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Epicurea Author(s): Adelmo Barigazzi Reviewed work(s): Source: Hermes , 81. Bd. , H. 2 (1953),

Epicurea Author(s): Adelmo Barigazzi Reviewed work(s):

Source: Hermes, 81. Bd., H. 2 (1953), pp. 145-162 Published by: Franz Steiner Verlag

Accessed: 25/07/2012 09:08

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ADELMOBARIGAZZI:Epicurea

I45

Das weitere Eingreifen des Chors in die Trag6die beschrankt sich darauf, mit Teilnahme den Wehklagen seines geliebten, unglicklichen Herrschers zu lauschen und lyrisch die gleichen Empfindungen hervorzurufen,stets in inniger seelischer Verbundenheit mit dem groBen Konig, der ihm einst die Rettung und jetzt das Unheil brachte.

Neben diesem asthetischen Ergebnis, namlich der Bestatigung der aristote- lischen Auffassung, daB bei Sophokles der Chor eine wirkliche Person des

Dramas

darstellt,

anders als bei Euripides',

ergibt

sich aus dieser Auslegung

des Stasimon noch eine ethisch-philosophische Folgerung. Dann spricht nam- lich der Chor kein einziges Wort des Tadels gegen Oedipus, weder wegen Handlungen, die er auf der Btihne begangen hat, noch wegen frtihererTaten und noch weniger wegen seines Sturzes und Ungliicks. Natuirlich begeht Oedipus Fehler, und als tragischer Held muJ3er sie begehen, um die drama- tische Handlung zu f6rdern. Der Gegensatz zwischen seinem beschrankten Wissen und dem umfassenden Wissen der Gottheit und der Orakel ermoglicht den Konflikt, wie gewohnlich in der Struktur des sophokleischen Dramas2. Aber Oedipus' Unglick ist etwas ganz anderes; es hat sich bereits erfillt und wird jetzt lediglich enthuillt. Es erregt in allen das Gefuihldes Mitleids, der Sorge, ja der Furcht um das eigene Schicksal, aber niemals Tadel, Verachtulng oder HaB. Und das lIdt uns ein zu ilberlegen, ob und inwiefern Oedipus Rex eine Schicksalstragodie ist. Aber dies ist nicht der Ort, eine so interessante Frage zu erortern.

Loyola,

Spanien

Ep. ad Men. I23

sg.

aoelg

IGNACIO ERRANDONEAS. I.

EPICUREA

be' ovX o Tov tCiv no)l.cov Oeov'gavate&v,

a 6A'oTasgTv no,C)iovMd$a;jolg neoaaztrwv. oV yae neo4yetg dotV alU'

v70o2LIppeug p8vb58i at Tcov 7xo2AJv V''e tOe3v a&7oqcaietg. 0vtkevai [eytorat flAaflatt atTtat TOg xawolg ex ?)ov ca'yovTat xat d9 e6tat. Tat5 yae l6latg oixltoVitEvot btad xavrogae8ralg TOVAo4oovg &no6eXovTat, naV TOj) TOtOV-

TOV05

&aaoTetovvO/dOVTEg.

1

Elvat

2

Ars Poet., cap. XVIII: Tov Xoeov6d &va6eF vko{a#&eTv &Ov

VnoXQtTCOv, gat ,o'Qtov

Toj

Gov,

xat' avvaywvEC8or0at,

Gottliches

y?) cooSrse E3Qetd6,n, aAA'

ci)oreq Z

oxAd- Kieler Univers. -

HANS DILLER,

und menschliches Wissen

bei Sophokles,

Reden

H.

i,

1950.

I46

ADELMO

BARIGAZZI

I1 luogo e evidentemente corrotto, ma non tanto quanto si crede comune- mente. Ho dato il testo del VON DER MUHLL,per non lasciarci impressio-

nare in anticipo dalle opinioni altrui. l26 flat roig xaxolg suggerisce facil- mente per antitesi dqi)etat (<rolgdyaaoIg>. Lo sospetto AMBROSIUS TRAVER- SARIUS e il GASSENDIlo introdusse nel testo. L'USENERaccett6 la cosa come

evidente

e corresse a1'rtatin rE, ponendo punto (praef. p. XX-XXI) davanti

a evthev,invece della semplice virgola del testo tradizionale, e confrontando

per il senso Lucr. 6, 68 sgg. Tale riferimento e giusto: anche gli Epicurei am- mettono che dagli dei derivino dei danni e dei vantaggi, non nel senso degli avversari, specialmente Stoici, ma in rapporto alla vOaltg TJovVeCov:le false opinioni che gli uomini hanno degli dei, quali signori dei fenomeni celesti e dispensatori di beni e di mali secondo i meriti di ciascuno in vita e dopo morte,

turbano gli animi con paure e speranze, impedendo cosi di accogliere con tranquillit,i e serenita quei simulacradivini, che sono fonte di grandissimibeni. Infatti, come dalla contemplazione d'ogni piacere il saggio epicureo riceve grande gioia, cosi, in modo particolare, dalla contemplazione della beatitudine degli dei riceve una gioia grandissima, quasi divina, perche in essa egli vede

il modello della felicita che cerca di attuare nella sua vital. Come si vede, dal

passo di Lucrezio risulta che l'antitesi consiste tra i saggi epicurei e i non

saggi epicurei, non fra buoni e cattivi nel senso comune, qualsiasi opinione abbiano essi degli dei. Altrimenti si dovrebbe accettare questa equazione:

come non possono essere improbi coloro che hanno una retta opinione degli

dei, cosi i

buoni nel senso comune, i bene morati come dice 1'USENER(praef.

