “valdenses” veniva utilizzato dall’inquisizione per indicare tutti i montanari delle Alpi e va quindi associato esclusivamente a coloro che attualmente consideriamo seguaci di Valdo.

-Cosicché, se dal lato prettamente “Valdese di Valdo” abbiamo:

Lo Shabbat. I Valdenses sono anche detti “Sabbatati” e “Insabbatati” per l’uso di festeggiare il Sabato e non la domenica (un uso per altro piuttosto diffuso anche tra gli Ariani della Chiesa di Milano). “Case” (Sinagoghe) e non “Chiese”; esattamente come gli ebrei tutti dalla distruzione del Tempio di Gerusalemme. Infatti non avendo avuto riti quali la messa, il battesimo, l’eucarestia, la venerazione dei santi e il culto dei morti non avevano le chiese, intese nel senso cattolico del termine, ma le Case (scuole), come palesato anche dal nome “Bar-Bet” = “Figlio della Casa”. Gli appellativi “Barba” e Bar-bet” che, come vedremo più avanti potrebbero essere parole in aramaico…

-Dal lato generale, ossia “valdenses-eretico-montanaro”, vi sono:

Ad esempio nelle

Valli Po, Chisone, Varaita

I cognomi della Vallis Paysana (Valle Po) sono tutti di inseriti nella genealogia ebraica. Si tratta di

cognomi di varia provenienza: Provenza, Savoia, Germania, Polonia, Spagna, Portogallo.

I ricordi delle fughe dai luoghi in cui gli ebrei furono perseguitati nel medioevo. I racconti di alcune

famiglie scappate da Chambery, Provenza e Portogallo.

I canti in ebraico, quali ad esempio il ritornello della canzone “L’ase d’Alegre”.

I modi di dire in Yiddish (lingua degli ebrei tedeschi) e in ebraico. Frasi e esclamazioni in uso in

Valle Po e diffusi un p’o ovunque nel vecchio Piemonte: “Oyoyoy!”, “Ammi-Ammi!”, “Ammi- lu Sgnur!” , “Ayayay!”, “Ay…my, my!”, “nàh!” La “compagnia dei matrimoni indesiderati”: la “Chabra”. L’usanza della Chabra, erroneamente confusa col termine capra, significa in ebraico fare una “compagnia”. E non c’è dubbio che la Chabra nostrana non avesse niente a che fare con le capre, ma fosse una “compagnia contro i matrimoni indesiderati” La yeshivà e il Talmud dell’alta Valle Po. Nelle famiglie di Agliasco (Naiash’kh) i figli vengono istruiti seguendo l’impostazione della Yeshivà (scuola ebraica) ed è sopravvissuta l’osservanza di alcuni precetti talmudici (che ovviamente solo gli ebrei conoscono). L’uso del Sambenito fino al 1961. I Paesanesi di Santa Maria, Agliasco (Naiash’kh), Calcinere, Ostana hanno portato il Sambenito, la veste gialla che l’inquisizione imponeva agli ebrei-marrani come umiliazione pubblica e atto di pentimento, fino ai giorni nostri.

I toponimi.Come mai vi sono toponimi in antico-aramaico nelle Valli alpine?

Il “marchio Mamzer” sulla popolazione di Santa Margherita e Pratoguglielmo.L’odio tra i due versanti della Valle quasi sempre motivato con giustificazioni sostanzialmente riconducibili ai dissidi religiosi scatenatisi nel corso del ‘600 tra i “barbet” e i “cattolici” si giustificano, di fatto, nella Legge ebraica e non nelle presunte tensioni religiose tramandate dalla letteratura cattolica:

infatti, come analizzeremo più avanti, tutti i paesanesi erano eretici e non solo i Barbet di Pratoguglielmo. Ecco perchè la vera ragione dei conflitti interni alla valle e dell’odio degli eretici di Santa Margherita verso gli altrettanto eretici paesanesi di Santa Maria (Paesana d’zà) è molto probabilmente il marchio “Mamzer” che risale a tempi remotissimi. I paesanesi di Santa Maria, proprio per questo motivo, e non in ragione del fatto che gli altri fossero protestanti, hanno impedito da sempre ai propri discendenti di sposare i paesanesi di Santa Margherita perché non li consideravano integri sotto il profilo fisico e morale. Nella legge ebraica la condizione di Mazmer è un marchio pesantissimo e qui da noi era lo stesso: potrebbe aver suscitato nella popolazione di Santa Margherita e Prato Guglielmo il sentimento d’odio, la rivalsa e la volontà di uscire da una sorta di Limbo resa possibile con l’adesione alla Riforma.

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Il Credo degli eretici di Peysana

La presenza di “non cattolici” a Paesana (Valle Po) è accertata e ampiamente documentata fin dal Medioevo, quantunque non si possa affermare che le correnti eterodosse fortemente radicate in valle fossero tutte valdesi in senso moderno, cioè seguaci di Valdo. Infatti, non è da oggi ma dal 1800 che gli storici della Chiesa Valdese dicono che “valdesi” vuol dire “cristiani delle valli”, cioè “montanari” in generale (5) Rispetto agli storici valdesi, io mi discosto un pochino perché sono convinta che le popolazioni alpine, soprattutto quelle vicine alle

sorgenti del Po fossero Levi, cioè ebrei. E perciò ritengo che i “cristiani delle valli” in questione fossero ebrei, o giudeo-cristiani, e non per forza tutti cristiani ( e men che meno cristiani di origine pagana). Detto questo, sembra comunque escludibile che nelle nostre vallate gli eretici fossero catari, come spesso supposto dagli occitanisti, poiché eminenti studiosi dell’argomento, quali Grado Merlo, sono convinti che costoro, pur essendo numerosi e in fuga dalla Linguadoca, attraversarono sì le Alpi, ma per raggiungere la Lombardia, senza fermarsi nelle valli. Resta comunque il fatto che secondo Gonnet a partire dal XIV secolo in poi con il termine “Valdenses” gli inquisitori indicassero tutti i gruppi “non cattolici” con credenze anche diverse tra loro (6).

E così, secondo tale ipotesi, se da un lato la repressione inquisitoriale finì col creare solidarietà tra

gli eretici che vennero a costituire per un certo periodo una sorta di “fronte compatto”, dall’altro

viene ammesso che il “valdismo” fosse in quell’epoca un movimento ricco di ramificazioni e varianti interpretative in piena evoluzione.

Ciò significa che si arricchiva anche di tutti gli influssi culturali caratteristici del territorio occitano,

al quale il Marchesato di Saluzzo apparteneva.

Questa riflessione é stata esternata da noti studiosi protestanti i quali hanno riconosciuto delle evidenti forzature metodologiche nel ricercare a tutti i costi una “continuità uniforme” tra il “valdismo” di quei secoli e l’attuale Chiesa Valdese (7). Ne consegue che il “valdismo” della Valle Po potrebbe essersi caratterizzato attraverso tre forme di

valdismo: un valdismo Originario, un successivo valdismo di Valdo e un valdismo Riformato (rifiutato). Situazioni simili dovevano riguardare anche le vallate limitrofe, nelle quali quasi non esisteva il cattolicesimo. Sappiamo infatti che la concentrazione ereticale delle Alpi del Piemonte Occidentale doveva essere così marcata che il Vescovo di Torino, Claude de Seyssel, nel suo trattato “Adversus Errores Valdensium del 1520 scrive : “nella nostra Diocesi di Torino, nelle valli che separano la Gallia dall’Italia, questa eresia é radicata….e non c’è nessun prelato che osi penetrare all’interno delle loro vallate” (8).

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Note:

5) A. Muston. “Israel des Alpes, vol.1, 1851, a p. 32. 6) G. Di Francesco, T. Vindemmio “Paesana- Il cristianesimo i Valle Po”, Pinerolo 1998, p. 69; Gonnet, “Le confessioni di fede”, Torino 1967. 7) A. Molnar “I valdesi primitivi: setta religiosa o movimento rivoluzionario?, in “Protestantesimo”, 29, 1974. 8) Claude de Seyssel, “Adversus Errores Valdensium”, Paris 1520,( f. 2).

1)Il Papa contro le “sette” composte di Giudei e Cristiani. Cerchiamo dunque di capire la situazione. Ed ecco ad esempio di cosa erano accusati i “valdeses ” della Valle Po in un Editto del 1510, con il quale la marchesa di Saluzzo, Margherita di Foix, motiva la crociata contro i suoi

sudditi dell’intera valle (9). La lista composta da 64 “errores” * rilevati dall’inquisitore, frate Angelo Ricciardino (10) è datata indicativamente all’inizio del XVI secolo. Tuttavia gli “errores” contengono orientamenti di pensiero più antichi, risalenti almeno agli inizi del

1400.

A questo proposito sappiamo che già nel 1313 un frate, tale Francesco Pocapaglia, si era recato per una lamentazione dal Marchese di Saluzzo, denunciando la presenza degli eretici nel marchesato e, poco dopo, nel 1332 due lettere pontificie confermano che il marchesato era diventato territorio di predicazione del “Barba” Martino Pastre. Inoltre, per comprendere l’atteggiamento inquisitoriale degli inizi del Quattrocento, cui fanno riferimento gli errores paesanesi è opportuno tener presente quanto espresso da Papa Alessandro V nella Bolla del 1409. Qui sono elencati cinque punti fondamentali, tutti sostanzialmente diretti contro gli ebrei (11):

1) il primo denuncia in molte regioni la presenza di “nuove sette” composte da giudei e cristiani nelle quali si praticano “riti proibiti” e viene fatto proselitismo contro la fede cristiana; 2) nel secondo è affermato che tali cristiani e giudei, indovini e invocatori di demoni, usano pratiche criminali e proibite e pervertono il popolo; 3) il terzo si concentra sul problema riguardante i giudei impegnati nel tentativo di ricondurre all’ebraismo i loro correligionari convertitisi al cristianesimo; 4) il quarto accusa i giudei di diffondere il Talmud e altri libri “sbagliati” e per giunta distaccati dalla legge mosaica; 5) il quinto affronta la questione dell’usura specificando che tanto i giudei che i cristiani reputano corretto pretendere il 10% di interessi su un prestito.

Papa Alessandro V, francescano, fu eletto pontefice al Concilio di Pisa nel 1409. Stando all’opinione di alcuni studiosi, in particolare di Martine Ostorero, i contenuti della sua Bolla del 1409 gli sarebbero stati suggeriti da Ponce Feugeyron, anch’egli francescano, probabilmente originario di Aosta, inquisitore di un territorio vastissimo ad alta concentrazione ebraica ed ereticale. Sotto il suo controllo erano poste le province di Aix, Arles, Embrun, le diocesi di Lione, Vienne (Delfinato), Belley, Grenoble, Maurienne, Die, Valence, Vivarais, Tarantasie, Aosta, la contea di Provenza, la contea di Forcalquier, il contado Venaissino, il principato d’Orange e la diocesi di Avignone.

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Note:

9) “Errores Valdensium in Paesana Commemoratium”, Archivio di Stato di Torino, Miscellanea sc.3 f.19.

10) G. Di Francesco, T. Vindemmio “Paesana- Il cristianesimo i Valle Po”, Pinerolo 1998, p. 71-74.

11) Martine Ostorero “Itinéraire d’un inquisiteur gâté: Ponce Feugeyron, les juifs et le sabbat des sorciere”- Médievales, 2002, vol.21, n.43, p.103-118

*solitamente vengono considerati 63 ma questo perché ne sono stati assemblati due sotto un'unica voce, io preferisco distinguere

Inquisitore per oltre trentanni, Feugeyron fu confermato nel suo incarico dai Papi Martino V nel 1418 e Eugenio IV nel 1435; i quali oltre a mantenere in vigore la Bolla di Papa Alessandro V, estesero ulteriormente il suo potere sul ducato di Savoia e su Ginevra. Nel leggere attentamente la Bolla di Alessandro V, emerge un fatto singolare: il pensiero di ben tre Papi e un di grande inquisitore non si concentra sull’arcinoto problema dell’”usura ebraica” (che peraltro risulta essere l’ultimo articolo della lista); il dato emergente è che i cristiani e gli ebrei (si noti bene l’uso della parola “cristiani” e non “eretici”) sono associati nella creazione di “nuove sette” composte da individui di entrambe le religioni*.

2)Questi gli “errores” degli eretici di Paesana, confessati sotto l’inquisizione:

1)Bisogna obbedire solo a Dio ed al re o ad altra autorità terrena 2)La Chiesa Romana è sede della falsità ed è rimproverata da Dio 3)Il Papa non ha la podestà che ebbe San Pietro, né è buono come lo fu lui 4)Non si devono temere le censure provenienti dalla Chiesa romana, perché esse non hanno il potere di legare o di assolvere 5)Le indulgenze dei prelati e dei Pontefici non valgono, né apportano benefici all’anima, perché mancano di autorità 6)Gli ordini della Chiesa Romana non provengono da Dio, ma si fondano sulla tradizione umana 7)L’acqua benedetta non può più di quanto possa o abbia effetto l’acqua piovana 8) Giova all’anima la sepoltura in un campo allo stesso modo di quella in una chiesa 9)I cattivi sacerdoti non possono comunicare il corpo di Cristo. Quindi esso non è da venerare, né da ricevere, né da credere esistente nell’ostia 10)Non è necessario comunicarsi il giorno di Pasqua, perché basta ricevere il pane benedetto (similmente all’ebraismo in cui si riceve un pezzetto di pane azimo) 11)I laici “Valdenses” possono confessare e anche le donne sono abilitate a farlo. 12)E’ sufficiente una confessione generale all’anno (come nell’ebraismo) 13)Anche gli uomini coniugati possono confessare ed assolvere dai peccati 14)Ha maggiore autorità un buon laico che un cattivo sacerdote, perché l’autorità è collegata alla bontà 15)I “valdeses” sono inviati di Dio, come gli Apostoli 16)Essi possono predicare senza licenza 17)Non hanno effetto i canoni e le leggi, in particolare quelle contro i “Valdeses” 18)Ciò che è ordinato dai Sindaci e dai Consiglieri delle Comunità non deve essere obbedito 19)Condannare gli uomini a morte anche se per giusta causa è peccato mortale 20)Ogni giuramento è peccato mortale 21)Ogni bugia è peccato mortale 22)La Chiesa Romana perseguita i “Valdenses” per invidia e con malizia, perché essi insegnano la verità

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Note:

* questo dato è confermato dal ritornello in ebraico della canzone « L’ase d’alegre », vedi capitolo successivo “I canti in ebraico nell’arco alpino”.

23)Chi indica i nomi dei “Valdensens” commette peccato mortale 24)I non “Valdenses” saranno dannati in eterno 25)Esistono solo Inferno e Paradiso ma non il Purgatorio 26)Elemosina e suffragi per i defunti non hanno utilità per le anime dei credenti, ma solo per le tasche dei sacerdoti cattolici. 27)Non ci sono e non ci furono miracoli certificati dalla Chiesa di Roma 28)Maria e i Santi ignorano le cose terrene, perciò le preghiere di intercessione non vengono neppure ascoltate 29)I Santi non sentono le nostre “richieste particolari” e quindi non dobbiamo ricorrere ad essi 30)La vera Chiesa cristiana finì con la morte di Papa Silvestro (cioè finì già subito col primo papa dopo l’editto di Costantino) 31)La Chiesa Romana è una meretrice e non è la Chiesa di Cristo, ma di chi agisce male 32)Il Papa non è diverso da qualsiasi laico ed essi stessi, i “Poveri” (intesi come Poveri di Lione cioè i “valdenses”), sono la Chiesa di Dio 33)Poiché i cattivi sacerdoti non possono consacrare né conferire i Sacramenti, nessuno può salvarsi, se presta fede alla Chiesa Cattolica 34)Nessuno al mondo può assolvere o legare al Posto di San Pietro, se non gli stessi “Valdenses” 35)Chi entra nella Chiesa dei Valdenses si salva senza bisogno del battesimo 36)Nella Chiesa di Dio non ci devono essere né ordini, né unzioni sacre e le indulgenze e i pellegrinaggi non hanno alcun valore 37)Non valgono la costituzione della Chiesa Romana e il permesso di mangiar carne durante la Quaresima. San Lorenzo non è affatto un santo 38)Solo i “valdenses” hanno l’autorità di predicare, perché sono senza peccato 39)Non è peccato mortale prendere in moglie una consanguinea 40)Poiché non esiste il Purgatorio non ha effetto far celebrare Messe in suffragio dei defunti 41)Non merita edificare chiese, quindi, chi le atterra o adibisce ad altro uso e fa lo stesso con le croci, non pecca 42)I Santi e la Madonna non hanno alcun potere per cui non si deve ricorrere ad essi per ottenere una grazia da Dio 43)Le processioni della Croce, delle reliquie e delle immagini e la venerazione dei Santi sono un atto idolatrico 44)Condannare gli uomini a morte anche se per giusta causa è peccato mortale. Pur di salvare una vita è permesso lo spergiuro 45)Il Papa di Roma non può essere il vero capo della Chiesa, perché non tiene una condotta apostolica, al contrario dei “valdenses” e specialmente dal tempo di Papa Silvestro in poi 46)Le festività dei Santi non devono essere osservate 47)Solo i “valdenses” si salveranno e nessun altro, tranne i “molto ignoranti” e gli infanti 48)Il mondo durerà fintanto che esisteranno “valdenses” sulla terra 49)I giuramenti fatti contro i “valdenses” davanti agli inquisitori sono privi di valore, da non rispettare nel profondo (Da qui si comprende quanto fosse religiosamente importante salvaguardare la vita in ogni modo, anche a costo di dover compiere uno spergiuro. La sacralità della vita, del resto viene ribadita non solo dai “valdeses” ma anche dal Talmud dove è affermato che prima dell’osservanza di un qualsiasi precetto viene il dovere di salvaguardare la vita. Quindi ogni conversione al cattolicesimo, accusa, abiura fatta da un “valdense” verso la sua Fede e verso i suoi confratelli, era giustificata dai “Barba”in ragione di questo precetto dal quale non si poteva prescindere. Pertanto un “valdense” convertito a forza restava nel suo intimo un “valdense”, indipendentemente da quello che a forza aveva detto, fatto o spergiurato. Per contro, il Barba, vista la sua funzione di guida della comunità tentava di evitare in tutti i modi lo spergiuro) 50)Qualunque laico del Gruppo può benedire l’acqua, pronunciando “in nomine Patris , ecc.”(Per capire questa affermazione bisogna conoscere il carattere dei montanari della Valle Po e cogliere il

sarcasmo e la presa in giro che rivolgono con queste parole agli inquisitori. Siccome l’acqua benedetta, come già affermato nell’”error” 7 ha lo stesso valore dell’acqua piovana, ecco che chiunque può “benedirla”… tanto rimarrà sempre e solo acqua) 51)Nessun appartenente alla “progenie infrascriptorum Barba” potrà “deficere in boni temporalis”, né essere condannato (nessun inquisitore potrà mai privare il “valdese” della protezione divina anche a riguardo i beni materiali) 52)Non bisogna dire orazioni delle quali non si conosca l’autore, come accade con “l’Ave Maria” (non recitiamo l’Ave Maria perché nella Bibbia c’è solo il Padre Nostro) 53)Bisogna santificare solo la Domenica e non anche altre festività (perché quasi tutte venerano i Santi al cui culto i “valdenses” non credono) 54)Non bisogna osservare le vigilie e i digiuni, perché la Chiesa Romana non ha nessuna autorità per farle osservare 55)I Sacramenti della Chiesa Cattolica sono stati inventati a scopo di lucro 56)Il cunnilinguo praticato dalla donna sull’uomo è peccato, perché la natura non v’inclina; l’introduzione del pene in vagina non è peccato perché naturalmente l’uomo vi inclina 57)L’uomo può conseguire tanta perfezione nella vita presente da risultare impeccabile 58)I sacerdoti della Chiesa Romana non hanno diritto a decime, redditi, primizie né elemosine coercitive 59)Il Papa e i prelati non hanno autorità di legare (unire in matrimonio) o di assolvere (dai peccati), ma tutta l’autorità risiede nei “Barba” e nei “Maestri” valdesi che continuamente si spostano di casa in casa per predicare, udire le confessioni ed impartire penitenze 60)A causa della loro santità, nel giorno stesso del Giudizio, essi (i “Barba) siederanno su dodici sedie, alla sinistra e alla destra di Cristo, come eletti di Cristo e Assessori di Dio, per giudicare l’umana creatura 61)Portare il lutto, pregare le immagini o la croce, porre candele sugli altari, sono atti di idolatria. 62)Tanto vale adorare la croce effigiate sulle monete come quella presente in chiesa 63)La Setta ebbe origine da un sant’uomo chiamato Leone, al tempo dell’imperatore Costanzo. Costui, abbandonati gli onori e le dignità che gli sarebbero state proprie, avrebbe scelto per sé la vita apostolica: papa Silvestro lo avrebbe elevato alla dignità di suo “socius” 64)Un grande Re di Boemia, loro correligionario, arriverà con un grande esercito a soggiogare province, città paesi, distruggendo le chiese cattoliche ed uccidendo tutti i preti. Anche tutte le autorità civili perderanno i loro posti di potere. Verranno tolti i pedaggi e le angarie e si pagherà solo più una tassa d’un “grosso” a persona. Tutti i beni diverranno comuni

Sintetizzando quindi i contenuti del pensiero ereticale attraverso questa lista di “errores”, rileviamo una differenza abissale tra il credo dei “valdenses” e il cattolicesimo. I “valdenses” infatti proponevano un cristianesimo intellettualizzato, probabilmente più “talmudico”che “rituale”, che era poi quello utilizzato da Cristo stesso.

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La procedura nei processi d’inquisizione contro i valdenses

Ma come procedevano gli inquisitori per strappare di bocca gli “errores” ai nostri “valdenses” sotto tortura, senza peraltro riuscirci un granché? Seguivano una ricchissima manualistica, talmente contorta e tendenziosa, che qualsiasi cosa il malcapitato avesse risposto sarebbe risultato colpevole! Preoccupati di non riuscire a riconoscere gli eretici che si simulavano cattolici, gli inquisitori

iniziano a dotarsi di strumenti “efficaci” per esaminare i sospetti; talmente “efficaci” da provare sempre, solo e comunque la colpevolezza del “valdense”, indipendentemente da cosa questi avesse risposto nell’interrogatorio. Molto in auge in tutta l’Europa, il “Manuel des inquisiteurs”, scritto nel 1376 in Catalogna dal padre domenicano Nicolas Eymerich e ristampato durante la “Contro-Riforma”, fu “arricchito” dal canonista Francisco Penha. Tale Manuale, che prende spunto dalla pratica inquisitoriale di Bernard Gui, padre domenicano operante in Linguadoca verso il 1324, si imposta sul presupposto che gli eretici fossero “falsi” e ipocriti, e utilizzassero delle tecniche dialettiche molto sottili per non farsi smascherare. La grande preoccupazione di Bernard Gui e dei successivi inquisitori consisteva dunque nella grande difficoltà di interrogare e esaminare i valdenses per la loro caratteristica di dissimulare gli“errori” attraverso la falsità e la doppiezza delle loro parole.

E prima ancora di Bernard Gui, agli inizi del 1300, un altro francescano chiamato Davide

d’Asburgo sottolinea l’ambiguità degli eretici durante gli interrogatori.

In base a tutta la pratica inquisitoriale precedente ecco che Eymerich individua i 10 modi in cui gli

eretici tentavano raggirare gli interrogatori con lo scopo di non farsi scoprire senza però dire menzogne o giurare (poiché per loro era peccato gravissimo dire o giurare il falso). I principali segnali che venivano considerati prova di eresia erano: l’equivoco, l’uso del condizionale, le risposte a una domanda con un’altra domanda, finto stupore, il rigirare la frase, fingere di fraintendere le parole, auto –giustificazioni, ecc

Ecco qualche esempio delle tattiche utilizzate dai frati nel corso degli interrogatori per smascherare

gli eretici. Dal “Manuel des inquisiteurs”….

1)

“L’equivoco.I Valdesi non proclamano mai i loro errori che fingono di equivocare, “Se si domanda loro: Questo è il Corpo di Cristo? Loro rispondono sì, ma in realtà si riferiscono al loro proprio corpo, nel senso che tutti i corpi sono del Cristo, perché sono di Dio”. “Se domandate: Credi il battesimo un sacramento necessario? Loro rispondono: lo credo riferendosi alla loro credenza e non alla vostra” “Alla questione: Credi tu che Gesù é nato da una Vergine? L’eretico risponde: fermamente!” Ma nel senso che si attiene fermamente alla sua perfidia.”

2)

Il condizionale. L’eretico a volte risponde

con l’uso di un

condizionale. Alla domanda: “Credi tu che il matrimonio é un sacramento? Lui risponde: se Dio vuole, lo credo fermamente! Nella realtà la sua risposta sottintende che Dio non vuole.

Se domandate: “Credi nella resurrezione della carne? Vi sentirete rispondere: Certo! Se questo è il volere di Dio. In realtà sottintende: siccome Dio non lo vuole non credo!” 3) Rispondere con un’altra domanda. Spesso l’eretico risponde alla domanda con un’altra domanda. Se ponete la questione: “Credi che lo Spirito Santo proceda dal Padre e dal Figlio? L’eretico risponde chiedendo: “Voi cosa credete?” E se rispondete “Noi crediamo che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio”. Allora l’eretico asserisce dicendo:

“Anch’io lo credo”, ma il nel senso, “anch’io credo che tu lo creda”! 4) Finto stupore . A volte l’eretico finge ingenuità e si esprime con stupore. Se domandate “Tu credi che il figlio di Dio si è incarnato nel seno della Vergine Maria? esclamerà: “mio Dio perché mi fate questa domanda, io credo tutto quello che un buon cristiano deve credere”! Questa risposta sottintende che il buon cristiano non deve credere in questo.”

Secondo gli inquisitori l’atteggiamento generale che caratterizzava gli eretici era quello di fornire risposte apparentemente ortodosse e nel contempo portatrici di significati contrari. Dalla lettura degli esempi del “Manuel des inquisiteur” sorge però il sospetto che siano gli stessi inquisitori ad inventarsi i doppi-sensi (12). Le tattiche degli eretici, valdesi e catari, utilizzate per evitare dichiarazioni menzognere e lo spergiuro quando, messi alle strette si trovavano a dover giurare il falso (cosa per loro gravissima e proibita) sono ampiamente descritte dal grande inquisitore Bernard Gui che riguardo ai valdesi dice (13): “Ne fiat directa forma jurandi sed quidam locutio non juratoria, ut tamen ad jurasse putetur”. Valdesi e catari, utilizzavano secondo gli inquisitori, spesso frasi come “ci sembra”, “se è così”, “può darsi” al fine di non rischiare di dire il falso.

A questo proposito già Davide d’Asburgo e poi Bernard Gui dicono espressamente che: “quando si “invita” il valdese a giurare inizialmente questi cercherà di servirsi di formule responsive non giuratorie, oppure di trasformarle in preghiera o ancora farfuglierà una risposta senza giurare realmente”.

Dagli atti inquisitoriali di Carcasonne, riportati da Cavaillé nel suo studio emerge un quadro sconcertante: delirante. L’eretico, o presunto tale, non aveva nessuna possibilità di poter essere ascoltato senza pregiudizio e soprattutto senza l’intenzione di essere comunque condannato.

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Note :

12) Jean Pierre Cavaillé “L’art des équivoques: héresie, inquisition et casuistique. Questions sur la transmission d’une doctrine médiévale à l’époque moderne », in Médievalés n.43, 2002 , a p. 124 « Quello che caratterizza in ogni caso l’atteggiamento generale dell’eretico, secondo l’inquisitore, é che questi fornisce risposte solo apparentemente ortodosse, nelle quali il senso reale è conforme alle sue false dottrine. Si può però constatare che queste risposte portate come esempi probanti l’astuzia degli eretici sembrano dirette e univoche…é molto difficile non supporre che sia l’inquisitore ad inventarsi il doppio-senso”.

13) Bernard Gui “ De secta allori qui se dictunt esse de ordine apostolorum”, in Muratori, “ “Rerunm Italicorum Scriptores”, t. IX; Jean-Pierre Cavaillé “L’art des équivoques: héresie, inquisition et casuistique. Questions sur la tansmission , d’une doctrine médiévale à l’époque moderne », in Médievalés n.43, 2002 , a p. 129.

