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Non sappiamo pi ascoltare

Intervista di Mauro Suttora Libertaria (anno 3 n.4 Ottobre-dicembre 2001).

Nellautunno del 1998 Illich era a Citt di Castello, vicino a Perugina, alla Fiera delle Utopie Concrete, un appuntamento organizzato da KarlLudwig Shibel. Il tema dellincontro era Ludito e lascolto. In quelloccasione lo ha intervistato Mauro Suttora..

No, per favore, nessuna telecamera. Niente video. Spenga anche quel registratore. E come faccio a intervistarla? Non vuole che le sue parole vengano riportate fedelmente? In questo momento desidero soprattutto che lei mi ascolti. Voglio comunicare direttamente con lei. Senza passare attraverso un magnetofono. Sono tutto orecchi. Ormai non siamo pi capaci di usare bene le nostre orecchie. Gli strumenti tecnici di cui ci siamo circondati hanno indebolito il nostro udito. Cos come anche tutti gli altri sensi. L'impatto iniziale con Ivan Illich disarmante. Ecco qui il padre dei movimenti ambientalisti di mezzo pianeta, ma non soltanto quello, il filosofo che per primo nel 1971 teorizz La convivialit come unica difesa di fronte all'alienazione della societ consumista. Herbert Marcuse distruggeva, lui assieme a Erich Fromm ricostruiva una speranza invitando a Descolarizzare la societ o promuovendo la medicina dolce con Nemesi medica. Da anni, per, Illich sparito. Poche pubblicazioni (al massimo il testo di qualche rara conferenza), pochissimi convegni, nessuna intervista. Coerente con se stesso e con il suo rifiuto dei mass media (Inutili, anzi dannosi: forniscono un'informazione a senso unico filtrata, asettica e predigerita) scomparso dalla scena pubblica. Ma a 71 anni questo geniale ebreo ex teologo cattolico nato a Vienna non ha rinunciato a coltivare una rete di rapporti privati e privilegiati in ogni continente (dall'universit messicana di Cuernavaca a quella americana della Pennsylvania, a quella tedesca di Brema), accettando ogni tanto l'invito a riunioni o seminari. L'ho incontrato alla Fiera delle utopie concrete, appuntamento autunnale a Citt di Castello (Perugia) organizzato da Karl-Ludwig Schibel, dove Illich tornato dopo nove anni. Quest'anno il tema dell'incontro era L'udito e l'ascolto: il primo di una serie di cinque, che con cadenza annuale fino al 2001 studieranno tutti i sensi dell'uomo. Mi piace la stravaganza erudita di queste avventure intellettuali al di fuori delle mode dominanti, confessa Illich. Ogni

epoca ha trattato udito, vista, olfatto, gusto e tatto in modi diversi. Il tema centrale delle mie ricerche negli ultimi anni stato proprio l'ascesi dei sensi: l'arte del soffrire e del godere, dell'amare e del morire. Allo stesso modo, in ogni periodo esistita un'arte specifica dell'ascoltare, nonch un'arte dello sguardo.

E oggi? Una volta una bambina di nove anni mi ha detto che nel corso del pomeriggio aveva visto Kennedy, Reagan ed E. T. come vedo te. Il vedere evidentemente per lei si staccato dall'incontro. Fino al primo millennio lo sguardo era vissuto come un raggio che cade dallocchio sulloggetto.. Questatteggiamento stato rovesciato da Keplero: locchio diventato la pota di ingresso per i raggi del sole che consegnano, come i cavalieri della posta, la vista delle cose alla retina. E il principio della camera oscura. Ma oggi in atto un ulteriore rovesciamento: tramite locchio noi tutti siamo ingaggiati dagli schermi della televisione, ci trasferiamo nellazione sullo schermo. Locchio stato arruolato al servizio del medium.

Insomma, in singolare seppur involontaria sintonia con le tesi di Giovanni Sartori, il quale prende di mira luomo videns, che tutto vede (in TV), ma poco o nulla capisce, anche lei incolpa i media per la perdita di senso che sembra attanagliare sempre di pi il cittadini contemporaneo. Si ripete cos il paradosso da lei evidenziato ventanni fa: malati arruolati al servizio dei medici, studenti arruolati al servizio dei professori e non viceversa, mass media che creano la pubblica opinione invece di rifletterla.

Esatto. Lesempio dei sistemi sanitari, che sono ormai strutture elefantiache divoratrici i soldi, tipico. Il paziente moderno si affida con naturalezza al medico, che gli descrive e gli spiega la sua condizione sulla base di numerosi esami. Ma questo un comportamento che non esisteva fino al Novecento. Prima il paziente andava dal proprio medico per mostrarsi a lui e per esporgli le sue lamentele.. Occasionalmente il medico sentiva o degustava la sua urina. Anche le persone pi povere e analfabete si confidavano con il dottore con una precisione incredibile. Compito del medico era interpretare la storia dei dolori del paziente, partendo da l per la cura. Oggi invece non c pi ascolto: gli specialisti si appoggiano a valanghe di esami. Ma se qualcuno alla domanda come ti senti? mi rispondesse con la pressione sanguigna e livello ormonale, vorrei vomitare. Invece, questo proprio ci che accade oggi.

La realt virtuale oggi porta allestremo la scissione tra percezioni sensoriali e mondo fisico reale.

S. Sempre di pi non vediamo le cose dove sono tangibili, non le vediamo in un modo in cuui possano essere toccate. Sempre pi spesso diventa una nostra abitudine prendere sul serio delle voci senza corpo al telefono. Ma attenzione: non sta per sparire soltanto quella che gli antichi chiamavano sinestesia, cio la collaborazione fra i diversi sensi. Perfino il Senso comune, che rendeva possibile la percezione sensoriale dellintonazione giusta, del rispetto, della proporzionalit sensata, appartiene ormai al passato.

Ma si possono distinguere, nella storia, periodo caratterizzati dalluso privilegiato di un senso: lepoca dellolfatto, della vista, del tatto, dellascolto, della parola?

E difficile immaginare oggi cosa succedeva in un teatro greco 500 anni avanti Cristo. Era qualcosa che Platone trovava indecente: le maschere (coscientemente non parlo di attori) non avevano spettatori (theoretes) , ma ascoltatori (akouontes), che si lasciavano trascinare nel ritmo, nel tatto, nelle cadenze, nelle melodie dello spettacolo, presentato senza alcun atteggiamento critico. Platone cerc invece di promuovere il guardare gli spettacoli, e pretendeva addirittura che nel suo stato ideale certi tipi di melodie fossero vietate del tutto.

