You are on page 1of 1376

INDICE GENERALE

Al Lettore p. 7

INTRODUZIONE “ 13

Capitolo I
VISIONE GENERALE DELLA STORIA
(Daniele 2)

Introduzione “ 21
Visione generale della storia rappresentata in una statua tetrametallica “ 26
Primo impero universale: testa d’oro - Babilonia “ 28
Lo scettro della casa di Davide passa ai gentili fino alla venuta
gloriosa del Messia “ 29
Secondo impero universale: petto e braccia d’argento - Medo-Persia “ 31
Terso impero universale: bacino di rame - Grecia “ 32
Oltre mille anni prima era stato annunciato che l’Occidente avrebbe
prevalso sull’Oriente “ 33
Quarto impero universale: gambe di ferro - Roma “ 34
Perché Daniele non dice nulla della prima venuta di Gesù “ 36
Il quarto impero universale continua trasformato fino al tempo della fine
nei piedi e nelle dita di ferro e di argilla “ 37
Perché i barbari non vengono rappresentati con un altro metallo “ 37
Significato del ferro e dell’argilla: potere politico e potere ecclesiastico “ 41
Quinto impero universale: la pietra - regno eterno “ 52
Conclusione “ 56

Capitolo II
IL CARDINE DELLA STORIA
(Daniele 9:24-27)

Introduzione “ 61
Una visione non completamente spiegata ha preoccupato molto il profeta Daniele “ 65
Spiegazione della visione che annuncia il cardine della storia “ 66
Testo delle 70 settimane e sua importanza “ 68
«Settimane settanta sono state tolte per il tuo popolo e la tua santa città» “ 74
«Dall’uscita di una parola per rialzare e per ricostruire Gerusalemme» “ 76
Primo decreto, 536 a.C. “ 77
Secondo decreto, 520 a.C., e causa della sua promulgazione “ 79
Preparazione al terzo decreto “ 80
Terzo decreto, 457 a.C. “ 81
«Piazza - giudici - e mura saranno rialzate e ricostruite nell’angoscia dei tempi» “ 84
Autorizzazione a Nehemia “ 84
Fine delle 7 settimane, 408 a.C. “ 86
INDICE GENERALE

Riepilogo “ 86
«Fino a Unto-Capo, sette settimane e settantadue settimane» p.
87
Come i profeti dell’Antico Testamento avevano descritto la
venuta del Messia “ 89
L’insegnamento dei rabbini sulla persona e l’opera del Messia “ 91
L’attesa messianica nel I secolo d.C. “. 96
Realizzazione storica dell’«Unto-Capo» “ 98
Grafico n. 1 “ 100
Grafico n. 2 “ 101
Egli «in una settimana confermerà un’alleanza con molti» “ 106
«Dopo le settantadue settimane l’Unto sarà sterminato» “ 114
«E non a lui» “ 116
«E in mezzo alla settimana farà cessare sacrificio e oblazione» “ 119
«Per consumere il crimine» “ 124
«Per sigillare i peccati» “ 125
«Per espiare l’iniquità» “ 125
«Per portare giustizia dei secoli» “ 128
«Per sigillare visione e profezie» “ 129
«Per ungere santo dei santi» “ 130
«Settimane settanta sono state tolte per il tuo popolo…» “ 132
«E popolo di Capo il veniente distruggerà la città e il santuario - il popolo di
Capo il veniente causerà la distruzione della città e del santuario; e la loro
fine sarà nell’inondazione; e fino alla fine guerra e devastazione» “ 135
Antioco Epifane IV “ 136
Anticristo finale “ 136
Tito a capo dell’esercito romano “ 136
Gesù, capo del popolo, verrà a distruggere la città e il santuario “ 137
Il popolo è la causa della distruzione della città e del santuario “ 138
«La loro fine sarà nell’inondazione» “ 139
«Al di sopra d’ala di abominazione, devastatore» “ 140
«E fino alla distruzione, la decretata piomberà sul devastato» “ 142
Conclusione “ 144
Schema riassuntivo “ 144

Capitolo III
INSEGNAMENTI DIMENTICATI
Introduzione “ 147
L’apostasia annunciata “ 149
Sintomi di apostasia nella Chiesa apostolica “ 150
L’apostasia dà origine ad una nuova religione “ 151
Cause dell’apostasia “ 152
I. Sostituzione del giorno di riposo “ 153
Importanza della Legge di Dio “ 153
La legge di Dio esaltata dai cattolici “ 155
La legge di Dio esaltata dai riformatori “ 155
1420 Quando la profezia diventa storia
INDICE GENERALE

Il Decalogo preesistente al Sinai “ 156


Importanza del IV comandamento “ 156
L’osservanza del Sabato nei primi cinque secoli dopo Cristo p.
161
Dall’osservanza del sabato all’osservanza della domenica “ 162
Il ruolo di Roma nel cambiamento del sabato alla domenica “ 166
La Chiesa cattolica attribuisce a sé l’autorità di aver cambiato
il giorno di riposo “ 167
La fiaccola della verità non si è mai spenta su questo
comandamento “ 167
Conclusione “. 168
II. La dottrina dell’immortalità dell’anima “ 169
Schizzo dell’insegnamento biblico sulla natura dell’uomo “ 169
Errore universale “ 173
India “ 174
Egitto “ 174
Grecia “ 175
Mesopotamia “ 176
Riepilogo “ 176
L’uomo secondo la Bibbia “ 177
L’apostolo Paolo annuncia che nella Chiesa si sarebbero invocati i
demoni, cioè i morti “ 179
Gli eroi pagani vengono sostituiti dai martiri e dai santi cristiani “ 181
Ruolo di Roma nella soppressione del II comandamento “ 183
La formazione del dogma dell’immortalità dell’anima “ 183
La dottrina dell’immortalità dell’anima: porta aperta allo spiritismo 184
L’inferno e le pene eterne “ 185
Conclusione e augurio “ 186
III. Battesimo e suo significato biblico “ 186
L’impiego dell’acqua nelle religioni extrabibliche e in Israele “ 189
La Chiesa cristiana introduce nel battesimo altri elementi “ 190
Modifiche del rito “ 191
Triplice immersione “ 191
Battesimo ai bambini “ 192
Battesimo per aspersione “ 193
Conclusione “ 194
Conclusione generale “ 194

Capitolo IV
COME DIO VEDE LA STORIA
(Daniele 7:1-7,17,18)

Introduzione “ 199
Primo impero. Rappresentato da un animale simile ad un leone
con ali d’aquila: Babilonia “ 203
Secondo impero. Rappresentato da una animale simile a un orso ritto su un lato
con tre costole in bocca: Medo-Persia “ 204
Quando la profezia diventa storia 1421
INDICE GENERALE

Terzo impero. Rappresentato da un animale simile ad un leopardo con quattro


teste e quattro ali d’uccello: Grecia “ 207
Quarto impero. Rappresentato da un animale che non ha riscontro nel creato:
Roma p. 208
Critica all’identificazione con il regno seleucida e altre speculazioni “ 208
Critica all’identificazione della quarta bestia con il regno seleucida “ 208
Altre speculazioni “
212 Roma “
213
Le dieci corna o i regni della divisione dell’Impero Romano “. 218
Conclusione “ 221

Capitolo V
DA POTERE RELIGIOSO A POTERE TEMPORALE
(Daniele 7)

Introduzione “ 223
Il piccolo corno non può essere Antioco Epifane IV “ 224
Il piccolo corno e altri errori di identificazione “ 225
Il piccolo corno e l’interpretazione storica “ 226
Le 15 caratteristiche del potere religioso che divenne potere temporale “ 228
1. Una monarchia “ 228
2. Sua natura “ 229
3. Sua posizione geografica “ 229
4. Epoca della sua apparizione “ 230
5. Sue dimensioni territoriali “ 231
6. Sua crescita graduale “ 231
7 Tre regni cadono, vengono sradicati davanti al suo sorgere “ 233
Primo corno sradicato: gli Eruli “ 234
Secondo corno sradicato: i Vandali “ 235
Terzo corno sradicato: gli Ostrogoti o Goti “ 236
8. Sua apparenza straordinaria “ 240
9. Sua chiaroveggenza eccezionale “ 242
10. Suo linguaggio “ 243
11. Sua intolleranza “ 245
12. Suo attentato contro la Legge divina “ 250
13. Durata della sua supremazia “ 252
14. Inizio e fine della sua supremazia “ 255
607 – 1867 “ 256
610 – 1870 “ 256
533 – 1793 “ 257
538 – 1798 “ 258
15. Quando la sua fine “ 260
Conclusione “ 261

1422 Quando la profezia diventa storia


INDICE GENERALE

Capitolo VI
L’UOMO DEL PECCATO
(II Tessalonicesi 2)

Introduzione “ 263
Qualcuno e qualcosa impedivano la manifestazione p.
266
Come i Padri della Chiesa spiegavano le parole dell’apostolo Paolo “ 266
Definizione di: uomo del peccato - figlio della perdizione - avversario - empio “ 271
Si sederà nel tempio di Dio “ 273
Persona o personificazione “ 275
Il papato ne è la sola realizzazione “ 277
Conclusione “ 285

Capitolo VII
PERCHÉ LA RIFORMA PROTESTANTE NON È SORTA
E NON SI È AFFERMATA NEI PAESI LATINI
(Daniele 2; 7; Apocalisse 11; 13; 17)

Introduzione “ 287
I quattro principi che delimitano il territorio geografico di un impero “ 287
Primo principio: dalla conquista di Gerusalemme “ 288
Secondo principio: i confini sono determinati dalla lingua che in
prevalenza viene parlata “ 288
Terzo principio: un territorio non può essere attribuito a più monarchie “ 288
Quarto principio: autorità religiosa “ 289
Le gambe di ferro della statua tetrametallica di Daniele non rappresentano
l’Impero Romano d’Oriente e l’Impero Romano d’Occidente “ 289
Gli Stati latini, pur essendo invasi dai movimenti ereticali e protestanti,
rimasero cattolici “ 292
La Riforma protestante “ 294
Nella penisola Iberica “ 294
In Italia “ 295
In Francia “ 296
I confini dell’Impero Romano delimitarono i territori conquistati alla Riforma “ 298
Paesi Bassi “ 298
Paesi Ungheresi “ 299
Ginevra “ 300
Conclusione “ 301

Capitolo VIII
LA CHIESA DI DIO ATTRAVERSO I SECOLI
(Apocalisse 12)

Introduzione “ 303
Quando la profezia diventa storia 1423
INDICE GENERALE

Primo quadro: la Donna “ 304


Chi non rappresenta “ 305
La vergine Maria “ 305
Miti e divinità femminili pagane “ 307
Rappresenta il Popolo di Dio “ 308
Secondo quadro: il Dragone “ 311
Sua incarnazione religiosa “ 313
Sua incarnazione politica p.
314
Il Figlio maschio “ 316
Terzo quadro: battaglia in cielo “ 318
Michele “ 319
Battaglia in cielo “ 320
Quarto quadro: la Chiesa di Dio attraverso i secoli
e sua caratteristica nei tempi della fine “ 326
La donna nel deserto “ 328
Difficoltà a riconoscere l’evidenza “ 330
Il Dragone getta dell’acqua dalla sua bocca “. 332
La terra soccorre la donna “ 333
Il rimanente della donna, sue caratteristiche, sua identificazione “ 334
Conclusione “ 335

Capitolo IX
IL PAPA DEPORTATO
(Apocalisse 13 p.p.)

Introduzione “ 337
Il potere che ha dominato attraverso i secoli secondo l’Apocalisse “ 338
Identificazione storica del potere che sorse dopo che la Roma dei Cesari cambia
sede e l’Impero Romano si trasforma nel mare delle invasioni barbariche “ 341
Linguaggio, persecuzione e durata della supremazia del papato “ 345
La ferita mortale “ 350
Annuncio della sua guarigione “ 357
Conclusione “ 358

Capitolo X
LA PROFEZIA E LA RIVOLUZIONE FRANCESE
(Apocalisse 11)

Introduzione “ 361
Si misura la fedeltà della Chiesa “ 362
Il popolo di Dio calpestato “ 366
La testimonianza millenaria dei due testimoni “ 366
I due testimoni. Antico e Nuovo Testamento “ 367
La Parola di Dio dall’aurora al crepuscolo “ 368

1424 Quando la profezia diventa storia


INDICE GENERALE

La conseguenza del rigetto della Parola di Dio “ 370


Una nuova era per l’Europa: la bestia sale dall’abisso “ 377
Dalla prima metà del 1600 studiosi protestanti annunciano che alla fine del
XVIII secolo ci sarebbe stato in Francia uno sconvolgimento sociale politico
- la Rivoluzione francese - che si sarebbe ripercosso sul papato “. 381
Studiosi contemporanei alla Rivoluzione francese e degli anni successivi sono
consapevoli di vivere la realizzazione della profezia “ 384
Nel terremoto della Rivoluzione settemila nomi furono soppressi “ 388
Uccisione e resurrezione dei due testimoni “ 389
Uccisione dei due testimoni p.
389
Rallegramenti per la loro morte “ 392
Resurrezione dei due testimoni dopo tre anni e mezzo “ 393
Rallegramenti per la loro resurrezione “ 395
Conseguenze della Rivoluzione francese “ 395
Conclusione “ 396

Capitolo XI
ORIGINI E SVILUPPI DEL PONTEFICE MASSIMO
(Daniele 8)

Introduzione “ 399
Quadro profetico “ 400
Medo Persia “ 403
Grecia “ 404
Quinto corno “ 405
Diverse spiegazioni per identificare il quinto corno “ 406
1. Antioco Epifane IV, re seleucida “ 406
2. Antioco Epifane tipo dell’anticristo futuro e dell’Islam “ 410
3. Anticristo finale “ 411
4. L’Islam “ 411
5. Il Papato “ 412
6. Roma “ 413
7. Roma pagana e cristiana nella continuità del Pontifex
Maximus “ 415
Rapporto del piccolo grande corno con il capro Greco Macedone “ 415
1. Rapporto tra il quinto corno e l’Impero Greco-Macedone “ 415
2. Momento storico dell’apparizione del V corno “ 419
3. Origini e sviluppo del culto all’imperatore romano pagano prima
e al vescovo di Roma poi “ 421
L’opera svolta dal Pontifex Maximus “ 426
1. Contro l’esercito del cielo “ 427
2. Contro il Capo dell’esercito “ 429
3. Al Capo dell’esercito toglie il “Continuo” “ 430
4. Abbatte il Santuario “ 432
5. L’esercito gli è stato dato con il perpetuo a causa della ribellione “ 435

Quando la profezia diventa storia 1425


INDICE GENERALE

6. Getta a terra la “verità” “ 436


«Fino a quando?» “ 438
«Fino a 2300 sere e mattine, poi il santuario sarà purificato» “ 440
Quando inizia il giudizio preliminare che si conclude
con la purificazione del santuario celeste “ 441
Il Giudizio preliminare e la Purificazione del santuario celeste “ 449
Conclusione “ 454

Capitolo XII
IL SANTUARIO ISRAELITICO
Introduzione p. 459
Rivelazione del piano della salvezza “ 460
La schiavitù di Israele in Egitto “ 462
Israele liberato “ 462
La tenda di convegno nel deserto e suo significato tipologico “ 464
Il cortile “ 466
La porta “ 466
L’altare degli olocausti “ 468
La conca di rame “ 472
La tenda di convegno o il santuario: luogo santo e luogo santissimo “ 475
Realizzato nell’Emanuele “
475
Ideale per il credente e per la Chiesa “ 477
Luogo santo “ 478
La tavola dei pani “ 479
Realizzata nell’Emanuele “ 480
Ideale per il credente e per la Chiesa “ 480
Candelabro a sette lampade “ 481
Realizzato nell’Emanuele “ 481
Ideale per il credente e per la Chiesa “ 482
Altare profumi “ 482
Realizzato nell’Emanuele “ 483
Ideale per il credente e per la Chiesa “ 483
La cortina che divide il luogo santo dal luogo santissimo “ 484
Realizzata nell’Emanuele “ 485
Ideale per il credente e per la Chiesa “ 487
Luogo santissimo “ 490
L’arca “ 491
Realizzata nell’Emanuele “ 493
Ideale per il credente e per la Chiesa “ 494
Inaugurazione della tenda di convegno “ 495
Riepilogo “ 496
Conclusione “ 497

1426 Quando la profezia diventa storia


INDICE GENERALE

Capitolo XIII
IL GIUDIZIO CHE PRECEDE LA VENUTA DEL SIGNORE
(Levitico 16; Daniele 8:14; 7:9-14)

Introduzione “ 499
Importanza del giudizio preliminare e della festa della Purificazione “ 500
Giorno di giudizio “ 500
Lo Yom Kippur segue la festa del giudizio compiendo la purificazione
del santuario “ 502
Cerimoniale del giorno dello Yom-Kippur: i due capri “ 503
Il santuario celeste nell’Antico Testamento “ 507
Il Santuario celeste nel Nuovo Testamento p.
508
Il ministero redentore di Cristo sulla terra “ 509
Il ministero redentore di Cristo nel santuario celeste “ 509
Gesù, Sommo Sacerdote nel Santuario celeste: rappresenta i credenti
e li soccorre “ 511
Gesù Sommo Sacerdote nel Santuario celeste durante il giudizio e sua
opera di purificazione “ 514
Giudizio preliminare, suo inizio nella storia e purificazione del santuario celeste “ 514
Giudizio preliminare “ 514
Inizio del giudizio preliminare che comporta la purificazione del
santuario celeste “. 525
- 1847 “ 528
- 1843 “ 529
- 1843/44, partendo dal 458/457 “ 530
- 1844/45 “ 531
- 1844 “ 531
Purificazione del santuario celeste “ 532
La Chiesa sulla terra tipo del santuario celeste: sua purificazione “ 534
Conclusione: l’investitura del Figlio dell’uomo - Gesù Re “ 538

Capitolo XIV
IL SORGERE DI UN MOVIMENTO MONDIALE
(Apocalisse 10)

Introduzione “. 543
Un personaggio potente scende dal cielo “ 544
Il libretto in mano all’angelo “ 548
La voce dell’angelo è potente come quella di un leone
e i sette tuoni fanno sentire la loro voce “ 549
«Non c’è più tempo» - 1844 l’importante data profetica “ 551
Realizzazione storica di Apocalisse X “ 554
Un grande risveglio religioso “ 554
La delusione predetta “ 558

Quando la profezia diventa storia 1427


INDICE GENERALE

Il sorgere di un movimento mondiale “ 561


La settima tromba ed il mistero di Dio “ 563
Conclusione “ 567

Capitolo XV
LA PROFEZIA E GLI STATI UNITI D’AMERICA
(Apocalisse 13 s.p.)

Introduzione “ 569
Caratteristiche e identificazione della seconda bestia di Apocalisse XIII “ 572
I: significato simbolico della bestia “ 572
II: suo carattere “ 572
III: luogo geografico del suo apparire “ 573
IV: epoca di apparizione p.
574
V: il suo sorgere “ 575
VI: corna simili a quelle di agnello “ 575
VII: parla come un dragone “ 578
Guarigione della ferita mortale del papato “ 581
Periodo della ferita mortale: 1798-1870 “ 582
Periodo della lotta contro la morte: 1870-1914 “ 582
Periodo della convalescenza: 1914-1945 “ 583
Periodo della guarigione: dal 1945 “ 585
Il papato acquista potere negli Stati Uniti “ 588
In campo religioso “ 589
In campo educativo “ 595
In campo politico “ 596
Perché il Papato acquista potere negli U.S.A.? “ 597
I grandi prodigi del falso profeta “ 599
La creazione dell’immagine della bestia “ 603
Il potere religioso in America “ 605
Il marchio della Bestia “ 607
Il segno del sigillo di Dio “ 611
Roma rivendica la sua autorità sull’osservanza della domenica “ 612
Leggi per fare osservare la domenica negli USA “ 613
XIX secolo “ 614
XX secolo “
616
Conseguenze “ 624
Il numero del nome della Bestia: «666» “ 626
Esattezza del numero “ 627
Forma letteraria “ 627
Spiegazione del numero 666 “ 627
Identificazione “ 629
Conclusione “ 633
Uno sguardo retrospettivo “ 634

1428 Quando la profezia diventa storia


INDICE GENERALE

Capitolo XVI
L’ULTIMATUM
(Apocalisse 14:6-13)

Introduzione “ 645
Primo appello “ 647
Annuncio dell’evangelo eterno in tutto il mondo “ 648
Invito a temete Iddio e dategli gloria “ 651
«L’ora del giudizio è venuta» - tempo nel quale si colloca il primo appello “ 652
Adorate il Creatore è riconoscere che ha fatto ogni cosa “ 657
L’invito di Dio “ 660
Secondo appello “ 664
Babilonia è la cristianità apostata “ 666
Babilonia e il mondo protestante ed evangelico “ 667
Il protestantesimo tende sempre più ad assomigliare al cattolicesimo “ 668
Dimissione del protestantesimo p. 669
I protestanti porgono la mano al papato “ 670
Verso una nuova forma di unione “ 673
Terzo appello “ 675
Rapporto con gli appelli precedenti “ 676
La bestia e la sua immagine “ 682
Il marchio della bestia “ 683
La conseguenza di chi ha il marchio della bestia “ 685
I tre messaggi sono un annuncio di salvezza “ 686
Riepilogo “ 686
Conclusione “ 687

Capitolo XVII
LE ULTIME PIAGHE PRIMA DELLA LIBERAZIONE
(Apocalisse 15-16)

Introduzione “ 689
La fine del tempo di grazia “ 695
Le sette ultime piaghe “ 699
Durata “ 700
Estensione “ 700
Natura “ 701
Prima piaga “ 702
Seconda piaga “ 702
Terza piaga “ 703
Quarta piaga “ 704
Quinta piaga “ 705
Sesta piaga “ 706
Eufrate: proposta letterale “ 707
Eufrate: proposta simbolica “ 708

Quando la profezia diventa storia 1429


INDICE GENERALE

I protagonisti della battaglia “ 709


La battaglia del gran giorno dell’Iddio Onnipotente “ 711
Luogo della battaglia di Harmaghedon “ 713
Settima piaga “ 715
Conclusione “ 717

Capitolo XVIII
I 144.000 DELL’APOCALISSE
(Apocalisse 7; 14:1-5)

Introduzione “ 719
Primo quadro: la Chiesa militante sigillata prima della fine del tempo di grazia “ 721
Chi sono i 144.000 “ 723
Cosa indica la cifra 144.000 “ 725
Secondo quadro: la grande folla o la Chiesa trionfante “ 726
La folla incalcolabile dei 144.000 viene dalla grande tribolazione “ 728
La tribolazione conseguenza della fedeltà all’Evangelo p.
728
La tribolazione del Medio Evo “ 729
La tribolazione finale “ 729
I 144.000 sono un gruppo particolare di salvati “ 731
Il sigillo “ 735
Il canto dei 144.000 “ 736
Conclusione “ 737

Capitolo XIX
LA CHIAVE DELL’APOCALISSE
(Apocalisse 17-19:10)

Introduzione “ 739
Prima parte: la Prostituta e sua identificazione “ 741
Identificazione della prostituta “ 743
1. Babilonia ricostruita “ 743
2. L’antica Roma “ 744
3. Totalità degli empi “ 745
4. Roma futura “ 746
5. Una parte della Chiesa di Roma “ 747
6. Roma papale “ 747
7. La cristianità infedele degli ultimi tempi o la nuova cattolicità
del cattolicesimo “ 752
Differenze tra i capitoli XIII e XVII dell’Apocalisse “ 758
Vestito e ricchezze della prostituta “ 763
Suo crimine “ 763
Suo nome: «Mistero, Babilonia,… la madre delle meretrici» “ 764
Sua ubriachezza “ 766

1430 Quando la profezia diventa storia


INDICE GENERALE

Stupore di Giovanni “ 774


Seconda parte: la Bestia a 7 teste e 10 corna, sua identificazione “ 775
Significato delle sette teste “ 776
1. Sette successive forme di governo dell’antica Roma “ 776
2. Sette imperatori “ 776
3. Sette colli di Roma “ 779
4. La somma delle teste delle quattro bestie di Daniele “ 779
5. Sette teste = sette monti = sette re, regni, potenze universali “ 780
La settima testa: sorge dall’abisso “ 784
La futura confederazione degli Stati europei “ 786
Il papato estende nuovamente il suo potere politico e religioso sugli Stati
Europei che glielo riconferiscono “ 787
Una nuova fase della storia europea “ 792
La guerra ai santi “ 795
Il giudizio sulla donna “ 796
Terza parte: il giudizio di Babilonia “ 798
«Caduta, caduta è Babilonia la grande…» “ 798
«Uscite da essa o popolo mio…» “ 799
Le piaghe su Babilonia “ 803
Il lamento dei re su Babilonia p.
804
Il lamento dei mercanti su Babilonia “ 804
Il lamento dei naviganti su Babilonia “ 807
Rallegramenti per la distruzione di Babilonia “ 808
In Babilonia si trova il sangue dei martiri e degli uccisi della terra “ 809
Quarta parte: gioia in cielo per la caduta di Babilonia e l’annuncio delle
nozze dell’Agnello “ 810
Primo canto degli esseri celesti “ 810
Secondo canto dei rappresentanti del Popolo di Dio “ 811
Terzo canto di tutti i servitori “ 811
Conclusione “ 814

Capitolo XX
L’VIII RE
(Daniele 11, Apocalisse 17; 14:14-20)

Introduzione “ 815
Dall’Impero Medo-Persiano a quello Greco “ 820
La divisione dell’Impero di Alessandro “ 821
Guerre tra i Seleucidi del Nord e i Lagidi o Tolomei del Sud “ 822
Guerre di Antioco Epifane III il grande contro l’Egitto “ 825
Antioco IV Epifane “ 831
I campagna militare in Egitto 173 a.C. “ 835
II campagna militare in Egitto 171 a.C. “ 836
Persecuzione di Antioco nei confronti di Israele “ 837
III campagna militare in Egitto 170 a.C. “ 838
Roma entra nella visione profetica “ 839
Quando la profezia diventa storia 1431
INDICE GENERALE

Profanazione del santuario . “. 840


Seduzioni e persecuzioni subite dai cristiani “ 845
Il re orgoglioso o l’uomo del peccato, il figlio della perdizione, l’avversario “ 846
Nel tempo della fine l’VIII re o l’Anticristo e la sua ultima impresa militare “ 852
Harmaghedon “
860
Conclusione della storia “ 862
In Daniele “ 862
Nell’Apocalisse “ 865

Capitolo XXI
IL GIORNO DEL SIGNORE
(Apocalisse 1:10; 19:11-21)

Introduzione “ 869
Descrizione del ritorno di Cristo “ 870
Il gran conflitto “ 872
Il giorno dell’Eterno “ 873
Giorno di giudizio “ 873
Giorno di culto “. 876
Conclusione p.
878

Capitolo XXII
I MILLE ANNI DELL’APOCALISSE E IL GIUDIZIO UNIVERSALE
(Apocalisse 20)

Introduzione “ 879
Avvenimenti che precedono il millennio “ 888
Il millennio “ 891
Sulla terra “ 891
Nel cielo “ 901
Fine del millennio “ 908
Giudizio universale “ 912
Distruzione del male “ 915
Inferno “ 915
Riepilogo e insegnamento dell’apostolo Paolo sul millennio “ 918

Capitolo XXIII
NUOVI CIELI E NUOVA TERRA
(Apocalisse 21-22:1-5)

Introduzione “ 923

1432 Quando la profezia diventa storia


INDICE GENERALE

Nuovi cieli e nuova terra “ 924


La nuova Gerusalemme “ 930
Eden ritrovato “ 940
Conclusione “ 945

CONCLUSIONE “ 949

APPENDICI
Appendice n. 1
SINOSSI DI DANIELE II, VII, VIII,IX,XI,XII - 2 TESSALONICESI II -
APOCALISSE X-XIII pp. “ 958

Appendice n. 2
LA PERSONA DI DANIELE - AUTENTICITÀ E CANONICITÀ
DEL SUO LIBRO - RISPOSTA ALLE OBIEZIONI “ 971

Appendice n. 3
PERCHÉ LA PIETRA DI DANIELE II NON RAPPRESENTA
LA PRIMA VENUTA DI GESÙ “ 1003

Appendice n. 4
GLI ABBAGLI DELL’ESEGESI RAZIONALE O COME VENGONO
SPIEGATE LE 70 SETTIMANE DI DANIELE IX
E L’INTERPRETAZIONE EVANGELICA CHE PONE NEL FUTURO LA
REALIZZAZIONE DELLA SETTANTESIMA SETTIMANA p.
1007

Appendice n. 5
COME PUÒ ESSERE CONSIDERATA LA POSIZIONE DEI TEOLOGI
E DEGLI ESEGETI CHE VEDONO ANTIOCO EPIFANE IN DANIELE
VII, VIII E IX? “ 1015

Appendice n. 6
I PERIODI PROFETICI DI DANIELE XII: 1290 E 1335 GIORNI “ 1023

Appendice n. 7
APOCALISSE: AUTORE - CANONICITÀ - DATA DI COMPOSIZIONE -
SCOPO - RAPPORTO CON ANTICO E NUOVO TESTAMENTO “ 1035

Appendice n. 8
APOCALISSE: GENERE LETTERARIO “ 1043

Appendice n. 9
APOCALISSE: SISTEMI DI INTERPRETAZIONE “ 1047

Quando la profezia diventa storia 1433


INDICE GENERALE

Appendice n. 10
PIANO DELL’APOCALISSE
GESÙ SOMMO SACERDOTE NEL SANTUARIO CELESTE E IL
CALENDARIO DELLE FESTE EBRAICHE “ 1051

Appendice n. 11
LE LETTERE ALLE SETTE CHIESE (Apocalisse 1:9-3: 22) “ 1061
L’ADORAZIONE A DIO SUL TRONO E IL LIBRO DELL’AVVENIRE
SIGILLATO (Apocalisse 4 e 5) “ 1070
I SETTE SIGILLI (Apocalisse 6; 8:1) “ 1075
LE SETTE TROMBE (Apocalisse 8:2-9: 21) “ 1084

Appendice n. 12
IL PRINCIPIO GIORNO-ANNO “ 1111

Appendice n. 13
HARMAGHEDON “ 1123

Appendice n. 14
Tavole di riepilogo delle spiegazioni date dai principali autori che nella storia
hanno commentato i libri di Daniele e Apocalisse
TAVOLA n. 1 Daniele: principali scrittori ebrei dell’antichità e cristiani dei
primi secoli della Chiesa “ 1136
n. 2 Apocalisse: principali scrittori dei primi secoli della Chiesa “ 1139
n. 3 Tavola cronologica della interpretazione ebraica dei quattro
Imperi e del principio giorno/anno p.
1141
n. 4 Daniele: Principali scrittori nel primo Medio Evo “ 1142
n. 5 Apocalisse: Principali scrittori nel primo Medio Evo “ 1145
n. 6 Daniele: Principali scrittori prima della Riforma “ 1148
n. 7 Apocalisse: Principali scrittori prima della Riforma “ 1149
n. 8 Daniele: Principali scrittori del tempo della Riforma “ 1150
n. 9 70 settimane: Principali interpretazioni protestanti “ 1153
n. 10 Apocalisse: Principali scrittori del tempo della Riforma “ 1154
n. 11 Daniele: Principali scrittori del tempo della post-Riforma “ 1157
n. 12 Apocalisse: Principali scrittori del tempo della post-Riforma “ 1160
n. 13 Daniele: principali scrittori non Milleriti 1798-1844 “ 1163
n. 14 Apocalisse: principali scrittori non Milleriti 1798-1844 “ 1169
n. 15 XIX secolo: sostenitori dei 2300 anni profetici con
scadenza tra il 1843-1847 “
1177
n. 16 Daniele: interpretazione dei principali Milleriti tra il 1831-1844 1181
n. 17 Apocalisse: Interpretazione dei principali Melleriti tra il
1830-1844 “ 1184
n. 18 Apocalisse 13 e 14: esposizione storica “ 1189
n. 19 Apocalisse: le 7 trombe e i 3 periodi profetici “ 1193

Appendice n. 15

1434 Quando la profezia diventa storia


INDICE GENERALE

DISCORSO ESCATOLOGICO DI GESÙ:


MATTEO XXIV, MARCO XIII, LUCA XXI “ 1197

Appendice n. 16
IL CULTO SOLARE
BREVE STUDIO SULL’EVOLUZIONE DEL CULTO SOLARE “ 1211

Appendice n. 17
MARIA, LA MADRE DI GESÙ, NUOVA PROPOSTA DI DIVINITÀ
FEMMINILI PAGANE DELL’ANTICHITÀ E I FENOMENI PARANORMALI “
1219

Appendice n. 18
L’ASCESA DEL PAPATO “ 1233

FONTI E BIBLIOGRAFIA
Testo sacro e sue traduzioni “ 1265
- Versioni antiche e con caratteri non italici “ 1265
- Versioni in lingue moderne “ 1266
Opere dell’antichità “ 1267
- ebraica “ 1267
- caldeo-egiziana “ 1268
- greca-latina “ 1268
- Padri della Chiesa “ 1268
Opere, articoli e commentari, anche parziali, dei libri di: Daniele, Apocalisse
e 2Tessalonicesi p.
1271
- autori ebraici “ 1271
- autori cattolici, protestanti e altri “ 1274
Daniele e Apocalisse nell’arte e nella musica “ 1355
Daniele nelle culture non cristiane “ 1356
Opere esegetiche e teologiche “ 1356
Opere di storia: storia d’Israele e della Chiesa - del pensiero religioso - di storia “ 1362
- Opere di storia d’Israele e della Chiesa “ 1362
- Opere di storia e di religione “ 1369
- Opere di storia “ 1370
- Opere varie “ 1371
- Grammatiche e lessici “ 1372

INDICI
INDICE dei testi biblici “ 1375
INDICE dei nomi “ 1389
INDICE GENERALE “ 1419

Quando la profezia diventa storia 1435


INDICE GENERALE

TAVOLE FUORI TESTO


I. Parallelismo tra il colosso di Daniele 2 e le bestie di Daniele 7 “ 1439
II. Lo stabilirsi dei dieci regni barbarici sul territorio geografico
dell’Impero Romano latino “ 1440
III. La terra profetica delle quattro monarchie di Daniele “ 1441
IV. Il piccolo grande corno di Daniele 8 “ 1442
V. Il santuario israelitico “ 1443
VI. Le LXX settimane (Daniele 9:24-27), parte delle 2300 sere e mattine -
giorni/anni - (Daniele 8:14), con il giudizio investigativo, preliminare o
del preavvento (Daniele 7:9-13) “ 1444
VII. Due grandi segni nel cielo: la donna e il dragone (Apocalisse 12) “ 1445
VIII. La donna fugge nel deserto per 1260 giorni/anni e il dragone, dalla sua
bocca, le getta dell’acqua come un fiume per sommergerla (Apocalisse 12)“ 1446
IX. La bestia che sale dal mare (Apocalisse 13 pp) “ 1447
X. La bestia che sale dalla terra (Apocalisse 13 sp) “ 1448
XI. I tre messaggeri celesti (Apocalisse 14:6-13) “ 1449
XII. La donna di Apocalisse 17 “ 1450
XIII. Concordanza delle visioni di Daniele e dell’Apocalisse “ 1451

1436 Quando la profezia diventa storia


INTRODUZIONE

«Quando i libri di Daniele e dell’Apocalisse


saranno meglio compresi, i cristiani faranno una
esperienza religiosa totalmente diversa» Ellen
White.1

In un tempo come il nostro carico di tensioni sociali, di squilibri politici, di lotte di


classe, di problemi economici e finanziari, crediamo sia positivo considerare ciò che
Dio ha rivelato alla nostra umanità.
Numerose sono le opere scritte per comprendere l’evoluzione della storia. Non
sempre gli storici hanno condiviso la valutazione di quanto avvenuto nel passato e i
momenti cardine dell’evolversi da un periodo all’altro. Le opere di storia
arricchiscono il nostro sapere e la conoscenza del passato potrebbe essere maestra di
vita per il presente e quindi aiutarci a orientare le nostre scelte per il futuro. Ma non
sembra che l’uomo abbia imparato molto dal passato. Nel secolo scorso si prevedeva
tutto per il nostro secolo tranne le due guerre mondiali, la loro conseguenza e la realtà
che stiamo vivendo. All’Ovest e all’Est si è sperato che la guerra fredda cessasse e
quando il muro di Berlino è crollato, in un modo imprevedibile e quindi non
annunciato, si è sognata una pace reale, ma il sogno non è durato neppure una
stagione. La situazione nell’Europa Occidentale, dell’ex Patto di Varsavia,
dell’Africa, dell’Asia e dell’America è tale che la pace nel mondo è più instabile oggi
che nel passato.
Il domani come sarà?
Le speculazioni di fantascienza, di fantapolitica, di fantaeconomia suscitano
sempre più interesse.
L’uomo, per conoscere se stesso, per capirsi, per sapere le sue origini e il fine
ultimo della sua esistenza, ha bisogno di uscire dal “silenzio di Dio” per, finalmente,
porsi all’ascolto di Colui che, rivolgendogli la parola, lo interroga, lo istruisce, lo
realizza.
Il Dio della Bibbia, il Dio di Abrahamo, di Isacco, di Giacobbe, il Dio d’Israele e
della Chiesa, a differenza del dio dei filosofi e delle religioni tradizionali, è un Dio
che parla e si rivela. La superiorità di questo Dio rispetto a tutti gli altri sta proprio in
questa caratteristica: «Io, io sono l’Eterno, e fuori di me non v’è salvatore. Io ho
annunziato, salvato, predetto, e non è stato un dio straniero... (Io) annunzio la fine fin
dal principio, e molto tempo prima predìco le cose non ancora avvenute; che dico: “Il
mio piano sussisterà, e metterò ad effetto tutta la mia volontà”». E fa sapere: «Il
Signore l’Eterno, non fa nulla, senza rivelare il suo segreto ai suoi servi, i profeti».2

1
WHITE Ellen, Testimonies to Minister’s, p. 114.
2
Isaia 43:11; 46:10; Amos 3:7. Salvo precisazioni diverse, la traduzione italiana dei passi biblici riportati sono
della Versione Riveduta del dr. G. Luzzi, ed. Librerie Sacre Scritture.
INTRODUZIONE

Sono molte le profezie contenute nel messaggio biblico. Affinché fossero


coordinate e ben comprese, Dio ha rivelato il filo conduttore a due uomini: il primo,
Daniele3 (autore del suo scritto omonimo, israelita di stirpe reale portato a Babilonia
da Nebucadnetsar in occasione della sua prima conquista di Gerusalemme nel 605
a.C.), e il secondo, l’apostolo Giovanni (autore dell’Apocalisse4 da lui composta
durante il suo esilio sull’isola di Patmo nel 97 d.C.). Infatti «questi due libri... quello
di Daniele e quello di san Giovanni, essendo i soli che siano interamente scritti
secondo l’ordine storico o cronologico, sono destinati a darci la chiave di tutti gli
altri».5
«Tutti i libri della Bibbia si riassumono e si completano nell’Apocalisse, la quale a
sua volta completa il libro di Daniele».6
Questi due libri sono stati scritti usando un genere letterario particolare, quello
apocalittico.7
I profeti dell’Antico Testamento presentavano il loro messaggio sacro ai
contemporanei in un linguaggio semplice e accessibile a tutti, in forma poetica e/o
con delle immagini. Questi messaggi erano però indipendenti gli uni dagli altri
sebbene a volte completassero quanto detto precedentemente. Quando annunziavano
il futuro erano privi di prospettiva storica o del senso cronologico.
Per contro, come vedremo più avanti, nei libri apocalittici di Daniele e di
Giovanni, la cronologia occupa una larga parte e il loro messaggio è di carattere
universale. Le profezie di questi libri non sono mai a duplice prospettiva e hanno
sempre una sola realizzazione.8
«Le apocalissi, essendo destinate a illuminare dei lunghi periodi sprovvisti di
rivelazione diretta, dovevano essere contemporaneamente più universali e più
dettagliate. E per questo... Dio che dirige la storia accorda ai veggenti, per quanto
riguarda le cose del futuro, delle luci speciali che superano anche di molto la misura
ordinaria della profezia».9
«Come Daniele lascia gli ebrei, al momento in cui essi stanno per essere privati
dello spirito di profezia, la guida che doveva condurli attraverso le complicazioni
della storia fino alla venuta del Messia, così Giovanni ha lasciato al nuovo popolo di
Dio, che doveva essere privato del governo apostolico, le direttive che gli erano
necessarie fino al ritorno del suo Maestro».10

3
Per la biografia di Daniele e l’autenticità del suo libro, vedere Appendice n. 1.
4
Per la paternità dell’Apocalisse a Giovanni l’evangelista e data di composizione, vedere Appendice n. 7.
5
GAUSSEN Louis, Daniel le Prophète, t. III, Paris 1849, p. 181.
6
WHITE Ellen, Conquérants pacifiques, ed. S.d.T., Dammarie-les-lys, 1959, p. 520; ed. italiana, Gli uomini che
vinsero un impero, ed. AdV, Falciani 1989, p. 367; edizione originale, The Acts of the Apostles, p. 585.
7
Per una visione più ampia di questo genere letterario, vedere Appendice n. 8.
8
Tranne quelle riguardanti le sette Chiese dell’Apocalisse che possono aver avuto un messaggio diretto per le
chiese locali, vedere Appendice n. 11.
9
AUBERLEN Karl August, Le prophète Daniel et l’Apocalypse de S. Jean, Lausanne 1880, p. 97. Riteniamo che
l’autore (1824-1864), docente all’Università di Basilea, sia stato il migliore a spiegare la differenza che c’è tra le
profezie apocalittiche e quelle degli altri profeti.
10
GODET Frédéric, Études Bibliques, t. II, 5 ed., Paris 1899, p. 415. Questo autore nel secolo scorso era considerato
il principe dell’esegesi. I suoi commentari sono stati ristampati negli anni Settanta. Un pensiero analogo alla citazione
riportata era stato espresso da FLEMING Robert, pastore presbiteriano scozzese, in L’origine de la chute de Rome
14 Quando la profezia diventa storia
INTRODUZIONE

Di questi due uomini nella Bibbia viene detto: «Tu (Daniele) sei (un uomo)
grandemente amato»; Giovanni era il discepolo «che Gesù amava»11.
Entrambi vedono il Figlio dell’uomo venire sulle nuvole del cielo.12 Entrambi
parlano dell’anticristo, della sua durata attraverso i secoli, della sua supremazia, della
sua azione, della sua fine.13 A entrambi è dato il piacere di contemplare il trionfo della
Chiesa e la sua glorificazione.14 In entrambi si concentra e si riassume tutto il
messaggio messianico dei profeti.15 Il libro di Daniele e in particolare quello
dell’Apocalisse hanno ispirato opere artistiche di pittura, di mosaici, di arazzi, di
vetrate, di altorilievi e musica non solo nel passato ma anche nel nostro secolo.16

papale, Liegi 1849, p. 88, 1a ed. inglese, London 1701: «Come Daniele colma la lacuna o il vuoto della storia
dell’Antico Testamento, così l’apostolo S. Giovanni fa lo stesso per il Nuovo Testamento conducendoci dalla prima
alla seconda venuta di Cristo».
11
Daniele 9:23. Siamo noi che abbiamo messo quanto scritto tra parentesi. Giovanni 13:23.
12
Daniele 7:13; Apocalisse 1:7; 14:14 e seg.; 19:11 e seg., ecc..
13
Daniele 7: 26; Apocalisse 13: 1-10; 19:20, ecc.
14
Daniele 12:1, 2; Apocalisse 12; 14:1-6; 7:21, ecc.
15
Daniele 9:24-27; Apocalisse 12:5.
16
Tra il 1508-1512 Daniele compare tra gli affreschi della Cappella Sistina in Vaticano ad opera di Michelangelo
Buonarroti. Il Museo Nazionale di Berlino conserva un dipinto di Rembrandt del 1652 che ritrae il profeta in visione.
La National Gallery of Art del Museo di Washington conserva una tela di Rubens del 1618 che ritrae Daniele nella
fossa dei leoni, episodio ripreso nel 1849 da Delacroix e conservato al Palais Bourbon di Parigi. Nel 1607 Léonard
Kern orna le due porte monumentali del Municipio di Norimberga con le quattro bestie che Daniele presenta nel suo
capitolo VII, con accanto rispettivamente Nebucadnetsar, Ciro, Alessandro il Grande e Giulio Cesare per indicare i
relativi imperi.
Scrive J. Doukhan, che dal dramma liturgico del Medio Evo, Drame de Daniel, composto nel XII secolo da
Hilarius, discepolo di Abelardo (Biblioteca Nazionale di Parigi, 11331, fol. 12-16) e nel XIII secolo per la scuola della
cattedrale di Beauvais (Museo Britannico di Londra, Egreton 2615, fol. 95-108), fino alla composizione elaborata da
Darius MILHAUD, Les Miracles de la foi, 1951, agli accenti espressivi e profondi di Louis Amstrong che canta,
accompagnato dalla sua orchestra, il negro-spiritual Sadrach, composto nel 1931 da Mac GIMSEY, best seller nel 1938,
i temi di Daniele hanno preso tutte le forme; dalla commedia tragica del XVII secolo nell’opera tedesca Der Seigende
Hofmann Saniel, del 1671, alle cantate in jazz del XX secolo, alla stampa di un francobollo delle poste italiane del
1961 (DOUKHAN Jacques, Le soupir de la terre, ed. Vie & Sante, Dammarie-les-lys 1993, p. 12).
L’arte figurativa ispirata dall’Apocalisse riempie l’ultimo quarto del IV secolo e tutto il V, con opere prodigiose,
osserva F. van der MEER. L’arte medioevale ne è ricca e la figura del Cristo onnipotente, vincitore supremo, la
caratterizza. La maestà di Cristo, seduto o in piedi non è solo raffigurata nei manoscritti del Medio Evo, negli
affreschi delle absidi, nei bassorilievi dei timpani, nei mosaici, nei vetri e nei rosoni delle chiese e delle cattedrali.
Charles BRÜTSCH, nella sua opera, La Clarté de l’Apocalypse, nella 4a e 5a edizione, Genève 1966, pp. 443,444,
presenta una lunga lista, che definisce «molto approssimativa», delle Chiese che presentano tali raffigurazioni in
Germania, Spagna, Francia, Italia, Svizzera, Andorre, Inghilterra, Bulgaria, Danimarca, Svezia, Cecoslovacchia,
Russia e, fuori dall’Europa, Egitto, Baouit, Saqqara, U.S.A.
Per quanto riguarda le opere incise su legno, la storia delle illustrazioni dell’Apocalisse si divide in due periodi,
fino al 1498 quando il maestro di Norimberga Albert Dürer pubblica la sua opera, a dopo questa data. Quest’opera fu
così importante che l’arte che si ispirava all’Apocalisse era in declino e in quel periodo trova, nel maestro tedesco, un
nuovo interesse.
È difficile elencare gli artisti contemporanei che hanno rappresentato l’Apocalisse. Qualche nome secondo C.
Brütsch, o.c., pp. 446,447: Giorgio de Chirico, 1852; Edouard Goerg, 1943; George de Pogedaleff, 4 vol. 1947-1950;
Vincent de Crozals, 1950; Henri de Waroquier, 1955. A questi nomi di devono aggiungere le illustrazioni di Jean
Berque, Paris-Lausanne 1938; soprattutto la tappezzeria creata da Jean Lurçat (morto nel 1966), che rappresenta la
donna e il dragone di Apocalisse 12, nella chiesa cattolica del plateau d’Assy, alta Savoia. È da segnalare la litografia
di Odilon Redon (1840-1916) del 1899, posta da A. Mellerio nella sua opera su O. Redon, Paris 1913. All’inizio del
XX secolo, Paul Robert ha dipinto tre quadri (l’angelo musicista, Michele che trafigge il dragone, l’angelo del
giudizio fermato da quello della grazia) sulla grande scalinata del Museo di Neuchâtel; due affreschi di M. Barraud,
nella cappella dell’Università di Fribourg, 1946. Sulla facciata del tempio protestante di Aubagne, vicino a Marsiglia,
un mosaico rappresenta l’Agnello, ad opera di Henri Lindegard - J. Franch-Clapers, la chiesa cattolica di Rheinfeldn,

Quando la profezia diventa storia 15


INTRODUZIONE

Il libro di Daniele è così importante che Gesù, parlando della distruzione di


Gerusalemme, lo cita nominandolo espressamente e riportando poi testualmente le sue
parole. Invita quindi: «Chi legge il profeta Daniele; rifletta», o «vi ponga mente»,
«stia ben attento», «cerchi di capire».17
Non possiamo comprendere l’Apocalisse senza passare attraverso Daniele perché
il libro di «san Giovanni é il secondo tomo di una storia di cui quelle di Daniele è il
primo». «Non si potrebbero quantificare gli errori evitabili che hanno commesso e
sviato gli interpreti, quando hanno preteso di spiegarci l’uno senza avere capito
l’altro».18 La cosa grave è che oggi l’errore continua. Gli esegeti si trovano davanti a
due libri che vogliono spiegare senza considerare questa premessa, e dando quindi

Argovie, possiede un affresco di 18x9 m. di Johannes Hugentobler che raffigura con finezza la Gerusalemme celeste;
a Möhlin, località vicino alla precedente c’è un altorilievo di 15 mq che ritrae la liturgia celeste dei capitoli IV e V.
Una serie di otto vetrate sono consacrate all’Apocalisse nella chiesa francese di Winterthour, fatte dal pittore Robert
Wehrlin nel 1957; nel 1959 una vetrata con diversi motivi dell’Apocalisse è stata fatta nella chiesa protestante di
Nidegg, a Berna, dipinta da R. Schär e nella chiesa di san Giovanni, sempre a Berna, nel 1961 ad opera di Max
Hunziker. Si segnalano anche le opere di Max Beckmann e di R. Bergholtz.
In questo excursus non è da dimenticare la Bibbia di Joseph Foret, pesante 210 chili, con commenti di Jean
Cocteau, Jean Rostand, Daniel Rops, Jean Guitton, E.M. Cioran, Jean Giono e Ernest Jünger, e illustrata da Bernard
Buffet, Salvatore Dalì, Leonor Fini, Foujita, Mathieu, Tremois e Zadkine. Questa Bibbia è stata esposta in numerose
città e ha fatto parte dell’esposizione tenuta nel New Museum of Contemporary Art dal titolo La fine del mondo,
visioni contemporanee dell’Apocalisse (1983-1984).
Nella primavera del 1992 c’è stata una esposizione consacrata alla fine e all’Apocalisse nella galleria d’arte di G.
Schreiber, all’Università di Tel Aviv. Sono da ricordare le opere di D. Y’acoby (1989-1990), Y. Parbuchrai (1991), T.
Geva (1991). È stato anche stampato un catalogo Postscripts, “Fine” – Representations in Contemporary Israeli Art,
The Genia Schreiber University Art Gallery, Tel Aviv University, 1992.
Sebbene l’Apocalisse sia stata ispiratrice nell’arte musicale, il protestante MIDDENDORP si augura che possa essere
espressa in un’opera simile a quella della Passione secondo San Matteo da J.S. Bach. Scrive J. Doukhan: «La musica è
probabilmente il genere artistico maggiormente ispirato dall’Apocalisse. Dappertutto nel mondo, in Francia, in
Polonia, in Germania, in Giappone, in America, dei compositori sono apparsi andando dall’oratorio alla sinfonia.
L’Apocalisse è stata oggetto pure di tesi di dottorato in musica e in composizione. Tra le numerose opere consacrate
all’Apocalisse, si notano i nomi seguenti: O. MESSIAEN, Quatour pour la fin des temps, 1941; Couleurs de la cité
céleste, 1963; Des canyons aux étoiles, 1974; D. MAXWELL, Apocalypse et chute, 1980; I. MAREO, Apocalypse
symphonique, 1982; K. RAINER, La nouvelle Jérusalem, 1986; Le voyant de Patmos, 1986; O.S. JOACHIM, Apocalypse
et apothéose, 1989; S. WELLMAN, Symphonie d’Apocalypse, 1980; B. MATUSZCZAK, Apocalypse, 1985; R.M. SCHAFER,
Apocalypse, 1986; W. JOSEPHUS, Les quattre chevaux de l’Apocalypse, 1980. Queste opere del nostro secolo sono
state precedute, come elenca C. Brütsch, da:
XVII secolo: Melchior Frank (1573-1639), 3 mottetti;
Joham Rudolf Ahle (1625-1673), 1 mottetto;
XVIII secolo: J.S. Bach (1685-1750), 4 cantate;
F.G. Haendel (1685-1750), oratorio, Le Messie;
XIX secolo: F. Mendelsshon Bartholdy (1809-1847), oratio, Paulus;
Johannes Brahms (1833-1897), Ein deutsches Requiem;
XX secolo: Henk Badings (1907- ), Apocalypsis, oratio, 1948;
Robert Blum, oratio, Erzengel Michale, Zurich;
P. Lucien Deiss, oratorio, Je vis la nouvelle Jérusalem, Paris;
Jean François, oratorio, L’Apocalypse de saint Jean, Paris;
Frank Martin, oratorio, In Terra pax;
Darius Milhaud, cantate, Les deux cités;
Jacques de la Presle, oratorio, L’Apocalypse de Saint Jean, con parole di Hélène Naville, ed. Rouart,
Paris 1929;
Franz Schmidt (1874-1939), oratorio, Das Buch mit den sieben Siegeln;
Jean Cocteau avrebbe scritto le parole di un oratorio.
17
Matteo 24:15. Il testo che Gesù menziona si trova in Daniele 9:27.
18
L. Gaussen, o.c., t. III, pp. 194,195; t. II, Paris 1848, p. 13.
16 Quando la profezia diventa storia
INTRODUZIONE

interpretazioni che si confutano a vicenda e non hanno mai soddisfatto pienamente


nessuno.
Il grande Bengel diceva: Daniele «è il politico, il cronologista e lo storico tra i
profeti»,19 e l’Apocalisse: «è il libro più importante della Scrittura perché è l’unico
chiamato la Rivelazione di Gesù».20

19
«Daniele ha avuto delle intuizioni profetiche che sono state, con ragione, considerate tra gli oracoli più notevoli
dell’Antico Testamento. La profezia apocalittica ricorda, in effetti, e indica in un modo più manifesto una azione più
estesa di Dio sul veggente. In questo genere d’ispirazione, Dio dona delle luci che superano la misura ordinaria delle
rivelazioni profetiche. In una parola, la profezia apocalittica è l’espressione più perfetta di tutto un ordine di idee, di
tutta una fase del profetismo presso il popolo eletto. Così noi crediamo di poter definire Daniele il più grande dei
profeti che abbia avuto il popolo ebraico; nessun profeta ha avuto un’aureola più luminosa» FABRE d’ENVIEU Jules, Le
Livre du Prophète Daniel, t. I, Paris 1888, p. 55.
20
Cit. da K. Auberlen, o.c., p. 40.
L’insegnamento escatologico sul tempo della fine di Gesù, Paolo e Giovanni ha le radici nello scritto del profeta
Daniele. WESTCOTT ha dichiarato: «Non c’è dubbio che Daniele abbia esercitato una grande influenza sulla prima
Chiesa cristiana come nessun altro scritto dell’Antico Testamento». Ernest KÄSEMANN ha affermato che l’apocalisse di
questo libro è «la madre della teologia cristiana» cit. da FORD Desmond, Daniel, ed. Foreword by F.F. Bruce, Southern
Publishing Association, Nashille, Tennessee, 1978.
L’influenza teologica del libro di Daniele sul Nuovo Testamento la possiamo notare a più riprese. Riportiamo a
tale proposito le considerazioni di LEHMANN Richard, Les liens de parenté entre Daniel et l’Apocalypse, in AA.VV.,
Prophétie et eschatologie, vol. I, Conférences Bibliques Division Eurafricaine, Séminaire Adventiste du Salève, 1982,
pp. 395-420.
A due riprese il Nuovo Testamento fa riferimento a Daniele 2: in Luca 20:18; Matteo 21:44. Daniele 2:35 dice
che la pietra «frantumerà» i regni e li disperderà come la pula sulle aie d’estate. Matteo e Luca riprendono gli stessi
verbi riportati dalla versione greca detta dei LXX in Daniele 2:44: «frantumare» e «ventilare». Quest’ultimo (gr.
likmao) lo si ritrova nella LXX in Daniele 2:44, Ruth 3:2; Giobbe 27:21. Gli evangeli riportano i verbi nello stesso
ordine di Daniele, ciò fa pensare a un suo riferimento. Il contesto immediato di Luca 20 è la parabola dei cattivi
vignaioli. A prima vista sembra che Gesù voglia realizzare immediatamente la profezia di Daniele 2. Ma una lettura
attenta mette in risalto il futuro escatologico. Gli effetti sono posti in un avvenire indeterminato. Inoltre l’espressione
«chiunque» ha un carattere universale. Il giudizio che colpisce Gerusalemme nel 70 d.C. è una testimonianza storica di
ciò che avverrà a «chiunque» rigetti il Messia.
Daniele 7:13, sebbene non sia citato testualmente, è riferito da Gesù stesso e dagli apostoli: Marco 13:26; 14:62;
vedere: Atti 1:9-11; 1 Tessalonicesi 4:17. É possibile che quando Paolo dice che i santi giudicheranno il mondo (1
Corinzi 6:2) pensi a Daniele 7:22 (vedere Apocalisse 20:4). Altri passi di riferimento: Daniele 7:18; 2 Timoteo 2:13;
Luca 22:29,30. Daniele 7:18,22; Matteo 19:28. Daniele 12:1; Marco 13:19. Daniele 12:2; Matteo 25:46. Daniele
12:3, Matteo 13:43. Daniele 2:44;7:18 erano letti dagli apostoli con valore escatologico. 1 Corinzi 4:8 lo dimostra.
Matteo 24:15 richiama Daniele 9:27;11:31.
«Possiamo dire, in conclusione, che nessuna delle profezie di Daniele interpretate nel Nuovo Testamento è
ricevuta come avendo avuto una applicazione nel passato o nel presente dagli scrittori del Nuovo Testamento. Sono
considerate in un quadro cronologico (Matteo 24) e ogni volta sono interpretate escatologicamente... Abbiamo ragione
di pensare che il libro di Daniele sia stato letto dagli autori del Nuovo Testamento come un libro le cui profezie
s’inscrivono in un quadro cronologico e la cui realizzazione è attesa in un avvenire indeterminato» R. Lehmann, o.c.,
p. 406.
Gli apostoli hanno visto Daniele 9, le 70 settimane, nella prospettiva messianica? L’hanno letta come noi?
L’hanno vista come una profezia a carattere cronologico?
Possiamo affermare di sì. Gli storici sono unanimi nel riconoscere l’attesa messianica nel primo secolo. Abbiamo
delle testimonianze nel Nuovo Testamento: Atti 28:20 (1 Timoteo 1:1); Luca 3:15; Galati 4:4. Gesù stesso era
convinto di compiere la profezia: Giovanni 7:6,8; 2:4; 7:30; 17:1.
«Molto probabilmente la Chiesa primitiva ha riconosciuto in Gesù il Cristo, cioè l’Unto, perché essa ha visto in
lui ciò che Daniele 9 aveva annunciato: l’Unto sarà soppresso. D’altronde una importante dichiarazione di Gesù indica
molto bene che avesse in mente Daniele 9 quando dichiara, secondo Matteo 26:28: “Questo è il mio sangue, il sangue
della nuova alleanza, che è sparso per molti...”. M. Filippo fa notare che le parole corrispondono perfettamente a
quelle della profezia: fare una solida alleanza con molti. (FILIPPO Mauro, The Seventhy weeks and the great tribulation,
Boston 1923, p. 81, cit. da D. Ford, o.c., p. 201)» Idem, p. 408.

Quando la profezia diventa storia 17


INTRODUZIONE

Agli apostoli che si erano preoccupati di sapere come e quando Gesù sarebbe
ritornato e quando sarebbe finita la triste realtà quotidiana, Gesù sul monte degli Ulivi
rispose pronunciando un discorso meraviglioso con il quale considerava la vita della
Chiesa e i pericoli che essa avrebbe attraversato.21 È per questo che «l’Apocalisse può
essere anche considerata come lo sviluppo del discorso escatologico».22 L’Apocalisse
non ha altro scopo che darci fiducia nell’avvenire e la certezza delle cose future. Pur
non descrivendoci per filo e per segno quello che avverrà, ci testimonia della certezza
che Cristo ritornerà trionfante. Giovanni, nel descrivere la rappresentazione figurata
della realtà, fa dell’Apocalisse «più e meglio che una semplice storia raccontata in
anticipo... una filosofia della storia»23 e quindi «si dovrebbe riprodurre l’Apocalisse
in testa a ogni introduzione della storia universale, poiché il suo oggetto è ciò che fa il
senso e il fondo dell’evoluzione dell’umanità».24 «Si può dire che il libro di Daniele è
la culla nascosta della filosofia della storia».25
«L’Apocalisse biblica non è stata considerata fino ad ora che come un prologo del
Regno di Dio. Oggi che (questo Regno) è diventato tecnicamente possibile e pure
probabile, esso sorge davanti a noi in un isolamento totale: nessuno crede più che un
regno di Dio vi faccia seguito, neppure il più cristiano dei cristiani».26
«Questi libri (Daniele e Apocalisse) sono stati scritti per coloro che si sono
appropriati, tramite la fede, grazie a una intelligenza tutta spirituale, di tutto il resto
della parola di Dio. Essi hanno di che scandalizzare coloro che li leggono come profa-
ni. Finché siamo in questo mondo di ricchi e di soddisfatti, finché non sospiriamo dal
profondo del nostro essere qualcosa di meglio... le apocalissi non sono ancora per noi.
Nessun altro che l’Agnello immolato può aprire il libro sigillato dai sette sigilli;
nessun altro che colui per il quale il mondo è crocifisso può leggere gli enigmi che
contiene. Daniele e Giovanni, quando questi misteri furono loro rivelati dall’alto, si
prostrarono con la faccia a terra, tremando e adorando; è da qui che bisogna
cominciare per arrivare a comprenderli... Bisogna avere fatto di già l’esperienza con

«L’Apocalisse si caratterizza per una assenza totale di citazioni formali dell’Antico Testamento, tuttavia su 404
versetti, 378 contengono un riferimento all’Antico Testamento» Idem, p. 408.
Daniele non ispira solamente il linguaggio a Giovanni (Daniele 2:35; Apocalisse 20:11; Daniele 2:29; Apocalisse
1:1; 22:6; 4:1; 1:20), ma anche gli avvenimenti che si devono susseguire. Il capitolo più citato è il 7, con dodici
riferimenti.
«Numerosi rapporti tra Daniele e l’Apocalisse sono evidenti. Per esempio: l’adorazione dell’immagine d’oro in
Daniele 3 e l’immagine della bestia in Apocalisse 13; la visione del Cristo in Daniele 10 e Apocalisse 1; la caduta di
Babilonia in Daniele 5 e Apocalisse 14 e 18; Dio viene a liberare i suoi in Daniele 3 e 6 e Apocalisse 14; le bestie di
Daniele 7 e Apocalisse 13 e 17; i tempi profetici stabiliti da Daniele 7 li si ritrovano in Apocalisse 11, 12 e 13» Idem,
p. 416.
21
Matteo 24; Marco 13, Luca 21. «Il rapporto stretto che esiste tra il discorso profetico che nostro Signore ha
pronunciato sul monte degli Ulivi e il libro della profezia apocalittica, deve necessariamente ritenere l’attenzione di
ogni persona che studia la Scrittura» ALFORD H., The greck Testament, vol. IV, Prolegomena, 2a ed., London 1862, p.
249; cit. da VAUCHER Alfred Félix, Les Prophéties apocalyptiques et leur interprétation, ed. 1972, p. 37. Per una
spiegazione del discorso profetico di Gesù, vedere Appendice n. 15.
22
A.F. Vaucher, idem, p. 37.
23
Idem, p. 38.
24
FOERSTER Fr. Wilhelm, L’Europe et la Question allemande, Paris 1937, p. 5.
25
NICOLAS Michel, Des doctrines religieuses des Juifs, Paris 1860, p. 272, n. 2.
Per una visione d’insieme dei vari sistemi di interpretazione dell’Apocalisse, vedere Appendice n. 9.
26
GUNTER Auders, Endzeit und Zeitende, C. II, Beck, Munich; cit. ZURCHER Jean, Servir, III e IV trim., 1973, p. 24.

18 Quando la profezia diventa storia


INTRODUZIONE

Dio... L’intelligenza è riservata a coloro che hanno la fede e la pazienza... Sono come
le parabole degli enigmi santi, destinati a risvegliare l’attenzione: esse aprono
l’entrata dei misteri celesti a colui che è attento e che vuole istruirsi, li chiudono a
colui il cui cuore è indurito e i cui occhi sono appesantiti».27
Al centro di questi due libri, uno dell’Antico Testamento e l’altro del Nuovo, c’è
la persona di Cristo Gesù. Daniele lo presenta come colui che è accanto ai suoi amici
nella fornace di fuoco,28 lo vede come colui che viene incoronato per ricevere il
Regno.29 È il principe, capo, nei confronti del quale l’opposizione del Pontifex
Maximus esercita tutto il suo potere per distruggere, agli occhi degli uomini, la sua
opera nel cielo e la sua influenza sulla terra,30 ne annuncia il tempo e l’opera che
avrebbe compiuto sulla terra31 ed è ancora lui che il profeta vede intervenire alla fine
della storia per liberare i credenti dalla tragedia finale che precede la resurrezione.32
Giovanni presenta il Signore come colui che gli rivela quanto scrive e che vede venire
nella sua potenza e gloria.33 È ancora lui che vede camminare nella storia per
sostenere i fedeli della sua Chiesa nelle loro tribolazioni.34 È lui, come Agnello di
Dio, che vede dischiudere il mistero della storia.35 È ancora lui che nel cielo è lodato
dagli esseri celesti.36 È il figlio maschio nato su questa terra e rapito in cielo e che
presenta anche in procinto di venire per raccogliere i frutti dell’angoscia e l’agonia
della sua carne.37 È colui che viene per vincere le potenze coalizzate contro
l’Altissimo.38 È la luce che illumina la terra restaurata.39 È il tutto che porta a
compimento ogni cosa, la vittoria della verità sulla menzogna e sull’odio, della vita
sulla morte.40
Colui che Daniele presenta come il Figlio dell’uomo, il gran capo, l’unto, colui
che viene soppresso e che chiama Micael; anche Giovanni lo descrive come il Figlio
dell’uomo, come Michele, lo vede come Re dei re e Signore dei signori e lo presenta
come colui che è stato l’Agnello immolato e ha vinto: è il leone della tribù di Giuda.41
I libri di Daniele e dell’Apocalisse fanno risplendere, con una luce ancora più
intensa, quanto avevano annunciato gli altri profeti.
Purtroppo questi due scritti nei decenni di questo secolo non hanno avuto negli
studi teologici quella rilevanza che avrebbero meritato. La conseguenza riteniamo sia

27
K. Auberlen, o.c., pp. 95, 96, 109.
28
Daniele 3:25.
29
Daniele 7:13,14. Vedere il nostro Capitolo XIII.
30
Daniele 8:11. Vedere il nostro Capitolo XI.
31
Daniele 9:25,26. Vedere il nostro Capitolo II.
32
Daniele 12:1.
33
Apocalisse 1:1,9; 19:11 e seg.
34
Apocalisse 1:12-20. Vedere Appendice n. 11.
35
Apocalisse 5:7,8. Vedere Appendice n. 11.
36
Apocalisse 5:7 e seg. Idem.
37
Apocalisse 12:1-6. Vedere il nostro Capitolo VIII.
38
Apocalisse 19:11 e seg.
39
Apocalisse 21:23.
40
Apocalisse 1:18.
41
Daniele 7:13; 8:11; 9:25,26; 12:1. Apocalisse 1:13; 12:7; 19:16; 5:6,5.

Quando la profezia diventa storia 19


INTRODUZIONE

stata devastante. C’è da chiedersi se il disorientamento religioso di fine secondo


millennio non ne sia la conseguenza.
Edmond Jacob, qualificato teologo dell’Antico Testamento, ha fatto notare che «la
teologia della parola (messa in risalto da K. Barth), e la teologia dell’esistenza (nel
pensiero di Bultmann), non hanno saputo cosa farsene dell’apocalittica, se non
relegarla nel dominio della storia delle religioni o in quella dell’eresia». Inoltre «la
“teologia della morte di Dio” è in parte stata provocata dal bisogno di sbarazzare il
pensiero della mitologia apocalittica». Così facendo, queste teologie hanno rinunciato
a ciò che può arricchire e rendere evidente, per l’uomo del XX secolo, che la Parola
di Dio, la rivelazione si fa storia e dà senso all’esistenza. In contrapposizione a
questo atteggiamento teologico E. Jacob si domanda: «Ci si deve chiedere seriamente
se si può parlare oggi di Dio al di fuori dell’apocalittica in quanto essa è, secondo
l’espressione di Käsemann, “la madre di tutta la teologia cristiana”».42
Il celebre Isacco Newton scriveva: «Rigettare (le profezie di Daniele) è rigettare la
religione cristiana».43
«Durante più di duemila anni, l’influenza di Daniele sulle opere degli storici è
stata evidente. È probabile che si farà nuovamente sentire, in un prossimo futuro, in
relazione con l’escatologia» scrive W. Moeller.44
L’evangelista americano Mark Finley diceva: «La predicazione delle
impressionanti profezie di Daniele e dell’Apocalisse hanno condotto migliaia di
persone ad accettare il messaggio di Dio per il nostro tempo. Queste ampie profezie
permettono una migliore comprensione del passato, danno un nuovo significato alla
storia e contemporaneamente illuminano l’avvenire. Danno alla fede una base solida,
fondando la fiducia nelle Sacre Scritture e mostrando la necessità di un pentimento e
una conversione autentica in vista del prossimo ritorno di Cristo».
Il teologo André Lacocque con ragione ha osservato: «Uno degli apporti più
importanti del libro di Daniele è la sua nuova insistenza sul legame della fede con
l’intelligenza».45
E. White scriveva nel secolo scorso che quando si comprenderà il contenuto di
questi due libri apocalittici un grande risveglio, una esperienza religiosa totalmente
diversa animerà la vita dei credenti e una riforma avverrà nella Chiesa.
Con il desiderio che questo augurio si possa realizzare, invitiamo il lettore a
pregare prima di iniziare la lettura di questi due importanti libri dell’Antico e del
Nuovo Testamento.

42
JACOB Edmond, Aux sources bibliques de l’apocalyptique, in Apocalypses et théologie de l’espérance..., Paris
1979, p. 48.
43
NEWTON Isaac, Opera V, London 1785, p. 312.
44
MOELLER W., Grundriss für Alttest. Einleitung, Berlin 1958, p.341.
45
LACOCQUE André, Le livre de Daniel, Paris 1976, p. 141.
20 Quando la profezia diventa storia
Capitolo I

VISIONE GENERALE DELLA STORIA

«Questa statua (del profeta Daniele)... è l’ A B C D della scienza... è la chiave


della profezia» Louis Gaussen.1

«Si può dire che il libro di Daniele ... sia la culla nascosta della filosofia
della storia» Michel Nicolas.2

«Daniele profetizzava per il suo tempo, e più precisamente per il nostro


tempo. Ed ecco perché la profezia (come tutte le profezie escatologiche) è
oggi di una attualità evidente» André Lamorte.3

Introduzione

Alla fine del VII secolo a.C.4 il monarca babilonese Nebucadnetsar ebbe un sogno
che lo turbò profondamente. La mattina seguente chiamò i suoi principali sapienti
affinché gli dessero la spiegazione di quanto aveva visto durante il sonno. Il re non
rivelò loro il sogno, forse perché lo aveva dimenticato5 o forse perché temeva che la

1
GAUSSEN Louis, Daniel le Prophète, t. III, Paris 1849, pp. 361.
2
NICOLAS Michel, Des Doctrines religieuses des Juifs, Paris 1860, p. 272, n. 2. Vedere KARTEN Ernest William,
Daniel’s philosophy of History, Bracknell, Berkshire 1967, 127 p. dattiloscritto.
«Daniele presenta una filosofia veramente profetica della storia senza nessun legame con le tradizioni fantasiose
della cosmogonia e dell’escatologia» ALLO Ernest Bernard, L’Apocalypse, 2a ed., Paris 1921, p. XXV; 4a ed., p.
XXVII.
3
LAMORTE André, Le Problème du Temps dans la Prophétie biblique, Paris 1960, p. 131.
4
Daniele dice che ciò che presenta avvenne nel secondo anno di regno di Nebucadnetsar. Se Daniele ha contato gli
anni dalla morte del padre Nebopolassar, il primo anno di Nebucadnetsar va dall’estate del 604 e il secondo anno
dall’estate del 603. Se ha adottato il calcolo babilonese, il secondo anno comincia nella primavera del 603. Quanto
descrive è avvenuto alla fine del 603 o all’inizio del 602. (Vedere L. Gaussen, o.c., t. I, 2a ed., p. 66).
5
«Il re ha dimenticato il sogno perché ne è stato profondamente scosso. In altre parole, il re ha compreso il mes-
saggio degli dèi, ma questa rivelazione lo ha così talmente spaventato che fugge nella dimenticanza, rifiutando di far
fronte alla realtà che sente in forma minacciosa. Questa spiegazione d’ordine psicologico è confermata più avanti
anche da Daniele stesso che precisa che questo sogno è stato dato allo scopo di permettere a Nebucadnetsar di meglio
conoscersi: “Affinché tu possa conoscere i pensieri del tuo cuore” 2:20. A questa spiegazione se ne aggiunge un’altra
di ordine soprannaturale. Sarebbe Dio all’origine di questa amnesia. Il fatto di non ricordarsi di un sogno era in sé, per
i babilonesi, un segno che esso proveniva dagli dèi: “Se un uomo non si ricorda il sogno che ha avuto, ciò significa
che il suo dio è in collera con lui” OPPENHEIM Leo, Le rêve, son interprétation dans le Proche Orient ancien, Paris
1959. Questo aspetto della rivelazione è sottolineato a due riprese dai Caldei: “Non c’è nessuno sulla terra che possa
dirlo” versetti 10,11, e riconoscono: “Eccetto gli dèi la cui dimora non è fra i mortali” versetto 11. Ciò significa che
solo una rivelazione dall’alto permetterà di far conoscere questo sogno. Daniele stesso fa notare al re: “Ciò che il re
domanda è un segreto che i saggi, i maghi e gli indovini non sono in grado di far conoscere al re. Ma c’è nel cielo un
Dio che rivela i segreti...” versetti 27,28. In effetti questa dimenticanza doveva fornire al re e a tutti gli altri la prova
stessa che il suo sogno era veramente una rivelazione dall’alto, e non qualcosa di soggettivo. Il suo sogno è certamente
un messaggio degli dèi, poiché nessun altro che lui ne ha avuto conoscenza. Da quel momento la dimenticanza del re
verrà utilizzata come un criterio oggettivo, un test che gli permetta di giudicare la qualità dei candidati alla in-
terpretazione: “Ditemi il sogno e io saprò se siete capaci di darmi la spiegazione” versetto 9» DOUKHAN Jacques, Le
Soupir de la Terre, ed. Vie & Santé, Dammarie-les-Lys, 1993, pp. 36,37.
spiegazione che gli avrebbero data sarebbe stata il frutto di un accordo dei suoi
cortigiani piuttosto che una vera interpretazione oggettiva. Al rifiuto del re di svelare
il sogno, i sapienti riconobbero la loro incapacità e gli risposero: «Non c’è uomo
sulla terra che possa far conoscere quello che il re comanda; così come non c’è mai
stato re, per grande e potente che fosse, il quale abbia domandato una cosa siffatta a
un mago, a un astrologo, o a un Caldeo. La cosa che il re domanda è ardua; e non v’è
alcuno che la possa far conoscere al re, tranne gli dèi, la cui dimora non è fra i
mortali».6
Nebucadnetsar reagì ordinando di sterminare i savi. Quando Daniele seppe di
questo verdetto, andò «dal re, e gli chiese di dargli tempo; avrebbe fatto conoscere al
re l’interpretazione del sogno».7
Questo uomo di Dio si riunì con i suoi amici, assieme pregarono il Signore e
durante la notte «il segreto fu rivelato a Daniele in una visione».8 Quando l’indomani
mattina il giovane ebreo venne introdotto alla presenza del re, gli disse: «Il segreto
che il re domanda né savi, né incantatori, né magi, né astrologi possono svelarlo al re;
ma v’è nel cielo un Dio che rivela i segreti, ed Egli ha fatto conoscere al re
Nebucadnetsar quello che avverrà negli ultimi giorni».9 L’atteggiamento di Daniele è
sobrio, egli cerca di allontanare la condanna dagli altri sapienti e, come ogni profeta
di Dio, si adopera per far comprendere al sovrano che esiste un Dio la cui sapienza è
superiore a quella di qualsiasi altra divinità.
Tramite questo sogno e le sue conseguenze assistiamo alla prova di forza tra
l’astrologia, la divinazione di ogni tempo,10 e la profezia biblica o israelitica.11

6
Daniele 2:10,11.
7
Daniele 2:16.
8
Daniele 2.18,19. È la storia di Giuseppe che si ripete (Genesi 40-41). Già in passato Dio aveva dato delle visioni
notturne ai suoi profeti. Confr.: Genesi 30:3; 37:5-11; Numeri 12:6; 1 Samuele 28:6.
9
Daniele 2:27,28.
10
«L’astrologia si basa su un errore fondamentale: il determinismo o la negazione della libertà morale dell’uomo. La
profezia per contro è “un fenomeno unico” nel suo genere e non può per nulla essere comparato alla mantica pagana.
Tutti i popoli hanno avuto degli oracoli o dei preveggenti; Israele solo ha avuto dei profeti. Ci sono, tra la divinazione
e la profezia, due diversi principi. Ecco il primo:
a) la divinazione si riferisce unicamente al momento presente; la profezia si lancia alla fine della storia, fino alla “fine
dei giorni”, secondo l’espressione impiegata dai profeti ebrei. Ogni profeta israelita, con la norma della legge in
mano, apprezza e giudica il presente alla luce della fine, cioè della perfetta ed eterna realizzazione della legge e con
questa pure presenta la fine sotto l’angolo particolare che conviene al momento presente. Ecco il luogo morale, il
pensiero comune, che fa di tutti i profeti un solo fascio. Gli oracoli pagani non sono che una serie di dichiarazioni
isolate le une dalle altre; essi sembrano le parole che si seguono senza relazione logica nelle colonne di un
vocabolario. I profeti israeliti convergono tutti verso un termine unico, il trionfo della santa volontà di Yahvé,
incatenandosi e completandosi come i termini di una stessa proposizione. Da questa prima differenza ne risulta una
seconda.
b) Gli oracoli pagani non sono tratti che dalle circostanze della vita privata o nazionale. La profezia israelita rivela,
dalla sua prima parola, una portata umanitaria» GODET Frédéric, Études Bibliques, t. I, 4a ed., Paris 1889, pp.
149,150.
Riteniamo opportuno riportare le riflessioni del pastore R. Rizzo sulla figura biblica del profeta che non è in
Israele una persona super dotata. «È uno che parla, che dà un messaggio non suo, (ma) da parte di Dio. Il profeta ha
come ultimo obiettivo la salvezza dell’intera umanità... Ma il suo fine immediato è la soluzione della crisi del singolo
figlio di Dio che ha smarrito la strada (2 Samuele 12:1-7), o del gruppo umano... Il profeta è presente sempre per
impedire la catastrofe (Giona). Il profeta autentico è l’espressione visibile della sollecitudine di Dio, della sua passione
nei confronti dell’uomo; il profeta è lo spartiacque che separa nettamente il mondo falso degli dèi e del dio dei
filosofi, dall’unico Dio che non è né motore immobile, né potenza impassibile, ma padre sofferente e implicato nella
tragedia umana. Le divinità mitologiche sono egocentriche ed egoiste; gli uomini sono servi, al limite gocce la cui
massima aspirazione è quella di annullarsi nella divinità. I profeti invece dimostrano che l’uomo è “l’eterna premura di
Dio”, non solo “la sua immagine”.
Gli studiosi delle religioni comparate, spesso, sulla base di superficiali analogie, hanno collocato il profetismo
biblico tra i generali fenomeni di comunicazione con la divinità che nulla ha in comune con esso».
È Dio che chiama l’uomo ad essere un suo profeta. «Nessuno profeta ha voluto, ha cercato e neppure ha accettato
con entusiasmo il dono profetico. Mosè non ha nessuna voglia di lasciare le sue pecore... Geremia si lamenta con il
Signore di aver scelto (lui) un fanciullo (Geremia 1:6)», e dice che Dio lo ha sedotto ed egli si è lasciato sedurre...;
«Giona fugge lontano... L’esercizio profetico non presuppone né l’esercizio né il graduale sviluppo di un talento»;
esso dipende esclusivamente da un atto di scelta di Dio. «Per i profeti, il cielo, le stelle e il creato non hanno messaggi
per la vita e per la storia, e le saggezze che ve ne scorgono sono false: “Non imitate la condotta delle genti, non
abbiate paura dei segni del cielo, anche se le genti hanno paura di essi, poiché le consuetudini dei popoli sono false”
Geremia 10:2. Le rivelazioni non provengono dai talenti naturali e particolari del profeta... è Dio che prende
l’iniziativa di rivelare nella sua libertà». Non si diventa profeti a seguito di un corso di formazione, non è il risultato di
uno studio fatto con efficacia. «Il profeta biblico non apporta ai suoi contemporanei mai nulla di totalmente nuovo ma
solo ricordo e sviluppo di quanto Iddio aveva nel suo amore già precedentemente dato. I messaggi dei profeti mai
provengono dal basso ma dall’alto; a differenza del “profetismo” universale, l’oggetto del messaggio e il suo
beneficiario è sempre e soltanto l’uomo, ... mai messaggio è a beneficio di Dio o costituisce un metodo per addolcire,
placare il capriccio o l’imprevedibilità di Dio, ogni messaggio esprime la sollecitudine di Dio per l’uomo... I maghi,
gli indovini, gli sciamani..., in genere traggono vantaggi dalla loro vocazione; forniscono delle prestazioni; la loro vita
non si identifica necessariamente con le loro “profezie”. Il profeta biblico vive nella profezia, della profezia e per la
profezia. L’identificazione è totale; totale è l’accettazione dell’etica divina ma soprattutto del suo amore che sfocia nel
sacrificio dell’esistenza; Mosè, Geremia, Osea, Ezechiele... vivono nella loro carne le sofferenze dovute al peccato del
loro popolo come gli altri, ma in più sono lacerati dalla visione della salvezza a portata di mano, rifiutata e schernita.
... Il profeta di fronte ai problemi non ha pozioni da offrire, tecniche con le quali volgere a proprio vantaggio le forze
della natura o la divinità… Egli non parla a Dio perché il popolo lo ha chiamato ma al popolo perché Dio lo ha
chiamato... I miracoli sono compiuti dai profeti, ma sono solo dei segni non la soluzione dei problemi che invece è
sempre affidata al rinnovamento del cuore (Ezechiele 36:26-28). “I profeti non avevano né teorie né idee su Dio. Ciò
che avevano era una comprensione. La loro comprensione di Dio non era il risultato di uno studio teorico, di un andare
a tentoni tra le alternative sull’esistenza e gli attributi di Dio. Per i profeti, Dio era reale in maniera travolgente e la sua
presenza era schiacciante... Vissero come testimoni colpiti dalle parole di Dio, più che come investigatori impegnati ad
accertare la natura di Dio; i loro discorsi costituivano una liberazione da un peso più che barlumi percepiti nelle
nebbie dell’incertezza. Per i profeti gli attributi di Dio erano impulsi, sfide, comandamenti, piuttosto che nozioni fuori
dal tempo, staccate dal suo essere. Essi svelavano atteggiamenti di Dio più che idee su Dio. Per i profeti la conoscenza
di Dio era comunione con lui, raggiunta non mediante sillogismi, analisi, intuizioni, ma col vivere assieme...”
Heschel» RIZZO Rolando, Il veicolo della speranza, in AA.VV., Siamo pieni di Speranza, ed. AdV, Falciani 1992, pp.
31-38. Tutto ciò ci permette di capire perché quando Nebucadnetsar, secondo la logica del tempo, chiede a Daniele:
«Sei tu capace di farmi conoscere il sogno?», cioè hai imparato, hai studiano, sei stato formato a conoscere,
interpretare i misteri della divinazione? Il profeta risponde: «Il segreto (cioè il sogno), né magi, né incantatori, né
astrologi possono svelarlo... Dio che rivela i segreti lo ha fatto conoscere» Daniele 2:26-28.
11
Nel momento in cui Nebucadnetsar strappa lo scettro dalle mani dell’ultimo re di Giuda, questo scettro che
dimorerà in potere dei pagani fino alla parusia (Ezechiele 21:32), Dio gli accorda un sogno profetico. Un concorso
provvidenziale di circostanze mette in presenza i saggi di Babilonia (divinatori, incantatori, maghi, astrologhi, vedere
Daniele 2:2), da una parte, e i rappresentanti del profetismo israelitico, Daniele, dall’altra. L’astrologia aveva preso un
immenso sviluppo in Caldea, tanto che Caldeo era diventato sinonimo di astrologo. L’arte degli oroscopi era stata
costituita a sistema, riportata a delle regole d’interpretazione che erano credute scientifiche. «La tendenza
eminentemente speculativa di questo popolo si era appropriata di questa superstizione popolare e puerile, per riunirla
a un’alta dottrina filosofica sulle leggi eterne del mondo e la intima solidarietà di tutti i fenomeni naturali da una parte,
dell’uomo e della natura dall’altra» LENORMANT François, La divination et la science des présages chez les Chaldéens,
p. 114. Vedere CONTENAU George, La divination chez les Assyriens et les Babyloniens, Paris 1940.
Se c’è una curiosità malsana, colpevole, c’è anche un legittimo desiderio di sapere (Deuteronomio 29:29). La
stessa Parola ispirata, che mette in guardia contro il pericolo dell’astrologia, ci invita a non disprezzare la profezia (1
Tessalonicesi 5:20). La penna dell’apostolo Pietro (2 Pietro 1:19) ci raccomanda la parola certa della profezia, questa
lampada brillante in mezzo all’oscurità, in attesa che si alzi la stella del mattino.
In Israele, popolo privilegiato, il profetismo, questo fenomeno unico nel suo genere, aveva preso una dimensione
straordinaria, Isaia (41:21-29) aveva lanciato una sfida ai falsi dèi, incapaci di produrre una predizione qualunque da
essere messa accanto alle predizioni dei testi sacri d’Israele. Con Daniele appare la profezia apocalittica, la forma più
completa della profezia biblica. Essa giunge al massimo dell’altezza, nel momento psicologico in cui la sua necessità
Babilonia aveva vinto Gerusalemme, dimostrando in tal modo la sua superiorità
militare. Nebucadnetsar, non avendo potuto portare con sé la statua di Yahvè, perché
il Dio d’Israele non è mai stato raffigurato da una scultura, prese gli arredi sacri del
tempio, il che poteva essere ugualmente considerato come la sconfitta del Dio
d’Israele. Ma questa vittoria di Babilonia non doveva per nulla far pensare che le
divinità della Mesopotamia fossero superiori a quella di Gerusalemme. Era stato
Yahvè ad abbandonare nelle mani di Nebucadnetsar la capitale di Giuda a causa dei
suoi peccati e del suo allontanamento da Lui.12 Infatti il profeta Geremia questa
distruzione l’aveva già annunciata varie volte.13 La sconfitta di Gerusalemme non
significava che Yahvè era stato vinto. La superiorità babilonese non era una
superiorità morale e religiosa. I saggi babilonesi avevano una sapienza di carattere
orizzontale, frutto delle proprie speculazioni e non di carattere trascendentale. I loro i-
doli non vedevano e non parlavano, in realtà essi non erano in grado di offrire nulla.
In Babilonia Israele poteva quindi ripetere: «... l’Eterno è più grande di tutti gli dèi».14
È quanto lo stesso imperatore Nebucadnetsar riconoscerà a seguito della spiegazione
del sogno. «Il re parlò a Daniele e disse: “In verità il vostro Dio è l’Iddio degli dèi, il
Signore dei re”».15
L’Eterno non ha potuto proteggere il suo popolo a causa della sua ribellione e,
sebbene si trovasse sulle rive dell’Eufrate, non lo ha comunque ripudiato, continuava
ad amarlo di un amore eterno.16 Con questo sogno Yahvè volle dare anche a Israele,
in terra di esilio, la dimostrazione che non era abbandonato. La visione con la quale
l’Eterno ha innalzato Daniele onorava anche il popolo dell’Alleanza.
Daniele, dopo aver testimoniato davanti al re della reale esistenza dell’Eterno,
disse:

si faceva sentire.
Sulla differenza tra la profezia biblica e la mantica pagana, vedere STOWE Calvin Ellis, Origin and History of the
Books of the Bible, Hartf., 1867, pp. 509-540. SCHITH Jan Ridderman, Tractatus de differentia inter vaticinia sacrae
scripturae et oracula gentilem, Hafn., 1776.
12
Daniele 1:1.
13
Geremia 17:27; 25:11.
Anche al profeta Ezechiele Dio aveva fatto questa rivelazione, mediante delle visioni, prima che si realizzassero.
In 1:4-28 il profeta descrive la visione chiamata del “carro”, simbolo dell’immagine della gloria dell’Eterno e
rappresentazione figurata del suo trono. Nei capitoli successivi questo carro si alza al di sopra del luogo santissimo del
tempio dove era stato fissato per trasportarsi prima all’ingresso del tempio (9:3), poi all’entrata del cortile esterno
(10:19); dopo di che lascia completamente il tempio per trasferirsi sul Monte degli Ulivi, a Oriente di Gerusalemme
(11:23). Tutto ciò vuole significare che l’Eterno, a causa dell’infedeltà d’Israele, abbandona il santuario, segno della
dimora visibile della Sua presenza (Salmo 132:8, 14), alla distruzione. Dio, abbandonando il Suo domicilio nel
santuario, va a cercarne un altro. Ritirandosi da Gerusalemme, lascia Giuda in balia dei suoi nemici. Però anche nella
punizione d’Israele, Dio vuole essere con il Suo popolo e tramite Ezechiele fa sapere che: «Io sarò là (in Babilonia) il
vostro santuario» 11:16. Là nell’esilio le rivelazioni speciali accordate ad Israele incominciano a cedere il posto a
quelle universali che riguardano il mondo intero. Nebucadnetsar e i Babilonesi, Ciro e i Persiani, sono chiamati a
contemplare il braccio dell’Eterno. Nel santuario i cherubini avevano un’unica faccia con lo sguardo verso l’arca a
rappresentazione della rivelazione al solo popolo d’Israele, ora Ezechiele li vede con quattro facce volte verso i
quattro punti cardinali, simboleggiando così che la rivelazione di Dio si estende al mondo intero. Vedere La Bible
Annotée, Ancien Testament, t. II, Les Prophètes - Daniel, Paris, p. 11 e seg.
14
Esodo 18:11
15
Daniele 2:47.
16
Geremia 31:3.
«Ecco quali erano il tuo sogno e le visioni della tua
mente quando eri a letto. I tuoi pensieri o re... si riferivano
a quello che deve avvenire da ora innanzi; e colui che
rivela i segreti t’ha fatto conoscere quello che avverrà. E
quanto a me, questo segreto m’è stato rivelato, non per una
sapienza che io possiedo superiore a quella di tutti gli altri
viventi, ma perché l’interpretazione ne sia data al re e tu
possa conoscere quello che preoccupava il tuo cuore».17

Daniele ricorda al re il perché del suo sogno: egli era preoccupato e desideroso di
apprendere che cosa il futuro avesse riservato al suo impero e alla sua città della quale
dirà: «Niente mi è stato troppo prezioso per la mia cara Babilonia». «Per lo stupore
degli uomini, io ho costruito questa casa. Così ho reso inespugnabili le difese di
Babilonia. Possa essa durare per sempre».18
Per tre volte il giovane ebreo ricorda al re che il sogno che ha fatto avrà la sua
realizzazione storica attraverso il tempo perché presenta la storia da quel momento
fino ai tempi della fine.19
Con questa visione Dio si propone di svelare a tutti coloro che accettano la sua
rivelazione due cose: la prima è che i credenti, coloro che Lo riconoscono come Dio,
sono una benedizione per l’umanità intera. Essendo il “sale della terra” e la “luce del
mondo”, saranno essi a rivelare agli uomini il giusto senso e significato della storia20;
e la seconda è di dare, a quanti abbiano confidato in Lui, la certezza che la
realizzazione della Sua Parola è sicura.
Questa pagina biblica che noi consideriamo non vuole essere una sentenza divina
contro gli sforzi degli uomini per realizzare una società umana giusta. Il messaggio
evangelico è un messaggio d’amore che vuole l’unione tra gli uomini; se l’umanità
non la realizza, non può attribuire il fallimento alla profezia divina, che annunzia in
anticipo la realtà delle cose, ma alla deficienza della volontà dell’uomo che la esercita
e la sviluppa senza Dio e contro Dio.

Visione generale della storia rappresentata in una statua tetrametallica

«Tu, o re, guardavi, ed ecco una grande statua; questa


statua, che era immensa e d’uno splendore straordinario, si

17
Daniele 2:28-30.
18
È quanto si trova scritto su due tavolette di Babilonia. Confr.: Daniele 4:30.
19
Daniele 2:28,29,45.
20
È da notare che con la seconda parte del versetto 4, del capitolo 2, fino alla fine del capitolo 7, la lingua che
Daniele utilizza è quella aramaica, cioè quella del popolo pagano, volendo così indicare ai credenti e a coloro che non
lo sono, quale sarebbe stato il destino delle potenze terrestri, mentre il resto del libro, scritto in ebraico, lingua del
popolo di Dio, vuole indicare agli eletti cosa avrebbero incontrato e subìto nella storia e quale sarebbe stato il loro
destino.
ergeva dinanzi a te, e il suo aspetto era terribile. La testa di
questa statua era d’oro fino; il suo petto e le sue braccia
erano d’argento; il suo ventre e le sue cosce di rame; le sue
gambe, di ferro; i suoi piedi, in parte di ferro e in parte di
argilla. Tu stavi guardando, quand’ecco una pietra si
staccò, senz’opera di mano, e colpì i piedi di ferro e
d’argilla della statua, e li frantumò. Allora il ferro,
l’argilla, il rame, l’argento e l’oro furono frantumati in-
sieme e diventarono come la pula sulle aie d’estate; il vento
li portò via, e non se ne trovò più traccia; ma la pietra che
aveva colpito la statua diventò un gran monte che riempì
tutta la terra».21

«A dire il vero, il linguaggio della visione è di per sé sufficientemente esplicito per


il re, ed è molto probabile che gli astrologi avrebbero potuto decifrarlo. Nell’antico
mondo del Medio Oriente l’immagine di una statua d’uomo è in effetti sovente
utilizzata per rappresentare il destino del mondo. Questa metafora era particolarmente
familiare agli astrologi egiziani».22 Inoltre il numero quattro, in una forma esplicita,
simboleggiava la dimensione terrestre.23 A questo punto è relativamente facile
comprendere il sogno e indovinare che qui si contrappongono due ordini diversi.
L’ordine terrestre dei metalli contenuto nei versetti da 31 a 33, in trentasette parole, e
l’ordine della pietra contenuto nei versetti 34 e 35, in quarantasette parole. Il solo
mistero da capire è nascosto nel significato di ogni metallo e soprattutto nella pietra la
cui importanza è tale che lo spazio ad essa riservato supera quello coperto
dall’insieme di tutti i metalli».24
«Questa statua... è l’ABCD della scienza; e se è indicata qui per prima, è perché
essa è “la chiave delle profezie”, ed ogni interpretazione, sobriamente fatta, vi si deve
conformare».25
Il fatto che la statua rivesta la forma umana è particolarmente appropriato perché
essa vuole proprio raffigurare la storia dell’umanità.
«La statua tutta intera rappresenta la potenza del mondo che è considerata dal
punto di vista della sua opposizione al regno di Dio e come una nelle differenti fasi
del suo sviluppo».26
21
Daniele 2:31-35.
22
FESTUGIERE Y., La Révélation d’Hermès Tridmégiste, t. I, Paris 1950, pp. 92,93.
23
Daniele 7:2; 11:4; Ezechiele 37:9; Apocalisse 7:1; 2:8.
Vedere gli oracoli persiani e babilonesi in, a cura di I.B. PRITCHARD, Ancient Near Eastern Texts, ANET,
Princeton 1955, pp. 606, 607; confr. DUCHESNE GUILLEMIN, La religion de l’Iran Ancien, Paris 1962, p. 212. Il poeta
greco Esiodo del VII secolo a.C., Le Opere e i Giorni, versi 106-180; e il poeta latino Ovidio, tra il I secolo a.C. e
d.C., Metafore I, 89-414, parlano di una statua simile.
24
J. Doukhan, o.c., p. 41.
25
L. Gaussen, o.c., t. III, p. 361.
26
La Bible Annotée, o.c., t. II, p. 254. CRAMPON Auguste Joseph Théodore, La Sainte Bible, t. V, Daniel, Paris
1900, nota.
Questa unicità è espressa anche da Giovanni in Apocalisse 13 pp. quando presenta la bestia a 7 teste e 10 corna
che riassume le quattro bestie di Daniele che presenta al capitolo 7.
La «statua era immensa di uno splendore straordi-
nario... e il suo aspetto era terribile».27

«È evidente che la civiltà umana per il suo splendore, per la sua potenza, per le sue
conquiste, per le sue ricchezze e la sua gloria può al primo colpo produrre un effetto
maestoso e imponente... I metalli preziosi e brillanti che la compongono
contribuiscono a produrre questo effetto. Essi illustrano la ricchezza e la gloria dei
regni di questa terra, come li vede Nebucadnetsar».28 È anche quanto appare quando
si vede un servizio fotografico di paesi di antiche civiltà. Palazzi, templi con
architetture stupende e ricchezze incalcolabili; alberghi con ogni comfort. L’altra
realtà: il popolo nella miseria, che vive in capanne, in tuguri, nella fame e nelle
malattie.
Sebbene la statua sia d’uno splendore straordinario, a causa delle nostre conquiste
scientifiche, tecniche, astronomiche, spaziali e del progresso che gli uomini di ogni
tempo non hanno mai smesso di ammirare, Dio, che vede le cose dall’alto, rivela tutta
la realtà della nostra storia presentandola con l’aspetto “terribile”. Terribile perché
essa sembra che non abbia altro da raccontare che guerre e conquiste di vario genere
messe al servizio dell’oppressione dell’uomo. Sarebbe bene che «questo scandalo
finisse presto».29
«I metalli della statua sono discendenti nella loro preziosità, ma ascendenti nella
durezza dalla testa d’oro fino alle gambe e ai piedi di ferro. Qui appare l’argilla,
mescolata o, piuttosto, posta accanto al ferro. Questo potente colosso, sebbene in
apparenza passi da forte a più forte, riposa dunque su una base d’argilla».30
L’attività degli stati potenti, attivi, terribili, non è rappresentata da un essere
vivente, ma da uno che è statico, senza vita, immobile, umano solamente in
apparenza.
Le civiltà si sono sempre inorgoglite, gli uomini hanno sempre sostenuto le
proprie candidature, i propri sistemi. Qui viene rappresentato l’idolo dell’uomo; idolo
al quale l’uomo ha sempre offerto in sacrificio la propria vita, i propri affetti, talenti,
ambizioni ed aspirazioni. Nebucadnetsar era preoccupato della sua gloria, noi siamo
preoccupati del come mantenere i nostri poveri agi che ci abbagliano... ecco la statua.
Prima di considerare la spiegazione che ne dà Daniele e la sua realizzazione
storica vogliamo precisare che la profezia biblica «è unicamente la storia delle nazioni
che hanno avuto a che fare con il popolo di Dio».31 «Ci sono stati nella storia molti
altri imperi che non sono menzionati da Daniele. La profezia si occupa unicamente di
quelli che hanno un rapporto diretto con Israele e la Palestina».32

27
Daniele 2:31.
28
PACHE René, Notes sur le prophète Daniel, 1946, pp. 48,58.
29
MORANTE Elsa, La storia, romanzo, Einaudi, 2a ed., Torino 1974.
30
La Bible Annotée, o.c., t. II, p. 254
31
L. Gaussen, o.c., t. I, 2a ed., Paris 1850, p. 99.
32
R. Pache, o.c., pp. 56,57.
Come la luce della regia segue sul palco il protagonista principale, lasciando nella
penombra gli altri personaggi e gli arredi della scena, così la profezia biblica illumina
il cammino del popolo di Dio coinvolgendo nella sua luce anche quei popoli la cui
storia s’intreccia con quella della Chiesa.
Se per Nebucadnetsar la realizzazione di questo sogno misterioso era una
questione di fede, per noi oggi è semplicemente una questione di storia.
Questa statua traccia la storia universale come ci può essere rappresentata a grandi
linee da un atlante storico.

