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Ferdinando Rancan

LA’ DOVE CIELO E TERRA

SI INCONTRANO

La preghiera e la Messa
nella vita del cristiano

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(cenno biografico da apporre sulla parte posteriore della copertina)

Don Ferdinando Rancan è nato a Tregnago, Verona, il 14 giugno 1926.


Dopo aver conseguito la maturità classica, si laurea in Scienze Naturali nel 1955 presso
l’Università “La Sapienza” di Roma.
Tornato a Verona e completati gli studi teologici, riceve l’Ordinazione Sacerdotale e si
dedica per parecchi anni all’insegnamento nel Seminario diocesano e nei Licei della città.
Dal 1980 svolge il suo ministero pastorale presso la Pieve dei Santi Apostoli, in Verona.

Don Ferdinando Rancan è nato a Tregnago (Verona) il 14 giugno 1926.

Dopo aver conseguito la maturità classica, si laurea in Scienze Naturali, nel 1955, presso
l'Università "La Sapienza" di Roma.
Tornato a Verona e completati gli studi teologici, riceve l'Ordinazione sacerdotale e si dedica
per parecchi anni all'insegnamento nel Seminario diocesano e nei Licei della città.

Dopo aver svolto il suo ministero sacerdotale come parroco presso la Pieve dei Santi Apostoli,
attualmente presta la sua collaborazione presso la Parrocchia di Sant' Eufemia in Verona.

Altri suoi scritti:


“La moneta del tempo” - Come santificare il tempo
“Fiori di Melograno” - Frammenti di diario. Ed. Athesis Verona 1999
“Il tempo - l’Eternità” - L’uomo di fronte a Dio
“Il senso del vivere” Ares Milano 2000

PER ORDINAZIONI RIVOLGERSI A:


DON ENZO BONINSEGNA
Via Polesine, 5 - 37134 Verona
Tel.: 0458201679 * Celi.: 338-9908824

DON FERDINANDO RANCAN


Via Risorgimento, 25 - 37126 Verona
Tel.: 3492134621

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Il titolo attribuito a queste riflessioni intende proporre alla nostra meditazione i
luoghi dove Dio viene incontro all’uomo; là dove egli si rivela alla nostra anima e ci fa
dono della salvezza. I luoghi appunto dove Dio e l’uomo – il Cielo e la terra –
s’incontrano.
Quei luoghi sono principalmente due: la preghiera e la Messa, come dire il Tabor
o anche il Sinai e il Calvario. Là Dio ci aspetta, là incontriamo la luce, riceviamo la
grazia, otteniamo misericordia. Là facciamo l’indescrivibile esperienza dell’Amore.
Le strade dell’orazione e la via del Calvario sono impegnative e richiedono
sforzo, ma conducono alle altezze dove abita il Signore e dove ci attende la vera felicità.
Incamminarci in esse senza lasciarci sconfiggere dalla paura, senza cedere alla pigrizia,
senza lasciare spazio al dubbio e allo scoraggiamento, e perseverare fino alla fine e
nonostante tutto, vale la pena! Dio e la nostra comunione con lui nel Cielo è un tesoro
troppo grande per essere barattato; tutte le ricchezze della terra e tutti i piaceri di questo
mondo non sono che un miserabile pugno di mosche davanti a ciò che Dio ci ha
preparato nel Cielo.

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PRESENTAZIONE

A chi mi chiedesse quale sia la causa che più di ogni altra ha portato, nel nostro
tempo, al raffreddamento della vita cristiana in tanti credenti, non esiterei a rispondere
che il primo e principale responsabile è l’abbandono della preghiera. Purtroppo, la
preghiera trova sempre meno posto nella vita di tanti cristiani; in molti di essi è ormai
ridotta a un lucignolo fumigante, non c’è quasi più olio che la alimenta. E la vita
cristiana ne paga le conseguenze.
Con l’abbandono della preghiera, si attenua prima di tutto la Fede; per cui lo
splendore di luce che Gesù ci ha portato con la Verità, pian piano lascia il posto alla
nebbia e, in molti casi, alle tenebre più fitte. Poi, si affievolisce la Speranza, che è la
fiducia in Dio e il desiderio del suo Regno; all’entusiasmo, alla gioia di essere cristiani,
subentra la noia, la stanchezza, l’indifferenza. Infine, viene meno la Carità perché,
senza preghiera, il cuore si inaridisce, perde slancio e calore, non vibra più né per Dio né
per i fratelli. E’ l’insensibilità della morte interiore.
E così, oscurata la fede, raffreddata la speranza e inaridita la carità, cosa resta
ancora della vita cristiana? Più niente! O forse solo l’apparenza, tanto vuoto, qualche
stanca abitudine e nulla più. Con tutte le conseguenze personali e sociali, temporali ed
eterne, come è facile immaginare.
Ora, ridando vita alla preghiera, si riaccende la fede, si alimenta ogni virtù, si
rigenera l’uomo, si favorisce il ritorno a Dio, si pongono le premesse per un risanamento
sociale e soprattutto si plasmano i futuri cittadini del cielo per la vita eterna.
Sono queste considerazioni che mi hanno spinto, all’inizio del mio servizio
sacerdotale, a rivolgere ai fedeli della comunità parrocchiale Santi Apostoli in Verona,
questa “lettera”, convinto che ogni volta si ricomincia dalla preghiera.
Siccome è un principio che vale per tutti, ho creduto utile mettere queste pagine a
disposizione di chiunque voglia ritrovare la gioia e la freschezza della propria identità di
figlio di Dio.

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La preghiera ha il suo culmine e la sua espressione più alta nella Santa Messa
perché la Messa è la preghiera di Cristo stesso che, come Figlio di Dio fatto uomo, è il
vero adoratore del Padre ed è l’unico Mediatore tra l’uomo e Dio.
Per questo ho ritenuto opportuno completare le considerazioni sulla preghiera
con una breve catechesi sul mistero eucaristico che rende presente nel tempo il sacrificio
stesso di Cristo dal quale è venuta la nostra salvezza.
Del resto, ciò che identifica il cristiano fra quanti nel mondo hanno una fede
religiosa, è proprio la Santa Messa. In tutte le religioni si prega, ma il sacrificio di Cristo
da cui è venuta la salvezza del mondo, si rende presente solo nella Liturgia della Chiesa

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cattolica. Non c’è dunque vita cristiana senza la Santa Messa. Troppi cristiani non lo
sanno. Perciò, ho intitolato questa catechesi con le parole di Gesù alla Samaritana :”Se
tu conoscessi il Dono di Dio!”

Affido alla Vergine Santa, modello di preghiera e Madre del Redentore, queste
pagine perché le accompagni con la sua materna intercessione e faccia nascere nel cuore
di quanti leggeranno un vivo desiderio di conoscere Cristo e di incontrarlo nel Vangelo e
nell’Eucaristia per amarlo e testimoniarlo nella propria vita di ogni giorno.

Verona, 15 agosto 1997 - Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria

Nuova ristampa riveduta e ampliata.

Verona - 11 febbraio 2003 - Festa della Beata Vergine Immacolata di Lourdes

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Carissimi,

le cose che vi scrivo, avrei voluto dirvele a viva voce, venendo a casa vostra di
persona, come un amico, come un fratello, come un padre. Sono cose semplici che
prendo dal Vangelo e dalla vita stessa di Gesù. Sono cose che avete sentito tante volte
negli anni della vostra formazione cristiana, le avete imparate dalle labbra di vostra
madre e dalla catechesi dei sacerdoti che avete incontrato nella vostra vita; già le
portate, quindi, nella vostra mente e dentro il vostro cuore. Purtroppo per alcuni di voi
è accaduto quello che accade spesso nella vita di molti: con gli anni, per la stanchezza,
per le preoccupazioni e per le inevitabili crisi nella fede, legate forse a vicende tristi o
dolorose che talvolta la vita ci presenta, queste cose giacciono sepolte sotto le ceneri
dello scetticismo e dell’indifferenza, patiscono la corrosione del dubbio e
dell’incertezza o hanno perduto la freschezza e l’attualità di un tempo.

1 - A voi che non pregate

Mi rivolgo prima di tutto a voi che non pregate più da molto tempo. E’ come se il
Signore si fosse eclissato nel cielo della vostra anima. Non voglio, qui, fermarmi sugli
aspetti dottrinali del vostro problema - dovremmo farlo in altre circostanze -; voglio
invece ricordarvi che tra voi e Dio avete messo un lungo silenzio, forse di anni, un
silenzio che avete riempito con realtà puramente umane, anche se buone: la famiglia, la
politica, la carriera professionale, ma talvolta mescolate a cose meno nobili: l’ambizione,
l’interesse, la vanità del successo e forse, in qualche momento, anche macchiate da tristi
debolezze - magari giustificate col pretesto delle circostanze, della solitudine, dell’umana
fragilità - comunque, tutti surrogati con cui avete cercato di riempire il vostro silenzio
con Dio.
Così avete camminato nella vostra vita con le provvisorie certezze del sapere
umano, della buona salute, della sicurezza economica ma, in realtà, coprivate dentro il
vostro cuore un profondo bisogno di luce e di certezza. Avete camminato in una
condizione molto simile alla cecità, come chi corre in un tunnel, senza sapere da dove
viene né dove va. E continuate a camminare nella nebbia più fitta, con una visibilità
quasi nulla...; non pensate che a pochi metri sopra la vostra testa splende un sole
stupendo. Basterebbe un piccolo sforzo, un piccolo atto di umiltà - che è sapienza - per
innalzarvi solo un poco sopra i vostri orizzonti umani così nebbiosi e incerti, per aprire
l’anima verso l’alto e incontrare la luce, una luce piena, gioiosa, che inonda l’universo
intero, perché gli occhi di Dio sono aperti su ogni angolo della nostra esistenza.

2 - A voi che pregate solo nei momenti di bisogno.

Mi rivolgo poi a voi che, pur pregando qualche volta, lo fate spinti dal bisogno o
dalla paura. Pensate a Dio come ad un ricco e potente signore, quasi un estraneo, al
quale ricorrete solo nei momenti di bisogno: quando il medico non può fare più nulla, o il
sindacato non è più in grado di garantirvi il posto di lavoro, o quando avvenimenti più

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forti di voi minacciano il vostro onore, i vostri affetti e il vostro futuro. Il Signore non
rappresenta il vero fondamento della vostra vita e non orienta in senso autenticamente
religioso la vostra esistenza. E così la vostra preghiera corre il pericolo di trasformarsi in
superstizione, di diventare una specie di amuleto, un talismano magico al quale ricorrete
per accapparrarvi il potere divino e liberarvi così dai vostri malanni.
Non intendo togliervi la fiducia che dovete avere in Dio o frenare il vostro
desiderio di ricorrere a lui in ogni vostra necessità; voglio solo ricordarvi che non potete
vivere come creature impaurite che si sentono sempre minacciate da qualcosa, o creature
interessate, tutte tese a proteggere la propria vita di quaggiù, la propria salute, il proprio
interesse, la tranquillità di una vita senza dispiaceri. In questo modo finirete col vedere
nel Signore esclusivamente uno “scaccia-malanni”, non saprete dare un tono filiale al
vostro rapporto con Dio e di conseguenza perderete il senso gioioso della vostra
esistenza cristiana
Fratelli miei, non dimenticatevi che siete figli di Dio; dovete allargare il cuore,
dovete aprire alla vostra anima gli orizzonti della fede, della speranza e dell’amore e
lasciarvi attirare dalla paternità di Dio. E’con questi sentimenti che dovete pregare ogni
giorno, abbandonando nelle mani di Dio, nostro Padre, ogni sollecitudine e
preoccupazione, ben sapendo che egli, se non sempre ci libera dai mali, sempre ci dà la
forza di portarli con serenità e fiducia.

3 - A voi che pregate un po stancamente

Mi rivolgo, infine, anche a voi che pregate ogni giorno, ma forse fate convivere la
vostra preghiera con tante mediocrità quotidiane, senza quel vigore divino che mette la
forza e l’amore di Dio nelle cose di ogni giorno. E così la vostra preghiera rischia di
trascinarsi nell’abitudine, o di languire nelle preoccupazioni egoisticamente personali,
incapace di accendere in voi la santa inquietudine di servire generosamente la Chiesa e le
anime.
Non voglio certamente scoraggiare i vostri propositi di bene, la vostra costanza
quotidiana nelle pratiche della vita spirituale, dando quasi ragione a quanti vi dicono che
piuttosto di trascinare la preghiera nell’abitudine è meglio smettere di pregare; vengo,
invece, a dirvi il contrario, a fare quello che un tempo si faceva nelle nostre case, quando
la fiamma del focolare si era esaurita o spenta: uno dei nostri vecchi, con un soffio
robusto e deciso, spazzava via la cenere e alimentava le braci che tornavano ad ardere e a
bruciare con una fiamma viva e pulita, attraversata da scoppi di generosità e da guizzi di
vita che diffondevano gioia e calore in tutta la casa. Vorrei anch’io, con l’aiuto della
grazia divina, soffiare sulla cenere della vostra preghiera e riaccendere nel vostro cuore la
fiamma dell’amore di Dio che innalzi la temperatura spirituale della vostra anima e
comunichi luce e calore a quanti vi stanno intorno.
Non lasciatevi ingannare. Il male dell’abitudine non si guarisce smettendo di fare
le cose, ma mettendo amore, ravvivando la fede, lottando contro la pigrizia che sempre si
nasconde dietro la malavoglia, la noia o la mancanza di tempo.
Mi rivolgo, dunque, a tutti, con l’unico desiderio di aiutare tutti a vivere un po’
più vicini a Dio, con la certezza di aver così contribuito alla vostra felicità, quella del
cielo, ma anche quella sulla terra.

4 - L esempio di Gesù.

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Fratelli cari, Gesù è il Figlio di Dio. Prendendo la nostra natura umana, senza
cessare di essere Dio, egli si è fatto uomo, - “perfetto Dio, perfetto Uomo” -
ricongiungendo la terra al cielo e diventando così il punto di riferimento per tutta
l’umanità. Gesù si è fatto nostro fratello, il primogenito di tutti gli uomini. Egli ci
precede tutti, cammina davanti a noi e ci guida; ci apre la strada che conduce a Dio,
nostro Padre; egli traccia, anzi “è” il nostro cammino: egli è la Via. Essere cristiani vuol
dire seguire Cristo, “camminare dove cammina lui”, lasciarsi guidare dalla sua luce. E’ la
luce che ci viene dalla sua Parola e dalla sua Vita.
Come Mosè davanti al suo popolo, egli è il Buon Pastore che cammina davanti a
noi per condurci fuori dall’ignoranza e dalla confusione e guidarci per cammini di luce e
di pace. Ormai per noi uomini non c’è alternativa: se ci allontaniamo da Cristo, se non ci
lasciamo illuminare da lui, dalla sua parola, ricadiamo nelle tenebre e non comprendiamo
più nulla di noi stessi e del nostro destino.
Gesù diventa così il nostro Modello; dobbiamo specchiarci in lui, ispirarci alla sua
figura e all’esempio della sua vita. “Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene,
perché lo sono. (...) Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io facciate anche
voi” (Gv.13,14). Gesù ci ha insegnato come deve essere la nostra vita di figli di Dio.
Parlarvi di Gesù sarebbe il mio più vivo desiderio e vorrei dedicarvi pagine e
pagine su di lui, ma, per ora, quello che desidero è di far nascere nel vostro cuore una
sete, una santa curiosità di conoscerlo che vi spinga a mettervi dentro il Vangelo, a
prenderlo in mano ogni giorno, a leggerlo con fede, a meditarlo una volta e due e tante...,
finché la figura di Gesù vi diventi familiare e la sua vita entri nei vostri pensieri e nel
vostro cuore come una presenza illuminante e alla fine dolcissima.

5 - Gesù orante: maestro di orazione

Seguendo dunque Gesù da vicino, anche voi, come gli apostoli, vi stupirete nel
vedere il Signore immerso in un colloquio intimo e mai interrotto con il Padre. Gesù,
senza mai estraniarsi da quello che faceva e da quello che gli accadeva intorno - sempre
assediato dalle suppliche dei malati, dedito instancabilmente ad ammaestrare le folle,
attento con delicatezza umano-divina alle situazioni più difficili dei suoi apostoli, di
villaggio in villaggio lungo tutte le strade della Palestina - era, nel suo spirito,
costantemente afferrato da una Presenza superiore, intima e viva, che non lo lasciava
mai: era la presenza del Padre.
Molte volte gli apostoli udirono Gesù parlare con lui a voce alta, davanti a tutti:
“Ti ringrazio, o Padre, Signore del cielo e della terra...”; è un’espressione che si ripete
spesso, come nel tempio, davanti alla tomba di Lazzaro e soprattutto in quella preghiera,
la più impressionante che sia uscita dalle labbra del Signore dopo l’ultima Cena, accanto
ai suoi apostoli: la Preghiera Sacerdotale.
Accanto a questa familiarità costante col Padre, ecco i momenti dedicati
esclusivamente ad un intimo e solitario colloquio con lui: lunghe ore della notte, dopo
giornate impossibili nelle quali non c’era tempo nemmeno per mangiare, alle prime luci
del giorno che anticipavano una nuova giornata di fatiche, nelle ore del tramonto e nei
momenti più impensati lungo la giornata... Questo comportamento del Signore ha
talmente impressionato i discepoli da provocare in loro una specie di crisi interiore: si
resero conto che non sapevano ancora pregare, che la loro preghiera era, comunque,
molto lontana da quella che vedevano in Gesù, finché un giorno, avendo assistito ancora
una volta alla scena ormai abituale di Gesù orante, sentirono il bisogno di dirgli:
“Signore, insegnaci a pregare!” (Lc.11,1).

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Gli apostoli infatti avevano scoperto nel comportamento di Gesù orante un
nuovo modo di pregare e un nuovo atteggiamento interiore nel pregare. Il modo nuovo
era un tratto con Dio diretto e personale, e il nuovo atteggiamento era quello del figlio
con suo padre. Gli apostoli già conoscevano la preghiera con i Salmi che venivano
cantati solennemente nel Tempio, oppure recitati in comune nella Sinagoga o in casa nei
vari momenti della giornata, e con essi avevano pregato molte volte insieme a Gesù, ma
quel pregare da solo, nel silenzio, sui monti, a sera inoltrata o alle prime luci dell’alba, o
anche improvvisamente nel pieno delle occupazioni della giornata, quel pregare in modo
immediato e diretto, a cuore aperto, come di un figlio con suo padre, come chi conosce
da tempo una lunga familiarità con Dio senza alcun timore di lui, chiamandolo col nome
dolcissimo di Padre, con la fiducia immensa di chi si sa amato infinitamente e da sempre,
questo modo di pregare era per loro nuovo e fino allora sconosciuto. Non pensavano
lontanamente che si potesse avvicinare Dio da soli, a tu per tu, con l’audacia di guardarlo
negli occhi come un figlio guarda suo padre, affidandosi a lui con fiducia. Hanno potuto
farlo solo Mosè e i Profeti che avevano incontrato Dio da vicino.
La risposta di Gesù fu una chiara conferma del suo esempio e di quanto egli
aveva già detto, forse più volte: “...quando tu preghi, entra nella tua camera e, chiusa la
porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti
ricompenserà. (...) Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli...”
(Mt.6,6).

6 - Pregare con Gesù, in Gesù, per mezzo di Gesù

Questa contemplazione della vita di Cristo ci farà capire che Gesù è la strada per
la nostra preghiera. Ormai non è più possibile andare a Dio se non per mezzo di Cristo.
“Io sono la Via... Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv.14,6). Non c’è
dunque vera preghiera senza Cristo. anzi, Gesù stesso è diventato per noi “la Preghiera”.
In altre parole, la nostra preghiera dev’essere “cristiana”, cioè di Cristo; dobbiamo
pregare con Lui, in Lui e per mezzo di Lui.
Fratelli miei, nessuno può rivolgersi a Dio con le proprie forze; senza Gesù noi
saremmo assoluta impotenza. Eppure, parlando con alcuni, ho notato che, pur pregando,
la loro preghiera non è quella cristiana. Essi si rivolgono a Dio, ma ignorando
completamente Cristo; perciò la loro preghiera viene da una religiosità vaga e astratta,
che si rivolge a un “Qualcuno” che – mi dicevano - “deve pur esserci, che è superiore a
noi, e che chiamiamo Dio”, ma che rimane, alla fine, un’entità nebulosa e indefinibile,
molto simile a quella dei pagani o dei popoli che non conoscono il Vangelo.
Ora, la nostra preghiera dev’essere non la preghiera dei pagani, ma quella dei figli
di Dio, cioè di coloro che si rivolgono a Dio chiamandolo Padre, nel nome e per mezzo
di Cristo, con la forza e con la grazia dello Spirito Santo. Noi preghiamo Dio-Padre,
Dio-Figlio, Dio-Spirito Santo, l’unico e vero Dio, Creatore e Signore del cielo e della
terra, che si è rivelato a noi per mezzo del suo Figlio Gesù, e in Lui ci ha redenti, ci ha
riconciliati e ci predestinati alla gloria del cielo.
L’Umanità Santissima di Cristo, la sua persona: ecco la strada per la nostra
preghiera: “Per Cristo nostro Signore”, come ci fa dire la Chiesa alla fine di ogni
invocazione. Ciò significa che solo attraverso Gesù noi abbiamo la possibilità di pregare
e che solo i suoi meriti ci ottengono di essere esauditi dal Padre: “In verità, in verità vi
dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, Egli ve la darà” (Gv.16,23).
E significa anche che l’umanità di Cristo è il luogo del nostro incontro con Dio; solo

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passando per Essa incontreremo Dio: “Filippo, chi ha visto me, ha visto il Padre”
(Gv.14,9).

7 - La preghiera nelle Religioni

Il cristiano, dunque, nella sua preghiera si rivolge a Dio nel nome di Gesù; il
cristiano prega “in Cristo e con Cristo”. La preghiera cristiana – lo vedremo più avanti –
si esprime perciò nella Chiesa e con la Chiesa. E’ nella Chiesa infatti che Cristo continua
la sua presenza in mezzo a noi.
Ora, proprio perché “cristiana” la nostra preghiera si differenzia profondamente e
radicalmente da ogni altra preghiera, anche da quella che troviamo nelle varie religioni
del mondo. Le religioni sono espressione della dimensione religiosa presente per natura
nell’anima umana; l’uomo infatti ha sempre avuto coscienza di Dio e del proprio
rapporto con lui.
Questo vi dice che l’ateismo non solo è un fenomeno secondario, un prodotto di
degradazione del pensiero occidentale moderno, ma è anche un controsenso, va contro
natura, e perciò un ateismo veramente convinto non esiste. Quello che noi chiamiamo
ateismo non è una negazione di Dio, ma il rifiuto di Dio.
Ora, nelle diverse credenze religiose il concetto di Dio e le sue immagini si
presentano estremamente diverse. Ho detto il “concetto di Dio”, perché le sue
rappresentazioni, per quanto diverse, possono anche fare riferimento ad un'unica realtà
trascendente, tuttavia l’idea fondamentale della divinità non è affatto identica nelle varie
religioni, anche se comunemente si sostiene che è solo questione di nomi.
Il nome “Allah” dei musulmani ha ben poco in comune con il vero Dio che si è
rivelato all’umanità, e le stesse divinità orientali – induismo, scintoismo, taoismo,
buddismo… - sono ben lontane dal Dio vivo e vero. Non parliamo poi delle divinità
pagane, antiche e moderne. Ora, la preghiera fa riferimento al concetto che si ha di Dio e
del suo rapporto con l’uomo.
Il Dio dell’Islam è un Dio assolutamente unico (monoteismo), di una
trascendenza irraggiungibile e inconoscibile, che lo colloca in una solitudine assoluta
dove viene ammirato e adorato dall’uomo. Nel Corano, il libro-divinità dell’Islam, si
nomina Dio migliaia di volte con gli attributi che proclamano la sua potenza, la sua
grandezza, la sua forza, il suo potere, il suo dominio assoluto. La stessa “misericordia”
in Allah non è che un aspetto dello strapotere di Dio sull’uomo. La preghiera rituale
islamica non fa che scandire a ripetizione il primato assoluto di Dio: Allah è Allah, cioè
“Dio solo è grande”, oppure “è Dio che ha il sopravvento”. E’ dunque un Dio
monolitico che incombe sull’uomo, lo sovrasta e lo determina. Perciò nella preghiera
islamica non c’è spazio per un vero dialogo con Dio; non c’è spazio infatti per una vera
libertà e perciò per un’autentico rapporto d’amore tra l’uomo e Dio. Il musulmano che
prega esprime, anche con la posizione del corpo – si piega profondamente fino a terra –
quasi esclusivamente la “sottomissione assoluta a Dio”. E’ una preghiera che ignora la
paternità di Dio e la nostra filiazione divina che ci mette in rapporto intimo con la
Santissima Trinità. Siamo dunque lontani dalla preghiera cristiana.
Nelle religioni orientali, la nozione di Dio si presenta insieme politeista e
monoteista. Quando la divinità è concepita in senso personale si ha un olimpo di
innumerevoli divinità. Su tutte emerge la Trimurti induista con diverse varianti nelle
diverse obbedienze. Quando invece la divinità è concepita in senso impersonale, si ha
una entità astratta, indefinita, il Brahma cosmico, che si identifica panteisticamente con
l’energia della Natura.

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Così quando la preghiera si rivolge alle diverse divinità prende le forme
dell’adorazione, del culto rituale, sacrificale e anche della petizione, ma con l’intento
fondamentale di propiziarsi la divinità verso la quale prevale il timore reverenziale.
Quando infine la preghiera si rivolge all’Assoluto impersonale, al Brahma cosmico,
prende la forma della meditazione e dell’ascesi interiore nelle quali il nostro io creaturale
tende ad annullarsi e scomparire nel mare del Nirvana, molto simile al nulla. La preghiera
si serve allora di tecniche psicologiche che mirano al dominio assoluto del proprio corpo
e dei sensi per far entrare il nostro mondo interiore nella quiete più assoluta.
Tutte queste forme di preghiera fanno leva sull’iniziativa umana, sulle risorse
della creatura che cerca in quello che fa – l’obbedienza alla legge degli dei o la devozione
rituale, simile alla pietà (bhakti) – i titoli per risultare gradita e accolta dalle divinità. Più
ancora, nella meditazione buddista, la preghiera (se ancora si può chiamare preghiera)
nasce dallo sforzo solipsistico dell’io che finisce col restare chiuso nel bozzolo
egocentrico costruito da sé stesso, senza alcun vero rapporto con Dio.
Evitiamo infine il discorso sulle innumerevoli Sette pseudo-religiose, soprattutto
su quella attualmente molto diffusa e che ha ben poco di veramente religioso, la New
Age, Sette dove la preghiera è totalmente falsata o distorta.

8 - Pregare è consegnarsi a Dio

Imparate, dunque, ad accostarvi all’umanità amabilissima di Gesù come facevano


i personaggi del Vangelo; proponetevi di avvicinarlo nelle diverse età della sua vita:
adoratelo nel grembo verginale della Madonna, contemplatelo bambino nella mangiatoia
di Betlemme, imitatelo nella sua vita di lavoro con Maria e Giuseppe a Nazareth,
seguitelo per le strade della Galilea dove passò facendo del bene a tutti, accorrete a lui
mostrandogli con fiducia le vostre ferite - le malattie della vostra anima, la lebbra, la
cecità, tutte le vostre miserie - usando le stesse invocazioni, brevi ma intense come
frecciate, che gli rivolgevano i malati del Vangelo: “Signore, se vuoi, puoi mondarmi!”.
“Signore, che io ci veda!”, “Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di me!”, “Signore,
aiuta la mia incredulità!”..., e così imparerete a pregare, a rivolgervi a lui con semplicità
e immediatezza, senza giri di parole o discorsi ricercati, come se egli dovesse ascoltarvi
per il vostro parlare raffinato.
A poco a poco entrerete nel cammino della preghiera e, condotti dalla grazia e
dall’azione dello Spirito Santo, percorrerete le tappe di una sempre maggiore intimità
con Dio. Seguendo Gesù, arriverete a comprendere quella sua orazione di amore e di
dolore che lo impegnò nella drammatica notte del Getsemani: abbandonato, prostrato
nella polvere come un verme, per ore, gridando, rivolse al Padre sempre la stessa
invocazione, che conteneva tutta la debolezza e tutta la forza dell’Uomo-Dio: “Padre, se
vuoi, allontana da me questo calice, tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà”
(Lc. 41,22). Vedete? Ecco ciò che veniamo a fare nella preghiera: a consegnarci
totalmente a Dio e alla sua volontà santissima. Gesù ce lo aveva già insegnato nel “Padre
nostro” e ce ne ha dato qui l’esempio più commovente.
La preghiera, miei cari, non può essere soltanto uno sfogo dell’anima; è anche
questo, e spesso abbiamo urgente bisogno di effondere davanti al Signore l’amarezza
della nostra anima, le nostre necessità e gli stati d’animo che ci pesano e ci opprimono,
ma poi la preghiera deve andare oltre, deve andare in profondità e diventare un fatto che
esprime l’atteggiamento interiore della nostra persona, la preghiera cristiana esige che
deponiamo la nostra volontà ai piedi del Signore consegnandoci a lui, ossia che gli
rendiamo per amore la nostra libertà mettendola nelle sue mani di Padre amoroso.