Ecco un esempio di questi interrogatori che lo studioso francese, come altri prima di lui, trascrive (14) “l’eretico….risponde elevando gli occhi al cielo: “Signore, tu sai che io sono innocente che non ho mai avuto altra fede al di fuori della vera fede cristiana”. L’inquisitore dice: “Tu parli della tua fede, perché consideri la nostra fede falsa ed eretica, ma io ti ordino di dirmi se non hai mai insegnato o considerato come vera un’altra fede che quella che è considerata vera dai fedeli della Chiesa romana”. L’eretico risponde: “Questa fede che la Chiesa approva la considero la mia fede”. L’inquisitore dice: “Tu credi che i complici del tuo errore formino la Santa Chiesa Romana e tu credi alla sua fede?” L’eretico risponde: “Io credo nella vera fede che crede la Chiesa Romana , è la stessa della vostra”. L’inquisitore risponde: “Può darsi che a Roma ci sia qualche membro della tua setta che tu chiami Chiesa Romana e tu credi nella loro fede….” L’eretico risponde: “Io credo in tutto quello in cui deve credere un cristiano. L’inquisitore dice: Io capisco le tue astuzie, poiché, come ti ho già detto, tu ritieni che un cristiano debba credere quello che credono i complici della tua setta”.

L’atteggiamento della Chiesa, per noi oggi è incomprensibile, visto che di Chiese Cristiane differenti da quella Cattolica è pieno il mondo (solo per citarne alcune abbiamo: Ortodossi, Copti,

Riformati, Anglicani, Battisti, Avventisti, Mormoni, Testimoni di Geova ecc.), si motiva in una sorta di incubo collettivo che ottenebrava le menti del Clero e del popolo nel corso del Medioevo. In effetti, io credo che nel torturare orribilmente e mettere al rogo tanta povera gente gli inquisitori fossero sinceramente convinti di lottare contri i Demoni, ovvero di far soffrire ed “uccidere i diavoli”.

In quei frangenti loro non vedevano più le persone in quanto tali, ma il Diavolo in carne ed ossa.

Cosicché in una sorta di delirio allucinatorio collettivo, gli inquisitori avevano ingaggiato una sorta

di guerra contro il Male che si svolgeva uccidendo coloro che ritenevano ne fossero impossessati.

Una battaglia contro le ombre, estranea ad ogni logica razionale ed irrazionale; poiché è assurdo pensare di poter sconfiggere il Diavolo in un modo così naif. Cosicché mentre la povera gente moriva per mano degli uomini di Chiesa, che in nome del “Bene” contravvenivano ai Comandamenti, il Diavolo, in tutto questo rimaneva tale e quale, ridendosela forse anche un po`.

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Note :

14) Jean Pierre Cavaillé “L’art des équivoques: héresie, inquisition et casuistique. Questions sur la tansmission d’une doctrine médiévale à l’époque moderne », in Médievalés n.43, 2002 , a p.133, tradotto dal testo latino : « l’hérétique…. il répond en grande confiance et en levant les yeux au ciel: Seigneur, tu sais que je suis innocent et que je n’ai jamais eu d’autre foi hors de la vraie foi chrétienne. Je dis : tu parles de ta foi, parce que tu tiens notre foi pour fausse et Hérétique ; ma je t’ajure de me dire si tu n’as jamais enseigné ou tenu comme vraie une autre foi que celle qui est tenue pour vraie par les fidèles de l’Eglise romaine. Il repond : cette foi, que l’Eglise approuve, je la considère comme ma foi. Je dis :Tu crois que les complices de ton erreur forment la Sainte Eglise romaine et tu crois à sa foi. Il repond : je crois en la vraie foi qui croit l’Eglise romaine et celle-là même que vous prêchez ouvertement. Je dis : Peut-être y a-t-il à Rome quelques membres de ta secte et tu les appelles l’Eglise romaine, et tu crois en leur foi….Il repond : je crois tout ce que doit croire un chrétien. Je dis : je comprand tes astuces, parce que, comme je l’ai déjà dit, tu estimes qu’un chrétien doit croire, ce que croient les complices de ta secte »

I nostri antenati: stregoni o “rivoluzionari”?

Constatiamo che i “valdenses” avevano un’elevatura intellettuale che sinceramente non può essere equiparata ai seguaci di altre confessioni (se non agli ebrei). I seguaci delle altre confessioni , infatti, hanno necessitato di grandi architetture, ritualità e gesti “teatrali”, sollecitazioni educative, morali e

di coscienza “infantili” se confrontate con l’insegnamento dei “Barba”.

A questo proposito, ricordiamoci sempre che nel leggere i pochi scritti rimasti non ci troviamo

affatto di fronte al pensiero rozzo scaturito dalle menti grette di poveri montanari un po’ “turulu” (dial. “tonti”) e analfabeti, ma siamo confrontati con le deposizioni di quegli stessi intellettuali che hanno anticipato le conquiste sociali che siamo riusciti ad ottenere (per giunta solo parzialmente) appena adesso, nel recentissimo XX° secolo. Questi pensatori sono gli stessi che hanno istituito concretamente nelle loro comunità, già nel medioevo, la parità uomo-donna, la parità tra le classi sociali, il “socialismo” ante-litteram, il rifiuto della pena di morte a favore della “rieducazione” del reo, ecc., ecc. Tutti questi concetti traevano fedelmente spunto dalla Bibbia e non certo da ideologie politiche che in quell’epoca neanche esistevano.

Stabilito che i “valdenses” non credevano:

-nel battesimo

-nell’eucarestia

-nella croce -nelle reliquie -nel purgatorio -nel culto dei morti -nella Madonna -nei Santi -nel Papa -nei sacerdoti -nella Chiesa Romana

E stabilito che credevano:

-nell’incompatibilità tra il vero messaggio cristiano e la logica del potere temporale -nella sacralità della vita

-nel rifiuto della pena di morte (anticipando di almeno cinque secoli- se partiamo da Valdo- la teoria

di Cesare Beccaria “Dei delitti e delle pene” con conseguente abolizione della pena di morte inItalia.

Inoltre i “valdenses”interpretavano in pieno medioevo la “punizione” del reo solamente come forma

di recupero dell’individuo)

-nell’uguaglianza tra uomini e donne (stessa autorevolezza e dignità sociale e religiosa) -nella bontà (poiché attributo di Dio) -nella verità (rispetto del comandamento: “non dire falsa testimonianza”, cosicché non

a giurare il falso venendo scoperti e finendo al rogo) -nell’uguaglianza sociale ,la società dei “valdenses”della Valle Po si imposta, dal passato remoto ad oggi, sul principio sull’uguaglianza; quindi sull’orizzontalità sociale cosicché non ci sono classi sociali. L’unico requisito riconosciuto come distintivo di un individuo (uomo o donna che sia) dagli altri, non risiede né nei soldi, né nei beni materiali, né nelle cariche pubbliche…ecc., bensì

riuscivano

nell’”intelligenza-sapienza”. L’intelligenza è infatti l’unico bene ritenuto prezioso che non potendosi vendere o comprare conferisce rispetto e autorità a chi lo possiede. -nel progetto di una società anti-feudale di tipo comunistico (socialismo “ante-litteram). Che aveva iniziato a palesarsi anche attraverso le cariche pubbliche che non venivano affatto a coincidere con posizioni di privilegio e inamovibilità. Infatti, dalle Carte Comunali di Paesana del 1533, si apprende che i tre sindaci (uno per terziere) al termine del loro mandato, dovevano presentare il bilancio del Comune a “sindacato”, cioè sottoporsi a un organo di controllo che dipendeva dai Capi

di Casa che erano i capifamiglia della comunità. Qualora fosse risultato un ammanco di cassa o di

bilancio, anche per un errore in buona fede, i sindaci uscenti erano obbligati a versare il rimanente

di tasca propria e pareggiare improrogabilmente i conti.

Come se non bastasse, la tutela della parità sociale era ulteriormente garantita dalla rotazione delle

cariche pubbliche: ogni sei mesi cambiava completamente sia il Consiglio Comunale che le magistrature (15).

Ecco che leggendo questi punti è impossibile continuare a sostenere, come fatto in passato anche da eminenti studiosi, che questi “eretici” fossero dei poveri montanari, illetterati e ignoranti.

1)Il “Socialismo-evangelico” dei valdenses. Dobbiamo ammettere che in pieno medioevo i “valdenses” di Paesana, hanno saputo anticipare concezioni politiche e sociali avanzatissime, sviluppatesi nelle società occidentali solo a partire dal 1900. E da dove i “valdenses” potrebbero aver tratto questa concezione, spesso erroneamente confusa con la “lezione” monastica?

Loro, infatti non fuggivano dalla realtà chiudendosi in una sorta di “mondo parallelo”, ma si ponevano a pieno titolo nella società con tanto di famiglie, mogli, figli. Non erano dei sigles ascetici, ma uomini inseriti nella società con tanto di responsabilità, impegni comunitari e spirituali. Certamente più simili ai Rabbini che ai monaci, gli uomini valdenses avevano il compito di dare l’esempio alla famiglia e alla comunità, affrontando per primi tutti i problemi riguardanti la vita di ogni essere umano. Inoltre si dichiaravano “ in attesa di una “rivoluzione”, per sbarazzarsi di preti e autorità civili e mettere “tutti i beni in comune” . Tale rivoluzione sarebbe stata condotta dal “Re di Boemia”, identificato dalla storiografia in Jan Hus (condannato al rogo al Concilio di Castanza nel 1415), per l’appunto leader dell’omonimo movimento hussita sviluppatosi nell’Università di Praga.

E da dove i Barba hanno attinto il concetto sociale di centralità del popolo e uguaglianza di ogni

individuo di fronte a Dio? Ritengo che il pensiero dei “valdenses” potrebbe sintetizzarsi in questa concezione, rimasta tuttora radicata tra le genti dell’Alta valle Po, da sempre refrattarie a sottomettersi a pensieri e all’autorità altrui: “se tutti gli uomini sono uguali di fronte a Dio, che è la massima autorità dell’universo,

potranno mai essere diversi o subalterni di fronte ad un qualsiasi altro essere umano, sia questo un sovrano, un nobile o un prete?” La risposta ovviamente è no! Ecco quindi che su tale pensiero, tramandato nelle valli da generazioni e giunto fino a noi, presumo possa essersi impostato il progetto di Valdo con la sua prima traduzione della Bibbia in lingua volgare, destinata a soddisfare concretamente il concetto di uguaglianza tra gli uomini in rapporto con Dio. Una vera “bomba ad orologeria” per la Chiesa cattolica, ma soprattutto per il potere temporale costituito, poiché da quel momento chiunque, potendola leggere, si sarebbe posto in grado di confutare gli insegnamenti dei sacerdoti, svincolandosi per di più da ogni gerarchia istituzionale. Volendo analizzare un po’ più da vicino alcuni punti sopra elencati sorge spontaneo rilevare l’estensione del concetto di parità anche tra uomo e donna (recitato dall’Errores undicesimo elencato precedentemente ).

2) La donna valdense: uguale all’uomo e tutelata dalla legge. Anche questo é un aspetto rivoluzionario sorprendentemente in anticipo di almeno sei secoli su quei valori sociali acquisiti dal mondo occidentale solo pochi decenni fa. I “valdenses”, dal medioevo ad oggi, hanno sempre posto le donne in parità con gli uomini, tanto da ritenere normale e legittimo che esse “confessassero” i fedeli (ammesso che la loro affermazione circa la confessione,corrispondente all’errore 45 non fosse un modo per dire “siccome non credo nel sacramento della confessione ecco che anche le donne possono confessare”). Una parità certamente radicata che ha avuto un deterioramento solo nel secolo scorso con l’avvento dell’industria manifatturiera stabilitasi in valle. E’ proprio a causa del lavoro in fabbrica, spesso per molte donne delle frazioni raggiungibile con più di un ora di cammino in mezzo alla neve, congiunto all’attività dei campi, della casa, l’educazione dei figli e la cura degli anziani, che la donna ha subito un carico lavorativo disumano, venendo meno al concetto tradizionale di parità. Precedentemente all’industria il suo ruolo era molto più equilibrato e meno faticoso. Ma non solo. Gli Statuti del 1425 (16) ci confermano gli insegnamenti che per tradizione e cultura sono giunti fino a noi attraverso i modi del vivere quotidiano. Ci dicono che le donne della Valle Po erano le assolute proprietarie della propria dote e dei propri beni materiali: “in caso di divorzio e scioglimento del matrimonio “per qualsiasi motivo”, il marito aveva l’obbligo di restituire l’intera dote alla moglie”. Inoltre, “la dote era impignorabile e non poteva essere intaccata per nessuna ragione, nemmeno per onorare il pagamento di un debito del marito”. Quindi una moglie “valdenses” che avesse voluto soccorrere il marito, ad esempio per evitargli il fallimento, non poteva farlo perché essendo lei per religione e mentalità ritenuta un essere pari all’uomo ma nel contempo un po’ più delicata e fragile, veniva tutelata dall’intera comunità attraverso questi provvedimenti nonché l’intervento delle magistrature comunali e dell’autorità marchionale. Inoltre, “il marito che si impossessava dei beni e delle cose appartenenti per dote alla moglie era condannato per impossessamento indebito delle cose altrui”. Accanto a queste disposizioni emanate al fine di garantire il principio di uguaglianza tra i sessi, vi è anche un articolo che tutela l’uomo da eventuali soprusi femminili: per impedire al marito indebitato di finire completamente sul lastrico, senza nemmeno più un tetto sulla testa, ecco che gli Statuti del 1425 ci dicono anche che “egli non può restituire i beni e le proprietà dotali alla moglie, e sciogliere il matrimonio, prima di aver estinto tutti i suoi debiti verso terzi”. Il concetto di uguaglianza della donna, le dava libertà di pensiero, di parola, uguali diritti, ma nel contempo, come ora accennato, comprendeva la consapevolezza della sua natura più fragile. Per questo in molte famiglie è rispettata ancora oggi la norma di “non far piangere una donna”( persino ai bambini e ai giovanissimi si rimprovera seccamente: “…ma las fala piuré? as fan pas piuré le fie!!!- ma l’hai fatta piangere? non si fanno piangere le ragazze! ). Sebbene la parità tra uomo e donna nell’ebraismo non ci sia, questo delle lacrime é un passaggio che troviamo nel Talmud.

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Note:

15) G.Di Francesco, T. Vendimmio, “Paesana-Documenti storia e arte ai piedi del Monviso, Pinerolo-Torino, 1998, a p.

111.

16) Archivio comunale di Paesana, gli “Statuti di Ostana del 1425”

3) Una società, quella valdenses, in attesa della rivoluzione. Un altro passaggio degli “errores” che merita una riflessione é quello relativo all’errore 63 in cui gli inquisitori riferiscono: “un grande Re di Boemia, loro correligionario, arriverà con un grande esercito a soggiogare province, città paesi, distruggendo le chiese cattoliche ed uccidendo tutti i preti. Anche tutte le autorità civili perderanno i loro posti di potere. Verranno tolti i pedaggi e le angarie e si pagherà solo più una tassa d’un “grosso” a persona. Tutti i beni diverranno comuni”. Molti studiosi hanno voluto ricondurre il significato di questa frase al movimento Hussita e ai collegamenti che i “valdenses” di Paesana avrebbero istaurato con l’università di Praga ecc.

Certo, questa è la lettura più immediata, tuttavia a mio modesto avviso il significato della frase non si ferma lì. Si tratta infatti di una visione che ha dei fortissimi contenuti messianici poiché prevede l’arrivo di un Re (il Messia?), Hus non era certo un re, che porterà un radicale ribaltamento dei poteri civili e religiosi; eliminerà i malvagi (i sacerdoti della Chiesa Romana e i potenti), istaurerà la giustizia e la ripartizione comune dei beni tra tutti gli uomini. Il contenuto minaccioso e “rivoluzionario” di questa frase, imputata ai “valdenses” come “errore” è semplicemente una sintesi di quanto esattamente previsto dalla Torah ma anche dal Vangelo con la venuta del Messia. Il valdismo, si caratterizza quindi, da un punto di vista strettamente politico, in un socialismo ante- litteram, effettivamente realizzato: non si tratta di una semplice visione astratta “di un mondo a venire” secondo un intendimento religioso più o meno fanatico o ascetico, ma di un “socialismo praticato”. Così forte e radicato da essere rimasto nel carattere e nella struttura sociale delle varie comunità della Valle per secoli e secoli fino ad oggi. Il valdismo soprattutto, così come le altre sette ereticali, articolavano il loro pensiero in maniera antigerarchica estremamente pericolosa per il potere feudale, poiché tutte ruotavano attorno a concetti comunitari e sociali, realmente messi pratica (vedi gli Umiliatiti ad esempio). Per queste Sette la giustizia tra gli uomini non si doveva creare nel modo a venire ma riguardava il presente, regolato da uguaglianza, onestà: un progetto di vita concreta. Nella loro totalità gli eretici criticavano all’unisono la Chiesa Cattolica perché corrotta e non rispettosa di uno solo di questi valori. Eppure, benché fosse disprezzata dal popolo per la condotta dei suoi sacerdoti e benché fosse contrastata dalle sette “ereticali” estese su tutto il territorio europeo, la Chiesa Cattolica ha comunque avuto la meglio poiché è stata l’unica ad essere funzionale al potere feudale, in quanto:

1) era strutturata gerarchicamente in modo rigido e speculare alla monarchia, tanto da potersi arrogare il potere “divino” di vita e di morte sulle persone, contraddicendo nientemeno che i Comandamenti 2) prevedeva una giustizia ultraterrena ammettendo di fatto l’ingiustizia terrena come stato di cose normale e immodificabile. 3) impediva all’individuo un accesso diretto a Dio arrogandosi il potere di agire in piena autorità quale “facente funzione di Dio in terra” e affermando, di fatto, la diversità degli individui tra loro e di fronte al Creatore. La Confessione era lo strumento più immediato per segnalare questa differenza che conferiva al clero il potere di “giudicare” da un piano divino, gli uomini 4) i vertici del clero e degli ordini monastici erano quasi sempre rappresentati dai figli della nobiltà. Ecco quindi che gli interessi economici e politici si intrecciavano facendo si che le economie agricole dei monasteri, (nel Marchesato di Saluzzo ad esempio) fossero di fatto controllate dalla nobiltà medesima.

Entrambi agivano sottomettendo il popolo col terrore: il potere temporale facendo leva sulle paure fisiche e materiali legate alla sopravvivenza quotidiana; quello ecclesiastico

5)

manipolando le paure ancestrali e il rapporto col sovrannaturale. Entrambi i poteri tenevano in pugno le persone con facoltà di poter togliere loro la vita a piacimento.

Quindi non erano i valdenses ad essere arbitrariamente ribelli e rivoluzionari; semplicemente il loro pensiero era troppo avanzato rispetto all’arcaicità sociale e morale proposta dalla Chiesa Cattolica e dal potere temporale dell’epoca. La loro superiorità intellettuale è dimostrata dai principi sociali e morali che sono all’avanguardia persino nell’ambito della nostra società contremporanea.

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Le reazioni anti-inquisitoriali

Certo che alcune volte, dopo aver subito vessazioni di ogni genere, gli “eretici” hanno dimostrato di saper reagire violentemente. Ma del resto non é possibile chiedere la vocazione alla santità sempre e solo da una parte. Ecco perché i prelati, consci del loro operato, non sempre innocuo e cristallino, dichiarano spesso la loro paura ad avventurarsi nelle valli “valdenses”.

E così, come a Milano l’Abate Farina dell’ordine degli “Umiliati” per esasperazione sparò a San

Carlo Borromeo, senza peraltro riuscire ad ucciderlo, altrove gli eretici hanno sporadicamente reagito ai roghi, alle torture e ad angherie di ogni genere, perpetrate dal clero nei loro confronti. Dalle nostre parti, per quanto ne sappiamo, le prime reazioni violentemente antinquisitoriali si registrano già nel 1374 con l’assassinio dell’inquisitore, Antonio Pavonio, nella vicina località di Bricherasio. Circa questi avvenimenti, la storia lascia passare il messaggio che gli eretici fossero dei sanguinari propensi a massacrare chi li avvicinava per portare un messaggio d’amore universale. Ma le cose saranno andate veramente così? Dai nostri documenti emerge una storia completamente diversa.

1)Il fatto scatenante: i frati mettono al rogo degli innocenti. Nel 1510 un episodio sconvolgente indigna l’intera popolazione paesanese e lo stesso Marchese di Saluzzo-Paesana. Su ordine degli inquisitori e della Marchesa di Saluzzo (l’odiatissima francese Margherita di Foix), fu attuato un rastrellamento nelle borgate di Paesana- Santa Margherita. Queste si presentarono vuote e solo cinque eretici reticenti, rei di essersi arroccati nelle loro abitazioni per intraprendere una difesa armata, furono catturati e imprigionati. Restii all’abiura furono condannati a morte, riuscendo però a fuggire notte-tempo dalla prigione sita in Croesio.

Il giorno successivo, non potendo giustiziare gli eretici fuggitivi, l’inquisitore Ricciardino ordinò di

mettere al rogo al posto loro, tre correligionari precedentemente graziati con l’abiura.

La vicenda suscitò un tale orrore che persino il capo del braccio secolare, Giovanni Andrea Saluzzo- Paesana, si scandalizzò per la grave ingiustizia, perpetrata a danno dei suoi sudditi nientemeno che dagli uomini di Chiesa.

Il marchese di Paesana imputava l’origine di tutti i mali del Marchesato di Saluzzo a Margherita di

Foix e ai suoi Consiglieri, Pietro Vacca e Francesco Cavassa. Ecco cosa troviamo scritto nel suo Charneto”…e questi, che son tutti e tre tirannissimi, non hanno

remore a distruggere il paese, chiese, ospedali, non guardano in faccia né vedove né bambini pur di avere denaro” (17).

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Note:

17) P. Natale, “Mombracco, Montagna sacra”, Savigliano 2001, p.67: “Pietro Vacca…contro questo, il suo compare Francesco Cavassa e Madama la Marchesa, Giovanni Andrea si scaglia con veemenza addossandogli la colpa di gran parte dei mali che colpiscono il Marchesato: …et questi che son tuti tre tirannissimi et non aviano respecto a dispare el paiso, nì giesse, nì ospitali, nì vardavano in fassa nì a vidue nì a pupilli pura che potessano avere dinari”.

2) I valdenses ricattano economicamente la Marchesa Margherita di Foix. La conseguenza di questa vicenda scandalosa fu che tutti i beni (case, cascine, bestiame, boschi e pascoli) degli eretici fuggiti dalle borgate, vennero in massima parte confiscati proprio dalla Marchesa di Saluzzo. Avvenne però che nessun paesanese volle andarvi ad abitare, anche perché si diceva i fuggitivi ritornassero a sorpresa dalle valli vicine, armati, per uccidere uomini e bestiame, bruciare case e fienili. Fu così che a causa dello spopolamento di un intero versante della montagna, le entrate fiscali destinate alla Marchesa si dimezzarono.

Per risolvere il problema delle entrate, dopo aver escluso che i paesanesi rimasti potessero farsi carico delle tasse altrui, i Sindaci e la nobiltà premettero sulla corte marchionale per far rientrare i “banditi” valdesi di Valdo, quale unica soluzione al problema economico.

La Marchesa accettò purché questi pagassero la restituzione dei loro beni tre volte il valore reale. I

negoziatori firmarono il compromesso, entrando subito in urto con gli eretici che nel frattempo, con fucile alla mano, erano già rientrati delle loro abitazioni (18).

Le manovre diplomatiche, intraprese per far ritornare gli eretici, sommate alla loro stessa reazione

circa il pagamento del riscatto “perché già rientrati…”, lascia supporre che in questa storia, sia la

popolazione, che i fuggitivi, così come il Marchese di Saluzzo-Paesana e i Sindaci, fossero tutti tacitamente complici contro la Marchesa e gli Inquisitori.

Sorge il dubbio infatti gli eretici presi di mira non siano mai mai andati via, bensì :

1) probabilmente si dileguavano appena dall’alto vedevano sopraggiungere qualcuno; lasciando credere di essere partiti e di aver abbandonato la valle. 2) quando venivano casualmente sorpresi nei pascoli o nelle vicinanze delle loro abitazioni sparavano e uccidevano per non lasciare testimoni. Ecco spiegato il perché non volevano pagare una cifra, oltretutto assurda, alla Marchesa: avrebbero dovuto pagare per avere quello che già avevano e che era loro?

E infatti, nonostante il compromesso nessuno pagò e fu emanato un nuovo sfatto congiunto ad un editto di morte. A questo punto molte personalità importanti del marchesato si ribellarono a questa nuova ingiustizia, intercedendo per gli eretici affinché la vicenda assumesse un tono equilibrato.

Sulla base di questi trascorsi rileviamo che la politica della Chiesa cattolica, sostenuta da Margherita

di Foix, non era assolutamente condivisa né dalla famiglia marchionale, né dalla borghesia e

tantomeno dal popolo.

Finita l’epoca di Margherita di Foix con l’arrivo dei Savoia le cose non andarono meglio poiché è proprio tra il sei e il settecento che la situazione precipita. Nella prima metà del ‘600, l’inquisizione inasprisce i toni creando nuovi scenari: l’intera popolazione reagisce contro i frati inquisitori e si determina la frattura definitiva tra “valdenses filo- calvinisti” e “valdenses anti-calvinisti”. Ciò avviene attorno al 1633, allorché i Cappuccini diedero fuoco ad intere borgate e terzieri della Valle, intonando esorcismi, canti e preghiere “purificatorie” ad alta voce.

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Note:

negoziatori

valdesi accettarono, ma non ottennero l’assenso dei correligionari che erano già rientrati manu militari nelle borgate d’origine”.

18) G. Di Francesco, T. Vindemmio “Paesana- Il cristianesimo i Valle Po”, Pinerolo 1998, p. 141: “I

3) I cappuccini incendiano intere borgate valdenses. Posti al fianco delle milizie marchionali, in marcia contro la popolazione, nel 1633 i frati esortavano i soldati contro i “valdenses di Valdo” durante le azioni militari (19). Ciò significa che praticamente li esortavano al massacro. Massacro che per altro non ci fu per quello stesso atteggiamento di buon senso che aveva caratterizzato altri episodi avvenuti nel passato e anche perché gli inquisiti (più di mille persone) erano stati sicuramente avvisati, dileguandosi e lasciando perciò vuote le abitazioni. Similmente a quanto avvenuto nel corso dell’ondata inquisitoriale del secolo precedente, allorché gli eretici incarcerati erano riusciti a fuggire, con l’ovvia complicità delle guardie e il benestare del Marchese di Saluzzo-Paesana, la notte precedente l’esecuzione capitale.

Tutta la popolazione di Paesana accusava i frati Cappuccini di essere la causa di quanto stava succedendo in valle a quell’epoca. In quanto inquisitori, erano loro a spingere il Duca di Savoia e i vescovi ad ordinare le repressioni. La colpa della distruzione dei terzieri, a loro attribuita e tuttora raccontata in valle, trova conferma in una testimonianza scritta del 1697 (20). Si tratta di una dichiarazione del 26 giugno 1697 di Costanzo Lorenzato di Ostana, il quale ultraottantenne confermò tale verità peraltro notoria e manifesta in tutta la valle. Dichiarò che nell’anno 1633 furono i frati Cappuccini residenti nel luogo di Paesana ad incendiare le case dei Terzieri di Prato Guglielmo, Biatonetto e Bioletto. La responsabilità dei cappuccini si evince anche in un altro documento ufficiale del decennio successivo il quale scagiona la popolazione di Paesana nell’azione repressiva scatenatasi con i roghi delle abitazioni dei terzieri presi di mira dall’inquisizione. La deposizione del 1644, fatta dal Secretario della Magnifica Comunità di Paesana al Procuratore attesta infatti che i paesanesi in quell’occasione erano stati mandati a distruggere le abitazioni degli eretici su ordine di Sua Altezza Reale e di Monsignor Marengo Vescovo di Saluzzo. Ordine al quale, è sottinteso, non potevano sottrarsi. (21)

4)Tutti i valdenses reagiscono: uccidono e cacciano i Cappuccini. Inquisiti da una parte e obbligati dall’altra ad agire contro i “valdesi di Valdo” i “valdenses” tutti, iniziarono a ribellarsi contro il clero, come documentato negli archivi dei Cappuccini di Torino e riportato sia nel Bollettino parrocchiale scritto da Don Raso nel 1983 che nello studio su Paesana di Vindimmio e Di Francesco. Dagli scritti di Don Raso emergono le testimonianze dei frati di Paesana dalle quali rileviamo che, molto stranamente, non vengono mai menzionati i nomi dei valligiani implicati nelle vicende. E possiamo ben capirne il perché. Provenendo dalle pianure piemontesi, i frati non sapevano riconoscere i loro assalitori, tant’é che nei resoconti hanno lasciato scritto: “un uomo”, “un sicario”, “un vicino”, “trenta uomini”, “sette uomini”.