Nulla sembra cambiato rispetto a quarant'anni fa, con le accuse al rock di essere la musica del diavolo, o rispetto a oggi, con le polemiche degli odierni cinquantenni (i rockers di ieri) contro i ritmi techno, house o garage che stordirebbero le nuove generazioni.

Certo. Ma gi Aristotele critic su questo il suo maestro Platone, perch secondo lui una limitazione al solo guardare non coglieva la sostanza della tragedia. La tragedia invece mimesis praxeos, cio l'esecuzione coinvolgente in un'azione, una risonanza con qualcosa che l'ascoltatore deve capire in modo quasi tattile.

Nell'Italia dei nostri giorni la riscoperta della parola testimoniata dal calo degli spettatori televisivi, dall'aumento di quelli radiofonici e del teatro, dal successo dei talk show e di spettacoli come quello di Marco Paolini, con il suo eccezionale monologo sul Vajont.

Purtroppo non conosco l'Italia di oggi. Ma secondo Aristotele l'artista-oratore nel teatro, nell'insegnamento, e anche in politica, pu coinvolgere completamente l'ascoltatore-spettatore soltanto con la mimesis, l'esperienza di una nascita. Solo cos pu promuovere il pathei mathos, limparare a soffrire da coloro che hanno vissuto una forma di sofferenza...

Con il rischio di cadere nella tv del dolore...

... ma sempre Aristotele, nel suo Poetica, sottolinea come la presentazione visiva della sofferenza nel caso migliore pu servire come segno (semeia), senza produrre grandi effetti sullo stato dello spettatore. Invece lorazione artistica e la melodia possono modellare il carattere dell'ascoltatore, mettendogli le ali per partecipare fisicamente.

Qual il tipo di ascolto che lei, fondatore dell'ecologia moderna, considera pi sano?

Quello della comunicazione diretta, fra persone che possono guardarsi in faccia. Un dialogo che coinvolge l'orecchio, ma anche la vista: Ti do me stesso attraverso le pupille dei miei occhi.

Intervista ad Ivan Illich


Queste domande sono state inviate dal giornale La Stampa nel luglio 2002, ma le risposte non sono state pubblicate.
tratta da L'Inventario della Fierucola, N 21/22, agosto 2002

1) Proprio a San Rossore, l'anno scorso, lei auspicava una scossa alle "sicurezze profonde" che accompagnano le idee di "progresso" e le dinamiche con cui il mondo viene manipolato e ridotto ad un oggetto di ingegneria. Per accus anche i no global e il "supermercato delle propostine" che sarebbe stato il G8 di Genova. Cosa pensa del movimento di Seattle, in Italia, in America, in Germania? Lanno scorso Monsignor Alessandro Plotti ha risposto con un gesto, un abbraccio, a questa domanda. Come Vescovo di Pisa era fra coloro che davano il benvenuto alla nostra assemblea nel grande tendone da circo montato per loccasione a S.Rossore. Non avevo mai incontrato il Vescovo e fui toccato dalla vibrante semplicit della sua esposizione: nel suo breve messaggio non

cera traccia di cinismo, n il minimo sapore di mania apocalittica ma nemmeno un cenno a una qualche raccomandazione pratica. Ma poi emerse il predicatore: luomo di Chiesa che perorava la causa dei milioni di "prossimi" che attendevano il nostro aiuto. Questa descrizione di un mondo pieno di "prossimi" che aspettano il nostro esempio e i nostri euro mi fece rabbrividire. Subito dopo venne il mio turno, con il massimo rispetto dissi a sua eccellenza che ero rimasto scioccato dal suo uso del mistero cristiano, di unamicizia squisitamente personale e liberamente scelta, per lo scopo di finanziare agenzie globofile o globofobe che fossero. Confidai al moderatore la mia angoscia nellaffrontare questo argomento davanti a un pubblico come quello che avevamo di fronte, ma sentii che dovevo fare un passo avanti. Questo!: A Ges fu chiesto "Chi il mio prossimo?" e rispose raccontando del Samaritano. Oggi diremmo: questo Palestinese sulla via di Gerico vide quello che due ebrei prima di lui avevano visto: un uomo picchiato e ferito, per lui straniero. Ges dice che fu toccato fin nelle viscere e lo prese fra le braccia. Lui, il Samaritano, con le sue viscere e il suo cuore, diventato lesempio di una possibilit umana interamente nuova. Ma una cosa che sicuramente il Samaritano non era: un fornitore di servizi! Eppure lidea di una res publica come fornitrice di servizi cresciuta indubbiamente al di fuori della rivelazione cristiana secondo la quale ognuno di noi capace di tessere quellunica grazia, amicizia che la charitas. La Chiesa, la mia Madre Chiesa stata pioniera delle case per i poveri, degli ospedali, delle scuole per listituzionalizzazione della carit! A questo punto mons. Plotti si alz, venne verso di me allestremit opposta del tavolo, mi guard e mi abbracci.

2) Conosce, o legge, qualcuno dei guru no global (Klein, Shiva, George, persino un economista ex Banca Mondiale come Joseph Stiglitz)? Per diversi decenni ho coltivato la compagnia di amici che hanno voluto condividere la riflessione sulle moderne certezze derivate da una perversione della rivelazione cristiana. La novit contenuta nella parabola del Samaritano rivela uninaspettata capacit umana di ogni persona: la capacit di creare un legame damore al di l di ogni legame familiare o tribale. Appare sorprendente che la Chiesa (soprattutto quella occidentale) nel suo secondo millennio abbia sostenuto la costituzione legale di agenzie che offrano cosiddetti "servizi" a clienti sulla base di astratte qualificazioni. E ci gi dallepoca di Bisanzio. La parabola racconta una storia mai sentita prima: un palestinese colpito nelle sue viscere e per conseguenza cambia direzione, lascia il suo viaggio verso Gerico entra nellerba alta a prendere questo straniero fra le sue braccia. I servizi istituzionalizzati comportano lesatto contrario di tutto ci: non lamore, simile allamore gratuito di Dio verso le sue creature, ma una specie astratta di lealt, unastratta responsabilit chiama allo "sviluppo" per fornire "servizi" a clienti, eufemisticamente definiti "prossimi".