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9 - Preghiera e Comandamenti

Carissimi, c’è un’altra forma di preghiera dalla quale Gesù stesso ha voluto
metterci in guardia: la preghiera degli ipocriti. L’ipocrisia ripugna a tutti, perciò molto
pochi sono volutamente ipocriti. Per tutti voi, lo dico con assoluta sincerità, nutro
profonda stima e so che nessuno cede all’ipocrisia, non con sé stesso e tanto meno con
Dio. Quello che a volte può capitare è che, per errore, per carenza di formazione o per
coscienza non rettamente illuminata, qualcuno non sa vedere con chiarezza nei
Comandamenti la volontà di Dio che vuole difendere la nostra dignità e realizzare la
nostra salvezza. Si insinua, allora, nel nostro rapporto con Dio, una sottile ipocrisia,
inconsapevole ma sempre dannosa perché impedisce alla nostra anima quella unione con
la volontà di Dio che, come abbiamo visto, è il fine di ogni autentica preghiera.
Non lasciatevi ingannare da una distorta coscienza! Rimane sempre preghiera da
ipocriti quella che non va unita alla sincera volontà di osservare i comandamenti di Dio.
Ricordate il noto avvertimento di Gesù: “Non chi dice: Signore, Signore, entrerà nel
regno dei Cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio” (Mt.7,21).
Perciò, se qualcuno di voi si accorgesse di non riuscire a pregare o si sentisse
come impedito di fronte alla preghiera, si proponga un sincero esame di coscienza per
vedere se non stia resistendo alla volontà di Dio oppure se la sua condotta non sia in
contrasto con la sua santa Legge. Ognuno chieda luce al Signore per giudicare
rettamente sulla propria condizione e non si lasci ingannare dalla mentalità corrente del
mondo o dalle leggi umane. Quello che conta veramente è la Legge di Dio.
Oggi viviamo in una società che ha cancellato quasi tutti i Comandamenti di Dio a
cominciare dai primi tre, soprattutto il primo: Io sono il Signore, Dio tuo! Non avrai
altro Dio che me. Dove mai, oggi, Dio è riconosciuto come Signore e messo al posto
che gli compete, cioè il primo, nella vita dell’uomo? Dio è stato cacciato dai parlamenti
e dai governi degli Stati, gli si nega ogni riferimento nelle leggi e perfino nelle Carte
Costituzionali, i mass-media lo combattono, spesso lo deridono e vorrebbero cancellarlo
dalla vita pubblica. Anche nella vita personale di tanta gente Dio è completamente
assente. La civiltà attuale ha fabbricato innumerevoli idoli che sono, tutti, maschere
ridicole del nostro io.

Senza dubbio, la preghiera può anche stare insieme al peccato quando si lotta
sinceramente per vincerlo; anzi, la preghiera diventa allora un mezzo indispensabile per
perseverare e vincere nella lotta; ma non può stare insieme allo stato di peccato, a una
condotta non retta o ingiusta, anche se dissimulata con giustificazioni che non
giustificano. Chi vive così è morto nel cuore e la sua preghiera è fatta solo di parole che
tornano indietro appena uscite dalle labbra. Il Signore gli risponderebbe: “In verità ti
dico: non ti conosco!” (Mt.25,12). Per chi vive così, l’unica preghiera possibile è quella
di chiedere a Dio la volontà di convertirsi, la sincera decisione di rettificare la propria
condotta.
Certamente i Comandamenti da soli non bastano perché è l’Amore che salva; e
noi cristiani siamo chiamati a vivere di amore e per amore. Ma proprio l’amore, se è
vero e libero da ipocrisia, esige come presupposto e come prova l’osservanza dei
Comandamenti di Dio. San Giovanni, l’apostolo dell’Amore, è assai esplicito nel
commentare la già chiara affermazione di Gesù: “Se mi amate, osserverete i miei
Comandamenti” (Gv.14,15).

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Il Signore, vuole dunque da noi una preghiera vera, cioè sincera, libera da
ipocrisia, che va unita alla decisa volontà di osservare i Comandamenti di Dio, tutti,
senza eccezione, e senza tentativi di applicarci sconti col segreto desiderio di adattare la
legge santa del Signore alla nostra mediocrità o pigrizia, che sempre stanno nascoste nel
cuore di ciascuno di noi. Vi assicuro che, pur in mezzo a debolezze, a cadute, a ripetuti
cedimenti, una preghiera che sia accompagnata dalla lotta per essere fedeli, dall’umiltà di
cominciare e ricominciare mille volte, vi riempirà di pace e di gioia, segno che il Signore
è vicino a voi e che sta ascoltando la vostra preghiera.
Il cieco nato guarito da Gesù rispondeva ai Farisei che lo interrogavano: “Noi
sappiamo che Dio non ascolta i peccatori…”. E’ vero, ma chi sono i peccatori? La
piccola Bernadette Soubirou, analfabeta, che non aveva ancora fatto la prima
Comunione, alla quale la Madonna aveva chiesto di pregare per i peccatori, al parroco di
Lourdes che le chiedeva chi erano i peccatori, rispondeva: “Sono quelli che amano il
peccato”.Ecco il vero nemico della preghiera: l’amore, cioè l’attaccamento al peccato. E’
questo insano legame che ci costituisce veri peccatori agli occhi del Signore e impedisce
alla nostra preghiera di raggiungere il cuore di Dio.

10 - Preghiera e Sacramenti

La nostra preghiera - dicevamo - dev’essere “cristiana”, cioè rivolta al Padre per


mezzo di Gesù e da Lui ispirata e avvalorata. Ora, potreste domandarvi: “Dove
incontreremo Cristo nella sua Umanità santissima e nella sua presenza salvifica?” La
risposta non può essere che una: Cristo lo troviamo nella sua Chiesa. E’ nella Chiesa,
soprattutto nella sua Liturgia, dove Cristo si rende presente con la sua Parola e con
l’azione salvifica dei Sacramenti. Fratelli miei, non c’è preghiera autenticamente cristiana
senza Sacramenti. Lasciate che vi parli con chiarezza e anche con forza - l’unica forza
possibile dentro la Chiesa, la forza dell’Amore di Cristo - : alcuni tra voi mi hanno detto
che, sì, pregano ogni giorno, ma poi non si accostano alla Confessione da anni, e altri
partecipano all’Eucarestia solo in certe occasioni.particolari. No, fratelli miei! E’ un
inganno diabolico pensare di avere con Dio un rapporto vero, che porti alla salvezza, con
la sola preghiera personale, escludendo la Chiesa che è, sulla terra, l’unico “sacramento”
di salvezza.
La Chiesa, infatti, continua nel mondo la presenza di Cristo e offre a tutti gli
uomini, per mezzo del Vangelo e dei Sacramenti, la salvezza che viene dalla passione e
dal sacrificio di Cristo sulla croce. Una preghiera non è vera, non è autentica e non è
cristiana se non vi porta a desiderare vivamente e a ricevere con frequenza - tutte le volte
che la vostra debolezza lo richiede - il sacramento del perdono e della misericordia in una
confessione umile, sincera, contrita, e a incontrare nell’Eucaristia, almeno domenicale, il
mistero di Cristo morto e risorto per la nostra salvezza. Rifugiarsi nella sola preghiera
personale è credere che la salvezza venga da noi stessi, mentre viene solo da Dio che ha
inviato per questo nel mondo il suo figlio Gesù.
Fratelli miei, non potete pensare di essere leali con Dio soltanto perché non
arrivate a negarlo, a rifiutarlo con l’intelligenza, mentre poi lo fate entrare ben poco nella
vostra vita, e non vi preoccupate minimamente di sapere che cosa vuole da voi. Se non
mettete nella vostra vita la sua volontà amabilissima con i suoi comandamenti e la sua
misericordia salvifica attraverso i Sacramenti, la vostra fede e quindi la vostra preghiera
non avranno l’efficacia divina di rinnovare la vostra vita e di riempire il vostro cuore di
gioia e di speranza.

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11 - Necessità della preghiera

Tornando alla figura di Gesù orante, nessuno sulla terra arriverà mai a penetrare il
mistero insondabile della sua orazione, a comprendere ciò che accadeva nella sua anima
sempre immersa in un sublime e intimo colloquio con il Padre. Possiamo tuttavia
riflettere seriamente su quell’esempio divino per rendere sempre più viva in noi la
convinzione che la necessità della preghiera è assoluta e inderogabile.
Gli apostoli, quella figura di Gesù orante non la dimenticarono per tutta la vita; si
convinsero talmente dell’importanza della preghiera che la misero al primo posto fra tutte
le cose importanti della loro giornata, perfino prima della loro missione evangelizzatrice.
Così affidarono ad altri il compito di amministrare la comunità cristiana e la stessa cura
dei poveri e delle vedove, pienamente consapevoli che la prima responsabilità nel loro
lavoro apostolico era quella di attendere alla preghiera e la servizio della Parola.
La necessità della preghiera nasce, innanzitutto, dal fatto che siamo creature
libere; ciò significa che non possiamo aprirci al bene senza una nostra decisione
personale. E’, la nostra, una libertà “creaturale”, quella cioè propria delle creature;
siamo, appunto perché creature; esseri relativi a Dio e profondamente vincolati a Lui
nell’esistenza e nel destino. Questa creaturalità è l’altro motivo che fonda la necessità
della preghiera.
Non intendo, qui, fermarmi su questi aspetti dottrinali dell’orazione, voglio solo
ricordarvi che dove non c’è preghiera non c’è libertà; anzi, proprio nell’orazione e nel
nostro colloquio con Dio scopriremo il senso più autentico e gustoso della nostra libertà
e insieme avvertiremo con gioiosa chiarezza il nostro legame con Dio come sue creature
che portano la sua immagine e il suo sigillo.
Fratelli miei, dove non c’è preghiera c’è il buio della schiavitù interiore, c’è lo
smarrimento della coscienza che non sa più riconoscere la nostra identità di creature
chiamate alla verità e al bene.
Gesù, l’Uomo più libero e insieme più vincolato a Dio che sia mai passato sulla
terra, è stato “l’Uomo-orante” che ha espresso l’orazione più sublime che mai sia stata
fatta. Guardatelo sul Calvario: che cos’è la sua morte sulla croce se non una totale e
consumata orazione? Una orazione che ha trasformato il corpo e l’anima di Gesù in un
sacrificio orante e adorante. Le sue braccia sacerdotali distese su quel legno e aperte al
cielo verso il Padre raccolgono la preghiera umana di tutti i tempi e di tutte le età, la mia
e la vostra orazione, che cessa di essere la povera orazione di creature deboli e perdute
per diventare la preghiera dei figli di Dio, chiamati ad una ineffabile comunione con Lui.

12 - Preghiera e vita soprannaturale

Se la preghiera è necessaria sul piano naturale come creature libere, lo diventa


ancora di più sul piano soprannaturale, come figli di Dio. Davanti alla nostra chiamata a
vivere la vita divina noi siamo infinitamente sproporzionati e assolutamente impotenti.
L’ordine della grazia esige il canale della preghiera e perciò non c’è salvezza senza di
essa. E tanto meno è possibile la santità, alla quale siamo chiamati in forza del Battesimo
che abbiamo ricevuto.
E’ significativo che nella Liturgia del Battesimo il primo invito che la Chiesa ci
rivolge appena ricevuta l’acqua battesimale è quello di rivolgerci a Dio con la preghiera
propria dei figli: il Padre nostro. Il Battesimo è dunque il sacramento che ci abilita alla
preghiera e al colloquio filiale con Dio, anzi ci rende capaci di partecipare e di fare nostra

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la stessa preghiera di Cristo, quella che egli ha fatto qui sulla terra come fratello nostro,
come vittima innocente che ci ha redenti, e quella che Egli continua a fare nel cielo come
avvocato nostro, come Re e Signore della gloria.
Siamo sulla terra, ma siamo chiamati a vivere vita soprannaturale, vita divina, a
rendere cioè divino ogni nostro agire, ogni realtà nobile e retta che entra nella nostra vita
quotidiana. La preghiera educa il nostro cuore all’intimità con Dio, fa spazio alla sua
presenza divina nella nostre intenzioni e nella nostra vita interiore, e garantisce la
dimensione soprannaturale a tutta la nostra esistenza. Senza la preghiera tutti nostri
pensieri e i nostri progetti hanno la pretesa di essere autosufficienti, cioè indipendenti da
Dio, dalla sua azione e dal suo aiuto; essi perciò restano vani e sterili per il regno dei
cieli.
Fratelli, non perdete questa meravigliosa, unica, occasione che avete di vivere
sulla terra vita divina; non dimenticate che siete stati chiamati a condurre non
semplicemente una vita buona e onesta, ma una vita “cristiana” cioè di Cristo, appunto
vita divina.

13 - La fede come sorgente di preghiera

Molte volte stando alla presenza del Signore nel Tabernacolo e pensando alla vita
di tante persone lontane dalla fede, mi si riempie l’anima di dolore e di tristezza nel
vedere come il Maligno avvelena tante intelligenze e tanti cuori. Il Maligno, fratelli, non è
una vaga astrazione inventata dalla paura o da qualche fantasia malata o superstiziosa, è
un essere angelico che se ne va per il mondo a contaminare l’intelligenza e la vita di tanti
uomini. Gesù lo ha chiamato il “bugiardo” e “padre della menzogna” perché ha
ingannato fin dall’inizio. Oggi la sua arma si chiama confusione e la sua vittoria è il
laicismo materialista.
Da questo materialismo che, come una caligine triste e buia oscura il cielo di tante
coscienze cancellandovi ogni certezza e ogni riferimento a Dio, alla sua verità e alla sua
legge santa, voi dovete guardarvi reagendo con tutte le vostre forze; ad esso opponete la
fermezza della vostra fede e l’integrità della vostra condotta. Naturalmente non mi
riferisco qui a quel materialismo sano che consiste nell’occuparsi in modo positivo delle
cose materiali, delle cose di questo mondo; sappiamo, anzi, che le cose del mondo e le
realtà materiali ce le ha affidate il Signore come ambiente nel quale muoverci ogni giorno
per servirlo nel compimento dei nostri doveri secondo la sua volontà divina.
Intendo, invece, quel materialismo pagano che non sa vedere nelle cose materiali
la presenza di Dio, per cui ci dedichiamo alle cose di questo mondo senza scoprirvi il
loro significato divino; perdiamo così il senso, il valore e la dimensione religiosa della
nostra esistenza e di tutte le cose che ci circondano: la natura, le persone e gli
avvenimenti. In altre parole, è il materialismo che si perde nel buio della materia e non sa
scoprire nelle cose il loro rapporto con Dio, con i suoi disegni di amore e di misericordia,
ignorando il destino di eternità che egli ci ha preparato.
Fratelli miei, senza il dono della fede, che mette luce divina nella nostra mente, il
mondo diventa incomprensibile, la vita e le vicende degli uomini un caos senza logica,
una vera brutalità che ci trasforma in animali insaziabili e duri, così spesso anche feroci.
Senza la fede che fonda una vita spirituale aperta al dialogo con Dio non ci resta che la
durezza della vita materiale col suo spessore opaco ed oscuro.
Come vedete, la preghiera che nasce dalla fede è profondamente umanizzante, ci
rende più uomini, più degni della nostra identità di creature intelligenti e libere, fatte a
immagine e somiglianza di Dio.

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14 - La preghiera fonte di fede

Abbiamo visto che la fede è sorgente di preghiera. Quando la sua luce illumina la
nostra anima e la rende capace di “vedere” Dio, di vedere la sua paterna presenza in tutte
le circostanze della nostra vita, la preghiera scaturisce dall’intimo del cuore quasi senza
fatica, come naturale conseguenza. E più la fede si fa forte e luminosa, più il colloquio
con Dio diventa spontaneo e irresistibile. Se poi la fede è accompagnata dall’umiltà e dal
senso vivo della filiazione divina, allora la preghiera diventa un “riposo” nelle braccia di
Dio. Il livello della nostra fede possiamo misurarlo anche dal grado della nostra vita di
preghiera.
Ma anche possiamo dire che la preghiera è fonte di fede. Penso che tutti voi
avrete avuto momenti di oscurità nella vostra vita di credenti, momenti in cui vi costava
fatica credere, vi sembrava che tutto quello che avete imparato nel catechismo era una
teoria astratta che poi veniva smentita dalle vicende della vita; insomma il dubbio e
l’incertezza hanno bussato alla vostra porta.
Innanzitutto voglio ricordarvi che molti dei vostri dubbi non sono veri dubbi,
dubbi seri e fondati, sono piuttosto tentazioni, e come sapete le tentazioni vanno
semplicemente respinte con atti espliciti contrari, in questo caso con atti di fede. Dovete
dire a voi stessi che Gesù non ci ha ingannati, e quello che lui ha detto e ha fatto è tutto
vero, e che volete accogliere il suo insegnamento perché le sue parole sono Parola di
Dio, sono “spirito e vita”, e volete aderire alla sua persona perché è il Figlio di Dio.
Direte con l’apostolo Pietro: Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna, e
noi abbiamo creduto … che tu sei il Santo di Dio”.
Ma poi dovete ricorrere alla preghiera. La fede è un dono di Dio e perciò va
chiesta e alimentata con una incessante petizione al Signore. Nel Vangelo trovate esempi
commoventi di queste preghiere: Signore, aiuta la mia incredulità! – Signore aumenta
la mia fede! Come sapete, il dono della fede lo riceviamo nel battesimo, ma lo riceviamo
come un seme, e come ogni seme deve germogliare, crescere, maturare e dare frutti. La
fede ha perciò bisogno della grazia, e la grazia viene dalla preghiera. Il pregare, lo
dicevamo sopra, è già un atto di fede perché ci rivolgiamo a Dio in quanto crediamo in
lui, nella sua bontà e nelle sue promesse. Ma la nostra fede viene spesso messa alla prova
dalle vicende della vita, dalle tentazioni del Maligno e dal clima di scetticismo che
respiriamo in un mondo che ha voltato le spalle a Dio e spesso deride la nostra fede.
E’ allora il momento della preghiera, una preghiera umile, perseverante, che non
cede alla stanchezza o al disappunto; vi assicuro che la vostra fede metterà le ali,
diventerà più forte di ogni dubbio, più sicura di ogni certezza, perché il Signore è Dio e
non un uomo, non mente e non inganna, non delude e non lascia inascoltate le suppliche
delle sue creature, e anche se vi sembra che sia lontano o che tardi a dare ascolto alle
vostre invocazioni, egli vi farà sentire la sua presenza accanto a voi: sarà lì che vi guarda,
che vede le vostre necessità e le vostre preoccupazioni, e sentirete nel vostro cuore l’eco
delle sue parole: Non temere; io sarò con te e ti custodirò in tutte le tue vie…, e la pace
inonderà la vostra anima e con essa la consolazione secondo le parole di S. Paolo: Il
Dio di ogni consolazione vi consolerà in ogni vostra tribolazione.
Fede e preghiera: l’una favorisce l’altra, reciprocamente, e insieme daranno
profondità alla vostra vita di figli di Dio sulla terra.

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15 - Preghiera e testimonianza

Che siete anime di preghiera lo deve testimoniare la saldezza della vostra fede,
una fede così salda da esserne santamente orgogliosi. Voglio dire che non vi
vergognerete di professarla. Se la vostra fede è vera, autentica, sostenuta da una intensa
preghiera non avrete paura di nulla e di nessuno. Il vostro amore a Gesù Cristo e la
vostra adesione a lui non verranno meno di fronte agli ostacoli, all’ostilità dell’ambiente,
al pericolo di incomprensioni o di derisioni da parte dei vostri amici o conoscenti. Spesso
la loro ostilità è segno di debolezza, del bisogno di avere complici nella loro miscredenza
o nella loro condotta disordinata o poco pulita.
Al contrario, la vostra familiarità con Dio e la vostra fede in Gesù faranno nascere
nel vostro cuore il desiderio di diffondere la dottrina di Cristo nel vostro ambiente di vita,
nella vostra attività pubblica, nei vostri rapporti sociali compreso l’ambiente famigliare; e
tutto questo senza polemica, senza animosità, senza sterili confronti di opinione, ma
anche senza compromesi, senza titubanze, senza cedimenti che portino a stemperare la
sequela di Cristo in un facile buonismo o ad un comodo perbenismo di facciata.
Sarà invece la forza del vostro esempio, l’integrità della vostra condotta,
l’amabilità del vostro dire teso a incoraggiare, a illuminare, a dare fiducia, che vi renderà
coraggiosi testimoni della verità, anzi vi trasformerà in un altro Gesù che passa accanto a
quanti incontrate quotidianamente nella vostra vita e che saranno attratti dalla vostra
serenità e dalla vostra gioia. La preghiera infatti e la comunione con Dio vi farà
seminatori di pace e di allegria, di quell’ottimismo cristiano che ha le sue radici nella
fede, cioè nella convizione che Dio ci ama e non abbandona mai le sue creature.
Non nascondete dunque la vostra identità di figli di Dio, la vostra condizione di
credenti, di discepoli di Cristo; non abbiate rispetti umani o complessi d’inferiorità anche
se dovete soffrire qualche incomprensione o magari persecuzione e disprezzo per la
vostra fede. Dai tempi di Gesù il cristiano è costretto ad andare contro corrente nel
mondo, a vivere in contrasto con la logica mondana e ad essere un testimone scomodo
del Vangelo di Cristo. Ricordate che milioni di fratelli nostri hanno pagato col sangue la
loro fedeltà a Gesù e alla propria vocazione cristiana.
La preghiera sarà la vostra forza, la vera risorsa che supplirà ai limiti e alle
debolezze alle quali è soggetta la nostra povertà umana, e vi troverete vincitori.
Non dimenticatelo mai: la disgrazia più grande che può capitare ad un uomo sulla
terra è trovarsi lontano da Dio. Ditelo ai vostri amici!

16 - Nostalgia di Dio e preghiera

Quando, dunque, vi esorto ad essere uomini spirituali, in definitiva vi chiedo di


essere uomini di orazione, che sanno parlare con Dio e frequentarlo, perché lo
conoscono, comprendono i suoi disegni di amore verso gli uomini e sanno mettere questi
disegni nella propria vita.
Mi ha sempre impressionato profondamente un passo del profeta Isaia che
contiene un rimprovero carico di dolore rivolto da Dio al suo popolo: “Il bue conosce il
suo proprietario e l’asino la greppia del suo padrone; ma Israele non conosce e il mio
popolo non comprende” (Is.1,3). Fratelli miei, sono gli animali che non pregano, perché
non conoscono Dio, “non comprendono”. A noi sono stati dati intelletto e libertà e con
essi possiamo aprirci a Dio con amore, e soprattutto ci è stato dato uno spirito di figli nel
quale gridiamo “Abbà, Padre!”. Non possiamo ignorare o dimenticare questa altissima

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dignità nostra che ci colloca - soli tra tutti gli esseri del creato visibile - davanti a Dio,
capaci di conoscerlo, ascoltarlo, amarlo e servirlo.
Non sentite dentro di voi l’anelito urgente di superare i limiti della materia, di
salire oltre le angustie del corpo, di uscire dalle maglie di una mera psicologia
meccanicistica e aprirvi alla vita dello spirito, a tutte le sue esigenze e a tutto il bisogno
di trascendenza che esso contiene e che non si appaga se non nell’incontro con Dio?
Non mortificate le nobili aspirazioni della vostra anima, non tenetela prigioniera di
assillanti preoccupazioni terrene, o di sorde pesantezze del corpo. Dio vi chiede di
reagire con forza al tentativo diabolico di quanti vogliono farvi credere che l’uomo è una
bestia, che siamo poveri animali destinati a chiudere in un sepolcro ogni nostro destino.
Il nobile desiderio di una vita più alta che abbiamo nel cuore e la nostalgia di Dio
- forse inconscia ma insonne - che si nasconde in noi non sono un inganno, non vengono
dalla paura o dal bisogno di dare un senso a ciò che non lo ha; sono invece il segno
inconfondibile che possediamo il germe di una dignità più alta e ci portiamo dentro il
sigillo di Dio. Vi ricordo una delle espressioni più intense di Giovanni Paolo II: “La
preghiera rivela tutta la grandezza dell’uomo”. Perché? Perché la preghiera rivela la
nostra capacità di conoscere Dio, di parlargli e di innalzarci fino a lui. Chi non prega
conduce facilmente un’esistenza incollata alla terra e, prima o poi, finirà col vivere una
vita animale. Non lasciate cadere nel fango questa grandezza che avete ricevuto e che
aspira a realizzarsi nella piena comunione con Dio.

17 - La preghiera rimedio alla solitudine

Ora potete capire perché chi non prega è un uomo solo. Di una solitudine
profonda che egli sperimenta nel luogo più intimo della propria anima, in quella parte di
noi così personale che non può essere partecipata a nessuno, nemmeno alle persone più
care o agli amici più intimi. Lì, dove nessuno ci raggiunge, il nostro io si trova solo con
sé stesso e con l’unica Presenza possibile, quella di Colui che tiene il nostro essere nelle
sue mani perché lo ha creato e lo conduce con amore.
Quando non c’è preghiera, questa presenza è silenzio, e il cuore si riempie di
solitudine. La solitudine, a volte pesante, di chi rimane solo con le sue paure, con i suoi
timori, con le sue oscurità, le sue inquietudini o, peggio, con le sue miserie e con i suoi
peccati. Allora, un uomo potrà anche avere molti impegni che lo assorbono, molti
interessi che lo appassionano, molte persone che affollano la sua giornata al punto da
apparire sicuro e realizzato, e potrà - forse - guardare alla preghiera come ad un
infantilismo ridicolo. Non credetegli! Tutto quel chiasso non è che un alibi, che può
apparire convincente perché giustificato da contenuti umani anche buoni e apprezzabili,
ma che rimane inevitabilmente un alibi; nasconde la paura di guardarsi dentro e di
affrontare sé stesso, la paura di precipitare in un silenzio interiore che è molto simile al
vuoto.
Si è detto che l’uomo è un essere “dialogico” perché ha bisogno di comunicare;
anzi, è proprio comunicando che egli può cogliere sé stesso come soggetto nella sua
identità di persona. Comunque sia, non c’è dubbio che il vero dialogo che rivela l’uomo
a sé stesso e che rende possibile ogni altro dialogo è quello che l’uomo può stabilire con
il suo Creatore. Quando manca il colloquio con Dio, ogni altra comunicazione si
corrompe perché diventa un soliloquio dell’io che si confronta, si misura, si inquieta,
cerca spettatori o complici, per cadere poi nel bozzolo dei propri discorsi interiori come
dentro una tomba. Spesso prende la strada di un soliloquio triste che finisce nel
monologo della disperazione.

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Badate, non sto facendo analisi psicologiche, cerco solo di aiutarvi a
comprendere l’invito dell’apostolo Giacomo: “Qualcuno di voi è preso dalla tristezza?
Preghi!” (Gc.5,13). Non c’è tristezza più pesante della solitudine del cuore quando si è
perduto l’abito della preghiera, perché non c’è compagnia più triste di quella che uno fa a
sé stesso quando si è allontanato da Dio; ha infatti perduto l’unica presenza che può
strapparlo alla solitudine interiore e al peso della sua miseria
Avete mai osservato come il monaco che abita nella cella o nel deserto non vive
mai solo, proprio perché lo accompagna una Presenza che non solo gli riempie la vita,
ma anche lo unisce profondamente a tutti gli uomini? Ebbene, dobbiamo imparare a non
vivere soli nel rumore delle nostre città, a non perdere mai la presenza di Dio; dobbiamo
sforzarci di vivere “sempre accompagnati” (Escrivà), sapendo che il Signore, quando la
nostra anima è in grazia, abita il centro del nostro cuore. Perciò, in tutte le strade e in
tutti gli ambienti di questo mondo, quelli puliti e onesti dove un cristiano e un uomo di
onore può vivere, lì è sempre possibile vivere la presenza di Dio avere con lui un
colloquio assiduo e intenso. Perciò, ripeteva il Beato Escrivà insegnandolo a migliaia di
anime: “La nostra cella è la strada”.