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Note:

19) G. Di Francesco, T. Vindemmio “Paesana- Il cristianesimo i Valle Po”, Pinerolo 1998, p. 103

20) G. Di Francesco, T. Vindemmio “Paesana- Il cristianesimo i Valle Po”, Pinerolo 1998, p. 101

21) G. Di Francesco, T. Vindemmio “Paesana- Il cristianesimo i Valle Po”, Pinerolo 1998, p. 100

Questo particolare significa che nonostante le tensioni fratricide tra i “valdenses” e i “valdenses di Valdo” (ossia i Valdesi), nessuno della valle riferiva l’identità degli aggressori, degli aggrediti, dei rivali o degli attentatori al clero. E nemmeno le autorità comunali e marchionali denunciavano le identità dei “rei” in questione, pur sapendo senza dubbio chi fossero (22). Evidentemente a causa dell’intricata situazione tutti i paesanesi, nobili compresi, erano costretti a giocare un doppio ruolo. Per tacita convenzione interna alla popolazione, nessuno denunciava nessuno, nemmeno quando le aggressioni e le uccisioni avvenivano tra gli stessi ”valdenses” (ciò dal momento in cui i “Barba” si divisero in due fazioni; rispettivamente pro-calvinisti e anti-calvinisti”). Se interrogati quasi sicuramente rispondevano che non sapevano e che “forse era gente venuta da fuori”. Del resto l’atteggiamento “marranico” era dettato dalla sopravvivenza, tanto che il Vescovo Ottavio Viale nella sua visita pastorale dell 1613 scrive che la parte superiore della parrocchia della valle “è occupata tutta da eretici, eccetto pochi: tuttavia non lasciano di pagare le decime alla chiesa e le “comitas” (le tasse) al Duca”…”alcuni di loro si comportano da cattolici e ascoltano la Messa, ma non ricevono mai i sacramenti”. Quindi se togliamo la Ghisola, Lerasca, i Battagli, La Croce, i Giordani e l’insieme della pianura di Paesana, questa frase ci lascia capire che Agliasco, Calcinere, Ostana, Oncino, Pratoguglielmo, Biatonè ecc. erano tutti eretici.

5)L’eccezione che conferma la regola: altro che mettere al rogo gli eretici, i monaci di Paesana ce le prendevano di santa ragione dai valdenses. Ecco dunque alcune testimonianze di cosa accadeva al tempo dell’inquisizione ai monaci e ai parroci di Paesana, tratte dai documenti resi noti da Don Raso (23) :

1) Nel 1579 i paesanesi uccidono Enrico di Saluzzo, Priore del Monastero di Pagno, gettandolo giù da una finestra del castello di Paesana.

2)Nel 1622 frà Angelo viene minacciato. La gente di Paesana tenta di ucciderlo.

3) Nel 1646 il parroco di Oncino fu aggredito da un uomo che tentò di tagliargli la testa con un sol colpo. Fu bloccato all’ultimo istante da un vicino.

4) Nella Quaresima seguente uno degli abitanti del paese, “lanciata una palla di fuoco” con uno strumento da guerra (con una catapulta o una cannonata?), ferì il sacerdote che aveva il torto di tenere una condotta criticabile.

5) Nel 1646 il parroco di Santa Maria di Paesana, troppo libero nel parlare, dovette fuggire.

6)Nel 1646 il parroco fuggiasco ritornò. Ma non cambiò stile e allora dovette andarsene definitivamente per non venire ammazzato.

7) 1649.Un giorno mentre frà Anastasio da Montalto predicava in chiesa e rimproverava a Paesana duramente gli amanti dei vizi e gli indisciplinati e i delinquenti, un sicario, non potendo più a lungo sopportare il rimprovero, uscì di chiesa, accese il fucile sulla porta e gli sparò. Circa gli attentati armati ai frati và ricordato che i “valdenses” di Paesana, oltre che dediti alla pastorizia, erano addestrati alla guerra: sapevano sparare, all’occorrenza tagliare una testa e usare una catapulta o un cannone.

6)Non semplici eretici montanari, ma soldati del Marchesato di Saluzzo e dell’Esercito Sabaudo. E`da notare, però, che mentre i “valdenses” di Paesana d’zà (Santa Maria) tendevano prevalentemente a spaventare e minacciare il clero, cacciandolo senza ricorrere all’omicidio, i paesanesi d’là (cioè i vadesi di Valdo ubicati sul versante di Santa Margherita) ) uccidevano direttamente forse perché più esasperati. Non deve stupire la loro dimestichezza con le armi poiché i documenti ci informano che ogni “ruata” (frazione) doveva presentarsi con le “squadre” per la guardia al Castello, e la chiamata al servizio di ronda era obbligatoria. Nel caso in cui la squadra non si fosse presentata il comandante della “ruata” avrebbe dovuto pagare una multa per sé e per gli altri. (24) Il fatto che i contadini piemontesi non fossero semplici lavoratori agricoli, ma le milizie del temutissimo esercito sabaudo e prima ancora del Marchesato di Saluzzo, non è una novità. I viaggiatori lombardi dell’800 (e gli scrittori europei in generale), sottolineano spesso questo aspetto marziale del Piemonte, riportando innanzi tutto un proverbio francese che diceva “il Piemonte è la sepoltura del Francesi” e riferendo con stupore di aver visto gli agricoltori arare i campi con la addosso la divisa militare: i piemontesi sono talmente animati da uno spirito marziale, che gli stessi contadini ambiscono di mostrarsi con qualche segno militare. È comune il vederli seguire l'aratro in uniforme, che un forestiere il quale non sapesse che sogliono comperare tali vestimenti per loro uso, potrebbe credere che il Piemonte abbia più soldati di quanti ne hanno gli Stati del re di Prussia(25). Quello di vestirsi militarmente non era solo una moda o una specie di costume carnevalesco così come interpretato dagli stranieri in viaggio in Piemonte, bensì una vera e propria identificazione con il ruolo sempre latente: quello di milizia militare. A questo proposito, dai documenti del 1794 concernenti la mobilitazione generale per arrestare l’ avanzata delle armate rivoluzionarie francesi, apprendiamo che l’abbigliamento e le armi delle milizie spesso erano frutto di “autodotazione”. Infatti, in quell’occasione Paesana fornì 500 uomini, su un totale di 2000 uomini chiamati alla leva nella provincia di Saluzzo; e nel bando veniva specificato che questi dovevano essere “provvisti di fucile” e chi fosse strato sprovvisto di arma da fuoco doveva marciare dietro quelli che l’avevano, raccogliendo sul campo di battaglia le armi dei nemici morti (26). Ecco perché i contadini piemontesi si premunivano prima della mobilitazione, sempre in agguato, dell’ abbigliamento e delle armi.

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Note:

22) G. Di Francesco, T. Vindemmio “Paesana- Il cristianesimo i Valle Po”, Pinerolo 1998, p. 115

23) Don Domenico Raso, Bollettino Parrocchiale dicembre 1983, p. 27-28.

24) G. Di Francesco, T. Vindemmio “Paesana- Il cristianesimo i Valle Po”, Pinerolo 1998, p. 115

25) G. Baretti “Gl’Italiani o sia relazione degli usi e costumi d’Italia, Milano, 1818, p.142: “Contuttochè le loro truppe non sieno mai state numerose, non v' è persona un po' versata nella storia che ignori con qual valore resistettero per più secoli contro i Francesi, contro gli Spagnoli e contro i Tedeschi , tuttavolta che questi popoli vollero soggettarli. Vero è che sovente furono costretti di cedere alla forza ed al numero de' loro nemici ; ma hanno sempre scosso il giogo con molta costanza e prontezza ; talchè in Francia dicesi per proverbio che il Piemonte è la sepoltura del Francesi…. I Piemontesi sono talmente animati da uno spirito marziale, che gli stessi contadini ambiscono di mostrarsi con qualche segno militare. È comune il vederli seguire l'aratro in uniforme, che un forestiere il quale non sapesse che sogliono comperare tali vestimenti per loro uso, potrebbe credere che il Piemonte abbia più soldati di quanti ne hanno gli Stati

Francesi hanno più volte minacciato Brunetta, Fenestrelle ed Exilles ; ma non hanno mai osato

del re di Prussia…

I

assediarle …

credo impossibile che le armate francesi possano penetrare nell' Italia senza la permissione dei

Piemontesi”.

26) G. Di Francesco, T. Vindemmio “Crissolo

”, op. cit. , p. 189.

7)Le lotte interne: i valdenses si spaccano in due gruppi. Detto questo e considerato la gravità del clima inquisitoriale nel XVII secolo, la posizione ambigua dei calvinisti (che intendevano a loro volta modificare, così come già facevano i cattolici, il “credo” dei valdenses sottomettendoli alla Riforma con violenza pari a quella dei cattolici) la necessità di mantenere la propria libertà di coscienza, di pensiero e di cultura, si capisce bene il perché ad un certo punto, alla metà del ‘500, la popolazione della Valle Po si spacchi definitivamente in due fazioni, i “filo-riformati” e gli “anti- riformati”:

a)i “filo.riformati” o “filo-calvinisti” che dir si voglia è la fazione fusasi con i Valdesi della Val Pellice dal 1533. Le comunità di Paesana ‘d’là e Valle Pellice si associano ai Calvinisti di Ginevra sottomettendosi ai dettami della “Riforma protestante”. Il loro è un passaggio “sofferto” poiché opposizioni e attriti dottrinali tra valdenses e Riformati si verificarono almeno fino al 1560 (27). Assorbiti dalla riforma, questi “valdenses”, secondo un processo molto più complesso di quello solitamente mitizzato, attuano alcuni cambiamenti radicali imposti, ovvero: l’accettazione del Battesimo, dell’Eucarestia (la “Santa Cena”), della disparità uomo-donna, della pena di morte ecc. La speranza di questi “valdenses” è quella di poter ottenere la protezione dei Riformati di Ginevra svincolandosi ufficialmente dalla morsa inquisitoriale cattolica. Alla fine però, più di mille di loro abbandoneranno solo apparentemente la valle, mentre gli altri rimasti si convertiranno formalmente al cattolicesimo;

b)gli “anti-riformati” o “anti-calvinisti”. Questa fazione, composta dai Paesanesi d’zà si chiude in sé stessa. Diffidenti sia verso i cattolici, con i quali cercano comunque di stabilire un modus vivendi dello stile “vivi e lascia vivere”, sia verso i Calvinisti poiché altrettanto impositivi e dottrinalmente differenti, tentano probabilmente in tutti i modi di evitare di finire dalla padella alla brace. Lo stesso Mons. Chavaz, nonostante il tono sempre ironico e sprezzante coglie effettivamente l’incompatibilità dottrinale tra i valdenses e i calvinisti, tanto che scrive: “Certamente questa opposizione di dottrine era tanto grande, che sarebbe stato più facile, starei per dire, conciliare i valdesi coi cattolici, che non era accordare i valdesi con i calvinisti(28).

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Note:

27)Audisio Gabriel, Cameron Euan, . Les vaudois des Alpes. Débat sur un ouvrage récent. In: Revue de l'histoire des religions, tome 203 n°4, 1986, a p. 396 : « le passage au protestantisme ne sarait pas tant opéré au synode de Chanforan en 1532- d’ailleur mythique- que durant toute la période de 1530 à 1560, ayant rencontré chez les vaudois une opposition plus grande qu’on ne dit traditionnellement ». (« il passaggio al protestantesimo non fu pienamente realizzato al Sinodo di Chanforan nel 1532, quanto piuttosto nel periodo che va da 1530 al 1560, a causa dell’opposizione di Valdesi, più marcata di quanto vien detto tradizionalmente»)

28) Monsignor Andrea Charvaz” Storia dei Valdesi”, op. cit., alle p. 87-88. In merito alle differenze dottrinali Chavaz sottolinea poi il distacco creatosi in occasione dell’Assemblea di Angrogna tra valdesi e Calvinisti: “Parlando di

alcune modificazioni conformi ai riti dei riformati dal culto valdese introdotti nel secolo XVI, Muston ne dà la ragione seguente: tutti i Protestanti di quel tempo avevano bisogno di fare un insieme, e prestarsi vicendevolmente soccorso. Le nostre povere comunità soprattutto, trovandosi appunto dove più vive bollivano le persecuzioni contro di loro, se non avessero ottenuto di conguagliarsi, e mettersi sotto la medesima tutela delle chiese riformate, avrebbero mancato

di potenti protettori, e forse ora più non esisterebbero”…

quanto alle modificazioni o variazioni che questa

riunione operò nelle dottrine valdesi, Muston non si mostra ripugnante a crederle, benché duri pena confessarle interamente. Imperciocchè avendo dapprima nella prefazione parlato delle novità introdotte nella disciplina valdese,

probabilmente per condiscendere ai riformatori, ei dice, all’occasione di un’assemblea che “i pastori valdesi tennero in Angrogna nel 1532, che questi pastori si riunirono allora per decidere alcuni punti di dottrina poco determinati insino

a quel tempo, e che la riforma allora metteva in campo. Prevalendo quest’ultima si decise interamente. Così la

confessione fattasi in questa circostanza molto differisce dalle più antiche che ci furono tramandate. Del resto tanto

manca che i nostri ministri si sieno accordati che anzi, due tra loro, avendo niegato assolutamente ogni concessione, abbandonarono incontanemente le valli”

In

8) I valdenses inseguono Calvino che nella fuga perde le mutande. Il conflitto dottrinale tra i valdenses paesanesi contrari alla Riforma e i calvinisti deve essere stato molto grande e così acceso che quando Calvino, stando ai racconti, giunge in predicazione a Paesana nel 1535 (ossia tre anni dopo le tensioni dell’assemblea di Angrogna), viene letteralmente messo in fuga dalla popolazione. Aggredito dalla gente, per la fretta di fuggire, non riesce a nemmeno rivestirsi completamente, tanto che lasciò lì le mutande(29). A questo proposito, la tradizione orale di Paesana è molto precisa e narra che Calvino, fuggito da Ginevra nel 1538, si era rifugiato a Oncino sotto il falso nome di Carlo Despeville. Gli anti- riformati paesanesi erano molto diffidenti verso i Calvinisti che venivano percepiti prevaricatori, tanto quanto i cattolici. E a questo proposito un atteggiamento dei calvinisti appare particolarmente ambiguo. Dopo aver scorazzato in lungo e in largo per la nostra valle, creando scompiglio ovunque e scatenando tensioni e repressioni inquisitoriali fortissime, la volta che i nostri filo-riformati chiesero un aiuto, loro si dileguarono. Accadde infatti che nel 1616 alcuni “valdenses filo- riformati”di Paesana furono protagonisti di un’esperienza davvero umiliante. Esausti, dopo tre secoli di lotte religiose, inquisizione, roghi e quant’altro, cercarono appoggio armato presso i Calvinisti di Ginevra. Inviata a Ginevra una delegazione per spiegare la drammaticità della situazione e chiedere la tutela diplomatica internazionale questa fu accolta dai Pastori ginevrini con molta freddezza, incompetenza, reticenza e, molto elusivamente, fu loro consigliato di intraprendere una trattativa direttamente con i Pastori di Berna. Risultato? Una perdita di tempo, di energie e di speranze.

9) Tutti contro tutti: ci si spara tra valdenses e insieme si spara contro il clero.

visto probabilmente l’ “exploit di grande empatia ed altruismo” dei Riformati ginevrini e bernesi, i “valdenses” di Paesana ‘’d’za (anti-riformati), che dal canto loro già avevano capito con largo anticipo come stavano le cose, giunsero probabilmente alla conclusione di rompere i rapporti con i Calvinisti e di non voler più sentir parlare di Riformati, compresi gli ex-correligionari ormai convertitisi alla “Riforma”. Probabilmente proprio per questo motivo si aprì un nuovo fronte: oltre a combattere contro l’inquisizione, le popolazioni “valdenses” dei due versanti della Valle Po iniziarono una guerra fratricida tra “filo-riformati” e “anti-riformati”. Con quale risultato? Massacrandosi da ogni parte senza pietà. Tale situazione di conflitto perdurò nel tempo. Ecco infatti cosa scrive Frà Ilario da Torino nel 1650: “ nell’anno 1644 regnando tra le due parochie (cioè due interi versanti della valle) una grande inimicizia, essendovi da una parte più di trenta huomini, talmente erano predominati dall’ira, che più volte vennero alle mani, et una volta ve ne restò sette morti nella piazzetta di Santa Margherita (terziere filo-calvinista )”.

Ecco perché,

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Note:

29) G. Di Francesco, T. Vindemmio “Paesana- Il cristianesimo i Valle Po”, Pinerolo 1998, p. 105; E. Giacovelli “Un Po per non morire”, 2003, p.26: “A pochi chilometri dalle sorgenti del Po e dalle Baite in cui Giovanni Calvino si rifugiò nel 1538 per sfuggire sotto il falso nome di Carlo Despeville alla mano della Controriforma…).

Frà Angelo da Fossano, lo stesso che, come già detto, dovette fuggire perché anche lui minacciato di morte dai suoi parrocchiani del versante anti-riformati fu testimone di una di queste sparatorie riportate in un documento parrocchiale: “Durante le festività natalizie del 1646, è scritto che mentre Frà Angelo entrava a Paesana, di ritorno da una predica in montagna: sentì le campane della torre comunale di Santa Maria (degli anti-riformati) che chiamava la gente, non per far festa, ma alle armi. Seppe che quel popolo diviso in opposte fazioni e formata una squadra di sicari chiamati da “altrove” stava combattendo a morte. Alcuni di una fazione, chiusi in una casa, erano assediati dagli altri, dall’altra parte, armati, in attesa di sterminarli tutti durante la notte ormai vicina, mentre intanto si scambiavano colpi di schioppo”…. Dunque la situazione era drammatica. Dovendo pur sopravvivere e vista la situazione di sfiducia verso i Calvinisti, gli “anti-riformati “ decidono quindi di cercare un “modus vivendi” con i cattolici, mantenendo nel contempo intatta la loro libertà di pensiero. Ecco quindi che adottano un atteggiamento di gentilezza e di rispetto verso il clero in ragione della civile convivenza, mantenendo comunque distacco, discrezione e diffidenza. E si badi bene: senza mai sottomettersi. Una caratteristica dei paesanesi è quella di aver sempre relazionato alla pari (anzi forse un po’ dall’alto al basso) con chiunque, anche con le alte cariche civili e religiose. Prese le distanze da tutto e da tutti, questi “valdenses”, hanno potuto così conservare regole, insegnamenti, usi e costumi sociali tradizionali, convivendo pacificamente con i cattolici. Si tratta della tradizione che oggi traduco, per evitare di continuare a vedere scritti fiumi d’inchiostro “vuoti”, poiché privi della giusta chiave di lettura. Poiché è ovvio: l’ insieme delle tensioni che percorrevano la valle non venivano palesate agli inquisitori. Differentemente da quanto avveniva in altri territori la Chiesa qui non è riuscita a mettere gli uni contro gli altri potendo far leva su denunce reciproche. O per meglio dire : erano gli uni contro gli altri ma non si denunciavano. Avvenne così che in valle Po, quandoVittorio Amedeo I cacciò i valdenses filo-riformati svuotando e spopolando interi borghi, come già successo nel secolo precedente con Margherita di Foix, tutti gli altri si rifiutarono di prendere possesso di quelle case e dei terreni cosicché alla successiva riscossione delle tasse il Duca dovette a sua volta confrontarsi con la metà delle entrate dell’anno precedente. E così se da un lato i valligiani (attraverso i comuni), gli avevano fatto capire che non era conveniente torturare e cacciare i sudditi, d’altro canto il Duca voleva a tutti i costi gli incassi come se nulla fosse successo. La popolazione riuscì a convincere le autorità a risolvere il problema facendo ritornare i paesanesi esiliati (30), cosa che avvenne.

10) I valdenses “cattolici” uccidono i monaci ed incendiano le canoniche. Bisogna però aggiungere che all’insaputa del clero e duca, in realtà probabilmente gli “eretici” non erano mai andati via del tutto, anzi. Sappiamo che tornavano nelle loro terre per raccogliere ciò che avevano seminato, per litigare con i loro parenti convertiti al cattolicesimo, per farsi alloggiare nelle loro case visto che le proprie erano andate distrutte.

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Note:

30) Don Raso, Bollettino Parrocchiale della Comunità cattolica di Santa Margherita di Paesana, n. 7 anno 1984, Vindimmio, p.92 “Ragion per cui toccati nelle tasche i cattolici cercarono di convincere poco dopo le Autorità Civili a lasciar tornare la popolazione cacciata nel 1633”.

E così, intanto che la storia ufficiale segnava la vittoria sugli eretici con la grandiosa celebrazione del 1634 nel Duomo di Saluzzo (31), su per i pendii della valle Po le croci innalzate venivano distrutte e gli eretici erano sempre lì: sempre gli stessi, intenti a litigare nell’anonimato. Nel loro insieme tutte queste vicende ci fanno capire che il tentativo di repressione è stato molto forte in Valle Po. Le tensioni fratricide insorte tra gli stessi eretici e comunque rivolte contro la Chiesa cattolica devono essere state davvero molto feroci se ancora nel 1961 veniva portato il Sambenito, l’abito penitenziale dei marrani, (vedi paragrafo successivo), sorprendentemente non dagli abitanti di Pratoguglielmo o Biatonetto, cioè dagli abitanti delle località eretiche prese di mira dall’inquisizione, ma proprio da quelli che la storiografia cattolica ha definito “cattolici”, cioè gli abitanti di Paesana ‘d’zà delle località: Croce, Agliasco (Naìash’k), Calcinere e Ostana. Questo significa che tutta la valle era eretica e non solo una parte, come trasmesso dalla storiografia. Al di là di queste notizie, peraltro piuttosto significative, non abbiamo ulteriore documentazione sui

trascorsi paesanesi, perché nel 1724 prese fuoco la canonica della parrocchia di Santa Maria di Paesana e con essa gran parte della storia della valle. Don Giovanni Levet scrisse infatti nel 1803 che in tale occasione “erano periti tutti i registri parrocchiali del 400 e scritture antichissime”(32). Ora, se si fosse trattato di un incidente o di un incendio doloso non è dato sapere, però è consentito propendere per quest’ultima ipotesi basandoci sugli episodi dei secoli precedenti e sulle manifestazioni di insofferenza anticlericale avvenute nel corso dell’800. In particolare apprendiamo dai documenti comunali di Ostana che nel 1832 (perciò in epoca piuttosto recente) ci fu una violenta lite tra la popolazione e il parroco a proposito della nuova ubicazione del cimitero: il prelato voleva che il Camposanto fosse mantenuto accanto alla chiesa. La tensione tra gli ostanesi e il sacerdote (originario della Valvaraita) si inasprì così tanto che l’intera comunità lo minacciò di morte. Il documento che narra questa vicenda dice testualmente:

“minacciarono di ucciderlo e di sventrarlo come un pesce e di appiccargli il fuoco alla casa” (33). Questo episodio è significativo perché ci fa capire l’insofferenza popolare nei confronti dell’ingerenza della Chiesa riguardo le questioni comunitarie. Rende inoltre sostenibile l’ipotesi dell’incendio doloso della canonica di Paesana- Santa Maria. Del resto sono tante le notizie che descrivono chiaramente la belligeranza dei montanari dell’Alta Valle Po. A questo proposito, solo per citare un esempio tra i tanti, è significativo rilevare che nella Visita Pastorale del 1613, il Vescovo oltre a sottolineare, come al solito, la maggioranza di eretici nella popolazione, il loro distacco dai Sacramenti ecc., scrive questa frase: “…è parroco da tre anni Don Luchino Papa: nessuno si lamenta di lui”. Ciò significa che i parroci di Paesana in qualche modo temevano la gente(34) tant’è che Don Raso nel commentare alcune aggressioni armate contro i preti, riferendosi in particolar modo alla cannonata sparata contro il parroco d’Oncino nel 1646, scrive: “

a quei tempi, o filare dritto, o ricevere di queste gentilezze!”(35).

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Note:

31) G. Di Francesco, T. Vindemmio “Paesana- Il cristianesimo i Valle Po”, Pinerolo 1998, p 91 “Il giorno dell’epifania del 1634 si celebrò nel Duomo di Saluzzo una grande Funzione di ringraziamento, perché la Diocesi e la Valle Po erano liberi dagli eretici”

32) G. Aimar ( coll. Don L. Destre),“Gente del Monviso (due)”, Saluzzo, 2007, a p. 92: “…a causa dell’incendio della parrocchiale di S. Maria di Paesana avvenuto il 17 luglio 1724 che ha distrutto tutti i documenti…”.

33 ) AA. VV, Museo Etnografico di Ostana Alta Valle Po, “Ostana: non solo ricordi”, quaderno 1, p. 21

34)Don Domenico Raso, Bollettino Parrocchiale dicembre 1983, p. 20

35) Don Domenico Raso, Bollettino Parrocchiale dicembre 1983, p. 28

11)I valdenses “cattolici” rifiutano i Sacramenti. E ancora, nel descrivere l’atmosfera generale che imperversava tra filo-calvinisti e anti-calvinisti Don Raso sottolinea: “…sette morti, …come risultato di una rissa non c’è male! E sparavano con gli archibugi….allora non c’era da andar al fronte per ammazzarsi: la guerra era qui …e non si pelavano “barotte” (castagne), ma si sparava!” Comunque sia, è certo che i valdenses non sono mai venuti meno al loro carattere, tant’è che alla luce di questi fatti forse si capisce anche da dove possa originare il particolare atteggiamento maschile nei confronti della Messa domenicale in uso fino ai tempi recenti. In linea di principio la maggior parte degli uomini accompagnava le mogli a Messa, ma mentre queste entravano con i figli, quasi sempre impegnati a fare i chirichetti, loro rimanevano fuori sul sagrato a chiacchierare fino alla fine della funzione. Oppure, entravano per “pié mac ‘n toc ’d m’ssa” (prendere solo un pezzetto di messa) rimanendo accalcati in fondo alla chiesa, per uscire poco prima dell’ Eucarestia e raggiungere gli altri che nel frattempo si erano già spostati al Caffè della piazza per bere l’aperitivo: “nuiautri la cumuniun la fuma a l’ostu” (“noi la comunione la facciamo al bar”). Questo atteggiamento molto probabilmente ha origine proprio dai tempi dell’inquisizione che già lamentava l’abitudine dei paesanesi di non avvicinarsi ai sacramenti. Il fatto che gli uomini accompagnassero le mogli e i figli alle funzioni, standosene contemporaneamente più o meno fuori, può essere interpretato in vari modi. A mio avviso però il più logico è il seguente: mandando avanti nella devozione le donne e i bambini, gli uomini si assicuravano una certa impunità: come avrebbero fatto i preti a mettere al rogo i padri, i fratelli, gli zii e i nonni di tutte le pie donne del paese?

Ecco quindi che mentre le donne assicuravano con la loro devozione la sopravvivenza di tutti, garantendo una presenza fervente e continua ad ogni messa, rosario, funzione e processione, gli uomini dal canto loro sviluppavano un percorso fideistico un po’ anomalo: che iniziava con la tunica del chierichetto per finire col sambenito. E`ovvio infatti che tutti quei chirichetti, una volta adulti, finivano per comportarsi esattamente come i padri. Questo comportamento, per chi non è di Paesana, potrebbe sembrare frutto di una descrizione esagerata e senza senso: una mia forzatura per chissà quali scopi. Quindi, per evitare che sorgano dubbi, riporto il pensiero del nostro vecchio parroco (36) che rivolgendosi a noi paesanesi, attraverso il bollettino parrocchiale del 1983, così scrive : “Noi non veniamo dal futuro, ma dai secoli passati, dalle generazioni che ci hanno preceduti, dai fatti che sono stati compiuti…Il passato è un po’ la nostra fotografia…per capire chi siamo, è bene conoscere chi erano gli avi… Volete uno specchio?… il 2 ottobre 1635, il parroco Stefano da Vinovo elenca alcuni “mancamenti gravi” che trova da noi:

1)

Il primo è che vi sono qua a Paesana alcuni borghi, o ruate come dicono essi, i cui habitanti

2)

difficilmente si puono ridurre a sentir la Santa Messa per le feste comandate Il secondo è che di raro s’accostano ai Sacramenti e se alcuno li frequenta, se ne ridono: e dicono che quelli fanno più peccati degli altri e perciò più spesso si confessano”….

“Specchiamoci! Questi “mancamenti gravi” sono spariti dopo 330 anni?”…non siamo forse pecore sbandate?

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Note:

36) Don Domenico Raso, Bollettino Parrocchiale dicembre 1983, p. 28

12) Il “denominatore comune” dell’eresia valdenses: l’ebraismo? Come appena esposto, i paesanesi hanno reagito a volte in modo molto violento contro gli inquisitori. Ma come non capirne le ragioni?

La storia ci dice che nei luoghi in cui la gente è stata meno compatta nel fronteggiare gli inquisitori

si verificarono dei veri propri isterismi di massa e denunce reciproche tra la popolazione. Proprio a

causa delle denunce seguirono i massacri e la messa al rogo di centinaia di persone.

