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IL FOGLIO 30 Giugno 2007

Sostiene Passera il capo d Intesa Sanpaolo ci d la sua visione delle cose italiane e non vede traccia di "governo occulto"

FARE A GARA FA BENE


Per Corrado Passera, la competizione crea valore per tutti E la politica? Teme la crescente autonomia dell'economia Milano. "C' un pezzo di politica che ha nostalgia del passato - dice Corrado Passera quando nominava i consigli d'amministrazione delle banche. Oggi le banche influenzano la politica? Non vedo traccia di ci". Anzi, "parlare di 'governo occulto ' riferendosi alle grandi banche italiane non mi sembra in nessun modo giustificato". Cos, anche rispondendo al recente avvertimento del professor Mario Monti, il consigliere delegato di Intesa Sanpaolo, Corrado Passera, parla col Foglio dei temi al centro del dibattito e dello scontro di potere degli ultimi due anni e mezzo, uno scontro che negli ultimi mesi ha vissuto due momenti decisivi: la vicenda Telecom con l'uscita di Marco Tronchetti Provera e la nomina di Cesare Geronzi alla guida del consiglio di sorveglianza di Mediobanca. Passera parla del significato di italianit, di controllo delle reti, delle scalate del 2005, compresa quella al Corriere della Sera da parte di Stefano Ricucci (e ribadisce la compattezza del patto di sindacato di Rcs in quella fase). Ragiona sulla funzione del capitalismo e della declinazione di esso che la cultura di Intesa Sanpaolo propone: la banca al servizio del paese, e cio - citando un'espressione che ha avuto una sua fortuna sui giornali - il bazolismo. Passera dice che il principio dell'italianit non pu sostituire le qualit dell'imprenditore, che dagli investimenti delle reti dipende la competitivit di un paese e indica nel blocco dei processi decisionali sugli investimenti e su altre scelte pubbliche uno dei problemi pi gravi. Parla anche dei dossier pi caldi: Telecom, Alitalia, Generali, Rcs. L'italianit? "Una questione di responsabilit" La conversazione parte dall'italianit. Che cos'? "Una questione di responsabilit. Responsabilit di tenere in Italia - ovunque possibile - imprese forti, centri decisionali, luoghi di formazione e di ricerca. Un paese che perde aziende e che ospita solo aziende la cui testa sta altrove un paese che sviluppa meno intelligenze, meno competenze e alla fine meno classe dirigente. Perch anche cos si creano opportunit per i nostri talenti migliori. L'italianit naturalmente non pu sostituire le qualit dell'imprenditore o del progetto industriale. Intesa Sanpaolo ha dato una mano ad aziende straniere che avevano validi progetti di sviluppo nel nostro