18 - Possiamo pregare dovunque

Questa abitudine alla presenza di Dio, questa familiarità semplice e intensa con lui
non si improvvisa. Ci si arriva, con la grazia di Dio, dopo un lungo esercizio. Perciò
non disdegnate di ricorrere, se necessario, a una rete di accorgimenti sensibili che vi
richiamino immediatamente al pensiero di Dio: passate accanto a una chiesa? - quante ne
trovate sul vostro cammino nel centro della nostra città! - e subito vi viene alle labbra un
saluto a colui che lì, dentro un tabernacolo, vi attende e vi ama; oppure passate davanti a
un luogo in cui sapete che si offende Dio, e magari lo sentite e lo vedete offeso per le
strade dove camminate?, immediatamente vi esce dal cuore un atto di amore e di
riparazione; aspettate un autobus o fate la fila davanti a un ufficio o dentro un negozio?,
ecco che la vostra impazienza può trasformarsi in preghiera che fa nascere un sorriso di
buon umore al posto del cruccio o della irritazione. E come dimenticare le dolci
immagini della Madonna dipinte sui muri di molte case? Forse già le conoscete e tante
volte, passando, avete rivolto uno sguardo affettuoso a colei che segue con occhio
materno tanta gente che cammina per le nostre strade, forse dimentica di Dio o che porta
nascoste nel cuore preoccupazioni e sofferenze.
Sono davvero innumerevoli i richiami che possono aiutarvi ad innalzare il cuore a
Dio durante la giornata; perfino il saio disadorno di un frate o la tonaca di un prete -
orami così poco usuali per le strade della nostre città secolarizzate - se per qualcuno
sono motivo di disagio o di fastidio, possono essere per molti un “segno”, e a voi che
avete fede, possono suscitare nel cuore un’invocazione: “Signore, che i tuoi preti siano
buoni e fedeli!”.
Possiamo pregare dovunque e in molti modi: con le parole o senza parole quando
ci mettiamo in silenzio davanti al Signore alla maniera del contadino di Ars che stava in
chiesa senza dire una parola, e al Santo Curato che gli chiedeva che cosa stesse facendo
rispondeva: “Lui mi guarda e io lo guardo”; possiamo pregare con i sospiri che sono il
linguaggio del cuore e rivelano i desideri e le profonde aspirazioni dell’anima; possiamo
pregare con le lagrime quando le lasciamo cadere come silenziose parole di gioia e di
dolore nelle mani di Dio che le raccoglie e le conserva; possiamo far diventare preghiera
la fatica, la paura, i contrattempi, le umiliazioni, i successi, le cose che ci mancano e
quelle che abbiamo in abbondanza…Non c’è nulla che possa impedirci di pregare perchè

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tutto può diventare occasione di incontro con Dio, o motivo per innalzare a lui il nostro
cuore..

19 - La preghiera nelle nostre case

Permettete, ora, che vi ricordi l’esercizio della presenza di Dio dentro le vostre
case. Ogni abitazione cristiana dovrebbe essere un luogo in cui si onora Dio, si rispetta
la sua legge divina e si vive il comandamento evangelico dell’amore fraterno. A voi, cari
sposi cristiani, a voi genitori, spetta il primo posto in questo esempio di condotta
cristiana. Esiste tutto un codice di virtù domestiche fatto di mille piccoli dettagli che
sono altrettante occasioni per vivere la presenza di Dio.
Così, vi mettete davanti a lui quando dovete prendere una decisione, piccola o
grande, che interessi tutta la famiglia; quando dovete intervenire nella condotta dei vostri
figli; quando una preoccupazione sembra togliervi la pace o quando cercate di
nascondere dietro un sorriso la stanchezza di un lavoro stressante. Innalzerete a lui il
vostro cuore per dirgli grazie davanti a tante cose buone che vi circondano in casa, per
offrirgli i mille piccoli fastidi della giornata, per chiedergli perdono delle impazienze con
cui rispondete alle contrarietà della vita familiare; e ancora: una piccola immagine
accanto al telefono può aiutarvi a risparmiare tempo e a non farlo perdere agli altri, a non
offendere nella conversazione il prossimo e a ricordarvi di rispondere prontamente al
Signore quando vi chiama a un piccolo servizio o a un gesto di carità fraterna.Sforzatevi,
insomma, di trovare in tutto l’occasione per rivolgervi a Dio, per conservare con lui una
familiarità semplice e abituale.
Infine, pur evitando di dare all’ambiente e all’arredamento domestico un tono da
sacrestia, cercate di trattare con amore e con fede le immagini sacre che avete nelle
vostre case; guardatevi da quella specie di tradimento che consiste nel trasformare in
semplici “pezzi da arredamento” immagini che dovrebbero essere un affettuoso richiamo
al colloquio con Dio e con la Vergine santa. Senza dire del gesto che sa di sacrilego oltre
che di cattivo gusto, di usare il Crocifisso come pendaglio puramente ornamentale e
spesso addirittura con l’aria superstiziosa di chi porta un amuleto contro la cattiva sorte
o per difendersi dalla “sfortuna”.

20 - I momenti della preghiera

Ma torniamo di nuovo all’esempio di Gesù. Egli, che sempre era unito al Padre
in tutte le circostanze della giornata, aveva tuttavia dei momenti nei quali, lasciata ogni
cosa, si raccoglieva in intima preghiera dedicandosi esclusivamente al colloquio
personale col Padre. Ebbene, il Signore si aspetta anche da noi questi “momenti” di
preghiera durante il giorno. Potete pensarli come appuntamenti che egli stesso vi dà. Del
resto, non è pensabile un amore vero senza appuntamenti, senza incontri nei quali una
persona effonde i suoi sentimenti più profondi e la sua confidenza più intima. Così ci
sono momenti che sono veri appuntamenti col Signore: in essi egli ci parla e ci ascolta,
noi gli apriamo il nostro cuore ed egli ci offre la sua grazia e la sua amicizia.
Convincetevi che senza questi appuntamenti quotidiani con Dio la nostra anima si
addormenta, il nostro cuore, che ha bisogno di amore, cerca altri cammini che non
portano a Dio; finiremo incagliati in sabbie mobili che ben conosciamo per averle altre
volte incontrate in compagnia dei nostri egoismi, della nostra sensualità e della nostra
vanità.

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Dovranno essere appuntamenti precisi e su orario, perché non possiamo trattare il
Signore con superficialità, lasciando i nostri incontri con lui in balìa del capriccio e
dell’improvvisazione, delle nostre voglie o non-voglie, della inconsistenza delle nostre
emozioni o della labilità dei nostri stati d’animo. Non è con le sole buone intenzioni che
si cammina nella vita cristiana, occorrono propositi concreti e decisi che si possono
controllare e verificare, soprattutto al momento della nostra confessione e dell’esame di
coscienza.

21 - La preghiera del mattino

Permettetemi, dunque, di richiamarvi alcuni di questi “momenti di preghiera”. Già


li conoscete perché fanno parte dei normali mezzi della vita cristiana, e per averli voi
stessi praticati molte volte.
Il primo momento è, ovviamente, quello del mattino. Ogni inizio di giornata è
come un appuntamento col Signore che deve trovarci pronti, decisi a servirlo nelle
occupazioni e nei doveri che ci attendono nella giornata secondo il nostro stato: in
famiglia, in ufficio, in fabbrica, a scuola, nel negozio... Alzatevi, se occorre, un po’
prima del necessario, per trovare quell’istante di calma per raccogliervi alla presenza di
Dio e offrire a lui un nuovo giorno della vostra vita. Non basta un segno di croce -
anche se, fatto adagio e con fede, è una bellissima preghiera - ; prendetevi qualche istante
per rivolgervi a Dio e dirgli: “Signore, tutto quello che oggi mi passerà tra le mani è per
te; fa’ che non ci sia nulla che ti offende nei miei pensieri, nelle mie opere e nei miei
sentimenti; accompagnami con la tua grazia e con la tua presenza perché io possa darti
gloria e lasciare una traccia di bene ovunque passerò...”. Ditegli questo e altre cose,
senza ipocrisia, in modo che ci sia nelle vostre parole quello che vi sforzate di mettere
nelle vostre azioni.

22 - La preghiera della sera

Il momento mattutino di preghiera richiama l’altro momento, quello serale.


Chiudere la giornata con alcuni istanti di preghiera è ancora la consuetudine che
maggiormente resiste nel popolo cristiano. Approfittatene, e cercate che non diventi una
cosa di pura abitudine; reagite al sonno e alla stanchezza, mettetevi davanti al Signore
per fare con lui un breve rendiconto della vostra giornata: “Signore, che ne pensi tu della
mia vita di oggi?...” e subito verranno alla vostra mente le molte cose buone che il
Signore vi ha dato, accanto a quelle che, invece, voi avete trascurato o trascinato per
malavoglia o con poco amore, e a quelle non buone che sono venute dalla vostra
debolezza e dai vostri cedimenti. Vi salirà al cuore un umile atto di contrizione e di
amore, e un proposito sincero di lottare più generosamente il giorno dopo. Terminerete
poi raccomandando il vostro riposo alla Vergine, nostra madre, e agli Angeli che
custodiscono la vostra casa.
La fedeltà a questo incontro serale con il Signore e l’efficacia del vostro esame di
coscienza dipendono da come passate le ultime ore della vostra giornata. Se sciupate le
ore serali in cose oziose o egoistiche, in occupazioni vuote o alienanti - penso alla
stupidità di tanta televisione! - o, peggio, vi lasciate andare a cose che offendono Dio,
mancherete al vostro appuntamento col Signore o, se ci sarà, la vostra preghiera resterà
superficiale, affrettata, ridotta a qualche formula recitata con le labbra ma non col cuore.

21
Santificate dunque le ore serali dedicandovi alla vita familiare, a incontri di
amicizia con intento gioioso e positivo, a riunioni formative, a eventuali compiti o
responsabilità sociali o civili. Allora la preghiera serale sarà la gioiosa conclusione delle
vostre fatiche e santificherete il tempo notturno entrando nel riposo con l’anima serena e
con la pace di Dio nel vostro cuore.

23 - L orazione mentale

Un terzo momento di preghiera - senza dubbio tra i più importanti - è il momento


dell’orazione mentale. I maestri della vita spirituale intendono per orazione mentale
quella particolare forma di preghiera che si esprime in un colloquio interiore, non solo
della “mente” ma del cuore, e perciò intimo e affettuoso con Dio, fondato sul senso vivo
della nostra filiazione divina e sull’amicizia personale con Gesù, Maestro e Signore.
Parlarvi dell’orazione mentale è una delle cose più urgenti e più consolanti nella vita
cristiana, e non bastano certamente le poche righe di una lettera. Ma quand’anche vi
scrivessi un intero trattato - che del resto molti santi e maestri di vita interiore hanno già
scritto e ai quali vi rimando – esso resterebbe lettera morta e non susciterebbe un solo
movimento del vostro cuore senza la vostra personale esperienza.
Per capire l’orazione mentale bisogna decidersi a dedicarvi ogni giorno un po’ di
tempo. Vincete, se necessario, la pigrizia, la malavoglia, o l’idea che l’orazione sia una
cosa riservata ai preti e alle monache; è una cosa per uomini e donne del mondo, come
voi, che vivete nel lavoro e nelle vicende della vita quotidiana accanto a tanti uomini
vostri fratelli con i quali condividete problemi, ansie e nobili aspirazioni umane, realtà che
per mezzo della vostra orazione possono diventare cose divine. Penso particolarmente ai
giovani che hanno l’animo ancora aperto, capace di freschezza e di donazione, che hanno
il cuore assetato e disponibile all’amicizia forte e sincera, i quali troveranno in questo
rapporto personale e intimo con Cristo orizzonti insospettati per la loro generosità di
propositi e di decisioni.
Scegliete il luogo più adatto. Gesù stesso ci suggerisce: “Quando preghi, entri
in camera tua e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto...” (Mt.6,6). Così
l’intimità della vostra casa può diventare il luogo dell’intimità con Dio, anche se il luogo
privilegiato per l’orazione rimane sempre la chiesa, davanti a un tabernacolo ben visibile
e adorno. Non lasciate in abbandono i tabernacoli delle nostre chiese, dove il Signore
continua la sua presenza sacramentale a pochi metri dalle vostre case, dalle vostre piazze,
dai vostri uffici e negozi.
Riservate, poi, all’orazione mentale un tempo vivo della giornata; non la sera
quando il sonno comincia ad appesantire la vostra mente e si fa sentire nelle membra
tutta la stanchezza del giorno. Ricorrete anche all’aiuto di un buon libro di lettura
spirituale che offra un sano e ricco nutrimento alla vostra anima, illumini di luce più
profonda la vostra mente sulle verità della fede e sia stimolo per conoscere meglio voi
stessi e ciò che Dio si aspetta nella vostra vita spirituale.
Infine, non lasciatevi dominare dagli ostacoli esterni: il disordine della giornata, le
molte cose da fare, non tutte importanti, con le quali troppo facilmente vi scusate di non
avere tempo; lo spirito mondano che vi fa credere l’orazione un inutile bigottismo e, non
ultime, le assurde insinuazioni di certi cristiani “impegnati” i quali vi diranno che perdete
tempo, che lo rubate ai vostri doveri verso il prossimo, che vi ripiegate in un egoistico
intimismo, mentre è urgente “darsi da fare”. Respingete ogni tentazione e siate
perseveranti nonostante tutto.

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Vi metterete così su un sentiero che è quello dell’umiltà, della fede e della croce
del Signore, un cammino che ha come meta la piena identificazione con Cristo, la
santificazione della vita quotidiana in un servizio autenticamente efficace per il regno di
Dio,. a vantaggio di tutti i fratelli. Come in tutte le cose, i primi passi di questo cammino
possono costarvi, ma se sarete perseveranti, vincendo le difficoltà, il Signore vi darà luce
e grazia, e raggiungerete una crescente intimità con lui, perché il cammino dell’orazione
altro non è che l’inoltrarsi della vita intima di Dio. Arriverete così a stabilire con lui
un’interiorità tutta nuova e capirete cosa significa quel: “Gustate e vedete come è buono
il Signore, beato l’uomo che in lui si rifugia. (Sal.33).

24 - Pregare con la Parola di Dio.

Un altro momento di preghiera è offerto dall’incontro con la Parola di Dio. C’è


un incontro comunitario, ufficiale, che è quello della Liturgia, come avviene nella prima
parte della Santa Messa che è detta appunto “Liturgia della Parola”. Ma quello che qui
voglio ricordarvi è l’incontro personale con la Parola di Dio nella lettura quotidiana del
Vangelo.
Penso che tutti conserviate nelle vostre case una Bibbia o almeno il Nuovo
Testamento. Tenetelo a portata di mano, nel soggiorno o nella vostra camera, e dedicate
ogni giorno alcuni minuti alla lettura di qualche pagina del Vangelo. Fatelo in maniera
ordinata, cominciando dall’inizio, e soprattutto raccoglietevi, prima della lettura, per un
istante alla presenza del Signore: il Vangelo infatti non è soltanto un libro da leggere, è
soprattutto una Persona viva che vi parla. E’ Gesù, ed è lui che dovete conoscere e
ascoltare. Spesso sentirete il desiderio di chiedergli: “Signore, cosa volevi insegnarci
quando dicevi queste cose e queste parabole ai tuoi discepoli o alle folle, e quando
compivi questi gesti e questi miracoli?”. E immaginerete di essere anche voi presenti a
quella scena, mescolati tra la gente o vicino a Pietro, a Filippo, a Giovanni, a Giacomo:
anche voi sorreggete il paralitico per portarlo al Signore, anche voi distribuite i pani alle
folle, o vi unite ai pastori che vanno a contemplare il bambino nella grotta...
Fratelli miei, questo comportamento non è infantile, adatto, al massimo, ai vostri
bambini che vivono di fantasia; è invece una realtà stupenda perché Gesù è vivo, oggi,
adesso; la sua parola e la sua vita sono attuali e dobbiamo entrarci dentro con
l’intelligenza e col cuore se vogliamo innamorarci veramente di Gesù Cristo. Vi rendete
conto che la vita di Gesù deve ripetersi in qualche modo nella vita di ciascuno di noi e
che siamo chiamati a renderlo presente in tutti gli ambienti in cui viviamo? Con le parole
del santo Josemaria Escrivà ripeto a ciascuno di voi: “Come vorrei che il tuo
comportamento e la tua conversazione fossero tali che tutti, nel vederti o nel sentirti
parlare, potessero dire: “Ecco un uomo che legge la vita di Gesù Cristo!” (Cammino
n.29).
Inoltre nelle famiglie cristiane di un tempo, oltre al Vangelo, i nostri vecchi
leggevano frequentemente le vite dei santi. Oggi è una consuetudine ormai scaduta
anche perché non esiste più una letteratura agiografica consona alla nostra sensibilità e
alla mentalità moderna. Ed è un male perché i santi sono nostri fratelli che hanno
incarnato in modo eroico, sia pure in modelli e circostanze che non sempre possiamo
imitare, il Vangelo e la vita di Cristo, così da essere per noi stimolo e incoraggiamento.
Chi può dimenticare figure colossali come S.Agostino, S.Francesco d’Assisi, Santa
Caterina da Siena, Santa Teresa d’Avila e altre, stupendamente umane e moderne, come
S.Tommaso Moro, S.Pio X, e tante altre meno note ma ugualmente splendide per
l’esempio e per la santità di vita? Potreste, comunque, leggere i loro scritti e le loro

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opere che possono farvi da guida utile e soprattutto sicura, non inquinata, nel vostro
cammino spirituale.

25 - La preghiera più grande: la Santa Messa

E veniamo al momento più intenso e culminante della nostra preghiera: la santa


Messa. Vi ho già ricordato che l’Eucarestia è la più alta e sublime preghiera che mai sia
stata fatta sulla terra, perché è lo stesso sacrificio compiuto da Gesù sulla croce. La
Chiesa è scaturita ed è cresciuta sempre intorno all’Eucaristia e lo stesso avviene per la
vita spirituale di ogni cristiano. Perciò la Santa Messa è chiamata dal Concilio Vaticano
II: “Fonte e apice di tutta la vita cristiana”. Vorrei che questa espressione fosse anche
per voi non solo un richiamo a tutta la meravigliosa dottrina teologica intorno alla Santa
Eucaristia e alla Santa Messa, ma vorrei che fosse anche un’esperienza gustosamente
vissuta nella vostra vita di discepoli del Signore.
Fare della Santa Messa il centro della vita spirituale vuol dire portare a Dio,
attraverso il sacrificio del suo figlio Gesù, consegnandola nelle sue mani trafitte, tutta la
vostra giornata: il lavoro, la fatica, le gioie, gli affetti, le preoccupazioni e anche le vostre
debolezze e, insieme, nutrendovi del Corpo dolcissimo di Cristo che diventa cibo e
viatico per il vostro cammino, identificarvi con lui facendovi testimoni del suo amore nel
mondo, e significa anche prendere la croce del Signore e piantarla in mezzo a tutte le
attività umane. Perciò, quando qualcuno mi dice che ha la fede, che crede con tutta
convinzione nel Signore ma non frequenta o frequenta solo raramente la Santa Messa,
devo rispondergli che la sua fede è ben poca cosa, che è ben lontana da quella fede che
trova nell’Eucaristia non solo il suo mistero più alto - misterium fidei - ma anche la sua
consumata perfezione nell’amore: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue
rimane in me e io in lui” (Gv. 6,56).
Fratelli miei, desiderate la Messa, amate la Messa, vivete la Messa. Esiste un
comandamento del Signore che ci ordina di santificare il suo giorno ed esiste un precetto
grave della Chiesa che indica nell’incontro di ciascuno e di tutti con l’Eucaristia il modo
insostituibile di santificare la domenica e le altre feste indicate dalla Chiesa. Ebbene,
invitandovi caldamente a compiere con sincerità e umiltà questo atto di obbedienza a Dio
e alla Chiesa, vi esorto anche:”Non fate le cose soltanto quando vi sono comandate, non
limitatevi strettamente al precetto, liberate l’amore dentro il vostro cuore, lasciate agire
la fede viva e forte che accende il desiderio della santità e di una vita generosamente
cristiana; il Signore viene verso di voi con l’abbondanza del suo amore e dei suoi doni,
non rispondete come gli invitati della parabola lasciando cadere l’invito, non chiudetevi
dentro l’indifferenza o l’insensibilità che trovano facili scuse per sottrarsi all’amore. Se
voi conoscete solo la misura indicata dall’obbligo, come potete capire il Signore che
conosce la misura dell’amore?
Nelle nostre chiese vi vengono offerte tutti i giorni sante messe nelle ore più
comode e più accessibili: al mattino per le persone che possono disporre del mattino,
come le madri di famiglia, gli anziani...; al pomeriggio per le persone che possono
disporre del pomeriggio; alla sera per coloro che, terminato il lavoro, sulla strada di casa
possono godere di questo incontro con il Signore e portare a lui le fatiche della loro
giornata. Fratelli miei, un giorno il Signore ci chiederà conto di tante possibilità che egli
vi ha offerto e di cui, forse, abbiamo profittato così poco.
Cercate infine di partecipare alla Santa Messa con le migliori disposizioni
interiori: raccoglimento, l’umiltà, la contrizione; combattete la fretta fermandovi per
qualche minuto di ringraziamento e lottate contro le distrazioni penetrando con la fede il

24
rito che seguite con i sensi. Pensate alla fortuna enorme che abbiamo - è un dono
stupendo della sua misericordia - di poter raggiungere, oggi, il Signore Gesù nel mistero
pasquale della sua passione, morte e risurrezione, e vedere così compiersi in noi la sua
salvezza. L’Eucaristia, annullando tanti secoli e tanta distanza, ci rende il Signore così
vicino da poterlo toccare e mangiare, da potergli dire le cose più intime come se
sentissimo il battito del suo cuore divino.
Che il Signore vi aiuti a capire tutto questo; vi dia purezza di fede e generosità di
amore, perché non avvenga che Egli debba aspettare inutilmente sul suo altare i vostri
appuntamenti mancati.

26 - Pregare Maria, nostra Madre

Infine voglio ricordarvi il momento mariano nella nostra vita di preghiera.


La Madonna è il sorriso materno di Dio. Dio l’ha predestinata ad essere la Madre
del suo Figlio Unigenito, Gesù Cristo, nostro Redentore. Perciò dove c’è Gesù, lì trovate
anche Lei, sua Madre, e non potete separare il Figlio dalla Madre. Gesù poi ha voluto
che Maria diventasse anche Madre nostra. Non c’è dunque vita cristiana senza di lei.
Gli appuntamenti con la Madonna possono essere diversi e ognuno di voi ha
certamente il suo modo personale di onorare la Vergine. La pietà cristiana ha inventato
lungo i secoli una grande varietà e ricchezza di espressioni per cantare il suo amore alla
Madonna. Ve ne ricordo due tra le più tradizionali e diffuse nel popolo cristiano:
l’Angelus e il Santo Rosario. Sono forme complete di pietà mariana, perché sono
preghiera, meditazione e contemplazione.
L’Angelus è ricordo e meditazione del mistero della Incarnazione del Figlio di
Dio che prende la nostra natura umana nel grembo verginale di Maria Santissima. Da
quel momento il tempo ha preso un’altra dimensione, quella divina, e noi al centro della
giornata, a mezzogiorno, ricordiamo questo mistero rivolgendoci a Maria con le stesse
parole dell’Angelo Gabriele. E’ come riconoscere che il tempo, cioè i nostri giorni, la
nostra vita, sono misurati dal tempo di Dio, che è il tempo della salvezza. Alla Madonna
piace molto questo saluto che, una volta assai diffuso nel popolo cristiano, sopravvive
ora nella pietà personale di molti fedeli e negli ormai tradizionali “Angelus” domenicali
del Papa con i pellegrini in Piazza San Pietro. Non dobbiamo farci riguardo di
interrompere per qualche momento, a mezzogiorno, il nostro lavoro per rivolgere a santa
Maria il saluto dell’Angelo accompagnandolo col nostro affetto filiale.
Riguardo al Santo Rosario, penso sia già abbastanza noto a tutti voi; si tratta
forse di capirlo più profondamente. Non credete al solito pregiudizio della monotonia e
delle facili distrazioni; due che si amano possono dirsi mille volte le stesse cose. Il
Rosario è dedicare un quarto d’ora a nostra Madre dicendole cose belle e rivivendo con
lei i misteri della vita di Gesù. Per capire il Santo Rosario dobbiamo farci piccoli,
lasciarci prendere per mano dalla Madonna e percorrere insieme con lei le vicende
gioiose, dolorose e gloriose della vita di Cristo.
Sforzatevi dunque di pregare il santo.Rosario facendovi semplici come i piccoli; il
risultato sarà di innamorarvi di Cristo, e a poco a poco i misteri della sua vita resteranno
come ricordi vivi e attuali dentro la vostra anima. Usate la fantasia, l’immaginazione, il
cuore. Se necessario adoperate i “tempi morti”: i viaggi, i momenti di attesa...; e qualche
volta, ad esempio nel sabato o nelle vigilie delle feste mariane, recitatelo in famiglia; vi
assicuro che la Madonna non mancherà di benedire le vostre case.
Cercate, dunque, di alimentare dentro il vostro cuore una tenera devozione verso
la Madonna, e non dimenticate che: “A Gesù si va e si “ritorna” sempre per Maria”.

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(Cammino n.495). Perciò affidatevi a lei come figli, vogliatele bene, invocatela
frequentemente, onorate le sue immagini e salutatela tutte le sere con l’Ave Maria prima
di mettervi a letto, perché conservi casta la vostra giovinezza e pulito il vostro amore
coniugale.

27 - Preghiera e unità di vita

Vi ho ricordato finora alcuni tra i principali momenti di preghiera che possono


entrare nella vostra giornata e che appartengono alla tradizionale pietà della Chiesa.
Sono momenti che possono e devono articolarsi con tutta naturalezza nel tessuto della
vostra vita quotidiana, amalgamandosi col lavoro, con la vita familiare, con i rapporti
sociali, con gli impegni culturali e civili, con i momenti dello svago e dello sport. Non
permettete dunque che rimangano come dei “corpi estranei”, messi lì forzatamente, in
contrasto col resto delle vostre occupazioni come se rubassero tempo e attenzione agli
altri vostri doveri; finirebbero così per diventare un disturbo e un intralcio alla vostra vita
quotidiana e non gioverebbero alla vostra vita di cristiani.
Fratelli miei, possediamo un cuore solo e con questo unico cuore dobbiamo
amare Dio, le persone care e le cose buone di questo mondo. Non potete andarvene per
questa terra interiormente divisi: il Signore da una parte e le vostre occupazioni
dall’altra.
Essere cristiani tutti di un pezzo significa, appunto, questo: vivere l’unità di vita.
Come i punti di una circonferenza sono tra loro legati da un unico riferimento: il centro,
così tutti i momenti della giornata nella vostra vita di cristiani devono avere un unico
centro: Dio. Se, invece, ci fosse in voi una doppia vita, quella del vostro rapporto con
Dio e quella delle vostre occupazioni quotidiane, ciascuna indipendente e separata
dall’altra, così che tra i momenti di preghiera e il lavoro e la vita familiare e tutto il resto
non ci fosse continuità o almeno sintonia, ma ci fosse invece frattura o magari,
dissonanza e contraddizione, allora verrebbe a mancare l’aspetto più profondo della
coerenza cristiana. Dite al Signore che volete vivere “per Lui, con Lui e in Lui”
ventiquattro ore al giorno, senza per questo lasciare le vostre occupazioni ordinarie e i
vostri compiti giornalieri; in altre parole chiedetegli di diventare anime di preghiera e di
contemplazione, anime che hanno messo Dio al centro nella propria vita di ogni giorno.
E’ questo l’unico modo per non esser anime divise, lacerate, anime nevrotiche.

28 - La preghiera di lode

Ed ora, prima di concludere queste riflessioni e questi suggerimenti, vorrei


ricordarvi alcune forme di preghiera attraverso le quali la Chiesa ha costantemente
espresso la sua pietà liturgica e che possono dare contenuto ai sentimenti più profondi
dell’anima verso Dio.
Innanzitutto la preghiera di lode. E’ la forma più pura e più elevata di preghiera
perché in essa ci rendiamo conto della grandezza di Dio; una grandezza che è sapienza,
potenza e bontà profuse senza limiti in tutte le sue opere, opere che si rivelano alla nostra
intelligenza in tutto il loro traboccante splendore. L’anima è presa allora dallo stupore e
da un gaudio profondo, e dal suo intimo prorompe l’inno della lode e dell’esultanza che
pervade tutti i suoi sentimenti verso Dio.
Pensate che questa sarà l’unica forma di preghiera che esprimeremo in Paradiso.
E’ perciò la preghiera più pura e più disinteressata perché si rivolge a Dio per il solo

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motivo della sua gloria, perché Egli è Dio e Signore. La Sacra Scrittura è ricchissima di
luoghi dove si canta la lode di Dio e si inneggia al suo Nome. Moltissimi salmi hanno
espressioni traboccanti di lode e tutti i personaggi che sono stati testimoni diretti della
grandezza di Dio hanno proclamato la loro esperienza in un cantico di lode al Signore.
Ricordate Mosè, Anna, Davide, molti Profeti, Zaccaria, padre di Giovanni il Battista, il
vecchio Simeone, ma soprattutto, in forma unica e stupenda, la Madonna nel suo
Magnificat.
Di solito la preghiera di lode è corale perché esige la partecipazione; essa, cioè,
coinvolge il coro di tutte le creature come in un concerto a distesa. Perciò la Liturgia
delle Ore, che è Liturgia di Lode, è una recita corale e viene celebrata dalla Chiesa come
popolo sacerdotale. Ma vorrei che tutti noi coltivassimo anche quella preghiera personale
di lode che nasce dallo stupore dell’anima quando essa viene a trovarsi a tu per tu col
Signore e sperimenta la grandezza della misericordia divina riversata in lei come un
fiume.
L’incontro con Dio, quando è autentico e profondo, non rovinato dalla superbia,
causa sempre stupore nella creatura che sperimenta nella sua debolezza tutta la forza del
suo creatore, e si sente a lui vincolata con legami dolcissimi, ma esigenti. E’ un trasalire
in cui l’anima assapora tutta la verità di quelle parole:”...perché Egli è buono, perché
eterna è la sua misericordia”. Esclamate anche voi con l’autore del Salmo: “Cantate al
Signore un canto nuovo perché ha compiuto meraviglie!”(Salmo n.97). Sentirete il
bisogno di unire la vostra orazione a quella della Madonna, ancella del Signore, che nella
sua umiltà trabocca di gioia davanti alle meraviglie della misericordia divina: “L’anima
mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore”.
Fratelli miei, se vi accorgete che nella vostra preghiera ricorre assai poco la lode
di Dio pensate che, forse, vi portate dentro un’anima piccola, raggomitolata nelle sue
angustie personali, stretta nelle preoccupazioni dell’amor proprio, certo un’anima rigida,
che non sa vibrare di stupore davanti alla grandezza di Dio. Fatela uscire dai suoi piccoli
orizzonti, che si affacci a contemplare con occhi pieni di luce le meraviglie di Dio e
sciolga la sua voce unendosi al cantico di tutte le creature, del cielo e della terra, in una
lode che la riempirà di gioventù e di letizia, che la condurrà a riscoprire lo splendore delle
sue origini: la mirabile Sapienza, Potenza e Bontà del suo Dio. Aiutatevi recitando
spesso e con gusto l’inno: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli” fermandovi con l’animo
appassionato sulle parole: “noi ti adoriamo, ti benediciamo, ti glorifichiamo... per la tua
gloria immensa!...”. E imparerete a pregare con diversa convinzione il “Gloria al Padre,
al Figlio e allo Spirito Santo...!”.