Un esempio? Nella Valle Mesolcina, nella Svizzera italiana, sotto il presidio di San Carlo Borromeo

ogni anno finivano al rogo un’ottantina di persone, tra “streghe”, “stregoni” ed eretici in generale;

compresi i bambini

In Spagna, Francia, Lombardia e nel Cantone Ticino l’inquisizione ha avuto ovunque gioco facile

poiché gli eretici, evidentemente, non appartenevano tutti alla stessa “setta”: c’erano i marrani (ebrei convertiti), i valdesi (che tra l’altro erano diversi dai nostri valdesi, con i quali si trovavano in

dissidio), c’erano i catari, gli umiliati ecc.

Da noi, invece, stando ai cognomi, i nostri eretici avevano tutti un identico comune denominatore.

Quindi: benché forse marrani, forse catari, forse valdesi, provenienti dalle zone più disparate d’Europa , ossia Provenza, Savoia, Portogallo ecc., erano probabilmente tutti ebrei.

Evidentemente, per questa ragione, si sentivano un “unicum” e non si denunciavano reciprocamente agli inquisitori, riuscendo così a fare fronte comune.

Se a questo aggiungiamo che li sappiamo, in alcuni casi, specificatamente fuggiti da Chambery e da

luoghi imprecisati della Savoia e dal Portogallo, possiamo anche presumere che siano giunti in valle

Po

dopo aver vissuto esperienze personali quantomeno sconvolgenti.

Mi

chiedo: avranno visto morire sul rogo, tra il plauso e il fanatismo generale, i loro fratelli, sorelle,

genitori, amici, fidanzati ? Ricordiamoci che a Chambery (37) e in Savoia, così come nel Delfinato e in Portogallo, nel 1348 gli

ebrei vennero sgozzati, arsi vivi e massacrati dalla folla inferocita perché accusati di compiere sacrifici rituali, cioè di crocifiggere i bambini cristiani alla vigilia di Pasqua per berne il sangue, e perché ritenuti responsabili di aver diffuso il terribile morbo della peste in tutta l’Europa.

In tutto il mondo occidentale nei secoli a cavallo tra il medioevo e il ‘600, sia gli ebrei che i nuovi

convertiti, cioè i cristiani di origine ebrea, sono stati oggetto di persecuzioni fortissime. Per assurdo però venivano torturati e perseguitati prevalentemente i cristiani di origine ebrea piuttosto che gli ebrei rimasti fedeli all’antica religione. Questo perché la Bibbia a proposito degli ebrei è categorica nel ricordare che quella è “la radice” e

i cristiani sono “rami di oleastro innestati su un olivo buono” (38) “Se ti vuoi proprio vantare, sappi

che non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te”…. (39). Tale presupposto biblico incisivamente espresso da San Paolo nella “Lettera ai Romani”, fungeva abbastanza da deterrente all’offensiva diretta, ma solo finquando gli ebrei rimanevano ebrei. Le cose mutavano appena gli ebrei diventavano cristiani: i nuovi correligionari li detestavano, percependoli falsi, opportunisti ed eretici. In due parole: diversi!.

I

cristiani provenienti dall’ebraismo erano colti persino rispetto al clero e perciò polemici, fastidiosi

e

« autonomi ». Inoltre conoscevano perfettamente il Talmud che, oltre al resto, offre tutta una serie

di consigli pratici su come affrontare la vita e i problemi quotidiani. E questo anche dal punto di

vista sessuale, di coppia, medico, ecc. Tutti argomenti considerati tabù dai cattolici e dai riformati fino a tempi piuttosto recenti.

A questo proposito é sufficiente ricordare che quando io ero bambina molte mie coetanee

(compagne di scuola a Torino), non avevano ricevuto le spiegazioni necessarie dalle madri sul loro

futuro sviluppo fisico, perché la morale non lo consentiva, perciò figuriamoci come stavano le cose

nel Medioevo!.

Non dimentichiamoci poi che nell’ebraismo non esiste tradizionalmente la figura del “padre- padrone”, che ordina, impone, giudica e punisce.

Esiste il rispetto e l’autorevolezza paterna che è ben altra cosa. Nella cultura cattolica, e in modo addirittura più marcato in quella Calvinista e Luterana, il padre-padrone non solo esisteva in famiglia in posizione ampiamente legittimata, ma si sintetizzava globalmente su tutta la società

cattolica nella figura del Papa. Questa concezione sociale dei cattolici, ereditata dai romani, veniva a porsi in modo diametralmente opposto alla cultura ebraica, nella quale l’autorità agisce nell’ottica del consenso e del ragionamento e non con le minacce. E per comprendere questo fondamento culturale è sufficiente ricordare l’atteggiamento di Cristo nei confronti degli Apostoli, dei discepoli, della gente. Detto questo immagino che un ebreo convertito al cristianesimo, in un impeto di fervore mistico anche sincero, possa aver avuto serissimi problemi di adattamento subito dopo la sua scelta:

impattando contro una società rigida, gerarchica e dogmatica, quale è la società cattolica. Non potendo più tornare all’interno della comunità d’origine (per orgoglio, litigi, e quant’altro) e non riuscendo ad adattarsi alla società cristiana, il “marrano” venne a trovarsi in una situazione paradossale; in una sorta di limbo, nel quale da una parte era accusato di tradimento dai suoi parenti ebrei, e dall’altra veniva odiato dai nuovi correligionari perché troppo diverso e comunque sempre deicida nelle ascendenze. Come dice lo stesso Cecil Roht, l’idea che l’inquisizione bruciasse gli ebrei è sbagliata poiché al rogo ci finivano i cristiani di origine ebraica (40). La qual cosa, se guardata da un certo punto di vista, è ancora più tremenda. Assomiglia ad una sorta di fagocizzazione premeditata poiché é impensabile credere che l’inquisizione si stupisse del fatto che un giudeo di nascita potesse essere poi un cristiano“giudeizzante”: era il minimo che ci si potesse aspettare! Vuoi perché il messaggio cristiano rifletteva l’insegnamento di Hillel* (rabbino vissuto nel I sec. a.C), vuoi perché il cristianesimo era una questione totalmente ebraica, l’ebreo che diventava cristiano probabilmente non si sentiva di dover cambiare e diventare qualcos’altro da quello che già era. Quindi, tutta la vicenda sembrerebbe proprio il frutto di una premeditazione: attirare gli ebrei nelle comunità cristiane e, una volta cristiani, distruggerli dall’interno, aggirando così il monito di San Paolo: “Anch’io sono Israelita, della discendenza di Abramo, della Tribù di Beniamino. Dio non ha

ripudiato il suo Popolo che egli ha scelto fin da principio

non montare dunque in superbia, ma

temi!” (41). Inoltre, quasi sempre queste vittime dell’inquisizione si professavano cristiane fino alla fine anche nell’ora del supplizio, che frequentemente avveniva sul rogo. Cecil Roth ci dice: “ Tra coloro che morivano sul rogo, quasi tutti in vita avevano negato il proprio ebraismo, e gran parte lo ripudiavano anche nell’ora della morte….le vittime morivano professando fino all’ultimo la propria fede cattolica” (42). Considerato il contesto generale, il clima di terrore, il fanatismo, le torture, il sangue, il dolore, violenza e fanatismo che avvolgeva la società occidentale nei secoli compresi tra il Medioevo e il ‘600, possiamo dunque concludere che quei due o tre omicidi di frati in valle Po sono da considerarsi poca cosa: atti di semplice autodifesa conseguenti all’ingiusta messa al rogo di innocenti. I nostri antenati, di fatto, si sentivano nel giusto, differentemente dai Valdesi di Valdo non facevano proseliti, non aggredivano nessuno e volevano solo essere lasciati vivere in pace.

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Note :

37) G. Depping, « Les juifs dans le moyen age » p. 167 « Les juifs furent égorgés, et subirent même des tourments affreux sans qu'il fût possible de les soustraire à ce sort déplorable. Les aveux arrachés par la douleur à quelques juifs mis à la question servirent à entretenir cette animosité générale. On livra des juifs aux flammes à Zurich, Berne et autres villes de la Suisse »… ; a.p. 170 « …1348… dans le Dauphiné, le souverain fut malheureusement complice dela cruauté populaire : tandis que la tourbe forcenée fondait sur les Israélites et les assassinait, le dauphin en faisait arrêter d'autres, les faisait condamner par les juges, et s'emparait des biens des juifs, victimes de ces massacres*. On a trouvé dans les archives du Dauphiné les comptes des sommes qu'ont coûtées les exécutions de ceux que les juges

dauphinois trouvèrent coupables. La procédure contre les juifs de Vizille dura dix jours et coûta vingt-sept francs …. A Veynes, dans le pays de Gap, on massacra treize individus de cette nation; ceux de Saint-Saturnin éprouvèrent le même sort quelques jours après…A Strasbourg l'autorité fit mettre beaucoup de juifs dans une maison particulière, d'où ils pouvaient aisément s'échapper. Le peuple les traîna à leur cimetière et les y brûla dans une cabane, au nombre de quelques centaines. Plusieurs se sauvèrent par le baptême ; encore, lorsqu'ils avaient des ennemis , étaient-ils exposés à des dénonciations qui entraînaient presque infailliblement la mort ….Des scènes également cruelles eurent lieu à Spire, à Worms, à Oppenheim et à Mayence où beaucoup de juifs se donnèrent la mort après avoir enterré leurs trésors pour ne rien laisser à leurs persécuteurs. On mit leurs cadavres dans des tonneaux que

l'on fit rouler dans le Rhin …. ». (I giudei furono sgozzati e torturati senza avere alcuna possibilità di sfuggire a tale sorte. Le confessioni di alcuni ebrei sotto accusa, ottenute tra i tormenti, servivano a mantenere l’animosità generale. Gli

nel Delfinato, il

ebrei furono dati alle fiamme a Zurigo Berna e in altre città della Svizzera "

sovrano fu complice della crudeltà popolare: mentre folla forsennata si scagliava sugli Israeliti e li uccideva il Delfino

ne faceva arrestare degli altri, li faceva condannare dai giudici e si accaparrava i beni delle vittime .

Negli archivi del Delfinato sono stati trovati i conteggi relativi ai costi delle esecuzioni. La procedura contro gli ebrei

di Vizille durata dieci giorni costò 27 franchi …. A Veynes , nella regione di Gap, furono massacrate tredici persone di

A Strasburgo le autorità fecero

quella stessa nazione; gli ebrei di Saint-Saturnin ebbero la stessa sorte pochi giorni

ammassare molti ebrei in una casa privata da dove potevano facilmente sfuggire. Il popolo li trascinò al loro cimitero per poi bruciarli in una baracca; si trattò di diverse centinaia di persone. Diversi ebrei poterono salvarsi mediante il battesimo; ma, se avevano dei nemici, erano esposti alla denucia che quasi certamente si risolveva con la condanna a

Scene simili e ugualmente crudeli si sono verificate a Spira, Worms e Magonza a Oppenheim dove molti gli ebrei si sono suicidati dopo aver seppellito i loro tesori per non lasciare nulla al loro persecutori. I loro cadaveri furono

messi in botti che furono fatte rotolare nel Reno

;

a. p

170 "

1348

).

38) La Bibbia, testo ufficiale CEI, S.Paolo “lettera ai Romani”, 11: 24. a p.2123

39) La Bibbia, testo ufficiale CEI, S.Paolo “lettera ai Romani”, 11: 18, a p.2123.

40) Cecil Roth, “Storia dei Marrani”, 2003, a p. 105.

*Hillel era un Rabbino nato in Babilonia, forse verso l’80 a.C., in una famiglia di ascendenza davidica. Verso l’anno 30 a.C., durante il regno di Erode il Grande, Hillel fondò la scuola che prese il suo nome (bet Hillel), contrapposta a quella di Shammai (un altro grande rabbino). La scuola di Hillel, assai più liberale della seconda, era basata su un’interpretazione indulgente della Legge, senza tuttavia allontanarsene o tradirla. Divenuto a sua volta presidente del Sinedrio, fu lui che per primo insegnò ad un candidato alla conversione la cosiddetta Regola d’Oro (che Gesù avrebbe fatto sua), una definizione sintetica della Legge: “Non fare agli altri ciò che non vuoi che essi facciano a te. Questa è tutta la Torà, il resto è solo commento”. Seppe coniugare sapienza e umiltà, giustizia e amore profondo alle creature, ragione e religione del cuore. Morì nel 10 d. C., quando Gesù, a Nazareth, era ancora solo un adolescente e tutto lascia credere dovesse conoscere bene gli insegnamenti del dell’anziano Rabbino. È curioso il fatto che, di tutte le correnti presenti nel giudaismo del 1° secolo, le uniche a sopravvivere sono quelle che hanno la loro origine nel pluridecennale magistero di Hillel e nella parabola fulminea ed efficace del Rabbi di Galilea, che permearono, nei secoli successivi, fino ai nostri giorni, la storia del giudaismo e del cristianesimo.

41) La Bibbia, testo ufficiale CEI, S.Paolo “lettera ai Romani”, 11:1; 11: 19. a p.2122

42) Cecil Roth, “Storia dei Marrani”, 2003, a p. 105.

Capitolo 2

“Le tracce ebraiche”

I Levi alle sorgenti del Po (? sec. - V sec. a. C.)

Il primo dato, finora trascurato, che andrebbe scandagliato a fondo poiché pertinente alla versione dei “Barba”, riguarda una notizia proveniente dalla storiografia antica: gli scritti di Polibio e Strabone attestano l’esistenza di un popolo, in mezzo alle tribù “celtiche”, chiamato Levi (Laevi) e stanziato in Lombardia . Le fonti precisano che il territorio dei Laevi venne ridotto e diviso dall’invasione di altre popolazioni. Fu così che la fazione più occidentale risultò separata dal resto e relegata ai margini : alle sorgenti del Po (43). Ne consegue che potrebbe davvero non essere un caso, quello che indica proprio alle sorgenti del Po la secolare roccaforte dei “valdenses”, i quali facendo risalire le loro origini ai Profeti (44), dichiarano la discendenza dal popolo d’Israele e, più precisamente, potremmo aggiungere noi adesso, …dalla tribù di Levi.

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Note:

43)Tito Livio Ab Urbe condita libri (V, 35): « Libui considunt post hos Salluuiique, prope antiquam gentem

Laeuos Ligures incolentes circa Ticinum amnem. (Dopo di loro, Libui e Salluvi si stabilirono presso l'antico popolo dei Levi liguri che vive nelle vicinanze del fiume Ticino)”; Plinio il vecchio, Naturalis historia (III, 124) “…Ligurum, ex quibus Laevi et marici condidere Ticinum non procul a Pado” « dei Liguri, dei quali i Levi e i Marici fondarono Pavia non lontano dal Po”. I Levi erano quindi un popolo ligure abitante attorno al Ticino, nei pressi di Pavia; Polibio (II, 17, 4) afferma che "I primi abitanti all'estremità occidentale della pianura Padana, vicino alle sorgenti del Po, erano i Laevi e i Lebecii". Egli elenca questi popoli tra i Celti cisalpini, in contraddizione (almeno per quanto riguarda i Levi ) con quanto affermato dagli autori latini, che li attribuiscono ai Liguri; T. Vindimmio, G. Di Francesco “Oncino, Crissolo e Ostana, tre comunità occitaniche alpine. Microstoria dell’Alta Valle Po”, ed. Alzani, Pinerolo 2004 “ ….Laevi? Secondo Polibio e Strabone sarebbe attestata nella regione presso le sorgenti del Po proprio una tribù facente parte di questo antico popolo….il loro territorio venne ridotto e diviso dall’invasione di altre popolazioni, che relegò al margine la fazione più occidentale.” ; I Khoen “Le storie di Polibio da Megalopoli”, Milano 1924, a p. 258 :“…Le prime terre dunque che giacciono circa le sorgenti del Po

tennero i Lai e i Lebici

e a p. 345 spiega chi sono i Lai: “Lai. Levi (Laevi) li chiamano T. Livio e Plinio. La loro

capitale era Ticino…”; G. B. Rampoldi “Corografia dell’Italia”, 1833, a p. 446 :LEVI o LAEVI, antico popolo della Liguria, che soggiornava in vicinanza agli Insubri, lungo il Po. Di esso ne fanno menzione Plinio e Tito Livio, e sembra che abitasse tra Pavia e Valenza, e quindi nella regione in oggi chiamata Lomellìna; AA.VV. “I miti della

fondazione delle città lombarde”, 2010, a p. 79: “Il passo di Polibio (II, 17,1-4)….nella zona percorsa dal Po, vicino alle

sue sorgenti si stabilirono Levi e Lebici

sua presentazione sembra si tratti di due popolazioni di origine celtica”,a

p. 79: “Livio….il passo liviano attesta l’esistenza di una popolazione di Laevi insediata presso il Ticino; ma a differenza

di Polibio li definisce esplicitamente come Ligures…nell’area occupata dai Laevi, secondo Livio si fermarono

successivamentele tribù celtiche dei Libui e dei Salluvi”…”Plinio nella sezione del III libro dedicato all’Italia…dal testo latino non risulta chiarissimo se Plinio definisca Liguri soltanto i Levi….”…”e’ stato ipotizzato che gli Insubri di Mediolanm fossero riusciti ad acquisire il controllo delle aree vicine (Pavia), forse anche quelle abitate dai Levi, che

quindi col tempo furono classificate come celtiche dalle fonti che meno conoscevano l’origine precisa degli

insediamenti”.; H. Malden, « History of Rome »,1830,

p. 64 : the Laevi, a Ligurian tribe, dwelt about the river

Ticinus … and the Laevi, with the Marici, who were also Ligurians, founded the city Ticinum (Pavia).The Libui, Libici,

or Lebecii (for they are mentioned by these various names) inhabited the same regions, and were a kindred people,

.deriving their origin from the Salfuvii or Salyes, Ligurians beyond the Alps. (… I Levi, una tribù di liguri, dimorarono sul fiume Ticino… Levi, con i Marici, che erano anche i Liguri, fondò la città di Pavia. I Libui, Libici o Lebecii (vengono citati con questi nomi diversi) hanno abitato le regioni stesse, ed erano un popolo con origine affine …derivati dai Salluvi, ossia liguri di là delle Alpi).

”,

nella

Del resto la storiografia accetta senza grandi polemiche il fatto che in Piemonte fossero stanziati i Libici (45); ecco perché risulta difficile capire come mai i libici vengono considerati provenienti dalla Libia e i Levi, sebbene originari delle stesse zone, sono detti invece di origine celtica.

Ma non solo, circola anche l’ipotesi che traduce il significato di Laevi con un generico: “a sinistra” (46). Poiché in latino laevi vuole dire “a sinistra” alcuni studiosi hanno supposto che questo termine stia ad indicare i celti stanziati “alla sinistra del Po”. Si tratta di una interpretazione difficile da condividere, poiché tutte le tribù avevano un nome. In più non risulta l’esistenza di una “tribù dextera” o “directa”. Nessuna tribù era era detta “a destra”. E poi i Levi non erano gli unici ad essere alla sinistra del Po: i Taurini e Libui, ad esempio. E ancora: questa sarebbe una tribù “a sinistra”, guardando da dove? Certamente non da Roma. I romani guardavano il mondo mettendosi loro al centro del mondo, e perciò l’ interpretazione geografica dei Levi “a sinistra”, sapendo dov’è

il Po e dov’è Roma, sembrerebbe davvero molto strana.

Perciò ci si domanda: come mai gli studiosi reputano oggi più logica questa interpretazione, che

sinceramente non sta né in cielo né in terra, piuttosto che verificare una connessione con l’omonima

e semi-dispersa Tribù israelita?

Gli storici del Settecento e dell’Ottocento, Mazzocchi, Bardetti, Capsoni, Pittarelli e Spangenberg avevano già cercato di dare delle risposte a questi interrogativi, ma i loro studi furono lasciati cadere

dagli ambienti accademici dei secoli successivi per privilegiare l’interpretazione “direzionale”, nonostante che dal 1782 si sappia che il Levi abitavano con certezza sia alla destra che alla sinistra

del Ticino (47), non si capisce perciò la spiegazione riferita al Po, poiché, come vedremo più avanti, i Levi erano stanziati tra il Monviso e le Alpi Retiche, cioè in un preciso settore delle Alpi,

e non lungo tutto l’Arco Alpino Italiano come di fatto fa il Po.

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Note:

p. 206: Ma Léger trasva, come

suole, e temendo che la sua setta non voglia esser creduta così antica come ei pretende, dagli Apostoli trapassa

…”l'inventore di questa setta

d'altro non ci parlerà che dell'antica ed irradiativa esistenza dei Valdesi di elemento progressivo di opposizione che si

sviluppa

d'indipendenza religiosa di raggi che sembrano uscire primitivamente. ; J. Léger « Histoire générale des Eglises évangéliques des vallées du Piémont ou vaudoises » , 1669, p. 164: « … cette Religion en laquelle nous vivons, n’est

di scintilla or coverta ed or luminosa

volontieri ai Profeti, siccome abbiam già veduto, e ai Patriarchi altresì.; a p. 137

44) Monsignor Andrea Charvaz, Vescovo di Pinerolo, ” Origine dei Valdesi”, 1838,

nel Nord dell'Italia di eresia inveterata che nelle Alpi si nasconde

pas feulement nôtre ,…. c’est

la Religion de nos Pères, de nos ayeuls, des Ayeuls de nos Ayeuls, … autres plus

Anciens, nos Predecesseurs …des Saints Martyrs,

Apôtres

, Prophètes » ossia, « questa religione nella quale noi

viviamo , non é solamente nostra…é la religione dei nostri Padri, dei nostri avi, degli avi dei nostri avi,…altri più antichi, nostri predecessori…i Santi Martiri, Apostoli, Profeti »;Mons. Andrea Charvaz, Vescovo di Pinerolo, ” Origine dei Valdesi”, 1838, p. 97: “ Quindi facilmente si formerà la catena di successione, ed i Valdesi nel dirizzare alberi di genealogia, troveranno di che spaziarsi a loro posta, e vi spaziano veramente, e se ne mostrano pur soddisfatti, se un solo ne eccettui, il quale di verità è di troppo difficile contentatura. Quest' è il fastidioso Giovanni Léger ; ed è per avventura il solo a cui questa gloriosa antichità è poca. Zelante , se tal vocabolo basti, dell' antichità della sua setta , volle farla risalire insino ai profeti dell' antica legge. Ma noi crediamo che, se vivesse ancora Léger, si potrebbe con buone ragioni convincere che molto più prudente consiglio sarebbe fermarsi agli apostoli, e far valere sue pretensioni sulla Chiesa cattolica” (V. Léger, Hist. gén. des égl, vaud, lib. V, 1669 p. 164). »

45) I. Khoen “le storie di Polibio da Megalopoli”, Milano, 1984, a p. 345:

popolo era Novara”.

“Libici: il luogo principale di questo

46) Siro S. Capsoni “Memorie Istoriche Della Regia Città di Pavia E Suo Territorio Antico E Moderno, Volume

fossero nuncupati quoniam juxta

Padum a laeva manu titrelinquuntur , nobis secundo flumine navigantibus ; G. Brera “Storie dei lombardi”, 1993, p. 96 : “luogo fortificato dei Levi, cioè di riva sinistra” e a p. 349: “Tribù dei Laevi, cioè della riva sinistra del Po

1, 1782: “ p. 35 p. 36: “Quindi opinò piuttosto il Sacco medefimo

che Laevi

47) Siro S. Capsoni “Memorie Istoriche Della Regia Città di Pavia E Suo Territorio Antico E Moderno, Volume 1, 1782: p. 33: “è vero, in materia di etimologia, ma non così di territorio: alla destra e s'aggiunga pure con sicurezza maggiore alla sinistra del basso Ticino abitavano i Levi…” ).

1) L’Appennino dei Levi: dal Monviso a Brescia. Nell’insieme questi studiosi del passato ci hanno lasciato prove piuttosto significative: la prima riguarda il ritrovamento di una tavola romana in bronzo detta “Tavola alimentaria di Traiano” (48) in cui appare un fondo agricolo del II secolo d.C., detto “Apennino Laevia”, ovvero montagne appartenenti al popolo dei Levi (49).Sapendo dai documenti che l’Appennino Laevia corrispondeva al Pago Florejo (50) ovvero ad un territorio che dal Monviso si estendeva fino alla Lombardia (51), il fossanese Pittarelli, nel 1790, si chiese dove fossero allora questi Appennini poiché in tale territorio abbiamo le Alpi (52). Senza troppo disquisire, come continuano a fare i nostri contemporanei, (53), appare ovvio che per ragioni a noi ignote, presso i romani deve essere in qualche modo sussistito l’uso di chiamare le Alpi anche “Appennini”, altrimenti non ci sarebbe questa corrispondenza. Anzi, su questi dati potremmo dire che i romani chiamavano “Appennini” la catena montuosa dell’Italia centrale e “Apennino dei Levi” (Apennino Laevia) il settore delle alpi Centro-Occidentali. Infatti: il Pago Florejo, cioé l’Appennino Laevia, che a sua volta coincideva col territorio dei Veleiati (54) , si estendeva precisamente dalla Valle Po fino a Milano, Mantova e Brescia . Ciò significa che le Alpi Cozie, Graie, Pennine, Lepontine e Retiche erano il territorio dei Laevi ( dal quale si escludevano le Alpi Marittime, Carniche e Giulie). Inoltre c’è una connessione fonetica tra “Apennino” e “Pennine” (Alpi Pennine). Quest’ultimo toponimo non è latino ma Ligure, la cui radice “pen”, secondo alcuni, significherebbe “monte”. Ecco quindi che tutto il ragionamento sulla dizione latina degli Apennini e sul perché e sul per come non possono essere le Alpi, verrebbe a cadere: probabilmente non stiamo parlando degli Appennini ma delle Alpi “Pennine”.

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Note: 48) Giuseppe Pittarelli “Della celebratissima tavola alimentaria di Trajano scoperta nel territorio piacentino l'anno MDCCXLVII” , Accademia di Fossano, 1790, p. 328: “Questo Monumento metallico, che ora conservasi in i Parma, fu scoperto nel 1747 da alcuni villani ne' contorni di Macinesso , terra posta ne' colli del Piacentino , dove dappoi nel 1761 furono ritrovate numerosissime le vestigie dell'antica città di Veleja. Infranto in varj pezzi da' grossolani scopritori già era destinato. Egli è composto di lamine di getto , congiunte , e lo scritto c diviso in sette colonne, la sua larghezza c di piedi. due liprandi, ed oncie dieci

49) E. Sereni, “Comunità rurali dell’Italia antica”, 1955, p. 497: “nella tavola… cum Appennino Laevia: un settore montano intero che prende probabilmente il nome dal Popolo dei Laevi…”

50) Giuseppe Pittarelli, op. cit., Accademia di Fossano, 1790,p. 119-120: “Granianus Fundd . col. 4. lin. 5., col. 6. lin. 13. Nella colonna quarta leggesi : Fund. Granianum Afranianum cum Apennino Laevia et Valerianum Laeviam in Pag. S. S. cioè nel Florejo; p. 119-120: “il Pago Florejo detto pur anche una volta Fiorito, fosse de'Velejari, veniamo a conoscere apertissimamente quanto ampiamente fosse esteso il loro paese tra il monte Vesulo, e i1 Ducato di Mantova ; questo Pago occupava il Bresciano-, il Gremasco, e parte del Milanese sin verso il Lambro

51) Giuseppe Pittarelli, op. cit., Accademia di Fossano, 1790,p. 119-120: “il Pago Florejo detto pur anche una volta Fiorito, fosse de'Velejari, veniamo a conoscere apertissimamente quanto ampiamente fosse esteso il loro paese tra il monte Vesulo, e i1 Ducato ài Mantova ; Questo ,Pago occupava il Bresciano-, il Gremasco, e parte del Milanese sin verso il Lambro…

52)

Florejo… .

Giuseppe Pittarelli, op. cit., Accademia di Fossano, 1790,p. 120

”non

mai troveremo l'Àpennino nei Pago

53) A. B. Terracini, “Linguistica al Bivio”, 1981, p. 24: “la tradizione degli scrittori classici è concorde nel concepire le Alpes come una catena della Regione Gallica….; a p. 25: “la tabula reca cum Apennino Laevia….tutte le testimonianze latine di Appenninus conoscono questa voce come nome proprio di tutta o parte della catena cui noi diamo il nome di Appennino ”

54) Giuseppe Pittarelli, op. cit., Accademia di Fossano, 1790,p. 120: qui Lo studioso ci dice inoltre che il Pago Florejo, situato nell’Appennino dei Laevi, apparteneva ai Velejati (plinio cap. 5, libro 3) cioè una tribù discendente dai Liguri (descritta ampiamente a p. 332) e ci dice anche, con precisione dove fossero ubicati: a p. 36 …”Velejati. Questi per lungo , largo, e successivo tratto stendendosi a destra, ed alquanto a sinistra del Po dal monte Vesulo sin verso il lago di Garda, occupavano del tutto , od in parte i Marchesati di Saluzzo, e di Ceva, le provincie diAlba , d' Asti, d'Acqui, d'Alessandria , di Tortona, il Bobbiese , parte del Novarese, forse parte del Pavese, ed il Bresciano ecc.”