paese: ad esempio gli australiani di Maquarie sugli aeroporti di Roma, o NH Hotels che intende creare una grande catena di alberghi in Italia". Dopo l'epilogo della vicenda Unicredit - Capitalia, alla fine sembrerebbe che anche i sostenitori della battaglia per il mercato siano soddisfatti per la nascita di un secondo grande player italiano. "Siamo tutti giustamente soddisfatti di avere due banche italiane tra le prime in Europa. Un obbiettivo nemmeno formulabile fino a pochi anni fa. Il caso del settore bancario emblematico di come la concorrenza crei valore per tutti. Fino a pochi anni fa il nostro era un sistema bancario frammentato, poco concorrenziale, in gran parte pubblico e con risultati scadenti. Liberalizzazione ben guidata, privatizzazione totale e oltre 500 operazioni di fusioni e acquisizioni ne hanno fatto un settore certamente ancora migliorabile, ma che si pu confrontare senza sfigurare con quelli degli altri paesi europei. Siamo uno dei paesi con maggiore concorrenza e apertura internazionale". "Nessun paese a noi paragonabile ha una presenza di operatori stranieri come quella che abbiamo in Italia. Ed venuta in gran parte meno la commistione di ruoli con la politica". Cerchiamo di capire meglio qual il rapporto tra efficienza economica, italianit e controllo delle reti strategiche. Innanzitutto che cosa sono le reti strategiche, viste dal punto di vista del capo di una banca impegnata sul tema delle infrastrutture e che definisce il suo profilo come al servizio del paese? "La competitivit di un paese, e quindi la sua crescita, dipende in misura rilevante dalla qualit delle sue reti. Avere autostrade, ferrovie, porti, aeroporti adeguati alle necessit pu contribuire molto allo sviluppo di un paese moderno. Ma reti sono anche quelle di telecomunicazioni, dai telefoni, ai ponti radio, ai satelliti. Andiamo anche in questo campo verso reti sempre pi gestite in comune e comunque regolate e sorvegliate da autorit indipendenti perch sia favorita la concorrenza, non i monopoli naturali o di fatto". La questione dell'italianit e della strategicit delle reti emersa soprattutto con il caso Telecom: l qualcuno paventava che Telecom nelle mani di un gruppo straniero sarebbe diventato solo uno spazio commerciale. Lei che cosa ne pensava? At&t, che era stata determinante per innescare un processo di vendita, era davvero un rischio? Secondo alcuni osservatori da un certo momento in poi sembrato che l'unico obiettivo di sistema fosse eliminare Marco Tronchetti Prover: "AT&T aveva tutti i numeri per essere un buon azionista per Telecom, ma prima di far conoscere i suoi piani aveva gi abbandonato il campo. Credo che alla fine Telecom abbia trovato un azionariato molto funzionale al suo sviluppo di medio periodo". Reti sono anche quelle che distribuiscono elettricit, gas, acqua. "S. Tutte reti ancora in gran parte frammentate e poco ottimizzate, anche se esistono casi di ottima gestione strategica e operativa. Vanno incoraggiati la privatizzazione e il consolidamento. Il settore dove stiamo maggiormente sprecando risorse e opportunit quello

dell'acqua, per mancanza di progettualit e per troppi vincoli ideologici". A partire dalle reti, a Passera interessa avere una visione o si tratta solo di scelte di business? La questione centrale, perch intorno alla sua banca, alla sua crescita e alla sua cultura, si sviluppato un dibattito abbastanza appassionante: la filosofia di Intesa Sanpaolo, la banca al servizio del paese, l'universalismo del profilo d'Intesa Sanpaolo, l'idea di farsi carico di un sistema industriale, la posizione di Giovanni Bazoli, presidente della banca, che ha sempre collocato la sua azione di banchiere su una linea di interesse generale - una linea su cui si innestato il contrastato ragionamento sul bazolismo, come cultura di un capitalismo temperato e compassionevole. "Allo sviluppo delle grandi reti infrastrutturali, le iniziative private possono dare un contributo fondamentale, ma con risultati insufficienti se non sono inquadrate in un progetto complessivo di lungo periodo corredato da buona regolamentazione e, soprattutto, se non si pu contare su un processo decisionale che permetta di risolvere i problemi in tempi ragionevoli. Qui sta il nostro problema numero uno: in Italia il processo decisionale si sostanzialmente bloccato in tantissimi campi cruciali per il nostro futuro: le infrastrutture strategiche cos come i procedimenti di giustizia sono i casi pi eclatanti. La combinazione di 'concerto decisionale tra dicasteri', l'obbrobrio della 'legislazione concorrente' e il diritto di veto senza responsabilit che ogni livello istituzionale di fatto ha - oltre a regioni, province e comuni, nascono continuamente nuovi livelli decisionali: dalle comunit montane, ai consigli di zona rende l'Italia incapace di fare ci di cui abbiamo bisogno. E' un problema grave che costa moltissimo all'Italia e che dobbiamo risolvere. Stiamo accumulando ritardi sempre pi difficili da colmare rispetto ad altri paesi :on i quali competiamo. Parlando di infrastrutture abbiamo cos pochi investimenti dall'estero rispetto ad altri paesi europei proprio a causa dell'inadeguatezza del nostro sistema logistico. Ma anche i tempi della giustizia sono un'emergenza perch danno alla gente la sensazione di non poter pi tutelare i propri diritti, e ci porta a una sfiducia profonda". Torniamo alle diverse visioni del capitalismo. Dice: "Il dibattito assai modesto che si aperto sulla responsabilit sociale delle grandi imprese e in particolare di quelle bancarie, nato dalla nostra affermazione che, facendo bene il nostro mestiere di banca, possiamo contribuire alla crescita sostenibile della nostra economia. Noi a questa coerenza di obiettivi ci crediamo ed motivo per noi di orgoglio quando, oltre a soddisfare clienti e azionisti, contribuiamo anche ad avviare nuovi progetti di sviluppo o a risanare situazioni aziendali apparentemente compromesse. Fare bene la banca talvolta richiede anche la partecipazione nel capitale delle imprese - pubbliche, private, non profit - e, nei limiti della legge bancaria e sempre con ottica temporanea e non di controllo, se vediamo una buona opportunit non ci tiriamo indietro". E' d'accordo con