29 - La preghiera di ringraziamento

La lode di Dio porta immediatamente al ringraziamento, perché fa parte della


lode riconoscere che tutto è dono. Per questo, lode e ringraziamento vanno spesso
insieme. Gesù rimproverò nove dei dieci lebbrosi per non essere tornati, dopo la
guarigione, a rendere gloria a Dio; e il cantico di ringraziamento più noto nella Liturgia
incomincia proprio con la Lode “Te Deum laudamus!”.
Fratelli, dobbiamo imparare a ringraziare; a farlo non per abitudine come se fosse
una formalità, e non solo con le labbra, ma col cuore, profondamente convinti che tutto il
bene - ed è tanto! - ci viene da Dio. Un cuore grato è un cuore gioioso. Guardatevi
perciò dalla tristezza: è un brutto tarlo che consuma a vuoto le energie del cuore e lo
rende incapace di gratitudine. Noi siamo così facili a lamentarci! Basta una piccola cosa
che non va e subito ci dimentichiamo delle tante cose buone che il Signore ci ha dato;

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basta una piccola contrarietà, un malumore, una difficoltà della giornata e già non
vediamo più tutto il bene che il Signore ci mette a disposizione. Abituatevi, dunque, a
rendere grazie di tutto, molte volte al giorno, delle cose buone e di quelle meno buone,
perché sempre potete trasformarle in quella amabilissima Croce del Signore che è fonte
di salvezza e di benedizione. “Del resto - scrive San Paolo - sappiamo che tutto
concorre al bene di coloro che amano Dio...” (Rom.8,28).
Avete mai osservato quanto siamo esigenti noi in fatto di gratitudine? Come ci
ferisce e ci addolora la mancata riconoscenza per il bene che abbiamo fatto? Non siate
così col Signore! Dite spesso dal fondo del cuore, con sincerità: “Ti rendo grazie, o
Signore, per tutti i tuoi benefici”. Vi assicuro che sono tanti, innumerevoli, perché sono
molto più i benefici che non conosciamo che non quelli di cui ci rendiamo conto. Siamo
avvolti dall’amore di Dio e dalla sua benevolenza come una creatura nel grembo
materno.
A questa sua benevolenza dobbiamo poi rendere grazie con speciale gratitudine
per quel dono commovente e immenso che Egli ci fa continuamente: il perdono dei nostri
peccati. Tutte le volte che ha messo la pace nella vostra coscienza, dicendovi con le
parole del Sacerdote: “Confida, ti sono rimessi i tuoi peccati, va’ in pace”, avete
sperimentato che non c’è dono più grande di questa misericordia che perdona. Non
dimenticatelo, conservatene profonda e grata memoria tutti i giorni della vostra vita.
E infine ringraziate per i doni che vedete nei vostri fratelli. Fuggite l’invidia e la
gelosia che sempre vengono da un cuore angusto e mediocre. Ringraziate per il bene che
vedete negli altri e gioite per i doni che il Signore dispensa in tanti fratelli vostri;
sappiate che in cielo la felicità di uno sarà motivo di gioia per tutti. Se coltiverete la
gratitudine verso Dio, vivrete la gratitudine anche fra di voi e sentirete il bisogno di farvi
del bene gli uni gli altri, non vantando diritti o privilegi, né difendendo gelosamente le
vostre comodità personali, ma trattandovi con larghezza e magnanimità per ringraziare il
Padre vostro celeste che è largo e magnanimo verso tutti.

30 - La preghiera di riparazione

La lode e la gratitudine sono un dovere di giustizia verso Dio, anche se nei nostri
rapporti con Lui non possiamo parlare di giustizia in senso stretto. Ora, nella nostra vita,
siamo stati ingiusti con Lui molte volte, tutte le volte che gli abbiamo negato la nostra
obbedienza di creature e il nostro amore di figli; dobbiamo perciò sentire il bisogno di
tributargli un’umile e sincera riparazione. Questa riparazione è possibile solo attraverso
Gesù, nostro salvatore, che per riparare i nostri peccati è salito sulla croce offrendosi
vittima al Padre. Chi pensa che Gesù sulla croce ce l’hanno messo gli altri e che lui non
c’entra e che, non avendo mai fatto nulla di male, ha le mani pulite di quel Sangue
innocente, o si inganna tremendamente o è un presuntuoso bugiardo. Questo stesso
atteggiamento abbiamo noi quando non sentiamo il dovere della riparazione e della
espiazione.
E’ vero che si offre riparazione soprattutto con la vita, cioè con le opere di
penitenza e con le opere di misericordia. Con la penitenza chiediamo al corpo e allo
spirito, attraverso la mortificazione dei sensi e la mortificazione interiore, di espiare il
male commesso seguendo le passioni disordinate come la vanità, l’accidia, la sensualità,
l’intemperanza nel cibo e nei divertimenti, ecc…- da sempre nella Chiesa è stata praticata
l’espiazione con digiuni, veglie e penitenze corporali che per noi, oggi, consisteranno
soprattutto nelle piccole mortificazioni quotidiane -, mentre con le opere di misericordia

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cerchiamo di restituire a Dio, attraverso il servizio materiale e spirituale al nostro
prossimo - “l’elemosina copre una moltitudine di peccati” - quello che noi gli abbiamo
negato per soddisfare i nostri egoismi e le nostre comodità. Però, è anche vero che le
opere di penitenza e le opere di misericordia non hanno l’efficacia di una vera espiazione
se non vengono da un cuore contrito e non esprimono un atteggiamento interiore di
amore a Dio e di preghiera.
Perciò abituatevi a rivolgere frequentemente al Signore giaculatorie e atti di
riparazione; il Vangelo e la liturgia penitenziale possono suggerirvi molte di queste
espressioni; “Pietà di me, o Dio, secondo la tua grande misericordia”. “Signore, contro di
te ho peccato, abbi pietà e misericordia di me!”, “Signore Gesù, abbi pietà di me
peccatore!”... Inoltre, pratiche pie tradizionalmente legate alla riparazione sono la “Via
Crucis” e l’Ora di adorazione. Così pure, quando vedete o sentite offendere Dio, vi
verranno spontaneamente alle labbra, senza rumore di parole, le espressioni più
affettuose della contrizione e della riparazione.
Ma, come già vi ho ricordato, la preghiera di riparazione più alta ed efficace
rimane sempre la S. Messa perché è il sacrificio stesso di Gesù sulla croce che ha riparato
abbondantemente i peccati del mondo. Offrite e fate celebrare Sante Messe in riparazione
dei vostri peccati, unendole poi alla penitenza e alle opere di misericordia, e otterrete dal
Signore che non usi con noi la sola giustizia - chi potrebbe salvarsi? - ma che apra su
ciascuno e su tutti gli uomini le braccia della sua misericordia.

31 - La preghiera di domanda

Ed eccoci, infine, alla preghiera di petizione o di domanda. Domandare è il gesto


più spontaneo di chi è povero, e noi davanti a Dio siamo talmente poveri che abbiamo
bisogno di tutto, di ciò che non abbiamo e anche di ciò che già abbiamo perchè tutto
riceviamo da Lui. Egli è il Signore. Perciò, la preghiera di domanda è un atto di umiltà
con il quale ci collochiamo al nostro posto di creature e alziamo le mani verso Colui che
è origine e datore di ogni dono, e insieme è un atto di fede con il quale ci mettiamo,
come figli fiduciosi, nelle mani del nostro Padre celeste che ci ama e ci nutre.
Avete qui espresse due fondamentali condizioni della preghiera di domanda: la
fede e l’umiltà. Quando esse vengono a mancare, tanta nostra preghiera rimane
inefficace, col pericolo per noi di restare quasi frustrati nei nostri desideri e nelle nostre
attese. Vi rendete conto allora come mai la forma di preghiera che il Signore ci
raccomanda con più insistenza nel Vangelo sia proprio la preghiera che più ci risulta
spontanea e frequente: la preghiera di domanda. “Chiedete ed otterrete, cercate e
troverete, bussate e vi sarà aperto (...) Qualunque cosa chiederete al Padre nel nome
mio, Egli ve la concederà”, “... chiedete ed otterrete, affinché la vostra gioia sia
piena”, “Tutto quello che chiederete con fede nella preghiera, voi lo otterrete”. Questi
ed altri passi del Vangelo vi ricordano quali sono le condizioni per l’efficacia delle nostre
petizioni al Signore.

32 - Chiedere con fede

La mancanza di fede è la cosa di cui il Signore si è lamentato di più con i suoi


Apostoli: “Uomini di poca fede, perché dubitate?” Fratelli miei, noi facciamo un’offesa
al Signore dubitando. Non può accadere di chiedere una cosa a Dio con fede umile e
sincera senza che egli ci ascolti, perché Dio non è un uomo; Egli è la bontà

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misericordiosa e l’Onnipotenza fedele, e non può venir meno a sé stesso. “La sua fedeltà
è per sempre” (Salmo 144). Il Signore si è impegnato con noi e ci ha ripetutamente
promesso che avrebbe ascoltato le nostre preghiere: “...mi invocherete, e io vi
esaudirò...” (Ger.29,12); ora, Dio non può mentire ed è sufficientemente potente per
compiere fino in fondo ciò che ha promesso. Passeranno il cielo e la terra, ma non cadrà
una sola promessa di Dio.
Alimentate dunque nel vostro cuore questa speranza, che dev’essere certezza
piena e assoluta, perché è più vera una sola Parola di Dio che non tutte le nostre
esperienze messe insieme. Se qualche volta vi sembra di non ottenere quello che
chiedete, dubitate di voi stessi, non di Dio. Vi assicuro che il Signore accoglierà la
vostra supplica e non tarderà ad esaudire la vostra preghiera, soprattutto se è
accompagnata dalle lagrime dell’umiltà e della penitenza.
Ciò che rende impotente la nostra preghiera è la debolezza della nostra fede. Se
però vi accorgete che la vostra fede è debole, non scoraggiatevi. Quello che potete fare
è ricorrere, allora, all’intercessione della Madonna; aggirate, in certo senso, l’ostacolo
dicendo a Dio: “Signore, io non ho fede, ma non tenerne conto, puoi ascoltarmi
guardando alla fede di mia madre, Santa Maria, che mi ama e ti prega per me”.

33 - Chiedere in unione con la Chiesa

Il Signore ci ha poi suggerito di unirci insieme nella preghiera, di chiedere cioè


unanimemente, tutti uniti, la stessa cosa, con le stesse intenzioni (Mt.18,19-20). Penso
ad esempio alle vostre famiglie: a voi genitori quando vi unite a chiedere la stessa cosa
per i vostri figli e insieme con loro chiedete la stessa cosa per tutti: la vostra preghiera
moltiplicherebbe la sua efficacia davanti a Dio. Quando, infatti, la vostra famiglia si
unisce nella preghiera, il Signore è in mezzo a voi e prega con voi. Penso anche a una
parrocchia; se tutti pregassimo uniti chiedendo per le stesse intenzioni, come crescerebbe
l’efficacia della nostra orazione! E’ questo il significato della “Preghiera dei fedeli” che
facciamo nella Santa Messa.
Infine, pensate alla Chiesa intera: tutti i cristiani uniti, come popolo e come
famiglia di Dio, a chiedere al Signore le stesse cose; tutti uniti facendo nostre le
intenzioni del Papa, chiedendo con forza quello che lui chiede...: un immenso clamore di
petizioni si leverebbe dalla terra verso il cielo e provocherebbe la misericordia di Dio su
tutta l’umanità. E’ il “Cristo totale” che prega: Gesù in mezzo alla sua Chiesa.
E’, questo, un modo stupendo di vivere l’unità all’interno della Chiesa,
quell’unità che il Signore ha chiesto per noi: “Che siano tutti una cosa sola... consumati
nell’unità” Dite spesso al Signore: “O Signore, mi unisco alla S.Messa che ti offre oggi
il Papa, mi unisco alle sue intenzioni e ai suoi desideri, ti chiedo quello che lui ti chiede e
per questo ti offro quest’ora di lavoro, questa piccola contrarietà, questa fatica”. Niente
commuove di più il cuore di Dio di questo mare di suppliche che può salire a Lui dalla
Chiesa unanime.
Ricordate la scena commovente narrata negli “Atti degli Apostoli”, quando Pietro
fu chiuso in carcere dai Giudei: tutta la Chiesa innalzava unanime a Dio la sua preghiera
per lui (At.2,42), e ricordate anche l’osservazione che fa S.Luca sulla primitiva comunità
cristiana: tutti erano assidui nella preghiera, animati da uno stesso Spirito. (At.1,14).
Concludo con le parole di Giovanni Paolo II: “C’è una enorme necessità di
orazione, dell’orazione grande e incessante della Chiesa; esiste la necessità dell’orazione
fervente, umile e perseverante. L’orazione è il primo fronte dove si scontrano, nel nostro
mondo, il bene e il male. L’orazione apre il cammino al bene e serve per superare il

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male. L’orazione ottiene la grazia divina e la misericordia per il mondo. Eleva gli
uomini alla dignità che ha dato loro il Figlio di Dio, quando uniti con lui ripetono: Padre
nostro”. (27 agosto 1980).

34 - Chiedere con umiltà

Orazione, diceva il Papa, “fervente, umile, perseverante. Dunque l’umiltà:


bisogna chiedere con umiltà. Non possiamo andare al Signore con l’arroganza di chi
pretende come se avesse diritti, di chi chiede esigendo come se gli fosse dovuto. Un
cuore umile si rivolge a Dio sapendo di non avere alcun titolo per essere esaudito, non
meriti, non virtù, non opere buone né alcun’altra qualità che possa dare forza alla sua
preghiera; di nostro abbiamo solo il peccato. Però, l’umile sa di essere figlio di Dio. E’
questo l’unico titolo che abbiamo, e ci è stato dato da Lui; perciò l’umile conta sulla
bontà e sulla misericordia infinita di suo Padre, e va a lui con il Sangue divino di Gesù
nelle sue mani; e confida anche nell’appoggio e sull’intercessione di Maria, madre sua.
Perciò, l’umile si fa santamente audace nella preghiera, domandando al Signore le cose
più grandi, più belle, le più impossibili, perchè non misura la domanda sulla propria
indegnità, ma sull’infinita potenza di Dio e sulla sua paterna bontà.
La preghiera dell’umile è allora semplice, non si affida alle molte parole, a frasi
sonanti o a espressioni di effetto, come se volesse far colpo richiamando l’attenzione di
Dio. Molte volte gli basta una sola parola: “Signore, vedi?...”, e mettendosi in silenzio
davanti a lui, denuda le proprie piaghe e gli mostra la propria miseria. Ricordate il
lebbroso del Vangelo? Gli si prostra innanzi con profonda umiltà e gli mostra senza
vergogna le sue piaghe: “Signore, se vuoi, puoi mondarmi!”. Vedete la semplicità e la
fede! Se accompagnerete con l’umiltà la vostra preghiera e le vostre domande al
Signore, attirerete su di voi la sua bontà, sulle vostre necessità la sua benevolenza e sulle
vostre miserie la sua infinita misericordia.

35 - Chiedere con perseveranza

Infine, l’umiltà vi porterà ad essere perseveranti; la perseveranza è un’altra


condizione per l’efficacia della preghiera. Anche qui, Gesù è stato assai esplicito.
Ricordate le parabole dell’amico importuno e del giudice iniquo nel Vangelo di San
Luca? (Lc.18,1-8; 11,5-10). E’ necessario perseverare nella preghiera senza stancarsi
mai, perché se un giudice iniquo si decide a rendere giustizia a una vedova che lo
importuna, quanto più il Padre celeste ascolterà i suoi che gridano a lui giorno e notte!
Alle volte il Signore tarda ad ascoltarci perché vuole far crescere la nostra fede, vuole
convincerci che abbiamo in tutto bisogno di lui e vuole che purifichiamo le nostre
intenzioni e le nostre richieste, perché sempre l’orazione deve procedere da un cuore
puro e da un animo retto.
Nell’Apocalisse la preghiera dei Santi è paragonata ad un caso che va
riempiendosi di suppliche finché non sia colmo. Dobbiamo perseverare e attendere con
pazienza che il nostro vaso di orazioni si colmi e allora la grazia di Dio traboccherà sui
nostri desideri e li porterà a compimento. C’è un “tempo di Dio” anche nell’orazione e
solo la fede viva e l’umile perseveranza lo possono accelerare. “Persevera nell’orazione. -
Persevera, anche se la tua fatica sembra sterile - L’orazione è sempre feconda”
(Cammino n.101).

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36 - Chiedere certi di ottenere

Infine, dobbiamo chiedere convinti che il Signore ci concederà quello che gli
domandiamo. Gesù ce lo assicura con il linguaggio più commovente e convincente:
“Chi tra voi al figlio che gli chiede un pane darà una pietra? O se gli chiede un pesce,
darà una serpe? Se voi dunque che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli,
quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele
domandano!” (Mt.7,9). Vedete? La certezza di essere ascoltati nasce dal saperci figli di
Dio.
Fratelli cari, ecco il vero fondamento della nostra fiducia: la filiazione divina.
Molti uomini se ne vanno per il mondo con la mentalità di orfani o di minorenni in attesa
di una maggiore età per potersi appoggiare alle proprie forze e alle proprie risorse, o
aspettando la fortuna di circostanze favorevoli sulle quali fondare le proprie sicurezze.
Noi siamo chiamati a vivere con mentalità di figli, figli forti e responsabili, ai quali il
Signore ha affidato la responsabilità del mondo, ma sempre figli che si appoggiano su di
lui, sulla sua forza e sulla sua grazia. Non vergognatevi di considerarvi figli piccoli,
bambini che hanno nel loro padre una fiducia cieca e assoluta, che si affidano a lui anche
quando non capiscono, anzi, proprio quando si trovano in mezzo a fatti che non
capiscono perché sembrano assurdi e ingiusti. Sanno invece che Dio non inganna, che
non è insensibile alla nostra fiducia filiale, e che non c’è luogo più sicuro delle sue braccia
forti e tenere anche quando rimprovera e punisce.
Non possiamo dubitare di Dio e della sua fedeltà: dobbiamo imparare a rivolgerci
a lui convinti che egli ci ascolta, chiedendo con la certezza viva di ottenere e insieme con
la fiduciosa disposizione di abbandonarci a lui per tutto quello che Egli disporrà per noi.
Se saprete abbandonarvi così, come bambini piccoli, non resterete delusi; il Signore
sopravanzerà i vostri desideri e le vostre attese e vi riempirà di sicurezza e di pace.

37 - Il fascino della figura di Gesù

Avviandomi ora a concludere queste riflessioni che, sia pure attraverso i fogli di
una lettera vogliono essere una conversazione fraterna e paterna con ciascuno di voi nella
calda ospitalità delle vostre case, desidero ricordarvi ancora che l’unico mio desiderio è
quello di animarvi a crescere nella vostra fede e di farvi riscoprire la figura amabilissima
di Gesù Cristo, figlio di Dio e nostro Salvatore, che si è fatto per noi cammino e
salvezza, perché in lui si è compiuta la nostra pace.
Carissimi, se il Signore ci attira così poco è perché siamo ciechi, è perché voi e io,
siamo così miopi che la sua figura ci appare sbiadita, evanescente, lontana; abbiamo una
specie di cataratta sugli occhi dell’anima e il volto di Gesù ci appare appena visibile,
come un’ombra, inespressivo, quando addirittura non deformato. Credetemi, se
purificheremo i nostri occhi, se li laveremo col collirio della contrizione e del pentimento,
se ci avvicineremo a lui attraverso il sacramento della penitenza e della conversione, si
aprirà il nostro sguardo e ci apparirà chiaro e luminoso il suo volto, quel volto che ha
affascinato i pescatori di Galilea trasformandoli in apostoli, quel volto che ha innamorato
i santi e che ora rende felici gli Angeli del cielo; succederà anche a voi quello che
accadde all’apostolo San Giovanni quando, dopo la risurrezione, nella seconda pesca
miracolosa, s’accorse, lui, l’apostolo-vergine, che quella figura sulle rive del lago, tra le
brume del mattino, era Gesù e, preso da un sussulto gridò: “E’ il Signore!”. Anche per
voi, se aprirete il vostro cuore alla preghiera, all’umiltà e al pentimento, si scioglieranno

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le brume fredde dell’indifferenza, si diraderanno le nebbie del dubbio e scoprirete il
Signore, vi apparirà più nitido il volto amabile di Gesù, e griderete anche voi con la fede
e con l’amore del discepolo prediletto: “Sei tu, Gesù, il mio Signore!”.

38 - Preghiera: fonte di gioia

Fratelli miei, Dio ci vuole felici, cioè vicini a lui, fedeli ai suoi Comandamenti e
impegnati a farci del bene gli uni agli altri.
Nella vita incontrerete difficoltà, conoscerete debolezze e sbandamenti, ma non
dovete mai dubitare di Dio. Se non lo lasciate voi, egli non vi abbandonerà mai, e
qualunque cosa vi succeda, tornate da lui con il cuore umile e contrito ed egli vi guarirà
da tutte le vostre ferite.
Termino questa lettera nella festa di Cristo Re. La Chiesa ha voluto che questa
festa concludesse l’anno liturgico per ricordarci che Gesù è il Primo e l’Ultimo, l’A e la
Zeta, colui che ha la prima e l’ultima parola su ogni cosa: è infatti il Figlio di Dio, nostro
salvatore, che ci ha chiamati a partecipare alla sua gloria nel cielo. Sia dunque, il Signore
Gesù, colui che apre e chiude ogni vostra giornata, ogni vostra azione, ogni vostro
desiderio e progetto. Lasciatevi trovare da lui, lasciatevi condurre, lasciatevi amare.
Egli, che è venuto a portare la salvezza, vi condurrà per cammini di pace, quella pace che
viene dalla vittoria e dalla gioia della croce.
In questa liturgia di Cristo Re, non ho da lasciarvi parole più vibranti di quelle che
Giovanni Paolo II ha rivolto a tutto il mondo nel giorno di inizio del suo pontificato:
“Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà
aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di
cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa cosa è dentro l’uomo. Solo
lui lo sa. Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo
animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. E’
invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi, - vi prego, vi
imploro con umiltà e con fiducia - permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha
parole di vita, sì! di vita eterna”.
La Madonna - Porta del cielo - sia di ogni vostra casa la Porta dolcissima
attraverso la quale possa entrare per tutti voi la pace e la salvezza di Cristo Gesù.

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Se tu conoscessi
il Dono di Dio...!

Il tesoro della Santa Messa.

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PRESENTAZIONE

Mezzogiorno. Gesù è seduto vicino al pozzo di Giacobbe nei pressi di Sichem. Il


lungo viaggio da Gerusalemme lo ha caricato di stanchezza e di sete; sembra cercare
riposo e un po’ d’acqua fresca per ristorarsi, ma in realtà arde in lui una sete più
profonda che lo ha spinto ad un viaggio ben più lungo, il viaggio estenuante di chi è
disceso dal Cielo per cercare e salvare ciò che era perduto. E’ Dio che viene in cerca
dell'uomo, e lo aspetta all'incrocio di tutti i suoi smarrimenti, al pozzo di tante dottrine
umane e di tante realtà terrene che non hanno saputo placare nessun desiderio della sua
assetata inquietudine.
Ed ecco la Samaritana, con la sua brocca sulla testa. E' l'umanità con le sicurezze
della sua Ragione, l’umanità che si è prostituita a innumerevoli divinità come una donna
che si è lasciata ingannare da tanti mariti. E' l'umanità smarrita e confusa, ma anche
presuntuosa e superba. E Dio si fa umile davanti all'uomo:Dammi da bere!.
Sono di fronte la sete di Dio e la sete dell'uomo. Gesù sa che nel cuore di Dio
l'unica sete è quella di salvare l'uomo, di ricuperare la creatura che porta il sigillo della
sua immagine. Ma sa anche, Gesù, che una sete falsa e illusoria spinge l’uomo su strade
che portano a pozzi di acque mondane, mentre lì è presente l'Acqua vera, la sola che può
appagare la sua sete e dargli la vita eterna: ... l'acqua che io gli darò diventerà in lui
sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna. Ma l'uomo non lo sa, non ricorda,
forse non può o non vuole capire. A questa umanità smarrita si rivolge Gesù con un
profondo sospiro : Se tu conoscessi il dono di Dio!.

***
Se tu conoscessi il Dono di Dio! Amico, anche per noi Cristo è qui, davanti a
te e a me, come davanti ad ogni uomo che cerca una sorgente per la sete della sua anima.
Sono molti gli uomini che non sanno chi è Colui che si ferma in mezzo alla loro strada,
davanti alla loro sete; non sanno chi è Colui che afferma: Io sono la Via, la Verità, la
Vita. Colui che dice loro: Prendete e mangiate, questo è il mio Corpo sacrificato per
voi!. Sono molti gli uomini che non conoscono Cristo e molti che non lo vogliono
incontrare.
E tu...? Lo conosci? E se lo conosci, credi in Lui? Cerchi in Lui la Sorgente
d'Acqua viva, il Pane disceso dal Cielo, il Dono di Dio per la tua Vita Eterna? E’
nell'Eucaristia che trovi tutto questo. L’Eucaristia è la sorgente che deve irrigare di
grazia la tua anima, il Pane che sulla terra deve sostenere il tuo cammino di cristiano, il
Dono prezioso che ti arricchisce davanti a Dio. Se tu conoscessi...!

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Vorrei suggerirti di pensare all’Eucaristia, più concretamente alla S. Messa, come
a un brillante d'infinito valore. Sta a te saperlo incastonare nella tua vita, collocarlo al
centro della tua giornata, come un diamante destinato a illuminare di luce divina la tua
esistenza quotidiana.

***
Se tu conoscessi il dono di Dio!... e chi è Colui che ti dice: "Io sono il Pane
vivo, disceso dal Cielo! Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno." (Gv. 6,51).
Le riflessioni che trovi in queste pagine vogliono essere un piccolo viaggio che
facciamo insieme per conoscere un po’ meglio il Dono di Dio: l’Eucaristia, e riscoprire il
tesoro prezioso lasciatoci da Cristo: la S. Messa. Gesù è disceso dal Cielo, è venuto a
cercarti e vuole insegnarti la strada della salvezza e della felicità; egli ti offre il Pane vero
e l'Acqua viva per toglierti alle ghiande amare del “figlio prodigo” e alle tristi
pozzanghere della terra.