XXI), non possono avere che una retta opinione degli dei. Ma i bene morati possono ugualmente pensaredi dio cose disformialla sua natura beata (v. DIANO, Epicuri ethica, p. I05). E appunto gli Stoici e gli altri filosofi, che praticavano

e predicavano la virtiu in vista dei danni o dei premi della divinitA, saranno apparsi dei bene morati agli occhi di Epicuro, ma erano anch'essi combattuti

per la loro falsa rappresentazione di dio2. Tutti

credono nell'intervento di dio nelle cose del mondo, ricevono danni, quali piu

quali meno, ma sempre gravi. Dunque il contrasto fra xaxol e ayaot( e da scartare. Eppure su questo equivoco si fondano la lezione e la spiegazione

della maggior parte degl'interpreti, che hanno citato a riscontro non pochi

passi

loro risposte alle critiche mosse da altri e apparsala debolezza del fondamento.

coloro,afferma Epicuro, i quali

epicurei atti piiu a confondere che a chiarire le idee. Ma proprio dalle

1 Per la dottrina

vedi ancora Philod.,

de piet.

p. 86,

I3

GOMPERZ, ib. 148, 1; Cic., de

nat. deor. I, I9, 49; Atticus ap. Euseb., praep. evang. XV, 5, 8oo A (= fr. 385 Us.). Questi

luoghi sono raccolti dal DIANo nella sua edizione Epicuri Ethica, p. I05 sgg., compreso il

passo di Lucrezio, al quale fa riscontro quasi perfetto Porph., ad Marc. i8 oV XoACo#e'VTeg

oeoi

fla

'AAOVA'v, a

dyvo#'vTeg

(v. SCHMID, Rhein. Mus. 94, 1951,

97 sg.).

2 Una polemica contro i filosofi e i poeti e tutto

il De pietate di Filodemo

(v. DIANO, St.

It. Fil. Cl., n. S. T2, T935, 70, n. I).

Epicurea

I47

Cosi al BIGNONE,che nell'EPicuroaveva sviluppato la spiegazione dell'UsENER accettandone il testo e facendo soggetto dell'ultimo periodo gli ayato4, e

aveva tradotto rolm xaolg <(aglistolti e malvagi# e roig aya?olg (ai buoni e saggi ), il BAILEY (nel suo Epicuro del I926) e il RYBA (Philol. Woch. 1930,

86I, 862) obiettarono che (dsaggi))e

ne si pub dare a maxote &yafkilun tal significato. E il BIGNONE,rispondendo alle critiche (St. It. Fil. Cl. I932, 89 sgg.), osservo che xaxog significa anche

((dappoco)) e dyabOg <(prestante)). Ma il DIANO (ib. 1935, 70) ribadiva che, in

ultima analisi, in quell'interpretazione, i saggi diventano gli epicurei, gli stolti

<<glistolti# sono un'introduzione arbitraria

i non epicurei. Ma questa identificazione non e accettabile (v. p. I46) e la con- trapposizione %axot-dayaN1i6 6 da respingere. L'unico modo di mantenerla con-

siste

nel riferire tutto

il pensiero

vtvOev-Jq(peUtat alle

&wop96.cetg dei

no,2ol,

secondo il senso tradizionale a cui e tornato il BAILEY,per il quale soggetto dell'ultimo periodo sono ancora oi'oA2ol o gli uomini in generale. Ma cosi Epicuro concluderebbe la breve trattazione sugli dei senza indicare la sua teoria circa i vantaggi e i danni che provengono realmente da quelli, asserendo

semplicemente che quella dei

basata sul fatto che ognuno pensa secondo le proprie abitudini e costumi. Ora e chiaro quanto sia opportuno, per non dir necessario, che quell'insegna- mento compaia e chiuda, in opposizione al pensiero degli avversari, la breve

sezione teologica. E'quindi da credere, anche per questo, che l'ultimo periodo contenga un pensiero proprio della dottrina epicurea. Come debba essere inteso, si vedrh in seguito; intanto voglio notare che i critici, per evitare l'uno o l'altro dei due scogli, hanno accolto in parte e modi- ficato or l'una or l'altra spiegazione. Cosi il RYBA (art. cit.) comunicando la sua proposta #26f,at <Kxai>ataxta (((danni fisici>)) respingeva l'antitesi -roi

danni e dei vantaggi 6 una credenza dei o,22oi,

eaxolg (da correggere in roig dv#Q0otg

col LEOPOLD,Mnemosyne 43, I915,

282, o meglio in -roig nobZoi) - <roig dyaao!g>, riferiva v'ev, anziche ad

anodac;tg, alle voAry4yet;vEev6eTg (= .(per il fatto che nei noRoi' Si tratta

di presunzioni fallaci>), ma, insieme al BAILEY, faceva otl go2to soggetto di

otXetovyevot

dgod i%ovrat.Viceversa il

PHILIPPSON

(Philol. Woch.

I93I,

6I-63), respingendo la proposta atxtat del RYBA, difendeva con 1'USENERe il

BIGNONEil contrasto -roig xaxoig

-

<Tolg

dyaWolg>giustificandola caduta

dell'ultimo per aplografia rispetto al raig che segue, ma considerava soggetto

dell'ultimo periodo gli dei. E il JENSEN nel I933 (Ein neuerBrief Epikurs, p. 79)

da una parte accettava l'atxtdatdel RYBA, ma manteneva -roigxaxolg e riferiva

Evtkevad a;roqcda8t;, dall'altra accettava dal PHILIPPSONgli dei come sog- getto di d7ro3Exovrat:<(denndie Gotter sind immer nur mit ihren eigenen Vorziigen (daesrag) vertraut (oix?toV4evot) und nehmen deshalb auch nur die Menschen an, die ihnen ahnlich sind, wahrend sie alles, was nicht so ist, als etwas Fremdes ansehen> (cfr. Philod., de dis III, col. I, 7 DIELS, col. I4, 4). L'ultimo periodo non spiegherebbe 'vi2ev - cObq2etat, ma Elxav V'oiotA

148

ADELMOBARIGAZZI

V608eg. Per questo 6 possibile al critico rifiutare l'aggiunta Toi4 ayafolg e conservare Tosg xaxolg, riferendo a questi non solo le flAdflat, ma anche, con

efficace ironia, le ()OTCUetat, come opinione dei ;ro2Uoi.