chi ritiene che vi sia qualche affinit tra la banca al servizio del paese, e la cultura protettiva di Antonio Fazio? "Favorire il consolidamento domestico prima di aprire le frontiere stata la politica che hanno seguito quasi tutti i paesi paragonabili all'Italia. Detto questo, non trovo alcuna giustificazione per ci che successo nel 2005 su Bnl e Antonveneta. Per quanto ci riguarda non abbiamo mai chiesto alcun tipo di protezionismo e pensiamo che oggi le banche italiane possano giocare un ruolo da protagoniste anche fuori dai confini nazionali". Veniamo a uno dei temi che hanno vivacizzato la discussione pubblica negli ultimi mesi, il rapporto tra banche e politica. La prima questione riguarda gli obiettivi. Proviamo a metterla cos: se la banca al servizio del paese pu sostituirsi alla politica in una visione generalista della realt? La banca, per esempio, pu fare programmazione laddove i governi (sconfitto - almeno sulla carta - il dirigismo novecentesco) non possono pi farlo troppo ad alta voce? Passera ritiene che vi sia una specie di strabismo in una domanda cos posta. Dice: "Sono convinto che i paesi che hanno fatto e fanno politica economica intelligente favorendo per esempio ricerca e investimenti in settori strategici per la crescita sviluppano forti vantaggi nel medio periodo. Ma parlare di politica economica in Italia purtroppo un po' fuori moda. In ogni caso non compito delle banche proporsi per questo ruolo. Far bene la banca significa per anche sviluppare nuove iniziative, mettere in contatto potenziali partner, attivare investimenti, dare accesso al credito a nuovi settori della societ. Produrre idee di business tipico delle banche che vogliono fare banca fino in fondo". Per qualcuno dice che questo tipo di approccio ribalta i rapporti di potere tra finanza e politica; Bruno Tabacci ha scritto un libro per dire che un tempo era la politica a comandare e oggi il contrario. "Posso seguire questo ragionamento, ma non accettarlo. Secondo me c' un pezzo di politica che ha nostalgia del passato - e non mi riferisco certo a Tabacci - quando nominava i consigli d'amministrazione delle banche. Oggi le banche influenzano la politica? Non vedo traccia di ci. Mi sembra che in realt stia accadendo un'altra cosa: parte della vecchia politica mal sopporta lo sviluppo autonomo di entit economiche indipendenti. Altri soffrono della sindrome di monopolio del bene collettivo. Come se il bene collettivo non fosse una responsabilit di tutti, ciascuno per la sua parte! La politica ha il ruolo specifico di definire le regole, ma tutti dobbiamo sentirci corresponsabili del funzionamento della nostra societ". In verit questa perplessit sui rapporti tra banche e politica non viene solo dalla politica. E' stato un tema di scontro durissimo soprattutto tra il mondo di Intesa Sanpaolo - cui si addebita una specie di cuginanza naturale con il mondo prodiano - e il gruppo dei riformisti liberali che va da Mario Monti, a Francesco Giavazzi, ad Alberto Alesina, mondo che ha accusato banchieri e politici (e l'obiettivo sembrava proprio il rapporto tra Prodi e Bazoli) di coltivare una