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INTRODUZIONE

Le statistiche parlano di una frequenza alla Messa domenicale che, oggi in Italia,
non arriva al 20% dei cristiani. In Francia e in altri paesi europei le statistiche sono
ancora più allarmanti. La fascia di popolazione maggiormente rappresentata in queste
percentuali negative è quella dei giovani-adulti, con le motivazioni più diverse, ma che
rivelano, tutte, non solo una caduta verticale della fede cristiana unita ad una pressoché
totale ignoranza del significato e del valore dei Sacramenti, ma anche un triste
oscuramento della coscienza religiosa.
Ebbene, amico mio, mi rivolgo a te e a tutti coloro che hanno abbandonato o
comunque non partecipano abitualmente alla liturgia domenicale e rinnovo a te la
domanda che ho rivolto a tanti: Perchè? A parte coloro che non hanno ricevuto alcuna
formazione religiosa e si capisce perciò il loro comportamento, per tutti gli altri la
risposta è pressochè unanime: Non lo so! E’ così.
Già, è così. Non esiste infatti un vero “perché”. O meglio, in quel Non so! si
nasconde la vera risposta che solo alcuni hanno avuto la sincerità di manifestare
apertamente: Non ne sento il bisogno… Non m’interessa.
Non ne sento il bisogno: vale a dire, il criterio fondamentale che orienta le mie
scelte e il mio comportamento è il bisogno, dove per bisogno s’intende l’inclinazione
verso ciò che piace , ciò che attira la mia comodità, il mio interesse o la mia vanità. Del
resto il consumismo soddisfa ampiamente tutte le mie necessità, da quelle più futili a
quelle più sofisticate. Di che altro posso aver bisogno?
Come vedi, il materialismo pratico, così largamente diffuso nella mentalità oggi
dominante, ha talmente soffocato le aspirazioni nobili e profonde dello spirito da farti
pensare, una volta soddisfatti tutti i bisogni materiali, di non aver più bisogno di altro. Se
elimini la dimensione spirituale , religiosa, dell’esistenza finirai col vivere una vita a due
dimensioni, che nel vocabolario dell’uomo mondano hanno per nome: il piacere e il
profitto; in definitiva vivrai una vita incollata alla terra, e sarà – non offenderti! – una vita
animale.
Anche l’altra risposta: “Non m’interessa”, è analoga alla prima con l’aggiunta di
una triste caratteristica: l’indifferenza; anch’essa, per molti, è figlia dell’ignoranza. Infatti,
che importanza può avere la Messa e quant’altro della liturgia della Chiesa per risolvere,
non dico i grandi problemi dell’umanità, ma semplicemente le situazioni più comuni della
vita quotidiana, dove entrano in gioco, invece, realtà ben più concrete ed efficaci come la
medicina, la politica, l’economia, la tecnica e tutte quelle risorse che l’uomo ha saputo
mettere in atto per rispondere alle esigenze ormai ineludibili dell’uomo per una qualità
della vita più dignitosa e felice?
Anche questi ragionamenti obbediscono alla logica dell’egoismo, quell’egoismo
che rende angusto il cuore, così da non percepire più i legami più profondi, quelli
costitutivi del nostro essere come il legame con Dio, e insieme rimpicciolisce i sentimenti
così da non comprendere più la logica dell’amore. Per aiutarti a capire ti chiedo: Te la
sentiresti di ripetere quella risposta a tua madre, a colei che ti ha portato in grembo e ti
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ha amato prima che tu nascessi, che ti ha cresciuto attraverso notti insonni e sacrifici
senza numero e che è disposta in ogni momento a dare tutta sé stessa per il tuo bene…,
te la sentiresti di dirle: Non m’interessi? O ad un amico che avesse messo a repentaglio
la sua vita, o avesse speso tutte le sue sostanze, i suoi averi e tutti i suoi beni per tirarti
fuori da una situazione disperata, per liberarti dalle mani di aguzzini o risparmiarti la
galera, te la sentirseti di dirgli: Non m’interessi?.
Ebbene, rispondere a Cristo, che ha dato sé stesso per te, che ha sparso tutto il
suo sangue per pagare i tuoi conti con Dio e per meritarti la felicità, quella vera, quella
duratura che appaga pienamente il cuore, rispondergli: Tutto questo non mi interessa, è
pensabile solo se hai perduto ogni sentimento degno dell’uomo o hai sepolto sotto una
triste ignoranza la consapevolezza delle tue origini e del tuo destino. Davvero torna a
proposito il lamento di Cristo alla Samaritana: Se tu conoscessi dono di Dio!
In queste condizioni non ti resta che pregare Dio perchè illumini la cecità del tuo
cuore e tu possa riscoprire la tua identità di creatura relativa a Dio, e di peccatore
redento dalla croce di Cristo. Se smarrisci queste due verità non potrai capire più nulla
non solo della S. Messa, ma anche del significato stesso della tua esistenza sulla terra.

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PREMESSE DA NON DIMENTICARE

Persone perbene

Mi rivolgo ora a te che in qualche misura credi, e che, almeno sultuariamente,


frequenti la Messa domenicale. Forse ti è capitato talvolta di pensare che per essere
buoni cristiani basta credere in Dio e comportarsi bene nella vita. L'importante - si dice -
è non fare del male agli altri, rispettare tutti, compiere con coscienza il proprio dovere...,
il "resto" ha importanza relativa; se uno si sente di farlo..., se ne ha il tempo o la
voglia…, ma non è così necessario. E il "resto" comprende anche "frequentare la chiesa,
confessarsi, andare a Messa...". Sì, ogni tanto, nelle occasioni solenni, ci vogliono anche
queste cose, sono formalità molto utili, ma l'essenziale rimane sempre quel "comportarsi
bene nella vita".
Allargando il ragionamento, si arriva a giustificare, in nome della “buona
condotta”, situazioni gravemente sbagliate. Succede, ad esempio, che un figlio venga
giudicato un "bravo ragazzo" perché non si droga, non perde esami a scuola, è
abbastanza educato...; "E' vero, - commenta rassegnato il genitore - non va tanto (cioè
mai!) in chiesa, convive con la sua ragazza..., ma sa come sono i giovani oggi!...".
Anche qui la cosa giudicata importante è comportarsi da persone civili, educate, che non
fanno male a nessuno; insomma, ciò che conta è "comportarsi bene nella vita". Il
ragionamento è perfettamente in linea con il moralismo laico, che pretende affermare una
morale senza Comandamenti.
Simili ragionamenti, se confrontati con la verità morale proclamata nei
Comandamenti e con il fine soprannaturale al quale Dio ha voluto chiamare l’uomo,
appaiono come un errore tremendo. Essi nascondono l’inganno diabolico di credere che
basti la "buona condotta" di persone civili per considerarsi giusti; in altre parole - con
termini cristiani - credere di poter andare in Cielo con le nostre forze, di guadagnarci la
Vita Eterna con le nostre benemerenze terrene, con l'attestato di "persone perbene" che
non hanno mai fatto male a nessuno.

La vita cristiana

Ricordi quel fariseo, scrupoloso osservante della Legge mosaica, citato nel
Vangelo da San Luca? Ragionava pressappoco così: "Signore - diceva - io non faccio
male a nessuno: non sono ladro, adultero, ingiusto..., digiuno, pago le tasse..., e
dunque...". Dunque, concluse Gesù, quell'uomo uscì dal tempio non giustificato. Infatti:
- quand'anche fossimo persone perbene, noi, davanti a Dio, siamo miserabili
peccatori bisognosi di salvezza; e "se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi
stessi e la Verità non è in noi". (1 Gv.1,8)

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- la vita propria del cristiano non consiste essenzialmente nella buona condotta
morale, ma in "qualcosa di divino" che gli viene dato in dono, una "vita nuova",
soprannaturale, che riceve da Dio. "In verità ti dico, se uno non nasce di nuovo
dall'Alto, da acqua e Spirito Santo, non può entrare nel Regno di Dio." (Gv.3,5)
- infine per il cristiano il "comportarsi bene nella vita " ha un solo nome: santità,
che non si limita a rispettare scrupolosamente un "codice di buon comportamento", ma
osserva i Comandamenti di Dio (tutti!) e tende alla pienezza dell'amore di Dio e del
prossimo fino all'eroismo.

Il piano divino della salvezza

Ora, la santità e la salvezza sono opera di Dio. Dio solo infatti è santo, e uno
solo è il Signore: Gesù Cristo. Gesù stesso ricordava ai suoi discepoli: "...senza di me
non potete far nulla.... Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si
secca..."
Capisci? Senza Gesù, senza un rapporto intimo con Lui, non possiamo nulla,
non siamo nulla, a nulla valgono le nostre "opere di giustizia". San Paolo, che pur
raccomandava ai primi cristiani di presentarsi come "modelli di buona condotta in tutto",
e "zelanti nelle opere buone", scriveva a Tito: "(Dio) ci ha salvati, non in virtù di opere
di giustizia da noi compiute, ma per sua misericordia, mediante un lavacro di
rigenerazione... nello Spirito Santo, effuso abbondantemente su di noi per mezzo di
Gesù Cristo, Salvatore nostro, perché giustificati dalla sua grazia, diventassimo eredi
della vita eterna." (Tt. 3, 4-7)
L'Apostolo ci ricorda, qui, gli elementi costitutivi essenziali per una vita
autenticamente cristiana: la Giustificazione, cioè la remissione dei peccati; la Grazia,
cioè la Vita divina che ci viene data dall'Alto e la Carità, cioè la capacità di vivere con
pienezza l'amore di Dio e del prossimo. Ebbene, tutto questo, assieme alla Gloria, che è
la Beatitudine eterna nel Cielo, ce l'ha meritato Gesù con il suo sacrificio sulla croce. E'
questo il piano divino voluto da Dio per la nostra salvezza, e Dio lo attua in ciascuno di
noi attraverso i Sacramenti.

Nella Chiesa
e mediante la Chiesa

Si parla perciò di una "economia sacramentale" che Cristo ha affidato alla sua
Chiesa.Sono i sette Sacramenti, ognuno dei quali ci viene dato "Nel Nome del Padre e
del Figlio e dello Spirito Santo", perché è Dio stesso che opera nella nostra anima. Nel
Battesimo ci fa nascere come figli di Dio; nella Cresima ci fa testimoni di Cristo e della
sua verità; nella Confessione, tribunale di grazia e di misericordia, ci comunica il perdono
dei peccati; nell’Unzione degli infermi fa della malattia e della nostra sofferenza la
sofferenza stessa di Cristo. Ecco poi i Sacramenti del Matrimonio e del Sacerdozio, che
ci abilitano ad essere collaboratori del Dio-Vivente nel servizio alla vita, quella naturale
(attraverso l’amore umano) e quella soprannaturale (attraverso il sacerdozio ministeriale)
Ma è soprattutto nell’Eucaristia, centro di tutti i sacramenti, che noi veniamo
fatti partecipi della pienezza del mistero di Cristo attraverso il suo Corpo sacrificato e il
suo Sangue versato per noi. Ben a ragione esso viene indicato come centro e radice della
vita cristiana.

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Vita “cristiana” dunque, cioè la “vita di Cristo in noi”; essa non può essere che
opera dello Spirito Santo, il quale agisce nella Chiesa e mediante la Chiesa attrverso i
suoi Sacramenti. Se dunque è questa la strada voluta da Dio per condurci alla vita eterna,
non possiamo cercarne altre, anche se Dio conosce infinite e misteriose vie per salvare gli
uomini, vie che, comunque, passano attraverso Cristo e da Lui derivano la loro efficacia,
rimanendo Egli l'unico Salvatore di tutti.

Grazia santificante

Dunque, amico mio, quelle famose "formalità": andare in chiesa, accostarsi alla
Confessione, partecipare alla Messa..., non sono affatto delle formalità, sono invece
"fonte e culmine" della tua vita di cristiano. Le opere buone, le opere di giustizia e di
bene, il tuo impegno di comportarti nel mondo con una condotta irreprensibile e degna,
tutto questo diventa un "agire cristiano" solo se il tuo "essere" intimo è stato rigenerato,
trasformato nell'essere stesso di Cristo. Il catechismo chiama questa trasformazione
Grazia santificante; un tesoro che non ha prezzo, che divinizza la tua anima, e ti fa
camminare in questo mondo come un altro Cristo.

Il dono divino

Purtroppo, queste realtà enormi, divine, noi le possiamo avvilire nel formalismo e
banalizzare nella routine, e possiamo anche comportarci in modo incoerente, in contrasto
con la grande dignità che esse ci conferiscono; ma questo dipende da noi, dalla nostra
superficialità, pigrizia, o anche dalla nostra mancanza di formazione. E così può
accadere che realtà divine, capaci di salvare il mondo e trasformare il cuore dell'uomo,
non incidano per niente nella tua anima e non cambino la tua vita.
Cerca dunque di reagire alla routine: respingi la pigrizia, l'abitudine, l'egoismo,
apriti a Gesù mediante la fede e cercalo nei Sacramenti della Chiesa se vuoi trovare la
salvezza, perché la salvezza viene solo da Dio. Quale sorte amara la tua se, credendoti
persona perbene e a posto, scoprissi un giorno che, in realtà, hai creduto solo in te stesso
e nel bene da te compiuto!.., e sentirti dire, alla fine: "In verità ti dico, non ti conosco"
(Mt, 25,12).

Centro della vita cristiana

Le riflessioni che trovi in queste pagine vogliono aiutarti a mettere l'Eucaristia a


fondamento della tua vita cristiana, perché Cristo possa, con la sua grazia, trasformare il
tuo cuore e cambiare la tua vita.
Se ti deciderai a prendere sul serio la tua vocazione impegnandoti a cercare il
Signore con umiltà e perseveranza, arriverai ad amare la Messa fino a desiderarla e a
guadagnartela anche tutti i giorni. Non è esagerazione o cosa da vecchiette perditempo,
è un impegno per anime forti che hanno capito l'amore di Dio e vogliono vivere sulla
terra non vita animale ma vita divina, la meravigliosa avventura di figli di Dio.

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IL PRECETTO

Libertà: dire si al Signore

Un motivo che può creare pregiudizio e difficoltà per la assidua partecipazione


alla Messa domenicale è l'esistenza di un "precetto" della Chiesa che obbliga in modo
grave a santificare la festa anche con la S. Messa. D'accordo - si dice -, queste sono cose
molto importanti, ma appunto per questo devono rispondere a un bisogno interiore ed
essere lasciate alla libera spontaneità del nostro animo; perciò, imporle con un precetto è
compromettere la loro autenticità, col rischio di farle diventare una forzata ipocrisia.
Quando non è immaturità tipica dell'adolescenza, anche questo ragionamento
nasconde un inganno diabolico: col pretesto della sincerità o di una presunta libertà che
le farebbe da garanzia, si difende un vero e proprio rifiuto a Dio, un no alla sua iniziativa
d'amore.
Rifletti bene e ti renderai conto che troppe volte noi facciamo le cose senza
volerle. Ci lasciamo condizionare, ad esempio, dagli stati d'animo e crediamo libertà il
capriccio, la malavoglia, la pigrizia; ci lasciamo condizionare anche dall'ambiente o da
circostanze esterne: l'opinione corrente, i modelli di vita, le cose che si "devono" fare...;
siamo infine condizionati - così facilmente! - dal sonno dell'abitudine e rischiamo di agire
non per volontà ma per inerzia. Invece dobbiamo fare le cose perché vogliamo farle; solo
così diventano “nostre”, o meglio, diventano espressione della nostra libertà. Perciò
l'unico motivo che può spingerti ad "andare a Messa" è questo: perché lo vuoi, perché sai
che rispondi a un comandamento di Dio che ti chiama alla sua stupenda iniziativa di
amore e di salvezza. La libertà, infatti, è responsabilità, è capacità di rispondere di sì al
Signore.

La fede è obbedienza

Ma torniamo per un momento a quel "credere in Dio e comportarsi bene nella


vita". Hai provato a riflettere seriamente sul significato di questa espressione: "credere in
Dio"? San Paolo scrive che la fede è obbedienza, è l'atteggiamento con cui l'uomo si
rimette a Dio, si fida e si affida a lui; perciò si lascia guidare dalla sua parola di verità,
accoglie docilmente i suoi comandamenti e segue Cristo che è venuto nel mondo per
obbedire al Padre e compiere la sua volontà.
L'obbedienza a Dio esprime la fiducia della creatura nel suo Creatore con la
certezza assoluta che Dio non inganna. Perciò, obbedire a Dio significa "volere" anche
noi quello che lui "vuole", convinti che egli vuole solamente ciò che è bene per noi. La
disobbedienza a Dio diventa, così, miserabile stoltezza e ottusa stupidità. Ed è anche
un'assurda ingiustizia, perché è giusto, è nel diritto, riconoscere Dio per quello che egli è:
nostro Creatore e Signore.

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Obbedienza di creature

Dobbiamo allora guardarci dall’opinione corrente che vuole la libertà fine a sé


stessa. La "libertà per la libertà" non ha senso dal momento che tutto il nostro essere è
"relativo"; è, cioè, vincolato da un rapporto esistenziale e assoluto con Colui che è
origine e fondamento di ogni essere vivente. Come dire che tutto in noi è mezzo, libertà
compresa; Dio solo è fine, è l'Alfa e l'Omega di ogni realtà, la pienezza di ogni cosa.
Vedi dunque che Dio ti ha dato una volontà intelligente perché tu possa
obbedirgli, e ti ha dato la libertà perché la tua obbedienza fosse amore e non schiavitù.
Ricordalo sempre: l'unica volontà che non ti fa schiavo è la volontà di Dio; rifiutarti a
questa amabilissima obbedienza significa finire, inevitabilmente, schiavo di qualcosa o di
qualcuno, se non altro di te stesso; e non c'è tiranno peggiore del proprio io quando è
dominato dalla superbia e dalle passioni.

Obbedienza per amore

L'obbedienza, dunque, vale non perché è sentita ma perché è voluta, anche contro
voglia, ma per amore. Allora l'obbedienza diventa anche atto di adorazione a Dio,
Creatore e Padre. Questo ha fatto Gesù sulla croce; il suo sacrificio fu l'obbedienza totale
al Padre e fu anche l'atto supremo di amore. Perciò l'obbedienza a Dio è l'esercizio più
alto della nostra libertà e il momento più vero della nostra dignità.
Tutto questo vuole ricordarti la Chiesa con il suo "precetto". Non è un capriccio
autoritario bensì il consapevole esercizio del suo servizio pastorale; essa ti richiama alla
tua realtà di creatura bisognosa di salvezza e alla tua responsabilità di uomo cercato e
redento dall'amore di Dio.
Non essere, dunque, superficiale, o immaturo; làsciati condurre dalla fede e da
una coscienza forte e libera, capace di obbedire e perciò capace di amare. Non fare
come gli invitati della parabola al banchetto nuziale del Re. E' sempre brutto mancare
agli appuntamenti, ma quando l'appuntamento lo dà il Signore, allora il rifiuto è anche
offensivo della sua bontà e della sua misericordia. E rischi di perdere il suo dono per
sempre!

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LA PREPARAZIONE ALLA SANTA MESSA

Ostacoli alla vera pietà

Ogni cosa grande e importante richiede un'adeguata preparazione. La Santa


Messa ha una sua preparazione prossima che si fa in chiesa nella parte introduttiva del
rito. Ma c'è anche una preparazione remota che comincia già uscendo di casa, anzi va
vissuta molto prima. Preparazione remota, infatti, non significa lontana ma sempre in
atto, come un pensiero costante che ci accompagna lungo la giornata o lungo la
settimana. La Messa dovrebbe essere come un sole che splende su tutta la tua giornata,
la illumina e la riscalda dall’alba al tramonto in tutto quello che fai.
In ogni caso, ciò che devi senz'altro evitare è di andare alla Messa "a freddo", in
fretta, all'ultimo momento, cioè senza alcuna preparazione, e in più col rischio di arrivare
in ritardo. A parte quella norma elementare di educazione che ci obbliga alla puntualità
con le persone, qui si tratta di rispetto e di serietà con Dio e insieme di delicatezza verso
i nostri fratelli ai quali il nostro ritardo arrecherebbe un fastidioso quanto ingiusto
disturbo.
E poi la fretta. Se c'è una cosa incomprensibile, anzi incompatibile con il mistero
che si celebra nella Messa è la fretta. Parliamo, qui, della fretta interiore, quella che ti fa
guardare l'orologio e ti fa scappare da ciò che stai facendo. Davanti all'altare sei come
sul Calvario, e diventa assurda qualsiasi fretta che ti aliena dal grande mistero che si sta
compiendo.
Se non reagisci, non sarai mai un'anima di vita interiore, perché la fretta è la
tomba della vera pietà; tanto meno arriverai a quella intelligenza gustosa delle cose di
Dio che è la contemplazione. E infine..., è triste stare a Messa aspettando che finisca!

Preparazione remota

Tutto questo ci aiuta a capire l'importanza della preparazione remota. Se ti


sforzerai di vivere per davvero la tua fede, arriverai a poco a poco a pensare tutta la tua
vita dentro l'Eucaristia. Ciò vuol dire che tutto quello che ti passa tra le mani o
costituisce il tessuto della tua giornata: il lavoro, la vita famigliare, le amicizie, le
responsabilità sociali..., tutto, compresa la tua persona, deve diventare un’offerta a Dio;
perciò dovrai passare attraverso Gesù perché ormai non è possibile offrire più nulla a Dio
se non attraverso Gesù in unione all’offerta che egli ha fatto di sé stesso e di tutta la sua
vita al Padre a nome di tutta l’umanità.
Ti chiederai come ciò sia possibile. Non lo sarebbe, infatti, se fra te e Gesù ci
fossero duemila anni di distanza. Ora, nel suo amore senza limiti, Gesù ha realizzato un
capolavoro di onnipotenza che annulla ogni distanza di tempo e di spazio, e anche ogni
estraneità di vita fra te e lui: l'Eucaristia. In essa, per mezzo dei segni sacramentali del
pane e del vino, Gesù stesso si fa presente, qui e adesso, per te, perché tu possa nutrirti

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di lui e partecipare alla sua vita, cioè al mistero della sua Incarnazione, della sua Morte e
Risurrezione. Ciò significa che l'Eucaristia attraversa d'un colpo i duemila anni che ti
separano da Cristo e, perciò, quando esci di casa per andare a Messa, ricordati che vai ad
un appuntamento che il Signore ti ha dato venti secoli fa. Sono duemila anni che Egli ti
aspetta! (Cammino 537)
Non dimenticare che Gesù è il Figlio di Dio, e l’offerta sacrificale che egli ha fatto
di sé stesso al Padre è l’avvenimento determinante nella storia dell’umanità. Gesù riempie
il tempo e lo redime, lo pervade da cima a fondo, ricapitolando in sé ogni cosa per
ricondurre tutto al Padre. Ciò significa che il suo Sacrificio, pur consumato nel tempo sul
Calvario, appartiene all’eternità, e perciò Gesù può renderlo presente, qui e adesso, in
ogni luogo e in ogni momento, fino alla fine dei tempi. Gesù è “lo stesso ieri, oggi e nei
secoli”, e l’oblazione interiore che l’ha portato sulla croce è attuale anche adesso e lo
sarà per sempre, per tutta l’eternità. Perciò, nell’Eucaristia, Cristo viene incontro a
ciascuno di noi con il suo amore salvifico per assumere nelle sue mani pasquali, piagate e
crocifisse, tutta la realtà umana della nostra vita e offrirla al Padre.
Come vedi, una vera vita cristiana non è pensabile senza l'Eucaristia. In questa
consapevolezza abituale che ti accompagna lungo la giornata e che ti ricorda di essere
contemporaneo di Cristo, anzi - come si esprimeva San Josemaria Escrivà -
"consanguineo di Gesù" consiste la preparazione remota alla Messa. Coinvolge perciò
tutta la tua vita spirituale: la tua fede, la tua orazione, la tua mortificazione e la tua lotta
personale per vivere le virtù cristiane.
Poteva mai il Signore, pur infinitamente potente, fare di più per noi, perché
potesssimo incontrarlo e realizzare con lui la comunione più intima e ineffabile che solo
un amore senza limiti poteva desiderare e attuare. Si capisce allora perché S. Giovanni,
prima di narrare l’istituzione dell’Eucaristia, scrive che Gesù “avendo amato i suoi che
erano nel mondo li amò sino alla fine”, fin dove, cioè, poteva arrivare un amore
onnipotente. E si capisce anche quanto possa ferire il cuore di Cristo la nostra
indifferenza, quando per pigrizia o per futili motivi rifiutiamo il suo invito e il suo dono.

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IL RITO LITURGICO

Struttura dei sacramenti

Non siamo angeli. Non siamo cioè puri spiriti che non hanno bisogno di mezzi
materiali per la loro vita e per la loro attività. Noi uomini siamo fatti di uno spirito
incarnato, cioè di un’anima spirituale e immortale sostanzialmente unita ad un corpo
materiale attraverso il quale essa si esprime, comunica e agisce. Il nostro essere quindi è
insieme spirituale e corporeo, e possiamo dire che tutto ciò che arriva alla nostra anima e
da essa deriva passa attraverso il nostro corpo.
Ora, il Signore, che sa come siamo fatti e rispetta pienamente la nostra natura,
quando interviene e opera nella nostra anima lo fa usando mezzi sensibili, materiali, che
indicano la sua presenza e la sua azione. Si tratta di cose materiali che unite
opportunamente a gesti e parole da una persona abilitata (ministro) costituiscono il “rito
liturgico” della Chiesa. Inoltre gli effetti strettamente soprannaturali dell’azione di Dio
nella nostra anima non sono oggetto di esperienza, e senza la mediazione di uno
strumento sensibile non ne avremmo consapevolezza. Il rito liturgico è appunto il luogo
dove il Signore si fa presente con la sua azione salvifica che trova nei segni sensibili la
sua oggettiva conferma.
Nella S. Messa il segno sensibile è dato dal pane e dal vino con le parole della
consacrazione che il sacerdote pronuncia su di essi. Costituiscono la parte essenziale del
rito, ha valore strettamente sacramentale ed è immutabile. L’altra parte del rito è
costituita da elementi che possiamo chiamare accessori e sono rivolti ad aiutare i fedeli a
realizzare i fini del Sacrificio eucaristico e a trarre da esso il maggior frutto possibile.
Possono perciò subire dei mutamenti al fine di adattare il rito alle diverse categorie di
fedeli secondo le varie culture e tradizioni, e tenendo conto delle diverse circostanze
nelle quali il rito viene celebrato.
Vediamo dunque insieme il rito liturgico della Messa perché tu possa partecipare
con frutto e con maggiore consapevolezza al grande mistero che si compie.

Riti d introduzione

La celebrazione della santa Messa presenta due momenti liturgici fondamentali: la


liturgia della Parola e la liturgia del Sacrificio. I due momenti hanno significato diverso:
l'uno ha soprattutto lo scopo di suscitare la fede, l'altro di operare in noi la grazia. Ora,
la grazia senza la fede è impossibile, e la fede senza la grazia è morta. Per questo il
precetto domenicale sancito dalla Chiesa fa obbligo al cristiano di partecipare al rito
eucaristico per intero, per cui se un fedele, senza motivi sufficienti, non partecipasse alla
liturgia della Parola, è tenuto a supplire a questa lacuna almeno con la meditazione
personale del Vangelo. Del resto, ricorderai l'esplicita affermazione di Gesù: "Non di
solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio" (Mt.4,4).
Abbiamo bisogno del Pane e della Parola; è pane la Parola di Dio ed è pane il Corpo di
Cristo.

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Questi due momenti fondamentali della celebrazione sono preceduti da alcuni riti
di introduzione. Essi sono:
- il saluto del celebrante
- l'atto penitenziale
- il Gloria e la "Colletta"

Siamo Chiesa

La cosa che innanzitutto avvertiamo fin dal primo momento, già entrando nel
luogo sacro insieme agli altri fedeli, è che siamo "chiesa"; siamo, cioè, un'assemblea di
"chiamati", convocati da Cristo stesso intorno al suo altare.
Non formiamo però un'assemblea alla maniera umana; ci unisce infatti un legame
che non è di natura sociale o morale o puramente affettiva, non si fonda cioè su elementi
umani; è un legame che nasce dal battesimo. Mediante questo sacramento lo Spirito
Santo ci trasforma e ci fa diventare membra di Cristo unendoci al suo Corpo Mistico. Ci
rende così capaci di celebrare, come Chiesa, la Pasqua del Signore.
E' dunque un legame che non conosce discriminazioni né differenze di razza, di
lingua, di cultura, di censo o di ruolo sociale. Lì, davanti all'altare, viene meno ogni
barriera tra di noi perché è Gesù che ci unisce. In lui ritroviamo come fratello chiunque
abbiamo conosciuto come compagno, collega, straniero o anche nemico: siamo la Chiesa
unita al suo Capo, Gesù Cristo.

La Messa: azione di Cristo

Pertanto, la Messa è sempre azione di Cristo e di tutta la Chiesa, anche se


celebrata alla presenza di una vecchietta o di un bambino. L'essenziale nella "azione
eucaristica", non è ciò che facciamo noi come assemblea, ma ciò che fa Cristo. Lui è la
Vittima, Lui il Sacerdote, suo è il Sacrificio che viene attuato nel sacramento ed è lui che
fa della nostra assemblea liturgica una "Chiesa che celebra". Il sacerdote stesso non è
che un “ministro” il quale impresta la sua voce, le sue mani, la sua stessa persona a Cristo
che è il vero Sacerdote celebrante. Perciò anche se il sacerdote-ministro fosse
impreparato o distratto o addirittura indegno la Messa avrebbe ugualmente valore, un
valore infinito, perché rimane sempre azione di Cristo che coinvolge nel suo sacrificio
tutta la Chiesa.
Del resto, tutta la Santissima Trinità è presente nel sacrificio eucaristico: è infatti
per volontà del Padre e per l'intervento dello Spirito Santo che il Figlio fatto uomo, Gesù
Cristo, si offre come vittima di redenzione per i peccati del mondo. Dove c'è anche un
solo sacerdote con un solo fedele, lì è sempre Cristo, sommo Sacerdote e Capo di tutta
la Chiesa, che agisce mediante lo Spirito Santo.