La cosa piiuseria che e stata obiettata all'interpretazione del JENSEN e che

si riferisce anche a quella, anteriore, del PHILIPPSON, riguarda l'ultimo periodo, che conterrebbe l'ammissione, contro il principio deos securum agere aevum, dell'intervento diretto di dio nelle cose umane (v. BIGNONE, art. cit. 94 sgg.;

DIANO,art. cit. 78 sgg.); e, per quel che io so, nessuno in seguito ha ripresentato gli dei come soggetto di quel periodo. Solo molto recentemente W. SCHMID,ill

un

ampio studio sulla dottrina epicurea dell'o6uoicnrtg OE4 (Gdtterund Menschen in der Theologie Epikurs, Rhein. Mus. 94, I95I, 97-I56), ha ripreso quell' opinione, cercando di confermarla con vari argomenti. Vedremo in seguito quel che, secondo noi, si pu6 accettare o rifiutare di tale interpretazione; per ora notiamo che lo SCHMIDha corretto vo4ttCovreg in t64oei4ovreg e, per cio

che precede, si 6 staccato dal JENSEN non tanto perche corregge in maniera

diversa

la frase

corrotta

at'-rtat zol;

xaxolg

in (Ad

flat) <avv>ahtat

'roTg xaxo

g

<xaxK6v>, quanto perche non riferisce xat 6wpt'2tat a To!g xazogo, e quindi non all'opinione volgare, sebbene vOtev sia riferito alle v'no2ipyet; pe8v&lg (p. II8

allo

<das Vorliegen von Vkiio2e tvelg ist der Grund, weshalb

>),

scopo di avere una stretta connessione con l'ultimo periodo. Ma per impedire

quel riferimento, non basta inserire xax6ovdopo xaxoig (p. 121) o segnare la

distinzione con una lineetta nella traduzione davanti a xa' dq2etatll: sarebbe necessaria una maggiore chiarezza d'espressione. Accettano la spiegazione del BAILEY, nella sostanza, il GIGON (Epikur, Zurich I949, XLV) e il MEWALDT(Epikur, Philosophie der Freude, Stuttgart 1950, 38). I1 FESTUGIEREinvece (Epicure et ses dieux, Paris I946, 85 sgg.) 6 tornato all'antitesi xaxot'- ayaotoi, facendo questi ultimi soggetto di aibo-

b8'xovrat2 .

Una via nuova ha seguito il DIANO, giungendo a conclusioni assai gravi per il testo. Dapprima in una non breve trattazione del I935 (St. It. Fil. Cl., pp. 63-80) cerco di chiarire i numerosi passi di Filodemo citati, non raramente in modo arbitrario, a sostegno di questa o quella opinione, sollevando nuove difficolta circa la costituzione del testo. Dieci anni dopo, nell'edizione degli scritti etici di Epicuro, ha respinto decisamente l'aggiunta Tolg dya&oTg per i motivi per i quali noi stessi crediamo che essa debba essere rifiutata (v. p. I;

anche PARATORE, Ann. Sc. Norm. Pisa i6, 1947, I47, n. 2), ha ribadito la con-

1

P.

I20

?(unde fit, ut

maxima

detrimenta

malis mala afferentia a dis adveniant -et

beneficia item: nam di propriis virtutibus continuo dediti similes sui in societatem divinam admittunt, omne quod huiusmodi non est tamquam alienum excludentes #.

dall'ERNouT (traduzione della lettera a Meneceo

nell'introduzione al commento a Lucrezio), come mostra chiaramente -raig deerai inteso

come dativo strumentale nell'uno e nell'altro, in ci6 seguiti da nessuno.

2 I1 FESTUGIERE dipende direttamente

Epicurea

I49

vinzione che &0vtv 6 da riferire solo a v?SoA?;7ptg y,ev80e, ha sottratto ro; xaxol; alla dipendenza di etayovtat facendo una proposizione incidentale <civ wxelvat(sc. vzoAoipe8t) yivov dotav>a rotatl;o axol, e infine, cosa di maggiore importanza, ha posto l'atetesi, come glossa marginale contenente un pensiero stoico, all'ultimo periodo, del quale non possono essere soggetto ne gli dei ne Ot noAAoi.Dell'atetesi diremo poi; riguardo al periodo introdotto con gv~0v rileviamo che 6 dato come contenuto delle o,roAr{1iEt;: le d(0q9,Ztat non sono quelle che ritrae il saggio epicureo dalla contemplazione degli dei, ma quelle che possono ricavare i buoni, i quali, sebbene abbiano false opinioni sugli dei e percio non possano evitare tutti i mali che da esse nascono, tuttavia, persuasi di averli benevoli per la loro buona condotta, non hanno paure, anzi ricevono da cio un grande godimento spirituale, incitamento ed aiuto a con- fermare i loro buoni costumi (DIANO, Epicuri ethica, I95, 29 Sgg.). I1 DIANO fonda la sua spiegazione su un passo di Filodemo (de Piet. ioo, 9 sgg. GO.

= PHILIPPSON,Hermes 56, I92I, P. 369), che egli ricostruiscecon nuove lezioni, cosi da avere questo senso: nei prudenti e giusti i vantaggi e i danni ex 2ec6v

si uguagliano, nei cattivi invece i vantaggi sono inferiori e maggiori i danni (ib. io6, n. i). Lo SCHMID(1.C. I03 sg.) nega recisamente che tale sia il senso del luogo di Filodemo e integrando nel r. I5 rA8t]ovcarat, invece di 6,!tot]otj at,

e tornando nel resto alla lezione del PHILIPPSON (salvo auvvaueoaat), sostiene che cola e parola d'un solo grado di felicita e conoscenza (yvciXu;), mentre ci sono diversi gradi di erroree ignoranza (alyvota),conforme al pensiero generale epicureo che dalla vera yvdoorzg-rCJv05Yov nascono esclusivamente dPe2etat, dall'a'yvotaderivano flAafla. Alla base della diversa interpretazione del luogo sta il problema chi s'intenda per peovt,Uot e btiatot: i ((saggi)>per lo SCHMID1,

i #prudenti e giusti)) secondo il pensiero stoico e comune per il DIANO. Indipen- dentemente dal passo lacunoso di Filodemo in questione, che Epicuro chia- masse talvolta se e i suoi seguaci dyaloi e gli altri zaxoi puo darsi, ma che nel brano controverso della lettera a Meneceo, dove si parla delle false nozioni che della divinit'ahanno otino2ot'- e fra questi ci sono anche i filosofi avversari- usasse questa terminologia senz'altra determinazione, con grave equivoco rispetto all'uso comune di quelle parole, seguito dagli stessi Epicurei parlando delle virtiue dei vizi seppure in altro senso, non mi so deciderea credere senza ammettere che Epicuro stesso abbia voluto rendere oscuro il suo dire: tanto piii che ro7gacyaOol;non compare nel testo. Cio che ci fa rifiutarela spiegazione del DIANo non 6 il pensiero ch'egli ha cavato da Filodemo2, ma il grado d'im-

1 Questi loda il FESTUGIARE perch6 ha dichiarato apertamente che nel luogo della lettera <'bons' et 'mdchants' s'opposent comme 'sages' et 'insens6s's): proprio come soste-

neva il BIGNONE.