Primo impero universale: testa d’oro - Babilonia

«Tu, o re, sei il re dei re, al quale l’Iddio del cielo ha


dato l’impero, la potenza, la forza e la gloria; e dovunque
dimorano i figli degli uomini, le bestie della campagna e gli
uccelli del cielo, egli te li ha dati nelle mani, e t’ha fatto
dominare sopra essi tutti. La testa d’oro sei tu».33

Daniele non adula il monarca, ma si rivolge a lui nella forma prevista dal
cerimoniale di corte.
È inutile dire che Nebucadnetsar non costituiva lui solo la testa d’oro, ma che essa
indicava il suo regno, che sarebbe continuato ancora dopo di lui. Nella spiegazione
che segue Daniele precisa: «Dopo di te sorgerà un altro “regno”» e non un altro re.34
«Daniele personifica in questo re tutta la monarchia babilonese».35
Teodoreto, vescovo di Cirene, vissuto nel V secolo, seguiva l’insegnamento
tradizionale precisando che la testa d’oro non era solamente Nebucadnetsar, ma tutto
il regno Babilonese.36 Del resto, «in tutta la visione, non sono dei re, ma dei regni che
vengono presentati. Ma Nebucadnetsar personifica qui tutto l’impero caldeo-
babilonese che non perì con lui, ma sussistette fino alla conquista di Ciro».37
L’oro era il metallo favorito in Babilonia. Lo storico Erodoto che visitò la città
novanta anni dopo, era pieno di meraviglia nel constatare la quantità di questo metallo
utilizzato nella costruzione dei templi, dei palazzi, delle mura e degli oggetti.38 L’oro

33
Daniele 2:37,38.
34
«Questa parole “la testa d’oro sei tu”, si applicano non al re, ma al suo regno. Non è detto, “Dopo di te sorgerà
un altro re”, bensì un altro regno» BRISSET Jean Pierre, Les Prophéties accomplies, Paris 1906, p. 12.
35
Abate FABRE d’ENVIEU Jules, Le livre du prophète Daniel, t. II, Paris 1890, p. 163.
Secondo il sistema BUNSEN C.K.J. p. 644, Ninive sarebbe la prima monarchia, Babilonia la seconda. Il testo
biblico si oppone formalmente a una simile teoria. Inutile dire che Nebucadnetsar non costituiva lui solo la testa d’oro
della statua, come hanno visto F. HITZIG, pp. 33-36, e H. SCHULTZ, pp. 804,805 che identificano la seconda monarchia
con Belsatsar. Per il titolo delle opere vedere la Bibliografia.
36
Teodoreto, MIGNE, P.G., LXXXI col. 1303-1310; per il testo completo vedere Appendice n. 2, p. 1020. Vedere
ELLIOTT Edward Bishop, Horae Apocalypticae, or Commentary on the Apocalypse, t. IV, 5a ed., London 1862, p. 239.
37
TROCHON Charles, Daniel, Paris 1882, pp. 107,108.
38
Erodoto I, 181, 183.
era l’espressione simbolica dello splendore e della gloria di Babilonia. Daniele
identifica la testa d’oro con il regno di Babilonia, ma già prima di lui Isaia, nell’VIII
secolo a.C., raffigurava questa potenza con lo stesso metallo, profetizzando due
secoli prima la sua distruzione. Successivamente Geremia presentava questo impero
come «una coppa d’oro» nelle mani dell’Eterno che, dopo aver dominato per tre
generazioni su Gerusalemme, sarà ridotto in servitù.39
Il motivo per il quale Daniele pone Babilonia come prima monarchia universale è
spiegato dal profeta Ezechiele quando dice all’empio re di Giuda, Sedechia: «E tu, o
empio, dannato alla spada, o principe d’Israele, il cui giorno è giunto al tempo del
colmo dell’iniquità... La tiara sarà tolta, il diadema sarà levato, tutto sarà mutato; ciò
che è in basso sarà innalzato; ciò che è in alto sarà abbassato. Rovina! Rovina!
Rovina! Questo farò di lei; anch’essa non sarà più, finché non venga colui a cui
appartiene il giudizio e al quale lo rimetterò».40
Con la detronizzazione di Sedechia non ci sarà più un sovrano legittimo sul trono
di Giuda. L’abolizione della monarchia di Giuda ad opera di Babilonia ha formato un
interregno che cesserà con la venuta del Messia, il quale, provenendo dalla famiglia
reale, che è stata così radicalmente abbassata, sarà elevato al di sopra di tutti i re.
Precisando quanto sopra, possiamo dire con J.B. Rossier: «La dominazione dei
Gentili ed i loro rapporti profetici con il popolo di Dio cominciarono nel momento in
cui il trono di Yahvè lasciò Gerusalemme».41

Lo scettro dalla casa di Davide


passa ai Gentili fino alla venuta gloriosa del Messia

Vogliamo qui aprire una parentesi che ci aiuterà a capire ancor meglio il rapporto
che c’è tra questa statua che rappresenta i regni degli uomini e la regalità di Dio.
«All’Eterno appartiene il regno, ed Egli signoreggia sulle nazioni» dice Davide e
«tutto ciò che è in cielo ed in terra appartiene all’Eterno», afferma il redattore del
libro delle Cronache, e, per definizione, Dio è re42 e il Suo regno è eterno, senza inizio
né fine. Come Egli stesso di diritto era re prima di ogni creazione, di fatto, Egli lo è
sul vasto universo da quando il Suo potere creatore si è manifestato... Illimitata nel
tempo, la sovranità di Dio lo è anche nello spazio. Re del cielo, re della terra,43 Dio
regna dappertutto. Assoluta prima della ribellione di Lucifero, l’universalità del regno
di Dio attualmente è relativa. Dio rispetta la libertà delle Sue creature. Pur
permettendo agli uomini di governarsi a loro piacere, Dio non abdica, Egli resta il re

39
Isaia 14:4; Geremia 27:5-7; 51:7.
40
Ezechiele 21:30-32. Le parole del versetto 32: «Finché non venga colui....», «non possono che avere in vista il
Messia; è a lui che si riferivano le stesse espressioni di 17:22-24. ... Queste parole sembra che facciano allusione alla
promessa di Giacobbe (Genesi 49:40)» La Bible Annotée, o.c., t. II, Ezéchiel, p. 90.
41
ROSSIER Jean Benjamin, Étude sur l’Apocalypse, t. II, Lausanne 1830, p. 49.
42
Salmo 22:28. 1 Cronache 29:11; vedere Salmo 97:1.
43
Daniele 4:37; Salmo 47:3,8.
delle nazioni.44 Egli è stato in particolare il re d’Israele.45 Dopo l’eliminazione degli
empi incorreggibili, la sovranità di Dio diventerà assoluta, Dio sarà allora “tutto in
tutti”».46
Da Adamo in poi Dio ha sempre rivendicato la sua sovranità. I giudizi parziali
quali diluvio universale, Sodoma e Gomorra, la liberazione d’Israele, le piaghe
sull’Egitto, sono stati interventi dell’Eterno a difesa della vita. Nell’amministrare
questo popolo mediante i giudici e i profeti si è costituito uno stato teocratico.47
Quando Israele rifiutò questo privilegio di essere governato dall’Eterno mediante i
giudici e si volle conformare agli altri popoli che lo circondavano, volendo un re
visibile, il trono di Davide venne considerato il «trono dell’Eterno, che regna sopra
Israele»,48 sul quale sedette Salomone alla morte del padre. I discendenti di Davide,
“unti re”, rivestiti dell’autorità divina per governare sul popolo di Dio, erano i
rappresentanti dell’Eterno, che è il vero re d’Israele. A causa degli errori di
Salomone, il regno si divise in due dopo la sua morte: al Nord le dieci tribù
formarono il regno d’Israele; al Sud, le tribù di Giuda e di Beniamino formarono il
regno di Giuda. Questa dinastia davidica mantenne l’equilibrio, nel gioco delle grandi
potenze del tempo, Assiria al Nord ed Egitto al Sud. Il regno di Giuda aveva impedito
la formazione di un impero universale nel Medio Oriente sebbene Assiria ed Egitto si
fossero spinte, nelle loro conquiste, sia al Sud sia al Nord di Gerusalemme.
L’idolatria d’Israele faceva poi sì che le dieci tribù fossero deportate nei territori
dell’Assiria e che fosse annesso a questo impero il suo territorio della Palestina nel
721 a.C. ad opera di Sargon. Il regno di Giuda, seguendo l’esempio d’Israele,
continuò a prostituirsi alle varie divinità; nel 606 a.C. Nebucadnetsar conquistò la
capitale e nel 586 a.C., nella terza campagna militare, distrusse la Santa Città.
«Da quando la sede del governo di Yahvé è stata tolta da Gerusalemme, l’Eterno
ha affidato l’autorità agli uomini, ai gentili che dominano su Israele».49 «È dalla
prima invasione di Nebucadnetsar che si fa datare la cattività, poiché da allora la

44
Geremia 10:7; Apocalisse 15:3.
45
Isaia 44:6; Sofonia 3:15.
46
Vedere 1 Corinzi 15:28. VAUCHER Félix Alfred, Lacunziana, III serie, Collonges sous Salève 1955, p. 4.
47
Il termine teocrazia è stato coniato da Giuseppe Flavio, Contro Appione, II, XVI, 164, 165: «Infinite sono le
differenze particolari dei costumi e delle leggi degli uomini; ma li si possono riassumere così: alcuni hanno affidato il
potere politico a delle monarchie, altri a delle oligarchie, altri ancora al popolo. Il nostro legislatore non ha fermato i
suoi sguardi su nessuna di queste forme di governo: ha - se si può fare questa violenza alla lingua - istituito il governo
teocratico, fondando in Dio il potere e la forza».
48
1 Re 2:12; 1 Cronache 28:5; 29:23.
49
J.B. Rossier, o.c., p. 17. Da «quando il trono di Dio ha cessato di esistere a Gerusalemme, Dio ha rimesso tutte le
potenze nelle mani dei Gentili» DARBY John Nelson, Notes sur l’Apocalypse, 2a ed., Genève 1850, p. 68. Numerosi
studiosi hanno datato “il tempo dei gentili” indicato da Gesù, Luca 21:24, da questo momento della storia. «Il regno
della statua, il tempo dei Gentili, come l’ha chiamato Gesù, cioè il tempo in cui le nazioni devono dominare
Gerusalemme e calpestarla, è cominciato con i Caldei sotto Nebucadnetsar e i suoi successori» L. Gaussen, o.c., t. I, p.
128.
Riconosciamo che potrebbe essere valida la critica che sostiene che le parole di Gesù non dovrebbero essere
messe in questo contesto perché sono al futuro e quindi non dovrebbero essere collegate con il passato con un
significato di continuità. Le parole di Gesù poste nel loro contesto di Luca 21:20-24 sarebbero un riferimento agli
avvenimenti che hanno preceduto la distruzione di Gerusalemme del 70 d.C.. L’espressione “tempo dei gentili” non
dovrebbe essere messa in relazione al governo teocratico di Yahvé, e quindi non dovrebbe partire dal tempo di
Babilonia.
teocrazia perde la sua indipendenza. In quel tempo incomincia nella storia del regno
di Dio un nuovo periodo, avendo per caratteristica essenziale il dominio delle potenze
della terra».50 «La corona tolta a Israele è passata successivamente ai regni di
Babilonia, di Medo-Persia, di Grecia e di Roma».51
Lo scettro strappato dalle mani dei re di Giuda passa nelle mani dei re di Babilonia
che lo trasmetteranno poi alle monarchie pagane fino alla venuta gloriosa del Messia.
Questo passaggio di corona, autorità, scettro non significa che i re, i regni e i
potenti che si susseguono nel dominio del mondo siano a loro volta governi teocratici.
Nel capitolo VII Daniele presenta queste stesse monarchie mediante animali -
Giovanni le riepiloga in un’unica bestia - cioè mediante esseri viventi che non hanno
la dimensione spirituale. Quando sorgerà un potere, un regno che pretenderà di essere
teocratico, i nostri due libri dell’Antico e del Nuovo Testamento lo definiscono
l’Anticristo.

Secondo impero universale: petto e braccia d’argento - Medo-Persia

«Dopo di te sorgerà un altro regno inferiore al tuo».52

Geremia aveva annunciato che l’esilio in Babilonia sarebbe durato settanta anni e
gli ebrei sarebbero stati ancora in esilio quando questa monarchia sarebbe stata vinta e
invitava quindi il popolo di Dio a porsi al riparo.53 Isaia descrive profeticamente
questa distruzione chiamando per nome il nuovo conquistatore che avrebbe fatto
anche tornare dall’esilio gli esuli: Ciro.54
Il nuovo impero, che è rappresentato dal petto e dalle braccia d’argento, è quello
dei Medo-Persiani che nel 538 a.C. conquistarono Babilonia.
Questa spiegazione è quella che è sempre stata data anche se nel passato ha avuto
alcune eccezioni, oggi divenute numerose, ma tutte però ampiamente confutabili.
I Medi e i Persiani formano un unico impero e Daniele nel suo libro lo dichiara a
più riprese.55
L’argento, il metallo con il quale questo impero risulta identificato, è una
caratteristica di questo regno. Questo metallo era utilizzato dai Persiani come unità di

50
AUBERLEN August Karl, Le prophète Daniel et l’Apocalypse de S. Jean, Lausanne 1880, p. 30.
51
WHITE Ellen, Review & Herald, 23.11.1905.
52
Daniele 2:39.
53
Geremia 25:11,12; 51:6.
54
Isaia 13 e 14; 44:28; 45:1.
55
Daniele 5:28; 8:3,20. Vedere C. Trochon, o.c., p. 106.
«Fino al XII secolo e in una forma più o meno unanime, si identificava la seconda monarchia (argento) con quella
dei Medi e dei Persiani, meno brillanti in effetto, dell’impero caldeo» LUSSEAU Henri Louis - COLLOMB Marcel,
Manuel d’Études Bibliques, vol. III, 2a, 3a ed. 1934, p. 475. Secondo «S. Gerolamo, Teodoreto e generalmente gli
interpreti cattolici, il secondo regno deve essere identificato con l’impero medo-persiano» BUZY Denis, Les Symboles
de l’Ancien Testament, Paris 1923, p. 270.
tassa. Erodoto56 ricorda che l’imposta sui vinti veniva pagata con l’argento. Sembra
che solo la Satrapia indiana per la sua ricchezza pagasse in oro, ma il suo
corrispondente era calcolato al peso dell’argento.
Questo regno è definito «inferiore al precedente, come l’argento lo è nei confronti
dell’oro...»; e questa inferiorità è: «in ricchezze, in splendore, in prosperità».57

Terzo impero universale: bacino di rame - Grecia

«Poi un terzo regno di rame, che dominerà sulla


terra».58

Come in Daniele VIII:20,21 all’Impero medo-persiano segue l’Impero greco, così


le cosce di rame rappresentano, in successione, la potenza che con Alessandro Magno
dominò sulla terra unendo «alla dominazione dell’Oriente (Persia) quella
dell’Occidente (Grecia)».59
In otto anni di marcia trionfale (331-323 a.C.) Alessandro percorse e conquistò
l’Asia Minore, la Siria, la Palestina, l’Egitto, la Mesopotamia, Babilonia, la Persia, la
Media, la Bactriana, la Sogdiana, il Belucistan e diversi altri paesi ai confini
dell’India.
L’impero di Alessandro superò in estensione quello «Archemenide all’epoca della
sua massima espansione sotto Dario I. Nessun conquistatore aveva riunito sotto il suo
giogo tante province, portando le sue armi così lontano dalla sua patria».60
Il rame, con il quale i Greci sono qui identificati, era un elemento che
caratterizzava questo popolo fin dai tempi di Omero. I soldati lo utilizzavano per le
loro armi61 e il profeta Ezechiele lo presenta come elemento di scambio62.
L’espressione “dominerà sulla terra” ha fatto pensare che questo regno unisse
l’Oriente all’Occidente, e caratterizzasse l’estensione delle sue conquiste. Dobbiamo
sottolineare che il dominio dei Greci non è consistito solamente in una conquista sul
piano militare, bensì su quello culturale, tanto che il pensiero greco influenza ancora
oggi la nostra civiltà.

56
Erodoto, III, 89-95.
57
GUERS Émile, Histoire abrégée de l’Eglise, 2a ed., Toulouse 1850, p. 10.
58
Daniele 2:39 s.p.
59
La Bible Annotée, o.c., t. II, p. 255.
60
LEVEQUE Pierre, Le monde hellénistique, Paris 1969, p. 8.
61
Quando il re egiziano Psammetico I consultò l’oracolo di Latone perché voleva vendicarsi dei persiani, gli fu
risposto: «La vendetta verrà dal mare quando gli uomini di rame appariranno». Questa risposta lasciò il re scettico fino
al giorno in cui dei pirati greci, a causa di una tempesta, naufragarono sulle coste dell’Egitto. Un indigeno testimone di
questa scena andò dal re e gli disse: «Degli uomini di rame venuti dal mare stavano saccheggiando la pianura»
Erodoto I, 152,154.
62
Ezechiele 27:13.
Oltre mille anni prima era stato annunciato
che l’Occidente avrebbe prevalso sull’Oriente

Quando il profeta Balaam fu chiamato dal re Balak per maledire Israele, che
quaranta anni prima era uscito dall’Egitto e si apprestava a varcare i confini del paese
di Moab e ad entrare nella Terra Promessa, annunziando il futuro, tratteggiava la
storia predetta in questa statua:

«Ma delle navi verranno dalla parte di Kittim e


umilieranno Assur, umilieranno Eber, ed egli pure finirà
per essere distrutto».63

Il vincitore viene dall’Ovest.


Kittim indica propriamente l’isola di Cipro, poi le isole dell’Asia Minore e le coste
del Mediterraneo, e per estensione l’Occidente. Nel primo libro dei Maccabei64,
Filippo e Alessandro il Macedone sono chiamati re di Kittim. Nel libro di Daniele “le
navi di Kittim”65 indicano le navi romane che portano l’ambasciatore Popilio Lenate,
e anche negli scritti di Qumran questo nome indica le legioni romane.66 Sarà dunque
l’Occidente a mettere fine alle potenze orientali. Dominerà pure su quelle di Eber, i
popoli semiti, più particolarmente i discendenti di Abrahamo, gli Ebrei. Il conqui-
statore occidentale estenderà il suo potere sull’Oriente, più lontano e più vicino al
Mediterraneo fino a che «egli pure finirà per essere distrutto».
«Questa... profezia può essere considerata come la più stupefacente. Più di mille
anni prima dell’avvenimento, non solamente la nascita del grande impero mondiale è
stata qui predetta, con le sue conquiste su Assur ed Eber, cioè sui discendenti di
Eber,67 ma ben al di là di questo la distruzione finale di questo impero mondiale è
annunciata. Ciò non ha equivalenti nella Scrittura, se non nella visione di Daniele.
Nessuno sforzo di una critica ostile saprebbe far dimenticare l’importanza di questa
meravigliosa predizione».68

Quarto impero universale: gambe di ferro - Roma

«Poi vi sarà un quarto regno, forte come il ferro;


poiché, come il ferro spezza ed abbatte ogni cosa, così, pari

63
Numeri 24:24.
64
1 Maccabei 1:1; 8:5.
65
Daniele 11:30.
66
GRAU MONTSERRAT Manuel, Kittim, in Enciclopedia della Bibbia, vol. IV, ed. ElleDiCi, Torino 1970.
67
Genesi 10:31.
68
EDERSHEIM Alfred, Israel under Joshua and the Judges, pp. 30,31; cit. da VAUCHER Alfred Félix, L’Adventisme,
Collonges sous Salève 1962, pp. 15,16.
al ferro che tutto frantuma, esso spezzerà ogni cosa».69

Il poeta latino Lucrezio scriveva: «Prima del ferro fu noto l’uso del bronzo /
perché più abbondante e trattabile è per natura. / Col bronzo scavavano il suolo, col
bronzo / mischiavano flutti di guerra, menavano strage / e bestie rapivano e campi; e
tutto / che nudo appariva e indifeso cedeva alle armi: / finché si mostrò a poco a poco
la spada di ferro».70
Il ferro raffigura, come dice il testo biblico, la forza che rompe, spezza e abbatte
ogni cosa.
«Non si può meglio definire il carattere dei Romani: tutto in loro era di ferro. Il
loro governo era di ferro, inflessibile, duro, schiacciante, spietato. Il loro coraggio era
di ferro, crudele, sanguinario, indomabile. I loro soldati erano di ferro; mai popolo fu
più temibilmente armato nei combattimenti; le loro corazze, i loro elmi, i loro lunghi
scudi, i loro dardi, i loro giavellotti, le loro corte e pesanti spade a due tagli, tutte le
loro armi erano ingegnosamente terribili... La loro disciplina era di ferro. Il loro giogo
sui vinti era di ferro: pesante, insopportabile e tuttavia irremovibile, inevitabile... I
loro cuori erano di ferro: mai conobbero la pietà; facevano scorrere il sangue degli
uomini come l’acqua; avevano bisogno di queste gioie da cannibali in pace come in
guerra... Avevano per questo piacere, in tutte le città, dei teatri in cui le signore
romane assistevano come gli uomini e in cui si obbligavano i poveri prigionieri di
guerra a battersi sino alla morte, contro delle bestie feroci, gli uni contro gli altri».71
Roma ha saputo creare un sistema amministrativo che le ha permesso di dominare
e controllare i popoli vinti.
Cirillo di Gerusalemme insegnava: «Tutti gli ecclesiastici s’accordano nel vedere
nell’Impero Romano questo quarto impero».72
Così, dalle bianche e desolate scogliere della Britannia agli aridi deserti africani,
dalle cupe foreste del Reno alle gialle rive del Caspio, le ferree legioni imponevano il
diritto latino. Popoli bellicosi erano costretti a piegarsi alle aquile di Roma e le rivolte
che compromettevano la Pax Romana erano presto soffocate nel sangue.73
«Jonathan ben Uzziel, che visse poco tempo prima del nostro Signore e che ha
scritto un Targum sui profeti, ma del quale non abbiamo l’interpretazione di Daniele,
spiega in questi termini, in una sua parafrasi sul libro di Abacuc, la profezia dei
quattro imperi e della loro distruzione con il regno del Messia: “Poiché il regno di
Babel non durerà e non eserciterà la sua dominazione su Israele, i re di Media saranno
uccisi e le forze della Grecia non prospereranno; i Romani saranno distrutti e non
preleveranno dei tributi da Gerusalemme”».74
Giuseppe Flavio nella sua opera Antichità Giudaiche, spiegando questa statua e

69
Daniele 2:40.
70
Lucrezio, Dalla Natura, V, 1287-1293; traduzione di E. Cetrangolo, Milano 1978.
71
L. Gaussen, o.c., t. I, p. 146.
72
Cirillo di Gerusalemme, XV Catechesi, cap. 13.
73
VISIGALLI Domenico, Cristo ritorna, ed. A.d.V., Falciani 1979, p. 11.
74
J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, pp. 636,637.
riportando egli stesso la tradizione dei padri, dice che le gambe di ferro rappresentano
l’impero dei Romani.75
«La marcia del piano divino sembra tangibile nelle sue grandi linee. Secondo
l’oracolo della Genesi, il mondo evolve a poco a poco dall’Oriente all’Occidente, e la
signoria va da Sem a Jafet. Si vede il centro di gravità della storia universale spostarsi
lentamente: da Gerusalemme, la metropoli religiosa del globo, e trasferirsi a Roma,
capitale civile, passando da Atene, capoluogo intellettuale».76

75
Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche, X; XI, 7, 4.
Il poeta latino Quinto Orazio Flacco assimilò Roma al ferro: «Questa gente (i romani) che dalle fiamme d’Ilio /
portò fra le tempeste del Tirreno / tenacemente sulla terra Ausonia / i Penati e i figliuoli e i padrini vecchi, / com’elce
che le dure accette potano / su l’Algido di ombrose fronde fertili, / prende forza ed ardimento dallo stesso / ferro di
mezzo alla strage e alla sventura» Carmi, ovvero Odi, IV, strofe 14a e 15a. Versione di CETRANGOLO Enzio in Quinto
Orazio Flacco, Tutte le Opere, ed. Sansoni, Firenze 1968, pp. 170,171.
I rabbini Saadia ben Joseph e Salomon ben Isaac Jarchi, detto Raschi, mantennero ancora l’interpretazione
tradizionale.
Il rabbino Abraham ben Ezra, Commentaire sur Daniel, 1144, p. 26,27,74, ha creduto di poter rinnovare la
spiegazione del testo biblico dopo aver criticato il collega Saadia. Per lui la quarta monarchia è l’Islam o l’impero
ismaelita. Vedere GALLÉ A.F. Daniel avec un Commentaire de R. Saadia, d’Aben-Ezra, Raschi..., Paris 1900, pp.
26,27,74. Per giungere a questo risultato Aben Ezra ha modificato la successione delle monarchie precedenti: iniziò
con Babilonia, considerò secondo impero i Medi e i Greci, e i Romani terzo regno. Questo sistema fu già confutato da
Johann HAUSSCHEIN, conosciuto sotto il nome di ŒCOLAMPADE, In Daniel, Basel 1530, fol. 27; da GEIER Marti,
Danielem prophetam (Operum Omnium), t. II, Amsterdam 1667, p. 193; 1696, fol. 181-186, dal gesuita J.
MALDONADO, pp. 616, 669; Cornelis Cornelissen van des STEEN, o Corneille LA PIERRE, Daniel, Paris 1622, p. 11, In
Ezechiel in Daniel, Anvers 1675, p. 1276,1277. È stato poi adottato da Bartholomaeus HELZHAUSER, Interprétation de
l’Apocalypse, trad. Ignace Nicolas de WUILLERET, vol. II, Paris 1856, pp. 39-47.
È forse a causa dell’influenza di Aben Ezra che Gioacchino da Fiore, nel libro V, cap. III, della sua Concordia
Vet. ac Novi Testament, composta verso la fine del XII secolo e stampata a Venezia nel 1519, identifica la IV
monarchia con i Saraceni. Per le monarchie precedenti, la spiegazione di Gioacchino differisce da quella di Aben
Ezra. Considera i Medi e i Persiani come il seguito naturale del regno di Babilonia (prima monarchia) e separa i Greci
(seconda monarchia) dai Romani (terza monarchia). Questo sistema è stato adottato dal gesuita cileno M. LACUNZA,
con questa differenza: i Saraceni sono rimpiazzati dai Barbari. Questo pensiero del gesuita verrà riprodotto dal
giansenista P.J. AGIER e dal pastore Doria A. ANTOMARCHI. L’errore di M. Lacunza ha alla sua origine il non aver
saputo distinguere le fasi successive dell’Impero Romano come sono abbozzate dal profeta Daniele.
«Si sa che l’Impero Greco, la terza monarchia, passò per due fasi: un periodo di unità e un periodo di divisione (è
chiaramente presentato nei capitoli 7 e 8 di Daniele, n.d.t.). L’evoluzione della costituzione politica e sociale del
mondo romano comprende, in un modo analogo, tre periodi:
1. il periodo delle gambe di ferro, cioè di prosperità, delle conquiste;
2. il periodo dei piedi in parte di ferro e in parte d’argilla: miscuglio di razze galliche, germaniche, tedesche, sarmate,
orientali;
3. il periodo delle dita dita in parte di argilla e in parte di ferro. È quello delle dieci corna (capitolo 7). Ne consegue
che il periodo dei dieci regni è una fase della storia dell’Impero Romano e che i dieci regni saranno un seguito di
questo impero fino alla fine dei secoli. Le dieci corna romano-barbariche indicano, in effetti, la continuazione
dell’Impero Romano, come le quattro corna del becco e le quattro teste del leopardo indicano la continuazione
dell’impero di Alessandro» J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, pp. 666,667.
M. Lacunza applica ai barbari, cioè alla terza fase dell’Impero Romano, ciò che il profeta dice della IV
monarchia. AGIER Pierre Jean, Vues sur le Second Avènement de Jésus Christ ou Analyse de l’Œeuvre de Lacunza,
Paris 1818, p. 23: «Le nazioni barbare, dopo aver portato in tutti i posti il carname della desolazione, si sono divisi i
paesi, e hanno formato un nuovo impero totalmente differente dai primi. Quale è questo impero? È quello che noi
vediamo sotto i nostri occhi e che sussiste da molto tempo, benché diviso in diverse membra e separato». Dobbiamo
però rilevare che M. Lacunza e P.J. Agier hanno dimenticato che prima delle dita, che simboleggiano la divisione
(Daniele 2:42), c’è l’omogeneità del ferro (versetto 40).
76
BERTHOUD Aloys, Apologie du Christianisme, Lausanne 1908, p. 497.
Perché Daniele non dice nulla della prima venuta di Gesù

È durante questo impero che avviene nel nostro mondo il fatto storico più
importante dell’universo. Il “Creatore”, l’“Onnipotente”, il “Santo d’Israele”, “il
primo e l’ultimo”, “l’alfa e l’omega”, “il principio e la fine”77 viene a vivere tra gli
uomini. La storia di Betlemme, del Galileo di Nazareth, annunciava, facendo eco ai
profeti, seguita poi dagli apostoli e dalla schiera dei credenti, che il regno di Dio è
presente e contemporaneamente futuro. Presente: in una realizzazione parziale nei
fedeli che Dio ha sempre avuto in ogni tempo sulla terra; e futuro: quando Gesù
stesso lo inaugurerà con il Suo glorioso ritorno. Sarà in quel giorno, come Ezechiele
aveva annunciato, che il Messia riprenderà in mano lo scettro delle nazioni.
Perché Daniele non dice nulla dello straordinario evento della nascita di Gesù?
«Questo avvenimento non è rappresentato nella profezia della statua, perché è
tutto religioso».78 Non si parla in questa visione della Chiesa perché essa non è il
regno di Dio sulla terra, ma è solamente l’araldo di questo regno. Se essa si preoccupa
di regnare ha finito la sua funzione di servire. Gesù stesso non si illudeva di stabilire
il regno in questa realtà. Per contro si domandava: «Quando il Figlio dell’uomo verrà,
troverà la fede sulla terra?»79 Anzi nella preghiera che Gesù fa, la sera del suo arresto,
per coloro che avrebbero accettato l’evangelo, insegna espressamente che non si deve
confondere la Chiesa con i regni di questo mondo che passano: «Io ho manifestato il
tuo nome agli uomini che tu m’hai dati dal mondo. Io ho dato a loro la tua parola e il
mondo li ha odiati, perché non sono del mondo, come io non sono del mondo. Io non
ti prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li preservi dal maligno. Essi non sono del
mondo, come io non sono del mondo... Io non ti prego soltanto per questi (gli
apostoli), ma anche per quelli che credono in me per mezzo della loro parola».80
La funzione della Chiesa è di annunciare in questo deserto la Parola di liberazione
di Dio. «In altri termini la funzione della Chiesa non è di organizzare il mondo, ma di
convertirlo. E per farlo occorre che la Chiesa si rivolga a un mondo che sia realmente
il mondo, con il suo peccato, con la sua violenza, in mezzo alle guerre, tra la fame, tra
gli ammalati; un mondo che sia il mondo dove Satana regna: senza tutto ciò, la Chiesa
non ha più niente da dire né da fare, poiché Gesù Cristo è venuto non per i sani, ma
per gli ammalati».81

Il quarto impero universale continua trasformato


fino al tempo della fine nei piedi e nelle dita di ferro e di argilla

«E come hai visto i piedi e le dita, in parte di argilla di


vasaio e in parte di ferro, così quel regno sarà diviso; ma vi

77
Giovanni 1:1-3; Colossesi 1:16; Apocalisse 1:8,18; 22:13; Isaia 47:4.
78
L. Gaussen, o.c., t. I, p. 172.
79
Luca 18:8 s.p.
80
Giovanni 17:6,14-16,20.
81
ELLUL Jacques, Protestantisme français, 1945, p. 142.
sarà in lui qualcosa della consistenza del ferro, giacché tu
hai visto il ferro mescolato con la molle argilla. E come le
dita dei piedi erano in parte di ferro e in parte di argilla,
così quel regno sarà in parte forte ed in parte fragile. Tu
hai visto il ferro mescolato con la molle argilla, perché
quelli si mescoleranno mediante connubi umani82; ma non
saranno uniti l’uno all’altro, nello stesso modo che il ferro
non s’amalgama con l’argilla».83

Questa sezione, che non presenta il sorgere di un nuovo regno, è descritta con
maggiore interesse da Daniele.
Le dieci dita della statua raffigurano lo smembramento dell’impero in diversi stati,
dopo la caduta dell’Impero Romano nel 476 d.C., a seguito delle invasioni barbariche.
È nel nostro Capitolo IV: Come Dio vede la Storia - Le dieci corna o i regni della
divisione dell’Impero Romano, che presentiamo nei particolari questa divisione.
«L’introduzione dei barbari da tutte le frontiere dell’Impero Romano ha avuto per
conseguenza le combinazioni etnologiche e politiche da cui sono uscite le nazioni
dell’Europa moderna e delle regioni direttamente in relazione con essa».84
L’invasione barbarica «è la più importante, la più universale e la più lunga delle
convulsioni alle quali il genere umano sia stato esposto; essa ha distrutto una civiltà
per preparare gli elementi della nuova. Essa ha compreso nei suoi effetti tutta la
porzione della razza umana che aveva allora la coscienza della sua esistenza e la
capacità di conservare dei ricordi... L’Impero Romano... fu invaso da tutti i popoli che
lo circondavano, saccheggiato, spogliato, ridotto in pezzi. Noi siamo i figli di questi
uomini; noi non siamo figli dei Greci e dei Romani. Con loro sono cominciate le
lingue che noi parliamo, i diritti che riconosciamo, le diverse leggi che ci reggono, le
opinioni, i pregiudizi (più potenti delle leggi) ai quali obbediamo e ai quali
obbediranno forse ancora i nostri nipoti».85

Perché i barbari non vengono rappresentanti con un altro metallo

«I barbari non si gettarono spontaneamente sull’impero. Essi vi furono spinti


dall’assalto dell’Unno, che doveva così determinare tutto il seguito delle invasioni...
Si ha bisogno dei barbari per il lavoro dei campi e per le truppe. Questi non
domandano di meglio che di mettersi al servizio di Roma. Così l’impero alle frontiere
si germanizza per il sangue, ma non per il resto, perché tutto quello che vi penetra si
romanizza. I Germani che entrano nell’impero lo fanno per mettersi al suo servizio e
per godere dei vantaggi che esso offre, ed hanno per esso il rispetto dei barbari per
l’incivilito. Non appena entrati, essi adottano la sua lingua e la sua religione, cioè il

82
«Si mescoleranno con seme d’uomo» nota versione Luzzi.
83
Daniele 2:41-43.
84
LAVISSE E. - RAMBAUD A., Histoire générale du IV siècle à nos jours, t. I, Paris, pp. II, III.
85
SISMONDI, Histoire de la chute de l’empire romain, prefazione; cit. L. Gaussen, o.c., t. II, pp. 135,136.
cristianesimo, dal V secolo in poi; cristianizzandosi perdono i loro dèi nazionali,
frequentando le stesse chiese, si confondono a poco a poco con la popolazione
dell’impero...
I Germani non erano spinti da nulla contro l’impero, né da motivi religiosi, né da
odio di razza né tanto meno da considerazioni politiche. Anzi, invece di odiarlo, essi
l’ammiravano e non volevano altro che stabilirvisi e usufruirne. I loro re aspiravano
alle dignità romane. Non c’era nulla che somigliasse al contrasto che presentarono
più tardi musulmani e cristiani...
All’inizio del VI secolo non c’è più un pollice di terra in Occidente sotto l’autorità
dell’imperatore. La catastrofe sembra enorme a prima vista, così enorme che si data
dalla caduta di Romolo (Augustolo) una seconda èra del mondo. Tuttavia, a guardarla
da vicino, essa appare meno importante, perché l’imperatore non è annullato di
diritto; non ha ceduto nulla della sua sovranità. La vecchia funzione dei federati
continua, e i nuovi sopravvenuti riconoscono essi stessi il suo primato... Teodorico
governa in suo nome. Il re burgundo Sigismondo gli scrive nel 516-518: Vester
quidem est populus meus. Clodoveo si gloria di ricevere il titolo di console.
Nemmeno uno osa prendere il titolo di imperatore».86
Inoltre i barbari, come «nuovi venuti, erano in effetti un’infima minoranza».87 Non
esiste nessun documento che ci permetta di stabilire la popolazione sia dell’impero sia
degli invasori. «Ogni precisione è impossibile; la sola cosa che appare evidente è che
i Germani sparivano nella massa».88
«Saremmo però senza dubbio al di sopra della verità se, per le province occidentali
al di fuori del limes, stimassimo il contributo germanico al 5 % della popolazione. A
dire il vero, una minoranza può trasformare un popolo quando vuole dominarlo
effettivamente, quando ha disprezzo per esso, e lo considera materia da sfruttare;
questo fu il caso dei Normanni in Inghilterra, dei musulmani in qualunque luogo ap-
parvero, ed anche dei Romani nelle province conquistate. Ma i Germani non volevano
né distruggere, né sfruttare l’impero. Invece di disprezzarlo, l’ammiravano. Non
avevano niente da opporgli come forze morali89 ... Avvenne così che gl’invasori
trionfanti offrirono dappertutto ai provinciali una situazione giuridica uguale alla loro.
In ogni campo essi avevano da apprendere qualcosa dall’impero: come avrebbero
resistito alla sua influenza? E avessero almeno formato gruppi compatti! Ma, eccetto i
Vandali, gli altri erano dispersi dall’ospitalità in mezzo ai Romani. La spartizione dei
domìni li obbligò a piegarsi alle usanze dell’agricoltura romana».90

86
PIRENNE Henri, Maometto e Carlomagno, ed. Laterza, Bari 1976, pp. 8,6,7,18.
87
Idem, p. 21.
88
Idem.
89
«È un luogo comune e nello stesso tempo un tema romantico e un dogma presso certe scuole germaniche. E si ha
buon gioco nel citare Salviano e il suo parallelo fra la decadenza morale dei Romani e le virtù dei barbari: queste virtù
non hanno resistito allo stanziamento dei Germani in mezzo a popolazioni romanizzate. Mundus senescit, si legge, al
principio del VII secolo, nella cronaca dello pseudo Fredegario, e basta scorrere Gregorio di Tours per trovarvi ad
ogni passo le tracce della più grossolana decadenza morale: ubriachezza, stravizi, cupidigia, adulteri, omicidii,
crudeltà abominevoli, e una perfidia, che regna dall’alto in basso dell’ordine sociale. La corte dei re germanici attesta
tanti delitti quanto quella di Ravenna» Idem, p. 27.
90
Idem, pp. 22,23. I matrimoni misti fino al VI secolo vengono proibiti, «ma questo ostacolo giuridico non era un o-
La lingua dei barbari non si è conservata. «Noi non abbiamo un testo né un
documento in lingua germanica... Se la lingua si fosse conservata, avrebbe lasciato
tracce nelle lingue neolatine. Ora, eccetto un certo numero di parole prese in prestito,
tale fenomeno non si constata affatto. Né la fonetica né la sintassi indicano la minima
influenza germanica».91
«Presso i Burgundi e i Vandali l’influenza del diritto romano sul diritto germanico
è così manifesta come presso i Visigoti».92
«È troppo evidente per insistervi che le istituzioni tribali dei Germani non hanno
potuto conservarsi nei nuovi regni fondati sul suolo dell’impero, in mezzo ad una
popolazione romana...
Senza dubbio i re germanici installati nell’impero sono stati re nazionali per i loro
popoli... Essi si chiamano reges Gothorum, Vandalorum, Burgundiorum, Francorum;
ma per i Romani sono generali romani, ai quali l’imperatore ha abbandonato il
governo della popolazione civile. Sotto questa etichetta romana appaiono loro, sono
gloriosi di ostentarla davanti a loro: basti ricordare la cavalcata di Clodoveo quando
fu fatto console onorario.
Questo stato di cose appare nel modo più chiaro sotto Teodorico. Egli è, di fatto,
un viceré romano. Pubblica editti e non leggi. I Goti formano l’esercito. Tutte le
magistrature civili sono romane e tutta l’amministrazione romana è conservata tanto
quanto è possibile. Continua ad esistere il Senato, ma tutto il potere è concentrato nel
re e nella sua corte, cioè nel sacro palazzo. Anche Teodorico prende il semplice titolo
di rex, come se volesse far scomparire la sua origine barbarica... La divisione delle
province con i loro duces, rectores, praesides, la costituzione municipale con i
curiales e defensores, l’organizzazione delle imposte, tutto è conservato. Egli conia
monete, ma a nome dell’imperatore. Adotta il nome di Flavius, segno che prende la
nazionalità romana... L’organizzazione della guardia del re è bizantina, così come
tutto il cerimoniale della corte. L’organizzazione giudiziaria è tutta romana, anche per
i Goti; l’editto di Teodorico è completamente romano... I Goti formano le guarnigioni
delle città, vivendo dei loro redditi sulla terra, ricevendo una paga. Non possono avere
impieghi civili, non è loro possibile la minima azione sul governo, eccetto per quelli
che fanno parte, con i Romani, del seguito del re. In questo regno, dove comanda il
loro re, essi sono in realtà stranieri, ma stranieri ben dotati di rendita: una casta
militare che vive lautamente del suo impiego... Teodorico non è più che un
funzionario di Zenone. Appena arriva in Italia, la chiesa e la popolazione lo
riconoscono come rappresentante della regalità... Insomma, i Goti sono la base
militare del potere regio, che, a parte questo, è romano...
Presso i Vandali, a dispetto della rottura avvenuta con l’impero, ogni carattere
germanico è assente dall’organizzazione dello Stato... Il suo (di Genserico) governo è
romano: egli batte monete con l’effigie di Onorio; le iscrizioni sono romane. Sembra

stacolo sociale. Il numero di unioni fra Germani e donne romane dovette essere costante e il bambino parla, si sa, la
lingua di sua madre. Evidentemente questi Germani hanno dovuto romanizzarsi con una rapidità stupefacente» Idem,
p. 23.
91
Idem, pp. 23,25.
92
Idem, p. 26.
anzi che i re vandali abbiano continuato a versare a Roma ed a Costantinopoli le
prestazioni di olio. Quando Genserico stabilì l’ordine di successione al trono, lo fece
mediante un codicillo redatto secondo le prescrizioni della legislazione romana».93
«I Burgundi furono i soldati dell’imperatore contro i Visigoti: in tal modo essi si
consideravano parte dell’impero; datavano secondo gli anni consolari, cioè degli
imperatori, e il re era magister militum nel nome dell’imperatore...
Il re burgundo, come quello visigoto, pagava gli stipendi ai suoi agenti. In un
reame così profondamente romanizzato, Burgundi e Romani avevano la stessa
condizione giuridica...
Così dunque Ostrogoti, Visigoti, Vandali e Burgundi governano alla maniera
romana. Di “principi germanici” non c’è traccia o quasi. Non c’è che l’antico regime,
che sopravvive con nuovi re, sebbene certamente con molte perdite. C’è una sola
novità: l’esercito non costa nulla grazie alla divisione delle terre».94
«Per i Franchi la loro romanizzazione fu meno effettiva, perché i loro re vissero a
Parigi in un ambiente meno romanizzato di quello esistente nelle città di Ravenna,
Tolosa, Lione o Cartagine. Inoltre la Gallia settentrionale usciva da un periodo di
guerre e di invasioni successive, che vi avevano accumulato le loro devastazioni.
Tuttavia delle antiche istituzioni romane essi conservarono tutto ciò che poterono,
e non fu certo la buona volontà che fece loro difetto. Il loro stato fu più barbaro, ma
non germanico. Anche qui l’organizzazione delle imposte e della moneta è
conservata...
Non c’è più grande errore che credere che l’idea dell’impero sia scomparsa dopo
lo smembramento delle province occidentali per opera dei barbari. Non si può
dubitare che il Basileus, che regnava a Costantinopoli, estendesse ancora sia pure
teoricamente la sua autorità a tutto l’insieme. Egli non governava più, ma regnava
ancora, e verso di lui si volgevano tutti gli occhi».95
In conclusione: «Da qualsiasi lato si guardi, il periodo aperto con lo stabilirsi dei
Barbari sul territorio dell’impero non ha introdotto nella storia nulla di assolutamente
nuovo. I Germani hanno distrutto il governo imperiale in partibus occidentis, ma non
l’impero. Essi stessi, installandovisi come foederati, lo riconoscono... Si potrebbe
quasi dire che il vecchio palazzo è stato diviso in tanti appartamenti, ma la sua
costruzione sopravvive... A guardare le cose come sono, la grande novità dell’epoca è
dunque un fatto politico: una pluralità di stati si sostituisce in Occidente all’unità
dello stato romano. Questo senza dubbio è un fatto considerevole; l’aspetto
dell’Europa cambia. Però la vita nella sua sostanza non cambia: questi stati, che si
chiamano nazionali, in realtà non sono affatto nazionali, ma solo tanti frammenti del
grande insieme a cui si sono sostituiti...
I re germanici in Occidente, in mezzo al mondo romano che si dissolveva in
quanto stato, furono, per così dire, tanti punti di cristallizzazione politica; ma intorno
ad essi, sia pure con inevitabili perdite, è stato il vecchio o, diciamo meglio, l’antico
93
Idem, pp. 31,32,33.
94
Idem, pp. 38, 39.
95
Idem, pp. 41, 47.
equilibrio sociale che ha continuato a sussistere.
In altri termini l’unità mediterranea, che costituisce l’essenza del mondo antico, si
mantiene in tutte le sue manifestazioni».96
L’Impero Romano si smembra, ma non c’è una germanizzazione dell’impero e
quindi la storia di Roma, il ferro, continua a seguito delle invasioni.

Significato del ferro e dell’argilla: potere politico e potere ecclesiastico

Il ferro e l’argilla non rappresentano nazioni forti e paesi deboli come hanno
pensato alcuni studiosi.97 Inoltre il testo biblico non presenta dita di ferro e dita di
argilla, come tale teoria esigerebbe. Tutte le dita sono costituite da un miscuglio di
ferro e di argilla. In ogni Stato sorto dalla divisione dell’impero si trova questa
combinazione.
Altri hanno identificato i Romani con il ferro e i Barbari con l’argilla.98 Ma come
si potrebbe sostenere che l’Impero Romano, rappresentato dal ferro, sia stato vinto dai
popoli barbari, rappresentanti dell’argilla? Cioè i più forti vinti dai più deboli?
Appoggiandosi su Ippolito di Roma, i plimontisti e alcuni cattolici99 hanno pensato
che il ferro alludesse al potere monarchico (autocrazia imperiale) e l’argilla al potere
popolare (democrazia). La presenza di queste due forze nell’Impero Romano
risalgono alle sue origini, ma Daniele non presenta l’argilla nelle gambe della statua.
Il rabbino Manasseh ben Israel100 ha suggerito Roma per l’argilla e l’Islam per il
ferro. Ma Roma è simboleggiata dalle gambe di ferro e l’Islam non ha nulla a che
vedere con la quarta monarchia. G. Wingate ha pensato che con l’argilla si potessero
identificare gli ebrei.101
Il testo biblico precisa: prima dello smembramento della IV monarchia, prima
delle invasioni barbariche, in un certo periodo della storia dell’Impero Romano, prima
della sua caduta nel 476 d.C., questo impero doveva subire nella sua natura intima un
cambiamento inedito fino a quel momento nella storia e che sarebbe continuato,
comune in ciascuno dei regni che lo hanno diviso. Il ferro e l’argilla coesistono nel
piede: «perché questo regno deve essere diviso: in parte forte e in parte debole. Questi

96
Idem, pp. 129, 132.
97
Questo pensiero è stato espresso in un’opera anonima, Le Cinquième Empire, La Haye 1689, p. 19; da AGIER
Pierre Jean, Daniel, Paris 1822, pp. 17,18; adottata da MATTESON John Gottlieb, Prophecies of Jesus, Battle Creek
1895, p. 311. Jean VUILLEUMIER, Les Prophéties de Daniel, Genève 1906, p. 44; Future unrolled, pp. 35,36; in Revue
Adventiste, aprile 1950, p. 9.
98
Gerolamo, Lettera a Ageruchia, col. 36; per primo ha identificato il ferro con Roma e l’argilla con i barbari. Il
pensiero è stato adottato da CRINSOZ Theodore detto de BIONNENS, L’Esprit de Bionnens sur l’Apocalypse et les
prophéties de Daniel, 1798, p. 313; J.F. ALLIOLI von, Commentaire..., t. V, Paris 1868, p. 467, n. 20; Th.R. BIRKS, The
four proph., 2a ed., pp. 92-96; P.L.E. BURNIER, 1849, p. 50; L.R. CONRADI, Los Videntes, t. I, pp. 57,58; É. GUERS,
Histoire..., 2a ed., 1850, p. 13; T. NEWTON, 1758, p. 212; Th. WINTLE, 1836, p. 37. Su una forma un po’ modificata
K.F.I. KEIL, The Book..., pp. 108,109. Per i titoli completi vedere Bibliografia.
99
Hippolyte de Rome, Commentaire de Daniel, ed. Le Cerf, Paris 1947, pp. 144,156; A. MARTINI, TROCHON, ecc.
100
Manasseh ben Israel, De termino vitae, London 1709, p. 80.
101
WINGATE G., The Jew in Daniel’s, London 1932.
ultimi tratti ci indicano che si doveva operare un cambiamento intimo nella
costituzione di questo regno: cioè... non doveva essere una divisione esteriore come
quelle che indicano le dieci dita (e la diversità dei metalli della statua), ma una
divisione intestina, essenziale, in due governi, o due popoli, o due lingue, o due
potenze; una divisione che deve essere comune ai dieci regni»,102 una divisione di
natura.
Che cosa rappresenta questa argilla che coesiste accanto al ferro?
«L’argilla costituisce un elemento essenziale della profezia poiché nel linguaggio
corrente si parla del colosso dai piedi d’argilla. Per sette volte si menzionano l’argilla
ed il ferro: tre volte nella descrizione della statua e quattro volte nella sua
spiegazione. Tre versetti (38-40) sono sufficienti per presentare i quattro primi imperi.
Ne occorrono cinque (41-45) per precisare gli avvenimenti che seguono la fine
dell’Impero Romano.
Il testo biblico dirige la nostra analisi ed orienta la nostra attenzione. Prima di tutto
si tratta dei piedi (versetti 33,34), poi dei piedi e delle dita (versetto 41), ed infine
delle sole dita (versetto 42). Ci si offre in qualche modo una cronologia».103
«Nella spiegazione che il profeta stesso dà di questo miscuglio (ferro ed argilla),
non parla per nulla di una pluralità di regni, ma dice semplicemente “questo regno
sarà diviso”104 - si tratta di quello rappresentato dai “piedi e dalle dita”. In altre parole,
ci sarà in seno all’Impero Romano, in un momento della sua storia, un fattore di
scissione che renderà ogni unione impossibile a dispetto delle “alleanze umane”».105
Il testo biblico è preciso e, nella sua descrizione, non dice “un dito di ferro” e un
“dito di argilla”, ma che il ferro e l’argilla saranno contemporaneamente nello stesso
regno, nello stesso stato e coesistenti già prima della fine dell’Impero Romano.
I vari metalli: oro, argento, rame e ferro, rappresentano i vari poteri temporali nel
loro susseguirsi. L’argilla rappresenta anch’essa un potere, ma che non è della stessa
natura di quello dei vari regni metallici, un potere “diverso” da quelli fino a quel
momento avvicendatisi. La molle argilla del vasaio è un potere che coesisterà e si
contrapporrà a quello temporale senza però identificarvisi e fondervisi facendo corpo
unico con esso. È diverso come è diversa l’argilla dal ferro. È un potere che si adatta
ad ogni situazione e dà anche la forma ad ogni situazione. Come la molle argilla si
adatta ad ogni forma, essa però adatta a sé il metallo quando è fuso.
Nel testo biblico l’espressione “argilla” e “argilla di vasaio” hanno una
connotazione religiosa, presenta l’uomo nella sua dipendenza da Dio.106 Questo
potere, distinto da quello rappresentato dal ferro, non può che rappresentare quello
religioso visto in contrapposizione a quello politico.
102
L. Gaussen, o.c., t. I, pp. 145, 146.
103
LANARÈS Pierre, Qui dominera le monde?, 5a ed., S.d.T., Dammarie les Lys, 1980, pp. 42,43.
104
Versetto 41. Daniele non pensa ancora allo smembramento dell’Impero Romano d’Occidente, come ha supposto
J. Vuilleumier, o.c., pp. 39,40, ma alla presenza dell’argilla con il ferro nei piedi della statua. Lo smembramento
dell’impero è rappresentato dalle dita della statua.
105
ZURCHER Jean, Les quatre empires universels, in AA.VV., Daniel - Questions Débattues, Collonges-sous-Salève
1980, p. 163.
106
Isaia 64:8; 29:16; 41:25; 45:9; Geremia 18:2; 19:1; Lamentazioni 4:2; Romani 9:21.
Questo ferro e questa argilla, coesistenti nella quarta monarchia universale, non
però dalla sua origine, ma dopo alcuni secoli, da un certo tempo prima della sua
divisione e perpetuandosi fino alla fine della storia dell’umanità, non possono non
rappresentare che il potere politico ed il potere ecclesiastico, due poteri di natura
diversa - uno di ferro, l’altro di argilla - che hanno caratterizzato particolarmente
diciassette secoli di storia e che ancora continuano. Tale comprensione del testo
biblico è stata rilevata dai commentatori.107

107
Questo significato «non è sfuggito... a degli interpreti ebrei, i quali hanno visto nel miscuglio del ferro e
dell’argilla il Cristianesimo e l’Islam. Uno d’essi, Manasseh ben Israel, che morì ad Amsterdam nel 1765, indicò
nominalmente la Chiesa cattolica romana e l’Islam» Vedere Seventh Day Adventist Bible Commentary - SDABC, vol.
IV, p. 45. MÜNTZER Thomas «identificava i due poteri intrecciati della Chiesa e dello Stato: i “preti e tutti i malvagi
ecclesiastici” da una parte, “i signori e i governanti” dall’altra. Questa stessa spiegazione verrà riproposta ancora nel
Seicento, da teologi protestanti moderati come Giovanni COCCEIO - Henry MORE» MIEGGE Mario, Il sogno del re di
Babilonia - Profezia e storia da Thomas Müntzer a Isaac Newton, ed. Feltrinelli, Milano 1995, p. 39; da NICOLAI
Philipp, Opera Latina, vol. II, 1617, p. 81. «Alcuni pochi commentatori protestanti del XVII, XVIII e XIX secolo,
quasi tutti di lingua inglese, hanno intravisto l’elemento religioso nella presenza dell’argilla mischiata con il ferro.
HUIT Ephraim, The whole prophecy of Daniel explication.., London 1644, p. 60, è il primo esegeta del libro di Daniele
nel Nuovo Mondo, che l’ha chiaramente identificata per presentare l’unione della Chiesa cattolica romana e gli Stati
d’Europa. Benjamin GALE (1715-1790), A Brief Essay, or an Attempt to Prove, From the Prophetick Writings of the
Old and New Testament, What Period of Prophecy the Church of God Is Now Under, New-Haven, 1788, p. 10,
vedeva in questo simbolo l’ultima forma della tirannia di Roma, nella quale “il potere civile ed ecclesiastico sono
uniti e mischiati”. David AUSTIN, The Downfall of Mystical Babylon; or, A Key to the Providence of God, in the
Political Operations of 1793-4... A discourse, 1798, p. 388, stima ugualmente che l’impasto di ferro e d’argilla può
presentare il potere civile ed ecclesiastico di Roma. Tra i teologi europei ne conosciamo due che hanno sostenuto
questa interpretazione. Thomas SCOTT, The Holy Bible... Whit Original Nones Protocal Observations, and Copious
Marginal References, London 1805, nota su Daniele 2:38-45; commentatore ben conosciuto della Chiesa anglicana,
dichiara che il miscuglio di ferro e di argilla rappresenta gli elementi secolari ed ecclesiastici» J. Zurcher, o.c., p. 165.
(Vedere FROOM LeRoy Edwin, The Prophetic Fait of Our Fathers, vol. III, Review and Herald Publishing
Association, Washington D.C., pp. 62, 216, 241, 348). Riteniamo doveroso ricordare in questa nota chi più di altri si è
dilungato in questa spiegazione e l’ha documentata al meglio. Di lui riportiamo anche delle citazione. Si tratta di Louis
Gaussen, teologo ginevrino, specialista delle profezie di Daniele, che nel 1837 vi vedeva lui pure l’unione della
Chiesa e dello Stato: «Il ferro e la terra, cioè il potere politico ed il potere ecclesiastico» o.c., p. 186. «Fra i predicatori
milleriti, tra il 1798 e il 1844, solo Henry DANA WARD, Glad Tidings “For the Kingdom of Heaven Is at Hand”, New
York 1838, pastore episcopale di New York, fervente sostenitore di William MILLER, fa una breve osservazione a
proposito del miscuglio ferro ed argilla, che considera come il simbolo dell’unione della Chiesa e dello Stato, le cui
origini risalgono all’epoca di Costantino» E. Froom, idem, vol. IV, pp. 573,574. WHITE James, Exposition of Daniel
2:31-44, in Review and Herald, ottobre 1854, p. 93 diceva che il potere romano, il ferro, era influenzato dal potere
papale, l’argilla (cit., idem, p. 1114). Uriah SMITH in un articolo nella Review and Herald, del 31 ottobre 1864
scriveva: «Roma, o la potenza del ferro, sotto l’influenza dell’autorità del papato, o la Roma papale, si è essa stessa
estesa all’argilla al punto di mischiarsi con lui, mantenendo così la forza del ferro». Questo autore però nella sua opera
successiva, Daniel and the Revelation, Review and Herald Publishing Association, Washington, D.C., riedizione
1944, non dice nulla di questa spiegazione. WHITE Ellen nella Review and Herald del 6 febbraio 1900, scriveva: «Il
miscuglio del potere della Chiesa e quello dello Stato si trovano rappresentati dal ferro e dall’argilla. Questa unione
non può che indebolire tutta la potenza delle chiese. Ed il fatto d’investire la Chiesa del potere dello Stato non può che
produrre dei cattivi risultati» SDABC, o.c. vol. IV, p. 1169; cit. E. Froom, idem, vol. IV, p. 1141. Già l’anno prima E.
White aveva scritto nel manoscritto n. 63 del 1899: «L’unione del potere ecclesiastico e del potere politico»; cit. da
The Ministry, dicembre 1948; cit. E. Froom, idem, vol. IV, p. 1141. A parere di questa autrice la diminuzione di valore
dei materiali della statua, dall’oro all’argilla, non rappresenta solamente «il deterioramento del potere e della gloria dei
regni terrestri», ma anche «il deterioramento della religione», Youth’s Instructor, 22 settembre 1903, p. 6; cit. da
Froom, o.c., p. 1140,1141.
Il maestro A.F. Vaucher che condivide questa spiegazione: ferro e argilla, potere politico e potere ecclesiastico,
scrive che essa si ritrova già presso WICLIFF J., Bibelkommentar ed. Gustav Adolf Benrath, Berlino 1966, p. 85; J.P.
POLIER; Mac CAUSLAND D., The letter days, pp. 336,337,353; Charles Taze RUSSEL ed è sviluppata ampiamente da
Gaussen (vedere VAUCHER Alfred, Fer et argile, in Revue Adventiste, ottobre 1949; Lacunziana I, 1969, pp. 30,31).
AUCLAIR Raoul, Le livre des Cycles, Paris 1947, pp. 44,45.
A conoscenza del teologo J. Zurcher, o.c., p. 165,166, tutti i commentatori avventisti si sono tenuti
all’interpretazione di U. Smith che segue la spiegazione classica protestante: ferro, nazioni forti; argilla, nazioni
Dopo il 312 d.C. un grande cambiamento fu introdotto nel governo e nella
costituzione interna dell’Impero Romano.
Molti ecclesiastici della Chiesa romana e vari storici hanno spesso definito la
Chiesa “Imperium in Imperio”; in altre parole: “l’argilla nel ferro”.
«La conversione di Costantino è il fatto più importante della storia del mondo
mediterraneo tra la costituzione della egemonia romana e lo stabilimento dell’Islam. È
a lui che si deve il trionfo del Cristianesimo».108
Costantino, liberando la Chiesa dalle catacombe, proibendo la persecuzione, col
tempo liberò i ministri cristiani dalle imposte, li arricchì di onori e di doni regalando
loro nelle più potenti città del suo impero molti palazzi. Nella stessa Roma donò i
palazzi del Laterano edificando la basilica omonima e costruendo quella di S. Pietro.
Stabilì un governo ecclesiastico riconosciuto dallo Stato e sanzionato dalle leggi.
«Chiunque ha un processo può, in qualunque momento dell’istanza, e anche quando
la sentenza sta per essere pronunciata dal giudice laico, dichiarare che fa appello al
giudizio della Chiesa... Anche davanti alla giurisdizione civile, la testimonianza di un
vescovo è indiscutibile e niente gli può essere opposto».109
I suoi successori continuarono la sua opera, così il clero, cioè i ministri della
religione, divennero una potenza che ben presto uguagliò quella dei monarchi. Però,
«Costantino... poneva o revocava i vescovi, riuniva a suo piacimento e presiedeva i
Concili,110 controllava i loro decreti e li pubblicava come sue proprie leggi; quando
Costantino costituì il clero della Chiesa cristiana come un corpo dello Stato,
riconosciuto dai suoi codici, mantenuto dalla sua autorità, alloggiato nei suoi edifici,
nutrito con le sue derrate, sostenuto dai suoi soldati, vendicato dal suo boia, non
dubitava che poneva nell’impero un altro impero, nel suo regno un altro regno, nel
ferro l’argilla, e che questo regno nuovo avrebbe ben presto avuto la sua capitale, le
sue province, i suoi governatori di provincia, le sue milizie, i suoi tributi e i suoi
tribunali».111
Costantino finché visse dominò la situazione, ma i suoi successori, seguendolo
nella loro magnanimità nei confronti dell’argilla, se la fecero sfuggire di mano.
«Questa unione contro natura tra Chiesa e Impero, Governo e Clero, Religione e
Politica... non ha cessato di corrompere la Chiesa e di affaticare lo Stato, di essere per
i preti un inebriante veleno, e per i principi un fatale incubo, in cui essi hanno
consumato la loro forza, tormentato la loro potenza e perduto la loro saggezza...
Come vediamo dei piccoli bambini ritornare continuamente presso un vecchio furbo,
per ripetere continuamente uno stesso gioco che li imbroglia, così si sono visti i
principi di secolo in secolo ritornare senza posa al clero, più vecchio e più abile dei

deboli. Fanno eccezione a nostra conoscenza: A.F. Vaucher, o.c.; P. Lanarès, o.c., e J. Zurcher, o.c., pp. 162-166.
108
LOT Ferdinando, La fin du monde antique et le début du Moyen Âge, Paris 1927, p. 44.
109
Cit. da PAGANIOL A., L’empereur Costantin, Paris 1931, pp. 180,181. Il 5/5/333 sentenziò le regole dell’intervento
episcopale nella giurisdizione civile che erano forse già state formulate nel 321.
110
Costantino, pur non essendo cristiano, convocò il Concilio di Nicea nel 325 e al cristianesimo non si convertì mai
anche se sul letto di morte ricevette il battesimo. «Se si intende per conversione un rinnovamento morale e interiore, la
risposta sarà sempre negativa» F. Lot, idem, p. 36.
111
L. Gaussen, o.c., t. II, pp. 177,178.
loro saggi, per ricevervi così di secolo in secolo gli stessi errori, gli stessi
malcontenti, le stesse risposte, gli stessi rifiuti».112
Già M. Guizot, ministro del re Luigi Filippo, professore della facoltà di lettere a
Parigi, molto considerato per il suo talento, faceva notare che in qualunque popolo
dell’antichità se il clero è sovrano, esercita, nello stesso tempo, anche il potere
temporale, nel nome della sua supremazia spirituale; se sovrano è il potere temporale,
uomo o senato, esso è rivestito degli uffici religiosi come delle magistrature civili, e
governa sia il clero sia il popolo. Così l’Egitto è sotto la dominazione del sacerdote; a
Roma, i patrizi sono anche i pontefici: là prevale la teocrazia, qui la religione è
subordinata, ma in tutti i casi, il potere spirituale e il potere temporale sono confusi e
posti nelle stesse mani. Il destino della nostra Europa è stato diverso; nel momento in
cui sulle rovine dell’Impero Romano sono sorti i popoli moderni, due società assolute
si sono trovate contrapposte: da una parte i barbari conquistatori, dall’altra il clero
cristiano. Divise per natura, origine, popoli e lingua, le due società erano pertanto
costrette a vivere assieme; poiché esse avevano, sia l’una sia l’altra, qualcosa da cui
difendersi e sussistere per il proprio valore. Esse si avvicinarono e si allearono ma
senza confondersi. I Barbari divennero cristiani: il clero cristiano prese posto
nell’aristocrazia barbara; ma le due caste, le due società restarono profondamente
distinte, ognuna d’esse ebbe la sua funzione, la sua organizzazione, le sue leggi, le
sue giurisdizioni, la sua milizia, il suo sovrano.113
Nella storia dei popoli, il clero, gli addetti al culto, alla religione, grazie al
matrimonio potevano trasmettere ai loro figli la propria opera. La Chiesa romana, a
causa del celibato, per la sua sopravvivenza è stata costretta a ricorrere all’esterno
della sua gerarchia, nel laicato, per avere uomini per perpetuarla. Così queste due
forze, temporale ed ecclesiastica, sorgono dalla stessa famiglia, dallo stesso seme,
dallo stesso connubio.
Gesù aveva detto a Pilato: «Il mio regno non è di questo mondo»,114 ma nel corso
della storia la Chiesa abbagliata dal potere, dalle ricchezze, dall’ambizione del mondo
ha dimenticato le parole del Maestro e ha cercato in questo mondo ciò che Gesù ha
rifiutato nella tentazione:115 è diventata l’argilla di questo mondo. Estendendo la sua
influenza sulle anime, l’ha esercitata anche sui corpi e, credendo di anticipare nel
presente la realtà del regno di Dio che viene, col tempo ha dimenticato la beata
speranza del ritorno del suo Signore. Ha cominciato a battere i suoi confratelli,116
coloro che non la pensavano come lei e contestavano il suo dispotismo.
Contemporaneamente ha cessato di insegnare, ha nascosto e negato anche
l’insegnamento della Parola di Dio che annunciava il regno millenario di Cristo.117
Se i Romani erano il ferro e i Barbari l’argilla, Daniele non avrebbe potuto dire
che essi non si sarebbero potuti unire, fondere, amalgamare. In Italia, Francia,
112
Idem, p. 178.
113
GUIZOT M., II Leçon sur l’Histoire de la Civilisation Française, p. 3; cit. da L. Gaussen, idem, t. II, pp. 182,183.
114
Giovanni 18:36.
115
Luca 4:6,7.
116
Matteo 24:49.
117
Vedere nota n. 7, capitolo XXII, p. 880 e seg..
Spagna, Portogallo. Chi oggi potrebbe dire di discendere da un romano anziché da un
goto? Daniele presenta questi due poteri: politico e religioso. Infatti, spesso i figli di
uno stesso padre hanno occupato l’uno il trono del re e l’altro quello del papa, l’uno il
comando dell’esercito, l’altro la guida del convento; l’uno avente l’autorità del
magistrato; l’altro quella del prete; l’uno capitano, e l’altro vescovo. Gli interessi dei
fratelli però non erano gli stessi e non hanno fatto altro che dividerli. Questi due
poteri indipendenti e in opposizione trovano un’intesa, una alleanza di comodo di
fronte a un pericolo comune, ma, passato questo, pur provenendo dallo stesso ceppo
si combattono, o nel migliore dei casi rimangono semplicemente divisi.
L’interdipendenza tra religione e politica con Costantino finì. «Nell’Impero Romano,
dando ai sacerdoti un potere costituzionale, sostenendoli con la spada dei principi,
stabilendo come legge universale per tutta l’Europa che si pagasse a loro la decima, si
è sempre dappertutto proclamata la separazione della Chiesa dallo Stato. Essi sono
dunque stati separati senza essere separati, associati senza essere associati, uniti e
disuniti, dipendenti ed indipendenti».118
Come abbiamo detto, con la caduta dell’impero, con l’inizio delle dita, le invasioni
barbariche divisero l’impero ma la situazione politico-religiosa non cambiò; il ferro,
potere politico, coesistette con l’argilla del vasaio, potere religioso, cioè con la chiesa
corrotta che corrompe i costumi. I Barbari, pur dividendo l’impero, ne assorbirono gli
usi, la religione, il culto, le leggi, la lingua, facendo sì che essi continuassero il quarto
impero sotto una forma nuova. Del resto, come riconosce anche l’abate Fabre
d’Envieu: «Il periodo dei dieci regni è una delle fasi della storia dell’Impero
Romano, e... i dieci regni saranno un seguito di questo impero fino alla fine dei
secoli».119 In Roma coesiste: «la Roma antica, la Roma del Medio Evo e del
Rinascimento e la Roma moderna».120 La Chiesa dei barbari si chiama la Santa Chiesa
latina; la loro religione: la santa religione romana; il loro impero: il santo romano
impero o impero dei latini; la loro lingua: la santa lingua latina, e la loro storia: la
storia della Chiesa.
Qualsiasi libro di storia presenta l’attività dell’argilla melmosa di vasaio con il
ferro e ciò che essi hanno causato alla nostra vecchia Europa!...
In una sala del Vaticano, dove i dipinti rievocano i trionfi del papato sulle varie
potenze, sono stati esposti due quadri di Raffaello. Nel primo si vede il grande
imperatore Giustiniano seduto sul suo trono e nel quadro a fianco l’altro imperatore, il
papa Gregorio IX, egli stesso seduto sul suo trono. Ai piedi dell’imperatore un
giureconsulto è in ginocchio, ai piedi del pontefice, nella stessa posizione, c’è un
avvocato concistoriale. L’imperatore e il papa tengono in mano un libro che porgono
agli uomini inginocchiati. Questi due libri sono: uno il codice civile romano che ha
retto fino a non molto tempo fa l’impero nel “suo ferro”, e l’altro è il codice
ecclesiastico romano che ha retto fino a non molto tempo fa l’impero nella “sua
argilla di vasaio”.
Il vescovo Doellinger così riassume la politica dell’argilla in Italia: «La politica
118
L. Gaussen, idem, pp. 179, 180.
119
J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, Paris 1891, p. 667.
120
LANFREY P., Histoire politique des papes, Paris 1860, p. 38.
dei papi nella Penisola si propose d’impedire che l’Italia diventasse una nazione; essi
hanno seguito questa politica dalla caduta dell’impero fino ad oggi. Quando il regno
dei Goti successe a quello degli Eruli, i papi lo favorirono finché non fece loro ombra;
ma appena divenne troppo forte, chiamarono in loro soccorso quegli imperatori
d’Oriente che tanto fecero per espellerli; poi chiamarono i Franchi contro i
Longobardi, come sempre hanno chiamato lo straniero non appena hanno visto
apparire in Italia un centro di unità, un potere nazionale... Tutta la storia del papato si
riassume nell’arte di eccitare un principe contro un altro, un vescovo contro un altro,
un principe contro un vescovo e viceversa. E quando non aveva a propria
disposizione le armi civili, in qualità di esecutori delle sue rivendicazioni, Roma
aveva sempre sotto mano l’esercito dei frati».121
Tentativi per formare un impero omogeneo se ne fecero molti nel passato: nell’800
Carlo Magno, incoronato da Leone III nella notte di Natale, diede nascita al Sacro
Romano Impero del quale Voltaire dirà che non era né Sacro, né Romano, né Impero.
Con Carlo Magno, per la prima volta, dei sovrani ricevettero dal Papa la corona e «i
re dovettero pentirsi più d’una volta d’aver lasciato prendere al pontefice di Roma un
così pericoloso privilegio».122
L’imperatore Enrico IV dovette recarsi a Canossa da Gregorio VII per chiedergli
di togliergli la scomunica affinché cessasse di «errare... di città in città, mendicando
invano dei soccorsi che tutti i popoli gli rifiutavano».123 Il 18 gennaio 1077 ci fu il
miracolo di Canossa «dove Cesare, umiliato, bacia piangendo il piede di Pietro».124
Federico II, egli stesso imperatore, a causa dei suoi contrasti col vescovo di Roma,
dopo essere stato scomunicato più volte, dovette riconoscere al papa il suo potere di
argilla.
Carlo V nel XVI secolo, sebbene avesse un vasto dominio coloniale, ebbe tante
lotte all’interno del suo regno a causa del suo connubio con il potere ecclesiastico, che
alla fine logorato e stanco, dopo avere speso somme enormi in guerre, si ritirò in un
convento.
Filippo II, suo erede, volendo riunire sotto di sé l’Europa cattolica, si schierò
contro i Paesi protestanti e fece annegare il suo vasto regno nell’inquisizione.
Il Barbarossa, nel formare un impero universale, cozzò contro l’argilla e fu
costretto da Adriano IV a tenere le briglie del suo cavallo in segno di omaggio.
Quando a Venezia si dovette inginocchiare davanti a Innocenzo III per baciargli i
piedi, con un supremo tentativo di indipendenza da Roma, volendo mostrare un
omaggio non alla persona del Vescovo dei vescovi, ma al simbolo della cristianità
mormorò: «Non a te, ma a Pietro». Al che Innocenzo, erede di Gregorio VII, replicò:
«E a Pietro e a me!». E Barbarossa piegò la testa fino al sandalo dell’ecclesiastico.
Quando nel 1162 Barbarossa offrì a Ginevra l’indipendenza dispensandola da ogni

121
DOELLINGER dr. Ignazio von, Il Papato dalle origini fino al 1870, Mendrisio 1914, p. 71, nota n. 106, p. 133, nota
n. 121.
122
P. Lanfrey, o.c., p. 38.
123
CARRIERE Jean, Le Pape, Paris 1934, p. 96.
124
Idem, p. 97.
atto di vassallaggio, pose come condizione «che si cantassero per tre giorni delle
litanie per la salute dell’impero».
Malgrado questo, come il ferro non si amalgama con l’argilla, così essa non
pervenne mai a dominare sui popoli, sebbene spiritualmente le fossero sottomessi.
I tentativi per unire l’Europa sono stati molteplici e di natura anche diversa.
Giuseppe Mazzini fondò la Giovine Italia e la Giovine Europa e possiamo
riconoscere che la sua azione fu certamente alla base del sorgere di numerosissimi
movimenti europeistici di natura culturale, economica, sociale e politica.
Victor Hugo, prendendo la parola all’apertura del Congresso della pace riunito a
Parigi il 21 agosto 1849, diceva: «Giorno verrà in cui la guerra apparirà così assurda e
impossibile tra Parigi e Londra, tra Pietroburgo e Berlino, tra Vienna e Torino, quanto
apparirebbe assurda e impossibile, oggi, tra Boston e Filadelfia. Giorno verrà in cui tu
Francia, tu Italia, tu Inghilterra, tu Russia, tu Germania, voi tutte o nazioni del
continente, senza perdere le vostre qualità particolari e le vostre gloriose individualità,
vi fonderete strettamente in una unità superiore e costituirete la fraternità europea.
Giorno verrà in cui si vedranno questi due immensi blocchi contrapposti, gli Stati
Uniti d’America e gli Stati Uniti d’Europa tendersi la mano al di sopra dei mari». E lo
stesso Victor Hugo non si stancava mai di proclamare: «Nel XX secolo si avrà una
nazione straordinaria, illustre, ricca, intelligente, pacifica, senza prigioni. Questa
nazione avrà per capitale Parigi e si chiamerà Europa».
Ma quale è la realtà? La “nazione” Europa nel XX secolo ha scatenato due guerre
mondiali, e il potere ecclesiastico, cioè l’argilla, ha giocato un ruolo importante. «È
stabilito con certezza che nel 1914 come nel 1939, il Vaticano stette sempre dalla
parte tedesca. Perché? Perché egli ama i tedeschi? No! Perché egli non ama la
democrazia alla quale si richiamano gli alleati».125
Infatti il papato in passato ha dimostrato di non aver mai amato la democrazia e lo
conferma l’enciclica di Gregorio XVI del 1832 Mirari vos che condanna i principi del
1789. Pio IX nella sua Enciclica Quanta cura e nel Syllabus, appendice
dell’enciclica, pubblicata nel 1864, condanna nuovamente la laicità dello stato, la
libertà di coscienza e di stampa, la separazione fra Stato e Chiesa, ribadendo che la
Chiesa ha il diritto di reprimere anche con pene temporali colui che si rifiuta di
obbedire alle sue leggi (come avveniva nel Medio Evo).
«Nell’Enciclica Pascendi (8 settembre 1907), alle dottrine imprudenti professate
dai liberali, Pio X oppose i princìpi nel nome dei quali la Chiesa ha sempre
combattuto, in un Paese cattolico, che lo Stato e la Chiesa siano indipendenti l’uno
dall’altra. Se lo Stato cattolico non tratta la Chiesa come amica ed alleata, fa di essa
un’intrusa, una tollerata: lo Stato e la Chiesa possono solo essere alleati. Il cristia-
nesimo apolitico è un non senso; lo stato cattolico areligioso è un controsenso... Il 21
giugno 1921 a Montecitorio Mussolini diceva: “Io affermo che la tradizione latina e
imperiale di Roma è rappresentata oggi dal cattolicesimo... io penso e affermo che la
sola idea universale che esiste oggi a Roma sia quella che risplende dal Vaticano”.126

125
BURE Émile, L’ordre de Paris, 9/1/1947; cit. da PARIS Edmond, Le Vatican contre l’Europe, Paris 1969.
126
PERNOT Maurice, Le Saint Siège, L’Eglise catholique et la politique mondiale, Paris 1924, pp. 22,89.
La Chiesa voleva concretizzare a suo vantaggio questa tradizione imperiale con «il
nazismo che è una reazione cristiana contro lo spirito del 1789»,127 (cioè della
Rivoluzione francese) così diceva Franz von Papen, cameriere personale del papa ed
aggiungeva: «Il Terzo Reich è la prima potenza del mondo non solamente a
riconoscere, ma a tradurre nella pratica gli alti princìpi del papato».128 Del resto
«Hitler ha preso il potere grazie agli intrighi di von Papen...».129
«Come il Cristo ha riunito i suoi dodici discepoli in una corte fedele fino al
martirio, così noi siamo testimoni d’uno spettacolo identico. Adolfo Hitler è in verità
lo Spirito Santo» diceva il ministro degli affari ecclesiastici del III Reich, Hans
Kerll.130
Nei confronti del nostro dittatore, l’allora cardinale Achille Ratti nel 1921 diceva:
«Mussolini avanza a grandi passi... Mussolini è un uomo formidabile. Mi capite
bene? Formidabile...».131 «Il 16 novembre 1922, la Camera doveva accordare la sua
fiducia a Mussolini, con 306 voti contro 116, e a questa seduta si doveva vedere il
gruppo cattolico, sedicente democratico-cristiano, votare all’unanimità per il primo
governo fascista...».132 «Dieci anni più tardi la stessa manovra portò in Germania lo
stesso risultato. Lo Zentrum cattolico di Mgr. Kaas assicurava con il suo voto
massiccio il dittatore nazista».133
Il 30 maggio 1929 Pio XI scriveva al cardinale Gasparri: «Stato cattolico si dice e
si ripete, ma Stato fascista; ne prendiamo atto senza speciali difficoltà, anzi volentieri
anche perché ciò vuole dire che lo Stato fascista, tanto nell’ordine delle idee e delle
dottrine quanto nell’ordine dell’azione pratica, nulla vuole ammettere che non
s’accordi con la dottrina e con la pratica cattolica senza la quale lo Stato cattolico non
sarebbe né potrebbe essere».134
In Spagna l’argilla, che è stata sempre difesa e in soccorso della quale si è
costituita l’Inquisizione, ha sostenuto il generale Franco durante la guerra civile, dopo
che libere elezioni avevano deposto la monarchia. Noi crediamo che la Chiesa abbia
una responsabilità nei confronti degli oltre quattro milioni di morti barbaramente
uccisi dal “caudillo”, sui quali ha taciuto, confermando, appoggiando e sostenendo in
tal modo l’azione del dittatore, da essa considerato il suo paladino. Il 23 maggio 1939
l’Osservatore Romano scriveva: «Franco offre solennemente a Dio la sua spada

127
Cit. E. Paris, idem, p. 71.
128
Idem, p. 221.
129
WINKLDER Paul, Allemagne secrète, Paris 1946, pp. 177,193; cit. idem, p. 81.
130
GUERBER André, Himmler et ses crimes, Paris 1946, p. 91; cit. idem, p. 66.
131
L’Illustration, 9/1/1937, p. 33; cit. idem, p. 54.
132
NENNI Pietro, Six ans de guerre civile en Italie, Paris 1930, p. 146; cit. idem, p. 57.
133
E. Paris, idem, p. 57. «In Germania, il nunzio a Berlino, Mgr Pacelli, e Franz von Papen, cameriere personale del
papa, preconizzano “l’unione con Roma” e lavorano per rovesciare la Repubblica di Weimar. I cattolici tedeschi sono
ostili al nazismo, ma si fa loro sapere che il papa è “personalmente favorevole a Hitler”. Di conseguenza, lo Zentrum
cattolico, asse di tutte le maggioranze parlamentari, vota i pieni poteri a Hitler il 30 gennaio 1933. L’operazione è
prontamente seguita, come in Italia, dalla conclusione di un concordato molto vantaggioso per la Chiesa romana.
L’episcopato tedesco presta giuramento di fedeltà al Führer e le gioventù cattoliche si fondono con le gioventù
naziste» Idem, p. 345.
134
Acta Apostoliche Sedis Anno XXI, vol. XXI, 11.7.1929, n.7, p. 303.
vittoriosa». Ricevuto solennemente nella Basilica di S. Barnaba da sua eminenza il
cardinale Coma y Thomas, arcivescovo di Toledo, «ha consegnato la sua spada al
Signore, supplicandolo di accettare lo sforzo compiuto dal popolo tutto che insieme
con lui e nel nome di Dio, ha vinto con eroismo il nemico della verità in questo
secolo. Al Signore Iddio... chiedo quindi l’aiuto per condurre il popolo verso mete
sempre più alte, per la gloria del Signore... e della Chiesa».135 Dal 1939 al 1944, in
cinque anni ordinava l’esecuzione di 192.640 prigionieri della guardia civile, una
media di 100 esecuzioni al giorno. Il governo di Franco si è mantenuto fino negli anni
“70 grazie al clero che si è, nel contempo, pinguemente arricchito di ogni cosa,
«possedendo il terzo delle terre».136
Franco aveva così ben capito che i regimi totalitari, di quell’Europa continuatrice
dell’Impero Romano, avevano una stessa matrice e, a segno della sua alleanza con la
dittatura nazi-fascista-vaticana, aveva incorniciato questa triade appendendola al
muro del suo ufficio con i quadri di Hitler, Mussolini e Pio XII, quest’ultimo al
centro.
Quando Hitler morì il 3 maggio 1945 Franco faceva scrivere sui suoi giornali:
«Adolfo Hitler, figlio della Chiesa cattolica, è morto difendendo la cristianità. Si
comprenderà dunque come la nostra penna non trovi delle parole per piangere la sua
morte, quando per contro essa ne aveva trovate tante per esaltare la sua vita. Sui suoi
resti mortali si drizza la sua figura vittoriosa. Con la palma del martirio, Dio rimetta a
Hitler i lauri della Vittoria».137
Questo figlio tedesco fu talmente prediletto dall’argilla che a Madrid il 12 maggio
1970 si è celebrata una S. Messa funebre in commemorazione del 25° anniversario
della sua morte.138 Tutto questo perché? «La guerra di Hitler, dichiarava il cardinale
Baudrillart il 30 luglio 1941, è una nobile impresa per la difesa della cultura
(cattolica) europea».139 Monsignor Tiso, che era capo della repubblica slovacca, creata
da Hitler, nel 1939 dichiarava: «Il cattolicesimo e il nazismo hanno molti punti in
comune ed essi operano con la mano nella mano per riformare il mondo».140
Le parole di papa Giovanni XXIII dovrebbero far riflettere: «Per Noi, Noi non ci
allontaniamo, nei confronti della stimatissima nazione germanica, dall’esempio che Ci
è stato dato dal Nostro predecessore (Pio XII)...».141
Luigi Barzini, nel suo promemoria a Kissinger per capire la politica italiana,
scriveva il 14 novembre 1974: «Vi è, inoltre, da noi la presenza incomoda della
Chiesa universale, con il suo grande potere politico temporale, che complica tutto. È
un problema secolare che oggi si è di molto aggravato. La Chiesa ha dato vita, voti, e
potere al più grande partito italiano, si direbbe non per governare e far prosperare

135
L’Osservatore Romano, 23/5/1939.
136
E. Paris, o.c. p. 335.
137
Réforme 21.1.1945; cit. Idem, p. 116.
138
La Nazione di Firenze, 13/5/1970, p. 13.
139
Cit. E. Paris, o.c., p. 343. Siamo noi che abbiamo aggiunto la parola “cattolica”.
140
CIANFARRA Camille, La guerre et le Vatican, Paris 1946, p. 202; cit. Idem, p. 169.
141
La documentation catholique, 15/3/1959; cit. E. Paris, idem, p. 363.
l’Italia ma (come ha detto all’incirca Machiavelli) per impedire che altri la
governassero contro gli interessi del Vaticano. La stessa Chiesa, come lei sa, è in
crisi e le sue incertezze e il suo complesso d’inferiorità verso il mondo moderno si
riflettono disastrosamente in molti modi nella politica italiana...».142
Come l’argilla è distinta dal metallo ed è di natura diversa, così il potere
ecclesiastico è distinto, diverso dal potere politico. Ma perché il potere politico è stato
sempre spinto a entrare in relazione con l’argilla? I motivi sono principalmente tre:
- La Chiesa cattolica ha avuto e ha una grande forza morale, sociale e politica e quindi
si ha bisogno che questa forza sia propizia, favorevole al governo e non ostile.
- Il potere politico ha giudicato utile conoscere, con una osservazione diretta e
costante, i movimenti, le tendenze e i disegni della politica cattolica romana, perché
questa politica è mischiata, in una forma più o meno diretta, a ogni affare del
mondo.
- Gli Stati sono obbligati a riconoscere il diritto dell’autorità spirituale, ma per restare
padroni a casa propria devono regolamentare le pratiche religiose e devono quindi
trattare con Roma.143
Questa realtà è talmente vera che «nessun avvenimento politico può essere
valutato nel suo giusto valore nel momento attuale se non si conosce la parte che ha
assunto il Vaticano e si può dire che non esistono ai nostri giorni organismi nei quali
il Vaticano non giochi direttamente o segretamente un ruolo importante».144 Su questa
realtà contemporanea S.E. Mons. Agostino Casaroli ha tenuto una conferenza stampa
il 10 dicembre 1974 il cui testo è stato poi pubblicato sull’Osservatore Romano del 29
dicembre. Il suo discorso iniziava con queste parole: «Le conferenze e le riunioni
internazionali, che costituiscono per il loro numero e per la loro varietà uno dei tratti
caratteristici della nostra epoca, vedono frequentemente la presenza, sino a qualche
decennio fa inusitata, di rappresentanti della Santa Sede. Quali partecipanti su piedi di
parità con quelli degli Stati, o più spesso in veste di Osservatori, essi stanno a
dimostrare l’interesse concreto con il quale la Santa Sede segue i problemi della
Comunità internazionale... Se la partecipazione della Santa Sede a conferenze e
riunioni del genere rappresenta un fenomeno, per così dire, moderno, multisecolare è
invece il riconoscimento del suo diritto a far parte della Comunità internazionale...
(Dopo aver messo in relazione questo minuscolo stato con altri più estesi e potenti e
con le superpotenze, bisogna riconoscere che sebbene abbia)... un insignificante
piedistallo, sul quale si libra, però, ha le ali spiegate a coprire l’intero orbe, un potere
indipendente e sovrano; rispettato e stimato, oppure sospettato e combattuto, ma che
si impone per la sua statura, la sua storia, il suo influsso... Il Sacro Romano Impero
era stato spazzato via dal ciclone napoleonico... Restava il Papa». Queste parole ci
fanno capire e valutare il perché l’avvocato Edmond Paris, pubblicando il suo libro:
Le Vatican contre l’Europe, les documents accusent - Il Vaticano contro l’Europa, i
documenti accusano - (con il quale considera il ruolo del Vaticano prima e durante la

142
Europeo, stessa settimana.
143
Vedere M. Pernot, o.c., p. 60.
144
SHIPLER Guy Emery; cit. MANHATTAN Avro, The Vatican and World Politics, New York; cit. da E. Paris, o.c., p.
362.
II guerra mondiale) scrive: «Io dedico questo libro ai Signori Delegati de l’UNESCO,
organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, le scienze, la cultura al servizio
della pace. Possa esso apportare il suo contributo ai loro lavori, nell’inchiesta
approfondita che essi conducono sulle cause permanenti di conflitto del mondo». Il
pericolo oggi è tanto grande perché, come dice sempre Mons. Casaroli. «L’esperienza
di non pochi anni presso l’ONU come presso l’UNESCO, la FAO e altre organizzazioni del
genere, sembra positiva. Senza fare un principio assoluto, la Santa Sede continua
pertanto su questa via».
L’argilla e il ferro coesisteranno fino alla fine; ma non dimentichiamo che la storia
c’insegna che tutte le volte in cui questi poteri si sono alleati, hanno trovato un
accordo, un interesse comune, si sono formate le crociate, sono scoppiate guerre e
ingiustizie. Benito Mussolini scriveva a tale proposito: «Quando Cesare porge la
mano a Pietro / da quella stretta sangue umano stilla».145

Quinto impero universale: la pietra - regno eterno

«E al tempo di quei re, l’lddio del cielo farà sorgere un


regno che non sarà mai distrutto, e che non passerà sotto la
dominazione d’un altro popolo; quello spezzerà e
annienterà tutti quei regni; ma esso sussisterà in perpetuo,
nel modo che hai visto la pietra staccarsi dal monte,
senz’opera di mano, e spezzare il ferro, il rame, l’argilla,
l’argento e l’oro. Il grande Iddio ha fatto conoscere al re
ciò che deve avvenire d’ora innanzi».146

Questa è la parte più importante del sogno e possiamo pensare che occupasse la
mente del re.
La “pietra” nell’antichità aveva una connotazione religiosa. Il testo biblico ci
autorizza a fare alcune considerazioni. Con le pietre si elevavano gli altari per i riti
sacrificali (gli altari elevati all’Eterno erano realizzati con pietre non tagliate)147; il
decalogo fu scritto su tavole di pietra148 e dalla pietra si traevano gli idoli149 oltre ad
essere forgiati con i metalli150. La pietra viene anche presa a simbolo dell’Eterno e del
Messia151.
Da ciò possiamo dedurre che la pietra raffigura il Regno di Dio messo in
contrapposizione alla statua raffigurante il regno degli uomini. La pietra non fa parte
della statua, è distinta e separata da essa, è una potenza che non è di questo mondo,

145
MUSSOLINI Benito, Huss il veridico, ed. 1913.
146
Daniele 2:44,45.
147
Esodo 20:15,25.
148
Esodo 24:12.
149
Levitico 26:1.
150
Daniele 3:5; 5:4,23.
151
Salmo 118:22; Isaia 28:16; Zaccaria 3:9; Atti 4:11.
anzi lo colpisce e lo frantuma. La contraffazione di questo Regno-pietra, che vuole
essere un potere in questo mondo, viene presentata nella statua come la molle argilla
del vasaio, la Chiesa corrotta e che corrompe.
Nel pensiero babilonese e dell’antichità la montagna era il simbolo dell’abitazione
degli dèi152 e la pietra che si stacca da essa raffigurava un regno di origine celeste.

152
Il capitolo 2 è l’introduzione a tutta la rivelazione del libro e la sezione della parte escatologica: 2:45, la “pietra” e
la “montagna” possono essere considerate i boccioli di cui il resto della rivelazione è la fioritura.
Generalmente i commentatori hanno detto che la pietra raffigura la venuta del Messia nella sua potenza e la
montagna è il simbolo del suo regno ristabilito. Studi più recenti hanno permesso di approfondire meglio il loro signi-
ficato.
Da un secolo JASTROW Morris, Religion of Babylonia and Assyria, ed. Athenium Press, Boston 1898, p. 614,
faceva notare: «L’edificio sacro (il tempio) di Babilonia era inteso come dovendo essere una imitazione della
montagna... (Questa era l’) idea del tempio babilonico. Conformemente alla nazione babilonica... la terra è
rappresentata come una vasta montagna». «Jensen ha visto che i babilonesi vedevano la terra come una immensa
montagna. Infatti la terra era chiamata E-kur, “Casa Montagna”. Successivamente essi però incominciarono a
identificare una particolare parte della terra, di preferenza una cima della montagna, come essendo l’abitazione della
divinità, così che i templi che venivano costruiti successivamente erano conosciuti come “case montagne”. La parte
alta del tempio, che costituiva il luogo dell’abitazione della divinità, simboleggiava la montagna che era stata la sua
precedente casa originale» FARBRIDGE Maurice, Studies in Biblical and Semitic Symbolism, Ktav Publishing House,
Inc., New York 1970, pp. 180,181. Del resto «tutte le grandi civiltà hanno conservato il fondamentale simbolismo di
orientazione e l’immagine dell’insieme del cosmo nei loro templi. L’immagine del cosmo-montagna è rappresentata
quasi dappertutto: il Monte Meru in India e un simile simbolismo lo troviamo in Mesopotamia, in Palestina ed in altre
parti. La mesopotamica ziggurat è il più famoso esempio di tempio che raffiguri il cosmo montagna... I templi erano
considerati allora come una replica di quella montagna centrale del cosmo che genera e preserva l’universo» New
Catholic Encyclopedie, vol. XIII, “Temples”, Mc Graw - Hill Book Company, New York 1967, p. 997.
Queste dichiarazioni ci fanno comprendere come per gli antichi orientali la “montagna” ed il “tempio”
insegnassero la stessa verità - il regno dei cieli.
Se si considera che «il passo centrale del libro di Daniele è il testo di 8:14, esso contiene la chiave del libro:
“Allora il santuario sarà purificato (rivendicato)” e per i commentatori la rivendicazione è riconosciuta come il
principale tema di Daniele - (perfino il nome del profeta significa: “Dio è il mio rivendicatore (difensore)”). - Tutto
quel che precede e segue 8:14 contribuisce alla sua spiegazione.- Così Daniele 2:44,45 e 8:14 sono molto strettamente
in relazione tra di loro più di quanto è stato capito finora. Il simbolismo del santuario è identificato con lo stabilimento
del regno eterno simboleggiato dalla montagna» FORD Desmond, Daniel, (in lettere ebraiche), Nasville, Tennessee
1978, p. 85.
A queste considerazioni dobbiamo aggiungere che in Oriente era ampiamente conosciuta la relazione “pietra di
fondamento (angolare)” - “tempio” - “montagna”.
Quando Gesù identificava la sua persona con la pietra angolare (Matteo 21:42), attribuiva a sé una precisa conce-
zione del tempo e del suo popolo. «Questo concetto di una pietra animata (vivente) ed in espansione era molto cono-
sciuta nel vicino Oriente. Deriva dal fatto che gli antichi guardavano al mondo come ad un corpo vivente, e si riferiva-
no al suo centro come all’ombelico. L’ombelico era considerato come il punto dal quale il nutrimento era distribuito
sull’intera terra e la prima parte della terra ad essere creata. Naturalmente ogni comunità contendente localizzava
l’ombelico nel suo proprio centro di adorazione» FAWCETT Thomas, Hebrew Myth and Christian Gospel, SCM Press
Ltd, London 1973, pp. 238,170. «La pietra ombelico è da prendere in considerazione con attenzione in questo studio
perché era particolarmente considerata - e in modo speciale dagli Ebrei - come la pietra di fondazione della comunità
tempio... Questa roccia... non è solo il fondamento del tempio, ma come l’ombelico (centro) della terra è il fondamento
dell’intero mondo» LLOYD Gaston, No Stone on Another, ed. Leiden, J. Brill, 1970, p. 225. «È per questo che essi (gli
Ebrei) parlavano dell’affiorare della roccia nel Santo dei Santi» VAUX Roland de, Ancien Israël, Mc Graw Hill Book
Company, New York 1965, pp. 318,319. Inoltre «questa stessa idea dell’ombelico non solo è in relazione con la pietra
di fondamento, ma anche riallaccia se stessa alla sacra montagna» R.J. McKELVEY, The New Temple, Oxford
University Press, 1969, p. 203.
Daniele 2 potrebbe presentare la pietra ombelicale che nutrendo la terra diventa un grande monte vivente, il
tempio della dimora di Dio e dei suoi adoratori.
Da queste considerazioni abbiamo un’ulteriore riprova del parallelismo del capitolo 2 con quelli che seguono: la
pietra e la montagna sono posti a fondamento del santuario del capitolo 8, nel quale il capitolo 7 presenta il Figlio
dell’uomo che compie l’opera di giudizio, cosa che comporta la purificazione del santuario stesso.
Gli Ebrei erano familiari con la paronomasia (figura retorica per la quale si accostano due parole di suono simile o
uguale) e ponevano in correlazione le parole: pietra (eben), figlio (ben), figli (benin) e costruire (banah). BLACK
«Per il profeta ebreo, la montagna riveste un senso ancora più specifico. Significa
Sion o Gerusalemme153 ed evoca la residenza celeste, poiché la montagna di Sion, o
Gerusalemme, è anche vista nel cielo.154 Il linguaggio del Salmo XLVIII:3 lo lascia
intendere nella misura in cui la montagna di Sion è situata all’estremità del Nord -
lett. estremità el Zafon -, espressione tecnica che designa la dimora celeste di Dio155.
Inoltre la parola aramaica tur utilizzata qui per montagna è l’equivalente della parola
ebraica sur che significa “roccia”. Quando si conosce l’importanza di quest’ultima
parola nella Bibbia per caratterizzare il Dio d’Israele, si realizza subito la ricchezza di
questa evocazione. La pietra scaturisce dalla roccia (montagna) ed è per conseguenza
di origine divina e partecipa alla sua essenza. Queste due parole “roccia” (sur) e
“pietra” (eben) sono sinonime per rappresentare l’Eterno.156 Questo regno (la pietra
che diventa un grande monte e riempie tutta la terra) è essenzialmente diverso perché
scaturisce dalla montagna e la pietra diventa ciò che era all’origine, cioè “montagna”.
Questa coincidenza tra l’origine e il risultato di questo regno sottolinea una volta di
più la sua origine celeste».157
I primi interpreti cristiani Tertulliano,158 Ippolito di Roma,159 come pure gli esegeti
ebrei,160 avevano considerato la pietra simbolica che doveva polverizzare la statua
come l’elemento della profezia non ancora compiuto e che si riferiva al regno futuro e
glorioso del Messia. Numerosi sono gli autori cattolici e protestanti che seguono
questa spiegazione.

Matthew dice: «La eben-ben (pietra-figlio) è una parola che piace ed è tra le antiche e meglio conosciute nel Vecchio
Testamento» The Christological use of the Old Testament in the New Testament, in New Testament Studies, vol.
XVIII, 1971-1972, p. 12; es. Giosuè 4:6-8,20,21; 1 Re 18:31; Isaia 54:11-13; Lamentazioni 4:1,2.
Il dr. Philip CARRINGTON osserva che «già in Daniele la Pietra nasconde la parola Figlio»; essa è un criptogramma
per Israele, e corrisponde al “Figlio dell’uomo” del capitolo 7. M. BLACK fornisce parecchi esempi provenienti dalle
fonti rabbiniche di questa riconosciuta relazione tra “pietra” e “figlio” e conclude il suo articolo affermando che: «La
cristologica Pietra testimonia la presupposizione che una esegetica tradizione in Israele interpretava Daniele 2:44,45,
come il Figlio, il Figlio dell’uomo di 7:13, il quale può già essere stato interpretato messianicamente nel pre-
cristianesimo-giudaico, diventando poi il Figlio di Dio cristologico del Nuovo Testamento» D. Ford, o.c., p. 14.
Daniele 2 nel suo simbolico quadro annuncia il Regno di Dio e viene completato dalla visione messianica del
capitolo 7 la quale presenta l’investitura del Re nel Figlio dell’uomo. Il Regno di Dio tempio si realizza prima nella
persona di Cristo Gesù, quale vero nuovo tempio (Giovanni 2:19; Marco 14:58), poi nella costruzione della Chiesa
(Matteo 16:18; 1 Corinzi 3:16; 6:19; Efesi 2:21; 2 Tessalonicesi 2:4), per essere successivamente una realtà nei cieli
(Ebrei 8,9; Apocalisse 11:19; 15:8) e per trovare il suo definitivo compimento nella Nuova Gerusalemme (Apocalisse
21:3,22) dove il tempio sarà sostituito dalla persona stessa di Cristo Gesù che manifesterà la shekinah essendo lui
stesso il Signore, il vero tempio, e dagli adoratori nei quali Dio «sarà tutto in tutti» 1 Corinzi 15:28.
Abbiamo così in Daniele 2 l’annuncio del Regno-Tempio; in Daniele 7 il Re di questo Regno e la presentazione
dei cittadini a seguito del giudizio; in Daniele 8 la purificazione del tempio celeste, ha come conseguenza la
purificazione della Chiesa, cioè dei credenti di tutti i tempi affinché possano vivere nel nuovo mondo; in Daniele 11 la
fine dell’ultimo rappresentante della dinastia dell’empio, già profetizzata nei capitoli 2, 7, 8 e in Daniele 12 la pietra
vivente, il Figlio dell’uomo, l’Emanuele, col nome di Micael che viene a consegnare il Regno ai santi.
153
Daniele 9:16,20; 11:45.
154
Vedere Apocalisse 14:1-5; 21:1.
155
Isaia 14:13.
156
Isaia 8:14.
157
J. Doukhan, o.c., pp. 55, 56. Siamo noi che abbiamo aggiunto quanto scritto tra parentesi.
158
Tertulliano, Contre les Juifs, in Œuvre, tradotta da GENOUDE, III, 2a ed. Paris 1852, p. 47.
159
Hippolyte, ed. Lefévre, II, XII, pp. 144,145. MIGNE, P.G., LXXXI, col. 1301,1302,1307-1310.
160
RASCHI, I, 1713, p. 745 vedeva il Regno di Dio. Pure Manasseh ben Israel, Pietra gloriosa, p. 25
Al tempo di quei re, cioè nel nostro tempo storico (e sarà l’Apocalisse di
Giovanni, che preciserà meglio il tempo), si installerà un altro regno, però «senza
opera di mano», senza che la volontà degli uomini sia direttamente impiegata e che,
quindi, se ne possa gloriare.
Questo regno è di natura diversa, non è la continuazione del precedente, viene dal
di fuori della civiltà umana e si stabilirà annientando, spazzando via quel paradiso
senza Dio che, come vedremo, l’uomo tenterà di realizzare in un suo ultimo tentativo
di rivolta contro il suo Creatore.
Questo regno è quello nel quale abiterà la “giustizia”161 e sarà inaugurato col
ritorno glorioso di Cristo Gesù.
La montagna del versetto 45, dalla quale si stacca la pietra che colpisce la statua, è
la rappresentazione figurata della potenza di Dio,162 la quale è sussistita in tutti i
secoli, accanto o di fronte alla statua, ma che solamente alla fine manifesterà la sua
realtà.
Questa pietra che si stacca dal monte è l’emblema di Cristo Gesù163 che, al Suo
ritorno, causerà la rovina del colosso di metallo dai piedi d’argilla stabilendo il Regno
di Dio sulla terra in una forma visibile, indicato dalla pietra che assume l’aspetto
d’una grande montagna.
«La potenza del mondo è rappresentata in tutto il suo splendore: ma questo colosso
di metallo riposa su piedi d’argilla; tutta la grandezza umana non è né solida né
preziosa, è in realtà fine e fragile come la pula al vento. Il Regno di Dio, al contrario,
non attira gli sguardi, è una pietra accanto alla quale si passa senza fare attenzione,
ma questa pietra è una e compatta, mentre le potenze del mondo, composte d’elementi
eterogenei, tradiscono di già la loro fragilità.
La pietra e la montagna sono il regno della croce e il regno della gloria: nel
momento in cui il regno di Dio rovescia gli imperi del mondo, non è più questione di
un piccolo gregge, di un popolo disprezzato dagli altri: Essa trionfa, arriva all’impero
del mondo, diventa un regno, nel senso più completo e più positivo di questa
parola.164 L’Evangelo nobilita certamente la vita; ma perché ci sia veramente il diritto
di parlare di glorificazione, bisogna che ci sia assolutamente nuova nascita; ora chi
dice nuova nascita dice morte, poiché il Signore stesso non è arrivato alla gloria che
per questa via dolorosa. I regni della terra devono dunque crollare e sparire prima di
poter risuscitare su una forma nuova e diventare il regno di Dio e del suo Unto...
Daniele ha dunque delle buone ragioni per mostrarci il mondo persistere fino alla fine
nell’incredulità e per niente cambiare... neppure dopo la prima venuta del Salvatore.
Gli stati moderni sono lontani dall’essere retti dallo Spirito del Signore; la storia
testimonia abbastanza chiaramente che nella nostra cristianità la politica non è meno
dominata dall’egoismo e dall’interesse materiale come nell’antichità; è lo spirito

161
2 Pietro 3:13.
162
Isaia 2:2-4; Michea 4:1.
163
Salmi 118:22; Isaia 28:16; Matteo 21:42; Luca 1:31-33; Atti 4:11; Efesi 2:20; 1 Pietro 2:4,6,7.
164
Matteo 5:5; Luca 12:32; 22:28-30; Romani 8:17; Colossesi 3:3,4; 2 Timoteo 2:11,12; Apocalisse 19:15.
stesso direttamente opposto a quello dell’evangelo che lo ispira sempre di più».165
Al blocco unico della pietra si contrappone il regno della statua nella sua diversità
dei materiali.