Giorno del Signore


Giorno della Chiesa

Tuttavia, questa realtà di una Chiesa unita - Capo e membra - diventa più
esplicita e visibile, più intensamente vissuta, nella Domenica, il "Giorno del Signore". In
esso la comunità cristiana si riunisce come Popolo di Dio per celebrare le "opere del
Signore". "Tutto ciò che Dio ha creato di più grande e di più sacro, è stato compiuto

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nella dignità di questo giorno: l'inizio della creazione, la resurrezione del Figlio suo,
l'effusione dello Spirito Santo, ebbero luogo in questo giorno. Perciò, nessun altro
giorno è altrettanto sacro per il cristiano quanto la Domenica". (nota della CEI)
Il giorno del Signore diventa così anche il "Giorno della Chiesa" e tu, dietro
l'assemblea alla quale ti sei unito, anche se piccola, puoi vedere un popolo di fratelli che
ha le tende piantate sotto tutte le latitudini, fratelli di cui non conosci nemmeno il nome
ma che sono figli dello stesso Padre del Cielo, hanno la tua stessa fede, il tuo stesso
desiderio di luce e di grazia, il tuo stesso bisogno di misericordia e di salvezza, hanno il
tuo stesso "sangue", il Sangue di Cristo, Unigenito del Padre e Primogenito di molti
fratelli.
Questa verità, se tu la tieni presente quando entri in chiesa, ti aiuterà a non
chiuderti in un gretto individualismo, a non restare in chiesa come un estraneo, come uno
spettatore che assiste a ciò che fanno gli altri. L’assemblea alla quale ti unisci è
“famiglia”, la tua famiglia soprannaturale, quella dei figli di Dio quale tu sei che si
uniscono al sacrificio di Cristo e con lui si rivolgono a Dio chiamandolo “Padre”. Non
c’è momento religioso, non c’è atto di culto – penso ai Gruppi di Preghiera, ai
pellegrinaggi, a imponenti processioni, agli incontri di Lettura biblica, ecc. – che abbiano
un significato e un valore comunitario paragonabile alla Messa domenicale. Non c’è
comunità che sia “Chiesa” e che renda visibile la Chiesa quanto lo è l’assemblea liturgica
che nel Giorno del Signore si riunisce intorno all’altare per celebrare il sacrificio
pasquale di Cristo. Non chiuderti dunque nel tuo isolamento interiore, dilata il tuo cuore,
respira a piena anima questa benedetta fraternità che ti comunica la certezza di non
essere solo nel tuo cammino verso il Signore.

Il comportamento
nella partecipazione

Il Sacerdote in questa parte introduttiva del rito, ha soprattutto il ruolo di


presidente dell'assemblea liturgica. Dialoga con noi e si fa interprete della nostra
preghiera davanti a Dio. E' necessario allora che esprimiamo visibilmente, anche nel
comportamento, la nostra partecipazione.
Il messale ti ricorda a tale scopo alcune cose che sono piccole, ma hanno
l'importanza delle cose grandi:
• rispondi con voce intelligibile alle preghiere comuni, senza enfasi e forzature, ma con
pronuncia chiara e concorde.
• partecipa all’azione comune con gli atteggiamenti indicati dal rito: in piedi, seduti, in
ginocchio. Perciò non restare in disparte, magari appoggiato alla porta, spettatore
muto, quasi estraneo, come se non ti riguardasse quanto sta accadendo intorno a te.
• infine, non compiere atti di devozione privata, come accendere una candela, seguire
altre letture o preghiere personali... Anche il sacramento della confessione non
chiederlo durante la Messa se non eccezionalmente.
Fa parte del comportamento anche l'abbigliamento con cui ti presenti in chiesa.
Deve essere un abbigliamento ordinato, pulito, dignitoso. Fogge stravaganti, eccentriche
o peggio irrispettose, come anche un abbigliamento sciatto o troppo "casalingo" non si
addicono né ad un rito che riveste solennità e austera grandezza né a quei sentimenti di
delicata cortesia, che è anche finezza d’amore, verso Colui che ti ama immensamente e
che tu devi considerare come Re e Signore della tua anima. Impara dalla liturgia della
Chiesa; essa veste il sacerdote con vesti liturgiche, per quanto è possibile, preziose e
solenni che richiamano la grandezza e l'importanza del mistero che viene celebrato.

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altare

Ed ora, lasciandoci guidare dal messale e seguendo il rito liturgico, cerchiamo di


coglierne l'inesauribile ricchezza. Si inizia con l'antifona d'ingresso; il sacerdote entra in
chiesa e tutta l'assemblea, in piedi, acclama o canta un versetto biblico ispirato di solito
alla festa liturgica del giorno. Esso esprime vari sentimenti dell'animo: desiderio, fiducia,
implorazione, più spesso è un invito alla "festa", alla "gioia degli invitati". Intanto il
sacerdote sale l'altare e lo bacia.
L'altare ha un duplice significato: è l'ara per il sacrificio e la mensa per la cena; i
due significati si addicono pienamente all'Eucaristia. Il Mistero Eucaristico, infatti,
attualizza il Sacrificio della croce e la Cena del Signore. Sulla croce Gesù sacrifica il suo
corpo, quello stesso che egli ha dato in cibo nella Cena pasquale. Così l'altare viene a
significare anche l'Umanità stessa di Gesù Cristo: Egli è insieme Altare, Vittima e
Sacerdote, perciò i lini usati dalla Liturgia sono tovaglie per la mensa e sindone per il suo
corpo. Da questo puoi comprendere il grande rispetto che la Liturgia riserva all'altare
facendolo oggetto di tanta venerazione.

Atto penitenziale

Il Sacerdote dà poi inizio alla celebrazione con il gesto proprio di ogni inizio: Nel
nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. "Amen", risponde l'assemblea; è una
affermazione di fede, è un sì vibrante all'invito di Dio. Anche il saluto è quello proprio di
ogni augurio cristiano: Il Signore sia con voi! Augurio che viene ricambiato
dall’assemblea
Il sacerdote invita poi all'atto penitenziale. E' un gesto indispensabile se vogliamo
accostarci a Dio. Sempre, per incontrare il Signore, il primo atteggiamento è l'umiltà del
cuore che si esprime nella contrizione sincera per i propri peccati. Bisogna togliere ogni
ostacolo all'amore di Dio nella nostra anima, bisogna purificare la coscienza dall'orgoglio
e dalla presunzione ricordando la nostra condizione di peccatori e implorando la
misericordia di Dio. Su questo devi riflettere durante la pausa di silenzio; poi, recitando
attentamente la formula della contrizione, metterai in quelle parole il tuo animo
addolorato e pentito: Signore, pietà! Cristo, pietà! Signore pietà!
Ti ricordo che la S. Messa, in quanto Sacrificio redentore, ci ottiene il perdono
dei nostri peccati. Il suo valore è infinito, tuttavia i suoi frutti nella nostra anima sono in
ragione delle nostre disposizioni interiori, e le prime fra tutte sono appunto l’umiltà e la
contrizione del cuore. Proprio per questo la Chiesa, quando si tratta di colpe gravi
(peccati mortali), ci fa obbligo di portarle nel sacramento della Confessione prima di
accostarci all’Eucaristia.

Inno di Gloria

La tua coscienza, liberata dalla colpa, si riempie allora di pace e di gioia, e puoi
così cantare la lode del Signore in quell'inno stupendo: "Gloria a Dio nell'alto dei
cieli!..." E' una delle preghiere più belle e venerande della Liturgia e non puoi recitarla "a
memoria"; devi farla passare attraverso il tuo cuore e farla arrivare alla tua anima perché

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lì si espanda nella lode, e nella gratitudine a Dio con le appassionate invocazioni che essa
contiene.
Per la sua intonazione gioiosa, questo inno non si addice all'austerità dell'Avvento
e della Quaresima, ma tu puoi recitarlo spesso, anche in altri momenti. Le sue
commoventi invocazioni potranno alimentare la tua pietà e il tuo personale colloquio con
Dio.
Conclude questa parte introduttiva del rito la Colletta. E' la prima delle tre
solenni orazioni sacerdotali "presidenziali"; in essa il celebrante, nella sua veste di
“presidente” della celebrazione e perciò a nome di tutto il popolo, presenta a Dio i
sentimenti e le richieste di tutta la Chiesa, ispirandosi alla festa che si celebra in quel
giorno. La Colletta viene proclamata con solennità dal sacerdote che allarga le sue
braccia nell'atteggiamento proprio dell'orante. Egli invita l'assemblea dei fedeli ad unirsi
a lui spiritualmente: "Preghiamo!" - egli dice - e l'assemblea, dopo aver ascoltato in
devoto silenzio, fa propria la preghiera rispondendo: Amen! Così sia.

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LITURGIA DELLA PAROLA

Parola di Dio
Parola del Signore

Gesù è la Parola vivente del Padre: "In principio era il Verbo e il Verbo era
presso Dio...". (Gv. 1,1). Nella Rivelazione biblica - la Sacra Scrittura - il Verbo eterno
si è fatto linguaggio umano, e per mezzo di esso Dio ha parlato e continuamente parla
all'umanità. Il Verbo, poi, "si è fatto Carne e venne ad abitare in mezzo a noi", e
immolandosi sulla croce è diventato salvezza e redenzione dell'uomo. L'uomo, dunque, è
chiamato a vivere della Parola e della Carne del Figlio di Dio: Parola e Sacramento. Le
due realtà hanno tra loro un legame inscindibile e nella Liturgia della Chiesa le trovi
sempre presenti. Anche nella Messa ti viene imbandita la mensa della Parola di Dio e la
mensa del corpo di Cristo; e, come è avvenuto nella storia della salvezza, la Liturgia della
Parola prepara e conduce alla Liturgia del Sacramento.
Perciò, la proclamazione e l'ascolto della Parola di Dio hanno somma importanza
nella celebrazione eucaristica e sono parte essenziale del precetto domenicale. Quando in
chiesa si legge la Sacra Scrittura, è Dio stesso che parla al suo popolo: Parola di Dio, è
Gesù stesso che annuncia il suo Vangelo: Parola del Signore. Come vedi, ancora una
volta la Liturgia annulla secoli di distanza fra noi e Cristo; egli continua così la sua
presenza nel mondo e raggiunge con il suo Vangelo tutti gli uomini, in ogni luogo e in
ogni tempo.

Ascolto

L'atteggiamento fondamentale che il cristiano deve tenere durante la Liturgia


della Parola è l'ascolto. Si ascolta seduti per esprimere la disponibilità ad accogliere la
verità di Dio e a meditarla nel nostro cuore. Perciò l'ascolto esige silenzio e attenzione.
Non si tratta di un silenzio solo esteriore (evitare ogni rumore, ogni spostamento nella
chiesa, la distrazione di guardare altrove...), è il silenzio delle tue opinioni personali, del
tuo atteggiamento critico, del tuo scetticismo, il silenzio di tante reazioni umane che
alimentano pensieri inutili e inopportuni; un silenzio-attenzione, dunque, che non è
inerzia, passività o torpore ma ad-tensione, un moto amoroso dell'anima verso Dio che ti
parla, l'umile dischiudersi dell'intelletto verso la Luce che viene a illuminare la tua
coscienza. E', dunque, un ascolto meditativo, molto simile alla preghiera, e di preghiera
dobbiamo nutrirlo per ottenere dal Signore "orecchi per intendere".
Perciò, la Chiesa fa seguire alla lettura una preghiera salmodica, tratta dal libro
dei Salmi, nella quale si sviluppa sotto forma di invocazioni e di suppliche il tema
proposto dalla lettura. E' appunto il Salmo responsoriale che trasforma il tuo ascolto in
un'intima ed umile risposta di preghiera.

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Proclamazione del Vangelo

Il momento culminante della Liturgia della Parola è la proclamazione del


Vangelo. Essa viene accompagnata da segni particolari di venerazione da parte del
sacerdote: una preghiera prima della lettura, l'inchino, l'incensazione del libro sacro, il
bacio del testo, infine l’atteggiamento dell'assemblea che ascolta la lettura in piedi. In
piedi per esprimere consapevolezza: colui che parla è Cristo, Maestro e Signore, e "parla
con autorità"; in piedi per esprimere convinzione: vogliamo accogliere responsabilmente
il Vangelo che ci viene annunciato; in piedi, perché vogliamo esprimere la decisione di
conformare la nostra vita alla Parola che ascoltiamo, pronti a professarla con la bocca, a
testimoniarla con l'esempio, a difenderla con coraggio e senza tentennamenti.
Perciò tracciamo il segno della croce sulla fronte, sulle labbra e sul petto: Cristo
nella mente, nelle opere, nel cuore.

Omelia: atto ministeriale

Avviene di frequente che i testi delle letture non siano di facile comprensione.
D'altra parte tutta la Parola di Dio, quella scritta (la Bibbia) e quella trasmessa (la
Tradizione), è stata affidata alla Chiesa che, sola, può interpretarla infallibilmente e con
autorità. Ecco allora l'Omelia (chiamata comunemente “la predica”): in essa il sacerdote,
ispirandosi al Magistero e ai Padri della Chiesa, e anche agli autori spirituali da essa
approvati, ci aiuta a penetrare la Parola di Dio, a vederne i significati e le possibili
applicazioni alla vita vissuta.
L'omelia dunque, non è l'intervento dell'esperto per una spiegazione scientifica dei
testi e nemmeno una generica esortazione fraterna; l'Omelia è un atto “ministeriale” - e
come tale è riservato al solo sacerdote - e fa parte dell'azione liturgica. Ciò significa che,
per mezzo di essa, il Signore comunica alla tua anima la grazia e la luce dello Spirito
Santo, a nutrimento della tua fede.

Il momento dell umiltà

Per il "ministero della Parola" il Signore ha voluto utilizzare strumenti umani,


strumenti che, seppure "scelti", sono soggetti a limiti, debolezze e stanchezze. Può
dunque capitarti di ascoltare la Parola di Dio attraverso uno strumento imperfetto,
umanamente povero.
C’è il pericolo allora che si faccia sentire dentro di te lo spirito critico negativo
che ti porta all'impazienza, all'irritazione interiore o, peggio, al disprezzo, e ti faccia
perdere il frutto della Parola di Dio. Ricordati invece che quello è il momento dell'umiltà
e della preghiera. In ogni fiore, per quanto povero e disadorno, c'è sempre una stilla di
nettare; l'umiltà ti aiuterà a trovarla e ne farai miele prezioso per la tua anima. Inoltre noi
cristiani, proprio perché abbiamo a cuore la nostra formazione e la nostra perseveranza
nella fede, dobbiamo pregare molto per i sacerdoti, perché siano possibilmente molto
dotti e preparati e siano comunque molto santi; solo così la Parola ci arriverà integra,
pulita e senza deformazioni.

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Il buon terreno per la Parola

Dobbiamo tuttavia fare anche noi la nostra parte, e per quanto ci riguarda
dobbiamo meditare la nota parabola del seminatore (Mt.13, 3-23); dobbiamo appunto
esaminarci e vedere a quale terreno apparteniamo tra quelli descritti dal Signore.
La semente, chiunque sia il seminatore, è sempre buona ed efficace perché è la
Parola di Dio; cambia invece il terreno, cioè il nostro cuore. La mancanza di frutti
dipende quasi sempre da noi, dalle nostre disposizioni interiori che non sono quelle
volute da Dio.
Guàrdati soprattutto dalla superficialità e dalle insinuazioni del Maligno che,
stuzzicando il tuo orgoglio e il tuo spirito critico, vuole impedire alla Parola di arrivare
alla tua anima. Pensa invece alla Madonna: il suo cuore umile e immacolato fu il terreno
più disponibile e fecondo per il Verbo eterno del Padre. Essa lo accolse nel suo grembo
verginale, ma prima lo accolse, per la fede, nella sua anima. E Gesù la proclamò beata:
"Beato colui che ascolta la Parola di Dio e la mette in pratica". (Lc. 11,28)

Il Credo : un unica Fede

La proclamazione della Parola di Dio ha lo scopo di suscitare in noi la fede, di


fortificarla e di renderla più penetrante. La nostra risposta, proclamata solennemente, ritti
in piedi, con la sincera adesione del nostro cuore, sarà, allora, una chiara professione di
fede: ecco il Credo o Simbolo degli Apostoli. E' così chiamato perché esprime la fede
della Chiesa fin dalle sue origini, fin dal tempo apostolico.
Questa stessa fede, testimoniata da generazioni di fratelli nostri lungo venti secoli
di storia intessuta di Martiri, di Dottori, di Vergini, di Santi, è quella che vogliamo
professare noi, oggi. E' infatti su questa fede apostolica che si sviluppa la continuità
della Chiesa nel tempo, ed è su questa fede che l'amore edifica l'unità dei credenti. Là
dove, nella storia dei cristiani, ci si è allontanati dalla fede apostolica, si è interrotta la
continuità della Chiesa, come s’interrompe la vita in un ramo troncato dall'albero.
Questo del Credo è, dunque, un momento di intensa ecclesialità; con esso, non
solo esprimi la tua adesione alla fede della Chiesa, ma anche, proclamandolo coralmente
insieme a tanti fratelli, ti rendi conto che l'unità della Chiesa si edifica sulla verità, la
verità dell'unica fede apostolica senza la quale non ci sarà nemmeno quell'unità nell'amore
significata dalla partecipazione all'unico Pane e all'unico Calice del Signore.
Se dunque è assurdo vedere offeso nella vita di ogni giorno per rivalità, egoismo,
indifferenza o incomprensione, l'amore affermato nella partecipazione all'unica Cena del
Signore, è altrettanto assurdo e triste e doloroso vedere lacerata nel pensiero, nella
dottrina e perfino nell'insegnamento, quella fede dell'unico Credo proclamata con gli
stessi fratelli davanti alla Parola di Dio.
Quanto a noi, ci conceda il Signore di essere coerenti con la fede che abbiamo
professato, di affermarla con la vita e con la parola, senza cedimenti, senza rispetti
umani, senza ridicole vergogne.

***

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La Liturgia della Parola si chiude con la preghiera dei fedeli o preghiera
universale, che vuol essere appunto espressione della cattolicità della Chiesa. E' infatti
una preghiera di intercessione nella quale il popolo di Dio eleva suppliche al Padre
facendosi carico delle necessità della Chiesa universale, della comunità locale e del
mondo intero.

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LITURGIA EUCARISTICA

Nel Nome
e nella Persona di Cristo

La Liturgia della Parola non è mai fine a sé stessa; ha lo scopo di risvegliare in noi
la fede, perché il nostro cuore si apra all'incontro con Cristo che si dona a noi come
Redentore. E' quanto avviene nella Liturgia Eucaristica.
Essa costituisce la parte propriamente sacrificale della Messa. Ha natura e valore
sacramentale: è infatti il "mirabile sacramento del Corpo e del Sangue di nostro Signore
Gesù Cristo" offerto in sacrificio per la salvezza del mondo. In altre parole, sotto i
segni sacramentali del pane e del vino si rende realmente presente sull’altare mediante le
parole del sacerdote - che sono le parole stesse di Gesù - il sacrificio redentore che
Cristo ha compiuto sulla croce. Perciò la Messa è chiamata dai Padri greci il
"Sacramento dei Sacramenti".
Il sacerdote stesso assume, ora, un ruolo prevalentemente ministeriale: è
soprattutto "ministro di Cristo", agisce cioè nel "Nome" e nella "Persona" di Cristo.
Anche l'azione si sposta dall'ambone all'altare mentre il rito si identifica quasi
completamente con ciò che Gesù ha compiuto nell'ultima Cena. E la fede suscitata in noi
dalla Parola di Dio si fa stupore, desiderio, amore.

...nella notte in cui venne tradito

La Liturgia eucaristica si compone di tre momenti: preparazione delle offerte,


consacrazione, comunione. Questi tre momenti ricalcano ritualmente i gesti e le parole
compiuti da Gesù nel cenacolo durante la Cena pasquale: " Egli prese il pane (il calice)
nelle sue mani sante e venerabili ( = preparazione delle offerte), rese grazie con la
preghiera di benedizione... e disse: "Questo è il mio corpo sacrificato... Questo è il
mio sangue versato per voi (= Consacrazione), ... spezzato il pane, lo distribuì dicendo:
"Prendete e mangiate... (= Comunione).
Intorno al tavolo dell'ultima Cena gli apostoli, smarriti, in preda alla commozione
e allo stupore, non hanno compreso il mistero che si stava compiendo sotto i loro occhi;
capiranno più tardi, quando lo Spirito Santo aprirà la loro intelligenza e il loro cuore su
quanto "hanno visto e udito". Ricorderanno anche le parole di Gesù: "Fate questo in
memoria di me". Come gli apostoli, anche noi rinnoviamo, oggi, ciò che Gesù fece "nella
notte in cui venne tradito".
E ci rendiamo conto che davanti a tanto Mistero, non ci bastano la fede, l'umiltà e
l'amore.

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Preparazione delle offerte

La preparazione delle "offerte" prende il nome di offertorio. Il rito è compiuto


dal sacerdote con l'aiuto del ministro, ma vi partecipa anche l'assemblea con un suo gesto
offertoriale. Le offerte preparate dal sacerdote sono il pane e il vino che costituiscono la
“materia” del sacrificio; i doni portati dall'assemblea sono primizie, prodotti del lavoro o
donativi di vario genere, talvolta recati processionalmente all'altare. Normalmente
vengono sostituiti da un’offerta ("elemosina") che viene raccolta tra i fedeli.
Questi doni, e la tua stessa elemosina, vogliono essere il segno visibile della tua
partecipazione alla "materia" del sacrificio. Perciò dovrebbero essere, innanzitutto,
espressione della tua magnanimità e nobiltà di sentimenti verso il Signore. Pensa agli
aromi copiosi comperati dalle donne per la sepoltura di Gesù e alla sindone di candido
lino per avvolgere il suo corpo crocifisso acquistata da Giuseppe d'Arimatea; pensa
ancora al vaso di "olio profumato di vero nardo, assai prezioso", versato da Maria sui
piedi del Signore. Sono gesti di squisita generosità e di delicato amore che hanno
commosso Gesù e, forse, fanno arrossire noi che diamo gli spiccioli o ciò che avanza
dalle nostre comodità.
In secondo luogo, la tua offerta dovrebbe significare i tuoi doni spirituali: il tuo
lavoro, le tue fatiche, le tue gioie, i tuoi successi e le tue sconfitte, soprattutto i tuoi
propositi di santità e di opere buone a servizio della Chiesa e dei tuoi fratelli,
specialmente dei più poveri e dei più lontani.

I fini della Messa:

Nel preparare il vino, il sacerdote aggiunge nel calice alcune gocce d'acqua
dicendo sommessamente una preghiera; quelle gocce esprimono l'unione della natura
umana con la natura divina in Cristo. Qui, nella Messa, esse indicano anche l’unione
delle nostre intenzioni con quelle di Gesù nel suo sacrificio sul Calvario. Anzi, di più:
esse esprimono la tua partecipazione all’offerta del Sacrificio.
Offrire sacrifici è da sempre un atto sacerdotale. Offrire la Messa è un atto
proprio del sacerdote-ministro, ma anche tu puoi partecipare all’offerta in forza della tua
partecipazione al sacerdozio di Cristo. Il battesimo infatti, inserendoti nella Chiesa,
Corpo mistico di Cristo – un Corpo sacerdotale -, ti ha abilitato ad offrire, in unione alla
Vittima pura, santa e immacolata, anche te stesso e tutta la tua esistenza.
Il tuo sacerdozio battesimale ti ha costituito sacerdote della tua vita e del tuo
lavoro. “Ogni giorno, affermava San Josemaria Escrivà, il cristiano,identificato con
Cristo dalla grazia, è in grado di ripetere al Signore, riferendosi alle occupazioni della
giornata, le parole che il sacerdote gli rivolge durante la celebrazione della S. Messa: “Ti
sia gradito il nostro sacrificio che oggi si compie dinanzi a te”.
Quelle gocce d’acqua che il sacerdote aggiunge al vino, oltre a significare la tua
partecipazione all’offerta del Sacrificio, indicano anche la tua unione alle intenzioni di
Cristo sulla Croce.

1) l adorazione

La prima intenzione che portò Gesù sulla croce, e che rappresenta il fine primario
del sacrificio del Calvario, è l’adorazione, cioè il riconoscimento della trascendenza di

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Dio, della sua signoria e della gloria che a lui compete come Creatore e Signore. Non
dimenticare che l’adorazione è l’atteggiamento proprio della creatura, e in noi, creature
che hanno il dono dell’intelletto e della libertà, l’adorazione si configura come umile e
sincero riconoscimento della sovranità di Dio e della nostra dipendenza da lui. Nota che
in questa nostra dipendenza da Dio sta la verità del nostro essere, e perciò l’accettazione
di essa è il gesto più nobile e intelligente della nostra libertà e quindi altamente
promozionale della dignità della nostra persona.
Ti ricordo anche che nel paradiso terrestre, accanto all’albero della Conoscenza
del bene e del male che ricordava ai progenitori la trascendenza e la signoria di Dio, il
Signore aveva posto, al centro dell’Eden, l’albero della Vita che ricordava loro la vita
divina (la Grazia) che avevano ricevuto in dono e che li costituiva figli. In altre parole,
Dio voleva che la sua infinita trascendenza non fosse sentita dall’uomo come una
schiacciante superiorità che incombeva su di lui, sul suo essere creatura, ma come
elevazione della sua creaturalità che lo portasse ad adorare Dio con l’amorosa e fiduciosa
obbedienza di un figlio.
Purtroppo i nostri progenitori non hanno avuto fiducia in Dio, hanno rifiutato di
riconoscerlo come Creatore e Signore e gli hanno negato l’umile obbedienza che gli
dovevano come creature e figli. Le conseguenze furono disastrose e sono costantemente
sotto i nostri occhi, perché il rifiuto di Dio è un tentato suicidio dell’uomo.
Ebbene, Gesù sulla croce ristituisce a Dio l’adorazione che noi gli abbiamo
negato, adorazione che si esprime come atto di filiale obbedienza al Padre al quale si
consegna in totale oblazione di sé.
La vera partecipazione alla Messa implica il far proprio questo atteggiamento di
Gesù. Perciò anche tu unisciti al Signore, e dall’intimo del tuo cuore rivolgi a Dio
sentimenti di adorazione: Mio Dio, mio creatore e signore, io ti adoro! con l’intenzione
di mettere il Signore al primo posto nella tua vita. Del resto, è ciò che ci chiede il primo
comandamento: Sono io, il Signore, il tuo Dio. Non metterai dunque altre divinità nella
tua vita.
Mettere Dio al primo posto, e noi al nostro posto di creature per servirlo come
figli: ecco ciò che veniamo a fare partecipando al Sacrificio della Messa.

1) il ringraziamento

Riconoscere che Dio è il nostro Creatore è riconoscere che il nostro essere è un


dono; è dono la nostra esistenza,la nostra vita e tutto ciò che ci circonda. Dio non ha
creato il mondo per necessità, o per interesse, o per vanità. Dio ha creato per rendere
felici della sua felicità altre creature: Dio ha creato per amore. Tutto ciò che esiste è
dono d’amore.
L’adorazione porta dunque al ringraziamento. Dobbiamo ringraziare Dio di
averci creati e di averci dato con l’esistenza gli innumerevoli benefici che accompagnano
la nostra vita. L’offerta totale di noi stessi è il modo più giusto per rendere grazie. Gesù,
offrendo sé stesso sulla croce, si è fatto voce di tutta l’umanità che esprime al Padre il
ringraziamento per aver reso possibile con l’Incarnazione del Verbo la redenzione di
tutte le sue creature.
“Eucaristia” significa appunto “rendimento di grazie”, e nella liturgia eucaristica
ricorrono numerose espressioni di ringraziamento a Dio Padre, che fanno della Messa
l’atto di ringraziamento più solenne e perfetto: “…ti rendiamo grazie per averci ammessi
alla tua presenza a compiere il servizio sacerdotale”. Ma soprattutto è nel Prefazio che
troviamo l’espressione più completa di ringraziamento: “E’ veramente cosa buona e

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giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e in ogni luogo a te,
Padre santo, per (mezzo) di Gesù Cristo, tuo dilettissimo Figlio”.
Come vedi, rendere grazie a Dio non è soltanto giusto e un nostro preciso
dovere, ma anche fonte di salvezza. Nella S. Messa rendiamo grazie a Dio per averci
dato Gesù Cristo come salvatore. Il suo sacrificio sulla croce, che ora si rende presente
sull’altare, è stato per noi fonte di salvezza. Perciò il rendergli grazie è come accogliere
in noi il dono della salvezza.

3) la propriziazione

Il primo aspetto della salvezza consiste nella remissione dei peccati. La


remissione comprende il perdono della colpa e l’espiazione soddisfatoria della pena.
Sappiamo che ogni peccato comporta una colpa in quanto è offesa di Dio, e comporta
una pena in quanto reca un danno non solo alla nostra anima, ma anche alla famiglia, alla
Chiesa e in definitiva all’umanità intera in quanto ostacola il disegno di Dio nel mondo.
Ora, procurare un danno è come contrarre un debito, e i debiti bisogna pagarli.
Succede però che noi, peccatori e creature limitate, non siamo in grado né di ottenere il
perdono né di espiare sufficientemente la pena per nostri peccati. Siamo davanti a Dio
come debitori insolventi che non hanno di che pagare. La colpa infatti, in quanto offesa
di Dio, ha un qualcosa di infinito, e il danno procurato dai nostri peccati supera
enormemente le nostre possibilità di riparazione.
Ecco dunque in che cosa consiste il valore propiziatorio ed espiatorio del
Sacrificio di Cristo. Vero Dio: il suo Sacrificio ha un valore infinito e copre infinitamente
la colpe degli uomini pagandone abbondantemente i debiti; vero uomo, si è fatto solidale
con l’umanità peccatrice, e ha reso possibile che a pagare fossimo noi uomini. Questa
verità faceva vibrare di commozione S. Paolo che scriveva ai Romani: “Dove abbondò la
colpa sovrabbondò la Grazia e la misericordia”.
Anche tu, renditi conto della grande bontà di Dio verso di noi! Vedi come Dio
non umilia mai l’uomo, e consegnandoci il suo Figlio crocifisso mette nelle nostre mani
di peccatori insolvibili il prezzo del nostro riscatto. Pensaci con gratitudine d’amore
quando sentirai le parole del sacerdote: “Questo è il calice del mio sangue sparso per voi
in remissione dei peccati”. Questo dunque vieni a fare in chiesa quando partecipi alla
Messa domenicale, vieni a ricevere il perdono dei tuoi peccati e a pagare i tuoi debiti con
Dio.