forma di reciproca contiguit "Il nostro modo di fare banca non certo, cambiato con il cambio di maggioranza parlamentare". Eppure il giorno in cui Passera rimproverava a Monti di aver esagerato nel parlare di un eccesso di famigliarit tra banche e politica, Massimo D'Alema, con il rango di ministro degli Esteri, andava a prendere il caff nella casa milanese di Bazoli. Osserva Passera: "Ho detto, e lo confermo, che parlare di 'governo occulto ' riferendosi alle grandi banche italiane di oggi non mi sembra in nessun modo giustificato. Quanto all'incontro - non certo clandestino - del ministro D'Alema con il professor Bazoli mi si lasci dire che non avrebbe fatto notizia in nessun paese del mondo. Certo i fatti del 2005 pesano ancora nell'opinione pubblica: sono stati casi gravi ma circoscritti, che non mettono in dubbio la separatezza tra politica, economia e autorit indipendenti, che ormai un fatto acquisito. Dei fatti del 2005 l'intera classe dirigente italiana ne ha sofferto in termini di credibilit internazionale, ma mi sembra che abbiamo anche saputo reagire con efficacia con interventi legislativi sul risparmio, attraverso la separazione di ruoli tra Antitrust e Banca d'Italia e nomine di grandissima valenza". Che idea si fatta del caso Ricucci? "Da un punto di vista economico sembrerebbe un prodotto della bolla immobiliare e della facilit con cui le banche (in questo caso prevalentemente internazionali) hanno finanziato scorrerie di Borsa. Nel gioco di potere mi sembra che Ricucci sia stato semplicemente uno strumento utilizzato da chi orchestrava su Antonveneta e Bnl e, forse, su Rcs. Infine Ricucci stato un'altra cosa ancora, interessante anche da un punto di vista della sociologia del potere e della classe dirigente: un fenomeno mediatico che in tanti hanno alimentato, senza accorgersi dell'effettiva modesta portata del caso stesso. Se ci sono elementi di rilevanza penale saranno i giudici a dirlo". Rispetto alla partita di potere, opinione abbastanza diffusa che molti avessero interesse a destabilizzare Rcs, dai Ds a Silvio Berlusconi, fino ai concorrenti editoriali di Rcs. Ma qualcuno ritiene che anche dentro al patto di sindacato di Rcs la manovra di Ricucci fosse vista con interesse da qualcuno, perch prometteva di mettere in discussione il sistema di governo dell'azienda. "E' possibile che in tanti avessero interesse a indebolire Rcs (e a minare l'indipendenza del Corriere), ma il patto di sindacato fu molto unito sul fronte Ricucci. Le frizioni interne al patto si ebbero successivamente, con la sostituzione del vertice operativo". A parte Rcs, in questa fase di transizione del sistema economico e finanziario italiano in cerca di un assetto stabile, ci sono altre tre partite in cui il ruolo di Intesa Sanpaolo decisivo. Sono tre partite strategiche. Alitalia, Telecom e Generali (con l'appendice dei rapporti tra Intesa Sanpaolo e Unicredit). Vediamo come potrebbero sistemarsi queste tre situazioni dal punto di vista di Intesa Sanpaolo. Partiamo da Generali. Il punto questo: c' una catena che unisce i due grandi colossi nazionali Intesa Sanpaolo e Unicredit, passando per Mediobanca e Generali. Unicredit