Gli amici con cui mincontro regolarmente vogliono esplorare le fasi storiche attraverso le quali luomo arrivato a considerarsi un essere bisognoso dallo sperma fino al cadavere o al suo verme. Per mantenere una distanza da questa certezza a proposito dei bisogni abbiamo cercato di praticare un certo stile di vita: accettare per se stessi una mancanza di casa che tradizionalmente viene accolta dal senso di ospitalit dei popoli nomadi. Ci siamo sostenuti a vicenda nellaccettare il ridicolo e il disprezzo che inevitabilmente attrae un anticipatore in una disciplina in cui diventa "stravagante". In questi molti anni abbiamo ospitato molte belle persone estremiste. Nella domanda si parla di "gurus". Ho cercato di evitare questa parola ma mi interrogo sul senso che gli date. Fin dalla met degli anni 60 ho avuto vicino tanti coraggiosi insegnanti dotati o esperti e a volte tutte due, che hanno messo alla prova veramente da molti punti di vista linnocenza dello "sviluppo". Quasi tutti loro hanno avuto in comune la condizione, per accettare i servizi delle istituzioni, che come minimo non diventassero un ostacolo per un stile di vita caritatevole sia di coloro che ricevevano i servizi che dei burocrati che li davano. Comunque, e questa la cosa pi triste, pi che cresceva la critica allo sviluppo negli ultimi 50 anni pi diventava difficile toccare il tema chiave: la charitas.

3) Le fa effetto essere considerato uno dei leader libertari, accanto a figure diversissime come Chomsky e Jos Bov? In quel circolo di una dozzina di amici stretti che sincontrano regolarmente per criticarsi e godere della compagnia reciproca, ciascuno sa bene perch ha bisogno di coltivare una disciplinata stravaganza, ma ciascuno sulle tracce di un gioco diverso, un aspetto diverso della storia delle sicurezze. Non si pu seguire molto a lungo la storia dei servizi senza chiedersi come i "valori" abbiano preso il posto del bene, come gli equilibri umorali della medicina galenica siano stati soppiantati dalla "salute" iatrogena, come la musica fatta di proporzioni ed armonie sia diventata larte di arrangiare una scala di suoni temperati, come lideale di una democrazia fondata sulla separazione dei poteri sia diventata leufemismo di un management pubblico di regole amministrative convalidate da una congiura fra burocrazie pubbliche e agenzie professionali.

4) Lei sostiene che "c' una possibilit completamente nuova di praticare la resistenza passiva", nei confronti di dinamiche e di regolamentazioni maturate a livello internazionale. Come si mette in pratica? E una disobbedienza civile? Qualcosa a che fare con insegnamenti gandhiani? Pu darsi che in questo momento storico, la resistenza nonviolenta o passiva debba presupporre di capire quello che successo nel frattempo: Gandhi parl quando "il bene" non era stato ancora sostituito coi valori; almeno non in un modo paragonabile a

quanto succede oggi. Resistere al male pu essere una forma di testimonianza, non la resistenza a "valori" sbagliati.

5) Quali sono i falsi miti da denunciare? Progresso, salute, sviluppo economico indefinito? Salute, sviluppo, educazione, progettazione, pianificazione mi sembrano miti che avrebbero dovuto essere capiti negli anni sessanta e settanta... vedi la risposta alla prima domanda. Essere cristiani in una societ votata allo sviluppo una stravaganza.

Il mito dell'istruzione
intervista di David Cayley tratta dal libro Conversazioni con Ivan Illich (Ivan Illich in Conversation, 1988); Eluthera, 2003

Come nato Deschooling Society (Descolarizzare la societ)? Inizialmente avevi fiducia nella struttura scolastica tradizionale? No, ho sempre ritenuto che la scuola rispondesse alle esigenze di altri. Sono cresciuto senza una educazione scolastica formale. A sei anni, quando le lingue che conoscevo erano il francese, l'italiano e il tedesco, mia madre voleva iscrivermi a una scuola di Vienna, una scuola molto buona dove per i bambini era gi in uso la pratica dei test. E questi decretarono che ero un bambino ritardato. Il che fu per me un grande vantaggio perch cos potei stare per due anni nella biblioteca di mia nonna, leggere i suoi romanzi e cercare nei dizionari tutte quelle cose interessanti che possono eccitare la curiosit di un bambino dispettoso di sette anni. A scuola sono andato, ma a intervalli irregolari. Quando avevo otto anni, per esempio, venne improvvisamente deciso che avrei dovuto imparare il serbo-croato per prepararmi a un esame che mi avrebbe consentito di andare a scuola in Yugoslavia, dove mio padre aveva un qualche incarico ufficiale. Cos imparai la lingua da un professore, un certo Ivanovich, che m'insegn cose molto interessanti sulle modalit iterative e re-iterative del serbo-croato. In realt non ho mai imparato a parlare la lingua, ma alla fine fui pi o meno pronto per andare a scuola. Non ho mai preso seriamente la scuola. Di fatto tutto quello che ho imparato l'ho imparato fuori dalla scuola. Ma in effetti non mi ero mai posto il problema della scolarizzarione. Solo nel 1956, quando mi ritrovai improvvisamente vicerettore dell'Universit Cattolica di Ponce a Puerto Rico e, a un anno di distanza, membro del Consejo Superior de Enseanza (Consiglio Superiore dell'Istruzione), che sovrintendeva a tutti i livelli, dalle universit fino alle scuole elementari, non potei fare a meno di chiedermi: cos' tutta questa struttura creata intorno all'istruzione? Fino a quel momento non ci avevo mai riflettuto seriamente e mi ci vollero poi quasi dieci anni. Quando ci siamo

incontrati erano circa dieci anni che stavo cercando di decifrare il significato dell'intera cosa.