2 Prescindendo dal brano di Filodemo, sul quale, appunto perch6 lacunoso, non e opportuno fondare ulteriori costruzioni, una concessione, quale quella del DIANO, ai loro avversari e possibile che la facessero gli Epicurei: i danni potevano variare in grandezza e

I50

ADELMO

BARIGAZZI

portanza che puo avere quel pensiero nella dottrina teologica epicurea. Ora e evidente che esso e un aspetto particolare della dottrina, un corollario del principiogenerale che dagli dei si traggono danni e vantaggi in base alla nozione che di essi abbiamo. E nella lettera a Meneceo, in cui sono esposti i principi fondamentali, ci si aspetta l'enunciazione del pensiero generale, non del suo corollario. Percio le Wqe'O tat non saranno quelle che possono derivare, in certi casi, dalle V5no2SEp&sugli dei, ma quelle che provengono, sempre, dalle neoA- vEtg. Quindi gvEv non potra riferirsi solo ad Vi?oa pVstg (art. cit. 76 ?(soltanto ad v5noYpVEtp>>). In secondo luogo, con tale interpretazione, resta senza collega- mento l'ultimo periodo, e il critico e obbligato a toglierlo, supponendolo una glossa entrata dal margine (ediz. p. I07, 25 sgg.). Anche il DIANOdunque e rimasto impigliato nei testi che egli voleva chia- rire: il luogo di Filodemo non ha una relazione opportuna con la lettera, se

non per quel che riguarda, in linea generale, le fl,adflat e le cd)F8A6etat.Tanto piiu che tale raffronto spinge l'interprete a rifiutare la parte piu importante, la chiusa, per salvare la quale l'USENER aveva rinunziato, perche sarebbe venuto

a mancareil collegamento, a consideraregviAv- dya5olg un'annotazione mar-

ginale, da un altro scritto di Epicuro, relegandoil sospetto nell'apparato critico. Credo che i numerosi testi addotti a confronto (vedili quasi tutti raccolti in DIANO,ediz. I05-IO7) abbiano danneggiato piu che giovato. Sono utili solo quelli (come Lucr. 6, 68 sgg., Philod., de piet. 86, I3 Go., ecc.), che illustrano

il principio generale, che cioe anche secondo gli Epicurei gli uomini traggono

dalla divinita vantaggi o danni. Con questa sola conoscenza si pu6 affrontare

il testo e darne una interpretazione, ci pare, soddisfacente.

Sotto le parole di Epicuro cova la polemica,e nei noAlot non c'e solo il volgo, ma ci sono anche i filosofi e le persone colte che degli dei hanno un concetto errato. A tutti costoro Epicuro dice: ecco donde nascono i mali e i beni che voi fate venire direttamente dagli dei interessandoli delle cose del mondo: dal vero o falso concetto che di essi si ha. I danni ci sono, e grandissimi; ma hanno tutt'altra origine: nascono dalle vostre false presunzioni sugli dei per cui li concepite come .ElvoVg rvecVvovg (Lucr. 6, 69; Philod., de piet. 148, I). E ci sono anche i vantaggi. Ma, obiettano gli avversari, come potete parlare voi

Epicurei di vantaggi da parte degli dei, quando negate la provvidenza divina, cioe gli dei stessi? Ed ecco la risposta di Epicuro con parole di Filodemo (de

piet., p. I48, i Go.): ot 3i ntaldvreg

og?

XQ aZcauqo

v

alw

.ttv,

z7QTov

quantita da individuo a individuo, fino a lasciare il posto, in parte, anche a certi vantaggi

nel caso dei Tpo'vqowt e 6t$Satot, i quali si raffigurano gli

interessa notare che questo fa parte della casistica pratica, e cioe un pensiero secondario rispetto all'affermazione generale che solo la nozione degli dei secondo la dottrina epicurea toglie completamente tutti i danni e lascia solo tutti i benefici e questi nel sommo grado.

dei come benevoli. Ma a noi

Epicurea

II

,Ev

~~vJg

Wq

t~~v?po~~~ut~iei~~aaat~~v~eivwv

Ovq-rt'z,,ut-e!orata

Tq'v

exelVCl)v

t%a,ovv

E

MatyoVv

'

ioCv.A2Vaovortv,tT6%r

u

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'It-

arra

TtMtorovT-atg5atv

avrovg

rraeeXev

A2v7rovg,6'aov 8qq'avro!;, e'tra

6'ov'w FEya2ogezezg. E' facile comprendere che l'obiezione degli avversari ha non piccolo peso, o almeno 6 tale da richiedere una risposta dilucidatival, mentre non ha bisogno di chiarimenti la prima affermazione, molto compren- sibile per vari motivi ed ammessa dagli stessi avversari, che provengono dei danni agli uomini dalle loro false opinioni sulla divinit'a.CosiAttico ap. Euseb., praep. evang. XV, 5, p. 8ooA ricorda solo i vantaggi spiegandone l'origine,

proprio a proposito della gQovota divina distrutta da Epicuro: '6,q 3e rav'i,

ye %ac cart' 'E7rxovQov

fekrle,ovag a7oeotag

oviotg

ro

a

a)

av?3z65v qgart -tot; iuraacovrot

av

ve

yovv

Iteya)wv

dyatCov ,7aeatnJa;

ytveoaLOa (= fr. 385 US.). Infatti, tolta la provvidenza divina, non si capisce, a prima vista, come possano gli dei essere ancora di giovamento agli uomini,

perche togliere quella significa togliere gli dei stessi (cfr. Cic., de div. II, I7, 40

Epicurus circumitione quadam deos tollens; de nat.