Group - nato dalla fusione tra Unicredit e Capitalia - ha una forte influenza in Mediobanca, che a sua volta ha una forte influenza in Generali. Generali a sua volta legata a Intesa Sanpaolo da un accordo bancassicurativo, e da una partecipazione azionaria incrociata. Passera dice che "il problema esiste e va affrontato, anche se non sta a Intesa Sanpaolo indicare le soluzioni" e non dice altro. Ma sembrerebbe che la soluzione preferita sarebbe quella della interruzione di questa catena, con la creazione di un terzo grande polo finanziario Mediobanca - Generali, sganciato dalle due grandi banche, soluzione non gradita a Unicredit Group. Escluso il caso Generali, su quelli che saranno i rapporti tra Intesa Sanpaolo e Unicredit Group, Passera ritiene che non ci saranno problemi di convivenza: "Siamo concorrenti su tutto in Italia, dove noi siamo leggermente pi grandi, loro sono pi forti in Germania e nell'Europa dell'est, dove, peraltro operiamo da tempo anche noi in dieci paesi, attraverso forti banche locali con oltre 7 milioni di clienti. Quanto alla situazione del mercato interno, ci sono spazi molto grandi per tutti e non c' nemmeno lontanamente il rischio di duopolio di cui ogni tanto si sente parlare. Insieme Unicredit e Intesa Sanpaolo rappresentano circa un terzo del mercato italiano, che assicura la massima concorrenza: oltre ai due gruppi di stazza europea ci sono altre banche grandi e medie, ci sono le popolari, ci sono ben quattro grandi banche internazionali che controllano grandi reti di filiali (caso unico in Europa); e poi ci sono centinaia di banche cooperative e le migliaia di uffici del Bancoposta, e banche dirette nazionali e internazionali di ogni tipo". La seconda vicenda riguarda Telecom. "Con gli altri soci italiani siamo entrati con ottica di medio periodo perch vediamo un'opportunit di sviluppo e di creazione di valore. Con un gruppo di azionisti stabili e convinti Telecom pu giocare un ruolo importante nel processo di consolidamento delle telecomunicazioni europee". Infine Alitalia, la privatizzazione infinita: nella gara, Intesa partner finanziario del gruppo italiano Toto, che con Air One vuole comprare la quasi ex compagnia di bandiera. "Siamo in gara perch crediamo che Alitalia sia risanabile. Appoggiamo il progetto di Air One perch assicurerebbe il risanamento strutturale e un forte sviluppo della compagnia. Certo ci farebbe piacere contribuire a risolvere un caso molto emblematico di ci che in Italia non funziona. Speriamo che le condizioni richieste e i tempi della gara siano coerenti con il progetto imprenditoriale Alitalia-Air One". Nel processo di riassetto del nostro sistema capitalistico, c' un modello preferibile? Abbiamo una quota di capitalismo finanziario, un po' di capitalismo famigliare che cerca di ristrutturarsi - e anche di assumere ruolo nelle public company (per esempio Generali)- capitalismo partecipato dallo stato (Eni, Enel e Finmeccanica in ottima forma; forse Telecom non sarebbe diventato il pasticcio che diventata se fosse stata privatizzata con maggiore gradualit), e infine alcune public company: "Non c' un modello unico e possono

convivere e contribuire al successo del paese sia le imprese famigliari sia le societ ad azionariato diffuso sia le aziende pubbliche con obiettivo di servizio universale come Ferrovie e Poste. Anche i fondi di private equity stanno svolgendo un ruolo importante, cos come nel resto del mondo. Non ci sono ancora fondi pensione italiani di dimensione significativa, ma sulla nostra Borsa operano gli investitori istituzionali di tutto il mondo, che anche nelle forme pi speculative assunte da certe tipologie di hedge fund hanno contribuito a metter in moto energie". Quanto pesa in un processo di transizione, come quello che il nostro paese sta attraversando, la qualit della classe dirigente? "In tanti - pi di oggi - dovremmo sentirci classe dirigente, e contribuire di pi a rafforzare non solo la nostra economia, ma anche la nostra societ, di fronte a problemi e opportunit che necessitano anche di una grande evoluzione culturale: globalizzazione e identit, welfare e competitivit, mobilit sociale e formazione... Il tema della classe dirigente un tema affascinante e cruciale: i criteri di selezione e meritocrazia, gli equilibri, i meccanismi di comunicazione e confronto tra la politica, le istituzioni, l'imprenditoria, il lavoro, la cultura, i media, il non-profit". Marco Ferrante