E come sei giunto alla conclusione che non aveva alcun senso? Dapprima pensai che fosse strutturata in modo ingiusto perch costringeva la gente ad andare a scuola e di l cominciai a riflettere se avesse o meno un qualche senso. In questa direzione l'incontro con Everett Reimer ebbe per me una grande importanza. Di quindici anni pi vecchio di me, all'epoca - 1956 Everett era presidente della Human Resources Planning Commission. Lo incontrai a una riunione con operatori d'alto livello su come pianificare un progetto educativo. Le bottiglie vengono progettate. Le confezioni per i reggiseni vengono progettate. Come progettare il sistema educativo e come coinvolgere le universit nella realizzazione di quel progetto erano le questioni all'ordine del giorno. Gran parte della mia vita in realt il risultato dell'avere incontrato la persona giusta al momento giusto e dell' esserne diventato amico. Con Everett and esattamente cos. Tuttavia rimasi confuso dal termine da lui utilizzato, planning, pianificazione, una parola che non avevo mai utilizzato in precedenza. Controllai sui dizionari e non la trovai. La prima volta che apparve sui dizionari fu dopo la seconda guerra mondiale. Un altro termine inconsueto era "risorse umane". Come trasformare gli esseri umani - quei jibaritos portoricani con i quali trattavo - in risorse umane? Mi ricordo che in occasione del mio successivo viaggio a New York ero andato a Princeton per vedere Jacques Maritain, che all'epoca viveva l. Ci eravamo incontrati a Roma in un seminario ed era diventato un caro amico e un prezioso consigliere. Il suo fantasioso tomismo signific molto per me. A quel tempo era un uomo anziano con una faccia, come disse una volta Ann Freemantle, ritagliata da una vetrata di Chartres1[1]. Lo avevo visto diverse volte negli Stati Uniti perch quando soffr di un attacco di cuore, ebbi l'onore di sostituirlo in un seminario che teneva sul de ente et essentia di san Tommaso. Nel 1957, mi ritrovai di nuovo seduto l con lui. Teneva in mano una tazza di t che stava mescolando con un cucchiaino quando gli parlai della questione che mi angustiava, e cio che in tutta la sua filosofia non avevo trovato alcuna possibilit di accesso al concetto di pianificazione. Lui mi chiese se si trattasse di una parola inglese per indicare la contabilit, e io gli risposi di no... prov con ingegneria, e risposi ancora di no... poi a un certo punto mi disse: "Ah! Je comprends, mon cher ami, maintenant je comprends". Adesso finalmente ho capito. "C'est une nouvelle espce du pch de prsomption". Il termine pianificazione indica una nuova variet del peccato di presunzione. Fu lungo questa sorta di percorso a ostacoli che giunsi a comprendere come funzionava il sistema educativo a Puerto Rico. Per cominciare, grazie alle 1[1] Ann Freemantle una scrittrice americana amica di vecchia data di Illich.

lunghe conversazioni con Everett, potei approfondire la mia conoscenza dei pragmatisti e degli empiristi della tradizione filosofica inglese. Poi mi domandai: che succederebbe alla scuola se si mettesse tra parentesi la sua pretesa di educare? Forse soltanto in quel modo sarei riuscito a scoprire la sua funzione. All'epoca c'era gi a disposizione una macchina che chiamavano computer. Non aveva niente a che vedere con quelli che usiamo oggi, tuttavia poteva gi immagazzinare i cosiddetti dati e organizzarli. Potevo dunque richiedere dei dati. Quando esaminai i tabulati, risult piuttosto evidente che dopo dieci anni di intenso sviluppo -un'altra di quelle parole! - del sistema scolastico di un Paese che, insieme a Israele, in quel momento era considerato la vetrina dello sviluppo a livello mondiale, la scolarizzazione a Puerto Rico era organizzata in modo tale che la met degli studenti - quella met che proveniva dalle famiglie pi povere - aveva una possibilit su tre di portare a termine i cinque anni di istruzione elementare, cio quelli obbligatori per legge. Gran parte della discussione che si svolgeva intorno a me riguardava l'innalzamento immediato degli anni della scuola dell'obbligo. Nessuno sembrava voler fare i conti con il fatto che la scolarizzazione serviva, almeno a Puerto Rico, a consolidare l'originaria povert della met dei bambini con un nuovo, interiorizzato, senso di colpa per non avercela fatta. Sono cos arrivato alla conclusione che le scuole finiscono inevitabilmente per essere un sistema che produce emarginati, anzi pi emarginati che integrati. E dato che la scuola offre sedici, diciotto, diciannove anni di carriera scolastica e non chiude la porta in faccia a nessuno, non potr che produrre un numero limitato di successi e una netta preponderanza di fallimenti. Nelle menti delle persone che le finanziavano e le progettavano, le scuole avrebbero dovuto incrementare l'uguaglianza. In realt scoprii che funzionavano come una sorta di lotteria dove quelli che non ce la facevano non perdevano soltanto ci per cui avevano pagato, ma rimanevano anche segnati per il resto della loro vita come individui inferiori.

Proprio questo mi aveva colpito quando insegnavo nel sistema scolastico del Sarawak nella Malesia orientale. A quel tempo in Malesia il numero di quelli che riuscivano a frequentare l'universit, a Mosca o nella British Columbia, era ridottissimo. Eppure tutti s'iscrivevano alle elementari e l'aspirazione era quella di ottenere almeno un diploma di scuola secondaria. Non faccio perci alcuna fatica a riconoscere che quella piramide straordinariamente ripida costituiva una sorta di giustificazione logica per il fallimento. Non credi che ormai bisogna essere un po' ottenebrati, stupidi, o comunque intrappolati nei propri sogni sulla societ per non vedere queste cose? All'epoca tale riflessione suscitava nella gente una certa sorpresa. Oggi non posso sorprendere pi nessuno perch diventata un'evidenza invariata nel tempo. Penso che l'idea di una scolarizzazione che garantisca l'istruzione sia tramontata nel corso degli anni Settanta, ma negli anni Sessanta e in particolare negli anni Cinquanta, quando sollevavi questo problema venivi trattato davvero come un farabutto, un criminale. Le cose sono cambiate.

Ma sono cambiate in modo strano. Nei primi anni Settanta, quando le tue riflessioni sulla scolarizzazione sono state abbastanza di moda, sembrava che fossero tutti d'accordo con te... Ma a quindici anni di distanza... Non cambiato nulla.

Be', qualcosa probabilmente cambiato, ma non in direzione della descolarizzazione. Ma la descolarizzazione che intendevo io era la separazione della scuola. Non ho mai voluto abolire le scuole. Ho semplicemente detto: viviamo sotto la Costituzione americana - parlavo agli americani - e nella Costituzione americana avete sviluppato il concetto di separazione delle Chiese. La separazione implica il non ricevere denaro pubblico e quando ho parlato di separazione della scuola la intendevo in questo senso. La mia proposta era che invece di finanziare le scuole, ci si spingesse un po' pi in l di quanto si era fatto con la religione, obbligandole a pagare le tasse, cos che la scolarizzazione potesse diventare un oggetto di lusso ed essere riconosciuta come tale. In quel modo la discriminazione provocata dalla mancanza di scolarizzazione non avrebbe quantomeno pi avuto l'avallo della legge, al pari delle discriminazioni di razza o sesso che erano ormai considerate illegali.