Conclusione

Questa pagina profetica di Daniele è qui per affermarci che il nostro mondo non si
evolverà in meglio e che le soluzioni dei nostri problemi non dipenderanno da alcun
contributo umano, da tecniche o dal potere dell’uomo.
«La teoria del progresso del XIX secolo, trasformata in una specie di religione, è
falsa e non corrisponde alla realtà».166
«Noi non consideriamo più la storia con l’ottimismo e la fede nel progresso del
XVIII e XIX secolo. Non vediamo con fiducia uno sviluppo sempre crescente della
razza umana. Non crediamo che gli uomini da se stessi finiranno per scalare la
sommità del Regno di Dio, al termine di una lenta ascensione. Al contrario, sentiamo
di nuovo la formidabile potenza della morte che minaccia ogni vita. Noi vediamo un
mondo separato dalle sue origini creatrici e che, abbandonato a se stesso, non ritrova
più la strada; segue la sua propria via e rischia di allontanarsi sempre di più da Dio, di
decomporsi nel suo divenire demoniaco».167
L’umanità che ha avuto la sua origine nell’Eden, allontanandosi da Dio si è
sempre più degradata. Questa statua con il suo passare da un metallo all’altro ci
indica una perdita del valore intrinseco e morale.168
«L’umanità può immaginarsi di andare di progresso in progresso. La Bibbia dice
che essa discende; e malgrado uno sviluppo meccanico straordinario,... essa sfocia dal
punto di vista morale e spirituale nell’abisso».169
La storia dell’uomo segue una marcia discendente. «Per la Bibbia l’uomo si può
ben civilizzare, passare da uno stato di natura a quello di cultura, sempre restando un
uomo carnale, naturale, irrigenerato.170 La gloria nel senso biblico della parola171 è
qualcosa d’altro che la civiltà. La Bibbia che vede tutto dall’alto e che non perde mai

165
K. Auberlen, o.c., pp. 50,51,219,220.
166
BERDIAEFF N., Vie Art Cité, n. 3, 1948, p. 25.
167
DEHN G., Le Fis de Dieu, Commentaire à l’Evangile de Marc, Paris 1936, p. 22.
168
«Nella statua di Nebucadnetsar che ci mostra la successione degli imperi di questa terra fino allo stabilimento del
regno di Dio, ogni impero nuovo si mostra inferiore a quello che l’ha preceduto, e questa marcia discendente non si
ferma che dopo essere sfociata in una catastrofe. Questa inferiorità crescente non è per nulla una inferiorità di potenza,
poiché, se voi comparate il capitolo 7 dove questi imperi sono rappresentati sotto forma di quattro bestie, vedrete che
la quarta - almeno nella sua prima parte (2:40-42) - è superiore di molto in potenza a tutte quelle che l’hanno
preceduta. La differenza dei metalli non può indicare che una differenza di valore che, dal metallo più prezioso, l’oro,
discende al metallo più volgare, il ferro, fino a quando questo si mischia con l’argilla. La stessa verità è espressa dal
fatto che il primo impero è posto nella testa, gli altri successivamente più in basso» STOCKMAYER Otto, Conférence sur
la Prophétie, Lausanne1875, pp. 7,8.
169
R. Pache, o.c., p. 57.
170
Colossesi 4:11.
171
Romani 8:17,21.
di vista i fini ultimi che Dio si propone in tutte le sue opere172, ha delle nostre civiltà
una opinione meno ottimista di noi, che, essendo nati dalla terra, siamo della terra e
parliamo come essendo della terra. Noi siamo talmente accecati, imbrigliati nei fili
dell’errore che non vediamo nulla al di là della nostra civiltà e che immaginiamo
possa rimpiazzare la conversione, avere il posto della nuova nascita... Essa (storia)
riconosce la superiorità dei Greci sui Persiani, e dei popoli moderni su quelli
dell’antichità, ma unicamente sul rapporto della cultura intellettuale, e si rifiuta di
vedere una vera superiorità; essa non pensa che questo genere di sviluppo faccia dei
veri uomini, degli uomini che si avvicinino realmente al tipo ideale dell’umanità, tale
quale appare nel Figlio dell’uomo».173
Daniele, come il popolo di Dio sotto la dominazione dei potenti di questo mondo,
è un uomo libero, è l’unico libero. Tanto è vero che è il solo che possa spiegare il
significato del vivere e il senso della storia e gioca un ruolo infinitamente superiore a
quello di coloro che lo tengono sotto il loro dominio. È oggi al popolo di Dio che gli
uomini possono chiedere come scoprire la vera libertà, quale sia il fine della storia e
lo scopo della vita.
«Il regno di Dio è lo scopo della creazione e il termine verso il quale Dio dirige la
storia del mondo. Il regno di Dio è la base invisibile sulla quale riposano gli imperi
della terra, è anche la forza invisibile che li rovescerà e li distruggerà».174
La statua rappresenta l’unità organica della specie umana la cui umanità è
rappresentata con un essere che, pur conservando la sua fisionomia, passa
successivamente attraverso età diverse, che peraltro sono tutte animate dallo stesso
spirito pagano di orgoglio, ambizione, violenza e persecuzione... Da qui, la continuità
della storia. Un’epoca contiene e prepara l’altra; i secoli si incatenano gli uni agli
altri, e gli avvenimenti si inseriscono nella trama della storia come in un posto
designato. Ecco perché «spesso nelle Scritture, sia dell’Antico sia del Nuovo
Testamento, Roma sarà chiamata Babilonia, perché agli occhi dello Spirito Santo, che
abbraccia con un solo colpo d’occhio tutto il susseguirsi dei tempi, l’Impero di
Babilonia era come l’inizio dell’Impero Romano, mentre l’Impero Romano, a sua
volta, non era che Babilonia nel suo sviluppo e nella sua pienezza».175
Sebbene le monarchie universali siano quattro, con successive modifiche della
quarta, in realtà, dal punto di vista profetico, non ce n’è che una sola, un solo potere,
che Apocalisse XIII mostra assai chiaramente, il quale riveste successivamente, nel
tempo, delle forme diverse e prende nomi differenti. Tutta la Storia, dalla torre di Ba-
bele, non è che uno sforzo rinnovato costantemente, ma mai riuscito, nel tentativo di
formare una monarchia universale.
L’idea tanto familiare a S. Agostino, (ma che disparve con lui per risorgere dodici
secoli dopo con Bacone e Pascal) che considerava la vita del genere umano, da
Adamo fino alla consumazione dei secoli, come la vita di un solo uomo, che nasce,

172
Giovanni 3:31.
173
K. Auberlen, o.c., pp. 188,189.
174
MENKEN; cit. da K. Auberlen, idem, p. 48.
175
L. Gaussen, o.c., t. I, p. 112.
diventa grande e arriva alla pienezza delle sue forze, è bella e preziosa con la
differenza che l’età d’oro, il paradiso perduto, è nel passato e non ritornerà più perché
«il peccato è un veleno che penetra sempre più profondamente il corpo dell’umanità,
è un tossico che lo corrode e lo snerva sempre di più»176 e, sebbene la Scrittura non si
accontenti di negare il progresso dell’umanità, essa lascia chiaramente intendere che
la caduta è costante da una generazione all’altra.
La marcia dell’umanità sfocia in una catastrofe. Questa filosofia della storia
potrebbe sembrare abbastanza pessimistica se la profezia non considerasse questa
catastrofe come preludio allo stabilimento definitivo della quinta monarchia, di
origine celeste. L’avvenimento di questo Regno non si stabilirà che dopo la
distruzione di tutti i regni terreni. Questa concezione catastrofica è quella di tutti i
profeti. La Scrittura anziché annunciare la conversione del mondo, il miglioramento
della società, il perfezionamento delle istituzioni umane, ne annuncia la distruzione
con la sostituzione del Regno di Dio. Questo regno esiste di già, è in germe nel cuore
dei figli di Dio. La sua manifestazione si esprimerà pienamente quando sarà distrutto
il quadro entro il quale la vita umana si è sviluppata di secolo in secolo.
La storia umana percorre una marcia che possiamo dire provvidenziale177: il
definitivo trionfo di Dio.
«Negli annali della storia umana lo sviluppo delle nazioni, il sorgere e il crollare
degli imperi appaiono come dipendenti dalla volontà e dalle prodezze degli uomini.
La forma degli eventi sembra, in larga misura, determinata dal potere, dall’ambizione
e dal capriccio di questi. Nella Parola di Dio, invece, è sollevato il velo e noi
contempliamo dietro e al di sopra di essa attraverso il flusso e il deflusso degli
interessi, della forza e delle passioni degli uomini, gli agenti dell’Essere
misericordioso che in silenzio e con pazienza si adopera alla realizzazione dei
propositi della sua volontà».178

176
K. Auberlen, o.c., p. 182.
177
Studiando questa statua possiamo scoprire che, malgrado il degrado di questo mondo, si realizza la salvezza.
L’Eterno, non potendo proteggere il Suo popolo perché gli si sottrae, lo abbandona alle conquiste, alle invasioni
della Mesopotamia e Babilonia diventa strumento efficace per purificare Israele dalle sue idolatrie.
Con questo impero le nazioni si trovano riunite sotto un unico capo in vista della venuta del Messia.
L’Impero Medo-Persiano contribuì al progresso della religione con il rovesciamento di Babilonia, che aveva oltre
misura fatto soffrire il popolo di Dio, facendo ritornare gli esiliati nella loro patria, a seguito dell’editto di Ciro, che
sarà alla base della ricostruzione religiosa di Israele e del tempio.
La dominazione greca fece sì che la sua lingua divenuta popolare avesse la traduzione dell’Antico Testamento,
contribuendo all’annuncio e all’attesa messianica. Le guerre con la Persia, i tentativi di ellenizzazione della Palestina e
le conseguenti lotte irredentistiche radicarono nel popolo di Dio l’attesa e la diffusione della speranza del grande
liberatore. L’avvento del Messia, la sua vita, la conservazione di quanto fatto e insegnato, i documenti del Nuovo
Testamento, sono descritti in una lingua ricca di espressioni.
Al tempo dell’Impero Romano appare l’Emanuele, che nel nome della sua autorità fu soppresso. Sebbene Roma
mise fine all’antica dispensazione ebraica, facilitò la predicazione dell’Evangelo con la sua Pax Romana e malgrado
le sue persecuzioni.
178
WHITE Ellen, Princípi di Educazione Cristiana, ed. A.d.V., Firenze 1965, p. 124.
Capitolo II

IL CARDINE DELLA STORIA

«Ma quando giunse la pienezza dei tempi, Iddio


mandò il suo Figlio... affinché noi ricevessimo
l’adozione di figli (di Dio)» S. Paolo.1

«Il centro del tempo è un fatto storico, già


compiuto nel passato: la vita e l’opera del Cristo»
Oscar Cullmann.2

«La storia della salvezza, nella Bibbia, è compresa


tra due visioni che costituiscono il prologo e
l’epilogo del dramma dell’uomo: la visione del
Paradiso perduto e la visione della Città di Dio.
Sono quasi due finestre aperte sull’eternità: la
rivelazione di ciò che sarebbe potuto essere se
l’uomo non si fosse separato da Dio; la rivelazione
di ciò che sarà allorché il Signore avrà compiuto la
sua opera di redenzione e l’umanità pacificata
risorgerà a nuova vita, felice di possedere la gioia
divina... Per il pensiero induista e per una parte del
pensiero greco, il mondo è un eterno ritorno: la
ruota della storia gira come la ruota delle stagioni,
le civiltà nascono e muoiono. La rivelazione biblica
ci dice che il nostro mondo ha un senso, uno scopo,
una meta: da Dio, e per la gloria di Dio è stato
creato. La storia biblica è a senso unico: va dalla
prima creazione alla nuova creazione in Cristo...;
ed il suo episodio centrale è costituito dal dramma
dell’incarnazione. Ecco perché le prime pagine
della Bibbia non si comprendono se non alla luce
delle ultime. Le une e le altre costituiscono,
rispettivamente, il prologo e l’epilogo del dramma
del Calvario, della storia della nostra redenzione»
Suzanne De Diétrich.3

«Il messaggio (biblico) comincia con la creazione e


termina con la nuova creazione all’ultimo giorno,
che è lo scopo e il fine. Tra questi due momenti si
situa l’avvenimento decisivo della croce...
L’elezione di Gesù Cristo, la cui morte sulla croce
e resurrezione costituiscono il centro della storia
della salvezza» 0scar Cullmann.4

1
Galati 4:4,5.
2
CULLMANN Oscar, Christ et le temps, Neuchâtel 1966, p. 57.
3
DIÉTRICH Suzanne de, Il piano di Dio, ed. Borla, Torino 1963, pp. 12,13,22,23.
4
CULLMANN Oscar, Le retour du Christ, Neuchâtel 1943, p. 13.
CAPITOLO II

I profeti «indagavano per sapere quale fosse il


tempo e quali le circostanze a cui lo Spirito di
Cristo che era in loro accennava, quando
anticipatamente testimoniavano delle sofferenze di
Cristo... nelle quali cose gli angeli desiderano
riguardare ben addentro» S. Pietro.5

«Mediante la croce si situa nell’universo il “luogo”


in cui la potenza del peccato è rotta nell’uomo, in
cui nasce la comunione perfetta tra Dio e l’uomo.
Colui che perviene a questo “luogo” è liberato
dall’accusa della legge e dalla sua maledizione, ma
liberato ugualmente da ciò che nel più profondo di
se stesso resiste a Dio, dal suo egoismo orgoglioso.
Al di fuori di questo “luogo”, non ci può essere che
allontanamento da Dio in rapporto all’uomo e
dell’uomo nei confronti di Dio. Questo “luogo” è il
punto di incontro di Dio e dell’uomo. Là, l’incontro
si produce effettivamente. In questo luogo, ciò vuol
dire che l’uomo, mediante la fede in Gesù Cristo, il
crocifisso, accetta il verdetto che Dio porta su lui e
consente a essere niente, e che per la fede
nell’abbassamento di Dio, che trova qui il suo
culmine, crede al suo amore incomprensibile e si
umilia. É fin là che Dio deve abbassarsi per
obbligare l’uomo a discendere dal trono del suo io
e a vivere dell’amore di Dio» Emil Brunner.6

Introduzione

La testimonianza nei confronti dell’Eterno si stava spegnendo nel mondo quando


Dio chiamò Abramo dalla Mesopotamia per uno scopo ben preciso: «Vattene dal tuo
paese e dal tuo parentado e dalla casa di tuo padre, nel paese che io ti mostrerò; e farò
di te una grande nazione e ti benedirò e renderò grande il tuo nome e tu sarai fonte di
benedizione... in te saranno benedette tutte le famiglie della terra». Dice ancora
l’Eterno: «Abramo deve diventare una nazione grande e potente... io l’ho prescelto
affinché ordini ai suoi figli, e dopo di sé alla sua casa, che s’attengano alla via
dell’Eterno per praticare la giustizia e l’equità, onde l’Eterno ponga ad effetto a pro di
Abramo quello che gli ha promesso».7
Al popolo d’Israele liberato dalla schiavitù d’Egitto il Signore dice: «E mi sarete
santi, poiché io, l’Eterno, sono santo, e vi ho separato dagli altri popoli perché
diveniste miei».8 Come segno di appartenenza dà ad Israele la legge affinché questa
nazione possa testimoniare della sapienza e dell’intelligenza dell’Eterno e le nazioni

5
1 Pietro 1:11,12.
6
BRUNNER Emil, Dogmatique, t. II, ed. Labor et Fides, Genève 1965, p. 408.
7
Genesi 12:1-3; 18:18,19.
8
Levitico 20:26.

62 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

siano indotte a seguirlo dopo aver constatato che «questa grande nazione è il solo
popolo savio e intelligente. Quale è difatti la grande nazione alla quale la divinità sia
così vicina come l’Eterno, l’Iddio nostro, è vicino a noi, ogni volta che lo
invochiamo?».9
E. de Pressensé giustamente fa notare: «L’ebreo non è né un soldato, né un poeta,
né un filosofo; è un sacerdote e un profeta. Ecco il suo ruolo nell’antico mondo, ed è
per questo che è il popolo precursore per eccellenza, quello che traccia la via al
Redentore».10
Israele deve annunciare al mondo la venuta del Messia, il grande liberatore e la sua
vittoria sul male, tenendo viva la promessa che l’umanità aveva ricevuto da Dio in
Adamo nell’Eden, dal giorno in cui l’uomo si ribellò al Creatore.11
Israele si trova all’incrocio delle nazioni, al centro del mondo civilizzato tra
l’Africa e l’Oriente, sulle rive del Mediterraneo, per potere meglio raggiungere gli
uomini di ogni razza. «Ecco Gerusalemme! Io l’ho posta in mezzo alle nazioni e agli
altri paesi che la circondano...».12 Era dunque nel luogo geografico più opportuno per
essere il testimone degli oracoli di Dio: «Poiché da Sion uscirà la legge, e da
Gerusalemme la parola dell’Eterno».13
Tutti i pagani che accetteranno la Parola dell’Eterno saranno accolti in Israele: «Io
ne raccoglierò intorno a lui anche degli altri, oltre quelli dei suoi che già sono
raccolti» dice il profeta Isaia, perché «anche gli stranieri che si sono uniti all’Eterno
per servirlo, per amare il nome dell’Eterno, per essere suoi servi, tutti quelli che
osserveranno il sabato astenendosi dal profanarlo e s’atterranno al mio patto, io li
condurrò sul mio monte santo, li rallegrerò nella mia casa di orazione...». E il profeta
ancora da parte dell’Eterno annuncia: «Volgetevi a me e siate salvati, voi tutte le
estremità della terra! poiché io sono Dio, e non ve n’è alcun altro... Ogni ginocchio si
piegherà davanti a me, ogni lingua mi presterà giuramento... Nell’Eterno sarà
giustificata e si glorierà la progenie d’Israele».14

9
Deuteronomio 4:6,7.
10
PRESSENSÉ Edmond de, Jésus Christ, son temps, sa vie, son œuvre, 7a ed., Paris 1884, p. 79.
11
Genesi 3:15. Il Targum di Gerusalemme riconosceva che la tradizione giudaica vedeva nel figlio della donna,
descritto nella Genesi, la grande figura del liberatore (vedere abate FABRE d’ENVIEU Jules, Le livre du prophète
Daniel, t. Il, Paris 1891, p. 1200). Nei punti di fede tracciati dal celebre rabbino Maimonide, la venuta del Messia era
essenziale per la futura redenzione (Yad-hazaqan, Trattato Melachim cap. Xll; cit. idem, p. 1201). Il rabbino Wogue,
professore al seminario israelitico di Parigi, nell’articolo XII del suo trattato scriveva: «Al tempo fissato da Dio, che
lui solo può prevedere, sorgerà il Messia, oggetto della nostra speranza». A commento di questo articolo di fede
scriveva: «La credenza messianica è vecchia come il giudaismo stesso, poiché essa risale a Mosè (Levitico 26:44,45;
Deuteronomio 30:1-10; confr. Numeri 24:17) e forse alle prime pagine del Pentateuco (Genesi 3:15; 49:10-12)...
Daniele annuncia questa grande èra con la precisione delle cifre ma queste cifre sono un enigma. Il Salmista (Salmo
126 ecc.) saluta con allegrezza la misteriosa epoca della liberazione, e Isaia (capitolo 10 e seg., confr. capitolo 11 e 26
ecc.) vede di volta in volta in questo eletto della Provvidenza l’uomo dei dolori e l’uomo del trionfo, il martire dei
popoli e il dominatore dell’avvenire» WOGUE, Le Guide du croyant israélite, n. 78, Metz 1857, pp. 105,106; cit. idem,
pp. 1202,1203.
12
Ezechiele 5:5.
13
Isaia 2:3; vedere Romani 3:2; 9:4; Isaia 43:10; 44:8.
14
Isaia 56:8,6,7; 45:22,23,25.

Quando la profezia diventa storia 63


CAPITOLO II

Ed è per questo che l’appartenenza al popolo d’Israele non è il risultato di un atto


sessuale, ma il frutto dello Spirito di Dio nel cuore dell’uomo «perché non tutti i
discendenti da Israele sono Israele; né per il fatto che sono progenie d’Abramo, sono
tutti figli d’Abramo... poiché ebreo non è colui che è tale all’esterno; ma ebreo è colui
che lo è interiormente».15 A eco di queste parole dell’apostolo Paolo, André
Chouraqui scrive: «Ogni pagano che osserva la Thorà è uguale al sommo
sacerdote».16
Israele, vivendo accanto a popoli idolatri, ne subì l’influenza e il sincretismo fu la
causa prima della sua catastrofe come nazione.17
Dopo la morte di Salomone il popolo si divise in due regni: al Nord le dieci tribù
diedero vita al regno d’Israele con capitale Samaria; al Sud le tribù di Giuda e
Beniamino, con capitale Gerusalemme, costituirono il regno di Giuda, vi facevano
parte i discendenti della casa di Davide i quali conservavano e curavano il tempio di
Gerusalemme. I templi fantocci di Dan e di Bethel, per il regno del Nord, furono dei
santuari in cui il popolo legalizzava la sua idolatria. La storia di questo regno fu un
susseguirsi di re «che fecero ciò che è male agli occhi dell’Eterno». La stessa cosa fu
per il Regno di Giuda. A causa di questa loro infedeltà all’Eterno, di volta in volta, o
l’Assiria invadeva il paese dal Nord o l’Egitto dal Sud, esigendo dei pesanti tributi di
vassallaggio. Nella seconda metà dell’VIII secolo a.C. iniziarono le grandi
deportazioni in massa verso Nord-Est. Sargon nel 739 a.C. disseminò ai quattro venti
Israele e, nell’anno in cui distrusse la capitale Samaria, 721 a.C., deportò 27.280
persone. Questi esuli formarono delle colonie in Persia, in Bactriana, in Tibet, in
India, e poi anche in Cina. Lo storico Strabone dice «che erano sparsi dappertutto» e
dappertutto erano «potentemente stabiliti». Il loro esilio forzato ed il loro commercio
li costringeva così a compiere la loro opera. Il regno di Giuda al Sud, pur consapevole
della sorte toccata al regno del Nord, non cambiò condotta. Dio fece sapere tramite
Geremia: «Benché io avessi ripudiato l’infedele Israele a cagione di tutti i suoi
adulteri e le avessi dato la sua lettera di divorzio, ho visto che la sua sorella, la perfida
Giuda, non ha avuto alcun timore, ed è andata a prostituirsi anch’essa. Col rumore
delle sue prostituzioni Israele ha contaminato il paese, e ha commesso adulterio con la
pietra e col legno; e nonostante tutto questo la sua perfida sorella non è tornata a me
con tutto il suo cuore, ma con finzione... (allora)... io accenderò un fuoco alle porte
della città, ed esso divorerà i palazzi di Gerusalemme e non si estinguerà».18
Nel 605 a.C. Gerusalemme fu assediata da Nebucadnetsar, avvenne la prima
deportazione ed iniziarono i settanta anni d'esilio in Babilonia.19 Nel 586 a.C. ci fu la
terza campagna militare di Nebucadnetsar contro Giuda: «Nebuzaradan, capitano
della guardia del corpo, servo del re di Babilonia, giunse a Gerusalemme, ed arse la
casa dell’Eterno e la casa del re, e diede alle fiamme tutte le case di Gerusalemme,

15
Romani 9:6,7; 2:28,29.
16
CHOURAQUI André, La pensée juive, Paris 1968, p. 49.
17
2 Re 17:15,16; Osea 9:17.
18
Geremia 3:8-10; 17:37.
19
Geremia 25:11,12;29:10.

64 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

tutte le case della gente ragguardevole. E tutto l’esercito dei Caldei ch’era col
capitano della guardia atterrò da tutte le parti le mura di Gerusalemme».20
Il popolo ebraico deportato riconobbe che il suo esilio era la conseguenza diretta
della sua idolatria, della sua infedeltà. Se da una parte vide la realizzazione di ciò che
Dio gli aveva annunciato per bocca di Mosè: «Farò venire contro di voi la spada,
vindice del mio patto; voi vi raccoglierete nelle vostre città, ma io manderò in mezzo
a voi la peste, e sarete dati nelle mani del nemico... E quanto a voi, io vi disperderò
fra le nazioni, e vi darò dietro a spada tratta, il vostro paese sarà desolato, e le vostre
città saranno deserte»; dall’altra si ricordò delle promesse di Dio e della sua
misericordia: «Se allora il cuore loro incirconciso si umilierà... io mi ricorderò del
mio patto ... e mi ricorderò del paese».21
La cattività portò Giuda a fare un ritorno su se stesso. Comprese che il disastro fu
causato dall’abbandono della legge di Dio, in esilio guarì dall’idolatria e nell’esilio,
bisogna riconoscerlo, ci fu un soffio di rinnovamento riguardo all’attesa messianica.
«La dispersione degli ebrei divenne fermento attivo di nuove creazioni religiose
nell’Asia orientale. Fu allora che presso i Medo-Persiani, presso gli Indiani, presso i
Cinesi, si levarono dei riformatori che presero a prestito quei dogmi, quei precetti
della Bibbia e che fondarono, con i loro culti nazionali, delle concezioni proprie della
religione liberatrice. Il giudaismo fu confiscato a profitto dello zoroastrismo, del
buddismo e del taoismo».22

Una visione non completamente spiegata ha preoccupato molto il profeta


Daniele

Nel terzo anno del regno di Beltsatsar, Daniele ebbe una visione nella quale vide
un potere che sarebbe sorto alla fine della dominazione greca, già vincitrice dei
Medo-Persiani. Esso si sarebbe impadronito della Palestina, il paese splendido, si
sarebbe elevato contro il Principe dei principi, gli avrebbe tolto il perpetuo, avrebbe
abbattuto il santuario e soppresso la verità. Alla domanda: «Fino a quando...?», la
risposta è: «Fino a 2300 sere e mattine; poi il santuario sarà purificato».23
Il messaggero celeste, l’angelo Gabriele, inviato da Dio per spiegare a Daniele il
significato della visione, fa sapere al profeta che essa copre un lungo periodo che va
fino al «tempo della fine», e il potere che sorgerà dopo la divisione del regno di
Grecia «a motivo della sua astuzia farà prosperare la frode nelle sue mani;
s’inorgoglirà in cuore suo, e in piena pace distruggerà molta gente; insorgerà contro il
Principe de’ principi» e alla fine «sarà infranto, senz’opera di mano».24

20
2 Re 25:8-10.
21
Levitico 26:25,33; 26:41,42; confr. 2 Cronache 6:36-39.
22
J. Fabre d’Envieu, o.c., t. I, Paris 1880, p. 610.
23
Daniele 8:13,14. Per la sua spiegazione vedere il nostro Capitolo XI, pp. 440-454, e Capitolo XIII, pp. 514-533.
24
Daniele 8:17,19,25, vedere 2:34.

Quando la profezia diventa storia 65


CAPITOLO II

Daniele, fortemente impressionato per quanto gli era stato mostrato in visione,
svenne. La spiegazione fu interrotta. L’uomo di Dio così termina la descrizione di
quell’esperienza: «Io, Daniele, svenni, e fui malato vari giorni; poi m’alzai, e feci gli
affari del re. Io ero stupito della visione, ma nessuno se ne avvide».25 L’abate
Crampon traduce: «... Poi m’alzai e mi occupai degli affari del re. Io ero stupefatto di
ciò che avevo visto, e nessuno la comprendeva» e poi commenta: «Nessuno di coloro
ai quali comunicai la mia visione la comprendeva perfettamente o meglio nessuno se
ne accorse, non notò, non conobbe la viva impressione che mi aveva causato la
visione, fino a rendermi ammalato».26
La visione presentava una ulteriore distruzione del tempio e la soppressione del
Capo del popolo d’Israele. Daniele pensava che il periodo cronologico della visione
riferito alla purificazione del santuario poteva essere l’annuncio di un prolungamento
dell’esilio. Il tempio e la città di Gerusalemme erano ancora distrutti. Daniele sapeva
che i profeti collegavano le loro speranze messianiche al tempio e alla città di
Gerusalemme. Ma come ciò si poteva realizzare se tutto era demolito? I profeti e in
particolare Isaia avevano annunciato il trionfo messianico in seguito all’esilio, con il
ristabilimento della nazione d’Israele.27 Daniele per tutto questo era sconvolto.

Spiegazione della visione che annuncia il cardine della storia

Daniele metteva in relazione la visione che aveva avuto e che descrive nel capitolo
VIII del suo libro con i settant’anni di esilio che erano stati annunciati da Geremia. La
comprensione della visione lo preoccupava e quando i Medo-Persiani conquistarono
Babilonia, nel modo in cui Isaia l’aveva annunciato due secoli prima, indicando anche
in Ciro il Medo il pastore che avrebbe realizzato la Sua Parola,28 per il profeta e per
tutto il popolo si compiva il segno che l’esilio stava per finire. Daniele pregò Dio che
perdonasse i peccati d’Israele, affinché quanto annunciato da Geremia si avverasse.
Dio gli rivelò allora in quale momento: il peccato sarebbe stato definitivamente
espiato, la giustizia eternamente instaurata e, siccome Daniele era preoccupato per
Gerusalemme distrutta da Nebucadnetsar, Dio gli rispose che in un tempo ben
preciso, in seguito a un decreto, la città sarebbe stata ricostruita, ma per essere poi
nuovamente distrutta con il tempio, a causa dell’infedeltà del popolo. Nel tempo in
cui si attendeva la realizzazione della promessa che animava gli esuli, i sovrani pagani
si facevano adorare, si attribuivano il titolo di salvatori, di figli delle varie divinità
locali, e pseudo profeti si presentavano alle popolazioni dell’Oriente nelle persone di
Budda, Lao-tser, Zoroastro. Questi riformatori religiosi proposero dottrine che
sarebbero state di grande ostacolo all’accettazione della vera parola di Dio.

25
Daniele 8:17,27.
26
CRAMPON Auguste Joseph Théodore, La Sainte Bible, t. V, Daniel, Tournai 1900, testo e nota.
27
Isaia 35:59-61.
28
Isaia 13; 44:28-45.

66 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

È in questo contesto religioso e politico che l’Eterno annuncia con precisione il


tempo e il momento del Liberatore. Le solenni dichiarazioni di Dio servono di
orientamento, di bussola, per gli ebrei e i pagani che, convertendosi all’ebraismo,
possono effettivamente constatare l’oggettiva superiorità del Dio d’Israele e della sua
rivelazione. Ai falsi re-dèi, l’Eterno contrappone il vero Unto-Capo annunciando il
tempo e lo scopo della sua venuta.
Daniele scrive nel capitolo IX: «Mentre stavo ancora parlando in preghiera,
quell’uomo, Gabriele, che avevo visto nella visione da principio, mandato con rapido
volo, s’avvicinò a me, verso l’ora dell’oblazione della sera. E mi ammaestrò, mi
parlò, e disse: “Daniele, io sono venuto per darti intendimento. Al principio delle tue
supplicazioni, una parola è uscita; e io sono venuto a comunicartela, poiché tu sei
grandemente amato. Fai dunque attenzione alla parola, e intendi la visione”».29
«Quale visione?... se questa parola non si riferisce a quella del capitolo VIII, chi
dirà ciò che significa? Non c’è nessuna visione al capitolo IX che possa essere
proposta all’esame di Daniele; non c’è là che una conversazione tra Gabriele e
Daniele, il cui scopo è di spiegare la visione».30
«Si tratta... della visione in cui Gabriele si era mostrato precedentemente; la
visione alla quale era stata fatta allusione in una forma precisa31: quella che Gabriele
aveva ricevuto l’ordine di spiegare32».33
L’angelo Gabriele non aveva potuto spiegare completamente la visione del
capitolo VIII perché Daniele era svenuto: «Si trattava, in effetti, di spiegare ciò che

29
Daniele 9:21-23.
30
LITCH Josiah, Prophetical Expositions, t. I, Boston 1842, p. 132.
BARNES Albert, Notes on the Book of Daniel, t. II, Edimburg 1853, p. 148 ha pensato a quanto presentato nel
capitolo 9. Ma questo capitolo non riporta una visione, c’è un messaggio di Dio tramite l’angelo Gabriele. Nel
capitolo 9 «non si tratta propriamente parlando di una visione» fa notare Giuseppe BERNINI, Daniele, 1976, p. 11. Il
capitolo 9 «Non è propriamente parlando una visione; è una rivelazione che raggiunge il suo culmine nella difficile
profezia delle 70 settimane» Gilberto GALBIATI, Il Libro di Daniele, Roma 1969, p. 87. Vedere Abraham Bar Hiyya
Hanasi, 1967, p. 148. Il capitolo 9 presenta «l’inizio, della visione di 8:16» S.R. DRIVER, Daniel, 1936, p. 153.
PLOEGER, Das Buch Daniel, 1965, p. 129, ha mostrato che la parola mar’eh (visione), impiegata in 9:23, richiama
la stessa parola impiegata in 8:16. La stessa precisazione la si trova in BENTZEN, Das Buch Daniel, 2a ed., Tübingen
1952, p. 66 e presso altri commentatori.
Il prof. William H. SHEA così spiega: «Quando Gabriele si avvicina a Daniele (9 :23) lo esorta in questi termini :
“Sii attento alla parola (che ti trasmetto in questo momento) e comprendi la visione (che tu hai visto in precedenza)”.
L’angelo rinvia il profeta alla visione del capitolo 8, e ciò in un modo estremamente preciso. La parola tradotta per
“visione” è mar’eh, che si riferisce in particolare all’“apparizione” di certi esseri. Questo termine contrasta con la
parola hazôn, utilizzato per le visioni simboliche nel libro di Daniele. Questa distinzione l’abbiamo in Daniele 8:26,
in cui l’angelo dà l’assicurazione al profeta che la visione (mar’eh) delle sere e delle mattine è vera, ed invita Daniele
a tenere segreta questa visione (hazôn). Il primo termine si riferisce all’apparizione degli esseri angelici del versetto 13
e 14 (dove si presentano i 2300 giorni); il secondo si applica all’insieme della visione simbolica dal versetto 2 a 12. Se
esaminiamo le parole di Gabriele in Daniele 9:23, costatiamo che esse rinviano Daniele non alla visione simbolica del
capitolo 8 in generale, ma all’apparizione (mar’eh) dei due personaggi celesti dei versetti 13 e 14. Siccome la
dichiarazione di Gabriele che segue si riferisce al periodo profetico delle 70 settimane, questo è messo in relazione
diretta con i 2300 giorni dall’impiego di questo vocabolo tecnico» Daniel 9:24-27, in AA.VV., Prophétie et
Eschatologie, Seminaire Adventiste du Salève, Collonges sous Salève 1982, pp. 288,289.
31
Daniele 9:21.
32
Daniele 8:16.
33
MONTAGUE George, The Times of Daniel, London 1845, p. 393. Vedere BLISS Sylvester, Memoirs of W. Miller,
ed. 1853, pp. 156-166. Vedere BERICK F.H., The Grand Crisis, p. 96; P. de BENOIT, Le Prophéte Daniel, 1941, p. 63.

Quando la profezia diventa storia 67


CAPITOLO II

non era stato compreso al capitolo precedente: la parte relativa ai 2300 anni, messa in
rapporto con la durata del sacrificio continuo».34 «La profezia delle 70 settimane fa
dunque corpo, benché separato da un certo tempo, con la visione del capitolo VIII».35
Questo pensiero del canonico Vidal è espresso anche nella Bibbia, versione Pirot,
che dice: «Lo scopo del capitolo IX è di completare il precedente dal punto di vista
cronologico».36 Mons. Rinaldi così si esprime nel suo commentario esegetico su
Daniele: «La rivelazione di questo capitolo (IX) si collega a quella precedente, che
intende completare - alla fine del capitolo VIII il profeta non è rimasto del tutto privo
di dubbi...: Dio gl’invia l’angelo Gabriele che gli reca la profezia delle 70
settimane.... Gabriele è partito per mettere Daniele in condizione di intendere
pienamente, letteralmente “fargli intendere intelligenza”. Sembra con ciò collegarsi
con il testo di VIII:27: dopo la visione e rivelazione il profeta “non era intendente” e
l’angelo viene come “facente intendere”, per dargli “intelligenza”».37
L’angelo quindi andò a fare capire a Daniele quello che non aveva potuto
comprendere prima: «Fai dunque attenzione alle parole ed intendi la visione». La
traduzione che segue è letterale.

Testo delle 70 settimane e sua importanza

«Settanta settimane sono state tolte per il tuo popolo e la tua santa città
per consumare il crimine,
per sigillare i peccati,
per espiare l’iniquità,
per portare giustizia dei secoli,
per sigillare visioni e profezie,
e per ungere santo dei santi.
Sappi e comprendi:
dall’uscita d’una parola
per rialzare e ricostruire Gerusalemme
fino a Unto-Capo,
sette settimane e sessantadue settimane.
Piazza - giudici - e mura saranno rialzate e ricostruite
nell’angoscia dei tempi.
E dopo (sessantadue settimane)
Unto sarà sterminato;
non a lui;
popolo di Capo il veniente distruggerà la città e il santuario

34
WOOD Hans, The Revelation of s. John, London 1787, p. 384.
35
VIDAL G., La prophétie des semaines, Alger 1947, p. 70.
36
DENNEFELD Ludwig, Les grands Prophètes, in La Sainte Bible, vol. VIII, ed. Pirot, Paris, p. 689.
37
RINALDI Giovanni C.R.S., La Sacra Bibbia - Daniele, ed. Marietti, Torino 1962, pp. 123,126,127.

68 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

(popolo di capo il veniente causerà la distruzione della città e del


santuario)
la loro fine sarà nell’inondazione;
fino alla fine guerra e devastazione decretate.
In una settimana
confermerà una alleanza con molti;
in mezzo alla settimana
farà cessare sacrificio e oblazione;
al di sopra dell’ala di abominazione, devastatore;
fino alla distruzione, la decretata piomberà sul devastato».38

«Questo passo... è notevole non solamente sotto il rapporto del contenuto, ma


anche sotto quello della forma. L’assenza di articoli e di copule gli imprime un
carattere veramente lapidario».39
Uno studio attento della struttura letteraria di questo testo mostra che si presenta in
forma poetica.40 Questo testo poetico del versetto 24 e dei versetti 25-27 si presenta
in forma chiastica. Il versetto 24 viene proposto nelle seguenti forme a) e b). 41
a) Concerne il popolo Concerne la città santa
- per far cessare la trasgressione - per portare una giustizia eterna
- per sigillare il peccato - per sigillare visione e profezia
- per espiare l’iniquità - per ungere santo dei santi

b) Opera di Dio
- per espiare l’iniquità
- per portare una giustizia eterna
Opera del popolo Risultato
- cessare la trasgressione - sigillare visione e profezia
- sigillare il peccato - iniziare il ministero celeste

I versetti 25-27 riguardano il Messia e la città di Gerusalemme:42

Messia Gerusalemme e tempio


25. Dall’uscita d’una parola per rial- 25. Dall’uscita d’una parola per rialzare
zare e ricostruire Gerusalemme fino e ricostruire Gerusalemme ... sette
38
Traduzione letterale, vedere VAUCHER Félix Alfred, Les Prophéties Apocalyptiques, Collonges-sous-Salève 1972,
pp. 21,22, siamo noi che abbiamo aggiunto quanto scritto tra parentesi.
39
GODET Frédéric, Études Bibliques, t. I, 4a ed., Neuchâtel 1889, pp. 349,350.
40
Vedere ad esempio La Bibbia di Gerusalemme.
41
Per la prima forma vedere Jacques DOUKHAN, Boire aux sources, ed. S.d.T., Dammarie les Lys 1977, p. 88; Les
soixante-dix semaines de Daniel 9: étude exégétique, in AA.VV., Daniel: Questions débattues, Collonges sous Salève
1980, p. 115. Per la seconda forma vedere W.H. Shea, o.c., p. 292.
42
Vedere J. Doukhan, o.c., pp. 89,90; o.c., p. 118; Le Soupir de la Terre, Dammarie les Lys 1993, pp. 208,209.
W.H. Shea, o.c., pp. 292-294, ha una presentazione diversa.

Quando la profezia diventa storia 69


CAPITOLO II

a Unto-Capo, sette settimane e ses- settimane ... Piazza e mura - giudici


santadue settimane. - saranno rialzate e ricostruite nel-
l’angoscia dei tempi.
26. E dopo (sessantadue settimane) Un- 26. popolo di Capo il veniente distrug-
to sarà sterminato; non a lui; gerà - sarà la causa della distru-
zione de - la città e del santuario; la
loro fine sarà nell’inondazione; fino
alla fine guerra e devastazione
decretate.
27. In una settimana confermerà una 27. Al di sopra dell’ala di abominazio-
alleanza con molti; in mezzo alla ne, devastatore; fino alla distru-
settimana farà cessare sacrificio e zione, la decretata piomberà sul
oblazione. devastato.
I due temi Messia e Gerusalemme sono in una struttura che presenta la costruzione
della città / venuta del Messia / tempi che si riferiscono alla città / tempi che si
riferiscono al Messia. Abbiamo il parallelismo caro alla poesia ebraica che in forma
alternata presenta: Messia-Gerusalemme / Messia-Gerusalemme / Messia-
Gerusalemme.
«La profezia contenuta in queste poche righe merita, in effetti, di essere riguardata
come una delle più ammirabili, delle più ricche, delle più profonde, che ci siano
nell’Antico Testamento».43
L’abate Mémain afferma che se studiassimo questo brano e ci applicassimo ad
un'interpretazione fedele del testo sacro e ad una cronologia esatta dei termini
indicati, scopriremmo che «essa è allora una delle più belle prove della divinità del
Cristianesimo ed è nello stesso tempo uno dei più preziosi elementi che concorrono a
fissare la data della storia evangelica. Sbagliando queste due condizioni, la profezia
delle 70 settimane resta allo stato di problema, senza soluzione ben chiara».44
Scrive Desmond Ford: «Le pagine scritte che commentano il capitolo IX di
Daniele, per essere lette tutte richiederebbero la durata della vita di una persona. Lo
scopo di questo capitolo è quello di tentare di cogliere le gemme che sono state
espresse dalla Chiesa cristiana nei suoi venti secoli di storia, nella speranza che
quanto riportiamo possa nutrire la mente di meraviglie, gratitudine e preghiera.
Il capitolo IX di Daniele non è solamente il cuore della devozione del libro, ma
anche contiene i “gioielli della corona” della profezia dell’Antico Testamento. I
versetti 24-27 costituiscono una inesauribile miniera di verità rivelate che riuniscono
profezie che hanno illuminato di speranza e di splendore la storia della rivelazione
che ha il suo fondamento nelle Sacre Scritture».45

43
J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, p. 860.
44
MÉMAIN Théophile, Les 70 semaines de la prophétie de Daniel, Paris 1904, p. 3.
45
FORD Desmond, Daniele (in lettere ebraiche), Foreword by F.F.Bruce, Southern Publishing Association,
Nashville, Tennessee, 1978, p. 198.

70 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

Parafrasando il pensiero di Guinness46 possiamo dire che, di tutte le profezie della


Bibbia, le 70 settimane di Daniele è la più ammirevole e la più importante. Rimane in
piedi, eretta, dritta, fra le rovine del tempo, come il solitario e colossale obelisco
attorniato dalle colline di Eliopolis, grande nella sua imponenza, antico per i secoli
ormai passati, originale nelle sue scritte lapidarie, ancora nitide perché scolpite nel
duro granito della storia, lasciando al potere del tempo di cancellare i suoi ricordi, le
sue sentenze, che sono ancora oggi piene di significato perché il suo stile, ancora nel
nostro tempo, tradisce l’originalità dell’autorità divina.
Isacco Newton, il più grande degli scienziati che ha preceduto il periodo moderno,
nel suo commentario stampato dopo la sua morte, scriveva che il testo di Daniele
IX:24-27 era: «La pietra angolare della religione cristiana». «Perché - dice D. Ford -
secoli prima dava l’esatto tempo nel quale doveva apparire il Messia e la data della
sua morte, come pure una comprensiva descrizione della sua opera di salvezza che
compie sia in cielo sia in terra. La profezia nello stesso modo dice cosa sarebbe
successo agli ebrei a causa del loro rigetto di Colui che era stato lungamente atteso
attraverso i secoli. La distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C. era una testimonianza
storica che le offerte ed i servizi del santuario avevano avuto la loro realizzazione
nell’avvenuta promessa messianica.
Questa stessa profezia completa quella del capitolo VIII, le quali combinate
assieme fanno la più comprensiva previsione mai offerta all’uomo. Parlano della
prima e della seconda venuta del Cristo. Descrivono il suo ministero sulla terra e nei
cieli, il destino del popolo di Dio nelle due dispensazioni (dell’Antico e del Nuovo
Testamento), l’apostasia e le prove più importanti che dovrà sopportare, il finale e
terribile messaggio al mondo, l’ultima crisi tra la legge umana e divina e i loro
avvocati, il giudizio nei suoi vari aspetti, e come alla fine si stabilirà la giustizia e il
divino Re che condiscende ad essere il tabernacolo di Dio fra gli uomini in una terra
fatta nuova».47
Scriveva Thomas Scott: «È chiaramente innegabile che Daniele previde che il
Messia non sarebbe venuto prima che fossero trascorsi cinquecento anni dal decreto
che avrebbe accordato la ricostruzione di Gerusalemme (che nel tempo in cui scriveva
era distrutta). Daniele mostra che il Messia sarebbe stato messo a morte a seguito di
una legale sentenza; (perché così la parola implica) ed espressamente predice, quale
conseguenza della sua morte, Gerusalemme ed il tempio sarebbero stati nuovamente
distrutti, e la nazione degli ebrei esposta ad una tremenda punizione, della quale non è
menzionata nessuna fine. In quel tempo Gesù di Nazaret appare: egli risponde in ogni
particolare alla descrizione che viene fatta di lui da tutti i profeti: veniva messo a
morte come un criminale; tuttavia vaste moltitudini divennero suoi discepoli, e la
Cristianità fu stabilità in forma permanente. Dopo un certo tempo Gerusalemme ed il
tempio vennero distrutti... Come si può allora negare che Daniele parli per divina

46
GUINNESS Henry Grattan, The Divine Program of the World’s History, London 1888, pp. 328,329; cit. D. Ford,
Idem, p. 198.
47
D. Ford, o.c., p. 199.

Quando la profezia diventa storia 71


CAPITOLO II

ispirazione o che Gesù sia il Messia promesso? Ambedue questi importanti punti sono
potentemente e pienamente dimostrati da questa profezia».48
Il prof. W. H. Shea a conclusione di un suo studio esegetico scrive che il Messia,
la sua opera e la sua sorte, in questa profezia occupa il posto centrale. Da questo testo
si possono trarre otto punti essenziali riguardo al Messia:
1. L’analisi della struttura letteraria di questo testo permette di mettere in relazione il
Messia e la sua morte con l’espiazione finale che si doveva compiere secondo il
versetto 24.
2. Poiché l’opera dell’espiazione riguardava il Messia, gli stesso era responsabile
delle conseguenze, cioè il dono della giustizia eterna all’umanità.
3. Questa giustizia eterna doveva essere accordata ai suoi beneficiari in seguito
all’opera che si compie nel nuovo santuario, posto nel cielo. Il versetto 24 presenta
l’inaugurazione di questo ministero con l’espressione «ungere santo dei santi».
4. Il Messia appare in un momento preciso della storia, è unto (fatto Cristo) per
svolgere il suo ministero. Il versetto 25 fissa questa data nell’anno 27 d.C.
5. In un momento della 70a settimana il Messia muore, ma non di una morte naturale;
bensì sarebbe stato ucciso, soppresso, da una persona o da un gruppo, come viene
precisato nel versetto 26.
6. Nella morte sarebbe solo, abbandonato, rigettato, dice sempre il versetto 26.
7. Durante l’ultima settimana il Messia conferma l’alleanza che Dio aveva concluso
con il suo popolo, dice il versetto 27.
8. Nel mezzo dell’ultima settimana, con la sua morte, il Messia mette fine, nel
significato teologico, ai servizi del tempio.
W. Shea conclude: «Se guardiamo questo quadro con gli occhi del Nuovo
Testamento, riconosciamo sicuramente la vita, la morte, la resurrezione,
l’ascensione e il ministero di Gesù Cristo nel santuario celeste».49
Il testo biblico presenta un periodo di 70 settimane diviso in tre periodi: 6, 62, 1
settimana.
«Propriamente parlando, nel linguaggio usuale, la parola “sabuha” indica un
insieme di sette giorni (una settimana); ma nello stile profetico, impiegato
dall’angelo, questo sostantivo indica una “settimana d’anni”. Si sa, del resto, che gli
Ebrei conoscevano delle settimane, o periodi di sette anni, con le quali calcolavano
l’anno sabatico del giubileo. Questi periodi di sette erano appropriati all’uso che essi
facevano dell’anno giubilare, sia dal punto di vista civile che dal punto di vista
religioso. Questo anno ritornava regolarmente dopo un periodo di sette settimane
d’anni. Si legge, in effetti, nel Levitico: “Conterai sette settimane d’anni: sette volte
48
Cit. Idem, p. 199. «Una profezia celebre di Daniele annuncia l’epoca nella quale il Messia deve essere messo a
morte. Essa dice che dall’emanazione di un editto per ricostruire Gerusalemme, sarebbero passate sette settimane fino
a quando la città sarebbe stata ricostruita, piazze e mura, poi sessantadue settimane dopo le quali l’Unto o il Messia si
manifesterà, e infine, nel mezzo della 70a settimana, quando il Messia avrà concluso una alleanza con un gran numero,
farà cessare il sacrificio e l’oblazione» ALAIN L., Bible Scolaire illustrée, Paris 1920, p. 118.
49
W.H. Shea, o.c., pp. 297,298.

72 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

sette anni; che fanno in tutto quarantanove anni”.50 La Vulgata ha tradotto con:
septem hebdomades annorum, e in realtà “sette ebdomadi d’anni” fanno esattamente
“sette settimane d'anni”.
Ora è facile vedere che le settimane del nostro testo sono delle settimane
sabbatiche o delle settimane di anni che comprendono un periodo di 490 anni... Non
era d’altronde necessario aggiungere l’espressione anni perché il contesto mostra in
modo sufficiente che non può essere questione di settimane di giorni... Il rabbino
Cahen si esprime così a tale proposito: “Si tratta qui non di settimane di giorni, ma di
anni, come Levitico XXV:8 ‘sette sabati d’anni, sette volte sette anni’; così, settanta
settimane d’anni fanno quattrocentonovanta anni".51».52
«Alla luce delle ricerche recenti sugli scritti degli ebrei del secondo secolo avanti
Cristo, è chiaramente apparso che il principio giorno-anno era conosciuto ed applicato
dagli interpreti ebrei nel corso del secondo secolo fino al periodo post-qumranico.
Non è più sostenibile oggi la tesi che questo principio daterebbe dal nono secolo dopo
Cristo. Lo si trova nella letteratura e successivamente nei testi di Qumran».53
«I talmudisti, l’autore del Seder-Olam e gli Ebrei in genere (Saadias Gaon, Jarchi,
Aben-Esra, Abravanel, Iachiades o Iachia, Manasse ben Israel, Orobio, ecc.)
confessano che le settimane di Daniele non possono essere che delle settimane
d’anni».54
La versione italiana della Bibbia ebraica, edizione del 1967, fa notare: «Qui
settimane si devono intendere di anni; settanta settimane di anni».55
50
Levitico 25:8 e seg.
51
CAHEN Samuel, La Bible, t. XVII, Paris 1843, p. 49.
«Queste settanta settimane devono intendersi per settimane d’anni, e formano 490 anni» Mon. MARTINI Antonio,
La Sacra Bibbia, Vecchio e Nuovo Testamento, traduzione secondo la Vulgata, t. I, 2a ed., Fratelli Treves Editori,
Milano 1877, col 418.
52
J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, pp. 893,897.
53
SHEA William H., Études sur l’Interprétation Prophétique, Hagerstown, Maryland 1992, p. 99. «L’esistenza di
una tale interpretazione al di fuori della Bibbia non prova in modo assoluto che Daniele abbia effettivamente utilizzato
tale metodo» Idem.
Nel Libro dei Giubilei appare per 80 volte la parola “settimane” in un contesto che implica l’utilizzo del principio
giorno-anno. Un esempio: l’età della vita di Noè è presentata sia con la cifra di 950 anni sia con la formula: 19 giubilei
(un giubileo sono 49 anni), due settimane e cinque anni. Si ha così la seguente equazione: 950 anni=19 giubilei
(19x49 anni) = 931 anni + 2 settimane (2x7 anni) = 14 anni + 5 anni = 950 anni.
Nel Testamento di Levi, parte dell’opera Testamento dei dodici patriarchi, si presenta un sistema cronologico di
70 settimane, che Levi presenta come un tempo di cattiveria. Il documento non va oltre al settimo giubileo che
suddivide in settimane delle quali mette in risalto la quinta e la settima settimana. È sottinteso che queste 70 settimane
sono calcolate nell’ottica di 10 giubilei, cioè dieci volte 49 anni. Considerando che i giubilei indicano periodi di anni,
è conseguente pensare che i giorni delle 70 settimane debbano essere compresi nel valore di anni.
Il testo di Qumran 11 Q Melchisedek presenta la venuta escatologica di Melchisedec. La data della venuta è
calcolata su una base cronologica di anni sabbatici e giubilari. «Numerosi studiosi si accordano per riconoscere che
questo documento si ispira alla profezia della 70 settimane di Daniele 9:24-27, ma il periodo delle 70 settimane è, qui,
riorganizzato in dieci giubilei, indicando chiaramente che le “settimane” erano comprese nel senso di settimane di
anni.- Nelle poche righe pubblicate si può rilevare l’espressione particolare: “una settimana di anni”» Idem, pp.
100,101.
54
J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, pp. 893,897.
55
Gli agiografi, ed. 1967, p. 271. I versetti 24-26 vengono così tradotti: versetto 24: «Settanta settimane furono
fissate per il tuo popolo e per la tua santa città, dopo di che cesserà l’empietà, avrà fine il peccato, sarà espiata la
colpa, si produrrà una giustizia eterna, sarà suggellata visione e profezia e si rinnoverà l’unzione del luogo

Quando la profezia diventa storia 73


CAPITOLO II

Del resto il contesto mostra chiaramente che non può trattarsi di settimane di
giorni; è impossibile credere che in 16 mesi, settanta settimane di giorni, sarebbe stato
possibile restaurare tutto quello che la profezia menziona, tra l’altro la ricostruzione
della città.
Romani e Greci conoscevano l’espressione “settimana d’anni”.56
G.H. Hasel scrive: «C’è virtualmente un accordo unanime fra i commentatori di
tutte le scuole di pensare che la frase “settanta settimane” (sabu’im sibìim) significhi
490 anni».57 «Antonio Martini, arcivescovo di Firenze, affermava: «Tutti
convengono che le 70 settimane sono d’anni. Di queste 70 settimane l’angelo ne fa tre
parti, una di 7 settimane, una di 62 settimane, la terza di una settimana, nella cui metà
il Messia sarà ucciso».58
Mentre Daniele aveva messo in relazione la visione del capitolo VIII con i 70 anni
di esilio annunciati da Geremia, l’angelo gli presenta la profezia delle 70 settimane
d’anni. Il profeta:
«a) Aveva implorato per il suo popolo il perdono dei peccati; nelle 70 settimane, gli è
detto, l’espiazione/purificazione perfetta avverrà.
b) Aveva pregato per il compimento della promessa di Geremia, nelle 70 settimane di
anni comincerà il compimento di tutte le promesse.
c) Aveva pregato per il ristabilimento del Santuario: nelle 70 settimane d’anni sarà
unto il Santuario dei santuari.

santissimo»; versetto 25: «Sappi dunque e comprendi dal momento che Gerusalemme sarà restaurata e ricostruita, fino
al giorno in cui sorgerà l’Unto principe, passeranno sette settimane d’anni e dopo sessantadue settimane di anni,
saranno di nuovo fabbricate le piazze e il fosso, ma in tempi angosciosi»; versetto 26: «E dopo le sessantadue
settimane di anni sarà distrutto l’Unto, nulla rimarrà di lui...».
La Bibbia, Parola del Signore, lingua corrente, traduce: «24: Per il tuo popolo e per la città santa è stato fissato
un tempo di settanta periodi di sette anni. Questo tempo è necessario perché termini la disubbidienza, cessino le colpe
ed i peccati siano perdonati, la giustizia eterna si manifesti, le visioni e le profezie si realizzino e il Luogo Santissimo
sia di nuovo consacrato. 25: Ecco quel che tu devi sapere e comprendere; dal momento in cui è stato pronunciato il
messaggio che riguarda il ritorno dall’esilio e la ricostruzione di Gerusalemme fino all’apparizione di un condottiero
consacrato devono passare sette periodi di sette anni e sessantadue periodi di sette anni; questo ritorno dall’esilio e
questa ricostruzione della città e delle fortificazioni si faranno in tempi difficili. Al termine di questi sessantadue
periodi un uomo consacrato sarà condannato senza che alcuno lo difenda. 27: Durante l’ultimo periodo di sette
anni...».
56
«I Romani conoscevano anche delle settimane d’anni. Aulo Gellio Varrone, volendo far intendere che aveva quasi
80 anni e che aveva scritto 490 libri, dichiara: “che è di già entrato nella sua XII settimana d’anni, e che fino a quel
giorno ha scritto 70 ”septaines” di libri”» (Noct. Atticae, III, 10).
Questo modo di contare era conosciuto anche dai Greci. Aristotele menziona espressamente: «Coloro che
dividono le età con delle settimane d’anni» (Polit. Lib. Vll, 16; cit. Gensorius, De die natali, cap. XVI); cit. J. Fabre
d’Envieu, o.c., p. 893.
57
HASEL Gerhard F., Interpretations of the Chronology of the Seventy Weeks, in AA.VV., 70 Weeks, Leviticus,
Nature of Prophecy, Frank B. Holbrook, Editor, Washington D.C. 1986, p. 6. In nota precisa: «Le sole eccezioni a
conoscenza sono C. WIESELER, Die 70 Wochen und die 63 Jahrwochen des Propheten Daniel, Göttingen 1839, che
suggerisce: 9:24 le settimane sono da intendere letteralmente, ma i versetti 25-27 le settimane sono d’anni. J. SLADEN,
The Seventy Weeks of Daniel’s Prophecy, London 1925, difende il sistema letterale delle settimane.
58
Mons. MARTINI A., La Sacra Bibbia, vol. III, Milano, nuova ed., p. 764.

74 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

Così, tutto ciò che ha richiesto sarà sovrabbondantemente compiuto. Cosa che si
sarebbe realizzata allo scadere dei 70 anni, alla fine della cattività, non è ancora che
una debole immagine».59

«Settimane settanta sono state tolte per il tuo popolo e la tua santa città»60

È opportuno far rilevare che la parola “tolte” è comunemente tradotta “fissate”,


“determinate”61; questi termini non esprimono esattamente il senso della parola
originale, anche se essa comprende il significato delle parole “fissate” o
“determinate”.
La parola originale “netaq”, posta al singolare, indica esattamente “reciso” cioè
tagliato via, tolto, staccato; il che fa intendere come le 70 settimane siano un tempo
reciso, tolto, cioè staccato da un periodo ovviamente più lungo di cui esse fanno parte.
Le 70 settimane rappresentano un periodo di tempo fissato, determinato,62 cioè ben
preciso. È il tempo che Dio ha riservato al popolo d'Israele affinché svolga un ruolo
importante nella storia della salvezza. Esse rimangono comunque un lasso di tempo
che fa parte di un periodo più lungo, dal quale sono state appunto “recise”, “tolte”.
Ma tolte da quale insieme?
Come abbiamo detto: «Esiste evidentemente un rapporto stretto tra i due capitoli
VIII e IX di Daniele. È detto che le 70 settimane sono distaccate in vista di certi scopi
precisi e questo fa supporre che esse fanno parte di un periodo più lungo. La forma
più naturale di spiegare questo distaccamento consiste nel metterle in rapporto con
l’intero periodo della visione precedente».63
La spiegazione del capitolo VIII, come abbiamo già detto, è stata interrotta dallo
svenimento di Daniele, gli avvenimenti annunciati andavano dal tempo dei Medo-
Persiani alla fine della storia. Al capitolo IX si riprende, o meglio, si continua la
spiegazione della visione avuta, precisando l’inizio dei 2300 giorni profetici.
«Le 70 settimane (d’anni) devono essere distaccate dal periodo più lungo dei 2300
(anni) menzionati prima nella visione».64 «Non c’è alcun periodo del quale si possa
dire che le 70 settimane sono state staccate, se non quello dei 2300 giorni del capitolo
VIII».65
59
AUBERLEN Karl, Le prophète Daniel et l’Apocalypse de S. Jean, Lausanne 1889, pp. 127,128.
60
Daniele 9:24.
61
La Bibbia, ed. Luzzi, Concordata e Paoline, Diodati,
62
«Numerosi sono coloro che suppongono che questo tagliare via sia un equivalente di determinare. Per sostenere
questa opinione, fanno appello al fatto che il verbo è sovente utilizzato in questo senso nei dialetti semiti... Tuttavia il
fatto che Daniele poteva servirsi di altre parole se avesse semplicemente voluto esprimere la nozione di determinare, ...
il fatto di avere espressamente utilizzato una parola che mai è utilizzata altrove, è sufficiente per provare che qui essa è
utilizzata in relazione al senso primario, per mostrare che le 70 settimane costituiscono un periodo definito con cura
come tagliate via» HENGSTENBERG E. William, Old Christology, vol. III, Grand Rapids, 1956, p. 92.
63
BIRKS Thomas-Rawson, First Elements of Sacred Prophecy, London 1843, p. 360.
64
G. Montague, o.c., p. 404. Daniele 9:25.
65
SMITH Uria, The Sanctuaire and the 2300 Days of Daniel VIII:14, Battle Creek 1873, p. 57; vedere Jos. TURNER,
1849, p. 33.

Quando la profezia diventa storia 75


CAPITOLO II

Sebbene Israele avesse trasgredito l’impegno preso di vivere secondo la legge che
l’Eterno gli aveva dato, il Signore offriva ancora a questo popolo settanta settimane
d'anni per assolvere al compito di testimone. Ancora per 490 anni Dio considererà
questo popolo come il Suo. Gerusalemme, benché distrutta, continuava ad essere la
santa città, perché Dio l’aveva consacrata per apparirvi nella persona del Messia al
tempo stabilito.
Da quando far partire questo periodo così importante e fondamentale?
Il versetto 25 ci precisa il momento di inizio. I particolari del versetto 24 li
considereremo più avanti.

«Dall’uscita di una parola per rialzare e ricostruire Gerusalemme»66


L’espressione dabar significa: parola, comandamento, sentenza, decreto.
P. Winandy propone la seguente traduzione: «Impara a conoscere e ricevere
intelligenza dai disegni nascosti di Dio: dall’emissione di una dichiarazione per fare
ritornare (il popolo) e restaurare Gerusalemme, fino all’Unto principe (ci sono ancora)
7 settimane e 62 settimane: (Gerusalemme) ritornerà e sarà restaurata nelle sue piazze
e nei suoi (fossi?) giudizi, e nell’intelligenza dei tempi».67
«... Le due parole ristabilire (rialzare) e costruire (ricostruire), sono un ebraismo
che significa semplicemente ricostruire».68 «Qualunque sia la posizione dei diversi
interpreti sulla prima parola “liaschib”, essi si accordano tutti per riconoscere, nelle
due parole unite, l’annuncio della restaurazione delle mura di Gerusalemme».69
Nei confronti di Gerusalemme distrutta ci sono stati tre decreti di ricostruzione:
due per il tempio, uno per la città e una autorizzazione di Artaserse Longimano per
Nehemia affinché ritornasse temporaneamente in Giuda a verificare lo stato di
avanzamento dei lavori di ricostruzione.70

66
Daniele 9:25.
67
WINANDY Pierre, Étude philologique de Daniel 9:24-27, tesi presentata all’Università La Sorbonne di Parigi,
1977, p. 279.
68
S. Cahen, o.c., p. 50.
69
Th. Mémain, o.c., pp. 22,23.
70
Malgrado il testo biblico indichi in una forma esplicita quando far iniziare le 70 settimane: la promulgazione del
decreto di costruzione, dei commentatori, purtroppo troppi, non hanno tenuto conto della precisazione dell’angelo o
non hanno valutato bene il tenore dei decreti imperiali confondendo, tra l’altro, la ricostruzione del tempio con
Gerusalemme:
- 606 a.C. (Geremia 35:11)
A. CALMET, Dissertation, vol. XVI, Paris 1730, p. 536; A. COLLINS, The Scheme, vol. I, 1726, p. 109;
F.J. DELITZSCH, Real., vol. I, pp. 604,605; J. HARDOUIN, Chronology, 1709 p. 592 s.; Ab. KUENEN,
Hist., vol. II, p. 545; É.G.E. REUSS, pp. 264,265; H. SCHULTZ, Alttest, 4a ed., 1899, p. 806;
- 604 a.C. M. VERNES, Encyclop. vol. II, p. 587;
- 536 a.C. editto di Ciro:
J. CALVIN, f. 146; F. GODET, Études, 5a ed., pp. 184,351; K.F.I. KEIL, The Book, pp. 352,353; W.C.
THURMAN, 3a ed., pp. 56,252; J. VOLBORTH, p. 54; A. WILLET, p. 314;
- 520 a.C. editto di Dario I:

76 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

Primo decreto, 536 a.C.

Il primo decreto in favore d’Israele fu emanato da Ciro, re dei Medo-Persiani, nel


536 a.C.. Nel libro di Esdra leggiamo: «Nel primo anno di Ciro, re di Persia, affinché
s’adempisse la parola dell’Eterno pronunciata per bocca di Geremia, l’Eterno destò lo
spirito di Ciro, re di Persia, il quale a voce e per iscritto fece pubblicare per tutto il
suo regno quest’editto: “Così dice Ciro, re di Persia: l’Eterno, l’Iddio dei cieli, mi ha
dato tutti i regni della terra71, ed egli mi ha comandato di edificargli una casa a
Gerusalemme, che è in Giuda. Chiunque tra voi è del suo popolo, sia il suo Dio con
lui, e salga a Gerusalemme, che è in Giuda, ed edifichi la casa dell’Eterno, dell’Iddio
d’Israele, dell’Iddio che è a Gerusalemme...”».72

D. DAVIDSON e H. ALDERSMITH, The Great, vol. I, pp. 303,304; J.A. BENGEL, Ordo, 1770, pp.
303,304,519;
- 466 a.C. J.A. BATTENFIELD, 1914, p. 67;
- 458/457 a.C. editto di Artaserse, 7o anno;
- 445 a.C., missione di Nehemia, 20o anno di Artaserse:
F.J. von ALLIOLI, p. 505; R. ANDERSON, 5a ed., p. 66; P. de BENOIT, p. 65; N.S. BERGIER, p. 37; F.H.
BERICK, The grand, p. 97; J.B. BOSSUET, p. 42; J.P. BRISSET, p. 47; I. CHASE, p. 74; A.J.T. CRAMPON,
nota; E. DENNY, Forgiveness, p. 17; M.K. FRANCINE, p. 60; É. GUERS, p. 97; W. de HANERAW, p. 83;
E.W. HENGSTENBERG, O.T., vol. II, p. 394; C.H. LAGRANGE, Leçons, vol. I, 2a ed., pp. 4-51; A.
MARTINI, 1929, p. 352; H. MORE, Paralipomena, p. 4; L. de MONTJOSIEU, p. 8; E. PILLOUD, Daniel,
pp. 301,302; S. REED, 1850, p. 4; J.H. RICHTER, Erkl., IV, p. 801; L.E. RONDET, 2a ed., vol. XI, 1772,
pp. 137-143; ROSELLY de LORGUES, Le Chr., 14a ed., vol. XI, 1842, p. 254; J. THOMAS, Chronikon,
1866, p. 33; S.P. TREGELLES, p. 107; Ch. TROCHON, pp. 76,77; J.F. WALVOORD, 1944, pp. 33,34; è
stato già il pensiero di Gioacchino da Fiore, Adv. Jud., p. 47, e di Rupert di Deutz, In Daniel, MIGNE,
P.L., CLXVII, col. 1517. A. CALMET, Comm. litt., XVI, 1730, p. 689, adottava il 20o anno di
Artaserse come l’inizio delle 62 settimane. J.N. ANDREWS, The Prophecy, 1863, p. 39, faceva notare
che «Nehemia aveva ricevuto un permesso orale di ristabilire la città di Gerusalemme. Un simile
permesso non costituisce un decreto».
- 420 a.C. editto di Dario II:
J. MEDE, The Theology, London 1677, pp. 697-699; E. URCH, 1893, pp. 10,11;
- 417 a.C. M. GRANT, Divine Chronology, p. 7.
Per i titoli completi delle opere vedere la Bibliografia.
71
«Rivolgendosi ai Babilonesi, afferma che precisamente il dio babilonese Marduk lo ha chiamato sul trono di
Babel per sostituirvi Nabonide negligente nel culto di quel dio, e gli ha dato la signoria “di tutta la terra” (Cilindro di
Ciro scoperto a Babilonia nel 1879)» Abate RICCIOTTI Giuseppe, Storia d’Israele, vol. II, ed. SEI, Torino 1964, p. 20.
72
Esdra 1:1-4.
Sebbene questo decreto nella formulazione sia simile a quello promulgato nei confronti dei popoli adoratori di
altre divinità, riteniamo che Ciro abbia potuto conoscere l’Eterno in seguito al precedente decreto di Dario il Medo,
promulgato dopo la liberazione di Daniele dalla fossa dei leoni (Daniele 6:26,27) e la testimonianza che Daniele
stesso ha dato al nuovo imperatore. Ci sono motivi per credere che Daniele, che è vissuto almeno fino al terzo anno di
Ciro (Daniele 10:1) e che si è interessato pienamente per la realizzazione della profezia di Geremia, riguardante il
ritorno del popolo d’Israele nel suo paese, dopo settanta anni di esilio (Daniele 9:2; confr. Geremia 25:11,12), abbia
presentato al nuovo re di Babilonia un rotolo delle profezie di Isaia che riguardano la sua persona e che l’Eterno lo
chiama suo pastore, suo unto (Isaia 44:28; 45:1) e avrebbe liberato il suo popolo dall’esilio senza il pagamento di un
riscatto (45:13). Giuseppe Flavio, che aveva accesso a certi rapporti storici persi da molto tempo, afferma che «quando
Ciro lesse questo ammirò il potere divino. Un desiderio ed una ambizione segreta si impossessarono di lui in vista di
realizzare ciò che era scritto» Antichità Giudaiche, XI,1,2. Ci sono buone ragioni per credere a questa testimonianza di
Giuseppe a dispetto delle critiche moderne su il Secondo Isaia e la pretesa impossibilità della profezia di annunciare il
futuro.

Quando la profezia diventa storia 77


CAPITOLO II

Con questo decreto simile a tanti altri accordati ai vari popoli deportati in
Babilonia73 Ciro non autorizzò la ricostruzione della città di Gerusalemme, ma
unicamente la ricostruzione del tempio. Tanto è vero che Esdra dice a tale proposito:
«Allora i capi famiglia di Giuda e di Beniamino (le due tribù del Regno del Sud), i
sacerdoti e i leviti, tutti quelli ai quali Iddio aveva destato lo spirito, si levarono per
andare a ricostruire la casa dell’Eterno ch’è a Gerusalemme».74
«Così, in seguito al decreto di Ciro, i Giudei ebbero la libertà di ritornare in
Giudea. Essi cessarono di essere internati in quartieri speciali: la relegazione del
popolo giudaico in Mesopotamia, imposta e mantenuta dai re caldei, prendeva fine,
dopo essere durata 70 anni... Non si trattava di ricostruire allora la nazione giudaica:
tutto mancava a loro per tentare una restaurazione politica... Adoratore di tutti gli dèi
del suo impero, Ciro non ebbe alcuna difficoltà nel permettere di ristabilire a
Gerusalemme un tempio al Dio del cielo».75
L’abate Brunel scriveva: «Si è sostenuto che l’editto di Ciro, concernente il tempio
di Gerusalemme, comportasse nello stesso tempo l’autorizzazione di ricostruire i
bastioni (però) il permesso... di ricostruire il santuario è ben diverso da quello che
l’autorizza a rialzare la cinta fortificata della sua capitale. Tuttavia, sembra che il re di
Persia non proibisse di costruire attorno al tempio qualche abitazione; esse erano
necessarie agli addetti al culto e senza nessun pericolo per l’impero... Lo si vede, il
decreto di Ciro non era il “dabar” indicato dall’angelo, né il termine iniziale delle 70
settimane».76
Questo decreto di Ciro non riguardava la ricostruzione della città. In esso non c’è
nulla per una ricostruzione politica. Gerusalemme, inoltre, una volta ricostruita poteva
diventare un centro di rivolta, e impedire i progetti del nuovo imperatore nei confronti
dell’Egitto che conquisterà undici anni dopo, nel 525 a.C. Ciro era un capace politico
e, liberando religiosamente i popoli conquistati dalla dinastia babilonese, li voleva
legare a sé. Come stratega non poteva permettere che Gerusalemme indipendente
riprendesse il ruolo che aveva avuto prima della sua distruzione. I re persiani non
potevano dimenticare che questa città aveva opposto una resistenza energica a
Nebucadnetsar. La politica persiana era quella di lasciare i popoli vinti in uno stato di
impotenza politica per poterli governare meglio. Così Ciro decretò solamente la
ricostruzione a Gerusalemme di un luogo sacro, considerato come asilo di una

73
Dietro autorizzazione di Ciro le «statue dei vari paesi, che non solo Nabonide ma anche i suoi predecessori
avevano concentrato in Babel, uscirono dalla capitale e tornarono fra i loro antichi adoratori. Insieme con gli dèi
uscirono man mano le rispettive popolazioni... tale avvenimento, così nuovo e importante nella storia dell’umanità, è
narrato da Ciro stesso (nel suo cilindro): “Da... (lacuna) ... fino alla città di Assur e Susa, Agade, Eshnunak, Zamban,
Meturnu, Der fino al distretto del paese dei Quti, delle città (di là) dal Tigri, le cui dimore stavano da molto tempo in
rovina, gli dèi colà dimoranti io riportai al loro posto, e un’eterna dimora feci loro occupare. I loro uomini, tutti quanti,
io radunai e ristabilii la loro dimora. E agli dèi di Sumer e Akkad, che Nabonide aveva portato in Babel (provocando)
a sdegno il signore degli dèi, feci io occupare, per comando di Marduk il Gran Signore, una dimora di pace nella loro
cella a delizia del cuore”» G. Ricciotti, o.c., pp. 20,21.
74
Esdra 1:5.
75
J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, p. 1045.
76
BRUNEL E., Restauration du peuple d’Israël après la captivité de Babylone, Lyon 1894, p. 167.

78 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

divinità e non la ricostruzione di una città turbolenta, ribelle e indomabile, con un


grande spirito di indipendenza.
Dopo questo editto, i ricchi, i nobili, le famiglie più influenti d’Israele non
ritornarono in Palestina. I dottori giudei hanno detto che la «farina del popolo restò a
Babilonia». È solo un numero ristretto che ha approfittato di questo editto. Il Paese
era in uno stato terribile di desolazione e tutte le città erano distrutte. Bisognava
inviare a Gerusalemme dei coltivatori e degli operai: ecco perché la maggior parte dei
Giudei che tornarono in Giuda erano povera gente. D’altra parte le famiglie ricche
non potevano lasciare i loro affari ben avviati per ritornare in una terra desolata se
volevano concorrere con i loro mezzi all’opera di ricostruzione. Stando in
Mesopotamia potevano sovvenzionare i lavori. Il rabbino Cahen riconosce che coloro
che si recarono in Palestina si erano votati «al pensiero pio di ricostruire, sulla monta-
gna di Sion, il Tempio dell’Eterno. I termini stessi del decreto di Ciro, che aveva
messo fine alla cattività, non accordava loro altra cosa. Si concedeva loro di
ricostruire l’edificio sacro e di ritornare nella loro patria; non si sarebbero tollerate
altre ambizioni».77
Le popolazioni vicine sapevano molto bene che il decreto del re non verteva sulla
ricostruzione della città. Esdra ci ricorda: «Ora i nemici di Giuda e di Beniamino,
avendo saputo che quelli che erano stati in cattività edificavano un tempio all’Eterno,
all’Iddio d’Israele, si avvicinarono a Zorobabel ed ai capi famiglia e dissero loro:
“Noi edificheremo con voi, giacché come voi, noi ricerchiamo il vostro Dio”. Ma
Zorobabel, Jeshua, e gli altri capi famiglia d’Israele risposero loro: “Non spetta a voi
ed a noi insieme di edificare una casa al nostro Dio; noi soli la edificheremo
all’Eterno, all’Iddio d’Israele, come Ciro re di Persia ci ha comandato”. Allora la
gente del paese si mise a scoraggiare il popolo di Giuda, a molestarlo per impedirgli
di fabbricare, e a comprare dei consiglieri per frustrare il suo divisamento; e questo
durò tutta la vita di Ciro, re di Persia, e fino al regno di Dario, re di Persia».78
A causa di questa opposizione «fu sospesa l’opera della casa di Dio a
Gerusalemme e rimase sospesa fino al secondo anno del regno di Dario, re di
Persia».79
Così l’editto di Ciro rimase lettera morta per quindici anni, fino al tempo del re
Dario, quando i Giudei, sotto l’influsso dei profeti Aggeo e Zaccaria, ripresero i
lavori e «ricominciarono a edificare la casa di Dio a Gerusalemme…».80
«Bisogna confessare... che quest'editto del fondatore dell’Impero Medo Persiano
fu di gran beneficio a tutti i Giudei. Ponendoli direttamente sotto la protezione del
gran re, li indicava già alla benevolenza dei futuri eredi della sua corona».81
Ciro fu inconsciamente il promotore della futura ricostruzione nazionale.82

77
CAHEN Samuel, Les pharisiens, vol. I, p. 5; cit. da J. Fabre d’Envieu o.c., t. II, p. 1052.
78
Esdra 4:3-5.
79
Esdra 4:24.
80
Esdra 5:2.
81
E. Brunel, o.c., p. 168.
82
Isaia 44:28; 45:13.

Quando la profezia diventa storia 79


CAPITOLO II

Secondo decreto, 520 a.C., e causa della sua promulgazione

I nemici dei Giudei, visto che essi avevano intrapreso la ricostruzione del tempio
di Gerusalemme, li accusarono di ricostruire le mura della città e inviarono lettere in
tal senso ai re Serse ed Artaserse83 per ostacolare l’opera di ricostruzione. E questo,
come ci riferisce Esdra, continuò fino al tempo di Dario. In realtà si trattava del
rifacimento delle mura del tempio, che veniva edificato in forma così massiccia che lo
facevano assomigliare assai più ad una cittadella che ad un luogo di culto. L’opera
veniva fatta con molta cura.
Il re Dario inviò dei funzionari a Gerusalemme per controllare la veridicità di
quanto si affermava contro i Giudei. Quando essi ritornarono, dopo aver effettuato il
sopralluogo, riferirono al re che i Giudei stavano ricostruendo unicamente il tempio
della città e che l’autorizzazione era stata data a suo tempo dal re Ciro.84
Dario, dopo aver fatto controllare l’editto di Ciro, la cui copia fu trovata a
Babilonia nel castello di Ahmetha, riconfermò l’editto precedente ordinando:
«Lasciate continuare i lavori di quella casa di Dio» e minacciò di rovina coloro che si
sarebbero intromessi per impedirne la realizzazione. Grazie a questa riconferma «gli
anziani dei Giudei continuarono l’opera di ricostruzione facendola progredire... e
finirono i loro lavori di costruzione... E la casa fu finita il terzo giorno del mese di
Adar, il sesto anno del regno di Dario». 85
Dario ribadì l’editto di Ciro per fare proseguire i lavori del tempio nel 520, 519
a.C.
La ricostruzione del Tempio fu terminata il 12 marzo 515 a.C.

Preparazione al terzo decreto

Quando il tempio fu costruito sul monte Moria, era come una cattedrale in mezzo
a un deserto. La sua ricostruzione era la prima tappa per l’unità nazionale. I Giudei,
con il loro talento e la loro abilità, occuparono sempre dei posti influenti
nell’amministrazione dell’impero e a corte. Daniele e i suoi amici avevano avuto un
ruolo molto importante in Babilonia. Daniele fu molto apprezzato anche alla corte di
Dario il Medo e l’annuncio che aveva fatto a Belsatsar nella notte in cui Babilonia
passò sotto la potenza medo-persiana86 non era sconosciuto ai nuovi potenti. Non è da
escludere che Daniele abbia anche fatto conoscere a Ciro le profezie bibliche che lo
83
«In effetti Assuero e Artaserse (Esdra 4:6,7) non possono indicare che Serse (485-465) e Artaserse I Longimano
(465-425)... Con tutti i moderni ammettiamo che qui questo brano (Esdra 4:6-23) ha subito uno spostamento
cronologico, cioè nella redazione ultima del libro di Esdra non è stato messo al suo giusto posto» La Bible Annotée,
Ancien Testament, Les Livres Historiques, t. IV, Esdra, Neuchâtel 1894, pp. 385,399.
84
Esdra 5:9-17.
85
Esdra 6:1,2,7,11,14,15.
86
Daniele 5.

80 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

riguardavano,87 e si può quindi pensare ad una sua influenza diretta o indiretta nel
decreto di Ciro. Il libro di Ester ci presenta la gelosia che si nutriva nei confronti dei
Giudei per le loro cariche amministrative. La regina Ester, moglie di Serse, era
israelita. Mardocheo suo zio, fu nominato primo ministro dopo la morte di Haman.88
Anche Nehemia visse alla presenza di Artaserse, che lo apprezzò moltissimo. La cosa
non ci dovrebbe stupire, perché in ogni tempo questo popolo ha dato prova
d’ingegno, di talento e ha spesso suscitato, anche per questo motivo, l’opposizione
nei suoi confronti.
Artaserse I Longimano, «figlio di Serse I... è stato identificato con certezza come
essendo l’Assuero del libro di Ester».89 Egli salì al trono, secondo Diodoro di Sicilia,
che ci ha lasciato una storia, anno per anno, dei re greci e di quelli persiani, nel IV
anno dalla 77a olimpiade, cioè nell’anno greco che va dal mese di luglio 465 al luglio
464 a.C..90
«Esdra e Nehemia furono dei grandi strateghi presso Artaserse... Anche le
circostanze erano loro favorevoli: Nehemia, il coppiere del re, era onnipotente alla
corte; Esdra, lo scriba, era molto stimato nella città, e Artaserse gioiva in pace del
trionfo della sua campagna d’Egitto. I bassi rancori e le vessazioni dei Samaritani
rendevano pure il popolo giudeo interessante ad un re tollerante e generoso come
Artaserse».91
La regina Ester doveva essere ancora viva all’inizio del regno di Artaserse e forse
era lei che gli era accanto quando Nehemia gli chiese l’autorizzazione per andare a
Gerusalemme. Fu in questo contesto che Artaserse venne sensibilizzato sulla necessità
di organizzare il culto nel tempio di Gerusalemme. Si fece notare al re che era
pressoché impossibile esercitare il culto se la legge di Mosè non fosse stata rimessa
in vigore in tutta la sua completezza. Per adorare in una forma corretta Yahvé,
occorreva “un popolo” e “una società religiosa” che Gli fossero assolutamente devoti.
La riunificazione del popolo d’Israele era nel pensiero teologico ebraico alla base del
messianismo, e «poiché Esdra aveva applicato il cuore allo studio ed alla pratica della
legge dell’Eterno, e ad insegnare in Israele le leggi e le prescrizioni divine»92 si sarà
indubbiamente adoperato con ogni mezzo per esercitare la sua influenza sul re al fine
d’indurlo a permettere la riunificazione nazionale.

Terzo decreto, 457 a.C.

87
Isaia 44:28; 45:1,13; 13.
88
Ester 8-10.
89
«Uno dei primi risultati della lettura delle iscrizioni persiane fu l’identificazione di Assuero con Serse. Questa
conquista della scienza non fa più ombra di dubbio» OPPERT, Dictionnaire de la Bible, t. II, col. 1141; cit. da G.
Vidal, o.c., p. 85.
90
Diodoro, Biblioteca storica, I, Xl, cap. 69.
91
E. Brunel, o.c., p. 168.
92
Esdra 7:10.

Quando la profezia diventa storia 81


CAPITOLO II

Fu nella primavera del 457 a.C., nel VII anno di regno di Artaserse,93 che
l’imperatore diede le seguenti disposizioni: «Artaserse, re dei re, a Esdra, sacerdote,
scriba versato nella legge dell’Iddio del cielo, ecc. Da me è decretato che nel mio
regno, chiunque del popolo d’Israele, dei suoi sacerdoti e dei leviti sarà disposto a
partire con te per Gerusalemme, vada pure; giacché tu sei mandato da parte del re e
dai suoi sette consiglieri per informarti in Giuda e in Gerusalemme come vi sia
osservata la legge del tuo Dio, la quale tu hai nelle mani». Dopo aver elencato quello
che il re offriva in beni, così prosegue: «Del rimanente dell’argento, e dell’oro farete,
tu e i tuoi fratelli, quel che meglio vi parrà, conformandovi alla volontà del vostro
Dio... Tutto quello ch’è comandato dall’Iddio del cielo sia puntualmente fatto per la
casa dell’Iddio del cielo... E tu, Esdra, secondo la sapienza di cui il tuo Dio ti ha
dotato, stabilisci dei magistrati e dei giudici che amministrino la giustizia a tutto il
popolo d’oltre il fiume, a tutti quelli che conoscono le leggi del tuo Dio; e fatele voi
conoscere a chi non le conosce. E di chiunque non osserverà la legge del tuo Dio e la
legge del re farete pronta giustizia, punendolo con la morte, o con il bando o con

93
«La morte di Serse nel dicembre del 465 è indicata da una tavoletta trovata nel 1930, a Ur, in Caldea, nel corso di
uno scavo fatto in quel luogo. Questo documento mostra che il 17 dicembre 465, Serse era ancora vivente. D’altra
parte noi abbiamo un papiro datato del 2 gennaio 464 che mostra Artaserse, suo giovane figlio, quando è salito sul
trono. La presa del potere è dunque avvenuta a fine dicembre 465, ma per Esdra, che utilizza il sistema persiano per
computare gli anni di regno e il calendario giudaico d’autunno ad autunno, il periodo che va dal dicembre 465
all’autunno 464 è l’anno di intronizzazione. Il primo anno di regno non comincia che il 1° di Tishri cioè settembre-
ottobre del 464. Ciò ci porta, per l’inizio del VII anno di Artaserse, all’autunno del 458. Per conseguenza il viaggio di
Esdra (7:8,9) cominciato in Nisan e terminato in Ab del VII anno di Artaserse corrisponde al periodo da marzo a
luglio 457» HORN S.H. - WOOD L.H., The Chronology of Ezra 7, in Review and Herald, 1953, pp. 91,92.
Per questa data si possono consultare, per quanto riguarda le opere storiche: Abraham CALOV, De LXX septimanis
mysterium, Wittemberg 1663; Martin GEIER, Praelectiones in Daniel, 1667; Johann Franz BUDDE, Historie
Ecclesiastique Vieux Testament, 1715-1719; Humphrey PRIDEAUX, The Old and New Testament Connected, 1715;
NEWTON Isaac, La Chronologie des Anciens Royaumes, Paris 1728, p. 43; Works, V (Cronology), London 1785, p.
290; WEBER Georg, Allgemeine Weltgeschichte, vol. I, Leipz., 1857, p. 739. «Se si vuole una dimostrazione
esauriente, la si può trovare in Johann FUNCK (1518-1566), autore di una tesi anonima sulla seconda parte del capitolo
9 di Daniele, Ausslegung des anderntheils der Neundten Capitels Danielis, Koenigsberg 1564, o nella dissertazione
del gesuita italiano Giacomo Maria AYROLI (1660-1721), che può essere consultata a Parigi, Biblioteca Nazionale, e a
Londra, Museo Britannico, in Synopsis dissertationis biblicae in LXX Danielis hebdomadas, Roma 1705, Liber LXX
hebdomadum resigratus, S. Danielis vaticinum, Roma 1713, 1714, 1748; vedere Mémoires pour l’Histoire des
Sciences et des Beaux-Arts, vol. I, Trévoux 1713, pp. 296-310; vol. IV, 1716, p. 212; vol. I, 1721, p. 357. Ayroli
consacra diversi capitoli a provare che Ciro e Dario devono essere scartati a vantaggio di Artaserse. Prima e dopo di
lui numerosi autori hanno fatto partire le 70 settimane d’anni dal 20o anno d’Artaserse. Così Bossuet, Martini, Allioli,
Trochon, Crampon, tra i cattolici; Lutero, Hengstenberg, Guers, Tregelles, Robert Anderson, tra i protestanti. Ayroli
seguito da Fabre d’Envieu, F. de Rougemont, Pusey, Elliott, ecc., ha mostrato che il decreto del 7o anno d’Artaserse
(457 a.C.) soddisfa tutte le esigenze dell’esegesi e della storia. Di conseguenza è inutile scendere fino al 20o anno di
Artaserse, al momento in cui Nehemia ottiene delle lettere regali che l’autorizzano a rialzare le mura di Gerusalemme
(Nehemia 2:1-9)» VAUCHER Alfred Félix, Lacunziana, serie n. 1, Collonges sous Salève 1949, p. 76. Numerosi sono
gli autori, ma ne elenchiamo soltanto alcuni, che sostengono questa data: A. BLOMSTRAND, 1853, p. 96; R. BROWN,
vol. I, 1883, pp. 275,276; E. BRUNEL, pp. 163-171; E.P. CACHEMAILLE, 1911, pp. 80,81; 1918, p. 26; L.T.
CUNNINGHAM, Signific., pp. 28,29; J. FABRE d’ENVIEU, vol. II, pp. 1092,193; A.R. FAUSSET, Encyclop., p. 153; J.
FERGUSON, p. 35; B. FOSTER, 1787, p. 24; K.W. HARTENSTEIN, 1936, p. 104; A.E. HATCH p. 119; E. HUNTINGFORD,
1895, p. 75; A. KINNE, 1814, pp. 172,173; P. de LAUNAY, Dissertation, 1624, pp. 367,377; T. LINDER, 1947, p. 122;
Th. MÉMAIN, 1903, pp. 13,15,28; 1904, p. 71; G.S. MENOCHIO, Spec., vol. IV, 1768, pp. 298,299; R. PACHE, Le
prophète, p. 79; W. PALMER, p. 78; E.B. PUSEY, 1864, p. 78; E. SAUER, Das Morgenrot, 1947, p. 231; W.E. SHELDON,
Chronology, p. 89; R. Cunningham SHIMEALL, 1842, p. 239; W.M. TAYLOR, 2a ed., p. 209; S. TOOVEY, An Essay, 1813,
p. 16; A.F. VAUCHER, Le point…, in Revue Adv., 15/5/1954, pp. 5,6; P. VULLIAUD, La fin, 1952, p. 55, n. 2; J.T.
WHEELER, p. 277; H. WOOD, The Revelation, 1787, p. 402. Per i titoli completi delle opere vedere la Bibliografia.

82 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

multa pecuniaria o col carcere». Esdra commenta questo decreto con le seguenti
parole: «Benedetto sia l’Eterno, l’Iddio dei nostri padri, che ha così disposto il cuore
del re ad onorare la casa dell’Eterno, a Gerusalemme, e che mi ha conciliato la
benevolenza del re, dei suoi consiglieri e di tutti i suoi potenti capi».94 Questo è il solo
decreto imperiale che è seguito da una benedizione e da una lode a Dio.
Esdra diventa così il capo della seconda carovana che, formatasi a Babilonia con la
promulgazione di questo editto il primo giorno del primo mese, arriva a Gerusalemme
il primo giorno del quinto mese,95 cioè nel luglio del 457 a.C. Scrive K. Auberlen: «Il
ritorno di Esdra nel 457 a.C., è la sola data che risponde alle esigenze del testo ben
compreso».96
«In questo editto, che sviluppa considerevolmente quello di Ciro e di Dario,
Artaserse impegna prima di tutto i Giudei sparsi nell’Impero Persiano a rientrare nel
loro paese. Ma i Giudei avevano di già, a seguito dell’editto di Ciro, la libertà di
andare in Palestina, e non si vede con quale scopo si sarebbe fatta una nuova
immigrazione, se questa non fosse stata per ricostruire uno Stato ebraico... Il potere
del riscritto reale è, inoltre, munito di un potere quasi illimitato. Il decreto di
Artaserse è, in effetti, molto largo: comprende il “potere legislativo”97, il “potere
giuridico”98 lo “jus gladii” (il potere esecutivo)99... Così investito dei più grandi
94
Esdra 7:12-14,18,23,25,28.
95
Esdra 7:9.
96
K. Auberlen, o.c., p. 160.
A favore di questa data W.H. Shea scrive: «a) Gli storici classici hanno registrato le date di questo regno con
precisione, esprimendole in termini olimpiaci. Da Senofonte e da Tucidide, sono state trasmesse da Plutarco allo
storico cristiano Giulio l’Africano. b) Il canone dell’astronomo alessandrino Tolomeo contiene una lista di eclissi che
si sono prodotte nel passato e risalgono fino all’anno 457 a.C. Esse sono datate in funzione dei regni dei diversi re. Le
eclissi menzionate per il periodo persiano fanno intervenire gli anni di regno di Artaserse I, permettendo di fissarli con
la massima certezza. c) I papiri di Elefantina, in Egitto, sono stati redatti in aramaico da dei Giudei che vivevano in
quell’isola durante il periodo persiano. Riportano un doppio periodo di date: quelle del calendario lunare persiano-
babilonese e quelle del calendario egiziano. Questi due calendari si sviluppano in un modo diverso, nel senso che il
cambio degli anni avvengono in momenti diversi, se li compariamo al calendario giudaico. Così, facendo dei
confronti, siamo in condizione di fissare gli anni di regno dei sovrani persiani e di Artaserse I. d) Le tavolette
cuneiformi babilonesi forniscono una lista relativamente completa di re che hanno regnato dall’anno 626 a.C. all’anno
75 della nostra era. R.A. PARKER - W.H. DUDUDDESTEIN ne hanno fatto una recensione nella loro opera Babylonian
Chronology, Providence, R.I. Brown University 1956. Queste tavolette permettono di calcolare le date del regno di
Artaserse I, in funzione del calendario giuliano. Queste quattro fonti d'informazioni cronologiche sono unanimi: il
settimo anno del regno d’Artaserse I si è esteso dal primo mese (Nisan) dell’anno 458 a.C. fino alla primavera
dell’anno seguente, in altre parole il dodicesimo mese (Adar) dell’anno 457. Considerando l’armonia che esiste su
questo argomento tra le diverse fonti indicate, possiamo considerare queste date come essendo fissate in modo fermo e
irrevocabile» o.c., pp. 282,283.
97
Esdra 7:14.
98
Esdra 7:25.
Diverse versioni traducono la frase contenuta nel versetto 25 nel modo seguente: «Gerusalemme verrà ricostruita
“piazze e mura” con “piazza e fossati”. Ora la parola fossi può essere tradotta anche giudizio. Questa è la tesi di P.
Winandy, o.c.. A pag. 279 egli dà questa traduzione: «(Gerusalemme) ritornerà e sarà restaurata nella sua gran piazza
e nei suoi giudizi (sentenze)». «Piazza e fossati» è una curiosa associazione.- Questa traduzione è forse causata dal
fatto che in arabo la parola ha valore di “fendere”, “graffiare”, in assiro “scavare”, probabilmente “decidere”, in
fenicio “gravare”... Lo studio dettagliato di questa parola (fossati) nel Tenach (abbreviazione ebraica di ciò che i
cristiani chiamano Antico Testamento), ci porta in ogni caso all’osservazione seguente: nelle 26 occasioni in cui la
radice haratz sotto una forma o sotto un’altra è impiegata al di fuori di Daniele 9:25, non ha mai il significato di
fossato. Per contro... l’idea del giudizio, sotto forma sostantiva o aggettivata si riscontra in diversi altri testi: Gioele
3:14; Giobbe 14:5; Isaia 10:22.- In nessun passo per la ricostruzione di Gerusalemme si parla di fossati. “Piazza e

Quando la profezia diventa storia 83


CAPITOLO II

poteri amministrativi, Esdra lavora a ricostruire la nazionalità del popolo ebraico.


L’editto reale gli dà evidentemente la missione di formare un popolo distinto dagli
altri e governato dalle sue proprie leggi religiose e civili. Ora, il potere di restaurare
politicamente Gerusalemme comprendeva quello di riedificare la città, poiché questa
ricostruzione era un seguito dell’organizzazione politica. Costruire una città, in effetti,
non significa solamente costruire delle case e dei bastioni, ma riunirvi dei cittadini e
farvi regnare delle leggi100 ... Esdra non aveva infatti bisogno di una missione più
specifica per ricostruire Gerusalemme: era autorizzato a stabilire nella sua nazione
una forma di governo; doveva stabilire dei tribunali incaricati di fare eseguire le leggi
di Mosè e di punire, pure con l’ultimo supplizio, i refrattari, chiunque fossero; era
infine autorizzato a prendere delle misure per garantire la sicurezza del popolo che gli
era affidato e per migliorare la sua situazione... Artaserse, permettendo il
ristabilimento d’una città a Gerusalemme, permetteva dunque, nello stesso tempo, di
costruire delle case e di mettervisi al riparo dagli attacchi del nemico».101
«Questa restaurazione operata da Esdra è, dopo la missione di Mosè, il più grande
avvenimento della storia giudaica. Seguendo la tradizione ebraica, Esdra,
raccogliendo i libri sacri, fissò il canone (450 a.C.)... Esdra fu così l’autore della
restaurazione materiale e religiosa del popolo giudaico».102
Artaserse autorizzò Esdra ad agire «secondo la sapienza del suo Dio».103 Questo
scriba non poteva non ignorare che secondo le parole di Isaia, Geremia, e di Daniele
stesso, la ricostruzione nazionale faceva parte del piano di Dio. Infatti scriveva:
«Poiché noi siamo schiavi; ma il nostro Dio non ci ha abbandonati nel nostro
servaggio; ché anzi ha fatto sì che trovassimo benevolenza presso i re di Persia i quali
ci hanno dato tanto respiro da potere rimettere in piedi la casa dell’Iddio nostro e
restaurare le rovine, e ci hanno concesso un ricovero (un chiuso, un riparo, un rifugio)
in Giuda e in Gerusalemme».104

fortificazioni”, o “piazza e muraglie” sarebbero accettabili. Nella ricostruzione di una città negligere le muraglie ed
insistere sui fossati è ben strano.- Walvoord, facendo probabilmente allusione al testo della masora, ammette che la
parola tradotta con “muro” (harûs) non è la parola normale per muro (hôma). La radice haras significa: tagliare,
aguzzare, decidere.- In Daniele 11:36 la stessa radice viene tradotta: ordinato, decretato, ecc. Questa traduzione la
si dovrebbe mantenere anche per Daniele 9:25.- A voce unanime la parola haratz non significa mai muraglia. La
traduzione “piazza e giudizi” sarebbe un'associazione logica, tanto più che le piazze in Oriente erano le corti dei
giudici, i giudici erano seduti vicino alla porta. Storicamente Esdra 7:25 ci parla di giudizi» P. Winandy, o.c., pp.
260,265,266,269. In tutta la storia d’Israele non si parla mai di scavo di fossati. Gerusalemme era così disposta: est-
sud valle del Cedron, sud-ovest valle di Hinnon, nord muraglia. La parte nord era la più debole e tutti gli attacchi
venivano da quella parte. Nessuno però menziona nella ricostruzione scavi fatti in quella zona. L’opera più
considerevole in questo senso: KENYON K. M., Jerusalem, Excavating 3000 Years of History, Thames and Hudson,
1969, non fa nessuna allusione. E. Rey traduceva: «Le piazze saranno ristabilite e i giudici ristabiliti» REY Eugène,
Une nouvelle traduction de Daniel 9:24-27, in Revue Adventiste, marzo 1938, pp. 4,5. L’editto di Artaserse
confermerebbe queste traduzioni per il fatto che menziona il ristabilimento dei giudici e dei magistrati (Esdra 7:25).
99
Esdra 7:26.
100
Cicerone diceva giustamente a questo proposito: «Urbis, oppidum muro cinctum; civitas vero, coctus, hominum
jure sociatus».
101
J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, pp. 1061,1062.
102
Th. Mémain, o.c., p. 43.
103
Esdra 7:25.
104
Esdra 9:9.

84 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

Ecco perché «la maggior parte dei commentatori fanno partire le 70 settimane
dall’editto di Artaserse»105 e «la data del 457... corrisponde al VII anno di regno di
Artaserse I°».106

«Piazze - giudici107 - e mura saranno rialzate e ricostruite nell’angoscia dei


tempi»108

Per quanto Esdra avesse ottenuto l’appoggio del re per ricostruire lo Stato di
Giuda, l’angelo aveva detto a Daniele che Gerusalemme sarebbe stata ricostruita «in
tempi angosciosi».

Autorizzazione a Nehemia

Nel XX anno del regno di Artaserse, tredici anni dopo l’emanazione dell’editto,
consegnato dal re ad Esdra, che autorizzava la ricostruzione della città, Nehemia, che
in quel tempo si trovava a Susa, venne informato da suo fratello Hanai e da altre
persone provenienti dalla Giudea, che coloro che erano tornati a Gerusalemme si
trovavano in grande difficoltà e che «le mura di Gerusalemme restano rotte, e le sue
porte, consumate dal fuoco».109 Come conseguenza di questa notizia Nehemia disse:
«Io mi posi a sedere, piansi, feci cordoglio per parecchi giorni, e digiunai e
pregai...».110 Questa sofferenza morale che porta Nehemia ad essere triste in presenza
del re Artaserse,111 di cui era coppiere, non può essere considerata, per nessun motivo
logico ed esegetico, come conseguenza della distruzione della città operata da
Nebucadnetsar nel 586 a.C., ma ha senso se è provocata da qualche cosa di ben più
recente; cioè dalle dolorose notizie ricevute dai connazionali sulle difficoltà di
ricostruzione delle mura della città di Gerusalemme. Per questa sua sofferenza il re,
per la stima riservata a Nehemia e per la sua benevolenza, gli concede
l’autorizzazione di recarsi a Gerusalemme per verificare lo stato di avanzamento dei
lavori di ricostruzione delle mura cittadine, e non per quanto accaduto 142 anni
prima. Nehemia riceve dal re l’autorizzazione di allontanarsi dalla corte per un
periodo di tempo alquanto breve, provvisorio.112 La sua assenza lascia un vuoto tra i
servitori del re e nelle sue abitudini. Nehemia non ha bisogno di molto tempo, recan-
dosi a Gerusalemme non forma nessuna nuova colonna di esuli, gli operai sono di già
sul posto. Però anche dopo l’arrivo di Nehemia a Gerusalemme la situazione rimane
105
VIGOUROUX Fulcran, La Sainte Bible Polyglotte, t. VI, Paris 1906, p. 345.
106
RENIÈ J., Manuel d’Ecriture Sainte, t. III, Paris 1946, p. 257.
107
Vedere nota n. 98, p. 84.
108
Daniele 9:25.
109
Nehemia 1:3.
110
Nehemia 1:4.
111
«La sorpresa e il dolore di Nehemia attestano che una autorizzazione di rialzare questa città era stata ottenuta nel
decreto dato da Artaserse a Esdra» J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, p. 1065.
112
Nehemia 2:6-8.

Quando la profezia diventa storia 85


CAPITOLO II

difficile a causa delle reazioni, della gelosia dei vicini. Nehemia infatti scrive: «Ma
quando Samballat, Tobia, gli Arabi, gli Ammoniti e gli Asdodei ebbero udito che la
riparazione delle mura di Gerusalemme progrediva, e che le brecce cominciavano a
chiudersi, ne ebbero grandissimo sdegno, e tutti quanti assieme congiurarono di
venire ad attaccare Gerusalemme e di procurarvi del disordine».113 «Ma Nehemia non
aveva... da fare ai bastioni che una semplice riparazione: colmare le brecce, restaurare
certe porte e innalzare le muraglie. Ora, per terminare queste riparazioni, lo spazio del
tempo indicato dal testo era sufficiente: c’erano numerosi carpentieri, materiale in
prossimità, e una grande attività tra i lavoratori».114 «La ricostruzione così rapida
delle mura, fatta sotto Nehemia in 52 giorni115, mostra che esse erano già in parte
rialzate. L’autorizzazione data a Nehemia da Artaserse I, nel XX anno del suo regno,
ha soprattutto in vista l’assenza del coppiere del re e suppone un permesso di già
accordato per ristabilire Gerusalemme; di modo che questa autorizzazione non
potrebbe essere vista come il punto di partenza delle 70 settimane... Il sistema
secondo il quale il decreto, per ricostruire Gerusalemme, daterebbe del XX anno del
regno di Artaserse Longimano, periodo in cui permise a Nehemia di assentarsi per
andare a rialzare le mura di questa città, è inammissibile».116

Fine delle 7 settimane, 408 a.C.

L’artefice principale dell’opposizione alla ricostruzione era Samballat, un nemico


giurato che, non potendo impedire i lavori perché c’era un decreto medo-persiano,
cercò di sabotarli e intimidire i costruttori. Finché visse Samballat per i Giudei furono
giorni di “angustia”. Due papiri di Elefantina del V secolo. a.C., poco posteriori al
periodo di Nehemia, ci potrebbero essere utili per fissare la fine delle difficoltà per
Israele. Nel 410 gli Ebrei di Elefantina chiedono al sommo sacerdote di Geru-
salemme, Yeuohanan, l’autorizzazione di ricostruire la sinagoga dell’isola che era
stata distrutta da una sommossa egiziana. Non ricevendo nessuna risposta, nel 408
scrivono una seconda lettera al governatore persiano di Samaria, Bagohi, sollecitando
lui e i figli di Samballat (che era morto tra il 410 e il 408) Delays e Selemyah di
intervenire presso il sommo sacerdote di Gerusalemme per avere il permesso. Se il
113
Nehemia 4:7,8.
114
E. Brunel, o.c., p. 162.
L’abate G. Ricciotti scrive a tale proposito: «Il tempo impiegato può sembrare troppo breve, e certamente... non si
sarebbe potuto compiere tutto in meno di due mesi, se si fosse trattato di tirare su delle mura addirittura livellate al
suolo. Ma senza dubbio, non era questo il caso... Nehemia nella sua ispezione notturna, trova specialmente mura
squarciate; doveva dunque trattarsi in gran parte di restauri. Inoltre, questi restauri erano ancor più facilitati dal fatto
che i materiali per compierli stavano lì a pochi passi dalle brecce: erano infatti macigni e pietre fatte rotolare dai
distruttori. Questa considerazione, mentre dà un’opportuna spiegazione alla brevità del tempo impiegato, raccomanda
sempre meglio la conclusione già tirata... che, cioè, le stesse mura erano state distrutte l’ultima volta soltanto un paio
d’anni prima, tra il 447 e il 446, quando già stavano per essere ultimate dopo un lungo periodo di ricostruzione. Alla
distruzione di Nebucadnetsar, vecchia già di un secolo e mezzo, non si può affatto pensare: i materiali delle sue
macerie erano stati utilizzati, fra altro, dai rimpatriati di Zorobabel, per la costruzione delle loro case e forse del
Tempio» G. Ricciotti, o.c., t. II, p. 144.
115
Nehemia 6:15.
116
J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, pp. 1067,1068,1073.

86 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

governatore poteva compiere quest’opera nei confronti del sacerdote ciò fa capire che
i rapporti si erano pacificati. «La distretta dei tempi» era arrivata al suo termine nel
408, 7 settimane (49 anni) dopo l’editto.117
Con William H. Shea desideriamo però precisare: «Nessuna sorgente storica a
nostra disposizione, sia essa biblica o extrabiblica, ci permette di sapere se la
ricostruzione della città sia effettivamente stata compiuta in questa data (408 a.C.). Da
un punto di vista strettamente storico, non possiamo affermare che la profezia si è o
non si è compiuta. Tuttavia, i libri di Esdra e di Nehemia confermano un punto:
Gerusalemme è realmente stata ricostruita in tempi difficili».118

Riepilogo

«“Il dabar”, che permetteva di ricostruire le mura di Gerusalemme, non è altro


che il decreto reale ottenuto da Esdra l’anno VII del regno d’Artaserse».119
Prideaux diceva: «Esdra è stato visto come un altro Mosè, con ragione è stato
considerato il secondo fondatore della Chiesa e dello Stato dei Giudei».120
«Il ritorno di Esdra, 457 a.C., risponde alle esigenze del testo ben compreso».121
Dal 457 a.C., quarantanove anni (le prime 7 settimane) sono serviti per
organizzare il nuovo Stato d’Israele e potere continuare la sua opera provvidenziale.
Allo scadere della prima parte della profezia «verso l’anno 408 - dice Fabre d’Envieu,
dopo aver citato Erodoto - Gerusalemme fu considerata come una grande città: nessun
documento ci permette di dubitare che la Città santa fosse ricostruita in quell’epoca, e
che essa fosse vista, da quel momento, come una delle più considerevoli città
dell’Asia».122

«Fino a Unto-Capo, sette settimane e sessantadue settimane»123

L’angelo aveva detto a Daniele: «Dall’uscita di una parola per rialzare e ricostruire
Gerusalemme fino a Unto-Capo sette e sessantadue settimane».124

117
Vedere G. Vidal, o.c., p. 183.
118
(Esdra 4; Nehemia 4:6). W.H. Shea, o.c., pp. 274,275.
119
E. Brunel, o.c., p. 171.
120
PRIDEAUX, Histoire des Juifs, t. II, cap. V; cit. da J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, p. 1070.
121
K. Auberlen, o.c., p. 160.
122
J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, p. 1096.
123
Daniele 9:25.
124
Daniele 9:25. Tra 7 settimane e 62 settimane c’è nel testo ebraico un segno che si chiama athnach un accento
disgiuntivo che indica una pausa, a seconda del senso della frase. Alcune versioni mettono un punto, altre una virgola,
altre un punto e virgola, e altre ancora non pongono nessun segno di punteggiatura. Mettere nella traduzione una
punteggiatura che faccia capire che la città viene ricostruita durante le 62 settimane è fuorviante. Nella realtà, come è
nella intenzionalità del testo, Gerusalemme è stata ricostruita, come abbiamo mostrato, durante le prime sette
settimane. K. Auberlen dice: «Potrebbe essere che l’athnach del versetto 25 debba il posto inusitato che occupa
all’intenzione di accentuare di più la differenza che c’è tra le sette e le sessantadue settimane. Invita il lettore a

Quando la profezia diventa storia 87


CAPITOLO II

Chi indica l’espressione Unto-Capo, in ebraico “Mesîah Nagid”?