re tollit, oratione relinquit deos), e come possa sussistere F'aE'aflEta (cfr. Cic.,

de. nat. deor.I, 4I, II5). Ma questa, osservano gli Epicurei, consiste in una contemplazione, proficua alla felicit'a, di elementi simili, respingendo tutto quello che sia discorde: Philod. de dis III, col. I, 7 DIELSxat tiavya6et TT'v q%ctvxat mrv5tciEohtvxat'zertedratoavyyevtUetv avrfi xa xaOdaneel yAterat

deor. I, 44, I23

Epicutrus

ltyeiv xat ovvwtvac, xa2elT(oxat rov?

ooo%v;&eov

it2lov

xat

rovg ?OEov rdv

vita pratica ricerca gli o6Po'qv2a ed 6

ave itl,uxzos rispetto agli esseri che non sono tali (R. S. 39), con chIigli 6 simile medita giorno e notte i principi della dottrina (adsg -ov O'1iotovaeav-r4i:

ep. ad Men. I35). E questi sono i suoi amici2. Di O'uotot si parla nell'ultimo periodo del luogo in discussione della lettera: in modo particolare sono da con-

siderare affini, O'Potot, gli dei, che sono appunto con la loro [taxaQto'rq il modello del saggio. Per quel che si e detto sull'opportunit'ache la breve esposizione teologica della lettera si concluda con un pensiero della scuola sui vantaggi positivi derivanti al saggio dalla contemplazione dei simulacra divini e non con le o7q06a Et; dei oRo2oi (piiudi 5 righe su I5: V. P. 2)3, e escluso che soggetto

aoroTiv. Cosi il saggio epicureo nella

t Per questo %at' G')dqq at e staccato da ai ,drytrat fl)acflat, collocato alla fine del periodo vicino alla sua spiegazione.

come se ci fosse una

comunicazione diretta degli dei con i saggi dell'Hortus. Vedi quel che segue nel luogo citato

di

2 Naturalmente

Filodemo:

a'A'

rispetto agli dei tale amicizia non e da intendere

o]v3x Eoi$a,u1s[v lov]

Ta TotaiTa

T1)v cpt)dav Qeeav,$axr flekr[tov]

avTa Ta 7TQay[taraaxoneTv,Td

3 La ragione

addotta

&d<> ei[iuyaTaadX]?7elTOgYea

a

ltdUsat.

e ben piii grave

di quella dello SCHMID, il quale pure rifiuta

oi

7OXAO1 (PP. 107-108): adno6Xesa#at, che fa pensare ad un rapporto amichevole, non sarebbe giustificabile. L'obiezione che mancherebbe la chiarezza nella connessione con ci6 che precede, non e esatta.

I52

ADELMoBARIGAZZI

di ab.o6Uxovnatsiano ot noARo4,come vogliono il BAILEY, il RYBA1 e altri.

Esclusi anche gli Jyaaoi (USENER,BIGNONE,FESTUGIERE,ecc.) per l'arbitraria

introduzione nel testo della parola e per la forzata equazione di waxote ayatoi

a stolti e saggi, non epicurei e epicurei, qui non ammissibile, resta che siano gli dei o i saggi epicurei. Gli dei come soggetto, secondo la spiegazione del PHILIPPSON2,del JENSENe specialmente dello SCHMID,non obbliga di per se

a postulare una comunicazione diretta tra uomini e dei, come hanno obiettato

decisamenteil BIGNONE(art.cit. 94-99) e il DIANO(art. cit. 78-79). I1 cultO degli dei nell'epicureismoe il culto della felicit'a,in quanto gli dei sono il modello

di essa e il saggio li imita per accrescerela gioia nel suo stato di felicita. Quindi

l' olilwtg epicurea tra dei e saggi

quella degli Stoici e di Platone e fondata sull'ieerq4, intesa non come mezzo all'evbat,uovta, ma come qualcosa xaY'avro'. I1 passo di Plat., Theaet.I76E

si fonda sul principio dell' e3atuovia, come

OVx 6arTtvavrZ

(sc. rTC OC&O) O6OtO6T6QOV OV6EVi

6; 'av2juJv avJy&vTatoart

ltxato'raTog,

dove

compare

la virtiu per eccellenza,

la 6txatorv'v?13,

pu6 adat-

tarsi cosi secondo il pensiero epicureo: ov3xi!orTtvaVTdO O'tOOT6QOV

OV81vi,

6;

av Iu6cv

ai

y,vrrat

6't

,iaaea-co;.

Ogni

essere

animato

consegue

la

sua felicita secondo la sua awyxuartg atomica. La beatitudine degli dei e per- fetta perche, mentre la nostra natura capit laborem(Lucr. 5, ii8o), essi hanno

un

flusso continuo di materia uguale, non c'e quindi labor,ma beatitudoaeterna.

E

secondo la legge delle affinita, essi hanno un'otixeborg; verso cio che e loro

simile, cioe verso il Maxdetov, come pure un'd2oRTQto'rj; verso il dissimile, cioe il non ,uaxadlov. In questo senso, come si puo dire di tutte le cose Ta&uev

oitxea b5e%eoa}aTa'b'dJR2oWvaab6tw)#Etcaat(Philod., de dis fr. 4I, 20 = P. 56

libro del aeQT

fVeco;, intorno all'oixeto'0T;o J22oQt4dr; degli dei verso gli uomnini(Philod.,

de piet. p. 124, 6 = Hermes I92I, P. 383); ma solo verso certuni, cioe verso i

saggi, che sanno attuare Ia vera felicit'a.E infatti coliae detto nreG c; olx. to'-

1 Non direi pero che tale riferimento sia sinnlos, come dichiara il PHILIPPSONe crede il BIGNONE,perch6 #ostano le deeTab) (art. cit. gi). Infatti il BAILEY intende adeerat- mores: the majority of men judge others according to their own accepted standard of ethics: they are in the habit of welcoming those they see to be like themselves and rejecting those whom they find alien. Cfr., per es., Cic., Tusc. I, I3, 30 multi de dis prava sentiunt; id enim vitioso more effici solet. L'interpretazione del BAILEY e coerente, facendo dipendere &vtev da dinoq5a'iLg.