Nella richiesta di descolarizzazione e nell'utilizzo del linguaggio che storicamente stato impiegato per separare Stato e Chiesa, finisci implicitamente per affermare che la scolarizzazione in effetti divenuta una nuova forma di religione obbligatoria. Forse dovrei spiegare come sono arrivato alla mia analisi sulla scolarizzazione. Ti ho detto come ci sono arrivato dal punto di vista pratico: ero responsabile e presiedevo alle decisioni pi importanti in materia di istruzione per quanto riguardava la legislazione di Puerto Rico. Cos ero costretto a riflettere sul da farsi. E mi sembrava abbastanza chiaro che mi trovavo ad agire in un contesto che appariva ridicolmente simile a quello religioso. Cos cominciai a parlare intuitivamente della separazione dell'educazione scolastica. In seguito ne ho fatto un punto centrale, trattando in effetti il sistema scolastico come una continuazione del sistema della Chiesa cristiana nella cultura occidentale. Quando studiavo teologia, la materia che preferivo era ecclesiologia, che poi lo studio scientifico, avviato a partire dal IV secolo, di quella particolare comunit che la Chiesa concepisce come suo ideale. Si tratta del primo tentativo di studiare un fenomeno sociale che non lo Stato, n la legge in quanto tali. L'ecclesiologia, quindi, pu essere considerata, in modo provocatorio ma molto rigoroso, come il predecessore della sociologia, un predecessore che per ha una tradizione venti volte pi lunga di quella della

sociologia come la conosciamo a partire da Durkheim. Ora, io ero molto interessato alle tradizioni e alle dispute attorno a questo fenomeno, che in realt si riscontra soltanto nella cultura occidentale: una comunit che afferma di essere onnicomprensiva, universale, come lo Stato, e che pure pretende di essere indipendente da esso. Ero interessato a questo fenomeno da un punto di vista davvero particolare. All'interno dell'ecclesiologia c' una branca speciale - che conoscono pochissime persone - chiamata liturgia. Ora, la liturgia pu essere lo studio di come le persone cantano in chiesa, ma pu anche essere studiata come una disciplina intellettuale con una storia che risale ai padri della Chiesa greca e romana. A cavallo tra il II e il III secolo, questa branca della speculazione intellettuale si occupava del modo in cui i rituali creano quella comunit che poi chiama se stessa Chiesa ed studiata dalla ecclesiologia. Quando, sotto l'influenza di Everett Reimer, ho cominciato a occuparmi della fenomenologia della scolarizzazione, per prima cosa mi sono chiesto: cosa sto studiando? Mi apparso abbastanza evidente che non stavo studiando quello che altri mi avevano prospettato, vale a dire il dispositivo pi pratico per impartire un'educazione o creare uguaglianza, in quanto mi accorgevo che la maggior parte delle persone rimaneva stordita da questa procedura; nella sostanza si diceva che era impossibile imparare da soli, se non a rischio di rimanere menomati e inabili. In seguito ho trovato delle prove concrete che essa promuoveva un nuovo tipo di ingiustizia autoinflitta. Cos mi sono detto: definiamo la scolarizzazione come la frequenza obbligatoria di gruppi, con un numero di individui superiore a quindici e inferiore a cinquanta, composti da giovani di una particolare fascia di et e da una persona chiamata insegnante, che ha una scolarizzazione maggiore della loro. E quindi mi sono domandato: che tipo di liturgia viene impiegato in questo caso per generare la convinzione che si tratta di un'impresa sociale che ha una certa autonomia dalla legge?

E la risposta? La risposta stata che quella era la fabbricazione di un mito, un rituale mitopoietico. Gluckman, che all'epoca era il mio punto di riferimento, afferma che i rituali sono forme di comportamento che rendono coloro che vi prendono parte ciechi di fronte alla discrepanza esistente tra lo scopo per cui esegui la danza della pioggia e le effettive conseguenze sociali che la danza della pioggia ha2[2]. Se la danza della pioggia non sortisce alcun effetto, puoi biasimare te stesso per avere danzato nel modo sbagliato. La scolarizzazione, come ho potuto via via rilevare, il rituale di una societ impegnata nel progresso e 2[2] Max Gluckman, Essays on the Ritual or Social Relations, Manchester University Press, 1962 (trad. it.: Potere, diritto e rituale nelle societ tribali, Bollati Boringhieri, 1977).

nello sviluppo. Essa crea quei miti che per una societ consumistica sono una necessit. Per esempio ti fa credere che l'apprendimento pu essere diviso in varie parti e quantificato, o che qualcosa che acquisisci solo attraverso un processo. Un processo nel quale tu sei il consumatore e qualcun altro l'organizzatore, e tu collabori producendo la cosa che consumi e interiorizzi. Perci sono giunto ad analizzare la scolarizzazione come il rituale di fabbricazione di un mito, il rituale che crea un mito su cui la societ contemporanea poi costruisce se stessa. Ne deriva, per esempio, una societ che crede nella conoscenza e nel confezionamento della conoscenza, che crede nell'invecchiamento della conoscenza e nella necessit di aggiungere conoscenza a conoscenza, che crede nella conoscenza come valore - non come bene, ma come valore3[3] - e che quindi la concepisce in termini commerciali. Tutto ci fondamentale per essere un uomo moderno e vivere nelle assurdit del mondo moderno.

Queste erano osservazioni che facevi sulle scuole degli anni Sessanta. Avrebbero potuto essere valide anche per le scuole di cent'anni prima o si trattava di un fenomeno nuovo? Sarebbe pi semplice per me andare ancora un po' pi indietro nel tempo. Di recente ho seguito il lavoro di una persona che stava preparando un'interessante tesi su 120 pietisti che in Germania, alla fine del XVII secolo, scrissero dei diari. Ora, questo ricercatore ha osservato che i pietisti che avevano scritto i diari erano persone molto semplici, ed ha allora fatto qualche ricerca con l'intenzione di scoprire per quanti mesi avessero frequentato la scuola del villaggio. risultato che, con sole tre eccezioni, per apprendere quello che serviva ai 120 pietisti erano occorsi meno di undici mesi di frequenza. Non erano andati a scuola per ricevere un'istruzione. C'erano andati per imparare a tenere in mano la penna. Posso dire che nel Medio Evo il problema era identico. L'idea di andare a scuola per ricevere un'istruzione si svilupp molto lentamente. Ho sempre affermato che la svolta si ebb con Comenius, il quale sosteneva che a tutti va insegnato come fare correttamente ogni cosa evitando cos di apprenderla in modo errato fuori della scuola4[4]. L'idea che la competenza derivi dall'essere istruiti a fare qualcosa, dal fatto che qualcuno te la insegni, un'idea che comincia a prendere progressivamente piede a partire dal XVII secolo. In realt, gli effetti sociali della scolarizzazione di cui parlo diventano possibili a Puerto Rico soltanto quando si afferma il principio della scolarizzazione universale obbligatoria. Non ho nulla contro la scuola! Sono contro la scolarizzazione obbligatoria. Sulla scuola la mia 3[3] La distinzione tra valori e beni viene approfondita in modo pi esteso nel capitolo V. 4[4] Si tratta di Jan Amos Komensky, 1592-1670, vescovo moravo e innovativo riformatore nel campo dell'educazione.