La parola Mesîah deriva dalla radice aramaica “mashac” e significa ungere. La
parola “Nagid” significa propriamente capo, conduttore, guida, duce, principe;
letteralmente in ebraico: “quello che sta alla testa”.
Queste espressioni vengono tradotte dalla versione Vulgata: Christum Ducem;
dalla Siriaca: Cristo-Re; da Teodozione: Cristo egoumenou (come la Vulgata); la
Versione dei Settanta non le riportano.
Va rilevato che il testo non dice: fino a un capo, o conduttore, o guida o duce, il
quale è stato unto, ma fino a (alla venuta di) un Unto, a un prescelto quale Messia che
è al tempo stesso capo, o conduttore, o guida, o duce. L’angelo non vuole indicare un
personaggio qualunque e sconosciuto, che per le sue caratteristiche è stato unto, ma
specificamente l’Unto di Dio, il Messia, che è altresì capo, conduttore, guida, duce, e
che Israele attendeva non solo per sé, ma come guida di tutte le nazioni.
La rivelazione annuncia quindi colui che avrebbe realizzato quanto è stato detto
all’inizio al profeta.125
«La posizione di questi due termini in ebraico ha la sua ragione d’essere; essa
indica che la parola nagid è impiegata qui come un aggettivo, e che il Messia, messo
al primo posto e come sostantivo, è giustamente il personaggio principale al quale
l’aggettivo capo deve essere riferito».126

fermarsi un istante alle sette settimane prima di passare alle seguenti» o.c., p. 172. L’abate Th. Mémain scrive che
questo athnach sia stato messo nel testo Masoretico nel V secolo d.C. «senza valore disgiuntivo». Il teologo J.
Doukhan precisa che «questa punteggiatura risale al X secolo della nostra era», Boire…, p. 188, nota 204. Il testo
Masoretico viene contraddetto dalla versione di Teodozione, Giulio l’Africano, Eusebio e dalla Vulgata di Gerolamo.
(o.c., p. 23). A queste versioni si devono aggiungere: la LXX, la Peshitta siriaca e l’antica versione Latina. Questo
athnach dice l’abate Crampon: «È del tutto giustamente sospetto, posteriore di diversi secoli all’èra cristiana esso ha
potuto essere influenzato dal desiderio di sfuggire alle conseguenze che i santi padri tirarono da questo passo in favore
della dignità messianica di Gesù» o.c. Vedere anche La Bible Annotée, o.c., t. II, p. 309. Il testo dovrebbe essere letto:
«Fino al Messia-Capo sette settimane e sessantadue settimane». J.N. Darby che traduce tenendo conto della versione
dei LXX, della Siriaca e della Vulgata latina, scrive: «Dall’uscita della parola per ricostruire e ristabilire Gerusalemme,
fino al Messia, (il) Principe, ci sono sette settimane e sessantadue settimane, la piazza e il fossato saranno ricostruiti e
(questo) in tempi di disordine». La Bibbia edizione Salani traduce: «Sappi dunque e considera bene: dall’emanazione
della parola affinché sia edificata di nuovo Gerusalemme, fino a un Unto, un principe, vi saranno settimane sette e
sessantadue, e di nuovo saranno riedificate le piazze e le mura... ». La versione italiana della Vulgata, corretta per
ordine di Sisto V e edita sotto Clemente VIII, e detta per questo Sisto-Clementina, traduce: «Da quando uscirà l’editto
per la riedificazione di Gerusalemme fino a Cristo, al Principe, vi saranno sette e sessantadue settimane. Saranno
riedificate le piazze e le muraglie in tempo di angoscia». La Bibbia, Parola del Signore, traduce correttamente:
«Devono passare sette periodi di sette anni e sessantadue periodi di sette anni; questo ritorno dall’esilio e questa
ricostruzione della città e delle fortificazioni si faranno in tempi difficili».
125
Coloro che persistono nel rifiutare il miracolo della profezia identificano questo personaggio con il sommo
sacerdote Onia III, o chi per lui, al tempo di Antioco Epifane. La Bibbia di Gerusalemme attribuendo il nostro testo al
tempo dei Maccabei ha espressioni di incertezza e riconosce che bisogna andare oltre. «La profezia che segue,
parallela dei capitoli vicini, si riferisce agli avvenimenti della persecuzione di Antioco, ma in uno stile letterario
allusivo e misterioso (sic!) (assenza di nomi propri, cifre convenzionate e arrotondate (sic!)), così fa intendere che il
testo ha una portata più alta. Come l’annuncio del regno messianico (2:28 e 7:13), essa avrà la sua realizzazione
definitiva nel tempo di Cristo e della Chiesa. L’èra di pienezza descritta nel verso 24 supera infinitamente un semplice
ritorno alla pace. 9:26. Si può con Teodozione identificare questo Unto Messia con il sommo sacerdote Onia III
(confr. 2 Maccabei 4:35-38)». L’argomento maggiore per questa identificazione è dato dal testo di Daniele 11:22
dove il “principe” è identificabile con Onia III. Vedere nostro commento, nel capitolo XX, nota 66, p. 847 e nota n.
70, p. 848-850.
126
Th. Mémain, o.c., p. 23.

88 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

Queste due espressioni: Messia e Capo, indicherebbero i due aspetti della sua
opera: sacerdote e religioso l’una; guida, conduttore, re, principe l’altra.
«Il titolo di “unto” lo designa come uno di quelli che Dio ha scelto e rivestito del
suo spirito, e quello di “capo” (in ebraico, quello che è alla testa), sia come il capo
del popolo, sia forse come il primo tra tutti gli unti stessi, in quanto riunenti in sé la
regalità e il sacerdozio».127 L’abate Crampon fa notare: «Keil dice che l’Antico
Testamento conosce un solo personaggio che sia contemporaneamente sacerdote e re,
è il Cristo, il re Messia».128
La cerimonia dell’unzione si compiva su oggetti sacri del Tempio, ma soprattutto
su tre categorie di persone: sacerdoti, profeti e re. Questo rito significava l’opera
dello Spirito di Dio nell’appartare quell’oggetto o quella persona per una funzione
sacra. La figura del Messia per eccellenza, tenendo conto di quanto sopra, comportava
l’idea di un re sacerdote e profeta.
Quando Israele chiese a Samuele un re (melek) politico come lo avevano tutti i
popoli, Dio rispose dandolo nella persona di Saul.129 Poi in Davide, Dio diede sì un re
(melek)130 il quale però doveva pascere il popolo e, come rappresentante di Dio,
doveva svolgere la funzione di conduttore, capo, cioè nagid, come lo avevano
riconosciuto tutte le tribù d’Israele.131 Il nagid è il re nella sua funzione religiosa, il
pastore che è stato designato da Dio per la Sua opera. «Prendendo questo nome
(nagid), conduttore, capo, al posto del sostantivo (melek) re, l’angelo ha voluto
indicare che, pur essendo il Conduttore del popolo messianico, il Messia sarebbe stato
anche il Conduttore delle nazioni pagane».132 Del resto è così che Isaia parla del
Messia: «Ecco, io l’ho dato come testimone ai popoli, come principe e governatore
dei popoli».133 E questa era la funzione e la qualità che l’Eterno gli attribuiva.134
«Nessun termine poteva convenire meglio all’autorità del “buon Pastore”».135
Il filologo P. Winandy nella sua tesi di dottorato scrive: «Abbiamo notato che la
letteratura qumraniana dà generalmente una prospettiva escatologica ad entrambi i
termini “unto” e “capo”. Essi non sono mai applicati a un personaggio storico
contemporaneo. Nell’apocalisse di Daniele, facendo parte di questa categoria di
letteratura, siamo portati, di conseguenza, a dare a questi due termini una prospettiva
messianica».136

127
Salmo 110:1-4; Zaccaria 6:12,13. La Bible Annotée, o.c., t. II, p. 309.
128
Salmo 110:4; Zaccaria 6:13; Giovanni 4:25. A. Crampon, o.c.
129
1 Samuele 8:5,20,22.
130
1 Samuele 16:1.
131
2 Samuele 5:1,2; Salmo 78:71; vedere 1 Samuele 13:14. Il testo biblico attribuisce questa funzione anche a
Geroboamo e a Baasa (1 Re 14:7; 16:2); all’Eterno (Giobbe 31:37); ai principi infedeli (Salmo 76:12); ai principi
ingiusti (Proverbi 28:16); al re di Tiro (Ezechiele 28:2).
132
J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, p. 938.
133
Isaia 55:4.
134
Matteo 2:6.
135
BONNET Louis, Le Nouveau Testament, t. I, Evangile de Matthieu, Lausanne 1880, p. 9.
136
P. Winandy, o.c., p. 230.

Quando la profezia diventa storia 89


CAPITOLO II

Scriveva Jacques Cappel nel 1616: «Le 70 settimane cominciano dalla


pubblicazione dell’editto di Artaserse Longimano, l’anno VII del suo regno, ottenuto
da Esdra, in virtù del quale Nehemia senza altro nuovo editto ricostruì le mura di
Gerusalemme l’anno XX dello stesso Artaserse. Da questo editto fino al battesimo di
nostro Signore, durante il quale fu dichiarato dal Padre Cristo e Principe della nostra
salvezza, ci sono 69 settimane compiute».137
«Nelle prime 7 settimane Gerusalemme sarà veramente ricostruita, ma non nella
sua gloria messianica come divinamente promessa a Geremia e ad Isaia.138 No, non
sarà ricostruita che in una maniera tutta esteriore e miserabile, con piazze e fossi; sarà
un tempo di miseria, preferibile senza dubbio alla cattività, ma che non potrà essere
paragonato ai tempi della salvezza e della grazia in cui il Messia sarà venuto. Così
l’angelo distoglie lo sguardo di Daniele dalla fine della cattività e lo dirige sulla fine
delle 69 settimane, epoca in cui il Messia deve apparire. Poiché il destino del popolo e
della città santa, che preoccupa il profeta, non dipende che dalla posizione che essi
prendono nei confronti del Messia... la profezia messianica presenta questa doppia
faccia, annuncia contemporaneamente salvezza e giudizio».139

Come i profeti dell’Antico Testamento avevano descritto la venuta del Messia

Davide cantava di lui: «L’Eterno ha detto al mio Signore: “Siedi alla mia destra
finché io abbia fatto dei tuoi nemici lo sgabello dei tuoi piedi... Tu sei sacerdote in
eterno, secondo l’ordine di Melchisedec”.». «Si prostrino davanti a lui tutti gli dèi» e
«il tuo trono, o Dio, è per ogni eternità; lo scettro del tuo regno è uno scettro di
dirittura. Tu ami la giustizia e odi l’empietà. Perciò Iddio, l’Iddio tuo, ti ha unto...».140
«Poi un ramo uscirà dal trono d’Isai, e un rampollo spunterà dalle sue radici».
«Sorgerà a Davide un germoglio giusto, il quale regnerà da re... e questo sarà il nome
con il quale sarà chiamato: “L’Eterno nostra giustizia”.».141 Questo personaggio che è
contemporaneamente radice e ramo d’Isai, eleverà la sua gloria fino alle estremità
della terra e spunterà o nascerà «da te, o Bethlehem Efrata, ... da te mi uscirà colui che
sarà dominatore in Israele, le cui origini risalgono ai tempi antichi ai giorni eterni».142
E grazie a Lui, «il popolo che camminava nelle tenebre, vede una gran luce; su quelli
che abitavano il paese dell’ombra della morte, la luce risplende... Poiché un fanciullo
ci è nato, un figlio ci è stato dato, e l’imperio riposerà sulle sue spalle; sarà chiamato
Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre eterno. Principe della pace...».143

137
CAPPEL Jacques, Le livre de Babel ou l’Histoire du Siège Romain, Seda 1616, p. 1005; cit. A.F. Vaucher, o.c., p.
24.
138
Geremia 31:38-40; Isaia 54:11 e seg.: 60-62.
139
K. Auberlen, o.c., pp. 128,129. Luca 2:34; Gioele 3:1-5; Malachia 3:1-6; 4:2; Luca 2:29-35; 3:7-18.
140
Salmo 110:1,4; 97:7; 45:6,7.
141
Isaia 11:1; Geremia 23:5,6.
142
Isaia 11:10; confr. Matteo 22:41-46; Michea 5:1.
143
Isaia 9:1-5.

90 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

Preannunciando la venuta del Messia, Isaia dice: «Preparate nel deserto la via
dell’Eterno, appianate nei luoghi aridi una strada per il nostro Dio!».144
Questo Messia, Daniele lo aveva visto venire sulle nuvole del cielo - emblema
della divinità - nelle sembianze di un Figlio dell’uomo.145
Con i profeti dopo l’esilio il messianismo raggiunge il suo apogeo, essi
completano e chiariscono quanto già i loro predecessori avevano detto: «Manda gridi
di gioia, rallegrati, o figlia di Sion! Poiché ecco, io (l’Eterno) sto per venire, e abiterò
in mezzo a te, dice l’Eterno. E in quel giorno molte nazioni s’uniranno all’Eterno, e
diventeranno mio popolo; e io (l’Eterno) abiterò in mezzo a te, e tu conoscerai che
l’Eterno degli eserciti m’ha mandato a te».146 Questo inviato dell’Eterno è il
“compagno” dell’Eterno è l’Eterno stesso,147 come dice il profeta Malachia: «Ecco, io
l’Eterno vi mando il mio messaggero: egli preparerà la via davanti a me. E subito il
Signore, che voi cercate, l’Angelo del patto, che voi bramate, entrerà nel suo
tempio».148 E ancora Zaccaria precisa che questo Messia è il vero re promesso da
sempre con le parole: «Esulta grandemente, o figliola di Sion, manda gridi di
allegrezza, o figliola di Gerusalemme; ecco, il tuo re viene a te egli è giusto e
vittorioso, umile e montato sopra un asino, sopra un puledro d’asina»; e siccome verrà
a conquistare il mondo non con la spada, «Egli parlerà di pace alle nazioni» e allora le
spade delle nazioni si alzeranno verso di lui: «Destati, o spada, contro il mio pastore e
contro l’uomo che mi è compagno! dice l’Eterno degli eserciti».149 A questo
“compagno” dell’Eterno, “pastore” del suo popolo colpito dalla spada, si chiederà:
«“Che sono quelle ferite che hai sulle mani?” Ed egli risponderà: “Sono ferite che ho
ricevuto nella casa dei miei amici”». Ed è così che l’Eterno, parlando di ciò che Gli
avrebbero fatto, dice: «Ed essi riguarderanno a me, a colui che essi hanno trafitto, e
ne faranno cordoglio» e in seguito a questa sua sofferenza «il suo dominio si
estenderà da un mare all’altro».150
Questa rivelazione di Zaccaria di un Messia sofferente e glorioso, riflette ciò che
Isaia aveva detto di Lui tre secoli prima. «Ecco il mio servo prospererà, sarà elevato,
esaltato, reso sommamente eccelso. Come molti, vedendolo, sono rimasti sbigottiti
(quanto era disfatto il suo sembiante sì da non parere più un uomo, e il suo aspetto sì
da non parere più un figlio d’uomo), così molte saranno le nazioni di cui egli desterà
l’ammirazione; i re chiuderanno la bocca dinanzi a lui, poiché vedranno quello che
non era loro stato narrato, e apprenderanno quello che non avevano mai veduto».151
Proprio perché questo Messia-Salvatore era atteso, la sua figura aveva inorgoglito
i sovrani e da decenni i re si presentavano ai loro popoli col titolo di “soteros” cioè
salvatore, liberatore. «È in effetti appoggiandosi sull’idea della promessa di un Dio-
144
Isaia 40:3.
145
Daniele 7:13.
146
Zaccaria 2:10,11.
147
Zaccaria 13: 7. Il compagno dell’Eterno è un essere che partecipa alla sua natura, confr.: Levitico 25:15.
148
Malachia 3:1.
149
Zaccaria 9:9,10; 13:7.
150
Zaccaria 13:6; 12:10; 9:10.
151
Isaia 52:13-15.

Quando la profezia diventa storia 91


CAPITOLO II

uomo fatta all’umanità che i popoli pagani furono indotti ad adorare dei conquistatori,
degli uomini potenti».152 Gli dei liberatori: Osiride, Tammuz, Dumazi, Mitra, sono
simboleggiati da un ramo. Apollo stesso era simboleggiato con un ramo di alloro in
mano. Tutto ciò era il risultato di una deviazione e di un falso concetto del Messia. In
questo clima di confusione il Signore ha voluto dare delle precise indicazioni sul
senso e i tempi del Messia. «Questo sviluppo era diventato necessario a causa della
situazione religiosa e politica dei discendenti d’Israele, e anche a causa delle vedute
idolatriche dei re e dei conquistatori che stavano per dominare su loro fino alla venuta
del vero Messia».153

L’insegnamento dei rabbini sulla persona e l’opera del Messia154

Dopo il peccato della prima coppia Dio disse al serpente: «Io porrò inimicizia fra
te e la donna, fra la tua progenie e la progenie di lei; questa progenie ti schiaccerà il
capo e tu le ferirai il calcagno».155 Nel libro della Sapienza, la cui redazione risale al
III secolo a.C., si identifica il serpente dell’Eden con il demonio stesso,
insegnamento questo che ritroviamo anche nel Nuovo Testamento156 e che l’esegesi
giudaica, ha sempre sostenuto. Questo conflitto tra il Bene e il Male non si compie
senza rischio. L’interpretazione del più celebre degli esegeti ebrei, Rachi, è: «Tu gli
morderai il tallone e a causa di ciò lo farai morire».157 Le due morti, quella del
serpente e di chi lo schiaccia sono dunque simultanee. La posterità della donna,
uccidendo il serpente, morirà compiendo un sacrificio.
Sulla posterità della donna, alcuni hanno visto il popolo d’Israele, ma la maggiore
parte dei rabbini vi ha visto un uomo. La versione greca dei LXX, del III secolo a.C.,
usa il pronome personale maschile al nominativo (autos) per indicare la progenie che
schiaccerà la testa. Il pronome non può essere quindi riferito né alla donna né alla
progenie, un maschio, nel suo insieme. Per indicare la donna avrebbe dovuto avere un
pronome femminile, per la progenie uno neutro. «Si comprende che, sulla base di
questa ultima traduzione, è stato naturale più tardi identificare la posterità della donna
come se fosse il Messia stesso. Bisogna dire che nel seno dello stesso ebraismo, fino
ai nostri giorni,158 una forte corrente d’esegesi aveva abituato gli ebrei a leggere
Genesi III:15 in una prospettiva messianica. I Targum159 aramaici d’Onkelos e di

152
J. Fabre d’Envieu, o.c., t. I, p. 640. Forse anche per questo Gesù diceva: «Quelli che sono venuti prima di me
sono stati ladri e briganti» Giovanni 10:8.
153
J. Fabre d’Envieu, idem.
154
Ci è stato molto utile per questo paragrafo il lavoro di J. Doukhan, o.c., pp. 64-78.
155
Genesi 3:15.
156
Sapienza 2:24; Apocalisse 12:9.
157
Miqraoth, Gdoloth, Genesi 3:15; cit. da J. Doukhan, o.c., p. 66.
158
Pure commentatori moderni non esitano a interpretare Genesi 3:15 in senso messianico (confr.: BREUER Marc,
Thora commentée, p. 15); cit, idem, nota 102, p. 183.
159
Il Targum è la traduzione in aramaico delle Scritture. Questa opera viene scritta dopo l’esilio in Babilonia, tra il
IV secolo a.C. e il V secolo d.C., perché la lingua ebraica era caduta in disuso.

92 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

Gerusalemme si rifanno entrambi al Messia nel loro commentario del versetto in


questione».160
Ad eco della Genesi il profeta Isaia canta l’opera del Servitore dell’Eterno: «Erano
le nostre malattie ch’egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui s’era caricato; e
noi lo reputavamo colpito, battuto da Dio, ed umiliato. Ma egli è stato trafitto a
motivo delle nostre trasgressioni, fiaccato a motivo della nostra iniquità; il castigo,
per cui abbiamo pace, è stato su lui, e per le sue lividure noi abbiamo avuto
guarigione... Maltrattato, umiliò se stesso, e non aperse la bocca... fra quelli della sua
generazione chi rifletté ch’era strappato dalla terra dei viventi e colpito a motivo delle
trasgressioni del suo popolo? ... (Egli stesso darà) la sua vita in sacrificio per la
colpa».161 Nella tradizione giudaica questo personaggio fu identificato con il Messia
senza essere confuso con il popolo d’Israele. Il Talmud di Babilonia riporta una antica
tradizione secondo la quale, a proposito di Isaia LIII:4, il Messia doveva essere
chiamato il lebbroso: «I maestri (Rabbanan) hanno detto: il lebbroso della Scuola di
Rabbi... è il suo nome, poiché è detto: “Ha portato le nostre malattie si è caricato delle
nostre sofferenze, e noi l’abbiamo visto come un lebbroso, colpito da Dio e
umiliato”».162 A commento di questo stesso passo nel Midrash163 è scritto: «Messia di
nostra giustizia (Meshiah Tsidkenou), benché noi siamo i tuoi avi, tu sei più grande di
noi poiché tu hai portato i peccati dei nostri figli, e grandi oppressioni sono cadute su
te... tu non eri fra i popoli del mondo che derisione e scherno per Israele... la tua pelle
si era rattrappita e il tuo corpo era secco come legno, i tuoi occhi erano scavati dal
digiuno e la tua forza era dissecata come un coccio; tutto questo è avvenuto a causa
dei peccati dei nostri figli».164
La figura del Messia sofferente ritorna nel Midrash Rabbah dove gli si dà anche il
titolo di Re: «Il Re Messia... offrirà il suo cuore per implorare delle misericordie per
Israele, piangendo e soffrendo per loro secondo che è scritto in Isaia LIII:5: “È stato
ferito a causa dei nostri peccati”, ecc.; quando gli Israeliti peccano, Egli invoca su
loro la misericordia secondo che è scritto: “Per i suoi lividi noi siamo guariti” e
ugualmente: “Egli ha portato i peccati di molti uomini”, è perciò che il Santo
benedetto l’ha così decretato alfine di salvare Israele e di rallegrarsi con loro nel
giorno della resurrezione».165
«Esiste dunque tutta una letteratura giudaica d’Isaia LIII. Dal Talmud al Targum,
senza dimenticare le numerose Midrashim, è attestata una tradizione ben stabilita
secondo la quale il Messia, nettamente distinto da Israele, è un personaggio
determinato. La sua vocazione, prima di tutto redentrice, passa necessariamente
attraverso l’afflizione e la morte. È un Messia che “si carica dei peccati” degli altri ...

160
Idem, p. 67.
161
Isaia 53:4,5,7,8,10.
162
Sanhédrin 98b; cit. da idem, p. 68.
163
I Midrash sono una raccolta di scritti in cui i diversi libri della Scrittura sono spiegati secondo le tradizioni
antiche. Come i Talmud, appartengono alla legge orale e risalgono allo stesso periodo.
164
Pesiqta Rabbati, Pisqa 37; cit. idem.
165
Berechit Rabbati de Moche Hadarshan, Genesi 24: 67; cit. idem, p. 68.

Quando la profezia diventa storia 93


CAPITOLO II

- un Messia “vittima espiatoria”, “pecora muta”, per riprendere i termini del profeta
Isaia».166
Per il fatto che i profeti avevano presentato un Messia destinato a soffrire, a morire
e l’altro destinato alla gloria e all’eternità dal viso maestoso di re, si è pensato a due
Messia con vocazioni diverse. Ma è «un solo passo del Talmud167 (che) fa allusione a
questa differenza. Il Messia vi è indicato con le parole di figlio di Giuseppe (quando
rappresenta la vittima) e di figlio di Davide (quando rappresenta il re)».168
Col tempo, riassume J. Doukhan: «La letteratura giudaica nel suo insieme si è
impossessata di questo tema per forgiare tutta una dialettica sulla base di una
distinzione tra i due Messia. E più si avanza nel tempo, più la differenza si precisa.
Ma, all’origine, i testi tradizionali tenderebbero al contrario a prevenirsi contro una
tale duplicità del Messia».169 Del resto, «la sofferenza e la morte non costituiscono il
monopolio del figlio di Giuseppe. Il Talmud parla espressamente della morte del
figlio di Davide.170 È d’altronde significativo che il Messia sofferente, descritto in
Isaia LIII, è identificato come se fosse il Re Messia,171 vocabolo designante
specificamente il Messia figlio di Davide.172 In un altro scritto, il Messia figlio di
Giuseppe appare ugualmente sotto i tratti d’un Messia glorioso173... I ministeri dei due
Messia si incontrano dunque e danno sovente l’impressione di essere confusi. È
difficile dissociarli. Essi si rassomigliano troppo. Questa identità ha di già stupito il
Targum, che va fino a rassomigliarli a “due capri gemelli”174».175 Il pensiero di essere
di fronte a due Messia e non a un personaggio unico è causato dai diversi nomi che gli
si danno, i quali però non indicano più persone, ma rivelano differenti aspetti e
funzioni della sua opera. Un significativo discorso riportato nel Talmud
confermerebbe questo pensiero: «Un secondo re Davide, chiamato a regnare in gloria
e eternamente; o il lebbroso stesso chiamato a essere umiliato e caricato delle nostre
sofferenze e delle nostre malattie».176 «Secondo il lessico dei nomi propri biblici e
rabbinici, era normale che una sola e medesima persona portasse diversi nomi.177 E
parlare di un figlio di Giuseppe o di un figlio di Davide non significava
necessariamente riferirsi a due Messia diversi. Si aveva in effetti la tendenza a
riportare tutto al Messia figlio di Davide, come lascia capire un aforisma talmudico:

166
J. Doukhan, idem, p. 69.
167
Confr.: Soukhat 52a. È il solo passo di tutto il Talmud in cui si parla di due Messia. Si può dunque pensare che si
tratti di una addizione tardiva contemporanea ai Midrashim e alle apocalissi giudaiche che riflettono la polemica
giudeo-cristiana. Cit. idem, nota n. 126.
168
Idem, p. 171.
169
Idem.
170
Sanhédrin 98b; cit. idem.
171
Bereshit Rabbati, Genesi 24:67; cit. idem.
172
Idem, Genesi 19:36.
173
«Efraim (figlio di Giuseppe) 19:36 Messia di nostra giustizia, regna su loro (i popoli del mondo), trattali come ti
sembra bene» Pesiqta Rabbati, Pisqua 37; cit. idem, p. 72.
174
Targum, Cant. 4:5 e 7:3; cit. idem, p. 72.
175
J. Doukhan, idem, pp. 71,72.
176
Sanhédrin 98b; cit. idem, p. 72.
177
Vedere Isaia 9:5,6.

94 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

“Quanto al Messia, che faccia parte dei viventi o dei morti, il suo nome sarà
Davide”178».179
«Accanto a numerosi passi che ci presentano un Messia umano di carne e di
sangue, la Bibbia e la tradizione giudaica ci presentano un ventaglio di testi nei quali
il Messia prende la figura del Dio eterno... Non è il Messia che è Dio ma più
precisamente è Dio che è il Messia... Il movimento è qui discendente, e non
ascendente. Si tratta di una rivelazione di Dio e non di una usurpazione dell’uomo
paragonabile alla presunzione di Babele».180 Era normale che gli Ebrei si aspettassero
un Messia d’origine divina perché è scritto: «Io sono l’Eterno, e fuori di me non v’è
Salvatore».181 L’esegesi tradizionale giudaica è concorde nell’interpretare il passo di
Geremia XXIII:5,6 con il quale il profeta annunzia il Liberatore, il cui nome sarà
«l’Eterno nostra giustizia», in senso messianico: «Il Messia, ci dice il Talmud, sarà
chiamato col nome di Santo benedetto182 ... poiché è detto in Geremia XXIII:6: “Ecco
il nome con il quale sarà chiamato: Yahvé nostra giustizia”».183 «Quale è il nome del
Re Messia? si interroga il Midrash; R. Abba ben Kahana dice: “Yahvé è il suo nome
secondo che è scritto in Geremia XXIII:6: Ecco il nome con il quale lo si chiamerà:
Yahvé nostra giustizia’”».184 «Il Targum di Jonathan si pone nell’ottica
dell’interpretazione tradizionale e traduce il versetto citato in questo modo: “Ecco i
giorni vengono, dice Yahvé, in cui io susciterò a Davide il Messia di giustizia, egli
regnerà da Re e prospererà ed ecco il nome che gli si darà: giustizia ci sarà fatta nel
nome di Yahvé nei suoi giorni”».185
Questa identificazione del Messia con Yahvé non si riferisce solo al nome ma
anche alla sua eternità. Come il profeta Michea scrive che l’origine del Messia risale
ai «tempi antichi, ai giorni dell’eternità», così, «nello stesso ordine di idee, un buon
numero di passi del Midrash e del Talmud fanno riunire Dio e il Messia nelle loro
anteriorità, essi sono tutti e due “primi”».186 «Io mi manifesterò il primo, è Dio... e io
vi condurrò “il primo”, è il Messia».187
Il Targum, spiegando Isaia IX che precisa ancor meglio le caratteristiche divine
del Messia, ci dà questa interpretazione: «Il profeta disse alla casa di Davide: “Un
padrone ci è nato, un figlio ci è stato dato; egli prenderà la legge su lui per custodirla;
il suo nome è stato pronunciato dall’origine: Prodigioso in consiglio, Dio potente,
esistente eternamente, Messia nei giorni del quale abbonderà la pace su noi”».188

178
T. T. Ber 5a; cit. idem, p. 72.
179
Idem, p. 72.
180
Idem, p. 73.
181
Isaia 43:11; Osea 13:4.
182
È il nome di Dio nella letteratura rabbinica. Idem, nota n. 142, p. 186. Vedere Marco 14:61.
183
Baba batra 75b; cit. idem, p 74.
184
Eikah Rab., Pisqa 1, Lamentazioni 1:16. Midr. Mishkei Pq 19, Provvidenza 19-21: Midr. Tehillim, Salmo 21:1,2
ecc.; cit. idem, p. 74.
185
Targum, Geremia 23:5,6; cit. idem, p. 74.
186
J. Doukhan, idem, p. 75.
187
Pesiqta de rab Kahana, Pisqa 28; cit. idem, p. 75.
188
Targum, Isaia 9:5; cit. idem, p. 75.

Quando la profezia diventa storia 95


CAPITOLO II

Il Midrash nelle prime parole della creazione scorge l’ombra del Messia: «Genesi
I:3. E lo Spirito di Dio planava al di sopra delle acque, è lo Spirito del Re Messia
secondo che è scritto in Isaia LXI: “Lo Spirito dell’Eterno riposa su di lui”».189
Ciò che oggi sembra inconciliabile per gli Ebrei, il Messia, avrebbe in comune con
Dio la vocazione di salvatore, l’eternità, la regalità suprema, lo stesso nome di Yahvé,
lo stesso Spirito, pur continuando ad essere il figlio di Davide. Questo è un
insegnamento dato e riconosciuto nel passato e il Midrash propone l’ipotesi
straordinaria di una misteriosa generazione dall’alto: «Il Redentore che io susciterò un
giorno sarà senza padre secondo che è detto: “Ecco un uomo, semenza è il suo nome,
ed egli germinerà con i suoi propri mezzi”; come Isaia ha detto: “Egli si è elevato
davanti a lui come un seme, come un germoglio che esce da una terra secca...” ed è di
lui che la Scrittura dice: “Ecco oggi io ti ho generato”».190
E di fronte a questo problema un altro Midrash, utilizzando la stessa immagine,
evocherà un curioso fenomeno d’incarnazione in una forma ancora più suggestiva:
«Salmo LXXXV:12. La verità germoglierà dalla terra. R. Yudan disse: “È la nostra
salvezza che germoglierà dalla terra tramite l’operazione immediata di Dio... E perché
dice che germoglierà e non che nascerà? Perché il suo modo di nascere non sarà
simile a quello delle creature del mondo, ma differirà sotto tutti gli aspetti... Non ci
sarà nessuno che potrà nominare il padre del Messia e ancor meno conoscerlo. Ma ciò
sarà un mistero per i popoli, fino a che egli stesso venga e lo riveli”».191
«Un Midrash che s’interroga sulla personalità di Melchisedec, è indotto anche a
riferirsi al Salmo CX:4 per concludere: “Chi è? È il Re giusto e salvatore, il Re
Messia di cui è scritto in Daniele IX:24, per portare la giustizia eterna ... è il Re
Messia di cui si è parlato in Zaccaria XI:9: “Ecco che il tuo re viene a te... sopra un
puledro d’asina”.”».192

L’attesa messianica nel I secolo d.C.

La documentazione storica che gli Evangeli ci offrono indica quanto l’attesa del
Messia fosse sentita in quegli anni.
Il vecchio Simeone ed Anna che servivano nel tempio aspettavano la consolazione
d’Israele.193 Questa attesa era motivo di ricerca. Andrea disse a suo fratello Simone
dopo essere stato in contatto con Gesù: «Abbiamo trovato il Messia» e Filippo a
Natanaele: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella legge, ed i

189
Midrash Rabbah, Paar 2, Genesi 1:2; cit. idem, p. 77.
190
Bereshit Rabbati, Genesi 37:22; cit. idem, p. 77.
191
Tehillim Rabbati (rabbi Mosheh Hadarshan), Salmo 85:12; cit. idem, p. 77.
192
Bereshit Rabbati, Genesi 14:18; cit. idem, pp. 70, 71.
193
Luca 2:25-38.

96 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

profeti».194 Tutta questa attesa e ricerca esprimeva anche l’atteggiamento della classe
sacerdotale e dei responsabili del popolo. Essi attendevano il Messia ed erano
coscienti che i tempi erano maturi e che l’Unto-Capo si doveva manifestare. «I Giudei
mandarono da Gerusalemme dei sacerdoti e dei leviti» per chiedere a Giovanni
Battista: «Tu chi sei? ... Sei tu il profeta? ... Perché dunque battezzi se tu non sei il
Cristo? Il Battista rispose: “Io sono la voce d’uno che grida nel deserto: Raddrizzate
la via del Signore, come ha detto il profeta Isaia...”» e precisa che è «colui che viene
dietro di me, al quale io non sono degno di sciogliere il laccio dei calzari».195 Mentre
Giovanni Battista insegnava: «Il Regno dei cieli è vicino», «il popolo (era) in attesa e
si domandava se “non fosse lui il Cristo”».196
Dopo che Gesù fece un miracolo la folla si chiese: «Non è costui il figlio di
Davide?».197 In Gerusalemme il popolo diceva di Gesù: «Questi è davvero il profeta»
e altri: «Questi è il Cristo».198 E poco prima che Gesù entrasse in Gerusalemme
osannato: «Essi (le persone) pensavano che il Regno di Dio stesse per essere
manifestato immediatamente».199 Giuseppe d’Arimatea aspettava questo Regno.200 A
Gesù i Giudei chiederanno dopo due anni e mezzo dall’inizio della Sua opera
pubblica: «Se tu sei il Cristo, diccelo apertamente».201
Dopo la metà del I secolo per gli Ebrei il tempo nel quale il Messia si sarebbe
dovuto rivelare era scaduto. Non avendo accettato Gesù, aspettavano da un momento
all’altro la realizzazione delle profezie. Per accelerare i tempi e costringere il Messia a
manifestarsi si ribellarono all’Impero Romano.
Lo storico romano Svetonio, presentando la causa della distruzione di
Gerusalemme, dell’anno 70 d.C., scriveva: «Era divulgato per tutto l’Oriente da molto
tempo prima, e per ferma opinione si teneva che i fati volessero che in quel tempo
quelli che venissero di Giuda, avessero ad esser signori del mondo: il che per quanto
si vide, per gli eletti chiaramente fu predetto dell’Impero Romano».202
Tacito, alla fine del I secolo, dopo aver descritto i fenomeni che si manifestarono
nel tempio poco prima della sua distruzione, parlando dell’attesa del Liberatore, che
era stata la causa prima della resistenza degli Ebrei, diceva: «Dagli antichi libri dei
sacerdoti si predicava proprio che in quel tempo prevarrebbe l’Oriente, e da Giuda
sorgerebbero i possessori del mondo; i quali oracoli Vespasiano e Tito
annunciavano».203
Queste dichiarazioni degli storici romani risentivano dell’influenza dell’ebreo, ex
fariseo, Giuseppe Flavio, testimone oculare della distruzione del tempio e della città,
194
Giovanni 1:41,45.
195
Giovanni 1:19,21,25,23 (confr. Isaia 40:3), 27.
196
Matteo 3:2; Luca 3:13.
197
Matteo 12:23.
198
Giovanni 7:40,41.
199
Luca 19:11.
200
Luca 23:51.
201
Giovanni 10:24.
202
Svetonio, Vita dei dodici Cesari - Vespasiano, cap. IV.
203
Tacito, Opere: Storie, libro V:13, vol. IV.

Quando la profezia diventa storia 97


CAPITOLO II

che prima di loro aveva scritto: «Ciò che li aveva soprattutto eccitati (ciò che aveva
sostenuto i ribelli contro Roma), era un oracolo ambiguo, contenuto nelle Sante
Scritture, il quale diceva che, verso questa epoca, un personaggio uscito dalla Giudea
si sarebbe impadronito dell’impero e di tutto l’universo. Questo essi lo intesero come
se alludesse a un loro connazionale».204
Giuseppe, nascondendo lo scandalo e la vergogna d’Israele nell’avere rifiutato
l’Unto dell’Eterno, attribuì a Vespasiano imperatore ciò che i profeti avevano
annunciato dell’Unto-Capo, dicendo: «Ciò che ho da dirti da parte di Dio è di una
importanza maggiore del mio imprigionamento. Tu sei annunciato dagli oracoli della
religione di Mosè, tu sei il padrone predestinato della terra, del mare e di tutto il
genere umano».205 E, criticando come i suoi connazionali capirono la profezia di
Daniele relativa al Messia, diceva: «Molti sapienti si sbagliarono nella sua
interpretazione, mentre la profezia in realtà si riferiva al dominio di Vespasiano
acclamato imperatore in Giudea».206 Giuseppe fu l’unico giudeo ad attribuire a un
pagano la funzione di Messia, la cecità dei suoi connazionali non giunse a tanto. Fu
l’attesa di un Messia prettamente politico e terrestre che impedì agli Ebrei di
riconoscere in Gesù il vero Cristo.
Questa attesa di un messia conquistatore di popoli era tale che Erode stesso si
considerava una specie di liberatore e aveva fondato una setta che portava il suo nome
per sostenerlo: gli erodiani.
Michel Nicolas ha fatto giustamente notare: «Non si è mai avuto, presso i Giudei,
movimento (politico) che non sia stato provocato da qualche interesse religioso» che
non trovasse la sua ispirazione nel testo sacro e anche «Teuda non era certamente un
semplice fazioso politico» e «la presa d’armi di Giuda era evidentemente il risultato
di un’opinione religiosa»; visto che «Giuseppe lo dà come l’autore di una nuova
setta».207 Questi messia si presentarono prima di Gesù.208 Giuda Gaulamita capo degli
zeloti era visto come messia. Menahem, all’inizio della guerra, si mise alla testa degli
insorti con il titolo di re di Gerusalemme. Rabbi Akiba indicava nel grande ribelle del
132 d.C., il cui nome fu cambiato in Bar Kokeba, figlio della stella, «la stella che
deve nascere da Giacobbe».209

204
Giuseppe Flavio, Guerre Giudaiche, libro VI:5.
205
Eusebio, Storia Ecclesiastica, libro II, c. 19.
206
G. Flavio, idem, VI:5.
207
NICOLAS Michel, Des doctrines religieuses des Juifs, p. 118; cit. da J. Fabre d’Envieu, o.c.. t. II, p. 1143.
208
Atti 5:36,37. È anche a loro che si riferiscono le parole di Gesù riportate in Giovanni 10:8.
209
Bar Kokeba fu poi soprannominato Bar Kozeba “figlio della menzogna”.
Gli abati Léman, di origine ebraica, hanno presentato una lunga lista di falsi messia e scrissero: «Nei vostri libri, o
Israeliti, nelle vostre sinagoghe, nelle vostre scuole, si è sempre fatto mistero dei falsi Messia e delle delusioni dei
nostri antenati. Eccone la lista, elaborata e veritiera: Teuda, in Palestina, nell’anno 24. Simone il Mago, in Palestina,
negli anni 34-37. Menandro, stessa epoca. Dosito, in Palestina, negli anni 50-60. Bar Kokeba, in Palestina, nell’anno
138. Mosè, nell’isola di Creta, nell’anno 434. Giuliano in Palestina, nell’anno 530. Un Siriano, sotto il regno di Leone
l’Isaurico, nell’anno 721. Sereno, in Spagna, nell’anno 724. Un altro, in Francia nell’anno 1137. Un altro, in Persia,
nell’anno seguente, 1138. Un altro, a Cordova, nell’anno 1151. Un altro, dieci anni più tardi, a Fez, nell’anno 1161.
Verso la stessa epoca, un altro, in Arabia nel 1167. Poco dopo, un altro, verso l’Eufrate. Un altro, in Persia, nell’anno
1174. David Almusser in Moravia, nell’anno 1176. Un altro, durante la vita del R. Sal. Adrath, nell’anno 1280. David
Eldavid, in Persia, nell’anno 1199 o 1200. Ismael-Sophi, in Mesopotamia, nell’anno 1497. Il rabbino Lemlen, in

98 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

Gli anni che seguirono la vita pubblica di Gesù furono un fiorire di Messia, e fu
l’attesa del liberatore politico la causa, come abbiamo visto sopra, della distruzione di
Gerusalemme. Gesù cosciente della sua messianicità mise in guardia la Chiesa, nel
suo discorso escatologico, contro il sorgere di questi millantatori che avrebbero fatto
opere potenti e segni straordinari.210

Realizzazione storica dell’«Unto-Capo»

«Il primo ciclo, quello di 7 volte 7 anni, si riferisce alla ricostruzione completa
della città; il secondo, quello di 62 settimane d’anni, rappresenta il tempo che passerà
da questa ricostruzione fino all’avvento del Messia; la settimana che resta per
completare il numero 70 è l’era messianica stessa».211
Se sommiamo al 457 a.C. i 483 anni delle 69 (7+62) settimane, giungiamo
nell’estate del 27 d.C.212
«Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, essendo Ponzio Pilato
governatore della Giudea… la parola di Dio fu rivolta a Giovanni (Battista), figlio di
Zaccaria, nel deserto. Ed egli andò per tutta la contrada attorno al Giordano,
predicando un battesimo di ravvedimento».213
Il canonico Vidal scriveva: «Questo quindicesimo anno si deve contare a partire
dal 765 (anno di Roma), data nella quale Augusto fece votare dal Senato e dal popolo
romano dell’impero che Tiberio era suo uguale alla testa dell’impero. Tiberio stesso
contava i suoi anni di potere supremo partendo dal 765, così come lo si può vedere

Austria, nell’anno 1500. Un altro, in Spagna, nell’anno 1534. Un altro, nelle Indie Orientali, nell’anno 1615. Un altro,
in Olanda, nell’anno 1624. Zabathai Tzevi, in Turchia, nell’anno 1666» LÉMAN, La question du Messie..., pp. 21-24;
cit. J. Fabre d’Envieu, o.c., pp. 1162,1163.
«La Cabala annunciava l’arrivo del Messia per lo stesso anno (1666). Apparve nell’ora fissata. Era un giovane di
Smirne, d’una bellezza straordinaria, d’una eloquenza travolgente con tutte le caratteristiche di un ispirato. Secondo
un altro metodo di trascrizione, si nominava Sabtai Zèvi. Tutti i rabbini della Turchia lo riconobbero; dei proseliti
andarono da lui dalla Germania, da Amsterdam, da Londra. Il regno d’Israele si stava per realizzare, il regno di Dio
stava per cominciare, ma denunciato come impostore da un rabbino di cui non aveva voluto essere il vicario, e portato
davanti al sultano Mohammed IV, si fece mussulmano, ed ebbe un posto di portachiave dell’harem» Cit. Idem, pp.
1163,1164. Gli abati Léman menzionano, accanto ai nomi di questi Messia, “le sorgenti storiche” da dove si possono
attingere delle informazioni su questi personaggi, e traggono da questo quadro la conclusione seguente, molto valida a
fare riflettere i loro connazionali: «Tutto questo, o Israele, è autentico; tutto questo è storia, è luce, non una volta, non
dieci volte, ma venticinque volte i nostri antenati sono stati giocati da questo miraggio; per non aver riconosciuto il
Messia là dove era, ci si è ridotti a cercarlo là dove non era» cit. Idem, p. 1164. Lo stesso Napoleone I fu considerato
da molti Ebrei come il Messia.
210
Matteo 24:11,23,24.
211
A. Crampon , o.c., nota.
212
Vedere Grafico n. 1, p. 100.
Per la data del battesimo di Gesù vedere: WABNITZ Auguste, Histoire de la Vie de Jésus, vol. I, Montauban, p.
189; BENGEL J.A., Schriftmaessige Zeit-Rechnung, Tuebingen 1747, p. 177; PRESSANCE Edmond de, Jésus-Christ, son
temps, sa vie, son œuvre, Paris 1866, p. 301,302; 7a ed., 1894, p. 311,312.
213
Luca 3:1-3.

Quando la profezia diventa storia 99


CAPITOLO II

sulle sue monete».214 Alcune di queste monete trovate ad Antiochia in Siria, hanno
l’effigie di Tiberio con l’iscrizione “Kaiser Sebastos”.215
Questa associazione al trono Augusto l’ha voluta nell’ottobre del 765, al suo
ritorno dalla guerra in Germania, dove ottenne numerosi successi, due anni prima di
morire, il 19 agosto 767 anno Roma, che corrisponde all’anno 14 d.C..216 Quindi il
quindicesimo anno di Tiberio Cesare va dall’ottobre del 26 d.C. all’ottobre del 27
d.C.
In occasione della prima Pasqua che Gesù celebrò a Gerusalemme, primavera del
28 d.C., i Giudei gli chiesero un segno della sua messianicità dopo che Egli aveva
cacciato i commercianti dal tempio. Gesù rispose: «“Disfate questo Tempio e in tre
giorni lo farò risorgere”. Allora i Giudei dissero: “Quarantasei anni è durata la
fabbrica di questo tempio e tu lo faresti risorgere in tre giorni?”».217 Scriveva l’abate
Ricciotti: «Poiché si può stabilire con sicurezza che Erode il Grande cominciò il
rifacimento totale del tempio nel 20-19 a.C., se discendiamo per 46 anni da questa
data otteniamo l’anno 27-28 d.C. che sarebbe il primo della vita pubblica di Gesù».218
Se nell’anno 27 d.C. scadono le 69 settimane o la 62a settimana, in che modo viene
consacrato l’Unto? Nell’evangelo leggiamo: «Ora avvenne che come tutto il popolo si
faceva battezzare, essendo anche Gesù stato battezzato, mentre stava pregando, si aprì
il cielo, e lo Spirito Santo scese su di lui in forma corporea a guisa di colomba; e
venne una voce dal cielo: “Tu sei il mio diletto Figlio; in te mi sono compiaciuto”».219
Col rito dell’unzione nell’Antico Testamento si voleva manifestare che l’Eterno
aveva consacrato quella persona ad una funzione particolare. Il battesimo di
ravvedimento, che Giovanni Battista faceva, preparava il regno messianico.220 In quel
tempo, sei mesi dall’inizio della sua predicazione, Gesù uscì dal suo lungo anonimato
e chiese il battesimo non perché avesse bisogno d’ottenere il perdono per qualche

GRAFICO N. 1
69 settimane = 483 anni 1 settimana
3 anni e mezzo + 3 anni e mezzo
__.___________ _ / /_ ___ ___ _______ __.__.__.__._ † __________.__
a b c d e f g

214
G. Vidal, o.c., p. 140 bis.
215
Vedere SCHAFF Philip, Histoire de l’Eglise chrétienne, New York 1870, vol. I, p. 120.
216
Vedere Grafico n. 2, p. 101. Tacito, Annali (I:3), scrisse: «Tiberio fu assunto da Augusto come collega
dell’impero e consocio del potere tribunizio». Svetonio scrisse (Tiberio 12): «Secondo la legge, emanata per mezzo
dei consoli affinché amministrasse insieme con Augusto le province ed esercitasse il censo». Valerio (libro 11, 121)
disse che a Tiberio venne conferito il comando militare. Così dal 765 anno Roma (12 d.C.), Tiberio condivise con
Augusto l’impero, il potere tribuno, quello proconsolare nelle province, il comando degli eserciti e il diritto del censo.
217
Giovanni 2:19,20.
218
RICCIOTTI Giuseppe, Vita di Gesù, Mondadori, Milano 1968, p. 173.
219
Luca 3:21,22.
220
Marco 1:4; Luca 3:3.

100 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

457 a.C. 27 d.C. 31 d.C. 34 d.C.

a) L’editto di Artaserse viene promulgato nel 1° giorno del primo mese del suo XX
anno di regno (Esdra 7:9) = marzo 457 a.C. Cinque mesi dopo entra in vigore,
Esdra raggiunge Gerusalemme: luglio 457 a.C.
Dal luglio del 457 a.C. a fine anno: 6 mesi
Dal gennaio del 456 a.C. a fine dicembre dell’1 a.C.: 456 anni
Dal gennaio dell’1 d.C. a fine dicembre 26 d.C.: 26 anni
b) Giovanni Battista inizia il suo ministero fine inverno
primavera del 27 d.C. Gesù, suo cugino, era nato sei
mesi dopo di lui (Luca 1:35,26) e possiamo dire che
la Sua attività pubblica sia iniziata nello stesso anno,
sei mesi dopo, quindi fine estate inizio autunno del
27 d.C. (Luca 3:1,21-23) 8 mesi
Dall’entrata in vigore dell’editto di Artaserse, luglio 457 a.C. al battesi-
mo di Gesù ci sono: 69 settimane = 483 anni 2 mesi
Dal battesimo di Gesù alla sua crocifissione ci sono tre anni e mezzo.
c) 1a Pasqua celebrata da Gesù dopo circa sei mesi dal suo
battesimo: primavera 28 d.C. (Giovanni 2:13) 6 mesi
d) 2a Pasqua celebrata da Gesù, primavera 29 d.C. (Giovanni5:1) 1 anni
e) 3a Pasqua celebrata da Gesù, primavera 30 d.C. (Giovanni 6:4) 1 anno
f) 4a Pasqua celebrata da Gesù, primavera 31 d.C. (Giovanni
11:55) 1 anno
a
È durante questa 4 Pasqua, 31 d.C. che Gesù viene crocifisso
dopo 3 anni e 6 mesi dall’inizio del suo ministero 3 anni 6 mesi
g) Fine 70 settimane: 34 d.C.: Israele cessa di essere il popolo di Dio.
Avvenimenti particolari:
- primo martire: morte di Stefano (Atti 7:59);
- prima persecuzione generale contro la Chiesa (Atti 8:1, 3);
- prima dispersione dei credenti (Atti 8:4);
- prima evangelizzazione agli incirconcisi, con prima manifestazione dello
Spirito Santo sui pagani e primi battesimi di credenti senza essere stati
circoncisi (Atti 10);
- prima costituzione della Chiesa al di fuori della Palestina in territorio
pagano, Antiochia (Atti 11:19 e seg.);
- prima volta che i credenti vengono chiamati cristiani (Atti 11:26).

GRAFICO N. 2

Anno Roma Anno Tiberio Era Età di Gesù


221 222
Cesare cristiana

221
Ogni anno di regno di Tiberio Cesare va dall’ottobre all’ottobre.

Quando la profezia diventa storia 101


CAPITOLO II

749 5 a.C. Autunno 5 a.C. nascita di Gesù


750 4 1 Primavera 750 anno Roma, morte di Erode
751 3 2
752 2 3
753 1 a.C. 4
754 1 d.C. 5
755 2 6

765 12 16 Ottobre 765, Tiberio viene associato al trono


766 1 13 17 dal padre Augusto
767 2 14 18 19 Agosto 767 anno Roma. Morte di
Augusto
777 12 24 28
778 13 25 29
779 14 26 30 XV anno di Tiberio Cesare: ottobre 26-
780 15 27 31 ottobre 27; estate-autunno 27 d.C., battesimo
781 28 32 di Gesù
782 29 33
783 30 34
784 31† Primavera 31 d.C., morte di Gesù, aveva 34
785 32 anni
786 33
787 34 34 d.C. Primo martirio: morte di Stefano.
Prima persecuzione e prima dispersione della
Chiesa. Prima evangelizzazione ai pagani.
Prima discesa dello Spirito Santo sui gentili.
Primi battesimi degli incirconcisi. Prima
Chiesa tra la gentilità. Per la prima volta i

222
È riconosciuto universalmente che il monaco scita Dionigi il Piccolo († 556 d.C.) ha commesso un errore quando
fissò la nascita di Gesù il 25 dicembre del 753 anno di Roma chiamando quindi l’anno 1 d.C. il 754 anno di Roma. Per
non correggere tutti gli scritti fino al IX secolo (data della scoperta dell’errore cronologico) si è lasciato
convenzionalmente l’anno 1 come inizio dell’èra cristiana.
Erode il grande, che ordinò la strage degli innocenti (Matteo 2:12-18), morì nei primi quindici giorni del mese di
Nisan, fine marzo inizio aprile del 750 a.Roma. Considerando che:
- Gesù, quale primogenito, doveva essere stato presentato al Tempio non prima di 40 giorni dalla sua nascita,
secondo la legge levitica (Levitico 12:1-4);
- Erode morì qualche tempo dopo la strage degli innocenti;
- quando Gesù nacque i pastori erano sulle colline di Betlemme a vegliare i loro greggi, cosa che non facevano nei
mesi invernali (a Gerusalemme in dicembre c’è anche la neve):
possiamo fissare la nascita di Gesù nell’autunno del 5 a.C.
Gesù compì il suo trentesimo anno d’età nell’autunno del 26 d.C. che corrisponde all’inizio del XV anno di regno
di Tiberio Cesare. Affinché un ebreo potesse compiere una funzione pubblica doveva aver compiuto il 30° anno di età.
«Gli antichi consideravano il trentesimo anno come il punto culminante, l’acme della vita umana dal punto di
vista fisico e intellettuale (vedere Senofonte, Memorabili I; Dionigi d’Alicarnasso, Antichità Romane, 4,6)» GODET
Frédéric, Commentaire sur l’Evangile de S. Luc, t. I, 4a ed., Neuchâtel 1969, p. 270.
Durante il XV anno di Tiberio Cesare, Giovanni Battista inizia la sua opera di preparazione e prima della fine
dell’anno, nell’estate-autunno del 27 d.C. Gesù si fa battezzare da lui, non avendo ancora compiuto il 31° anno di età;
Luca dice, «aveva circa 30 anni» (3:23). Questa «espressione... è ricercatamente elastica, a causa del suo avverbio
circa. Presso di noi oggi si potrebbe applicare anche con una differenza di due unità in più o in meno... Presso i Giudei
antichi questa elasticità non solo non poteva mancare ma vi sono vari indizi per ritenere che fosse anche maggiore... il
numero base poteva essere accresciuto anche di tre o quattro unità» G. Ricciotti, o.c., p. 173.

102 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

fedeli sono chiamati cristiani.


peccato,223 ma per esprimere la sua volontà di riconfermare col Padre quell’unione
che lo avrebbe reso capace di realizzare il suo compito di salvatore dell’umanità.224
Per questo necessitava che la Sua unione con Dio fosse completa. Nel momento in
cui si consacrava per compiere la sua opera, iniziava per lui la fase dolorosa della sua
vita. L’opera del suo ministero «è l’inizio della sua autoproclamazione come
Mediatore tra Dio e gli uomini».225
Con il battesimo Gesù domanda a Giovanni che questa sua consacrazione interiore
sia una testimonianza universale. Gesù, pur non avendo peccato, con il battesimo
esprime la sua solidarietà con il popolo, con l’umanità caduta, confessa il peccato non
come colui che l’ha commesso, ma come colui che prende la risoluzione di portarne
le conseguenze per vincerlo e sradicarlo dal cuore dell’uomo. È per questo che,
quando il Battista rivede Gesù sulle rive del Giordano, dice di lui: «Ecco l’Agnello di

223
Per gli Ebioniti (Giudei diventati cristiani) che facevano voto di povertà e vivevano in una forma umile e
semplice, Gesù aveva peccato fino al momento del battesimo, ma da quel momento Dio è entrato in Lui e la divinità si
unì all’umanità. Questo ragionamento, del resto insostenibile biblicamente, era il frutto di un errore di fondo che non
voleva ammettere la totale divinità del Cristo, cioè Dio che a Natale si presenta come uomo. Per gli Adozionisti Gesù
è stato un uomo come gli altri e al momento del battesimo viene adottato dal Padre. Mani, (III secolo), che dà origine
alla dottrina manichea, ragionava come i precedenti, pensava che Gesù avesse peccato fino al momento del battesimo.
Ma Gesù per il Nuovo e l’Antico Testamento è l’Agnello di Dio senza macchia e difetto alcuno.
224
Di fronte al rifiuto di Giovanni: «Sono io che ho bisogno d’esser battezzato da te, e tu vieni a me?», Gesù rispose:
«Liberami ora (traduzione letterale: Matteo 3:14,15) poiché conviene che compiamo ogni giustizia». Generalmente si
traduce questa risposta di Gesù con le parole «Lascia fare per ora». Ma l’espressione usata da Gesù è “afes arti” che
viene dal verbo “afiemi” e significa: lasciare andare, liberare. Era il termine tecnico che veniva usato in occasione
dell’anno sabbatico (ogni sette anni) e in occasione del giubileo (ogni 49 anni) con il quale si annullavano i debiti, si
rendeva la libertà agli schiavi, si restituivano le proprietà agli originari possessori. Principio questo che permetteva la
continuità del commercio, limitava il latifondismo e il pauperismo. Sistema meraviglioso che voleva arginare la sete di
possesso dell’uomo e ricordargli che era un amministratore dei beni di questo mondo e il suo prossimo un fine e non
un mezzo. Questo principio, purtroppo, anche in Israele non fu mai applicato interamente.
Da che cosa Gesù doveva essere liberato dal momento che l’evangelista constata: «Allora Giovanni lo liberò»?
Generalmente viene tradotto: «e lo lasciò fare», versione Luzzi. Lo liberò non dal peccato perché Gesù non commise
peccato (Giovanni 8:46; 14:30; Luca 23:47), ma è venuto nella carne simile a quella di peccato (Giovanni 1:14). «La
parola carne, che non bisogna confondere con corpo, è scelta specificatamente per indicare, sempre nella Scrittura, la
natura umana, l’uomo. La natura umana con l’idea ... di debolezza, d’infermità, di sofferenza e di mortalità che sono la
conseguenza del peccato» L. Bonnet, o.c., t. II, Evangile de S. Jean, t. II, pp. 49,50; Romani 8:3. Gesù sentiva
pienamente il peso della natura degenerata e ne chiedeva la liberazione. «Cristo non ha preso una carne di peccato, ma
una carne simile al peccato - la carne non è stata in lui un principio di concupiscenza, ma solamente un principio di
infermità» LIBERTON Jules, Les origines du dogme de la Trinité, 5a ed., pp. 377,378. Cristo, il secondo Adamo, si
trovava svantaggiato nei confronti del primo per il fatto che ereditava nel Suo corpo una debolezza fisica e morale
causata da millenni di peccato (Romani 5:14) ed era assoggettato alla legge della ereditarietà. La differenza tra noi e
lui è che il peccato commesso da Adamo ha dato origine in noi a una malattia che prima o poi si manifesta come
personale peccato della nostra volontà. Gesù, quale secondo Adamo (Romani 5:12 e seg.), pur venuto nella fragilità
della nostra carne, non aveva una natura propensa al male pur avendo bisogno per la sua protezione e crescita il
soccorso dello Spirito, come avvenne fin dalla sua incarnazione (Luca 1:35). In noi la tentazione scaturisce dal nostro
interno, dalla nostra concupiscenza (Giacomo 1:14), mentre Gesù era sollecitato dal peccato dall’esterno, da una
realtà al di fuori di lui, come fu per Adamo quando fu sedotto. Gli evangeli elencando la genealogia di Gesù (Luca
3:23-38; Matteo 1:1-17) ci presentano tra i suoi avi nomi di peccatori e di peccatrici. Una tale eredità doveva pesare
molto sulla coscienza del Messia e quindi questo “afes arti” potrebbe corrispondere al bisogno che Egli sentiva
dell’aiuto del Padre per potere realizzare tutta la giustizia di Dio nella Sua persona, essendo continuamente presente il
pericolo di cadere nella ribellione dell’avversario.
225
JÜNGEL Eberhard, Il battesimo nel pensiero di Karl Barth, ed. Claudiana, Torino 1971, p. 22.

Quando la profezia diventa storia 103


CAPITOLO II

Dio che toglie i peccati del mondo».226 Gesù solidarizza col nostro peccato, ne porta
le conseguenze e muore; il credente con la sua conversione, solidarizza con lui nella
sua vittoria e con il battesimo testimonia di risuscitare a una nuova vita.
Il Padre accetta la sua consacrazione, il suo impegno in favore dell’uomo, ed egli
stesso a sua volta lo consacra, lo unge. Lo Spirito Santo scende su di lui in forma
corporea, a guisa di colomba, immagine della dolcezza, della purezza, della semplicità
e gli dichiara: «Tu sei il mio diletto Figlio».227
Nella profezia di Daniele «l’angelo non dice: “Fino all’unto che nasce” neppure:
“Fino all’unto che viene soppresso”, ma precisa: “Fino all’unto capo”, cioè fino alla
manifestazione di colui che viene consacrato Messia (unto). La nascita del Cristo si è
compiuta nell’oscurità e nella povertà; la sua infanzia e la sua adolescenza si sono
svolte nell’ombra; la sua morte è avvenuta nell’umiliazione e nell’abbandono. Ma è al
momento del suo battesimo, all’inizio della sua vita pubblica che Gesù viene unto e
appare come “capo”».228
Questa unzione fatta dal Padre direttamente col suo Spirito Santo «lo ha costituito
re teocratico, dominatore d’Israele, capo e padrone delle nazioni».229 Le parole
dell’angelo al tempo dell’annunciazione alla Vergine riprendono quelle dette a
Daniele: «Questi sarà grande, e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo; e il Signore Iddio
gli darà il trono di Davide suo padre, ... e il suo regno non avrà mai fine».230
Gesù consacrato Messia dal Padre è l’Unto per eccellenza, realizza la speranza
d’Israele. L’angelo, nello spiegare la visione a Daniele, «impiegando la parola nagid
(capo) al posto del sostantivo melek (re) ha voluto indicare che l’Unto non sarebbe
stato semplicemente un re simile a quelli delle nazioni, ma un Unto la cui regalità
politica sarebbe stata diversa da quella di coloro che si occupavano degli interessi di
ordine secondario. Gabriele mostra con la scelta di questa parola la missione
dell’Unto che doveva essere contemporaneamente “capo, conduttore, re, sacerdote ed
evangelista”».231 Ed ecco perché il Messia, l’Unto, si presenta al popolo con le parole
del profeta Isaia: «“Lo Spirito del Signore è sopra me; per questo egli mi ha unto per
evangelizzare i poveri; mi ha mandato a bandire liberazione ai prigionieri, ed ai ciechi
ricupero della vista; a rimettere in libertà gli oppressi, e a predicare l’anno accettevole
del Signore”; poi, restituendo il rotolo che gli era stato consegnato nella sinagoga di
Nazaret, dice: “Oggi si è adempiuta questa scrittura, e voi la udite”».232 Gesù è il
Messia annunciato da Dio nella promessa fatta in Eden. Si presenta al popolo
d’Israele con il linguaggio dell’anno giubilare, anno di liberazione in cui si
proclamava «l’affrancamento del paese per tutti i suoi abitanti».233
226
Giovanni 1:29.
227
Marco 1:11; Luca 3:22; Matteo 3:17. Ogni volta che Gesù si riconsacra in vista della redenzione, il Padre gli
manifesta la sua approvazione (Luca 9:35; Giovanni 12:28).
228
G. Vidal, o.c., pp. 182,183.
229
J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, p. 1125.
230
Luca 1:33.
231
J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, p. 1127.
232
Luca 4:18,19; confr. Isaia 61:1 e seg.
233
Levitico 25:10; Giovanni 8:31,32.

104 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

Gesù si presenta con il linguaggio dell’anno giubilare proprio perché le settanta


settimane lo richiedevano, essendo dieci periodi di anni sabbatici come prescriveva
Levitico XXV:1-17. W. Shea scrive: «Questo rapporto - tra le 70 settimane e gli anni
sabbatici - era già stato rilevato dagli Esseni di Qumran, nel primo secolo a.C., che
interpretavano le settanta settimane di Daniele come dieci giubilei. Ma, poiché i
giubilei si contano solamente in anni, ciò significa che applicavano il principio giorno
anno anche se per loro la parola sabû’a significava solamente settimana. Questo
rapporto tra il giubileo e l’anno sabbatico nella profezia delle settanta settimane, si
trova ugualmente confermato dal fatto che gli avvenimenti che si realizzano passano
attraverso gli anni sabbatici del periodo post-esilico. Gli anni 457 a.C., 27 d.C. e 34
d.C. furono degli anni sabbatici».234
Dopo che Giovanni fu messo in prigione, Gesù si recò in Galilea, predicando
l’evangelo di Dio e dicendo: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino,
ravvedetevi e credete all’evangelo».235 L’apostolo Pietro, nel 34 d.C., riassunse il
ministero di Cristo Gesù a Cornelio richiamandosi ai fatti che ancora erano ben
conosciuti: «Voi sapete quello che è avvenuto per tutta la Giudea, cominciando dalla
Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni: vale a dire, la storia di Gesù di
Nazaret; come Iddio l’ha unto di Spirito Santo e di potenza; e come egli è andato
attorno facendo il bene, e guarendo tutti coloro che erano sotto il dominio del diavolo,
perché Iddio era con lui. E questa è la parola che egli (Dio) ha diretto ai figli
d’Israele, annunciando pace per mezzo di Gesù Cristo. Esso è il Signore di tutti».236
Gesù stesso rivendica la Sua posizione di re davanti a Pilato e come tale viene
crocifisso, portando sulla croce, al di sopra del suo capo, la scritta: «Questo è Gesù, il
re dei Giudei»237 e così era anche stato dichiarato alcuni giorni prima: «Osanna al
Figlio di Davide», quando entrò in Gerusalemme.238
Gesù è re, anche se il suo regno non è di questo mondo, non secondo la
concezione degli uomini. Come tale entra in Gerusalemme, lascia che la folla lo
acclami e che stenda a terra i propri mantelli al suo passaggio. Entra nella Sion
cavalcando una mula. Gesù è re, ma non secondo l’uso degli Assiri e degli Egiziani
con un seguito di carri e cavalli, che poi magari finiscono inabissati nel Mar Rosso. Il

234
W. H. Shea, Études..., p. 89. Vedere WACHOLDER Ben Zion, The Calendar of Sabbatical Cycles During the
Second Temple and the Early Rabbinic Period, in Ebrew Unione College Annual, n. 44, 1973, pp. 153-196.
Degli studiosi fondamentalisti - NEWMAN Robert Chapman, Daniel’s and the Latter Days, Chicago 1965, p. 145;
HOEHNER H.W., Chronological Aspects of the Life of Christ, parte VI: Daniel’s Seventy Weeks and New Testament
Chronology, in Biblical Studium, n. 132, 1975, pp. 62-64 - hanno voluto applicare il ciclo sabbatico alle 70 settimane
facendole iniziare dal 452 al 445, 444 a.C. Ma questi non sono anni sabbatici. Per contro gli anni 457 a.C., editto di
Artaserse; 408 a.C., Gerusalemme ricostruita; sì, come lo sono pure il 27 d.C., anno del battesimo di Gesù e il 34 d.C.
fine delle 70 settimane e apertura della Chiesa ai gentili.
235
Marco 1:14,15. Con le parole «il tempo è compiuto» Gesù indica che il periodo profetico annunciato dall’angelo
a Daniele si è realizzato, è scaduto. L’espressione «il Regno di Dio è vicino» indica che il regno della grazia, della
misericordia di Dio, che già esisteva, sta per essere dimostrato. È al suo ritorno che si realizzerà il regno di Dio nella
sua gloria. Entrambi i regni si fondono sulla veridicità della profezia.
236
Atti 10:37,38,36.
237
Matteo 27:37; Marco 15:26; Luca 23:38. Vedere Giovanni 18:37; Matteo 27:11.
238
Matteo 21:9.

Quando la profezia diventa storia 105


CAPITOLO II

suo regno è un regno di pace e non di guerra, e sarà al suo ritorno in gloria che
cavalcherà un cavallo bianco per giudicare le nazioni e per vincerle.239
In Betania, nella casa di Simone, Gesù viene unto.240 I re venivano unti con olio di
nardo puro e l’ambiente si saturava del suo profumo. Trecento giornate di lavoro era
il valore di quanto viene sparso sui suoi piedi e sul suo capo. La sua regalità va oltre
la realtà di questo mondo. Gesù viene unto da una donna, da una persona che è
considerata tra le minime di questo mondo. A loro non era lecito fare servizio ai
rabbini, questa era una prerogativa degli uomini. Gesù è il buon pastore e come tale è
il re degli umili, dei mansueti, dei poveri, dei diseredati. La sua regalità è una regalità
di servizio e di buone novelle, per questo motivo viene unto anche ai piedi.241
Testimone di quanto gli viene fatto è Lazzaro, il morto tornato alla vita. La sua
presenza indica che la signoria del Cristo va oltre i confini del nostro tempo e spazio,
trionfa sulla morte ed è legata all’eternità. Ma il mondo non ha voglia di
comprenderlo, non è pronto a riceverlo, la folla sulla strada che va da Gerico a
Gerusalemme non vuole che Gesù sia importunato da un cieco e che abbia pietà di
lui,242 non c’è tempo per l’amore e la solidarietà. Il popolo vuole che egli sia re, che
cambi le strutture di questo mondo, che a dominare non siano più i Romani, ma i
Giudei. E siccome «essi pensavano che il regno di Dio stesse per essere manifestato
immediatamente», Gesù presenta la parabola di un nobile che si deve assentare per
ricevere l’investitura del suo regno. I suoi concittadini lo odiano, per questo dà ai suoi
servi dei denari con la sua effigie. Sebbene il paese gli sia ostile e dominato da uno
spirito diverso dal suo, i suoi servitori devono far fruttare i suoi soldi, senza imporre
con la forza il loro valore regale, il loro potere d’acquisto. Sarà al suo ritorno che i
suoi nemici periranno.243
Poiché il Suo regno non è di questo mondo, egli lo vuole conquistare con armi
diverse, tradendo le aspettative degli apostoli ed essi, a loro volta, tradiscono lui
perché non vedono più in lui il loro re. Il regno che il Messia propone non
corrisponde a quello della loro idea che vuole la conquista del potere mediante la
rivoluzione armata. Se Gesù avesse conquistato il mondo alla maniera degli apostoli,
il regno sarebbe stato sì nelle sue mani, ma gli uomini in quelle dell’avversario.
Ma quando Pietro «avrà capito» allora dirà di lui alla Pentecoste, dopo aver
dimostrato che in Gesù le promesse fatte ai padri vengono realizzate: «Sappia dunque
sicuramente tutta la casa d’Israele che Iddio ha fatto e Signore e Cristo quel Gesù che
voi avete crocifisso».244 Davanti a Gesù cui è stata data «ogni potestà... in cielo e sulla
terra... si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra e sotto la terra, e ogni lingua
confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio».245

239
Apocalisse 19:11 e seg.
240
Matteo 26:6 e seg. e paralleli
241
Isaia 52:7.
242
Matteo 20:20-34.
243
Luca 19:11 e seg.
244
Atti 2:36.
245
Matteo 28:18; Filippesi 2:10,11.

106 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

Egli «in una settimana confermerà una alleanza con molti»246

La traduzione di questo testo è più il risultato dell’interpretazione che si vuole dare


al testo che la sua reale traduzione. Molti studiosi contemporanei non vogliono
riconoscere che il soggetto di quanto l’angelo dice a Daniele sia sempre il Messia-
Capo, come lo ha presentato con questi due termini nel versetto 25, presentato poi al
versetto 26 solo con l’espressione Messia e successivamente solo con il titolo di Capo
e nel nostro testo, versetto 27, lasciando il soggetto sottinteso, perché evidentemente
conosciuto. Questo soggetto sottinteso, gli studiosi moderni, anziché riferirlo al
personaggio principale dell’intero brano, al Messia,247 come richiederebbe la sintassi
e le regole grammaticali, viene identificato con la figura alla quale sia datta il testo, ad
Antioco Epifane, con il quale fanno alleanza gli Israeliti apostati; o all’anticristo
finale del quale si immagina che farà un patto ingannevole.248
Osservando il testo, si vede che nel versetto 25 si ha la presentazione del Messia-
Capo, nel versetto 26 si ha la descrizione di ciò che il Messia subirà dopo le 62
settimane, mentre nel versetto 27 si ha l’esposizione di quanto il Messia compirà nella
prima parte dell’ultima settimana.249 Riteniamo che i soggetti Antioco e anticristo
finale, riteniamo che siano il risultato della fantasia dei traduttori. Per la loro
traduzione non hanno neppure un riscontro nel versetto 26. Il “distruttore”, che
sarebbe anche colui che stipula l’alleanza, viene indicato solo nella secondo parte del
versetto 27.

246
Daniele 9:27.
247
«Questo paragrafo si deve rapportare al Messia in ragione delle osservazioni seguenti:
- la presenza del tema delle settimane, parola chiave che si riallaccia al Messia;
- obbedisce al principio di composizione delle rime alternate: Messia - Gerusalemme / Messia - Gerusalemme /
Messia Gerusalemme (vedere p. 69 e nota n. 289, p. 114);
- infine la nozione di alleanza (Brith) e di cessazione delle offerte (Yashbit) che riprende la nozione espressa
attraverso il verbo ykaret del paragrafo messianico precedente (dopo le 62 settimane sarà abbattuto il Messia e
nessuno sarà al suo fianco - nessuno per assisterlo), cosa che costituisce un indizio in più secondo il quale
“consoliderà una alleanza con un grande numero in una settimana, e nel mezzo della settimana, farà cessare
sacrificio e offerte” si situa sullo stesso piano di “dopo le 62 settimane sarà abbattuto il Messia e nessuno sarà al
suo fianco” e lo prolunga. La parola krt (rompere) è in effetti una allusione sia all’alleanza (krt è precisamente la
parola tecnica che esprime il processo di alleanza; confr. Esodo 24:8; 34:27; Giosué 9:15; Osea 2:20; Geremia
34:13; ecc.) e a una cessazione. La parola ykaret contiene di già in “dopo le 62 settimane sarà abbattuto il Messia
e nessuno sarà al suo fianco” i due significati teologici della morte del Messia, che noi troviamo esplicitato in
“consoliderà una alleanza con un grande numero (in) una settimana, e nel mezzo della settimana, farà cessare
sacrificio e offerte”, cioè l’alleanza mediante il suo sacrificio, e di conseguenza la fine dei sacrifici» J. Doukhan,
Boire..., p. 188, nota 205a; Les soixante-dix semaines ..., p. 129, nota 3.
248
Vedere Appendice n. 4. «Il soggetto è certamente sottinteso. Si può pensare, secondo le applicazioni diverse dei
versetti precedenti, a Antioco Epifane con il quale fanno alleanza gli israeliti apostati, o anche al Messia che durante la
settimana stabilisce la nuova alleanza. Ma forse la cosa più naturale è pensare all’Eterno stesso che presiede all’opera
messianica» La Bible Annotée, o.c., t. II, p. 312.
249
I versetti 26 e 27 sono paralleli: entrambi presentano l’opera del Messia e ciò che subirà la santa città come
conseguenza del rigetto del Cristo. Vedere p. 69 e nota n. 289, p. 114.

Quando la profezia diventa storia 107


CAPITOLO II

Giovanni Diodati nel 1641 presentava il soggetto sottinteso con «Esso»250 e


commentava: «Cristo, apparito e conversando nel mondo, ... rinnoverà per l’Evangelo
ai fedeli d’in fra i Giudei il patto della grazia fatto coi padri: e lo ratificherà per nuovi
sacramenti».251 «Ei», traduce monsignore Antonio Martini nel secolo scorso, e
spiega in nota: «Questi sacrifici essendo stati aboliti con la morte di Gesù Cristo, ne
segue che la morte di lui cade in mezzo all’ultima settimana d’anni, cioè tre anni e
mezzo dopo ch’egli ebbe cominciato a predicare in pubblico; il che si accorda
pienamente colla cronologia, poiché Gesù Cristo insegnò, infatti, durante codesto
periodo di tempo».252
Commenta l’abate Th. Mémain: «Il terzo periodo (delle 70 settimane) non dura
che una settimana, ma è l’ultima e la più importante di tutte; essa comprende i sette
anni253 di grazia, specialmente accordati ai Giudei dalla prima predicazione del
Salvatore fino alla conversione del centurione Cornelio. È in effetti in questa ultima
data che gli apostoli vedono cessare per loro il comandamento di rivolgersi
unicamente agli Ebrei, e che essi cominciano, per contro, a predicare l’Evangelo di
preferenza alle nazioni pagane».254
«L’angelo Gabriele riprende qui in dettaglio l’ultima settimana che l’esposizione
delle conseguenze della morte del Messia gli aveva fatto interrompere».255
«Ciò che è nuovo in questa profezia, non è né l’idea della nuova alleanza, né
quella del Messia che muore, dipinto di già nel libro in Isaia LIII; ma è unicamente
la relazione stabilita tra questi due fatti».256
Di quale alleanza si tratta? «La parola berit (patto) ha qui un senso religioso. Si
tratta, in effetti, d’una alleanza che procurerà i beni annunciati al versetto 24...
L’angelo presenterebbe l’alleanza messianica come facente corpo unico con
250
Come ha fatto la Sisto Clementina.
251
DIODATI Giovanni, La Sacra Bibbia, tradotta in lingua italiana e commentata da Giovanni Diodati, di nazione
lucchese, seconda edizione, migliorata e accresciuta, ed. Pietro Chovët, 1641, p. 774.
252
Mons. Antonio Martini, o.c., col. 418.
253
Ricordiamo che 7 giorni significa 7 anni. Anche il Talmud spiega: «Una settimana in Daniele 9 significa una
settimana d’anni», Yoma 54a, e il Midrash Rabbah, spiegando questa espressione di Daniele dice: «Una settimana
rappresenta un periodo di 7 anni» Midrash Rabbah Eikah, 34; cit. J. Doukhan, o.c. p. 93.
254
MÉMAIN Théophile, La Connaissance des temps évangéliques, Sens 1886, p. 149. «Alcuni scrittori ecclesiastici
dei primi secoli hanno interpretato la profezia delle settanta settimane in un senso escatologico, come uno sviluppo del
regno di Dio dalla fine dell’esilio fino all’ultima venuta del Cristo, alla fine dei tempi. Così, Ireneo, Hoeres, V,25,3,4;
Ippolito, De Antichristo; Cirillo di Gerusalemme, Catechesi, XV,15; Apollinare di Laodicea hanno distaccato l’ultima
settimana dalle sessantanove settimane, e l’hanno riportata alla distruzione di Gerusalemme e più particolarmente alla
fine del mondo, di cui la catastrofe della città giudaica è una immagine. Hèsychius, vescovo di Solone, vi aveva visto
una allusione ai sette anni che precederanno la seconda venuta di Gesù Cristo. La prima parte di questa settimana
sarebbe il tempo del ritorno di Elia; la seconda parte, il tempo dell’Anticristo. La guerra dell’Anticristo durerà tre anni
e mezzo, secondo la testimonianza del libro di Daniele (12:7) e di san Giovanni (Apocalisse 12:6). L’Anticristo farà
cessare i sacrifici (Daniele 9:27) e avrà un trionfo di tre anni e mezzo (7:25). Questi accostamenti non sono
assolutamente fondati, e non ci offrono una spiegazione corretta dei versetti 24-27 del capitolo 9 di Daniele. L’ultima
settimana non deve, d’altronde, essere separata dalle sessantanove prime settimane da un lungo intervallo. Le settanta
settimane formano un solo e stesso tutto che sfocia nel Cristo soppresso» J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, p. 1309.
Purtroppo ancora oggi degli evangelici mantengono questa spiegazione che non rispetta il testo biblico. Vedere
Appendice n. 3.
255
Idem, pp. 999,1000.
256
La Bible Annotée, o.c., t. II, p. 312.

108 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

l’alleanza antica, la quale sarebbe anche considerata come essendo solamente


rinnovata, trasformata. È così che nel libro di Ezechiele viene detto: “Nondimeno io
mi ricorderò del patto che fermai teco nei giorni della tua giovinezza, e stabilirò con
te un patto eterno”257, la nuova alleanza è presentata come una conferma e una
continuazione dell’antica».258

257
Ezechiele 16:60.
258
J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, p 1000. Le stesse parole sono espresse anche da K. Auberlen, o.c., p. 134.
Generalmente si crede che il patto o l’alleanza che l’Eterno ha fatto con il popolo d’Israele al Sinai è veicolo di
valori salvifici diversi da quello che Gesù ha fatto nella camera alta prima del Getsemani.
La parola alleanza, patto, è l’espressione impiegata nella Bibbia per indicare le condizioni tramite le quali
l’Eterno può essere il Dio dell’uomo e il Signore della sua vita e potergli fare del bene. Il patto esprime le condizioni
poste da Dio, non dall’uomo, che le può solo accettare o respingere, grazie alle quali l’uomo può continuare ad essere
figlio di Dio e vivere nel Regno di Dio.
1o patto.
Il primo patto o alleanza, anche se la parola non è utilizzata, viene fatto nell’Eden. Accettando le condizioni che
Dio dava all’uomo, Adamo ed Eva avrebbero potuto continuare a vivere nel giardino e godere di una realtà dove tutto
«era molto buono» Genesi 1:31. L’albero della conoscenza del bene e del male rendeva tangibili gli elementi del
contratto: Genesi 2:15-17. Eva, nella sua risposta al serpente (Genesi 3:3), dimostrò che conosceva bene l’esistenza di
un contratto formale. Quando questo contratto fu violato, la coppia perse l’Eden (Genesi 3:23).
Scopo dell’alleanza: - l’uomo creato innocente avrebbe dovuto mantenere questa sua prerogativa
nell’essere felice e nel vivere nel bene.
Condizione dell’alleanza: - fede, accettare la parola di Dio come norma della propria vita.
Segno dell’alleanza: - la coppia non scorgeva la sua nudità.
2o patto.
Dopo aver chiamato Abramo da Ur dei Caldei, Dio concluse con lui un’alleanza: Genesi 15. L’alleanza con il
patriarca ha due aspetti:
- immediato: promette la posterità (Genesi 15:5);
- futuro: a) promette il possesso del paese (Genesi 15:7)
b) benedizione per le nazioni (Genesi 18:18; 22:18).
Scopo dell’alleanza: - Abramo doveva essere santo, integro (Genesi 17:1);
- ordinare di osservare la parola di Dio (Genesi 18:19);
- fedeltà ai comandamenti dell’Eterno (Genesi 26:5; Giacomo 2:21-25).
Condizione dell’alleanza: - Abramo doveva credere nel Signore (Genesi 15:6);
Segno dell’alleanza: - circoncisione. (A Noè Dio aveva dato l’arcobaleno.) Abramo è il capostipite di un
popolo. Con la circoncisione si dimostra di accettare il patto che l’Eterno propone e di accettare ciò che Dio offre e
promette (Genesi 17:9-11; Romani 4:11). La circoncisione fatta sull’organo sessuale maschile voleva indicare che la
propria vita e potenza vitale, la propria persona era interamente del Signore. L’uomo è impegnato a vivere per Dio per
tutta la vita. La circoncisione, oltre ad avere un valore igienico, era un segno pedagogico che richiamava il
discendente di Abramo alla fede nel Dio dei padri. Questo segno nella carne ricordava continuamente all’uomo, alla
coppia, alla famiglia, che lui e la sua casa appartengono all’Eterno. La circoncisione garantiva ad Abramo, se
continuava ad essere fedele all’Eterno, la realizzazione futura di ciò che l’Eterno aveva promesso: Genesi 15:8-17.
Il patto che Dio aveva fatto con Abramo non era solamente con lui e la sua discendenza fisica, ma anche con tutti
coloro che facevano e avrebbero fatto parte del suo clan e vi si sarebbero aggiunti in futuro, cioè, coloro che per
nascita erano considerati stranieri (Genesi 17:13). L’alleanza che Dio ha fatto con Abramo non è stata annullata da
quella fatta al Sinai e dall’opera di Gesù Cristo. Per l’apostolo Paolo è ancora valida oggi: Galati 3:15-17,29.
3o patto.

Quando la profezia diventa storia 109


CAPITOLO II

Il testo biblico non impiega l’espressione «concludere una alleanza», ma un


termine che significa «confermare», che implica un contratto di già esistente. Del
resto in tutto il corso della storia Dio non rinuncia mai alla Sua alleanza, ma resta
sempre fedele ad essa, la rinnova, la conferma.259
«Questa conferma di alleanza - scrive il prof. W.H. Shea - doveva estendersi su
una settimana intera, la 70ma. Questa azione non è cominciata al momento in cui il

Alleanza di Mosè al Sinai: Esodo 24:8.


- L’alleanza fatta con Abramo doveva continuare con i suoi discendenti: Genesi 17:7,9,10,19.
- Alla base dell’alleanza del Sinai c’è quella fatta con Abramo: Esodo 2:24; 6:5; Deuteronomio 4:31.
Differenza delle due alleanze:
- al tempo di Abramo la legge non è stata ufficialmente scritta (Genesi 26:5)
- al Sinai la legge venne scritta su tavole di pietra.
Scopo dell’alleanza: - essere santi: Levitico 20:26.
- conservare gli oracoli dell’Eterno: Romani 3:1
- come Abramo era testimone dell’Eterno, così Israele doveva essere la luce delle
nazioni: Isaia 43:10, 12; 44:8.
- questa alleanza era a beneficio di tutti i popoli: Isaia 14:1;18:7; 19:18-25;44:2-25;
56:6,7.
Condizioni dell’alleanza: - fedeltà alla parola del Signore
Segno dell’alleanza: - circoncisione della carne che significa circoncisione del cuore e delle orecchie:
Deuteronomio 10:16; Geremia 4:4.
Questa alleanza viene rinnovata al tempo di Giosuè e di Nehemia dopo che i Giudei sono ritornati dall’esilio in
Babilonia.
4o patto.
A causa del modo di vivere d’Israele, i profeti dal VII secolo annunciano la necessità di una nuova alleanza:
- sarà per Israele e per tutti i popoli: Isaia 42:6; 49:8;
- si fonderà ancora sulla legge di Dio: Geremia 31:31-33;
- è ancora quella fatta con Israele (e che ha le sue origini in quella fatta con Abramo): Ezechiele 16:60.
Il profeta Daniele annuncia il tempo di quando questa alleanza verrà fatta: Daniele 9:25,27.
Dio non rinuncerà mai alla sua alleanza, rimane sempre fedele alla sua parola: Deuteronomio 7:9; 32:4; Nehemia
9:33; Isaia 49:7; Osea 12:1; Romani 3:1-4.
Nella nuova alleanza fatta da Gesù troviamo in Luca 22:20 le stesse parole di Mosè: Esodo 24:8.
Gesù viene inviato dal Padre mantenendo così la promessa fatta ai padri: Luca 1:72,73.
Scopo dell’alleanza: - essere santi: Giovanni 17:17;
- conservare gli oracoli di Dio: 1 Timoteo 2:28,29.
- portare la salvezza al mondo intero: Marco 15:16.
Condizione dell’alleanza: - fedeltà alla parola di Dio: Giovanni 14:15; Ebrei 10:26;
Segno dell’alleanza: - pane e vino. La circoncisione esterna viene sostituita con quella interna: Romani
2:28,29; Filippesi 3:2,3; Colossesi 2:11,12; Galati 3:27-29.
Tutti i credenti sono figli di Abramo e costituiscono un solo e unico popolo: Efesi 2:14-22; che ha nel tronco e
nelle radici la storia dei padri: Romani 11:14-17.
Come l’alleanza fatta con Abramo era diversa nel cerimoniale di quella fatta con Mosè, così quella fatta con Mosè
differisce da quella fatta da Gesù. Quella fatta da Gesù realizza ciò che Dio si proponeva con Mosè e quindi con
Abramo: Esodo 19:5,6; 1Pietro 2:9; Ebrei 4:14-16.
259
Deuteronomio 7:9; 32:4; Nehemia 9:33; Isaia 49:7; Osea 12:1; Romani 3:1-4.

110 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

Cristo è morto sulla croce, nel mezzo della settimana, bensì all’inizio del suo
ministero, nell’anno 27. Se rileggiamo i primi capitoli degli evangeli avendo in mente
lo stabilimento o il ristabilimento di una alleanza, noi cogliamo subito l’importanza
del sermone sulla montagna in questo contesto. Gesù ha ripreso dei comandamenti
dell’antica alleanza e, lungi dall’abolirli, li ha amplificati e confermati. Poi li ha
completati con le sua nuove esigenze. Questi particolari del suo sermone sono
disseminati da riferimenti alla legge e ai profeti. Tutto ciò si inserisce in un quadro di
benedizioni promesse260 e di una possibilità di ricevere sia delle benedizioni sia dei
castighi.261 Questo tipo di linguaggio caratterizza perfettamente il contesto di una
alleanza. Numerosi commentatori vi hanno notato la parentela che esiste tra l’alleanza
di Mosè, al Sinai, e quella di Gesù, sul monte delle Beatitudini. Il Cristo ha
cominciato il suo ministero ricordando l’alleanza conclusa. Ecco ciò che era predetto
in Daniele IX:27».262
È sotto la penna del profeta Geremia che per la prima volta si trova il termine
«nuova alleanza»: «Ecco, i giorni vengono, dice l’Eterno, che io farò un nuovo
patto... questo è il patto che farò... io metterò la mia legge nell’intimo loro, la
scriverò sul loro cuore, ed io sarò loro Dio, ed essi saranno mio popolo».263 Ciò che
cambia in questa nuova alleanza rispetto a quella antica è il mezzo con il quale Dio
rivela la Sua santità. Nella prima alleanza Dio si era rivelato santo mediante la legge
pietrificata, nella nuova alleanza Egli si è manifestato tale in Cristo Gesù,
interiorizzando (se così si può dire) la stessa legge nel cuore e nella mente del
credente tramite una relazione intima dello spirito dell’uomo con lo Spirito di Dio,
come scrive l’autore della lettera agli Ebrei264, che riprende le espressioni del profeta
Geremia.
Il nuovo patto, stipulato tramite il Cristo, Dio l’aveva fatto già annunciare dal
profeta Isaia: «Io, l’Eterno, ti (Cristo) ho chiamato secondo giustizia, e ti prenderò per
la mano, ti custodirò e farò di te (Cristo) l’alleanza del popolo, la luce delle nazioni...
Così parla l’Eterno: “Nel tempo della grazia io ti esaudirò, nel giorno della salvezza ti
aiuterò; ti preserverò, e farò di te l’alleanza del popolo, per rialzare il paese, per
rimetterli in possesso delle eredità devastate, per dire ai prigionieri: “Uscite!” e a
quelli che sono nelle tenebre: “Mostratevi!”».265 Chiaramente Isaia dichiara che lo
stesso Servitore di Yahvé (Cristo) sarà l’alleanza del popolo e la luce delle nazioni,
facendo in modo che il privilegio dell’alleanza si estenda a tutti gli uomini di tutte le
nazioni.
Nell’antica dispensazione «il Decalogo è presentato come il patto o come il
riassunto dell’Alleanza che Dio ha deciso, e da solo, di concludere con il suo popolo.
Questo è fondamentale, poiché il Decalogo non è prima di tutto ciò che Dio esige dal
suo popolo, ma è prima di tutto ciò che egli gli dà. Il Decalogo è una grazia in cui Dio
260
Matteo 5:3-11..
261
Matteo 7:13-27.
262
W.H. Shea, o.c., p. 278,279.
263
Geremia 31:31-33.
264
Ebrei 8:8-10; 10:16; già il Salmo 119 è la dimostrazione di una simile esperienza.
265
Isaia 42:6; 49:8.

Quando la profezia diventa storia 111


CAPITOLO II

si lega volontariamente al suo popolo.... Non bisogna sbagliare, come troppo spesso si
fa; non ci sono nell’alleanza due tempi: l’uno in cui Dio avrebbe liberato e l’altro in
cui l’uomo in risposta ubbidirebbe; e così la liberazione dall’Egitto da parte di Dio è
l’obbedienza alla legge da parte dell’uomo. No! L’alleanza è che Dio libera
dall’Egitto e dà il decalogo. È che Dio libera degli schiavi e dà a questi schiavi la
possibilità di vivere da uomini liberi. Egli dà il comandamento e dà l’obbedienza. Dà
la libertà, il volere e l’operare… Quando Dio libera dalla mano degli Egiziani, libera
simultaneamente l’uomo da se stesso. Quando libera degli schiavi, costoro cessano
veramente di essere schiavi. Per questo il decalogo è la vetta dell’alleanza. Esso è la
prova che gli Israeliti possono ormai vivere come gli alleati di Dio... L’ubbidienza
umana non è la seconda parte di un contratto, o ciò che l’uomo offrirebbe per pagare
Dio della sua benevolenza. Essa è una possibilità, un avvenire, una libertà, una
apertura, una esistenza nuova che Dio offre. Essa non è ciò che l’uomo restituisce, è
ancora ciò che Dio gli dà o per lo meno ciò che gli propone. Essa non è una risposta
dell’uomo, è una promessa di Dio sull’uomo e all’uomo. Il Decalogo è
fondamentalmente antilegalista, e gli Israeliti l’hanno a lungo compreso, essi che
hanno cantato la legge, il dono della legge, come la vetta dei doni di Dio. E non è che
più tardi, con Esdra, che la legge comincerà ad essere compresa come la parte
esclusiva dell’uomo, come la sua risposta, il suo pagamento, all’iniziativa divina.
Allora nascerà il legalismo contro il quale Gesù Cristo e Paolo si eleveranno con il
più grande vigore».266
Anche la nuova alleanza, manifestazione della grazia liberatrice di Dio, riposa
sulla legge che l’apostolo Paolo definisce «santa» e il cui «comandamento è santo
giusto e buono».267 Per il grande apostolo la giustificazione per fede non abolisce la
legge, ma la riconferma e la stabilisce.268 Nei confronti di questa legge Gesù aveva
detto: «Più facile è che passino cielo e terra, che un apice della legge cada».269 E
affinché fosse ben chiaro che la sua opera di liberazione non era in contrasto con la
legge mosaica ed il decalogo, nel sermone sul monte disse: «Non pensate ch’io sia
venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire ma per
compiere (completare): poiché io vi dico in verità che finché non siano passati il cielo
e la terra, neppure uno iota o un apice della legge passerà, che tutto non sia
adempiuto».270

266
MAILLOT Alphonse, Le décalogue, une morale pour notre temps, Paris 1976, pp. 16-18.
267
Romani 7:12.
268
Romani 3:31.
269
Matteo 16:17.
270
Matteo 5:17,18.
L’esegeta protestante svizzero L. Bonnet così spiega: «La legge ed i profeti costituiscono tutta l’economia
mosaica e tutte le rivelazioni dell’antica alleanza, sia come istituzioni sia come Sacre Scritture (Matteo 7:12; 22:40;
Luca 16:16). Il Salvatore non è venuto per abolire nulla, abrogare (greco slegare, dissolvere, distruggere, versetto
19) ma per compiere ogni cosa. E lo ha fatto in ogni maniera possibile.
I) Ha insegnato, rivelato il senso completo e spirituale della legge divina che il farisaismo aveva materializzato
con la sua dottrina delle osservanze esteriori (versetti 20, 21 e seg.).
II) Ha egli stesso compiuto, perfettamente, la Legge divina con la sua santa condotta di vita.
III) Ha realizzato, con la Sua opera e soprattutto con la Sua morte, davanti a Dio e nei cuori dei riscattati, l’idea
completa dell’antica alleanza, con i suoi tipi, le sue figure, i suoi sacrifici, le sue promesse e le sue speranze

112 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

La giornata del sermone sul monte richiama quella del Sinai perché il
promulgatore dell’antica alleanza è lo stesso della nuova.
L’«Io sono l’Eterno, l’Iddio tuo» è «l’Eterno, il tuo Redentore, il Santo
d’Israele».271 Questo «Redentore che comanda è colui che ha dato la Sua vita per
riscattarci, colui che ha giudicato che nessun sacrificio era troppo grande per venirci
in aiuto e liberarci dalla schiavitù del maligno, colui che ha fatto tutto ciò che era
possibile fare per strapparci dalla potenza delle tenebre. È il Redentore, il Crocifisso,
è Gesù Cristo che pronuncia ognuna delle parole del Decalogo».272
Il profeta del dopo esilio, Malachia, quando annunciava il Messia da parte
dell’Eterno insegnava la stessa cosa: «Ecco io vi mando il mio messaggero; egli
preparerà la via davanti a me (Eterno). E subito il Signore, che voi cercate, l’Angelo
del patto,273 che voi bramate, entrerà nel suo tempio».274 Con questa rivelazione il

(Romani 10:4; Ebrei 10:1; vedere soprattutto Giovanni 19:30), questo compimento, in un senso più elevato,
più perfetto. L’evangelo, Cristo lo ha operato a sua volta nei cuori dei credenti (Romani 3:31). Così Gesù ha
compiuto la legge e i profeti in una maniera organica e vivente, come il frutto è il compimento del fiore» L.
Bonnet, c.c., t. I, p. 34.
«Quando nel suo discorso... Gesù disse: “Voi avete sentito dire... Ma io vi dico”, egli non mette affatto il suo
insegnamento in contrapposizione con quello di Mosè e dei profeti.
È ad una interpretazione troppo stretta e poco spirituale della legge e alle tradizioni aggiunte dai dottori del suo
tempo che Gesù oppone le sue solenni affermazioni... A prima vista sembrava che la legge non esigesse che
un’osservanza esteriore. Ma per ogni cuore sincero era evidente che, attraverso i suoi comandamenti, il Dio della
Santità voleva condurre i suoi adoratori verso un’obbedienza, senza la quale l’ubbidienza esteriore non era che un
vano formalismo. Il decimo comandamento lo diceva molto chiaramente, quanto al decalogo. L’insegnamento israeli-
tico avrebbe avuto il compito di spiegare la legge in questo senso veramente morale, e di fare risalire il popolo dalla
lettera allo spirito, come avevano cercato di fare i profeti... Il farisaismo si era compiaciuto di ampliare all’infinito
l’osservanza legale, di determinarla nelle manifestazioni più minute e di rincarare sulla lettera al punto di metterla per
forza contro lo spirito» F. Godet, o.c., pp. 436,437.
È a causa di questo spirito che Gesù è in contrasto con i farisei anche riguardo al IV comandamento che richiede
la santificazione del sabato, settimo giorno della settimana. Gesù non discusse mai se si doveva santificare o no il
sabato, ma discusse sul come santificarlo. Gesù conferma e ribadisce la santificazione del sabato, santificazione che
continua con gli apostoli, ma toglie dalle pratiche di quel tempo tutte quelle sovrastrutture legalistiche, e
nell’intenzione anche protettive, che il mondo farisaico vi aveva sovrapposto svigorendone il significato. «In numerosi
passi dell’Evangelo possiamo constatare che Gesù non ha né abolito il Sabato né capovolta la legge su questo punto,
ma che egli ha ridonato questo giorno alla sua destinazione primitiva. Il Signore Gesù e i suoi apostoli hanno... di-
stinto, onorato, solennizzato il giorno di riposo» GUERS Émile, cit. da VUILLEUMIER Jean, Le jour de repos à travers
les âges, p. 5.
271
Esodo 20:3; Isaia 48:17.
272
PURY Roland de, prefazione di AA.VV., L’Ordre de Dieu, Neuchâtel 1946, p. 6.
273
L’Antico Testamento ci parla dell’angelo dell’Eterno (la parola ebraica “maleach” ha un senso più generale
dell’espressione greca “anghelos”) nel quale c’è il nome dell’Eterno stesso (Esodo 23:21), risiede la persona della
divinità, l’Essere di Dio, il cui “nome” esprime l’essenza: «Io sono quegli che sono» Esodo 3:14. Cioè: «Io sono Colui
che esiste per natura, che non trae la sua esistenza da nessun altro, che è l’essenza stessa» La Bible Annotée, Les livres
historiques, t. I, Exode, Neuchâtel 1889, p. 375. È tramite lo stesso angelo che l’Eterno manifesta «la sua presenza»
Esodo 33:14 (versione Luzzi), «la sua faccia» (versione Diodati), «la sua persona» (Versione edizione Paoline) e
secoli più tardi a seguito della sua incarnazione dirà: «Chi ha visto me ha visto il Padre» Giovanni 14:6. Isaia
rievocando il soggiorno del popolo nel deserto, riassume l’azione dell’Angelo dell’Eterno dicendo che «in tutte le loro
distrette egli (l’Eterno) fu in distretta, e l’Angelo della sua faccia li salvò» Isaia 63:9. Questo angelo della faccia che è
stato il liberatore, il protettore, il conduttore è colui che è la faccia stessa di Dio. L’Eterno, dice Malachia, è «il
Signore che voi cercate» è lo stesso che il profeta Isaia contemplò «assiso sopra un trono alto, molto elevato, e i lembi
del suo mantello riempivano il tempio» alla cui presenza i serafini gridavano: «Santo, Santo, Santo è l’Eterno...! Tutta
la terra è piena della sua gloria» Isaia 6:1,2; Giovanni 12:37,41. Questo Signore che Isaia vede, Malachia ce lo
annuncia come Messia. L’identificazione del Signore con l’Angelo del patto, quale stesso personaggio, risulta prima
di tutto dal parallelismo tra le due proposizioni: «che voi desiderate», «che voi bramate». Questo personaggio tanto

Quando la profezia diventa storia 113


CAPITOLO II

messianismo dell’Antico Testamento raggiunge il suo culmine e riassume tutto ciò


che i profeti avevano detto a tale proposito. Questo Messia che voi aspettate, è
l’Eterno stesso che viene a voi. Ed è così che l’Antico e il Nuovo Testamento sono
legati in una indivisibile testimonianza del nostro Creatore.
«L’Angelo del patto», dopo aver fondato l’alleanza con il suo popolo e dato la sua
legge al Sinai, viene per coronare la sua opera, fondando la nuova alleanza basata
sulla stessa legge. Colui che l’ha data al Sinai275 è colui che la riconferma e la spiega
sulla montagna di Giuda nel suo sermone.
«Egli stabilirà un saldo patto con molti».
Con l’espressione “molti” l’angelo fa riferimento a quanto annunciato dal profeta
Isaia276 indicando coloro che saranno salvati dal Servitore dell’Eterno. I molti che
beneficiano di questo saldo patto non sono altro che coloro che formano il rimanente
fedele del popolo d’Israele, che nell’opera del Messia hanno avuto la conferma della
loro speranza, e formano il nocciolo della nuova alleanza nella quale entrano i nuovi
convertiti. Ed è così che «il popolo eletto del passato si trova, in effetti, nel popolo
eletto dell’avvenire: questo popolo si compone di tutti i veri figli di Abramo».277
Questa alleanza che Dio fa con il Suo popolo tramite il Messia mette in evidenza i
rami secchi dell’ulivo affinché siano recisi e al loro posto vengano innestati dei rami
di ulivo selvatico perché portino frutto. Il ceppo rimane278 e la base dell’alleanza è la
stessa: la legge immutabile di Dio, espressione della sua grazia, della sua giustizia e
del suo amore eterno, garanzia di libertà per colui che è stato liberato dalla schiavitù
d’Egitto e dal peccato.
Con questa nuova alleanza si viene a creare un unico gregge nel quale vengono
raccolte le pecore che sono sia dell’ovile d’Israele sia delle altre nazioni, affinché
siano sotto la guida di un solo pastore.279 L’apostolo Paolo scrive: «Non c’è... né
Giudeo né Greco; non c’è né schiavo né libero: non c’è né maschio né femmina;
poiché voi tutti siete uno in Cristo Gesù... E se siete in Cristo, siete dunque progenie
d’Abramo; eredi, secondo la promessa».280

atteso, il Messia, è l’oggetto della ricerca e del desiderio d’Israele, non è altro che l’Eterno. Che il Signore
(l’espressione Signore è l’equivalente dell’ebraico Adonai che nella versione dei LXX è Kurios con cui si traduce
sempre il nome dell’Eterno, Yahvé) e l’angelo del patto siano lo stesso personaggio è confermato dalla proposizione
al singolare: «Ecco egli viene». Questo Messia entrerà nel suo tempio, nel tempio di Gerusalemme, come se entrasse
in casa sua. L’inviato che deve venire è colui che ha stabilito l’alleanza con Israele, è l’Eterno che il popolo andava ad
adorare (vedere La Bible Annotée, idem, pp. 237-242; Les prophètes, t. III, Neuchâtel, p. 305).
274
Malachia 3:1-3.
275
Atti 7:38.
276
Isaia 53:11.
277
J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, p. 1000.
278
Romani 11:17,18.
279
Giovanni 10:11,16.
280
Galati 3:28,29.