2)Pianura Padana, Canaan e Mesopotamia. Lo stesso Terracini (55), che da una parte esclude categoricamente la possibilità che i romani confondessero gli Apennini con le Alpi, non esclude questa ipotesi e sottolinea l’esistenza di una radice ligure nel toponimo “Apennino Laevia”. Ragion per cui l’Alpe Pennina potrebbe essere stata trascritta dai romani utilizzando una contrazione derivante della lingua ligure “ad-Penninus”. Volendo ricercare una etimologia ebraica in “Pennine” apprendiamo che la radice, “Pen”, vuol dire “angolo”, “angolo del capo” , “angolo del governatore” (56) quindi “l’angolo dei Levi” che erano giustappunto le guide spirituali dell’ebraismo antico. Del resto già nel 1782 Siro Capsoni nel suo studio sulla città di Pavia aveva detto espressamente che i Levi ivi stanziati fossero appartenenti alla Tribù sacerdotale dei Levi il cui nome fu scritto senza dittongo in Plinio (cioè Levi) e due volte con dittongo “ae” in Livio (cioè Laevi), (57). Fu deciso comunque, dalla storiografia ufficiale, di ritenerli “la tribù a sinistra”, nonostante l’esistenza di ulteriori parallelismi etimologici tra la Pianura Padana, Canaan e la Mesopotamia, ampiamente analizzati da Mezzocchi nel 1741. Nello specifico lo studioso rilevò che tutti i toponimi alle foci del Po presentano radici linguistiche caldee o ebraiche (58). Lo stesso nome Pado (Po) deriverebbe da Paddan, antico nome della Mesopotamia che, come riportato nella Bibbia da Ezra e Salomone significa “Pianura campestre”. Quindi la “Pianura Padana” sarebbe un omonimo di Mesopotamia, cioè Pianura campestre, così come detto nelle Scritture e il Pado sarebbe stato così chiamato poiché è il fiume che l’attraversa (59) .

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Note:

55) A. B. Terracini, “Linguistica al Bivio”, 1981 , p. 27:

“Penninus…Ora, l’accezione di quest’ultima voce, che è un

aggettivo fatto sulla base di “penn”…è sicura: l’Alpe Pennina era la cima del Passo del Bracco e del Gran San

Bernardo, indicato come “Summo Pennino”…

gallica spiega pure bene il prefisso; il gallico conosce infatti nomi di persona (cioè aggettivi) composti “ad-

”…

una di quelle voci che il Ligure accomuni col gallico e la morfologia

é

Appenninus

sarebbe dunque “ad Penninus”.

56) (sul sito “Bible Study tools, Lessico ebraico Antico Testamento”: “Pen”= angolo, angolo del governatore, capo; sul sito “Strong ebrew dictionary “Pen= un angolo, in senso figurato, un capo, un baluardo, una torre

di Pavia E Suo Territorio Antico E Moderno, Volume 1,

dell’

antica Piceno lì riconoscono traccie innegabili di nazioni state un tempo nel Canaan: Levi, mi li permetta il dirlo, sarebbe una bella pruova, una pruova migliore, comunque a Bernardo Sacco non piaccia , che oriondi fossero i nostri

dalla Sacerdotale tribù del popolo eletto…

57) Siro S. Capsoni “Memorie Istoriche Della Regia Città

1782: “ p. 35: “….sette mari che formava il Po, nelle fosse Filicine ( lavoro de’ Filistei ) ,

e ne’

Palestini

Incontrandoli d'ordinario tal nome senza dittongo in Plinio , e con

ae dittongo in due luoghi di Livio, quella seconda lezione sembra doverli preferire. ; p. 36: “Quindi opinò

piuttosto il Sacco medefimo che Laevi nobis secundo flumine navigantibus

fossero nuncupati quoniam juxta Padum a laeva manu titrelinquuntur ,

58) (Mazzocchi, “Saggi di dissertazioni accademiche: pubblicamente lette nella nobile Accademia etrusca, dell' antichissima città di Cortona”, Volume 3, 1741, p. 22 p. 12: da che ho scorto che tutte le bocche del Pò …abbiano i loro nomi dall'Ebreo, o Caldeo, senza che possa affatto dubitarne.

59) (Mazzocchi, “Saggi di dissertazioni accademiche: pubblicamente lette nella nobile Accademia etrusca, dell' antichissima città di Cortona”, Volume 3, 1741, p.p. 7: Ora in questa Tirrenia , che intorno al Pò si distende avendo i primi abitatori trovata una pianura sì terminata, che in tutta Italia non. è altra maggiore; per la somiglianza, che vi corgeano colla loro Mesòpotamia , la chiamarono, penso io , collo stesso nome col quale chiamavano il lor Paese cioè Paddan ( siccome nella Scrittura viene spesso detta la Mefopotamia ) la qual voce per testimonianza di Aben Ezra, e di Rab. Salomone denota appunto una Pianura campestrec. E così poi dal nome Padan , che aveano messo al Paese, anche il Fiume, che vi corre per mezzo ebbe il nome di Pado : ed in vero questa congettura avea io fatta una volta intorno a questo nome del Fiume.); La Bibbia, testo ufficiale Cei, Genesi 35:9, 48: 7, 28:2, 28:6,7,10; 29:4; Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova, Perspicacia nello Studio delle Scritture, vol.II, p. 463:

Paddam: forse “pianura”, forma abbreviata di Paddam-Aram… “Paddam –Aram: Campo della Siria (Aram)”…

Oltretutto vi sono altri documenti riguardanti gli ebrei presenti nelle nostre aree geografiche fin

dall’antichità.

La stessa storiografia ebraica infatti ci conferma la grande concentrazione di ebrei in Liguria, nelle

Alpi Piemontesi e in Lombardia dall’ epoca romana e più precisamente dal II al III secolo d.C. (60)

e studi più recenti attestano grandi insediamenti ebraici (cristiani) nelle Alpi dal I secolo alla seconda metà del V secolo d. C. (61). Non solo le università israeliane hanno riscontrato queste tracce. Il Professor Linus Brunner ha ampiamente pubblicato i suoi studi sulla rivista “Helvetia Archaeologica” dimostrando che il Retico (grigionese) è una lingua semitica arcaica, molto vicina all’accadico e al babilonese. Ha inoltre riscontrato che il termine Alpi significa “pascolo” in semitico.

Vi è poi Lanfranco dè Clari che nel suo studio dal significativo titolo “L’insostenibile mito della

celticità dei Leponti” (Lugano, 2001) propende per l’origine semitica delle nostre genti alpine

ridicolizzando le forzature dell’approccio scientifico sulla “celticità”.

3)Liguri e Libici: uno stesso popolo. Essendo noi tutti a conoscenza della dispersione delle 10 tribù di Israele, deportate dagli Assiri non si sa dove (tuttora i Rabbini sono impegnati a cercarle) sorprende constatare che pur essendo dimostrata, in ambito scientifico, la massiccia presenza semitica in tutta la Gallia dall’Età del Bronzo non si accenni ad un possibile loro insediamento nelle valli alpine. Oltretutto pare che i Liguri e i Libici, finora ritenuti popolazioni distinte, siano stati, di fatto, la stessa cosa. A dircelo è Frédéric de Rougemont, geografo, storico, filosofo, e teologo svizzero, nonché Consigliere di Stato, vissuto a Neuchatel a metà ‘800 : « …un popolo dei paesi caldi, un popolo Libico, quello dei Liguri, introdottosi probabilmente fino al cuore della Gallia (62). Tra le varie fonti che associano i Libici ai Liguri abbiamo anche un poema attribuito a Hesiodo e datato all’VIII sec. a. C, riportato da Strabone, che cita in un passaggio i Liguri (63).

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Note :

60) Gilbert, Atlas of Jewish History, 1984, cartina 17 (vai a p. 20)

61)T. M. Blodgett, « Sur les traces de la dispersion- De nouvelles études de linguistique nous fournissent une pièce à verser au dossier de la dispersion d’Israël », 1994 (vedi nota a p. 22)

62) F. de Rougemont : « L'age du bronze, ou les Sémites en occident; matériaux pour servir à l'histoire de la haute

antiquité », 1866, a

introduit jusques au cœur des Gaules » (Un popolo dei paesi caldi, un popolo libico, quello dei Liguri, si é

probabilmente introdotto fino al cuore delle Gallie) ; a

Méditerranée, appartenaient à une race africaine » (I liguri, che hanno posseduto le coste del Mediterraneo, appartenevano a una razza africana) ; a p. 327 : « I Nous supposerons donc que d'Afrique et des îles italiennes et espagnoles sont arrivés sur les côtes des Gaules des tribus appartenant à plusieurs peuples libyens …Ces enfants du sud auront rencontré les enfants du nord-est, les Celtes, vers la région moyenne de cette France où le Nord et le Sud se touchent, se mêlent et s'harmonisent.( Si suppone dunque che dall’Africa e dalle isole italiane e spagnole siano arrivate sulle coste della Gallia delle tribù appartenenti a diversi popoli Libici…incontrando i Celti verso il centro della Francia, dove il Nord e il Sud si toccano, mescolandosi…).

p. 343 : « Les Ligures, qui ont possédé les côtes de la

p. 257 « Un peuple des pays chauds, un peuple libyen, celui des Ligures, a probablement

63) D. Garcia, « Les Celtes de Gaule méditerranéenne : définition et caractérisation », 2006, p. 67 : « On peut tenter une chronologie de cette Ligurie en tant qu’espace exploré, et son évolution en tant que territoire plus circonscrit. Pour cela, il faut, en premier lieu, remettre en avant un fragment épique attribué à Hésiode (VIIIe s. av. J.-C.), cité par Strabon (VII, 3, 7) d’après Eratosthène, évoquant: « Les Éthiopiens, les Ligyens et les Scythes(Fragment n° 55 Rzach 2) ». Dans cet extrait, les trois peuples mentionnés servent à marquer les limites du monde connu, dans le cadre d’une représentation spatiale de l’époque archaïque : les Éthiopiens au sud, les Scythes à l’est et les Ligures à l’ouest. (Si può tentare una cronologia di questa Liguria sia quanto spazio esplorato che come territorio maggiormente circoscritto. Per far questo bisogna, innanzi tutto, considerare un frammento epico attribuito ad Esiodo, VIII sec. a. C., citato da Strabone dopo Eratostene, evocante: “Gli Etiopi, i Liguri e gli Sciiti (Frammento n° 55 Rzach 2)” . In questa

contesto di una

sintesi, i tre popoli menzionati servono ad evidenziare i limiti del mondo conosciuto, nel rappresentazione spaziala dell’epoca arcaica: gli Etiopi al Sud, gli Sciiti ad Est e i Liguri ad Ovest).

Si tratta dello stesso poema, riportato anche in un papiro egiziano del III sec. a. C. (64), che nel medesimo passaggio li chiama Libici. Trascurando la polemica in atto tra gli studiosi italiani e francesi, che vede gli italiani convinti del fatto che gli egizi si possano essere sbagliati nel trascrivere il poema sul papiro; confondendo la lettera “gamma” con “beta” ….”cosicché “Lygiens” (Liguri) sarebbero diventati “Lybiens” (Libici)….” (65), apprendiamo che insieme ai Libici sarebbero quindi giunti in occidente i Semiti i quali avrebbero portato cultura e civiltà ai Libici stessi, agli Iberi, ai Galli, ai Celti (66). A dircelo è il già citato F. de Rougemont, nel 1866 a questo proposito scriveva che: “Libici e Liguri, che la storia ha dimenticato, sono probabilmente d’origine africana e rivendicano al tribunale della scienza i loro diritti sul territorio compreso tra i Pirenei e la Loira, fiume al quale hanno dato il nome Ligur o Ligier ”(67).

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Note :

64) D. Garcia, op. cit., p. 67 : « Ce texte (frammento di Esiodo) avait été retenu, anciennement (Arbois de Jubainville 1894, p. 11-12 ; Jullian 1920-1926, p. 110, 119) ou plus récemment (Barruol 1969, p. 148 et de manière plus nuancée p. 151) avant d’être, aujourd’hui, le plus souvent rejeté (par exemple dans Roman1997 ; Arnaud 2001) à la suite, très certainement, de la position tranchée de P.-M. Duval (1971, p. 174)dans l’édition du volume des Sources de l’Histoire de France consacré à l’Antiquité. Pour ce dernier, la critique moderne devait retirer « ce fragment à Hésiode pour l’attribuer à un poète inconnu (…) depuis la découverte d’un papyrus égyptien attribué au IIIe s., qui porte, à cette place du même vers, le nom des Libyens (…) ». (Sintetizzo: il Testo, in passato, e anche più recentemente fu ritenuto valido, prima di essere per lo più rigettato, soprattutto in seguito alla posizione di P. M. Duval, nell’attribuzione ad Esiodo. Per questo motivo la critica moderna ha dovuto ritrattare l’attribuzione di questo frammento ad Esiodo per attribuirlo ad un poeta sconosciuto…., ciò è avvenuto in seguito alla scoperta di un papiro egiziano attribuito al III sec., che riporta allo stesso posto nel medesimo verso, il nome Libici

Or, …. c’est sans doute la présence d’une mention aussi ancienne, gênante au regard

des constats archéologiques connus à l’époque, qui incite à clore aussi fermement le débat. En effet, les chercheurs italiens, par exemple, moins enfermés dans une interprétation classicisante des sources anciennes et plus au courant de la documentation archéologique, utilisent sans gêne le fragment tel qu’il est attribué à Hésiode (par exemple, encore récemment, Gambari 2004 ; Colonna 2004). Ils considèrent simplement, dans le papyrus récent, la modification du gamma en bêta comme une erreur de transcription ». (…Ora,… è senza dubbio la presenza d’una citazione così antica, imbarazzante allo sguardo delle constatazioni archeologiche dell’epoca, che incita a chiudere il dibattito. In effetti, i ricercatori italiani, per esempio, meno impuntati in una interpretazione classicheggiante delle fonti antiche e più al corrente della documentazione archeologica, utilizzano senza imbarazzo il frammento arttribuendolo ad Esiodo, per esempio Gambari nel 2004 e Colonna nel 2004. Essi considerano semplicemente, nel papiro recente, la

modificazione del gamma con la beta quale errore di trascrizione.

65) D. Garcia, op. cit., p. 67 : “…

66) F. de Rougemont : « L'age du bronze, ou les Sémites en occident; matériaux pour servir à l'histoire de la haute antiquité », 1866, a p. 5 : « c'est la présence des Sémites en Occident pendant l'âge du bronze, et leur influence

civilisatrice non seulement sur les Libyens et sur les Ibères, mais sur les Celtes des Gaules et des îles Britanniques, sur les Germains et sur les Scandinaves. Cette idée semblera peut-être un paradoxe à ceux de nos lecteurs qui sont peu au courant des discussions tout récemment soulevées par les bronzes d'un travail exquis qu'on découvre dans toute l'Europe transalpine et jusques dans le sud de la Suède. Mais, en laissant même de côté l'ai rhéologie, il nous serait aisé de citer plusieurs historie is qui, tels que M. H. Martin, n'hésitent pas à admettre que le génie de la race gauloise s'est éveillé au contact de l'industrie et du commerce des Phéniciens. Et quel est le mythologue qui, en présence du druidisme et de sa doctrine de la migration des âmes, ne recherche point les liens qui rattachent l'Occident à la terre du Nil? En poursuivant les traces des Sémites dans l'ouest et le nord de l'Europe, on est rapidement entraîné des siècles voisins de l'ère chrétienne, où florissait le commerce des Gaditains, vers les temps

(é la presenza dei Semiti in Occidente durante l’età del Bronzo, e la loro

influenza civilizzatrice non solo sui Libici e sugli Iberi, ma sui Celti delle Gallie e delle isole britanniche, sui Germani, e

les plus reculés de la haute antiquité »…

sugli Scandinavi. Questa idea può sembrare un paradosso a coloro che non sono al corrente delle recenti discussioni sollevati a proposito dei bronzi di pregevole fattura scoperti in tutta l’Europa transalpina fino al sud della Svezia).

Dalle analisi svolte sui territori semitici dell’antichità, sappiamo che esistevano tre terre semitiche e una di queste comprendente le nostre Alpi; le nostre Alpi sarebbero state parte del terzo territorio, quello occidentale «…a nord- est c’è una terza terra semitica, quella che comprende i Pirenei, la Biscaglia, la Garonna così come le Alpi Marittime(68). Oltretutto, parlando dei Taurini, gli storici dell’antichità Polibio, Strabone e Plinio il Vecchio (Naturalis Historia 18:141) li definiscono “antigua ligurum stirpis”(cioè “antica stirpe ligure”. Quindi, Liguri e non Celti.

4)Le miniere del Delfinato scavate dai semiti. Ma quello che cattura l’attenzione riguarda quest’affermazione: “In particolare, in epoca remotissima le miniere del Delfinato furono esplorate dai Semiti » (69). Se ciò è accaduto nelle miniere del Delfinato, probabilmente i semiti hanno esplorato anche le leggendarie miniere d’oro della Valle Po, posta oltretutto in vicinanza della “Via dell’Ambra” che dalla Durance passava a Embrun, Briançon, conducendo alle miniere d’oro del Piemonte per poi raggiungere le città etrusche lungo il Po (70). Noi sappiamo infatti che la Valle Po era chiamata la “valle dell’oro”. La storia a più riprese ci informa dell’enorme ricchezza aurifera di questa valle senza che nessuno sia mai riuscito a trovare le misteriose miniere dell’antichità (71). Considerata la presenza di popolazioni semitiche nell’esplorazione delle miniere alpine, viene spontaneo chiedersi per quale ragione la Tribù di Levi in Valle Po non sia stata riconosciuta in ambito accademico per quello che verosimilmente è: una tribù semitica e non celtica.

5)La tribù sacerdotale dei Levi e le venti divisioni scomparse. Stabilito infatti che i Liguri erano probabilmente Libici e che le Gallie furono praticamente invase dalle popolazioni semitiche cerchiamo ora di capire come potrebbero essere arrivati qui i Levi. La storia biblica descrive precisamente le vicende accorse a questa tribù e la sua parziale dispersione. Dai racconti (Esd 2:36-39) apprendiamo che i Levi furono portati in schiavitù in Babilonia. Successivamente tornarono a Gerusalemme dall’esilio babilonese solo quattro delle ventiquattro divisioni sacerdotali stabilite da Re Davide. La Bibbia spiega che nell’insieme i Levi erano trentottomila uomini (1Cr 23:3) con funzione effettiva, di età compresa tra i venticinque e i

cinquantanni. In questa cifra erano esclusi i bambini, gli adolescenti, gli anziani, i malati, gli imperfetti e le donne. Calcolando quindi che ne tornarono solo seimilatrecento, mentre degli altri trentunmilasettecento non si seppe più niente, é ipotizzabile che alcune delle divisioni disperse siano potute finire, chissà come, sulle Alpi Cozie (72). Sappiamo inoltre che non tutti i Levi erano tutti aggregati alla Tribù di Giuda, sconfitta e deportata a Babilionia nel 587 a. C. (73). Proprio perché avevano una funzione sacerdotale destinata a tutto il popolo, i Levi, erano sparpagliati anche nel Regno d’Israele (detto Regno del Nord), che in lotta col Regno di Giuda (con Beniamino e Simeone), si componeva delle altre 9 tribù. Gli ebrei del Regno di Israele furono sconfitti, ridotti in schiavitù e deportati in Mesopotamia dagli Assiri tra il 733 e il 722 a. C.; e questo avvenne molto prima dell’esilio babilonese che ha avuto per

I nostri Levi, quindi, potrebbero essere giunti in Valle Po in epoca

protagonista la Tribù di Giuda

davvero molto antica: attorno al 700 a. C., inquanto aggregati a qualcuna delle tribù d’Israele prigioniere degli Assiri. Tuttavia, la presenza del toponimo Hustana in Valle Po sembrerebbe indicare che da noi vi fosse, accanto ai Levi, proprio una parte della tribù di Giuda (vedi p….) ed è un aspetto, questo, che in futuro bisognerà approfondire.

In generale, è comunque necessario precisare che quella che oggi tutti noi conosciamo è proprio la tribù di Giuda fusasi con quella di Beniamino, le altre sono sparite nel nulla, tanto da essere

diventate le mitiche “10 tribù disperse”, delle quali molto è stato detto e ipotizzato nella letteratura rabbinica antica e medievale.

6)Le dieci tribù d’Israele (scomparse). A questo proposito, sebbene si tratti di un assunto che per chi proviene dalla cultura cattolica rientra in un contesto favolistico, visionario e bizzarro, intendo accennare anche alla leggenda del mitico fiume Sambatyon. Nel Medioevo, tra i maestri del Talmud, quindi tra i Rabbini studiosi delle Sacre Scritture, vi era una diffusa convinzione che il misterioso luogo dell'esilio delle 10 tribù d’Israele fosse ben focalizzato, diversamente da quello che stato il destino riservato alle altre due tribù (Giuda e Beniamino), le quali erano invece sparse per tutta la terra. La convinzione dei Rabbini, (peraltro supportata anche dai racconti degli storici ebrei quali Flavio Giuseppe così come da quelli non ebrei, quali Plinio) era che il territorio sconosciuto in cui si trovavano le tribù perdute, fosse delimitato da un mitico fiume chiamato Sambatyon. Nel IX sec. , queste fonti leggendarie, elaborate da un testo di Eldad Danita, ebbero un enorme influsso sull'ebraismo medioevale. Fu così che si radicò la convinzione che le 10 tribù perdute non si trovassero tutte in un unico punto, bensì fossero disperse in diversi nuclei: un primo gruppo che

ne

raccoglieva una parte era collocato in Asia, un secondo gruppo collocato in Etiopia; in prossimità

di

quest'ultimo, ma separato dal fiume Sambatyon, un altro nucleo, costituito da discendenti della

tribù di Levi (74). Quindi la letteratura messianica ebraica ci dice che accanto al fiume Sambatyon sarebbero insediati i figli di Mosé: cioè la tribù di Levi. Il Sambatyon viene inoltre descritto come un corso d’acqua dotato di una forza impressionante, tale

da far rotolare grandi quantità di massi e sabbia, impedendone a chiunque l’attraversamento. Questa

leggenda non ha mai abbandonato l’ebraismo. Piuttosto recentemente, il pensiero del rabbino J. Immanuel Schochet (*), apparso su un articolo sul sito Moshiach, dal titolo: “Le Dieci Tribù Scomparse”, precisa che il Sambatyon é un fiume circondato da montagne : “… le Dieci Tribù del regno del Nord di Israele, esiliate dagli assiri prima della distruzione del primo Santuario (II Re 17)…. disperse al di là del fiume Sambation e delle "montagne dell'oscurità”, anch'esse ritorneranno…”. Ora, pur restando nel campo dell’immaginario, senza voler esternare alcuna considerazione che possa andare al di là di una semplice citazione, sorprende comunque constatare la presenza dei Levi alle sorgenti del Po, “tra le montagne”, proprio come nella leggenda delle 10 tribù scomparse. Sarà un caso che i Levi siano documentati sulle sponde di fiume che fino a quarantanni fa era molto difficile da attraversare e spesso esondava violentemente? Sarà sempre un caso che come il Sambatyon, il nostro Po tuonava proprio per il gran fragore prodotto dal ruzzolio di pietre, massi e sabbia, trascinati da una corrente potentissima che rimbombava in tutta la valle? Sarà un caso che mentre tutte le valli limitrofe strombazzano la loro storia con contenuti occitanisti e quant’altro, della valle Po nessuno parla mai e sembra che nessuno la conosca nonostante la sua storia e centralità anche geografica? Come mai persino a Cuneo (capoluogo di provincia), quasi nessuno conosce la nostra valle, tanto che molti credono che sia in provincia di Torino? Come mai,

nonostante tutta la nostra storia, siamo come invisibili da 3000 anni a questa parte? Detto questo, vi sono poi altri dettagli di questa leggenda che lasciano senza parole perché evidenziano connessioni abbastanza precise con la geografia dell’Italia e del Po. Il racconto, infatti,

ci dice anche che quando i Levi furono catturati dai babilonesi vennero costretti a suonare per i

nemici. Ma loro, che erano la tribù sacerdotale che suonava solo per Dio nel Tempio, si sentirono persi di fronte a questo obbligo sacrilego. Alcuni Levi si tagliarono le dita per non suonare, altri scoppiarono a piangere disperati… All’apice della tragedia e nel bel mezzo del dramma scese di colpo dal cielo una nebbia molto fitta che avvolse i Levi completamente. Nascosti così dai loro nemici, videro aprirsi una strada illuminata da torcie e la seguirono percorrendola tutta. Il mattino

successivo si trovarono in una terra circondata dal mare su tre lati e chiusa dal fiume Sambatyon sul quarto lato (potrebbero essere il Tirreno, Ionio, Adriatico e Po ?). Secondo la leggenda, benchè nascosti da quell’epoca ad oggi oltre il Sambatyon, i figli di Mosè hanno sempre potuto comunicare con i loro fratelli della tribù di Neftali, Gad e Asher, insediatisi anche loro nelle vicinanze del fiume. Da allora i figli di Mosè, protetti dal Sambatyon, secondo la leggenda vivono lì, in quella terra misteriosa, in pace e godono di prosperità in sintonia con la loro fede e non avendo bisogno né di Principi, né di giudici, poiché ognuno lavora per il benessere della comunità, e ognuno prende dal patrimonio comune soltanto ciò che serve per sue le necessità (immagino si tratti di acqua, terreni, boschi e pascoli comuni). Le loro case sono costruite di uguale altezza, cosicchè nessuno può ritenersi superiore al suo prossimo. Tutto ciò mi sembra, per assurdo, molto simile a noi. A questo si aggiunge che, come vedremo più avanti, il toponimo Arvel (Revello) potrebbe corrispondere ad una omonima località di Galilea in cui era insediata la Tribù di Gad, cioè di una delle Tribù che stando alla leggenda, si trovano vicine al fiume Sambatyon e dialogano con i Levi. Sarà un caso anche questo?

7)L’enigma di Ezechiele. E ancora, a proposito di pensieri “visionari”, si registrano alcune strane riflessioni anche da parte dei sacerdoti cattolici. Incuriosisce una considerazione esternata da Monsignor Charvaz nel 1800 circa i nostri antenati. Guardando oltre alla derisione del Vescovo, che giudica i valdenses dei poveracci ignoranti e testoni, si avverte in sottofondo un certo senso di agitazione: quella che i valdenses potessero essere

i predestinati delle Profezie di Ezechiele nelle quali è scritto che Dio avrebbe disperso il popolo

d’Israele a Babilonia ma ne avrebbe preso un ramoscello, e lo avrebbe piantato su un’alta montagna. Che questo fosse un argomento di preoccupazione per la Chiesa Cattolica lo si deduce dalle parole dell’alto prelato: “sarebbero questi (i valdenses) l’eredità delle Nazioni, le famiglie de’ popoli stati promessi al Messia, quel regno che la Scrittura rassomiglia a una città edificata sopra un alto monte, a cui traggono i popoli d’ogni lingua e tribù? Sarebbe mai ella, in queste valli, la luce che dee illuminare tutti gli uomini, le società i cui ministri debbono far risuonare le dottrine insino ai confini del mondo?” (75). Tradotto in parole semplici e chiare, Charvaz spostando il problema ereticale sul piano profetico- apocalittico si riferì a una visione di Ezechiele.

Il Profeta Ezechiele, attraverso le sue visioni sul destino del popolo ebraico prigioniero in Babilonia,

dettò su volere di Dio questo “Enigma”( Ezechiele 17, 1-24) : “proponi un enigma e racconta una parabola agli israeliti…ecco, il re di Babilonia ha preso i re e i principi e li ha trasportati con sé in Babilonia…ha deportato i potenti del paese, perché il regno fosse debole e non potesse innalzarsi…Tutti i migliori cadranno di spada e i superstiti e saranno dispersi a tutti i venti…Io prenderò dalla cima del cedro, coglierò un ramoscello e lo pianterò sopra un monte alto e

massiccio….lo pianterò sul monte alto d’Israele…Io il Signore ho parlato e lo farò.” L’enigma quindi ci dice che Dio, preso un piccolo ramoscello di eletti del popolo d’Israele lo ha piantato su una montagna alta e massiccia, senza dire però qual’ è la montagna (e qui sta l’enigma). L’unica precisazione che Dio comunica a Ezechiele è che quella montagna è il monte alto d’Israele. Ecco quindi dove nasce l’accanimento e il bisogno di infierire su un popolo di montagna, di un’alta montagna, che diceva di originare dai profeti e che vivendo pacificamente nelle sue valli, pagava le tasse, si autogestiva sotto il profilo giuridico e sociale, ed era ben lontano dall’essere una specie combriccola di banditi. Un popolo che da secoli e secoli seguiva i suoi principi e le sue tradizioni, indipendentemente dall’Enigma dettato da Ezechiele e dai fanatismi religiosi catto-riformati.