4) l'impetrazione,

L’altro aspetto della salvezza consiste nella possibilità a ricevere tutte le grazie e
gli aiuti necesasari per mantenerci fedeli a Dio e giungere alla vita eterna. Gesù, col suo
Sacrificio sul Calvario, ci ha ottenuto questo infinito tesoro di grazia e di misericordia,
tesoro che nella S. Messa viene messo a nostra disposizione. Attraverso la Messa, le
braccia di Gesù, aperte sulla croce, continuano ad essere, lungo i secoli, la “Grande
Preghiera” d’intercessione che sale dalla terra al Padre per impetrare da lui ogni grazia e
ogni dono per l’intera umanità.
Nessuna preghiera umana può avere la forza della preghiera di Cristo; anzi, ormai
ogni nostra preghiera, perché arrivi in cielo, dobbiamo affidarla alle mani piagate del
Sommo ed Eterno Sacerdote che, pur assiso alla destra di Dio, si fa presente sui nostri
altari e intercede per noi.

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Ebbene, quando vieni a Messa è come se tu prendessi nelle tue mani Cristo
crocifisso e lo presentassi al Padre, convinto che egli, per amore del suo Figlio, non ti
negherà nulla. Ma per fare questo, abbiamo bisogno della fede umile e pura di chi si
affida a Dio con la fiducia dei piccoli. Come vedi, è sempre un problema di fede, e per
questo dobbiamo curare la nostra preparazione.alla S. Messa e partecipare con sincera
devozione all’atto penitenziale e alla liturgia della Parola.

La preghiera sulle offerte

Riprendiamo il rito dell’Offertorio. Il sacerdote ha già messo alcune gocce


d’acqua nel calice del vino. Quelle poche gocce diventeranno anch’esse il Sangue di
Cristo e parteciperanno al valore infinito del Sacrificio della croce. Come dire che le tue
offerte: lavoro, preghiera, sacrifici ..., come quelle gocce, da sole valgono ben poco,
sono ben poca cosa, ma quando tu le immergi nel Sangue prezioso di Gesù, cioè le
unisci, nella Messa, al Sacrificio eucaristico, parteciperanno al suo valore infinito e
diventeranno infinitamente preziose agli occhi di Dio.
Così la Messa diventa memoriale anche del mistero dell'Incarnazione. In essa la
nostra natura umana, significata dalle gocce d'acqua, viene unita alla natura divina del
Verbo, significata dal vino, e ne diventa ineffabilmente partecipe. Il gesto del celebrante
ti ricorda che per mezzo di Gesù sei diventato figlio di Dio e che tutta la tua vita deve
diventare qualcosa di divino.
Vedi con quali sentimenti dobbiamo seguire i gesti del Sacerdote! Risponderemo
perciò al suo invito: "Pregate, o fratelli!", unendoci alla "Preghiera sulle offerte" che egli
proclama a conclusione dell'offertorio.
Questa preghiera, come quella iniziale (Colletta) e quella finale dopo la
Comunione, sono le tre orazioni sacerdotali "presidenziali", cioè le preghiere nelle quali il
sacerdote si rivolge a Dio a nome di tutto il popolo, con tono solenne e con le braccia
distese nel tipico atteggiamento dell'orante.
Puoi approfittare di questo momento per affidare al Signore altre intenzioni che
hai annotate nel tuo piccolo calendario personale: si tratta di persone che ti stanno a
cuore e che ti sono state affidate o di anniversari che riguardano te o la tua famiglia.

La “Preghiera eucaristica”

La Liturgia prosegue con la Preghiera eucaristica. E’ la preghiera consacratoria,


il “cuore” della Messa. Ora la tua attenzione si farà più viva, il tuo raccoglimento più
profondo, la tua anima si immergerà nel silenzio e nell'adorazione.
La preghiera è preceduta dal "Prefazio", inno di lode alla potenza e alla
misericordia di Dio Padre al quale rendiamo grazie per la salvezza da lui compiuta per
mezzo di Gesù. E' un inno solenne pervaso da gioia esultante che esplode nel "Trisagio"
finale - il "Tre-volte-Santo" - rivolto alla Santissima Trinità. Lo cantano il sacerdote e
l'assemblea, ma lo canta anche la Chiesa celeste cui fanno eco tutte le creature
dell'universo. Non puoi restare estraneo a questo immenso "Osanna!" che sale fino
nell'alto dei Cieli!
Inizia così la Preghiera eucaristica propriamente detta. Attualmente la Liturgia ci
offre una varietà di Preghiere eucaristiche intonate ai diversi aspetti del mistero cristiano.
Tuttavia in tutte possiamo distinguere tre parti o tre momenti che costituiscono la

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struttura permanente e stabile del rito sacramentale e, sia pure con parole e accentuazioni
diverse, esprimono l’essenza della liturgia eucaristica. Tu cerca di coglierne lo spirito e
seguire con devota attenzione ciò che si svolge sull’altare.

1) Invocazione sulle offerte ("epìclesis"). - Questo primo momento precede


immediatamente la consacrazione Consta di una preghiera solenne nella quale il
sacerdote si rivolge a Dio Padre per appellarsi alla sua volontà e al suo disegno di
salvezza per tutti gli uomini, e dal gesto, sempre del sacerdote, che stende le mani sul
pane e sul vino invocando la potenza dello Spirito Santo. La "imposizione delle mani" è
il gesto che la Chiesa ha sempre usato per invocare l'effusione dello Spirito. In ogni
sacramento, infatti, attraverso la Chiesa opera lo Spirito Santo. Così nell'Eucaristia, è
Lui che compie il grande miracolo della "Transustanziazione", cioè "la conversione
misteriosa e ineffabile ma reale di tutta la sostanza del pane nella sostanza del Corpo
di Cristo e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del Sangue di Cristo". (Concilio
di Trento). E' lui, lo Spirito Santo, che fa delle parole del sacerdote, le parole di Gesù
stesso e conferisce loro la medesima forza divina che esse hanno avuto sulle labbra di
Gesù nell'ultima Cena.
E' un momento stupendo e commovente che ti ricorda quello dell'Annunciazione.
Come lo Spirito Santo fece sbocciare, allora, il Corpo adorabile di Gesù nel grembo
verginale di Maria, così, ora, rende presente realmente lo stesso Corpo amabilissimo,
piagato e crocifisso, nelle mani consacrate del sacerdote.
Come possono trovare posto sciocche distrazioni o vani pensieri in un momento
così intenso? Una consuetudine vuole che l'inserviente segnali con un tocco di
campanello il gesto sacerdotale dell'imposizione delle mani sulle offerte; è un richiamo
alla fede e al raccoglimento. Tu, umilmente chinato in ginocchio, piegherai anche i sensi
alla devozione; la fantasia stessa seguirà i passi del cuore e ti porterà sul Calvario accanto
alla Madonna, a Maria di Magdala, al discepolo amato, oppure nel Cenacolo, vicino a
Pietro, a Giacomo, a Giovanni e agli altri..., o forse ti mostrerà il Cielo dove, alla Destra
del Padre, la Vittima divina intercede per noi..., oppure, semplicemente, se ne starà
silenziosa e attenta a contemplare l'altare dove, accanto al sacerdote, c'è Maria e
Giuseppe e gli Angeli....

2) La Consacrazione. E' il momento culminante della Messa, il momento del


grande miracolo davanti al quale tutto il Cielo sta attonito in adorazione. Eppure, nulla
traspare agli occhi e ai sensi. Tutto è racchiuso nella più assoluta semplicità dei gesti e
delle parole consacratorie. L'unica nota singolare è il modo con cui il sacerdote
pronuncia quelle parole, un modo non narrativo come se si trattasse di un racconto, ma
celebrativo perché sono parole sacramentali che attualizzano - "celebrano" - in quel
momento il mistero di Cristo crocifisso e risorto.
Il sacerdote, che in quel momento è ipse Christus, lo stesso Cristo, impresta a
Gesù la sua voce e la sua persona, e le parole che pronuncia sono le stesse parole di
Gesù: Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi. –
Prendete e bevetene tutti: questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna
alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. E ogni volta egli
genuflette in profonda adorazione, poi ti mostra il Pane consacrato e il calice elevandoli
in alto perché li possa vedere e adorare anche tu. E forse ti sfuggirà dal cuore, senza
rumore di parole, l’ardente e umile adorazione dell’apostolo Tommaso: "Signore mio e
Dio mio!".

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Alla fine il sacerdote ti ricorda che questo è il momento della fede: Misterium
Fidei!, e tu con la fede viva della Chiesa risponderai, devotamente, con tutta l'assemblea:
"Annunciamo la tua morte, o Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell'attesa della
tua venuta!".
E ora, pensa sotto quale povertà di segni si annulla la grandezza di Dio! San
Paolo chiama Kénosi (= annientamento) l'Incarnazione del Verbo nella nostra natura
passibile e caduca, e aggiunge che la Kénosi si consuma sul Calvario quando la potenza
infinita del Figlio di Dio si eclissa nella umiliante sconfitta della croce. Ma qui, nel
silenzio sconcertante di poveri segni sacramentali, l'umiliazione del Figlio di Dio tocca il
fondo: più dato, più consegnato di così il Signore non poteva farsi. E comprendi che è
davvero il momento della fede:"Adoro te devote, latens Deitas!... Ti adoro devotamente,
o Dio nascosto!... che in così poveri segni ti fai realmente presente, col tuo corpo, col
tuo sangue, con la tua anima, con la tua divinità..., e viene meno il mio cuore! "totum
déficit!"
La nostra fede, dunque, di fronte all’umiltà di Dio. Ma vorrei anche che tu
riflettessi su un altro significato straordinariamente fecondo per la nostra vita di cristiani,
profeticamente presente nel gesto del sacerdote che innalza l’Ostia e il Calice dopo la
consacrazione. Un giorno, - il 7 agosto 1931, nella festa posticipata della Trasfigurazione
del Signore -, San Josemaria Escivà, nel momento di innalzare l’Ostia consacrata, udì
“con forza e chiarezza straordinarie” nella sua anima la frase di Gesù riportata nel
vangelo di Giovanni: Quando sarò innalzato da terra attirerò tutto a me! In quel
momento, nella mente del Fondatore dell’Opus Dei, le parole di Gesù s’illuminarono di
una luce tutta nuova: “…compresi che saranno gli uomini e le donne di Dio a innalzare la
Croce con la dottrina di Cristo sul pinnacolo di tutte le attività umane…”. Come dire che
ogni cristiano che vive nel mondo e partecipa alle vicende degli uomini è chiamato a
ricondurre a Dio, attraverso la Croce, tutte le realtà create collocando Cristo crocifisso
alla sommità di tutte le attività umane. La Croce al vertice di tutte le imprese umane, la
Croce di Cristo nelle viscere della società.
Ti rendi conto, ora, del senso profetico che si nasconde nel gesto del celebrante al
momento della consacrazione; non si tratta soltanto di mostrarti l’Ostia consacrata
perché tu la veda, quel gesto ti ricorda la tua missione di testimone della Croce di Cristo
davanti agli uomini, cioè il significato santificatore e salvifico che ha la tua presenza di
cristiano nel mondo. Tu guardi quell’Ostia innalzata sull’altare, ma da quell’Ostia Gesù
crocifisso guarda a te e ti chiede di portarlo in tutti gli ambienti dove scorre la tua vita
quotidiana e la vita degli uomini tuoi fratelli.
In altre parole, il Signore fece vedere a San Josemaria il valore di responsabilità
apostolica che è inerente alla nostra partecipazione al Sacrificio di Cristo, e l’unità
profonda che deve esistere tra la nostra vita quotidiana e l’Eucaristia alla quale
partecipiamo.

3) Memoria (Anàmnesi). Il terzo momento della Preghiera eucaristica,


quello che segue alla Consacrazione, fa “memoria” della Morte, della Resurrezione e del
ritorno glorioso del Signore. Ora tutta l’attenzione va al mistero della presenza ineffabile
della Vittima divina sull'altare, quella vittima innocente che, in Cielo, è diventata il nostro
grande Intercessore.
Dopo il momento della fede, è ora il momento della speranza: il Cristo immolato
che teniamo tra le mani è la nostra forza davanti al Padre. Tutto possiamo chiedergli,
perché in Cristo tutto Egli ci ha donato.

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I segni sacramentali del Pane e del Vino, - che ormai sono solo apparenze
("Species") perché la loro realtà sostanziale è costituita dal Corpo e Sangue di Gesù
Cristo - in quanto sono segni separati indicano efficacemente la morte di Gesù. Anche le
parole della consacrazione parlano di "Corpo dato" (sacrificato), e di "Sangue versato",
esprimendo così la realtà del sacrificio di Cristo; lo esprimono efficacemente, cioè lo
"significano" e lo fanno "realmente presente".
Questa “anàmnesi” (o memoria) che si fa nella Preghiera Eucaristica non è
dunque un semplice ricordo, il semplice richiamo a un evento passato, ma un vero
“memoriale”, cioè la celebrazione di un fatto che è “mistero”, anzi “Il Mistero” per
eccellenza, cioè l’intervento salvifico e determinante di Dio in Cristo, compiuto nel
tempo e che si fa presente qui e adesso per te e per tutti.
Gesù, dunque, è presente sull'altare in stato di vittima, quella stessa che sulla
croce ha sparso il suo sangue per noi; soltanto sono diversi il modo e lo stato: il modo è
incruento (senza spargimento di sangue) e lo stato è quello di Vittima gloriosa. Infatti,
Gesù è ora in Cielo, risorto e glorificato; tale dunque è anche la sua presenza sull'altare.
Perciò la Preghiera eucaristica non ha mai un tono dolente e triste, ma pasquale, cioè
gioioso ed eucaristico, di rendimento di grazie appunto, perché la Vittima che ha vinto la
morte è stata glorificata.
L'Umanità santissima di Gesù, "Vittima vivente e santa", è ora assisa alla destra
del Padre e porta i segni gloriosi della Passione; le sue mani piagate e il suo cuore trafitto
gridano per noi, notte e giorno, verso la Trinità Santissima per intercedere misericordia e
salvezza. Perciò, la Liturgia si rivolge al Padre chiedendo che la Vittima divina che
teniamo tra le mani "sia portata sull'altare del cielo, davanti alla sua maestà divina" e,
insieme, che egli "rivolga il suo sguardo sereno e benigno" sul suo popolo santo, sui
Pastori del suo gregge, sui fedeli presenti e su quelli uniti spiritualmente alla sua Chiesa,
sul mondo e sull'umanità intera. E ancora, non poteva mancare il ricordo dei fedeli
defunti. Per loro, infatti, il popolo cristiano ha sempre visto nel santo Sacrificio
dell'altare il suffragio più prezioso ed efficace e l'aiuto spirituale più vero.
Infine, unitamente a questa grande intercessione di Cristo, la Liturgia invoca
quella della Vergine Maria, degli Apostoli e di tutti i santi: tutta la Chiesa del Cielo è
raccolta intorno a Cristo e intercede per la Chiesa ancora pellegrina sulla terra e per la
Chiesa che attende di purificarsi in Purgatorio.
La Preghiera eucaristica si chiude con un rito di particolare rilevanza liturgica per
il valore e il significato che esso riveste: la "piccola elevazione", detta propriamente
"dossologia finale". Levando in alto l'Ostia e il Calice, il sacerdote (solo lui e non i
fedeli) proclama con tono solenne che: "Per Cristo, con Cristo e in Cristo" va alla Trinità
santissima ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli. A questa conclusione così
solenne e grandiosa corrisponde il nostro “Amen”, che nelle antiche basiliche veniva
proclamato all’unisono con voce possente da tutta l’assemblea. E in effetti è l’Amen più
importante di tutta la celebrazione, perché esprime la nostra adesione di fede e di
commossa gratitudine a tutto ciò che si è celebrato nella Preghiera eucaristica, cioé le
meraviglie che Dio ha compiuto per l’uomo attraverso Cristo.
Ancora una volta la Liturgia ci ricorda che Cristo è il centro di tutta la creazione
e di tutta la storia umana; in Lui Dio volle “ricapitolare tutte le cose, quelle del cielo
come quelle della terra”. Innalzando verso il cielo il Pane e il Vino, cioé il Cristo
immolato sulla croce, il sacerdote proclama solennemente che tutto nel mondo deve
essere orientato alla gloria di Dio. La Gloria di Dio: in questo sta tutto il senso della
nostra esistenza sulla terra. Se ci pensi bene, ti accorgerai che, forse, devi rettificare
completamente la tua vita.

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La Comunione Eucaristica

Dopo il momento della fede e della speranza, è ora il momento dell'amore. Di


quell'Amore di cui scrisse il discepolo prediletto del Signore: "... in finem dilexit", ci amò
fino in fondo, di quell'Amore oltre ogni possibilità, di cui è capace solo Dio. Nella
Comunione, che è solo e puro dono, il Dono totale, Gesù si fa mangiare per trasformarci
in Lui. Egli infatti possiede la stessa vita del Padre e, donandosi a noi, ci fa dono della
vita divina che è in lui. "Come il Padre ha la vita... e io vivo per il Padre, così chi
mangia me vivrà per me" (Gv. 6,57).
Il Signore non poteva darci di più, perché non c'è niente più grande di lui. Non
c'è amore sulla terra che possa fare altrettanto. E' un mistero senza confini e devi
chiederti se te ne rendi conto. Sei davvero convinto che Dio ti ama fino in fondo? Molti
si tengono lontani dall'Eucaristia perché non credono all'amore di Dio. Tu invece,
làsciati amare da Cristo, làsciati portare da lui fino alle altezze di Dio. Frequentando
Cristo acquisterai un senso nuovo, divino, di tutte le cose, comprenderai che non è
possibile tornare alle bassezze e alle cose vergognose del mondo quando si è stati in
comunione così intima e sublime con Lui!
E tuttavia nessun sentimento di indegnità dovrà trattenerti o impedirti di andare a
riceverlo perché né meriti né virtù possono farti degno di questo dono: Domine, non sum
dignus! Signore, non sono degno...; il tuo è puro amore, soltanto amore, amore gratuito,
dolcissimo, indicibile!

Le nostre disposizioni

Da parte nostra deve, invece, corrispondere il fermo proposito di non ricevere


mai il Signore indegnamente, e di trattarlo bene. Ricorda il tradizionale insegnamento
della Chiesa: per fare una buona Comunione occorre essere in grazia di Dio, sapere e
pensare chi si va a ricevere ed osservare le norme del digiuno eucaristico.
Essere in grazia di Dio: perciò, se occorre, purificare la nostra coscienza da ogni
colpa grave (mortale) con una sincera Confessione sacramentale perché non è giusto far
entrare il Signore in un'anima morta per il peccato; ripugnerebbe al Mistero Pasquale che
viene celebrato nell’Eucaristia, e sarebbe in contraddizione con l'atto stesso che si
compie. Scrive San paolo ai cristiani di Corinto: "Ogni volta che mangiate di questo
Pane e bevete di questo Calice voi annunciate la morte del Signore finché egli venga.
Perciò, chiunque mangia il Pane e beve il Calice del Signore indegnamente sarà reo del
Corpo e del Sangue del Signore".(1 Cor.11, 26-29). Sarebbe una tragica contraddizione
se diventasse nostra condanna Colui che si è immolato per la nostra salvezza.
Sapere e pensare..: cioè trattarlo bene. Non basta sapere; dopo quanto abbiamo
detto fin qui, lo sai bene chi vai a ricevere; occorre “pensare”, occorre cioè riflettere con
lo stupore della fede sulla grande fortuna che ti accade. Se tu fossi in procinto
d’incontrarti con un personaggio famoso, con un grande della terra che vuole concederti
il privilegio della sua amicizia o di qualche importante concessione, come ti sentiresti
fortunato! E con quali disposizioni ti prepareresti a quell’incontro! Ora, qui, ti prepari a
incontrare Colui che ti ha creato, che è il Signore del cielo e della terra, e che ti salvato e
redento col suo sangue; Colui che la Sapienza, la Potenza, la Bontà infinita, e tuttavia ha

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voluto farsi piccolo e umile perché tu lo potessi accogliere come amico, come fratello,
come medico e salvatore della tua anima.
Ti rendi conto allora quanta importanza hanno le nostre disposizioni interiori di
fede, di umiltà e di devozione. Dovremmo fargli trovare, nel nostro cuore, una dimora
accogliente, almeno come quella che trovava a Betania nella casa di Lazzaro con Marta e
Maria. Ma soprattutto ti farai accompagnare dalla Madonna; il Figlio di Dio non trovò
sulla terra una dimora più santa e accogliente di quel cuore verginale e immacolato!

Rito di riconciliazione

Queste disposizioni, tuttavia, non sarebbero sincere e il Signore non potrebbe


entrare in noi se trovasse il nostro cuore chiuso verso i fratelli. "Quando ti avvicini
all'altare e ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te... va prima a riconciliarti
con lui..." (Mt. 5,23). E' questa una condizione indispensabile per ricevere Colui che ha
dato la vita per amore nostro. La comunione sacramentale suppone la comunione
fraterna o almeno il desiderio sincero di realizzarla. Perciò la Liturgia premette, come
preparazione alla Comunione sacramentale, alcuni gesti rituali che hanno lo scopo di far
nascere nel cuore sentimenti di fraternità e di riconciliazione, in modo che diventino un
cuor solo e un'anima sola coloro che spezzeranno l'unico Pane e parteciperanno all'unico
Calice del Signore.
A questo scopo mirano la preghiera del Padre nostro, il rito della pace e la
Frazione del Pane. Quest'ultima ricorda il gesto di spezzare il pane compiuto da Gesù
nell'ultima Cena, e ricorda anche il gesto tipico del padre di famiglia quando distribuisce
il cibo ai figli riuniti intorno alla tavola. E' quindi un gesto che richiama alla fraternità,
alla condivisione, a considerarci tutti "commensali" con Cristo.

Un solo corpo, un solo spirito

Quanto alla preghiera, sappiamo che nulla, tanto meno l'amore fraterno, è
realizzabile senza Gesù. Ora, lui stesso, presente sull'altare, ci guida nella preghiera per
eccellenza, quella propria dei figli di Dio: il Padre nostro. Lo recitiamo in piedi, quasi
per esprimere l'orgoglio santo di saperci figli del Padre che è nei Cieli, con voce chiara e
all'unìsono, come se fossimo una sola persona, un'unica voce. E’ infatti la voce del Cristo
totale: Cristo e il suo Corpo Mistico, la Chiesa.
Solo allora il celebrante ci augura la pace. Non è un augurio vano, come quelli
del mondo; nasce da una promessa di Gesù: "Vi do la mia pace, non come la dà il
mondo io la do a voi..." (Gv.14,27), ed è accompagnato da una preghiera commovente
rivolta a Colui che, Vittima di pace sulla croce, ci ha riconciliati col Padre e tra di noi.
Pensa a queste cose, e il segno di pace che scambi con i tuoi fratelli non sarà
allora una semplice "stretta di mano", spesso un po' fredda e formale, ma un richiamo ad
una più generosa disponibilità verso i tuoi fratelli, e comunque, a deporre dal tuo animo
ogni sentimento di superbia, di rivalità, di invidia, di gelosia, o peggio, di rancore o di
rifiuto verso chiunque ti è prossimo nella vita di ogni giorno.
Questa, di deporre ogni sentimento negativo e di riconciliarsi con il prossimo, è
una cosa estremamente seria, sulla quale Gesù si è mostrato intransigente. Perciò, una
moglie che ha ripudiato il marito, o un marito che ha ripudiato la moglie non potranno
mai accostarsi alla Comunione, e così fratelli di una stessa famiglia che siano in guerra tra
di loro, o colleghi di lavoro, coinquilini, cittadini in lotta tra loro e che non abbiano fatto

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nulla per riconciliarsi, o almeno per liberare il cuore dai risentimenti col proposito di
riparare e di ristabilire la fraternità non potranno aver parte con Cristo nel sacramento
dell’Amore. Del resto, due non potranno rivolgersi a Dio chiamandolo Padre se non si
sentono tra loro fratelli.

Domine, non sum dignus

La Liturgia ci dispone, poi, alla comunione con le note invocazioni: "Agnello di


Dio che togli i peccati del mondo...", e "Signore, non sono degno!...". Avessimo anche
noi la stessa umile semplicità e la fede del centurione romano che strappò l'ammirazione
(e anche il miracolo!) al Signore, e avessimo anche noi la sublime umiltà del Battista che,
indicandoci Gesù, ci ricorda che "Egli deve crescere, io invece diminuire"; (Gv. 3,30) è
necessario che il nostro io diminuisca perché cresca sempre più in noi Gesù; è questo il
segno più sicuro che stiamo ricevendo il Signore degnamente e con frutto.
Pensa allora come dovremmo desiderare la Comunione frequente, magari
quotidiana, ricevuta con le disposizioni che la Chiesa ci suggerisce. E' il “Pane del cielo"
che ci aiuta a percorrere il cammino della santità cristiana e ci porta, a poco a poco, alla
nostra piena trasformazione in Cristo, fino a poter dire un giorno come San Paolo: "...
Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me". (Gal. 2,20)
Anche il sacerdote, nella breve preghiera prima della Comunione, dove non usa il
"noi" della Liturgia, ma parla in prima persona, chiede al Signore di non venir mai meno
alla sua personale unione con Lui: "Signore Gesù, ... per il santo mistero del tuo Corpo e
del tuo Sangue…fa’ che io sia sempre fedele alla tua legge, e non sia mai separato da te".

Con passi d amore

Dopo la comunione del sacerdote, i fedeli si avviano processionalmente verso


l'altare. Anche tu, con passi d'amore, ti unirai agli altri senza distrarti per non sciupare
momenti così belli e intensi. Ricorda le tante volte che, dal giorno della tua Prima
Comunione, hai ricevuto questo dono; come allora, lascia posto nel tuo cuore al
desiderio, all'attesa, alla gioia. Potrebbero farti eco nell'anima le struggenti parole del
Salmo: "...Di te, Signore, ha sete l'anima mia, a te anela il mio cuore...; mi sazierò al tuo
lauto convito e con voce di gioia ti loderà la mia bocca!". (Salmo 42)
Lo svolgimento processionale del rito, oltre che segno escatologico - stiamo
camminando verso il banchetto del cielo - è fortemente significativo del legame intimo
che esiste fra l'amore di Dio e l'amore del prossimo. Circola anche oggi una sottile eresia
laicista che vuole separare l'amore verso i fratelli dall'amore verso Cristo; non lasciarti
ingannare, è una lacerazione assurda perché si tratta di un solo, unico amore: Amatevi
come io vi ho amati.
Nel tuo procedere, lento e raccolto, fianco a fianco di altri fratelli che ricevono
con te lo stesso Corpo di Cristo, avverti che la comunione sacramentale suppone, sì, la
comunione fraterna ma anche la crea e la realizza. Infatti, è la nostra personale unione a
Cristo, come insegna la parabola della vite e dei tralci, che ci fa essere in lui "un solo
corpo e un solo spirito". Un amore del prossimo che non nasca dall'amore di Cristo si
ferma alla pura solidarietà, quando non diventa ingannevole sentimentalismo.
Arrivato all'altare, riceverai con dignità e devozione l'Ostia Santa dalle mani del
Sacerdote. Egli ti dirà, mostrandotela: "Il Corpo di Cristo". Tu, dopo aver risposto
"Amen" - che è la tua professione di fede - aprirai la bocca o stenderai la mano. In

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questo caso, porgerai la mano sinistra, ben distesa e non a forma di conca, con la mano
destra raccoglierai l'Ostia con cura facendo attenzione a non strisciarla sulla mano perché
non si stacchino frammenti che possono andare perduti, e la porterai alla bocca tenendo
sempre la mano sinistra sotto il mento, e solo allora ti allontanerai dall'altare. Queste
precauzioni portano a suggerire, soprattutto per i ragazzi, che spesso sono impulsivi e
precipitosi, e per gli anziani, che non hanno più la mano tanto sicura, a ricevere la
Comunione in bocca, come per tanti secoli ha praticato la Chiesa.

...dimora in me e io in Lui

Tornato al tuo posto, portando dentro di te le Specie sacramentali, segno e luogo


della presenza di Cristo, non sprecare i preziosi momenti che passi con lui perdendoti in
espressioni generiche e impersonali; cerca una vera intimità con Gesù; fuggi l'anonimato,
rivolgiti a lui in prima persona, senza timore o vergogna di dirgli che gli vuoi bene, che ti
dispiace di averlo trattato con freddezza tante volte, che vuoi deciderti a servirlo con più
fedeltà, e poi ... lascia parlare il tuo cuore che non può avere con lui alcun segreto. E se
il tuo cuore non riesce a parlare perché freddo e pesante come una pietra, pensa alla
Madonna, e poi, adagio, con la voce dell'anima, digli: "Signore, ti offro la purezza,
l'umiltà e la devozione con cui ti ricevette la tua Santissima Madre... la fede e il fervore
dei santi". E penserai a tante anime ferite d'amore: Agostino, Francesco d'Assisi,
Tommaso d'Aquino, Teresa d'Avila, Caterina da Siena...; essi colmeranno il tuo vuoto e
la tua freddezza, e quei pochi minuti di silenzio ti sembreranno (lo sono!) troppo fugaci e
troppo brevi.
Qualcuno ti dirà che tutto questo è sterile intimismo; non temere, sono persone
che non capiscono né l'amore divino e nemmeno l'amore umano, soprattutto non
capiscono quelle parole di Gesù: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora
in me e io in lui". (Gv. 6,56)

La Liturgia eucaristica si conclude con la preghiera di ringraziamento dopo la


comunione. E' la terza orazione presidenziale; in essa il sacerdote chiede a Dio che il
sacrificio celebrato porti frutti efficaci e duraturi di salvezza a quanti vi hanno
degnamente partecipato.