114 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

Questo patto conferma il precedente. Al vero Israele spirituale, ai veri figli di


Abramo si aggiungono i gentili convertiti, ed entrambi fanno un «popolo unico» che
partecipa allo stesso ceppo «e così tutto Israele sarà salvato».281
Il Salvatore viene da Sion e tutti i credenti nascono a Gerusalemme convertendosi
all’Eterno.282
Come il sacrificio dell’agnello in Israele sigillava l’alleanza avvenuta nel passato e
ne annunciava la realizzazione futura, così Gesù sigillava il nuovo patto, dando nuovo
significato alla cena pasquale come ricordo dell’opera di liberazione compiuta sul
Golgota e pegno e garanzia del trionfo futuro: «Poiché ogni volta che voi mangiate
questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore, finché egli
venga».283
Come nell’antico patto Dio s’impegnava a soccorrere il suo popolo, così nel nuovo
patto Dio continua a soccorrerlo, si abbassa, si inchina e gli lava i piedi. Il suo gesto è
un invito ad ogni credente, ormai maturo nella sua grazia, a piegarsi davanti ai suoi
fratelli e ai diseredati di questo mondo per soccorrerli, imitando e identificandosi con
il Maestro dell’universo che ne ha dato l’esempio.284

«Dopo le sessantadue settimane l’Unto sarà sterminato»285

«La parola “sabuhif” (settimane) è preceduta da ha che è contemporaneamente


articolo e pronome dimostrativo. Da questo si vede che si tratta qui di settimane
determinate e menzionate al versetto 25. Sarebbe come se l’angelo dicesse
espressamente: “Dopo le 62 settimane che ho enumerate a seguito delle 7 settimane”;
o “Dopo queste 62 settimane che io ho distinto dalle prime 7”. Così la menzione di
queste 7 settimane era inutile».286 «L’impiego della preposizione ‘ahârê suggerisce
che il Messia sarebbe ucciso “dopo” la fine delle 7 settimane e delle 62 settimane,
ossia nel corso della 70a settimana. Questa formula offre semplicemente una
indicazione approssimativa concernente la sua morte».287
L’angelo «non intende per nulla dire con ciò che questi fatti (annunciati nel
versetto 26) si realizzeranno subito dopo la fine delle 62 settimane. Al contrario,
poiché, secondo il versetto 25, è allora solamente che apparirà il Messia, ed è
sufficientemente evidente che non è con la sua morte che inizia la sua opera; la sua
morte, lo vedremo al versetto 27, non si attuerà che una mezza settimana più tardi».288

281
Romani 11:26.
282
Isaia 59:20; Romani 11:26.
283
1 Corinzi 11:26. La versione ed. Salani traduce: «Rammemorate l’annuncio della morte del Signore».
284
Giovanni 13:2-17.
285
Daniele 9:26.
286
J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, pp. 966,967.
287
W.H. Shea, o.c., p. 275.
288
K. Auberlen, o.c., p. 131.

Quando la profezia diventa storia 115


CAPITOLO II

L’Unto di cui qui si parla è sempre lo stesso, la parola ebraica non è preceduta da
articolo e quindi si potrebbe benissimo considerarla come nome proprio. «Il contesto
esclude, in effetti, un unto ordinario, re o sacerdote, e non c’è nessun motivo di
distinguere due Messia nell’oracolo dell’angelo».289 «È dunque naturale vedere in
questo unto quello del versetto 25, la cui venuta era stata semplicemente indicata
come data della chiusura delle sessantanove settimane».290
Questo Unto sarà soppresso. L’espressione ebraica “ikkaret” indica una morte
violenta.291 Del Servitore dell’Eterno il profeta Isaia aveva scritto: «Dall’oppressione
e dal giudizio fu portato via; e fra quelli della sua generazione chi ha riflettuto che
egli era strappato dalla terra dei viventi e colpito a motivo delle trasgressioni del mio
popolo?» Altri traducono: «Dal carcere e dal luogo del giudizio egli è stato portato
via, e fra i suoi contemporanei292 chi vi ha posto mente? Poiché è stato reciso dalla
terra dei viventi, egli è stato colpito per il peccato del mio popolo».293
Dopo la sua resurrezione Gesù ricorda agli apostoli a proposito della Sua
passione: «Così è scritto, che il Cristo soffrirebbe...».294
Con queste parole «l’angelo vuole dire (a Daniele e a tutti i Giudei): “Tu devi
rinunciare non solamente alla speranza di vedere il Messia apparire subito dopo la
289
J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, p. 968. «Si potrebbe certo supporre che il testo evochi qui due Messia diversi,
appoggiandosi sul fatto, per esempio, che il riferimento al Messia si esprima in modo diverso nei due passi. La
prima volta, egli è mâsîah nâghîdh, mentre la seconda volta è semplicemente indicato come mâsîah. Noi abbiamo
già notato che la struttura del passo contrasta questa differenza e suggerisce piuttosto che si tratta della stessa
persona. Inoltre, il modo in cui questa espressione passa dal definito (mâsîah nâghîdh) all’indefinito (mâsîah) ha il
suo riscontro a livello della città di Gerusalemme. Al versetto 25, in rapporto con mâsîah nâghîdh abbiamo la città
esplicitamente nominata come essendo Gerusalemme; per contro, al versetto 26, in rapporto con l’espressione
mâsîah, essa è semplicemente indicata come “la città”. Come per la città così per il Messia, noi passiamo dal defi-
nito all’indefinito. Per il fatto che si tratta della stessa città, Gerusalemme, non può non trattarsi che dello stesso
Messia» J. Doukhan, Les soixante-dix semaines ..., pp. 120,121.
290
La Bible Annotée, o.c., p. 311.
291
Genesi 17:14; Levitico 7:20; 17:1,14; 18:29; 20:18; Proverbi 2:22: Zaccaria 13:8,9.
«Coloro che applicano questi versetti al tempo di Antioco vedono in questo unto soppresso il sommo sacerdote
Onia III, che fu assassinato ad Antiochia verso il 172 o 171 a.C., dal luogotenente di Antioco ... e sostituito da suo
fratello Giasone, che a sua volta ha subito la stessa sorte tre anni dopo dagli intrighi di Menelao. Si possono citare
diversi passi, per esempio Levitico 4:3,5,16, in cui l’epiteto di “unto” è dato al sommo sacerdote. Quando Onia fu
destituito a seguito della sua morte, continuava ad essere agli occhi dei Giudei un personaggio unto. Ma ciò che
sembra contrario a questa spiegazione, è che questo omicidio è rimasto un fatto isolato, senza la minima relazione
morale con l’invasione di Gerusalemme con il saccheggio del tempio, che sono qui messi in connessione stretta con la
soppressione dell’unto (versetto 26). Partendo da quest’ultima osservazione, si è piuttosto portati ad applicare queste
parole alla soppressione del Messia che ha avuto per conseguenza la distruzione del tempio e la rovina del popolo
ebraico» La Bible Annotée, o.c., t. II, p. 311.
292
Gesù presenta a Nicodemo, dottore della legge, nella notte che questi venne ad interrogarlo, che il Figlio
dell’uomo dovrà essere innalzato (Giovanni 3:14). Durante il suo ministero in Galilea Gesù aveva parlato più volte ai
suoi discepoli del tradimento e della morte violenta che lo attendevano: «Il Figlio dell’uomo sta per essere dato nelle
mani degli uomini e l’uccideranno...» Matteo 17:22,23. Dopo la resurrezione di Lazzaro, andando a Gerusalemme,
Gesù parla dettagliatamente durante la strada delle sue sofferenze, della passione e del come lo avrebbero ucciso
(Luca 18:31-34), e in quei giorni narra la parabola dei vignaioli che oppressero il Figlio del padrone della vigna per
carpirne l’eredità (Luca 20:9-19). Due giorni prima di Pasqua Gesù annuncia come avverrebbe la sua morte violenta:
lo avrebbero «crocifisso», Matteo 26:2. Malgrado questo i discepoli non capivano. Durante l’ultima cena discutevano
tra di loro per sapere chi era il maggiore per avere il primo posto nel regno che pensavano che Gesù avrebbe
inaugurato in quei giorni.
293
Isaia 53:8, vedere nota, Versione Luzzi.
294
Luca 24:46.

116 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

cattività, ma ancora a quella di vedere stabilire il suo Regno glorioso subito dopo che
sarà venuto”».295 Infatti dopo che i farisei chiesero a Gesù quando si sarebbe
realizzato il Regno di Dio, Egli dirà ai discepoli: «Prima bisogna che il Figlio
dell’uomo soffra molte cose e sia reietto dal suo popolo».296
A conclusione di questa sezione riteniamo opportuno farci una domanda: gli
apostoli hanno conosciuto, letto e capito il testo delle 70 settimane di Daniele IX
nella prospettiva messianica come noi? Crediamo che si possa affermare di sì. Sia
perché gli storici sono unanimi nel riconoscere, come pure le autorità religiose e il
popolo, che l’attesa messianica avrebbe avuto il suo compimento nel primo secolo, sia
perché Gesù stesso era convinto di compiere la profezia297 e sia perché gli apostoli
stessi sono consapevoli di vivere nel tempo della realizzazione della speranza.298
Molto probabilmente la Chiesa primitiva ha riconosciuto in Gesù il Cristo, cioè
l’Unto, perché essa ha visto in lui ciò che Daniele IX aveva annunciato: l’Unto sarà
soppresso. D’altronde una importante dichiarazione di Gesù indica molto bene che
avesse in mente Daniele IX quando dichiara, secondo Matteo XXVI:28: «Questo è il
mio sangue, il sangue della nuova alleanza, che è sparso per molti...». M. Filippo fa
notare che le parole corrispondono perfettamente a quelle della profezia: fare una
solida alleanza con molti.299

«E non a lui»300

Il testo è molto conciso, lapidario ed è stato compreso in diversi modi. In ebraico


ha semplicemente «e non a lui». I Settanta traducono: «Non sarà più». L’edizione
italiana del 1967 de La Bibbia ebraica dice: «Nulla rimarrà di lui». La versione
Siriaca riferisce il pronome non al Messia, ma a Gerusalemme e Efraim spiega: «E
non ci sarà altro Messia per Gerusalemme». La Vulgata di Gerolamo traduce: «E il
popolo che lo deve rinnegare non sarà più il suo popolo». Ch.L. Levasseur commenta:
«Ormai (l’Unto) non ha più dominio su questo popolo che lo mette a morte».301 Si è
supposto che Gerolamo abbia avuto un manoscritto ebraico più completo e si è quindi
pensato che nei manoscritti che abbiamo la frase sia incompleta, e che una parola sia
sfuggita al copista, «ma tutte le versioni antiche suppongono il testo ebraico
attuale».302 Così Knabenbauer suppone l’idea contenuta nel verbo precedente e dice:
«Sarà soppresso, ma non ci sarà per lui soppressione», quindi risorgerà.303 L’abate A.

295
K. Auberlen, o.c., p. 131.
296
Luca 17:25.
297
Giovanni 7:6,8; 2:4; 7:30; 17:1.
298
Atti 28:20; 1 Timoteo 1:1; Luca 3:15; Galati 4:4.
299
FILIPPO Mauro, The Seventy Weeks and the Great Tribulation, Boston 1923, p. 81; cit. da D. Ford, o.c., p. 201.
300
Daniele 9:26 letterale.
301
LEVASSEUR Ch. L., Essai sur la prophétie des 70 semaines de Daniel, Strasburg 1846, p. 6.
302
A. Crampon, o.c., nota v. 26.
303
Cit. idem. Troviamo questo pensiero in Isaia 53:10.

Quando la profezia diventa storia 117


CAPITOLO II

Crampon scrive che «si ottiene un buon senso supponendo la parola “quod”, “e ciò
che è di lui” cioè il popolo d’Israele, la Città santa e il santuario, “non sarà più”».304
Però Th. Mémain osserva: «Leggendo il testo ebraico con tutta la sua concisione,
si ha ancora un senso molto accettabile: il Messia soffrirà la morte non per lui, ma per
la redenzione del mondo. Caifa stesso aveva profetizzato che Gesù doveva morire per
la sua nazione».305 Considerando anche che l’espressione “aynlo” potrebbe essere
una contrazione dell’espressione che Daniele usa al capitolo XI:45 “Ayn ozer lo”,
cioè «nessuno per assisterlo», si può concludere che il Messia sarà soppresso e
nessuno lo soccorrerà. «Una volta che il Messia sarà soppresso, la sua opera sembrerà
distrutta, nulla sembra poterla rialzare; i suoi aderenti, i santi, sono come
scomparsi».306 Nella versione de La Bibbia edizione delle Paoline si legge: «Nessuno
lo difenderà». Tutto ciò corrisponde al racconto che gli evangeli ci fanno, i
fedelissimi abbandonarono Gesù, come Egli aveva predetto: «Questa notte voi tutti
avrete in me un’occasione di caduta; perché è scritto: “Io percuoterò il pastore, e le
pecore della greggia saranno disperse”».307 Lo stesso Pietro che era disposto a dare la
sua vita lo rinnegò tre volte, Giuda lo tradì e al Getsemani «tutti i discepoli,
lasciatolo, se ne fuggirono».308 Al popolo di Giuda, convenuto a Gerusalemme per la
Pasqua e ai capi religiosi, il governatore romano Pilato disse, presentando Gesù sulla
loggia: «Ecco il vostro Re!» ed essi «gridarono: “Toglilo, toglilo di mezzo,
crocifiggilo!” (e allora) Pilato disse (di nuovo a) loro: “Crocifiggerò io il vostro Re?”
I capi sacerdoti risposero: “Noi non abbiamo (cioè, noi non riconosciamo) altro re che
Cesare”. (In altre parole: “Chiunque, fuorché lui, può regnare su noi”.) E tutto il
popolo, rispondendo, disse: “Il suo sangue sia sopra noi e sopra i nostri figli”».309
Zaccaria, un secolo dopo Daniele, annunciò del Messia: «E gli si dirà: “Che sono
quelle ferite che hai sulle mani?” Ed egli risponderà: “Sono le ferite che ho ricevuto
nella casa dei miei amici”».310
Così il Salmo II, salmo messianico, trova la sua realizzazione completa in un
preciso giorno della storia: quello della crocifissione e quello della resurrezione.
«... I re della terra si ritrovano
e i principi si consigliano assieme
contro l’Eterno e contro il suo Unto, dicendo:
“Rompiamo i loro legami

304
Idem.
305
Th. Mémain, Les 70..., p. 6. Vedere Giovanni 15:51.
306
La Bible Annotée, o.c., t. II, p. 310. «Una traduzione letterale darebbe : “Non sarà per lui”. Il soggetto reale è
sottinteso. Ci sono due possibilità. Si tratta di cose, di possessi materiali o di persone. Nella prima ipotesi, la profezia
insisterebbe sulla povertà del Messia alla sua morte. È naturalmente il caso di Gesù Cristo sulla croce, ma Dio si
preoccupa primariamente degli esseri e poi delle cose; d’altra parte il primo soggetto che segue indica delle persone
(un popolo). Seguendo questa interpretazione, conviene tradurre: “E nessuno sarà per lui”. Ciò descriverebbe bene il
rigetto di cui il Messia sarebbe vittima al momento della sua morte. Questa predizione si è realizzata in maniera
straordinaria nell’esperienza di Cristo (Giovanni 1:11; Matteo 26:56,74; Luca 24:21)» W.H. Shea, o.c., pp. 275,276.
307
Matteo 26:31, confr. Zaccaria 13:7.
308
Matteo 26:56; Giovanni 16:32.
309
Giovanni 19:6,14,15; Luca 19:14; Matteo 27:25. Siamo noi che abbiamo aggiunto quanto messo tra parentesi.
310
Zaccaria 13:6.

118 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

e gettiamo via da noi le loro funi”».311


Nel tempo in cui visse Gesù, la Palestina, sebbene avesse una parvenza di unità
religiosa e politica, era per contro molto divisa. Pilato, governatore del grande Impero
di Roma, dominava al Sud. Al Nord il tetrarca Erode non lo sopportava. C’era ostilità
tra i rigoristi farisei e i sadducei. C’era ostilità tra Roma e Israele, tra i vincitori e i
vinti. Ostilità tra gli erodiani e gli zeloti. Ostilità tra Israele, che si considerava l’elite
dell’umanità, e i Gentili, i pagani che più numerosi occupavano il loro Paese. Ostilità
tra il popolo e la classe religiosa che lo voleva dominare. Ma nel giorno del Golgota,
per un prodigio diabolico, ci fu un avvicinamento tra tutte queste forze opposte e
diverse. Le rivalità e i rancori personali cessarono e tutti furono riuniti in un unico
pensiero, in un unico sforzo, per scongiurare un pericolo che fino a quel momento li
aveva minacciati. Uniti per fare barriera contro il comune nemico. E per realizzare
questo progetto, Erode e Pilato, che fino a quel momento erano nemici, divennero,
usando un’espressione dell’evangelo di Luca, «amici».312
Per la morte dell’Unto «nessuno è per lui» mentre il mondo è unito, e continua ad
esserlo nel suo rifiuto. L’umanità pensa: «Costui è l’erede; venite, uccidiamolo, e
facciamo nostra la sua eredità. E presolo, lo cacciarono fuori dalla vigna, e
l’uccisero».313 L’uomo tenta continuamente di creare il suo Eden, il suo paradiso dove
Dio non possa più interferire. Ma,
«Colui che siede nei cieli ne riderà
il Signore si befferà di loro.
Allora parlerà loro nella sua ira,
e nel suo furore li renderà smarriti:
Eppure, dirà: “Io ho stabilito il mio Re
sopra Sion, monte della mia santità”».
Come ciò può realizzarsi dopo che l’Unto dell’Eterno è stato soppresso?
«Io spiegherò il decreto:
L’Eterno mi disse: “Tu sei il mio Figlio,
oggi io Ti ho generato.
Chiedimi, io ti darò le nazioni per la tua eredità
e le estremità della terra per tuo possesso”».314
L’apostolo Paolo spiega che «Dio ha adempiuto il Salmo II con la resurrezione di
Gesù».315 È perché questo Salmo aveva avuto la sua realizzazione che Gesù, prima di
lasciare per sempre i suoi discepoli all’ascensione, disse: «Ogni potestà mi è stata data

311
Salmo 2:2,3. Il reverendo Lagrange definì «Questo Salmo 2 come il salmo messianico per eccellenza e come il
primo documento ebraico che contiene il termine tecnico di Messia, unito ancora tuttavia a Yahvé sotto la forma “del
Suo Unto”». Numerosi dottori giudei hanno compreso questo Salmo come colui che indica il Re-Messia.
312
Luca 23:12.
313
Matteo 21:38,39.
314
Salmo 2:4-8.
315
Atti 13:33; confr. Romani 1:1-4.

Quando la profezia diventa storia 119


CAPITOLO II

in cielo e sulla terra»316, e l’autore della epistola agli Ebrei ricorda ai nuovi convertiti
la realizzazione di ciò che l’Eterno aveva fatto annunciare:
«Il tuo trono, o Dio, è nei secoli dei secoli,
e lo scettro di rettitudine è lo scettro del tuo regno
... perciò Dio, l’Iddio tuo, ha unto te...
Tu, Signore, nel principio, fondasti la terra,
e i cieli sono opera delle tue mani.
Essi periranno, ma tu dimori;
invecchieranno tutti come un vestito,
e li avvolgerai come un mantello,
e saranno mutati;
ma tu rimani lo stesso,
e i tuoi anni non verranno meno...
Siedi alla mia destra
finché abbia fatto dei tuoi nemici
lo sgabello dei tuoi piedi».317
Come conseguenza di questo «e non a lui» il giudizio di Dio sul suo popolo è il
preludio del Giudizio di Dio sull’umanità.318
La Bible Annotée commenta: «“E nulla per lui”, il significato di questa traduzione
letterale non differisce dalla nostra traduzione, che abbiamo preferito per la sua
maggiore chiarezza: “e nessuno per lui”. Una volta il Messia soppresso, la sua opera
sembrerebbe annientata; nulla sembra possa risollevarla; i suoi aderenti, i santi, sono
come scomparsi. La conseguenza di questo annientamento della persona del Cristo e
della sua opera è indicata dalle parole che seguono. Una volta la teocrazia privata da
colui che ne era l’anima, non può far altro che crollare (confr. Luca 13:34 e 35;
Giovanni 2:19). Abbattere il Messia, è abbattere il tempio e Israele stesso».319

«E in mezzo alla settimana farà cessare sacrificio e oblazione»320

«La parola “settimana”, in questa frase è accompagnata da un articolo definito; ciò


mostra bene che si tratta di quella che è evocata all’inizio del versetto. Il soggetto
continua ad essere il Messia Principe. Daniele IX:26 non predice direttamente la data
esatta della morte del Messia. Questo versetto segnala semplicemente che essa
avverrà “dopo” le 69 settimane, cioè nel corso della 70a. Il Messia farà cessare il
sacrificio e l’offerta. Questo aspetto della sua opera è in relazione con la sua morte.
Questa ha dovuto avvenire nel mezzo della settimana. Tuttavia in ebraico questa
espressione non significa che sarebbe dovuta avvenire esattamente nel mezzo di

316
Matteo 28:18.
317
Ebrei 1:8-13; confr. Salmo 45:6,7; 102:25; 110:1.
318
Daniele 9:26.
319
La Bible Annotée, o.c., t. II, p. 311.
320
Daniele 9:27.

120 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

questa settimana, come lo si crede qualche volta oggi. Poco importa: senza voler
cercare qui una precisazione assoluta, noi possiamo scoprire che la morte del Cristo è
avvenuta verso la metà dell’ultima settimana profetica, che va dall’anno 27 all’anno
34 della nostra era».321
Questo Unto, secondo l’espressione dell’angelo, avrebbe messo fine alle vittime
sacrificali (ostie) e alle offerte, cioè alle donazioni a Dio dei frutti della terra e alle
oblazioni di farina.322 «Queste espressioni comprendono sia il sacrificio cruento sia
l’oblazione incruenta; in una parola il culto israelitico»323 che purtroppo, quale
dimostrazione di grande contraddizione, continua in una forma incruenta nella Chiesa
romana con il sacrificio della Messa.
La morte di Gesù ha realizzato infatti tutto quel cerimoniale israelitico che aveva
lo scopo di raffigurarlo. Il Battista aveva presentato il Cristo come «l’agnello di Dio»
e l’autore dell’epistola agli Ebrei spiega l’adempimento dei riti del tempio con queste
parole: «E infatti a noi conveniva un sacerdote come quello, santo, innocente, imma-
colato, separato dai peccatori ed elevato al di sopra dei cieli; il quale non ha ogni
giorno bisogno, come gli altri sommi sacerdoti, di offrire dei sacrifici prima per i
propri peccati e poi per quelli del popolo; perché questo egli lo ha fatto una volta per
sempre, quando ha offerto se stesso».324
Mentre Israele in quel giorno sacrificava l’agnello per ricordare la liberazione
dall’Egitto, sulla croce innalzata sul Golgota veniva immolato il vero Agnello
pasquale senza difetto325 che realizzava la vera liberazione dalla schiavitù del peccato
e dalla morte.
Mentre Gesù sulla croce gridava: «È compiuto!», «la cortina del Tempio si
squarciò in due, da cima a fondo» secondo l’espressione di Matteo e Marco o «nel
mezzo» secondo Luca.326 «Dei molti miracoli che seguirono la morte di Gesù, Marco
non ha raccontato che questo, senza dubbio a causa del suo bello e profondo
significato simbolico».327 «Noi pensiamo che nel momento in cui il velo del tempio si
è strappato, annunciando con questo la fine dell’antica alleanza, il sacrificio è stato
compiuto una volta per tutte da Cristo Gesù».328
Il Talmud riporta che quarant’anni prima della distruzione di Gerusalemme: «Le
porte del Santuario si erano aperte da sole e R. Johanan ben Zacai le rimproverò.
“Santuario, santuario, disse, simuli tu il terrore? Io lo so, tu sarai devastato"».329

321
W.H. Shea, o.c., p. 279,284,285. «Benché questa parola possa indicare la “metà” in altri contesti, quando è unita a
un periodo significa sempre “mezzo” (vedere Esodo 12:29; Giosuè 10:13; Giudici 16:3; Geremia 17:11; Salmo
102:25; Ruth 3:8). Ora il mezzo della settimana, cioè tre anni e mezzo dopo l’anno 27, cade nell’anno 31 che si avvera
essere l’anno della crocifissione» J. Doukhan, Le soupir ..., p. 212.
322
Levitico 23:17.
323
J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, p. 1010.
324
Ebrei 7:26,27; confr. 9:25,26.
325
1 Corinzi 5:7.
326
Giovanni 19:30. Matteo 27:50; Marco 15:28; Luca 23:45.
327
L. Bonnet, o.c., t. I, p. 363.
328
LEUTHI Walter, La Prophétie de Daniel et notre temps, Neuchâtel 1943, p. 125.
329
Yoma 39b; cit. da J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, p. 1011; vedere F. Godet, o.c., t. II, p. 537.

Quando la profezia diventa storia 121


CAPITOLO II

Dalla morte di Gesù, «il culto israelitico perde il suo valore e la sua efficacia, che
passa tutta intera nel sacrificio messianico. La parola shabath: riposarsi, cessare, -
impiegata nel testo - si spiega più naturalmente in una cessazione di questo genere
che in una soppressione violenta, come è avvenuta all’epoca dei Maccabei. Le
cerimonie levitiche non sono più da quel momento che delle forme senza vita la cui
abolizione non può tardare».330
Il terremoto, l’apertura delle tombe e la resurrezione che ne consegue sono il
pegno del giudizio ultimo sugli uomini e della vittoria di Cristo sulla potenza della
morte.331
«L’oracolo di Daniele deve intendersi come una cessazione di diritto immediato,
seguito, poco tempo dopo, da una cessazione di fatto... Noi siamo in diritto di ritenere
che, nei quarant’anni che precedettero la distruzione del tempio, secondo la
confessione dei rabbini, una grande rivoluzione si fece nel santuario, la lampada si
spense, le porte gemettero, il sommo sacerdote fu spaventato, ecc. Ora, si sa che il
tempio fu bruciato nell’anno 70. Togliendo quarant’anni, noi arriviamo all’anno 30,
nel quale Gesù Cristo stabiliva l’alleanza e fondava la sua Chiesa. La tradizione
giudaica non indica, del resto, che press’a poco l’anno stesso del sacrificio espiatorio:
essa si è accontentata di un numero tondo».332
Giuseppe Flavio così riporta i segni che si sono manifestati nel tempio poco prima
della sua distruzione: «Intorno alla nona ora della notte, ... la porta del tempio rivolta
verso Oriente, e che era di rame e così pesante che venti uomini potevano appena
spingerla, si aprì da sola, benché fosse chiusa con delle grosse serrature, con delle
sbarre di ferro e dei catenacci che entravano ben dentro nel suolo, che era di un solo
blocco di pietra... Poco dopo la festa, il ventisettesimo giorno di maggio, accadde una
cosa che temerei riportare, per paura che la si prenda per una favola, se delle persone
che l’hanno vista non fossero ancora vive, e se le disgrazie che l’hanno seguita, non
ne avessero confermato la veridicità. Prima del levarsi del sole, si scorsero nei
dintorni di questa contrada dei carri pieni di gente armata attraversare i mari e
spandersi nei dintorni della città, i sacerdoti essendo stati nel tempio interno durante
la notte per celebrare il servizio divino, intesero del rumore, e subito dopo una voce
che ripeté diverse volte: “Usciamo da qui”».333
Tacito riporta in questi termini l’abbandono del tempio da parte di Dio: «Le porte
si aprirono all’improvviso da sole, e s’intese una voce, più che umana, che gridava
che gli dèi si erano ritirati».334
«Questi prodigi accaduti prima dell’ultima rovina di Gerusalemme, erano di tale
natura da fare sufficientemente capire agli Ebrei che Dio aveva abbandonato il loro
tempio e soppresso il loro culto».335 Il tempio distrutto alla fine di quella generazione,

330
La Bible Annotée, o.c., t. II, p. 312; vedere Appendice n. 4.
331
Matteo 27:52,53.
332
J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, p. 1011.
333
Giuseppe Flavio, Guerre Giudaiche, VI, V, 3.
334
Tacito, Storia, V, 13.
335
J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, p. 1012.

122 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

come aveva detto Gesù,336 può dimostrare che Dio non riconosceva più quella forma
di adorazione.
In che anno possiamo fissare la data della morte di Cristo?
Gesù, come abbiamo presentato sopra337, ha partecipato a quattro Pasque.
La prima, dopo essere stato battezzato e aver fatto dei discepoli, segnava l’inizio
della sua attività pubblica recandosi a Gerusalemme.338
La seconda l’anno successivo,339 al termine del suo ministero in Giudea con il
rigetto da parte del Sinedrio.
La terza nel 30 d.C.340 segna la fine del Suo ministero in Galilea con il
conseguente rigetto dei Galilei.
L’ultima341, in concomitanza col Suo sacrificio, nel 31 d.C., dopo il Suo ritiro a
Tiro, Sidone, nella Decapoli, in Samaria e in Perea.
Che Gesù sia morto in quell’anno, dopo tre anni e mezzo dal suo battesimo, in
mezzo alla settimana, ci è stato trasmesso da Giulio l’Africano «uno dei migliori

336
Matteo 24:35.
337
Vedere Grafico n. 1, p. 100.
338
Giovanni 2:13.
339
Giovanni 5:1. Su questo testo i commentatori sono divisi nell’identificare la festa. Infatti i manoscritti ci sono
pervenuti con due letture diverse: «Ci fu una festa» e «ci fu la festa». Tra coloro che preferiscono la lettura “una” festa
non c’è un accordo unanime. La festa la si identifica con quella delle Trombe, celebrata tra settembre-ottobre,
all’inizio dell’anno civile; con la festa dei Tabernacoli, celebrata nello stesso periodo. Altri vi hanno visto la festa di
Pentecoste celebrata in maggio, a seguito della prima Pasqua indicata nel capitolo 2. Altri ancora vi hanno visto la
festa di Dedicazione o di Purim, istituita al tempo di Ester (9:20-26), celebrata in marzo. Chi sostiene questa tesi, dice
che Gesù sarebbe poi rimasto nelle vicinanze di Gerusalemme per salirvi a celebrare la sua seconda Pasqua indicata al
capitolo 6:4. A favore di questa tesi, o che comunque si tratti di una festa che precede quella di Pasqua, c’è il fatto che
il capitolo 4:35 ci pone nel mese di dicembre e il capitolo 6:4 nel mese di aprile e di conseguenza la festa del capitolo
5:1 dovrebbe essere una festa intermedia. Trascorrerebbe così un anno completo tra la prima Pasqua del capitolo 2 e la
seconda del capitolo 6. Se così fosse, il ministero di Gesù sarebbe durato 2 anni e mezzo con questa cronologia:
Giovanni 2:13, Pasqua (primo anno); 4:35, dicembre, stesso anno; 5:1, Purim, marzo, secondo anno; 6:4, Pasqua,
aprile; 7:1, Tabernacoli, ottobre; 10:22, Dedicazione, dicembre; 12:1, Pasqua, aprile, terzo anno. Vedere GODET
Frédéric, Commentaire sur l’Evangile de S. Jean, t. II, 3a ed., Neuchâtel 1885, p. 398.
Ogni posizione è presentata da seri nomi nel campo dell’esegesi.
Anche la spiegazione «la festa» dei Giudei identificata con quella di Pasqua ha altrettanti validi commentatori.
Westphal scrive a tale proposito: «I due più antichi autori che parlano di questo testo sono: Tatiano e il suo avversario
Ireneo. Vivevano nel secondo secolo, sono d’accordo nel dire che si tratta della festa di Pasqua, la festa per eccellenza
presso i Giudei. Ciò che ci conferma in questa opinione (la quale giustifica la credenza ormai secolare, è la durata di
tre anni del ministero di Gesù, credenza che però oggi è quasi abbandonata, perché si vuole sostenere che tutto il
racconto degli evangeli sia stato vissuto in un anno), è che Gesù stesso sembra fare allusione ai tre anni della sua
attività durante i suoi ultimi intrattenimenti, allorquando dice nella sua parabola del fico sterile: “Ecco, sono ormai tre
anni che vengo a cercare frutto da questo fico, e non ne trovo” Luca 13:7» WESTPHAL Alexandre, Jésus de Nazareth,
Harmonie des quatre Évangiles, Lausanne 1914, p. 65. Siamo noi che abbiamo aggiunto quanto scritto tra parentesi.
Sebbene l’accettazione dei tre anni e mezzo del ministero pubblico di Gesù lasci sotto silenzio diversi mesi, ciò è
spiegato dal fatto che gli evangelisti non si sono tanto preoccupati di presentare una biografia cronologica completa
della vita del Cristo quanto gli avvenimenti che più hanno potuto mettere in risalto la sua opera e i suoi
ammaestramenti (vedere G. Ricciotti, o.c., pp. 168,169).
340
Giovanni 6:4.
341
Giovanni 11:55 e seg.

Quando la profezia diventa storia 123


CAPITOLO II

cronologi dell’antichità cristiana»342, da Apollinare di Laodicea,343 da Eusebio di


Cesarea, da Epifane e da Crisostomo.
In uno studio molto ricco, Grace Amadon344 crede di potere affermare che la
crocifissione avvenne il venerdì 27 aprile, mentre l’abate Maurice Chaume, a seguito
di calcoli fatti, la fissa per il 23 marzo, sempre del 31 d.C..345 Che si tratti di marzo o
di aprile è di una importanza relativa anche se è ammirevole lo studio che viene fatto.
È straordinario rilevare che un buon numero di studiosi sono concordi nel fissare la
data nell’anno 31.346

342
VAUCHER Alfred Félix, Lacunziana, II serie 1952, p. 52. Giulio l’Africano visse verso il 230 d.C. È il primo che
nella sua Cronologia, opera nella quale aveva riunito la storia dalla creazione fino all’anno 221 d.C., ha aperto la via a
coloro che vogliono rendersi conto delle profezie di Daniele. «La morte di Gesù è stata fissata nella primavera del 31
dal gesuita Denis PETAU, De Doctrina temporum, vol. II, Paris 1627, p. 666; Rationarium temporum, vol. I, Paris
1703, p. 243; WABNITZ Auguste, Histoire de la Vie de Jésus, vol. II, Montauban, 1904, pp. 237,335,345,392; HALES
William, A new Analysis of Chronology, vol. II, 2a ed., London 1830, p. 518, pone la morte di Gesù nel 31 e nel 34 il
martirio di Stefano» F.A. Vaucher, Les Prophéties..., p. 27.
343
Apollinare il giovane di Laodicea, cit. da Gerolamo, Daniele IX, traduzione inglese, p. 102.
344
AMADON Grace, Ancient Jewish Calendar, in Journal of Bible Literature, n. 61, IV, 1942, pp. 277-280; cit. da
A.F. Vaucher, Lacunz., serie II, p. 52.
345
CHAUME Maurice, Recherches sur la Chronologie de la Vie de Notre Seigneur, in Revue Biblique, XV, Paris
1918, pp. 215-243; cit. in Dictionnaire Pratique des Connaissances Religieuses, t. II, col. 158, art. Chronologie; cit.
A.F. Vaucher, idem, p. 52. Vedere CABALLERO-SANCHEZ Pablo, La profecia de las 70 semaine de Daniel, Madrid
1946, pp. 63-65; W. HALES, New Analysis, vol. II, 1830, p. 518; J. NEUFFER, The date…, 19 aprile 1956, pp. 16,17,25;
26 aprile pp. 3,4; I. QUIGLEY, The Resurr., pp. 15,18; M.-M. WILSON, 1906, p. 679.
346
Oltre all’anno 31 d.C. per la morte di Gesù, i commentatori propongono altre date:
- 26: N. MANN, Of the true, 1733, p. 134, trad. latina, p. 139;
- 27: X. LÉVRIER, Clé, 2a ed., 1903, pp. 44,65;
- 28: M. GOGUEL, Introduction, vol. IV, 1, p. 86;
- 29: R.K. ARNAUD, 1918, p. 225; D. LAZZARATO, La cronologia, p. 40; Chronologia, p. 483,503; De ex Danielis,
p. 53; A. LOISY, Les Mystères, 2a ed., p. 206; Les livres, 1922, p. 16; H. BROWNE, Ordo, 1844, pp. 53-94;
F. PRAT, La data, vol. III, 1, 1912, pp. 82-104; G.L. ROSE, Tribul., 1943, p. 65; C.H. TURNER, Chronology,
I, pp. 403-415;
- 30: J. ANGUS e S.G. GREEN, The Bible, 6a ed., p. 794; J. von BEBBER, Zur Chron., 1898; J.A. BENGEL, Welt,
1747, p. 177; J.A. BISHOP, The Day, 1957, pp. 15-30 (6 aprile); BORGONCINI DUCA, Date, p. 81; L.T.
CUNNINGHAM, Significance, p. 34; D. DAVIDSON, The Date, 1833; A.R. FAUSSET, 1878, p. 153; P.F. HENRY,
Les deux, 1930, pp. 8,30; E. HEYCOCK, p. 464; Th. MÉMAIN, 1903, p. 35; H. OLTRAMARE, Commentaire sur
l’ép. aux Romains, vol. I, p. 87; J.A. PORRET, Trois, p. 36; E. PREUSCHEN, Todesjahr, pp. 1-17; L.J.U.
SMAY, 1915, pp. 199-206; A.E. TRICOT, S. Paul, p. 32; J. URQUHART, The Wonders, 3a ed., p. 206; G.
VIDAL, p. 16; A. WEIGALL, Survivance, 1934, p. 31; J.A. WYLIE, p. 149;
- 31: vedere sopra;
- 32: R. ANDERSON, The Coming, 5a ed., pp. 97,122,128; W. WHITLA, Sir Isaac Newton’s, p. 125;
- 33: W.S. AUCHINGLOSS, 1905, pp. 115,126; A. BLOMSTRAND, 1853, p. 100; J. FABRE d’ENVIEU, vol. II, p. 1121;
C. FRENCH, The Midnight, 18 nov. 1842, p. 4; K.W. HARTENSTEIN, 1936, p. 104; W. HOMANNER, Die
Dauer, 1908, p. 109 (3 aprile); P. LADEUZE, La date, vol. V, pp. 893-903; A. MALET, Histoire, p. 414; J. Le
PELLETIER, Dissertation, 1700, pp. 478-487; G. SEYFFARTH, Summary, 2a ed., pp. 183-187;
- 34: C.H. LAGRANGE, Leçons, p. 395; I. NEWTON, Observ., cap. XI;
- 35: G. BURTON, Suppl., 1768, pp. 7,38,69; M. CHAUME, Recherches, pp. 212-243, 505-549.
Per i titoli completi delle opere vedere la Bibliografia.
Per il giorno della crocifissione: venerdì, vedere: S. ZEITLIN, The date, part III, 1932, pp. 263-271; L. SIBUM,
Revue des Sciences, XV, 1935, pp. 567-572; S. BACCHIOCCHI, The time, 1985.

124 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

L’apostolo Paolo ai Romani scrive: «Cristo, nel tempo stabilito, morì per i
peccatori».347 Enrico Bosio commenta l’espressione «tempo stabilito», come altri
commentatori, con le seguenti parole: «Nel tempo più opportuno, fissato dal consiglio
di Dio, cioè quando fu compiuta la preparazione voluta da Dio nel mondo pagano e
giudaico».348 Riteniamo che si abbiano dei motivi per credere che il «tempo stabilito»
sia proprio quello previsto dall’onniscienza di Dio e da Lui indicato nella nostra
profezia alla quale Paolo fa riferimento.
Prima di considerare l’ultima parte dell’oracolo dell’angelo, desideriamo
esaminare le espressioni del versetto 24 che presentano «chiaramente le molteplici
opere che solo il Messia poteva realizzare».349
«La morte del Crocifisso... è contemporaneamente la fine e l’inizio di un mondo. Il
vecchio mondo è vinto; il nuovo comincia a spuntare».350 Le sei espressioni del
versetto 24 non descrivono ancora il regno messianico nella sua gloria esteriore, ma la
sua vittoria sul peccato.

«Per consumare il crimine»351

Il verbo ebraico significa: completare, e può essere preso nel senso di consumare,
finire o compiere, impedire, fermare, esso esprime l’atto di chiudere. La radice del
verbo ha due significati complementari: «Il peccato sarà fermato, chiuso, messo a
fine» o «il peccato arriverà al suo culmine, colmerà la sua misura».352
Possiamo dedurre da questo che in un certo momento delle 70 settimane il
peccato, cioè la rivolta dell’uomo nei confronti di Dio, raggiungerà il suo parossismo,
la sua massima espressione, ma nello stesso tempo in cui la manifesta, sopprimendo il
suo Creatore, l’universo non ha più dubbi sull’amore dell’Eterno. L’uomo che riflette
davanti all’espressione più inequivocabile del suo crimine, prende coscienza
dell’assurdità della sua azione, si converte e pone fine alla sua rivolta. Il peccato cessa
di essere una forza nel popolo di Dio.
L’apostolo Paolo, che prima perseguitava i cristiani con i quali il Cristo si
identificava, dopo aver compreso l’assurdità del suo peccato e del suo modo di
vivere, pur considerandosi osservatore della legge di Dio, scriveva: «Ma quanto a me,
non sia mai che io mi glori d’altro che della croce del Signore nostro Gesù Cristo,
mediante la quale il mondo (il vivere normale dell’umanità separata da Dio), per me,
è stato crocifisso, e io sono stato crocifisso per il mondo» e tutta la propria giustizia

347
Romani 5:6; versione La Parola del Signore. The Good News for Modern Man, traduce: «Cristo morì per gli empi
al momento da Dio scelto». The Revised Standard Version, ha: «Al tempo giusto Cristo morì per i viventi».
348
BOSIO Enrico, Le epistole ai Romani; I, II Corinzi, ed. Claudiana, Torre Pellice 1930, 1939, Torino 1989, p. 61.
349
Th. Mémain, o.c., p. 120.
350
DIDON P. Henri, Jésus-Christ, Paris 1919, p. 345.
351
Daniele 9:24.
352
J. Fabre d’Envieu preferisce il senso di raffrenare, trattenere; A. Crampon, «rinchiudere la prevaricazione»; J.N.
Darby, «per chiudere la trasgressione»; H.A. Perret Gentil, perché il «crimine sia consumato»; J. Doukhan, per
«imprigionare il crimine»; E. Rey per mettere il «colmo alla ribellione».

Quando la profezia diventa storia 125


CAPITOLO II

personale la reputava come tanta spazzatura.353 L’apostolo Pietro a sua volta scriveva:
«Egli (Gesù), che ha portato egli stesso i nostri peccati nel suo corpo, sul legno,
affinché, morti al peccato, vivessimo per la giustizia, e mediante le cui lividure siete
stati sanati».354 Il pastore riformato Roland de Pury commentava: «Sono le nostre
menzogne, le nostre vanità, le nostre concupiscenze, la nostra idolatria che lo fanno
salire sulla croce e che lo precipitano nella morte e nell’inferno - e al posto di
scrollare da sé tutto ciò e di sbarazzarsene per raggiungere suo Padre, al posto di
rigettare su noi i nostri falli di cui lo aggravavamo, egli ha tutto preso sulle sue spalle,
ha portato tutta questa turpitudine nel suo corpo, per travolgerla, per spazzarla via
lontano da noi, con lui nella morte e nell’inferno. Questa spada con la quale noi
l’abbiamo trafitto, egli l’ha trattenuta in sé e le nostre mani sono rimaste vuote. Ed
ecco: il trionfo del nostro peccato ci ha privati del nostro peccato.... la sua morte che
sembrerebbe essere la morte della giustizia di Dio, il colpo di grazia dato al Regno, è
in realtà la morte delle nostre iniquità.... Sulla croce, siamo noi che moriamo, che
cessiamo di esistere per tutte queste cose che ci fanno morire e che cominciamo a
esistere per quelle che ci fanno vivere».355
Ciò che ha fatto salire Cristo sulla croce è la malvagità dell’uomo, essa è quindi la
prova inequivocabile dello stato di rivolta in cui si trova. La croce è anche la
dimostrazione della santità di Dio la quale, mettendo in risalto il peccato dell’uomo,
vi pone fine.

«Per sigillare i peccati»356

Cioè mettere fine al peccato; fare che il peccato raggiunga la misura della sua
pienezza; annullarlo affinché non continui la sua opera e sia incapace di riprodursi.
L’espressione potrebbe essere vista come una radicalizzazione della precedente. Si
può pensare al peccato perdonato, annullato.
Colui che riconosce e accetta la grazia di Dio può ancora rimanere nel peccato
affinché la grazia di Dio abbondi? «Così non sia», risponde l’apostolo Paolo. Noi che
siamo morti al peccato, come vivremo ancora in esso? La vita del figlio di Dio, che
gioisce del perdono, vive sotto la guida dello Spirito Santo, non dovrebbe più avere a
che fare col peccato, ha chiuso con esso.357 La croce ha fatto del credente un «nato di
nuovo», «una nuova creatura» perché ha preso moralmente coscienza della sua nuova
identità.358 L’uomo fu creato ad immagine di Dio, ma il peccato lo ha degenerato.
Perdonato e convertito riconosce nell’universo come unico bene il Signore. Nulla gli
interessa se non Dio solo, che egli sente quale è veramente: un Padre di amore. Tra
353
Galati 6:14, Filippesi 3:8. Siamo noi che abbiamo aggiunto quanto scritto tra parentesi.
354
1 Pietro 2:24.
355
PURY Roland de, Pierres Vivantes, 2a ed., Neuchâtel, pp. 78,79.
356
Daniele 9:24.
357
Romani 6:1,2; 8:14,15; 1 Giovanni 3:4.
358
Giovanni 3:3; 2 Corinzi 5:17.

126 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

l’uomo rigenerato, Cristo e Dio si stabilisce un’unione, Gesù compie nel credente
l’opera di rinnovamento. Il Cristo lo aiuta a crescere fino alla sua statura perfetta.359
L’uomo che prima trovava soddisfazione nel peccare, nell’essere il figlio lontano
dalla casa paterna, rientrato in sé, a seguito dell’opera che lo Spirito Santo ha
compiuto in lui, abbracciato al padre, ora gioisce nell’ubbidienza alla sua parola e nel
poter vivere nella sua casa. Soffre del male commesso non perché sia un uomo
moralmente a posto, ma perché è un uomo unito al Signore.

«Per espiare l’iniquità»360

Espiare, cioè coprire nel senso di perdonare, purificare, non fare più vedere
l’iniquità, nasconderla alla vista. Il verbo kaafar racchiude l’idea di riscatto, cioè di
liberazione. Il sacrificio di espiazione, di propiziazione per il peccato,361 cioè di
purificazione è il nerbo del cerimoniale del tempio, come abbiamo detto sopra.
Facendo riferimento a questo riscatto Gesù disse della Sua morte: « ...il Figlio
dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire, e per dare la vita sua come
prezzo di riscatto per molti».362
Ancora una volta questa espressione ci aiuta a capire meglio il senso della morte di
Gesù Cristo, che come l’amore è una forza insondabile. Mai potremo spiegare la
croce solo razionalmente, perché, se così fosse, il Suo sacrificio sarebbe ridotto ad
una formula; se Dio avesse potuto salvare l’uomo tramite un ragionamento l’avrebbe
fatto evitando il Calvario, il Monte del Teschio. Siamo nel campo dell’amore, e
l’amore va oltre alla razionalità, pur non contraddicendola.
L’espressione ebraica kafar significa, come abbiamo detto, coprire, nascondere,
togliere alla vista nel senso di: perdonare, purificare. Il filologo P. Winandy precisa
che Kafar (e suoi derivati) riguarda il perdono dei peccati, mediante filologie
comparate e sul piano teologico, non significa coprire, ma corrisponde, nell’Antico
Testamento, al rituale di purificazione, del perdono dei peccati mediante il sacrificio
di sangue.363
L’opera del Messia aveva lo scopo di far sì che degli esseri in rivolta nei confronti
del loro Creatore potessero nuovamente ritornare al Dio Santo e Giusto. Tutta la
Sacra Scrittura ci presenta Dio che è alla ricerca del proprio figlio, dell’uomo:
«Adamo, dove sei?», mentre questi costantemente si sottrae al suo appello e al suo
amore nascondendosi. La Bibbia ci presenta un Padre che implora, privato dei suoi
figli, un Padre ferito nel suo amore. Dio scende in mezzo all’umanità, senza
partecipare al peccato dell’uomo, ma subendo le conseguenze di questo peccato. Dio,

359
Efesi 4:13.
360
Daniele 9:24.
361
Numeri 35:31; Levitico 5:8; 4:26; 16:19; Ezechiele 45:17.
362
Matteo 20:28.
363
WINANDY Pierre, Sens de Kafar dans la théologie biblique d’après l’étude philologique, in Servir, 3o e 4o trimestre
1977, p. 17.

Quando la profezia diventa storia 127


CAPITOLO II

pur essendo santità e quindi separazione dal male, scende tramite i Suoi profeti e poi
come ultima alternativa, col Suo Figlio. Emanuele: «Dio con noi».
La croce, come abbiamo detto, mette in risalto il nostro peccato, la nostra
malvagità e quindi, per contrapposizione, ci rivela l’amore di Dio che è venuto in
mezzo a noi non solamente per dirci, ma per dimostrarci che ci ama fino al punto di
morire per noi. Il Figlio dell’uomo anche sulla croce è fedele al Padre e crede e
testimonia nella sua bontà. Gesù muore. Ma la croce manifesta la giustizia di Dio,
perché il Padre a Pasqua risuscita il Signore della gloria. È davanti a questa morte che
l’uomo comprende la sua follia, e la sua situazione di perdizione gli si manifesta in
una forma evidente. Comprende l’amore infinito di Dio, si pente, crede, chiede
perdono e torna al Padre. Il peccato porta con sé una trasformazione della persona,
una malattia, una degenerazione. La croce porta l’uomo a iniziare in Cristo, in Dio
una nuova vita. In seguito al germogliare della fede in Dio nel cuore dell’uomo, esso
viene dichiarato giusto. Da quel momento inizia per lui il processo di guarigione e
Dio vede l’uomo in Cristo, unito a Lui, come il tralcio alla vite364, non più per quello
che è, ma per quello che sarà ed è già in potenza.
Gesù è venuto per sopprimere, per far sparire quella montagna di malintesi
dell’uomo nei confronti di Dio: «Io (dice l’Eterno), ho nutrito dei figli e li ho allevati,
ma essi si sono ribellati a me».365 La morte di Gesù non è un incidente, ma è la
conseguenza di una vita che non poteva continuare; è un sacrificio e un’offerta366
perché Gesù stesso volontariamente non si sottrae alla violenza degli uomini e anche
in quella circostanza crede nella giustizia di Dio. Gesù è il buon Pastore che mette la
sua vita per le pecore, nessuno gliela toglie, ma la depone da sé.367
Gesù ha preso su di sé le nostre infermità e ha portato le nostre malattie, non come
uno si carica di un pacco postale, ma nel senso che ha simpatizzato con noi fino a
sentirne tutta la sofferenza.368 Ha preso su di sé il peccato, per combatterlo, sradicarlo
dal nostro cuore e vincerlo.
Il sangue sparso sugli stipiti delle porte delle case d’Egitto in occasione della
Pasqua non aveva lo scopo di rendere favorevole il popolo d’Israele a Dio o di
propiziarsi la divinità, bensì quello di testimoniare l’accettazione dell’azione
misericordiosa di Dio, della sua salvezza, della sua grazia, della sua protezione, del
suo intervento liberatorio.
«Cristo ha dovuto soffrire... a causa degli uomini, a causa della loro attitudine nei
suoi confronti. La storia che va da Betlemme al Golgota è quella di un Essere
abbandonato, rigettato e perseguitato dal suo proprio circondario e finalmente
accusato, condannato e crocifisso. Essa manifesta lo stato di guerra e di rivolta che
oppone l’uomo a Dio stesso».369

364
Giovanni 15:1-5.
365
Isaia 1:2.
366
Efesi 5:2.
367
Giovanni 10:11,18.
368
Matteo 8:14-17.
369
BARTH Karl, Esquisse d’une dogmatique, Neuchâtel 1968, pp. 166,167.

128 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

«Poiché l’uomo... si eleva contro l’appello misericordioso di Dio, Gesù sa che la


sua esistenza finirà nella catastrofe. Sa che la sua esistenza che, dall’inizio, era di già
“in basso” deve, mediante un ulteriore passo, terminare nell’ultima profondità. Ma è a
una tale profondità che avrà il suo ribaltamento. Sa, e lo confida come un segreto ai
suoi discepoli, che il cammino che Dio gli traccia porterà alla croce. E, giunto alla
soglia che separa la morte dalla vita, spiega egli stesso ai suoi discepoli che ciò che
agli occhi degli uomini rappresenta una tragedia scandalosa, è il senso proprio e il
completamento della sua opera d’amore».370
Non è Dio che cerca la morte del Figlio. È proprio nel momento in cui Dio si
avvicina in forma più diretta ed intima all’umanità che si manifesta l’infinita distanza
che li separa. Più Dio si avvicina all’uomo più il peccato manifesta il suo vero volto.
Il Messia quindi espierà il peccato, e di fatto, Gesù ha espiato il peccato, non per
modificare l’attitudine di Dio nei confronti dell’uomo, ma per modificare il nostro
atteggiamento nei suoi confronti. Nel momento in cui l’uomo crede in Gesù, in Dio,
il Cristo elimina la sua ribellione, la seppellisce nella morte e per l’uomo inizia la
guarigione, una nuova vita. Tramite l’unione vivente con Cristo, la sua vita si
ripropone nella vita del rigenerato affinché possa dire per esperienza: «Non sono più
io che vivo, ma è il Cristo che vive in me».371
Nel Cristo l’uomo è salvato perché si riconcilia con Dio e in Gesù incontra
l’Eterno.
Parafrasando il pensiero di L. Evely, diciamo che il vero perdono del peccato non
è solamente la cancellazione di un debito, ma la ricostruzione di tutto ciò che il
peccato aveva distrutto in noi: la nostra fede e il nostro amore.372
Con la croce la politica umana rigetta il Regno di Dio, il quale a sua volta
condanna le varie politiche degli uomini e il loro metodo di governo, trionfando con
la resurrezione. Parlando della sua prossima morte Gesù diceva: «Ora avviene il
giudizio di questo mondo; ora sarà cacciato fuori il principe di questo mondo».373 La
Terra, rifiutando Cristo, si condanna da sola. L’umanità, rigettando ciò che è buono,
non può che essere cattiva. La croce condanna tutte le concezioni di fraternità,
uguaglianza, libertà che il mondo vuole formare al di fuori del suo Dio. Alla croce il
Creatore subisce le conseguenze della rivolta delle creature, la espia374, perché:
«Riguarderanno a me, dice (l’Eterno), a colui che essi hanno trafitto, e ne faranno
cordoglio».375
C’è un parallelismo fra queste tre prime espressioni che abbiamo esaminato del
versetto 24 e quelle che seguono:

370
E. Brunner, o.c., , t. II, Genève 1965, p. 317.
371
Galati 2:20.
372
EVELY Louis, Oser parler, ed. le Centurion, Paris 1982, p. 140.
373
Giovanni 12:31.
374
Cioè purifica perché cambia l’atteggiamento dell’uomo e lo riconcilia con Dio. Vedere Romani 5:10,11; 11:15; 2
Corinzi 5:18-20, vedere nota Luzzi; Colossessi 1:20-22; Efesi 2:16.
375
Zaccaria 12:10.

Quando la profezia diventa storia 129


CAPITOLO II

Distruzione del male Stabilimento del bene


- consumare il crimine - portare giustizia eterna
- sigillare il peccato - sigillare visione e profezia
- purificare l’iniquità - ungere santo dei santi.

«Per portare giustizia dei secoli»376

Alla consumazione del crimine corrisponde: «portare la giustizia eterna». Alla fine
del male c’è l’inizio della giustizia. La parola tsedeq significa la grazia mediante la
quale noi siamo resi partecipi della giustizia eterna. Con queste parole si annuncia che
l’umanità può riavere quello che ha perduto perché il Messia ha vinto il male e ha
trionfato sulla morte.
Geremia aveva annunciato questa giustizia da parte dell’Eterno con le parole: «Io
farò germogliare a Davide un germoglio di giustizia, ed esso farà ragione e giustizia
nel paese e questo è il nome con il quale sarà chiamato: l’Eterno, nostra giustizia».377
Però prima di questo: «Egli vedrà il frutto del tormento dell’anima sua, e ne sarà
saziato; per la sua conoscenza, il mio servo, il giusto, renderà giusti i molti...».378
«Stabilire una giustizia eterna», è «portare, per mezzo dell’opera del Messia, lo
stato di perfetta giustizia davanti a Dio, al quale l’umanità è eternamente destinata,
ma che non può produrre da sola; far così succedere a tutte le condanne anteriori la
giustificazione divina che deve durare per sempre».379
La grazia offerta ha un risvolto eterno, perché le conseguenze sono eterne. La
giustizia è eterna perché il regno del Messia è eterno, eterno come lui stesso.380

«Per sigillare visioni e profezie»381

Al suggellamento del peccato si contrappone il sigillo della rivelazione.


Il Messia, per autenticare la parola dei profeti e realizzare tutto ciò che l’Antico
Testamento ha detto a proposito del suo regno e della salvezza, dovrà «confermare la
verità compiendola».382

376
«Le tre espressioni che precedono annunciano l’intera distruzione del male sotto tutte le sue forme; le tre
espressioni seguenti presentano lo stabilimento perfetto del bene. C’è una correlazione tra la I e la IV, la II e la V, la
III e la VI» A. Crampon, o.c., nota.
377
Geremia 33:15,16; vedi 23:6.
378
Isaia 53:11.
379
La Bible Annotée, o.c., t. II, p. 307.
380
Daniele 2:44; Osea 2:19, Isaia 51:6,8.
381
Daniele 9:24.
382
K. Auberlen, o.c., p. 123.

130 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

È nel Messia che tutte le espressioni della solidarietà di Dio per la sofferenza
dell’uomo annunciate dai profeti diventano realtà perché in lui Dio stesso è venuto a
viverle con noi nella nostra prigione, nel deserto del nostro mondo.383
L’espressione “secondo le Scritture” che troviamo spesso nel Nuovo Testamento
«significa semplicemente che la Scrittura non ha né senso, né verità al di fuori di
Gesù Cristo. L’esistenza di Gesù di Nazaret, la sua vita, la sua morte, la sua
resurrezione, e il senso di ogni frase della Bibbia, è la verità di tutto ciò che la Bibbia
ci annuncia. La Scrittura non è là per se stessa; ... Senza di lui essa è vuota, totalmente
vuota. Senza lui è falsa. Rigorosamente parlando, essa non esiste che perché compiuta
da lui, ricevendo da lui il suo senso e la sua verità... La Bibbia senza Gesù Cristo non
sarebbe che “formule de politesse” divina, linguaggio convenzionale per persone
religiose».384 La Parola di Dio, che ha operato nel passato, in Gesù Cristo si è
incarnata ed è venuta a vivere quello che ha detto. L’incarnazione dell’Eterno è la
prova che veramente “Dio soffre con noi”. Se non si scoprono nella Sacra Scrittura
l’annuncio e la realizzazione di questa parola noi non abbiamo ancora scoperto il
perché e il valore della rivelazione. In polemica con i farisei Gesù disse: «Investigate
le Scritture perché pensate aver per mezzo d’esse vita eterna, ed esse sono quelle che
rendono testimonianza di me».385 Dopo la sua resurrezione Gesù dimostra di essere il
Messia richiamandosi a tutto ciò che l’Antico Testamento diceva di Lui.386
Gesù sigillava le visioni e le profezie «poiché in lui la pienezza della legge e dei
profeti veniva in persona», così scriveva Ippolito di Roma nel 395.387
«Il compimento di questa profezia del capitolo IX del libro di Daniele ha l’effetto
di autenticare le visioni e le profezie»388 e rendere certa, per anticipazione, la
realizzazione futura della parola di Dio: la salvezza finale.389 «Il compimento delle
predicazioni relative alla prima venuta del Messia nel momento specificato in questa
profezia dà la sicurezza che gli altri elementi della profezia, in particolare i 2300
giorni profetici, avranno un compimento altrettanto preciso».390
Di fronte a questa dichiarazione così solenne: «Le visioni e le profezie si
realizzano»391 non si capisce come gli studiosi moderni possano attribuire questa
profezia delle 70 settimane al tempo di Antioco Epifane, quando nei suoi confronti
non c’è nessuna visione e profezia nell’Antico Testamento.

«Per ungere santo dei santi»392


383
Esodo 3:7; Isaia 63:9.
384
PURY Roland de, La Présence de l’Eternité, Genève, p. 16,17.
385
Giovanni 5:39.
386
Luca 24:44.
387
Ippolito di Roma, Commentario su Daniele, XXXIII
388
A.F. Vaucher, Les prophéties..., p. 22.
389
Romani 8:24.
390
The Seventh Day Adventist Bible Commentary, - SDABC, vol. IV, p. 852.
391
Versione La Bibbia, Parola del Signore.
392
Daniele 9:24.

Quando la profezia diventa storia 131


CAPITOLO II

All’espressione «purificare l’iniquità», corrisponde l’azione di ungere, di


consacrare il santo dei Santi.
«Questa parola, nell’originale, non si riferisce che a delle cose, al tabernacolo, al
tempio; nell’oracolo, al santo dei santi».393
«Il termine ungere richiama l’unzione fatta sul tabernacolo inaugurato da Mosè.
Keil fa notare che questa unzione d’olio non fu ripetuta né all’inaugurazione del
tempio di Salomone, né a quella del tempio di Zorobabele (dopo l’esilio di
Babilonia), né al tempo della purificazione del tempio sotto i Maccabei perché i
santuari erano senza dubbio considerati come la continuazione dell’antico»394, cioè
della tenda di convegno consacrata da Mosè.
Qual è questo “santissimo” di cui parla l’angelo? Alcuni vi hanno visto l’unzione
del Cristo.395 Sebbene in Gesù noi abbiamo il santuario di Dio con gli uomini, il
contesto del nostro brano ci offre un altro insegnamento. Il versetto 25 ci presenta la
ricostruzione del santuario israelitico, mentre il versetto 26, portandoci ai tempi
messianici, ci presenta la sua distruzione. Per consolare in anticipo gli eletti a causa di
questa terribile prospettiva, l’angelo promette che nel tempo in cui si manifesta il
Messia, verrà consacrato, al posto del santuario distrutto, il Santuario dei santuari, un
santuario infinitamente più glorioso, che sarà veramente il santo dei santi, il Santuario
celeste di cui il tempio di Gerusalemme era l’ombra, il tipo, la rappresentazione
figurata.396
Osserva il prof. J. Doukhan: «È altamente significativo rilevare che la stessa
associazione di queste tre nozioni di espiazione (kpr), di unzione (msh) e di Santo dei
santi (qôdhès qodhâsîm - senza articolo) si ritrova in Esodo XXIX:36,37, il solo passo
biblico con Daniele IX:24 che utilizza queste tre espressioni in relazione tra di loro.

393
GUERS Émile, Israel aux derniers jours, Genève 1856, p. 96; vedere J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, p. 915.
394
A. Crampon, o.c., p. 700; La Bible Annotée, o.c., t. II, p. 308.
395
Tertulliano, Contro i Giudei, capitolo 8; Ippolito di Roma, trad. LEFÈVRE, IV, 32, pp. 325,329; Atanasio, Traité
sur l’incarnation du Verbe, cap. 8, tard. CAMELOT, III, 1849, p. 346; J. CALVIN, Leçons, f. 142b, 148b; K. Auberlain,
o.c., pp. 123-127; J.P. BRISSET, pp. 46,50; P.L.É. BURNIER, vol. III, 1849, p. 346; M.L. CLARK, p. 12; J. Fabre
d’Envieu, o.c., t. II, pp. 1128,1129; F.W. FARRAR, Vie de ..., ed. Zahn, p. 138; J. FERGUSON, p. 34; H. GROTIUS, Opera
Omnia, p. 451; P. de LAUNAY, p. 342; W. LOWTH, 1822, p. 346; J. MEDE, Works, 4a ed., p. 697; Ph. MELANCHTON,
1543, p. 124; 1555, p. 183; W. MILLER, Evidence, 1843, pp. 62,63; Ch. TROCHON, p. 212; ecc.
«Dai tempi della Chiesa primitiva si è applicato questa frase all’unzione di Gesù Cristo in qualità di Messia.
Tuttavia questa interpretazione si oppone all’uso corrente dell’espressione qodes (ha) qodessîm (santo dei santi)
nell’Antico Testamento. Al di fuori del libro di Daniele, queste parole appaiono più di 40 volte nell’Antico
Testamento ed in tutti i casi designano un santuario o una cosa in rapporto con un santuario. La sola eccezione
potrebbe trovarsi in 1 Cronache 23:13, ma è discutibile, poiché a mio avviso questo passo si riferisce al santuario»
W.H. Shea, o.c., p. 267.
Eusebio in MIGNE, P.G., XXIV, col. 527,528 mette in relazione questa unzione con il ministero sacerdotale di
Cristo in seguito alla sua ascensione. Alcuni autori sostengono che si tratti del santuario: J.F. von ALLIOLI, Comment.,
p. 505; J.H. ALSTED, Trifol., I, p. 129; R. ANDERSON, 1963, p. 51; J.N. ANDREWS, 1863, p. 69; F. GODET, 3a ed., p. 347;
É. GUERS, Israel, p. 96; M.J. LAGRANGE, p. 69, n. 2; S. LEE, The event…, p. 11; J. LITCH, Prophecy, I, p. 134; G.
LUZZI, p. 310; É.G.E. REUSS, pp. 265,266; ecc. «Ungere un santo dei santi. Ciò corrisponde a quanto ha fatto Mosè, in
forma tipica, dopo la consacrazione del tabernacolo» G. MONTAGUE, The Time, p. 410.
Per i titoli delle opere vedere la Bibliografia.
396
Ebrei 8:5.

132 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

Ora, quest’ultimo passo è nel contesto della consacrazione di Aaronne e dei suoi figli
al sacerdozio (la prima consacrazione dei sacerdoti israeliti). È interessante rilevare
che questa cerimonia consisteva principalmente nell’unzione d’un “Santo dei santi” e
che essa era segnata dal numero 7: la cerimonia doveva durare 7 giorni. Il sommarsi
degli schemi e dei motivi linguistici comuni tra la profezia delle 70 settimane e questo
passo dell’Esodo è rilevante. Possiamo quindi cogliere quanto suggerisce la relazione
espressa dal parallelismo tra l’espiazione e l’unzione di un Santo dei santi, cioè la
consacrazione di un nuovo sommo sacerdozio».397
L’opera redentrice non finisce con la croce, ma continua in cielo dopo la
resurrezione del Messia. L’apostolo Paolo ricorda questo insegnamento e scrive ai
Romani dicendo che il nostro Signore Gesù Cristo «è stato dato a causa delle nostre
offese, ed è risuscitato in vista della nostra giustificazione».398
Salendo in cielo dopo la sua morte, Cristo Gesù viene rivestito della funzione
sacerdotale di Sommo Sacerdote della nuova alleanza nel santuario celeste399, dove
inaugura la Sua opera divina con un atto corrispondente all’unzione del santuario
mosaico. Con questa unzione di un nuovo santo dei santi si ha una nuova forma di
culto. «Qui si apre a noi un nuovo ciclo di verità rivelate che non ha preso il suo posto
nella coscienza e nella teologia della Chiesa».400
Quest’opera sacerdotale del Cristo nel cielo, inaugurata alla Pentecoste con la
discesa dello Spirito Santo, presenta due fasi: quella dell’“intercessione”, sua
presenza in cielo quale nostro rappresentante che compie dal giorno dell’unzione del
santuario stesso, e quella di giudizio e di purificazione che precederà la fine del tempo
di grazia (che noi vedremo nel nostro Capitolo XIII - Il Giudizio preliminare in cielo
prima del ritorno di Gesù, purificazione del Santuario celeste e sua ripercussione sulla
terra. In questa opera compiuta accanto al Padre, il Cristo non ha il compito di
implorare la misericordia del Creatore verso gli uomini «perché il Padre stesso ci
ama»401, ma quella di essere accanto al Padre al nostro posto, avere in sé la nostra vita
ed essere garante della redenzione finale. Dare al credente la certezza della salvezza,
la grazia di essere figlio di Dio, di garantire nel presente ciò che si compirà domani.402
«La nostra profezia evoca dunque l’inaugurazione del ministero del Cristo nel
santuario celeste dopo la sua ascensione.403 La portata di questa frase è
considerevole: è il solo legame che il nostro testo stabilisce con ciò che avviene nel
cielo».404

397
Doukhan J., o.c., p. 116,117.
398
Romani 4:25. Traduzione letterale.
399
Ebrei 9:11-22.
400
ROUGEMONT Frédéric de, Un mystère de la Passion et la théorie de la Rédemption, Bâle 1876, p. 496.
401
Giovanni 16:27; 3:16.
402
Colossesi 3:1-3.
403
Ebrei 9:21-24.
404
W.H. Shea, o.c., p. 268. «Le profezie di Daniele 7:9-14 e 8:11-14 penetrano ugualmente nel dominio celeste».

Quando la profezia diventa storia 133


CAPITOLO II

«Settimane settanta sono state tolte per il tuo popolo...»405

490 anni riguardano il popolo d’Israele. È il tempo che Dio affida ancora a questa
nazione per svolgere il compito di suo testimone. Dopo di che consegnerà ad altri il
deposito degli oracoli affinché portino frutto.406 In che modo tutto questo si è
avverato nella storia?
Allo scadere delle 70 settimane, 34 d.C., Dio stende ancora la sua mano
misericordiosa sulla nazione ebraica per un ultimo richiamo.
Gamaliele, dottore della legge ebraica, in seguito all’imprigionamento di Pietro,
invita i membri del Sinedrio a riflettere sul loro comportamento nei confronti della
Chiesa apostolica di Gerusalemme: «Uomini Israeliti, badate bene, circa questi
uomini, a quello che state per fare... (dopo aver presentato la storia dei sobillatori
Teuda e di Giuda il Galileo, aggiunge:) Non vi occupate di questi uomini, e lasciateli
stare; perché, se questo disegno o quest’opera è degli uomini, sarà distrutta, ma se è
da Dio, voi non li potete distruggere, se non volete trovarvi a combattere anche contro
Dio».407
Nell’anno 34 d.C. il diacono Stefano, della Chiesa di Gerusalemme, è accusato di
bestemmiare contro Mosè, cioè contro la legge e contro il santuario. Posto di fronte
alle autorità del Sinedrio, che avevano condannato il Cristo, tre anni e mezzo prima,
ripropone la storia del Risorto. Il volto di Stefano risplende della realtà celeste. Sono
gli stessi membri del Sinedrio a riconoscerlo. Nel discorso che rivolge ai suoi
accusatori «fa prova di una conoscenza perfetta dell’economia giudaica e della sua
interpretazione spirituale, resa ora manifesta in Cristo».408 Dimostra chiaramente
come il testo della Scrittura è il veicolo tramite il quale possiamo comprendere come
Dio agisce nella storia. L’azione di Dio sfugge ai nostri schemi, alle nostre concezioni
e pertanto il Suo piano si compie così meravigliosamente come era stato rivelato.
Dai membri del Sinedrio, che lo dovevano giudicare e non si decidevano ad
accettare il Cristo quale realizzatore delle promesse messianiche, Stefano sollecita una
presa di coscienza chiamandoli «incirconcisi di cuore e di orecchie», ponendoli sullo
stesso piano dei pagani. Mediante Stefano, Dio stende ancora il suo braccio
misericordioso, ricordando la realtà di ogni tempo: «Voi siete come i vostri padri,
resistete allo Spirito Santo, perché ci fu mai profeta che i vostri padri non abbiano
perseguitato?» Voi che mi ascoltate, in altre parole, dice Stefano, avete ucciso i
profeti che annunciavano questo Gesù e avete continuato la loro azione sopprimendo
il Giusto. Poi il diacono presenta il loro bisogno e la loro contraddizione. Se voi,
come i vostri padri, aveste veramente cercato di osservare la legge che vi è stata data,
vi sareste resi conto della vostra impotenza e vi sareste gettati nelle braccia
misericordiose di Dio per la vostra salvezza. I membri del Sinedrio reagirono e il

405
Daniele 9:24.
406
1 Timoteo 6:20; Matteo 21:43.
407
Atti 5:35,38,39.
408
Vedere WHITE Ellen, Gli uomini che vinsero un impero, ed. A.d.V. Falciani 1989. Per il discorso di Stefano:
vedere Atti 6:15-8:3.

134 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

popolo d’Israele colpì in Stefano la mano benefica del Salvatore. Stefano morendo
vede il Signore come Figlio dell’uomo, (certamente alludendo alla visione che
Daniele presenta al capitolo VII:13,14) e, pregandolo, mette in risalto la divinità del
Messia.409
Con la lapidazione di Stefano iniziò «una gran persecuzione contro la Chiesa che
era in Gerusalemme. Tutti furono dispersi per le contrade della Giudea e della
Samaria... »410 e da allora l’evangelo non è più predicato solamente ai Giudei e ai
Gentili circoncisi.
William H. Shea fa notare: «Sono le parole “visione” e “profeta” che appaiono
qui e non “profezia”.- Stefano era l’ultimo profeta a rivolgersi al popolo ebraico quale
popolo eletto da Dio; ma lo si è ridotto al silenzio lapidandolo. Così facendo, si è
nello stesso momento messo a tacere la voce profetica. Ben inteso, il Nuovo
Testamento menziona gli atti e le parole di altri profeti411 ma questi possono essere
descritti da ora in poi come dei profeti cristiani che si rivolgono alla Chiesa».412
In quel tempo Dio chiamò Pietro ad aprire le porte della Chiesa ai pagani. Gli
diede una visione tramite la quale l’Apostolo doveva capire «che Dio non ha riguardo
alla qualità delle persone; ma che in ogni nazione, chi lo teme ed opera giustamente
gli è accettevole».413 In casa di Cornelio, un centurione romano, l’Apostolo ricordò
«la storia di Gesù di Nazaret; come Iddio l’ha unto di Spirito Santo e di potenza... (e)
che da Dio è stato costituito Giudice dei vivi e dei morti. Di lui attestano tutti i profeti
che chiunque crede in lui riceve la remissione dei peccati mediante il suo nome.
Mentre Pietro stava parlando, lo Spirito Santo scese su tutti coloro che udivano la
Parola... Allora Pietro prese a dire: “Può alcuno vietare l’acqua perché non siano
battezzati questi che hanno ricevuto lo Spirito Santo come noi stessi? (nel giorno della
Pentecoste) E comandò che fossero battezzati”».414 Per «la prima volta... sul territorio
pagano, l’Evangelo è predicato e si battezza»415 «perché è la prima volta che lo
Spirito Santo è dato a dei pagani».416 «E tutti i credenti circoncisi che erano venuti
con Pietro, rimasero stupiti che il dono dello Spirito Santo fosse sparso sui
Gentili».417
In quell’anno si giunge al termine delle 70 settimane, Israele come nazione cessa
di essere il popolo eletto. Cristo Gesù abbatte il muro di separazione tra Israele e i

409
Atti 7:56; confr. Daniele 7:13,14.
L’Antico Testamento condannava ogni omaggio di questo genere reso ad un essere che non sia Dio. Saulo, che
era stato presente al martirio di Stefano, venne qualche tempo dopo fermato dal Signore sulla via di Damasco (Atti 9).
L’Apostolo, scrivendo ai Galati (2:1), dice di essere salito a Gerusalemme in occasione del Concilio, quattordici anni
dopo la sua conversione. La prima Assemblea di Gerusalemme si è tenuta nel 49. Se a questa data sottraiamo i 14 anni
menzionati da Paolo, possiamo fissare la data del suo battesimo nel 34-35.
410
Atti 8:1.
411
Atti 11:28;21:19; 1 Corinzi 14; Apocalisse 1:1.
412
W.H. Shea, o.c., pp. 264,266.
413
Atti 10:34,35.
414
Atti 10:38,42,44,47,48.
415
LUTHI Walter, Acts des Apôtres, Genève, p. 124.
416
L. Bonnet, o.c., t. II, Les Acts des Apôtres, p. 388.
417
Atti 10:45.

Quando la profezia diventa storia 135


CAPITOLO II

Gentili facendo dei due popoli uno solo, perché «membri della famiglia di Dio,
essendo stati edificati sul fondamento degli apostoli (cioè la testimonianza del Nuovo
Testamento) e dei profeti (la rivelazione dell’Antico Testamento), essendo Cristo
Gesù stesso la pietra angolare».418
È ancora in quell’anno, 34 d.C., che Pietro si reca ad Antiochia, vi predica
l’Evangelo, fonda la prima Chiesa in territorio pagano, e in quella località per la
prima volta i discepoli vengono chiamati Cristiani.419
I rami secchi dell’ulivo di Dio (i figli del popolo d’Israele) vengono tranciati e al
loro posto vengono innestati dei rami selvatici (i Gentili che in Cristo sono progenie
d’Abrahamo eredi delle promesse420). Sebbene il padre (popolo d’Israele) continui a
rimanere in vita, il figlio (la Chiesa) eredita le promesse, le vive e le ripropone al
padre affinché rinvigorisca e possa vivere con lui della vita di Dio. Reinnestato nella
pianta, può continuare a testimoniare di Dio all’umanità.
Il rifiuto di Israele, Dio l’aveva previsto sei secoli prima, e lo ha fatto conoscere a
Daniele annunciandogli che purtroppo solamente una parte del popolo avrebbe
accettato la sua grazia, mentre la maggioranza avrebbe persistito nella rivolta
cosciente. Come conseguenza di questo rifiuto, Dio giudica che non può proteggere la
città di Gerusalemme e il suo tempio.
Negli anni che seguirono ci furono delle forti reazioni nei confronti di coloro che
si riferivano ai periodi profetici di Daniele per dimostrare che Gesù di Nazaret era il
Messia e che i «tempi» si erano compiuti.421

«E popolo di Capo il veniente distruggerà la città e il santuario -


418
Efesi 2:14,15,20.
419
Atti 11:26.
420
Galati 3:29; Romani 11:17.
«Nell’insieme, a causa della propria disubbidienza e della sua infedeltà, e soprattutto per avere rigettato Gesù,
Israele stesso è stato rigettato. La Chiesa cristiana è il vero popolo di Dio» BULTMANN Rudolf-Karl, Theology of the
New Testament, traduz. di Hendrick GROBEL, New York 1951, p. 97.
421
«Il talmudista Tabh dice: “Tutti i termini indicati per la venuta del Messia sono passati” (Sanhédr. fol. 97b). Nello
stesso trattato (Sanhédr. 97a) si trova la confessione seguente mista ad una negazione che nessun Giudeo ha motivata:
“Quanti anni sabbatici sono passati in cui sono apparsi i segni necessari del Messia, e tuttavia egli non è venuto!”. Da
parte sua il rabbino Jonathan si levava con indignazione (idem, 97b) contro questi calcolatori della fine, che,
appoggiandosi sui calcoli che essi facevano sui tempi fissati da Daniele fino all’arrivo del Messia (9:24-27; 7: 11,12)
dicevano: “Poiché la fine è arrivata e il Messia non è venuto, non verrà più”. Così questi rabbini hanno constatato che
la fine è venuta» J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, pp. 1193,1194.
Se questo insegnamento rabbinico fosse vero tutto il messaggio profetico e biblico sarebbe un non senso e per
quale motivo continuare a leggere il testo sacro?
Dal rifiuto del Messia si passò all’anatemizzare coloro che accettavano Gesù quale Messia. «Nel Talmud di
Babilonia (Gemare, Tr. Sanhédr. fol. 97) si legge: “Maledetti siano coloro che calcolano il tempo del Messia”; il
rabbino Iochanan grida: “Possano le loro ossa rompersi!”, “che l’inferno li inghiottisca!” (Abravanel, Rosch amamah
cap. I, fol. 5,2); “Perisca la loro anima!” dice il rabbino Efraim (Ir Gibborin, fol 3, cap. I n. 54); “e che la geenna li
divori!” diceva il rabbino Matthatis (Nizzachon, n. 334) - “che il loro cuore scoppi e che i loro calcoli svaniscano!”
diceva il grande Maimonide (Iggereth Hatteman, fol 125,4); e diversi rabbini ripetono all’infinito: “Che il loro animo
crepi come un tumore!” (Hal. Melach. ch. XII, 5). Riassumendo, i rabbini si sono sforzati di sottrarre i testi di Daniele
alle investigazioni dei loro correligionari, perché essi hanno giudicato che questi testi li condannassero» idem, t. II, pp.
1194,1996.

136 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

il popolo di Capo il veniente causerà la distruzione della città e del


santuario; e la loro fine sarà nell’inondazione; e fino alla fine guerra e
devastazione decretate»422

Questa dichiarazione annuncia la distruzione di Gerusalemme che avvenne nel


70 d.C. ad opera di Tito.
Gesù stesso ha annunciato la distruzione del tempio e della città prima che fosse
passata quella generazione.423
Chi distruggerà Gerusalemme?
Cinque sono le spiegazioni che si danno al testo:
- Antioco IV Epifane re seleucida;
- Anticristo finale;
- Tito a capo dell’esercito romano;
- Gesù capo del popolo che verrà a distruggere la città;
- Il popolo è la causa della distruzione della città.

Antioco Epifane

Anche se questa spiegazione è sostenuta da un considerevole numero di


commentatori, crediamo di avere a più riprese dimostrato l’insostenibilità di vedere
Antioco IV Epifane nei capitoli VII, VIII e IX di Daniele.
Riportiamo la seguente riflessione della Bible Annotée: «Il termine distruggere
(schachat) sembra forte per indicare ciò che successe sotto Antioco Epifane. Tre anni
dopo l’assassinio di Onia, ma senza relazione alcuna con questo avvenimento, il
tempio di Gerusalemme fu saccheggiato, un gran numero di abitanti della città
massacrati e un altare a Giove Olimpico fu messo al posto dell’altare degli olocausti.
Ma né il tempio, né la città furono distrutti».424

L’Anticristo finale

È una posizione creduta nel mondo evangelico fondamentalista che proietta la sua
manifestazione in un tempo futuro, staccando la 70a settimana dalla storia del passato.
A nostro parere questa spiegazione fa violenza al testo biblico e ha come base un
pensiero teologico preconcetto e non trova il suo corrispondente nella Bibbia. Nella
nostra Appendice n. 3 presentiamo la non sostenibilità di tale posizione futurista.425

422
Daniele 9:26.
423
Matteo 24:34.
424
La Bible Annotée, o.c., t. II, p. 311.
425
Questa posizione è sostenuta da: R. ANDERSON, 1895, p. 53; P. de BENOIT, pp. 67,68; Mad. CHARLES, Voici je
viens, pp. 238-240; J.N. DARBY, Études, 3a ed., pp. 90-94; É. GUERS, Israël, pp. 101-104; B.W. NEWTON, Prospects, 2a
ed., pp. 260,261. Per i titoli delle opere vedere la Bibliografia.

Quando la profezia diventa storia 137


CAPITOLO II

Tito a capo dell’esercito romano

Generalmente viene tradotto: «Il popolo di un capo che verrà», e si identifica il


«capo» con Tito.426 Crediamo però che sia più corretto vedere in questo nagid (capo)
ancora lo stesso Messia, lo stesso Cristo, colui che annunciato doveva venire. Per
Tito, a seguito di quanto abbiamo scritto sopra, si sarebbe dovuto utilizzare
l’espressione melek.
Gesù Cristo risponde alla descrizione dettagliata della profezia: è lui il Messia
Principe che è apparso alla fine delle 69 settimane (versetto 25); è lui il Messia che è
stato sterminato (versetto 26a). Dovrebbe dunque anche corrispondere al Principe del
popolo che, venendo, causerà la distruzione della città e del santuario (versetto 26b).
Riconoscendo in lui il «principe che verrà», si è in sintonia con le indicazioni
cronologiche date nei versetti precedenti.
«I Romani appaiono anche in questa profezia, ma solamente sotto i tratti del
“devastatore” di cui si parlerà più avanti (nel versetto che segue)».427

Gesù, capo del popolo, verrà a distruggere la città ed il santuario

A sostegno di questa spiegazione c’è quanto detto sopra ed il linguaggio biblico.


Già nell’Antico Testamento Dio si servì delle varie nazioni, Assiria e Babilonia,
per compiere un suo giudizio parziale. Di loro dice: «... L’Assiria, verga della mia ira!
Il bastone che ha in mano è lo strumento della mia indignazione».428 «O Babilonia, tu
sei stata per me un martello, uno strumento di guerra; con te ho schiacciato le nazioni,
con te ho distrutto i regni».429
L’abate Fabre d’Envieu fa notare: «A torto si è supposto che il titolo di Nagid era
dato al principe romano che doveva distruggere Gerusalemme, Tito, indicato al
versetto seguente sotto il nome di Devastatore. Egli non era che il luogotenente del
Messia, il quale, solo, è propriamente il Capo, il Conduttore, il Veniente. Colui che è
stato stabilito capo delle nazioni e che ha ricevuto i popoli come una eredità che gli
spetta di diritto, si è posto alla guida dei romani per esercitare i suoi castighi su una
nazione che aveva rifiutato di essere suo popolo. Egli stesso ha condotto l’esercito
che doveva punire l’insolenza e l’ingratitudine dei Giudei».430 «Quando Tito entrò
nella città (dopo averla espugnata) ammirò le alte fortezze... osservando... l’altezza

426
Il testo ebraico e quello greco hanno un participio presente.
I sostenitori di questa posizione, a fine secondo millennio, sono numerosi, la maggioranza rispetto a coloro che
spiegano le 70 settimane in chiave messianica. Tra questi studiosi ricordiamo solo: J.F. von ALLIOLI, vol. V, 5a ed., p.
597, n. 32; J. DOUKHAN, in AA.VV, Question, e in Andrews University, Sem. St., 1979, pp. 13,14; A.R. FAUSSET, A
Comment., vol. IV, p. 457; D. FORD, Daniel, pp. 204,232,233; C.M. MAXWELL, vol. I, pp. 210-212; TROCHON, p. 216 .
427
W.H. Shea, o.c., p. 276.
428
Isaia 10:5.
429
Geremia 51:20.
430
J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, p. 983.

138 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

della loro massicciata, la grandezza di ciascun macigno, l’accuratezza delle con-


nessioni e come fossero ampie ed elevate, esclamò: “Davvero abbiamo fatto la guerra
con Dio e fu Dio che da questa fortezza tirò abbasso i Giudei! poiché mani d’uomini
o macchine, che cosa possono contro queste torri?”».431
Gesù, dopo aver presentato la parabola dei cattivi vignaioli, parlando di coloro che
lo avrebbero rifiutato, disse: «La pietra che gli edificatori hanno riprovata è quella
ch’è diventata pietra angolare... Perciò io vi dico che il Regno di Dio vi sarà tolto, e
sarà dato ad una gente che ne faccia i frutti. E chi cadrà su questa pietra sarà
sfracellato; ed ella stritolerà colui sul quale cadrà».432
«La morte del Messia comporta due conseguenze: la prima sarebbe l’abbandono
del popolo ebraico, Dio lo lascerebbe andare a se stesso, il Messia rinuncerebbe al
popolo che aveva rinunciato a lui. La seconda, un po’ più lontana nella sua
realizzazione, era la desolazione della città e del santuario. Il rinnegamento e la
crocifissione del Messia portarono alla distruzione della città e del tempio, alla
dispersione della nazione ebraica».433 Gesù stesso annunciò il giudizio su
Gerusalemme nella parabola delle nozze in cui gli amici del re, il popolo d’Israele,
rifiutano l’invito alla salvezza e subiscono la distruzione: «Allora il re s’adirò, e
mandò le sue truppe a sterminare quegli omicidi e ad ardere la loro città».434
Il protestante J.H.A. Ebrard diceva: «Un popolo, inviato da questo principe (nagid
soppresso), distruggerà la città e il Tempio».435
La distruzione di Gerusalemme, come quella di Sodoma e Gomorra, è una
raffigurazione, un tipo del giudizio finale ed è la dimostrazione della distruzione del
male e di tutti coloro che avranno rifiutato la vita che solo l’Eterno può dare.
La persona del Cristo è una salvezza per gli uni ed è una condanna per gli altri.
Non ci si può disinteressare di lui. È la pietra sulla quale si edifica la propria vita o è
la pietra sulla quale si schianta la propria esistenza. Queste parole possono sembrare
dure, ma l’uomo non può ridere del suo Creatore, la storia d’Israele lo dimostra. Se
l’uomo non accetta Dio, si causa la morte.436
J.H.A. Ebrard scriveva: «Il Salvatore è chiamato Unto quando si tratta della sua
sofferenza e del suo rigetto; è chiamato Principe quando si tratta del giudizio che
esercita su coloro che l’hanno rifiutato».437
La spiegazione che vede Cristo Gesù quale capo che viene per distruggere la città,
grammaticalmente potrebbe eliminare la difficoltà dell’identificazione del soggetto

431
Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche, VI.
432
Matteo 21:42,44.
433
J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, p. 980.
434
Matteo 22:7.
435
J.H.A. EBRARD, cit. da K. Auberlen, o.c., p. 133.
Ai due autori citati: J. Fabre d’Envieu e J.H.A. Ebrard, che sostengono questa spiegazione si possono aggiungere:
BOUTFLOWER, In and around…, pp. 169,194,195,200; R. STIER, The Words, p. 139; E.J. YOUNG, The New Bible, 1970,
p. 699. Per i titoli delle opere vedere la Bibliografia. Vedere Matteo 16:26; 22:7.
436
Geremia 2:19; 5:25; 6:19;7:19.
437
Ebrard, cit. K. Auberlen, o.c., p. 132.

Quando la profezia diventa storia 139


CAPITOLO II

del versetto 27. Considerando che Gesù Cristo, l’Unto Capo, risponde perfettamente
a tutti i dettagli di questa profezia ed è il solo protagonista di questo testo; è lui il
Messia Principe che è apparso alla fine delle 69 settimane; è lui che è stato soppresso
ed è quindi ancora lui che dovrebbe, quale Principe del popolo, venire per distruggere
la città.
La sola critica a questa spiegazione è quella di attribuire al popolo ebraico la causa
della distruzione di Gerusalemme e del tempio come presentiamo nella spiegazione
che segue.

Il popolo è la causa della distruzione della città e del santuario

Il testo biblico si esprime in termini causali e potrebbe dire che sia il popolo
ebraico la causa della distruzione di Gerusalemme. Si può avere la seguente lettura:
«Il popolo a causa del Capo che verrà (del Capo veniente), - distruggerà - sarà la
causa della distruzione della città e del santuario». «Il popolo di Capo il veniente
causerà la distruzione della città e del santuario». In altre parole, il popolo d’Israele
non avendo accettato il Messia causerà la distruzione della propria nazione, che sarà
materialmente realizzata dai Romani. Gesù piange su Gerusalemme perché la città ha
rifiutato la sua protezione e si è esposta alla distruzione.438
Negli anni sessanta la causa della ribellione dei Giudei nei confronti dell’impero di
Roma va proprio ricercata nell’attesa messianica e nella convinzione che i tempi a lui
attribuiti per il presentarsi al popolo erano compiuti. Per i giudei il Messia
conquistatore, che avrebbe fatto risplendere il trono di Davide, doveva prendere il
potere.
Gli Ebrei si ribellarono ai Romani sperando che il Messia finalmente si
manifestasse e prendesse nelle sue mani la sorte del popolo. Questa ribellione della
nazione nella convinzione che il Messia sarebbe dovuto venire è stata la causa della
distruzione di Gerusalemme.
Come abbiamo riportato sopra, Gesù aveva detto: «La pietra che gli edificatori
hanno riprovata è quella che è diventata la pietra angolare. Chiunque cadrà su quella
pietra sarà sfracellato; ed ella stritolerà colui sul quale cadrà». Gesù, piangendo su
Gerusalemme, annuncerà: «Affinché venga su voi tutto il sangue giusto sparso sulla
terra, dal sangue del giusto Abele, fino al sangue di Zaccaria, figlio di Barachia... Io
vi dico in verità che tutte queste cose verranno su questa generazione... Ecco la vostra
casa sta per essere lasciata deserta».439

«La loro fine sarà nell’inondazione»440

438
Matteo 23:37,38.
439
Luca 20:16-18; Matteo 23:35,36.
440
Daniele 9:26.

140 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

L’angelo aveva detto a Daniele: «La loro fine sarà nell’inondazione». «Quando
finalmente una breccia fu fatta nelle mura, le truppe nemiche penetrarono nella città
come le acque di un fiume in piena (“come una inondazione”). Questo quadro
corrisponde molto bene alla maniera con la quale i Romani hanno vinto le difese di
Gerusalemme nel 70 della nostra era».441
«“Decretate”: benché impossibile possa sembrare a chi li riguarda, il decreto di
Dio si dovrà compiere fino all’ultimo. È la seconda distruzione d’Israele che è così
annunciata».442
«Vi saranno delle devastazioni sino alla fine443 della guerra». I Romani
conquistando Gerusalemme hanno incendiato la città, il tempio, abbattuto le mura e
conservato tre torri del palazzo di Erode. La distruzione fu totale. Epifanio, nel
descrivere a cosa poteva essere paragonata la città in occasione della visita che vece
Adriano nel 130, scrisse: «Trovò il tempio di Dio calpestato e tutta la città devastata,
ad eccezione di qualche casa e della chiesa di Dio».444

«Al di sopra d’ala di abominazione, devastatore»445

La parola ebraica “Kenf” designa l’ala dell’uccello, di un volatile che rappresenta


qualcosa di abominevole, una impurità, una causa o espressione di idolatria. Con
questi termini erano indicati gli dei di legno, di pietra, di argento e d’oro.446
441
W.H. Shea, idem, p. 277. «La Bibbia paragona sovente delle forze armate a una inondazione (vedere Geremia
46:6,7; 47:2; Apocalisse 12:15,16). Nel passo parallelo di Daniele 11:22, la parola tradotta qui per “inondazione” è
amplificata da zerocôt (“eserciti”), cosa che sottolinea ancora maggiormente il carattere militare di queste acque»
idem.
442
La Bible Annotée, o.c., t. II, p. 312.
443
«E la sua fine sarà nell’inondazione. Le parole “la sua fine”, si possono riportare al santuario il quale è come
portato via da uno straripamento di acqua, allo scopo di fare posto al nuovo Santo dei santi, annunciato al versetto 24»
La Bible Annotée, o.c., t. II, p. 311 e aggiunge: «Questa espressione può anche essere applicata al nemico di cui si è
parlato (traducendo il testo con: “Il popolo di un capo che verrà”). Dopo aver distrutto la città e il tempio, perirà lui
stesso come una inondazione. C’è forse una allusione al Faraone e al suo esercito (Esodo 14). Qualunque cosa sia, c’è
una relazione morale, piuttosto che cronologica. Il testo vorrebbe dire: il distruttore sarà distrutto a sua volta;
confrontare il versetto 27 e la relazione stabilita con il versetto 26 tra la soppressione dell’unto e la distruzione della
città e del santuario. Il quarto impero (romano), dopo aver distrutto Gerusalemme, sarà distrutto a sua volta, e ciò
mediante delle invasioni simili ad uno straripamento di acqua. La parola straripamento (scheteph) è frequentemente
applicato alle invasioni di eserciti nemici, e anche in Daniele stesso (confr. 11:20,22,26; Isaia 8:8; ecc.)». Come
osserviamo anche nella nota seguente, riteniamo che forse questo pensiero superi il quadro profetico del nostro testo.
«Coloro che applicano il testo ad Antioco vedono qui l’indicazione della morte di questo monarca. Ma come
spiegare l’espressione nell’inondazione? Antioco è morto semplicemente di una malattia che l’ha colpito di ritorno da
una spedizione contro i Persiani» La Bible Annotée, idem, p. 311.
444
Epifanio, Pesi e misure, 14:54c; cit. W.H. Shea, o.c., p. 278.
La Bible Annotée presenta due spiegazioni: «“E fino alla fine”, si può intendere di questa epoca determinata, “la
guerra” non cesserà che quando la Terra Santa non sia stata assolutamente desolata. Si può anche dare all’espressione
fine una portata più assoluta: “fino alla fine dell’ordine attuale”. La pace non si stabilirà più in una forma duratura e
stabile; ci sarà guerra tra la bestia e i santi fino alla fine, questa guerra non cesserà che dopo che ci sia stata la grande
desolazione che precede lo stabilirsi del regno di Dio» La Bible Annotée, o.c., t. II, pp. 311,312.
445
Daniele 9:27.
446
Deuteronomio 29:17; Geremia 7:30; 13:27; 16:18; Ezechiele 7:20; 37:23.

Quando la profezia diventa storia 141


CAPITOLO II

Stuart traduce: «Uccello alato» e rende così il testo: «E un devastatore sarà su un


uccello di abominazione».447
«L’abominazione è data dagli dèi del popolo romano e di Tito, il devastatore. Gli
stendardi degli invasori romani portavano delle immagini idolatre; le aquile romane
(l’aquila di Giove riprodotta sui labari è l’uccello idolo) erano un oggetto di culto»,
come scriveva Tertulliano nella sua Apologetica.448 Per rispetto alla religione ebraica
gli stendardi romani venivano coperti quando attraversavano la Giudea. Ma Gesù,
riferendosi a questa profezia di Daniele, disse: «Quando dunque avrete veduto
l’abominazione della desolazione (gli stendardi romani sventolare), della quale ha
parlato il profeta Daniele, posta in un luogo santo... (cioè le bandiere che calpestano
la regione di Giuda, che dal rimpatrio dell’esilio era considerata terra santa, come
dominio speciale di Yahvé) allora quelli che sono in Giudea fuggano ai monti, e
quelli che sono nella città se ne partano, e quelli che sono per la campagna non
entrino in essa. Perché quelli sono giorni di vendetta, affinché tutte le cose che sono
scritte siano adempiute».449
Come abbiamo visto sopra, al versetto 26, la distruzione di Gerusalemme e del
tempio era descritta con le parole: «La sua fine verrà come una inondazione e vi
saranno delle devastazioni sino alla fine della guerra».
Giuseppe Flavio vedeva nel suo tempo la realizzazione dell’oracolo dell’angelo:
«Questo grande profeta (Daniele) ha avuto anche conoscenza dell’Impero di Roma e
dell’estrema desolazione nella quale questo impero ridurrà la nostra nazione».450
Gerusalemme sarebbe stata distrutta come una inondazione.451 Nell’incendio di
Gerusalemme «si sarebbe detto che la collina del tempio ribollisse fin dalle radici,
rigurgitando come il fuoco da ogni parte, e che il sangue fosse più abbondante del
fuoco e gli uccisi più numerosi degli uccisori. In nessun punto la terra compariva
sotto i morti, bensì i soldati dovevano salire sui mucchi di cadaveri per inseguire i
fuggiaschi».452
447
cit. da J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, p. 1017.
448
Tertulliano, Apologetica, XVI:8; cit. da J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, p. 1019.
449
Matteo 24:15; Zaccaria 2:12; Luca 21:21,22.
Il Prof. W.H. Shea propone un’altra spiegazione che riportiamo : «Dal punto di vista storico sono i Romani che
hanno compiuto la devastazione. Siccome i Giudei occupavano la loro capitale fino a quel momento, e le
abominazioni dovevano precedere la devastazione, sono i Giudei e non i Romani che hanno la responsabilità di queste
“abominazioni”. Come questa predizione si è realizzata? Forse per il fatto che hanno continuato a offrire i sacrifici.
Non solamente essi non avevano più valore, ma servivano a negare la realizzazione antitipica che li aveva compiuti.
Avrebbero dovuto insegnare una verità, ma essi la respingevano. È una applicazione possibile del termine
“abominazioni”. Ce n’è un altro, che si riferisce al ruolo finale giocato dal tempio. Negli ultimi momenti dell’assedio
di Gerusalemme, il tempio si è trasformato in una fortezza, in un ultimo bastione di resistenza contro i nemici che
circondavano la città. Ciò pervertiva il motivo per il quale era stato eretto, cioè il culto e i servizi in onore a Dio»
Daniel 9 :24-27, p. 280.
450
Giuseppe Flavio, o.c., X:12. Vi fa anche allusione in Guerre Giudaiche, IV:22 e VI:8.
451
Linguaggio usato anche dai profeti per descrivere la desolazione nella quale veniva lasciata una città conquistata
(Geremia 51:42; Daniele 11:10,22,26). «Questa espressione si trova anche in una iscrizione assira, relativa al sacco di
Tebe ad opera di Assurbanipal. Si legge: “Essi (gli Assiri) s’impadronirono per intero della città e la distrussero come
una inondazione"» (traduzione d’Oppert, Mémoires de l’Acad. des Inscript., ecc. 1869, t. VIII, p. 601); cit. da J. Fabre
d’Envieu, o.c., p. 989.
452
Giuseppe Flavio, Guerre Giudaiche, VI.

142 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

«Quando l’esercito non ebbe più da uccidere né da depredare Cesare diede


l’ordine di abbattere tutta la città e il santuario, lasciando in piedi solo le torri più alte,
Fasael, Ippoco e Mariamme. Esse, con parte del muro che recingeva la città ad
Oriente, dovevano servire di accampamento alla guarnigione che vi avrebbero
lasciato. Gli abbattitori pertanto livellarono tutto il resto della città in maniera tale da
non lasciare a quei che sopraggiungessero indizio alcuno che il luogo fosse stato in
qualche tempo abitato».453 Eleazaro, il capo dei sicari che si erano rifugiati nella
fortezza di Masada, conquistata più tardi dai Romani, esclamò nei confronti di
Gerusalemme: «Dove è la grande città, la metropoli dell’intera stirpe dei Giudei, che
era creduta avere Dio come fondatore? Sradicata dalle fondamenta, fu rapita via, e
quale unico titolo sepolcrale per ricordarla, è rimasto l’accampamento di coloro che
l’hanno uccisa, tuttora impiantato tra i ruderi».454 «Ai Giudei dispersi in tutto l’impero
fu imposto di pagare, ciascuno, due dramme per il Campidoglio (il tempio di Giove),
come contribuivano in precedenza per il tempio di Gerusalemme».455
Brunel fa notare che le mura di Gerusalemme dovevano proteggere un deposito
prezioso: «Le liste genealogiche delle grandi famiglie, soprattutto quella di Davide».
Esse caddero sotto le armi dei Romani allorquando si era potuto constatare che Gesù
era veramente il figlio di Davide. «Una cosa infine ben degna di nota è che dopo la
rovina di Gerusalemme tutte le liste genealogiche d’Israele sono state completamente
distrutte, tutte le tribù giudaiche si sono confuse, e non è mai stato possibile scoprire
dove scorresse il sangue reale di Davide».456
La profezia delle 70 settimane si è avverata nei minimi particolari, ma quale
chance Dio ha dato al suo popolo prediletto pronunciandola sei secoli prima della sua
realizzazione, dando così l’opportunità a ciascuno di capirla e di sottrarsi alla
tragedia!
Non è soltanto la Chiesa nascente che vide nella distruzione di Gerusalemme la
conseguenza del rifiuto del Messia. Il filosofo stoico di Siria, Mara Bar Serapion,
scrivendo una lettera a suo figlio, studente a Edessa, che i critici datano nell’anno 73
d.C., diceva che la punizione ad Israele è stata inflitta da Dio in seguito all’esecuzione
del «re saggio» (Gesù): «Poiché furono da allora spogliati del loro regno, i Giudei
perirono e furono banditi e vissero dispersi».457

«E fino alla distruzione, la decretata piomberà sul devastato»458

453
Idem, VII:1-4.
454
Idem, VII.
455
Idem.
456
E. Brunel, o.c., pp. 174,175.
457
BLINZLER J., Le procès de Jésus, Paris 1962, p. 43; cit. da AUTANT Jean-Paul, Le Glaive et la Croix, t. II, mémoire
au Séminaire Adventiste, Collonges-sous-Salève 1974, p. 217, nota 47. BOVON François, Les derniers jours de Jésus,
Genève 1974, p. 32.
458
Daniele 9:27.

Quando la profezia diventa storia 143


CAPITOLO II

Molti traducono: «e questo, finché la completa distruzione, che è decretata, non


piombi sul devastatore».
Se accettiamo questa traduzione troviamo ancora una correlazione con i capitoli
precedenti (VII e VIII) di Daniele, nei quali il potere che avrebbe soppresso il “capo”
del popolo di Dio e abbattuto il santuario avrebbe continuato la sua azione fino al
ritorno del Cristo, quando a sua volta sarebbe stato «infranto, senz’opera di mano»459
espressione questa che corrisponde alla sua distruzione completa. La Bible Annotée,
accettando questa traduzione, così commenta: «La desolazione del Tempio di
Gerusalemme dura ancora. Essa non cesserà che quando il desolatore diventerà un
desolato. Il quarto impero (Roma) che distrusse il santuario sarà distrutto a sua
volta».460
A questa spiegazione contrapponiamo quella dell’abate Fabre d’Envieu, che
traduce: «E fino (alla fine) distruzione ben decretata si spanderà sul devastato», cioè,
questa distruzione totale si riferisce a Gerusalemme e non a Roma e spiega: «Non si è
fatto abbastanza notare che l’angelo conferma e completa al versetto 27 ciò che ha
detto al versetto precedente. C’è un parallelismo molto regolare tra questi due versetti.
Ognuno di essi è diviso in due parti, di cui l’una riguarda la morte del Messia, la
conferma della nuova alleanza; e l’altra la distruzione della città e del santuario, o, in
altri termini, il castigo che sarà riservato al popolo che avrà rigettato il Messia...
Notiamo anche che, al versetto 26, si tratta della distruzione di Gerusalemme e del
Tempio, e che, per conseguenza, tenendo conto del contesto e dell’analogia dei fatti, è
ancora questa città e il suo santuario che sono l’oggetto della distruzione predetta al
versetto 27. Nei due passi si presenta lo scatenarsi di una guerra terribile, di cui noi
leggiamo, con una specie di spavento, l’eventualità, e che doveva, come l’esplosione
improvvisa di un grande uragano, invadere la Giudea e portare “la distruzione
decretata”, la distruzione “completa” di Gerusalemme e del suo tempio. È ciò che
hanno compreso la versione dei Settanta, Teodozione e la Vulgata».461 Il prof. W.H.
Shea scrive: «Ecco come interpretiamo la fine del versetto 27 : al termine della
guerra, tutto ciò che è stato deciso concernente la devastazione della città si riverserà
su di essa. C’è un parallelismo tra questa dichiarazione e quella che chiude il versetto
26, sia per il suo contenuto, sia per la sua posizione nella struttura letteraria della
profezia».462
Con la distruzione di Gerusalemme, nel 70 d.C., si stronca il popolo d’Israele, ma
la guerra non è ancora finita: «Fino alla fine della guerra» aveva detto l’angelo.
L’ultimo tentativo avvenne nel 132 d.C. con Bar Kokeba, a seguito del quale Israele

459
Daniele 8:25; 2:44.
460
La Bible Annotée, o.c., t. II, p. 313. Questo modo di vedere «rompe il legame evidente che esiste tra i versetti 26 e
27» W.H. Shea, o.c., p. 281, passando dalle devastazioni al devastatore. «Le quattro parole o concetti essenziali della
fine del versetto 27 si ritrovano alla fine del versetto 26. La differenza principale tra i due versetti è data dall’assenza,
al versetto 27, della parola “guerra”. In considerazione di questo legame evidente tra i due versetti, è meglio
considerare la fine del versetto 27 come una nuova evocazione della sorte della santa città, piuttosto che cercare una
idea che non appare in ciò che precede (la sorte del devastatore)» idem.
461
J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, pp. 1033,1039.
462
W.H. Shea, o.c., p. 281.