posizione alquanto diversa. Sono convinto che da sempre le scuole combinano il privilegio per nascita con un nuovo privilegio, ma soltanto quando diventano obbligatorie possono combinare la mancanza di un privilegio per nascita con una discriminazione autoinflitta. Le scuole che si basano su un libero accesso consentono l'individuazione di alcuni specifici obiettivi d'apprendimento che una persona pu proporsi di raggiungere. Le scuole obbligatorie - come possiamo vedere in questo momento negli Stati Uniti creano invece una popolazione inebetita, una popolazione "istruita", una popolazione intellettualmente pretenziosa, come non ne abbiamo mai viste prima. Gli ultimi cinquant'anni d'intensa diffusione della scolarizzazione - in America come in Europa - hanno creato consumatori di televisione. Viviamo in una strana societ nella quale la gente convinta di agire sulla base di dati empirici. Ma in relazione alla scolarizzazione il dato empirico piuttosto ovvio e non solo rispetto alla giustizia. A partire dall'eccellente libro di Ivar Berg, The Great Training Robbery, che mi stato dato da Paul Goodman, sono poi stati elaborati numerosi studi simili. Berg dimostra che non c' assolutamente alcuna connessione tra le materie che gli individui hanno studiato a scuola e l'efficienza degli stessi nei lavori che richiedono una preparazione in quelle materie. C' una connessione molto stretta tra la quantit di denaro che stata spesa per la scolarizzazione di una persona e il reddito totale che nel corso della sua vita questa trarr dal lavoro, ma non c' alcuna relazione dimostrabile tra la competenza che si suppone abbia acquisito nella scuola e la sua efficienza sul lavoro.

Cos la scolarizzazione una forma d'investimento di capitale in cui l'utile proporzionale all'investimento, al di l della competenza. S. Nessuno lo mette in dubbio. un investimento di capitale, ma anche una forma di controllo sociale, di stratificazione, la creazione di una societ di classe suddivisa in sedici livelli con un numero sempre minore di emarginati quanto pi si sale. Sono queste le cose che allora hanno attratto la mia attenzione. La mia impressione che, sebbene non sia cambiato molto nell'impegno complessivo della nostra societ verso la scolarizzazione, ci sono per migliaia di persone che vedono chiaramente, con sguardo cinico e smaliziato, quello che fa questa istituzione. Oggi, comunque, il mio interesse si appunterebbe su questioni del tutto differenti.

Quando scrivevi su questo argomento, nel 1970, affermavi che le cose sarebbero cambiate e che, quando ci si fosse verificato, il processo sarebbe stato rapido. Mi sbagliavo. Almeno per il periodo contemplato, mi sbagliavo. Non pensavo che cos tante persone fossero disposte a tollerare un'assurdit simile. Ora che dopo venticinque anni sono tornato negli Stati Uniti e ho di nuovo a che fare con la popolazione studentesca, talvolta la sera sono cos triste che faccio

fatica ad addormentarmi. Il sistema universitario diventato come la televisione. C' un po' di questo e un po' di quello e qualche programma obbligatorio messo insieme in un modo che soltanto chi l'ha progettato pu comprenderlo. Il sistema crea studenti perfettamente abituati al fatto che ci che imparano dev'essere loro insegnato, e che nulla di ci che viene loro insegnato dev'essere realmente preso sul serio. Non credevo che la gente potesse rimanere moralmente tanto indifferente riguardo a un'ulteriore crescita del sistema scolastico. La prima persona che mi disse che mi sbagliavo e che ne avrei avuta la dimostrazione fu Wolfgang Sachs5[5]. Era un mio studente. In Germania m'incontrai con lui e con un piccolo gruppo di altri studenti, tutti poco pi che ventenni, che criticavano gli articoli raccolti in Descolarizzare la societ. Sostenevano che fissando la mia attenzione sugli indesiderati effetti collaterali della scolarizzazione obbligatoria, mi era sfuggito il fatto che la funzione educativa stava gi emigrando dalle scuole e che, in modo crescente, altre forme di apprendimento obbligatorio sarebbero state istituite nella societ moderna. L 'obbligo non sarebbe pi definito per legge, ma verrebbe imposto grazie a trucchi d'altro genere come quello di far credere alle persone che possono imparare qualcosa dalla televisione o di costringerle a frequentare corsi di formazione sul lavoro, o di spingerle a pagare cifre anche considerevoli di denaro allo scopo di apprendere come migliorare il proprio rapporto con gli altri, come essere maggiormente sensibili, come saperne di pi sulle vitamine di cui abbiamo bisogno, come diventare astuti e cos via. Mi fecero capire che la mia critica alla scolarizzazione poteva avere aiutato persone come te a riflettere, ma che stavo andando fuori strada e che avrei piuttosto dovuto chiedere a me stesso: come spiegare il fatto che le societ si siano assuefatte - come fosse una droga - all'educazione? Perci, nel corso degli anni Settanta, la maggior parte del mio pensiero e della mia riflessione si concentrarono sulla questione seguente: come distinguere l'"acquisizione" di un'istruzione dal fatto che la gente ha sempre saputo diverse cose, ha sempre avuto numerose competenze e, quindi, ha sempre imparato qualcosa? Cos sono arrivato a definire l'istruzione come "apprendimento basato sul presupposto della scarsit", l'apprendimento basato sul presupposto che gli strumenti per l'acquisizione di qualcosa chiamata conoscenza siano limitati. A quel punto, per, le mie riflessioni non venivano pi considerate sovversive e nessuno, in campo universitario, si pi preso la briga di discuterle. Ho allora cercato di portare la questione all'interno delle associazioni impegnate nella ricerca in campo educativo, ma senza successo. Per esempio, una volta ho 5[5] Wolfgang Sachs, amico e collaboratore stretto di Illich, ora insegna all'Istituto per gli studi culturali di Essen. Vedi The Development Dictionary, cit.; For Love of the Automobile: Looking Back into the History of Our Desires, University of California Press, Berkeley, 1992; The Archeology of the Development Idea, "Interculture", 23, n. 4, autunno 1990.