DIELS), sara da intendere quel che diceva Epicuro nel XIII

2 Cosi pure nella sua traduzione Library 1925, II, 651.

di Diogene Laerzio R. D. HIcKs, London, Loeb Class.

3 II passo di Platone e riportato dallo SCHMID insieme ad un altro di Leg. 7I6 D, dove

dal concetto di

e

jolsoiwotg,fondato sulla acoqQoaV6v1, e tratto per illazione quello della q6tAa,

rCV te6ov

otxEtov1ze'vwv

tsevTfi dgeETx?

.

.d.,

a2RorTQovu8V)V

ad un passo stoico SVF III 66I

r.6T

xtwa.

Ma il critico,

tutto

preoccupato

a

dimostrare

che gli dei sono il soggetto

dell'ultimo periodo in Epicuro, non ha rilevato a sufficienza, mi pare, la grande differenza che c'e rispetto al pensiero epicureo, Ia quale appare anche formalmente: ,rf acesrfi da una

parte, ralg dQEraig dall'altra.

TnT0o i7[v 7eoiJ]

rtva; O O6O;

Epicurea

I53

E"Xet:cfr. ancoraPhilod., de dis III, col. I, 7

DIELS 6t2e8Q oV'[;z]J[vTw)v]-r6iv tv p7 [yn4oo]qTkvqtl2ovg aiv rt; drzo [ o]v{[ eov';]da[29]C5[;. In questo senso si puo parlare anche di ptAitadegli uomini verso gli dei e viceversa, pur forzando un poco il significato della parola, come qq2la verso la felicit'a.E di ct2tdaparla Pilod., de dis III, col. I, 7 sgg. DIELS, il quale pero aggiunge subito che cosi parlando si fa violenza alle parole (7raea- filtdseaOat: v. BIGNONE,art. cit. 96). Comunque, il rapporto che cosi nasce tra dei e uomini non 'eun rapporto diretto nel senso comune che gli dei danno dei beni ai saggi, ma un rapporto, direi, fisico. Ma l'&EVaE'flEta epicurea, in un sistema dottrinario fondato sull'utilita, non puo essere disinteressata: essa ridonda in gioia al saggio epicureo', e cio presuppone-cosa indispensabile-una coscienza da parte del saggio che contempla la beatitudine divina, fino al punto anche di sentire, se si vuole, la q9t2itada parte degli dei, che solo da questo contatto noetico (cfr. Philod., de dis III, I, 7D. xaOcbree Et y2 Xrrat O2tydv) il saggio deriva dei benefici reali per la sua felicit"a;senza di esso l'effettivo operare degli dei vien meno. Di qui appare-ed e questo a cui voglio arrivare- che tale rapporto ha un valore pratico dal punto di vista dell'uomo, non degli dei, incuranti delle cose umane e beati della loro beatitudine, e in tal modo dev'essere esposto e considerato. Dire che gli dei accolgono -rov;oguoiov ha un significato pratico, se si riflette ulteriormente che il saggio ha coscienza di cio, cosi da riceverne vantaggi, se cioe si presuppone la coscienza che da quell'd5o%io derivano dqj8utat al saggio. Mae piiusemplice e piiuefficace dire che i saggi J7o&wZovrat -rovi opotov;, cioe gli dei, cioe la felicita stessa, che cosi si indica il fondamento dell'evpalcta, la quale si pensa prima di tutto come una disposizione degli uomini verso gli dei e non viceversa, specialmente per gli Epicurei che escludono la premiazione della pielas con beni diretti per opera della Provvidenza2. E qui appunto si parla del vero evEfl e del vero

daefdirg: aJEj1;

A26ve60'a; 0,ol;

3e ovx 6 rov'; -(v

7o226Pv Oeov'; avateCJvdLA'6'ra;

rCovno2-

aToadxr-cov.A queste parole si riferiscono direttamente le

e detto at est eorum eximniaquaedam prae-

stansque natura, ut ea debeatipsa per se ad se colendam allicere sapientem; ma questo 6 detto

in relazione all'obiezione che precede e che era comune: quid est cur deos ab hominibus

colendos dicas, cum dei homines non colant

a quo nihil acceperis? aut quid omnino, cuius nullurn meritum sit, ei deberi potest? E'detto

cioaein rapporto con la volgare opinione che gli dei possono nelle cose umane.

intervenire con benefici diretti

1 E'vero che in Cic., de nat. deor. I, 41,

II5

.? cfr. poco dopo: quae porro pietas ei debetur,

2 La giustapposizione

in Philod., de dis III, I, 7 D. di xat rovxgoroqoo

rJv

-

96cov p )Aovg

%at ovsg

aSOVgTCOvcraocovdal punto

di vista teorico ha lo stesso valore;

ma in pratica,

t)Atadegli dei verso gli uomini deve divenire

perch6 dalla

t2Atanasca l'O'c).ewsa,anche la

oggetto

di

coscienza

da

parte

degli

uomini.

In

altre

parole

il

pensiero

dev'essere

e-

spresso

dal

punto

di

vista

dell'interpretazione

psicologica,

necessaria,

delle

w0e'98.etat,

e

Epicuro,

se avesse

inteso

gli dei come

soggetto

di a6neobavOTat,si sarebbe espresso

in

maniera diversa.

 

I54

ADELMOBARIGAZZI

ultime nav -ro pq) rotoivrov Jg aWdrQtovvoy1iovrTe: considerandocome alie- no tutto cio che non s'addice alla felicit'a, cioe respingendo le opinioni di tutti quelli che intorno agli dei non qvAa'rrovor Ti)v/Eirada&pLaQta`a Itaxa-

eto'rnTa. Come si vede, ci sono anche delle difficolth linguistiche contro l'interpreta- zione che fa soggetto dell'ultimo periodo gli dei: il termine voytCovr6g, dato da tutti i codici, non conviene agli dei. E infatti lo SCHMIDsente il bisogno di correggerlo in 1$oetiov-re, facendosi forte dell'osservazione, puramente lin-

guistica,

leg.

credo, a proposito

IX p. 879c r6v be neoeXovra

di d);g, dell'USENER:

exoctv

(vix

excusatur

exemplo

J)g

7i2tXtag E'Teotv

voytuiov

Plat.