144 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

fu annientato e fu proibito agli Ebrei non solo di ritornare a Gerusalemme, come era
stato imposto nel 70, ma anche di ritornare in Giudea.
L’abate Ricciotti, a conclusione della sua Storia d’Israele scrive: «Dai sommari di
Dione Cassio e da altri accenni risulta che la repressione costò ai Romani perdite assai
gravi; ma per i Giudei essa fu addirittura uno sterminio, certo peggio che ai tempi di
Tito... Gli schiavi giudei venduti sui mercati di Hebron, Gaza ed Egitto, non si
calcolarono; l’abbondanza della merce ne fece avvilire il prezzo, tanto che un cavallo
e uno schiavo costavano quasi lo stesso... l’affermazione di Dione Cassio, secondo
cui tutta la Giudea diventò quasi un deserto, può esser presa alla lettera.... Sul luogo
del Tempio yahvistico sorse il tempio a Giove Capitolino... e in più una statua
equestre di Adriano... Da quel giorno i Giudei hanno avuto per città il mondo intero, e
per Tempio il proprio cuore».463
Questa situazione presenta la fine della missione di Israele nel mondo. Il rabbino
A. Chouraqui scrive: «Si sa che fino alla distruzione del Tempio, i Giudei avevano
dei missionari che non si accontentavano di visitare le comunità della Diaspora, ma
ancora che predicavano e insegnavano alle nazioni. Così si è valutato il numero dei
proseliti giudei in seno all’Impero Romano, nel I secolo della nostra era, a circa otto
milioni. Lo spirito di missione che i Giudei manifestavano con fervore ed efficacia,
quando essi erano forti, s’indebolì e disparve dopo la rovina della nazione. Questa
operò un mutamento completo del pensiero talmudico per ciò che concerne il
proselitismo. In effetti, le energie dei sopravvissuti dei grandi massacri dovevano
essere consacrate alla salvaguardia della Thorà per la sopravvivenza del popolo. Il
proselitismo implicava una aggiunta di forze che i Giudei dopo il loro esilio non
avevano più... Questo ripiegamento del pensiero giudaico su se stesso è eviden-
temente la conseguenza d’una situazione nuova, quella sorta dall’esilio. Non si tratta
più per il Giudeo di aspirare a convertire chicchessia, ma a sopravvivere e a restare
fedele alle sue sorgenti, praticando naturalmente la virtù della speranza».464

Conclusione

«L’esegesi scrupolosa e cosciente del testo mostra... che questa profezia ottiene il
suo intero e perfetto compimento nel tempo di Gesù Cristo. Essa fissa
matematicamente il tempo della sua manifestazione pubblica e quello della sua morte,
seguita dalla rovina di Gerusalemme e dalla dispersione del popolo ebraico... È certo
che il Messia è venuto al tempo predetto dall’angelo, e che l’oracolo delle settanta
settimane, uno dei più memorabili in favore della religione cristiana, conserva tutta la
sua forza».465

463
G. Ricciotti, Storia d’Israele, vol. II, pp. 536-539. Dione Cassio, LXIX, 13,14.
464
A. Chouraqui, o.c., pp. 49,50.
465
J. Fabre d’Envieu, o.c. t. II, pp. 1322,1323.
«Non abbiamo detto nulla del sistema esegetico che applica i versetti 24-27 al tempo di Antioco Epifane. Questa
applicazione, oltre ad essere completamente sconosciuta dai rabbini dei primi secoli e del Medio Evo, urta contro

Quando la profezia diventa storia 145


CAPITOLO II

Queste realizzazioni profetiche sono così straordinarie che un grande rabbino


veneziano, Simone Luzzatto, ha dichiarato: «Non si potrebbe negare che, secondo le
date di Daniele, il Messia sia di già venuto» e che «degli studi troppo prolungati e
troppo approfonditi su Daniele, da parte dei dotti giudei, avrebbero probabilmente per
conseguenza la loro conversione in massa al cristianesimo».466 Pensiamo che si possa
dire oggi, come al tempo del profeta Geremia, che la penna degli scribi continua a
falsare il senso delle Scritture.467
Questa profezia è qui, fra l’altro, per aiutare quegli Ebrei sinceri che hanno il
coraggio di essere impopolari, ad avere il coraggio di abbandonare le loro tradizioni
per essere veramente degli Israeliti, nome che etimologicamente significa «colui che
lotta con Dio» per il bene degli uomini, e cessare di combattere contro Dio.468 Questo
invito ad essere un vero israelita è naturalmente esteso ad ogni creatura.

Schema riassuntivo

Nel capitolo VIII il profeta Daniele ebbe una visione, a causa della quale l’angelo
Gabriele dovette interrompere la spiegazione perché il profeta non riuscì a sopportare
quanto aveva visto (versetto 27). Daniele temeva che la visione, che menzionava un
periodo di tempo (versetto 14), indicasse un prolungamento dell’esilio di Israele.
All’inizio del capitolo IX viene presentato mentre legge il profeta Geremia e prega
(9:1), affinché quanto annunciato dal profeta si realizzasse.

versetto
21. A Daniele si presenta ancora l’angelo Gabriele come nel capitolo precedente (v. 16).
23. L’angelo vuole spiegargli la «visione». In questo capitolo IX Daniele non ha
nessuna visione. Tale termine si riferisce a quella avuta precedentemente nel
capitolo VIII.
24. «Settanta settimane = 490 giorni = 490 anni (Ezechiele 4:6) sono fissate per il tuo
popolo» ebreo. Questo periodo viene diviso in tre parti (v. 25): 7, 62 e 1 settimana.
Da quando far partire questa profezia?
25. «Dal momento in cui è uscito l’ordine di restaurare e riedificare Gerusalemme».
Editti in favore del popolo di Dio:
- 536 a.C. editto di Ciro (Esdra 1).
Ordina la fine dell’esilio per gli Ebrei e autorizza la ricostruzione del tempio.
- 520 a.C. editto di Dario (Esdra 6:1-12).
Conferma quello di Ciro a continuare la ricostruzione del tempio perché i lavori
erano stati interrotti (Esdra 4:1-5).

difficoltà inspiegabili sulle quali in questa sede non sarebbe possibile soffermarsi»; nota A. Crampon. Vedere per
questa esposizione Appendice n. 4.
466
WOLF, Bibliothek, Hébr. vol. III, 1228; cit. da VUILLEUMIER Jean, Les prophéties de Daniel, Genève 1906, p. 262.
467
Geremia 8:8.
468
Geremia 32:28; Atti 5:39.

146 Quando la profezia diventa storia


IL CARDINE DELLA STORIA

- 457 a.C. editto di Artaserse (Esdra 7:12-26).


Ordina la ricostruzione di Gerusalemme.
Questo editto presenta il diritto legislativo (versetto 24), giuridico, esecutivo
(versetto 25,26) e ordina di restaurare le rovine (Esdra 9:9).
Gerusalemme sarebbe stata ricostruita «in tempi angosciosi» (Nehemia 1:1-4; 4:7,8).
Nehemia (1:1-4) piange per le notizie avute da Gerusalemme. Le mura rotte non
potevano essere quelle del 586 a.C.. Sono il risultato delle azioni di disturbo dei
nemici di Giuda. Nehemia (2:1-8) riceve l’autorizzazione di lasciare la corte del re
per raggiungere temporaneamente Gerusalemme. Non è un decreto, è una
autorizzazione personale per Nehemia a lasciare la corte. 420 a.C. Nehemia parte da
solo. I lavori di restauro vengono finiti in 52 giorni (6:15) e ciò dimostra che la
ricostruzione delle mura era in stato molto avanzato. Nehemia ha concluso l’opera
ancora in una situazione di difficoltà per il popolo.
408 a.C.
Pur non avendo un documento storico che in un modo formale affermi che
Gerusalemme era stata ricostruita, non abbiamo neanche documenti che dimostrino
il contrario. Si sa però che la città cominciava a essere influente.

7 settimane = 49 anni 62 settimane = 434 anni 1 settimana = 7 anni

-----•----/ /----•---------------------/ /----------------------•---------†--------•------


457 a.C. 408 a.C. 27 d.C. 31 d.C. 34 d.C.

27 d.C.,
25. dopo 7 e 62 settimane = 483 anni.
«Apparizione di Unto-Capo = Messia-Pastore = Cristo-Principe» (Isaia 55:4;
Matteo 2:6; Luca 3:1,21,22; Atti 10:38; Giovanni 1:33,41).
Il popolo e i capi religiosi attendono il Messia in quel momento storico (Giovanni
1:19-23; 4:25; 6:16; 7:40; 10:24; Luca 19:11).
31 d.C.
27. «In mezzo alla settimana» dopo 3 anni e mezzo dalla sua apparizione (Luca
3:1,21,22; Atti 10:38).
Gesù ha partecipato a quattro Pasque (Giovanni 2:13; 5:1; 6:4; 12:1).
Si stabilisce un «saldo patto con molti» (Geremia 31:31-33; Ezechiele 16:60 = Luca
22:20; Ebrei 10:16; 1Corinti 11:25).
26. L’Unto «Sarà soppresso» (Isaia 53; Atti 4:26,27; 2:37).
«Nessuno sarà per lui» (Isaia 53:3; Matteo 26:31; Giovanni 11:49,50).
«Farà cessare sacrificio e oblazione» (Marco 15:38; Ebrei 7: 27).
24. «Farà cessare la trasgressione» (Galati 6:14; 1 Pietro 2: 24).
«Per mettere fine al peccato» (Romani 6:1,2; 8:14,15; 1 Giovanni 3:4).
«Espiare l’iniquità» (Isaia 53; Romani 3:25; 1 Pietro 2: 24).
«Addurre una giustizia eterna» (Geremia 23:6; Isaia 45:25; 1Corinzi 1:30; Romani
8:16).

Quando la profezia diventa storia 147


CAPITOLO II

«Sigillare visione e profezia» (Giovanni 1:29; 5:39).


«Ungere un luogo santissimo» (Ebrei 9:24).
34 d.C.
«Settanta settimane sono fissate riguardo al tuo popolo». Il popolo giudaico viene
sostituito dalla Chiesa nell’annuncio della parola di Dio (Atti 7:59; 8:2,4,5; 10:44;
11:19-26).
26. «Il popolo di Capo il veniente distruggerà la città e il santuario - sarà la causa
della distruzione della città e del santuario».
- Il Capo veniente che guida l’esercito romano alla distruzione di Gerusalemme e del
tempio sarebbe il Cristo stesso (Matteo 21:42,44; 22:1-7; 24:15-21,34). Già nel
passato il testo biblico presenta Dio che guida l’Assiria e Babilonia alla conquista
di Gerusalemme (vedere Isaia 10:5; Geremia 51:20). Ciò che subì Gerusalemme
nel 70 d.C. può essere visto nell’ottica di questa lettura.
Il giudizio di Dio su Gerusalemme è tipo del giudizio di Dio sul mondo dopo che
l’evangelo sarà stato proclamato a tutta l’umanità (Matteo 24:14).
- «Il popolo di Capo veniente (il popolo di Colui che doveva venire e non lo ha
accettato) causerà la distruzione della città e del santuario».
27. «Sulle ali di abominazione, devastatore». Il devastatore è Tito.
Con l’espressione «abominazione» l’Antico Testamento (Deuteronomio 29:17)
presenta gli idoli e l’adorazione a loro fatta (Geremia 13:27). L’ala di abominazione
indica un uccello che è oggetto di culto. L’aquila di Giove posta sugli stendardi
dell’esercito romano era adorata dai soldati.
«Finché la completa distruzione che è decretata, non piombi sul devastato» (Matteo
24:2; Luca 21:24).

148 Quando la profezia diventa storia


Capitolo III

INSEGNAMENTI DIMENTICATI

«Nessuno vi tragga in errore in alcuna maniera;


poiché quel giorno non verrà se prima non sia
venuta l’apostasia e non sia stato manifestato
l’uomo del peccato, il figliolo delle perdizione» S.
Paolo.1

Apostasia. «Abbandono pubblico di una fede per


un’altra... L’apostasia dei falsi cristiani precederà
il trionfo dell’Anticristo» Dictionnaire Encyclo-
pédique de la Bible.2

Introduzione

Nel capitolo precedente abbiamo detto, riprendendo l’insegnamento dell’apostolo


Paolo, che la Chiesa è l’ulivo d’Israele, potato dai suoi rami secchi, nel quale si
innestano i rami dell’ulivo selvatico rappresentanti le genti.
Il cristianesimo è sorto nell’ambiente ebraico ed ha ereditato dal popolo di Dio le
rivelazioni, la legge e le varie dottrine che hanno caratterizzato Israele come un
popolo distinto dagli altri.
Come Israele ha abbandonato sovente, fin da quando stava per entrare nella terra
promessa, queste verità per assomigliare ai popoli che lo circondavano, così la
cristianità, fin dai primi decenni dal suo sorgere, ha subìto l’influenza del paganesimo
dal quale era attorniato. La Chiesa prendeva le distanze dagli insegnamenti e dalle
filosofie della società che la circondava o li elaborava, li cristianizzava, rinnovando
così il sincretismo dell’antico Israele. Come Israele ha sempre avuto in ogni tempo
settemila uomini che non si sono piegati davanti a Baal, così il cristianesimo ha avuto
i suoi fedeli testimoni che, pur influenzati dagli errori che si sono perpetuati
attraverso i secoli, hanno saputo far brillare nel loro tempo quelle distinte verità che
li caratterizzavano.
Vediamo come si è realizzato il sincretismo nella Chiesa o come Paolo lo
definisce: l’abbandono dalla sana dottrina.3
Nel giorno della Pentecoste i pii israeliti rievocavano la promulgazione della legge
al Sinai4. «Il primo atto di grazia di Dio verso il suo popolo, al quale Egli si lega con

1
2 Tessalonicesi 2:3.
2
AA.VV., Apostasia, in Dictionnaire Encyclopédique de la Bible, A. Westphal, t. I, Paris 1932, p. 74
3
1 Timoteo 1:10; 2 Timoteo 4:3; Tito 1:9; 2:1.
CAPITOLO III

un’alleanza solenne, consiste nella rivelazione della sua legge, ossia della sua volontà,
al fine di farlo vivere.... La legge è “custode della resa libertà”, e traccia i confini che
il popolo di Dio non può violare senza rompere il Patto di Alleanza e ricadere nella
notte di un mondo senza Dio. Essa sottolinea marcatamente che tutta la vita deve
essere sottomessa all’ordine divino».5
Nel giorno in cui si rievoca il dono divino offerto con potenza al Sinai, Dio si
manifesta con l’invio dello Spirito Santo e inizia per gli apostoli la «pazzia della
predicazione» annunciante al mondo lo scandalo della croce, cioè «il mistero della
pietà: Colui che è stato manifestato in carne».6 Inserita in questo nuovo contesto
evangelico la legge non solo «sopravvive... ma diventa la costituzione dei segnati
della grazia, la costituzione dei cittadini del regno, il richiamo costante del valore di
una vita vissuta sotto il segno della vittoria del Cristo e con la forza dello Spirito
Santo».7
Lo Spirito Santo discende alla Pentecoste per scrivere nel cuore dell’uomo la legge
di Dio, e scenderà ogni volta per compiere la stessa opera nei confronti di coloro che,
avendo accettato la sua azione che convince di peccato e di liberazione, vorranno
vivere nella libertà del Signore.8 Essi si svilupperanno seguendo la nuova legge che
hanno nel cuore: la legge di Dio resa vivente dal nuovo patto.
L’Evangelo si propaga nell’Impero Romano, in mezzo a difficoltà, ostilità, invidie
d’ogni genere. Esso produce i suoi effetti e qua e là dall’aridità del mondo fa
germogliare dei nuovi esseri ad una speranza viva in vista di una eredità
incorruttibile.9 Si formano le prime comunità, si organizzano le chiese, il nome di
Gesù Cristo viene lodato e gli uomini trovano la loro felicità nel riconoscere il
Signore come loro Dio, Creatore e Salvatore.
Se con la predicazione dell’Evangelo c’è il trionfo della Verità, l’azione seduttrice
di Satana, principe di questo mondo, cerca di smantellare questo edificio spirituale,
per far sì che il suo dominio sia universale. Ma Gesù aveva detto che le porte
dell’Ades non avrebbero prevalso sulla sua Chiesa.10
Il martirio di Stefano e di Giacomo, l’imprigionamento dei vari apostoli: Pietro,
Giovanni, Paolo, Barnaba e Sila, la reazione dei Giudei nei confronti della Chiesa di
Gerusalemme, di Damasco, di Tessalonica, di Roma e di altre località, si rivelavano
ancora come mezzi fecondi per ricondurre a Dio un maggior numero di persone. Pur
non abbandonando questi sistemi, che in alcuni periodi si intensificheranno, altre
forze cercarono di spostare la Chiesa dalle sue fondamenta, influenzandola e

4
Nelle liturgie della sinagoga, la Pentecoste è chiamata «festa della promulgazione della Legge», e tutto il rituale
della festa è ispirato a questo significato. Anche nella letteratura talmudica la festa di Pentecoste è considerata come il
memoriale della promulgazione della legge sul Sinai (Pesakh. 686); vedere, idem, t. II, p. 375.
5
DIÉTRICH Suzanne de, Il Piano di Dio, ed. Borla, Torino 1963, p. 59.
6
1 Corinzi 1:21; 1 Timoteo 3:16.
7
S. de Diétrich, o.c., pp. 64,65.
8
Ebrei 8:10; 10:16; Giovanni 16:8; Romani 6:4,5.
9
1 Pietro 1:4.
10
Matteo 16:18.

148 Quando la profezia diventa storia


INSEGNAMENTI DIMENTICATI

seducendola con insegnamenti che le venivano dall’esterno e con errori che


germogliavano al suo interno.

L’apostasia annunciata

Durante il suo secondo viaggio missionario, Paolo raggiunge Tessalonica (49, 50


d.C.), città di antica tradizione storica, con una popolazione in prevalenza greca, ma
con elementi romani ed ebrei. Città di commercio, di artigianato e con traffico
marittimo. La predicazione di Paolo suscita un grande interesse e anche un’aspra
reazione, tanto è vero che l’apostolo deve lasciare in fretta questa città, dove però
aveva preso vita una comunità di credenti. Nel suo bisogno di comunicare con questa
chiesa abbandonata a se stessa, Paolo le invia un suo collaboratore, il giovane
discepolo Timoteo e, a seguito delle notizie ricevute, manda una lettera con la quale
esprime i suoi sentimenti di sollecitudine per i fratelli. Nella sua epistola affronta vari
problemi di quella comunità e alcune sue frasi relative al ritorno di Cristo vengono
mal comprese.
Alla domanda su cosa ne sarà dei credenti morti prima del ritorno del Cristo,
Paolo insegna la risurrezione, ma la sua frase «noi viventi, i quali saremo rimasti fino
alla venuta del Signore... »11 viene fraintesa, si crede che il ritorno di Gesù sia
imminente, qualcuno cessa di lavorare e una vampata di fanatismo crea dei disordini.
Qualche mese dopo l’apostolo fa pervenire alla comunità di Tessalonica una
seconda lettera: «Perché sentiamo che alcuni si conducono... disordinatamente, non
lavorando affatto, ma affaccendandosi in cose vane».12 Dopo aver scritto: «Ora, o
fratelli, circa la venuta del Signore nostro Gesù Cristo e il nostro incontro con lui, vi
preghiamo di non lasciarvi così presto travolgere la mente, né turbare sia da
ispirazioni, sia da discorsi, sia da qualche epistola data come nostra, quasi che il
giorno del Signore fosse imminente», aggiunge: «Nessuno vi tragga in errore in
alcuna maniera; poiché quel giorno non verrà se prima non sia venuta l’apostasia».13
Cos’è questa apostasia che Paolo menziona?
Scrive il vescovo Anglicano T. Newton: «È evidente che l’apostasia descritta qui
non è di natura civile, ma religiosa; non è una rivolta contro il governo, è una
defezione che consiste nell’abbandono della vera religione, nell’allontanamento dalla
fede del Dio vivente».14 L’abate G. Ricciotti precisa: «L’apostasia ben determinata

11
1 Tessalonicesi 4:15.
12
2 Tessalonicesi 3:11.
13
2 Tessalonicesi 2:1-3. II fatto che l’apostolo Paolo nella precedente lettera si sia identificato con coloro che
sarebbero stati vivi quando Gesù sarebbe tornato, non voleva con questo dire che Gesù si sarebbe manifestato nel suo
tempo. Nella sua seconda lettera questa credenza la smentisce chiaramente. Paolo si era semplicemente identificato
con i vivi che attendevano il ritorno di Gesù per meglio mettere in risalto che i morti risuscitati non avrebbero perso
nulla rispetto a loro. Del resto, nella sua prima lettera ai Corinzi, scritta nel 55, si identifica sia con coloro che saranno
vivi (15:51,52) sia con coloro che saranno morti quando Gesù ritornerà (6:14), come pure fa nella seconda lettera
(4:14) scritta nel 57 o nel 58. Paolo nel suo scritto usa quella forma letteraria che noi stessi adoperiamo quando
parlando ci identifichiamo ora con un gruppo, ora con un altro, per aiutare a meglio capire il nostro pensiero.
14
NEWTON Thomas, Dissertation, vol. II, 5a ed., Northampton 1858, p. 366; cit. da VAUCHER Félix Alfred,
L’Antichrist, Fides, Collonges sous Salève 1972, p. 28. Vedere 1 Timoteo 4:11; Ebrei 3:12.

Quando la profezia diventa storia 149


CAPITOLO III

dall’articolo... è certamente un’apostasia religiosa non già politica»15; del resto,


precisa il cattolico B. Rigaux: «Nel Nuovo Testamento il verbo ha conservato la sua
accezione religiosa».16
Questo allontanamento della Chiesa cristiana dall’evangelo, non sarebbe esploso
improvvisamente, bensì si sarebbe manifestato a seguito di una lenta metamorfosi, i
cui sintomi erano presenti già nella Chiesa fondata dagli stessi apostoli, perché
quando lo spirito di Dio agisce, contemporaneamente anche lo spirito dell’Avversario
rinnova i suoi sforzi.

Sintomi di apostasia nella Chiesa apostolica

Alla Chiesa, «colonna e base della verità»17, Satana ripropone gli errori di sempre:
non accettare la sola grazia, ma acquistare il dono di Dio con del denaro18; adulterare
la Parola di Dio19, alterare volontariamente gli insegnamenti dell’apostolo Paolo;20
speculare sulla fede mediante la filosofia e prospettare la funzione mediatrice di altri
esseri come gli angeli;21 discutere se mangiare o non mangiare la carne in alcuni
giorni della settimana;22 accettare l’insegnamento di un evangelo diverso da quello
insegnato da Paolo;23 osservanze di giorni, di stagioni, di mesi e di anni;24 l’evangelo,
che è liberazione, lo si cerca di strumentalizzare, si fa della pietà un mezzo di lucro;25
si vuole «dominare sull’eredità del Signore» che è la Chiesa;26 si tenta di primeggiare
sui fratelli;27 si introducono prescrizioni e insegnamenti secondo la tradizione degli
uomini;28 si perde di vista il compito e la funzione del credente in seno alla comunità
e non si è più assidui alle riunioni abbandonando lo studio e l’ascolto delle Sacre
Scritture;29 le false dottrine cercano di sgretolare il perno dell’evangelo: la divinità del
Cristo;30 si parla di fede mentre si trascurano le opere che la dimostrano;31

15
RICCIOTTI Giuseppe, Gli Atti degli Apostoli e le lettere di S. Paolo, Milano 1958, p. 334.
16
RIGAUX B. O.F.M., S. Paul, Les Épîtres aux Thessaloniciens, Paris 1956, p. 654; vedere Atti 15:38; 5:37; 19:9;
Ebrei 3:12.
17
1 Timoteo 3:15.
18
Atti 8:20.
19
2 Corinzi 2:17; 4:2.
20
2 Pietro 3:16.
21
Colossesi 2:18.
22
Romani 14:2-15; Colossesi 2:21.
23
Galati 1:17.
24
Galati 4:10.
25
1 Timoteo 6:5; Tito 1:11; 1 Pietro 5:2.
26
1 Pietro 5:5.
27
3 Giovanni 9,10.
28
Colossesi 2:8.
29
Ebrei 10:25.
30
1 Giovanni 4:2.
31
Giacomo 2:14-17.

150 Quando la profezia diventa storia


INSEGNAMENTI DIMENTICATI

l’osservanza e la validità della legge vengono poste in discussione,32 La linea di


demarcazione tra paganesimo e cristianesimo viene confusa.33
Il pericolo della Chiesa non è quello di vivere nel mondo, ma quello che dei falsi
apostoli e dei falsi profeti, come già avevano sedotto il popolo d’Israele, seducano i
fedeli34 per farvi entrare l’andazzo del mondo.
Paolo, sapendo che l’apostasia sarebbe stata guidata anche dagli stessi responsabili
spirituali non convertiti, nel ‘58 ammonisce gli anziani di Efeso e di tutta quella
regione radunati per salutarlo, dopo il suo lungo soggiorno in quella località, con
queste parole: «Badate a voi stessi e a tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito
Santo vi ha costituiti vescovi, per pascere la Chiesa di Dio, la quale egli ha acquistata
col proprio sangue. Io so che dopo la mia partenza entreranno fra voi dei lupi rapaci, i
quali non risparmieranno il gregge; e di fra voi stessi sorgeranno uomini che
insegneranno cose perverse per trarre i discepoli dietro a sé».35
L’apostolo Paolo a più riprese scriveva a Timoteo: «Lo Spirito dice espressamente
che nei tempi a venire alcuni apostateranno dalla fede, dando retta a spiriti seduttori, e
a dottrine di demoni... Perché verrà il tempo che non sopporteranno la sana dottrina,
ma per prurito d’udire si accumuleranno dottori secondo le loro proprie voglie e
distoglieranno le orecchie dalla verità e si volgeranno alle favole»; mentre Pietro
ricorda che come in Israele ci furono i falsi profeti, così tra i cristiani, saranno i falsi
dottori.36

L’apostasia dà origine ad una nuova religione

Al «mistero della pietà, Dio manifestato in carne», Satana contrappone «il mistero
dell’iniquità».37
«Chi dice mistero, dice una religione»38 e questa religione è d’iniquità (in greco,
anomia, negazione della legge) perché tende alla negazione del «così ha detto
l’Eterno... l’Iddio tuo». La cristianità dei primi secoli lentamente abbandona la
rivelazione di Dio per ergersi a religione umana.
Vorremmo esporre qui di seguito l’apostasia della Chiesa cristiana su tre punti che
caratterizzano ancora oggi il cristianesimo nel suo insieme, nella forma cattolica,
ortodossa, protestante ed evangelica in genere.
In questa cristianità apostata il Signore ha riconosciuto, attraverso i secoli, dei leali
servitori i quali sono rimasti fedeli e coerenti alla luce dell’evangelo che è giunta fino
a loro. Il Signore ha riconosciuto anche la sincerità del loro cuore perché, pur

32
Giacomo 2:10-12; Romani 3:31.
33
Romani 12:1; 2Corinzi 8:14-18.
34
2 Pietro 2:1.
35
Atti 20:28-30.
36
1 Timoteo 4:1; 2 Timoteo 4:3,4; 1 Pietro 2:1.
37
1 Timoteo 3:16; 2 Tessalonicesi 2:7.
38
JURIEU Pierre, L’accomplissement des prophéties ou la délivrance prochaine de l’Eglise, Rotterdam 1686, p. 79.

Quando la profezia diventa storia 151


CAPITOLO III

credendo ad insegnamenti errati, li hanno vissuti convinti che corrispondessero alla


rivelazione di Dio. Ancora oggi vi sono leali e sinceri credenti, che vivono
nell’errore. L’annuncio dell’evangelo nella sua verità è un invito ad accettare ciò che
manca alla loro conoscenza per un’esperienza più completa con il loro Creatore.
Cause dell’apostasia

L’apostasia si è concretizzata perché la Chiesa ha avuto, attraverso i secoli, e fin


dall’inizio, degli “specialisti” che hanno saputo comprendere i tempi, il popolo e
soddisfare la sua religiosità servendo la divinità come voleva.
La Parola di Dio è sempre stata scomoda alle persone non convertite e l’uomo fin
dall’Eden, dal giorno della seduzione, ha cercato di andare oltre, al di là della grazia
ricevuta.
Spesso quelli che vengono chiamati i grandi della Chiesa, per rendere la Chiesa
più accettabile, hanno voluto mettersi in sintonia con i tempi ed aggiornarsi con le
speculazioni del loro presente secolo.
Uomini con buone intenzioni hanno asservito la Chiesa di Dio alla religione
dell’epoca.
L’errore che 3400 anni fa il popolo d’Israele ha commesso con Aaronne, quando
Mosè era sul monte Sinai a ricevere la legge da Dio, dopo l’uscita dall’Egitto, é stato
perpetuato nei secoli ed è continuato nella Chiesa.
Allora il popolo domandò ad Aaronne un dio che andasse davanti a lui e Aaronne,
dopo aver invitato il popolo a spogliarsi dei suoi ornamenti (il popolo è sempre
disposto a offrire i suoi tesori al proprio dio, sia esso vero o falso), cerca di salvare il
culto all’Eterno facendo il vitello d’oro.
Davanti a questo simulacro Aaronne dice: «O Israele questo è il tuo dio che ti ha
tratto dal paese d’Egitto».39 Da quel giorno molti conduttori della Chiesa, come
Aaronne, hanno marchiato come “fede cristiana” i desideri della carne sacralizzandoli
con l’altare prima, il pulpito poi, a seconda del tempo, annunciando pubblicamente
che si tratta di una «festa in onore all’Eterno».40
Il peccato commesso da Aaronne, come quello commesso dai successori degli
apostoli, era più grave di un culto fatto alle divinità pagane dell’epoca di Baal,
Astarte, Mitra, Diana, Giove, Marte, ecc., a causa dell’illusione data. Hanno
allontanato i fedeli dalla Parola di Dio nel nome dell’Eterno.
Non hanno condotto la cristianità agli idoli, ma hanno camuffato l’Eterno,
coprendo l’idolatria umana col manto della Rivelazione.
Mosè disceso dalla montagna richiamò il popolo alla confessione di fede e di
fronte alla legge della grazia di Dio infranta, la Chiesa di allora vide in tutta la sua
cruda realtà il proprio peccato.41

39
Esodo 32:4.
40
Esodo 32:5.
41
Vedere Esodo 32:1-24.

152 Quando la profezia diventa storia


INSEGNAMENTI DIMENTICATI

Voglia Dio ancora oggi, tramite la Sua legge di libertà, richiamare la Sua Chiesa,
gli eletti sedotti, alla fedeltà, prima che il giudizio purifichi in un sol giorno l’insieme
dei Suoi fedeli.
I tre punti con i quali vogliamo dimostrare che la cristianità si è allontanato dagli
insegnamenti della Parola rivelata sono:
- la sostituzione del giorno di riposo;
- la dottrina dei demoni o culto ai morti o immortalità dell’anima;
- il battesimo e suo significato.

I. Sostituzione del giorno del riposo

Importanza della legge di Dio

Se l’opera dei profeti può essere riassunta nelle parole di Isaia: «Alla legge alla
testimonianza, se il popolo non parla così non ci sarà per lui nessuna aurora»42, la
predicazione apostolica è identica, come pure quella della Chiesa al tempo della fine.
Gesù non venne per abolire la legge, anzi per confermarla in tutta la sua
completezza, realizzandola e aiutando i credenti a viverla.43
L’insegnamento apostolico è unanime: «la legge è santa ed il comandamento è
santo, giusto e buono».44 Paolo non contrappone mai la fede alla legge, ma la legge
della fede alla legge delle opere ribadendo l’osservanza della legge con le parole:
«Annulliamo noi dunque la legge mediante la fede? Così non sia, anzi, stabiliamo la
legge».45
L’osservanza del Decalogo, scritto da Dio stesso su tavole di pietra sul Sinai,
quale manifestazione della Sua volontà e della Sua eterna permanenza, è confermata
anche da Paolo nella prima lettera ai Corinzi, dove si legge: «La circoncisione è nulla
e la incirconcisione è nulla; ma l’osservanza de’ comandamenti di Dio è tutto».
L’apostolo Pietro conferma questo insegnamento scrivendo: «Avendo purificate le
anime vostre coll’obbedienza alla verità».46 Quale è questa verità? Per un ebreo la
verità non era qualcosa di speculativo, filosofico; la verità era una norma, era un
principio: «La tua legge è verità, e tutti i tuoi comandamenti sono verità».47 Per
l’apostolo Giacomo la legge di Dio è perfetta ed «è la legge della libertà» e «chiunque
avrà osservato tutta la legge e avrà fallito in un sol punto, si rende colpevole su tutti i
punti»48, perché violare la legge significa manifestare per principio il sentimento di
indipendenza da Colui che l’ha dato e che la introduce con: «Io sono l’Eterno, il tuo

42
Isaia 8:20.
43
Matteo 5:17,18. Vedere nota n. 270, pp. 111,112.
44
Romani 7:12.
45
Romani 3:31,27.
46
Esodo 24:12; 31:18; 32:16; 34:1,28; Deuteronomio 10:2. 1 Corinzi 7:19. 1 Pietro 1:22.
47
Salmo 119:142,151.
48
Giacomo 1:25; 2:12; 2:10.

Quando la profezia diventa storia 153


CAPITOLO III

Dio».49 Significa essere animati dallo stesso sentimento dell’Avversario, cioè sottrarsi
per poco o per molto a ciò che Dio ha detto, non vivere più della Sua Parola, cioè
dalla sua grazia.
È per la fede in Gesù Cristo che la legge di Dio prende vita nel cuore del credente.
«Da questo conosciamo che amiamo i figlioli di Dio: quando amiamo Dio e
osserviamo i suoi comandamenti. Perché questo è l’amore di Dio: che osserviamo i
suoi comandamenti».50
Non sono forse la mancanza di amore nei confronti di Dio e la scarsa fiducia in
quello che ha detto per noi alla base della rivolta dell’uomo contro l’Eterno e
dell’oppressione dell’uomo sull’uomo?
Il profeta Isaia ci ricorda: «Così parla l’Eterno, il tuo redentore... Io sono l’Eterno,
il tuo Dio, che t’insegna per il tuo bene, che ti guida per la via che devi seguire. Oh
fossi tu pur attento ai miei comandamenti! La tua pace sarebbe come un fiume, e la
tua giustizia, come le onde del mare».51
«Il Nuovo Testamento tutto intero suppone o proclama il valore permanente della
legge, come espressione della santa volontà di Dio».52
Predicare la salvezza per grazia significa predicare la liberazione dal giogo del
peccato.
«La grazia quale essa è manifestata nell’Evangelo, è l’omaggio più chiaro, la
consacrazione più solenne che possa ricevere la legge... La croce, il trionfo della
grazia, è il trionfo della legge».53
«La grazia non è il permesso d’infrangere qualche regolamento arbitrario, ma
piuttosto la possibilità di obbedire alla volontà “buona, accettevole e perfetta” di Dio -
essa è “la grazia di poterlo servire”54 e non di ridercene di Lui... L’Evangelo senza la
legge non è che un pio sogno... Tutta la grazia è obbedienza, e tutta l’obbedienza è
grazia».55
«Stabilire la legge, ecco l’opera per eccellenza, ecco il miracolo dell’Evangelo.
Che cosa è un cristiano? Un uomo nel quale la legge è stabilita, è un uomo che ama
fare da oggi in poi tutta la volontà di Dio; in altri termini è un uomo che è nato di
nuovo... Il cristiano non è più sotto la legge; ma egli è più che mai con la legge. Mai
essa gli era apparsa così santa, così preziosa, così obbligatoria...».56
Sia i cattolici che i protestanti esaltano il Decalogo quale manifestazione della
volontà di Dio.

49
Esodo 20:2.
50
1 Giovanni 5:2,3.
51
Isaia 48:17,18.
52
BONNET Louis, Le Nouveau Testament, t. IV, 3a ed. rivista e ampliata da SCHRŒDER Alfred, Lausanne 1905, p.
266.
53
VINET Alexander, Discours sur quelques sujets religieux, 5a ed., 1853, p. 113.
54
Luca 1:4.
55
PURY Roland de, prefazione di AA.VV., L’Ordre de Dieu, Neuchâtel 1946, pp. 7,8.
56
GASPARIN Agénor conte de, Paraboles de vérité, 1876, pp. 7,8.

154 Quando la profezia diventa storia


INSEGNAMENTI DIMENTICATI

La legge di Dio esaltata dai cattolici

Nel Dictionnaire Encyclopédique de Théologie Catholique leggiamo: «La legge,


espressione della santa volontà di Dio, è eterna, come Dio è eterno; essa è
assolutamente obbligatoria per il cristiano. Ha tutto il suo valore nell’Evangelo».57
«Le leggi del decalogo sono in fondo più antiche di Mosè; esse sono fondate sulla
natura umana e sul suo destino e non su delle relazioni variabili, delle circostanze
passeggere, e i diversi gradi di cultura ai quali l’uomo può pervenire. È appena
necessario far notare che il decalogo ha conservato tutta la sua forza nel cristianesimo,
e il concilio di Trento (sessione VI can. 19) pronuncia espressamente l’anatema
contro coloro che pretendono che il decalogo non concerni il cristiano».58
Si legge nel nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica: «Fedele alla Scrittura in
conformità all’esempio di Gesù, la Tradizione della Chiesa ha riconosciuto al
Decalogo un’importanza ed un significato fondamentali.
Il decalogo costituisce un’unità organica in cui ogni “parola” o “comandamento”
rimanda a tutto l’insieme. Trasgredire un comandamento è infrangere tutta la legge.
Quanto Dio comanda lo rende possibile con la sua grazia».59

La legge di Dio esaltata dai riformatori

I grandi riformatori hanno scritto nei confronti del decalogo: «La legge non è
nient’altro che la rivelazione della volontà di Dio. Poiché la volontà di Dio è eterna,
la legge lo è anche», così diceva Zwingli.60 Lutero, preoccupato di salvaguardare la
libertà cristiana, a volte ha fatto delle affermazioni avventate e imprudenti che i suoi
avversari hanno preso per accusarlo, ma parlando di Johann Agricola (Schneider) ha
detto: «Togliendo la legge, egli toglie anche l’Evangelo; egli trae la nostra credenza
dal fermo appoggio della coscienza, per sottometterla ai capricci della carne».61 Nel
1530 dichiarava: «Eccomi diventato discepolo del decalogo. Io comincio a
comprendere che il decalogo è la dialettica dell’Evangelo, e l’Evangelo la retorica del
decalogo».62

57
RIESS Florian, Antinomisme, in Dictionnaire Encyclopédique de la Théologie Catholique, t. I, 3a ed., Paris 1886,
p. 360; cit. da VAUCHER Félix Alfred, Décalogue, p. 40.
58
WELTE Benedickt, Décalogue, in idem, t. VI, Paris 1869, p. 105; cit. A.F. Vaucher, idem, pp. 40,41.
59
AA.VV., Catechismo della Chiesa Cattolica - testo integrale e commento, ed. Piemme, Casale Monferrato 1993,
art. 2078,2079,2082, pp. 390.
60
ZWINGLI Huldrych, Brève instruction chrétienne, 1523, Genève 1953, p. 14; cit. A.F. Vaucher, idem, p. 41.
61
LUTHER Martin, Mémoires, ed. Michelet, t. II, p. 159; cit. A.F. Vaucher, idem, p. 41.
62
Idem, p. 285; cit. A.F. Vaucher, idem, p. 41.

Quando la profezia diventa storia 155


CAPITOLO III

Calvino, che ha trattato la legge nei capitoli VII, VIII e IX del suo secondo libro
dell’Istituzione Cristiana, la esaltava e scriveva tra l’altro: «Quando il Signore Gesù
dice che non è affatto venuto per abolire la legge, ma per compierla, e che non passerà
una sola lettera fino a che cielo e terra non passeranno, che tutto ciò che è scritto si
compia: in ciò dimostra che con la sua venuta la riverenza e l’obbedienza della legge
non è in nulla diminuita».63

Il Decalogo preesistente al Sinai

Il Decalogo, sebbene Dio l’avesse dato dopo l’esodo dall’Egitto, preesisteva a quel
periodo. Al Sinai Dio non fa altro che codificare la Sua legge e tutte quelle
prescrizioni che Mosè mette per iscritto sono ciò che i patriarchi dal tempo di Adamo
si trasmettevano oralmente. Di Abrahamo Dio dice: «Ubbidì alla mia voce e osservò
quello che gli avevo ordinato, i miei comandamenti, i miei statuti e le mie leggi».64
Davide invita il figlio Salomone a mettere in pratica le stesse cose: «Comandamenti,
statuti e leggi» che Mosè ha scritto nella legge e per questo motivo prega il Signore
affinché dia a suo figlio un cuore ben disposto.65
Prima che la legge venisse promulgata al Sinai il testo sacro riportava già il
principio di ognuno dei dieci comandamenti.66

Importanza del IV comandamento67

Circa i comandamenti: «Non uccidere», «non commettere adulterio», «non


rubare», «non dire falsa testimonianza», non ci sono problemi perché tutti, sia
cattolici che protestanti, li accettano, fanno parte dei principi morali universali. Il
dissenso è sul IV comandamento.

«Ricordati di santificare il giorno del sabato. Per sei


giorni lavorerai, ed attenderai a tutte le tue opere. Ma il
settimo giorno è il sabato del Signore Dio tuo; in esso non
farai alcun lavoro, né tu, né il tuo figliolo, né la tua figliola,
né il tuo servo, né la tua ancella, né il tuo giumento, ed il
forestiero che si trova fra le tue porte. In sei giorni infatti il
Signore fece il cielo, la terra, il mare e tutto ciò che è in

63
CALVIN Jean, Institution chrétienne, t. II, Genève 1955, p. 120; cit. A.F. Vaucher, idem, p. 43.
64
Genesi 26:5.
65
1 Cronache 29:19; 1 Re 2:3.
66
I°: Genesi 3:1-6; 2°: Genesi 35:1-4; 3°: Esodo 32:4-6,21; 4°: Genesi 2:2,3; Esodo 16; 5°: Genesi 9:22,23; 6°:
Genesi 4:6-9; 7°: Genesi 39:7-9; 8°: Genesi 30:33; 9°: Genesi 4:9; 12:18; 10°: Genesi 3:6.
67
Per una più ampia esposizione del significato del IV comandamento vedere il nostro Capitolo XVI.

156 Quando la profezia diventa storia


INSEGNAMENTI DIMENTICATI

essi, e nel settimo giorno si riposò; per questo, benedisse il


giorno del sabato e lo dichiarò santo».68

«Il fatto che il sabato occupi un posto così considerevole nel decalogo, che il
linguaggio di questo quarto comandamento sia così solenne, e che questo
comandamento sia ripetuto molte volte nell’Antico Testamento, mostra che si tratta di
un’istituzione assolutamente centrale nella vita del popolo di Dio».69
Gesù in polemica con i farisei, non sulla validità della santificazione del sabato,
ma sul come santificarlo, affermava: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo
per il sabato; perciò il Figlio dell’uomo è Signore anche del sabato».70
Dio fin dall’Eden (e quindi molto prima del Sinai e della formazione del popolo
d’Israele) ha offerto all’uomo un dono che gli ricordi la sua origine e il fatto che la
sua esistenza è legata al Creatore. Questo dono Iddio lo ha fatto all’uomo e «per
l’uomo vuol dire: non per un tempo, un paese, un popolo, ma per l’uomo di tutti i
tempi, di tutti i popoli, di tutti i paesi»71 e «il sabato è fatto per l’uomo, per il suo
bene, per il suo riposo, per lo sviluppo della sua vita interiore e per gli interessi
supremi della sua anima».72
«Come il mondo nel riposo sabbatico di Dio ha raggiunto il suo ultimo
perfezionamento, così l’uomo deve, mettendosi a disposizione di Dio al sabato,
testimoniare che la sua esistenza è legata a Lui».73
È per questo motivo che il comandamento inizia con l’ordine: «Ricordati». Gesù
dice che in questo giorno ha posto il segno della Sua signoria. Rivendicando il Suo
titolo di Signore e padrone del sabato, non vuole attribuirsi il diritto di distruggerlo,
modificarlo, bensì quello di difenderlo, sia contro le trasgressioni sia nei confronti
delle deformazioni. Gesù è il Signore del sabato perché è Lui che lo ha creato essendo
l’artefice della creazione. Presentandosi come Signore del sabato ci ricorda che è il
Signore delle nostre persone e del nostro tempo.
Era con l’osservanza del sabato che Israele prima e la cristianità poi avrebbero
dimostrato al mondo di appartenere a un Dio che è il Creatore dell’Universo.
«Il sabato è menzionato 58 volte nel Nuovo Testamento, sempre con il suo
carattere specifico di giorno sacro consacrato al riposo, al culto e a degli atti di
misericordia».74
«Il Signore e gli apostoli hanno... distinto, onorato, solennizzato il giorno di
riposo».75

68
Esodo 20:8-11.
69
W.A. Visser’t Hooft in AA.VV., o.c., p. 50.
70
Marco 2:27,28; Matteo 12:8.
71
GODET George, Le bon droit du dimanche, Neuchâtel 1893, p. 44.
72
L. Bonnet, o.c., t. I, Les Evangiles, p. 262.
73
SCHEDL Claus, Storia del Vecchio Testamento, vol. I, Roma 1963, p. 22.
74
LEWIS Abram Herbert, A Critical History of the Sabbath and the Sunday, 2a ed., Plainfield, New Jersey, 1903, p.
4; cit. da A.F. Vaucher, Le jour du repos, ed. 1963, p. 23.
75
GUERS Émile; cit. da VUILLEUMIER Jean, Le jour de repos à travers les âges, p. 5.

Quando la profezia diventa storia 157


CAPITOLO III

A coloro che traggono un argomento per la non osservanza di questo


comandamento dall’assenza, nel Nuovo Testamento, di ordini positivi riguardo al
sabato, si può rispondere con Galley: «Noi non possiamo domandare all’Evangelo
una nuova promulgazione del quarto comandamento, poiché sarebbe una negazione
implicita della sua autorità anteriore. Nessun comandamento è nuovamente
promulgato dall’Evangelo se non con questa parola del Maestro: “Io non sono venuto
per abolire la legge e i profeti, ma adempierli”. Ma mentre il Nuovo Testamento
contiene delle raccomandazioni formali di osservare diversi altri comandamenti, il
sabato non è sanzionato che dall’esempio di Gesù e degli apostoli, e dalle
testimonianze indirette che essi gli rendono nel loro linguaggio».76 Possiamo anche

76
GALLEY Émile, Le Dimanche est d’institution divine, Lausanne 1872, p. 58; cit. A.F. Vaucher, o.c., p. 28.
Vedremo qui di precisare il significato di due testi di Paolo che, non capìti, sono all’origine di malintesi.
Romani 14:5,6. Nel capitolo 14 di questa epistola l’apostolo parla di un problema che divideva la Chiesa in due
fazioni. C’era chi voleva digiunare, astenendosi dalla carne in alcuni giorni della settimana per realizzare e
manifestare una maggiore spiritualità, e altri che contrariavano questo atteggiamento, considerandolo non importante
per lo sviluppo morale del credente. La pratica del digiuno era comune in tutto il mondo ed era usata anche in Israele:
«Io digiuno due volte la settimana» Luca 18:12. Ora questo digiuno veniva fatto in giorni particolari della settimana.
Nella Didachè, uno scritto del 150 d.C., si legge al capitolo 8: «Che i vostri digiuni non siano nello stesso tempo di
quelli degli ipocriti: essi digiunano il II e il V giorno (cioè il nostro lunedì e giovedì) della settimana, mentre voi
digiunate il IV giorno (nostro mercoledì) e il giorno della preparazione (preparazione al sabato, cioè il nostro venerdì)
Luca 23:23-24». La Didachè citata a sostegno della non più validità dell’osservanza del sabato, IV comandamento,
trova in questo passo una indiretta testimonianza.
Il brano menzionato sopra presenta dei giorni considerati più atti al digiuno che all’osservanza di un giorno
particolare di riposo, come espresso dal IV comandamento. Ciò è stato riconosciuto fin dai primi secoli e anche da
esegeti moderni. Quindi «tutti i giorni sono uguali», hanno lo stesso valore per il digiuno, che consiste nel mangiare
solamente verdure.
«Colui che stima un giorno più d’un altro, vede certi giorni come impropri a certe azioni o altri come esigenti
certe prestazioni o certe astinenze... È abbastanza chiaro dal contesto che si tratta di astinenze. È ciò che hanno
compreso quasi tutti gli antichi, pure coloro che vedevano nei deboli i giudeo cristiani: Origene, Crisostomo,
Teodoreto, Ambrosiaste, Pelagio, lo pseudo Primasio, Tommaso... Se si esclude S. Gerolamo, che difendeva il digiuno
contro Gioviniano,... gli antichi hanno riconosciuto a proposito dell’osservanza dei giorni, che Paolo indicava, delle
pratiche ascetiche» LAGRANGE Albert M.H., Épître aux Romains, 3a ed., Paris 1922. «Certi fanno distinzione fra i
giorni. Niente indica qui che si tratta di giudaizzanti, non si troverà qui un’allusione al sabato, ma a delle pratiche
d’astinenza o di digiuni fissati in date regolari» LEENHARDT Franz J., Épître de S. Paul aux Romains, Neuchâtel-Paris
1957, p. 196. La Bible de Jérusalem, ed. fascicoli, in nota scrive: «In base al contesto si tratta di cristiani ai quali una
fede insufficientemente illuminata non dà delle convinzioni così ferme per agire con una coscienza sicura (versetti
2,5,22). Essi si sentono obbligati in certi giorni (versetto. 5), forse in forma permanente (versetto 21) ad astenersi dalla
carne o dal vino (versetto 2,21); pratiche ascetiche conosciute nel mondo pagano (Pitagorici) e nel mondo giudaico
(Esseni)».
Colossesi 2:16. Due spiegazioni. La prima. La morte di Gesù ha inchiodato alla croce la nostra dichiarazione di
condanna. La salvezza ha unito il credente a Cristo e quindi per l’uomo convertito non c’è più nessuna condanna
(Romani 8:31). Ciò che viene inchiodato alla croce non è la legge ma l’atto di accusa. Nel brano che viene citato, il
sabato è indicato come l’ombra di cose che dovevano venire. Allora, si sostiene, il IV comandamento, essendo un’om-
bra di cose che devono venire, per quale motivo lo si deve ancora osservare? Prima di concludere nel dire che il
sabato, IV comandamento, faceva parte della legge morale e quindi non viene abolito, questo passo, se riguarda il
sabato IV comandamento, è in relazione al suo aspetto cerimoniale, come hanno sostenuto numerosi teologi.
«Feste, noviluni e sabati» indicano, come nei passi dell’Antico Testamento (1 Cronache 23:31; 2 Cronache 2:4;
31:3; Osea 2:11), le grandi feste annuali, mensili e settimanali. «L’apostolo indica tre aspetti delle feste giudaiche:
prima di tutto, le grandi solennità di Pasqua, di Pentecoste, e dei Tabernacoli; poi le feste mensili, e infine i sabati
settimanali» L. Bonnet, o.c., vol. III, 3a ed., 1892, p. 458. Sebbene esegeti cattolici e protestanti abbiano visto nel
sabato menzionato l’indicazione di una festa religiosa settimanale distinta dal IV comandamento, (il nome sabato
significa riposo, cessazione e viene attribuito ad ogni festa), crediamo più corretto dire che questa espressione di S.
Paolo sia inerente al IV comandamento, 7o giorno della settimana. Questo non vuole dire che l’apostolo invalidi
l’osservanza del sabato IV comandamento, ma considera come superato ciò che nell’osservanza di questo

158 Quando la profezia diventa storia


INSEGNAMENTI DIMENTICATI

comandamento è un’ombra di ciò che doveva venire. «Nel sabato della dispensazione mosaica c’era, accanto
all’aspetto morale, un aspetto cerimoniale e un aspetto giudiziario» SCOTT Thomas, The Holy Bible, vol. VI, Boston
1853, p. 372. È questo aspetto che il sacrificio di Cristo ha realizzato e compiuto (vedere Numeri 28:9,10). Quindi
Paolo voleva dire: «Che nessuno vi faccia osservare delle feste, dei noviluni o anche il sabato. In se stesse, queste
cose, quali esse sono presentate dai falsi dottori, separati da Cristo, non sono che delle ombre di ciò che doveva
avvenire; e ciò che doveva seguire non era un’ombra vana ma la sostanza, cioè Cristo. - Paolo vuole semplicemente
mostrare che non c’è nessun vantaggio a osservare dei riti e delle cerimonie, perfino anche il sabato settimanale, se
nello stesso tempo si rigetta il Cristo» RICHARDSON William Edwin, A study of the historical Background and the
Interpretation of Colossien 2:14-17, tesi dell’Università Andrews, Berrien Springs, Michigan, 1960, pp. 79, 81. Del
resto tutta l’epistola è una esaltazione del Cristo «nel quale tutti i tesori della sapienza e della conoscenza sono
nascosti. Poiché in lui abita corporalmente tutta la pienezza della Deità» (Colossesi 2: 3, 9). Paolo ripete le parole di
rimprovero del profeta Isaia (1:13,14) e di Osea (2:11) di fronte ad una manifestazione religiosa con l’osservanza di
feste, noviluni e sabati ma disgiunta dall’accettazione completa dell’Eterno.
Nella lunga lettera d’Ignazio ai Magnesiani si legge: «Noi non dobbiamo osservare il sabato giudaizzando e
rallegrandoci di essere oziosi... Ma che ognuno di voi osservi il sabato spiritualmente, godendo della meditazione della
legge, non del riposo corporale». Il «non più sabatizzare» significa osservare il sabato non alla maniera giudaica,
contro la quale Gesù stesso ha polemizzato a varie riprese con i farisei, ma secondo l’esempio del come santificarlo.
Del resto il IV comandamento, come è formulato nel Decalogo, non è un’ombra di qualcuno che deve venire,
bensì un ricordo di qualcosa che si è compiuto nel passato: la creazione.
A questa spiegazione crediamo sia opportuno aggiungerne una seconda che, sebbene forse più difficile, riteniamo
risponda meglio al testo biblico. Traiamo queste considerazioni dall’aggiunta che BACCHIOCCHI Samuele ha fatto alla
sua tesi di laurea alla Gregoriana di Roma, Un esame dei testi biblici e patristici dei primi quattro secoli allo scopo
d’accertare il tempo e le cause del sorgere della domenica come giorno del Signore, aprile 1974, dopo essere rientrato
negli Stati Uniti.
Stabilire il background storico-religioso dell’eresia colossese non è facile, poiché le allusioni ermetiche e concetti
quali: «tradizione» 2:8, «pienezza» 2:9,10, «filosofia» 2:8, «mangiare e bere» 2:16, «principati e potestà» 2:15,
«elementi del mondo» 2:8,20, corrispondono a concetti sia del «giudaismo antico», sia del «sincretismo ellenistico»,
vedere DUPONT Jacques, Gnosis: La Connaissance Religieuse dans les Épîtres de S. Paul, 1949, pp. 256,489-493.
L’insegnamento che Paolo contesta nella lettera ai Colossesi è caratterizzato da un errore teologico e pratico.
Teologicamente, la «filosofia» colossese si trova in contrasto con Cristo per diversi aspetti. La sua fonte di autorità,
secondo Paolo, era una «tradizione» e il suo scopo era di insegnare la vera «saggezza» 2:3,32, «conoscenza» 2:2,3;
3:10 e «comprensione» 1:9; 2:2. Per raggiungere tale conoscenza i cristiani erano spinti a rendere omaggio ai
principati cosmici 2:10,15 e agli «elementi del cosmo» 2:8,18,20. Che cosa Paolo intenda con questa ultima frase è
ancora molto dibattuto. La maggior parte degli esegeti moderni comunque ha adottato un’interpretazione personificata
degli stoicheia (specialmente in base al testo parallelo di Galati 4:3,9; confr. 3:19) identificandoli con i mediatori
angelici della legge (Atti 7:53; Galati 3:19; Ebrei 2:2) e con gli dèi astrali pagani ai quali si attribuiva il controllo del
destino dell’umanità. Vedere BULTMANN R.K., Theology of the New Testament, 1961; WHITELY D.E.H., The Teology of
S. Paul, 1964, p. 25. Per ottenere la protezione di questi poteri e principati cosmici, i «filosofi» colossesi sollecitavano
i cristiani ad offrire un’adorazione cultuale ai poteri angelici (2:15,18,19,23) e a seguire pratiche ritualistiche e
ascetiche (2:11,14,16,17,21,22). Comportandosi in questo modo si credeva di accedere meglio e di partecipare alla
divina «pienezza» 2:9,10; confr. 1:19. L’errore teologico quindi consisteva fondamentalmente nel frapporre dei
mediatori inferiori come gli angelici al posto del Capo stesso (2:9,10,18,19).
Risultato pratico di queste speculazioni teologiche era l’insistenza su uno stretto ascetismo e ritualismo. Questo
consisteva nello «spogliare il corpo della carne» 2:11 (che significava evidentemente una separazione dal mondo) - la
frase suggerisce la pratica dei culti mistici quando, nel rito di iniziazione, il devoto si toglie gli abiti e fa un bagno di
purificazione. Vedere LOHSE Edward, A Commentary on the Epistles to the Colossian and to Philemon, 1972, p. 102,
nota 3 - un trattamento severo del corpo (2:23), la proibizione di assaggiare o toccare certi cibi o certe bevande
(2:16,21) e l’accurata osservanza di giorni sacri, di feste stagionali, di noviluni, di sabati (2:16). I cristiani
presumibilmente erano portati a credere che, sottomettendosi a queste pratiche ascetiche, non abbandonassero la loro
fede in Cristo, ma piuttosto ricevevano una ulteriore protezione ed erano così assicurati al pieno accesso della
pienezza divina. Questo può essere dedotto sia dalla distinzione fatta da Paolo tra il vivere «secondo gli elementi del
cosmo» e «secondo Cristo» 2:8, sia dall’insistenza dell’apostolo sulla supremazia del Cristo incarnato nel quale
«abita corporalmente tutta la pienezza della deità» 2:9, e perciò i cristiani ottengono «la pienezza» della vita, non
attraverso gli elementi del cosmo, ma attraverso Cristo, «che è il capo di ogni potestà e autorità» 2:10; confr. 1:15-20;
3:3.
Sulla base di queste semplici linee possiamo stabilire che il sabato è menzionato nella lettera, non nel contesto di
una discussione diretta sull’obbligo della legge, ma piuttosto nel contesto di credenze e pratiche sincretistiche, che

Quando la profezia diventa storia 159


CAPITOLO III

incorporano elementi del Vecchio Testamento, senza dubbio per avere una giustificazione dei loro principi ascetici
(Vedere CAIRD A.B., Paul’s Letters from Prison, 1976, p. 198).
Cosa viene inchiodato alla croce? I falsi maestri stavano «ingannando» 2:4 i cristiani spingendoli a credere che
l’osservanza di «regole» era necessaria per cercare la protezione di quegli esseri cosmici che erano reputati capaci di
aiutarli ad essere partecipi della completezza e della perfezione della divinità. Opponendosi a questo insegnamento,
Paolo enfatizza due verità vitali. In primo luogo egli ricorda ai Colossesi che in Cristo, e in lui solo, «abita
corporalmente la pienezza della deità» 2:9 e che perciò ogni altra forma di autorità esistente è subordinata a lui, «che è
il capo di ogni potestà e autorità» 2:10. In secondo luogo l’apostolo riafferma che è solo “in” e “attraverso” Cristo che
il credente può «pervenire alla pienezza di vita» 2:10, perché Cristo non solo possiede la «pienezza della deità», ma
provvede pure alla pienezza «della redenzione» e al «perdono dei peccati» 1:14; 2:10-15; 3:1-5.
Per spiegare come Cristo elargisca la «perfezione» 1:28; 4:12 e «la pienezza» 1:19; 2:9 al credente, Paolo, come
WEISS Harold ha convincentemente mostrato, «non ricorre alla legge ma al battesimo» (The Law in the Epistle to the
Colossians, in The Catholic Biblical Quarterly, p. 305). Questo fatto rappresenta una variazione significativa, visto
che la spiegazione del significato della legge è spesso parte integrante della presentazione del Vangelo fatta da Paolo,
anche se in tutto il capitolo 2 di Colossesi il «termine “legge” nomos sia assente... dalla controversia» E. Lohse, o.c., p.
116. Weiss (o.c., p. 307) sottolinea similmente: «Desidero... ripetere quello che fu detto all’inizio: in tutta l’epistola
la parola legge non è mai usata. Non solo, ma tutto il rilievo della legge, che appare inevitabile per Paolo quando
presenta il suo vangelo, è completamente assente». Ciò conferma quanto abbiamo detto precedentemente, e cioè che
l’eresia colossese non era basata sul legalismo giudaico abituale, ma piuttosto su un certo tipo di regole (dogmata)
ascetiche e cultuali inusitate (sincretistiche), che minano la onnisufficienza della redenzione operata da Cristo.
I benefici del battesimo sono presentati concretamente come il perdono di «tutte le nostre trasgressioni» 2:13;
1:14; 3:14, che ha come conseguenza l’essere «fatti vivere» in Cristo (2:13).
Che cosa intendeva Paolo per cheirografon (termine usato nell’antichità nel senso di «accordo scritto» o di
«certificato di debito»? MOULTON-MILLIGA, The Vocabulary of the Greek Testament, 1929, p. 687.
Oltre alle difficoltà grammaticali, «sembra difficilmente paolino», scrive HUBY J., Saint Paul: Les Épîtres de la
captivité, 1974, p. 73, «rappresentare Dio come crocifiggente quella “sacra” cosa (Romani 7:6) che era la legge
mosaica». Ma cancellare la legge morale significa lasciare l’umanità senza principi morali. La colpa non è eliminata
distruggendo il codice legale.
«Nel giudaismo la relazione tra l’uomo e Dio era spesso descritta tra un debitore e il suo creditore» E. Lohse, o.c.,
p. 108. Per esempio un rabbi diceva: «Quando un uomo pecca, Dio registra il debito di morte. Se l’uomo si pente, il
debito è cancellato (cioè dichiarato nullo). Se egli non si pente, quello è annotato come rimanente autentico (valido)»
Tanhuma Midrash, 140b. Nell’Apocalisse di Elia si trova la descrizione di un angelo che tiene un libro, chiamato
esplicitamente cheirografon, in cui sono ricordati i peccati del veggente. Sulla base di questi e di altri esempi, è
abbastanza ovvio che cheirografon è o un «certificato di indebitamento dovuto al peccato» o il «libro in cui si
ricordano i peccati» ma non la Legge di Mosè, poiché quest’ultima, come è saggiamente sottolineato da Weiss, «Non è
un libro di ricordi» Idem, p. 302. Distruggendo il ricordo dei peccati, Dio toglie la possibilità dell’accusa che sempre è
rivolta contro quelli che hanno peccato. Vedere la promessa simile in Isaia 43:25. Sulla croce Dio ha cancellato i
nostri peccati e ci ha garantito un pieno perdono.
Non si discute qui, quanto riguarda «il mangiare, il bere» come dice LENSKI R.C.H. (The Interpretation of St.
Paul’s Epistles to the Thessalonians, to Timothy, to Titus and to Philemon, 1946, p. 123), di «cibi e bevande adatti o
inadatti, essendo alcuni puri e altri impuri, ma di regole su quando mangiare e bere e digiunare». «Non è questione di
distinguere tra puro e impuro come raccomandato in Levitico 11, ma della pratica del digiuno secondo il costume degli
asceti pagani» HUGEDÈ Norbert, Commentaire de l’Épître aux Colossiens, Labor et Fides, Genève 1968, p. 143. «La
questione non è affatto quella della distinzione tra cibo legale e illegale, ma tra mangiare e bere o l’astinenza. Nella
sua mente c’è il problema dell’ascetismo piuttosto che quello della purezza rituale» PEAKE A.S., The Epistle to the
Colossians - Expositor’s Greek Testament, 1942, p. 530. «Non toccare, non assaggiare, non maneggiare», restrizioni
ascetiche tese a promuovere «un rigore devozionale e umiltà e severità verso il corpo» 2:23, sono estranei agli
insegnamenti legali giudaici. Normalmente tali insegnamenti sorgono da una concezione dualistica della vita che nega
alla parte materiale del mondo e del corpo umano di giungere ad un grado di santità più alto.
«Nessuno continui a giudicarvi» non significa condannare, ma esprimere un’opinione. «Quello che egli dice è che
l’osservanza (o, implicitamente, la non osservanza) non costituisce la base su cui qualcuno possa sedere per giudicare
i Colossesi» LUKYN Williams A., The Epistles of Paul the Apostle to the Colossians and to Philemon, 1928, p. 103.
Concludiamo quindi che nel versetto 16 l’ammonizione non è contro il sabato, feste e leggi alimentari, ma invece
contro coloro che pretendono che queste pratiche siano un aiuto indispensabile per raggiungere la perfezione cristiana
e una protezione necessaria dagli «elementi del cosmo», negando così la onnisufficienza di Cristo. MARTIN Ralph P.
(Colossians and Philemon, New Century Bible, 1974, p. 19), scrive: «La regola principale deve essere sottolineata.
Paolo non sta condannando l’uso di giorni o di stagioni sacre... Quello che lo spinge qui è il motivo errato

160 Quando la profezia diventa storia


INSEGNAMENTI DIMENTICATI

aggiungere che il Nuovo Testamento, non riportando espliciti insegnamenti


sull’osservanza del IV comandamento, dimostra che esso era osservato in tutta la
cristianità di origine ebraica e di origine gentile. Se così non fosse stato, avremmo
avuto nel testo biblico delle testimonianze di conflitto nella comunità, come ci sono
state per altre osservanze.

L’osservanza del Sabato nei primi cinque secoli dopo Cristo

dell’osservanza di feste sacre è fatta diventare parte del culto promosso a Colosse all’indirizzo degli elementi del
cosmo, i poteri astrali che dirigono la corsa delle stelle e regolano il calendario. E così essi devono essere placati».
Perché queste pratiche possono essere considerate un’«ombra»? Quindi accettati da Dio in un certo tempo e
rigettati poi? La spiegazione più plausibile è che Paolo non sta discutendo intorno all’origine, alla forma e alla
legittimità di queste osservanze, ma che egli invece ammette un loro valore, evidentemente perché riconosceva in esse
l’espressione di nobili e sincere - sebbene traviate - aspirazioni spirituali. Quello che l’apostolo fa, comunque, è porre
queste osservanze nella prospettiva di Cristo, attraverso il contrasto «ombra-corpo». È possibile che il contrasto
ombra-corpo che deriva da Platone (Repubblica 7, 514a-517a; 10; 596; Timeo, 46c; 71b), fosse usato dai filosofi
colossesi per insegnare che «la realtà piena» (pleroma) poteva essere raggiunta solo venerando «le ombre», soprattutto
gli angeli e gli elementi del cosmo, per mezzo di un regime ascetico. Se così fosse, Paolo risponderebbe al loro
insegnamento dando, al contrasto proposto da loro, un orientamento cristologico.

Come nella lettera ai Romani 14 Paolo non condanna gli scrupoli dietetici di alcuni fratelli, ma esorta piuttosto ad
averli «in onore del Signore» 14:16 e riconosce in questo loro atteggiamento una funzione positiva, così, in questa
lettera ai Colossesi, Paolo dice che non solo l’osservanza dei giorni sacri, ma anche gli scrupoli alimentari possono
fungere da ombra, preparando i cristiani per la realtà del mondo a venire.
Paolo in Colossesi 2:16 non sta condannando l’astinenza dai cibi e dalle bevande, o la pratica dell’osservanza di
giorni sacri, come il sabato, ma le motivazioni sbagliate di queste osservanze. Ciò che Paolo combatte è la promozione
di queste pratiche come aiuti ausiliari per la salvezza, e mezzi per ottenere la protezione degli «elementi cosmici».
Il sabato che Paolo presenta può essere l’osservanza del VII giorno della settimana, IV comandamento, ma non
nello spirito dell’evangelo. Nel contesto dell’eresia di Colosse sembra che il sabato sia stato osservato non come un
segno della creazione, dell’elezione o della redenzione, ma come afferma E. Lohse, «a causa degli elementi del cosmo,
che dirigono il corso delle stelle e che così stabiliscono pure minuziosamente l’ordine del calendario» o.c., p. 115.
Bisogna notare che questa superstizione astrologica non era solo presente nei circoli ellenistici, ma anche nel
giudaismo. La comunità di Qumran faceva speculazioni su relazioni tra angeli, le potestà delle stelle e la stretta
osservanza di tempi sacri (vedere libro dei Giubilei, 5:15 e seg.; 6:32-38; 23:19). La setta giudeo-cristiana degli
Elcasiti, circa 100 d.C., ci fornisce un esempio di come la venerazione dei poteri astrali influenzasse la loro osservanza
del sabato. Ippolito riporta: «Elcasai parla così: “Là esistono stelle cattive di empietà... guardatevi dal potere dei
giorni, dalla sovranità di queste stelle e non intraprendete imprese incerte durante i giorni in cui queste dominano. E
non battezzate uomini o donne durante i giorni del potere di queste stelle, quando la luna (emergendo) di fra esse,
percorre il cielo e viaggia insieme con esse... Ma, soprattutto, onora il giorno del sabato, poiché quel giorno è uno di
quelli durante il quale prevale (il potere) di queste stelle”» Ippolito, La Refutazione di tutte le eresie, 9,11; confr.
Epifanio, Adversus Haereses, 29,8,5. Simili superstizioni astrologiche sottostanno all’osservanza del sabato di Cerinto
(vedere Filastrius, Haereses, 36), di Desiteo di Samatra (vedere Origene, De Principiis, 4,3,2), dei Simoniani (vedere
pseudo Clemente, Omelia, 2,35,3) e degli Hipsistariani (vedere Gregorio Nazianzeno, Oratio, 18,5; MIGNE, P.G.,
35,991). Nel mondo pagano il sabato era visto come un giorno nefasto per la sua associazione con il pianeta Saturno.
Considerate le radicate superstizioni astrologiche che influenzavano l’osservanza dei giorni, sembra plausibile
pensare che l’osservanza del sabato promossa dai maestri ascetici di Colosse - noti per il loro incoraggiamento
all’adorazione degli elementi del cosmo - possa essere stato solo di tipo rigoristico e superstizioso. Una messa in
guardia contro tale tipo di osservanza del sabato fatta dall’apostolo sarebbe stata non solo opportuna ma anche
desiderabile. Ma in questo caso Paolo non starebbe attaccando il principio del sabato ma il suo pervertimento. Bisogna
osservare che l’apostolo non sta ammonendo contro la forma di questa osservanza, ma contro la sua funzione
pervertita.

Quando la profezia diventa storia 161


CAPITOLO III

È pensiero unanime, cattolico e protestante, che «la Chiesa primitiva di


Gerusalemme e in generale i giudeo-cristiani osservassero scrupolosamente il
sabato».77
«I primi cristiani, al tempo in cui erano ancora quasi tutti raccolti nella capitale
giudaica, prendevano parte al culto del tempio, ma senza pregiudizio delle loro
riunioni speciali, quelle della nuova sinagoga che essi avevano costituito fin dai primi
giorni. Al di fuori di Gerusalemme, la più grande espressione della vita religiosa
collettiva era, come per gli ebrei, la riunione settimanale. Queste riunioni avevano
luogo di sabato».78
«Mentre gli Ebrei cristiani di Palestina ritenevano tutta la legge mosaica, e per
conseguenza le feste giudaiche, i cristiani di origine pagana osservarono sia il sabato
che la Pasqua, ma senza superstizione giudaica».79
«L’idea di trasferire alla domenica la solennità del sabato, con tutte le sue
conseguenze, è un’idea estranea al cristianesimo primitivo».80
Socrate, lo scolastico di Costantinopoli, il continuatore della Storia Ecclesiastica
di Eusebio di Cesarea, affermava, nella prima metà del V° secolo: «Quasi tutte le
chiese del mondo intero celebrano i santi misteri il sabato di ogni settimana; tranne i
cristiani di Alessandria e di Roma che, in ragione d’una certa vecchia tradizione,
hanno cessato di fare la stessa cosa. Gli Egiziani in vicinanza di Alessandria e gli abi-
tanti di Tebe tengono le loro assemblee regolari il sabato».81
Hermias Sozomène (380-443), governatore di Costantinopoli, contemporaneo di
Socrate, autore lui stesso d’una storia della Chiesa, scriveva che «a Costantinopoli e
in altre città, contrariamente all’uso di Roma e di Alessandria, ci si riunisce il sabato e
anche il giorno seguente».82
«Nel IV e V secolo, la maggior parte dei cristiani hanno continuato ad osservare
contemporaneamente il sabato e la domenica».83
«Nella maggior parte delle Chiese di Oriente e ad imitazione di quella di Milano,
si continuò a festeggiare il sabato come la domenica, con delle assemblee religiose
dove si predicava e dove si celebrava la comunione, evitando soprattutto di digiunare
in quel giorno».84

77
TOMAS Louis, Le jour du Seigneur, vol. II, pp. 108, 109; cit. A.F. Vaucher, o.c., p. 29.
78
DUCHESNE Louis, Origines du culte chrétien, 5a ed., pp. 47,48.
79
GIESELER Johann-Karl-Ludwig, Lehrbuch der Kirchengeschichte, 3a ed., Bonn 1931, p 1O9; cit. A.F. Vaucher,
o.c., p. 29.
80
L. Duchesne, o.c., p. 48.
81
Socrate lo Scolastico, Storia ecclesiastica, vol. V, 22; MIGNE, P.G., LXVII, 1864, col. 635, (traduzione latina),
636 (testo greco); cit. A.F. Vaucher, o.c., pp. 32,33.
82
Hermias Sozomène, Storia ecclesiastica, vol. III, 19; MIGNE, P.G., LXVII, col. 1477 (testo greco), col. 1478,
(traduzione Latina); cit. A.F. Vaucher, o.c., p. 33.
83
KRAFT Robert A., Some notes on Sabbath Observance in early Christianity, Andrews University Seminary
Studies, III, gennaio 1965, p. 53; cit. A.F. Vaucher, Le jour Seigneurial, Collonges sous Salève 1970, p. 21.
84
CHASTEL Etienne, Histoire du christianisme, vol. II, p. 207; cit. A.F. Vaucher, idem, p. 21.

162 Quando la profezia diventa storia


INSEGNAMENTI DIMENTICATI

Dall’osservanza del sabato all’osservanza della domenica

Il sabato, IV comandamento, sebbene ancora nel V secolo fosse santificato in


quasi tutta la cristianità, specialmente nelle Chiese d’Oriente dove lavorarono gli
apostoli, e continuerà ad essere osservato da un numero sempre più ridotto attraverso
tutti i secoli, ben presto, dopo l’epoca apostolica, anche la celebrazione della
domenica incominciò ad essere osservata nella cristianità.
«La festa della domenica, come tutte le altre feste, non è mai stata che
un’ordinanza umana, e gli apostoli non hanno mai pensato di stabilire un
comandamento divino a questo riguardo, né la Chiesa apostolica primitiva, di
trasferire alla domenica le leggi del sabato».85
La celebrazione della domenica «benché la si trovi strettamente associata alla
storia del cristianesimo, non è così antica come questo».86
«La sostituzione della domenica al sabato non si è fatta d’un colpo, essa è il
risultato d’una lenta evoluzione storica»87 che portò il primo giorno della settimana ad
essere generalmente celebrato come festivo.
Perché questa defezione verso ciò che non è più in armonia con il comandamento
di Dio?
«La Chiesa primitiva ha dovuto tracciarsi un cammino tra due correnti opposte:
quella del giudaismo, per il quale il cristianesimo non era altra cosa che la
continuazione del mosaismo, sotto una nuova forma, e quella degli gnostici, che
reagivano violentemente contro la religione dell’Antico Testamento».88
Gli ebrei si fecero sempre più intollerante verso la Chiesa, nei confronti della
quale compirono le prime persecuzioni e procurarono i primi martiri.
Quando i cristiani lasciarono Gerusalemme, che stava per essere assediata dai
Romani nel 70 d.C., furono considerati dei traditori della Patria e la persecuzione nei
loro confronti si intensificò dopo la distruzione della città santa. I cristiani se
partecipavano al culto nella sinagoga, specialmente al tempo di Bar Kokeba (132-
135), correvano il rischio di subire terribili supplizi se non rinnegavano e
bestemmiavano il nome di Gesù.
L’imperatore Adriano, dopo lo sterminio degli ebrei, costruì sulle rovine di
Gerusalemme la nuova Elia Capitolina proibendo la continuazione delle pratiche
ebraiche, in particolare la circoncisione e l’osservanza del sabato. Successivamente
Antonio il Pio revocò queste misure. Ma ugualmente in molte regioni: Libia,
Cirenaica, Cipro, Alessandria, Mesopotamia e Palestina, si sentì il bisogno di evitare
di creare dei sospetti di appartenenza al giudaismo per il fatto che il mondo pagano
non distingueva la differenza tra i cristiani e gli ebrei.

85
NEANDER S.A. Wilhelm, Histoire Générale de la Religion et de l’Eglise Chrétienne; cit. da FAYARD Marcel Isaac,
Au seuil des Temps Nouveaux, Dammarie-les-Lys 1936, p. 296.
86
ZAHN, Skizzen aus dem Leben der Alten Kirche, 3a ed., p. 613; cit. A.F. Vaucher, Le jour du repos, p. 46.
87
LUZZI Giovanni, I Fatti degli Apostoli, Firenze 1898, p. 220.
88
A.F. Vaucher, Le jour Seigneurial, p. 23.

Quando la profezia diventa storia 163


CAPITOLO III

Per distinguersi dai disprezzati ebrei, la cristianità incominciò ad abbandonare il


sabato.89
Non bisogna dimenticare che il giorno di riposo rende manifesta la differenza tra
una religione e un’altra (il venerdì per i musulmani; il sabato per gli ebrei e la
domenica per i cristiani).
L’altra corrente opposta alla cristianità, come abbiamo già detto, era quella «degli
gnostici, che reagivano violentemente contro la religione dell’Antico Testamento90,
alla quale essi sostituivano un sincretismo che comprendeva molti elementi presi dalle
religioni pagane.
Quindi per distinguersi (dal giudaismo), la Chiesa prese le distanze dal sabato;
mentre, per avvicinarsi al mondo pagano che sperava conquistare, essa ha adottato il
giorno del sole come giorno di culto.91
L’egittologo Arthur Weigall, che fu una delle otto persone, di particolare
importanza, che vennero incaricate di presenziare all’apertura della tomba del faraone
Tut-ankh-amon, così si espresse a proposito del cambiamento del giorno di riposo:
«La Chiesa santificò la domenica, in parte perché era il giorno della risurrezione, ma
soprattutto perché era la festa settimanale del sole. La politica cristiana amava
adottare le feste pagane care alla tradizione popolare per dare loro un nuovo signi-
ficato. La domenica, giorno del sole, era anche il giorno di Mitra. È interessante
notare che Mitra era chiamato dominus o signore, la domenica dovette essere
chiamata il giorno del signore ancora prima dell’epoca cristiana. La domenica,
dedicata al sole, era sacra da molto tempo per molte religioni pagane, era in
particolare il giorno santificato dagli adoratori di Mitra, che lo designavano senza
dubbio anche sotto il nome di giorno del Signore. Il fatto che Gesù sia risuscitato di
domenica non sembra essere stata la vera ragione per la quale i cristiani riverirono
particolarmente quel giorno. Avrebbero avuto altrettante ragioni di scegliere il
venerdì, commemorazione della morte del Signore. Sembra che essi furono
influenzati - in questa faccenda come in altre - dal costume pagano, e che la domenica
fu adottata perché gli adoratori di Mitra e di altre divinità solari consideravano che
questo giorno era sacro, e che era impossibile sopprimere questa abitudine
ancestrale».92
Il dr. T.H. Morer, pio rettore anglicano di Londra, scriveva: «Con una discesa
insensibile, i cristiani del II e III secolo furono portati ad aprire le loro chiese al primo

89
«È in opposizione al giudaismo che ben presto, al posto del sabato, fu introdotta la festa di domenica» W.
Neander, o.c., p. 186; cit. A.F. Vaucher, Le jour de repos, p. 50
90
Marcione (137-139) digiunava il sabato volendo così manifestare il suo disprezzo nei confronti del Dio
dell’Antico Testamento che considerava cattivo.
91
«Nello stesso tempo l’idea dell’immortalità naturale dell’anima, il culto delle immagini e dei santi» A.F. Vaucher,
Le jour Seigneurial. Questa dottrina la considereremo nelle pagine seguenti.
92
WEIGALL Arthur, Survivances païennes dans le monde chrétien, Paris 1934, pp. 126,196,197 Che non si santificò
la domenica a ricordo della risurrezione è confermato anche dallo storico protestante W. Neander che scrisse: «Essi
celebravano la domenica di ogni settimana, non in ragione della risurrezione del Cristo, la qual cosa non si sarebbe
accordata con la loro dottrina, ma perché questo giorno era consacrato al sole, che era in realtà il loro Cristo» o.c., vol.
II, 1851; cit. da A.F. Vaucher, o.c., p. 53.

164 Quando la profezia diventa storia


INSEGNAMENTI DIMENTICATI

giorno della settimana. Uno dei loro motivi era di attirare le folle al loro culto dove si
cercava di imitare per quanto possibile i riti pagani... È innegabile che noi dobbiamo
il nome di questo giorno (sunday = giorno del sole) ai Greci e ai Romani;
riconosciamo inoltre che gli antichi Egiziani adoravano il sole e che gli avevano
consacrato questo giorno come memoriale permanente della loro venerazione. E noi
scopriamo che, per l’influenza del loro esempio, altri popoli, e tra essi gli Ebrei pure,
gli resero degli onori.93 Questi abusi non impedirono ai Padri della Chiesa cristiana -
che avrebbero dovuto ripudiare o abolire sia questo giorno sia il nome che lo designa-
va - di utilizzare e di santificare l’uno e l’altro. É d’altronde ciò che essi fecero per dei
templi pagani profanati da culti idolatri... Così per la domenica (sunday), giorno in cui
i gentili adoravano solennemente questo astro e che essi chiamavano giorno del sole;
... i cristiani stimarono opportuno di osservare lo stesso giorno e di conservarne il
nome, alfine di non apparire rigidi senza motivo, di non mettere ostacoli alla
conversione dei gentili e di non sollevare ancora più grandi prevenzioni contro
l’Evangelo».94
Anche per quanto riguarda le altre «feste cristiane, esse si sono fissate con
naturalezza nei giorni già scelti dalle feste pagane, affinché i cristiani non si
distinguessero troppo dai pagani, da una parte, e il popolo vedesse meno differenza
tra le due religioni che festeggiano lo stesso giorno».95
Tertulliano verso il 200 presentava l’apostasia della Chiesa in Africa scrivendo:
«Noi abbiamo abbandonato i sabati, i noviluni e le feste che precedentemente erano
predilette dal Signore, osserviamo ora i Saturnalia, i Capodanni, le Matronali e il
solstizio d’inverno. Doni sono dati e ricevuti, i giochi rimbombano di chiasso, i
banchetti strepitano. O come è da preferirsi la fedeltà dei pagani alla loro setta, in
quanto essi non rivendicano per sé alcuna solennità dei cristiani».96
«Nel III e IV secolo il mitraismo era diventato a poco a poco il culto solare più
importante dell’Impero Romano. Si chiamava Mitra “il Sole Invitto”. Nel calendario
di Filocolo, datante l’anno 336, il 25 dicembre è indicato: “Natalis Invicti”, e vuole
dire “Dies natalis solis invicti” nascita del sole invincibile, una allusione certa a
Mitra».97
Fu a Roma che per la prima volta, forse nello stesso anno, si celebrò questa festa
dedicandola al Cristo e da Roma essa si sparse per tutto l’impero. «Il dio sole degli
ultimi Cesari pagani - Sol invictus - cedette il suo posto nel calendario al Salvatore
cristiano, suo successore riconosciuto. Il giorno del sole, Solis dies, della settimana
astrologica divenne la domenica cristiana, la festa settimanale della risurrezione. E
l’anniversario della nascita del sole, Natalis solis invicti, l’alba del 25 dicembre, fu

93
Baal (Giudici 2:11,13 ecc.), Tammuz (Ezechiele 8 :14), Moloc (Levitico 18:21 ecc.) erano divinità solari.
94
MORER Dr. T.H., Six dialogues on the Lord’s Day, London 1701, pp. 22,23.
95
CAUZONS Thomas de Cauzons (pseudonimo), Histoire de l’lnquisition en France, vol. I, Paris 1909, pp. 114,115;
cit. A.F. Vaucher, o.c., p. 51; Le Jour Seigneurial, pp. 25,26.
96
Tertulliano, De idolatria, 14,5, CCL,2,1114; cit. da S. Bacchiocchi, o.c., pp. 392,393.
97
A. Weigall, o.c., p. 212; vedere CULLMANN Oscar, Noël dans l’Eglise ancienne, in Cahiers Théologiques, n. 25,
Neuchâtel 1949, p. 23.

Quando la profezia diventa storia 165


CAPITOLO III

adottata come giorno della nascita del Salvatore - Natalis Domini, o Natale».98
Massimo di Torino, morto nel 470, diceva: «La domenica è per noi un giorno
venerabile perché è il giorno in cui il Salvatore, come il sole levante, dissipa le
tenebre degli inferi, brilla della luce della risurrezione. Ed è per questo che gli uomini
di questo secolo lo chiamano giorno del sole, perché il Sole di giustizia l’ha
illuminato levandosi».99

Il ruolo di Roma nel cambiamento dal sabato alla domenica

La Chiesa di Roma in questa apostasia sul giorno di riposo ebbe un ruolo guida.
Seguendo l’esempio dell’eretico Marcione (II secolo) che digiunava di sabato a
disprezzo del Dio dell’Antico Testamento, Roma si differenziò dalla maggior parte
delle comunità occidentali nel digiunare in quel giorno.
Vittorino di Pattau scriveva: «Il settimo giorno Egli si riposò da tutte le sue opere;
lo benedisse e lo santificò. In quel giorno noi abbiamo l’abitudine di digiunare100 per
potere andare la domenica con azioni di grazia verso il pane. Bisogna digiunare anche
il venerdì per non dare l’impressione di osservare il sabato con gli ebrei, di cui il
Signore del sabato stesso, il Cristo, ha detto per mezzo dei suoi profeti che l’anima
sua lo detesta».101 Va da sé che il sabato, a causa del digiuno settimanale, non poteva
essere visto come un giorno di letizia, di gioia con il quale il credente avrebbe goduto
la delizia del Signore. Il digiuno lo rendeva triste, in esso si prolungava il digiuno del
venerdì ed era naturale che si desiderasse che questo giorno passasse in fretta. Il
sabato in Roma era quindi un giorno scomodo. Sebbene in Roma si digiunasse di
sabato per celebrare l’eucarestia di domenica, nelle altre Chiese dell’Impero
l’eucarestia veniva celebrata di sabato.
Roma col tempo acquistò sempre più la funzione di leadership. Inoltre vinse il
braccio di ferro con le Chiese d’Oriente nel celebrare la festa di Pasqua non il 14 di
Nisan, secondo la tradizione ebraica, ma la prima domenica successiva.
«Nel II secolo dell’èra cristiana due correnti si contrastavano tra di loro: una,
rifacentesi a Giovanni (l’apostolo), che celebrava (la Pasqua) assieme ai Giudei il 14
di nisan, qualunque fosse il giorno della settimana in cui cadeva; l’altra, attestata a
Roma e ad Alessandria, se già non cadeva di domenica la trasferiva a quella
successiva».102 Il primo tentativo di unificare la cristianità su questo punto fu fatto

98
ZIELINSKI Tadeusez, La Bubyle, Paris 1924, p. 95; cit. da A.F. Vaucher, o.c., p. 29.
99
Massimo di Torino, Omelie LXI sul Pentateuco, I; MIGNE, P.L., LVII, 1847, col. 371; cit. A.F. Vaucher, idem.
100
La Didaché, scritta nel secondo secolo, riconosce come giorno di digiuno il mercoledì ed il venerdì, con
quest’ultimo i cristiani si preparavano alla santificazione del sabato.
101
Vittorino di Pattau, De fabrica mundi, 5, CSEL 49, p. 5; cit. da S. Bacchiocchi, o.c., p. 337. Crediamo utile far
notare che: «È il sabato dei farisei che Gesù condanna, e non quello delle due tavole (della legge)» BURNIER Pierre
Louis Étienne, Études élémentaires et progressives de la Parole de Dieu, vol. IV, Lausanne 1850, p. 229; nuova ed.
rivista da J.A. Parrot, vol. III, Lyon 1900, p. 140.
102
SALVONI Fausto, Da Pietro al Papato, Genova 1970, pp. 265,266, in nota l’autore precisa che in Oriente la Cena
verteva più sulla commemorazione della morte, mentre in Occidente sulla risurrezione.

166 Quando la profezia diventa storia


INSEGNAMENTI DIMENTICATI

dal vescovo romano Aniceto (157-168) ma Policarpo, vescovo di Smirne, persistette


per il 14 di Nisan.
Il vescovo di Roma, Vittore (189-198), dopo aver interrogato i vari vescovi, tentò
di imporre a tutte le chiese sotto minaccia di scomunica l’usanza di Roma e di
Alessandria. Col tempo l’uso romano-alessandrino crebbe sempre d’influenza e al
concilio di Nicea (325 d.C.) fu imposto con decreto imperiale.
Gaudenzio di Brescia, contemporaneo di Ambrogio, per spiegare il significato
della Pasqua, utilizzò non solamente il simbolo del Sole, ma attribuì alla stagione un
significato simbolico.
«Il Signor Gesù ha voluto che la festa benedetta della Pasqua fosse celebrata in un
tempo opportuno dopo la nebbia dell’autunno, dopo la tristezza dell’inverno, e prima
del caldo dell’estate. Perché in realtà Cristo, il Sole della Giustizia, doveva dissipare
le tenebre del giudaesimo e il ghiaccio del paganesimo prima del fuoco del giudizio
futuro, tramite la luce pacifica della sua risurrezione e riportare nel loro stato
primordiale tutte le cose che erano state coperte da una tetra caligine dal principe
delle tenebre».103 Il cardinale parigino J. Daniélou così commenta il significato di
questa evoluzione: «Si compie così da parte del cristianesimo il processo di astrazione
dei simboli cosmici dei miti pagani in cui si erano pervertiti, nonché l’assimilazione
di essi in quanto simboli del mistero della verità. Siamo giunti con ciò al quarto
secolo, al tramonto del paganesimo, allorché il cristianesimo ne rivestiva le
spoglie».104
La domenica che non era «all’inizio che un complemento cristiano del sabato,
senza che nessuno pensasse a fargli soppiantare il giorno sacro tradizionale degli
Ebrei»,105 finì per prendere il posto del sabato.
A seguito poi dell’opera apostata di alcuni Padri della Chiesa, i decreti conciliari e
le leggi imperiali lo resero obbligatorio.

La Chiesa cattolica
attribuisce a sé l’autorità di avere cambiato il giorno di riposo

L’arcivescovo Gaspare del Fosso quando il 18 gennaio 1562, all’apertura della


sessione del Concilio di Trento, dopo otto mesi d’interruzione, davanti a vescovi e
prelati, un terzo in più delle precedenti sessioni, fece la sua orazione che verteva
sull’autorità della Chiesa, sul primato del Papa e la potestà dei concili, disse:
«L’autorità della Chiesa non è minore di quella della Parola di Dio; perché la Chiesa
ha mutato il sabato da Dio già ordinato nella domenica,... (e) questi precetti, non per
la predicazione di Cristo, ma per l’autorità della Chiesa sono mutati».106
103
Gaudenzio di Brescia, Sermone 1 di Esodo, in MIGNE, P.L., 20,843; cit. da S. Bacchiocchi, o.c., p. 398.
104
DANIELOU Jean, Bibbia e Liturgia, p. 403; cit. S. Bacchiocchi, idem.
105
GAILLARD Jean, Le Dimanche, jour sacré, in Cahiers de la Vie Spirituelle, n. 11, Paris 1/4/1940, p. 524; cit. A.F.
Vaucher, Le jour du repos, p. 54.
106
SARPI Fra’ Paolo, Storia del Concilio Tridentino, t. IV, 1790, p. 13.

Quando la profezia diventa storia 167


CAPITOLO III

L’arcivescovo di Reims, mons. Gousset diceva: «La Chiesa sostituì il primo


all’ultimo giorno della settimana... Mentre l’obbligo di consacrare qualche tempo al
culto esteriore e pubblico è di diritto naturale e divino, l’obbligo di santificare la
domenica... non è che di diritto ecclesiastico».107

La fiaccola della verità non si è mai spenta su questo comandamento

Sebbene durante i secoli bui del Medio Evo la fedeltà al IV comandamento non sia
venuta meno anche se ha suscitato l’ira dei Concili e diverse persone furono uccise a
causa della loro fedeltà, nel nostro tempo, dice la Bibbia Concordata: «Solo pochi
seguaci di Cristo continuano pur ora a celebrare il sabato (Avventisti)».108
«Gli Avventisti del VII giorno, scrive Adolphe Alfred Tanqueray nel Dictionnaire
de Théologie Catholique, pretendono che non si possa giustificare con la Scrittura il
trasferimento del sabato alla domenica; e bisogna confessare che, se non si ammette
altra regola di fede che la Bibbia, è difficile dimostrare loro il contrario».109
«L’osservanza della domenica da parte dei protestanti è un omaggio reso,
malgrado loro, all’autorità della Chiesa» di Roma, dice Mons. Ségur.110
«Essi (gli avventisti) hanno il merito di questa logica, unica fra i protestanti, a
motivo della quale, poiché rifiutano l’autorità della Chiesa, rifiutano ugualmente di
seguirla in ciò che concerne il trasferimento del giorno del Signore dal sabato alla
domenica».111
Riteniamo opportuno riflettere sulle parole del pastore delle Valli Valdesi, Carlo
Gay: «Il decalogo non è mai stato abrogato; esso contiene e segna la linea di condotta
dei credenti, che devono seguire giornalmente. Il rigore di Dio non è diminuito: la
legge dimora santa e pura, e non passerà uno iota fino alla venuta del Regno di
Dio».112 E anche su quanto disse Gesù: «Ogni pianta che il Padre mio celeste non ha
piantata sarà sradicata».113
«La legge morale del decalogo ha un valore eterno. Essa resta per sempre
l’espressione della volontà divina... Essa è ancora la legge del cristiano, poiché, ... il
cristiano non è senza legge. Egli è sotto la legge di Cristo, e la legge del Cristo è la
legge del Sinai ben compresa nel suo spirito... Malgrado le nostre luci evangeliche,
ribelli che siamo, pronti a dare libero corso alle passioni della carne sotto ombra di
spiritualità raffinata, ci fa bene ritornare spesso alla lettera stessa della legge, a questi

107
GOUSSET M.T., Théologie morale à l’usage des curés et des confesseurs, t. I, Paris 1845, p. 238.
108
Bibbia Concordata, nota Genesi 2:1,2.
109
TAMQUERAY Adolphe Alfred, Adventistes, in Dictionnaire de Théologie Catholique, t. I, Paris 1903, col. 514.
110
Mgr SEGUR, Causerie sur le protestantisme d’aujourd’hui, 3a ed., p. 207.
111
The National catholic Monthly, E.U. v. 33, n. 10, Chicago, Illinois, 10 marzo 1939, p. 24.
112
GAY Carlo, La Bibbia e il suo messaggio, Roma 1948, p. 36.
113
Matteo 15:13.

168 Quando la profezia diventa storia


INSEGNAMENTI DIMENTICATI

comandamenti precisi che non si lasciano eludere, che prescrivono il bene e


proibiscono il male sotto delle forme concrete».114
«Cristo è risuscitato per dare uno scopo eterno alla nostra ubbidienza ed è morto
perché noi potessimo ubbidire, affinché la legge ci dia la vita e non la morte. Ciò che
la Risurrezione dell’Agnello ci promette, il suo sangue ce lo comanda».115

Conclusione
Come abbiamo già detto, il Cristo che, quale nostro Creatore, è il Signore del
sabato, ha posto in questo comandamento il suo sigillo e la sua osservanza a segno
dell’avvenuta rigenerazione.
Del resto: «Il Decalogo (come tutte le altre espressioni della legge dell’Antico
Testamento) è similmente uscite dalla bocca del Salvatore. “Io sono l’Eterno, l’Iddio
tuo, che ti ho tratto dalla casa di servitù”. “Così parla l’Eterno il tuo Redentore, il
Santo d’Israele”. È il Redentore che comanda, colui che ha dato la sua vita per
riscattarci, colui che ha giudicato che nessun sacrificio era troppo grande per venirci
in aiuto e liberarci dalla schiavitù del Maligno, colui che ha fatto tutto ciò che era
possibile fare per strapparci dalla potenza delle tenebre. È il Redentore, il Crocifisso,
è Gesù Cristo, che pronuncia ognuna delle parole del Decalogo... Dio non ci comanda
nulla senza avercelo offerto nella sua grazia».116

II. La dottrina dell’immortalità dell’anima

Schizzo dell’insegnamento biblico sulla natura dell’uomo

«Dio solo è immortale» spiega l’apostolo Paolo a Timoteo117, ed ha creato un


uomo libero il quale, accettando l’offerta della Sua grazia, avrebbe potuto vivere della
Sua vita.
Affinché l’uomo potesse comprendere, nella sua innocenza, che l’immortalità non
era qualcosa che faceva parte della sua natura, Dio lo invitò a cibarsi dell’albero della
vita. Sebbene l’uomo fosse stato avvertito da Dio del pericolo di perdere la sua
libertà, la sua signoria sugli animali e sul creato, e di alterare il «tutto era molto
buono» della creazione, divenendo un condizionato e schiavo della sua azione,
davanti alla promessa di Satana «non morrete affatto... (ma) sarete come Dio»118,
l’uomo si sottrasse al Creatore.

114
VALLOTTON Paul, La Bible, son autorité, son contenu et sa valeur, Lausanne 1882, pp. 128,129; cit. da A.F.
Vaucher, Le Décalogue, p. 5
115
PURY Roland de, Pierres Vivantes, 2a ed., p. 31.
116
PURY Roland de, Prefazione, in AA.VV., o.c., pp. 6,7.
117
1 Timoteo 6:16; 3:17.
118
Genesi 3:5,6; confr. 2:17,18.

Quando la profezia diventa storia 169


CAPITOLO III

Ieri come oggi, la trasgressione prende l’aspetto della buona azione, e Satana si fa
passare come il benefattore dell’umanità offrendo la vita nella disobbedienza.
Satana non negò l’esistenza di Dio, ma predicò il primo sermone sull’immortalità
dell’anima e sulla reincarnazione che purtroppo molte fedi sostengono.
La seduzione dell’Eden: «Non morrete affatto» continua ancora e sempre di più ci
sono persone che la sostengono con un linguaggio scientifico.
Con la rivolta nei confronti di Dio, l’uomo si degrada spiritualmente, moralmente
e fisicamente e, volendo egli stesso essere dio, non accettando al di sopra di sé il
Creatore, si è dato la morte.
La morte viene posta in contrapposizione alla vita. La morte è cessazione
dell’essere cosciente e non il passare a vivere in un altro modo e luogo.
Da quel giorno nell’Eden la morte è entrata nel mondo e, sebbene l’uomo abbia in
sé «il pensiero dell’eternità»119, perché è stato creato da un Essere eterno, per vivere
nell’eternità, con la morte cessa di vivere.
«Difatti, i viventi sanno che morranno; ma i morti non sanno nulla, e non v’è più
per essi alcun salario; poiché la loro memoria è dimenticata. E il loro amore come il
loro odio e la loro invidia sono da lungo tempo periti, ed essi non hanno più né
avranno mai alcuna parte in tutto quello che si fa sotto il sole... Tutto quello che la tua
mano trova da fare, fallo con tutte le tue forze poiché nel soggiorno dei morti dove
vai, non v’è più né lavoro, né pensiero, né scienza, né sapienza... Nella morte non c’è
memoria di te (Eterno) chi ti celebrerà nel soggiorno de’ morti?».120 Neppure i
credenti defunti glorificano il Signore, perché: «Non sono i morti che lodano l’Eterno,
né alcuno di quelli che scendono nel luogo del silenzio; ma noi (i viventi) benediremo
l’Eterno da ora in perpetuo.... Poiché quei che scendono nella fossa non possono più
sperare nella tua fedeltà (perché) gli uccisi che giacciono nella tomba... sono fuori
della portata della tua mano».121
La morte che colpisce l’uomo fin dall’uscita dell’Eden, sebbene continui a essere
la madre degli spaventi, il risultato d’uno squilibrio, una maledizione, è ancora per
l’uomo una liberazione, interrompe la sua sofferenza, la sua malattia e grazie ad essa
il nostro mondo non è un grande lazzaretto nel quale s’invochi una fine che non
viene.
Ancora una volta nella disgrazia il Signore ci è venuto incontro liberandoci da una
sofferenza eterna.
Chi muore scende nel «luogo del silenzio... riposa nell’assemblea dei trapassati»
dove regnano le tenebre122. Lo Sceol è il nome ebraico del luogo immaginario dove i
morti dormono e si riposano dalle loro fatiche.123

119
Ecclesiaste 3:11.
120
Ecclesiaste 9:5,6,10; Salmo 6:5.
121
Salmo 115:17; Isaia 38:18; Salmo 88:5. Siamo noi che abbiamo scritto quanto messo tra parentesi.
122
Salmo 94:17; 115:17; Proverbi 21:16; Giobbe 10:21,22.
123
Daniele 12:13.