8) I “Sacerdoti ubriaconi” nel Libro di Osea e Isaia

Un aspetto che balza all’occhio, se non fosse che i teologi assicurano che le profezie di Osea si sono già avverate e risolte col ritorno della Tribù di Giuda a Gerusalemme dopo la prigionia in Babilonia,

è la descrizione che riguarda Israele, ovvero le dieci tribù perdute, attraverso il rimprovero di Dio al suo popolo. Lo stesso dicasi circa il capitolo dal titolo “Sacerdoti e profeti barcollano a causa del bere”, che troviamo in Isaia.

In entrambi i casi viene descritta la situazione del popolo ebraico, in particolare l’infedeltà del

Regno d’Israele (cioè delle 10 tribù perdute) e il dominio assiro ed egiziano, come punizione divina. Questi i passaggi del Profeta Osea che colpiscono maggiormente. Si trovano nella Bibbia al capitolo “Dio fa il processo al popolo adultero”:

1 Ascoltate la parola del Signore, o Israeliti, poiché il Signore ha un processo

con gli abitanti del paese. Non c'è infatti sincerità né amore del prossimo,

né conoscenza di Dio nel paese.

2 Si giura, si mentisce, si uccide,

si ruba, si commette adulterio, si fa strage e si versa sangue su sangue.

4contro di te, sacerdote, muovo l'accusa.

6 Perisce il mio popolo per mancanza di conoscenza. Poiché tu rifiuti la conoscenza, rifiuterò te come mio sacerdote; hai dimenticato la legge del tuo Dio

e io dimenticherò i tuoi figli.

11

Il vino e il mosto tolgono il senno.

15

Se ti prostituisci tu, Israele,

non si renda colpevole Giuda.

18 (israele) si accompagna ai beoni;

9. 3 Non potranno restare nella terra del Signore, ma Efraim (Israele) ritornerà in Egitto e in Assiria mangeranno cibi immondi.

9.6 Ecco sono sfuggiti alla rovina, l'Egitto li accoglierà, Menfi (Egitto) sarà la loro tomba.

Dio dice quindi al Profeta Osea che Israele (ovvero le dieci tribu`perdute, che distingue dalla Tribù

di Giuda) non sarebbero più tornate a Gerusalemme ma sarebbero finite in Egitto e in Assiria.

Rimproveri simili li troviamo in alcuni passaggi del profeta Isaia al capitolo “Sacerdoti e Profeti barcollano a causa del vino”.

28:1 Guai alla corona superba degli ubriachi di Efraim (Israele),

al fiore caduco, suo splendido ornamento,

che domina la fertile valle, o storditi dal vino!

28:3 Dai piedi verrà calpestata la corona degli ubriachi di Efraim (Israele).

7 Anche costoro barcollano per il vino, vanno fuori strada per le bevande inebrianti. Sacerdoti e profeti barcollano per la bevanda inebriante, affogano nel vino; vanno fuori strada per le bevande inebrianti, s'ingannano mentre hanno visioni, dondolano quando fanno da giudici.

E` davvero strano leggere questi passaggi sapendo che: la valle Padana porta il nome della Mesopotamia (Paddan), le popolazioni delle Alpi erano semitiche, ci sono 10 tribù tuttora scomparse. Inoltre vi sono 20 divisioni di Levi (sacerdoti) che non fecero mai ritorno a Gerusalemme e sono verosimilmente tuttora in giro. L’abitudine al bere, del resto, è abbastanza tipica delle nostre valli. Detto questo, vi sono aspetti geografici della Profezia di Osea altrettanto singolari. Questi sono l’11: 8, l’11: 9 e l’11:10 in cui Dio dice che nonostante il tradimento, il vino, le gozzoviglie e l’idolatria degli israeliti, Lui, proprio perché è Dio e non è un uomo, non li distruggerà ma continuerà ad amarli e ad avrà pietà. Dio attraverso Osea spiega anche il modo in cui li riporterà Israele definitivamente a casa:

11: 8 Come potrei abbandonarti Efraim (Israele) Come potrei consegnarti ad altri, Israele?

11:9…(Io Dio) non tornerò a distruggere Efraim (Israele)

11: 10 seguiranno il Signore (gli israeliti) ed egli ruggirà come un leone:

quando ruggirà accorreranno i figli dall’Occidente, accorreranno come uccelli dall’Egitto, come colombe dall’Assiria.

Ora, Dio dice che alla fine di tutte le peripezie e gli sbagli del suo popolo, Egli perdonerà e radunerà Israele da Occidente.

E qui iniziano i nostri interrogativi che non riguardano la profezia (argomento che lasciamo ai

teologi) ma la geografia. Poiché, se appare chiaro che, come dice il versetto, l’Egitto si trovi ad Occidente della Palestina, non è per niente chiaro come questo possa dirsi per l’Assiria, che é notoriamente ad Oriente. Non dimentichiamoci infatti che la Mesopotamia (Iraq), conquistata prima dai Sumeri, poi dai Babilonesi e infine dal popolo degli Assiri, si estende tra il Tigri e l'Eufrate. Con il tempo l'uso di

questa definizione divenne di più ampio respiro, fino a comprendere anche le zone limitrofe ma sempre poste ad Oriente.

E’ ovvio dunque che di questa immensa area geografica tutto può essere detto fuorché sia situata ad Occidente di Gerusalemme. Allora di quale Assiria parla Dio attraverso Osea? Io certamente non lo so, però se supponiamo che l’Assiria in questione possa indicare la Pianura Padana, ecco che la descrizione risulterebbe perfetta. La Pianura Padana è a Occidente di

Gerusalemme e quindi i conti tornerebbero…

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Note:

ma, chissà.

67) F. de Rougemont

probablement d'origine africaine, revendiquent au tribunal de la science leurs droits sur le vaste territoire

s'étendant

ou

,op.cit., p. 304 « mais libyens, et les Ligures, que l'histoire négligeait et qui sont

des

Pyrénées

jusques

au fleuve,

la

Loire,

auquel

ils

avaient

donné

leur

nom

de

Ligur

Liger….(“Libici e Liguri, che la storia ha dimenticato, sono probabilmente d’origine africana e rivendicano al tribunale della scienza i loro diritti sul territorio compreso tra i Pirenei e la Loira, fiume al quale hanno dato il nome Ligur o Ligier ”…)

68) F. de Rougemont ,op. cit., p .205 : « Enfin, les Sidoniens en se retirant de la scène du monde, avaient légué aux Tyriens vers le nord-ouest une troisième terre sémitique, que nous connaissons déjà, et qui comprenait les Pyrénées, l'Ebre, la Biscaie et la Garonne, ainsi que les Alpes méridionales. ….("Infine, i sidoniti, ritirandosi dalla scena del mondo, avevano lasciato in eredità a Tiro al nord-ovest, una terza terra semitica, che sappiamo già, e che comprendeva i Pirenei, l'Ebra, la Biscaglia e la Garonna , così come le Alpi meridionali).

69) F. de Rougemont ,op. cit., p .205 : A une date fort reculée les mines du Dauphiné ont été exploitées par des Sémites ( In epoca molto remota le miniere nel Delfinato sono state sfruttate dai semiti….).

70) F. de Rougemont , op. cit., p. 296 : « … avait ouvert, par les Alpes méridionales, au commerce de l'ambre et de l'étain, une route si sûre que tout voyageur, barbare ou hellène, y était à l'abri de tout danger. Cette route suivait la vallée de la Durance, passait par Embrun (Ebrodunum) et Briançon (Brigantio) et conduisait aux mines d'or du Piémont (des Taurins), d'Aoste (des Salasses), de Verceil, aux cités étrusques du Pô et à la fameuse Adria….( aveva aperto dalle Alpi del Sud, il commercio di ambra e stagno, una strada così sicura che tutti i viaggiatori, ellenici e barbari, erano al sicuro dai pericoli. Questa strada seguiva la valle della Durance, passava da Embrun (Ebrodunum) e Briançon (Brigantio) e portava alle miniere d'oro del Piemonte (la Taurins), Aosta (Salassi) di Vercelli, e alle città etrusche del Po e alla famosa Adria….).

71) F. A. Della Chiesa, “Relazione dello stato Presente del Piemonte: 1635”a p. 41-42:: Nelle medefime alpi, e in quelle maffime dell' Argentera, e nelle valli di Grana, di Macra, e Po fi fono in diverfi tempi scoperte miniere di oro, e di argento, d'azzurro, onde furono Argenterà, e ValLaurìa da quei metalli denominate; così Monteorofio nella valle di Grana, e Crisolo dalla Greca parola Cryfos nella valle del Po, la quale anco per tal causa fu alle volte Valle dell’ oro chiamata. Nei monti di Demont si cava il piombo, come pure nella valle di Veraita, e ad Elva nella valla di Macra l'oro, del quale le ne trova anco nelle alpi d'Oncino, e in quelle della Rocca presso Dronero, e nelle vigne di Villanovetta,e in altre parti del marchesato di Saluzzo: le cui miniere sebbene ne' tempi de' Marchesi, e poi de' Francesi si cavassero; sono però state tralasciate per non potere gli utili eguagliar le grandi spese degli operai : e io stesso ho veduto alcune delle caverne, dalle quali le suddette -miniere si cavavano, e parlato con molti di coloro, che videro di quell' oro, e di quelle miniere. Nella valle del Po, e in quella di Macra alla Rocca, e al Villar di -s. Costanzo,

come pure in quella di Veraita a s. Pietro, e a Bellino , e in quella di Grana, e in altre parti si trovano ricche miniere di ferro, e in alcuni luoghi…Pradileves quelle di rame, vitriolo, e di alume. ……Nei monti di Villar di s. Coftanzo, e in quei di Revello si cavano diamanti, e cristaIli, i quali da valenti orefici intagliati ….”.; F. A. Della Chiesa, “Descrizione del Piemonte, vol. V, a p. 1088 : “Nel monte Bracco (Mumbrak), dietro il castello di Revello si cavano diamanti…”; D. Muletti, C. Muletti, “Memorie storico-diplomatiche appartenenti alla città ed ai marchesi di Saluzzo”, volume 5, 1838, a p. 228: cita lo studio del Conte Vincenzo Malacarne di Saluzzo“il Malacarne, pubblicato nel 1787: “ cita nel suo Ragguaglio istortea d'un'antica miniera d'oro in Val di Po, Plinio ed altri antichi scrissero che il Po volge nel suo letto arene d'oro; ciò replicarono alcuni autori delsecentoi la voce greca crysos, da cui dicono venuto il nome a Crissolo, significa oro. Tutte queste cose fecero credere all'esistenza di miniere del pregiato metallo nella valle di Po:

comunque però, non v'ha oro nelle valli che si dirimono dal Monviso”.( aggiungo io….…ma evidentemente non erano miniere , conme tutti in tempi piu recenti hanno cefcato, ma sabbia nell’acqua… il testo dice benissimo che era sabbia ,

arena nel letto del

po); Don Luigi Destre, Gianni Aimar, “Crissolo, Chiesa e Comunità”, 2006, a p. 116: “in merito

all’oro, il Parroco di Crissolo Don Lorenzo trecco (nel 1879), ribatté ancora il concetto precisando non solo che una

miniera d’oro esisteva ma anche che la fonderia primitiva si trovava a Paesana alla quale si aggiunse, in seguito, una seconda ad Oncino”.

72) La Bibbia, Testo Ufficiale CEI, 1 Cronache, 23: 3, 1988, a p.611: “ Si contano i Leviti dai trent’anni in su; uno per uno, risultarono trentottomila. Di costoro ventiquattromila dirigano l’attività del tempio, seimila siano magistrati e giudici, quattromila portieri, e quattromila lodino il Signore con gli strumenti inventati da me per lodarlo”; Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova “Perspicacia nello studio delle Scritture”, 1990, a p. 821: “Delle 24 divisioni sacerdotali stabilite dal re Davide, 16 erano della Casa di Elzearo e 8 della Casa di Itmar (1 Cr 24:1-19). Tuttavia, almeno inizialmente, tornarono dall’esilio in Babilonia solo sacerdoti appartenenti a quattro divisioni (Esd: 2:36-39). Alcuni ritengono che, per conservare la precedente disposizione organizzativa, queste quattro famiglie siano state suddivise in modo da avere di nuovo 24 divisioni. E` stata avanzata l’ipotesi (A. Edersheim “The Temple”, 1874, p. 63) che per raggiungere lo scopo ogni famiglia tirasse a sorte cinque volte per coloro che non erano tornati, formando così altre 20 divisioni alle quali furono dati i nomi originali.

73) E. Kopciowski, “Invito alla lettura della Torà” p. 272 “…i Leviti vivranno senza terra, sparpagliati fra il resto

delle tribù,…e la dispersione fra il popolo diverrà per loro segno distintivo di un ruolo di importanza determinante per il futuro: quello di guida e di insegnamento”. I Levi andarono sia col Regno di Israele sia con il regno di Giuda

chiediamo: ma com'è che ad un certo punto ci furono due regni, quello di Giuda e quello di Israele ? Ebbene,

dall'unione di 9 tribù era nato il territorio di Israele (a dire il vero 8, perché quelle di Efraim e Menashe avevano uno statuto particolare, visto che facevano capo ai due figli di Giuseppe): Issacar, Zebulon, Asher, Neftali, Dan, Menashe, Efraim, Ruven e Gad. A queste si unirono anche molto membri della tribù di Levi, a cui non era stata allocata alcuna porzione del territorio di Canaan. Perché questa divisione ? Perché ci fu una guerra civile, nel 922 a.C.: Geroboamo guidò la rivolta delle tribù del nord e la loro unione diede appunto vita al regno di Israele. A sud, Roboamo divenne re di Giuda, la cui popolazione era formata dalle tribù di Giuda, di Beniamino e di Simeone. Vi erano anche membri della

tribù di Levi. Questi eventi sono narrati del I Libro dei Re.

… Ci

Un leggendario

fiume lungo il quale sono state esiliate parte delle dieci tribù dal re assiro Salmanassar …. Il fiume è menzionato nel Targum Pseudo -Jonathan (Es. 34,10) : "Io li porterò da lì e per metterli dall'altra parte del fiume Sambatyon ". I

rabbini hanno dichiarato che le dieci tribù furono esiliati tre volte: una volta al di là del fiume Sambatyon , una volta a Daphne di Antiochia, e una volta quando la nube divino scese su di loro e li coprì (TJ, Sanh. 10:06 , 29c ; Lam. R. 2:9; cfr. Gen. R. 73:6 ). Plinio il Vecchio ( 24-79 C.E.) Ha descritto il fiume nel suo testo Di Storia Naturale, e le sue osservazioni sono d'accordo con le fonti rabbiniche . Egli ha inoltre affermato che il fiume scorreva rapidamente per sei giorni la settimana e si riposava il sabato ( 31:24 ). Questa caratteristica del Sambatyon avrebbe impedito alle dieci tribù di lasciare il loro luogo di esilio, non potendo attraversare il fiume durante i sei giorni della settimana Giuseppe Flavio , invece, ha descritto la periodicità di questo fiume in modo diverso , sostenendo che si trattava di riposo durante la settimana e che scorreva solo di sabato. Eldad ha- Dani ha sostenuto che il Sambatyon non circonda la terra delle dieci tribù , ma piuttosto quella dei figli di Mosè. ……"I figli di Mosè sono circondati

sabbia e pietre con grande

da un fiume simile ad una fortezza , che non contiene acqua, ma piuttosto rotola

74) Jewish Virtual Library- Encyclopaedia Judaica, “Sambatyon (anche Sanbatyon e Sabbatyon)”:

forza; se incontrasse una montagna di ferro potrebbe ridurla in polvere. …, al tramonto, una nube circonda il fiume, in modo che nessun uomo è in grado di attraversarlo ; circa la deportazione dei Levi, leggere la “Rivista degli studi orientali”, vol. 72, 1999, a p. 39 : “ ….nebbia che li nascondeva ai nemici, ma furono guidati lungo la strada dal faro di una colonna di fuoco. Tornato giorno essi si trovarono in una terra bagnata dai tre lati del mare e chiusa sul quarto dal fiume Sambatyon ….la fitta coltre di nebbia …funzione difensiva. Chiusi in questa terra i figli di Mosé….”; sul fiume Sambatyon vedi ancora : A. Toaff, “Mostri giudei. L’immaginario ebraico dal Medioevo alla prima eta` moderna”, 1996, in particolare le pp. 9-27: A. Rothkoff, “ Sambatyon, in Enyiclopaedia Judaica, XV”, Jerusalem 1971, coll. 1003-1006; A. Foa, “Il popolo nascosto. Il mito delle dieci tribu` perdute d’Israele tra messianismo ebraico ed apocalissi cristiana (XVI-XVII secolo)”, in M. Caffiero, A. Foa, A. Morisi Guerra (curr.), “Itinerari ebraico-cristiani. Societa` , cultura, mito”, 1987, pp. 129-160; M. Perani, “Eventi sonori nelle relazioni dei viaggiatori ebrei del Medioevo”, in «Musicae Storia», IX, n. 2, 2001, pp. 463-471.

* rabbino J. Immanuel Schochet- Ha insegnato presso le società Chabad nelle università di Yale, UCLA, Berkeley, McGill, Oxford, Londra, Città del Capo, Melbourne, e ha rappresentato le comunità ebraiche in USA, Canada ed Europa, Australia, Sud Africa, Estremo Oriente e Israele. Professore-emerito di Filosofia e religione comparata, al Humber College di Toronto (Canada), ha insegnato come coadiuvante professore di bioetica ebraica alla University of Toronto Medical School, diritto ebraico e Filosofia. Ha pubblicato più di 30 libri, e tra questi “ Mashiach: Il principio di Mashiach e dell'era messianica nella legge e della tradizione ebraica”, (che è stato tradotto in otto lingue).

75) Mons. Chavaz, op. cit. p. 260

Ra** bbi Immanuel Schoche ----t ha scritto e tenuto conferenze sulla storia e la filosofia del chassidismo e temi di

2) Gli ebrei nelle Alpi in epoca romana e paleocristiana

Come mai gli atlanti di storia ebraica segnano la massiccia presenza ebraica nel Piemonte meridionale tra il I e il V secolo d. C. e noi non ne sappiamo niente? Credo che il forte sentimento antisemita, che ha caratterizzato la cultura occidentale nel corso dei secoli su istigazione cattolica, sia la causa di una mancata comunicazione in ambito scientifico; cosicché noi continuiamo a cercare improbabili radici “celtiche” nonostante che qualche dato già ci smentisca al primo impatto tali ipotesi. E così, intanto che le università ebraiche sanno la nostra storia, la scrivono, la divulgano anche via internet, noi continuiamo imperterriti a scrivere sempre le stesse cose, a non vedere niente, a non confrontarci e a celebrare nebulose “radici nordiche” risultando anche un po`ridicoli. Sapendo dell’attenzione che gli ebrei pongono nella ricerca genealogica dubito grandemente che l’errore sia loro. Non so come facciano a sapere questo nostro passato ma credo fermamente nella loro attendibilità scientifica “a priori”. Del resto anche le università americane sono a conoscenza, con tanto di pubblicazioni, della massiccia presenza ebraica sulle Alpi italiane nei primi secoli dopo Cristo. Possibile che nonostante i toponimi delle nostre valli, le affermazioni dei nostri antenati che si dicevano discendenti dei Profeti e degli Apostoli, gli usi e costumi talmudici, i cognomi, l’impostazione sociale tipicamente ebraica, le canzoni tradizionali in ebraico, gli scritti sull’Israel dea Alpes dei Valdesi, i sambenito ecc., gli unici a continuare a credere e a sostenere di essere i discendenti di non meglio definiti “celti” (adoratori di pietre, alberi e fontane) siamo proprio noi perché oltre a non saperne più niente (a causa dell’inquisizione), abbiamo le nostre università piemontesi che continuano a raccontarci storie completamente diverse? Come mai, nonostante si viva in piena globalizzazione nessuno compie lo sfrozo di aprire leggermente gli orizzonti e leggere cosa scrivono le università israeliane, statunitensi e straniere in generale sulla storia delle nostre vallate? Tanto per citare un esempio: il professor Terry M. Blodgett, della Southern Utah University (Università americana, nella quale insegna lingua, lettereratura e storia germanica ed ebraica), afferma che nel 70 d.C in seguito all’invasione romana di Gerusalemme, migliaia di ebrei fuggirono dalla Palestina. Questi ebrei in fuga, e in particolare quelli cristianizzati, che tra l’altro parlavano aramaico, cercarono rifugio sulle Alpi italiane (76). Stando ai suoi dati, è certo che dal 450 d.C. proprio sulle nostre Alpi si sia insediata una comunità ebraica di dimensioni davvero importanti. Dalla stessa, nei secoli successivi si sarebbero poi diramati alcuni filoni migratori verso nord, in direzione di Svizzera, Austria e Germania.

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76)T. M. Blodgett, « Sur les traces de la dispersion- De nouvelles études de linguistique nous fournissent une pièce à verser au dossier de la dispersion d’Israël », 1994, pp. 64-70 :« Quand la Perse conquit Babylone, Cyrus le Grand libéra les prisonniers juifs et leur permit de retourner dans leur patrie en Palestine. Tous ne voulurent cependant pas quitter la belle ville de Babylone pour retourner dans leur pays, qui avait été détruit. Certains restèrent. Beaucoup des tribus de Juda et Benjamin retournèrent. Ceux qui rentrèrent en Palestine se trouvèrent entourés de populations de langue araméenne et ils ne tardèrent pas à adopter l’araméen comme langue de tous les jours . Il en résulte que les Juifs parlaient araméen en 70 apr. J.-C., lorsque les Romains envahirent Jérusalem et provoquèrent la fuite de Palestine de milliers de Juifs. Au cours des années qui suivirent, beaucoup de ces Juifs de langue araméenne partirent vers le nord, vers l’Europe. Les Juifs christianisés, en particulier, cherchèrent refuge dans les Alpes italiennes, et dès 450 apr. J.-C., ils y avaient installé une population importante. Au cours des siècles qui suivirent, ils se répandirent graduellement vers le nord, en Suisse, en Autriche et en Allemagne »….( Quando Persia conquistò Babilonia, Ciro il Grande liberato i prigionieri ebrei e ha permesso loro di tornare in patria in Palestina. Ma non tutti volevano lasciare la bella città di Babilonia di tornare al loro paese,

che era stato distrutto. Alcuni eimasero. Molte persone delle tribù di Giuda e di Beniamino ritornarono. Coloro che sono tornati in Palestina si sono trovati circondati da persone che parlavano l'aramaico e ben presto adottato l'aramaico come lingua di ogni giorno.

presto adottato l'aramaico come lingua di ogni giorno. Fig. 1) Gli ebrei dell’Impero Romano 100-300 d.

Fig. 1) Gli ebrei dell’Impero Romano 100-300 d. C, tratta da M. Gilbert, “Atlas of Jewish History”, Edizioni Giuntina, Firenze 1984, ( cartina p. 17).

(La riproduzione di questa cartina è stata gentilmente concessa dal Signor Daniel Vogelmann, titolare della Casa editrice “La Giuntina” , Firenze).

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(segue nota) Ne consegue che gli ebrei parlavano l'aramaico nel 70 dC. DC, quando i Romani invasero Gerusalemme e provocarono la fuga di migliaia di ebrei in Palestina. Negli anni che seguirono, molti di questi ebrei di lingua aramaica andò a nord verso l'Europa. Ebrei cristianizzati, in particolare, hanno cercato rifugio nelle Alpi italiane, e dal 450 dC. DC, avevano installato una grande popolazione. Nei secoli successivi, gradualmente si espansero verso nord, Svizzera, Austria e Germania "

).

Del resto anche l’Enciclopedia Judaica Castellana, nel capitolo dedicato al cristianesimo, riporta fedelmente l’argomento dicendo: “…i Barba inviavano i missionari in Italia per predicare il pentimento e alimentare nella Fede le pecorelle disperse di Israele, cercandole nelle valli delle Alpi…., le loro parrocchie consistevano nelle disperse tribù di Israele delle Alpi….” (77). Se a questi dati aggiungiamo la documentazione Valdese e i documenti francesi concernenti la primitiva diffusione del cristianesimo nelle Gallie, della quale tratteremo più avanti, non possiamo pensare che così tante informazioni siano frutto di una sorta di delirio collettivo Senza contare che la storiografia ebraica nostrana, da anni scrive e divulga i dati riguardanti la presenza ebraica documentata in Piemonte dal IV secolo, cioè dal 300 d. C. (78). Da questi rileviamo che ebrei a Torino dovevano essere così tanti che Massimo (79), il Vescovo, nel V secolo giunse ad esprimersi duramente, esortando i cristiani a non conversare con i giudei per non rimanere “contaminati”(80). Un tale atteggiamento significa che c’erano forse più ebrei che cristiani e non il contrario; tant’é che la Mariani Puerperari dice chiaramente che doveva trattarsi di una comunità, quella ebraica a Torino, di una certa consistenza (81). Per contro, la storiografia “canonica” affronta spesso con toni stizzosi l’argomento, sostenendo l’assurdità delle ipotesi sull’ antica presenza ebraica in Piemonte così come in Europa, e ridicolizzando gli studiosi che già nei secoli scorsi avevano notato queste cose. Solo per citare un esempio: Depping, nel 1845 contesta i documenti riguardanti la presenza di Sinagoghe a Worms e a Ulm quali prove di un insediamento ebraico in Germania dall’epoca di Cristo. Non accetta la tesi spagnola circa il ritrovamento di un epitaffio riferito ad un tesoriere di Re Salomone, morto a Sagonte (Valencia). Sottostima una iscrizione romana del IV secolo, rinvenuta nel Sisteron (Alpes-de-Haute-Provence), che menziona alcuni giudei tra gli assassini di un prefetto dell’Illiria, dicendo che questo non prova comunque la presenza giudaica nelle Gallie (82).

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77) Enciclopedia Judaica Castellana, tomo III, vocablo Cristianismo, pp. 223, 224: “Los valdenses se consideraban como el `verdadero Israel´ o según expresión de su jefe Muston, `Israel de los Alpes´. Comba y Muston hablan del éxodo y dispersión de los creyentes. Pedro Valdo es `el Moisés de ese pequeño pueblo…´. Los `barbas´ valdenses enviaban misioneros a Italia `para predicar el arrepentimiento y alimentar a las ovejas dispersas de Israel perseguido en los valles de los Alpes´. Los `barbas´ mismos, bien

versados en las ciencias, las lenguas y las Escrituras se comparaban a los `Ancianos´ de Israel, cuyas `parroquias consistían en las

dispersas tribus de Israel de los Alpes,

Pietro Valdo è il Mosé

´ “…( I Valdesi si consideravano come il vero Israele o secondo l’espressione del Suo

Capo Muston , “Israele degli Alpi”. Comba e Muston parlano dell’esodo e della dispersione dei credenti…

di quel piccolo popolo… I ` Barba ' Valdesi mandavano missionari in Italia, per predicare il pentimento e nutrire le pecore

disperdere Israele nelle valli degli Alpi . I ` Barbas ' stessi , ben esperti nelle Scienze , nelle Lingue e nelle Scritture si paragonavano agli Anziani di Israele, le cui parrocchie consistevano nelle disperderse Tribù dell'Israele delle Alpi ,…)

78) G. Massariello Merzagora, « Giudeo-italiano », 1997, a p. 12: “ La presenza di ebrei in Piemonte è documentata dal IV secolo ma un lungo periodo di silenzio si estende fino al 1424…;”M. Mariani Puerari, “Sermoni liturgici”, 1999, a p.84 …”già sul finire del IV secolo doveva esistere a Torino una comunità ebraica di una certa consistenza…”.

79) G. Massariello Merzagora, « Giudeo-italiano », 1997, p. 12; M. Mariani Puerperari, Sermoni Liturgici, a p. 84: “

ripetuti attacchi

al

fronte giudaico, tali da indurre a credere che la giovane Chiesa (torinese) se ne sentisse fortemente minacciata. Non siamo in grado

di

stabilire né l’entità dell’insegnamento ebraico a Torino, né la qualità esercitata dalla Sinagoga…”

80) M. Mariani Puerperari, Sermoni Liturgici, p. 84: “E’ certa però la durezza di Massimo (vescovo di Torino) che esorta a evitare la conversazione con gli ebrei ritenendola una “grande contamonazione”…

81) M. Mariani Puerari, “Sermoni liturgici”, 1999, a p.84 …”già sul finire del IV secolo doveva esistere a Torino una comunità ebraica di una certa consistenza…”.