avuto l'onore di tenere una conferenza in occasione del venticinquesimo anniversario della fondazione dell'International Association for Educational Research. C'erano migliaia di persone e li ho implorati dicendo: "Sentite! Ci di cui abbiamo realmente bisogno uno studio sull'origine dell'idea di educazione, di apprendimento basato sul presupposto della scarsit". Dopo anni ho potuto vedere solamente qualche abbozzo di risposta qua e l. Questa stata la seconda fase in tema di scolarizzazione: la consapevolezza attraverso Sachs e il suo gruppo - che la questione primaria non era la scolarizzazione ma l'essere prigionieri dell'idea stessa di educazione, il che ha comportato l'analisi degli effetti collaterali indesiderati di tutte le forme di educazione adulta. Sono poi giunto alla terza fase, ovvero al riconoscimento che l'educazione doveva essere intesa come apprendimento basato sul presupposto della scarsit. Da l mi sono progressivamente spostato verso il mio attuale progetto, che a partire dalla met degli anni Settanta diventato quello di scrivere una storia della percezione della scarsit. Sono partito dalla seguente domanda: quali sono le condizioni che consentono l'emergere dell'idea stessa di educazione? Non puoi avere un'idea moderna di educazione se non credi che in essa risieda la conoscenza; conoscenza che pu essere confezionata, definita, espressione di un valore che pu essere fatto proprio. Cos ho cominciato a occuparmi del contesto mentale, dello spazio in cui i concetti con i quali costruiamo la nozione di educazione possono prendere forma.

In Limits to Medicine sottolinei che se la tua critica della medicina viene presa come un attacco ai medici, il risultato potr essere analogo a quello che si era gi verificato in materia di descolarizzazione. Intendevi dire che poich il tuo era stato scambiato per un attacco alla scuola, in realt era servito a quest'ultima per consolidare ulteriormente se stessa come una sorta di aula universale? Esatto.

Ed questo che ritieni di non avere individuato all'epoca in cui hai pubblicato Descolarizzare la societ? Quando ho scritto l'articolo intitolato The Futility or Schooling in Latin America, pubblicato su "The Saturday Review", non me ne rendevo conto. Tre anni dopo, sei miei articoli sono stati pubblicati insieme con il titolo Descolarizzare la societ. Il dattiloscritto era rimasto per nove mesi alla Harper, perch un buon libro richiede un periodo di gestazione di nove mesi. Durante l'ultimo mese, quello precedente l'uscita, ho improvvisamente compreso gli indesiderati effetti collaterali che la pubblicazione del mio libro poteva favorire. Cos sono andato dal direttore della "Saturday Review", Norman Cousins, amico del mio

amico Erich Fromm6[6], e gli ho detto: "Norman, non saresti cos gentile da consentirmi di pubblicare un articolo il mese prossimo?". "Certo" mi ha risposto, "ma solo se lo scrivi in modo tale che ci consenta di utilizzarlo come articolo di fondo". Cos ho scritto un articolo nel quale in sostanza spiegavo che non ci sarebbe stato niente di peggio che credere che considerassi le scuole il solo strumento per creare, stabilire e consolidare negli animi il mito dell'istruzione. Ci sono numerosi altri modi con i quali possiamo trasformare il mondo in un'aula universale. E Cousins stato cos gentile da consentirmi di pubblicare quella che considero la critica pi importante al mio libro.

Sono state molte le critiche ricevute da Descolarizzare la societ. Mi ricordo quella di Herb Gintis, apparsa sulla "Harvard Educational Review", che credo esemplifichi una critica marxista al tuo lavoro7[7]. Pi tardi Vicente Navarro ha assunto una posizione molto simile nei confronti di Limits to Medicine8[8]. Gintis sosteneva che hai considerato la scolarizzazione in termini di assuefazione, o di iniziazione al mito del consumo infinito, ma hai trascurato il suo ruolo centrale nel sistema produttivo, hai trascurato il fatto che uno specchio del sistema produttivo. Secondo lui, tu hai reso le persone responsabili della propria descolarizzazione quando in realt si stanno comportando razionalmente e in modo appropriato all'interno del sistema nel suo insieme, e di conseguenza finisci per trasmettere loro un messaggio di disperazione. Dato che la scuola intrinseca al sistema, afferma, se non riescono a trasformare il sistema non possono nemmeno descolarizzarlo. Non ho mai risposto a Gintis, ma ho risposto a Navarro quando mi ha fatto la stessa obiezione a proposito della sanit, aggiungendo una nota in calce alla seconda edizione di MedicaI Nemesis (Nemesi medica). L dicevo: "Navarro mi accusa di avere presentato proposte in campo sanitario che negano al povero il
6[6] Erich Fromm, scomparso nel 1980, fu grande amico di Illich e suo vicino a Cuernavaca. Vedi Escape from Freedom, Farrar and Rhinehart, NewYork, 1941 (trad. it.: Fuga dalla libert, Mondadori, 1987); Man for Himself, Rhinehart, New York, 1947 (trad. it.: Dalla parte dell'uomo, Astrolabio); The Art of Loving, Harper and Row, NewYork, 1956 (trad. it.: L'arte di amare, Mondadori, 1991). Ha anche scritto l'introduzione al libro di Illich, Celebration of Awareness, Doubleday, New York, 1969 (trad. it.: Rovesciare le istituzioni, Armando, 1973).

7[7] Herbert Gintis, Towards a Political Economy of Education: A Radical Critique of Ivan Illich's Deschooling Society, "Harvard Educational Review", 42, n. 1, febbraio 1972. 8[8] Vicente Navarro, Medicine Under Capitalism, PRODIST, NewYork, 1976, pp. 103-131 (trad. it.: La Medicina nel capitalismo, Feltrinelli, 1980).

diritto al danno iatrogeno. Lui invece vuole distribuire in parti uguali il danno iatrogeno". A Gintis avrei detto: "Voi siete preoccupati perch la parte pi povera degli americani" - all'epoca i neri e i portoricani dei ghetti - "non ha una scolarizzazione sufficiente per capire cos' meglio per lei e cos rimane indipendente. La gente pi povera viene emarginata dalla scuola prima che possa cadere nelle vostre mani e sentirsi dire che voi sapete cos' meglio per lei". Ma di critiche ne ho ricevute a centinaia. John Ohliger ha raccolto tre volumi di citazioni tratte da queste critiche e dalle discussioni sollevate9[9]. E in mezzo a tutto ci non stata rivolta alcuna attenzione agli unici due capitoli che desideravo venissero discussi: The Ritualization or Progress e The Rebirth of Epimethean Man.