170 Quando la profezia diventa storia


INSEGNAMENTI DIMENTICATI

Se l’indipendenza da Dio, se «il salario del peccato è la morte, (per contro) il dono
di Dio è la vita eterna».124
Alla morte la Sacra Scrittura contrappone la risurrezione.
Il patriarca Giobbe sul suo letto di sofferenza diceva agli amici: «... Il mortale
spira e... dove è egli? Le acque del lago se ne vanno, il fiume viene meno e si
prosciuga; così l’uomo giace, e non risorge più; finché non vi siano più cieli, egli non
si risveglierà né sarà destato dal suo sonno.... Io so che il mio Redentore vive, e che
nell’ultimo giorno egli si leverà sopra la polvere; e quantunque, dopo la mia pelle
questo corpo sia roso, pur vedrò con la carne mia Iddio; il quale io vedrò, gli occhi
miei lo vedranno, e non un altro».125
Il Nuovo Testamento ha lo stesso insegnamento. Di Lazzaro che era morto Gesù
disse che dormiva e la sorella di lui rispose a Gesù: «Io so che risusciterà, nella
risurrezione, nell’ultimo giorno».126
L’apostolo Paolo consola i Tessalonicesi che erano nel lutto annunciando il ritorno
di Cristo e la risurrezione in quel giorno.127 I grandi uomini di Dio (Abele, Noè,
Abrahamo, Isacco, Giacobbe, Samuele, Davide, ecc.) che sono stati dei luminari
attraverso i secoli «pur avendo avuta buona testimonianza per la loro fede, non
ottennero quello ch’era stato promesso» perché non era ancora giunto il tempo di
giudicarli e dare ai servitori, ai profeti, ai santi, e a quelli che temono il nome di Dio,
piccoli e grandi il premio, così scrive Giovanni. È al ritorno di Cristo che i morti
risorgeranno e solamente in quel giorno, con l’apostolo Paolo, riceveranno la corona
di giustizia assieme a tutti coloro che hanno amato il ritorno di Gesù.128
«Se i morti non risuscitano... quelli che dormono (che sono morti) in Cristo, sono
dunque periti» per loro non c’è salvezza e quindi «se i morti non risuscitano,
mangiamo e beviamo, perché domani morremo».129
Questo insegnamento della risurrezione, che si contrappone all’immortalità
dell’anima e alla negazione della salvezza, subito dopo la morte era uno dei pilastri
della predicazione di Gesù e degli apostoli.130

124
Romani 6:23.
125
Giobbe 14:10-12; 19:25,26; versione Diodati.
126
Giovanni 11:11-13,24.
127
1 Tessalonicesi 4:15-18.
128
Ebrei 11:39; Apocalisse 11:18; 2 Timoteo 4:8.
129
1 Corinzi 15:16,18,32.
130
Atti 24:14,15; 26:6-8; 23:6; Luca 14:14.
Coloro che sostengono che la dottrina dell’anima immortale sia presente nel Nuovo Testamento citano
generalmente cinque testi (Luca 16:19-31; 23:43; Filippesi 1:23; 2 Corinti 5:1-10; 1 Pietro 3:18,19) e la spiegazione
che ne danno non tiene conto né dell’intenzionalità di chi parla o scrive, né del contesto, né dell’insegnamento
generale delle Sacre Scritture a tale riguardo.
Luca 16 :19-31. Parabola del ricco Epulone e del povero Lazzaro. Con questa parabola Gesù non ha voluto e non
vuole per nulla informare i suoi ascoltatori sullo stato dei morti ma, prendendo spunto da una immagine popolare
sull’aldilà, vuole insegnare che la morte fissa definitivamente la conseguenza di ciò che si è fatto nella vita. È durante
la vita terrena che noi possiamo prendere le nostre decisioni. Inoltre la conclusione della parabola indica chiaramente
l’intenzionalità di Gesù nel presentarla: «Se non ascoltano Mosè e i profeti, non si lasceranno persuadere neppure se
uno dei morti risuscitasse». In altre parole gli Israeliti avevano tutto quanto era loro utile per ravvedersi, avevano il

Quando la profezia diventa storia 171


CAPITOLO III

messaggio dell’Antico Testamento. I segni, le opere potenti, la stessa risurrezione di un morto non portano a
convertire coloro che si sono induriti nei piaceri o nella loro opposizione a Dio. La prova di queste parole la si ha
quando più tardi Gesù risusciterà l’amico Lazzaro. Quel miracolo straordinario non portò la classe dirigente,
benestante, del popolo a ravvedersi e a convertirsi, anzi essa indurì il proprio cuore nei confronti di Dio e decise di
fare morire Gesù (Giovanni 11:47-50). Questo perché, di fatto, aveva rifiutato Mosè e i profeti.
Luca 25:43. È la promessa fatta da Gesù sulla croce al ladrone penitente. «Io non posso impedirmi di pensare che
la punteggiatura attuale sia sbagliata, e che la vera espressione sia: “In verità, in verità, io te lo dico oggi, tu sarai con
me in paradiso”. Così compresa la risposta è sublime. Io ti dico oggi, in questo momento di prova, di disperazione e di
morte, in questo giorno nel quale i miei nemici sembrano trionfare e Satana rallegrarsi, in questo giorno in cui io sono
esposto alla derisione degli increduli e alle calunnie, in questo giorno in cui io sono abbandonato da tutti, tu (che poni
in me la tua fiducia e mi riconosci, in questo momento, quale Salvatore) tu sarai con me in paradiso. Al mio ritorno,
questo ritorno che dovrà essere atteso, quando io verrò non più come l’Agnello immolato, ma come il Leone della
tribù di Giuda, tu ti terrai in mia presenza, la tua fede non sarà delusa. Io ti conoscerò di nuovo, e tu conoscerai il tuo
Signore. Nella gloria del mio regno tu vedrai l’ampiezza di questa grazia che sa trionfare dell’incredulità, della rivolta
e della vergogna, che può trasformare un criminale che sta morendo in un servitore di Dio riscattato, immortale e
glorioso» NOEL Gerard Thomas, A Brief Enquiry into the Prospects of the Christian Church, London 1828, p. 108,
siamo noi che abbiamo aggiunto quanto messo tra parentesi. Non si deve dimenticare che la punteggiatura è stata
aggiunta al testo biblico diversi secoli dopo le redazioni dei manoscritti originali. La punteggiatura corrente è
pretestuosa ed è la chiara conseguenza dell’influenza esercitata dalla teologia cattolica, dopo che l’insegnamento
dell’immortalità dell’anima è parte integrante dell’insegnamento della Chiesa. Questa spiegazione, che vede il ladrone
con Gesù in cielo il giorno stesso della crocifissione, viene chiaramente smentita dal testo sacro, perché tre giorni
dopo la crocifissione, nel giorno della risurrezione, Gesù dirà a Maria: «Non mi toccare (altri traducono: non mi
trattenere (Concordata)), perché non sono ancora salito al Padre» Giovanni 20:17.
Filippesi 1:23. In questo testo Paolo esprime il desiderio di andarsene dalla terra per essere con Cristo. Il teologo
cattolico Elio PERETTO su questa dichiarazione scrive: «È particolarmente importante, perché suppone che il cristiano,
dopo la morte, si ricongiunga al Cristo senza attendere il giudizio. - È l’unico testo che accenna alla vita
dell’oltretomba senza che sia collegata con la Parusia del Signore. Esiste un periodo di tempo, che precede la seconda
venuta del Signore, durante il quale il cristiano deceduto vive col Signore» Lettere dalla prigionia, Filippesi, ed.
Paoline, 1976, pp. 42,47. Se questo fosse stato l’insegnamento di Paolo, lo avrebbe esposto chiaramente ai
Tessalonicesi quando gli avevano chiesto spiegazioni di cosa ne è di coloro che sono morti prima del ritorno di Gesù.
In quell’occasione Paolo parla del sonno dei morti e spiega che i viventi non precederanno nella salvezza coloro che si
sono addormentati, e la salvezza avverrà per tutti, vivi e defunti, contemporaneamente al ritorno di Gesù (1
Tessalonicesi 4:13-18). Con le parole di Paolo ai Filippesi non si può provare che pensasse di andare immediatamente
alla presenza del Cristo con la morte. Siccome nella morte non c’è coscienza del tempo che passa, il momento della
risurrezione sarà per Paolo l’istante successivo a quello della morte. È per questo motivo che l’apostolo può dire che
per lui morire corrisponde ad essere con Cristo.
2 Corinti 5:1-10. «Paolo esprime il desiderio di lasciare il suo corpo per dimorare presso il Signore. Paragona il
corpo umano, durante la vita, a una tenda di passaggio, mentre il corpo futuro ad un edificio permanente. Coloro che
vivranno al momento della parusia, credendo nel Signore, passeranno dalla tenda all’edificio stabile in un battere d’oc-
chio. Quanto ai morti, l’uscita dalla tenda e l’entrata nell’edificio non sarà simultanea. Tra questi due avvenimenti c’è
un intervallo di tempo del quale i morti non hanno però nessuna nozione. Paolo si augurava non tanto di essere
svestito dalla morte, ma di essere soppravestito, prendendo possesso del corpo spirituale e glorioso promesso agli
eletti» A.F. Vaucher, o.c., p. 10. Per Paolo ci sono quelli che, quando Cristo Gesù ritornerà, vedranno il loro corpo
terreno trasformarsi in corpo glorioso e quelli che essendo morti, nudi spogliati dalla loro tenda, dal loro corpo,
risusciteranno già col corpo glorioso, Paolo desidera poter mettere sul suo vestito, corpo terreno, il nuovo vestito,
corpo celeste, e passare quindi da questa esistenza, da questa tenda di passaggio, all’altra esistenza, all’edificio
permanente, senza morire, senza che il suo corpo si svesta o si decomponga nella tomba.
1 Pietro 3:18,19. Gesù, messo a morte quanto alla carne ma vivificato quanto allo Spirito, andò con questo Spirito
a predicare l’evangelo a coloro che sono nelle carceri, cioè nella morte. Le parole di Pietro non vogliono insegnare che
Gesù sia andato a predicare ai morti, nel tempo in cui egli è stato nel sepolcro (come sostiene particolarmente la
Chiesa dei Santi degli ultimi tempi, cioè i Mormoni). «Lo spirito che qui è opposto alla carne è lo spirito che si trova
in ogni uomo e lo rende capace di svilupparsi nella santità di essere in comunione con Dio e di cogliere la vita eterna
(3:4). Cristo è stato vivificato quanto allo Spirito, in ciò che il suo spirito, spogliato dal suo corpo di carne dalla morte,
ha ricevuto un nuovo organo, un corpo spirituale. Questo pensiero (di Pietro) era appropriato ad incoraggiare e a
fortificare dei cristiani chiamati a soffrire e a morire per il loro Salvatore» L. Bonnet, o.c., p. 203. La predicazione
dell’evangelo agli antidiluviani, che ora sono nel soggiorno dei morti perché sono morti, non è stata fatta dal Cristo,
ma da Noè che era animato dallo spirito di Cristo. Questo insegnamento è stato sostenuto già da Agostino (cit., idem,

172 Quando la profezia diventa storia


INSEGNAMENTI DIMENTICATI

Origene (III secolo), riprendendo questo insegnamento, in una omelia disse: «Gli
apostoli stessi non hanno ancora ricevuto la gloria: ma aspettano anch’essi affinché
ancor io sia partecipe del loro gaudio».131
Questa verità risulta palese ogni qualvolta si torni alla sorgente.
Il contemporaneo domenicano Thomas Camelot scrive: «Quando si parla
dell’immortalità dell’anima, non si tratta che dell’immortalità felice dopo la
risurrezione gloriosa, conseguenza della risurrezione di Cristo. L’immortalità naturale
è al di fuori della prospettiva del pensiero cristiano».132
All’insegnamento degli apostoli e dei profeti si è contrapposto quello del
seduttore, del principe di questo mondo.

Errore universale

«Domandate a un cristiano, protestante o cattolico, intellettuale o no, che cosa


insegna il Nuovo Testamento sulla sorte individuale dell’uomo dopo la morte, e,
salvo pochissime eccezioni, avrete sempre la stessa risposta: l’immortalità dell’anima.
Eppure questa opinione, per diffusa che sia, è uno dei più gravi fraintendimenti che
riguardano il cristianesimo».133
«Dall’origine dell’umanità, due dottrine si sono affrontate, riguardo all’uomo:
quella di Dio: “Tu morrai certamente”; quella di Satana: “No, voi non morrete
punto”.134 Mentre i profeti israeliti hanno mantenuto fedelmente il pensiero divino,
che scorre come un fiume di acque pure attraverso tutto l’Antico Testamento, il fiume
del paganesimo ha trasportato, con alcune vestigia della rivelazione primitiva, una
massa crescente di errori. I due fiumi, che hanno cominciato a scorrere in direzioni

p. 204). Al capitolo 1:11, Pietro dice che i profeti «indagavano qual fosse il tempo e le circostanze a cui lo Spirito di
Cristo che era in loro accennava, quando anticipatamente testimoniava delle sofferenze del Cristo, e della gloria che
dovevano seguire». Pietro distingue nei profeti il loro proprio spirito e quello del Cristo, il quale permetteva al loro di
ricevere i pensieri di Dio. Questo Spirito che anima lo spirito dei profeti Pietro lo chiama: spirito del Cristo. Per Pietro,
Cristo con il Suo spirito svelava ai profeti il modo con il quale si sarebbe realizzato il piano della salvezza. Questo spi-
rito di Cristo era anche in Noè, predicatore di giustizia (2 epistola 2:5), la cui predicazione non fu altro che l’opera di
Cristo compiuta mediante la sua bocca. Pietro, dopo aver parlato della morte e della risurrezione di Gesù, ritorna alla
predicazione di Noè, e lo fa per un motivo molto semplice. Teme che i fedeli ai quali si rivolge si possano scoraggiare
e quindi li esorta a rimanere fermi nella fede (3:14,15). Per dare forza a questa esortazione ricorda l’esempio di Cristo
che ha sofferto per noi, poi rievoca l’opera della redenzione ai tempi antidiluviani con lo scopo di incidere negli
ascoltatori l’idea che, se Cristo non diventa la pietra angolare della loro fede, come lo fu nel passato per coloro che si
salvarono dal diluvio, diventa la pietra sulla quale essi si infrangono. Cerca di risvegliare in loro il senso di
responsabilità infondendo un sentimento di salutare timore, ricordando il castigo terribile di coloro che ai tempi di
Noè, che ora sono in prigione, sono morti, non credettero nella salvezza per grazia, annunciata dal patriarca. La
posizione degli ascoltatori di Pietro è la stessa di quella degli antidiluviani. La fine di tutte le cose è vicina (4:7,17). Il
battesimo è, per la generazione contemporanea, ciò che l’acqua del diluvio o l’arca è stata per Noè e i suoi
contemporanei: mezzo di salvezza per coloro che credettero, di giudizio per coloro che furono increduli e non accet-
tarono la predicazione di Cristo.
131
Origene, Omelia VII sul Levitico.
132
CAMELOT Thomas, Introduction au traité contre les païens d’Athanase d’Alexandrie, Paris 1946, p. 47.
133
CULLMANN Oscar, Immortalità dell’anima o risurrezione dei morti?, Paideia, Brescia 1970, p. 15.
134
Genesi 2:17; 3:4.

Quando la profezia diventa storia 173


CAPITOLO III

opposte, hanno finito per convergere; essi si sono incontrati e hanno mischiato le loro
acque». Queste acque si mescolarono nel giudaismo tardivo, e nel cristianesimo post-
apostolico. «Le acque chiare del Rodano e le acque fangose dell’Arve si incontrano a
Ginevra: esse lottano per mantenere la loro indipendenza e la loro omogeneità, e fino
a una certa distanza dopo il loro congiungimento si possono vedere (ancora) le due
correnti distinte, di colori differenti, come separate da una linea ideale; poi, a poco a
poco la fusione si opera; ben presto le due correnti si confondono e danno origine a
un nuovo fiume ad acqua torbida: è il Rodano, ma modificato nella sua apparenza
dall’apporto del suo affluente».135
E la storia ci dice che «per imporsi ai pagani, il cristianesimo si tinse di
paganesimo, divenne pagano».136
«Mentre il paganesimo si cristianizzava, il cristianesimo si paganizzava. Un giorno
venne in cui le due potenze furono abbastanza ravvicinate per confondersi. Da questa
fusione è nato il cattolicesimo»137 che vive anche nella Chiesa ortodossa, nel
protestantesimo e nell’evangelismo che non hanno saputo saltare i secoli
dell’apostasia per ritornare all’insegnamento dei profeti e degli apostoli.

India

Nel lontano Oriente in India «gli Aria credevano all’immortalità delle anime che
dovevano, dopo la morte, abitare il cielo, il sole o gli astri, e che essi tendevano a
identificare con gli dèi».138
«Noi troviamo presso gli Aria dell’India, per quanto lontano possiamo risalire, una
fede profonda nell’immortalità. Secondo i Veda, in effetti, la cui più antica parte, la
Rig-Véda, deve, nella sua totalità, datare del X secolo a.C., il principio vitae che
risiede nell’uomo è il fuoco; venuto dal cielo dove costituisce l’essenza della divinità,
il fuoco deve risalirvi; ed ecco perché il popolo... praticò molto presto la cremazione,
con l’idea che il rogo trasportasse in cielo l’elemento vitale. L’anima non è dunque
che una emanazione della sostanza divina e, come tale, deve, quando essa lascia il
corpo, continuare a vivere in mezzo a questa sostanza; essa è, per natura,
immortale».139
«La credenza dell’immortalità dell’anima era fermamente radicata nella mente
degli Aria dei sette fiumi... Il sacrificio agli antenati aveva lo scopo di facilitare alle
anime dei morti l’accesso al cielo; essi li deificavano in qualche modo»140 e quindi «la

135
VAUCHER Alfred Félix, Le problème de l’immortalité, ed. Fides, Collonges sous Salève, p. 19.
136
RENEL Charles, Les Religions de la Gaule avant le Christianisme, Paris 1906, p. 2; cit. da VAUCHER Alfred Félix,
L’homme son origine sa destinée, Dammarie-Les-Lys 1974, p. 55.
137
REVILLE Jean, La Religion à Rome sous les Sévères, Paris 1886, p. 294.
138
MILLOUÉÈ Léon de, Précisation de l’Histoire des religions, Ia parte: Religion de l’Inde, Paris 1890, p. 48; cit. da
A.F. Vaucher, Le problème de l’immortalité, p. 10.
139
VIEL Jean, Les idées des Grecs sur la vie future, Toulouse 1897, p. 14; cit. A.F. Vaucher, idem.
140
LENORMANT François, Manuel d’Histoire Ancienne de l’Orient jusqu’au début des guerres médiques, vol. III, 6a
ed., Paris 1896, p. 470; cit. A.F. Vaucher, idem, p. 11.

174 Quando la profezia diventa storia


INSEGNAMENTI DIMENTICATI

personalità del defunto sussisteva tutta intera nell’altra vita».141 È più tardi, con i
Bramini, che inizia l’idea della trasmigrazione delle anime.

Egitto

«In molte cose essenziali, teologicamente e socialmente, sotto dei simboli e dei
nomi differenti, l’Egitto riproduce l’India».142
Accanto al concetto dell’immortalità dell’anima sussiste quello della risurrezione e
«queste cure estreme degli Egiziani per preservare i corpi dalla corruzione e
assicurare a loro l’integrità erano un atto di fede nell’altra vita e l’indizio di una vaga
speranza in una sicura risurrezione».143
«L’anima propriamente detta sale o s’invola al cielo. Essa va, secondo le idee
dell’epoca arcaica esposte nei testi delle piramidi, a congiungersi con le stelle
innumerevoli o, secondo le dottrine che prevalsero più tardi, essa va a fondersi nel
sole, l’astro per eccellenza».144
In Egitto è presente anche la concezione che nella vita futura ci sia anche una
seconda morte dei cattivi.145

Grecia

La Grecia stessa, culla della civiltà europea ed occidentale, col tempo ha subito la
seduzione dell’Eden.
«La credenza nell’immortalità celeste dell’anima fece la sua apparizione nel
mondo greco, nel corso della seconda metà del V secolo. Essa trasformò radicalmente
la rappresentazione che i popoli dell’Oriente mediterraneo si facevano dell’origine,
della natura e del destino delle anime. Alla concezione del soffio vitale che si dissipa
con la morte, alla fede nella sopravvivenza delle ombre vane che ripetono in gesti
inefficaci, nel regno sotterraneo dei morti, i lavori dell’esistenza terrestre, sostituì
l’idea di un’anima di essenza celeste, smarrita in questo basso mondo come in una
terra d’esilio, destinata a ritornare alla sua patria d’origine, per gustare, in compagnia
degli dei siderali, una immortalità radiosa. Essa trasferì i Campi Elisi degli Egiziani e
degli Orfici dalle viscere della terra al campo delle stelle e fece del regno dei morti il
regno dei cieli».146

141
OLDEMBERG Hermann, La Religion du Véda, Paris 1903, p. 451; cit. A.F. Vaucher, idem.
142
BRUNEL Henri, Avant le Christianisme, ou Histoire des doctrines religeuses ou philosophiques de l’Antiquité,
Paris 1852, p. 104; cit. A.F. Vaucher, idem, p. 11.
143
MALLON Alexis, Les Hébreux en Egypte, Rome 1821, p. 90; cit. A.F. Vaucher, idem, p. 12.
144
VIREY Philippe, La religione de l’ancien Egypte, Paris 1910, p. 239; cit. A.F. Vaucher, idem, p. 12.
145
Vedere BERGUER-BRETT Henry, Le Conditionalisme et l’Universalisme conditionnel, Genève 1879, p. 6.
146
OROUGIER Louis, L’origine astronomique de la croyance pythagoricienne en l’immortalité céleste des âmes, Paris
1933, p. III; cit. A.F. Vaucher, idem, p. 14.

Quando la profezia diventa storia 175


CAPITOLO III

Platone, discepolo di Socrate, che ha formulato in tutto il suo rigore il dogma


dell’immortalità dell’anima: insegnava «un’immortalità personale».147 «La nostra
anima è più che immortale; essa ha l’eternità in sorte: è una delle tesi cardinali di
Platone».148
«Secondo Platone, non solamente l’anima è eterna, essa è in più immortale benché
la distinzione non sia esplicita, come è chiaramente indicato nel Fedone».149
«Platone... riprende l’antica teoria degli orfici e dei pitagorici che proclamavano
l’immortalità dell’anima, e la necessità per essa di liberarsi dai legami del corpo».150
Però «l’immortalità restava ai loro occhi (di Socrate e di Platone) piuttosto una
bella speranza che una verità dimostrata».151

Mesopotamia

«I Caldeo-Babilonesi ammettevano che nell’uomo un elemento immateriale si


univa al corpo... È questo elemento immateriale che sopravvive alla morte... Il suo
destino dopo il trapasso può essere di due sorti. Alcune anime privilegiate
raggiungono, per il favore degli dèi, una vera apoteosi, esse sono ammesse nel cielo
in compagnia degli dèi... Per gli uomini comuni la sorte d’oltretomba è d’una natura
molto più oscura... Nel paese senza ritorno,... l’anima persiste, ma privata di
sentimento, incapace di attività, immersa nelle tenebre; non è l’annientamento, ma
non è neppure l’immortalità come noi la concepiamo, è uno stato intermedio, una
specie di intorpidimento e di sonno».152 Ma accanto a questo concetto «si hanno delle
prove incontestabili della credenza dei Caldei all’immortalità dell’anima».153
Ciò che si insegna oggi nella cristianità risente fortemente dell’insegnamento che
era dato in Persia dopo la riforma di Zoroastro: «L’uomo è composto d’un corpo e di
un’anima. Le anime, tutte sorelle, create dall’origine vengono successivamente ad
unirsi a un corpo del quale esse si spogliano nell’ora della morte per ritrovarlo nel
momento della risurrezione, e per restarvi per sempre uniti. Dei castighi sono riservati
alle anime dei colpevoli; delle ricompense attendono le anime dei giusti. Dio è
rimuneratore e vendicatore. I castighi non sono affatto eterni, essi non devono durare
che tanto quanto il genio del male, cioè la durata del tempo che passa».154
È nella terra di Babele che questa concezione dell’immortalità deve avere avuto la
sua origine estendendosi nei vari continenti.

147
ROHDE Ervin, Psyché, p. 479; cit. A.F. Vaucher, idem, p. 15.
148
PIAT Clodius, Platon - Les Grands Philosophes, Paris 1906, p. 238; cit. A.F. Vaucher, idem, p. 16.
149
CHAIGNET Antoine-Edouard, De la Psychologie de Platon, Paris 1862, p. 195; cit. A.F. Vaucher, idem, p. 16.
150
VERNER Charles, La Philosophie Grecque, Paris 1938, p. 104; cit. A.F. Vaucher, idem.
151
PETAVEL-OLLIFF E., Le Problème de l’Immortalité, t. I, Paris 1891, p. 72.
152
LENORMANT François, La Divination et la Science des Présages chez les Chaldéens, Paris 1875, pp. 153-155; cit.
A.F. Vaucher, idem, p. 13.
153
ERMONI Vincent, La Bible et l’Assyriologie, Paris 1905, p. 55; cit. A.F. Vaucher, idem.
154
MÈNANT Joachim, Zoroastre - Essai sur la philosophie religieuse de la Perse, Paris, p. 192; cit. A.F. Vaucher,
idem.

176 Quando la profezia diventa storia


INSEGNAMENTI DIMENTICATI

Riepilogo

PhilèmonVincent riassume così gli usi e i costumi dell’antichità nei confronti dei
defunti:
«Gli abitanti della Gallia facevano dei prestiti in denaro rimborsabili nell’altro
mondo.
Gli antichi Greci mettevano nella bocca del morto una moneta, per pagare il suo
trasporto fino al soggiorno delle anime.
Gli Egiziani mettevano vicino al cadavere, nella sua tomba, “il Libro dei Morti”,
che conteneva le preghiere tramite le quali si doveva conciliare il favore divino
nell’altra vita.
I Pellirosse si fanno seppellire con le loro frecce, al fine di potere ancora vivere,
nell’oltretomba, della loro caccia.
Il Lappone, nelle distese glaciali del Nord, fa mettere nella sua tomba una pietra di
silice ed un’esca da fuoco per fare del fuoco al suo risveglio.
L’Esquimese della Groenlandia sotterra con il suo bambino un cane, che gli deve
servire da guida».155
L’etnologo Jean Servier constata: «Tutti i riti funerari sono tecniche la cui
efficacia è condizionata dalla credenza nella sopravvivenza dell’anima e da una
conoscenza approfondita delle modalità di questa sopravvivenza, la cui concezione è
analoga nelle diverse civiltà».156
Ma «la tesi filosofica dell’immortalità e dell’indistruttibilità dell’anima umana... è
assolutamente estranea alla religione biblica».157
«In virtù d’una immunità straordinaria, i libri canonici dell’Antico Testamento non
tradiscono da nessuna parte, in un modo innegabile, l’influenza delle dottrine
platoniche che sono però evidenti in molti libri deuterocanonici».158
«La dottrina pagana dell’immortalità dell’anima è la negazione su tutte le linee dei
dogmi fondamentali della Chiesa cristiana. Non solamente della Risurrezione, ma
soprattutto della Creazione. Poiché un’anima immortale non è creata. Secondo le
diverse dottrine platoniche o induiste, secondo tutte le grandi mitologie pagane,
d’altronde in ciò perfettamente conseguenti, l’anima non è mai creata, essa è una
emanazione della divinità, una particella, una scintilla divina, caduta ed imprigionata
in un corpo e che, liberata da questo corpo con la morte, ritorna a fondersi nella
divinità. Così la morte non è più una maledizione, non è più il salario del peccato, al
contrario. È una liberazione».159
155
VINCENT Philémon, Manuel de religione chrétienne, Paris, p. 257.
156
SERVIER Jean, L’uomo e l’invisibile, ed. Rusconi, Milano 1973, p. 144.
157
REUSS Edouard, Histoire de la théologie chrétienne au siècle apostolique, vol. II, 3a ed., Strasburg 1864, p. 554.
158
Petavel Olliff, o.c., t. I, p. 120.
159
PURY Roland de, Des antipodes, ed. D. & N., 1967, p. 128.

Quando la profezia diventa storia 177


CAPITOLO III

L’uomo secondo la Bibbia

A questa concezione pagana la Sacra Scrittura contrappone che «l’Eterno Iddio


formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l’uomo
divenne un’anima vivente».160
Scrive J. Zurcher: «Questo breve racconto ha non solamente il vantaggio di
stabilire i legami che esistono realmente tra Dio e l’uomo, ma ancora di dirci tutto ciò
che è possibile affermare quanto alla natura intima dell’uomo, cioè:
1. che l’uomo è formato da due principi correlativi;
2. che la sintesi di questi principi costitutivi dell’essere umano formano un
tutto: l’uomo;
3. che la caratteristica dell’uomo è di essere un’anima vivente».
Di conseguenza l’anima
- non è divina;
- non è preesistente alla creazione dell’uomo;
- non è una sostanza immateriale, separata e separabile dall’uomo, che è stata
un bel giorno imprigionata nel corpo e che un giorno lo lascerà. Nel
pensiero biblico l’uomo forma un tutto indivisibile.
«Il testo afferma... chiaramente che il nephesh (anima, in greco psiche) non è dato
all’uomo come un’anima che sarebbe depositata in un corpo, ma il risultato finale
dell’azione divina è una realtà contemporaneamente fisica e spirituale; così la
traduzione più adeguata di nephesh chayah è quella di essere vivente... Il nephesh è il
risultato del basar (carne) animato dal ruach (spirito)».161
Con l’espressione anima, la Bibbia presenta l’uomo, l’io, l’essere intero nelle sue
varie manifestazioni: l’anima si sazia;162 prova delle emozioni;163 ha una attività
morale164 e può morire,165 Gesù con il suo sacrificio offre la sua anima cioè se
stesso.166 L’anima è la persona.167
Il maestro Vaucher riassume così l’antropologia biblica: materia + forma = corpo;
corpo + spirito = anima o persona vivente che si manifesta sotto il triplice aspetto
fisico, psichico e spirituale.168
L’uomo quindi non ha un corpo, ma è un corpo; non ha un’anima, ma è un’anima;
non ha uno spirito, ma è uno spirito. Corpo anima e spirito169 sono i diversi organi
160
Genesi 2:7.
161
ZURCHER Jean, L’Homme, sa nature et sa destinée, Neuchâtel 1953, p. 156.
162
Salmo 107:9.
163
Salmo 35:9; 2Re 4:27.
164
Michea 6:7; 2Re 9:15.
165
Ezechiele 18:4, 20.
166
Giovanni 10:11,15,17.
167
Atti 2:41; 27:10.
168
A.F. Vaucher, L’homme,..., p. 15.

178 Quando la profezia diventa storia


INSEGNAMENTI DIMENTICATI

con i quali l’uomo entra in relazione con l’ambiente che lo circonda, con i suoi simili
e con Dio. Corpo anima e spirito sono tre gradi della manifestazione dell’essere
umano.
Che l’uomo sia un tutt’uno e non un composto viene oggi confermato dalla
medicina psicosomatica.
«Non si può curare il corpo senza curare l’anima e lo spirito. Non vi è riforma
fisica di una vita senza riforma morale, e non c’è riforma morale senza rinnovamento
spirituale».170
«L’antropologia biblica si avvera oggi, alla luce dei lavori contemporanei di
biologia, di psicologia e di psicopatologia, d’una verità e d’una giustezza che fanno
della Bibbia una miniera ancora inesplorata di insegnamenti per l’antropologia e la
psicologia, come anche la psichiatria. Il problema psicofisiologico, quello delle
emozioni, della vita psicopatica, sia a livello intellettuale che emotivo... sono stati
trattati nei testi ebraici con una precisione e con una padronanza che deve servire da
modello alla moderna ricerca. È infatti verso il punto di vista biblico che si orienta
senza saperlo l’antropologia positiva, di mano in mano che si libera dagli schemi
platonici e cartesiani».171

L’apostolo Paolo
annuncia che nella Chiesa si sarebbero invocati i demoni, cioè i morti

Paolo profetizzava che sarebbe venuto il tempo in cui la cristianità avrebbe


accettato le dottrine pagane dello stato dei morti facendo di conseguenza un culto ai
defunti, che venivano chiamati demoni. Questa forma di culto sarebbe stata esercitata
nella chiesa di Gesù Cristo.
Al suo collaboratore Timoteo scrive:
«Lo Spirito dice espressamente che nei tempi a venire alcuni
apostateranno dalla fede, dando retta a spiriti seduttori e a
dottrine di demoni».172
Con queste parole Paolo dice semplicemente che la dottrina greca dei «demoni»
che i latini chiamano «geni» o «semidei» (divi), cioè il culto ai trapassati che si
credevano elevati in cielo, ai quali s’innalzavano altari, si accendevano delle candele,
si bruciava l’incenso o si indirizzavano delle preghiere come a dei protettori,
intermediari tra l’uomo e le divinità, sarebbe entrato nella cristianità apostata. Che
con demoni si intendessero i trapassati è ciò che lo stesso apostolo Paolo dice nel suo
discorso all’aeropago di Atene: «Ateniesi io vedo che siete in ogni cosa quasi troppo

169
2 Tessalonicesi 5:23.
170
TOURNIER Paul, Medicina Individuale, 2a ed., AVE, Roma, p. 86.
171
TRESMONTANT Claude, Metafisica del cristianesimo e la nascita della filosofia cristiana, p 33.
172
1 Timoteo 4:1.

Quando la profezia diventa storia 179


CAPITOLO III

religiosi».173 O, secondo l’espressione greca “deisidaimonestérous”, «come troppo


dedicati al culto dei demoni».
Luca, nel redigere l’esperienza di quel giorno, dice che gli Ateniesi, parlando tra di
loro, dicevano di Paolo «pare essere un predicatore di divinità straniere», traduzione
letterale, «sembra che annunci dei “demoni stranieri”»174. Chi erano questi demoni
stranieri che Paolo annunziava? «Annunziava Gesù e la risurrezione», cioè
annunciava il “demone" Gesù, che dalla morte è ritornato alla vita.
Giovanni nell’Apocalisse usa ancora questa espressione «demone» quando predice
che la cristianità corrotta, malgrado sia stata colpita dalle conseguenze dell’infedeltà a
Dio, continua a adorare «i demoni».175
Nessuna Chiesa cristiana ha presentato un culto a degli spiriti maligni, ma troppo
numerosi sono stati i cristiani che hanno presentato un culto a «degli spiriti di morti
deificati» o a «dei demoni» secondo l’espressione greca di Paolo.
Nel Nuovo Testamento la parola demone indica i trapassati e le divinità, i semidei
dei popoli pagani.176 Designa anche gli spiriti impuri o cattivi che Satana impiega al
suo servizio. Generalmente negli Evangeli l’espressione demone ha questo secondo
significato, ma nelle epistole dell’apostolo Paolo ha generalmente il primo
significato.177
Nell’Antico Testamento, versione greca dei LXX, il significato primo e principale
di questa parola si applica agli idoli dei pagani.178
È per abuso che Satana nel linguaggio corrente viene chiamato demone o
demonio. Questo nome però non gli è mai dato nella Scrittura. I demoni sono sotto il
suo potere; perché è lui l’artefice di questo imbroglio e perché è lui che domina sugli
spiriti decaduti. Nella Bibbia nessun essere è chiamato demonio per eccellenza.
Il significato della parola demone: semidei e trapassati, è confermato dai Padri
della Chiesa sia latina che greca.
Agostino nella sua Città di Dio scrive: «Apuleio e quanti la pensano come lui
hanno attribuito ai demoni la dignità di risiedere nell’aria, cioè tra il cielo e la terra,
così che essi rechino agli dèi le preghiere degli uomini e riportino a questi i doni
ottenuti “non essendovi nessun Dio che si abbassi fino all’uomo”».179 Così, coloro

173
Atti 17:22.
174
Atti 17:18.
175
Apocalisse 9:20.
176
Atti 17:18-22; 1 Corinti 10:20,21; Apocalisse 9:20; 18:2.
177
Il significato della parola demone è stato sapientemente stabilito da CAMPBELL nel suo Vl discours préliminaire
sur les Evangiles; da MÈDE, Commentaire sur la Révélation de Jean, p. 623; da ELLIOTT Edward-Bishop, Horae
apocalypticae, ou Commentary on the Apocalypse, 1a ed., p. 326; vedere GAUSSEN Louis, Daniel le Prophète, t. III,
Paris 1849, pp. 394,395; vedere FOERSTER W., daimon, in Grande Lessico del Nuovo Testamento, t. II, voce, Paideia
1966, p. 744 e seg..
178
Deuteronomio 32:17; Salmo 96:5; 106:37,38 (gr. 105) 2 Cronache 10:20,21.
179
Platone, Convito, 203. «Platone nel Simposio dice che “chi è demone è intermediario tra Dio e i mortali... I
demoni interpretano agli dèi le cose degli uomini, e agli uomini le cose degli dèi”», cit. da GODET Frédéric,
Commentaire sur la I épître aux Corinthiens, t. II, Neuchâtel 1887, p. 106. Plutarco ha scritto un libro sul buon
«demone» di Socrate.

180 Quando la profezia diventa storia


INSEGNAMENTI DIMENTICATI

che credettero queste cose stimarono cosa sconveniente che gli dèi comunicassero con
gli uomini e gli uomini con gli dèi. Ritennero invece cosa degna che i demoni
comunicassero con gli dèi e con gli uomini per trasmettere agli uni le petizioni e agli
altri i favori».180
Ignazio martire (II secolo) ricorda nella sua epistola di Smirne l’apparizione di
Gesù agli apostoli dopo la crocifissione e gli fa dire: «Prendetemi, palpatemi, e
vedete che io non sono per nulla un demone incorporale».181
Sotto l’influenza della filosofia greca e delle concezioni pagane, che già avevano
influenzato il giudaismo, il concetto dell’immortalità dell’anima si insediò nella
cristianità perché i padri della Chiesa non si preoccuparono di verificare le proprie
radici pagane con la rivelazione. Forti personalità pagane accettarono il Cristo degli
evangeli, ma a causa di una mancanza di conoscenza dell’insegnamento biblico,
portarono nella Chiesa le loro concezioni filosofiche quale loro patrimonio culturale
arricchito dai valori della nuova fede. Col tempo fu normale sostituire il culto pagano
alla divinità e ai trapassati con quello dei martiri prima e dei santi dopo.

Gli eroi pagani vengono sostituiti dai martiri e dai santi cristiani

È così che Eusebio, vescovo di Cesarea, all’inizio del IV secolo dopo aver citato
Platone «il quale vorrebbe che gli uomini morti per la patria fossero considerati
demoni, e che i loro sepolcri fossero adorati come quelli dei demoni», fa di questa
dottrina del filosofo un argomento a favore delle feste che i cristiani celebravano già
nel suo tempo sulle tombe dei martiri, perché secondo lui non è sbagliato che questi
morti «siano accettati come campioni della vera religione... Da qui la nostra abitudine
di andare presso i loro sepolcri e di rivolgere loro una preghiera e dare onore alle loro
anime benedette».182
Teodoreto, vescovo di Tiro, all’inizio del V secolo, dopo aver citato il poeta
Esiodo che considerava i trapassati, tra i quali i migliori filosofi, come i guardiani e i
preservati dal male diceva: «Perché trovate voi sbagliato se lo facciamo anche noi nei
confronti di coloro che sulla terra sono stati eminenti nella pietà e soffrirono il
martirio?
Noi cristiani non li chiamiamo demoni, che Dio ce ne guardi, ma amici e servitori
di Dio, i quali essendo ora morti e quindi fuori dal loro corpo, hanno la capacità di
guardare gli affari degli uomini. Ed è per questo che vengono invocati. I loro templi
sono celebri per la loro grandezza e bellezza. Coloro che sono in salute li pregano
affinché vi siano conservati, coloro che sono da molto tempo ammalati li pregano per
essere guariti, coloro che non hanno figli li pregano affinché li possano avere, quelli
che partono per un viaggio li invocano affinché siano nei loro confronti compagni e
guida.
180
Agostino, Città di Dio, libro VIII, cap. 8.
181
Cit. da E.B. Elliott, o.c., p. 507; cit. da Mède, o.c., p. 642.
182
Cit. da L. Gaussen, o.c., t. III, p. 107.

Quando la profezia diventa storia 181


CAPITOLO III

La dimostrazione del fatto che i nostri martiri sono come i vostri protettori è data
dal fatto che coloro che fanno delle petizioni vengono esauditi e la prova la si ha nelle
offerte fatte dai fedeli in riconoscenza per la guarigione ottenuta. I doni votivi che voi
potete vedere sono: effigi di occhi, di mani, oro, argento. In verità i nostri martiri
hanno abolito e cancellato la memoria di coloro che si chiamano dèi dalla mente degli
uomini. Il Signore ha introdotto i nostri morti al posto dei vostri dèi destituendoli e
dando il loro onore ai nostri martiri. Al posto della festa di Giove e di Bacco e di altri
simili, adesso si celebrano le feste di Pietro e Paolo, Tommaso e Serpio e di altri
martiri».183
Questo assorbimento del mondo pagano ha suscitato però delle reazioni anche se il
loro effetto è stato nullo. Chi ha contestato queste pratiche pagane nella Chiesa di Dio
è stato come una voce nel deserto. Il culto ai morti non solo non è stato abbandonato
ma rivalutato. Un esempio chiaro lo troviamo nel culto (ambiguamente chiamato
devozione) alla Vergine, Regina del cielo184, che il vescovo sant’Epifanio, nel IV
secolo, rimproverava ai colliridiani dicendo: «Non bisogna onorare i santi al di là di
ciò che è loro dovuto, poiché è il Signore che noi dobbiamo servire. La Vergine non è
stata per nulla proposta alla nostra adorazione, poiché ella ha adorato Colui che,
secondo la carne, è nato da lei. Che nessuno dunque adori Maria. È a Dio solo, il
Padre, al Figlio e allo Spirito Santo, che appartiene questo mistero, ma a nessun
uomo, né a nessuna donna, e gli angeli stessi non sono affatto degni di una simile
gloria.
Così dunque certe donnette non disturbino più la Chiesa e non dicano più: “Noi
onoriamo la Regina del Cielo”, poiché dicendolo e offrendo le loro focacce,
compiono ciò che è stato predetto, che alcuni apostateranno dalla fede, dando retta a
spiriti seduttori e a dottrine di demoni.185 No questo errore del popolo antico186 non
prevarrà su noi al punto da allontanarci dal Dio vivente per adorare le creature, poiché
se un angelo rifiuta di essere adorato da San Giovanni,187 come lo rifiuterebbe ancor
più colei che non fu che la figlia di Anna».188
Quando i due fiumi, quello della rivelazione e quello della seduzione si
incontrarono, dopo un po’ di tempo le acque si mescolarono e non dettero più segni di
distinzione. Il cristianesimo apostata non aveva nulla che si differenziava dal
paganesimo vinto e tuttavia vincitore.
Agostino riconosceva che «a proposito dei beni che godono i beati (i morti, cioè i
demoni) dopo questa vita non c’è dissenso tra i più illustri filosofi e noi; essi

183
Eusebio, Prepararazione evangelica, XIII, 11; cit. da L. Gaussen, o.c., t. III, pp. 394, 295; E.B. Elliott, o.c., t. II,
5a ed., London 1862, p. 505.
184
Espressione questa che il profeta Geremia attribuiva al culto pagano di Astarte. Geremia 7:18.
185
Cita chiaramente Paolo: 1 Timoteo 4:1.
186
Allusione al Salmo 106:37.
187
Vedere Apocalisse 19:10; 22:8,9.
188
S. Epifanio, Libro III, Commentario, 2a ed., t. II - haeres 79; cit. da GROSS Charles, L’Œcuménisme, Metz, p. 14
nota; cit. L. Gaussen, o.c., t. III, p. 107; cit. E. Elliott, o.c., p. 508.

182 Quando la profezia diventa storia


INSEGNAMENTI DIMENTICATI

combattono solamente la risurrezione della carne, e la negano con tutte le loro


forze».189
La teoria dell’immortalità dell’anima è stata affermata da Tertulliano, esposta da
Agostino e ha trovato la sua formula definitiva in Tommaso d’Aquino.
Il cristianesimo diventa così una religione di pratiche pagane o, se vogliamo, un
paganesimo di credenze cristiane.
Sebbene l’apostolo Paolo insegni chiaramente che Gesù è il «solo mediatore tra
Dio e gli uomini»190, la Chiesa ha sostituito l’opera del Cristo con quella dei santi e
delle vergini, sostitutivi di tutte quelle divinità pagane che fungevano da intermediari
tra le divinità superiori e gli uomini, avendo anche il compito di proteggere le città, le
arti e i mestieri.

Ruolo di Roma nella soppressione del II comandamento

Nell’Antico Testamento, come abbiamo visto, la parola demone è attribuita anche


agli idoli, alle statue dei pagani.
Il secondo comandamento dice: «Non ti fare scultura alcuna né immagine alcuna
delle cose che sono lassù ne’ cieli o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra;
non ti prostrare dinanzi a tali cose e non servire loro... ».191
Fu perché la Chiesa praticava il culto ai demoni che con il tempo, per una
questione di coerenza, si trovò nell’obbligo di togliere dal decalogo il secondo
comandamento, che in una forma chiara la condannava nel suo allontanamento dalla
legge di Dio, anche se questo comandamento va oltre questa pratica pagana.
Uno dei tentativi per mantenere la coerenza nella Chiesa riguardo a questo
soggetto fu il concilio di Costantinopoli nel 754 con 338 vescovi, i quali decisero
«che ogni immagine di qualunque materia fosse fatta e formata, sarebbe gettata fuori
dalla Chiesa, come una cosa abominevole e pronunciarono queste stesse parole:
“Gesù Cristo ci ha liberato dall’idolatria e ci ha insegnato ad adorare in spirito e
verità; ma il Diavolo, non potendo soffrire la bellezza della Chiesa, a poco a poco ha
riportato l’idolatria sotto l’apparenza del cristianesimo, persuadendo gli uomini a
servire la creatura, e ad adorare un’opera alla quale essi hanno messo il nome di Gesù
Cristo”».
Però nel 787 si tenne il secondo concilio di Nicea, VII concilio ecumenico, con
350 vescovi, riunito sotto l’influenza del pontefice romano. Esso decretò: «Che
sarebbero erette delle immagini del Signore Dio, nostro Salvatore Gesù Cristo, della
nostra felice Signora la madre di Dio, dei venerabili angeli e di tutti i santi, e che
chiunque avesse rigettato le immagini, le pitture o le reliquie dei martiri, sarebbe
deposto, se è ecclesiastico, e scomunicato, se monaco o laico»; aggiungendo, secondo
189
Agostino, o.c., libro XXII, cap. XXVI. Agostino ha inoltre esposto i suoi argomenti filosofici in favore
dell’immortalità dell’anima nel II libro dei Soliloqui e nel trattato dell’Immortalità dell’anima. Con Agostino molte
concezioni dualistiche manichee entrarono nella Chiesa.
190
1 Timoteo 2:4.
191
Esodo 20:4,5; confr. Levitico 26:1,

Quando la profezia diventa storia 183


CAPITOLO III

il costume: «Dannazione a tutti gli eretici! Dannazione al concilio che ha ruggito


contro le venerabili immagini! La santa Trinità li ha deposti».192

La formazione del dogma dell’immortalità dell’anima

I secoli trascorsero e quando «verso il 1500, l’immortalità era il problema attorno


al quale si agitavano tutte le questioni filosofiche»193 il papa Leone X, nella VIII
sessione del V Concilio del Laterano, 19 dicembre 1513 proclamò il dogma
dell’immortalità dell’anima. «La bolla pubblicata in quell’occasione dice che “non
solamente l’anima è la forma del corpo, ma che essa è inoltre immortale... Coloro che
insegneranno il contrario saranno puniti come eretici”».194
Lutero elevò la sua protesta contro questo dogma nella sua XXVII tesi, pubblicata
nel gennaio 1551, tre mesi prima di comparire a Worms e «nella sua “Difesa di tutte
le proposizioni condannate dalla nuova bolla”,... metteva il dogma dell’immortalità
dell’anima nel novero delle “favole mostruose che fanno parte del letame
romano”...».195
Sebbene «l’immortalità dell’anima sia la dottrina ufficiale della Chiesa romana; i
teologi della Riforma non sono riusciti a svincolarsene totalmente».196 Lo stesso
grande riformatore non è sempre stato coerente alla dottrina biblica dell’incoscienza
dei morti.197
La Riforma, non avendo sottomesso ad un esame le dottrine che uscivano dal
quadro della giustificazione per fede, rimase incompleta e la confessione di fede di
Westminster delle Chiese riformate ne è una chiara testimonianza. Essa può essere
così riassunta:
«l) Adamo è stato creato immortale come Dio stesso quanto alla sua anima, benché
il suo corpo fosse mortale;
2) La morte di cui fu minacciato in caso di disubbidienza aveva un triplice
carattere: essa doveva mettere un termine alla vita fisica, separare l’anima da Dio e
votarla a delle pene eterne».198
«E questa credenza d’origine greca e pagana domina ancora molte menti nel
nostro tempo, malgrado il rinnovamento biblico del nostro tempo».199

192
Cit. da GUERS Émile, Histoire abregée de l’Eglise, 1850, pp. 100,101.
193
Petavel Olliff, o.c., t. II, Paris 1892, p. 76.
194
Idem, p. 291.
195
Idem, p. 77.
196
BAUDRAZ Françis, Les epître aux Corinthiens, 1965, p. 117.
197
Vedere DANIEL Walther, The ministry, juill 1955, pp. 41,42.
198
Petavel-Olliff, o.c., t. II, p. 81. Questa confessione di fede ha ancora autorità presso le Chiese Presbiteriane della
Scozia, Inghilterra e America.
199
F. Baudraz, o.c., p. 117.

184 Quando la profezia diventa storia


INSEGNAMENTI DIMENTICATI

La dottrina dell’immortalità dell’anima: porta aperta allo spiritismo

«Spiritismo, termine derivato dal latino spiritus, sostanza incorporea capace di


percezione, e con il quale si vuole designare una dottrina che afferma la possibilità di
comunicare con lo spirito di un defunto attraverso un soggetto psichicamente
predisposto».200
Lo spiritismo si presenta, fra l’altro, come una religione che afferma che l’anima
di colui che muore ritorna nel mondo degli spiriti, dei disincarnati, e può essere
accanto agli esseri incarnati che vedono e ascoltano.
Nell’Enciclopedia Cattolica si scrive dello spiritismo: «Chi volesse ammettere per
veri alcuni fatti assolutamente preternaturali, che si asserisce essersi svolti nel corso
delle manifestazioni medianiche, e volesse accettarli come dimostrazione dell’origine
ultraterrena della rivelazione spiritica, ...sarebbe costretto ad ammettere nello svolgi-
mento di tali fatti l’intervento di spiriti di natura diabolica.
Sotto l’aspetto morale... l’interpretazione spiritica delle manifestazioni
metapsichiche e la loro pratica, allo scopo di porsi in comunicazione con spiriti
disincarnati, rappresenta colpa grave d’idolatria e superstizione. Per tale ragione sin
dal Vecchio Testamento simile pratica è stata condannata, dichiarata degna della pena
di morte201 e a volte direttamente punita da Dio con la più grande severità... Un
decreto del S. Uffizio del 4 agosto 1856 dichiara illecita, ereticale e scandalosa la
pratica di evocare le anime dei morti, riceverne responsi, ecc.; la dichiarazione della
S. Penitenzieria, 1 febbraio 1882, dichiara illecito l’assistere, anche passivamente, alle
consultazioni o ai giochi spiritici... la risposta del S. Uffizio, 10 aprile 1898, dichiara
illecita l’evocazione dei trapassati».202
Se questo è ciò che dice la Chiesa, essa stessa però sostiene l’insegnamento dello
spiritismo affermando la sua dottrina dell’immortalità naturale dell’anima.
Come le persone vanno dal medium per potere intrattenersi con il defunto ed avere
consigli, così la Chiesa afferma che il congiunto morto vede e segue tutti gli eventi
quotidiani dei viventi e di conseguenza può influire sulla loro vita.
Le manifestazioni più appariscenti dello spiritismo cristiano sono le apparizioni
tanto osannate delle varie vergini203 e le profezie che fanno i beati morti.
La forza per combattere la piaga dello spiritismo, che conquista sempre più
seguaci nel mondo sta solamente nel ritorno all’insegnamento biblico. Lasciato
questo, l’umanità non può che mettersi nelle mani dell’Avversario e subirne le
seduzioni. La dottrina pseudo-cristiana dell’immortalità dell’anima è la porta che
immette la cristianità in diretto contatto con gli angeli decaduti, con i demoni dei
quali si parla molto negli evangeli.
200
Spiritismo, in Grande Dizionario Enciclopedico UTET, vol. XI, p. 1181.
201
Deuteronomio 18:9-12; Levitico 20:6,27.
202
Spiritismo, in Enciclopedia Cattolica, vol. XI, col. 1138,1139. «Esponenti del cattolicesimo (dicono che) molte
manifestazioni che gli spiritisti considerano come dovute a “disincarnati”, sarebbero invece dovuti a interventi
diabolici»; Spiritismo, in Enciclopedia Italiana Treccani, vol. XXXII, p. 394.
203
Vedere Appendice n. 18.

Quando la profezia diventa storia 185


CAPITOLO III

L’inferno e le pene eterne204

Come abbiamo visto nella confessione di fede di Westminster un errore non va


mai solo. Le anime dei defunti vengono distribuite tra paradiso, purgatorio e inferno.
Ma «gli inferi biblici non sono un luogo di tormento, ma di riposo. Che pensare
allora dell’inferno cattolico, dove le anime dei malvagi ardono per tutta l’eternità?
Qualcuno ha detto che se un tale luogo esistesse, dovrebbe essere riservato a chi ha
inventato il dogma delle pene eterne e lo ha attribuito a Dio. Chi continua ad
insegnare sì empia dottrina è responsabile dei sarcasmi degli increduli».205
Con questa dottrina dell’inferno che per Tertulliano era un odioso campo di
carname, uno «sgozzamento continuo», si completa l’edificio dell’apostasia presente
ancora nella cristianità.
La credenza dell’inferno è tale che è una delle condizioni inderogabili per potere
partecipare ai corsi di monitrici per bambini per la scuola domenicale nelle chiese
evangeliche fondamentaliste, ed è la VII ed ultima condizione per far parte
dell’Alleanza Evangelica Italiana.

Conclusione e augurio

Il pastore riformato R. de Pury scriveva: «È davanti alla bara, che l’illusione di


ogni tempo si è data libero corso, e che l’uomo ha lasciato vedere il suo bisogno di
essere imbrogliato» e, dopo aver detto che la soluzione pagana della morte è diventato
il dogma cristiano, aggiungeva: «Le devastazioni che questo dogma ha fatto nella
predicazione cristiana sono incalcolabili e sbalorditive, poiché finisce per essere il
fondamento della maggior parte dei nostri discorsi funebri. Quale ironia nel fatto che
il popolo che fu più di tutti attaccato a questa credenza, e che ci ha lasciato le
testimonianze più commoventi, sia il popolo d’Egitto, colui sul quale la Bibbia fece
pesare la maledizione di Dio! Allorquando la Bibbia stessa, sulla quale deve basarsi la
nostra predicazione, non contiene da nessuna parte la minima traccia d’una credenza
all’immortalità dell’anima».206
Per il momento una completa riforma non si è ancora realizzata nel mondo
evangelico; noi vorremmo che le parole di speranza di Petavel-Olliff: «È compito
della nostra generazione - scriveva alla fine del secolo scorso - riprendere l’opera
incompiuta dei riformatori»,207 diventino oggi realtà.
Purtroppo alle soglie del terzo millennio l’insegnamento dell’Avversario dilaga
senza argini di contenimento. Il Vescovo di Roma ha proposto alla venerazioni dei
204
Per una più ampia esposizione del soggetto vedere il nostro Capitolo XXII, p. 915 e seg.
205
VAUCHER Alfred Félix, Il mondo dell’incoscienza, in Segni dei Tempi, 1974, p. 53.
206
PURY Roland de, La présence de l’Eternité, Neuchâtel 1946, pp. 124,125.
207
Petavel Olliff, o.c., t. Il, p. 80.

186 Quando la profezia diventa storia


INSEGNAMENTI DIMENTICATI

fedeli più demoni di quanto l’abbiano fatto nel passato i suoi predecessori e le librerie
sono invase dalla letteratura New Age dove immortalità, reincarnazione, entità del
paranormale sono l’asse portante di questa nuova filosofia che unisce Oriente e
l’Occidente, Nord e Sud.

III. Battesimo e suo significato biblico

Cristiani non si nasce, lo si diventa.


L’incontro con l’Evangelo produce la conversione, cioè un cambiamento di cuore
e di mente nei confronti del Creatore. Questo cambiamento operato dallo Spirito è la
nuova nascita senza la quale nessuno può vedere o entrare nel regno dei cieli.208
Questo passare da una vita di separazione da Dio a una vita in Cristo è
testimoniato, davanti al Signore, all’universo e alla Chiesa, col battesimo.
Il battesimo non è un’istituzione religiosa dovuta all’autorità ecclesiastica o
apostolica, ma un rito voluto e prescritto da Gesù stesso. Affinché gli apostoli non lo
dimenticassero, Gesù lo ha ricordato loro, quasi come espressione della sua ultima
volontà nei momenti trascorsi assieme prima della sua ascensione definitiva.209
Il Dictionnaire de Théologie Catholique dice: «Durante i primi secoli, il battesimo
si conferiva abitualmente per immersione; è, del resto, il senso etimologico del verbo
baptizo, che significa immergere, affondare»210 e questo ci aiuta a capire perché
Giovanni Battista battezzava (immergeva) a Enon presso Salim dove c’era molta
acqua.211
L’apostolo Paolo nella sua lettera ai Romani spiega il significato dell’immersione
e della sua conseguente uscita dall’acqua dicendo: «O ignorate voi che quanti siamo
stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Noi siamo
dunque stati con lui seppelliti mediante il battesimo nella sua morte, affinché, come
Cristo è resuscitato dai morti mediante la gloria del Padre, così anche noi
camminassimo in novità di vita. Perché, se siamo diventati una stessa cosa con lui per
una morte somigliante alla sua, lo saremo anche per una risurrezione simile alla
sua...».212
Crisostomo diceva a tale proposito: «Quello che per Cristo fu la croce ed il
sepolcro, lo fu per noi il battesimo...; egli è infatti morto fisicamente e venne sepolto,

208
Giovanni 3:3-5.
209
Matteo 28:19; Marco 16:15,16.
210
BAREILLE G., Dictionnaire de Théologie Catholique, vol. II, col. 185.
211
Giovanni 3:25.
212
Romani 6:3-5.

Quando la profezia diventa storia 187


CAPITOLO III

noi (abbiamo fatto) entrambe le cose rispetto al peccato... Quella di Cristo fu morte
fisica (letteralmente della carne), la nostra fu morte al peccato».213
L’uomo che viene immerso, sepolto nelle acque testimonia della sua morte al
peccato, e la sua uscita dall’acqua, la sua emersione, simboleggia la sua risurrezione
spirituale, che lo porta a vivere per il suo Dio.
Ed è così che «il battesimo è il segno della nuova nascita. Segna l’entrata
nell’alleanza di Gesù Cristo. Indica l’atto di Dio che ci ha salvati: la morte e la
risurrezione del Cristo.... L’uomo che si fa battezzare, dimostra di riconoscersi
incapace di purificarsi con i propri mezzi, di salvarsi con i suoi meriti; testimonia che
deve la sua purificazione, la sua salvezza da questo mondo al solo Signore e che lo
accetta con gratitudine. L’essenziale di ciò che Dio dice all’uomo e fa per lui è
dunque concentrato in questo segno così semplice del battesimo».214
Nel battesimo è concentrato tutto l’Evangelo: l’incarnazione del Cristo, la Sua
predicazione, la Sua morte, la Sua risurrezione e la risposta dell’uomo a Dio, la sua
morte e il suo ritorno a vivere in Lui, nella Sua grazia.
«Andate e battezzate nel nome del Padre e del Figliolo e dello Spirito Santo»215
racchiude tutta la restaurazione dell’uomo.
«Battezzare “nel nome” (gr. per il nome, o nel nome, o in vista di questo nome,
secondo una particella che indica la direzione, lo scopo al quale si tende)216 non
significa soltanto battezzare per l’ordine, sull’autorità dell’Essere di cui si tratta; ma,
sia come il suo nome indica la sua essenza stessa, tutte le sue perfezioni, e battezzare
significa immergere, significa introdurre il neofita in una comunione vivente con Dio.
Così battezzare nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo è battezzare
con la sicurezza che Dio stesso compie e realizza tutto il significato di questa azione,
cioè comunica tutte le grazie di cui il Dio tre volte santo è la sorgente. In una parola,
il credente tramite il battesimo è ricevuto nella comunione del Padre, sorgente eterna
di ogni amore, di ogni vita; nella comunione del Figlio, che lo ha riscattato e che fa di
lui un membro vivente del Suo proprio corpo; nella comunione dello Spirito Santo,
che lo illumina e lo santifica.
Tale è il ricco e profondo significato del battesimo cristiano, che ha per frutto la
purificazione e la rigenerazione per mezzo dello Spirito Santo217».218
Che il battesimo abbia questo carattere formale di unione ed innesti il cristiano in
Dio, «lo si vede in una forma particolarmente impressionante nell’esposizione che fa
(l’apostolo Paolo) al capitolo VI dell’epistola ai Romani; dove la preposizione “con”

213
Crisostomo, Epistola ai Romani 6:3; Omelia 10,4; cit. da DACQUINO Pietro, Battesimo e cresima, Torino 1973, p.
41.
214
BRÜTSCH Charles, La Foi Réformée, Neuchâtel 1947, pp. 59,60.
215
Matteo 28:19.
216
Romani 6:3; 1 Corinzi 10:2.
217
Giovanni 3:5; Tito 3:5.
218
L. Bonnet, o.c., vol. I, p. 241.

188 Quando la profezia diventa storia


INSEGNAMENTI DIMENTICATI

si incontra quasi in ogni riga e serve a costituire delle espressioni caratteristiche. La


stessa cosa è nella corta allusione al battesimo contenuta in Colossesi.219
Dunque ogni volta che Paolo parla esplicitamente del battesimo è l’idea
dell’unione col Cristo che viene messa in primo piano».220
Le condizioni per il battesimo sono: pentimento e fede.221 Credere e pentirsi
implicano una maturità da parte di chi recepisce la Buona Novella ed essendo la
risposta a Dio talmente personale, non può essere fatta per procura o da un essere che,
sebbene presente fisicamente, non è però cosciente.
L’apostolo Pietro dice che il battesimo è «la richiesta di buona coscienza fatta a
Dio».222 Cioè con il battesimo il credente chiede il perdono dei propri peccati nel
nome di Cristo e il soccorso dello Spirito Santo che gli permette di conservare una
coscienza irreprensibile (costantemente illuminata dalla Parola di Dio che stabilisce
ciò che è bene e ciò che è male) in vista della testimonianza che deve fare davanti a
coloro che gli «domandano ragione della sua speranza».223
Insegnare, fare discepoli, battezzare, significa sottomettere le persone a tutte le
istruzioni del Gesù storico per introdurre coloro che lo accettano nell’eternità.
Pietro che è cosciente di questa realtà «scongiura» i suoi ascoltatori, nel giorno
della Pentecoste, a salvarsi da quella perversa generazione. E «quelli dunque i quali
accettarono la sua parola furono battezzati».224

L’impiego dell’acqua nelle religioni extrabibliche e in Israele

«La maggior parte delle religioni hanno attribuito all’impiego dell’acqua nei loro
riti, alle lustrazioni e alle abluzioni, un valore simbolico e un’efficacia misteriosa».225
«Mediante il suo simbolismo naturale, il rito dell’abluzione era fatto per entrare
nella vita religiosa dell’umanità. Di fatto, le abluzioni sono frequenti in tutte le
religioni pagane e i misteri greci in particolare se ne servivano come riti di
iniziazione».226
Nella religione di Mitra il «rituale comprendeva delle lustrazioni e delle abluzioni
ripetute, che avevano lo scopo di cancellare le sozzure dell’anima. ... Si

219
Colossesi 2:12,13.
220
LEENHARDT Franz Johan, Le Baptême chrétien, 2a ed., Neuchâtel 1946, p. 49.
221
Atti 2:38; Marco 16:15,16.
222
1 Pietro 3:21.
223
Vedere L. Bonnet, o.c., t. IV, L Épître de Pierre, p. 206.
224
Atti 2:40,41
225
La Grande Encyclopédie, t. V, pp. 308, 309, articolo Baptême; cit. da BROWN Henry Francis, Le Baptême à
travers les siècles, tradotto et abbreviato da VAUCHER Alfred Félix, Dammarie-les-Lys 1972, p. 5.
226
RIVIERE Jean, Baptême, in Dictionnaire Pratique des Connaissances Religieuses, t. I, Paris 1925, col. 627; cit.
A.F. Vaucher, o.c., p. 6.

Quando la profezia diventa storia 189


CAPITOLO III

prescrivevano ai neofiti delle molteplici abluzioni, una specie di battesimo destinato a


lavare le sozzure morali ... Ci si sentiva purificati».227
In Israele «i proseliti (convertiti dal paganesimo) circoncisi, poi battezzati, erano
considerati come ammessi all’Alleanza... »
Questo passare dal paganesimo alla famiglia di Abrahamo era considerato una
nuova nascita, ma in senso legale. Per Gesù invece la nuova nascita significa una
rigenerazione spirituale.
Gli Esseni del Mar Morto introducevano i nuovi convertiti nella loro comunità
mediante riti di abluzioni e di battesimo.
Nella Chiesa apostolica il battesimo non segna soltanto il passaggio dalla fedeltà
agli dei pagani a quella del Cristo o dal rituale mosaico alle dottrine cristiane. È il
segno di una vera rivoluzione in cui si testimonia della trasformazione dell’individuo.
Con questa cerimonia il catecumeno esprime la volontà di tagliare netto con tutto il
passato, permettendo allo Spirito di Dio di spazzare ed eliminare da lui le vecchie
abitudini, diventando così un individuo nuovo.

La Chiesa cristiana introduce nel battesimo altri elementi

Nel suo espandersi, come abbiamo già visto per le altre due espressioni di
apostasia, il cristianesimo urtava contro altre religioni altrettanto missionarie, come il
mitraismo, i cui insegnamenti offrivano delle somiglianze col cristianesimo. Del resto
in tutte le religioni si parla di amore, giustizia, bene, solidarietà.
«I Padri (della Chiesa) erano i primi a riconoscere che il diavolo aveva, lui stesso, i
suoi sacerdoti, e che i misteri eleusini, isiaci e mitriaci, facevano uso del battesimo nei
loro riti d’iniziazione».228
Ben presto si manifestarono le prime deviazioni. Fu con il II secolo che «più
d’una idea proveniente dai riti dei misteri pagani s’infiltrò nell’insegnamento dei
teologi».229
Nella Didaché, o insegnamento dei dodici Apostoli, della metà del II secolo è
detto come concessione: «... Battezzate... nell’acqua corrente. Se non vi è acqua viva,
che si battezzi in un’altra acqua e, in mancanza di acqua fredda, in quella calda. Se

227
CUMONT Franz, Les mystères de Mithra, 3a ed., Bruxelles 1913, pp. 142,151,183; cit. A.F. Vaucher, idem.
228
CONYBEARE Frederick Cornwallis, Baptism, in The Enciclopedy Britannique, 11a ed., vol. 3; p. 386; cit. da
VAUCHER Alfred Félix, Le Baptisme, p. 9.
229
AA.VV., Baptism, in The New Schaff-Herzog Encyclopy of Religion Knowledge, vol. I, p. 437.

190 Quando la profezia diventa storia


INSEGNAMENTI DIMENTICATI

non hai (abbastanza) né dell’una né dell’altra, versa tre volte dell’acqua sulla testa
(del catecumeno) nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo».230
Giustino Martire nella sua Apologetica dice che il catecumeno deve digiunare
assieme a coloro che celebreranno il rito di abluzione che «si chiama illuminazione,
perché coloro che ricevono questa dottrina hanno lo spirito illuminato».231
Nel IV secolo Basilio riconosceva che la tradizione aveva aggiunto qualcosa e
diceva: «Noi non ci accontentiamo delle parole riportate dagli apostoli o
dall’Evangelo: prima e dopo, noi ne pronunciamo delle altre, ricevute
dall’insegnamento non scritto, perché esse hanno una grande importanza per il
mistero».232
Queste aggiunte consistono tra l’altro nell’attribuire al rito un valore sacramentale,
magico. L’acqua doveva essere corrente, benedetta e l’effetto della sua purificazione
e santificazione operata dal vescovo, secondo Cipriano, era quello di cancellare i
peccati al suo contatto.233
La benedizione dell’acqua opera un cambiamento magico, sia secondo
Tertulliano234 sia secondo Cirillo di Alessandria che scrisse: «L’acqua subì un
cambiamento di natura, grazie allo Spirito Santo, ed acquistò un potere divino e
ineffabile».235
Al battesimo veniva attribuito un carattere così sacramentale che quando Atanasio
da ragazzo battezzò per gioco dei suoi compagni, il vescovo di Alessandria che lo
vide considerò valido a tutti gli effetti quel battesimo e ammise quei giovani alla
scuola per formarli al sacerdozio.236
«Così si arrivò a predicare la salvezza tramite il battesimo e non più in Cristo,
tramite il pentimento».237
Si iniziò a dare ai catecumeni battezzati il latte e il miele per aiutarli a capire che
erano nati di nuovo.238

Modifiche del rito

Triplice immersione

230
Les Pères Apostoliques, I, Doctrine des Apôtres, ed. Hippolyte Hemmer, G. Ogier et A. Laurent, Paris 1907, p. 15
(capitolo VII); cit. A.F. Vaucher, idem, p. 14.
231
Giustino Martire, Prem. Apologie, Paris 1904, p. 127 (capitolo LXI); cit. A.F. Vaucher, idem, pp. 14,15.
232
Basile le Grand, Traité du Saint-Esprit, 27,66, Paris 1947, p. 234, MIGNE, P.G., 32, col. 187; cit. A.F. Vaucher,
idem.
233
Cipriano, Epistole 70, I, 3, Paris 1925, II, p. 252.
234
Tertulliano, Du Baptisme, capitolo 4; MIGNE, P.L., I, col. 1203,1204.
235
Cirillo, su Giovanni 3:5; MIGNE, P.G., 73, 1864, libro II, col. 245,246; cit. A.F. Vaucher, idem.
236
CLIFFORD Cornelius, Athanasius, in The Catholic Encyclopedia, vol. 2, p. 36.
237
A.F. Vaucher, idem.
238
MOSHEIM Johann-Lorenz von, Histoire Ecclésiastique ancienne et moderne, vol. I, Yverdon 1776. p. 213.

Quando la profezia diventa storia 191


CAPITOLO III

Dall’immersione unica presentata nell’Evangelo si passò a compiere tre


immersioni secondo il manuale della Didaché della metà del II secolo. Questa usanza
viene confermata da Tertulliano all’inizio del III secolo239 e da Ippolito che scriveva:
«Egli entra in seguito nell’acqua, e il sacerdote, ponendo la sua mano sulla testa del
candidato, lo immerge per tre volte, domandandogli ad ogni immersione se egli crede
alle tre Persone della beata Trinità, il sacerdote ripete la formula del battesimo a ogni
immersione».240
Il vescovo Munnulus di Girba raccomanda la triplice immersione al Concilio di
Cartagine del 256 e la Costituzione Apostolica, forse del IV secolo, raccomanda che
«se qualche vescovo e prete non compie le tre immersioni, ma si accontenta di una,
data nella morte di Cristo, che egli sia deposto».241
Quale è l’origine di questa pratica? Secondo Martino di Braga (520-580) avrebbe
una origine antica che risulterebbe da un’epistola da lui inviata a Bonifacio, in
risposta «a una lettera d’un vescovo spagnolo che attribuiva una origine ariana all’uso
della triplice immersione».242
Gerolamo riconosceva: «Anche altre osservanze delle Chiese, dovute alla
tradizione, hanno acquistato l’autorità di una legge scritta, così l’uso di immergere la
testa tre volte nel lavatoio e di gustare il latte ed il miele dopo essere usciti
dall’acqua».243
A supporto della triplice immersione c’erano i riti pagani che si cristianizzavano.

Il battesimo ai bambini

Sebbene ancora oggi tutti riconoscano che nella Chiesa primitiva il battesimo era
fatto solamente a persone adulte, nel III secolo si trova ben stabilito il battesimo dei
bambini. Questo cambiamento è uno dei più significativi che abbiano segnato la storia
della Chiesa.
«Negli ultimi anni del Il secolo, Tertulliano si mostrava un avversario acerrimo del
battesimo dei bambini, prova che non era generalmente considerato come
un’ordinazione apostolica»244 ma un ulteriore passo verso una religione che si
conforma al suo tempo.
Molti uomini illustri vengono battezzati in età adulta: Ambrogio, Agostino,
Gregorio di Nazianze, Basilio, Crisostomo, Gerolamo. Nel 340 Gregorio il Teologo

239
Tertulliano, Adversus Praxeas, capitolo 26; MIGNE, P.L., 11, c. 190.
240
Ippolito, Canon XIX, ]23-132.
241
Constitutions Apostoliques Lib. 8, can. 50; cit. A.F. Vaucher, idem, p. 24.
242
OTT Michael, Martin of Braga, in The Catholic Encyclopedy, vol. IX, p. 732; cit. A.F. Vaucher, idem, p. 25.
243
Jérôme, Dialogo contro i Luciferiani, 8; MIGNE, P.L., 23, col. 172; cit. A.F. Vaucher, idem, p. 26.
244
NEANDER Augustus, The History of the Christian Religion and the Church, New York 1848, p. 199; cit. A.F.
Vaucher, idem, p. 31. Vedere Tertulliano, Del Battesimo, capitolo 18; MIGNE, P.L., I, 1844, col. 1221.

192 Quando la profezia diventa storia


INSEGNAMENTI DIMENTICATI

suggerisce l’età di tre anni per il battesimo,245 mentre Agostino quella di


quattordici.246
Origene è probabilmente il primo a propugnare il battesimo dei bambini e alla base
di questa sua dottrina, secondo Harnack, c’era la sua concezione filosofica che gli
uomini avevano peccato nella loro vita anteriore, concezione che sarà poi sostituita da
quella del peccato originale. Cipriano in Africa è un difensore del battesimo dei
bambini ed è sostenuto da una sessantina di vescovi.
Il XVI concilio di Cartagine nel 418 fu il primo a prescrivere: «Chiunque dice che
non è necessario battezzare i neonati, sia un anatema».247 Ma fino al VI secolo il
battesimo degli adulti rimane sempre la pratica più seguita.
Il battesimo, precedendo l’istruzione, dà origine a delle innovazioni e la Catholic
Encyclopedie riconosce che «quando si stabilì il battesimo dei bambini la cresima
(confermazione) non fu amministrata che al momento in cui il bambino aveva
raggiunto l’età della ragione».248
In questa fase di assorbimento del paganesimo, il limbo fa la prima apparizione.
Gregorio di Nazianze (329-390) diceva dei bambini non battezzati: «Non saranno né
ammessi alla gloria celeste dal giusto Giudice, né votati alle pene, perché non malvagi
e nemmeno sigillati (dal battesimo)»249 e per evitare che i neonati morti subissero la
sorte dei dannati, come credeva Agostino250, il battesimo dei bambini si generalizzò
sempre di più. I neonati non potevano rispondere «sì, credo in Gesù», allora sorse la
necessità dei procuratori: padrini e madrine.

Battesimo per aspersione

Con il battesimo dei bambini si sviluppa la forma del battesimo per aspersione,
che fu solamente accettata dalla Chiesa occidentale.
Del resto «l’aspersione dei bambini faceva parte della mitologia pagana, e la si
constata su numerosi monumenti romani o etruschi, sebbene la sua origine si perda
nella notte dei secoli. Presso i pagani, era una lustrazione; fece la sua prima
apparizione nella Chiesa sotto la forma di esorcismo; quando i monaci unirono
l’esorcismo al battesimo, si confuse col battesimo; per finire, lo soppiantò».251
«È un grave errore supporre che il battesimo abbia cessato di essere amministrato
per immersione quando l’uso di battezzare i bambini divenne generale. L’immersione

245
Conybeare, articolo Baptism, o.c., p. 366; cit. A.F. Vaucher, idem p. 33.
246
WALL William, The History of Infant-Baptism, vol. I, Oxford 1862, p. 212; cit. A.F. Vaucher, idem p. 33.
247
HEFELE Charles Joseph, Histoire des Conciles, II, I, Paris 1908, p. 192 (canone 2); Cit. A.F. Vaucher, idem, p. 34.
248
SCANNELL T.B., Confirmation, in The Catholic Encyclopedie, vol. IV, p. 216; cit. A.F. Vaucher, idem, p 37.
Una cerimonia analoga viene fatta nelle Chiese protestanti che battezzano i neonati.
249
Gregorio de Nazianze, Orat. 40,23; MIGNE, P.G., 36, 1858, col. 390; cit. A.F. Vaucher, idem, p. 38.
250
The Catholic Encyclopedie, vol. IX, p. 257; cit. A.F. Vaucher, idem.
251
ROBINSON Robert, The History of Baptism, London 1790, p. 132; cit. A.F. Vaucher, idem, p. 41.
Tertulliano diceva a proposito delle lustrazioni pagane: «Il prete, passeggiando l’acqua sacra qua e là, annaffia
case, borgate, templi, ecc.» o.c., capitolo 5, III, p. 243. MIGNE, P.L., I, col. 1204,1205; cit. A.F. Vaucher, idem, pp.
41,42.

Quando la profezia diventa storia 193


CAPITOLO III

fu praticata fino al XIII e anche fino al XIV secolo. Di fatto, non è mai stata
formalmente abbandonata; persiste nella Chiesa greca e in diverse altre Chiese
orientali... Questa nuova forma di battesimo (aspersione) non ha preso il posto
dell’immersione che dopo diversi secoli, senza che una regola ecclesiastica sia stata
stabilita e che si sia rinunciato ufficialmente al rito dell’immersione».252
L’immersione non disparve dalla cristianità; Lutero però cercò di ristabilirla nel
mondo riformato senza riuscirvi.253 L’uso del battesimo dei bambini è così
generalizzato nel mondo evangelico che ha portato il sorgere della Chiesa battista con
lo scopo di riproporre alla cristianità questo insegnamento di Gesù, e in questi ultimi
anni, grazie ai lavori di Karl Barth, finalmente alcune chiese hanno cominciato a ri-
flettere se è coerente ancora per loro continuare secondo la tradizione e sostenere di
rifarsi alla sola Sacra Scrittura. Nella realtà, al di là delle discussioni teologiche, nella
pratica poco o nulla è cambiato.
L’insegnamento dell’Evangelo sul battesimo urta contro l’atteggiamento di molte
denominazioni cristiane e ci porta amaramente a constatare che anche su questa verità
l’abbandono della sana dottrina per molti è palese.254
Conclusione

Il battesimo non fatto nel momento e nella forma presentati dal Nuovo Testamento
non è più il segno esteriore della nuova nascita, come aveva insegnato in forma chiara
e formale il Maestro quando disse: «Andate per tutto il mondo e predicate l’Evangelo
ad ogni creatura. Chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato».255

Conclusione generale

252
LYMAN Coleman, Ancient Christianity Exemplified, Philadelphia 1875, pp. 396,397; cit. A.F. Vaucher, idem, p.
50.
253
SCHAFF Philip, History of the Christian Church, New York 1870, vol. 2, p. 251; cit. A.F. Vaucher, idem, p. 49.
254
In un articolo pubblicato dalla Féderation Protestant de France dove si offrono delle direttive si legge: «In un
primo tempo, e mediante una preoccupazione di onestà, noi proponiamo di mostrare come il battesimo metta in luce
alcune nostre divergenze teologiche e senza dubbio le più importanti. In un secondo tempo, cercheremo di lasciarci
interpellare dall’altro: cosa dobbiamo apprendere da lui? Infine porremo le domande suscitate dalle nostre pratiche
reciproche attuali: non ci confrontiamo noi sul piano pastorale con domande simili o identiche che permettano di
intravedere un superamento delle nostre posizioni tradizionali?» SCHWEITZER Louis, segretario della FPF, in
Christianisme du 20e siècle, sabato 8 dicembre 1990, pp. 6-8. In altre parole: 1a tappa: quali sono le nostre differenze?
2a tappa: Cosa possiamo imparare dagli altri? 3a tappa: Come intravedere il superamento delle nostre posizioni
tradizionali? Una posiziona contraria a: Cosa insegna la Bibbia a tale proposito? Che cosa dobbiamo fare per
conformarci?
Lo stesso autore aggiunge: «Un’attitudine di “battesimo stretto” è sovente vissuto come una obbedienza, come
una fedeltà necessaria alla Parola di Dio. C’è sovente in essa un “io non posso altrimenti” che si deve rispettare. Per
contro i “battisti” devono prendere coscienza che il loro atteggiamento è percepito, a torto o a ragione, come ferente
per la fede dei pedobattisti. Non si tratta che di divergenze teologiche, ma anche di ferita inflitta a dei fratelli e a delle
sorelle...» Idem. In altre parole chi vuole essere fedele all’insegnamento del Signore è considerato come colui che ha
un atteggiamento che tende a ferire il proprio fratello.
255
Marco 16:15,16.

194 Quando la profezia diventa storia


INSEGNAMENTI DIMENTICATI

Concludendo questo capitolo, ricordiamo che Paolo diceva che il mistero


dell’iniquità era all’opera al suo tempo, e già nella chiesa apostolica si infiltravano
insegnamenti che gli apostoli hanno dovuto combattere e contrastare.
Cirillo di Gerusalemme scriveva: «Attualmente vi è l’apostasia, perché gli uomini
si allontanano dalla retta fede».256
La conversione nominale di Costantino, all’inizio del IV secolo, causò grandi
allegrezze; il mondo pagano coperto da un mantello pseudocristiano entrò nella
Chiesa. Da quel momento l’opera della corruzione fece grandi progressi. Il
paganesimo sembrava vinto, ma in realtà era vincitore, il suo spirito dirigeva la
Chiesa e ancora oggi si presenta rinnovato, ma sempre uguale a se stesso.
«Per molto tempo la Chiesa di Roma si è gloriata della sua immutabilità. Bossuet
opponeva ancora alle variazioni del protestantesimo l’invariabilità del dogma
cattolico. Ma la storia dei dogmi ha diroccato la tesi degli antichi controversisti
romani. Attraverso i secoli Roma ha cambiato; si possono seguire le sue dottrine dal
loro primo fiorire fino al loro completo sviluppo. Essa si è allontanata a un grado tale
dal cristianesimo apostolico, che su molti punti essa gli ha fatto esattamente il
contropiede. Per spiegare questi cambiamenti, i più abili tra i controversisti cattolici
moderni hanno adottato la teoria dello sviluppo, immaginata da Joseph de Maistre,
perfezionata dai cardinali Newman e Wiseman, e ridotta in assiomi da Moehler.
Secondo questa nuova teoria, i dogmi della Chiesa sarebbero esistiti in germe
nell’insegnamento apostolico; questi germi si sarebbero sviluppati a poco a poco,
conformemente a delle leggi provvidenziali, in modo da progredire da un secolo
all’altro. La dottrina della Chiesa si sarebbe così arricchita senza alterarsi».257 Oggi si
cerca di trarre dalla Sacra Scrittura delle argomentazioni per spiegare quello che la
tradizione ha realizzato attraverso i secoli. La dialettica sta compiendo un’opera
straordinaria e sgomenta coloro che se ne accorgono.
Il teologo Karl Adam candidamente confessa: «Noi cattolici riconosciamo
facilmente, senza alcuna vergogna, e anche con fierezza, che il cattolicesimo non
potrebbe essere identificato semplicemente e completamente con il cristianesimo
primitivo, neppure con l’Evangelo del Cristo, proprio come una grande quercia non
può essere identificata con una piccola ghianda. Non c’è identità meccanica ma
identità organica».258
Ma se veramente «si paragona il cristianesimo a una pianta di cui l’Evangelo
sarebbe il germe, mentre la Chiesa Cattolica ne offrirebbe lo sviluppo... la
similitudine è esatta? La rassomiglianza è certa?... Quando ho piantato un albero so in
anticipo ciò che produrrà la semenza affidata alla terra. La sua forma, il suo fogliame,
il suo frutto, la sua specie, in una parola, sono determinati da regole precise. Non è la
stessa cosa di una religione come il cristianesimo, d’una istituzione come la Chiesa.
Una quercia non può, crescendo, diventare un olmo, un giglio diventare un rosaio, ma
256
Cirillo di Gerusalemme, La Catechesi, XV: IX.
257
VAUCHER Alfred Felix, Histoire du Salut, 3a ed., Dammarie-Les-Lys 1951, p. 351.
258
ADAM Karl, The spirit of Catholicism, New York 1954, p. 2; cit. VAUCHER Alfred Félix, Supplement Histoire du
Salut, 3a ed., Collonges-sous-Salève 1969, p. 90.

Quando la profezia diventa storia 195


CAPITOLO III

accade spesso, avviene tutti i giorni che un’istituzione cambi a poco a poco spirito,
tendenza, carattere. Il nome resta, ma chi ci garantisce che, sotto questo nome, noi
abbiamo sempre la stessa cosa?.. Il cattolicesimo è il prodotto del cristianesimo; un
prodotto, sono d’accordo, ma un prodotto alterato, una degenerazione, una
corruzione... Il cattolicesimo è meno un prodotto autentico del cristianesimo che una
pianta parassita che vi si è attaccata. E diventato grande con lui, si è nutrito della sua
sostanza, ha confuso i suoi rami con i suoi, ma non ha mai fatto corpo unico con lui.
La quercia differisce, è vero, dalla ghianda dalla quale è uscita, ma almeno esistono
tra loro delle affinità intime. L’albero in germe e l’albero diventato grande non
possono essere di natura opposta. Ora, la Chiesa romana e l’Evangelo di Gesù Cristo
non sono l’una nei confronti dell’altra nello stesso rapporto dell’inizio e dello
sviluppo, sono su molti punti due religioni diverse...».259
Il Concilio di Trento da parte sua «sanzionò tutti gli errori che aveva generato il
Medio Evo, consacrando come legge invariabile tutte le follie dei secoli precedenti
fissandole nella via della menzogna e della rivolta, Roma così per molto tempo
mobile, confermando con tanto di canone, e con terribili anatemi, le dottrine e le
pratiche contro le quali si erano di più elevati i Riformatori, a Trento ha completato la
rottura tra la luce e le tenebre; ha tracciato tra l’errore e la verità una linea di
demarcazione profonda, eterna».260
A Trento «la Chiesa romana, in effetti, non riformò né la sua tradizione, né i suoi
dogmi, né la sua organizzazione. La sua politica fu essenzialmente una politica di
resistenza, una politica di combattimento contro tutte le innovazioni che erano proprie
della Riforma. Che essa sia uscita dalla prova con delle forze rinnovate, questo non
cambiava nulla ai suoi principi né alle regole del suo governo, che essa si gloriava al
contrario di mantenere immutabili».261
Trento fissò la posizione teologica della Chiesa di Roma e il concilio Vaticano II
dopo quattro secoli la confermò con un giuramento firmato dai padri prima
dell’apertura del Concilio. In questo giuramento si legge:
« l) Io riconosco fermamente ed abbraccio le tradizioni apostoliche e gli altri costumi
e regolamenti della Chiesa. Ugualmente, riconosco la Sacra Scrittura nel senso in
cui la nostra santa madre Chiesa l’ha considerata e la considera ancora. A essa
(chiesa) appartiene il giudizio sul vero senso e la spiegazione dei sacri Scritti.
Mai la spiegherò diversamente da come l’hanno unanimemente interpretata i
Padri.
2) Io confesso anche che ci sono, nel senso proprio e vero del termine, sette
sacramenti nella nuova Alleanza, che sono stati istituiti dal nostro Signore Gesù
Cristo e che sono necessari per la salvezza del genere umano, sebbene non lo
siano per tutti, per ogni individuo, cioè: il battesimo, la confermazione,
l’eucarestia, la penitenza, l’estrema unzione, l’ordine, il matrimonio; che essi

259
SCHERER Edmond, Lettres à mon curé, 3’ ed., Paris, pp. 142-144; cit. A.F. Vaucher, idem, p. 90.
260
É. Guers, o.c., p. 602.
261
SÈE H. - REBILLON A., Le XVI siècle, ed. Olio, Paris 1942, p. 35.

196 Quando la profezia diventa storia


INSEGNAMENTI DIMENTICATI

comunicano la grazia e che di essi, il battesimo, la confermazione e l’ordine non


possono essere rinnovati senza sacrilegio. Io accetto e anche approvo tutti i riti
approvati dalla Chiesa nel momento dell’amministrazione solenne dei detti
sacramenti.
3) Io accetto interamente tutto ciò che è stato deciso e dichiarato al Concilio di
Trento sul peccato originale e sulla giustificazione.
4) Io confesso ancora che nella messa è consumato un sacrificio vero ed espiatorio
per i vivi e per i morti, che nel santissimo sacramento dell’eucarestia il corpo ed
il sangue e contemporaneamente l’anima e la divinità del nostro Signore Gesù
Cristo sono realmente e veramente presenti, che si produce una trasformazione di
tutta la sostanza del pane nel corpo e di tutta la sostanza del vino nel sangue.
Questa trasformazione, la Chiesa cattolica la chiama transubstantiatione. Io
confesso inoltre che il Cristo tutto intero ed il vero sacramento sono presenti pure
sotto una sola specie.
5) Io ritengo fermamente che esiste un purgatorio e che le anime che vi sono chiuse
trovano un soccorso nella preghiera dei credenti.
6) Io credo anche fermamente che si devono venerare e invocare i santi che regnano
con il Cristo, che essi apportano per noi delle preghiere a Dio, che si devono
venerare le reliquie. Affermo fermamente che si devono avere e conservare delle
immagini del Cristo, della madre di Dio sempre vergine, anche degli altri santi,
che si deve a loro testimoniare il rispetto e la venerazione che è loro dovuta.
7) Io dico anche che il Cristo ha dato alla Chiesa pieno potere per le indulgenze, e
che il loro uso apporta una grande benedizione al popolo cristiano.
8) Io riconosco la santa chiesa romana, cattolica ed apostolica, come la madre e l’e-
ducatrice di tutte le Chiese; io prometto e giuro vera obbedienza al papa romano,
successore di san Pietro, il principe degli apostoli e vicario di Gesù Cristo.
9) Io accetto anche senza elevare alcun dubbio e confesso tutte le altre cose che
sono state trasmesse, decise e dichiarate dai santi Concili ecumenici, prima di
tutto dal santo Concilio di Trento e dal Concilio ecumenico Vaticano I,
particolarmente in ciò che concerne il primato del vescovo di Roma ed il suo
magistero infallibile.
10) E nello stesso modo: io condanno, biasimo e dico anatema tutto ciò che è in
contraddizione con questo e tutte le false dottrine che la Chiesa ha condannato,
rigettato e anatematizzato. Questa vera fede cattolica, al di fuori della quale
nessuno può essere salvato, che io confesso qui liberamente e alla quale tengo
fermamente, voglio conservarla costantemente e confessarla, pura e immacolata
fino all’ultimo soffio della mia vita, e veglierò, nella misura in cui ciò dipende da
me, affinché sia conservata, insegnata e predicata dai miei subordinati o da
coloro di cui io dico di aver cura in virtù del mio ufficio. Lo prometto, ne faccio
voto e lo giuro. Che Dio ed i suoi santi angeli mi vengano in aiuto».262

262
Le Messager, 20.11.1963.

Quando la profezia diventa storia 197


CAPITOLO III

Paolo VI, all’apertura della III sessione del Concilio, il 14 settembre 1964, nel suo
discorso ripeté sin dall’inizio solennemente e a ben quattro volte: «Hic revera est
Ecclesia. Nos ipsi hic Ecclesiam efficimus» - La Chiesa è realmente qui, siamo noi
che abbiamo fatto la Chiesa.
Il Concilio è stato caratterizzato da una costante e forte autocritica, talvolta molto
audace: in quasi ogni congregazione generale si levarono padri per fare una severa
disamina dell’organizzazione della Chiesa, del tenore di vita dei vescovi, del
predominio della gerarchia, della superstizione nella pietà popolare, della passività
dei fedeli nella celebrazione della messa e delle deficienze di altri aspetti della vita
ecclesiastica cattolica, senza però intaccare con i loro interventi la dottrina della
Chiesa.
La visione che oggi offre il cristianesimo moderno dimentica alcuni insegnamenti
biblici e allora viene naturale pensare «che il cristianesimo fu un movimento religioso
di lunga mano preparato dalle condizioni di civiltà che si erano venute creando nella
società mediterranea fin dall’epoca della fondazione delle grandi monarchie per opera
dei successori di Alessandro. ... Il cristianesimo fu una formazione composita, un
prodotto ibrido, un incontro di affluenze diverse se non addirittura eterogenee».263
Se questo è quanto si può affermare della Chiesa di maggioranza, dobbiamo anche
riconoscere onestamente che i tre aspetti con i quali abbiamo cercato di presentare
questi insegnamenti dimenticati coinvolgono ancora oggi le Chiese cristiane. Venga
presto il tempo in cui: «Avendo aperto il cuore all’amore della verità per essere
salvate» lascino l’errore, la «tradizione» e la menzogna per servire veramente il
Signore Gesù Cristo.
«Poiché la Scrittura è la regola di ogni verità, ... non è lecito agli uomini e neppure
agli angeli aggiungere, diminuire o cambiare alcunché. Ne segue che né antichità, né
costumi, né la moltitudine, né la sapienza umana, né i giudizi, né le dichiarazioni, né
gli editti, né i decreti, né i concili, né le visioni, né i miracoli devono essere in
opposizione a questa Scrittura; ma al contrario ogni cosa deve essere esaminata,
regolata e riformata in accordo con essa».
È ora ormai che questa dichiarazione di fede di la Rochelle trovi la sua
realizzazione.

263
GENTILE Panfilo, Storia del Cristianesimo, Milano 1975, pp. 9,10.

198 Quando la profezia diventa storia


INSEGNAMENTI DIMENTICATI

Quando la profezia diventa storia 199


Capitolo IV

COME DIO VEDE LA STORIA

Posta nel cuore della Germania, Norimberga fu nel


passato un grande centro commerciale e un
focolaio artistico di prim’ordine. Nel XVI secolo, fu
la prima città ad accettare la fede evangelica.

Nel 1607 Léonard Kern per ornare le due porte


monumentali del Rathaus o Municipio, di questa
città storica, ha scolpito Nebucadnetsar seduto
vicino al leone alato, simbolo di Babilonia; Ciro
accanto all’orso, simbolo della Persia, Alessandro
il Grande vicino al leopardo greco; Giulio Cesare
vicino alla bestia romana con le dieci corna.

Incendiato durante la seconda guerra mondiale, il


Municipio conserva tuttavia la sua facciata quasi
intatta. Le quattro sculture sussistono come una
illustrazione silenziosa della permanenza della
profezia ispirata.

Introduzione

Il profeta Daniele riprende quanto esposto al capitolo II, dove le quattro monarchie
universali sono rappresentate dalla statua tetrametallica “d’uno splendore
straordinario” ma di un “aspetto terribile”, al capitolo VII, sotto l’emblema di quattro
bestie feroci, manifestazione della realtà intrinseca dell’uomo con i suoi vizi, le sue
idolatrie e la sua brutale tirannia, la sua separazione da Dio. All’animale manca la
dimensione spirituale.
In natura queste bestie non esistono.1 Di loro viene detto che sono simili, ma non
sono un leone, un orso e un leopardo. Sono degli animali particolari perché rispetto

1
Si è pensato che le bestie di Daniele storicizzassero gli antichi miti che opponevano Dio alle forze del male. Si è
pensato quindi che sia evidente che l’agiografo si sia riferito alle concezioni mitiche secondo le quali il mare sia
abitato da mostri ostili alla divinità babilonese Marduk e a Baal delle concezioni ugaritiche. Scrive DELCOR Mathias
direttore de l’Ecole Pratique des Hautes Etudes: “Per quanto curiosa possa sembrare l’origine delle quattro bestie
danieliche, non si spiega direttamente attraverso la mitologia babilonese o ugaritica. Secondo l’Enuma elis Tiâmat ha
generato l’Idra, il drago rosso, il Iahâmu, il leone-grande, il lupo-schiumante, l’uomo-scorpione, le tempeste furiose,
l’uomo-pesce e il capricorno. Questi mostri tuttavia, non corrispondono affatto alle quattro bestie descritte da Daniele.
Neppure la mitologia ugaritica è in grado di spiegare l’origine di queste quattro bestie e nemmeno quella della quarta,
dotata di dieci corna, giacché la bestia ugaritica, l’Itm, ne possiede sole sette. Si è dimostrata la necessità di ricercare il
prototipo degli animali fantasiosi di Daniele nei segni zodiacali o nel dedekaoros, cioè nell’astrologia antica ostile a
Dio e generatrice dei mostri poté essere preso ad imprestito dei miti antichi” Studi sull’Apocalittica, ed. Paideia,
Brescia 1987, pp. 175,176. Tutti i tentativi fatti per accostare le bestie di Daniele a pensieri che non hanno la loro
origine nella rivelazione sono falliti.
CAPITOLO IV

agli animali del nostro mondo che uccidono per mangiare, essi uccidono per uccidere,
non mangiano per vivere, ma vivono per mangiare. Essi raffigurano il potere umano.
L’uomo, rivoltato nei confronti di Dio, non riflette più l’essere originale, non è più
un Uomo e quindi “l’umanità separata da Dio è rappresentata, non secondo la sua
apparenza ingannatrice, ma quale essa è in realtà, cioè sotto i tratti di animali selvatici
e senza ragione. Solo nella prospettiva del Regno di Dio l’uomo realizza veramente il
suo essere e la sua destinazione; solo dall’alto può venire il vero Figlio dell’uomo...
Una bestia può essere potente, può essere terribile e più forte di qualsiasi uomo... essa
può dare prova anche di molta intelligenza; ma il suo sguardo è sempre rivolto alla
terra, essa non intende la voce della coscienza e non mantiene alcun rapporto con Dio.
Ciò che fa la grandezza vera dell’uomo, è la sua umiltà e la facoltà di riconoscere la
volontà di Dio che lo eleva verso cose superiori a quelle che sono terrene”.2
Per Nebucadnetsar, abbagliato dal fasto delle ricchezze e che vede le cose solo
nella loro apparenza, il regno degli uomini è un metallo brillante e il regno di Dio una
pietra insignificante, ma per Daniele, quale figlio di Dio, che può penetrare la realtà
intima di queste potenze politiche, le potenze del mondo senza Dio e nemiche di Dio,
non hanno nulla della dignità umana.
“Non è un caso - e la loro storia ne fornisce la prova - che la maggior parte degli
Stati abbiano una bestia feroce nei loro stemmi”.3
Un giorno il re di Babilonia Nebucadnetsar, contemplando dalla sua terrazza la
grande città, fu avvinto dal suo orgoglio (il peccato non è altro che la folle esaltazione
di sé), non riconobbe più Dio al di sopra di sé ed esclamò: “Non è questa la grande
Babilonia che io ho edificato come residenza reale con la forza della mia potenza e
per la gloria della mia maestà?”. Ma il re aveva ancora la parola in bocca, quando una
voce discese dal cielo e disse: “Sappi, o re Nebucadnetsar, che il tuo regno t’è tolto e
tu sarai cacciato di fra gli uomini, la tua dimora sarà con le bestie dei campi...”. Ciò
avvenne e durò per sette tempi finché egli non riconobbe che l’Altissimo domina sul
regno degli uomini.4

“Nel primo anno di Beltsatsar, re di Babilonia,5


Daniele, mentre era a letto, fece un sogno, ed ebbe delle

2
AUBERLEN Karl, Le prophète Daniel et l’Apocalypse de S. Jean, Lausanne 1880, pp. 52,53.
3
HAERING GERRIT Jean, Dieu et César, Paris 1933, p. 150.
4
Daniele 4:30-32,25.
5
Sono diverse le date che vengono proposte. È importante sapere l’anno in cui il principe ereditario sia stato
associato al trono:
- 553 a.C. sembra preferita dal SDA Bible Commentary, vol. IV, p. 746 .
- 552 indicata da: Ch. BOUTFLOWER, p. 302; J.B. PAYNE, Encicl...., p. 381;
- 550-549 e
- 548-547 sono proposte da HASEL G.-F., The First and third years..., pp. 153-168;
- 541 S.N. HASKELL, nel 1908, p. 73;
- 540 suggerita da J. VUILLEUMIER, p. 111;
Secondo un poema babilonese pubblicato da Sidney SMITH, Babylonian History Texts, London 1924, pp. 83-91,
Nabonide nel suo terzo anno (553 a.C.), aveva intrapreso una spedizione contro Tema in Arabia, “gli confidò la
regalità”.

200 Quando la profezia diventa storia


COME DIO VEDE LA STORIA

visioni nella sua mente. Poi scrisse il sogno, e narrò la


sostanza delle cose. Daniele dunque prese a dire: “Io
guardavo, nella mia visione notturna, ed ecco scatenarsi sul
mare grande i quattro venti del cielo. E quattro grandi
bestie salirono dal mare, una diversa dall’altra. La prima
era come un leone, ed aveva delle ali d’aquila. Io guardai,
finché non le furono strappate le ali; e fu sollevata da terra,
fu fatta stare in piedi come un uomo, e le fu dato un cuore
d’uomo. Ed ecco una seconda bestia, simile ad un orso;
essa si rizzava sopra un lato, aveva tre costole in bocca fra
i denti; e le fu detto: ‘Levati, mangia molta carne!’ Dopo
questo, io guardavo, ed eccone un’altra simile ad un
leopardo, che aveva addosso quattro ali d’uccello; questa
bestia aveva quattro teste, e le fu dato il dominio.
Dopo questo, io guardavo, nelle visioni notturne, ed
ecco una quarta bestia spaventevole, terribile e straordina-
riamente forte; aveva dei denti grandi di ferro; e divorava e
sbranava e calpestava il resto con i piedi; era diversa da
tutte le bestie che l’avevano preceduta e aveva dieci
corna...””.
L’angelo spiega a Daniele: “Queste quattro grandi
bestie, sono quattro re che sorgeranno dalla terra; poi i
santi dell’Altissimo riceveranno il regno e lo possederanno
per sempre, d’eternità in eternità”... ed egli mi parlò così:
“La quarta bestia è un quarto regno sulla terra, che
differirà da tutti i regni, divorerà tutta la terra, la
calpesterà e la frantumerà. Le dieci corna sono dieci re che
sorgeranno da questo regno...””.6

Daniele nella sua visione vide scatenarsi sul “Mar Grande” dei venti. Nel
linguaggio ordinario degli Ebrei, il Mar Grande è il Mediterraneo7, il Mare Nostrum,
mare che per molto tempo e ancora ora è il centro geografico attorno al quale hanno

6
Daniele 7:1-7,17,23,24.
“Contrariamente a quelle dei capitoli 2 e 4, questa prima visione, accordata personalmente e unicamente a
Daniele, segna in un modo molto netto l’inizio del suo ministero in qualità di profeta. Essa si presenta per
conseguenza come la visione iniziale di questo ministero profetico che durerà per i quindici ultimi anni della sua vita.
É perciò normale considerare le visioni e le profezie che gli furono accordate in seguito come delle elaborazioni
fondate su questa prima visione” SHEA William, Le Jugement en Daniel 7, in AA.VV., Prophétie et Eschatologie,
Conférences Bibliques Division Eurafricaine, Séminaire Adventiste du Salève 1982, p. 134.
7
Come traduce La Bibbia della CEI. La stessa precisione la troviamo in Th. BOUTFLOWER, p. 213; D. FORD,
Daniel, pp. 142,184; G.S. MENOCHIO, Biblia..., Paris 1660, p. 479; Rob. ANDERSON, 5a ed., p. 277; G. BAGLIO, p. 56;
É. GUERS, Israel..., p. 72; R.G. NOYES, vol. II, 1890, p. 399; W.C. STEVENS, p. 94; Ch.H.H. WRIGHT, Daniel..., 1906, p.
147.
Il grande mare non è l’Oceano come hanno scritto S. CAHEN, p. 35 e C.D. GINSBURG, p. 70

Quando la profezia diventa storia 201


CAPITOLO IV

gravitato i grandi imperi e sulle rive del quale le monarchie universali si sono sedute.8
Questo Mare segna ancora il confine tra i Paesi del Nord e i Paesi del Sud del mondo.
Il mare o le acque nel linguaggio apocalittico sono “il simbolo naturale della
massa dell’umanità, specialmente della umanità pagana, nel seno della quale si
formano i diversi imperi”.9
I quattro venti del cielo che soffiano sul gran mare raffigurano le rivoluzioni
politiche che sollevano i popoli come le onde del mare. Le invasioni degli eserciti
nemici sono paragonate nella parola dei profeti al vento ardente, ad un turbine che
tutto disperde.10 Tutti questi avvenimenti sono sempre però sotto il controllo di Dio e
quindi il credente può guardare al presente e al futuro con fiducia.11
Da questa lotta di eserciti, invasioni di popoli e di passioni, che hanno la loro
prima origine nel cuore dell’uomo, sorgono quattro bestie. Da queste acque-popoli
sorgono degli animali e gli animali sono stati in Oriente i simboli dei re, degli imperi,
delle nazioni. Simbologia questa che risale ai tempi più lontani.12
“Le bestie rappresentano dei re e una successione di re o, in altri termini, delle
dominazioni, dei regimi, dei regni o degli imperi idolatri, opposti o indifferenti al
Regno di Dio. Questi imperi sono rappresentati sotto l’immagine di bestie, per far
notare che le passioni ne sono il principale movente... È da rilevare che queste bestie
indicano le “sovranità o monarchie universali”. Daniele le considera tanto nel loro
capo quanto nell’insieme dei loro successori. In tal modo, le quattro bestie
rappresentano quattro re e la serie dei re che continuano la loro dominazione o il loro
regno. Chiaramente, nel testo, le bestie indicano dei re.13 L’interprete della visione
dice a Daniele: “Queste quattro grandi bestie, sono quattro re (malkin)”. Ma le
traduzioni antiche o moderne hanno tradotto per “quattro regni”. Esse hanno
compreso, in effetti, che si tratta qui, non solamente di un individuo, ma della serie
dei re che si riallacciano a lui. Così l’angelo ci fa comprendere che, con la parola “re”,
intende il seguito dei successori di questi re: “La quarta bestia è un quarto regno”14.
Le bestie rappresentano, dunque, non solamente il primo re indicato dalla visione, ma
anche una “dominazione” (malku) successivamente occupata da diversi re.15 È così
che al capitolo II il dominio o il regno dei Medo Persiani, dei Greci e dei Romani è
indicato dalla parola malku (regno) che, nel capitolo VII, viene rappresentato da una

8
Osea 13:7,8.
“Il mare, secondo la concezione biblica e la mentalità dei popoli dell’antico Oriente (confr. l’Epopea di
Enumaelish (Babilonia); la battaglia di Ba’al col Mare (Ugarit), vol. I, pp. 38,102,241), è il simbolo della ribellione e
della sollevazione contro Dio (Isaia 17:12; Geremia 5:22; Salmo 46:47; 89:10). Pertanto le fiere uscite dal mare
hanno pure un carattere di ostilità nei confronti di Dio” SCHEDL Claus, Storia dell’Antico Testamento, vol. IV, tradotto
da Pietro CANOSA, ed. Paoline, Roma 1966, p. 69.
9
CRAMPON Auguste Joseph Théodore, La Sainte Bible, t. V, Daniel, p. 685. Vedere Apocalisse 17:15; Isaia
17:12;2 7:1; Geremia 46:7, Ezechiele 26:3.
10
Geremia 4:11-13; 49:36.
11
Salmo 65:7.
12
Isaia 27:1; Ezechiele 29:3; 32:2.
13
Daniele 7:17.
14
Daniele 7:23.
15
Daniele 8:20,21.

202 Quando la profezia diventa storia


COME DIO VEDE LA STORIA

bestia simbolica. Ogni regno (regime) è così rappresentato come una unica bestia,
sebbene comprenda più persone diverse, poiché tutte queste persone sono considerate
come dei membri di uno stesso corpo, che concorrono a una specie di unità, ... mossi
da uno stesso spirito, per uno stesso regime nazionale... Il dottor Pusey dice molto
bene, a questo proposito: “In queste profezie, il re rappresenta il regno, e il regno è
concentrato nel re".16
Notiamo anche che le bestie simboliche stabiliscono tra i domini (regno o reame)
che esse personificano delle differenze etniche. Ogni bestia indica un cambiamento
politico e il trasferimento della dominazione, della regalità, del regno a una nazione
diversa. Le quattro bestie hanno un carattere comune: sono delle bestie; ma
rappresentano dei tipi diversi”.17
“La differenza di queste bestie non consiste nel grado di potere che è loro
accordato, - poiché tutte simboleggiano delle monarchie universali, - bensì nel
carattere della loro potenza. Come ogni bestia ha la sua organizzazione e le sue
caratteristiche proprie, così ognuno di questi imperi ha uno spirito e un modo di agire
particolare”.18

Primo impero.
Rappresentato da un animale simile ad un leone con ali d’aquila:
Babilonia

“Il leone è il più nobile dei mammiferi selvatici e l’aquila il più nobile degli
uccelli: queste caratteristiche ricordano l’immagine della testa d’oro, il più nobile dei
metalli, immagine applicata espressamente a Nebucadnetsar”.19 Geremia ed Ezechiele
già avevano descritto la potenza babilonese con queste figure.20
Gli altorilievi di Ninive e Babilonia rappresentano spesso questa specie di animale
composto che molte volte viene esibito nell’ingresso dei palazzi e dei templi. Con
questo animale si voleva così raffigurare il potere di Babilonia, i suoi attacchi
impetuosi, la sua rapidità nelle conquiste e la violenza delle deportazioni, la sua
altezza di genio e la potenza del suo volo.
Simile all’aquila che trasporta lontano la sua preda, Babilonia planava sulle
popolazioni. S’abbatteva come dall’alto delle nuvole sulle loro città più forti, e
quando le aveva prese era contemporaneamente un’aquila e un leone sulla sua preda.
Nulla l’arrestava nelle sue conquiste, né le montagne, né i fiumi, né le muraglie più
inespugnabili.