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Anzi, lo studioso dopo lunghi ragionamenti tendenti alla negazione assoluta di queste ipotesi, sistema tutti in un sol colpo, ebrei e montanari delle Alpi, aggiungendo lapidario: “l’iscrizione trovata nel Sisteron prova solamente che lì c’é stato qualche giudeo, può darsi tre o quattro, in mezzo ai banditi che infestavano le Alpi » (83). Argomenta poi questa sua opinione sostenendo che lo spirito nazionalista ebraico, così come le loro leggi avrebbero impedito di comunicare con i popoli occidentali; quindi non sarebbero penetrati nei paesi stranieri prima della distruzione del Tempio di Gerusalemme. Secondo Depping nessun giudeo sarebbe uscito dal suo territorio prima della schiavitù ad opera dei romani, che successivamente li deportarono in occidente (84).

Naturalmente non mi trovo molto d’accordo con Depping e con chi ancora oggi ragiona come lui. Prima di tutto, perché si parla sempre e solo di Giudei, ben sapendo che la storia ci dice che in epoca pre-cristiana non furono solo i Giudei (Tribù di Giuda), gli ebrei costretti a sparpagliarsi per il mondo antico, ma tutte le altre tribù ebraiche, compresa una parte della tribù di Levi che per sua stessa funzione non poteva abbandonarle, seguendone il destino. Inoltre sappiamo che gli ebrei sulle Alpi c’erano eccome, ed erano sicuramente molti più di tre o quattro, vista la presenza dei Levi che per ruolo e funzione avevano l’obbligo di insediarsi all’interno delle loro tribù.

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Note :

82) G. Depping, « Les Juifs dans le moyen âge », Didier 1845, a p. 2 : « On a voulu reculer beaucoup l’ epoque des premiers établissements des Juifs en Europe. A Ulm et à Worms, en Allemagne, on a prétendu posséder des actes prouvant qu'il y avait des synagogues dans ces deux villes à l'époque de la mort de Jésus-Christ. En Espagne, on a produit une prétendue épitaphe d'un trésorier du roi Salomon, mort à Sagonte. En France on n'a pu trouver de monuments aussi antiques; cependant on a cherché à inférer d'une inscription faite sous le règne de Constance, et mentionnant des Juifs parmi les assassins d'un préfet d'Illyrie, qu'à cette époque les Juifs étaient établis dans les Gaules » …. (si voluto retrocedere parecchio l’era di insediamento di ebrei in Europa. A Ulm e Worms, in Germania, si è preteso di possedere gli atti a comprovanti la presenza di sinagoghe in entrambe le città al momento della morte di Gesù Cristo. In Spagna, si è prodotto un presunto epitaffio di un tesoriere del re Salomone, che morì a Sagonte. In Francia non siamo riusciti a trovare monumenti coi antichi, ma abbiamo cercato di avvalerci di una iscrizione risalente al regno di Costanzo, menzionante degli ebrei fra gli assassini di un prefetto di Illiria, per sostenere che in quel momento gli ebrei si erano insediati in Gallia….).

83) G. Depping, « Les Juifs dans le moyen âge », Didier 1845, a p. 2 Quant aux prétentions des Juifs d'Espagne et d'Allemagne, la critique n'a pas eu de peine à en montrer l'absurdité, et l'inscription trouvée auprès de Sisteron prouve seulement qu'il y avait quelques Juifs, peutêtre trois ou quatre, parmi les bandits qui infestaient les Alpes . …( Per quanto riguarda le rivendicazioni degli ebrei dalla Spagna e dalla Germania, la critica non ha avuto difficoltà a mostrare l'assurdità e l'iscrizione trovata da Sisteron prova solo che ci sono stati alcuni ebrei, forse tre o quattro, tra i banditi che infestavano le Alpi).

84) G. Depping, « Les Juifs dans le moyen âge », Didier 1845, a p. 2 : « Avant que la Judée fût subjuguée par les Romains, sous le commandement de Pompée, il n'est pas probable que les Juifs se soient répandus chez des peuples éloignés. Leur esprit national et leurs lois les portaient à n'avoir point de communications avec les peuples occidentaux; mais depuis qu'ils obéissaient à Rome, ils ne purent plus éviter ces communications; et quand leur capitale fut prise et renversée, la nécessité les força de chercher une autre patrie. C'est donc depuis cette époque qu'il faut s'attendre à les voir pénétrer dans les pays étrangers…("Prima che la Giudea fosse conquistata dai Romani sotto il comando di Pompeo, è improbabile che gli ebrei si possano essere diffusi tra popoli lontani. Il loro spirito nazionale e le loro leggi li portavano a non avere comunicazione con le nazioni occidentali; solo in seguito alla loro obbedienza a Roma, non poternono più evitare tali comunicazioni e, quando il loro capitale fu occupata, la necessità li

obbligò a cercare un'altra patria. Dunque è da quella data che dovremmo aspettarci di vederli entrare in paesi stranieri

”).

3) I valdenses e lo Shabbat I “valdenses” erano anche chiamati Sabbatati o Insabbatati. Termini derivanti ovviamente da Shabbat e non certo da “zabata” (ciabatta) o da “sabot” (dal francese sandalo di legno, zoccolo) che secondo alcuni studiosi (85) erano di foggia aperta e lasciavano i piedi nudi. I Barba li avrebbero indossati per imitare i francescani (non si sa come, visto che i francescani vengo dopo Valdo) (86). Indubbiamente Valdo, innestandosi sul valdismo già esistente introdusse novità e comportamenti importanti, che però non possono essere omologati come se fossero stati la caratteristica universale l’intero valdismo.Il fatto poi che i valdenses di Paesana, all’errore 53 del tribunale inquisitoriale (vedi capitolo precedente) avessero dichiarato di osservare la Domenica non esclude che osservassero anche lo Shabbat, cioè il sabato quale giorno festivo come documentato dalla Chiesa valdese. Sappiamo infatti che esistevano sicuramente più valdismi o più forme di valdismo e quella dei Leoniti di Paesana apparteneva al tronco principale, il più antico, che traeva le sue origini dall’ebraismo. La storia ci dice che i “Barba itineranti”, che con Valdo si mossero in predicazione votandosi al celibato, probabilmente non furono le uniche guide spirituali valdenses, sennò il valdismo prima di lui non sarebbe esistito. Del resto se non ci fosse stata una radicalizzazione religiosa sul territorio, e se il movimento fosse stato concepito in modo ascetico e itinerante, a cosa sarebbero servite le “Sinagoghe delli heretici”? E`implicito infatti che in una Sinagoga si seguisse lo Shabbat. I documenti a questo proposito ci dicono che l’inquisizione distrusse parecchie Sinagoghe in Vallis Paysana: praticamente una in ogni gruppo di case prese di mira. Ciò lascia supporre che tutti gli uomini avessero una responsabilità spirituale, fossero sposati e per nulla inclini a camminare per le Alpi con i “sabot”. Lo stesso Euan Cameron sostiene che il valdismo é stato una religione popolare di laici, “fondata sulla tradizione orale nella quale la dottrina sarebbe passata soprattutto attraverso i proverbi e l’ elevata moralità” (87), e ciò prima che con Valdo i Barba iniziassero la predicazione itinerante con tanto di Bibbia alla mano. Ma non solo, Grado Merlo, ne “Valdesi e Valdismi medievali”, a questo proposito ci dice che a Milano, già prima del 1206 i valdesi avevano la loro “Schola”(88), quindi una sede stabile. Teniamo poi conto che gli insediamenti storici della Valle Po erano tutti ad una quota approssimativa di 1000 metri e piu`. Quello che è oggi il villaggio di Paesana, a fondo-valle, praticamente fino al 1700 non esisteva; era una sorta di palude. Va da se che se forse qualche Barba itinerante poteva permettersi di morire per la fede, questi uomini di montagna non potevano mettere a repentaglio la loro vita facendosi prendere “dall’estasi religiosa”, camminando praticamente a piedi “nudi” e affondando le estremità in due metri di neve ghiacciata a spasso per i sentieri delle Alpi o facendosi mordere da una vipera, ferendosi, oppure scivolando giù per le scarpate a causa dell’erba bagnata e della poca stabilità sui piedi. Erano padri di famiglia: dalla loro stessa vita dipendeva quella di molte persone, anche quella degli anziani e delle donne vedove della comunità. Quindi oltre che dover sostentare la propria famiglia, gli uomini “valdenses”, svolgevano il lavoro essenziale anche per i più deboli (attraverso le röide). Le vedove con bambini piccoli e anziani che non erano in grado di svolgere da soli i lavori del vivere quotidiano erano aiutati dalla röida (89) ( letteralmente “ruota”); cioè dall’ insieme degli uomini del villaggio che ogni dieci giorni, o quando più urgente, si riunivano per svolgere le mansioni pesanti e necessarie per la loro sopravvivenza:

abbattere gli alberi, spaccare la legna, aggiustare i tetti delle case, far partorire le mucche, aggiustare gli attrezzi agricoli, fare i formaggi, macellare il bestiame, tagliare il fieno e l’erba per le mucche, pulire le stalle, ecc. Poiché è ovvio: le donne collaboravano e aiutavano attivamente ma stando al seguito, chi di fatto svolgeva le mansioni pesanti e difficili erano gli uomini.

Detto questo e, come se non bastasse, abbiamo anche le Sinagoghe degli eretici e ci si chiede come gli inquisitori potessero chiamare Sinagoga i templi dei valdenses se questi non fossero stati in qualche modo associati agli ebrei o comunque ritenuti vicini a loro “nell’errore”.

Per tutte queste ragioni, e non da ultimo il fatto che il Valdismo di Valdo si sviluppa in area “valdenses (montanara)” che è il territorio della tribù di Levi, non mi sembra così assurdo ipotizzare che Sabbatati derivi più facilmente da Shabbat che non da sabot. Inoltre, tutte le polemiche fatte per trovare incoerenze e strane spiegazione sul perché alcune volte i valdesi fossero chiamati Sabbatati e in altri documenti Insabbatati, ci tengo a precisare che questo apparente dissonanza non significa affatto nel primo caso osservassero il Sabato o avessero i sabot e nel secondo caso non osservassero il Sabato o non portassero i sabot. E’ semplicemente una questione dialettico- grammaticale-fonetica. Nella parlata d’alta montagna, nelle frazioni di Paesana ad esempio, quell’”in” è un rafforzativo e non una negazione. In dialetto, dire “a sùn en -sabatà” vuol dire “fanno il sabato” “sono nel sabato”. Del resto è sufficiente ragionare un po’ per capire che

si tratta di una forma grammaticale di derivazione francese. Il gerundio, in francese si esprime con

en+ il verbo, ad esempio: “en disent” (dicendo) “en buvant” (bevendo) “en cherchant”(cercando). Ne consegue che “en” non è mai una negazione ma, al contrario è una forma attiva che implica un’azione. Del resto qualche esempio lo abbiamo anche in italiano: quando si dice “insabbiato”, che

è l’azione e il risultato dell'insabbiare o dell'insabbiarsi, a nessuno viene in mente che possa

significare “senza sabbia”. Esiste una consistente letteratura che pur prescindendo dalla grammatica, vede negli insabbatati l’uso di ossevare lo Shabbat, negando l’interpretazione che vuole a tutti i costi cercare connessioni

con i sabot. In particolare E. White (90) ha descritto molto esaurientemente il contrasto tra i Valdesi

e la Chiesa di Roma proprio per l’uso dei primi nell’osservare lo Shabat e da ciò il nomignolo

“Insabbatati”. Non mancano critiche anche recenti che giudicano questa “una vecchia interpretazione” (91) e pertanto liquidano la faccenda con una sommariamente smentita. In pratica la White sosteneva che una delle cause principali che segnarono la separazione tra valdesi e cattolici riguardava proprio l’uso dei primi nell’osservare il Sabato ebraico. Secondo la studiosa, la Chiesa romana nutriva un tale odio verso l’osservanza del Sabato che gli stessi valdenses, offuscati e sconcertati dal clima venutosi a creare, finirono con l’osservare il Sabato biblico astenendosi dal lavoro la domenica. Samuele Baiocchi nel contestare con forza l’analisi della White dice che si tratta di una interpretazione del tutto superata poiché “è sicuro che i valdenses indossassero i sandali”. Béh, se la Valle Po fosse in Sicilia forse si potrebbe dubitare di quanto detto dalla White, ma sfido chiunque a convincere qualsiasi paesanese di ieri e di oggi ad indossare i sandali in pieno inverno, (che da noi è rigidissimo e inizia ad ottobre per finire a volte ad aprile-maggio) con un tempo di sopravvivenza massima di mezza giornata, e non di più. Quella dei sandali è una interpretazione così assurda, tenuto conto del clima, dell’ubicazione dei villaggi posti tra i 1000 e i 1200 metri di quota e degli inverni, che mi chiedo come si possa avere il coraggio di esternarla senza avvertire un minimo senso di vergogna. Forse chi ha scritto e sostiene ancora oggi tale presunta “verità” considera noi e i nostri antenati dei poveri trogloditi cerebrolesi con quoziente intellettivo e capacità critica pari a zero; tanto ritardati e deficienti da accogliere senza banfare una simile idiozia. Quindi, per chiarire una volta per tutte le idee riguardanti le calzature dei montanari dell’Alta valle Po, sintetizziamo che queste erano di tre tipi: le “cussìe”, le “socche” e le “succhëtte”, cioè le“scarpe”, gli “zoccoli”, gli “zoccoletti”. Come del resto già ben spiegato sui “Quaderni di Ostana” (92) i modelli differivano in qualità e robustezza a seconda che fossero destinati agli uomini o alle donne. Inoltre, le “suchëtte”, cioè gli “zoccoletti” erano esclusivamente femminili e venivano adoperate solo in casa o per compiere piccoli spostamenti che non implicavano la necessità di far forza sulle caviglie e avere molta stabilità sui piedi. Le “cüssìe”. Le cüssìe degli uomini erano in pelle di vacchetta molto resistente. Alte fin sopra la

caviglia venivano allacciate con stringhe di cuoio, proprio come i moderni scarponi. Utilizzate per

svolgere lavori pesanti e spesso in discesa, quali taglio del fieno e della legna, le “cussìe” garantivano ampia stabilità sui piedi e loro suola era in gomma. Le cussìe femminili, non differivano molto: erano, anche questi, stivaletti alti sopra la caviglia chiusi con stringhe. Venivano però prodotte con pellame di scarsa qualità ed erano spesso di colore rosso con in punta un pezzo di metallo giallo, detto chapin. Le “soche”. Erano uguali alle “cüssìe” in tutto, salvo nella suola che era di legno. La tomaia in pelle le rendeva in tutto e per tutto simili a scarponi chiusi e allacciati (93). Si utilizzavano per i lavori nella stalla, per raccogliere le patate e per andare al pascolo mentre per i lavori più impegnativi si usavano, come già detto, le “cussìe”. Infine. Molto rari in valle Po sia le soche basse”, cioè gli zoccoli senza chiusura alla caviglia, sia i “sabò” (sabot) ossia gli zoccoli tutti in legno e perciò privi della tomaia in cuoio. Questi modelli giungevano dalla pianura attraverso il mercato di fondo valle e venivano a volte comprati per i vecchi che non li utilizzavano per lavorare ma solo per passeggiare un po’. Inoltre sembra che fossero più caldi e leggeri delle “socche”, ma assolutamente inadatti a muoversi per i pendii con carichi pesanti e gerle sulla schiena.

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85) Charvaz, Storia dei Valdesi, op. cit., p. 38: “ Zabatatesi « vogliono piuttosto essere chiamati da zabata « ( ciabatta o zoccolo ),

anziché Cristiani da

seguaci miravano, era di formare un ordine religioso. Essendo loro andato fallito il disegno, riuscirono a formare una setta. Si chiamano altresì Sabbatati e Insabbatati ( Sabbatati, Insabbatati, Xabatenses ), perciocché volendo nel loro superstizioso modo

in ogni cosa , o per meglio dire dal capo ai piedi imitare gli apostoli, portavano, secondo alcuni, una specie di calzari tagliati al di

sopra, in guisa che nudi i piedi lasciavano vedere ; o, come altri vogliono, una sorta di ciabatte o zoccoli segnati di una croce, o

di un altro segno a foggia di scudo , avvisando che di tal figura stato fosse il calzare degli apostoli, quantunque la scrittura , dai

Valdesi a torto ed a sproposito citata , nulla ci dica su questo rispetto”. Aggiungo io: il fatto che la storiografia valdese non menzioni questi strani calzari lascia supporre che questo appellativo potrebbe riguardare eretici “valdenses”, cioè montanari, che osservavano lo Shabat.

p. 138: “…Valdo ed i suoi primi

Cristo. Pongono sui calzari la croce…. i sandali loro coronano….”; a

86) Monsignor Andrea Charvaz “origine dei valdesi”, op. cit.

distinguersi dagli altri cristiani (ma, aggiungo io, non è possibile visto che rifiutavano la Croce e per causa di tale rifiuto della croce finivano al rogo) e ciò fece che fossero chiamati Sabbatati ed Insabbatati. Quindi pare che i Sabbatati fossero soltanto quelli che aveano il calzare segnato dalla croce, cioè i Perfetti, e che i semplici credenti fossero detti Isabbatati”.

p. 140 “Portavano gli zoccoli su cui era figurata una croce per

87)Euan Cameron, The Reformation of the Heretics. The Waldenses of the alps (1480-1580, Oxford 1984, XVII-p. 291)

88) Grado Merlo, ne “Valdesi e Valdismi medievali”, Torino 1984 a p. 21, “C’è da considerare che i valdesi ebbero in Milano buoni rapporti con l’organismo comunale, che prima del 1206 aveva loro concesso “quoddam pratum nel quale era sorta la loro Schola”

89) dizionario piemontese online: röida= lavoro pubblico

90) E. White « The Great Controversy », 1911, 2008 p. 65 : « Among the leading causes that had led to the separation of the true church from Rome was the hatred of the latter toward the Bible Sabbath. As foretold by prophecy, the papal power cast down the truth to the ground. The law of God was trampled in the dust, while the traditions and customs of men were exalted. The churches that were under the rule of the papacy were early compelled to honor the Sunday as a holy day. Amid the prevailing error and superstition, many, even of the true people of God, became so bewildered that while they observed the Sabbath, they refrained from labor also on the Sunday. » (Tra le cause principali che avevano portato (i valdesi) alla separazione della vera Chiesa di Roma era l'odio di questi ultimi verso il sabato biblico. Come preannunciato dalle profezie , il potere papale offuscò la verità. La legge di Dio fu gettata nella polvere, mentre le tradizioni ei costumi degli uomini furono esaltati . Le chiese che erano sotto il dominio del papato furono presto costrette ad onorare la Domenica come giorno sacro. Tra l'errore prevalente e la superstizione , molti , anche del vero popolo di Dio , rimasero così sconcertati che mentre osservano il sabato , si sono astennero dal lavoro anche di Domenica”).

91) Samuele Baiocchi professore di Filosofia e Storia della Chiesa presso la Andrews University , nel 2001 scrive questa replica sull’interpretazione che lega lo Shabbat agli “insabbatati”: S. Baiocchi “Endtime issues n.87: a reply to criticism, part 1 “The use of E. G. White’s writings in interpreting scriptures”, 2001:. « Did the Waldenses Observe the Sabbath? A second example of existing inaccuracies in the Great Controversy, is the reference to the observance of the Sabbath by the Waldenses. Ellen White wrote:

"Through ages of darkness and apostasythere were Waldenses who denied the supremacy of Rome, who rejected image worship as idolatry, and who kept the true Sabbath. »….

…What they have found in some documents are references to the insabbati, a common nickname for the Waldenses. In the past some uninformed readers have taken this term to mean that the Waldenses were Sabbathkeepers. It is possible that Ellen White was influenced by this old interpretation. Unfortunately the term insabbati has no connection to Sabbathkeeping. As Adventist Church

Historian, Daniel Augsburger explains in the symposium The Sabbath in Scripture and History, the Waldenses were often called insabbati, not because they kept the Sabbath, but because the wore sandals. "The Latin word for sandals is sabbatum, the root of the Spanish zapato and the French sabot. (Un secondo esempio di inesattezze esistenti nella Grande Controversia, è il riferimento all'osservanza del Sabbath per il Waldenses. Ellen White ha scritto: "in un’ Era di oscurità e apostasie, i Waldenses hanno negato la supremazia di Roma, rifiutato il culto

idolatria e osservato il Sabbath.”… “Vi sono alcuni documenti che si riferiscono agli insabbati, un

delle

immagine poiché

soprannome comune per i valdesi. In passato alcuni lettori non informati hanno adottato questo termine per indicare che i valdesi osservavano lo Shabbat. E 'possibile che Ellen White sia stata influenzata da questa vecchia interpretazione. Purtroppo il termine insabbatati non ha alcun legame di con il Shabbat. Lo storico della Chiesa Avventista, Daniel Augsburger spiega nel

che i Valdesi sono stati spesso chiamati insabbati, non perché hanno

mantenuto il sabato, ma perché la indossavano sandali. La parola latina per i sandali è sabbatum, la radice è zapato in

simposio “Il sabato nella Scrittura e nella Storia”,

spagnolo e in francese Sabot

”)

92) AA.VV.,“Ostana”,op.cit. Quaderno n.3 , Civico Museo etnografico, 1999, pp. 48, 55, 56.

93) AA.VV. ,“Ostana”, op.cit. quaderno 3, p. 48.

4) Gli appellativi “Bar-ba e Bar-bet” Anche gli appellativi “Barbet”e “Barba”, se visti in quest’ottica, suonano strani: sono davvero parole piemontesi, oppure potrebbero essere parole dette in un’altra lingua? I valdesi, per distinguersi, avranno attinto dall’ebraico? In piemontese i valdesi sono chiamati “Barbet” sia al plurale che al singolare. I “Barbet” sono la comunità, così come il singolo individuo è il “Barbet” (è l’articolo che stabilisce il plurale o il, singolare). Il “Barba” è un “anziano”, è una guida della comunità. Ora, volendo riflettere su questi appellativi, sorge il dubbio che queste parole potrebbero non essere quello che noi siamo abituati a credere comunemente, cioè che siano sinonimi dialettali delle parole: “valdese”=Barbet e “zio”=Barba. Bar-Bet, in aramaico significherebbe “Figlio-della Casa”- (Tempio?) inquanto “Bet” è una forma contratta di Bayt (94) che significa appunto “casa”, la quale corrisponde nella sua forma estesa al nostro termine “bayta”; mentre “Bar”, come spiega chiaramente Richard Bauckham (95), risponde all’uso ebraico di distinguere le persone specificando di chi fossero figlie. Cosicché, come avviene anche da noi che in Valle Po diciamo “X ’d’Y” ( es: Menni ‘d’Teu, Bep ‘d’ Giacu…, ossia Domenico di Stefano, Giuseppe di Giacomo ecc.) gli ebrei dicevano “X bar Y”, ossia : “X figlio di Y”. Similmente, Bar-Ba potrebbe essere una forma contratta, ancora dall’aramaico, per non palesare la parola Padre o Maestro (Abba) (96), poiché vietato da Matteo 23:9-10: “E non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. E non fatevi, chiamare “maestro”, perché uno solo è il vostro maestro, il Cristo”. Tuttavia, Bar-Ba potrebbe anche essere tradotto in “Figlio–che conosce”, cioè “Figlio –Sapiente”. E, riflettendo ancora, la radice “ba” potrebbe anche essere una contrazione di “Banah” ossia “Costruttore”. Ne consegue che “Bar-Bet che indica genericamente il valdese singoloe i componenti dell’intera comunità, distingue il “Bar- Ba”, in quanto colui che tra i Figli del Tempio è la Guida, il “Figlio-Sapiente”, il “Figlio-Guida”, “il Figlio “che costruisce”, che “mantiene la Casa”, cioè colui che ha l’ autorità morale: il Rabbino o Pastore che dir si voglia. Inoltre, tutti sappiamo che il termine “Barba”, utilizzato ancora oggi in tutto il nord-Italia, non indica semplicemente un grado di parentela (lo “zio”) ma ha un significato molto più esteso; è un appellativo di riguardo, o più ancora di rispetto, verso qualsiasi uomo adulto, anche sconosciuto, appena incontrato per la strada. Costui, soprattutto in passato, veniva salutato per primo: donne, bambini e uomini più giovani gli si rivolgevano con un ossequioso “Bundì Barba!” (Buongiono Barba!). Inoltre, il significato di “zio” forse potrebbe avere qualche connessione con la preghiera ebraica del sabato che invita lo “zio”, ossia il Rabbino ad entrare in Sinagoga . Il canto del venerdì sera che viene cantato nelle sinagoghe per celebrare l’arrivo del Sabato dice così: “Lecha Dodi (97), che tradotto significa: “vieni, o mio caro (zio)".Letteralmente tradotto“Dodi” vuol dire: “caro”, “amato”, ma vuol dire anche “zio”. Cosicché si constata un ulteriore parallelismo: il Rabbino viene chiamato “zio”, anche il Barba è chiamato “zio” (98).

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94) A. Room “Placenames of the world: origins and meanings of the names for 6,600 countries, cities, territories, natural features, and historic sites” , 2006 a p. 57 : “Bethany , the Biblical village, has an aramaic and hebrew name, meaning “hause of poverty”, from “bet” – “house of”( cosrtruct state of “bayt”, “”house”)….(il villaggio biblico di Betania, ha nome sia aramaico che ebraico che significa “casa della povertà, da “bet”- “casa di” (la cui radice è “bayt”, “casa”); Aramaic (Assyrian/Syriac) dictionary and phrasebook, 2007, a p. 40 : “ Bet : Hause, building ( Bet: casa, palazzo)

95)R. Bauckham « Jesus and the eyewitnesses : the Gospel as eyewitness testimony », 2007, p. 79 : “X son of Y” (aramaic Bar, hebrew Ben)….for exemple Bar Simon, Bar Yeshua…”Bar” is the Aramaic word for “son” ( X figlio

di Y, in aramaico Bar, in ebraico Ben… “figlio”…).

96) F. Youngblood, Bruce Frederick Fyvie, R. K. Harrison “Nelson's Student Bible Dictionary: A Complete Guide to Understanding the World of the Bible, 2005, a p. 1: Abba (ab’bah) father- an aramaic word

aramaica di

per

esempio Bar Simon, Bar Yeshua…”Bar” è la parola

97) Lekhah Dodi (Ebraico: לכהדודי; anche traslitterato Lecha Dodi, L'chah Dodi, Lekah Dodi, Lechah Dodi;) è una canto liturgico ebraico recitato il venerdì al crepuscolo, solitamente dentro sinagoga, per dare il benvenuto a Shabbat (Sabato) prima dei servizi della sera (funzione). Fa parte del rito di “accettazione” del Sabbath ebreo.

98) sul sito internet : Ivrit bkalut- Hebrew is easy , si legge : « Dodi= oncle (dodi = zio)….my uncle= dodi (mio zio= dodi) » ; sul sito arabo Yabiladi. com, alla voce « Le nom Muhammad dans la Bible ! » é scritto: « dans le chapitre 5 du Cantique des Cantiques…est le fait que les termes Chéri (dodi)et ami (rai), peuvent aussi être traduit par oncle et voisin. En effet, dodi est traduit seize fois par oncle, dans toute la Bible » (al capitolo quinto del Cantico dei

fatto i termini « caro » (dodi) e amico (rai), possono essere tradotti con « zio » e « vicino ». In effetti

“dodi” è tradotto in tutta la Bibbia sedici volte con “zio”…

Cantici…

di

5) I toponimi di probabile radice ebraica ed aramaica Anche i toponimi presentano alcune particolarità che andrebbero approfondite, per cercare di verificare la possibile origine levitica delle popolazioni “valdenses”. Prendendo in esame tre valli alpine piemontesi, delle quali una è proprio alle sorgenti del Po e l’altra immediatamente a fianco rileviamo che i toponimi potrebbero essere nelle lingue aramaico ed ebraica. Certo, in questa sede non si pretende di offrire una risposta corretta ed esaustiva agli interrogativi che gli stessi ci pongono anche perché io, professionalmente parlando, sono architetto, ricercatrice in storia dell’architettura e non in lingue antiche. Tuttavia, pur rimanendo nell’attesa di una opinione qualificata da parte di istituti universitari intenzionati a verificare l’ipotesi di una possibile origine semitica dei toponimi, intendo comunicare alcune piccole constatazioni che gradirei venissero prese in considerazione. Sono talmente convinta della mia intuizione che non mi preoccupo affatto di correre il rischio di venir tacciata per ignorante, incompetente, presuntuosa e näif. Del resto, il mio atteggiamento è più legato al pormi delle domande, di fronte a delle palesi evidenze, che non al fornire rigidi responsi.