ra-rea

7 ,yl)Treea 6tEv2aflet'aVo). exspectes verbum spernendil. ) Ma se il soggetto del participio sono gli uomini, il verbo ^ a posto: non e necessario un forte con- trasto rispetto ad dro6'Zovrat per mezzo d'un verbo che indichi repulsione. E'usato un verbo comune, di largo impiego, che compare anche in principio

a questa sezione teologica: neCoov jdv -r6vOe8v?bov a'PaQrov xaG'yaxaxtov

voyuiZYov. Poco plu glu s'incontra o7ovqvoyti~ovatv2; nella stessa frase jiqv

p rmE-rv; aq99#aectxa; aoretoor

preT8 Tgri yaxaQt6urprog avotxetov avtco nreoS-

an-e,

Infatti ird jIu) rotoiV-rovequivale a -o

equivale a -rd%axo`v,-ro aorefleg; ma qui si va proprio cercando in che cosa

consista a'wfie'g e lo si indica nell'attribuire agli dei cio che 'e droixetov alla

loro natura. Ognun

e che la

frase corrisponde ad un'esortazione, quanto mai opportuna nella chiusa del brano: :ardvir64uo)Totovirov og aAAoTQtov vocut:e,cioe1nbFivroj V,eoiOaivoixetov

richiama quel che e stato detto in principio (eQJTov 1dv

quest'ultimo

verbo

potrebbe essere sostituito

da (hV at!'ui)

vo6ytE.

avodotov, To arotXEtov. Per Jo SCHMID

; a o2rotov

bo-$aCE)

-

voytjovrTE

vede

che rdv -rd aItq -rotov-rov

volt83

tai;agee-racg. Che gli Epi-

curei attribuissero agli dei la virtuspare attestato (cfr. Cic., de nat. deor.I,

40, IIO. Sext. Emp., adv. phys. I, I52 Sgg.:

V. SCHMIDI4I sg.), ma come la

E c'e ancora un'altra difficolth: il plurale ral;

1 Donde 1' dro6oxjtd'CovTe; del KOCHALSKY,troppo lontano dal testo. Spesso J; e

tralasciato, ma cfr. ancora Hdt. 2, I "kovag xa' Aio.{ag c;g 6ovAov; 'arTox(ovg ovra; evO'jl4ov: da questo esempio si vede come si sottintenda o'vin Epicuro e o'vTain Platone.

2 L'USENER aveva mutato in vooVctv, ma il DIANO (art. cit. 6i sgg.) ha dimostrato 1'esattezza della lezione, la quale e da seguire, anche se lo SCHMID (P. 123) vuole tornare alla correzione dell'UsENER.

3 E come potrebbe spiegarsi il cambiamento del supposto originario 64OQeIOVTE; in VojttOVTe5, se non perch6 il pensiero sarebbe stato interpretato dai lettori come detto degli uomini, non degli dei, e che quindi quelli, non questi sarebbero stati sentiti come soggetto di

la

correzione EtOQeovTeB o una simile; ma poiche stiamo cercando il soggetto, dovremo servirci della lezione tramandata per determinarlo: e vout'RovTeg ci porta a considerare soggetto gli uomini, non gli dei. Quanto al ritmo, in base al quale lo SCHMID (P. II4) sostiene la sua correzione, mi pare che, restando voyt4ovw;, esso non varii: cfr. prima

ano6elZovrat ? Se fossimo sicuri per altra via che il soggetto

sono gli dei, accetteremmo

sallv v yvoilg, (oi)ov; voyt/Covatv, ecc.

I55

intendessero non e chiaro; per lo SCHMIDessa consiste nel pellerealiena salutis.

Epicurea

In

ogni caso si capisce bene il singolare, come a proposito di ogni essere che

ha

l'a'e,6 di consistere, mentre riguardo agli uomini la

virtiu morale si sud-

divide in vari tipi a seconda dell'oggetto cui si riferisce. E nel luogo di Epicuro,

dove la polemica e evidente, il plurale si oppone precisamente al concetto che della virtiuavevano gli avversari. E il singolare qui converrebbe, non il plurale,

se

di

si trattasse veramente, come pensano il DIANOe il PARATORE,d' (una glossa

colorito stoico scivolata nel testo>, relativa all'oxsoltq 7reog ?

rqo v adQErv.

Ma o1%Etov'Evotnon ha senso diverso dal -rolg 6x8etweuvoig qvaco2oyta di ep.

ad Herod. 37 o di olxelog e di altre voci della stessa radice nell'uso della lingua

epicurea, in opposizione ad aAlo'retog, come avviene in questo stesso periodo,

e

voci derivate (ad Men. I29, R. S. 7, ecc., Philod., de dis III, fr. i8, 4, ecc.).

II

piacere nell'etica epicurea 'e rQCo-tov oixelov (Alex. Aphr. de anima II, I9 Us. p. 275, 29), come il dolore 'e nerov atAAo6rtov:cfr. Diog. L. X, 34 :rt9A

69 A2yovatv Edvat bvo, 'bovryvxat &ayrq66va, ctarteva

7teet mv

Ccoov,xa'

TtV y2v OXiOV, m4v 6s aA2o'rQtov 6t'div xeiveoriat rag aitre6tg xat qvyag.

La morale dunque consiste in un calcolo di otx%dae a&Ao'reta,e in questo calcolo entrano a far parte le eEraalcome mezzo indispensabile per conseguire l'oixalov nrCiirov.II pensiero e rivolto contro gli Stoici che sostenevano la

provvidenza e il governo divino

nel retto intendimento ed uso delle

punto quelli che intendono cosi la virtiupossono accogliere gli dei come O'Ilotot,

quali modelli di jtaxaet6r?7g: come non pensano

del

mondo: 1'olxcivatg -raEg dQeraig consiste virtiu, poste a servizio della voluptas. Ap-

nulla che non sia olXElov della

Servendosi

d'un termine caratteristico d'una particolare dottrina stoica, ma proprio anche

della sua, Epicuro richiama l'attenzione sull'obteto'm7grelativa alle aQerat e

agli Aeot' i secondi pensati come realta effettiva della piaxaeto'rmg, le prime come mezzo per giungere ad essa. A tale senso contribuisce anche l'aggettivo

I tatg, che non conviene in un ordine di pensieri in cui le virtiuesistono di per

se e diventano percib la virti', ma conviene alla dottrina epicurea secondo la quale le virtiu,riferendosi al concetto utilitario della voluptas, possono variare da individuo a individuo e si puo parlareveramente di deerat e di tM8atJecat'.