16
PUSEY Edward Bouverie, Daniel the prophet. Nine Lectures, Delivered in the Divinity Shool of the University of
Oxford, Oxford 1864, pp. 78, 79; cit. da FABRE d’ENVIEU Jules, Le Livre du Prophète Daniel, t. II, Paris 1880, p. 565.
17
J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, pp. 564,565.
18
La Bible Annotée, Ancien Testament, t. II, Les Prophètes - Daniel, Paris-Genève, p. 285.
19
A. Crampon, o.c., p. 686.
20
Geremia 59:19,22; Ezechiele 17:3.

Quando la profezia diventa storia 203


CAPITOLO IV

Queste ali d’aquila che vengono strappate, i commentatori le comprendono come


un atto violento, col quale si suole designare il periodo in cui Nebucadnetsar cessò le
sue conquiste per darsi alle arti e alla pace, dando al suo regno un carattere più
umano. Il cuore d’uomo raffigura il cambiamento religioso che si operò in lui negli
ultimi anni del suo regno nel riconoscere la sovranità del Dio d’Israele.21
Già da quando Nebucadnetsar fu tolto dalla scena, prima con la sua malattia
mentale che durò sette tempi e poi con la morte che lo seguì da vicino, i suoi eserciti
cessarono di volare come aquile; essi subirono sconfitte continue e le sue conquiste
gli vennero rapite una dopo l’altra.22
Le ali che vengono strappate e l’offerta del cuore simile a quello d’uomo possono
riferirsi anche “agli ultimi anni dell’Impero Babilonese, indebolito e cadente sotto i
colpi dei Medo-Persiani; non è più un leone vigoroso, né l’aquila rapida che tocca
appena la terra, ma l’uomo debole e mortale, incapace di difendersi contro la seconda
bestia”.23
Come abbiamo detto sopra, un animale non rappresenta un re singolo, ma un regno
nel quale i discendenti di Nebucadnetsar non sono che i continuatori. Come nella
statua questo regno è rappresentato dalla testa, così qui è rappresentato da questo
animale e non è quindi possibile far partire il susseguirsi degli imperi da uno
precedente a quello di Babilonia.
Al tempo in cui Daniele scrive, “la monarchia babilonese era di già apparsa ed era
giunta quasi alla sua fine; lo scrittore sacro si esprime ugualmente al futuro a causa
delle altre tre, che appariranno in avvenire”.24

Secondo impero.
Rappresentato da un animale simile a un orso ritto su un lato con tre
costole in bocca: Medo-Persia

Il secondo animale che Daniele vede sorgere è simile ad un orso che si rizza su un
lato ed ha tre costole in bocca. Questo animale tozzo, lento nei movimenti e di grande
ferocia rappresenta l’Impero Medo-Persiano che corrisponde, nella statua, al petto e
alle braccia d’argento.
“L’ordine “levati”, non deve fare concludere... che l’animale fosse accovacciato,
poiché usciva proprio in quel momento dal mare. Questa apostrofe ha quindi, come
spesso accade, il senso di “Andiamo! avanti!”25 “Mangia molta carne!” è l’emblema
dell’avidità con la quale questo secondo impero si impossesserà delle ricchezze dei

21
La Bible Annotée, o.c., t. II, p. 285. Confr. Daniele 2:47; 3:28; 4:34.
22
GAUSSEN Louis, Daniel le Prophète, t. II, Paris 1848, pp. 30,31.
23
A. Crampon, o.c., p. 686.
24
Idem, p. 689.
25
Giudici 8:20.

204 Quando la profezia diventa storia


COME DIO VEDE LA STORIA

popoli conquistati. L’ordine significa: “Compi il tuo ruolo nella storia! Nessun
ostacolo ti arresta!””.26
Mentre i Caldei trasportavano lontano i popoli vinti, i Medo-Persiani, senza
toglierli dalle loro terre, li calpestavano sotto i piedi, dimostrando grande crudeltà
nella loro guerra.
Gli storici dicono che i Persiani furono i più barbari di tutti i popoli conquistatori.
Per caratterizzarli si sono dovuti adottare dei paragoni con gli animali selvatici.
“Nulla caratterizza meglio la nazione persiana delle sue leggi criminali. Esse si
distinguevano per la crudeltà delle pene: i colpevoli venivano scorticati e seppelliti
vivi. C’era più crudeltà ancora nelle mutilazioni che i persiani si compiacevano
d’infliggere. Il persiano Ciro era, secondo la testimonianza di Senofonte, il persiano
che dopo il vecchio Ciro si mostrò più degno dell’impero: possedeva tutte le virtù
d’un gran re. A causa dello zelo con il quale esercitava la giustizia, lo storico greco
dice che le grandi strade erano affollate d’uomini mutilati ai piedi, alle mani, agli
occhi. Dopo la presa di Babilonia (Dario) fece mettere in croce 3000 abitanti tra i più
distinti della città... Serse sorpassò Dario in crudeltà... Seneca riporta che un re
persiano fece tagliare il naso a tutto un popolo. L’antichità tutta intera ha mancato
d’umanità; ma un disprezzo della personalità umana, tale quale scaturisce dalla
condotta dei persiani, non si trova più nella storia”.27
Questa bestia si “rizzava sopra un lato” o essa “aveva un lato più alto”.
Questa immagine corrisponde al montone del capitolo VIII che aveva due corna,
uno più alto dell’altro, indicando così che la componente etnica persiana aveva un
ruolo preponderante rispetto a quella meda.
Tronchon dice che l’orso medo-persiano ha due lati: “L’uno, il lato medo, resta a
riposo; l’altro, il lato persiano, si alza e diventa più alto del primo”.28
Le tre costole in bocca rappresentano “le conquiste della parte occidentale, della
parte settentrionale e della parte meridionale”29: la Lidia, Babilonia, l’Egitto
conquistati rispettivamente nel 546, 538 e 525 a.C. Sono territori che non vengono
considerati come facenti parte del corpo della bestia, cioè dell’estensione geografica
del proprio impero.30
Per un certo numero di esegeti moderni l’orso rappresenterebbe la potenza meda e
la terza bestia (il leopardo alato) quella persiana. Questa spiegazione urta però contro
la realtà storica ed il testo biblico.
La storia non conosce che un Impero Medo-Persiano unico, nel seno del quale
l’autorità appartenne dapprima alla dinastia meda, poi alla dinastia persiana. M.

26
La Bible Annotée, o.c., t. II, p. 286.
27
LAURENT F., Histoire du Droit des gens, t. I, pp. 438,439 t. II, p. 176; cit. da VUILLEUMIER Jean, Les prophéties de
Daniel, Genève 1906, pp. 118,119.
28
Cit. da A. Crampon, o.c., p. 686; La Bible Annotée, o.c., t. II, p. 286.
29
La Bible Annotée, idem.
30
Vedere il nostro Capitolo VII.

Quando la profezia diventa storia 205


CAPITOLO IV

Maspéro, d’accordo con M. Rawlinson,31 dopo aver raccontato i dissensi in seguito


alle quali Ciro (persiano) prevalse su Astiage (medo), si esprime in questi termini:
“Fu un cambiamento di dinastia piuttosto che una conquista straniera. Astiage ed i
suoi predecessori erano stati re dei Medi e dei Persiani; Ciro e i suoi successori furono
re dei Persiani e dei Medi”.32 I Medi più civilizzati giocarono un ruolo di primo piano
finché più tardi i Persiani non ebbero un ruolo di preminenza e furono descritti come
l’elemento preponderante.33
Il libro di Daniele insiste a varie riprese nel presentare questo impero come unico.
Al re Beltsatsar Daniele annuncia che il regno di Babilonia viene dato ai “Medi e ai
Persiani”.34 L’angelo dice al profeta: “Il montone che hai veduto, rappresenta il re di
Media e di Persia”35, Dario il medo promulga un decreto conformemente alla “legge
dei Medi e dei Persiani”36, al capitolo XI:1 l’angelo dice che Dario è il re medo, e al
verso 2 dice che sorgeranno ancora in Persia tre re e “questo prova che ai suoi occhi
Dario il medo è contemporaneamente re dei persiani”.37
Ai tempi della regina Ester, sebbene la dinastia fosse ormai persiana, si parlava
ancora delle “Cronache dei re di Media e di Persia”38 mantenendo l’antico titolo che
poneva i Medi al primo posto. Nel terzo anno di regno, Assuero riunì il suo “esercito
di Persia e di Media”.39
Nelle varie iscrizioni di Dario Istarpe “i Persiani e i Medi vi sono menzionati come
due etnie unite in un solo popolo: “L’armata dei Persiani e dei Medi che erano con
me”, “io inviai una armata di Persiani e di Medi”, “nessun uomo, né persiano né
medo, l’avrebbe spodestato””.40
Vedere nell’orso qualcosa di diverso e di disgiunto dalla monarchia medo-persiana
è un errore storico ed esegetico.
Scrive J. Doukhan: “Molto presto nella tradizione giudaica si è riconosciuta,
attraverso questa rappresentazione dell’orso di Daniele VII, una allusione ai Persiani.
Poiché, commenta con un certo sorriso il Talmud: “I Persiani mangiano e bevono
come l’orso, hanno dei capelli lunghi come l’orso, sono agitati come l’orso”.41 Un
altro passo talmudico chiama l’angelo tutelare di Persia “l’orso di Daniele”42”.43

31
MASPERO M., Histoire ancienne des peuples de l’Orient, p. 509; RAWLINSON M., Ther five great monarchies, t. II,
3a ed., London 1873, pp. 422,426.
32
La Bible Annotée, o.c., t. II, p. 286; A. Crampon, o.c., p. 686.
33
Vedere BENOIT Pierre de, Le prophète Daniel, Paris 1941, 20.
34
Daniele 5:28.
35
Daniele 8:20.
36
Daniele 6:8,12,15.
37
La Bible Annotée, o.c., t. II, p. 286.
38
Ester 10:2.
39
Ester 1:3.
40
Cit. da J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, p. 645.
41
Kidd, 72a.
42
Yoma 77a.
43
DOUKHAN Jacques, Le soupir de la terre, ed. Vie et Sante, Dammarie-les-Lys 1993, p. 146.

206 Quando la profezia diventa storia


COME DIO VEDE LA STORIA

Terzo impero.
Rappresentato da un animale simile ad un leopardo con quattro teste e
quattro ali d’uccello: Grecia

Il terzo animale rappresenta il regno greco-macedone che conquistò il mondo a


volo d’uccello. La velocità del quadrupede è rafforzata da quella dell’uccello. Sembra
conquistare il mondo senza toccare terra, dirà qualche anno dopo lo stesso Daniele.44
Già “Teodoreto faceva notare che la visione designa il regno macedone e che
Alessandro è stato convenientemente comparato ad una pantera, a causa della sua
prontezza, della sua rapidità, della mobilità del suo carattere e delle sue passioni”.45
“Il leopardo è piccolo, ma intrepido: s’attacca a tutto ciò che incontra e nulla lo
ferma. Alessandro era piccolo di taglia; il suo regno primitivo della Macedonia era
piccolo; non aveva che un piccolo esercito contro 150.000 uomini al Granico; contro
400.000 a Isso e contro gli 800.000 ad Arbela... Come il leopardo, era senza posa,
inquieto, agitato, intrattabile, insoddisfatto; e questo carattere si è trovato in quasi tutti
i suoi successori”.46
“Non aveva 21 anni quando tutti gli Stati della Grecia lo nominarono generale dei
Greci, per attaccare il potente impero dei Medi e dei Persiani. Nell’anno successivo
passa in Asia e rovescia tutto sul suo cammino; marcia, o piuttosto vola come una
tempesta; le città più munite cadono davanti a lui; gli eserciti più formidabili sono
distrutti in un giorno; la potente Tiro è bruciata; Gaza è annientata; l’Egitto è con-
quistato in qualche settimana; Babilonia apre le sue porte; lo sfortunato re dei Medi e
dei Persiani, lungamente inseguito, cade trafitto di colpi; e in 5 anni di guerra rapida e
vittoriosa come non si vide mai, questo giovane principe, appena all’età di 26 anni,
sale sul trono di Nebucadnetsar e di Ciro, si vede monarca del mondo e si fa chiamare
“il padrone della terra e del mare””.47
Questo animale, a differenza degli altri, aveva quattro teste.
“Esse non indicano solamente che la potenza del terzo impero deve estendersi
verso i quattro punti della terra o verso i quattro punti cardinali, cioè su tutta la terra,
a seguito della formula dei re di Babilonia e di Ninive, che si davano il titolo di “re
delle quattro regioni”. Ma nel nostro testo queste quattro teste simboleggiano i

44
Daniele 8:4.
45
cit. J. Fabre d’Envieu, idem, pp. 650,651.
46
L. Gaussen, o.c., t. II, p. 40. Le cifre che l’antichità ci trasmette relative alla consistenza numerica degli eserciti
possono anche non essere esatte, ma indicative per far comprendere lo spiegamento delle forze.
47
Idem, t. I, p. 136.

Quando la profezia diventa storia 207


CAPITOLO IV

quattro capi, i quattro generali di Alessandro che formeranno i quattro regni, i quali
continueranno l’impero ellenico di Alessandro o l’impero macedone”.48
Questi quattro regni furono quelli di Macedonia, Tracia, Egitto e Siria.49
“In effetti, l’impero di Alessandro non è esistito come impero a parte e distinto
dalle monarchie greche che ne uscirono. Il fondatore morì prima di potere organizzare
il suo nuovo Stato; venti anni dopo, le sue conquiste passarono a quattro dei suoi
generali che le divisero prendendo il titolo di re.
É questo che indica il testo stesso, facendo apparire la terza bestia con le sue
quattro teste, ancora prima di dire che la dominazione gli fu data. Essa appare
all’inizio della visione profetica nella forma sotto la quale si è realizzata
storicamente”.50 Questo modo di vedere è confermato al capitolo seguente di Daniele.
Con questa bestia è rappresentata tutta la storia dei vari regni dell’Impero Greco-
Macedone.

Quarto impero.
Rappresentato da un animale che non ha riscontro nel creato: Roma

Critica all’identificazione con il regno seleucida ed altre speculazioni

Critica all’identificazione della quarta bestia con il regno seleucida51

L’esegesi “razionale” moderna o liberale vuole vedere in questa quarta bestia il


regno dei Seleucidi sorto dalla divisione in quattro del regno di Alessandro.52
“La forza straordinaria che le è attribuita non permette di vedervi né l’insieme
delle monarchie sorte dall’impero di Alessandro, né uno di esse: quello della Siria”.53
La quarta bestia viene descritta come spaventevole, terribile e straordinariamente
forte, quindi superiore a tutte le precedenti. Il regno Seleucida ha avuto dei confini
geografici limitati facenti parte dell’impero conquistato da Alessandro Magno e non
ha superato né i limiti di questo impero, né la sua forza.
Dopo la quarta bestia, il testo biblico dice che il regno viene dato ai santi
dell’Altissimo senza intervallo di tempo. Le profezie di Daniele, a differenza di quelle
degli altri profeti biblici, sono cronologiche e concatenate, non lasciano quindi
intervalli di tempo più o meno lunghi.
“É inammissibile confondere questo quarto impero con il regno dei Seleucidi...
Questo errore esegetico si spiega unicamente con l’idea preconcetta di numerosi

48
J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, p. 581.
49
Vedere a tale proposito il nostro Capitolo XI.
50
La Bible Annotée, o.c., t. II, p. 287.
51
Per una presentazione sistematica di questa identificazione nel libro di Daniele, vedere Appendice n. 4.
52
Vedere nota n. 64 per una più ampia trattazione anche delle diverse posizioni.
53
La Bible Annotée, o.c., t. II, p. 288.

208 Quando la profezia diventa storia


COME DIO VEDE LA STORIA

critici che sono incapaci di sbarazzarsi della concezione insostenibile che il libro di
Daniele si riferisca esclusivamente all’epoca di Antioco Epifane...”.54
L’avvocato Amedée Nicolas dice: “Questa bestia è evidentemente l’Impero
Romano che si eleva dopo l’Impero Greco, e fu molto più esteso e potente di questi
tre imperi che l’avevano preceduto. Holzhauser pensa che questo quarto impero sia
quello di Maometto. Noi non possiamo ammettere questo, neppure come semplice
ipotesi; (troppi secoli d’intervallo trascorrerebbero tra l’Impero Greco e quello di
Maometto e quindi non ci sarebbe una continuazione logica) bisognerebbe, in questo
caso, sopprimere, o non vedere da nessuna parte l’Impero Romano, che ha tuttavia
avuto il più grande posto nel mondo”.55
Il quarto impero deve succedere agli stati greci usciti dalla conquista di Alessandro
e chiudere la serie delle monarchie universali. L’Impero Romano solo risponde a
questa condizione. Ha assorbito l’Egitto, la Siria, la Tracia e la Grecia; ha superato
tutti i grandi imperi precedenti. Nulla è sfuggito alla sua potenza. Dionigi
d’Alicarnasso, che scriveva negli anni che hanno preceduto la nostra era, disse:
“L’Impero Romano regna su tutte le contrade della terra che non sono inabbordabili,
domina su tutto il mare; solo e per primo ha fatto dell’Oriente e dell’Occidente le sue
frontiere.56
La grande monarchia dei Greci macedoni, per quanto vasta fosse, si arrestò al
mare Adriatico; ma la repubblica di Roma comanda a tutta la terra, almeno fin dove la
terra è abitata; poiché questa repubblica è padrona di tutti i mari, e non solamente di
quelli che sono al di qua delle colonne d’Ercole, ma ancora dell’Oceano, fino a dove
si può navigarlo”.57
“Da oltre un centinaio d’anni - scriveva l’abate J. Fabre d’Envieu nel 1890 - i
razionalisti - (con tutti i loro virtuosismi) - si cimentano a dimostrare che l’ultimo
impero rappresentato dalle gambe di ferro e i piedi di ferro e d’argilla, così come per
la quarta bestia, non sia l’Impero Romano.
Per escludere questo impero dalla serie indicata da Daniele e ritrovare quattro
imperi, essi hanno cercato di dividere ciascuno dei tre primi imperi.
Ma, malgrado tutti i loro sforzi, questa esegesi di combinazioni artificiali non li ha
condotti che a un impatto, e non hanno concluso altro che il refutarsi a vicenda...
Insomma, i nuovi esegeti non hanno potuto pervenire a plasmare la profezia a loro
piacere, e si sono infranti contro un testo implacabile che li sfida...
I Padri della Chiesa - salvo Efrem, il cui errore si spiega e si refuta facilmente58 -
sostengono questa interpretazione: sant’Ippolito, san Gerolamo, Oroso, Teodoreto,

54
P. de Benoit, o.c., p. 21. Lo stesso pensiero è sostenuto dall’abate A. Crampon, o.c., p. 686.
55
NICOLAS Amedée, Conjectures sur les Âges de l’Eglise et les derniers temps, 2a ed., Paris 1881, p. 199. Siamo noi
che abbiamo aggiunto quanto tra parentesi.
56
La Bible Annotée, o.c., t. Il, p. 288. Sulla dichiarazione di Dionigi vedere anche A. Crampon, o.c., p. 686.
57
Dionigi d’Alicarnasso, Antichità Romana, p. 2; cit. L. Gaussen, o.c., t. II, p. 83.
58
Efrem aveva supposto che l’Impero Medo fosse la seconda bestia e l’Impero Persiano la terza. Vedere nota n. 64
sistema n. IV, pp. 206,207.

Quando la profezia diventa storia 209


CAPITOLO IV

sant Agostino,59 san Giovanni Crisostomo60, Sulpicio Severo61. Ci è sufficiente


riportare le parole di san Cirillo di Gerusalemme62. Dopo aver detto che tutti gli
scrittori ecclesiastici ammettono che il quarto impero è l’Impero Romano, aggiunge:
“Poiché il primo era l’impero degli Assiri (Babilonesi); l’altro, dei Medi e nello stesso
tempo dei Persiani; e dopo questo, il terzo, quello dei Macedoni; il quarto impero è
ora quello dei Romani.”
I commentatori del Medioevo e i commentatori cattolici dei tempi moderni hanno
seguito l’insegnamento tradizionale, a eccezione di Houbigant, di Jahn e di Calmet
che, lasciandosi trasportare da Grotius63, riconosce nondimeno “che non pretende con
questo distruggere il sistema che indica nella quarta bestia l’Impero Romano”.
I pretesi riformati hanno d’altronde riconosciuto il bene fondato della vecchia
interpretazione.
Nella prefazione del suo commentario su Daniele, Lutero dice che egli si appoggia
sull’autorità di “tutti i dottori che lo hanno preceduto”, e aggiunge: “Il primo regno è
quello degli Assiri o Babilonesi, il secondo quello dei Medi o dei Persiani, il terzo
quello di Alessandro il Grande e dei Greci, il quarto quello dei Romani”.
Su questa spiegazione e opinione, tutti sono d’accordo, e la storia e i fatti lo
stabiliscono assolutamente.
Calvino, Melantone, Œcolampadio, Vitringa, Geier, Bengel, Bullinger, e
innumerevoli luterani e calvinisti hanno, nei loro commentari, spiegato gli imperi di
Daniele nello stesso modo.
Tra i moderni possiamo citare: C.B. Michaelis, Keil, Gaussen, Auberlen, Kliefoth,
Zuendel, ecc.
Ci sarebbe impossibile dare qui il catalogo degli inglesi che hanno mantenuto la
interpretazione comune, ci è sufficiente nominare il celebre Isacco Newton e il Dr.
Pusey.
Questa interpretazione si raccomanda, d’altronde, per la sua evidenza intrinseca, e
noi abbiamo il diritto, dopo lo studio che abbiamo fatto dei testi, di considerare questo
risultato come solidamente dimostrato”.64

59
Agostino, La città di Dio, I,X,23.
60
Giovanni Crisostomo, Daniele, t. VI.
61
Sulpicio Severo, Sacra Historia, I, III, 11.
62
Cirillo di Gerusalemme, Catechesi, XV, 6.
63
Grotius riprende l’idea di Porfirio e divide in due l’Impero Greco: terza bestia Alessandro, quarta i suoi
successori: i quattro diadochi.
64
J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, pp. 640,637,638.
Alcuni esempi di autori che hanno sostenuto questa interpretazione: J. ABBADIE, pp. 446-451; K. AUBERLEN, p. 64;
P. ALLIX , De Messiae, p. 5; R. ANDERSON, 5a ed., p. 73; G. BARTOLUCCI, Biblioteca..., pars III, Roma 1683, pp. 610-
613; Baruc, II libro, XXXVI-XL; cit. R.H. CHARLES, The Apocrypha; È. BAUDOUIN, p. XIII,14,23-32; A. BEA, pp. 46-
52; Edw. BICKERSTETH, A Script., p. 196; A.E. BLOOMFIELD, The End, p. 89, 106; H.E. BROOKE, p. 11; K.L. BROOKS,
The Certain, p. 7; J. BRUNEMANNUS, p. 14; E.P. CACHEMAILLE, 1911, p. 38; J. CALVIN, Leçons, fol. 96b; H. DEANE, A
Bible, pp. 59, 137,138; J. DRACH, Comm., vol. I, fol. 15-18; vol. II fol. 4-6; J. DREXEL, trad. italiana, pp. 572-603;
Esdra, IV libro, v. 90, X-60-XII-35; F. DUESTERWALD, pp. 107-117; G.S. FABER, A Dissertation, 5a ed., p. 154; L.C.
FILLION, pp. 233,234,277-280; B. FOSTER, p. 27; L. GERBI, p. 195; H.A.C. HAEVERNICK, 1832, pp. 229-235; W.
HARPER, p. 18; E. HUIT, pp. 51-59; F. JOUBERT, ed. 1745, pp. 35-47; ed. 1749, vol. I, pp. 85-91; A. KINNE, An

210 Quando la profezia diventa storia


COME DIO VEDE LA STORIA

Explication, p. 128; T.F.O. KLIEFOTH, pp. 88-94, 188-209; Ch.H. LAGRANGE, Leçons, vol. I, 2a ed., pp. 169,306,310;
W.S. LASOR, Creat., p. 172; P. de LAUNAY, Réponse, pp. 200-207; W. LOWTH, ed. 1822, p. 332; J. de MALDONADO, pp.
613-616, 665; G.S. MENOCHIO, 1630, pp. 307,318; 1758, p. 129; 1768, p. 241,248; D. MUELLER; L.W. MUNHALL, p.
160; G. NIGRINUS, 1574, p. 68; J. ŒCOLAMPADE, 1530, f. 80; f. 82b contro Policonius e f. 83a contro Aben Ezra; F.
OGARA, pp. 69-73, 219-224, 237,238; W. PALMER, pp. 23,46,106,107,140,142; J.B. PAYNE, Encycl., pp. 370,371; A.
PELET, pp. 11,40; J.B. PELT, pp. 11,40,353; J.A. PETIT, p. 37; M. POOLE, Synopsis, pp. 830,831; C. ROLLIN, pp. 251-264;
M.F. ROOS, An Exposit., pp. 71,128-134; A. ROHLING, p. 82; J.B. ROSSIER, vol. II, p. 212; C. SÁNCHEZ (Sanctius), 1619,
c. 385; F.G. SMITH, p. 81; STEEN (ALAPIDE), 1622, p. 6,7; W.C. STEVENS, pp. 37, 94,95; A.F. VAUCHER, Lacunziana,
serie I, pp. 37-40; J.C.J. WHITCOMB, The New ..., pp. 29,293; G. WILLIAMS, 6a ed., pp. 620,625; W. WINGATE, p. 10;
Edw.-Jos YOUNG, The Bible ..., London 1953, 1954, 1962, pp. 671,672,676,677; The Prophecy, 1949, pp. 76,149,305;
J. ZURCHER, Question Débattues, pp. 150-158; J. ZUMBIEHL, Das Buch Daniel ..., pp. 90-114; Anonimo, Kai to the
Prophecy..., pp. 63-100; Remarks on the ..., p. 43.
Comparando i dati che emergono da J. Fabre d’Envieu, p. 641 e da La Bible Annotée, o.c., t. II, p. 284,
presentiamo i seguenti sistemi interpretativi che hanno lo scopo di eliminare dalle visioni profetiche di Daniele Roma
quale quarto impero universale.
I sistema: II sistema III sistema IV sistema V sistema VI sistema
Babilonia
- Nebucadnetsar - Ninive - Babilonia I - Babilonia - Babilonia - Caldei
- Beltsatsar - Babilonia - Babilonia II - Medi - Medo-Persia - Medo-Persia
- Neriglissor - Medo-Persia - Medo-Persia - Persia - Alessandro - Grecia
- Nabonide - Grecia - Grecia - Grecia - i success.di Alessandro - Parti

I J.C. HARENBERG, pp. 379-381.


Critica: la profezia di Daniele prevede una successione di Regni non di re.
II C.J. BUNSEN, pp. 660,661.
Critica: il testo biblico si oppone a identificare Ninive con la prima bestia. “Di fronte ai termini così
precisi del testo di 2:38, non può essere preso in considerazione il fatto di vedere il primo impero in quello di
Ninive” La Bible Annotée, o.c., t. II, p. 285.
III H. SCHULTZ, pp. 804,805. REDEPENNING E.R. - HITZIG F., p. 99.
Critica: “Non si può scindere in due l’Impero Babilonese, per fare della persona di Nebucadnetsar il
primo imperatore e di Beltsatsar il rappresentante del secondo. Le bestie non rappresentano dei re, ma dei
regni” La Bible Annotèe, o.c., t. II, p. 286, vedere anche HOONACKER Albin von, p. 174.

Quando la profezia diventa storia 211


CAPITOLO IV

Purtroppo quanto il testo biblico presenta in modo evidente oggi ancor più del
secolo scorso è rigettato e sono quindi ancor più valide le parole che P. Jurieu che

IV È sostenuta da diversi autori. AMNER R., Essay, p. 220; BALDENSPERGER W., p. 269; BARYLKO J., p. 10;
BEHRMANN G., pp. 16,45; BELLA B.M., p. 4,18; BERNINI G., pp.114,223; BLEEK F., Einleitung, p. 606;
BRUSTON C., Études, pp. 7,8; CAQUOT A., Sur les, p. 5; CLEAVER H., p. 194; CORNFELD G., Adam, pp.
552,553; F.J. DELITZSCH, p. 474; DERESER Th.A., pp. 266,297; DE WETTE W.M..L., t. II, p. 487; DRIVER S.R.,
The Book, p. 28; GESENIUS F.H.W. Lex. Man.; HILDENFELD A.B.C.C., Die Proph., p. 78; HOEPFL H., p. 567;
HOLLARD A., pp. 189-193; HOOPER E.B., p. 88; HOWIE C.G., p. 121; KRAELING E.G.R., Comm. On the
Proph., p. 288; KRANICHFELD W.R., pp. 122,123,257,258; KUENEN A., The Proph., p. 296-309; LODS A.F.P.,
Historie, p. 842; G.C.F. LUECKE, M.L. MARGOLIS e A. MARX, pp. 138,139; MARTI K,. p. 49; MAURER
F.J.V.D., p. 129; MONTGOMERY J.A.,. p. 59-63; NOELDEKE T., p. 325; Ortensio da Spinetola URBANELLI, p.
591; PORTEOUS N.W., p. 106; PRINCE J.D., A critic., pp. 6,7; SAHLIN H., p. 43; SOGGIN P. p. 128; STEINMANN
J., pp. 57,108-110; TERRY M.S., p. 183; M. VERNES, Encyclop. des Sc. Religieuses, t. III, p. 678, la traduz.
Ecumenica de la Bible, Ancien Testament, 1975, p. 1699.
Questa spiegazione è già stata avanzata nel IV secolo da Efrem, pp. 206,214, e nel V secolo da
Policronius, vescovo d’Apame, che ha scritto un Commentario su Daniele. Vedere MAI Angelo, Scriptores
Veterum Nova Coll., Roma 1825, vol. I, p. 111; vol. III, pp. 124-126; nuova ed., Paris 1907, t. II, p. 144 e
seg.
Questo IV sistema ha più sostenitori tra i moderni teologi. “Gli esegeti moderni di Daniele identificano
il quarto impero con quello fondato da Alessandro Magno, che è nelle fonti giudaiche l’Impero Romano. La
Mek. R. Ism., opera assai tardiva e databile per la sua redazione finale nel secolo VIII (H.L. STRACK - G.
STEMBERGER, Einleitungim Talmud und Midrasch, München 1982, p. 268) è l’unica fonte giudaica a parlare
di 5 imperi: Assiria, Babilonia, Media, Grecia, Roma” cit. M. Delcor, o.c., pp. 274,275.
La Bibbia TOB ha in nota: “In ogni caso, il quarto regno è certamente l’impero greco di Alessandro, di
cui i re seleucidi di Siria sono gli eredi diretti”, ma riconosce che “la tradizione ebraica cristiana
identificherà la quarta bestia con l’Impero Romano (confr. Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche, 10,11,7; 4
Esdra, 11,1; 12,10ss; Apocalisse di Baruc, 39; Epistola di Barnaba 4). Quando quest’“ultimo nemico”
terreno - il piccolo corno - sarà stato sconfitto, allora inizierà il regno dei santi dell’Altissimo, depositari
umani del regno di Dio” . 1635. Quest’ultima osservazione sul testo è sufficiente per abolire qualsiasi
sistema che non veda in Roma la quarta bestia e nelle corna la suddivisione del suo impero a seguito delle
invasioni barbariche.
“Questa spiegazione ci sembra inconciliabile sia con la storia sia con il modo di esprimersi del testo
biblico. La storia non conosce che un Impero Medo-Persiano unico, nel mezzo del quale l’autorità appartiene
prima alla dinastia meda e poi alla dinastia persiana. Il libro di Daniele considera le cose nello stesso modo.
Distingue senza dubbio una dinastia meda e una dinastia persiana, quando parla dei due re: Dario (il medo) e
Ciro (il persiano); ma non stabilisce per nulla, per questo motivo, due monarchie diverse. Ben al contrario,
dice (5:28) “Il regno di Babilonia è dato ai Medi e ai Persiani”. In fine, al capitolo 8, il regno dei Medi e dei
Persiani è rappresentato da un solo animale: il capro con due corna” La Bible Annotée,
o.c., t. II, p. 286. GOETTSBERGER J., Das Buch Daniel, Bonn 1928, p. 64; A. von HOONACKER, p. 171; J. ORR,
p. 537; C.H.H. WRIGHT, p. 154, hanno dimostrato l’unità della monarchia bicefala medo persiana.
Come variante di questo sistema WILLET A., p. 211 vide la Siria nella quarta bestia; GEIER, p. 202 vide
Alessandro e i suoi successori.
V Questo sistema è difeso da L. BERTHOLDT, p. 425; D. BUZY, Symboles, pp. 266-287; A. CALMET,
Dissertat., pp. 583,584, 651,652; J. CHAINE, p. 217; H. De GROOT (GROTIUS), Opera, pp. 414, 435,436;
P.C.S. DESPREZ, Daniel and John, pp. 80,81; A. DUFOURCQ, p. 99; J. GOETTSBERGER, Das Buch, p. 64; C.F.
HOUBIGANT, pp. 549,568,892,893. Ecc.
Critica: “Una volta che i quattro Stati formatisi dalla conquista di Alessandro, per conseguenza la Siria,
come l’Egitto, la Macedonia e la Tracia, sono apparsi come racchiusi nella terza monarchia, essi non
possono, né insieme, né uno d’essi in particolare, formare il quarto impero” La Bible Annotée, o.c, t. II, p.
287.
IV Secondo J. Fabre d’Envieu è stata sostenuta da Johann-Christoph BECMANN. È una tesi sostenuta da
Gottfried KECKERHART, De Monarchia quarta, sotto la presidenza di Becmann, Frankfort 1671, 4a ed., Aufl.
1684, p. 32.

Per il titolo completo delle opere degli autori citrati vedere Bibliografia.

212 Quando la profezia diventa storia


COME DIO VEDE LA STORIA

pronunciava nel 1686: “Bisogna essere ciechi per non vedere l’Impero Romano, la
quarta monarchia, in questa quarta bestia”.65

Altre speculazioni

Modificando l’interpretazione tradizionale, pur senza un fondamento valido, in


aggiunta alle speculazioni presentante sopra,66 si è voluto presentare delle varianti,67
e queste bestie sono state identificate sia con le quattro grandi religioni68 sia con gli
Stati contemporanei.69

65
JURIEU Pierre, Accomplissement des Prophéties, ou la délivrance prochaine de l’Eglise, vol. I, Rotterdam 1686, p.
231.
Vedere J. BRENZ, pp. 86-92; R.E. FREEMAN, 1968, pp. 299; H. GUINNESS, The divine ..., 1888, p. 301; J. NOBLE, p.
39, 92-102; W.C. SCROGGIE, 1953, pp. 422,423. Per i titoli delle opere vedere la Bibliografia..
66
Vedere nota n. 54.
67
- La dinastia di Ciro nel leone, quella di Dario nell’orso, Alessandro e i suoi diadochi nel leopardo, l’Impero
Romano nella quarta bestia. BAGLIO Gaetano, Gesù e re Erode nella storia da Daniele a S. Paolo, Napoli
1938, pp. 59-61,
- I quattro animali sono quattro nazioni barbare: Alani, Vandali, Svevi e Goti. Il canonico Pedro de AGUILÓN,
Profecía de Daniel, Zaragoza 1636, X-28 pp.
68

I Idolatria, islam, cristianesimo degenerato, deismo chiamato anche anticristinesimo.


Questa spiegazione è stata proposta da M. LACUNZA che non ha saputo discernere il rapporto esistente tra il
capitolo 2 e 7 di Daniele e gli ha fatto dire che “Queste quattro bestie non rappresentano nient’altro che
quattro grandi e false religioni, che dovevano perdere l’umanità nel corso dei secoli” Venida, II, 3. M.
Lacunza è stato seguito su questa strada dal magistrato Pierre Jean AGIER e dal pastore Doria A.
ANTOMARCHI, Ben.Ezra, p. 51. Stessa interpretazione presso Antonio-Maria CLARET Y CLARA, La época
presente, Barcellona 1868, p. 46.
II Sinagoga giudaica, paganesimo romano, arianesimo, islam.
Questo sistema proposta da Gioacchino da Fiore, Apocalisse, Venezia 1537, fol. 162, deve avere influenzato
il gesuita M. Lacunza.
Pietro COLONNA, conosciuto con il nome di GALATINUS, ha riprodotto questa spiegazione del monaco
calabrese nel suo Commentario in Apocalisse, composto nel 1524 (Ms, Vaticano Latino 5567, fol. 336, 237).
III Giudei, pagani, saraceni, ariani.
È una variante della teoria gioacchiniana e si trova in un commentario falsamente attribuito a Tommaso
d’Aquino, In Apocalisse, Venezia 1562, fol. 45.
IV Impero cristiano di Costantino, ariani, saraceni e turchi, impero di Carlomagno.
GROENEWEGEN Henricus, Keten des Prophetische Godgeleerdheyd, Ench, 1682, p. 936,937,
V Roma, i barbari, i maomettani, la cristianità apostata.
Manoscritto non firmato, datato Paris 12.9.17, attribuito alla penna dell’oratore giansenista Michel PINEL,
Essai sur la connaissance des temps, pp. 98-102.
VI Idolatria, maomettanesimo, falso cristianesimo, empietà.
“A seguito di una prospetto che annunciava la prossima pubblicazione in Cile della El fin de los Tiempos, di
José-Miguel del PINO, le quattro bestie di Daniele rappresentano l’influenza evidente del padre Lacunza”
VAUCHER Alfred-Félix, Une célébrité oubliée, Le P. Manuel de Lacunza Y Diaz, 1940, p. 249, n. 756, 2a ed.,
1968, p. 163, paragrafo 137.
VII Prima bestia, idolatria; seconda, maomettanesimo; terza con le quattro teste: eresia, scisma, ipocrisia,
libertinaggio; la quarta l’anticristo che è una persona morale.
Riccardo RODRIGUEZ-BLANCO, che ha seguito l’opera di Lacunza senza mai nominarlo, in El Gran Mistero de
la misericordia de Dios con la humanidad y el Anticristo, Santiago de Compostela 1901, pp. 133,137,
presenta la suddetta spiegazione alle pp. 134-203.

Quando la profezia diventa storia 213


CAPITOLO IV

Roma

L’espressione di Daniele: “Io contemplavo nella visione notturna”, “è come una


ripresa della rivelazione profetica, nell’attesa di fatti più gravi ancora dei
precedenti”.70
La quarta bestia suscita un interesse superiore alle precedenti ed è oggetto, da
parte di Daniele, di un interessamento e uno studio particolari.
La descrizione della quarta bestia: “spaventevole, terribile e straordinariamente
forte; aveva dei denti grandi, di ferro; divorava e sbranava, e calpestava il resto coi
piedi” non può non richiamare quanto Daniele aveva detto a proposito del ferro della
statua: “Poi vi sarà un quarto regno forte come il ferro; poiché, come il ferro spezza
ed abbatte ogni cosa, così, pari al ferro che tutto frantuma, esso spezzerà ogni cosa”.71
“... Banchetti, nascite, funerali, trattati di pace, giorni di trionfo, tutto si celebrava
con il sangue umano”.
Ciò che l’evangelo ci riportò a proposito di Giovanni Battista, decapitato in un
banchetto, era una scena giornaliera nei costumi dei romani e molti episodi analoghi
avvenivano a Roma durante il soggiorno dell’apostolo Paolo in quella città.
Per i Romani gli schiavi non erano considerati persone, non avevano diritto di
parola, la loro testimonianza era nulla, non potevano possedere alcunché, perché essi
stessi erano posseduti, nessuna ingiuria li poteva colpire e quando un romano veniva
assassinato (dice la Legge Sillana) tutti gli schiavi che abitavano sotto lo stesso tetto:
uomini, donne e bambini, dovevano essere messi a morte per consacrare la sicurezza
del padrone.
La crocifissione era il supplizio degli schiavi e delle torce umane illuminavano la
città. In questo modo morirono 60.000 schiavi sotto l’imperatore Traiano. Il Colosseo
è il monumento che Roma ci ha lasciato della sua sete di sangue e del suo piacere
nell’assistere alla morte come spettacolo. Di questi luoghi di atrocità ce ne erano in
tutte le grandi città dell’impero. Quando Tito il costruttore ritornò da Gerusalemme,
festeggiò l’evento con combattimenti che durarono 100 giorni consecutivi. Vi
sacrificò 5000 tigri, elefanti e altre bestie feroci e 2000 gladiatori. Claudio, il 1°
agosto del 52 d.C. (ci riportano Dione, Svetonio, Tacito) volendo celebrare il suo

VIII Identificazione delle quattro bestie con le potenze protestanti: tedesche, svizzere, olandesi, inglesi.
Pierre Auguste RABOISSON, Les événements prochains d’après le livre de Daniel et l’Apocalypse, Paris 1874,
pp. 32,33

Sul sistema di M. Lacunza vedere PAGÈS Y PUIGDEMONT Félix, La Escatologia del P. Lacunza, S.I., tesina facoltà
di teologia di Barcellona 1979, pp. 55-59, 85-89.
69
Le quattro bestie hanno avuto la seguente identificazione: Inghilterra, Prussia, Austria e Russia.
ALBRECHT Christian, Das Buch. der Propheten Daniel, 1840, pp. 35,36,
ANDERSON Robert, The Coming Prince, 5a ed., London 1895, pp. 274-277, dopo aver adottato l’interpretazione
tradizionale, si è chiesto se tutta la visione non avesse un compimento futuro. Suggerisce: il leone britannico, l’orso
moscovita, esita nel presentare il leopardo germanico, e afferma che il quarto mostro annuncia un impero romano
ancora futuro.
70
J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, p. 581.
71
Daniele 2:40.

214 Quando la profezia diventa storia


COME DIO VEDE LA STORIA

compleanno, diede come spettacolo una battaglia dal vero sul lago Fucino dove
19.000 persone erano condannate a morire su 24 navi. Tacito dice che “i combattenti
mostrarono l’intrepidità dei più grandi guerrieri; e quando ci fu molto sangue sparso
si risparmiarono i superstiti”.72
“Divorava e sbranava”.
In effetti, durante più di sei secoli tutti i popoli vinti dovettero fornire
gratuitamente e regolarmente, ad ogni cittadino di Roma, il suo pane prima di tutto,
cioè il suo orzo e il suo frumento, poi in seguito la sua carne di porco, poi infine, il
suo olio e il suo vino. Sotto l’imperatore Claudio si contavano in Roma fino a
6.840.000 cittadini, oltre gli stranieri e gli schiavi.
Per questo motivo, delle navi in grande numero venivano costantemente dall’Asia,
dalla Sicilia, dalla Sardegna, dall’Africa, dall’Egitto, dalla Spagna e dalla Francia.
L’Egitto solo forniva a Roma, tutti gli anni, 20 milioni di moggi di frumento, cioè
1.700.000 ettolitri, e l’Africa ne forniva il doppio.73
Questa quarta bestia “era diversa da tutte le bestie che l’avevano preceduta”.
Gerolamo diceva a tale proposito: “Io sono molto meravigliato che avendo nominato
il leone, l’orso e il leopardo, non si è rappresentato l’Impero Romano con nessuna
bestia conosciuta; probabilmente è stato fatto per mostrarci che questa bestia è molto
più impressionante tanto che si è astenuto dal darle un nome, affinché tutto ciò che
noi possiamo immaginare delle bestie più crudeli lo applichiamo all’Impero dei
Romani”.74
“Si è detto che il carattere della prima bestia è la maestà aggiunta alla forza; quella
della seconda, la forza aggiunta alla voracità, quella della terza, la rapidità. Il carattere
della quarta bestia è formato dall’unione della forza, della brutalità, della ferocia e
della rapidità delle altre bestie. Essa è d’altronde ragguardevole per il terrore che
ispira; essa riunisce in sé tutto ciò che vi era di terribile nelle altre... (ciò spiega anche
perché) in Apocalisse XIII, una bestia-mostro è rappresentata come possedendo tutti
gli attributi delle quattro bestie di Daniele; ed è molto giusto, perché questa bestia
simboleggia l’Impero Romano, che riunisce tutte le caratteristiche delle altre tre in ciò
che riguarda la forza, la crudeltà e tutto ciò che ispira terrore”.75
Il re Agrippa, nel 67-68 d.C., dieci anni dopo che il prigioniero Paolo gli presentò
l’evangelo di Cristo, fece un lungo discorso ai Giudei con lo scopo di dissuaderli a
scendere in guerra contro un popolo che era padrone dell’universo. Questo discorso
riportato da Giuseppe Flavio è un commentario delle espressioni di Daniele: “questo
regno divorerà tutta la terra”.
“O Giudei, che nessuno mi interrompa se mi intende dire delle cose che
dispiacciano. Liberi coloro che vogliono la rivolta di dimorare nei loro sentimenti
dopo che io avrò parlato; ma che almeno io possa essere ascoltato!...

72
L. Gaussen, o.c., t. II, pp. 102,103.
73
Idem, p. 92.
74
S. Gerolamo; cit. da J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, pp. 658,659.
75
J. Fabre d’Envieu, idem., pp. 582,571; vedere La Bible Annotée, o.c., t. II, p. 288.

Quando la profezia diventa storia 215


CAPITOLO IV

Quando Pompeo invase la Giudea (centotrentun anni fa), era allora che bisognava
fare tutto per resistere ai Romani. Ma se i nostri antenati, più ricchi e più potenti di
noi, non furono capaci di respingere una debole parte dei loro eserciti, su chi vi
fondate per sperare di sostenere tutto lo sforzo di un così grande e temibile impero?
I generali ateniesi che, per difendere la libertà della Grecia, non temettero di
vedere le loro città in cenere, ora obbediscono e vedono la loro repubblica, una volta
la regina della Grecia, ricevere gli ordini che provengono dall’Italia. - I Lacedemoni,
che vinsero tante battaglie, riconoscono ugualmente i Romani per loro signori. - I
Macedoni stessi, che non possono dimenticare le imprese gloriose del loro grande
Alessandro e che costituirono un impero nel mondo intero, consentono tuttavia a
piegare le ginocchia davanti a questi uomini invincibili. - Tante altre nazioni, che non
credevano possibile che si togliesse loro la libertà, hanno ugualmente ricevuto il
giogo di questi dominatori di tutta la terra. - E voi, voi pretendete essere i soli che non
si sottomettono a coloro a cui tutto è sottomesso!..
Che dirò delle cinquecento città dell’Asia? Obbediscono senza guarnigione a un
solo proconsole, e non si prostrano tutte davanti ai fasci consolari?
Che dirò io dei popoli della Colchide, del Bosforo, del Ponto, del Caucaso, della
Palude Meotide, che, non avendo mai avuto dei padroni, neppure della loro nazione,
non osano pensare a sollevarsi contro Roma, benché essa non abbia ora che una sola
guarnigione di tremila soldati?
E ancora, questi stessi Romani non si sono resi padroni, con solamente quaranta
vascelli, di tutto un mare (di questo vasto Ponte-Eusino), che nessun altro popolo
prima osava tentare di passare?
Quali ragioni la Bitinia, la Cappadocia, la Panfilia, la Lidia, la Cilicia potrebbero
addurre in favore della loro libertà? e tuttavia esse pagano i tributi senza che i Romani
abbiano bisogno neppure di soldati per costringerli!
Che dirò della Tracia, questa vasta contrada le cui fortezze naturali: le sue
montagne e i suoi ghiacciai sembrano difendere, la cui lunghezza è di sette giornate di
cammino e la larghezza di cinque, e che tuttavia obbedisce interamente a duemila
soldati romani?
Vedete ancora questa Illiria che si estende fino al Danubio e alla Dalmazia: i
Romani tuttavia la fanno obbedire a due legioni.
Chi, più dei Galli, avrebbe delle ragioni per insorgere, i Galli che, difesi all’oriente
dalle Alpi, al nord dal Reno, al sud dai Pirenei, all’ovest dall’Oceano, contano in
mezzo a loro trecentocinque popoli diversi? Tuttavia voi li vedete tributari dei
Romani! Non si può dubitare del loro coraggio, poiché hanno combattuto ottant’anni
per la loro libertà; e tuttavia essi obbediscono a milleduecento uomini di questa
nazione romana oggi signora del mondo, mentre questo numero di soldati è appena
quello delle loro città!
Quanto è servito agli Spagnoli avere delle miniere d’oro? Ai Lasitani (popolo del
Portogallo), e al bellicoso popolo della Biscaglia, essere così lontani da Roma sulle
rive dell’Oceano? Questi conquistatori incomparabili non hanno portato le loro armi

216 Quando la profezia diventa storia


COME DIO VEDE LA STORIA

al di là delle colonne d’Ercole e superato, come attraverso le nuvole, i monti Pirenei?


E tuttavia una sola delle loro legioni romane è sufficiente oggi per mantenere sotto il
giogo, a una così grande distanza, delle nazioni così marziali!
E chi di voi ancora non ha inteso parlare del grande numero dei Germani? Potete
voi non avere sovente notato la grandezza della loro taglia e la loro forza
straordinaria, poiché non ci sono posti nel mondo dove i Romani non abbiano degli
schiavi di questa potente nazione? E tuttavia, quale sia la distesa del loro paese, la
loro fermezza d’animo e la grandezza del loro coraggio che supera ancora quella della
loro statura; poiché essi disprezzano la morte e che una volta irritati superano in
furore le bestie più feroci, hanno oggi il Reno per frontiera; otto legioni li
assoggettano...
Se mettete la fiducia nella forza delle vostre muraglie, considerate ciò che era per
la Gran Bretagna essere interamente circondata dal mare..., tuttavia, malgrado i venti
e le onde, i Romani l’hanno domata, e quattro legioni sono sufficienti per mantenere
nell’obbedienza un’isola che potrebbe passare per un mondo!
Che dirò io dei Parti, questa nazione così potente, che dà oggi degli ostaggi a
Roma e le invia, ... in pegno di sottomissione, il fiore della sua nobiltà? E di questi
Cartaginesi, che, malgrado il loro Annibale, sono tuttavia caduti anche loro sotto i
colpi dei Romani? E quest’Africa, questa terza parte del mondo, che si estende dal
Mar Rosso fino al mare Atlantico, che comprende con l’Etiopia un così gran numero
di nazioni? Oltre alla quantità di grano che fornisce questa vasta contrada, per nutrire
ogni anno durante otto mesi i cittadini di Roma, essa paga ancora dei tributi e porta
senza mormorare molti altri fardelli pesantissimi, mentre una legione è sufficiente per
tenerla nell’obbedienza!
Ma perché cercare degli esempi così lontani? Questo Egitto di cui voi siete così
vicini, che contiene 750.000 abitanti, senza contare quelli di Alessandria, e che si
estende dalle ricche contrade degli Arabi fino alla lontana Etiopia, non vi farà
abbastanza comprendere l’estrema forza del popolo romano, allorquando voi lo
vedete così fedelmente sottomesso a pagargli un tributo che deve essere immenso
poiché si conta per testa? E tuttavia, quale tentazione non avrebbe alla rivolta questo
antico regno nella sua Alessandria così popolata, così ricca, così vasta, lunga trenta
stadi e larga più di dieci? Questa città paga ai Romani in un mese ciò che voi date in
dodici; oltre a ciò fornisce annualmente tutto il grano necessario per nutrire per
quattro mesi la popolazione di Roma. E tuttavia, vedete la sua forza: un deserto
invalicabile, questo mare senza porti, queste braccia d’un grande fiume, queste paludi
fangose che lo circondano. Due legioni romane, in guarnigione in questa città sono
sufficienti per tenere in briglia questo profondo Egitto e tutta questa nobiltà macedone
che l’aveva conquistato e che fu per trecento anni la padrona!”.76
Vivere ai tempi di Roma significava per gli ebrei essere coscienti di essere nel
tempo in cui le gambe di ferro e la quarta bestia di Daniele VII dominava. Scrive

76
Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche, XXVIII, riportato da L. Gaussen, o.c., t. III, pp. 78,82. La traduzione del
testo di Giuseppe è libera.

Quando la profezia diventa storia 217


CAPITOLO IV

infatti A. Wikenhauser: “Questa interpretazione (IV bestia = Roma) si riscontra nella


letteratura rabbinica sin dai più antichi documenti. Un eminente conoscitore di questa
letteratura, quale fu Billerbeck, ritiene che negli ultimi quaranta anni del tempio
nessun Giudeo avesse dei dubbi che l’Impero Romano fosse l’ultimo dei regni nemici
di Dio”.77
Ippolito di Roma verso il 250 d.C. scriveva nel suo commentario: “L’oro, che
raffigura l’Impero dei Babilonesi, è il leone; l’argento, l’Impero dei Persiani, è l’orso;
il rame, l’Impero degli Elleni iniziato da Alessandro il Macedone, è il leopardo. Dopo
questo, parla delle gambe di ferro, per significare la bestia terribile e spaventevole coi
denti di ferro, figura dei Romani, che dominano ai nostri giorni, e che sono forti come
il ferro”.78
Ciò che il profeta Osea aveva annunciato due secoli prima79, ciò che il profeta
Balaam, invitato da Balak re di Moab per maledire Israele, indicava ancora sotto gli
antichi nomi di Assur e Kittim80, Daniele, contemporaneo di Nebucadnetsar e di Ciro,
li ha contemplati da vicino nelle due monarchie orientali (Assur): Babilonia e Medo-
Persia, e nelle due monarchie occidentali (Kittim): Greci e Romani.81
Come la statua di Daniele terminava con le dita, così la quarta bestia aveva dieci
corna.

Le dieci corna o i regni della divisione dell’Impero Romano

“Le corna indicano, nel linguaggio della visione, dei re con il loro susseguirsi di
re, dei regni; ma sono dei re di regimi e dei regni parziali, che sorgono dalle
monarchie universali. In ebraico, la parola qeren significa corno, potenza, splendore.
Si comprende facilmente che un corno indichi una forza: gli animali che hanno le
corna manifestano tramite esse la loro forza; è nelle loro corna che essi trovano la loro

77
WIKENHAUSER Alfred, L’Apocalisse di Giovanni, 3a ed., Brescia 1968, pp. 150,151.
Giuseppe Flavio scriveva: “Eccone l’interpretazione: la testa d’oro indicava, designava te e tutti i sovrani tuoi
predecessori, le due mani e le due spalle significano che la vostra potenza verrà frantumata da due re. L’impero di
questo ultimo sarà distrutto da un altro, giunto dall’occidente, vestito di bronzo, e a questa potenza sarà messa fine da
parte di un’altra, simile al ferro, che trionferà per sempre, a motivo del metallo del ferro, più resistente dell’oro,
dell’argento, del bronzo. Daniele si spiegò nei riguardi del re a proposito della pietra. Io, invece, non ho ritenuto
doverlo rifare, perché il mio compito è narrare gli avvenimenti passati e accaduti, non quelli futuri” Antichità
Giudaiche, X, 206-210. Anche se Giuseppe non lo dice in modo esplicito, è evidente che attribuisce a Roma la qualità
del ferro e M. Delcor fa notare: “Parlare di un miscuglio di ferro e di creta (dei piedi n.d.a.) equivarrebbe a sottolineare
la debolezza dell’Impero Romano e a rischiare di offendere i lettori romani. È interpretazione di RALPH Marcus (Loeb)
e WEILL Jules, traduttori dell’opera di Giuseppe” p. 276. Lo storico giudeo riporta chiaramente che quando Erode il
Grande fece il suo discorso nel quale presentava la sua decisione di riedificare il Tempio seguì la tradizione giudaica
nel presentare i grandi imperi: Babilonia, Persia, Grecia e Roma e di quest’ultimo dice: “I dominatori del mondo o
poco ci manca…” XV, 385-387; cit. M. Delcor, o.c., p. 278.
Le popolazioni del Medio-Oriente antico vedevano Roma venente dal mare. Nelle visioni del 4 Esdra 11:1; 12:11
(libro apocrifo scritto verso il 97 a.C.), Roma è pure rappresentata da un animale che esce dal mare.
78
Ippolito di Roma, Commentario su Daniele, IV, VII.
79
Osea 13:7,8.
80
Numeri 24:24.
81
K. Auberlen, o.c., p. 64.

218 Quando la profezia diventa storia


COME DIO VEDE LA STORIA

difesa. Così un corno drizzato sulla testa d’una bestia indica un “potere” elevato nella
sovranità o nel regno rappresentato da questa bestia. Le corna indicano anche delle
porzioni di monarchie universali. Le quattro corna del becco del capitolo VIII
rappresentano quattro re che si sono divisi l’impero di Alessandro. A proposito della
quarta bestia, è detto: “Le dieci corna sono dieci re che sorgeranno da questo regno”.
Il contesto ci mostra che questi dieci re rappresentano dieci regni formati dal
sezionamento del quarto regno universale. Noi constatiamo da questo che gli imperi
universali sono indicati da delle bestie e le sezioni di questi imperi da delle corna”.82
E per questo dalla parola qeren (corno) è derivato, presso i Greci e i Latini il nome
di corna e di corona.
“Dieci corna, cioè dieci re, prendendo questa parola nel senso di regni, che ha
spesso; esse corrispondono alle dieci dita della statua.83 Esse significano la
moltitudine degli Stati ai quali darà nascita la dissoluzione dell’Impero Romano”.84
“L’Impero Romano continua la sua esistenza, sotto una nuova forma, negli Stati
che si sono innestati su lui o che l’hanno soppiantato, e durerà, attraverso le
trasformazioni che essi potranno subire, fino alla fine dei tempi”.85
Queste corna rappresenterebbero gli Stati sorti dalle invasioni barbariche.
Gli studiosi sono pressoché unanimi nel riconoscere in queste corna i seguenti
regni:
1. Burgundi che negli anni 406-476 si stabilirono sui due versanti del Giura e
sulle rive del Rodano da Basilea a Marsiglia.
2. Franchi che negli anni 351-455 si stabilirono tra il Reno, la Mosella e la
Loira.
3. Eruli che nel 475 si stabilirono nel centro Italia.
4. Longobardi che nel 453 occuparono la Norica (Austria) e scesero in Italia
nel 568 dopo la sparizione degli Eruli e degli Ostrogoti.
5. Ostrogoti che si stabilirono negli anni 453-489 fra il Danubio, il Po e
l’Adriatico.
6. Svevi che negli anni 409-466 si impadronirono della Galazia e del
Portogallo.
7. Vandali che nel 409 occuparono la Spagna e nel 492 il Nord Africa.
8. Visigoti che negli anni 419-466 si stabilirono sui due versanti dei Pirenei,
fra la Loira e lo stretto di Gibilterra.
9. Alani che occuparono a loro volta l’Iberia.
10. Cepidi che occuparono la Jugoslavia.
Questi barbari si sono installati sul territorio dell’Impero Romano latino.86

82
J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, p. 566. Con il corno si rappresenta la forza della divinità: Salmo 18:3; 2 Samuele
22:3; ecc. In Zaccaria 1:18-21; 2:1-4; con il corno si indica un impero, una nazione, il potere politico che ha causato
la distruzione.
83
Confr. Apocalisse 17:7,12; Daniele 7:24; 2:44.
84
A. Crampon, o.c., p. 686; vedere La Bible Annotée, o.c., t. II, p. 288.
85
J. Fabre d’Envieu, o.c., t. I, p. 672.
86
La lista dei regni barbarici è di L. Gaussen, o.c., t. I, 2a ed., pp. 150,151.

Quando la profezia diventa storia 219


CAPITOLO IV

Se tutti gli studiosi non offrono la stessa lista87 ciò non crea nessun problema. La
divergenza è su qualche nome, due o tre, e ciò non deve preoccupare se si considera
che:
I) una statua che rappresenti un essere umano per forza di cose deve avere
dieci dita;88
II) la IV bestia ripropone la stessa correlazione di simboli, e
III) dieci è un numero simbolico che indica la perfezione nella divisione.
Calvino scriveva: “Quanto al numero di dieci, noi sappiamo che è un modo
di parlare ordinario, e che si trova spesso nella Scrittura, che dieci ha valore
di molti... non bisogna qui tormentarsi molto sul numero”.89
IV) Questo modo di vedere è confermato da Giovanni nell’Apocalisse che
rappresenta la sua bestia sempre con le 10 corna, anche se Daniele dice che
tre sono state divelte per permettere il sorgere di un undicesimo corno.
J.B. Bossuet diceva: “Niente forza a tormentarsi per ridurli precisamente al
numero di dieci, quando ancora li si può più o meno ridurre in rapporto ai regni fissi
che essi hanno stabilito”.90
P. de Benoit scrive: “Non bisogna forse considerare la cifra dieci come assoluta, e
noi pensiamo semplicemente, con diversi interpreti, in una decina di regni o paesi”.91

87
Il Maestro F.A. Vaucher così riassume le divergenze degli studiosi: “Se si scarta la Grecia, contata fra i dieci
regni da Mede e Jurieu, ma che appartiene alla terza monarchia; se si eliminano gli Unni, ammessi da Isacco Newton,
Thomas Newton, W. Hales, Charles-Louis Loys de Cheseaux, U. Srnith e S.N. Haskell, e gli Alemanni, ammessi da J.
Mede, P. Jurieu e J. Vuilleumier, ma che non hanno costituito un regno all’interno dei limiti dell’impero latino, se
infine si lasciano da parte i Sassoni, che figurano nelle liste fornite da Mede, Jurieu, de Cheseaux, Hales, Smith,
Haskell, J. Vuilleumier, ... resta un certo numero di regni che ha ottenuto il suffragio della maggioranza degli
interpreti”. Della lista che noi abbiamo presentato, “Rales rigetta il n. 3, Isacco Newton il 3 e il 5, Mede e Jurieu il 3 e
il 4. Thomas Newton e de Cheseaux accettano i n. 1, 2, 4.... Al posto dei Cepidi si è anche suggerito i Bretoni (Isacco
Newton, Thomas Newton, Mede, Jurieu, de Cheseaux)” VAUCHER Alfred Félix, Pour le predicateur - Les dix rois
apocalyptiques, in Revue Adventiste, Fevr. 1942, pp. 7,8.
Joseph Mede Bishop Newton Uriah Smith Sir Isaac Newton E.R. Thiele
1586-1638 1704-1782 1832-1903 1642-1727
Alemanni Alemanni Longobardi Longobardi 351 Alemanni Germani
Ostrog. In Lomba. Longobardi Ostrogoti Svevi 351 Franchi Francia
Visigoti Goti Visigoti Visigoti 406 Burgundi Svizzera
Franchi Franchi Franchi Franchi 406 Svevi Portogallo
Svevi e Alani Unni Unni Unni 406 Vandali Africa
Vandali Senato di Roma Vandali Vandali e Alani 408 Visigoti Spagna
Burgundi Burgundi Burgundi Burgundi 409 Sassoni Britannia
Bretoni Bretoni Eruli Bretoni 453 Ostrogoti Italia
Sassoni Sassoni Anglosassoni Alani 453 Longobardi Italia
Greci Greci in Ravenna Svevi Ravenna 476 Eruli Italia
FORD Desmond, Daniele (scrittura ebraica), Nashville 1978, p. 158.
88
“Sembra che la cifra dieci sia impiegata perché era naturale che la statua avesse dieci dita” LOOMIS Harmon, The
Great Conflict, Christ and Antichrist, New York 1874, p. 399.
89
CALVIN Jean, Leçons sur le livre de Daniel, Genève 1562, fol. 97,98.
90
BOSSUET Jacques Bènigne, L’Apocalypse, Paris, p. 273.
91
P. de Benoit, o.c., p. 22.
“Non è sufficiente che ci siano dieci dita ai piedi, perché il numero dei regni simbolici debba essere esattamente
dieci” Basile STEWARD, Foretold and Fulfilled, London 1920, p. 31.

220 Quando la profezia diventa storia


COME DIO VEDE LA STORIA

Diciamo con un autore anonimo: “Per il compimento di questa profezia è


sufficiente che l’Impero Romano sia stato diviso in più pezzi o parti, come lo si può
verificare dai regni e stati che sono usciti e che esistono ancora”92 risultato delle
grandi immigrazioni del V° secolo della nostra era. Nulla impedisce di vedere questa
cifra come un numero tondo.93
G.A. Rosselet osservava: “Questi dieci regni, di secolo in secolo, si sono
modificati e trasformati, ma sono dimorati sempre nel numero da sette a dieci”.94
Questa divisione persisterà fino al ritorno di Cristo quando “l’Iddio del cielo farà
sorgere un altro regno che non sarà mai distrutto, e che non passerà sotto la
dominazione di un altro popolo”.95
Conclusione

“Esiste una perfetta similitudine tra il simbolismo della statua e quello delle
quattro bestie, con la differenza che le quattro bestie ne offrono l’aspetto morale e
spirituale”96 e la natura intima di queste potenze politiche, mentre la statua
rappresenta le monarchie come un re pagano le poteva vedere.

92
Anonimo, Le cinquième empire, p. 19. Vedere VAUCHER Félix Alfred, Lacunziana, serie I, 1949, pp. 41,42.
93
Vedere ALLIOLI Joseph Franz von, Commentaire sur tous les Livres des Divines Ecritures, traduzione di Louis
Philippe GIMAREY, vol. V, Paris 1868, p. 467.
94
ROSSELET d’IVERNOIS Gustave-Adolphe, L’Apocalypse et l’Histoire, t. I., Paris 1878, p. 197.
95
Daniele 2:44.
I futuristi cattolici, come Roberto BELLARMINO, De Romano Pontifex, libro III, cap. V, Controversie, Roma 1832,
pp. 638,640, seguito da diversi protestanti ADAMS John Quincy, The Time, pp. 36-40; R. ANDERSON, 5a ed., 1895, pp.
46,271-277; BARBEY Louis, pp. 127,128,132,133; BONAR Andrew, pp. 32,47-50; K.F.I. KEIL, traduzione inglese, p.
268; KING G.R., pp. 118-121; B.W. NEWTON, London 1849, p. 276; 2a ed.,1873, pp. VII, 491; R. PACHE, Notes, p. 74;
ROSSIER J.B., t. II, p. 52; TREGELLES S.P., Remarcks, pp. 66,84, (per i titoli delle opere vedere Bibliografia) ed altri,
pretendono che i dieci regni devono ancora venire, sono nel futuro. Partono dall’idea che le due gambe della statua
rappresentino le due metà dell’Impero Romano: l’impero greco in Oriente, e l’impero latino in Occidente. Quindi
cinque dita della gamba destra e cinque della gamba sinistra corrispondono a cinque regni in Oriente e cinque in
Occidente. Siccome una simile divisione non si è mai prodotta nella storia, bisogna proiettare la sua realizzazione in
futuro. Si deve però osservare che nel testo biblico le dieci dita fanno seguito ai piedi senza nessuna interruzione di
tempo. Inoltre Daniele non ha mai stabilito alcun rapporto geografico tra le due gambe e una tardiva divisione
dell’impero in due parti. Diceva L. Gaussen: “Questa divisione in due imperi si è realizzata dopo 400 anni dall’inizio
delle gambe di ferro. Secondo Daniele (2:35), il rame esiste ancora, non solamente dopo la conquista di Roma, ma in
un’epoca ancora più avanzata dove l’Impero dei Romani sarà distrutto dalla piccola pietra che si stacca dal monte.
Bisogna concludere che la Turchia d’Europa, la Grecia, la Tracia, l’Asia Minore, la Siria e l’Egitto siano ancora il
rame, essi non sono mai stati il ferro”, o.c., t. I, pp. 211,212. Si è dunque in diritto di affermare: “Le dita rappresentano
i dieci regni che si sono formati durante e a seguito dell’invasione dei Barbari nell’impero d’Occidente che è il
territorio proprio del quarto regno della statua”.
L’argomento forte dei futuristi è dato dal fatto che la lista proposta dei regni barbarici dai diversi esegeti della
scuola storica non concordano perfettamente tra di loro. Le differenze che riguardano solo due, tre nomi scaturiscono
dal fatto che gli autori non hanno adottato lo stesso punto di vista per quanto riguarda i limiti geografici della quarta
monarchia e l’epoca di apparizione dei dieci regni. Questi regni, che sorgono dallo smembramento dell’Impero
Romano d’Occidente devono essere cercati nei limiti di questo impero, all’esclusione dei territori che sono appartenuti
alle monarchie precedenti. “Dopo un esame maturo, i migliori esegeti sono giunti a una conclusione evidente: i dieci
regni appartengono esclusivamente all’impero d’Occidente” BIRKS Thomas-Rawson, The four propheticals Empires,
London 1844, p. 96.
Sui principi che stabiliscono le regole che delimitano i territori profetici dei vari imperi vedere il nostro Capitolo
VII.
96
BOLOMEY Henri A., Simple Étude sur l’Apocalypse de Jésus Christ, Yuerdon 1914, p. 171.

Quando la profezia diventa storia 221


CAPITOLO IV

Sarebbe però un errore vedere in questo capitolo VII di Daniele una semplice
ripetizione di quanto detto nel capitolo II.
Questa parte del capitolo VII serve da prefazione, da premessa, da introduzione
alla descrizione di un altro personaggio che sarebbe sorto dall’Impero Romano, a
seguito della divisione del suo territorio in regni diversi, dalla quarta bestia a seguito
della manifestazione delle corna, cosa che vedremo nelle pagine che seguono.

222 Quando la profezia diventa storia


Capitolo V

DA POTERE RELIGIOSO A POTERE TEMPORALE

“Tutti i Padri della Chiesa hanno detto che la IV


bestia è l’Impero Romano. Le dieci corna della
bestia e le dieci dita della statua sono la divisione
dell’Impero Romano in dieci regni.
Tutti i Padri hanno detto che il piccolo corno è
l’Anticristo, o l’Uomo del peccato...
Tutti i Padri hanno detto che l’Anticristo non si
sarebbe rivelato nell’Impero Romano, se non dopo
la divisione di questo impero.
Tutti credevano che sarebbe stato un re teologo che
avrebbe regnato a Roma.
Tutti hanno detto che l’Anticristo durerà fino al
ritorno di Cristo Gesù sulle nuvole del cielo.
Questo accordo è bello e eloquente.
Bisogna ammirarlo nella sua pienezza e ammirarlo
anche nella sua cattolicità.
Nella pienezza: sono tutti questi tratti.
Nella cattolicità: sono tutti i Padri della Chiesa;
sono i Greci, sono i Latini, sono i vescovi e sono i
dottori, quelli d’Egitto e quelli della Gallia; quelli
di Gerusalemme e quelli di Cartagine, quelli
dell’Arabia e quelli di Roma; quelli che hanno visto
i discepoli di S. Giovanni, e quelli che hanno già
sentito suonare la tromba dei Goti” Louis
Gaussen.1

“Vi parlo di un dogma prezioso e sacro per i nostri


padri, ma troppo negletto e spesso pure sconosciuto
nelle nostre chiese, benché Dio ci abbia dato, per
apprezzare il valore, molte ragioni nuove che i
nostri padri non avevano... Io potrei mostrarvi che
questa dottrina, continuamente professata nella
Chiesa di Dio da più di 1200 anni, non fu con-
siderata... solo nei tempi di rilassamento e
d’incredulità” Louis Gaussen.2

Introduzione

Una particolarità della profezia è quella di attirare l’attenzione del lettore sui
momenti in cui la rivelazione si compie nella storia.

1
GAUSSEN Louis, Daniel le prophète, vol. III, Paris 1849, pp. 149,150.
2
GAUSSEN Louis, L’Antichrist ou le souverain Pontificat dévoilé dans l’Ecriture. Conferenza tenuta all’apertura
dell’anno accademico dell’Università di Ginevra nel 1843; ed. Dammarie-les-Lys 1947, pp. 8,9.
CAPITOLO V

La quarta monarchia universale viene messa da Daniele in particolare rilievo


perché in essa si concentra la potenza del mondo nella sua rivolta, nella sua inimicizia
con Dio. Questo impero è molto importante perché in esso sorge la figura dell’uomo,
del potere, che incarna il peccato.

“La quarta bestia era spaventevole, terribile e


straordinariamente forte; aveva dei denti grandi di ferro;
divorava e calpestava il resto coi piedi; era diversa da tutte
le bestie che l’avevano preceduta, e aveva dieci corna, ed
ecco che un altro piccolo corno spuntò tra quelle, e tre
delle prime corna furono divelte dinanzi ad esso”.3

Il piccolo corno è stato identificato con diverse figure che hanno segnato il loro
tempo e alcune anche le epoche future. Tutte le spiegazioni date sono sostenute dalla
correlazione di alcuni particolari del testo biblico con il potere proposto, ma la totalità
dei particolari trova però la realizzazione storica nel potere che ha caratterizzato la
storia dell’occidente cristianesimo.

Il piccolo corno non può essere Antioco Epifane IV

Questo mostro non viene nominato perché viene presentato come una macchina
“con denti di ferro”. Già questo tratto è sufficiente per demolire l’identificazione di
questo regno con la monarchia greca fondata da Alessandro Magno, perché questo
impero non si distinse in maniera specifica da quelli che l’avevano preceduto; del
resto, al capitolo VIII di Daniele esso viene rappresentato da un capro che si
contrappone a un montone.
La forza straordinaria della quarta bestia non permette di vedere né l’insieme delle
monarchie sorte dalla divisione dell’impero di Alessandro, né una di esse, come il
regno di Siria dei Seleucidi, perché questi regni non avranno la stessa potenza che ha
avuto l’Impero Greco-Macedone, precisa Daniele stesso.4

3
Daniele 7:7,8.
4
Vedere La Bible Annotée, Ancien Testament - Les prophètes, t. II, Daniel, Neuchâtel, p. 288. Vedere Daniele
8:21,22.

224 Quando la profezia diventa storia


DA POTERE RELIGIOSO A POTERE TEMPORALE

L’esegesi razionale identifica la quarta bestia con l’impero e la dinastia seleucida,5


e l’undicesimo corno con Antioco Epifane IV (215-163 a.C., re di Siria dal 175 a.C.),
dice che le dieci corna “rappresentano i dieci re seleucidi...: Alessandro Magno,
Seleuco I, Antioco I Sotere, Antioco II, Seleuco III Cerauno Sotere, Antioco III il
Grande, Seleuco IV Filopatore, Antioco figlio di Seleuco IV, Demetrio I ... Il piccolo
corno è Antioco Epifane IV che fa scomparire tre corna e cioè probabilmente Seleuco
IV Filopatore, assassinato da Eliodoro, Antioco figlio di Seleuco, assassinato da
Andronico (169 a.C.), e Demetrio I”.6 Coloro che sostengono questa spiegazione non
tengono in nessun conto il testo biblico.
Sarebbe bene che si domandassero come mai le sette corna (compagne del piccolo
corno) restino ancora “sulla testa” della quarta bestia dal momento che i predecessori
di Antioco erano di già morti. Le corna che li rappresentano sarebbero dovute cadere
successivamente uno dopo l’altro, di modo che non ne sarebbero rimaste che tre, le
quali sarebbero cadute davanti ad Antioco... Chiaramente, secondo il testo, le dieci
corna esistono simultaneamente; l’undicesimo sorge, cresce in mezzo ad esse e ne
abbatte tre. Le altre continuano a esistere... Il piccolo corno coesiste con le dieci
corna; esso si pone “tra loro, in mezzo a loro”. Ora Antioco (che sarebbe
rappresentato dal piccolo corno) non sorge in mezzo agli altri re di Siria; viene
solamente dopo di loro. Antioco non sorge in mezzo ai re (le dieci corna coesistono
con l’undicesimo, il quale abbatte o sradica solamente tre dei suoi compagni)... Tutte
le corna sono dei re-regni... Le dieci corna indicano dieci re (monarchie)... Come si
vuole che questa descrizione si accordi con la storia di Antioco Epifane?”.7 Un corno
indica un regno, una dinastia, un susseguirsi di re che occupano lo stesso trono, può
indicare il re (persona) solo nel momento in cui esso rappresenta il regno. Quindi un
altro corno, che spunta, indica un altro regno (una dinastia di re) che sorge.

Il piccolo corno e altri errori di identificazione

Il piccolo corno è stato identificato con Maometto dal papa Innocenzo III.8 Hanno
fatto la stessa supposizione anche Lutero9 e Melantone.10

5
A critica di questa spiegazione vedere il nostro Capitolo IV, in particolare la nota n. 64 e Appendice n. 4.
Questa spiegazione ha anche radici lontane. L’identificazione con Antioco Epifane è stata proposta per la prima
volta dal neoplatonico Porfirio per contrastare il cristianesimo (Già Gerolamo lo aveva refutato, MIGNE, P.L., XXV,
col. 530,531,1101 “Invano Porfirio ha supposto che questo piccolo corno, che si eleva dopo i primi dieci, potrebbe
essere Antioco Epifane”). Il pensiero di Porfirio è stato adottato da Policronius (vedere B.Otto BARDENHEWER,
Freiburg, 1879, pp. 77,78). Vedere Appendice n. 2 e Appendice n. 5.
Antioco Epifane è stato visto come tipo dell’Anticristo da: G. BERNINI, pp. 216,226-228; L. BERTHOLDT, p. 429; S.
CAHEN, La Bible, vol. XVII, ed. 1843, p. 36; H. CLEAVER, pp. 194,195; L. GAUTIER, vol. II, ed. 1906, p. 282; ed. 1914,
p. 222; ed. 1939, p. 223; E. HAAG, p. 129; M.J. LAGRANGE, Judaisme, pp. 65,66; J. LIMKE, Disser.; H. VENEMA, VIII
Diss., pp. 403-460; G. LUZZI, pp. 251, 297,300,301; K. MARTI, Daniel, p. 51; J.F.H. MEINHOLD, Das Buch, p. 299; J. de
MENASCE, Daniel, pp. 58,61; T. NOELDEKE, p. 325; Ch. PIEPENBRING, p. 713; H. PINTO, Opera, p. 124; A. POLANUS, p.
587; N.W. PORTEOUS, Daniel, p. 107; B. RIGAUX, p. 164; R. ROLLOCK, Genève 1610, pp. 309,319,330,332-335;
AA.VV., Sagrada Biblia, vol. II, Madrid 1957, p. 1595; E.B. SANFORD, p. 240; C.C. STEEN (ALAPIDE), 1622, p. 67; J.
STEINMANN, p. 116; G. VIDAL, p. 64; A. WESTPHAL, Dictionn., vol. I, pp. 1042,1043; Traduzione ecumenica della
Bibbia, Antico Testamento, ed. francese 1975, p. 1699.
6
VATTIONI Francesco, La Sacra Bibbia - l’Antico Testamento, vol. II, Daniele, ed. Marietti, Torino 1964, p. 1087.
7
FABRE d’ENVIER Jules, Le livre du Prophète Daniel, t. II, Paris 1890, pp. 619,624,623,622,619.
8
Innocenzo II, MIGNE, P.L., CCXVII, col. 324-325.

Quando la profezia diventa storia 225


CAPITOLO V

“Questa quarta bestia è evidentemente l’Impero Romano che si eleva dopo


l’Impero Greco, e fu molto più esteso e potente di questi tre imperi che l’avevano
preceduto. Holzhauser... pensa che questo quarto impero sia quello di Maometto. Noi
non possiamo ammettere questo, neppure come semplice ipotesi; bisognerebbe in
questo caso sopprimere, o non vedere da nessuna parte l’Impero Romano, che ha
tuttavia avuto il più grande posto nel mondo”.11
La caratteristica della quarta monarchia è quella di dare origine a dieci regni, cosa
che non avvenne con l’Islam e inoltre, dal punto di vista della profezia, come
vedremo nel nostro Capitolo VII - Perché la Riforma non è sorta nei paesi latini, il
territorio dell’Islam fa parte della terza monarchia, quella greco-macedone.
Altri autori,12 e lo stesso abate J. Fabre d’Envieu, hanno visto il piccolo corno
come un tipo dell’Anticristo finale.13
Altri commentatori vedono in questo potere un personaggio storico. Il Maestro
A.F. Vaucher così elenca: Giulio Cesare,14 Nerone,15 Diocleziano,16 Galero,17
Napoleone I.18 Inoltre è stato identificato con il Comunismo19 e con un ipotetico
anticristo a venire.20

9
LUTHER Martin, Works, vol. II, 2, Weimar 1960, p. 13.
10
MELANCHTON Philip, In Daniel proph. comm. eiusdem in Hier. proph. vaticinia, argumentum, Basel 1543, pp. 70-
72; Genève 1555, pp. 122,359.
11
NICOLAS Anedée, Conjectures sur les Âges de l’Eglise et les derniers temps, 2a ed., Paris 1881, p. 199. Vedere
HUNTINGFORD Edwad, A Harmony of the Chronology Prophecies of Daniel, London 1895, p. 40 ha refutato questa
posizione.
12
J.A. BATTENFIELD – Ph.Y. PENDLETON, p. 142; J. DRACH, Comment. vol. II, pp. 7,9; M. GEIER, Operum.., II, 2,
Amsterdam 1696, p. 202; E. HUIT, p. 187; T. MÉMAIN, L’Apocalypse, 1898, pp. 66-70; SCHELLENECKER (SELNECCERUS)
N., Die Propheten, fol. 434; V. STRIGEL, pp. 108-112; H.J. SVANING I, Comment., p. 67;.
13
J. Fabre d’Envieu, o.c., p. 692-695.
14
Luis de ALCAZAR, In Vetus Testamentus partes quas respicit Apoc., Lyon 1631, fol. 278.
15
COLVER Nathaniel, The Prophecies of Daniel,literally fulfilled, Boston 1843, p. 96.
16
BARCELLONA Antonio, Parafrasi dei libri dei profeti, t. IV, Venezia 1828, p. 96.
17
KERKHERDERE Jan-Gerard aveva adottato l’ipotesi di Antioco in Prodromus Danielicum, Louv. 1711, p. 350,
proponendo poi l’imperatore romano Galero in De Monarchia Romae paganae, Louvain 1727, p. 30.
18
ALBRECHT Christian, Das Buch der Prophetem Daniel und Haggai, Saint Gall 1840, p. 37.
19
CLARET Y CLARÁ Antoine-Maria, La época presente considerada come probabilmente la última del mondo,
Barcellona 1868, p. 56.
20
Interpretazione adottata da diversi autori cattolici e protestanti. BENOIT de Pierre, pp. 47,48; W.E. BIEDERWOLF,
The Millennium..., pp. 208,209; A.E. BLOOMFIELD, The End, pp. 108-129; D. CAMPBELL, The Jugement, p. 174; F.
DUESTERWALD, pp. 131-145; J. FABRE d’ENVIEU, p. 682: “Il piccolo corno sorge in mezzo alla dieci corna della quarta
bestia, rappresenta non Antioco Epifane, ma un anticristo che apparirà alla fine dei tempi”. L. GERBI, p. 198; F. GODET,
3a ed., p. 342; J.N. GORTNER, Daniel., p. 106; E. HUNTINGFORD, A Harmony, pp. 64-65; K.F.I. KEIL, The Prophet, p.
283; S. LIMBACH, Eine, p. 104; A. LONGLEY, p. 60; J. MALDONADO, p. 687; G.S. MENOCHIO, ed. 1630, p. 318, ed. 1758,
p. 128, ed. 1768, p. 248; W.G. MOOREHEAD, Outline, p. 286; L.W. MUNHALL, pp. 161-163; F. OGARA, p. 243-253; R.
PACHE, Notes, p. 78; K. PELLICANUS, Comm. bibl., vol. III, Zürigo 1533, fol. 224; J. PHILIP, p. 106; J. PHILLIPS, p. 171;
H. PINTO, In Daniel, 1583 fol. 120a; SOLA Y MESTRE, pp. 381,392-396; W.C. STEVENS, p. 97; Tommaso d’Aquino, vol.
XIX, ed. 1660, p. 29; S.P. TREGELLES, Remarks, 5a ed., p. 82; N. WEST, p. 73; G. WILLIAMS, The Student’s ..., 5a ed.,
pp. 623,624; G.D. YOUNG, The Bible..., vol. II, 1960, p. 273.
In questa ipotesi si potrebbero elencare anche Cirillo di Gerusalemme, traduzione di Faivre vol. I, pp. 119-123;
Ippolito di Roma, ed. Lefèvre, vol. IV, XIV, pp. 288,289; Gerolamo, MIGNE, P.L., XXV, col. 531 che per forza di cose
dovevano vedere questo potere nel futuro e prima del ritorno di Gesù.
Per i titoli completi delle opere vedere la Bibliografia.

226 Quando la profezia diventa storia


DA POTERE RELIGIOSO A POTERE TEMPORALE

Non riteniamo che sia necessario confutare ognuna di queste spiegazioni che non
tengono conto di tutte le caratteristiche precisate dal testo biblico che consideriamo
nella spiegazione che segue.

Il piccolo corno e l’interpretazione storica

Il brano con il quale Daniele esprime il suo interesse per la quarta bestia e l’azione
dell’undicesimo corno è eloquente:

“Queste quattro grandi bestie, sono quattro re che


sorgeranno dalla terra; poi i santi dell’Altissimo
riceveranno il Regno e lo possederanno per sempre,
d’eternità in eternità. Allora desiderai sapere la verità
intorno alla quarta bestia, che era diversa da tutte le altre,
straordinariamente terribile che aveva i denti di ferro e le
unghie di rame, che divorava, sbranava e calpestava il
resto con i piedi, e intorno alle dieci corna che aveva in
capo, e intorno all’altro corno che spuntava, e davanti al
quale tre erano cadute: a quel corno che aveva degli occhi,
e una bocca proferenti cose grandi e che appariva
maggiore dalle altre corna. Io guardai, e quello stesso
corno faceva guerra ai santi dell’Altissimo, e venne il tempo
che i santi possederono il regno.
Ed egli (l’angelo) mi parlò così: “La quarta bestia è un
quarto regno sulla terra, che differirà da tutti i regni,
divorerà tutta la terra, la calpesterà e la frantumerà. Le
dieci corna sono dieci re che sorgeranno da questo regno; e
dopo quelli, ne sorgerà un altro, che sarà diverso dai
precedenti e abbatterà tre re. Egli proferirà parole contro
l’Altissimo, ridurrà allo stremo i santi dell’Altissimo e
penserà di mutare i tempi e la legge; i santi saranno dati
nelle sue mani per un tempo, dei tempi e la metà d’un
tempo. Poi si terrà il giudizio e gli sarà tolto il dominio, che
verrà distrutto e annientato per sempre”.21

Le dieci corna o i dieci regni, con il piccolo corno che ne abbatte tre, sono la
continuazione della quarta monarchia e non fanno che uno stesso regno con essa, che
deve durare fino a quando il Regno sarà dato al popolo di Dio.
Questa visione storica era stata talmente ben capita che la Chiesa primitiva
attendeva il potere del piccolo corno e lo considerava l’Anticristo.

21
Daniele 7:17-26.

Quando la profezia diventa storia 227


CAPITOLO V

Anticristo è una parola greca composta dalla preposizione “anti” e dal nome
Cristo. La preposizione anti in greco ha principalmente due significati: “contro”
dando quindi l’idea di avversario, e “al posto di”.
“Quindi significa un vice-Cristo, o un falso-Cristo (senso adottato dalla versione
Siriaca), o tutti e due contemporaneamente.
Come la parola antipapa non indica semplicemente un nemico del papa, come
avrebbe potuto essere un imperatore germanico ghibellino, ma qualcuno che si
sostituisce al papa legittimo, ricevendone gli onori ed esercitandone le funzioni”22;
così Anticristo è colui che è al posto di Cristo, un vice Cristo, colui che sostituisce
Cristo, o l’avversario di Cristo, come lo definisce l’apostolo Paolo.
L’attesa di questo personaggio era molto sentita nei primi secoli della nostra era,
perché Daniele ne aveva descritta l’azione in forma esplicita e chiara. Le sue
precisazioni hanno permesso una identificazione permanente nel corso dei secoli.
Come abbiamo detto sopra, in diversi modi si è voluto identificare il piccolo corno
di Daniele VII, ma la spiegazione storica identifica il “piccolo corno” col Vescovo di
Roma. Le caratteristiche così complete e precise permettono di affermare che il
profeta ha descritto la teocrazia del Medio Evo che vive nei nostri giorni, la cui
crescita attuale di influenza e di vitalità fa credere che essa si prolungherà fino al
momento del prossimo ritorno del Signore. Questa interpretazione non è arbitraria e
motivata da spirito di parte. La chiarezza del testo biblico, come vedremo, ci obbliga
a riproporla. È assolutamente impossibile dare una spiegazione diversa e, come scrive
L. Gaussen, questa identificazione è stata costantemente professata nella Chiesa di
Dio e non viene considerata solamente nei tempi di rilassamento e d’incredulità, come
nella nostra epoca.
Possiamo dire che questa sia la spiegazione classica protestante dalla Riforma, ma
è ad essa precedente ed è la sola a rispondere a tutte le caratteristiche del testo di
Daniele.23

22
ELLIOTT Edward-Bishop, Horae Apocalypticae, t. III, 5a ed., London 1862, p. 105.
23
Alcuni esempi: J. ABBADIE, pp. 456-537; J.H. ALSTED, Trifolium, t. I, p. 104; Anonimo, The Scheme ..., pp. 34-43;
J. BENSON, Honly Bible, p. 700; J.W. BIRCHMORE, p. 35; H.E. BROOKE, The Great Words ..., p. 38; H. BULLINGER, Von
Antichrist ..., ed. 1541, p. 64; W. BURNET, pp. 87,88; P.L.E. BURNIER, pp. 341,342; E.P. CACHEMAILLE, Daniel’s, ed.
1888, pp. 34,35; An Explan., ed. 1911, p. 43; The first, p. 103; T.W. CHRISTIE, The Book of Revelation, osserva che
questo 11o corno non è né Antioco, p. 32, né il maomettanesimo, p. 33, ma il papato, p. 39; J. CUMMINGS, Explicat.,
ed. 1854, pp. 120-161; K.A. DAECHSEL, ed. 1901, pp. 851-853; N.S. FOLSOM - J. TRUAR, A Diss., p. 58; H. GUINNESS,
Div., p. 322; H. HABERSHON, Diss., pp. 304,343,389-419; Hist., p. 302; T.W. HASKINS, Is the Papacy ..., p. 36; H.W.
LOWELL p. 32; W. LOWTH, vol. I 1726, p. 67; 1822, p. 339; Ch.P. MILES, vol. II, p. 130; T. PARKER, p. 15; M. POOLE,
ed. 1968, p. 831; M.F. ROOS, pp. 154-184; P. TAGLIALATELA, ed. 1902, ed. 1908; M.C. TREVILIAN, ed. 1858, pp. 90-
128, 401; J. WILSON, Daniel, pp. 177-207; T. ZOUCH, pp. 46-53.
L’interpretazione è stata contrastata da John-Henry NEWMAN, The protestant. Idea of Antichrist British Critic and
Quarterly Theological Revelation, ottobre 1840, pp. 391-440; riprodotta in Essays critique and History, vol. II, 1871,
1901, pp. 112-185.
Il cattolico George Steward HITCHCOCK, The Beasts and the Little Horn, London 1911, 1912, p. 4, constatava con
soddisfazione che questa teoria era abbandonata dai protestanti. Essa è però ancora mantenuta da qualche autore.
Vedere Ch. BOUTFLOWER, p. 83; W.B. DAWSON, The Time..., pp. 72-96; H.N. SARGENT, The Marvels ..., pp. 128,158-
166.
Per i titoli completi delle opere vedere la Bibliografia.

228 Quando la profezia diventa storia


DA POTERE RELIGIOSO A POTERE TEMPORALE

Da questo testo di Daniele scaturisce una radiografia del potere che ha


caratterizzato la storia occidentale, con 15 caratteristiche, che noi porremo in un
ordine che, pur non seguendo sempre quello del testo biblico, non lo altera.
Questo capitolo della Parola di Dio risplende soprattutto della forza e della
speranza di coloro che hanno creduto in secoli difficili e sono stati vincitori grazie
alla loro fede.

Le 15 caratteristiche del potere religioso che divenne potere temporale

1. Una monarchia

“Nel linguaggio della visione, cosa è un corno, se non un regno, un re, un


susseguirsi di re? “Un altro corno”24 è dunque evidente che, come i primi dieci re, è
una potenza territoriale e politica”.25
“Questo piccolo corno rappresenta un re e, per conseguenza, una monarchia che si
innalza nel mezzo dei dieci stati contemporanei e simultaneamente scaturiti dallo
stesso grande impero”.26

2. Sua natura

Questo corno però è “diverso dai precedenti”27. Legifera nel campo della
religione.
“Lo Spirito Santo dichiara che egli sarà contemporaneamente potenza temporale e
spirituale; - temporale: è un corno; - spirituale: questo corno è diverso dai primi: ha
degli occhi e una bocca, bestemmia, perseguita i santi, pretende di cambiare la legge
divina; pronuncia grandi parole, guida il mondo”.28
“La Chiesa di Roma è una potenza contemporaneamente spirituale e temporale.
Che essa possegga un territorio o che non abbia che un palazzo per dominare, la
Chiesa di Roma è uno stato... La sua istituzione, come essa ce la espone, l’investe
dell’autorità civile e politica su tutto l’universo.
È perché è una potenza spirituale che è una potenza temporale. È perché le anime
le sono effettivamente sottomesse ch’essa intraprende la sottomissione dei corpi”.29
“Noi siamo così indotti a vedere nel piccolo corno del capitolo VII, che si innalza
in mezzo alla quarta e ultima monarchia, il personaggio o il potere designato da S.
Paolo come “l’uomo del peccato, il figlio della perdizione, l’empio””.30

24
Daniele 7:8.
25
L. Gaussen, o.c., t. III, p. 5. Confr. Daniele 7:8,24.
26
J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, p. 683.
27
Daniele 7:24.
28
L. Gaussen, o.c., t. III, p. 309; Confr. Daniele 7:24,25.
29
FRANCE Anatole, L’Eglise et la République, Paris 1904, pp. 7,8; cit. da VUILLEUMIER Jean, Les prophéties de
Daniel, Genève 1906, p. 136.

Quando la profezia diventa storia 229


CAPITOLO V

3. Sua posizione geografica

““Ed ecco un altro piccolo corno saliva tra esse”.31 Tra esse, cioè, tra le prime
dieci... Ecco cosa vi indica con la più perfetta precisione in quale parte del mondo ha
dovuto elevarsi questa potenza temporale coronata dal diadema dei re, teologo,
nemico di Dio e del suo nome, della sua parola e del suo popolo. Dove spunta il
corno, se non sulla testa imperiale della quarta bestia? E cosa vuole dire questo
emblema, se non che questo re teologo, in quanto temporale, dovrà apparire, non
solamente nel territorio dei Latini e fra i dieci re, ma ancora come traendo la sua
esistenza dal potere degli imperatori romani?”.32
“Si tratta in effetti... d’un Anticristo che deve apparire in mezzo ai regni formati
dalle macerie dell’Impero Romano (quale) continuazione di questo impero”.33
Non era forse Roma il punto centrale dell’impero latino?

4. Epoca della sua apparizione

“Le dieci corna sono dieci re che sorgeranno da quel regno; e, dopo quelli, ne
sorgerà un altro, che sarà diverso dai precedenti”.34
Le invasioni barbariche avvennero tra la fine del V e l’inizio del VI secolo come
abbiamo esposto nel capitolo precedente.
“I Padri della Chiesa (Giustino, Ireneo, Lattanzio, Gerolamo, Agostino,
Crisostomo) non si sbagliarono dunque quando credevano che il “piccolo corno”
apparirebbe dopo la divisione dell’Impero Romano in dieci regni”.35
Cirillo, vescovo di Gerusalemme, verso il 348 scriveva: “L’Anticristo apparirà
quando i destini di Roma saranno compiuti... Sui resti di questo impero si eleveranno
dieci re che regneranno forse in diversi luoghi, tuttavia nello stesso tempo. A questi
dieci re succederà l’Anticristo”.36
Gerolamo nel 407 scriveva nel suo Commentario su Daniele: “Diciamo quello che
hanno insegnato e trasmesso tutti gli scrittori ecclesiastici, cioè che alla fine dei
secoli, quando verrà la distruzione dell’Impero dei Romani, dieci re si divideranno tra

30
J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, p. 685. Confr. 2 Tessalonicesi 2:1-10. Ricordiamo che questo abate pensava a questo
corno come un tipo dell’Anticristo finale, o.c., pp.692-695.
31
Daniele 7:8.
32
L. Gaussen, o.c., t. III, p. 6.
33
J. Fabre d’Envieu, o.c., t. Il, p. 688.
34
Daniele 7:24,8.
35
J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, p. 679. I Padri della Chiesa, convinti ancora che il Cristo dovesse ritornare e non
avendo compreso la nozione storica del tempo profetico, credevano che le corna-re fossero delle persone fisiche e non
delle dinastie, dei regni.
36
Cirillo di Gerusalemme, Catechesi, XVI, 12. Vedere riferimento precedente.

230 Quando la profezia diventa storia


DA POTERE RELIGIOSO A POTERE TEMPORALE

loro il mondo romano, e un undicesimo re, più piccolo, sorgerà in mezzo a loro,
prevarrà su tre dei dieci primi”.37
Col 476 l’impero d’Occidente cade, ma inizia una nuova storia d’Italia, inizia una
nuova storia dell’impero latino.
“Nel caos che seguì il crollo dell’Impero Romano d’Occidente, nella tormenta
delle grandi migrazioni che minacciarono di portare via tutto, il papa rappresentava
l’autorità più alta, quella che, sola, restava in piedi in Occidente e che i cataclismi,
lontano dal diminuire, ingrandivano e fortificavano. I Romani provavano un bisogno
imperioso di avere un punto di appoggio stabile: da questo si spiegano i loro sforzi a
non tralasciare nulla per conservare e accrescere questa autorità”.38
“Certo è che, col sacco dato dai Vandali, l’antica Roma è caduta, la nuova già
comincia a sorgere, facendo prova d’una grandezza diversa, ma non meno
ammirabile. La gloria del Campidoglio non esiste più, ma comincia quella del
Vaticano”.39
5. Sue dimensioni territoriali

“Ecco un altro piccolo corno”.40


“Come potenza temporale, come principe coronato, doveva essere notevolmente
piccolo tra tutti gli altri. Come potenza politica, è il più piccolo dei sovrani
dell’impero”.41
Il territorio degli stati pontifici non ha mai superato, anche nella sua massima
estensione, il terzo dell’Italia. Comprendeva: la città di Roma e la campagna che la
circondava, chiamata ducato di Roma; a questo territorio si aggiungevano: l’Umbria,
le Marche, la Pentapoli in Romagna, il ducato di Urbino e quello di Ferrara. Ancora
oggi “il papa è un sovrano. Regna sopra uno Stato riconosciuto da tutti gli stati... la
sovranità del Papa è illustrata da un certo numero di fatti, fra cui la presenza, presso
di lui, di 47 missioni diplomatiche straniere. Il papa, per la natura specifica della sua
sovranità, gode di un rango a parte rispetto agli altri capi di Stato, siano essi re o primi
cittadini d’una Repubblica. Riceve i loro omaggi e restituisce tali onori soltanto per
tramite di un cardinale”.42
Una delle caratteristiche di uno stato è quello di battere moneta e 105 papi,
incominciando dal 731 con Gregorio III (731-741), l’hanno fatto.
A tale proposito il Lessico Ecclesiastico Illustrato dice: “La zecca pontificia di
Roma è la più illustre del mondo; e la sua importanza deriva soprattutto dai grandi
artisti che vi hanno lasciato dei veri capolavori. Le monete papali sono parte delle
prove indiscutibili della potenza millenaria del papato, di questa istituzione grandiosa

37
Gerolamo, Commentario su Daniele, MIGNE, P.L., 25,1884, col. 531. Vedere riferimento n. 35.
38
SCHMÜRER Gustave, L’Eglise et la civilisation au Moyen Âge, Paris 1933, p. 131.
39
VILLARI Pasquale, Le invasioni barbariche in Italia, Milano 1901, p. 117.
40
Daniele 7:8.
41
L. Gaussen, o.c., t. III, pp. 7,309. Confr. Daniele 7:8.
42
ORMESSON Wladimir de, Il Papato, ed. Paoline, Catania 1958, pp. 155,156. Il numero delle Missioni Diplomatiche
straniere è aumentato.

Quando la profezia diventa storia 231


CAPITOLO V

che domina la storia e che la divina Provvidenza collocò e conserva in mezzo


all’Italia, educatrice feconda dei popoli”.43
Le monete papali sono state “emesse dai sommi pontefici come sovrani temporali
(e) le iscrizioni delle monete più antiche recano il nome di S. Pietro o della vecchia
formula SPQR”,44 Senatus Populus Que Romanus, formula tipica dell’Impero
Romano.

6. Sua crescita graduale

Sia dal punto di vista spirituale che politico questo potere acquista potenza
gradualmente.
Roma esercitava un’influenza spirituale, grazie al suo spirito latino di affrontare i
problemi senza perdersi nelle speculazioni del pensiero come avveniva nell’Oriente.
“La Chiesa di Roma, situata nel centro dell’orbe romano, eccelleva per ricchezza; i
molti cristiani che vi confluivano da ogni parte della terra vi portavano pure molti
beni, basti pensare che Marcione, un armatore del Ponto e figlio di un vescovo,
diventato poi eretico, le regalò 200.000 sesterzi”.45
Il primo diacono della chiesa di Roma, ancora prima dell’epoca costantiniana,
amministrava un grosso patrimonio. Questa chiesa già elogiata da Paolo46 per la sua
generosità è esaltata da Dionigi in una lettera al vescovo romano Sotere (155-174):
“Fin dai primordi avete la consuetudine di beneficiare in vario modo i fratelli e di
mandare soccorsi a molte chiese. Voi amministrate il necessario ai fratelli che sono
nelle miniere”.47
L’influenza della Chiesa di Roma cresceva gradualmente anche perché era in
quella città che le prime reazioni imperiali nei confronti del cristianesimo si
manifestavano e diversi personaggi influenti della cristianità venivano portati a Roma
per essere martirizzati.
Da una parte la Chiesa di Roma, che risiedeva nella sede dei Cesari, nei momenti
di persecuzione, ha subito le prime rappresaglie suscitando profonda ammirazione
nelle altre comunità sparse nell’impero, dall’altra la Chiesa, essendo anche la più
vicina alla corte imperiale, ha goduto, in tempo di tolleranza religiosa, dei vantaggi
dalla conversione degli alti funzionari della corte. È anche per questo motivo che il
Sinodo di Sardica (343-344) sancì che ogni supplica al governo civile di Roma
passasse tramite il vescovo romano.
Tutte le strade partivano da Roma e giungevano a Roma. La presenza di fedeli
provenienti da ogni parte permetteva alla Chiesa romana di riflettere la dottrina della
cristianità, sia quella fedele agli insegnamenti apostolici, sia, in misura sempre
maggiore, quella apostata.

43
Lessico Ecclesiastico Illustrato, vol. III, pp. 590,591.
44
Dizionario Ecclesiastico, vol. II, Torino 1955, p. 1036.
45
SALVONI Fausto, Da Pietro al Papato, ed. Lanterna, Genova 1970, p. 234.
46
Romani 15:14.
47
Eusebio, Histoire Ecclesiastique, vol. IV, 23; 10; vol. VII, 6; cit. da F. Salvoni, idem, p. 244.

232 Quando la profezia diventa storia


DA POTERE RELIGIOSO A POTERE TEMPORALE

A questo si aggiunga l’abilità di alcuni vescovi nell’estendere la loro influenza


nelle controversie religiose e nel riuscire gradualmente a sostituire la figura
dell’imperatore che aveva spostato la sede imperiale da Roma a Costantinopoli.
Le Grand Larousse Universel du XIX siècle riassume: “Molto umili all’origine,
unicamente occupati a proporre le dottrine religiose, morali e democratiche del
Nazareno, i vescovi di Roma non giocarono alcun ruolo nello Stato fino al momento
in cui Costantino, dopo avere proclamato il cristianesimo religione dell’impero, fece
di Costantinopoli la nuova capitale del mondo romano. La Chiesa, fino a quel
momento perseguitata, entra in una sfera nuova e l’ora non è lontana in cui essa
inizierà a perseguitare a sua volta. Il vescovo di Roma, forte dell’appoggio
dell’imperatore, vuole accrescere la sua influenza sulle masse, di cui è il difensore
naturale. Le invasioni barbariche aumentano ancora l’influenza del papato e dei
vescovi. Davanti ai flutti che sommersero l’Impero (romano) del V secolo, i capi della
Chiesa s’impadronirono degli ultimi resti del potere civile...”.48
“L’intervento del vescovo di Roma, in occasione delle invasioni barbariche del V
secolo che si riversarono sull’Italia, rappresenta nella storia del potere temporale una
data decisiva”.49
“Ormai il problema si imponeva in maniera categorica. Poiché l’impero non
poteva scomparire, poiché era una maniera di essere del mondo, necessario, superiore
agli accidenti storici, bisognava integrarlo con i nuovi venuti, come un innesto che
viene assimilato con la sostanza stessa di un albero. La Chiesa, che è ormai il tronco
di questo albero, è la sola che può adempiere questa