***

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CONCLUSIONE DEL RITO

Non avere fretta

Tutta la Liturgia si chiude con un semplice rito di commiato che comprende la


benedizione sul popolo e il saluto del sacerdote celebrante. L'assemblea si scioglie
rispondendo: "Rendiamo grazie a Dio".
Il ringraziamento liturgico di tutta l'assemblea potrebbe continuare nel tuo
personale rendimento di grazie. Non avere fretta. Se puoi, fèrmati alcuni minuti per
dire al Signore quanto hai apprezzato il dono grande che ti ha fatto. Ci sono bellissime
preghiere di ringraziamento dopo la Comunione che la pietà cristiana ci ha tramandato
nei secoli. Usale in modo da occupare tutto il tempo in cui il Signore rimane presente
nei segni sacramentali che hai ricevuto.
La Messa è terminata. Nella chiesa ormai vuota, dove è tornato il silenzio della
Liturgia e già filtra il rumore abituale della vita di ogni giorno, ti sorprendi mentre stai
ancora pensando a ciò che hai "visto e udito".
Quando Mosè scese dal monte dopo essere stato alla presenza di Dio e in intimo
colloquio con lui, la sua anima era trasfigurata e raggiante, e il suo volto pieno di luce.
Ora, la Santa Messa è molto più del Sinai: è l'Eden, l'Oreb, il Golgota, il Monte Sion..., è
l'insieme di tutti i luoghi dove Dio ha cercato l'uomo smarrito e perduto lungo i sentieri
della miseria e del peccato, è la Montagna santa sulla quale Dio ha condotto la sua
creatura per celebrare con lei la Pasqua della pace e della salvezza, preludio all'incontro
nuziale che verrà celebrato nella Gerusalemme del Cielo.
Perciò, uscendo dalla Messa, non puoi ritornare alla tua vicenda quotidiana con la
stessa anima di prima; qualcosa di divino l'ha toccata, l'ha trasfigurata, l'ha fatta vibrare;
non puoi, dunque, tornare alla vita di ogni giorno come se nulla fosse accaduto. Gli
uomini, tuoi fratelli, che ritrovi nelle strade di sempre, dovrebbero accorgersi che hai
vissuto momenti di comunione con Dio.
E in verità, se attraverso il rito liturgico, ci immergiamo nel mistero dell'amore di
Cristo celebrato nell'Eucaristia, il flusso divino della grazia accenderà la nostra anima che
irradierà luce e calore su ogni realtà quotidiana; e prenderà forza in noi quella vita
soprannaturale capace di aprire e orientare ogni lavoro, ogni fatica, ogni gioia, ogni fatto
della vita ordinaria alla lode e alla gloria di Dio.

Unità di vita

Sai come si chiama questa capacità di orientare a Dio tutte le tue attività? Si
chiama “unità di vita”. Essa ha il suo fondamento nel fatto che ogni cosa creata viene da
Dio e trova in Dio il suo perfetto compimento. In altre parole: Dio è il fine ultimo di
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ogni cosa. “Fine ultimo”: perciò non un fine parziale, limitato, condizionato da altri fini;
non un fine parallelo, accanto ad altre intenzioni; non un fine facoltativo o marginale, -
“se mi avanza tempo” o “se ne ho voglia”- e nemmeno un fine così “ultimo” da essere
l’ultimo pensiero al quale dedicarti, magari alla fine della tua vita. Dio è la realtà più
viva, più attuale, più presente in tutte le cose, presente soprattutto negli esseri come noi,
fatti a sua immagine e somiglianza.
Se poi consideri che Dio ha voluto donarci col Battesimo la sua stessa vita,
“divinizzando” la nostra anima con la filiazione divina, puoi comprendere come per noi
cristiani l’unità di vita si realizza a un livello più alto: il livello soprannaturale; dobbiamo
vivere in ogni momento come figli di Dio. La nostra vita deve essere insieme umana e
divina, precisamente come quella di Gesù.
Puoi renderti conto di quanto sia “logica e naturale” una realtà così
soprannaturale come l’unità di vita, se pensi che in noi non ci sono due persone o due
anime. Perciò non abbiamo due intelligenze ma una sola, e così una sola volontà e un
solo cuore. E come con l’unica intelligenza che hai pensi al tuo lavoro, alle persone care,
ai tuoi programmi, così con la stessa intelligenza puoi pensare a Dio e metterlo al vertice
di tutti i tuoi pensieri. Ugualmente con l’unica volontà che hai prendi tutte le decisioni
della tua vita, ma in ordine alla fondamentale decisione di servire Dio come figlio e
compiere con amore la sua volontà. Così pure con l’unico cuore con cui ami i tuoi
genitori, tua moglie e i tuoi figli, i tuoi amici e il tuo lavoro, ami anche Dio, tuo Padre,
Gesù, tuo maestro e redentore, la Madonna che è Madre tua; e questo amore, che è
insieme umano e divino, mantiene nobili, retti e puliti tutti gli altri amori.
Non puoi dunque vivere diviso: Dio e il tuo rapporto con lui da una parte, e le
“tue cose” dall’altra. In Gesù - vero Dio e vero uomo - si trovano la natura umana e la
natura divina, ma unica è la Persona, quella del Figlio di Dio. Così anche in noi: abbiamo
due vite, la vita umana, naturale, e la vita divina, soprannaturale, alla quale partecipiamo
per mezzo della filiazione divina, ma unica è la nostra persona umana che deve vivere in
modo umano e in modo divino, nel modo proprio di un figlio di Dio.
Ebbene, è soprattutto mediante la Messa che puoi realizzare questa preziosa unità
di vita. Nel Sacrificio della Croce Gesù “ha riconciliato in sé tutte le cose, quelle del
cielo e quelle della terra; ha perciò tolto ogni divisione e ogni separazione tra sacro e
profano: tutto dev’essere divino nella nostra vita di figli di Dio.
Se ti sforzerai di vivere la Messa, imparerai a poco a poco, a trovare Dio nel tuo
lavoro, nei tuoi affetti, nelle tue responsabilità civili e sociali, e così la Messa diventerà
per davvero “centro e radice” di tutta la tua vita di cristiano e finirai non solo col dare
luce e calore a quanti ti avvicineranno, ma anche a trasformare in “cammini divini” tutte
le strade della terra.
Che Maria, Madre dolcissima di Cristo, Madre del suo sacrificio redentore, sia sul
tuo cammino e nella tua Messa di ogni giorno.

***

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IL CULTO ALLA SANTISSIMA EUCARISTIA

Il mistero eucaristico ha il suo momento culminante nella celebrazione liturgica


del santo Sacrificio della Messa. Tuttavia è un mistero così grande che non termina nel
suo pur solenne momento sacrificale, perché i segni sacramentali che lo significano ne
prolungano la presenza oltre il rito liturgico, lungo tutto il tempo della giornata e della
settimana.
Durante il cammino degli Ebrei nel deserto, Mosè ebbe da Dio il comando di
erigere al centro dell'accampamento una tenda - tabernaculum - per collocarvi un'arca
tutta d'oro dove conservare le tavole della Legge, la manna e la verga di Aronne, cioè i
"segni" della potenza salvifica di Dio in mezzo al suo popolo. Erano "segni" che
ricordavano le "meraviglie" compiute dal Signore.
Ebbene, noi che siamo il nuovo Popolo di Dio uscito dalle acque del Battesimo è
incamminato verso la Terra Promessa del Cielo, conserviamo al centro dei nostri
"accampamenti" - nelle nostre città - una tenda, un tabernacolo, ben più importante e
prezioso, che contiene non i simboli della nostra salvezza, ma la realtà stessa che ci salva:
l'Umanità Santissima di Gesù sacrificata per noi.
Pensa, allora, alle decine di tabernacoli disseminati nelle nostre città e nelle
campagne (quanti ne incontri nel tuo tragitto quotidiano?); lì è presente il Signore,
nostra Salvezza, Manna discesa dal cielo per nutrirci di vita eterna. E' presente lì a
pochi metri dalle nostre strade e dalle nostre case, a due passi dalle scuole, dagli uffici e
dai negozi dove scorre la nostra vita quotidiana. Rènditi conto che il Signore vive
davvero con noi, in mezzo alle nostre vicende di ogni giorno e che si realizzano alla
lettera quelle parole di Gesù: "Non vi lascerò soli..., sarò con voi tutti i giorni fino alla
fine del mondo" (Mt. 28,20).
Diventano, allora, segno di cecità imperdonabile e di incomprensibile
superficialità, l'indifferenza con cui viviamo vicino a lui o la sbadataggine con cui gli
passiamo tante volte accanto senza mai pensarci. Non possiamo comportarci così;
dobbiamo proporci di andare ogni giorno a visitarlo nel tabernacolo dove è custodito,
anzi dove si è fatto "prigioniero per amore". Cerca di intrattenerti qualche minuto con lui
per dirgli, in confidenza, quello che hai nel cuore, per adorarlo e rendergli grazie, per
riparare tante cose piccole e grandi della tua vita. Chiedigli luce e forza per essere
perseverante e vittorioso nelle tue battaglie interiori.
Infine, ricorda che in molte chiese viene fatta ogni domenica l'esposizione
eucaristica e la solenne benedizione col Santissimo Sacramento. Quando ti è possibile,
specialmente nelle solennità, cerca di assistervi; avrai modo di rinnovare la tua fede con
l'inno che per secoli generazioni di credenti hanno elevato all'Eucaristia: Tantum, ergo,
Sacramentum, veneremur cernui..., e la benedizione del Signore sarà su di te come la
"nube luminosa" che accompagnò il popolo eletto lungo il suo cammino nel deserto.

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PREGHIERE

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AVE VERUM

Ave verum Corpus natum Salve, o vero Corpo


de Maria Virgine! nato da Maria Vergine!
Vere passum, immolatum Umiliato e immolato
in cruce pro homine. Sulla croce per gli uomini
Cuius latus perforatum Dal tuo fianco perforato
fluxit acqua et sanguine; sgorgò sangue ed acqua;
Esto nobis praegustatum sii per me in vita e in morte
mortis in exanime. cibo amabile e desiderato.
O Jesu dulcis, o Jesu pie, O Gesù dolce. o Gesù pio,
O Jesu, fili Mariae! O Gesù, Figlio di Maria!

PREGHIERE IN PREPARAZIONE ALLA SANTA MESSA

(Dall'antica Liturgia del Messale Romano)

Salirò all'altare di Dio,


il Dio della mia gioia,
il Dio che rinnova e allieta
la mia giovinezza!

Signore, tu sei il Dio della mia difesa,


perché mi respingi?
Perché lasci che io vada con tristezza,
oppresso dai miei nemici?

Manda in me la tua luce e la tua verità;


siano esse a guidarmi,
mi portino al tuo santo monte,
alla tua santa dimora.
Verrò al tuo altare, o Signore,
a te che sei il Dio della mia gioia;
a te canterò con la cetra,
con l'arpa del mio cuore,
o Dio, mio Dio! (dal Salmo 42)

***
O Dio, tu sei il mio Dio,
fin dall'aurora io ti cerco,
perché di te ha sete l'anima mia,
a te anela la mia carne
come terra deserta, arida, senz'acqua!
Così vengo a cercarti nel tuo santuario,
per contemplare la tua potenza e la tua gloria,
perché la tua grazia vale più della vita
e le mie labbra diranno sempre la tua lode.
(dal Salmo 62)

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ATTO DI OFFERTA

Padre santo, per mezzo del Cuore Immacolato di Maria, Madre della Chiesa e
Regina del mondo, ti offro il sacrificio che Gesù, tuo figlio diletto, ha compiuto sulla
croce e che ora rinnova su questo altare per le mani del suo ministro.
Te lo offro a nome di tutte le creature, unito alle intenzioni del Santo Padre e di
tutti i sacerdoti che oggi nel mondo celebrano questo santo e mirabile sacrificio.
Ti offro me stesso, le mie intenzioni e quelle di tutti i miei cari, invocando per il
mondo intero la salvezza e la pace. Così sia.

Ricevi, o Signore, e prendi tutta la mia libertà. Ti offro la mia memoria, la mia
intelligenza, la mia volontà. Tutto ciò che possiedo me lo hai dato tu, è dono del tuo
amore; tutto questo io ti consegno e metto a disposizione della tua santissima volonta
perchè tu ne disponga secondo il tuo beneplacito. Solo ti chiedo il tuo Amore e la tua
Grazia; saranno tutta la mia ricchezza e l'unico mio bene.

Preghiera a San Giuseppe. O beato Giuseppe, uomo felice e benedetto, che hai
avuto il privilegio non solo di vedere Colui che molti re desiderarono vedere e non
videro, udire e non udirono, ma anche di abbracciarlo, baciarlo, vestirlo e custodirlo,
ottienimi con la tua intercessione di servirlo degnamente, con purezza di cuore e santità
di opere. Egli, Figlio della Vergine Maria tua sposa, si è affidato alle tue cure e al tuo
amore di padre; ora fa’ che anch'io possa ricevere degnamente il suo Corpo e il suo
Sangue, così da meritare in futuro la vita eterna. Egli è Dio, e col Padre e con lo Spirito
Santo, vive e regna per tutti i secoli dei secoli. Amen.

***
PREGHIERE DOPO LA SANTA MESSA

Anima di Cristo, santificami.


Corpo di Cristo, salvami.
Sangue di Cristo, inebriami.
Acqua del costato di Cristo, lavami.
Passione di Cristo, confortami.
O buon Gesù, esaudiscimi.
Dentro le tue piaghe, nascondimi.
Dal nemico maligno difendimi.
Non permettere che io mi separi da te.
Nell'ora della mia morte chiamami.
Comandami di venire da te
per lodarti con tutti i tuoi santi
nei secoli dei secoli. Amen

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Eccomi, o mio amato e buon Gesù, che alla santissima tua presenza prostrato, ti prego
col fervore più vivo di stampare nel mio cuore sentimenti di fede, di speranza, di carità,
di dolore dei miei peccati e di proponimento di non offenderti mai più, mentre io con
tutto l'amore e con tutta la compassione vado considerando le tue cinque piaghe,
meditando ciò che disse di te, o Gesù mio, il santo Profeta Davide: "Hanno trapassato le
mie mani e i miei piedi, hanno contato tutte le mie ossa".

Signore Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo, che per la volontà del Padre e con l'opera
dello Spirito Santo morendo hai dato la vita al mondo, per il santo mistero del tuo Corpo
e del tuo Sangue liberami da ogni colpa e da ogni male, fa che sia sempre fedele alla tua
legge e non sia mai separato da Te. (Dal rito della Messa)

Preghiera alla Madonna. O Maria, Vergine e Madre Santissima, ho ricevuto ora il tuo
Figlio diletto; tu lo hai concepito nel tuo grembo immacolato, lo hai dato alla luce e lo
hai nutrito al tuo petto, lo hai tante volte abbracciato con tenerissimo amore.
Ora sono io che, con tutto l'affetto e l'umiltà, lo affido alle tue braccia: voglio
amare col tuo cuore Colui che è stato la gioia dei tuoi occhi e la delizia del tuo sguardo;
ti prego di offrirlo alla Trinità Santissima come atto della mia totale adorazione; egli è la
tua gloria e il tuo vanto, sia per me e per le necessità di tutto il mondo potente e
misericordioso intercessore.
Madre mia piissima, ti prego: ottieni il perdono di tutti i miei peccati, la grazia di
servire d'ora innanzi il tuo Figlio Gesù con più generosa fedeltà, e infine la perseveranza
finale perché io possa un giorno contemplarlo e lodarlo con te per tutti i secoli dei secoli.
Amen

Preghiera a San Giuseppe. O San Giuseppe, Custode di vergini e Padre, alla tua
premurosa fedeltà è stata affidata la stessa Innocenza: Gesù Cristo e la Vergine maria;
per l'amore che ti ha unito a questi due Tesori ti supplico con tutto il cuore: fà che, libero
da ogni macchia, io possa servire Gesù e Maria con castità, con integrità di cuore e con
purezza di spirito, oggi e per tutti i giorni della mia vita. Amen.

Preghiera a San Michele Arcangelo. O Arcangelo San Michele, difendici nella lotta;
contro le perfide insidie del demonio sii nostro presidio. "Lo respinga Iddio!",
imploriamo supplichevoli. E tu, principe delle schiere angeliche, con la forza di Dio
ricaccia nell'inferno satana e gli altri spiriti del male che si aggirano nel mondo a rovina
delle anime. Amen

PREGHIERE PER LA VISITA AL SS.mo SACRAMENTO

73
- Sia lodato e ringraziato ogni momento,
- il Santissimo e divinissimo Sacramento

Padre nostro, Ave Maria, Gloria (tre volte)

Comunione spirituale. Vorrei, Signore, riceverti con la purezza, l'umiltà e la devozione


con cui ti ricevette la tua Santissima Madre, con lo spirito ed il fervore dei Santi.

Preghiera di Sant'Alfonso

Signore mio Gesù Cristo, che per l'amore che porti agli uomini, te ne stai notte e
giorno in questo sacramento tutto pieno di pietà e di amore, aspettando, chiamando e
accogliendo tutti coloro che vengono a visitarti, io ti credo qui presente nel sacramento
dell'altare, ti adoro nell'abisso del mio niente e ti ringrazio per tanti doni che mi hai fatto:
specialmente di avermi dato te stesso in questo sacramento, di avermi dato per avvocata
la tua santissima Madre Maria, e di avermi chiamato a visitarti in questa chiesa.
Benedico, o Gesù, il tuo Cuore amantissimo, e voglio salutarlo con questi tre fini:
primo, per ringraziarti di questo grande dono; secondo, per compensarti di tutte le
ingiurie e le profanazioni che ricevi in questo sacramento; terzo, intendo con questa visita
adorarti in tutti i luoghi della terra dove tu, nel tabernacolo, te ne stai meno riverito e più
abbandonato. Gesù mio, io ti amo con tutto il cuore; mi pento di avere, nel passato,
tante volte disgustato la tua bontà infinita. Propongo, con la tua grazia, di non offenderti
più per l'avvenire; e ora, così miserabile come sono, mi consacro tutto a te, ti dono e ti
consegno tutta la mia volontà, gli affetti, i desideri e tutte le cose mie. Da oggi in avanti
fa di me e delle mie cose tutto quello che ti piace. Solo ti chiedo, e voglio, il tuo santo
amore, la perseveranza finale, l'adempimento perfetto della tua volontà.
Ti raccomando le anime del Purgatorio, specialmente le più devote del Santissimo
Sacramento e di Maria Santissima. Ti raccomando ancora tutti i poveri peccatori che
vivono nel peccato. Unisco, infine, Salvatore mio caro, tutti gli affetti miei agli affetti del
tuo amorosissimo cuore, e così uniti li presento al tuo eterno padre, e lo prego che in tuo
nome e per tuo amore, li accetti e li esaudisca. Amen

INNO DI SAN TOMMASO D'AQUINO

Adoro te devote, latens Deitas,


quae sub his figuris vere latitas:
tibi se cor meum totum subiicit,
quia, te contemplans, totum deficit.

Devotamente io ti adoro, Dio nascosto,

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che sotto questi segni a noi ti celi.
Tutto il mio cuore a te si abbandona
perché nel contemplarti in te si perde.

Visus, tactus, gustus in te fallitur,


sed auditu solo tuto creditur;
credo quidquid dixit Dei Filius:
nihil hoc verbo veritatis verius

La vista, il tatto, il gusto non ti intendono,


solo la tua parola fa sicura la mia fede.
Credo tutto ciò che disse il figlio di Dio
niente più vero di questo Verbo di Verità.

In cruce latebat sola Deitas


at hic latet simul et humanitas:
ambo tamen credens atque confitens;
peto quod petivit latro poenitens.

Sulla croce era nascosta la sola divinità,


ma qui anche l’umanità è nascosta;
l’una e l’altra credendo e confessando
chiedo ciò che chiese il ladrone pentito.

Plagas, sicut Thomas, non intueor,


Deum tamen meum te confiteor:
fac me tibi semper magis credere,
in te spem habere, te diligere.

Come Tommaso non vedo le tue piaghe,


eppure ti confesso mio Dio.
Fa’ che in me si accresca sempre più la fede,
la mia speranza e il mio amore per te.

O memoriale mortis Domini,


Panis vivus, vitam praestans homini:
praesta meae menti de te vivere,
et te illi semper dulce sapere.

O memoriale della morte del Signore,


Pane vivo che dai la vita all’uomo,
fa che la mia mente viva di te,

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e gusti sempre il tuo dolce sapore.

Pie pellicane, Jesu Domine,


me immumdum munda tuo Sanguine
cuius una stilla salvum facere
totum mundum quit ab omni scelere.

O pio pellicano, Gesù Signore,


me immondo monda col tuo Sangue
di cui una sola stilla può salvare
il mondo intero da ogni delitto.

Jesu, quem velatum nunc aspicio


oro fiat illud quod tam sitio
ut te revelata cernens facie,
visu sim beatus tuae gloriae. Amen

Gesù, che adesso adoro sotto un velo,


fa’ che avvenga presto ciò che bramo:
che nel contemplarti faccia a faccia,
io possa godere della tua gloria.
Amen

BENEDIZIONE COL SANTISSIMO SACRAMENTO

Pange, lingua, gloriosi Il mistero dell’amore


Corporis misterium, ogni lingua celebri:
Sanguinisque pretiosi canti il Corpo glorioso
quem in mundi pretium ed il sangue inclito
fructus ventri generosi per noi sparso dal Signore
Rex effudit gentium. re di tutti i popoli.

Nobis datus, nobis natus A noi dato, per noi nato


ex intacta Virgine da intatta Vergine:
et in mundo conversatus, la parola ci ha lasciato
sparso verbi semine, che salvezza germina
sui moras incolatus e la vita sua concluse
miro clausit ordine, con stupendo ordine.

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In supremae nocte coenae Nella notte della Cena
recumbens cum fratribus, Cristo nostra vittima
observata lege plene, celebrando la sua Pasqua
cibis in legalibus, in fraterna agape
cibum turbae duodenae dà sé stesso come cibo
se dat suis manibus. per nutrire i dodici.

Verbum caro, panem verum Ecco, il Pane si fa Carne


verbo carnem efficit; nel banchetto mistico,
fitque sanguis Christi merum. si trasforma il vino in sangue
etsi sensus deficit: nel mistero altissimo;
ad firmandum cor sincerum, non i sensi ma la fede
sola fides sufficit. dà certezza all’anima.

Tantum ergo sacramentum Adoriamo il Sacramento


veneremur cernui: Che Dio Padre ci donò.
et antiquum documentum Nuovo patto,nuovo rito
novo cedat ritui: nella fede si compì.
praestet fides supplementum Al mistero è fondamento
sensuum defectui. la parola di Gesù.

Genitori, Genitoque Gloria al Padre Onnipotente


laus et jubilatio, Gloria al Figlio Redentor,
salus, honor, virtus quoque Lode grande, sommo onore
sit et benedictio: all’eterna Carità,
procedenti ab utroque Gloria immensa, eterno amore,
compar sit laudatio. Amen alla Santa Trinità. Amen

- Hai dato loro un pane disceso dal cielo.


- Che porta in sé ogni dolcezza

Preghiamo: Signore Gesù Cristo, che nel mirabile Sacramento dell’Eucaristia ci


hai lasciato il memoriale della tua Pasqua, fa che adoriamo con viva fede il santo mistero
del tuo Corpo e del tuo Sangue, per sentire sempre in noi i benefici della redenzione. Tu
che vivi e regni nei secoli dei secoli. - Amen

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INDICE
PRESENTAZIONE .... .. . pag. 3

LA PREGHIERA NELLA VITA DEL CRISTIANO


§ A voi che non pregate pag. 8
§ A voi che pregate solo nel bisogno .. pag. 9
§ A voi che pregate un po stancamente pag. 10
§ esempio di Gesù .. pag. 12
§ Gesù orante: maestro di orazione pag. 13
§ Pregare con Gesù, in Gesù, per mezzo di Gesù . pag. 16
§ La preghiera nelle religioni .. . pag. 17
§ Pregare è consegnarsi a Dio .. pag. 21
§ Preghiera e Comandamenti . pag. 22
§ Preghiera e Sacramenti pag. 26
§ Necessità della preghiera pag. 28
§ Preghiera e vita soprannaturale .. .. pag. 30
§ La fede come sorgente di preghiera . pag. 31
§ La preghiera fonte di fede pag. 33
§ Preghiera e testimonianza pag. 35
§ Nostalgia di Dio e preghiera . pag. 37
§ La preghiera rimedio alla solitudine pag. 39
§ Possiamo pregare dovunque .. pag. 42
§ La preghiera nelle nostre case .. pag. 43
§ I momenti della preghiera . pag. 45
§ La preghiera del mattino pag. 46
§ La preghiera della sera .. pag. 47
§ orazione mentale . pag. 49
§ Pregare con la Parola di Dio .. . pag. 51
§ La preghiera più grande: la Santa Messa .. pag. 54
§ Pregare Maria, nostra Madre . pag. 57
§ Preghiera e unità di vita pag. 59
§ La preghiera di lode .. .. pag. 61
§ La preghiera di ringraziamento .. pag. 63
§ La preghiera di riparazione .. . pag. 66
§ La preghiera di domanda . pag. 68
§ Chiedere con fede .. . pag. 69
§ Chiedere in unione con la Chiesa pag. 70
§ Chiedere con umiltà .. pag. 72
§ Chiedere con perseveranza . pag. 73
§ Chiedere certi di ottenere .. pag. 74
§ Il fascino della figura di Gesù .. pag. 76
§ Preghiera: fonte di gioia pag. 77

IL TESORO DELLA S. MESSA NELLA VITA DEL CRISTIANO

PRESENTAZIONE ... .. pag. 80


INTRODUZIONE .. . pag. 83
PREMESSE .. pag. 87

§ Persone per bene .. . pag. 87


§ La vita cristiana pag. 88
§ Il piano divino della salvezza .. pag. 89
§ Nella Chiesa e mediante la Chiesa .. ... pag. 90
§ Grazia santificante .. pag. 92
§ Il dono divino pag. 92

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§ Centro della vita cristiana pag. 93
IL PRECETTO ... .. pag. 94

§ Libertà: dire di sì al Signore pag. 94


§ La fede è obbedienza .. .. pag. 95
§ Obbedienza di creature .. pag. 96
§ Obbedienza per amore .. pag. 97
LA PREPARAZIONE ALLA SANTA MESSA .. pag. 98
§ Ostacoli alla vera pietà .. pag. 98
§ Preparazione remota .. .. pag. 99
IL RITO LITURGICO .. .. pag. 102
§ Struttura dei Sacramenti . pag. 102
§ Riti d introduzione ... .. . pag. 103
§ Siamo Chiesa .. pag. 104
§ La Messa: azione di Cristo . pag. 105
§ Giorno del Signore - Giorno della Chiesa .. .. pag. 106
§ Il comportamento nella partecipazione . pag. 108
§ altare pag.109
§ Atto penitenziale .. .. . pag. 110
§ Inno di gloria .. pag. 111
LITURGIA DELLA PAROLA ... pag.
.. 113
§ Parola di Dio, Parola del Signore pag. 113
§ Ascolto . pag.114
§ Proclamazione del Vangelo . pag. 115
§ Omelia: atto ministeriale pag. 116
§ Il momento dell umiltà .. .. pag. 117
§ Il buon terreno della Parola . pag. 117
§ Il Credo : un unica fede pag. 118
LITURGIA EUCARISTICA .. .. pag. 121
§ Nel nome e nella persona di Cristo pag. 121
§ ... Nella notte in cui venne tradito .. ... pag. 122
§ Preparazione delle offerte ... pag. 123
§ I fini della Messa ... pag. 124
1) - L adorazione .. pag.125
2) - Il ringraziamento .. pag. 127
3) - La propiziazione .. .. pag. 128
4) - L impetrazione .. pag.130
§ La preghiera sulle offerte pag. 131
§ La Preghiera Eucaristica ... pag. 132
1) - Invocazione sulle offerte ( epìclesis ) pag. 133
2) - La Consacrazione .. pag. 135
3) - Memoria ( Anàmnesi ) .. pag. 138
§ La Comunione Eucaristica .. pag. 141
§ Le nostre disposizioni .. .. pag. 142
§ Rito di riconciliazione ... pag. 144
§ Un solo corpo, un solo spirito .. pag. 145
§ Domine, non sum dignus .. ... pag. 146
§ Con passi d amore .. ... pag. 147
§ ... Dimora in me e io in Lui pag. 149
CONCLUSIONE DEL RITO .. .. .. pag. 151
§ Non avere fretta .. ... pag. 151
§ Unità di vita ... pag. 153
IL CULTO DELLA SANTISSIMA EUCARISTIA .... pag. 156

79
PREGHIERE pag.159

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