Vallis Peysana (Valle Po). Il topomimo Peysana o (Paysana, Paysanae a seconda delle trascrizioni e tenendo conto che le variante non modifica il testo poiché in aramaico la “e” si pronuncia anche “a” indifferentemente), più volte analizzato da molti studiosi e comunque sempre considerato una parola composita (“Padus”- “Zana”, ecc.) potrebbe derivare dall’aramaico pey= “bocca”, e per estensione “parola”, “espressione”, “discorso” e sana= ”mettere da parte”(99), cioè “chiudere”. La parola aramica “sana” viene comunemente tradotta con “odio”, ciò nonostante doveva avere anche altri significati poiché sono molti gli studiosi che discutono la corretta traduzione -dall’aramaico in greco- del Vangelo di Luca. In Luca 14: 16 si legge infatti questa frase detta da Cristo: “Se uno viene a me e non (sana) odia suo padre e sua madre e moglie e figli e fratelli, si, e persino la propria vita, non può essere mio discepolo”. E’ ovvio che la parola aramaica, sana =odio, nel contesto specifico, significa “mettere da parte”, poiché non ha alcun senso pensare che Cristo dicesse ai suoi discepoli di seguirlo e odiare i genitori, tenuto conto, oltretutto, che a proposito dell’odio, la Bibbia dice che “chi odia è un assassino”. Cristo, fautore dell’amore universale, avrebbe mai potuto dire, odia la tua famiglia e seguimi? Quindi Vallis Peysana potrebbe significare la “Valle della bocca chiusa”= “Valle che non parla”= “Valle del silenzio” . E questa è una prima ipotesi. Seguendo però il ragionamento di chi ha voluto indicare nel termine Pey il fiume Po e nel Sana il torrente Zana (che gli scorre a fianco) il significato è ugualmente adattabile, pur cambiando completamente. “Pey” indicherebbe fisicamente il Po e “Sana” il suo affluente. A questo proposito, coloro che come me hanno superato la cinquantina d’anni ricordano la “voce” del Po prima che le sue acque fossero deviate e incanalate negli anni ‘70 nelle tubature della centrale idroelettrica. Il Po di fatto“parlava” nel senso che aveva veramente la voce; e quando era in piena il suo “discorso” lo si sentiva persino nel centro del paese. Il suo tono greve, come un respiro pesante, simile ad un rimprovero severo e minaccioso, risuonava in tutta la valle.

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99) Sul sito internet « Becoming Jewish.Org. - Jewish information & education », si legge : « pey » represents the "mouth" of G- D »…., Pei represents the power of human speech, for it begins the Hebrew word for mouth (peh). In the Jewish mystical viewpoint, whenever people speak they release a spiritual energy into the universe- an energy setting both visible and invisible events into motion. (Pey rappresenta la “parola di Dio”….Pey rappresenta il potere di discorso umano, dato che comincia la parola

ebraica che significa bocca (peh). Per la mistica ebraica, ogni volta che la gente parla scarica un'energia spirituale nell'universo, è

Sul sito , « Hebrew Symbols For Words » si apprende il valore

un’energia che mette in moto eventi visibili che invisibili) ;

simboloco di « Pey » : « As a double letter, Pei conveys twin messages. In its positive aspect, it signifies that we ought strive to offer cheerful, supportive words to one another. At the same time, it connotes the importance of silence: of knowing when not to speak. » («Come una lettera doppia, Pei veicola i messaggi di gemelli. Nel suo aspetto positivo, significa che dobbiamo offrire allegria, parole di sostegno l'uno all'altro. Allo stesso tempo, si connota l'importanza del silenzio: di sapere quando non parlare. )

Esiste poi una ulteriore versione che non si riferisce all’aramaico ma all’ebraico (100): mentre in aramaico abbiamo appena visto che la parola “sana” ha una valenza decisamente negativa (che mal

Il Po era veramente un elemento centrale della valle, presente e vivo. Ecco perciò che Pey potrebbe

aver significato il “Fiume che parla” e Sana

fianco”. Quindi Pey-Sana potrebbe aver significato il punto in cui si incontrano il “Fiume che parla” , ossia il Po e il torrente “a fianco”, lo Zana. si associa alla “Parola di Dio”, che è racchiusa nel significato “Pey” che la precede), apprendiamo che “sana” in ebraico significa “anno”, “annuale”. Questo termine è inserito in frasi o contesti di grande importanza religiosa; ad esempio il capodanno ebraico si chiama “rō'š haš-šānâ”. Si tratta di una festività religiosa molto importante in cui Dio è chiamato a giudicare l’operato degli uomini i quali sono tenuti a fare un esame di coscienza e rimediare agli sbagli compiuti nel corso dell’anno. Si chiama “Giorno del Giudizio”. Questo significato mi lascia supporre che, siccome Pey sta per “Parola di Dio” e “Sana” per “anno”, potrebbe essere che a Paesana si svolgesse annualmente il “rō'š haš-šānâ” (lett. inizio anno, capodanno), cioè la festa `annuale del “Giorno del Giudizio”. In questo caso, Paesana, significherebbe “la Parola nel giorno del giudizio”. Fin qui abbiamo analizzato in rapporto all’aramaico e all’abraico il termine Paesana, suddividendolo in due parole il toponimo, Pey e Sana, esattamente come fatto finora da tutta la letteratura che ci precede (Padus-Sana). Il risultato è che, sebbene le parole corrispondano effettivamente ad entrambe le lingue, il senso che ne deriva è davvero stiracchiato, per non dire assurdo. Perciò mi chiedo: e se la suddivisione esatta fosse stata Pey-sàh-nah, cosa ne risulterebbe? Se la suddivisone fosse questa avremmo:

viorrebbe indicare il torrente “da parte, a lato, a

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100) la parola aramica Sana viene comunemente tradotta con Odio, ciò nonostante doveva avere anche altri significati poiché sono molti gli studiosi che discutono la corretta traduzione -dall’aramaico in greco- del Vangelo di Luca. In Luca 14: 16 si legge infatti :

“Se uno viene a me e non odia suo padre e sua madre e moglie e figli e fratelli, si, e persino la propria vita, non può essere mio discepolo”. E’ ovvio che la parola aramaica, sana =odio, nel contesto specifico, significa “mettere da parte”, perché sappiamo che, a proposito dell’odio, la Bibbia dice che “chi odia è un assassino”;

A Bomhard, J. Kerns, “The Nostratic macrofamily: a study in distant linguistic relationship”: “hebrew-sanah”= “to change; year”;

Aramaic- sana= “to change”; proto-semitic “san-an”= “to grow old, “to reach old age”, ossia: ebraica "sanah" =

"cambiamento;

la

anno",

aramaico-"Sana

="

cambiamento

",

proto-semita"

san-an"="invecchiare

",

raggiungere

vecchiaia"; Hosanna (hōzăn'ə) [Heb.,=save now; Psalm 118], zăn'ə, che vuol dire “salvaci ora” è la pronuncia esatta di Pae zăn'ə . Considerata la radice “Sana” ( che si pronuncia, come abbiamo detto “zăn'ə”) , notiamo che questa è per l’appunto inserita in parole frasi o contesti di grande importanza religiosa; ad esempio il capodanno ebraico si chiama “rō'š haš-šānâ”;

, Encyclopedia Britannica, alla voce “Rosashannah- Giorno del Giudizio” (che qui sintetizzo), dice: secondo il Talmud , ogni individuo è giudicato annualmente in base ai Rosh Hashana, come lo è il mondo intero. It is therefore a time characterized by personal and communal E 'quindi un momento caratterizzato da personale e comunitario “pentimento”: si guarda indietro per valutare

il proprio pensiero, parole e fatti nel corso dell'anno precedente allo scopo di risolvere e migliorare nei confronti del prossimo; si

prega Dio per il perdono e la misericordia. The Rosh Hashana liturgy depicts God sitting upon his throne, inscribing each of his creatures in the Book of Life (or the opposite); each person's livelihood is determined for the coming year, as well. La liturgia di Rosh

Hashana raffigura Dio seduto sul suo trono, inscrivendo ogni sua creatura nel Libro della Vita o della Morte, determinando il sostentamento di ogni persona per l'anno successivo. There is a threefold prescription to help in obtaining a favorable decree: Vi è una triplice ricetta per aiutare ad ottenere un decreto favorevole: teshuva teshuva (repentance), tefilla (prayer), and (Pentimento), tefilla (preghiera), e tzedaka tzedaka (charity). (Carità). Rosh Hashana inaugurates a ten-day period called the Days of Awe culminating in Yom Kippur , or the Day of Atonement. Rosh Hashana inaugura un periodo di dieci giorni chiamato Giornate del timore " che si conclude con Yom Kippur o il Giorno dell'Espiazione. These are days of heightened introspection, efforts at self-improvement, and pleas for forgiveness from those we have wronged. Forse Peysana era il luogo in cui avveniva la preghiera annuale del Capodanno ebraico e quindi la “Sentenza divina”.

year”;

ed ecco il suo significato: Jewish Enciclopedia,

“Hebrew rō'š haš-šānâ : rō'š ,

head, beginning + ha- , the

+ šānâ

Pey= Parola (di Dio), sàh= splendore; nah=pregare (101). Ecco che forse il significato potrebbe diventare più logico: “Imploriamo la Splendente Parola (di Dio)”. La vallis Paesana sarebbe quindi la “Valle in cui si implora la Parola di Dio” .

Valle Varaita. Valle Varaita. Varaita è un termine che corrisponderebbe a Baraita (102), e ciò perché in ebraico ed aramaico la B si pronuncia anche V. In ebraico biblico,la lettera ב è stata utilizzata per rappresentare [b], ma è anche da notare che [v] è un allofono di [b]. Allofoni sono suoni tra i quali una lingua parlata non fa distinzione e ciò significa che i suoni [b] e [v] sarebbero stati utilizzati in modo intercambiabile nell’ ebraico biblico così come nell’aramaico .Ecco quindi che Barayta o Varayta vengono ad essere la stessa cosa. Baraita, in ebraico, significa “ripetitori della tradizione” che è il titolo che veniva dato ai Rabbini. Quindi Valle Varaita= “Valle dei Rabbini” ma potrebbe anche significare “Valle esterna,” poiché il termine è utilizzato per indicare tra gli scritti talmudici una mishnà esterna, cioè non incorporata nel testo canonico della Mishnà. Ne consegue che forse valle Varaita é sinonimo di Valle Esterna, così chiamata perché di tutte le valli del territorio dei Levi, come descritto nella Tavola Alimentaria di Traiano, che si estendeva dal Monviso fino a Brescia ( v. p. 33), la Varaita era l’unica situata dall’altra parte del Po.

Valle Chisone. In aramaico Nahal- Quishon” = “Valle del Chison”, (in dialetto Chisùn) ossia la “Valle del torrente” (103). Oltre ad avere questo significato è anche il luogo in cui gli israeliti riuscirono a liberarsi dall’invasione cananea (Bibbia, Giudici 4:6,7,12,13). Nell’Alta Val Chisone(valle Troncea) troviamo molto spesso il toponimo “Bet”: “Colle del Bet”, “Miniere del Bet”, “Grotta del Bet”, “Laghi del Bet”. Come già detto Bet in ebraico vuol dire “casa”.

Pellice, in dialetto è pronunciato Pèlësh ed in

ebraico Pelesh (פלש), significa dividere, passare attraverso, rotolare, o invadere, e per estensione il

suo significato è "migrante" o "invasore" (104). Sappiamo che Pelesh, ovvero intrusi”, “invasori” era il nome dato dagli ebrei ai Filistei, popolo nemico macchiatosi del furto dell’Arca dell’Alleanza, non appartenente alla popolazione semitica e di probabile origine cretese. Da questa radice che é nato il termine palestinesi (intrusi). Segue quindi la domanda: in Valle Pellice c’erano i filistei?

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Valle Pellice (Val Pèlësh)= “Valle degli intrusi”.

101) Galia Hatav (University of Florida) “Anchoring word and time in Biblical Hebrew”, Jurnal of Linguistic, Chambridge Press, 2004, “ La particella “nah” viene aggiunta al verbo per fare una richiesta (è un imperativo). Una recente teoria sostiene che questa particella fa le richieste più urgenti”; Sul sito internet “B-Grek- Biblical Greek” (Center of Christian Study, University of Virginia) si legge: “In ogni caso, la particella precative "na" non contenere l'idea di "ora", ma di “implorare”, il nostro "favore". “Il termine Hosannah (Osanna) "deriva da una aramaicizzazione "di due parole ebraiche: ysha (hiphil) e Nah (si prega o pregare tali fatti).

102)

Mishnà (che scritti “canonici” ebraici).

della tradizione, ed è probabilmente

un adattamento del termine neo-ebraico "sefarim ha-izonim" (al di fuori libri), che indica il Apocrifi. Il rapporto della Baraita alla Mishnah è quindi rappresentato come simile a quella del Apocrifi agli scritti biblici canonici. Un'altra spiegazione del termine "Baraita" è la seguente: la Mishnah, cioè la raccolta di tradizioni tannaite compilate da Judah ha- Nasi- hanno formato oggetto di insegnamento autorevole (nell’ accademia palestinese e babilonese); mentre le Baraitas sono state insegnate nelle scuole private. Un punto a favore di questa spiegazione si lega all’ insegnante di una Baraita, "Tanna bara”

Liḳḳutim," II.

, e si trova in un vecchio manoscritto in Grünhut, "Sefer ha

“Baraita” (pron. “Baraita” o “Varaita”) E’ una parola aramaica che designa una tradizione tannaite di testi non inseriti nella

La forma aramaica è

tannaite di testi non inseriti nella La forma aramaica è 20 b, si vocalizza ("Barayta"). La
tannaite di testi non inseriti nella La forma aramaica è 20 b, si vocalizza ("Barayta"). La

20 b, si vocalizza

("Barayta"). La parola significa "all'esterno"

La parola significa "all'esterno" cioè “fuori della scuola”; e il suo insegnamento è

cioè

“fuori

della

scuola”;

e

il

suo

insegnamento

è

Baraita.

103) Testimoni di Geova, “ Perspicacia nello studio delle Scritture”, 1988, vol. I, p. 479: “ Chison= valle del torrente”. Corso

d’acqua identificato col

importante nella liberazione degli israeliti dall’oppressione cananea.

Nahr el- Muquatta (Nahal Quishon). All’epoca di Barac e Debora la “valle del Chison” ebbe una parte

104) Jastrow, M., “A Dictionary of the Targumim, the Talmud Babli and Yerushalmi, and the Midrashic Literature”. New York:

Judaica Press, 1989, p.1185.

Sul sito israeliano di Studi Biblici, “Israel and the Bible”, in un articolo dal titolo “Perché li chiamano i palestinesi?”, Esch Alfred scrive: Nelle “storie” di Erodoto leggiamo che i Filistei una volta abitavano la costa meridionale dell’odierno Israele. Vivevano in una regione di cui parla l'Antico Testamento:…questa era chiamata Peleshet. Peleshet é un nome ebraico, spesso tradotto come: “terra dei Filistei, o Filistea Palestina” (vedi ad esempio: Genesi 21:32, Isaia 14:29 e Salmo 60:8) . La parola Peleshet deriva dalla radice Pelesh: '” divisori” o “intrusi”. Antiche iscrizioni egiziane menzionano i Pelesh come popolo marinaro non semita, proveniente Creta (= Caphtor, vedi Amos 9:7) , giunto ad invadere l'Egitto. Cacciati da Ramses II (1194 aC), i Pelesh si stabilirono nella regione costiera posta nel sud di Israele e fondarono cinque città:

Ashkelon, Ashdod, Ekron, Gath e Gaza. Ancora prima di conquistare Gerusalemme (587 a.C.) Nabucodonosor aveva distrutto tutte e cinque le città deportandone gli abitanti a Babilonia (cfr. 2 Re 25). Dopo di che nulla è più stato scritto e non si é più sentito parlare di questi Filistei!” Dunque, gli antenati degli attuali valdesi potrebbero essere stati gli antichi Filistei scomparsi dalla storia? Questo non lo sappiamo, ma certamente dovevano essere considerati dai loro vicini, cioè dagli abitanti delle altre vallate e dalla nostra in particolare, intrusi o invasori, essendo questo il significato del termine. Tutto ciò stride un po’ con la convinzione valdese di avere ascendenze ebraiche, ma se consideriamo che tutti noi eravamo “valdenses” non è escluso che probabili matrimoni tra il gruppo dei Levi della Valle Po e i Pelesh della Val Pelesh abbiano consentito a questi ultimi di portare avanti la tesi della radice ebraica. Detto questo dobbiamo però anche considerare, come descritto sul sito “Old Testament Hebrew Lexicon”, che in ebraico esiste il termine Pele (scritto פלא e pronunciato Peh’-Lèh), che pur essendo meno calzante del precedente, é comunque molto simile e significa “meraviglia”, “stupore”. Resta quindi il dubbio che Pelësh possa anche essere una deformazione fonetica, prodottasi nei secoli, di Pele, cioè di “meraviglia”. Pur mantenendo viva questa eventualità resta però il fatto che Pelësh, come gli altri toponimi della valle qui analizzati, coincide perfettamente con la parola ebraica Pelesh e che questa indica i Filisteisi. Ecco che allo stato delle attuali conoscenze si è portati a propendere per questa versione. Quindi, probabilmente in Valle Pellice c’erano degli “intrusi” o dei Filistei, deportati insieme agli ebrei, prima a Babilonia e a Elam, e poi qui, sulle Alpi. Questo è un elemento che se approfondito, potrebbe concorrere alla comprensione degli atriti teologici e politici tra le popolazioni della Valle Po e della Valle Pellice verificatesi nel corso dei secoli più recenti. Il fatto, ad esempio, che gli abitanti di Prato Guglielmo, benché giunti in Valle Po da Luserna attorno al XIII secolo, siano sempre stati considerati dei “forestieri” e che noi ci si consideri “un’altra razza” rispetto a loro, forse potrebbe in questo trovare una spiegazione.

Valle Susa. Della valle Susa colpiscono in particolare due toponimi: Susa e Gad. Susa è il nome originale (ossia in lingua elamita) della capitale dell’antico Elam, che fu uno dei più antichi regni del mondo. Susa fu la residenza preferita di Re Dario il Grande (522-486) ed il racconto biblico di Ester (detto “Libro di Ester”) riferisce la vicenda svoltasi proprio nell’antica Susa al tempo di Re Assuero. Per quanto concerne il “Lago di Gad” e la “Frazione di Gad”, sappiamo che Gad in ebraico vuol dire “soldato” ed è il nome di una delle 10 tribù scomparse.

I toponimi della valle Pey-sàh-nah

Naìash’kh. Il fatto poi che in valle Po, ad esempio ci siano toponimi come (pron.) “Naìash’kh” (in italiano Agliasco) e che in aramaico Najash o Nahas, voglia dire “serpente” è sorprendente (105). Ed è altrettanto sorprendente constatare che le precedenti analisi linguistiche, ignare della fonetica locale, hanno reso significati a mio modesto avviso molto discutibili. Impostare l’analisi del toponimo Agliasco, così come scritto oggi in italiano, dicendo che “Allia” corrisponde a un nome di persona (106) (peraltro si tratta di un cognome ebreo, attualmente Allio) e Asco è una desidenza ligure che vuol dire “area” andrebbe bene se non fosse che noi diciamo “Naìash’kh” che foneticamente parlando non ha nulla a che vedere con Agliasco. Inoltre il termine Agliasco corrisponde ad una trascrizione molto recente del toponimo (in divese epoche il luogo è stato scritto Arpeascho, Alliasco ecc). Anche Erasca, sedime in cui era ubicato il Castello di Paesana (distrutto da francesi) è stato tradotto senza tener conto che noi pronunciamo Lerasca e non Era-sca. Secondo questi studi (107) la particella “Era” derivante dal latino e significherebbe “aia”, cioè cortile: un nome un po’ strano per un castello. Pertanto, chiarito che “Naìash’kh”, in aramaico vuol dire serpente cerchiamo ora di capire cosa vuol dire ‘kh’. La particella finale kh (108) significa “domare”, “sottomettere”. Ecco quindi che il senso del toponimo potrebbe essere “serpente domato-sottomesso”. Forse a Naiash’kh abitavano medici, guaritori, esorcisti. Sarà un caso, ma è proprio lì che esiste ancora oggi un un ramo della famiglia Bossa nel quale si tramanda l’arte di curare fratture, distorsioni, strappi, tendiniti e quant’altro. Il “Naìash‘kh” è sia un villaggio che un torrente.

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Note:

105) R. G. Morison “ The serpent in Old Testament” in “The american journal of semitic languages and literatur”, Toronto

University, vol. 21, n.2, Toronto 1905 pp. 115-130:

Neiash); Eduardo Winfeld, “Enciclopedia judaica Castellana: el pueblo judio en el pasado y el presente; su historia, su religion, sus constumbres, sus literature, au arte, sus homibres, sus situacion en el mundo, Volume 8, 1951, p. 182: “…del hebreo -Najash- serpente” (dall’ebraico Najash-serpente); su internet, “Dictionary of the Bible”, vol. 4, p. 602, “ the hazen image of the serpent worshipped in the reign of Hezekiah, and the occurence of the nome Najash among Canaanite peoples, point te to prevalence of the serpent cult” (qui apprendiamo che la scultura raffigurante il serpente di bronzo era piuttosto diffusa durante il regno di Ezechia -721 circa al 693 a.C., che che veniva chiamata Najash tra i cananei);

“the generic word of serpent is Naiash” (il nome generico del serpente è

106) G. di Francesco, F. Vindimmio “Paesana- documenti arte e storia ai piedi del Monviso”, vol. 1, 1998, p. 12

107) G. di Francesco, F. Vindimmio “Paesana- documenti arte e storia ai piedi del Monviso”, vol. 1, 1998, p. 12

108) “Dictionary, Encyclopedia and Thesaurus: kaph [kɔ f kɑ f (ebraico)] kaf n(Linguistics / Letters of the Alphabet (Foreign)) the 11th letter of the Hebrew alphabet (כ or, at the end of a word, ך) transliterated as k or, when

final, kh, la lettera 11 dell'alfabeto ebraico (כ o, al fine di una parola, ך) traslitterato come k o, se definitivo, kh [Ebraico,

letteralmente: palmo della mano]”; più

2005, p. 26: “ Kaph: The ancien form of this letter is the open palm of hand. The meanings of this letter are bend and cure from the shape of the palm as well as to tame or subdue as one who has been bend to another’s will. The modern hebrew name for this letter is Kaph, a hebrew word meaning « palm » and in the original name for the letter. This letter is pronunced as « K », as in the word « Kaph », when used as a stop or as a « Kh » (pronunced hard like the german

approfonfitamente :J.A. Benner, “The ancient hebrew Lexicon of the Bible”,

name Bach), as in the word « yalakh » (to walk) when used as a spirant ». In poche parole : questa lettera dell’alfabeto

ebraico , Kaph,

sua pronuncia se posta alla fine della parola è Kh, come “Naiash’kh”, che a questo punto potrebbe significare: il “serpente sottomesso… domato”.

corrisponde al palmo della mano e il suo significato è “domare” (tame), “”sottomettere”( subdue); la

Sana

E’ un corso d’acqua che attraversa Naìash’kh ed ha il suo stesso nome finquando giunge a Paesana.

A Paesana il suo toponimo muta e diventa il “Sana”. Sana, come già detto, in ebraico, significa

“Odio”.

Ramai

La frazione detta “le Ramai(109) forse non vuol dire (come altrove ipotizzato) che anticamente li

si lavorasse il rame, o che derivi da “ramo” (inteso come ramo d’albero).

Potrebbe invece significare truffatori, imbroglioni, traditori . Quindi “le (case) degli imbroglioni”.

Ramà Anche il termine Ramà (pronunciato ramaah, italianizzato: ramate) che troviamo molto spesso in valle sembrerebbe essere aramaico. Infatti in antico aramaico “Ramà”(110) vuol dire “alta”: quindi “località alta” (e in dialetto, a meno che non ci si trovi in punta al Monviso, si dice sempre “vùn à le ramà”, cioè vado su, in alto).

Tur-Nur

Vi è poi una delle cime delle montagne di Paesana che si chiama il “Turnur”. Sappiamo che in

aramaico “Tur(111) vuol dire “monte” e “nur” (112) vuol dire “fuoco”. Quindi “Tur-nur” potrebbe essere la “Montagna di fuoco”.

Bërsàhiàh Anche il nome di un’altra montagna della valle, erroneamente trascritta in uno “spagnoleggiante” “Bersalha” (leggasi Bersaglia) è stata, forse per questo equivoco fonetico, probabilmente mal interpretata. Infatti suona stranamente semitico nella sua pronuncia reale: la “Bërsàhiàh”. Non sono riuscita a trovare un corrispettivo esatto a questo toponimo, ma ciò non mi ha impedito di

sentire un suono analogo ad altre parole semitiche che contengono le particelle “Ber” e “Jah”, quali

ad

esempio “Berajah”.

Se

consideriamo che in ebraico: “Ber” (113) vuol dire “sorgente”, “creazione”; “sàh” (114) vuol

dire “splendore” e “Jah” (115) vuol dire Dio, ecco che forse “Bër-sàh-iàhpotrebbe significare “dove sorge lo spendore di Dio”, oppure “sorgente luminosa di Dio”. La “Bërsàiàh” inoltre è cima che volge verso sud-est, in direzione di Gerusalemme.

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Note: 109) Ramai, aramaico ed ebraico vuol dire “frode”, “inganno”. Su internet: Rabbi Zweig on the Parsha - Pesach, 5770 - Torah.org . “Pesach- Ha Lachma Anya”: Un ramai è un uomo di fiducia, che possiede l'abilità di ingannare la vittima facendogli credere che sta guadagnando dalle azioni del ramai stesso. E ' solo più tardi che la vittima si rende conto che egli è stato vittima. La capacità di perpetrare un tale crimine richiede al ramai di sapere esattamente quello è il pensiero della vittima” . Questa caratteristica, pur avendo una connotazione negativa, può diventare una qualità, se utilizzata a fin di bene “…Questa qualità può essere utilizzata in modo positivo. Il più grande degli atti di bontà è sempre svolto da un individuo che è sensibile alle esigenze del destinatario”. La traduzione di Ramai in ebraico si concentra sul punto di vista del donatore (positiva), mentre la traduzione in aramaico si concentra sulle prospettive del destinatario (è perciò negativa poiché significa frodare, manipolare la vittima”.

110) A. Room, « Placenames of the world » op. cit., p. 310 : « Ramah, the Biblical Town on the border of Ephraim, derives its name from hebrew rama , « heigt », « hill »…(Ramah, città biblica al confine con Efraim, il suo nome deriva dall’ebraico rama, che significa « altura », « cima »)…There are other places of the name, wich is also spelled Ramath ; Ramaah, and Rama…(Ci sono altri posti con questo nome che sono pronunciati Ramath, Ramaah e Rama…). La nostra pronuncia è Ramaah.

111) L. Disegni "The Onomastikon of Eusebius and the Madaba Map", in The Madaba Map Centenary, Jerusalem 1999, a. p. 116:

“Tur Garizin – Jabal-al tur…the mounts Ebal and Gerizim, called 'Tur' (transliterated Tour), 'mountain' in Aramaic, ….( i monti Ebal e Garizim , chiamati ' Tur '( traslitterato Tour) , 'montagna' in aramaico).

Mum-brak Un’altra montagna, il “Mum-Brak” (in italiano Mombracco) trova rispondenza nell’aramaico “brak” (116) che vuol dire “inginocchiarsi” La particella antistante,“mum”, significa“macchia- difetto- impurità” sia fisica che morale (utilizzata per indicare: ladri, adulteri, assassini, storpi, deformi…). Quindi il “Mum-brak”, che funge da barriera verso l’Alta valle Po ed è una specie di porta d’accesso alla valle medesima, porta un nome simile a un monito: “impuri, inginocchiarsi”.

Khast-El-Hun-Din Anche il toponimo Castel “Undin”, spesso italianizzato dagli studiosi in “Castello Odino” (divinità della mitologia nordica), località brulla, in alta montagna, dove non c’è traccia di nessuna costruzione e tanto meno di un castello, trova connessione con l’aramaico, in quanto “Dinvuol dire “sentenza-giudizio” (117). Quindi, stando sempre nell’ambito di queste ipotesi: “Castel Undin” potrebbe essere “Khast-El-hun- Din” . Ecco quindi che Khast si traduce col termine “verità” (118), El significa “Dio” (119) , Hun vuol dire “loro” (120), Din è il “giudizio”, la “sentenza”. Quindi il significato del toponimo Khast-El-hun-Din potrebbe essere di questo tipo: “nella verità Divina la loro sentenza” , oppure “verità in Dio nel loro giudizio”.

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Note:

112) H. Ringgren “ Theological dictionary of the Old Testament”, vol. 13, 2004, a

Daniele 3:22; “Nel libro di Daniele, in aramaico, si legge che nessun “odore di fuoco”- “reah nur”….”

p.364 ; Nur: fuoco in Aramaico – “Nur” in

113) “Ber