Nel tuo libro Gender and Sex (Il genere e il sesso) affermi che non avresti potuto scrivere quel libro, n Descolarizzare la societ, senza il lavoro di Philippe Aris10[10]. Aris l'unica persona che cito in Descolarizzare la societ. attraverso Aris che sono stato introdotto alla storicit della percezione del bambino. Probabilmente sono rimasto affascinato da Aris perch ho sempre provato fastidio quando i figli dei miei amici assumevano un atteggiamento riassumibile nella frase: Sono un bambino e devi prestarmi attenzione. da quando ho compiuto quindici anni che rifiuto di interessarmi o di avere qualunque tipo di relazione con persone simili. Alcuni dei miei amici, dei miei migliori amici, amici di famiglia, mi hanno considerato per tutta la vita un bruto. Tuttavia diverse volte accaduta una cosa interessante: quando questi ragazzi avevano difficolt con i loro genitori, si presentavano improvvisamente alla porta di casa mia (questo accadeva quando avevano quattordici-quindici anni). In due casi vennero a cercare rifugio addirittura in un altro continente. A mio avviso, una delle cose pi dannose che fa la societ moderna produrre figli in questo senso specificamente moderno. Quand'ero giovane, decisi che io non l'avrei fatto e fu quella la ragione per cui a dodici anni presi la decisione di non sposarmi.

9[9] John Ohliger e Colleen McCarthy, Lifelong Learning or Lifelong Schooling? A Tentative View of the ldeas of Ivan Illich with a Quotational Bibliography, Syracuse University Publications in Continuing Education, Syracuse, N.Y., 1971. John Ohliger, Bibliography of Comments on the Illich-Reimer Deschooling Theses (ERIC ED 090 145). 10[10] Philippe Aris, Centuries of Childhood: A Social History of Family Life, Knopf, New York, 1962 (trad. it.: Padri e figli nell'Europa medievale e moderna, Laterza, 1991); The Hour of Our Death, Random House, New York, 1981 (trad. it.: L'uomo e la morte dal Medioevo a oggi, Laterza, 1985).

In seguito, ho del tutto respinto l'idea dell'infanzia e in particolare del bambino bisognoso del XIX secolo. Aris mi ha fatto capire che il bambino come l'intendiamo noi una invenzione moderna. E poi Aris, con i suoi articoli sulla morte, mi ha aiutato moltissimo nella scrittura di Nemesi medica. Una volta, quando non avevo ancora pubblicato Nemesi medica, mi trovavo a Parigi per un giorno e mezzo e l m'incontrai con Valentina Borremans11[11]. Le domandai: "Chi desideri vedere?". E lei mi rispose: "Be', se abbiamo a disposizione soltanto un pranzo e una cena, Sartre e Aris". "Chi per primo?". "Aris". Cos presi il telefono e chiamai: "Monsieur Aris?.. Ivan Illich". Silenzio assoluto. Poi un freddo: "S?". Allora dissi: "Sarei molto lieto di incontrarla e si tratta di un'occasione speciale. C' con me una signora che credo lei avr piacere di conoscere e che desidera fare la sua conoscenza". "D'accordo, vediamoci". Cos c'incontrammo in un piccolo ristorante. Fui fortunato e scelsi il ristorante giusto, quello in cui sapevo che si poteva prendere una bottiglia di Cahors da un litro. Ordinammo tre di queste bottiglie. Quando arrivammo alla fine del pranzo, dopo tre litri di Cahors, gli chiesi: "Quando vedremo finalmente pubblicati in un libro questi articoli?". Mi rispose: "Be', fra diciassette anni, credo". Lo incalzai: "Arls, quanti anni ha?". Mi disse la sua et. E io ribattei: "Lei non crede alla morte!". Cos quello stesso giorno uscimmo dal piccolo Zinc e ci dirigemmo verso gli uffici della casa editrice Seuil, dove lui prese accordi per la pubblicazione del suo grande libro sulla morte. In seguito, nel 1982, mi succedette alla presidenza dell'Istituto di Studi Superiori di Berlino. Nel 1983 sua moglie mor di tumore e io andai a stare da lui per un po' di giorni, per evitare che rimanesse solo nel loro appartamento.

Dicevi che a dodici anni eri giunto alla conclusione di non avere figli. Ricordo con precisione. Camminavo attraverso i vigneti che circondano Vienna. Sapevo che entro pochi giorni Hitler avrebbe occupato l'Austria e riflettevo tra me e me che, essendo quella la situazione, sarebbero accadute cose che mi avrebbero reso impossibile dare dei figli alle torri, laggi, dell'isola dalmata dove i miei nonni e i miei bisnonni avevano messo al mondo i propri figli.

Allora non intendevi dire semplicemente che la moderna istituzione dell'infanzia - che produce questi figli lagnosi - cos sgradevole che hai preferito non averci nulla a che fare... ? No, intendevo anche che, dalla mia parte non ebrea, ero stato abituato all'idea che un figlio un dono fatto alla famiglia e mi accorgevo che questo per me non sarebbe stato possibile. 11[11] Valentina Borremans era la direttrice del Centro Interculturale di Documentazione (CIDOC).

Si trattava allora di una riflessione che riguardava il destino dell'Europa, e del mondo, e non soltanto l'istituzione dell'infanzia? S, ma grazie ad Aris che ho imparato a vedere la ragione per cui straordinario, sorprendente, che ci si chiami ancora umani e ci si consideri ancora discendenti della storia. Fino all'anno scorso non ci avevo mai pensato. Ma ad un certo punto mi capitato di dover spiegare a qualcuno il significato di una curva esponenziale, per cui l'area sottesa all'ultimo periodo di raddoppio pari a quella di tutti i precedenti periodi di raddoppio. In seguito, me ne stavo seduto nel bel mezzo di un mercato messicano il Giorno dei Morti. Si tratta di una festa durante la quale vengono costruite piramidi di teschi di zucchero che poi si usa dare ai propri superiori con su inciso il loro nome. In quella ricorrenza, al proprio capo si pu dire quello che si vuole, lo si pu rimbrottare, e lui non pu arrabbiarsi con nessuno. Ad ogni modo, c'erano quei teschi e tantissimi fiori colorati e la gente che si accalcava, e con la mia fantasia ho cominciato a vedere che anche i morti passeggiavano per il mercato. E allora mi sono domandato: come mai ce ne sono cos pochi? Avrebbero dovuto essere molti di pi. E cominciai a riflettere che nel periodo nel quale ero vissuto - a partire dal 1926 - erano nate e morte pi persone che in tutta la storia precedente considerata nel suo insieme. E improvvisamente ho provato l'acuta sensazione, non statistica ma empirica, di quanto sia unico il periodo nel quale vivo e parlo.

Fonte: David Cayley, Conversazioni con Ivan Illich (Ivan Illich in Conversation); Eluthera, 2003.