In ultima analisi, la frase raig h(atg; daetrag equivale a -raig avyy8vw tv 'jo0-

vaig: il saggio dedito in ogni momento (ta' xav-rog),come a suo ObtelOV, alla felicita, accoglie zov'g O6otovg, cioe gli dei, l'incarnazione, per cosi dire, della felicit? perfettal. II pensiero, con cui si conclude la sezione, e parallelo al pre-

cedente sulla natura della divinita: nella nozione di dio dev'essere escluso tutto quello che 'e a'AAo'rgtov alla sua beatitudine; cosi nell'atarassia del saggio epicureo non entra nulla di a&AAo'-retov.Lo stesso rapporto che c'6 fra dio e la beatitudine, sussiste anche fra il saggio e la feliciti. Per nuesto il saqaio si

virtiu, cosi a proposito degli dei non pensano nulla di diLoretov.

1

In tal modo rot;

suscipere.

6uo(ovg

a7o6e'XovTat equivale

a Lucr.

6,

72

simulacra (deorum)

I56

ADELMOBARIGAZZI

attribuisce il diritto di uguagliarsi agli dei e chiamarsi un dio sulla terra: ci6 che costituisce un'immensa Cd002i8ta derivante dalla retta nozione della diviniti. Per me dunque non c'6 alcun dubbio che soggetto di dnobe6Zovrat siano non gli dei, ma gli uomini e precisamentei saggi epicurei. Un genericod'v?Qw7rot,

possibile a sottindersi indipendentemente

del LEOPOLD,inutile come si vedrh, e vietato dal fatto che ad essi, generica- mente intesi, comprendendo saggi e non saggi, non conviene l'espressione raTg z5iatg ta&7avrog aetra?g, cio che si pub dire solo dei saggi. Ma donde si puo

trarre questo soggetto, non essendo i saggi nominati prima, ma presenti solo

logicamente? Tutto va a posto se si legge <ot> o1XEltoVz1evot:un semplicissimo caso di aplografia.

La piena corrispondenza poi di il resto della trattazione, si ottiene

dalla correzione dvLq ?ro tg per%axo

concetti, accennata prima, fra la chiusa e senza fatica riferendo 1'vtJevnon alle aJno-

q&amtorv

Tro2ciov

(BAILEY, JENSEN) o solo alle v'noA4p8tg(RYBA, DIANO),

ma a tutto il precedente: di qui, dall'opinione vera di chi sa conservare alla divinita i suoi attributi e dalle opinioni false, derivano quei famosi danni e van- taggi di cui si parla tanto (at a. #2d flat: c'e l'articolo!); cio6: in rapporto al vero o falso concetto che gli uomini hanno degli dei sono da spiegare quei grandi mali o beni che si fanno derivare dagli dei. Si, anche i vantaggi, perche il saggio accoglie cio che gli &simile, e specialmente gli dei, dalla contemplazione dei simulacra dei quali percepisce massima gioia. In realti, se ben si guarda, il periodo che precede gv6ev, ov3 yacQ ;voA 'ipetg da'v, RI'voAl vpbV8el

at -rov coAAovV3nEQ#Jov a&Toqaiaetg, 6 da considerarecomeun periodoparen-

tetico, che spiega, per mezzo dei termini tecnici nqdAqy)tg e v62pVtg,

cetto espresso prima, strettamente collegato per mezzo di yae, in daeflg

o?X o rov;g r6Cvno22lv &ovg; aivatecov,aA6 ra'; TCovro2AA26vbotag Oeol;

7roeadnrw)v. E sono, queste, parole forti, che sanno grandemente di polemica, con le quali 6 fissato efficacemente il contrasto fra le due categorie di opinioni, la vera e la falsa, a proposito degli dei, di cui si parla in tutta la sezionel. La maggior parte dei critici invece si e fermata al periodo che abbiam detto paren- tetico, riferendo tutto quel che segue alle erronee opinioni dei nol2oi, e su questa strada si e giunti all'atetesi dell'ultimo periodo. E invece, come si 6 visto, quel che vi si dice conviene ottimamente ad Epicuro. Segno che il riferi- mento di 9vVsv'eerrato. Aveva visto giusto in proposito 1'USENER,staccandosi dall'interpretazione comune, seguito dal BIGNONE(art. cit. 88) e dal PHILIPP- SON (Philol. Woch. I93I, 63): igitur ex diversis hominum opinionibus (praef. XX). Nelle parole at-ctat rTol xaxolg si potrebbe vedere il resto d'una spiegazione relativa alle 4s'yta-oat )Mflat (ex. gr. <q96flovyae at' bo'$at Xe8lvat>akTtat),

parallela a quella di razg y

il con-

be

t'lat;

relativa alle dCg2t)

at; ma credoche

1 Per questo e meglio collocare punto in alto dopo apadnTcrv.

Epicurea

I57

si tratti d'una glossa marginale, entrata incompleta nel testo, glossa che era

nata appunto dal fatto che nel testo non compariva la spiegazione del pensiero

sulle #Adfl2 at, mentre

compariva

quella sulle dqi'eAtat'.

I1 suggerimento del V. DER MtHLL, in accordo con Tro;

adv ootg

del

LEOPOLD(da roT

nOig Ex Of&v

adoztg), at ImEytrat

vel 4teytrrwv fl2aflJov alriat

convenire

roT; av0Q0j-

gene-

`z. %at &EAetCJv, il quale potrebbe

al pensiero

rale sopra esposto purche si legga <ot> olxetoviaevot e non si faccia alvOeonxot soggetto di abo6e1xovrat (v. p. I56), altera troppo il testo. E neppure soddisfano

gli altri tentativi di correzione per conservare le parole acrtat rol; xaxo7;:

re

per a'trtat

dell'USENER,accolto dal BIGNONE, BAILEY, PHILIPPSON,Si